CAPITOLO XII.
Ultimi anni di Federico Barbarossa. — Suo figliuolo Enrico VI riunisce all'Impero il regno delle due Sicilie. — Tumulti eccitati dalla nobiltà nelle repubbliche italiane.
1183 = 1200.
Dopo la lunga e pericolosa guerra che con tanto valore avevano le repubbliche italiane sostenuta per la libertà, non gustarono i vantaggi che loro assicurava la pace di Costanza. Le civili discordie e le rivalità fra gli altri stati vicini sconvolsero ben tosto la pubblica tranquillità; l'autorità nazionale cadde in mano di una nobiltà prepotente, o di sanguinarj tiranni; e più d'una volta il furore delle fazioni ricondusse volontariamente le città a quella dipendenza, per sottrarsi dalla quale avevano versato torrenti di sangue.
Un popolo non può vantare una libera costituzione quando il suo governo non sia contenuto entro giusti limiti da un potere qualunque, che possa continuamente richiamarlo e sottometterlo al tribunale della pubblica opinione. D'uopo è che un sentimento di timore comprima le passioni del governante qualunque volta s'oppongono all'interesse dei governati; ma l'istituzione di un potere repressivo e forse la più difficil parte della legislazione repubblicana. Perciocchè se si stabilisce nello stato un nuovo potere d'un'autorità abbastanza grande per frenare il governo e per giudicarlo, questo stesso potere diventerà la molla principale del governo, onde sarà poi necessario di comprimerlo ugualmente perchè non degeneri in aperta tirannia. Se poi si vuol rendere il popolo depositario di questo poter compressivo, tostochè avrà l'autorità di mutare il governo, o di deporre i suoi magistrati, ridurrà la costituzione ad un'assoluta democrazia, la sua potenza diventerà tirannica, ed egli sarà il principal nemico della libertà.
Ma in tempo che le politiche combinazioni riescono d'ordinario inutili per istabilire un equilibrio manutentore della libertà, accade talvolta che quest'equilibrio sia il risultato d'estranee circostanze, e, per così dire, l'opera dell'accidente. E per tal modo un sommo pericolo nazionale, un eminente interesse comune ai governanti ed ai governati ha potuto alcune volte riunire i loro sforzi per il conseguimento del ben pubblico. In faccia a questo tacciono le private passioni, le rivalità non hanno occasione di manifestarsi, il popolo conosce il bisogno di essere governato da persone che uniscano ai talenti la virtù, e non accorda la sua confidenza che agli ottimi. Gli amministratori della repubblica sentono allora il bisogno di meritarsi questa confidenza onde poter mettere in opera tutta la forza nazionale contro l'imminente pericolo; allora la più grossolana ed imperfetta costituzione basta per contenere ne' giusti limiti i governanti e per rendere i cittadini docili, zelanti, disinteressati. I repubblicani italiani ebbero questi vantaggi finchè durò la guerra di Lombardia, e li perdettero dopo la pace di Costanza. Tosto che l'indipendenza delle città fu riconosciuta dall'imperatore, credette il popolo che fosse venuto il tempo di farsi render conto del potere dei gentiluomini che avevano fino a tal epoca amministrati i suoi affari con sommo patriottismo, valore ed avvedutezza: e quantunque questa nuova diffidenza cadesse sopra uomini cui tanto dovevano le repubbliche, non si deve però attribuirlo soltanto allo sviluppo dell'ambizione e della vanità dei plebei, nè accusarli d'ingratitudine. Cessati i pericoli che minacciavano le città, gl'interessi de' nobili e del popolo si separarono. I primi non avendo più di mira la pubblica difesa, eransi di nuovo abbandonati a progetti d'ingrandimento e d'ambizione. Ad una libertà divisa cogl'ignobili dovevano preferire un'indipendenza solitaria nei loro castelli; e desiderando procacciarsi il favore d'una potenza cui non volevano essere ubbidienti, preferivano l'imperatore al popolo. La quasi assoluta mancanza di storici contemporanei che scrivessero degli ultimi anni del secolo dodicesimo, non ci permette di sapere se prima si manifestasse la gelosia de' plebei, o l'ambizione de' nobili; tanto più che diversi furono in ogni città i motivi delle prime dissensioni, comechè per altro in ogni città queste passioni armassero l'un contro l'altro gli opposti partiti.
Quantunque ne sia incerta l'epoca, sappiamo che dopo la pace di Costanza i Milanesi fecero alcune mutazioni alla loro costituzione, separando con maggior precisione i suoi diversi poteri. Nel 1185, Federico Barbarossa aveva loro accordato il privilegio di nominare il podestà e di conferirgli coi soli suffragi del popolo il titolo e le prerogative di conte della loro città[245]. Privarono perciò degli attributi giudiziarj i loro consoli, dandogli allo straniero podestà, che nominavano ogni anno per essere nel tempo medesimo il depositario della forza pubblica. A questo magistrato spettava esclusivamente il diritto d'ordinare l'esecuzioni capitali, e per insegna di questo poter di sangue, che così allora si chiamava, il podestà era preceduto da un uomo che portava una spada sguainata. Dopo tal epoca v'ebbero in Milano tre diversi poteri, dell'arcivescovo, del podestà e dei consoli. Perchè il primo fu anticamente conte della città, venivano in suo nome pronunciate ancora tutte le sentenze, benchè attualmente non vi prendesse alcuna parte; erasi pure conservato all'arcivescovo il diritto di coniare le monete, di fissare ed alterare il valore della specie; come pure in suo nome e per suo conto esigevasi un pedaggio alle porte di Milano[246]. Quantunque gli fossero dalle leggi conservate queste prerogative, il popolo teneva aperti gli occhi sul suo prelato, pronto a scacciarlo dalla città qualunque volta s'accorgesse che avesse oltrepassati i limiti dei diritti conservatigli. Il podestà era, più che giudice, il generale del popolo, in di cui nome faceva la guerra ai nemici dell'ordine pubblico; ed anco l'amministrazione della giustizia era in sua mano affatto militare. Per ultimo i consoli erano depositari di tutti gli altri diritti governativi. In Milano erano dodici, e la loro adunanza formava il consiglio di confidenza[247], cui erano attribuite tutte le relazioni esteriori dello stato, le nomine degl'impiegati, l'amministrazione delle finanze, tutte in somma le più importanti attribuzioni della sovranità. Pretendevano i nobili che il consiglio avesse il diritto di nominare i consoli dell'anno seguente; e questa prerogativa fu la prima a risvegliare la gelosia de' plebei, onde si alterò la buona armonia dei due ordini. Il popolo emanò una legge che affidava il diritto di eleggere i consoli a cento elettori scelti dal consiglio generale tra gli artigiani della città, obbligando però questi elettori a prendere tutti i consoli nel corpo della nobiltà. Non era dunque ancora il possedimento delle magistrature che si contrastasse ai gentiluomini; si voleva solamente, che fossero gl'immediati rappresentanti della nazione. Ma più volte a dispetto dell'incontrastabile diritto dei cittadini i consoli regnanti s'arrogarono l'elezione dei loro successori.
Forse in un modo più preciso e conveniente aveva la repubblica di Bologna divisi i suoi poteri, comechè non sia facile il precisar l'epoca della costituzione di cui ci danno notizia i suoi storici[248]. L'autorità sovrana era in Bologna divisa fra tre consigli, i consoli ed il podestà. La città dividevasi in quattro tribù e quaranta elettori, scelti a sorte dieci in ogni tribù, eleggevano ogni anno, rispettivamente nella propria, i cittadini degni di formare i tre consigli. Tutti i cittadini giunti all'età di diciott'anni erano ammessi al consiglio generale, esclusi però i bassi artigiani e quelli ch'esercitavano una vile professione; il consiglio speciale era composto di seicento cittadini; e quello di confidenza, nel quale avevano luogo di pieno diritto tutti i giureconsulti di Bologna, di un numero assai minore. Tutte le decisioni di qualche importanza dovevano ricevere la sanzione da questi consigli, ma ne era riservata l'iniziativa ai soli consoli ed al podestà, o per lo meno un cittadino non poteva senza il loro assenso proporre un progetto e prender parte alla discussione. Il più delle volte le proposizioni fatte dai consoli si discutevano soltanto da quattro oratori che avevano l'incarico di parlare a nome del popolo; e gli altri consiglieri non avevano la parola e davano il loro voto con palle bianche e nere. A questa influenza dei magistrati sulle deliberazioni, la nobiltà, in onta d'una costituzione quasi democratica, andò lungo tempo debitrice della conservazione del suo potere. Il Ghirardacci, lo storico migliore di Bologna, non ritrovò sicure notizie intorno al modo con cui eleggevansi i consoli: il podestà nominavasi ogni anno in settembre in tal maniera. Fra i membri del consiglio generale e speciale estraevansi a sorte quaranta cittadini, che venivano rinchiusi assieme, e sotto pena di perdere il diritto d'elezione dovevano entro ventiquattr'ore aver fatta la nomina colla maggiorità di ventisette voti. Spesse volte i consigli indicavano agli elettori la città in cui dovevano prendere il podestà. Questo magistrato non poteva scegliersi tra i parenti di verun elettore fino al terzo grado, non poteva possedere beni stabili nel territorio della repubblica, doveva esser nobile, d'età non minore di trentasei anni, ed avere buon nome. Fatta la scelta, scrivevasi a nome del comune all'eletto per invitarlo a venire a prendere possesso della carica che gli era offerta, ed accettare l'onore che la repubblica gli faceva[249].
Somiglianti leggi press'a poco erano state fatte dalle altre città libere: in ogni luogo la costituzione aveva sofferto qualche cambiamento, e le contrarie pretese dei due opposti partiti che desideravano introdurvene di più grandi, eransi già apertamente manifestate. Le generali rivoluzioni dell'Impero tennero alcuni anni sospesi questi umori, che si svilupparono nuovamente con terribili sintomi quando gl'imperatori ed i papi, venuti tra loro a nuove contese, si procacciarono in tutte le città il favore delle fazioni da loro tenute vive.
Queste rivoluzioni dell'Impero diventano adesso l'argomento delle nostre indagini; ma è d'uopo ricordarsi che nel campo della storia incontransi vasti deserti: sono questi i tempi in cui verun sentimento generalmente diffuso anima i popoli, in cui nessun personaggio d'alta riputazione a se richiama l'interesse generale; i tempi inoltre ne' quali nessuno scrittore mediocre lasciò ne' suoi racconti l'impressione di questi sentimenti, nessuno comunicò alle sue scritture il carattere del secolo. Dalla pace di Costanza al regno di Federico II, abbiamo uno spazio di quindici anni affatto deserto. In questo tempo presentaronsi sulla scena per iscomparire all'istante alcuni personaggi affatto nuovi senza far sugli animi veruna impressione; uomini inetti che non potevano fissare l'attenzione de' popoli. Guglielmo II e Federico, Tancredi e suo figlio Ruggiero, Sibilla vedova del primo, Guglielmo III fratello del secondo; Enrico IV e Costanza; Lucio III, Urbano III, Gregorio VIII, Clemente III, Celestino III, si mostrarono un istante per ricadere in una perpetua oscurità. Il dodicesimo secolo pareva che, terminando, strascinasse con se tutti i nomi che gli appartenevano, per non lasciare al nuovo che personaggi nuovi.
Quest'epoca novella ricevette il suo carattere dall'interregno dell'Impero con cui incominciò: allora fu che le fazioni impiegarono tutta la loro energia; che i nomi dei Guelfi e dei Ghibellini diventarono motivi di proscrizione; che le città toscane fin allora subordinate all'Impero posero i fondamenti della loro libertà, riunendosi al partito della Chiesa; e che molte di quelle della Lombardia e della Marca Trivigiana, abbracciando l'opposto, caddero la prima volta sotto il giogo d'alcuni piccoli ma feroci tiranni.
Dobbiamo perciò chiedere l'indulgenza del leggitore intorno ad aride ricerche e la sua attenzione sopra fatti complicati che mal si legano gli uni cogli altri, e che non ci furono tramandati con sufficienti particolarità per interessarci; ma che non pertanto è necessario di conoscere, perchè spiegano le rivoluzioni cui diedero origine nel susseguente secolo.
La storia della casa di Svevia e dei diritti ch'ella acquistò sul regno delle due Sicilie trovasi essenzialmente legata ai destini di tutte le repubbliche italiane, perchè alcune atterrite da tanta grandezza diventarono implacabili nemiche degl'imperatori, mentre le altre, memori de' ricevuti beneficj, consacrarono i loro tesori, le armi, i cittadini in difesa del vacillante trono dei monarchi di Germania e di Sicilia.
La storia di certe nobili famiglie che ne' quindici anni che abbraccia questo capitolo incominciarono a sortire dall'oscurità, minacciando colle loro querele perfino l'esistenza delle vicine repubbliche, è forse ugualmente arida, ma ugualmente ancora importante per le conseguenze che ebbe, essendo usciti più tardi da queste famiglie i tiranni di tante illustri città.
Questi due oggetti fisseranno dunque pressochè soli la nostra attenzione fino alla fine del secolo dodicesimo: omettendo di fermarci intorno alle animosità di alcune città rivali ed alle passeggieri guerre di alcuni popoli quando non influirono sulla loro sorte, o non furono illustrate da avvenimenti degni della nostra curiosità.
L'anno dopo la pace di Costanza, venendo Federico in Italia con il figliuolo Enrico, cui destinava la corona dell'Impero, quelle città, che avevano più valorosamente contro di lui combattuto, rivalizzarono nell'onorarlo. I Milanesi tra gli altri nulla omisero per guadagnarsi la sua affezione, e l'imperatore dal canto suo, dopo avere sperimentata la debolezza delle comuni già sue amiche, credette di appoggiarsi sopra una lega più potente procacciandosi l'amicizia de' Milanesi, a' quali accordava perciò nuovi privilegi e permetteva di rifare la città di Crema, le di cui mura non eransi più rialzate dopo ch'egli, ventiquattr'anni prima, le aveva spianate. I Cremonesi che vi si erano opposti quando la lega lombarda dispiegava tutta la sua potenza, si offesero gravemente e diedero così aperti segni del loro malcontento verso l'imperatore per avere, mosso dalle preghiere dei Milanesi, perdonato agl'infelici Cremaschi, che Federico irritato si pose alla testa delle milizie di Milano, e, facendo marciare innanzi il Carroccio del comune, entrò nel territorio cremonese, bruciò molti castelli di quel popolo ammutinato, e lo forzò ad implorare la sua clemenza[250].
Federico era venuto in Italia per trattare il matrimonio di suo figlio Enrico con Costanza, la più prossima erede della casa normanna che regnava a Palermo. Questa principessa, figliuola postuma di Ruggiero primo re di Sicilia, quantunque in età di soli trent'anni, era zia di Guglielmo II allora regnante. Prevedevasi che questi, benchè ammogliato, non lascerebbe figli, onde lo sposo di Costanza, Enrico, sarebbe chiamato alla corona delle due Sicilie ed a quella di Lombardia. Sembrava con ciò che la casa di Svevia acquistar dovesse una preponderanza tale, cui non potrebbero resistere nè la Santa Sede, nè le città libere, nè i grandi feudatarj.
Il regno normanno, nato nel precedente secolo, aveva nel corso di due sole generazioni cambiato natura e governo. Ruggiero, primo re di Sicilia, e figliuolo del gran conte dello stesso nome, aveva steso il suo dominio non solo su tutte le province che formano oggi il regno di Napoli, ma inoltre sopra molte città d'Affrica e della Grecia. Temuto dai suoi vicini, veniva in pari tempo servito con zelo da' suoi sudditi malgrado la durezza della sua amministrazione, credendo di essere compensati dei mali che loro faceva soffrire la sua ambizione, dalla gloria delle sue armi vittoriose. I nobili de' suoi stati, parte compressi dalla severità de' castighi, parte guadagnati dai suoi favori, avevano quasi deposto il fiero ed indipendente carattere normanno. Due figliuoli degni di tanto padre, che promettevano alla famiglia accrescimento di gloria, ed un governo vigoroso alla nazione, morirono in fresca età, onde il terzo figlio Guglielmo, di cui il padre ne compiangeva l'imbecillità, si vide inaspettatamente chiamato a succedergli.
Questo principe, detto Guglielmo il cattivo, appena occupato il trono paterno, abbandonossi così ciecamente ai più indegni favoriti, che la nobiltà della corte, per salvargli la vita, dovette congiurare contro le creature del suo re. Majone, oscuro cittadino di Bari, nominato grande ammiraglio, aveva progettato di far morire Guglielmo per montar egli sul di lui trono; progetto che avrebbe avuto intera esecuzione se il pugnale de' cospiratori non veniva in soccorso del re[251]. Durante la debole e burrascosa amministrazione di Guglielmo I, e la lunga minorità di Guglielmo II, l'edificio sociale innalzato con tanta fatica dai conquistatori normanni fu quasi totalmente distrutto. Nelle province di qua dal Faro i Lombardi avevano introdotto il sistema feudale, onde quando pubblicaronsi le loro leggi i signori riebbero un'indipendenza che sarebbe stata assoluta, se la loro ambizione non gli avesse avvicinati alla corte; e le città medesime si eressero in corpi politici talvolta indocili, liberi mai. La Sicilia presentava un aspetto affatto differente. Governata lungo tempo dagli Arabi e prima dai Greci, non conosceva che le costumanze e la politica degli Orientali. Guglielmo era per quest'isola uno di quegli effeminati sultani che tosto o tardi disonorarono tutte le dinastie dell'Asia: circondato d'eunuchi, di donne, di preti corrotti, di vilissimi servi, governava il suo regno come volevano i piccoli intrighi del serraglio di Palermo. Intanto i Saraceni, ridottisi nelle montagne, occupavano ancora la maggior parte dell'interno dell'isola; essi non ubbidivano che ai loro capi, e la fede di questi verso il re era assai sospetta. Altri Saraceni più inciviliti esercitavano la mercatura nelle città, altri avevano il favore della corte e vi occupavano spesso le prime cariche; tutti gli eunuchi erano musulmani e favorivano presso al re col proprio credito i loro compatriotti. I signori cristiani possedevano nell'isola contee e baronie tanto nelle città, che sulle coste, ma questi piccoli governi rassomigliavansi molto più ai pachalicks de' Turchi, che ai feudi dell'Occidente: in ogni luogo vedevasi cadere il despotismo in dissoluzione, dando luogo ad una generale insubordinazione, senza verun principio di libertà. Pure lo storico Ugo Falcando, dietro al quale abbiamo giudicata quest'epoca, parla enfaticamente della prosperità e della pace di cui godeva la Sicilia in sul finire del regno di Guglielmo II, senza però ch'egli abbia scritta la storia di questi tempi di tanta felicità; e siccome le nazioni non passano mai rapidamente dall'estrema dissoluzione d'ogni ordine sociale a tanta prosperità e gloria, così ci dev'essere permesso di credere che lo storico abbia voluto col contrapposto di questa imaginaria felicità, dare maggior risalto alla tirannide da lui descritta sotto il regno di Guglielmo, ed a quella che prevedeva sotto il dominio de' Tedeschi. Vero è intanto e cosa assai notabile, che la Sicilia dopo essere stata tolta agli Arabi non ebbe mai più regolare governo; e che anche il brigantaggio cui trovasi oggi abbandonata è la conseguenza della sua antica anarchia, da cui non si è mai potuta interamente liberare[252].
Qualunque si fosse la debolezza e la dissoluzione del regno sul quale la casa di Svevia acquistava nuovi diritti, Federico ed i suoi successori rinunciarono, per conquistare la Sicilia, ai progetti che il primo aveva formati contro la libertà della Lombardia, e resero perciò la pace alle repubbliche. Di fatti in luogo di alimentare le discordie tra le città, come praticò fin allora, e di sostenere i più deboli contro i potenti, l'imperatore s'adoperava adesso per riunirli onde valersi delle loro forze quando riclamerebbe l'eredità di sua nuora Costanza. E siccome i suoi sforzi per conservar la pace tra le città lombarde erano sinceri, così furono sempre coronati da prospero successo. L'opera di Federico fu potentemente assecondata dalle prediche della religione e dalla profonda impressione che fece sopra tutta l'Europa un avvenimento risguardato dai cristiani come una generale calamità.
Il nuovo regno latino di Gerusalemme aveva nello spazio d'ottant'anni toccati gli estremi della forza e della debolezza. Fondato dalle più potenti armate che militassero giammai sotto lo stesso stendardo, era stato in seguito abbandonato quasi senza difesa alla gelosia ed alla vendetta degli Asiatici che lo circondavano. Talvolta poteva opporgli i formidabili ausiliari che arrivavano dall'Europa; ma ridotto non di rado alle sole sue deboli forze, non poteva riunire che pochi soldati, e questi ancora segreti nemici gli uni degli altri a cagione della diversa loro origine, snervati dal clima e dalle delizie dell'Asia, ed indisciplinati in forza di quelle stesse leggi che avevano portate dall'Europa[253]. I crociati trapiantando in Siria il sistema feudale, ne avevano conservata l'insubordinazione, e perduta l'energia. Intanto dimenticavansi in Europa i pericoli cui trovavasi esposta la santa città, quando nel 1187 si ebbe notizia che Saladino se n'era impadronito, che il re Gui di Lusignano era prigioniere, e che, tranne le città di Tripoli, di Tiro e d'Antiochia, tutta la terra santa era ricaduta in potere degli infedeli[254].
Qualunque sia la nostra opinione intorno al primo motivo delle crociate, poichè fu stabilito il regno di Gerusalemme, e che, confidando nell'appoggio degli Occidentali, tanti coloni di tutte le nazioni d'Europa erano venuti a popolare la Siria, restandovi come ostaggi e come mallevadori della volontà dei Latini di mantenere indipendente la Terra santa, l'onore, il dovere, le più assolute promesse obbligavano gli Occidentali a soccorrere i loro compatriotti, i campioni da loro stessi posti nel territorio nemico. Estrema fu perciò la costernazione cagionata dalla perdita di Gerusalemme, profonda, universale. Gregorio VIII, allora eletto papa[255], impiegò i brevi giorni del suo pontificato a predicare ai cristiani la pace fra di loro e la lega contro gl'infedeli. Spedì lettere circolari a tutti i re, a tutte le repubbliche d'Europa, pregando di deporre le private nimistà e di riunirsi per la causa di Dio, perchè, com'egli diceva, i vizj de' cristiani e le pazze loro discordie avevano loro procurato sì grande calamità e tanta vergogna[256].
Le guerre d'Italia erano allora prodotte dalle passioni dei popoli e non dagli ambiziosi calcoli de' sovrani. Un profondo e doloroso sentimento de' loro errori occupò all'istante l'animo de' cittadini, e l'entusiasmo distrusse le inquiete loro rivalità. Cremona era in guerra con Brescia, Parma con Piacenza, Milano e Pavia si disponevano a nuove battaglie: ma fu loro predicata la pace di Dio, e tutte le repubbliche l'abbracciarono. I più valorosi soldati delle armate nemiche presero la croce, e giurarono di militare assieme. Una sola città diede due mila soldati per questa santa impresa; e perchè gli uomini più caldi ed impetuosi furono i primi ad arrolarsi per la guerra sacra, la loro lontananza riuscì, non v'ha dubbio, utilissima alla tranquillità della loro patria. Due repubbliche rivali, che seppero soltanto per brevissimo tempo comprimere l'odio nazionale, s'incaricarono in ispecial modo di predicar la pace ai cristiani. Furon queste Genova e Pisa, le di cui milizie per un fortunato accidente trovandosi riunite sotto gli stendardi del giovane Corradino marchese di Monferrato, salvarono la città di Tiro nell'istante che Saladino era in procinto d'assediarla con una potente armata[257]. I Pisani sconfissero due volte la flotta musulmana, ed i Genovesi trasportarono gli ambasciatori mandati da Corrado a tutti i sovrani per implorare i loro soccorsi: e se alcuni porti di Terra santa rimasero aperti ai Cristiani, ne andarono soltanto debitori alla potente assistenza di queste due repubbliche.
Clemente III, che del 1188 succedeva a Gregorio VIII, morto dopo due mesi di papato, spedì nuovi deputati a tutti i potentati con prospero successo. I Veneziani ed il re d'Ungheria, che disputavansi la Dalmazia, fecero la pace, come ancora i re di Francia e d'Inghilterra, che ambedue promisero di andare in Oriente alla testa de' loro sudditi. Per ultimo due deputati del pontefice si presentarono alla dieta di Germania preseduta da Federico a Magonza[258], e seppero coi loro sermoni toccare in modo gli uditori, che lo stesso vecchio monarca prese la croce con suo figliuolo Federico, consacrando al servizio di Dio gli ultimi anni d'una vita lungo tempo agitata dall'ambizione, ma resa gloriosa dal suo valore e dai militari talenti.
Di fatti Federico perdette la vita nella guerra santa. Egli condusse in Asia una armata di novanta mila uomini, benchè licenziasse tutti coloro che non avevano del proprio almeno tre marche d'argento per supplire alle spese del viaggio. La sola cavalleria formava un corpo di trenta mila uomini. Aveva attraversata l'Ungheria e la Bulgaria e resi vani gl'intrighi dei Greci che non potevano vederlo senza diffidenza avanzarsi nel cuore della Romania. Nell'inverno del 1189 rimase in Grecia, ed attraversò lo stretto di Gallipoli soltanto in marzo del 1190. Soggiogò in seguito il sultano d'Iconium, che gli si era opposto, e ne bruciò la capitale; e già l'armata crociata era giunta nelle campagne dell'Armenia abitata dagli amici de' Cristiani, quando il 10 giugno Federico perì nel piccolo fiume chiamato Salef annegato, o tocco d'apoplessia a cagione della soverchia freddezza delle acque[259].
La morte di Federico fu compianta da tutte le città che pure furono lungo tempo esposte alla potente sua collera ed alla sua vendetta. I Lombardi e gli stessi Milanesi non potevano non ammirare il suo raro coraggio, la sua costanza nelle avversità, la sua generosità. L'intima convinzione della giustizia della sua causa l'aveva talvolta reso crudele fino alla ferocia contro coloro che gli resistevano; ma dopo la vittoria dissetava la sua vendetta coll'atterrare le insensibili mura; e per quanto fosse irritato contro i Tortonesi, i Cremaschi, i Milanesi, per quanto sangue spargesse finchè combatteva, non lordò il suo trionfo con odiosi supplicj. Malgrado il tradimento cui discese una sola volta a danno degli Alessandrini, in generale fu fedele manutentore della data fede; e quando l'anno dopo la pace di Costanza fu ammesso entro le loro mura dalle città che gli avevano fatta la più ostinata guerra, non dovettero porsi in guardia contro alcun suo attentato ai privilegi da lui riconosciuti. Il suo carattere meritò ancora maggior rispetto quando si potè farne confronto con quello d'Enrico VI suo figliuolo e successore.
Questo principe, siccome aveva desiderato il padre, portava già da cinque anni le corone di Germania e d'Italia. Valoroso come il padre, non ebbe i suoi grandi talenti. Fu nella guerra brutalmente feroce, perfido in pace ed impudente mancator di fede. Ugo Falcando, che scriveva nel tempo ch'Enrico sosteneva la prima volta colle armi i suoi diritti alla corona di Sicilia, dipinse gli Allemanni come la più feroce popolazione; ma senza dubbio aveva preso dal loro re i principali tratti del carattere attribuito alla nazione. «La rabbia tedesca, dic'egli, non è repressa dagli ordini della ragione, mai non piegasi a misericordia, non è sospesa dal terrore della religione. Un innato furore agita sempre questo popolo, eccitato dalla rapacità e strascinato nel delitto dalla dissolutezza[260].»
Pure l'assunzione d'Enrico al trono imperiale non influì direttamente sulla sorte delle repubbliche italiane. Trovavasi colla sposa in Germania quand'ebbe avviso della morte di Guglielmo II in Palermo[261], ed alcuni mesi dopo di quella di suo padre in Asia. Il primo non erasi determinato a maritare Costanza che per assicurare l'ordine della successione e preservare il regno da una guerra civile; onde l'aveva dichiarata sua erede, facendo che i più principali baroni de' suoi stati le giurassero fedeltà. Ma i Siciliani vedevano con orrore trasferirsi in un principe straniero la sovranità della loro isola, quando eravi un principe normanno, di non legittimi natali bensì, ma per altro illustri. Era questi Tancredi conte di Lecce, figlio d'una contessa di Lecce e di Ruggiero figliuolo primogenito del primo re di Sicilia. Il di lui matrimonio non era stato legittimato dall'approvazione paterna, nè consacrato dalla Chiesa. Pure l'unione di questo principe con una dama d'alto rango, cui era stato fedele fino alla morte, non sembrava tale agli occhi de' Siciliani, che dovesse degradare il figliuolo e privarlo della sua eredità. Tancredi fu quindi chiamato a Palermo in principio del 1190 dalla nobiltà dei due regni e proclamato re[262].
Il primo pensiere d'Enrico dovette essere quello di riconquistare un regno che gli veniva tolto nell'istante in cui verificavasi il suo diritto alla successione. Per ricuperare l'eredità della sposa chiese ajuto alle repubbliche italiane e specialmente alle marittime. Ci furono conservate le parole stesse da lui dirette ai Genovesi quando pochi anni dopo bramava averli sussidiarj in una seconda spedizione: egli non faceva che ripetere le prime offerte. «Se dopo Dio, col vostro ajuto io posso ricuperare il mio regno di Sicilia, l'onore sarà mio, ma tutto vostro il profitto. Difatti io non devo soggiornarvi coi miei Tedeschi, ma vi soggiornerete voi ed i vostri discendenti, ed il regno per ogni rispetto sarà piuttosto vostro che mio[263].» Oltre i privilegi e le esenzioni più vantaggiose in tutti i porti, aveva loro promessa la città di Siracusa con tutte le sue dipendenze e duecento cinquanta feudi di cavaliere in val di Noto, per guarentia delle quali promesse aveva fatto spedire in loro favore un atto autenticato col suo suggello[264]. Tanto i Genovesi che i Pisani, allestito avendo una ragguardevole flotta in soccorso di Enrico, andarono in traccia di quella di Tancredi a Castelmare di Sicilia, poi all'isola d'Ischia per attaccarla. Ma in pari tempo l'imperatore medesimo, dopo qualche effimero avvantaggio, vide la sua armata distrutta dalle malattie; onde fu costretto di ritirarsi precipitosamente, perdendo l'imperatrice, rimasta prigioniera de' suoi nemici[265]. Dopo la ritirata d'Enrico le flotte repubblicane, non credendosi più sicure in quei mari, furono costrette di abbandonarli.
Scoraggiato Enrico da queste disavventure, e forse sorpreso dalla generosità di Tancredi, che senza taglia e senza condizioni gli aveva rimandata la sposa[266], non avrebbe probabilmente ricominciate così presto le ostilità: ma parve che a quest'epoca una generale sentenza di morte fosse pronunciata contro tutti i sovrani d'Italia. Il figlio primogenito di Tancredi, che il padre aveva già associato alla corona per assicurargli la successione, fu la prima vittima; e ben tosto gli tenne dietro il padre nel 1194, morto di dolore per la perdita del figlio[267]. Dopo tali avvenimenti, quantunque non incontrasse più ostacolo nell'occupare il regno di Sicilia, Enrico trattò le città sottomesse con quella severità che appena sarebbesi usata verso città conquistate colla vittoria. Egli spogliò la Sicilia de' suoi tesori che mandò in Germania, e con insolita crudeltà si rese odioso non solo ai sudditi, ma perfino alla propria sposa Costanza, che, ultima erede del sangue normanno di Sicilia, risguardava come proprie le sventure de' suoi compatriotti; onde fu comune opinione che, per metter fine a tanti furori, cospirasse contro al marito[268]. E perchè i suoi alleati non fossero meglio trattati de' suoi sudditi e de' suoi parenti, mancò a tutte le promesse fatte ai Genovesi, annullando tutti i privilegi di cui godevano nei porti del regno di Napoli. Nè di ciò contento, volle pur rendersi esoso agl'Italiani durante il breve soggiorno che fece due volte nel loro paese[269]; se non che nella seconda sua spedizione morì inaspettatamente nell'assedio d'un castello ribellatosi contro di lui[270]. Morì pure tre anni dopo papa Celestino III che, durante il suo regno di sett'anni, ebbe con Enrico diverse contese[271]. Anche Costanza, che dopo la morte del marito aveva prese le redini del regno, lo raggiunse un anno dopo nel sepolcro, lasciando unico erede delle case di Svevia e di Sicilia un fanciullo di quattr'anni già incoronato sotto nome di Federico II, ma sprovveduto d'amici e circondato di rivali[272].
Una sola guerra di qualche importanza disturbò l'alta Lombardia durante il regno d'Enrico VI, e fu quella delle repubbliche di Brescia e di Cremona. Avevano i Bresciani accordata la loro protezione a molti conti del territorio di Bergamo e con un trattato fatto del 1191 avevano riunito al territorio di Brescia i castelli di Merlo, Calepio e Sarnico. I Bergamaschi spedirono deputati ai Cremonesi loro alleati partecipando loro la ricevuta ingiuria, ed in pari tempo ricordando a' medesimi che ancor eglino quand'ebbero a dolersi de' Bresciani rispetto al corso ed alla navigazione dell'Oglio, non ottennero giustizia da questa repubblica; e perciò gli eccitavano a prendere le armi contro l'ambiziosa città. Prima però di dichiarar la guerra, cercarono di rendersi più forti con nuove alleanze, e mandarono deputati alle città che potevano prender parte al loro malcontento, procurando di guadagnarle sia con eloquenti lagnanze, ora offrendo soccorsi ai principali magistrati. Con tali mezzi ottennero di unire alla loro lega Pavia, Lodi, Como, Parma, Ferrara, Regio, Bologna, Mantova, Verona, Piacenza e Modena. I primi ad aprire la campagna furono i Bergamaschi, assediando in sul cominciar di luglio i castelli di Telgato e di Paulusco. I Cremonesi avanzaronsi pochi giorni dopo con tutti i confederati, e dopo avere il 7 luglio gettato un ponte sull'Oglio, entrarono col Carroccio nel territorio bresciano. Un valoroso capitano bresciano, Biatta di Palazzo, comandava la guarnigione, composta di pochi ma bravi soldati, del castello di Rudiano posto lungo la strada dell'armata nemica. I Milanesi soli alleati di Brescia avevano fatte avanzare le loro truppe fino alle rive del Serio.
I Bresciani avanti l'arrivo dei loro alleati vollero impedire il devastamento del loro territorio, e sortirono contro ai nemici caricandoli vigorosamente. Il loro urto fu ricevuto con intrepidezza almeno uguale, onde i Bresciani sopraffatti dalla superiorità del numero, e non vedendo arrivare il promesso soccorso de' Milanesi, incominciavano a perdere coraggio, quando Biatta di Palazzo, sortendo dal castello di Rudiano colla sua poca truppa, le fece gridare ad alta voce: le nostre spie ci hanno ben serviti, tutto si avverò, viva la milizia di Rudiano! Prima dell'invenzione della presente romorosa artiglieria, e quando i soldati battevansi corpo a corpo, i gridi d'un'armata non erano senza effetto sull'armata nemica. I Bresciani, incoraggiati da questo inaspettato soccorso, ripreser fiato; i Cremonesi si credettero traditi, ed in quel primo momento di confusione, caricati avanti ed alle spalle, furono agevolmente sgominati e posti in piena ritirata[273]. I fuggitivi affollandosi sul ponte volante, fatto il precedente giorno, lo fecero crollare col loro peso e cadere nell'Oglio, ove s'affogarono tutti coloro che l'occupavano allorchè cadde. Questo funesto accidente accrebbe il terrore dell'armata in modo, che i soldati, malgrado il peso dell'armatura, gettavansi nel fiume per attraversarlo a nuoto, ma vi rimasero tutti affogati nella melma, o via trasportati dalla violenza della corrente; mentre perivano sotto le spade nemiche gli altri che non si esposero al pericolo del fiume[274]. Pochi salvaronsi di così bella armata, che si credette aver perduti dieci mila uomini. Questa battaglia, ed il luogo in cui si fece si chiamarono negli annali lombardi mala morte. Gli effetti di tale disfatta non influirono per altro sulla sorte dei vinti come poteva temersi, perchè Enrico VI, ritornando allora dalla sua prima impresa della Puglia, volle che le città nemiche si rappacificassero, e si rilasciassero vicendevolmente i prigionieri.
A questa guerra, ed all'altra che si fecero con quasi ugual furore Parma e Piacenza[275], tennero dietro alcune mal conosciute liti fra i Comuni ed i gentiluomini del distretto, ma che forse ebbero più importanti conseguenze, perchè furono cagione di fare successivamente cadere tutte le repubbliche dell'Italia settentrionale, per un tempo più o meno lungo, sotto il giogo di alcuni signori che crudelmente abusarono dell'usurpato potere. Dobbiamo perciò risalire all'origine di questi usurpi nella provincia della Marca trivigiana o veneziana, di dove il contagio parve che si diffondesse ancora nelle altre.
Questa provincia è in parte montuosa, e nei secoli di mezzo l'ingrandimento o il decadimento della nobiltà parve cagionata dalla natura del paese in cui abitava. I gentiluomini trovavansi dovunque esposti ugualmente alla gelosia delle città, ma quelli che abitavano nella parte piana, non potendo giovarsi della natura del suolo per fortificarsi, furono forzati di sottomettersi più presto alle repubbliche, domandando il diritto di cittadinanza, e formando una classe separata, è vero, ma però di cittadini. Altronde quelli che trovavansi nelle montagne, essendo lontani dalle repubbliche, divisero i loro interessi dagli altri che vivevano nelle città, e si disposero a mantenere indipendenti i piccoli loro principati. Alcuni sopravvissero agli ultimi comuni liberi, come i Malaspina che conservarono in Lunigiana la loro sovranità fino agli ultimi anni del decorso secolo, e come i feudi imperiali nelle alpi liguri che furono anche più tardi proprietà d'una nobiltà immediata, rimasta indipendente[276]. Nello stesso modo i gentiluomini degli Appennini chiudevano le repubbliche toscane entro una linea di piccoli principati, che Fiorenza soggiogò soltanto poichè giunta fu al suo maggior grado di potenza. Ma nella Marca trivigiana i Monti euganei e le basi delle Alpi, prolungandosi in mezzo alle fertili pianure ed alle più floride città, presentavano montagnuole rese forti dalla natura, che i nobili non tardarono a coprire di castelli e di ridotti fortissimi. Colà mantenendosi in tutto il loro splendore, e resi potenti dal numero de' vassalli e dalle accumulate ricchezze, conservarono tra le repubbliche della Marca un'influenza che non avevano i nobili d'altri paesi, e si appropriarono il godimento e l'elezione di tutte le magistrature, non lasciando tempo al popolo di misurare le proprie forze e di scuotere il giogo.
Non perchè fossero vinti e sottomessi agli ordini delle repubbliche, ma solo per approfittare de' servigi de' loro subalterni, e per aprire alla loro ambizione una più vasta carriera, i nobili vennero a stabilirsi nelle città della Venezia. Perciò fissandovi la loro dimora non vollero esporsi alle tumultuose passioni di un popolo incostante, e fabbricandosi case in seno alle città diedero loro, se non la forma, la solidità delle fortezze. Grosse mura porte e barricate di ferro, aperture assai più appropriate alla difesa che al comodo assicuravano al nobile nella propria casa un'assoluta indipendenza in mezzo ad una città nemica. E quand'ancora queste prime difese venivano superate, una torre quadrata, formata di enormi masse di pietra, offriva in ogni casa nobile un impenetrabile asilo, che non poteva forzarsi senza un lungo assedio; poichè sull'alto della torre conservavansi abbondanti provvisioni, e le armi necessarie alla difesa[277][278].
La potenza de' gentiluomini in tutte le repubbliche della Marca non avrebbe crollato giammai, se fossero rimasti uniti; ma l'assoluta indipendenza di cui godevano, incoraggiando ognuno ad appagare tutte le passioni, fece nascere fra di loro le più sanguinose liti. Fin verso la metà del XII secolo niuno storico si prese cura di tramandare alle posterità gli avvenimenti di quella contrada; ma dopo tale epoca molti sono gli scrittori che ci lasciarono d'ogni cosa racconti minutamente circostanziati. Sappiamo da questi che alla morte d'Enrico VI tenevansi vive in ogni città le antiche fazioni, e che, se in alcune repubbliche regnava la pace, ciò dovevasi alle pattuite divisioni delle pubbliche funzioni e di tutte le dignità dello stato tra le famiglie rivali.
Quasi tutte le repubbliche Italiane avevano abolita la magistratura consolare per rimpiazzarla con quella dei podestà, quali avevali istituiti Federico Barbarossa. Ogni città chiamava per un determinato tempo un capo straniero, gentiluomo e militare, che seco conduceva arcieri e soldati, ed era depositario non meno del potere giudiziario, che della forza pubblica cui rivolgeva, a seconda del bisogno, contro gl'interni nemici dell'ordine, e contro quelli dello stato.
Benchè la plebe avesse una parte più immediata nell'elezione de' consoli che in quella dei podestà, approvò questa innovazione, e la trovò utile, perchè non richiedevasi meno d'una forza militare per metter freno alle turbolenti fazioni de' nobili.
Quando il podestà veniva informato di qualche pubblico delitto, faceva appendere alle finestre del palazzo il gonfalone di giustizia; e facendo colle trombette avvisare tutti i cittadini di prendere le armi, usciva egli stesso a cavallo dalla sua residenza, circondato dalle sue guardie e seguito dal popolo. La casa del colpevole era all'istante assediata, e venuta in mano della forza pubblica si spianava fino alle fondamenta. In questa esecuzione, quantunque talora si punissero i colpevoli coll'ultimo supplicio, non conservavansi altrimenti le forme del foro, nè si aveva verun riguardo alla libertà d'una ben ordinata repubblica. In mezzo ad uomini indipendenti e quasi sempre in guerra gli uni contro gli altri, lo stesso capo dello stato moveva guerra ai cittadini ribelli, e coll'apparato della sedizione intratteneva nella repubblica una tal quale subordinazione. Ognuno ripromettevasi la sua libertà dalla propria energia e non chiedeva al governo che la repressione d'un grandissimo disordine.
Non erasi ancora supposto che un podestà potesse usurparsi il supremo potere, e perciò non si era cercato che di porsi in guardia contro la loro parzialità. Per prevenirla, ogni repubblica della Marca trivigiana aveva divisa l'elezione tra i due partiti che dominavano in ogni città. A Vicenza la nobiltà formava due fazioni, i conti di Vicenza, ed i signori del Vivario. Ogni fazione nominava il suo commissario, ed i due commissarj riuniti eleggevano ogni anno il podestà. A Verona le due famiglie di Montecchio, o Monticulo, e di S. Bonifazio, seguite dal rimanente della nobiltà, eransi ugualmente diviso il diritto d'eleggere il podestà[279]. Altrettanto facevano in Ferrara le fazioni dei Salinguerra e degli Adelardi equilibrate coll'attributo della stessa prerogativa.
Non era supponibile che questa divisione di potere elettivo permettesse lunga pace a repubbliche male ordinate che contavano tra i loro cittadini i nobili, sovrani nei proprj castelli e quasi di forze uguali allo stato di cui erano membri, ed avvezzi a sbramare con aperto disprezzo dell'ordine pubblico tutte le loro passioni. Prima che terminasse il XII secolo la violenza d'alcuni gentiluomini risvegliò la sopita animosità delle fazioni, e riaccese la guerra in tutta la Venezia.
Sotto il regno di Corrado II un gentiluomo tedesco, chiamato Ezzelino, aveva accompagnato quest'imperatore in Italia con un solo cavallo, ed in ricompensa di questi servigi aveva da lui ricevuta la terra d'Onara e di Romano nella Marca trivigiana[280]. A questo primo fondatore d'una potente casa, resa famosa dai delitti, era succeduto un Alberico, ed in seguito un Ezzelino che pure porta il nome del primo, e viene soprannominato il balbo. Avevano questi signori accresciuto assai il patrimonio della loro casa coll'acquisto di Bassano, di Marostica, e di altre terre poste al nord di Vicenza e di Padova, in guisa che il loro feudo formava già un piccolo principato, non inferiore di forze alle repubbliche confinanti; e siccome le interne fazioni delle città ambivano l'alleanza delle fazioni imperiali, i signori da Romano erano omai risguardati in tutta la Venezia quai capi del partito ghibellino.
Ezzelino il balbo e Tisolino di Campo Sampiero, il primo nobile vicentino, padovano l'altro, erano congiunti d'amicizia e di alleanza, avendo il secondo sposata una figlia d'Ezzelino, da cui aveva avuto più figli, de' quali alcuni erano già usciti di fanciullezza. Accadde che al primogenito di costoro si offrisse in matrimonio l'erede d'una potente famiglia padovana chiamata Cecilia, che Manfredi, ricco signore d'Abano, aveva, morendo, lasciata orfana. Tisolino volle, prima di conchiudere tali nozze, avere l'assenso dell'amico e del suocero Ezzelino; il quale trovando che questo accasamento utilissimo sarebbe al proprio figliuolo Ezzelino II, senza lasciar travedere il suo pensamento al genero, si addirizzò segretamente ai tutori della donzella, che vinti dall'oro, rotta ogni trattativa con Tisolino, l'accordarono al signore da Romano; il quale la fece onorevolmente tradurre nel suo castello di Bassano e la maritò al figliuolo.
Questo tradimento eccitò la più viva indignazione nella famiglia di Campo Sampiero, che giurò di farne vendetta, nè dovette lungo tempo aspettarne l'opportunità. Alcuni mesi dopo il suo matrimonio, la sposa d'Ezzelino recavasi a vedere i suoi poderi nello stato di Padova oltre la Brenta con un accompagnamento più magnifico che forte. Gherardo figliuolo di Tisolino che doveva essere suo sposo e che invece era diventato suo nipote, postosi in agguato presso al castello di s. Andrea, la tolse alle sue genti e la disonorò. Cecilia, tornata a Bassano, non celò al marito la sua sventura; perchè ripudiata, passò in seguito a seconde nozze con un nobile veneziano[281]. Ma le due famiglie, irritate dai vicendevoli insulti, giuraronsi un odio che si propagò di padre in figlio e che non s'estinse che col sangue.
Erasi intanto accresciuta la potenza d'Ezzelino II e per questo matrimonio e per l'altro contratto dopo il divorzio. Alleato delle repubbliche di Verona e di Padova, ebbe in breve bisogno dei loro soccorsi; perciocchè essendo stato del 1194 nominato podestà di Vicenza uno de' suoi nemici, questi lo fece esiliare con tutta la sua famiglia e tutti i suoi partigiani indicati col nome di Vivario. Prima d'assoggettarsi a tale sentenza, cercò di difendersi incendiando le più vicine case; e gran parte della città fu in questo ammutinamento consunta dalle fiamme. Tali furono le prime scene di disordine e di sangue ch'ebbe sotto gli occhi appena nato il figlio del signore di Romano, il feroce Ezzelino[282].
Non era per i signori da Romano troppo grave punizione l'esiglio da Vicenza. Ritiratisi a Bassano in mezzo ai loro sudditi, si circondavano dei loro partigiani ugualmente perseguitati, ma sprovveduti delle loro risorse; e perciò costretti, approfittando delle beneficenze di così potente famiglia, di rendersi, di uguali che erano, loro mercenarj. L'esiglio non poteva durar sempre, e le disgrazie non meno che le prosperità accrescevano il credito dei Romano presso la repubblica. I Veronesi interpostisi per rimettere la pace in Vicenza, ottennero il richiamo dei signori di Romano e de' suoi aderenti, ed autorizzarono le due fazioni a nominare un podestà[283]. Così strana divisione dell'autorità giudiziaria affidata a passioni nemiche, non era senza esempio, e, ciò che più è notabile, praticato con felice successo pel mantenimento della pace: senza dubbio per la ragione medesima, che due armate nemiche comandate da esperti capitani possono stare a fronte lungo tempo senza combattersi.
Del 1197 i Vicentini elessero ancora un podestà contrario alla fazione Ezzelina; ed allora non solo la comune esiliò un'altra volta questo capo di parte, ma gli dichiarò guerra e mandò le sue milizie ad assediare Marostica[284]. I signori di Romano, situati tra il territorio di tre repubbliche, erano in libertà di allearsi con quella che credessero più utile ai loro interessi. Ezzelino impegnò ai Padovani per una considerabile somma la terra d'Onara posta nella loro diocesi, e stipulò con loro un atto di alleanza offensiva e difensiva, in virtù della quale i suoi nuovi alleati attaccarono i Vicentini innanzi a Carmignano e fecero loro due mila prigionieri[285]. Ciò accadde nel 1198, onde i Vicentini, chiamati i Veronesi in loro soccorso, avanzaronsi uniti nella campagna padovana per guastarla, spingendo le loro avanguardie fin sotto le mura di Padova, a segno che si videro volare sulla città le scintille degli incendj delle vicine case. Di che spaventati i Padovani, rilasciarono tutti i prigionieri, senza il consenso d'Ezzelino, ed ebbero a tale condizione la pace. Ma questi approfittò di tale pretesto per separarsi dalla cadente loro fortuna. Offerse ai Vicentini di porsi per le loro contese in arbitrio de' Veronesi; e diede loro in ostaggio suo figlio, ed i più forti castelli Bassano ed Angarani: colla quale assoluta confidenza si conciliò in modo l'affetto loro, che al podestà di Verona riuscì facile l'ottenergli la pace dalla repubblica di Vicenza e da tutta la fazione guelfa, facendogli restituire i castelli ed il figliuolo. I Padovani non tardarono a punirlo dell'essersi riconciliato coi loro nemici, e confiscarono a loro profitto la terra d'Onara di cui trovavansi in possesso, e che altra volta aveva dato il suo nome alla casa da Romano[286].
Mentre l'innalzamento d'una famiglia che doveva dominare tutto il partito ghibellino, dava motivo a frequenti guerre nell'alta Venezia, al mezzogiorno di questa provincia la crescente potenza d'un'altra casa, posta alla testa de' Guelfi, veniva accompagnata da sommosse e da civili discordie. Fra i territorj di Padova, di Ferrara, di Verona e di Vicenza possedeva il marchese d'Este le borgate d'Este, Montagnana, Badia, ed il Polesine di Rovigo. Alcune sono poste sopra colline isolate che soprastanno alle ricche pianure della Venezia, ed il Polesine è difeso dal corso di due gran fiumi, l'Adige ed il Po. Il marchese d'Este erasi giovato della vantaggiosa situazione delle sue terre per conservarsi indipendente in mezzo alle potenti repubbliche che lo circondavano; erasi inoltre guadagnato l'amore de' suoi vassalli con un giusto e moderato governo; ed aveva loro permesso di partecipare del favore d'un'amministrazione repubblicana, eleggendosi i loro consoli[287]. La casa d'Este alleata di quella de' Guelfi duchi di Baviera e Sassonia, poi di Brunswik, sempre rivale della casa di Svevia, aveva già dato prove del suo attaccamento alla causa dei papi in occasione delle vertenze loro con Federico Barbarossa, quand'ella fu impensatamente chiamata all'eredità d'un altro capo dello stesso partito.
Guglielmo Marchesella degli Adelardi capo della parte guelfa in Ferrara, quello stesso che abbiamo veduto salvare Ancona, poco dopo questa gloriosa impresa, ebbe la sventura di vedere successivamente perire gli ultimi eredi maschi di sua famiglia, suo fratello con tutti i suoi figliuoli. Di questo fratello sopravvivea però una fanciulla in ancor tenera età chiamata Marchesella: egli lasciolla erede di tutti i suoi averi, sostituendole, in caso che morisse senza prole, i figliuoli di sua sorella. Credette poscia che le sventure di sua famiglia potrebbero consolidare almeno la pace della patria, riavvicinando con istretti vincoli i capi delle contrarie parti. Salinguerra, figliuolo di Torrello, era allora capo dei Ghibellini di Ferrara; e Guglielmo non contento di destinargli sposa sua nipote, allora in età di sette anni, la pose nelle sue mani, lasciando allo sposo la cura della di lei educazione; poi spirò[288]. Ma i Guelfi non acconsentirono che l'unico rampollo d'un sangue loro tanto caro si dasse in balìa ad una famiglia nemica: nè sapendo risolversi ad affezionarsi a coloro, contro i quali eransi lungo tempo battuti, trovaron modo di rapire all'improvviso Marchesella dalla casa de' Salinguerra, e di condurla in quella dei marchesi d'Este, offrendola in isposa ad Obizzo d'Este, cui diedero anticipatamente il possesso dei beni di Adelardo. Allora fu che la famiglia estense si stabilì in Ferrara e che accettò la prima volta i diritti di cittadinanza in un comune: ma il favore de' Guelfi di Ferrara giovò assai più alla sua grandezza, che la passata indipendenza. Dopo tal epoca la casa d'Este fu così universalmente riconosciuta capo della parte guelfa, che in tutta la Venezia si chiamò fazione del marchese.
L'interesse particolare taceva in faccia allo spirito di partito. Marchesella morì avanti che si effettuasse il suo matrimonio, ma non pertanto i nipoti di Guglielmo, che le erano stati sostituiti, non riclamarono l'eredità di Adelardo per timore che, spogliando la casa d'Este di tanta parte delle sue ricchezze, non s'allontanassero da Ferrara con gravissimo pregiudizio della parte guelfa. Dall'altro canto i Salinguerra avevano vivamente sentita l'ingiuria loro fatta; e dal 1180 in cui fu loro tolta la giovanetta sposa, fino al 1220, mantennero viva la guerra civile entro le mura di Ferrara. Dieci volte in tale periodo di tempo una parte cacciò l'altra di città, dieci volte le proprietà dei vinti furono preda dei vincitori e le case distrutte fino ai fondamenti[289].
Mentre la libertà delle repubbliche della Venezia, o Marca trivigiana, veniva così crudelmente compromessa dalle torbide passioni dei loro gentiluomini, ed il loro governo declinava in oligarchia irregolare, le repubbliche transpadane di Bologna, Modena, Reggio, Parma e Piacenza consolidavano ogni giorno più la loro indipendenza ed acquistavano una assoluta superiorità sulla nobiltà castellana del loro territorio. Negli annali di Reggio, che di quest'epoca sono più circostanziati di quelli delle altre città, trovasi ogni anno accennato alcun trattato fra qualche gentiluomo ed il podestà, con cui sottomettonsi castelli alla repubblica[290]. Il gentiluomo obbligavasi con simile atto a consegnare la sua terra alla città di Reggio, a vivere almeno due mesi in città, adempiendo a tutti i doveri di cittadino, sia coll'ubbidire ai magistrati della repubblica, che contribuendo con tutte le forze alla difesa delle persone, dei diritti e delle proprietà de' suoi nuovi concittadini. Gli annali di Bologna contengono un ancora maggior numero di somiglianti sommissioni, ed oramai queste repubbliche non avevano più nel proprio territorio gentiluomini da loro indipendenti. I loro stati confinavano tutti con quelli di altre repubbliche, ed i nobili associati alla sorte loro, invece d'esser rivali, formavano un nuovo ordine di cittadini. Vero è che quest'ordine addossandosi le prerogative onerose a tutta la nazione, eccitava già la gelosia del popolo. I Bolognesi avevano nel 1192 nominato il proprio vescovo Gerardo de' Scannabecchi in pretore ossia podestà, il quale prelato li governò nel corso di un anno con tanta saviezza e moderazione, che tutte le parti ne rimasero egualmente soddisfatte[291]. Il susseguente anno fu perciò riconfermato nell'impiego; del che i nobili non tardarono a dolersene, dicendo che i soli plebei erano da lui favoriti, e che, per poco che ancora durasse il suo governo, l'autorità dei gentiluomini riducevasi a nulla[292]. Prese perciò le armi, lo cacciarono fuori della città, nominando in sua vece due consoli. Questo primo segno della loro gelosia, questa prima chiamata alla decisione delle armi sui diritti dei due ordini rivali poteva essere per i nobili, che non erano i più forti, di troppo pericoloso esempio. Poteva il popolo a vicenda riacquistare coi mezzi medesimi quell'influenza che di presente gli si toglieva, poteva cacciare i nobili stessi dalla città; ed infatti quest'esempio fu cagione che in un'altra repubblica si facesse ciò che i Bolognesi potevano fare.
Il governo di Brescia era tutt'affatto nelle mani dei nobili, che avevano successivamente strascinato il comune in varie guerre contro le vicine città di Cremona e di Bergamo. Istigati dai Milanesi, questi nobili vollero di nuovo, l'anno 1200, fargli prendere le armi contro i Bergamaschi; ma il popolo, spossato da frequenti guerre, si rifiutò di assecondare i loro ambiziosi pensieri senza suo profitto, ed invece prese le armi per cacciare dalla città coloro che volevano costringerli a servire; e dopo un sanguinoso combattimento, dato in mezzo alle strade, gli obbligarono a fuggire. Rifugiatisi nel territorio cremonese i gentiluomini bresciani formarono tra di loro una compagnia militare, cui diedero il nome di società di san Fausto. I plebei dal canto loro formarono pure una compagnia chiamata Bruzella[293]: il qual nome di Bruzella o Brighella si conservò fino a' dì nostri, ed un plebeo bresciano insolente coraggioso e furbo è pure una delle mascare del teatro italiano. I nobili si collegarono colle città di Cremona, Bergamo e Mantova, già da molto tempo nemiche della loro patria. D'altra parte il popolo si unì ai Veronesi, e si continuò la guerra tra loro con estremo accanimento. Anche in Padova ebbe luogo lo stesso anno una quasi simile rivoluzione, di cui la cronaca di quella città non ci dà che la seguente notizia. «L'anno 1200, vi si dice, i plebei tolsero ai magistrati l'amministrazione della città e presero essi soli le redini del governo[294].» E per tal modo le rivoluzioni dell'ultimo anno del secolo XII parvero presagire quelle che nel corso di tutto il secolo XIII sconvolsero l'Italia.