CAPITOLO XIII.
Pontificato di Innocenzo III. — Stabilimento del potere temporale della Chiesa. — Abbassamento della fazione ghibellina.
1197 = 1216.
La quasi simultanea morte di tutti i sovrani d'Italia lasciò nel dodicesimo secolo libero corso all'ambizione di uno de' loro successori, il pontefice Innocenzo III. Questo papa fu uno de' fondatori della temporale monarchia della Chiesa; monarchia quattro volte ristabilita dai pontefici, perchè quattro volte, malgrado l'appoggio delle opinioni religiose, i papi lasciaronsi spogliare da quello stesso poter militare ch'essi avevano istituito per propria difesa. I papi sollevati a tanta potenza da Carlo Magno e dai suoi successori, furono chiamati nell'undecimo, tredicesimo e sedicesimo secolo a nuova tenzone per ricuperare la perduta dominazione: Gregorio VII, Innocenzo III e Giulio II, sono gli uomini che in queste tre diverse epoche riconquistarono l'autorità temporale e diedero uno stato alla Chiesa. Lo stabilimento d'una potenza di primo ordine, che spesso cercò l'alleanza delle città libere, che talvolta le oppresse e che sempre s'immischiò in tutte le loro rivoluzioni, deve formare una parte essenziale della storia delle repubbliche italiane.
Tra i papi e gl'imperatori doveva mantenersi una costante opposizione, necessaria conseguenza del supremo rango di questi due capi del cristianesimo, delle loro prerogative, delle pretensioni loro. Potevano ben segnare fra di loro alcune tregue, ma sincera pace non mai, finchè i papi non rinunciavano al dominio su tutti i troni della terra, finchè gl'imperatori non si spogliavano de' più importanti diritti. Quando la lite rimaneva sopita, non era tale tranquillità che l'effetto della soverchia preponderanza che un partito acquistava sull'altro; l'equilibrio riapriva sempre la guerra.
Dopo la pace di Costanza il partito imperiale aveva ricuperata in Italia grandissima preponderanza. Alla potenza ed alla gloria di Federico I aggiungevasi il matrimonio di suo figlio coll'erede di Napoli, che privava il pontefice d'un antico e fedele alleato, ed accresceva le forze del suo avversario. Lo stato ecclesiastico circondato e diviso dalle possessioni del monarca trovavasi debole ed incapace di resistergli, per cui i papi da Lucio III fino a Celestino III trovaronsi sforzati di coprire con apparente moderazione la debolezza e dipendenza loro. L'ultimo specialmente dovette opporsi agli attacchi d'Enrico VI, che parevano compromettere la sua esistenza; e per quanto fosse grande l'importanza della disputa ch'egli ebbe con questo monarca, non ardì mai di far causa comune coi suoi nemici, o d'impiegare contro di lui le armi spirituali, di cui i suoi predecessori avevano fatto così frequente abuso[295]. Intanto Enrico aveva in ogni maniera ristretti i limiti, o, a meglio dire, le pretensioni del papa. Dopo le investiture accordate ai Normanni, la santa sede veniva considerata come abituale sovrana del regno di Napoli; ma a fronte di ciò, Enrico, per impadronirsi di quel regno, non erasi giovato che del suo diritto ereditario, senza curarsi dell'assenso del papa. Egli aveva continuato a godere i beni della contessa Matilde malgrado le rimostranze della santa sede, e gli aveva accordati in feudo ai suoi parenti, o ai suoi generali; aveva richiamati in vigore gli antichi diritti dell'Impero sulle province vicine a Roma, il ducato di Spoleti, la Marca d'Ancona e la Romagna; e non erasi fatto carico della pretesa sovranità de' papi su queste province; finalmente aveva perfino entro la stessa Roma doppiamente ristretta l'autorità ecclesiastica e coi poteri ch'egli erasi riservati e con quelli che accordati aveva alle istanze del governo repubblicano.
Enrico VI e Celestino III morirono l'anno 1197, e la loro morte cambiò sì fattamente i rapporti e le proporzioni delle forze dei due partiti, che il pontefice ebbe la volta sua per ispogliare di alcuni diritti l'autorità reale senza incontrare resistenza e senza che i suoi avversarj riclamassero contro la sua ambizione. Immediatamente dopo la morte di Celestino, Innocenzo III, nobile romano, conte di Signa, fu nella fresca età di trentasett'anni nominato papa. Egli portava sulla santa sede una profonda conoscenza degl'interessi della sua patria e di quelli della Chiesa, il coraggio e l'ambizione d'un giovane gentiluomo, e la fama di santità e di sapere che gli avevano procacciato la regolarità dei costumi ed alcune opere a que' tempi assai pregiate[296]. Dall'altro canto Federico II, il successore d'Enrico, era ancora fanciullo di due anni, la di cui madre Costanza in quell'anno che sopravvisse al marito, erasi data al partito del papa per averne il suo appoggio; divideva co' suoi sudditi l'odio concepito contro i Tedeschi ministri della tirannide del marito, ed aveva dichiarato nemico del suo regno il generale Marcovaldo allora duca di Ravenna e marchese d'Ancona. Poi quando venne a morte, scelse Innocenzo III per tutore del figliuolo e per amministratore del suo regno; e come potesse temere che il papa si rifiutasse a tale ufficio, gli assegnava un canone per allettarlo ad incaricarsene.
Enrico VI aveva prima di morire ottenuto dai principi di Germania l'elezione del figliuolo Federico I in re dei Romani, onde assicurargli con tale atto la successione all'Impero; pure, morto Enrico, niuno si prese cura dei diritti che poteva aver acquistati all'Impero questo fanciullo; e la corona non fu contrastata che tra due pretendenti, Filippo, duca di Svevia, il maggiore de' fratelli d'Enrico VI, ed Ottone allora duca d'Aquitania, figliuolo d'Enrico il leone, già duca di Baviera e Sassonia[297]. Filippo Augusto, re di Francia, si dichiarò a favore del primo; e Riccardo cuor di leone, re d'Inghilterra, per l'altro; ed amendue sostennero il loro protetto con tutti i loro tesori e tutte le loro forze, sicchè l'uno e l'altro furono dichiarati imperatori dal proprio partito; Filippo di Svevia dal ghibellino, ed Ottone dal guelfo; ciò che accrebbe a dismisura l'animosità delle due parti; le quali riputando legittima l'elezione dei proprio capo, presero a difenderla con lunghe e sanguinose guerre, che tutte occuparono le forze della Germania. Finchè queste durarono, i diritti degl'imperatori in Italia non ebbero chi li difendesse.
Innocenzo non tardò a conoscere i vantaggi della presente sua situazione, e tutto si ripromise dal suo coraggio in così favorevoli circostanze.
Le prime sue cure furono rivolte all'interna amministrazione di Roma: sotto il pontificato di Celestino III, l'autorità del senato era stata dai papi definitivamente riconosciuta e fissatane la costituzione con un atto da noi altrove indicato[298]; ma i Romani non ebbero appena ottenuto il privilegio per cui avevano tanto tempo combattuto, che se ne mostrarono disgustati, e vollero dopo un anno imitare ciò che vedevano praticarsi dalle altre città: soppressero allora l'autorità nazionale del loro nuovo consiglio, per surrogargli un magistrato straniero e militare, che sapesse con maggior vigore frenare le sediziose passioni de' nobili: diedero a questo magistrato il titolo di senatore; e lo collocarono nel palazzo medesimo che occupava il senato in Campidoglio, attribuendogli tutti i poteri del soppresso corpo[299]. Benedetto Carissimo fu il primo senatore di Roma, cui succedette Giovanni Capoccio; e ne' quattro anni della loro amministrazione, i Romani s'impadronirono della città di Tusculano, lungo tempo oggetto della loro gelosia, e la distrussero interamente[300]; sottomisero tutta la campagna marittima e tutta la Sabina, e costrinsero le piccole città di queste due province a ricevere i giudici ed i podestà dalle loro mani. Ma quando fu creato papa Innocenzo, il popolo incominciava ad essere geloso dell'autorità sovrana esercitata sopra di lui da un magistrato straniero, ed aveva chiesta al nuovo pontefice una distribuzione di danaro. Era questa come prezzo del giuramento d'ubbidienza a san Pietro, che il popolo era contento di dare in occasione di una nuova elezione. Innocenzo accondiscese alla domanda, ma rese il giuramento più obbligatorio di quello che si usava in uguale circostanza, ed approfittando della momentanea avidità de' cittadini, fece nominare un nuovo senatore scelto tra le persone a lui ben affette[301]; obbligò il prefetto della città, ufficiale dell'imperatore, a prestargli vassallaggio, ed a ricevere da lui una nuova investitura della sua carica; finalmente scacciò da tutte le città del patrimonio di san Pietro i giudici e podestà nominati dal popolo, nominando altri in loro luogo; e per tal modo s'arrogò la sovranità di una provincia conquistata colle armi de' Romani.
Durante il regno d'Innocenzo, l'amministrazione di Roma provò qualche altra rivoluzione: i Romani alternarono a vicenda il governo d'un solo e di più senatori, come i loro antenati avevano alternato tra i consoli ed i tribuni dei soldati; ma del 1207 fissarono definitivamente colla mediazione d'Innocenzo quegli attributi del senatore, che fino all'età nostra sonosi con leggerissime modificazioni conservati[302]. Supremo capo della giustizia, della polizia e del poter militare, aveva egli solo la rappresentanza del governo; ed uguale ai podestà delle altre città, altro non mancavagli per diventar tiranno, che maggior durata nell'impiego e l'appoggio di una delle due fazioni, cui la sua nascita rendevalo quasi sempre straniero. Intanto il pontefice occupavasi della compilazione del giuramento che questo primo magistrato doveva prestare in sue mani; nel quale, per non disgustare i Romani, non si faceva alcun cenno di quella sovranità cui sordamente aspirava, ma che ben sapeva che il popolo non avrebbe voluto riconoscere; e altresì non permise che tale giuramento potesse allegarsi in pregiudizio de' suoi diritti[303]. Il senatore s'obbligò adunque soltanto verso il papa «a non attentare nè coi fatti, nè coi consigli alla di lui vita o all'amputazione delle sue membra, promettevagli di manifestargli le trame contro di lui ordite, di cui avesse conoscenza, di mantenerlo con tutte le sue forze in possesso del papato e dei diritti regali che si trovassero effettivamente appartenere a san Pietro; finalmente di provvedere alla sicurezza de' cardinali e delle loro famiglie in tutte le parti di Roma e della sua giurisdizione.»
Enrico VI aveva ristabiliti molti de' principali feudi dell'Impero in Italia: aveva dato a Marcovaldo, suo grande siniscalco, il marchesato d'Ancona ed il contado di Molise; a Filippo, duca di Svevia, suo fratello, cui aveva fatto sposare la vedova del figlio del re Tancredi, figlia dell'imperator Greco[304], aveva accordato il marchesato di Toscana, ed a Corrado di Svevia, soprannominato mosca in cervello, il marchesato di Spoleti. Porzione di queste province trovavasi compresa nella pretesa donazione di Carlo Magno, un'altra nell'eredità della contessa Matilde; e questi due titoli si fortificavano l'un l'altro, quantunque fino allora non avessero procurato alla santa sede la pretesa sovranità. Per far valere le sue ragioni, Innocenzo approfittò della debolezza del partito imperiale in Italia, ed imitando l'esempio dell'antica Roma che commetteva ai consoli la conquista delle province, mandò due cardinali preti a sottomettere la Marca, e due altri prelati a soggiogare il duca di Spoleti[305].
I signori tedeschi che da Enrico VI ricevettero questi feudi, avevano talmente abusato del loro potere, che i loro vassalli erano tutti proclivi alla ribellione. Le città che trovavansi comprese nei loro governi, più piccole e più deboli di quelle di Lombardia, non avevano ancora osato di aspirare all'indipendenza; e la loro amministrazione municipale era ancora presso a poco quale si formò nel decimo secolo, onde lusingavansi di trovare più libertà sotto il governo della Chiesa, che sotto il dominio di soldati stranieri; e tutte aprirono le porte ai prelati spediti a ricevere il loro giuramento di fedeltà. Nella prima provincia, senza per altro rinunciare ai loro governi municipali, riconobbero la sovranità del papa, Ancona, Fermo, Osimo, Camerino, Fano, Iesi, Sinigaglia e Pesaro; nella seconda Rieti, Spoleto, Assisi, Foligno, Nocera, Perugia, Agubbio, Todi e città di Castello.
Il papa non avrebbe ottenuto di ridurre sotto la sua dipendenza immediata le città della Toscana: vero è che fino allora ubbidirono sempre agl'imperatori, ma conoscevano troppo le proprie forze per non cambiare il presente loro stato con verun altro, quando non si trattasse di passare a quello di repubblica. Ciò conoscendo il papa, addirizzandosi loro, dichiarossi il protettore della loro libertà; e lungi dal riclamare sulle città principali i diritti della contessa Matilde, il di cui solo nome avrebbe risvegliata la loro gelosia, si limitò a chiedere la loro assistenza come amiche della religione ugualmente che della libertà, e protettrici della Chiesa. Di così dilicato negoziato incaricò Pandolfo e Bernardo.
Questi cardinali s'addirizzarono prima alle città di Fiorenza, Lucca e Siena, poi al vescovo di Volterra, allora signore temporale di quella città, ed agli abitanti di Prato e di Samminiato. Loro rappresentarono che la morte dell'imperatore gli aveva sciolti da ogni obbligazione verso l'Impero[306], e che avrebbero mancato alla propria saviezza, se non approfittavano del presente interregno per impedire che un nuovo imperatore, strascinandole in nuove liti colla Chiesa, non compromettesse la loro coscienza, e non mettesse in opposizione i loro doveri verso gli uomini con i loro doveri verso Dio. Sotto il regno d'Enrico VI, le città toscane avevano avuto cagione di lagnarsi dell'accrescimento delle imposte e delle concussioni de' suoi ministri tedeschi; onde acconsentirono di formare un'assemblea dei loro deputati a san Ginnasio, borgata posta alle falde del monte di Samminiato; ove cedendo agli stimoli dei due cardinali, s'associarono alla lega toscana o guelfa, che si rinnovò poi tra di loro un mezzo secolo dopo[307]. Obbligavansi gli alleati di non riconoscere imperatore, re, principe, duca, o marchese, senza l'espressa e speciale approvazione della Chiesa romana: promettevano inoltre la vicendevole difesa e la difesa della santa sede qualunque volta ne venissero richiesti; e di più impegnavansi di darle ajuto perchè potesse riprendere tutte le parti del suo patrimonio e tutti i paesi sui quali credesse avere delle ragioni, tranne quelli che trovavansi di presente occupati da qualcuno degli alleati.
L'atto originale della lega toscana conservato nell'archivio di Fiorenza venne pubblicato da due storici moderni[308]; ma è cosa sorprendente che niuno degli storici contemporanei, ad eccezione del biografo d'Innocenzo III, ricordasse questa lega, per cui ne conosciamo imperfettamente le condizioni e gli effetti. Pare che le città toscane si fossero accostumate a considerarsi come un solo corpo dopo che gl'imperatori stabilirono a san Miniato un commissario[309] destinato a raccogliere le imposte di tutta la provincia; ebbero dopo tale epoca frequenti adunanze provinciali, cui ogni città spediva un rettore o deputato. Se crediamo allo storico di Siena Malavolti[310], questo rettore non aveva alcuna autorità nella sua patria, ma veniva obbligato da un giuramento a cooperare nell'adunanza al ristabilimento della pace in Toscana ed al ben comune di tutta la provincia. Quando i rettori toscani sapevano esser nata qualche querela tra due città, riunivansi all'istante, e, quantunque le rispettive comuni fossero impegnate in opposti partiti, non iscioglievasi l'assemblea, finchè non avesse fatta ogni pratica per ristabilire la pace; e non riuscendovi, non lasciavano, anche durante la guerra, di riunirsi i deputati a certi determinati tempi, onde valersi di ogni nuovo accidente per metter fine alla guerra. La dieta medesima eleggeva i rettori che dovevano rimpiazzare quelli che cessavano, ponendo sempre gli occhi sopra persone conosciute le più capaci di contribuire al mantenimento della pace[311]. Questa continuazione aristocratica non era pericolosa alla libertà delle repubbliche, da che i rettori non godevano di alcuna autorità nella loro patria; ed aveva invece l'avvantaggio grandissimo di conservare, anche in mezzo alle passioni popolari ed alle rivoluzioni dalle medesime eccitate, l'amore della pace nell'assemblea, siccome principio vitale della sua esistenza. Ma l'ambizione delle più potenti città, che risguardava questa istituzione come un ostacolo alle sue viste d'ingrandimento, non permise che sussistesse lungo tempo; ed appena una incerta e confusa memoria ce ne fa conservata da alcuni storici.
La sola città di Pisa rifiutossi di prender parte alla lega proposta dai deputati pontificj, forse perchè non poteva sperare verun nuovo privilegio prendendo le armi contro gl'imperatori, da' quali aveva già ricevute le più ampie prerogative: ed in varie circostanze assai disastrose mostrò apertamente che la riconoscenza d'un popolo libero è più potente e durevole di quella dei popoli subordinati al governo di un solo. Nel 1192 Enrico VI aveva con un memorabile diploma accordato ai Pisani tutti i diritti regali non solo entro la loro città, ma sopra un vasto territorio popolato da sessantaquattro tra borgate e castelli[312]. Aveva inoltre loro cedute in feudo la Corsica colle isole dell'Elba, di Capraja e di Pianozza; riconfermato il privilegio, di cui godevano da lungo tempo, di eleggere i proprj consoli e magistrati, ed espressamente dichiarato essere sua intenzione che i Pisani fossero e rimanessero liberi, e perciò gli esentava da ogni contributo e dall'alloggio militare. I Cardinali passarono a Pisa per ridurre que' magistrati ad entrare nella lega fatta per difendere la Chiesa, chiedendo loro per primo pegno di sommissione alla santa sede di rappacificarsi coi Genovesi; ma i Pisani vi si rifiutarono costantemente[313], e da quest'epoca fino alla caduta della loro repubblica furono sempre capi della parte ghibellina in Toscana.
Mentre Innocenzo III dilatava la sua influenza sulle città libere, non trascurava i maggiori vantaggi che poteva ottenere nelle due Sicilie, quasi affatto abbandonate a se medesime. Costanza aveva, morendo, lasciata al papa la tutela di suo figlio, e poc'anni dopo, avendo le truppe ai servigi d'Innocenzo battuto un generale tedesco[314], l'accorto pontefice diede pubblicità ad un testamento d'Enrico VI, che riconosceva tutti i diritti della santa sede sul regno di Napoli e poneva il giovinetto Federico sotto la sua protezione. Innocenzo conosceva tutto il profitto che gli dava la tutela di quel principe che voleva spogliare. Quando Costanza era ancora viva, egli non aveva accordata a lei ed al figlio l'investitura della corona di Sicilia, che dopo averli privati di molte prerogative annesse alla medesima. In forza del trattato di pace stipulato tra Guglielmo I ed Adriano IV, i beneficj ecclesiastici del regno non potevano conferirsi dalla corte di Roma senza l'approvazione del sovrano. Innocenzo rese illusoria tale riserva, togliendo al nuovo re il diritto di rifiutare l'approvazione che gli sarebbe chiesta[315]. Dopo ciò diede principio alla tutela del pupillo unitamente agli arcivescovi di Capoa, di Palermo, di Monreale, ed al vescovo di Troja, amministratori del regno, dirigendo tutte le loro operazioni colle lettere che scriveva ogni giorno. Il generale delle truppe tedesche Marcovaldo, grande siniscalco d'Enrico VI, era rientrato nel regno quando ebbe avviso della morte di Costanza, sostenendo egli solo apertamente il partito ghibellino contro il papa[316]. Coll'ajuto de' Saraceni di Sicilia e de' baroni malcontenti della corte di Roma, aveva messo insieme un potente partito, che poteva tenere inquieto il pontefice; il quale, malgrado l'orgoglio con cui comandava ai Siciliani, aveva poche forze ai suoi ordini. Spedì una volta seicento soldati all'abbate di Montecassino, perchè potesse difendersi, e duecento ne mandò un'altra volta in Sicilia, credendola esposta ad essere occupata da Marcovaldo: a ciò si ridussero i diretti sforzi del pontefice per la difesa del suo pupillo.
Dopo aver osservato questa debolezza, i suoi maneggi da capo di partito nelle città d'Italia, e le armate pontificie che riducevansi a poche compagnie, fa maraviglia il vedere lo stesso Innocenzo ingrandirsi a misura che s'allontana dalla sua sede, e parlar da sovrano al rimanente dell'Europa; ordinare ad Andrea, duca d'Ungheria, di andare in Terra santa perchè la sua presenza non turbasse il riposo del re suo fratello[317]; forzare questi a dichiarare la guerra a Culino, signore della Bosnia per castigarlo d'avere protetti gli eretici[318]; eccitare i re di Danimarca e di Svezia ad attaccar Suero, re di Norvegia, ed a spogliarlo della corona[319]; intimare a Filippo Augusto di ritirare dal monastero, e di ristabilire nei diritti di sposa Ingeburga di Danimarca, ch'egli aveva ripudiato, sottoponendo all'interdetto tutto il regno perchè Filippo non l'ubbidiva. Fu questo medesimo pontefice che obbligò a dichiararsi tributarj della santa sede prima il re di Portogallo[320], poi il re d'Arragona[321], più tardi il re ed il regno di Polonia[322], e finalmente quel Giovanni, re d'Inghilterra, che gli giurò fedeltà[323]. Le scomuniche e gl'interdetti non si resero mai tanto comuni quanto sotto Innocenzo III; nè altro papa si arrogò mai tanta parte nel governo temporale dell'Europa. Ma per grandi che fossero i talenti di questo pontefice, e l'arte sua nel risvegliare e tirar partito dalla superstizione del secolo, non era certamente in Italia dove la superstizione potesse renderlo potente; e per questo paese gli abbisognavano altre armi: non tardò ad avvedersene, e prese ben tosto miglior partito per fermare i progressi della fazione ghibellina, cercando in Francia un rivale che potesse un giorno opporre allo stesso Federico, quando il bisogno lo richiedesse.
Gualtieri, conte di Brienne, gentiluomo francese, aveva sposata la prima figlia di Tancredi, ultimo re della razza normanna. Sibilla, vedova di questo sfortunato monarca, dopo una lunga prigionia in Germania, durante la quale era morto suo figliuolo Guglielmo, era stata messa in libertà colle due figlie in conseguenza dei buoni uffici della santa sede. Questi sgraziati fanciulli erano stati arrestati contro la fede di un trattato quando Enrico VI conquistò la Sicilia: essi avevano rinunciato bensì al diritto ereditario della corona, ma a condizione che Enrico VI loro assicurasse i possessi che aveva il loro padre prima d'essere re, cioè la contea di Lecce ed il principato di Taranto. In vista di tale promessa avendo aperte al nemico le porte del palazzo e della rocca di Palermo, furono posti in prigione[324]. Gualtieri sposo della maggior figliuola di Tancredi, e suo immediato rappresentante, poteva vantare lo stesso diritto d'Enrico alla corona di Sicilia; e quando pure per l'illegittimità di Tancredi si volesse escludere da tale diritto, Gualtieri domandava almeno d'avere la contea di Lecce ed il principato di Taranto da Enrico promessi ai figliuoli di Tancredi, come prezzo della loro rinuncia alla corona. Innocenzo III accolse questa domanda, e la riconobbe legittima. Persuase Gualtieri a ripassare in Francia per assoldare una piccola armata; e quando fu di ritorno l'oppose a Marcovaldo; e così introdusse la prima volta i Francesi nel regno di Napoli. Non pertanto, quai che si fossero i progetti del pontefice, non sortirono il desiderato effetto. Gualtieri, dopo aver avuto alcuni vantaggi, perì in una scaramuccia l'anno 1205[325].
Non trascurava Innocenzo di rialzare anche in Germania il partito guelfo. Ottone, uno de' pretendenti al trono, apparteneva ad una famiglia d'ogni tempo ligia dei papi, mentre Filippo di Svevia era d'una famiglia loro contraria; e però Innocenzo dichiarossi a favore del primo, e fece osservare che Filippo precedentemente scomunicato per alcune violenze commesse contro la Chiesa, non aveva potuto senza scandolo essere considerato eleggibile[326]. Non pertanto dopo alcuni anni la fortuna della guerra dichiarossi contraria al protetto del papa, il quale, cacciato di Colonia dal suo rivale, fu forzato d'andare in Inghilterra a mendicar soccorsi, onde il papa, anteponendo il proprio al vantaggio d'Ottone, non si vergognò d'entrare in trattative con quel Filippo medesimo che aveva lungo tempo perseguitato. Per confessione dello storico ecclesiastico, egli incominciò a riconciliarlo colla Chiesa[327]. Aggiunge Arnaldo di Lubecca, che Filippo offrì sua figlia in isposa a Riccardo fratello del papa, dandole in dote la Toscana, Spoleti e la Marca d'Ancona; finalmente promise di acconsentire che Ottone venisse designato suo successore, ed eletto re de' Romani[328]. Le trattative quasi a termine ridotte, furono rese inutili dalla morte di Filippo, ucciso del 1208 nel proprio palazzo da un suo particolar nemico. Benchè Ottone non avesse alcuna parte in tale attentato, seppe accortamente approfittarne. Due cose fece egli che gli guadagnarono l'affetto de' principi di Germania d'ambedue i partiti, e lo fecero di nuovo proclamare re de' Romani e di Germania dai voti unanimi della dieta d'Alberstat; sposò la figlia di Filippo, che gli portò un titolo ai diritti ereditarj della casa di Svevia, e rinunciò formalmente a tutte le pretensioni sui ducati di Baviera e di Sassonia, de' quali era stato spogliato suo padre[329].
Quando Innocenzo vide Ottone favorito dalla fortuna, non tardò a cercarne l'amicizia, e con un trattato d'alleanza conchiuso a Spira prometteva di dare all'imperatore eletto la corona imperiale; ed Ottone accondiscendeva a tutte le domande che il papa gli faceva a vantaggio della Chiesa. In tal modo ebbe fine la guerra di Germania dopo un interregno di dieci anni, di cui il partito guelfo in Italia seppe valersi utilmente per liberarsi quasi affatto dal dominio dei monarchi alemanni.
L'incoronazione d'Ottone IV, e la sua discesa in Italia sembravano promettere nuovi trionfi alla parte guelfa; e certo non aveva mai regnato altro imperatore più favorevole alla Chiesa romana: ma gl'interessi della corona erano troppo contrarj a quelli della santa sede perchè potessero andare lungo tempo d'accordo. In fatti, appena entrato in Italia, vide Ottone la convenienza di affezionarsi gli antichi partigiani dell'autorità imperiale; e ben tosto il capo della casa guelfa, diventato imperatore, si circondò di capitani ghibellini, mentre il papa opponevagli il giovane Federico, ultimo rampollo del sangue dei Ghibellini, assistito dai soldati dei Guelfi.
Ottone entrò in Italia del 1209 per la vallata di Trento, ed arrivò in riva all'Adige ad Orsanigo, territorio veronese, ove aveva ordinato di raggiungerlo ai principali signori della Venezia, ed in particolare ad Ezzelino II da Romano, e ad Azzo VI, marchese d'Este[330]. Questi due gentiluomini che durante l'interregno avevano accresciuta a dismisura la loro influenza nella Marca, perchè le nemiche fazioni essendo più che mai riscaldate l'una contro l'altra, i loro capi avevano avuto la destrezza o la fortuna di far assolutamente dimenticare l'interesse dei comuni, facendo che le guerre civili si trattassero in loro nome. Le fazioni nate in ogni città dalla gelosia dei gentiluomini, e dalle mutue loro violenze, avevano tante cause diverse quante erano le offese che questi uomini appassionati potevano farsi: ma i due nomi di fresco introdotti di Guelfi e di Ghibellini legavano le fazioni delle città vicine. I Salinguerra di Ferrara, ed i Montecchi di Verona dal solo nome di Ghibellini trovaronsi uniti con Ezzelino; nella stessa alleanza erano le città di Treviso e di Padova, allora governate dalla medesima fazione; mentre stavano per l'opposta gli amici d'Adelardo a Ferrara, il Conte di san Bonifacio a Verona ed a Mantova, i dal Vivario a Vicenza, ed i nobili di Campo San-Pietro a Padova, tutti alleati del marchese d'Este.
Dopo un non lungo esiglio, l'anno precedente era rientrato in Ferrara il marchese d'Este, e col favore de' suoi partigiani era stato dichiarato signore di quella città; primo esempio di un popolo italiano che abbandona i suoi diritti per sottomettersi al potere di un solo[331]. Presso a poco nella stessa epoca, Azzo aveva avuto un'importantissima vittoria sopra Ezzelino ed il suo partito, e le truppe delle due fazioni trovavansi nuovamente a fronte quando Ottone scese in Italia. Ezzelino aveva ottenuto qualche vantaggio sui Vicentini, e sperava d'impadronirsi ben tosto della loro città; e mentre Azzo era uscito di Ferrara per soccorrerli, eravi entrato coi Ghibellini Salinguerra, e cacciatine tutti gli amici del Marchese[332]. L'ordine dato ai due capi di presentarsi alla corte d'Ottone risparmiò alle città collegate una sanguinosa battaglia ed un inutile massacro, giacchè un cieco odio, più assai che i motivi politici, poneva loro le armi in mano.
Questi due capi non potevano dubitare del favorevole accoglimento che loro farebbe l'imperatore. O direttamente o per mezzo de' loro partigiani, essi governavano tutta la Marca; e sì l'uno che l'altro, oltre il potere, avevano altri titoli che li raccomandavano a quel sovrano. Il marchese d'Este era suo parente, siccome discendente da Azzo III, tronco comune delle due linee che fino all'età nostra regnarono a Brunswich ed a Modena: d'altra parte Ezzelino era il più caldo partigiano delle prerogative imperiali; e quantunque fino al presente tali prerogative avessero servito ad umiliare la famiglia d'Ottone, da che si trovò in possesso della corona, rivolse il suo favore ai loro difensori. Per tali motivi accolse con eguale dimostrazione i due capi di partito, e cercò di porli in pace tra di loro.
Uno de' più zelanti partigiani d'Ezzelino, che a quanto sembra dovette esser presente a tale accoglimento, ce ne lasciò una relazione nella sua storia[333]. Quando Ezzelino si trovò in faccia al marchese in presenza di tutta la corte, alzossi per accusare il suo rivale di tradimento e di fellonia. «Noi, diss'egli, fummo compagni nella nostra fanciullezza, e lo credetti amico; ci trovammo insieme a Venezia, e passeggiavo con lui nella piazza di S. Marco, quando alcuni assassini mi si avventarono contro per pugnalarmi, e nel medesimo istante il marchese mi prese il braccio per impedire di difendermi; e se con uno sforzo violento non mi fossi da lui svincolato, sarei stato infallibilmente ucciso, come lo fu un mio soldato che stavami ai fianchi. Perciò io lo denuncio a quest'assemblea quale traditore; e chiedo a vostra maestà di permettermi ch'io provi in singolare battaglia i tradimenti orditi a me, a Salinguerra, ed al podestà di Vicenza».
Poco dopo arrivò Salinguerra seguìto da cento uomini d'arme, il quale gittandosi a' piedi dell'imperatore rinnovò contro il marchese l'accusa d'Ezzelino, e domandò egualmente la prova della battaglia singolare. Azzo rispose che aveva ne' suoi dominj molti gentiluomini più nobili di Salinguerra, che sarebbero pronti a battersi con lui, se aveva tanta sete di battaglie. Allora Ottone dichiarò a tutti tre che per le passate contese non permetterà loro di battersi.
Ottone, che ad ogni modo voleva mettere in pace questi due capi di parte, dai quali sperava d'avere più importanti servigi che da tutti gli altri signori italiani, sortì il giorno dopo a cavallo con loro, e, avendone uno alla diritta, alla sinistra l'altro (m'attengo sempre allo storico Maurisio partigiano d'Ezzelino), volse da prima il discorso in lingua francese ad Ezzelino: Sire Ycelin, saluons le marquis, diss'egli; onde Ezzelino levandosi il cappello e piegando il corpo, disse ad Azzo: Signor Marchese che Dio vi salvi; e perchè questi rispose senza scoprirsi il capo, Ottone rivoltossi a lui ugualmente: Sire marquis, saluons Ycelin, ed il marchese soggiunse, que Dieu vous sauve. La loro riconciliazione non pareva ancora troppo avanzata, quando ristringendosi la strada, Ottone passò avanti, lasciando i due rivali ai fianchi l'uno dell'altro; perchè voltosi a dietro vide che si parlavano affettuosamente, come avessero dimenticate affatto le vecchie offese. Quest'amichevole conversazione durò quanto la corsa che fu di oltre due miglia, e finì col dare qualche inquietudine all'imperatore, il quale poichè rientrò nella sua tenda, fatto a se chiamare Ezzelino, gli chiese quale fosse stato il soggetto della sua conversazione col marchese: «i giorni della nostra fanciullezza, rispose Ezzelino; e noi eravamo rientrati nell'antica nostra amicizia.»
Dopo di aver riconciliati i due capi di partito, volle Ottone assicurarsi ancora del loro attaccamento alla propria causa, coll'accordare a' medesimi dei beneficj. Innocenzo III dubitando, dopo aver conquistata la Marca, della validità del suo titolo, conobbe che assai difficilmente avrebbe potuto conservarla, e perciò l'anno 1208 ne investì il marchese d'Este[334]. Ottone quando giunse in Italia riclamò la Marca come proprietà dell'Impero, ma ne lasciò l'amministrazione al marchese d'Este con patto che la ricevesse da lui, e gliene fece spedire il diploma in sul cominciare del susseguente anno[335]. E per essere parimenti generoso verso di Ezzelino dichiarò la città di Vicenza colpevole di ribellione, gl'impose una tassa di sessanta mila lire, e nominò Ezzelino podestà, rettore, e deputato dell'Impero in Vicenza. Con questi titoli riuniti Ezzelino richiese da tutti gli abitanti di Vicenza il giuramento di fedeltà; e perchè il partito che gli era contrario, piuttosto che prestare il giuramento, si ritirò a Verona o presso il conte di S. Bonifacio, egli confiscò i beni di tutti i fuorusciti.
Intanto, dopo essersi assicurato dei partigiani dell'alta Italia, Ottone IV s'avanzò alla volta di Roma, ove dalle mani d'Innocenzo III ricevette la corona dell'Impero, ma la buona intelligenza tra di loro fu di breve durata[336]: un ammutinamento dei Romani incominciato in tempo dell'incoronazione fu seguìto dal massacro di molti soldati tedeschi: l'imperatore non volle cedere al papa l'eredità della contessa Matilde e le vaste province che la santa sede credeva a se devolute, allegando il giuramento prestato all'atto della sua elezione, di mantenere le prerogative dell'Impero, e di non alienarne le possessioni; onde i due capi della cristianità separaronsi dopo pochi giorni scontenti l'uno dell'altro, e disposti a farsi la guerra.
Ottone incaricato di difendere le prerogative per cui i Ghibellini avevano combattuto, si volse ai capi di questo partito. Sotto pretesto che il senatore era soggetto al papa, e che il popolo non sarebbe libero fin tanto che non fosse ristabilito il senato di cinquantasei membri, eccitò in Roma delle sedizioni dirette dalla famiglia Pietro Leone[337]. Accordò ai Pisani un amplissimo privilegio in conferma di quello d'Enrico VI, assicurandosi con tale beneficio del loro affetto[338]; contrasse alleanza coi generali tedeschi ch'erano rimasti nel regno di Napoli dopo la conquista dello stesso Enrico, ed investì del ducato di Spoleti il conte Diopoldo, uno de' più principali fra di loro[339]; per ultimo, di ritorno in Lombardia, fece ogni sforzo per rappacificare le città ed i partiti diversi che laceravano con private guerre quelle contrade, e si assicurò l'appoggio dei Milanesi, dei Parmigiani, dei Bolognesi, e di molti altri popoli[340]. Bonifacio d'Este si unì in suo favore ad Ezzelino ed a Salinguerra; ma per lo contrario il marchese Azzo d'Este, staccandosi dal primo imperatore che onorasse la sua famiglia, strinse alleanza col papa, e ricominciò nella Venezia la guerra contro il partito ghibellino.
Dal canto suo non trovò Innocenzo nella lega guelfa di Toscana tutto quell'appoggio che ne sperava, ma fu invece soccorso dai Genovesi, dai Pavesi, dai Cremonesi e dal marchese di Monferrato; ma più che in tutt'altro sperava in Federico II, di cui non aveva accettata la tutela che per avere in mano un principe da opporre qualunque volta lo credesse agl'imperatori che avrebbero la sventura di spiacergli per la troppo loro potenza, senza aver bisogno di prendersi cura de' suoi reali interessi. In quest'anno medesimo trattò un matrimonio tra questo giovane re, e Costanza figliuola del re d'Arragona, assicurandone in tal modo l'alleanza[341]; entrò poi in trattative con Filippo re di Francia, e con altri signori tedeschi per fare eleggere imperatore Federico, rappresentandoglielo come ingiustamente spogliato de' suoi diritti.
Informato Ottone di queste pratiche, pensò che il nemico da abbattere prima d'ogni altro era Federico, il quale già disponevasi a disputargli la corona. Gli dichiarava perciò la guerra ed invadeva il regno di Napoli, ove incontrava pochissima resistenza. Monte Cassino, Capoa, Salerno, Napoli gli s'arresero ben tosto; e, malgrado le scomuniche del papa, non perdette alcuno de' suoi partigiani[342]. Le cose di Ottone procedevano con tanta prosperità, che poteva sperare di balzare in breve dal trono il giovane Federico, che dai soldati era chiamato il re dei preti; quando le notizie d'una generale sommossa in Germania l'obbligarono ad abbandonare l'Italia. Siffredo, arcivescovo di Magonza, aveva pubblicato contro l'imperatore una bolla di scomunica, dichiarandolo decaduto dalla dignità imperiale. E perchè la bolla avesse effetto, eransi contro di lui collegati l'arcivescovo di Treveri, il langravio di Turingia, il re di Boemia, il duca di Baviera ed il duca di Zeringuen, a ciò specialmente istigati da Filippo Augusto di Francia, personale nemico d'Ottone. Questi lasciò l'Italia dopo avere in due generali assemblee esortati i baroni del Regno di Napoli, poi quelli delle città libere di Lombardia, a conservarsi fedeli, e passò in Germania a sostenervi una sfortunata guerra, nella quale ebbe ben tosto a fronte il suo antagonista Federico II[343].
Benchè si fosse variato l'oggetto della lite tra le fazioni guelfa e ghibellina, e che i Ghibellini si trovassero momentaneamente uniti al papa, mentre molti Guelfi, diretti da un imperatore guelfo, eransi dichiarati i difensori dei diritti dell'Impero[344], i Lombardi furono generalmente fedeli non ai rispettivi principi, ma alle persone ed al nome della loro fazione. Nella guerra della lega lombarda, Pavia, Cremona ed il marchese di Monferrato avevano combattuto per la famiglia ghibellina; l'istesse città s'impegnarono pure di difendere Federico II, l'erede di questa famiglia. Questo giovane re, allora in età di dieciotto anni, essendone richiesto dai principi tedeschi suoi partigiani, s'avviò verso la Germania per riclamare la corona imperiale. Passando per Roma, ricevette la benedizione del papa, indi s'imbarcò e giunse a Genova in aprile del 1212 con quattro galere. Colà seppe che tutto il partito guelfo di Lombardia aveva prese le armi per chiudergli il passaggio; onde gli fu forza di rimanere in Genova tre mesi, aspettando l'opportunità di attraversare il paese nemico, e dar tempo ai suoi partigiani di riunire le loro forze[345]. Soltanto il 15 giugno partiva da Genova alla volta di Pavia, dopo aver ricevuti dai Genovesi considerabili soccorsi. Il partito ghibellino ne' paesi che doveva attraversare, era assai debole. Le città d'Alessandria, Tortona, Vercelli, Acqui, Alba ed il marchese Malaspina eransi uniti ad attraversargli il passaggio avanti che arrivasse a Pavia[346]; ma egli giunse a Pavia per la strada d'Asti senza incontrarli, e senza che gli accadesse alcun sinistro. I Guelfi vollero vendicarsene avanzandosi sul territorio pavese, ma ne furono respinti con grave perdita. Restavagli da attraversare la Lombardia superiore, lo che rendevasi ancora più difficile, poichè per passare da Pavia a Cremona, prima città a lui favorevole, doveva toccare il territorio piacentino, o il milanese, i di cui passaggi erano attentamente custoditi da quei repubblicani[347]. Il marchese Azzo d'Este erasi avanzato fino a Cremona per incontrarlo, e teneva disposta una scorta che doveva unirsi a quella dei Pavesi; ma nè gli uni nè gli altri avevano bastanti forze per attaccare il corpo dei Milanesi appostato sulle rive del Lambro. Federico, cui ogni ritardo poteva diventar fatale, credette di dover tutto arrischiare, ed approfittando delle dense tenebre d'una notte tentò il passaggio del fiume, e giunse felicemente a Cremona; e soltanto la scorta pavese fu assalita, retrocedendo, dai Milanesi, e fatta quasi tutta prigioniera[348]. Da Cremona avanzandosi Federico coll'assistenza del marchese d'Este non era più esposto a grandi rischi, sicchè per la strada di Mantova, Verona[349] e Trento giunse a Coria nei Grigioni, ove incontrò i suoi primi partigiani tedeschi, ed in numero assai maggiore gli si fecero in contro a Costanza; e finalmente quando arrivò ad Aquisgrana, vi fu coronato re de' Romani, mentre il suo competitore Ottone essendo stato battuto presso Brisacco, fu forzato di rivolgere le sue armi contro Filippo Augusto, dal quale disfatto in vicinanza di Bouvines, non ebbe più forze bastanti per affrontare il suo rivale[350].
Tocchiamo finalmente l'epoca in cui la più illustre, e, per lungo tempo, la più potente repubblica de' secoli di mezzo, Fiorenza, incomincia a chiamare a se lo sguardo dello storico colla prima scissura ch'ebbe luogo nel suo seno l'anno 1215.
Firenze non fu da principio probabilmente che un sobborgo di Fiesole, antica città degli Etruschi, e per tale cagione l'epoca precisa della sua fondazione trovasi avviluppata in qualche difficoltà[351]. Il dittatore Lucio Silla la fece colonia romana, e segnò il primo le mura della nuova città lungo le ridenti rive dell'Arno, ai piedi degli Appennini in mezzo a colline coperte d'ulivi, di fichi, e di tutti gli alberi de' climi più caldi.
Poche città furono dalla natura più avvantaggiate di Fiorenza. Malgrado il calore spesso grandissimo, l'aria è sana, limpide acque scendono dall'Appennino, che la magnificenza dei cittadini fiorentini impiegò ne' secoli di mezzo ad ornare e rinfrescare la città con sontuose fontane. La pianura che dalle porte della città si stende nella val d'Arno inferiore, è coperta di gelsi e di viti maritate agli alberi, ed è feconda di grani d'ogni genere, facendovisi cinque diversi raccolti nello spazio di tre anni[352]. Dalla banda degli Appennini innalzasi un anfiteatro di ridenti colli sui quali raccogliesi il più squisito olio, ed i più squisiti vini d'Italia; più a dietro le alte montagne coperte di vaste foreste di castagni offrono alla povertà un nutrimento, che non domanda che il lavoro di raccogliere i frutti che maturano ogni anno.
Il Mugnone ed altri ruscelli arricchiscono le terre da loro inaffiate; e l'agricoltore deriva dall'Arno medesimo una parte delle sue acque. Questo fiume che nella più calda estate lascia quasi all'asciutto il suo letto, lo riempie di nuovo nella stagione piovosa, ed apre una facile e pronta comunicazione con Pisa e col mare per mezzo di leggieri barche.
Firenze ornata, fino ne' tempi di Silla, di terme, di teatri, d'acquedotti, fu quasi affatto rovinata da Totila, re dei Goti, nella guerra che questi dovette sostenere contro i generali di Giustiniano[353]. Fu in seguito rifabbricata da Carlo Magno, ed impiegò i quattro secoli posteriori al regno del suo nuovo fondatore nel perfezionamento della sua amministrazione municipale; nel qual tempo obbligò tutti i gentiluomini del vicinato a farsi cittadini fiorentini sottomettendo i loro piccoli feudi alla sua giurisdizione. Fino al 1207 fu governata da consoli scelti tra i migliori cittadini, e da un senato di cento membri. I consoli rimanevano in carica un anno, e ne veniva nominato uno prima dai quattro, poi dai sei quartieri; ma del 1207 i Fiorentini imitarono ciò che vedevano praticarsi da tutte le altre città, e chiamarono un podestà straniero e gentiluomo[354][355], al quale affidarono il carico d'eseguire gli ordini del comune, di far decidere dai suoi giudici i processi civili, di pronunciare egli e di far eseguire le sentenze criminali, affinchè, dicono gli storici fiorentini, verun cittadino non incontrasse l'odio cui poteva dar luogo la pubblica vendetta, ed affinchè non si lasciasse alcuno sedurre dalle preghiere, dall'affetto di famiglia, o da timore, a trascurare il mantenimento dell'ordine pubblico. Gualfredotto di Milano fu il primo podestà di Fiorenza, cui fu dato per sua abitazione il palazzo del vescovo, conservando in pari tempo i consoli incaricati di tutti gli altri rami della pubblica amministrazione.
Quantunque la nobiltà fiorentina, che fino a tale epoca aveva esclusivamente governata la repubblica, non potesse rimanersi del tutto imparziale nelle contese degl'imperatori e dei papi, e specialmente in quella di Ottone IV con Innocenzo III, nulla però accadde che ne alterasse la pace interna. La repubblica aveva presa parte alla lega toscana, ma in appresso non si curò troppo di sostenere una confederazione ben tosto dimenticata: e malgrado le divergenti opinioni de' gentiluomini, i magistrati erano determinati di tenersi neutrali, quando una particolare contesa di famiglia, riscaldando tutt'ad un tratto lo spirito di partito, strascinò i Fiorentini in sanguinose risse, che dopo essersi tenute vive, senza deciso vantaggio dell'una o dell'altra parte, trentatre anni, ebbero fine coll'esiglio dalla città d'un intero partito, e coll'obbligare la repubblica a figurare eminentemente nelle successive guerre d'Italia.
Tra le famiglie che manifestavano attaccamento alla causa del papa primeggiava quella dei Buondelmonti, altra volta signori di Montebuono in val d'Arno di sopra. Messer Bondelmonte de' Buondelmonti aveva promesso di sposare una fanciulla degli Amedei, famiglia alleata agli Uberti, e di conosciuto attaccamento al partito imperiale[356]. Un giorno Bondelmonte cavalcando per la città fu chiamato da una gentildonna della casa Donati, la quale, rimbrottatolo d'essersi alleato con una famiglia a lui sconveniente, passò a deridere la figura della sposa. «Io ne aveva, gli soggiunse, tenuta una in serbo per voi, che avreste certamente preferita;» e presolo per la mano lo condusse nell'appartamento di sua figlia, ch'era sopra ogni credere bellissima. Bondelmonte invaghito e infiammato d'amore, non riflettendo alla data fede, la chiese e l'ottenne in isposa; e gli Amedei non seppero ch'egli mancava alla convenzione fatta con loro se non quando era già sposo d'un'altra. Invitarono subito tutti i parenti a riunirsi presso di loro, gli Uberti, i Fifanti, i Lamberti ed i Gangalandi, ed esposero l'affronto che avevano ricevuto, chiedendo consiglio intorno alla vendetta che più si converrebbe al presente caso. Mosca Lamberti osò dire il primo, ma con parole equivoche, che solo la morte poteva lavare tanta offesa[357]; perchè la mattina di Pasqua mentre Bondelmonte attraversava sopra un cavallo bianco Ponte Vecchio fu assalito dai capi di queste famiglie, unite non solo dalla recente ingiuria, ma ancora dall'attaccamento alla causa imperiale, ed ucciso presso alla statua di Marte protettore di Fiorenza pagana, che ancora rimaneva in piedi.
Poichè fu sparso il primo sangue, tutte le nobili famiglie si pronunciarono per gli aggressori, o per il contrario partito, adottando a un tempo una fazione nella gran lite della Cristianità, che s'aggiunse a questa rissa di famiglia. Si dichiararono pei Bondelmonti e per il partito guelfo quarantadue principali famiglie[358], di cui gli antichi storici ci diedero i nomi: e ventiquattro uguali famiglie si associarono agli Uberti ed alla causa dei Ghibellini. Così, fatti nemici gli uni degli altri, tanti potenti cittadini battevansi continuamente, e comechè tutti innalzassero torri e fortificassero i loro palazzi, rimasero trentatre anni nella medesima città senza aver mai fatto verun accordo. Ma la notte della Candelora del 1248 la parte guelfa fu costretta per la prima volta di abbandonare la città, che, ritirandosi, fu esigliata dalla pubblica autorità, la quale fino a tale epoca aveva mostrato di volere con mano imparziale comprimere le due fazioni castigando indistintamente i perturbatori del pubblico riposo.
Trentatre anni di non interrotta guerra entro le mura di Firenze non solo produssero l'effetto di avvezzare alle armi la nazione, e di prepararla in tal maniera alle sue future conquiste, ma diedero altresì un particolare carattere all'architettura della città, carattere non affatto perduto al presente, perchè i nuovi architetti, senza rendersi ragione dello stile nazionale, lo imitarono nei loro edificj. I palazzi fiorentini sono masse quadrate pesanti, il di cui principale ornamento consiste nella solidità[359]. Sono grosse muraglie bugnate, porte alzate sopra il livello del suolo, larghe anella di ferro e di bronzo in cui collocavansi i fanali all'occasione di pubbliche illuminazioni, o destinate a portare gli stendardi d'una fazione: altronde non vi si vedevano nè colonne, nè peristili, o cosa alcuna ove l'architettura possa mostrar grazia e leggerezza. Firenze si fa conoscere all'aspetto suo per la città dei nobili, la città della forza individuale, la città ove l'autorità pubblica era talvolta debole, ma dove ognuno era padrone e signore nella propria casa.
Nel lungo regno di diciott'anni Innocenzo III aveva forse ottenuto più che non isperava a favore dell'autorità ecclesiastica accresciuta con dispendio di quella degl'imperatori. Il regno di Sicilia omai le era affatto subordinato. Federico aveva un figlio della novella sua sposa, e quando partì per andare in Germania, Innocenzo pretese che questi fosse allora coronato re di Sicilia, e che a lui cedesse il padre l'amministrazione del regno sotto la protezione della santa sede, da cui avrebb'egli poi ottenuta la corona imperiale.
La città di Roma, dopo avere tentato invano di cambiare la propria amministrazione, erasi trovata in preda a tante estorsioni sotto il governo d'un senato repubblicano, che spontaneamente si sottomise ad un senatore nominato dal pontefice. Tutte le città vicine a Roma erano state conquistate da Innocenzo, e gli si conservavano subordinate. Sembrava inoltre che ricaderebbe sotto il suo dominio la Marca d'Ancona, poichè Azzo VI d'Este che n'era stato da lui investito[360], era morto poco dopo avere condotto Federico in Germania, e del 1215 era pur morto il suo maggior figliuolo Aldobrandino, nel fiore della gioventù. Il secondogenito Azzo VII, marchese d'Este, poteva a stento conservare il patrimonio de' suoi maggiori, non che pensar potesse a tener in dovere gli Anconitani che si dichiaravano indipendenti. Malgrado le intestine loro discordie, le città toscane mostravansi tutte, ad eccezione di Pisa, più affezionate al partito della Chiesa che a quello dell'Impero; e se nella Lombardia le più potenti repubbliche avevano abbracciata la causa d'Ottone, aveva la fortuna favorite in modo le più deboli attaccate alla Chiesa, che i Cremonesi avevano disfatta interamente l'armata milanese, tolto loro il carroccio, e fatti prigionieri più migliaja di soldati[361].
Ma se l'amministrazione di questo grande fondatore della monarchia pontificale ottenne portentosi successi, la sua condotta non andò esente da rimproveri. Benchè avesse soccorso Federico nelle prime sue imprese contro Ottone, poichè questi fu sconfitto, non accordò mai al suo protetto la corona imperiale onde non farlo troppo potente. Nell'amministrazione del regno di Sicilia non andò senza taccia d'infedeltà, avendo usurpati in pregiudizio del re suo pupillo i privilegi della corona di conferire i beneficj ecclesiastici[362], disponendo dei feudi del regno a vantaggio de' suoi favoriti, e tra gli altri di suo nipote, cui regalò la contea di Sora[363]; trattando coi ribelli in proprio nome, e non riclamando per il suo augusto pupillo i diritti che aveva all'elezione di re dei Romani, se non dopo essersi successivamente alleato con Filippo e con Ottone IV, in pregiudizio di Federico, di cui ne cedette loro i diritti a fronte dei proprj vantaggi. Nè più dilicata fu la condotta di questo papa verso gl'imperatori d'Oriente, siccome avremo opportunità di osservarlo nel seguente capitolo. Abbiamo già parlato dell'insultante alterigia con cui trattò i monarchi d'Occidente, e del frequente scandaloso abuso da lui fatto degl'interdetti e delle scomuniche. Viene inoltre accusato d'avere il primo fatta predicare la crociata contro i Pagani della Livonia, e d'avere accordato a coloro che avevano fatto voto di andare in soccorso di Terra santa, di portare invece le armi nella Livonia per farvi una guerra inutile; dimenticando l'affezione dei luoghi santi, la difesa della cristianità contro l'aggressione nemica, e la protezione dovuta ai fratelli d'armi esposti ai più grandi pericoli. Innocenzo acconsentì a questa crociata motivata da sola cieca e crudele voglia di persecuzione[364]. Ma la più vergognosa macchia che disonori la memoria di questo pontefice, è l'istituzione dell'inquisizione, e la sanguinaria predicazione dei monaci di S. Domenico per la più atroce delle crociate, quella contro gli sventurati Albigesi[365].
A me non s'apparterrebbe il parlare della venuta in Europa de' Pauliciani[366], setta di Manichei, che scacciati dall'Asia dalle persecuzioni degl'imperatori d'Oriente e trapiantatisi nelle vicinanze del monte Haemus, s'avanzarono lentamente verso l'Occidente, e sparsero tra i Latini i primi semi della riforma; ma perchè questi settarj, cui Raimondo, conte di Tolosa, accordò ricovero in Linguadocca presso Albi, s'andarono moltiplicando ancora in Italia, ov'ebbero il nome di Paterini, non sarà inutile il dirne alcuna cosa[367].
I persecutori dei Pauliciani e degli Albigesi sostennero costantemente che il fondamento della loro dottrina era il domma dei due principj, che in ogni tempo ebbe partigiani moltissimi in Oriente; nè sembra affatto straniero alla religione de' giudei, nè a quella dei cattolici[368]. I difensori degli Albigesi e sopra tutto i riformatori negarono che i Pauliciani professassero mai questo domma, ma sarebbe forse assai difficile lo scolparli da tale errore. I cattolici loro contemporanei, parlando della loro dottrina, mostrano una troppo raffinata filosofia orientale, perchè possa credersi inventata da Pietro Valiserniense o da san Domenico. Gli Albigesi, dicono essi, riconoscono nell'universo due potenze creatrici, quella del mondo invisibile, ch'essi chiamano il Dio buono, e quella del mondo visibile che chiamano il Dio cattivo. E questo non è altro che il sistema di Manete intorno all'eternità dello spirito e della materia. Attribuivano al primo il nuovo testamento, l'antico al secondo; e per provare che l'ultimo era effettivamente l'opera del Dio del male, davano risalto a tutti i delitti che sono nel medesimo accennati, e a quelle qualità di Dio geloso, vendicatore e terribile che gli Ebrei credevano vedere nell'Essere supremo. Non ammettevano l'incarnazione del salvatore, insegnando che era disceso soltanto spiritualmente, senza giammai investire un corpo; credevano gli uomini essere angioli decaduti dalla primitiva loro grandezza, le di cui anime dopo alcune trasmigrazioni dovevano poi rientrare nell'antica loro gloria[369]. Tali erano almeno le opinioni di un piccol numero, giacchè non sembra che la credenza loro fosse uniforme; dal che deve conchiudersi che lasciavano a tutti la libertà di esaminare la propria fede.
Nello stato di corruzione in cui a que' tempi trovavasi la Chiesa romana, avrebbela esposta a gravi pericoli il permesso di entrare in troppo minute discussioni. I capi di setta smarriti negli andirivieni di un'oscura metafisica, ammettevano probabilmente sistemi che derogavano alla maestà dell'Essere supremo: ma quando volgevano lo sguardo verso la Chiesa cattolica trovavano troppo aperti abusi da attaccare e troppe contraddizioni nelle pratiche de' grandi prelati e nelle cose disciplinari da rivelare. Negando l'autorità de' vescovi, le indulgenze, il fuoco del purgatorio, i miracoli della Chiesa, la transustanziazione, il culto della Vergine, la dannazione de' bambini morti senza battesimo, prepararono la strada alla riforma[370].
Grande era il numero de' Patarini o Pauliciani in tutte le città d'Italia, perciocchè questa era la parte d'Europa meno predominata dalla superstizione; e perchè i governi popolari non avevano fino allora permesso che si perseguitassero i cittadini per le loro opinioni. Il codice Teodosiano aveva bensì decretata la pena di morte contro certi eretici risguardati come più colpevoli degli altri[371]; ma ne' tempi in cui tal legge fu tenuta in vigore, i vescovi avevano costantemente riclamato contro l'applicazione della pena. S. Agostino scriveva a Donato, proconsole d'Affrica, che s'egli non cessava dal punire gli eretici colla morte, i vescovi lascerebbero di denunciarli. E quando i vescovi mostraronsi proclivi allo spargimento del sangue, i principi non erano più persecutori; e non fu che del 1220, che il successore d'Innocenzo ottenne da Federico II la prima legge di morte contro gli eretici, come prezzo della corona che gli aveva data[372].
Non trascurava per altro Innocenzo d'eccitare con calde lettere i vescovi di Fiorenza, di Prato, di Faenza, di Bologna, a cacciare gli eretici fuori delle mura; e quando le sue lettere ottenevano l'intento, non lasciava di felicitarli d'essere entrati sul buon sentiere dell'eterna salute[373]. Avendo saputo trovarsi alcuni Paterini in Viterbo, città del dominio della Chiesa, vi si recò egli medesimo, e fece abbruciare le case degli eretici che avevano colla fuga prevenuto il suo arrivo. Promulgò in seguito una legge intorno alla pena da infliggersi a costoro: era la morte[374], che per altro enunciò copertamente colla frase che la loro persona sia abbandonata al braccio secolare. Dichiarava poi che le loro case si distruggessero, ed i loro beni divisi tra il delatore, il comune, ed il tribunale che pronuncierebbe la condanna; e per ultimo che dovessero pure atterrarsi le case di coloro che osavano dar ricovero agli eretici.
E temendo di non bastar solo a contenere la piena dell'eresia, chiamò due collaboratori in suo ajuto: il primo, italiano, doveva adoperare la dolcezza e l'esempio; spagnuolo l'altro, lo spionaggio ed i supplicj: erano questi san Francesco e san Domenico[375][376]. Protestò il papa d'averli veduti in sogno sostenere sulle loro spalle san Giovanni di Laterano, e perciò diede loro il carico d'associarsi dei fratelli che gli ajutassero a sostenere la pericolante fede. San Francesco raccomandava ai suoi discepoli, allora chiamati fratelli minori, di ricondurre gli eretici in seno della Chiesa coll'esempio della loro povertà ed ubbidienza[377]; e san Domenico ordinava più espressamente ai suoi di predicare contro gli eretici, d'informarsi del loro numero, della loro credenza e dello zelo de' vescovi nel reprimerli; indi riferire a Roma tutto quanto verrebbe a loro notizia; ed eccitare i principi cristiani a prendere le armi contro gli eretici. Un tribunale, che condannasse direttamente a morte gli eretici, non fu accordato ai Domenicani che parecchi anni dopo da Innocenzo IV; ma fino dalla prima loro istituzione si presero il titolo d'inquisitori, val a dire delatori della fede[378].
L'anno 1203 san Domenico prese per impulso proprio a predicare contro gli Albigesi; e l'anno 1206 fu spedito dal papa nella Gallia Narbonese, con ampie facoltà di promettere a coloro che prenderebbero la croce per l'esterminio degli eretici, tutte le indulgenze riserbate fin allora ai soli liberatori di Terra santa[379]. Del 1209 Simone di Monfort, sempre accompagnato dai Domenicani, entrò ne' dominj del conte di Tolosa alla testa de' crocesegnati. Gli scrittori ecclesiastici di que' tempi ne esaltano la condotta; tacciono i posteriori ed arrossiscono. Pochi estratti dei primi non devono sembrare stranieri alla storia delle nostre repubbliche; facendo chiaramente conoscere l'impulso che il papa voleva dare alla religione del suo secolo, e gli orrori risparmiati all'Italia dal libero governo delle sue città.
«L'anno del Signore 1209, dice Bernardo Guidone[380], il giorno di santa Maria Maddalena, l'armata crociata contro gli eretici d'Albi, Tolosa e Carcassona, entrò nelle terre soggette al conte di Tolosa, prese la città di Bezier e la diede alle fiamme. Nella chiesa di santa Maria Maddalena, ov'eransi rifugiati i cittadini che prima eransi opposti all'armata vittoriosa, furono uccise sette mila persone. E ciò era troppo giusto, perchè avevano ricusato al proprio vescovo di consegnare all'armata tutti gli eretici che trovavansi nelle loro mura.» Di fatti la più parte di coloro che venivano trucidati in tal maniera, erano cattolici. In un consiglio di guerra i crociati avevano domandato come sarebbersi potuti distinguere i cattolici dagli eretici, onde risparmiarli. Rispose Arnoldo, abate di Citeaux: «Colpite tutti, il Signore conoscerà bene i suoi fedeli!» ed il massacro fu universale[381].
«L'anno del Signore 1211, il conte di Monfort, l'atleta di Cristo, assediò coll'armata crociata il forte castello di Vaure nella diocesi di Tolosa, ove si erano rinchiusi molti eretici; e l'ebbe a patti, dopo essersi coraggiosamente battuti d'ambe le parti. Avendovi trovati circa quattrocento eretici perfetti che non vollero convertirsi, il principe cattolico li fece consumare il giorno dell'Invenzione di Santa Croce col fuoco materiale, destinandoli così all'eterno che deve divorarli. Aymerico, nobile signore di Monreale e di Lauriat, che con altri gentiluomini aveva presa la difesa di questo castello, fu condannato ad essere appiccato dallo stesso conte, che fece morire sotto la scure più di novanta gentiluomini, e gettare in un pozzo e ricoprire di sassi Geralda signora del castello, eretica, e sorella d'Aymerico[382].»
In mezzo a tali massacri che rinnovavansi ogni giorno, col di cui racconto non rattristerò più a lungo i miei lettori, san Domenico spiegò più manifestamente il suo carattere. Passava egli senza guardia a traverso di un paese abitato dagli eretici, e dove aveva fatto spargere molto sangue. Tutto ad un tratto vien colto in mezzo da costoro: «non hai tu timore della morte? gli dissero: che farai tu allorchè noi ti avremo preso? Allora l'atleta del Signore (tale è il racconto fattone dal Beato Giordano suo compagno, che ne scrisse la vita), infiammato d'ardore per il martirio, gli rispose: in tal caso vi pregherei di non terminare troppo presto il mio supplizio; di non uccidermi subito sotto i vostri colpi, ma poc'a poco e successivamente; di mutilare ad uno ad uno i miei membri e pormeli innanzi agli occhi; vi pregherei inoltre di cavarmi gli occhi, e di permettere allora che il mio corpo così mutilato si ravvolgesse entro il proprio sangue fino all'istante in cui credereste di uccidermi[383].» In tal modo quest'uomo intrepido rivolgeva la sua feroce immaginazione sopra di se medesimo, compiacendosi dell'aspetto del proprio dolore, come di quello degli altri. Pure una così strana inchiesta parve atto di mirabile costanza agli stessi Albigesi, e lo lasciarono in libertà di proseguire il suo viaggio.
L'ultimo più notabile avvenimento del pontificato d'Innocenzo III fu l'assemblea del quarto Concilio ecumenico di Laterano. L'anno 1215, nel mese di novembre, settant'uno metropolitani e quattrocento vescovi, più di ottocento abati e priori di monasteri, adunaronsi in Roma sotto la sua presidenza per deliberare intorno agl'interessi della Chiesa. Quest'adunanza parve che adottasse tutte le viste ed i sentimenti del pontefice che la presedeva. Si condannarono gli errori de' Pauliciani e quelli d'altri oscuri eretici che disputavano intorno alla Trinità; fu confermata la preferenza data da Innocenzo a Federico II, sopra Ottone IV, e per ultimo sanzionò questo concilio la recente obbligazione imposta ai fedeli dell'uno e dell'altro sesso di confessare almeno una volta all'anno i proprj peccati ad un sacerdote[384][385].
Terminato il concilio, Innocenzo III si mosse del 1216 alla volta della Toscana per rappacificare i Pisani ed i Genovesi, onde valersi di loro nella difesa di Terra santa; ma giunto a Perugia, s'infermò gravemente, e nel giorno 6 luglio cessò di vivere. Siccome gli scrittori ecclesiastici hanno il privilegio di seguire oltre la tomba i loro eroi, possiamo prendere da loro un curioso aneddoto, che malgrado il sommo rispetto che gli professavano, ci hanno conservato d'Innocenzo III. Era appena morto quando la sua anima, circondata da una orrenda fascia di fuoco, apparve a santa Liutgarde. «Io sono papa Innocenzo, le disse, e per tre motivi avrei meritata l'eterna dannazione, se l'intercessione della Beata Vergine, in onore della quale ho fabbricato un monastero, non me n'avesse liberato: soffrirò invece il tormento che tu vedi fino al giorno del giudizio: per raccomandarmi alle benefiche tue preghiere e delle tue sorelle in Gesù Cristo, io sono apparso a te:» dette queste parole, scomparve. «Sappia il lettore, soggiunge Tomaso Cantipratense, biografo della Santa, che Liutgarde ci ha rivelati questi tre titoli: ma che per il rispetto dovuto a così grande pontefice, non abbiamo voluto indicarli[386].» Forse il lettore troverà Innocenzo colpevole ben più che di tre delitti in faccia alla divina Maestà; che più misericordiosa di santa Liutgarde e di san Domenico, non lo avrà per la sua grazia condannato alle pene di molte migliaja d'anni.