CAPITOLO XIV.
Digressione intorno alla quarta crociata[387]. — Conquiste delle repubbliche italiane in Oriente.
Il pontificato d'Innocenzo III è famoso per le guerre sacre ch'egli provocò, facendole promulgare dai predicatori. Mentre alcune armate cattoliche soffocavano nelle province occidentali e presso gli Albigesi i primi germogli dell'eresia e dello spirito d'indipendenza, altre ugualmente condotte da predicatori cristiani sottomettevano al poter papale il patriarca dell'Oriente, il più antico rivale della sede romana, e la chiesa greca, che fino dalla metà del secolo XI i Latini avevano colpita d'anatema siccome infetta d'eresia[388].
Se la prima di queste guerre religiose richiamò a se un istante la nostra attenzione, soltanto perchè Innocenzo III l'adoperò come stromento per istabilire la sua monarchia temporale, e quel potere de' papi che doveva alternativamente appoggiare le repubbliche ed opprimerle; la seconda appartiene assai più, e direi quasi essenzialmente alla nostra storia, poichè l'acquisto di Costantinopoli non fu meno l'opera di Venezia, che degli altri Latini assieme riuniti; e mentre questa fiera signora dell'Adriatico attaccava i Greci, Pisa li difendeva, e finalmente le tre repubbliche marittime d'Italia ebbero parte nella divisione dell'impero d'Oriente.
Ma questa spedizione di tanta importanza è stata già descritta da tutti gli storici delle crociate, e da tutti quelli di Costantinopoli; e ciò che più monta, da Gibbon[389]: e dopo che questo ammirabile scrittore ha presentato drammaticamente, ma con tutta verità e con profonda erudizione, il quadro di un'epoca della storia, difficile riesce, senza dubbio, il richiamare sugli stessi avvenimenti l'attenzione del lettore. Ciò null'ostante ho seguito l'esempio di Gibbon, attingendo, com'egli ha fatto, agli scrittori originali, e non copiandoli: e la conquista di Costantinopoli considerata sotto i rapporti che la legano alla storia veneziana, si mostrerà in parte sotto un punto di veduta affatto nuovo.
Dopo la fondazione di Costantinopoli il governo di questa capitale e del suo impero era sempre stato puramente dispotico e non monarchico, secondo il liberale significato dato dalle moderne nazioni a questo vocabolo. Giammai veruno spirito di libertà, o nazionale o di corpo, aveva per un solo istante fatto ostacolo ai criminosi arbitrj del poter reale, nè pensato forse che si potesse tener in bilico il solo onnipotente volere del governo. Abbiamo già osservato come gl'Italiani, dopo avere scosso un'eguale potere, avevano fatto acquisto di nobili e generose idee; mentre ai tempi d'Innocenzo III, un governo invariabile, sempre regolare ed apparentemente incivilito esercitava già da otto secoli l'uniforme sua influenza sui Greci. Il despotismo degl'imperatori di Costantinopoli, sempre intero e sempre favorito da tutte le circostanze, è una compiuta incontrastabile prova dei naturali e necessarj effetti del più pessimo governo.
Infatti potrebbersi impugnare gli esempj delle torbide dinastie fondate colla forza delle armi, perchè la violenza della loro origine trae sempre seco un'eguale violenza, che l'accompagna finchè dura; perchè i soldati che fecero il loro monarca possono ancora disfarlo; e perchè finalmente la sovranità confidata una volta alla forza brutale, non può giammai impiegarsi con discernimento al comune beneficio. L'autorità di Cesare in Roma fu tutta militare; ma Costantino trasportando la sede dell'impero nella sua nuova città, tolse lo scettro di mano ai soldati; il despotismo greco fu una costituzione civile; e quando la corona fu trasferita dall'una all'altra famiglia, lo fu per gl'intrighi del palazzo, e non col mezzo de' clamori e dell'ammutinamento delle armate.
Potrebbesi pure impugnare l'esperienza d'una nazione barbara ed ignorante, che giammai non avesse riflettuto intorno allo scopo delle civili società, ed il di cui capo non avesse mai pensato che il suo interesse è legato a quello del popolo. Ma i Bizantini avevano raccolta la sapienza di tutto l'universo, l'immensa eredità della esperienza di tutte le antiche repubbliche, di tutte le antiche monarchie. Erano tra le loro mani i libri di tutti i filosofi greci e romani, e quelli delle più moderne scuole apertesi ai tempi di Adriano e degli Antonini, colle memorie delle dinastie dell'Asia e dell'Egitto, ch'ebbero regno nelle stesse province del loro impero. Giammai altri despoti montarono sul trono con maggiore facilità di riunire una più grande quantità di lumi.
Nè tutte queste cognizioni pratiche andarono neglette o perdute; il dispotismo greco, per mezzo di felici e rare circostanze, si trovò al possesso di un bel sistema di giustizia, di un bel sistema d'imposizioni, i quali risparmiarono ai sudditi dell'impero molte private sofferenze. La giurisprudenza di Giustiniano è forse, fino a' nostri giorni, la più equa e meglio ordinata legislazione. Il sistema delle imposte stendevasi a tutti i ranghi, ad ogni genere di ricchezze, e procurava allo stato le maggiori entrate possibili, proporzionatamente alle somme che pagavansi dai sudditi.
Niun governo può esistere indipendente dalle circostanze esteriori o accidentali della nazione, ed i partigiani del despotismo potrebbero confutare le conclusioni che si deducessero contro di loro coll'esempio dell'impero greco, se questo impero fosse stato così vasto da non permettere alcun legame tra i suoi abitanti, ristretto in modo di non avere bastanti forze per difendersi; se fosse stato circondato da troppo bellicose o troppo potenti nazioni per poter loro resistere; se i cittadini avessero affatto perduto ogni carattere militare; se fossero stati poveri in modo di non poter pagare le imposte; finalmente se una nazionale inimicizia gli avesse alienati dal loro proprio governo. Ma l'impero greco, quando si divise dall'occidentale, era più vasto, più ricco e più popolato di quel che lo sia mai stato l'impero di Carlo Magno, ed essendo le antiche conquiste di cui era formato andate in dimenticanza, il corpo intero della nazione parlava lo stesso idioma, e l'abitante della Siria risguardavasi come un cittadino della Tracia. I successi ottenuti dalle barbare nazioni che lo attaccarono non devono illuderci intorno alle loro forze, che tutte insieme non pareggiavano la popolazione o la ricchezza del solo impero greco; la loro arte militare, la loro disciplina, le loro armi non erano altrimenti paragonabili a quelle de' Romani; tra le varie orde di barbari che uscirono dalla Tartaria, dalla Persia, o dall'Arabia per movere guerra ai Greci, non eravi alcun popolo che possedesse quel valore fermo ed ostinato, che i Galli ed i Germani opposero invano alle romane legioni. Non eravi alcun popolo abbastanza istrutto delle cose politiche per sapere trattare alleanze, e combinare contro Costantinopoli una pericolosa colleganza; veruno che tentasse di corrompere i sudditi dell'Impero e di eccitare la ribellione nel suo seno; veruno che coll'esempio di un prospero governo, o per mezzo de' principj sui quali si fondasse, facesse crollare i fondamenti dell'autorità de' Cesari. Il valore militare era, a dir vero, quando si divise lo stato di Roma, già venuto meno per la lunga durata del precedente despotismo; ma in sul cominciare di questo despotismo, era ancora nel suo pieno vigore; ed anche dopo Costantino, le legioni romane, capitanate da Giuliano, mostrarono che l'antico valore non era spento. Finalmente il ritorno della sovrana autorità tra le mani dei Greci, era per essi come una vittoria nazionale, che doveva attaccarli al loro monarca. Tutto prometteva all'Impero greco una costante prosperità, se il despotismo era mai capace di renderla stabile.
Non è qui bisogno di tener dietro alla vergognosa storia de' monarchi di Costantinopoli ed ai deboli intrighi della loro corte, per sapere a qual punto di avvilimento questo governo, tanto favorito dalle circostanze, aveva ridotta la razza umana: basta osservare cosa fosse l'Impero greco quando i crociati risolsero di conquistarlo; senza armate, senza flotte, senza tesori, senza coraggio, senza talenti; non contava un solo generale che avesse saputo meritarsi la stima de' soldati, quantunque l'Impero si trovasse sempre impegnato in guerre civili e straniere. Nel lungo corso di dieci secoli non produsse una sola opera scientifica o letteraria che s'innalzasse al di sopra della mediocrità, sebbene siansi sempre più o meno coltivate le lettere, e che i Greci fossero intimamente persuasi d'essere i soli al mondo capaci di scrivere, e che senza di loro tutti i popoli da essi chiamati barbari sarebbero condannati a perpetua obblivione[390]. Ogni energia era talmente spenta ch'erano perfino cessate le dispute religiose; ed i sofisti greci non si occupavano più delle interminabili loro controversie; e dopo l'ottavo secolo niuna nuova eresia aveva turbata la tranquillità di quella Chiesa[391]. Un'altra prova di questo indebolimento è che i Greci avevano rinunciato ad ogni commercio straniero, malgrado la superiorità delle loro ricchezze, malgrado i sommi vantaggi de' loro porti e delle loro posizioni, e malgrado l'esclusivo possesso lungo tempo conservato: erano i repubblicani d'Italia, che stabilitisi tra di loro, ne facevano tutto il traffico. I Greci contenti del commercio spicciolato e delle manifatture che non richiedevano l'occupazione d'alcuna facoltà dell'anima, e dove gli uomini potevano agire come semplici macchine, abbandonavansi ad una profonda mollizie. I piaceri sensuali ed il riposo erano i soli oggetti dei loro desiderj: essi ignoravano perfino l'esistenza del punto d'onore, ed erano diventati insensibili alla vergogna[392]. Questo carattere nazionale verrà bastantemente sviluppato quando li vedremo alle mani coi Latini.
Le cronache delle città marittime d'Italia ci somministrano poche notizie intorno alle colonie stabilite dai loro cittadini in Costantinopoli o in altre città dell'Oriente: queste colonie governavansi da se medesime, nominavano i propri ufficiali senza riceverli dalla metropoli; e qualunque si fossero la popolazione e la ricchezza loro, non potevano ritenersi appartenenti allo stato. Quindi gli storici nazionali diedero pochissima importanza alle guerre de' privati veneziani e pisani nell'altra estremità dell'Europa, comechè le conseguenze che ne derivarono siano ai nostri tempi risguardate con sorpresa; mentre le continue guerre de' Pisani e dei Genovesi, che hanno più che altro l'aria di pirateria, attiravano potentemente tutta l'attenzione delle loro città.
Già da molto tempo, i Veneziani, siccome più vicini alla Grecia, avevano ottenuti grandissimi vantaggi commerciando colla medesima; e per compensare i beneficj di cui godevano, somministravano le loro flotte agl'imperatori di Costantinopoli per valersene nelle guerre di mare; ma da cinquant'anni in qua questa buona armonia erasi non poco alterata. I Veneziani troppo fidando al proprio coraggio, non dissimulavano il loro disprezzo per la viltà greca, e vendicavansi colle armi alla mano de' più leggeri insulti che loro fossero fatti.
Dopo l'assedio di Corcira, nel quale i Greci ed i Veneziani avevano combattuto assieme sotto gli stessi stendardi, Manuele Comneno fu costretto di calmare la subita collera degli ultimi con umilianti sommissioni[393]. Ciò era accaduto del 1152, ma nel 1169 lo stesso imperatore, irritato senza dubbio da recenti offese, li fece tutti imprigionare nel medesimo giorno, assicurandosi delle loro proprietà in tutti i porti de' suoi stati. Non furono tardi i Veneziani a vendicarsene, devastando con una flotta di cinquanta galee l'Eubea, Chio ed altre isole, e forzando l'imperatore a domandare la pace, ed a promettere in compenso de' beni confiscati che non poteva restituire, il pagamento di ragguardevole somma. Una grande popolazione umiliata da un pugno di gente non può non sentire per questi valorosi un odio eguale al terrore che la comprese. Quantunque i Veneziani, stabiliti a Costantinopoli ed in tutto l'Impero, avessero stretti legami di famiglia coi Greci, e sembrassero diventati loro concittadini, il solo loro nome li rendeva in faccia al popolo un oggetto di odio; talchè ogni rivoluzione di corte, ogni sedizione popolare, poteva essere il segno d'un massacro. Quando Andronico, l'anno 1183, cacciò dal trono Alessio Comneno, figliuolo di Manuele[394], i Veneziani furono attaccati all'impensata, saccheggiati e costretti a salvarsi colla fuga: del 1187 sotto il regno d'Isacco Angelo[395] furono nuovamente attaccati; e da quest'epoca fino al 1201 gl'insulti del popolo e le violenti esazioni degli ufficiali del governo moltiplicarono ogni giorno i titoli di malcontento e l'odio reciproco delle due nazioni. I negozianti pisani seppero approfittare delle disposizioni in cui trovavansi i Greci verso i Veneziani, per soppiantarli nel commercio di Costantinopoli; e la loro colonia fu in breve la più ricca perchè non si rifiutarono di venire frequentemente alle mani coi Veneziani onde mantenersi cari al governo greco che li ricolmava di favori[396].
Il trono di Costantinopoli era a quest'epoca occupato da un usurpatore. Dopo i principi della casa Comnena ch'eransi fatti ammirare come superiori assai ed ai loro predecessori ed ai loro sudditi, la Grecia era stata da prima governata da un debole fanciullo, ultimo erede di questa stirpe; poi da un feroce tiranno, Andronico; e dopo questi dal debole Isacco Angelo, ch'era stato in fine balzato dal trono da suo fratello, privato della vista e posto in carcere: ma ciò che facilmente non accaderà giammai altrove, l'usurpatore non aveva nè maggiori talenti ne più coraggio di quello ch'egli aveva spogliato della porpora; ed il secondo Alessio Angelo, nelle delizie del suo palazzo, non occupavasi, in sull'esempio di suo fratello, che de' suoi piaceri e delle assurde predizioni degli astrologi.
Tale era, l'anno 1198, lo stato dell'Oriente quando Innocenzo III facendo predicare la crociata da Folco di Nuelly pose in moto la maggior parte de' baroni francesi per riconquistare il santo Sepolcro. Tebaldo, conte di Champagne, Luigi, conte di Blois, Baldovino, conte di Fiandra, Ugo, conte di san Paolo, Simone, conte di Monfort, e Goffredo, conte di Perche, potevano risguardarsi come i capi dell'intrapresa[397]. Essendo morto Tebaldo avanti che la loro armata potesse porsi in cammino, i crociati, in un'assemblea tenuta a Soissons, nominarono loro condottiero Bonifacio di Monferrato, fratello di quel marchese Corrado che aveva così valorosamente difeso Tiro contro Saladino.
Dopo ciò i crociati risolvettero l'anno 1201 di passare in Palestina o in Egitto per la via di mare, e cercarono di fare coi Veneziani un trattato di sussidio e d'alleanza. Enrico Dandolo allora duca, o doge di Venezia, offrì ai loro ambasciatori in nome della repubblica di fornire tanti bastimenti da trasporto, chiamati usceri o palandre, quanti bastassero per quattro mila cinquecento cavalli, e nove mila scudieri; vascelli per quattro mila cinquecento cavalieri, e venti mila uomini d'infanteria; le provvigioni per tutte queste truppe per nove mesi, e cinquanta galee armate per iscortarli su quelle coste in cui il servizio di Dio e della cristianità li chiamerebbe[398]. Domandavano in compenso, che i crociati avanti d'imbarcarsi pagassero ottantacinque mila marche d'argento e dividessero coi Veneziani a parti eguali tutte le conquiste che farebbero.
Ma prima che queste condizioni, accettate dai crociati, potessero risguardarsi come convenute, era necessario d'avere l'assenso, prima di sei savj e della quarantia, consigli fin a que' tempi stabiliti in Venezia per temperare l'autorità dei dogi; poi del popolo medesimo che non aveva per anco rinunciato ad ogni ingerenza governativa. Polche Dandolo ebbe il parere de' suoi consiglieri, e preparati gli animi del popolo, riunendo per sezioni, prima duecento, poi fino mila cittadini, adunò l'assemblea generale composta di due mila e più persone nella chiesa di san Marco, e sulla vicina piazza. Colà dovevano essere introdotti sei deputati della più alta nobiltà francese che venivano ad umiliarsi innanzi ad un popolo di mercanti per implorarne l'assistenza. Uno di loro, Goffredo di Villehardovin, maresciallo di Champagne, lasciò scritta in vecchio francese una relazione di quest'ambasceria e di tutta la spedizione; eccone il racconto[399]:
«Il doge, poi ch'ebbe riuniti i suoi concittadini, disse loro, che ascoltassero la messa dello Spirito Santo, e pregassero Dio a consigliarli sull'inchiesta loro fatta dai messaggieri; e ciò fecero assai di buon grado. Finita la messa, il doge invitò i messaggieri affinchè pregassero il popolo umilmente ad approvare questa convenzione. Vennero i messaggieri alla chiesa, e furono curiosamente osservati assai da molta gente che prima non gli avevano così veduti. Goffredo di Villehardovin prese a parlare, com'era concertato ed assentito dagli altri messaggieri, e disse: Signori, i più alti e potenti baroni di Francia ne spedirono a voi; essi vi chiedono mercè: abbiate compassione di Gerusalemme caduta in servitù de' Turchi; e vogliate in onore di Dio accompagnarli, e vendicare la vergogna di Gesù Cristo. Essi fecero scelta di voi, perchè sanno che verun altro popolo marittimo è potente come voi ed il vostro popolo: c'imposero di gettarci ai vostri piedi, e di non rialzarci che allorquando avrete determinato d'avere pietà di Terra santa oltre mare. — Intanto i sei messaggieri inginocchiavansi ai loro piedi piangendo; ed il doge e tutti gli altri gridarono ad una voce, stendendoci le mani: noi l'approviamo, noi l'approviamo[400].
»Nel susseguente anno i crociati ottennero da Innocenzo III l'approvazione di questa convenzione fatta coi Veneziani[401]; ma mentre la repubblica soddisfece dal canto suo scrupolosamente agli obblighi suoi, molti de' crociati vi mancarono vergognosamente. I sudditi del conte di Fiandra, invece di seguirlo, presero la strada del mare, e, passando in Siria colle loro proprie navi, non si unirono più all'armata crociata; il vescovo d'Autun, Guiche conte di Forest, ed altri molti andarono a Marsiglia per procurarsi il passaggio sopra vascelli mercantili[402]; di modo che i crociati, che incominciarono ad arrivare a Venezia dopo la Pentecoste, ed ai quali fu ceduta l'isola di san Nicola di Lido, non arrivarono al numero che si era supposto, e quando si venne a riscuotere da cadauno di loro la capitazione convenuta, cioè due marche per uomo, e quattro per ogni cavallo[403], si fu ancora assai lontani dal compire le ottanta mila marche convenute, tanto più che molti dicevano di non poter pagare il loro passaggio, sicchè i loro baroni ricevevano di costoro quello che potevano averne. I conti di Fiandra, di Blois, di san Paolo, il marchese Bonifacio, ed i loro amici vollero sagrificare quanto avevano, e mandarono al doge tutto il loro vasellame; ma malgrado questo generoso sagrificio mancavano tuttavia trentaquattro mila marche al compimento del pattuito prezzo[404].
»Allora il duca parlò ai suoi popoli, e disse loro: Signori, queste genti non possono pagarci: quanto hanno fin qui pagato, noi l'abbiamo tutto guadagnato in forza della convenzioni cui essi non sono in istato di soddisfare; ma il nostro diritto rigorosamente voluto non sarebbe di loro aggradimento, e noi ed il nostro paese ne saremmo biasimati assai. E bene invitiamoli dunque ad un nuovo accordo. Il re d'Ungheria si tiene a torto Zara in Schiavonia, che è una delle più forti città del mondo, e che, per quanto noi faremo, non potremo mai riavere senza l'ajuto di questa gente. Ricerchiamoli di andare a conquistarla per noi, e noi faremo loro rilascio delle 34,000 marche di cui ci vanno debitori, finchè Dio permetta a noi ed a loro di guadagnarle insieme. L'accordo venne proposto in questi termini; e fu impugnato assai da coloro che desideravano che l'armata si disperdesse: ma infine l'accordo fu fatto ed approvato.
»S'adunarono allora, in un giorno di domenica, nella chiesa di san Marco tutto il popolo della città e la maggior parte de' baroni e dei pellegrini. Avanti che incominciasse la messa solenne, il duca di Venezia, che avea nome Andrea Dandolo, montò in pulpito, e parlò al popolo in questo modo: Signori, voi siete associati alla miglior gente del mondo, e pel più importante affare che altri uomini intraprendessero mai: io sono ormai vecchio e debole, ed avrei bisogno di riposo, essendo mal disposto di corpo; ma vedo che niuno saprebbe governarvi e condurre al par di me, che sono il vostro doge. Se volete acconsentire ch'io prenda l'insegna della croce per custodirvi e dirigervi, e che mio figlio faccia le mie veci, e custodisca la terra, anderò a vivere ed a morire con voi e coi pellegrini.
»E quand'ebbero ciò udito; Sì, gridarono tutti ad una sola voce, noi vi preghiamo da parte di Dio che la prendiate, e che venghiate con noi.
»Ebbero allora grande compassione il popolo della terra, ed i pellegrini, e furono versate molte lagrime perchè quest'uomo prode aveva sì grande motivo di rimanersene, perchè vecchio, perchè, quantunque avesse begli occhi in testa, non perciò vedeva egli punto, avendo perduta la vista per una ferita avuta nel capo[405]. Mostrava egli gran cuore. Ah quanto male gli rassomigliavano coloro ch'eransi diretti ad altri porti per sottrarsi al pericolo. Così scese egli dal pulpito, ed andò avanti all'altare, e postosi in ginocchio, versando molte lagrime, gli fu cucita la croce sul suo grande cappello di cotone, perchè voleva che tutti la vedessero. Ed i Veneziani cominciarono a crociarsi questo giorno in molta abbondanza»[406].
In questo frattempo il figlio del detronizzato imperatore Isacco, che chiamavasi Alessio, avendo avuto modo di fuggire da Costantinopoli sopra una nave pisana, e di salvarsi in Italia, mandò i suoi deputati a Venezia per sollecitare i crociati ad ajutarlo a risalire sul trono de' suoi padri. Questo giovane principe aveva già visitata la corte di Roma, ed aveva cercato il favore del papa, ma questi era stato prevenuto dall'imperatore Alessio suo zio, il quale aveva spediti ad Innocenzo III ambasciatori di alto rango con grandiosi regali, e pregatolo a mandare alcuni legati a visitare il suo Impero[407]. Era stato intavolato un trattato tra Alessio, il patriarca di Costantinopoli e Roma, ed il papa aveva potuto lusingarsi di ricondurre i Greci all'ubbidienza, cui questi avevano già ridotti i Latini. Perciò quando da una parte il giovane Alessio gli chiese protezione, e dall'altra il vecchio Alessio gli scrisse nuovamente per pregarlo a non dare ajuto al fuggiasco che non era assistito da verun titolo ereditario, perchè non era porfirogeneta, ossia nato in tempo che suo padre era sul trono, e perchè l'impero era elettivo: Innocenzo rispose in modo di richiamare a sè medesimo la decisione di questo affare, credendo di potere con una sentenza disporre a modo suo dell'Impero d'Oriente: quindi ordinò che i crociati non prendessero veruna parte nelle contese de' Cristiani, ed incaricò il cardinale di san Marcello di assumere in nome del sacro Collegio le informazioni relative a questa nuova causa[408]. Il giovane Alessio che non tardò ad avvedersi che poco poteva ripromettersi dalla mediazione del papa, passò in Germania presso il re Filippo di Svevia, competitore di Ottone IV, il quale avendo sposata sua sorella, cercò con tutti i mezzi di raccomandarlo caldamente ai crociati[409].
Intanto la flotta, poi ch'ebbe caricate tutte le macchine di guerra necessarie ad un assedio, fece vela da Venezia il giorno 8 di ottobre, e giunse in faccia a Zara il 10 novembre, vigilia di san Martino[410]. Quantunque assai forte questa città si lasciò sgomentare dalla potenza dell'armata che veniva per intraprenderne l'assedio, e dopo cinque giorni i cittadini si arresero al doge salve le vite, ed il saccheggio della città fu diviso tra i confederati. Ma la stagione era ormai troppo avanzata, perchè una flotta di crociati potesse giugnere sicura in Egitto, e prese a Zara i quartieri d'inverno.
Durante tale dimora i baroni francesi ricevettero lettere del pontefice, colle quali loro rinfacciava aspramente la presa d'una città cristiana, ed il profano uso che avevano fatto delle loro armi, mentre che in forza de' voti emessi omai non appartenevano che a Gesù Cristo: gli avvertiva poi, che se non si pentivano e non si affrettavano di restituire al re d'Ungheria tutto quanto avevano tolto ai suoi sudditi, sarebbero colpiti dalla scomunica già sospesa sul loro capo[411].
I Veneziani avevano fino da que' tempi adottata, rispetto alla santa sede, quella ferma ma rispettosa politica, colla quale seppero conservare verso la medesima una indipendenza che non conobbero le altre potenze cattoliche. Anche prima quando il cardinale Marcello erasi portato a Venezia per prendere, col titolo di legato, il comando della flotta crociata, gli avevano fatto sapere che, se era venuto come predicatore cristiano, si farebbero gloria di riceverlo; ma che, se intendeva di esercitare sopra di loro un'autorità temporale, non potevano accoglierlo sulla flotta[412]. Dopo aver avuta quest'ambasciata il cardinale erasene tornato a Roma. Le nuove minacce del papa non gli smossero punto, e piuttosto che sottomettersi, lasciaronsi scomunicare. I baroni francesi erano più spaventati per le minacce del papa; onde spedirongli quattro deputati per ottenere d'essere riconciliati colla Chiesa[413]. Ma mentre cercavano di calmarlo colla loro sommissione, impegnavansi, contro l'espresso suo divieto, in un trattato col giovane Alessio, che per più lungo tempo ancora doveva tener lontane le loro armi dalla guerra sacra.
L'anno 1203 il principe greco erasi portato a Zara presso i crociati; gli aveva commossi col racconto delle proprie sventure e di quelle di suo padre, e più ancora colle offerte onde seppe abbellire la sua narrazione. Prometteva di ridurre l'Impero di Costantinopoli all'ubbidienza della Chiesa romana, di dividere tra crociati duecento venti mila marche d'argento, di mandare a sue spese in Egitto dieci mila uomini[414] (che Villehardovin chiama sempre terra di Babilonia[415]) quando egli non possa recarvisi personalmente, e di mantenere perpetuamente cinquecento cavalieri alla custodia di Terra santa.
I Francesi erano già ben disposti a favore del giovane principe, che invocava, presso di loro, l'alleanza di sua famiglia con quella di Luigi il giovane[416]. I Veneziani d'altra parte abbracciavano con piacere un'occasione di vendicarsi dei torti ricevuti dai Greci, e di far loro provare il proprio potere: e gli uni e gli altri poi parvero sopra tutto mossi dalla considerazione che per conquistare la Siria era prima necessario d'essere padroni delle coste di uno dei due paesi limitrofi, l'Egitto, o l'Asia minore[417]. I più principali signori dell'armata, il marchese Bonifacio di Montferrat, il conte Baldovino di Fiandra, il conte Luigi di Blois, ed il conte Ugo di san Paolo, accettarono, d'accordo col doge, le condizioni loro offerte dal giovane Alessio; ma i cardinali legati del papa abbandonarono i crociati, e passarono in Cipro, poi nella Siria, piuttosto che prendere parte alla spedizione contro la Grecia[418]; ed un gran numero di baroni, tra i quali il conte di Monforte, dopo aver dichiarato di non volere imbarazzarsi in un'intrapresa che offendeva il papa, si separarono dall'armata.
Già da lungo tempo sapevansi a Costantinopoli i maneggi del giovane Alessio, ed inoltre la risoluzione dei crociati, onde ebbero tempo di prepararsi a respingere il loro attacco. Di tutti i paesi d'Europa la Grecia è quella che invita più fortemente i suoi abitanti alla navigazione. In ogni tempo le numerose sue isole gli somministrarono esperti marinaj; ed anco a quest'epoca Costantinopoli divideva con Venezia l'impero del mare: era dunque a supporsi che una flotta greca venisse ad aspettare i crociati alla bocca dell'Adriatico, per impedirgli di avvicinarsi alle coste dell'Impero. Ma l'imperatore aveva affidato il comando delle sue flotte a Michele Strufuos suo cognato, uomo bassamente avido, che aveva venduto perfino le ancore, i cordaggi e le vele dell'arsenale della marina; talchè nell'istante della guerra non trovaronsi sui cantieri vascelli lunghi proprj alla guerra[419]. Per farne di nuovi, le vaste foreste delle due coste della Propontide avrebbero somministrato il legname necessario; ma gli eunuchi del palazzo avevano prese in custodia quelle foreste, e non permettevano che si atterrassero le piante dei boschi consacrati alla caccia ed ai piaceri del loro signore[420].
Si sarebbero pure potuti prendere altri mezzi di difesa; perciocchè ai crociati, ritardati dalla quantità delle palandre, vascelli necessarj al trasporto d'un'intera armata, era impossibile di giugnere a Costantinopoli senza dar fondo più volte per procurarsi i viveri e rifare i cavalli dagl'incomodi del mare. Se le coste dell'Impero fossero state preparate ad una vigorosa resistenza; se le munizioni ed i viveri fossero stati trasportati nell'interno, l'attacco sarebbesi reso così difficile, che il grosso partito de' crociati contrarj a quest'intrapresa sarebbero in più occasioni stati ascoltati ed avrebbero fatto rivolgere la flotta verso Terra santa, primo oggetto della loro spedizione. Ma i crociati approdarono ad Epidamno o Durazzo, ove invece d'incontrare opposizione, vi furono amichevolmente accolti dagli abitanti, che giurarono fedeltà al giovane Alessio[421]; approdarono di nuovo a Corcira, e vi riposarono tre settimane, non travagliati da altra opposizione che da quella di molti crociati che volevano ad ogni modo prendere la strada di Terra santa, ma che furono alla fine contenuti. Ebbero eguale accoglimento a Capo Maleo, a Negroponte, ad Andros, ad Abido, ed ovunque presero terra: l'imperatore non aveva preparata veruna resistenza; ed il popolo mancava di energia per supplire all'inerzia del sovrano.
Finalmente i Latini, sempre secondati da un vento favorevole, arrivarono il giorno 23 giugno, vigilia di san Giovanni, a tre leghe da Costantinopoli in faccia ad un'abbazia di santo Stefano, di dove la città mostravasi tutta intera al loro sguardo[422]. «La gente de' navigli, galee ed usceri presero porto, ed ancorarono i loro vascelli. Ora potete ben credere che molti, che mai non lo avevano veduto, guardavano Costantinopoli, e non potevano credere trovarsi più ricca città in tutto il mondo. Quando videro le alte sue mura, e le ricche torri che tutta la chiudevano all'intorno, e que' ricchi palazzi e quelle alte chiese, delle quali ve n'erano tante che niuno avrebbelo creduto se non le avesse vedute cogli occhi proprj in tutta la lunghezza e larghezza della città, che di tutte le altre era sovrana; sappiate che non eravi persona tanto ardita cui non battesse il cuore; nè ciò deve recare maraviglia, giacchè non fu mai fatta sì grande impresa.... Ciascuno osservava le proprie armi, pensando che ogni soldato ne avrebbe in breve avuto bisogno.»
Colà dove il Bosforo di Tracia sbocca nella Propontide o mar di Marmora, apresi un golfo profondo e s'allarga dalle coste d'Europa: i Greci danno a questo golfo il nome di Chrysocheras, o pure di corno di Bisanzo. Tra questo golfo e la Propontide è posto Costantinopoli sopra un triangolo bagnato da due bande dal mare. Il muro settentrionale della città stendesi lungo la riva del mare di Marmora sopra uno spazio di tre mila tese; un altro muro presso a poco della stessa lunghezza va a nord-ovest lungo il golfo Chrysocheras che tien luogo di porto: là dove si riuniscono questi due muri e dove il triangolo si termina in punta all'imboccatura del Bosforo di Tracia, è oggi posto il serraglio; ed all'altra estremità del muro settentrionale verso il fondo del porto era fabbricato il palazzo di Blacherna degl'imperatori greci. Un doppio muro che scende dal nord a mezzogiorno, chiude la città all'ovest, e taglia la sola comunicazione che ha colla terra. Dall'altra banda del golfo trovansi al nord della città e sempre sulle coste d'Europa i sobborghi di Pera e di Galata: e sotto di questo il golfo non ha più di cento tese di larghezza; nel qual luogo appunto è chiuso con una catena onde assicurare i vascelli che trovansi nell'interno del porto. Di faccia alla punta di Costantinopoli sull'altra costa del Bosforo appartenente all'Asia trovasi la piccola città di Crisopoli, oggi chiamata Scutari; più a mezzogiorno, e sulla stessa Propontide quella di Calcedonia[423].
I crociati sbarcarono prima a Calcedonia; poi passarono a Scutari, e si riposarono nove giorni nei giardini e palazzi dell'imperatore[424]. Intanto i Greci spiegarono la loro cavalleria sulla spiaggia di Pera in faccia a quella dei Latini. I crociati, poi ch'ebbero rinfrescate le loro truppe e cavalli, unironsi a parlamento a cavallo in mezzo al campo per risolvere intorno al modo che terrebbero nell'attacco: divisero la loro piccola armata in sei corpi, o battaglie, e quando i vescovi ebbero esortati i soldati a confessarsi ed a fare testamento, perchè non potevano sapere quando Iddio disporrebbe delle loro vite, i cavalieri salirono sulle loro palandre a canto ai loro cavalli sellati e disposti alla battaglia. Le galee rimorchiarono le palandre fino alla spiaggia d'Europa, e quando furono vicine alla riva, i cavalieri lanciaronsi in mare col caschetto in testa e la sciabla in mano, stando nell'acqua fino alla cintura; e loro tennero dietro i loro sergenti ed arcieri. Tostochè i Greci armati ed a cavallo sulla riva se li videro vicini[425], benchè di numero superiori assai, fuggirono a briglia sciolta, senza abbassare la lancia, di modo che i Latini non incontrarono più difficoltà per fare scendere a terra i loro cavalli.
La testa della catena che chiudeva il porto, era difesa dalla torre di Galata[426], di cui i Latini intrapresero l'assedio. Nella vegnente notte i Greci fecero una sortita per sorprendere gli assedianti; ma coll'ordinaria loro viltà si posero in fuga tostochè i Latini dieder mano alle armi: alcuni s'annegarono volendo gettarsi nelle loro barche, altri rincularono con tanto precipizio nella torre di Galata, che non si avvisarono di chiudere le porte, e la fortezza fu presa da coloro che gl'inseguivano. La catena venne rotta all'istante, e la flotta veneziana entrò trionfante in porto. Alcune delle galee greche che vi si erano poste in sicuro furono prese; altre si mandarono a picco sulla riva opposta a Costantinopoli, ove i marinai le abbandonarono e si diedero alla fuga.
Alla estremità del porto due fiumi, il Barbisse ed il Cidaro, riuniti in un solo letto, passano sotto un ponte detto Pietra forata, che poteva essere lungo tempo difeso; i Greci lo tagliarono, non lasciando sull'opposta riva alcuna guardia. Per accostarsi dalla banda di terra alle mura delle città, l'armata doveva fare un giro del golfo, ed attraversare il ponte. S'impiegò un giorno ed una notte a rifare il ponte, e grandissima fu la maraviglia de' crociati nel vedere che niuno veniva ad impedirne il lavoro; ben sapendo che ad ogni crociato la città poteva opporre venti uomini abili alle armi[427]. Rifatto il ponte, i crociati vennero ad accamparsi in faccia al palazzo di Blancherna. Strana maniera di formare un assedio, non potendo guardare che una sola porta della città.
I Veneziani desideravano che s'attaccasse la città dalla banda del mare per mezzo di scale e ponti levatoj posti sui loro vascelli: ma i Francesi rappresentarono che «non saprebbero così bene adoperarsi in mare, come in terra quando avevano i loro cavalli e le loro armi[428]» e fu convenuto che si attaccherebbe la città dalla banda di terra e di mare, combattendo le due nazioni sopra l'elemento a ciascuno più confacente per mostrarvi il proprio valore. Frattanto la posizione de' Francesi era assai pericolosa: non passava notte che non fossero cinque o sei volte obbligati di prendere le armi; e quantunque respingessero ogni volta con vantaggio gli attacchi dei Greci, non osavano allontanarsi quattro tiri d'arco dal campo per procurarsi le vittovaglie che incominciavano a mancare; avevano bensì farine e carni salate per tre settimane, ma non avevano di carni fresche che quelle de' cavalli che ammazzavano.
In così difficile posizione ogni ritardo diventava fatale. I preparativi per l'attacco trovaronsi ultimati il decimo giorno, e fu tosto risoluto l'assalto[429]. I Francesi avevano sei battaglioni: a due affidarono la custodia del campo, e condussero gli altri quattro all'assalto. Da una parte cercarono di rompere la muraglia percuotendola col montone, dall'altra applicarono due scale ad un barbacane o ridotto avanzato posto presso al mare, col mezzo delle quali salirono sulle mura circa quindici cavalieri nel luogo detto la scala imperiale; ma furono colà incontrati dai Varangiani armati di scuri, che Villehardovin dice Inglesi e Danesi, e dagli ausiliarj Pisani, che la loro rivalità coi Veneziani teneva attaccati all'imperatore[430], e furono respinti con perdita. In questo frattempo il doge di Venezia aveva disposta la sua flotta sopra una sola linea lungo le mura, da cui scacciava i difensori con frequenti scariche delle sue petriere e colle frecce degli arcieri, che posti sui ponti in mezzo all'alberatura dominavano le mura. Pure «sappiate che le galee non osavano prender terra. Ora potete udire le strane prodezze. Il duca di Venezia vecchio, gottoso, cieco, venne tutto armato sulla prora della sua galea, facendo portare innanzi a lui il gonfalone di san Marco, e gridava ai suoi di porlo a terra, o ch'egli farebbe giustizia dei loro corpi. Allora fecero che la galea prendesse terra, e saltando fuori, portano innanzi a lui il gonfalone di san Marco verso la città.» Tutti i Veneziani vedendo la manovra della galea del doge, slanciansi dietro a lui; piantano sulle mura il gonfalone di san Marco, e venticinque torri cadono in loro potere.
La città sembrava omai presa, ed il doge aveva già mandato ad avvisare l'armata francese ch'era padrone di un gran numero di torri da cui non poteva essere sloggiato. Ma quando tentò d'avanzarsi nel soggetto quartiere, un vasto incendio che i Latini attribuiscono ai Greci, i Greci ai Latini, lo fermò, obbligandolo a rinchiudersi in quella parte delle fortificazioni di cui erasi prima impadronito. Intanto l'imperatore Alessio spinto dai rimproveri del popolo che lo accusava di avere aspettato il nemico presso le mura, fece sortire da tre porte le sue truppe ad un miglio e mezzo da quella di Blancherna; e s'avanzò alla loro testa contro l'armata francese, con intenzione d'avvilupparla. I Francesi disposero i sei battaglioni innanzi alle fortificazioni del loro campo; i sergenti ed i scudieri a piedi si posero dietro la groppa de' cavalli, gli arcieri e frombolieri in sul davanti. Eravi un battaglione composto di più di duecento cavalieri, che avendo perduto il loro cavallo erano forzati di combattere a piedi. L'armata francese era collocata in maniera che non poteva attaccarsi che di fronte; ed ebbe l'avvedutezza di non moversi, giacchè avanzandosi nel piano, sarebbe stata avviluppata dalla infinita gente contro cui doveva battersi. Avevano i Greci per lo meno sessanta battaglioni, ognuno de' quali era più numeroso di quelli dei Francesi, i quali avanzaronsi lentamente in ben disposta ordinanza fino a tiro di freccia. Quando il doge Dandolo fu avvertito che i suoi alleati erano impegnati in così disuguale battaglia[431], ordinò alla sua gente di ritirarsi e di abbandonare le torri che avevano prese, dichiarando di voler vivere o morire coi crociati. Fece dunque avvicinare le sue galee all'armata, e scese egli stesso il primo alla testa di tutti i Veneziani non necessari al servigio de' vascelli. Malgrado questo rinforzo, se Alessio avesse avuto il coraggio di attaccare i Latini, o avesse permesso di farlo a Lascari suo genero che gliene faceva istanza, probabilmente gli avrebbe oppressi[432]; ma tosto che gli arcieri ebbero scaramucciato un poco di tempo, Alessio fece suonare la ritirata, e tornò verso la città senza battersi, con grandissima maraviglia de' Latini. «E sappiate che Dio non liberò mai da maggior pericolo niuno, come in questo giorno l'armata de' crociati; e sappiate che non vi fu alcuno tanto ardito che non ne risentisse estrema gioja.»
La notte del giorno medesimo in cui Alessio aveva mostrata la sua potenza e la sua viltà, risolse di fuggire. Di che datane parte ad alcuni de' suoi più fedeli, e facendo portare sopra un vascello una ragguardevole somma in oro, le pietre preziose, le perle e gli ornamenti della corona, vi si recò egli stesso con sua figlia Irene, e nella prima vigilia della notte si fece trasportare a Debeltos[433]. E per tal modo questo principe perdette per viltà se stesso e la patria. La Grecia aveva avuto altri tiranni, a petto ai quali Alessio era un buon re. Niceta terminando la storia del suo regno gli accorda ancora qualche elogio, facendone il paralello coi suoi predecessori. «Grandi erano, egli dice, la sua dolcezza e la sua clemenza; egli non faceva cavar gli occhi, non mutilare le membra, nè compiacevasi della carnificina degli uomini, e durante il suo regno nessuna matrona vestì per sua colpa l'abito di lutto.»
Tosto che seppesi in palazzo la fuga dell'imperatore, l'eunuco Costantino, prefetto del tesoro, riunì i Varangiani e gli ausiliari per impegnarli a salutare imperatore Isacco suo fratello che si trasse allora di prigione per rimetterlo sul trono[434]. Nella mattina vegnente Alessio ed i crociati ricevettero gli ambasciatori del nuovo imperatore, che invitava il giovane principe a tornare in Costantinopoli, manifestandogli la rivoluzione accaduta in favore di suo padre. A tale notizia riunironsi il doge di Venezia ed i baroni, e prima di lasciar partire il loro protetto, spedirono quattro messaggieri, uno de' quali fu il nostro storico Villehardovin, onde ottenere da Isacco la conferma del trattato convenuto con suo figliuolo[435].
Allorchè il vecchio imperatore conobbe le promesse del figliuolo, si pose a gridare dolorosamente essere tanto considerabili, che non sapeva come soddisfarvi. Pure, soggiunse, i servigi che voi ci rendeste sono ancora più grandi, e quando vi donassimo tutto il nostro impero, non sareste meglio compensati di quello che meritiate. Dopo breve disamina confermò con una carta autenticata col suo suggello le promesse del giovane Alessio. Dopo ciò questo principe, accompagnato dai baroni latini, entrò con magnifico apparato in città; e coloro che il giorno innanzi si risguardavano come i più fieri nemici di Costantinopoli, furono festeggiati quali suoi liberatori.
L'imperatore assegnò gli alloggi all'armata crociata ne' due sobborghi di Pera e di Galata, pregando i Latini di voler tenere le loro truppe dall'altro lato del golfo di[436] Chrysocheras, onde evitare che l'animosità nazionale si risvegliasse e che qualche contesa tra i suoi sudditi ed i suoi alleati non ponesse in pericolo la capitale o i suoi ospiti.
Infatti la collera de' Greci contro i Latini non poteva rimanere lungo tempo nascosta; esauriti erano i tesori dell'Impero, ed il pagamento di duecento mila marche promesse dal giovine Alessio non poteva eseguirsi senza inudite vessazioni. Si confiscarono i beni dei partigiani dell'ultimo imperatore; l'imperatrice Eufrosina sua moglie, ch'egli, fuggendo, aveva dimenticata in palazzo, fu spogliata; si spogliarono le chiese e le stesse immagini de' santi delle argenterie[437]; ma a fronte di questi sacrilegi che rivoltavano il popolo, l'argento raccolto non bastava per soddisfare i Latini. Pure si fece un primo pagamento, ed i baroni diedero ad ogni soldato crociato quanto aveva sborsato pel suo passaggio.
L'insubordinazione de' Latini era un secondo motivo di odio ancora più potente che le estorsioni cagionate dalla loro avarizia. I Pisani, per l'intromessione del giovane Alessio, eransi riconciliati coi Veneziani, ed i Fiamminghi, altro popolo commerciante, strinsero più intrinseca amicizia coi cittadini delle due città. Unendo uno spirito di mercantile gelosia ai loro pregiudizj religiosi, risolsero insieme di saccheggiare il quartiere de' Saraceni in Costantinopoli, e discacciare questi mercadanti infedeli da una città che volevano intieramente sottomettere alla Chiesa. Attraversarono lo stretto senza difficoltà, non essendovi guardia che avesse ordine d'impedirlo, ed attaccarono improvvisamente i Saraceni, che, malgrado la sorpresa, si difesero valorosamente, assistiti dai Greci delle vicine contrade. Per forzarli a cedere, i Fiamminghi posero fuoco alle case più vicine[438], e ben tosto un secondo incendio più terribile del primo divorò un terzo della città, attraversandola da un mare all'altro. Otto giorni le fiamme si andarono dilatando, occupando talvolta quasi un miglio di larghezza. Dopo tale disastro tutti i Latini che da lungo tempo erano domiciliati in Costantinopoli, ed erano più di quindici mila, abbandonarono le antiche loro abitazioni e si salvarono presso i crociati in Galata.
L'odio de' Greci attaccavasi pure al giovane Alessio, che veniva risguardato come l'autore di tanti disastri, e caduto in sospetto di volere, giusta le sue promesse, atterrare la religione, e ridarli sotto il giogo del pontefice di Roma[439]. Gli rinfacciarono come una viltà la sua domestichezza coi Latini, dicendo che questo principe macchiava l'illustre e glorioso nome d'imperatore romano quando entrava nelle tende dei barbari con poco seguito, quando partecipava ai loro giuochi, alle loro crapule, e quando permetteva a mercadanti insolenti di porre sul suo capo la berretta di lana, mentre essi a vicenda ornavansi del suo diadema fregiato d'oro e di pietre.
Infatti Alessio niente ometteva di tutto ciò che poteva conciliargli l'affetto dei Latini; egli aveva da loro ottenuta la promessa di prolungare il loro soggiorno a Costantinopoli fino al prossimo mese di marzo, ed a tale condizione erasi obbligato di tenere l'armata provveduta di viveri, e di pagare le spese de' vascelli veneti. All'epoca del grande incendio di Costantinopoli, il giovane Alessio erasi avanzato nella Tracia, accompagnato dal marchese di Monferrato e da Enrico fratello del conte di Fiandra[440] per ricevere il giuramento di fedeltà dalle città poste lungo la costa del Bosforo, e per sottomettere quelle che si ostinassero a riconoscere l'autorità di suo zio il vecchio Alessio. Quando il principe ritornò per la festa di san Martino, dopo una campagna abbastanza gloriosa, trovò l'odio de' Greci cresciuto a dismisura per il recente infortunio. D'altra parte i Latini diventavano diffidenti; lagnavansi che il pagamento loro promesso non si facesse più sollecitamente, nè volevano ammettere per iscusa del ritardo i troppo legittimi motivi dell'incendio della città e della guerra manifestatasi coi Valacchi e coi Bulgari. Trovarono che l'imperatore affettava con loro un orgoglio che prima non manifestava; e prendendo improvvisamente un partito violento, spedirono sei deputati, tre baroni e tre veneziani per isfidarlo nel suo palazzo.
Villehardovin fu anche in questa occasione del numero dei messaggieri, ma fu Coesnon di Bethuns, che giunto alla presenza dei due imperatori, dell'imperatrice e di tutta la corte, portò la parola; «Sire, egli disse, siamo venuti a voi per parte dei baroni dell'armata, e per parte del duca di Venezia: sappiate ch'essi vi rinfacciano il bene che vi hanno fatto... Voi gli avete giurato, voi e vostro padre, di osservare le convenzioni; essi hanno la vostra carta; ma voi non la osservaste come avevate obbligo di fare. Noi vi abbiamo più volte domandato, e vi domandiamo oggi in presenza di tutti i vostri baroni..... Se voi lo fate, ne sarete allora stimato assai; se non lo fate, sappiate che d'ora innanzi non vi tengono più nè per signore nè per amico. Al contrario essi procacceranno in ogni maniera il loro vantaggio, e ve lo mandano essi a dire, imperciocchè non faranno male nè a voi, nè ad altri finchè v'abbiano sfidato; ch'essi non commisero giammai tradimento, e ne' paesi loro non sì costuma di farlo. Voi avete ben inteso quanto v'abbiamo detto, e voi vi consiglierete come vi piacerà[441].»
Dopo tale sfida che parve ai Greci il colmo dell'audacia, i sei messaggieri saltarono sui loro cavalli e sortirono dalla città, senz'essere fermati, quantunque poco mancasse che non venissero massacrati dal popolo. Dopo ciò accaddero varie scaramucce tra le due nazioni; i Greci tentarono invano di metter fuoco alla flotta latina, spingendole in mezzo diciassette navi incendiarie, che furono allontanate dal coraggio e dalla destrezza de' marinaj veneziani.
Una guerra di scaramucce facevasi non pertanto quasi contro la volontà dei due imperatori, che temevano i Latini, e cercavano di mitigarne il malcontento. Alcune bande di cittadini andavano a battersi coi crociati, ma senza capo, o senza che la corte permettesse che verun personaggio di riguardo vi prendesse parte. Il solo Alessio duca, di soprannome Mourzoufle, che aveva sposata una figlia del vecchio Alessio Angelo, e ch'era decorato della dignità di protovestiario, eccitava i cittadini a vendicare il vilipeso onor greco, e mettevasi alla loro testa. In un incontro sulle rive del Balbissè, e presso al ponte di pietra forata, di cui voleva vietarne il passaggio ai Latini, diede prove di grandissimo valore, e corse pericolo d'essere fatto prigioniero. Il confronto della sua condotta con quella dei due imperatori riscaldava sempre più contro di loro lo sdegno del popolo. Il figlio, malgrado le offese de' Latini, mostravasi ancora ligio ai medesimi, e veniva accusato di volere introdurre in palazzo le loro truppe. Stando ad una lettera di Baldovino a suo padre[442], sembra infatti che fosse entrato in trattati su quest'oggetto. Il padre non aveva presso di se che astrologi e monaci impostori che promettevangli di fargli in breve ricuperare la vista, e di rendere il suo regno più glorioso che quello d'ogni altro imperatore d'Oriente. Infine la nazione si risolve a scuotere il vergognoso giogo che l'opprime.
Il 25 gennajo del 1204 il senato fu costretto di radunarsi coi principali del clero nel tempio di santa Sofia, e per ubbidire al popolo decretò l'elezione di un nuovo imperatore; ma tutti gli uomini d'una rispettabile famiglia rifiutavano questo pericoloso onore di mano in mano che veniva loro presentato; il popolaccio, affollato alle porte, domandò furibondo un nuovo monarca per rimpiazzare questa famiglia avvilita che più non sapeva sopportare, e fece successivamente designare coloro che vedeva più riccamente vestiti; e volevansi forzare ad accettare colla spada alla mano, ma tutti si rifiutavano. Pure mentre in mezzo a tanto tumulto un patrizio più degli altri ardito osava d'accettare la corona, Mourzoufle, corrotto l'eunuco prefetto del tesoro[443], persuase col di lui mezzo ai Varangiani che formavano la guardia, che il marchese Bonifacio stava per introdurre i Latini nel palazzo per rimpiazzarli, e si assicurò in tal modo del loro attaccamento; in seguito persuase i due imperatori a nascondersi per sottrarsi ai rivoltosi; ed avendoli egli stesso mostrato un nascondiglio, li fece colà incatenare, e ben tosto uccidere.
Il ritratto di Mourzoufle non fu fatto che dai suoi nemici. Egli spogliò lo storico Niceta della carica di grande logotheta per darla ad un suo parente. Villehardovin divise le passioni dei crociati che si eressero in vendicatori dei detronizzati imperatori; e Baldovino, nella sua lettera ad Innocenzo III, ingrandisce i delitti dell'usurpatore per giustificarsi d'averlo spogliato. Ad ogni modo Mourzoufle mostrò nella sua breve e penosa amministrazione più talenti ed energia de' suoi predecessori. Per rifare il tesoro, ch'egli aveva affatto spogliato, fece rendere conto dell'amministrazione loro a quelli ch'erano stati decorati della dignità di sebastocratoro, o di Cesaro, ed impiegò il danaro che ne ritrasse a far costruire degli appoggi interni alle mura, ed a guarnire le torri di gallerie di legno. Armato di sciabla e di mazza, risvegliava il coraggio dei soldati, conducendoli egli stesso ai combattimenti, e sorprendendo i nemici che si allontanavano dal campo per foraggiare[444]. Ma quella troppo avvilita nazione non era più capace, a fronte del suo esempio, di sentire patriottismo. Gli stessi parenti di Mourzoufle non sapevano perdonargli il pensiero di volerli togliere alla loro vita molle ed effeminata, i grandi lo detestavano come un soldato rozzo e mezzo barbaro, ed il popolo che mostrava d'amarlo, l'abbandonava vilmente nel pericolo. Baldovino, conte di Fiandra, erasi reso padrone di Filea sul mar nero, ov'erasi recato per procurar viveri all'armata: Mourzoufle l'attese all'uscita d'un bosco con un corpo di truppe assai superiore; ma quando i suoi soldati videro avvicinarsi i Latini, fuggirono, lasciando il loro generale quasi solo[445]. In questa circostanza una miracolosa immagine della Vergine che serviva di stendardo agl'imperatori, ed alla quale credevasi attaccata la salute dello stato, cadde in potere de' nemici.
Se dobbiamo prestar fede a Niceta, Mourzoufle cercò allora di venire a trattati; e così consigliati dal doge, i crociati offrirono la pace a condizione di pagare loro una ragguardevole taglia. Mourzoufle non accettò l'offerta, e l'improvviso attacco d'un corpo di cavalleria latina ruppe la conferenza[446].
I Francesi non vollero esporsi soli ad attaccare la città dalla banda di terra, come avevan fatto nel primo assedio, conoscendo che avevano a fare con un nemico assai più attivo d'Alessio; accettarono quindi di battersi sulle galere veneziane, che si disposero nuovamente per l'assalto, collocando le scale lungo le antenne. Le due armate consumarono il rimanente dell'inverno nel prepararsi all'attacco ed alla difesa: finalmente il giovedì 8 aprile del 1104 i Latini fecer salire i cavalli sopra le palandre, che divisero in sei flottiglie, assegnandone una ad ogni battaglione francese: le galere erano poste tra i vascelli di trasporto e le palandre, e la linea di battaglia occupava quasi un mezzo miglio in faccia al quartiere che stendevasi dal palazzo di Blancherna fino al monastero d'Evergete; ed era questa la parte della città ch'era stata consumata dall'incendio. L'imperatore fece alzare il suo padiglione in mezzo alle rovine, ed aspettò l'attacco.
Il venerdì mattina la flotta attraversò il canale, e diede principio all'attacco: i vascelli s'avvicinarono tanto alle mura, che quelli che stavano sui ponti potevano ferire colle loro spade le guardie delle torri. I Latini gettaronsi sulle mura in più luoghi, ma ogni torre era superiore di forze alla galera che l'attaccava; altronde tutte le galee che formavano la linea, non essendo ugualmente avanzate, le pietre e i dardi lanciati da quelle sul di dietro riuscivano egualmente dannosi ai nemici ed agli amici, onde furono costretti a ritirarsi dopo aver perduta assai gente.
La sera i crociati unironsi in una chiesa per deliberare sul modo di continuare l'assedio. Molti Francesi proposero di uscire dal porto, e di attaccare la città dalla parte di mezzogiorno per il Bosforo, o la Propontide, perchè da questo lato Mourzoufle non aveva fiancheggiate le mura di torri, nè assicurate con sostegni per di dentro; ma i Veneziani che conoscevano meglio il mare, opposero che la corrente del Bosforo batteva contro le mura a mezzogiorno, e respingeva tutti i vascelli che vogliono avvicinarsi da quella banda[447]. Fu perciò seguito il consiglio del doge di differire l'attacco fino al lunedì seguente; di legare intanto i vascelli due a due, affinchè ogni torre venisse assalita da due navi, e che si rinnovasse l'attacco nello stesso luogo.
Il lunedì mattina 12 aprile, la flotta crociata attraversò nuovamente il canale, ed attaccò le mura. Durante il mattino i Greci resistettero con coraggio; ma a mezzogiorno un gagliardo vento del nord spingeva i vascelli crociati contro il muro, e ne facilitò l'abbordaggio. I vascelli dei vescovi di Troies e di Soissons chiamati il Paradiso ed il Pellegrino[448], ch'erano legati assieme, abbassarono i primi le loro scale sulla torre ch'essi combattevano; e nello stesso tempo un Francese ed un Veneziano lanciaronsi sulle mura[449]: e ben tosto gli altri vascelli accostaronsi egualmente. Furono all'istante prese quattro torri, ed atterrate tre porte, ed i Latini non solo s'impadronirono di questa parte delle mura, ma ancora di tutto il quartiere ch'era stato incendiato, e dello stesso padiglione di Mourzoufle; il quale, obbligato di fuggire, si rinchiuse nel palazzo di Boucolèon. In seguito approfittando dell'oscurità della notte vicina corse tutto il rimanente della città eccitando gli abitanti a prendere le armi[450]. Egli loro rappresentava che i Latini chiusi entro le loro mura, in mezzo a strade di cui non conoscevano le sinuosità, potevano facilmente essere oppressi dall'immensa superiorità del loro numero; che l'intera loro fortuna, l'onore delle consorti, la vita stessa cadevano in potere del nemico, se non facevano un generoso sforzo per metterle in sicuro; che si ricordassero che andavano ad incontrare minori pericoli combattendo, di quelli che li minacciavano sottomessi che si fossero al nemico. Ma Mourzoufle parlava a gente che un lunghissimo despotismo aveva privata d'ogni energia, a gente cui la certezza della morte non bastava a rendere valorosa. Essi erano almeno quattrocento mila, ed i crociati francesi e veneziani non arrivavano ai trenta mila. Pure rifiutarono di combattere, e Mourzoufle, disperato, rientrò nel suo palazzo di Blancherna[451], e prese con lui Eudossia sua moglie, ed Eufrosina sua cognata, moglie del vecchio Alessio, montò sopra una barca, e s'allontanò da una città che voleva la propria ruina.
Due nobili greci, Teodoro Lascari e Teodoro Duca, il primo de' quali era destinato a far risorgere l'Impero d'Oriente, sforzaronsi ancora, dopo la partenza di Mourzoufle, di riunire in diversi quartieri della città le truppe scoraggiate, e di condurle alla battaglia; ma non vi riuscirono, e furono anch'essi costretti a procacciarsi salvezza colla fuga. Durante la notte i Latini per assicurarsi dagli attacchi, cui vedevano d'essere esposti, avevano posto fuoco ai più vicini quartieri; e questo terzo incendio dilatandosi con furore distruggeva un'altra parte della città. La vegnente mattina, quando aspettavansi di dover combattere, e che dietro i loro calcoli supponevano doversi impiegare almeno un mese per sottomettere tutti i palazzi e tutte le chiese che potevano essere facilmente ridotti in fortezze, si videro venire all'incontro processioni di preti e di donne, che, portando innanzi a loro croci ed immagini, domandavano grazia per la loro città. Costantinopoli era presa, ed un pugno di crociati aveva atterrato il trono dei padroni dell'Oriente.
Per sorprendente che fosse questa vittoria, non superava però l'ambizione e le speranze de' Latini. Mentre trovavansi ancora nel sobborgo di Galata, avanti al primo assalto, avevano di già tra di loro fatto un trattato di divisione di tutto l'Impero d'Oriente[452]. Il saccheggio della città di Costantinopoli formava il primo articolo del trattato. Avevano convenuto di mettere in comune tutto il bottino che farebbero sui Greci, di prendere prima su quest'ammasso le somme ancora dovute ai Veneziani, ed i sussidj loro promessi dal giovane Alessio; indi di dividere il rimanente in parti eguali tra i crociati e le truppe della repubblica. Erasi inoltre convenuto che i Veneziani conserverebbero in tutte le province dell'Impero, che omai ritenevansi per conquistate, tutti i privilegi di cui godevano in tempo de' monarchi greci: convennero di conservare il titolo ed il potere imperiale, e di decorarne un principe latino, assegnandogli però soltanto per patrimonio un quarto dell'Impero, ed un quarto della capitale; riservandosi di dividere tra di loro gli altri tre quarti: che l'elezione dell'imperatore farebbesi nel seguente modo; sei baroni francesi e sei veneziani dovevano essere nominati dall'armata, e questi farebbero la scelta di un successore ad Augusto ed a Costantino.
La presa di Costantinopoli chiamò ben tosto i crociati a realizzare così vasto progetto. Incominciarono da quello del saccheggio, e la città fu senza riserva abbandonata alla brutalità de' soldati vincitori. Le lagnanze di Niceta, e l'esultanza di Villehardovin ci danno tutta l'estensione di questo disastro. La profanazione e l'insulto accompagnarono il saccheggio; e mentre i Latini si vantavano che dopo il cominciamento de' secoli non fu mai tanto guadagnato in una città, la capitale dell'Oriente fu ridotta in tale stato di avvilimento e di miseria da cui non si potè mai più rilevare. I templi non furono più risparmiati delle case private; i calici, i crocifissi, le teche delle reliquie furono levate e divise da mani barbare, e s'introdussero nelle chiese i cavalli ed i muli per caricarne le spoglie. Le stesse passioni religiose incitavano alla profanazione delle chiese scismatiche[453]. Una prostituta ebbe l'impudenza di porsi a sedere sulla sede del patriarca, e danzava e cantava in mezzo ai soldati ubbriachi per insultare il culto de' Greci. Questi stessi soldati scorrevano in seguito la città conquistata, vestiti d'abiti pomposi, che avevano tolti a uomini o a donne della corte, e portando sulle loro teste penne d'airone, le sole armi dei vinti Greci.
Mentre i Latini esalavano con pubblici insulti il loro sdegno, che i soldati svergognavano le matrone, le fanciulle e perfino le vergini consacrate agli altari; la loro condotta nell'interno delle case non era meno odiosa. «Lo stesso giorno, dice Niceta, in cui fu presa la città, i soldati errando per le strade incominciarono ad introdursi nelle case, ove, dopo essersi impadroniti di tutto quanto loro veniva alle mani, si facevano ad interpellare i padroni sul conto delle ricchezze che potessero avere nascoste: agli uni strappavano il segreto a forza di percosse, ad altri ingannandoli colle promesse, a tutti spaventandoli colle minacce. Ma tutto ciò che i Greci possedevano, tutto quello che manifestavano, tutto quello che presentavano ai loro ospiti, era preso: giammai non si ebbe di loro compassione; giammai non si permetteva di dividere l'alloggio, i viveri, i beni che pur erano poc'anzi suoi. Erano senza umanità scacciati dalle loro case[454].»
In fatti quasi tutti i nobili, i ricchi, coperti di miseri cenci, smagrati e deboli, coll'impronta in volto de' sofferti patimenti, sortirono a piedi dalla città piangendo la loro patria, la loro fortuna e spesso una figlia nubile, o una giovane sposa loro rapita; e perchè la condizione loro fosse ancora più crudele, trovavansi sulla strada esposti agl'insulti de' più abbietti loro concittadini; e questo era pure un altro indizio della disorganizzazione sociale. Il popolaccio di Costantinopoli, geloso dei senatori e dei ricchi, invece di unirsi con loro per difendere la patria, compiacevasi di vederli sventurati; e la gente di contado, ugualmente cieca, si rallegrava della rovina d'una capitale che gli aveva dominati tanti secoli[455]. «A noi, scrive Niceta, altra volta membri del senato, attribuiscono la perdita della città; essi non temono l'occhio perspicace del Signore; essi che tradirono noi e la patria, non si vergognano di tanta falsità. Qual vi può essere oggetto più compassionevole che il delirio e la sventura di questi uomini stupidi, che non solo non pregano per il ristabilimento della città, ma che accusano Dio di lentezza, perchè non abbia sovvertiti assai più presto e noi e la città ed in maniera ancor più terribile, perchè abbia dilazionata la nostra morte, e mostrato ne' suoi giudizj il suo amore per gli uomini? Questo popolo non dovrebb'essere commosso per simpatia de' nostri mali? Noi più non abbiamo città, non case, non alimenti per vivere; noi che prima eravamo illustrati dalle nostre ricchezze e dal nostro potere.» Difatti Niceta, sortendo colla sua famiglia da Costantinopoli, aveva trovato nella Tracia le stesse disposizioni; di già i paesani riandando le passate memorie, che ne' lontani secoli in differente governo dava alla Grecia maggior gloria, volgevano in ridicolo la nudità e la mendicità de' fuorusciti, chiamandola eguaglianza repubblicana[456].
Quantunque siavi luogo a credere che molta parte del bottino si mettesse in comune, pure quando coll'ammasso totale furono pagati i Veneziani, e che questi ebbero la metà loro spettante, rimase pei Francesi la somma di 500,000 marche d'argento. Era questo ben più di quanto sarebbe abbisognato per dissipare la burrasca che da lungo tempo minacciava Costantinopoli[457].
L'armata crociata passò in seguito ad eleggere l'imperatore. Sei baroni francesi e sei veneziani furono scelti per farla a norma della precedente convenzione. Assicurasi che uno de' Francesi indicò come degno dell'impero il doge Dandolo, di cui ricordò le imprese; ma un vecchio veneziano, Pantaleone Barbo, prese subito la parola, e facendo sentire che il primo magistrato di una repubblica libera non poteva essere nello stesso tempo capo d'una monarchia, diede il suo voto a Baldovino conte di Fiandra, ed ottenne subito per lui il voto de' suoi colleghi[458].
La sola capitale era stata sottomessa, e la debole armata de' crociati, perduta in mezzo d'un vasto Impero, lungi dal potersi lusingare di conquistarlo, doveva aspettarsi d'essere oppressa tosto che si dividerebbe. Pure il consiglio dei Latini si occupò della divisione delle province fra i conquistatori, ed assegnò in feudo ad ogni guerriero città di cui appena sapeva il nome. Si eressero in regno per il marchese di Monferrato Tessalonica e la Tessaglia; l'Acaja fu divisa in ducati e principati, nomi feudali che feriscono l'orecchio associati a vocaboli greci; le province dell'Asia furono egualmente assegnate a coloro che dovevano conquistarle; ma i Latini non vi ottennero mai uno stabilimento. Malgrado l'anarchia cui la caduta di Costantinopoli dava in preda tutto l'Oriente, e quantunque i Greci, in cambio di sostenersi, si trovassero divisi tra sette oppure otto piccoli tiranni, che tutti pretendevano alla dominazione dell'Impero[459], i crociati non erano certo in istato di fare conquiste, meno poi di conservarle: le loro spedizioni nella Tracia e nella Grecia non ad altro servirono che a disvelarne la debolezza; e la guerra che loro dichiarò Giovaniccio re de' Bulgari[460] e de' Valacchi li ridusse ben tosto alle ultime estremità, accrescendo in pari tempo le sofferenze e la miseria de' sudditi greci. Ma dopo l'assedio così gloriosamente condotto dai Veneziani, l'Oriente diviene straniero alla nostra storia; e la rapida decadenza e la totale caduta dell'Impero de' Latini rientrano nella storia di Costantinopoli. Ciò che soltanto deve ancora occuparci è il frutto che i Veneziani ottennero dalle loro conquiste.
Il trattato di divisione che doveva farli padroni d'un quarto e mezzo dell'Impero, giusta il titolo che lungo tempo portarono, è pervenuto fino a noi[461]; ma i nomi greci sfigurati da barbari geografi, sono a stento riconoscibili; nè il possesso fu abbastanza lungo perchè tale geografia potesse rettificarsi[462]. Distinguiamo però tra le province e le città date loro in dominio Lacedemone, Diracchio, Rodosto, Agios, Potamos, Gallipoli, Egine, Zacinto, Cefalonia; ma pare che molte città e province fossero dimenticate dai redattori del trattato di divisione, che non le conoscevano. L'isola di Candia era stata assegnata al marchese di Monferrato, Bonifacio, re di Tessalonica; ma egli la cambiò coi Veneziani con terre più vicine alla sua capitale; e quest'isola che prese il titolo di regno, diventò in appresso uno de' più importanti possedimenti della repubblica[463].
Giammai alcuna nazione aveva intraprese conquiste meno proporzionate alle sue forze. La repubblica di Venezia non possedeva propriamente allora che la città ed il dogado, e la sua popolazione non doveva oltrepassare le 200,000 anime. Vero è che da più anni aveva fatte alcune conquiste in Dalmazia ed in Istria; ma non aveva mai incorporate alla nazione queste province suddite; e lungi dal potervi trovare generali e soldati per le sue armate, era in necessità di spedirvi magistrati e guarnigioni veneziane per contenerli. Frattanto la recente divisione gli accordava per lo meno sette in otto mila leghe quadrate di territorio e sette in otto milioni di sudditi. Venezia che ancora non aveva potuto stendere la sua autorità sulla vicina Padova, ebbe il carico non solo di sottomettere un paese che poteva solo formare un potente regno, ma inoltre di difenderlo contro i Turchi, i Bulgari, i Valacchi, e forse contro i medesimi Latini di Costantinopoli e di Tessalonica, se veniva a nascere tra loro qualche gelosia.
Dopo una breve deliberazione, la repubblica provò il vivo e profondo sentimento della sua debolezza. Il senato dichiarò che rinunciava a conquiste lontane che avrebbero esaurita la nazione, e che non avrebbe in verun modo potuto conservare; e del 1207 pubblicò un editto che accordava a tutti i cittadini veneziani il permesso di armare a proprie spese vascelli di guerra, e di sottomettere per loro conto le isole dell'Arcipelago e le città greche poste sulle spiagge[464]. Con quest'editto cedeva loro la proprietà delle conquiste in feudo perpetuo, riservandosene soltanto la protezione. I mercanti veneziani ne approfittarono, ed aprendo il loro cuore a nuova ambizione, intrapresero la conquista delle terre abbandonate. Nella storia di queste guerre private si mostrano sempre il piccolo numero degli assalitori e la viltà de' Greci vinti. Con questo titolo Marco Dandolo e Giacomo Viaro fondarono il ducato di Gallipoli, Marco Sannuto quello di Nasso, il quale era composto delle isole di Nasso, Paros, Melos ed Erinea, e si conservò fino al 1570 in cui fu tolto dai Turchi al XXI duca. Marino Dandolo sottomise l'isola d'Andros; Andrea e Gerolamo Ghisi quelle di Teone, Micone e Soiros; Pietro Zustinian e Domenico Micheli quelle di Ceos, Filocolo Navagero quella di Lemnos ch'ebbe il titolo di gran ducato.
D'altra parte i Genovesi vollero pur fare qualche conquista in paesi quasi abbandonati al primo occupante. Armarono cinque vascelli rotondi e venti galee, ed andarono a fondare uno stabilimento nell'isola di Creta o Candia[465]; ma ne furono ben tosto scacciati dai Veneziani. S'impadronirono ancora di Modone e Corone nella Morea, poi dell'isola di Corfù. Pareva che la Grecia bastar dovesse a saziare i desiderj delle repubbliche marittime d'Italia; ma non potendo i Veneziani soffrire che i loro emuli vi avessero alcun principato, le spogliarono delle loro conquiste.
Se la divisione dell'Impero greco, distruggendo le ricchezze, la popolazione, ed ogni avanzo della potenza di queste province, le diede in preda alle invasioni di tutti i barbari del Nord e dell'Oriente; se dobbiamo considerarla come la principal cagione della distruzione di quest'Impero operata dai Turchi due secoli e mezzo dopo, ed accusarla perciò di aver distrutta la civiltà, le lettere e la filosofia in un paese, che, malgrado la sua corruzione, dava loro asilo; troveremo che tanti mali non furono compensati dalla limitata potenza reale aggiunta alla repubblica di Venezia. La saviezza e la moderazione del senato impedirono che i tesori e la popolazione dello stato andassero a seppellirsi in lontane province, come vi si perdettero tanti battaglioni di crociati, e tante nobili famiglie francesi. Ma l'ambizione de' particolari, cui si abbandonò così vasto campo, costò pure alla nazione una parte importante de' suoi capitali, e le braccia di molti soldati. Il commercio e la navigazione che formavano la principale forza dello stato, furono da molti abbandonati per dedicarsi ad intraprese cavalleresche; e poco mancò che la divisione di questa preda non mutasse il carattere nazionale. Probabilmente il governo dispotico delle province conquistate riuscì dannoso alla capitale, che non tardò a sentirne gli effetti; per ultimo Venezia perdette ne' Greci utili alleati che formavano una barriera contro i Musulmani, la di cui vicinanza costò poscia a Venezia tante ricchezze e tanto sangue. Essa non conservò lungo tempo le città e province di terra ferma; ma tenne le isole quattro secoli, che furono cagione di continue guerre coi Turchi. In tal maniera adunque tutta la gloria acquistata in questa maravigliosa impresa fu a caro prezzo comperata colle lagrime e la miseria de' popoli sottomessi, e coll'indebolimento e la corruzione de' vincitori[466].