CAPITOLO XV.
Stato delle repubbliche italiane. — Guerre civili. — Rinnovamento della Lega lombarda.
1216 = 1233.
Ottone IV e Federico II disputavansi ancora la corona imperiale quando venne a mancare Innocenzo III. Federico aveva già sperimentato il potente patrocinio della santa sede, la quale, finchè Ottone fu il più forte, lo favoreggiò caldamente; ma dopo la battaglia di Bouvines, Ottone non essendo più in grado di tenere contro alla crescente potenza del giovane rivale, il papa dichiarossi nemico del suo protetto, e tanto Innocenzo III, che Onorio III, rifiutarono, vivente Ottone, anzi fino al 1220, di accordare a Federico il titolo d'imperatore, e di porre sul di lui capo la corona d'oro, che pure gli avevano promessa.
Se l'interregno che precedette l'elezione di Ottone, aveva resa malferma l'autorità imperiale in Italia, la lotta tra le fazioni guelfa e ghibellina, tenuta viva dal papa, opponendo un imperatore all'altro, le diede l'ultimo colpo. Dall'una all'altra estremità d'Italia tutto era discordia e guerra civile.
Abbiamo già mentovate in più luoghi le guerre di Lombardia senza per altro entrare in circostanziati racconti, perchè abbiamo diffidato di poter dare interesse a guerre sempre simili in ogni loro particolare, che cominciavano col saccheggio di alcune campagne, e terminavano dopo pochi giorni con una battaglia tra gli abitanti delle due città nemiche; guerre nelle quali l'arte era affatto sconosciuta, e nelle quali il solo valore, sempre adoperato nello stesso modo, decideva della vittoria.
Per quanto si voglia attentamente studiare la storia delle città lombarde, non si otterrà mai di togliere quella confusione che producono nella nostra memoria le loro rivalità, le alleanze, le guerre, nelle quali i soli nomi diversificano gli avvenimenti. Se ci fosse dato di penetrare nell'interno di queste città, conoscere le passioni che agitavano i popoli, i loro desiderj, le loro speranze, la politica delle loro assemblee e dei loro magistrati; potremmo forse indentificarci coi cittadini di queste repubbliche; ma sgraziatamente dopo la metà del XII secolo fino alla fine del XIII, dobbiamo sormontare un lungo spazio di tempo, nel quale veruna città dell'Italia settentrionale, tranne Venezia, ebbe storici contemporanei. Abbiamo bensì alcune informi cronache nelle quali qualche monaco segnò il nome del podestà d'ogni anno, ed indicò il luogo in cui seguì la tale o tal altra importante battaglia. Nel tale anno, dicono, v'ebbe pace tra Cremona e Piacenza; nel tale altro vi fu guerra; senza però mai riferire i motivi delle guerre o le condizioni delle paci. In ventuna cronache lombarde ch'io lessi rapidamente e con tedio estremo, per cercarvi i materiali di questo capitolo, non trovai un solo pezzo che mi facesse conoscere le opinioni del secolo in quelle dello scrittore. Non per questo possiamo omettere di dare un'occhiata agl'interessi di queste città, che tanto essenzialmente appartengono alla nostra storia; onde soffermandoci un istante nelle principali, cercheremo almeno di conoscere le loro alleanze e le loro inimicizie.
Poichè Milano venne rifabbricato dagli sforzi generosi della lega lombarda, Milano aveva costantemente prosperato. Numerosa erane la popolazione, ricco e fertile il territorio, le milizie agguerrite, e le sue fortificazioni potevano sfidare le più potenti armate. Dall'epoca della battaglia di Legnano che aveva consolidata la libertà lombarda, erano fino al presente passati quarantacinque anni, ed i capi dei consigli della repubblica, i vecchi ne' quali riponeva la sua maggiore confidenza, erano facilmente stati portati tra le braccia de' fuggitivi genitori, quando quindici anni prima di quella battaglia, la loro città venne spianata; e forse s'erano anch'essi strascinati nel fango, quando gli esiliati Milanesi si recarono sul luogo per cui doveva passare Federico Barbarossa, per chiedere grazia.
In seguito quando si rifabbricò la città, tutti furono testimonj dei nobili sforzi dei loro concittadini, e delle riportate vittorie. Erano le memorie dell'infanzia e della gioventù, di que' tempi ne' quali l'immaginazione più vivace riceve le più profonde impressioni. Perciò i Milanesi non seppero mai perdonare ai figliuoli di Barbarossa le battaglie e la severità del loro padre; e mentre i cittadini che avevano combattuto contro Federico I, aprivangli essi medesimi le porte della loro città dopo la pace di Costanza, e celebravano la perfetta loro riconciliazione con isplendide feste, le due susseguenti generazioni non istancaronsi di eccitare nemici al suo nipote Federico II, e di fargli guerra.
A questo sentimento di vendetta nazionale deve attribuirsi la costanza colla quale i Milanesi rimasero attaccati alle parti d'Ottone IV, malgrado che il capo del partito guelfo si fosse dichiarato il difensore delle prerogative dell'Impero, malgrado che Ottone fosse il nemico della santa sede, e che i fulmini della Chiesa piovessero contro i suoi partigiani.
Mentre viveva ancora Innocenzo, i Milanesi erano stati citati a presentarsi al concilio di Laterano e ad abbandonare un imperatore scomunicato: e nel susseguente anno s'erano portati a Milano due cardinali, ed avevano da parte del papa ordinato alla repubblica di soccorrere Federico contro Ottone suo antico alleato[467]. In questo secolo le corti dei re obbedivano tremando a tali intimazioni; ma le repubbliche italiane erano più indipendenti; onde i due cardinali non tardarono ad accorgersi che non solo non avrebbero ottenuti i chiesti soccorsi, ma nemmeno avrebbero ridotti i Milanesi a lasciare l'alleanza di Ottone, onde si ritirarono fulminando l'interdetto contro la città.
(1217) Di quest'epoca i Milanesi avevano fatta alleanza con Tomaso, conte di Savoja: le loro città confederate erano, in quest'epoca, Crema, Piacenza, Lodi, Vercelli, Novara, Tortona, Como ed Alessandria. L'interdetto del papa parve che in vece di sciogliere questa lega, ne riserrasse più strettamente i legami. Le città di Pavia, Cremona, Parma, Reggio, Modena ed Asti avevano abbracciato il contrario partito, ossia quello de' Ghibellini; e Brescia, d'ordinario alleata di Milano, dovette a quest'epoca conservarsi indifferente nelle contese delle altre città[468], perchè indebolita da una lunga guerra civile, e ruinata dal tremuoto che aveva atterrati i suoi più nobili edificj, doveva cercare di rifarsi con un lungo riposo. Bergamo non è pur rammentata dagli storici di questi tempi.
Ogni città si ascrive nelle proprie cronache qualche vittoria nella guerra quasi generale che tenne dietro all'interdetto papale; onde può conchiudersi che i successi furono presso a poco compensati. Pare non pertanto che la città di Pavia soffrisse una continuata serie di perdite, che la Lomellina fosse saccheggiata ed incendiati molti castelli sulla destra del Po; per cui questa repubblica si risolvesse di abbandonare le antiche alleanze, unendosi ai Milanesi[469]. La città d'Asti non fu meno maltrattata di Pavia, prima dagli Alessandrini da lei provocati, poi dagli stessi Milanesi[470]; ma Cremona assalita dalla stessa lega, le oppose una più ferma resistenza. Il sei giugno del 1218 le armate delle due leghe vennero a battaglia avanti a Ghibello: i Pavesi erano stati forzati di unirsi ai Milanesi, coi quali trovavansi pure i Vercellesi, Novaresi, Tortonesi, Comaschi, Alessandrini, Lodigiani e Cremaschi: i Cremonesi avevano con loro le milizie di Parma, di Reggio e di Modena. La battaglia si protrasse dal mezzogiorno fino a notte innoltrata, e terminò colla rotta totale dei Milanesi[471].
Oltre queste guerre tra le città, altre se ne manifestavano ancora nell'interno di ogni repubblica, cui davano motivo l'insolenza dei nobili, o la gelosia dei cittadini. I primi, dopo essere stati forzati ad abbandonare i loro castelli per farsi abitatori delle città che gli avevano ammessi alla loro cittadinanza, trovaronsi resi più potenti dalla loro sconfitta. Essi non erano più, come per lo innanzi, dispersi e senza relazione gli uni cogli altri; anzi per l'opposto trovavansi uniti coi loro uguali, e più a portata di contrarre nuove alleanze; quindi maggiore erasi fatto il loro disprezzo pei borghesi, ai quali momentaneamente avevano dovuto cedere, e si credevano destinati a dominarli. Attribuivansi esclusivamente il nome di soldati (milites); e, quantunque a quest'epoca il valore fosse comune a tutti gl'Italiani, è probabile che superassero in virtù militari i loro concittadini, pei quali la guerra non era il principale affare. La rivoluzione che si fece in tutte le repubbliche, allorchè fu confidato ai podestà il supremo potere, era riuscita favorevole ai nobili. Un popolo geloso poteva bensì volere esclusi dagl'impieghi i suoi proprj gentiluomini; ma qualunque volta passava a scegliere in paese straniero un uomo sconosciuto per sottomettersi al suo governo, non sapeva liberarsi dall'antica prevenzione di tutti gli uomini in favore della nascita; prevenzione che tanto naturalmente decide delle scelte, quando non conosconsi le altre qualità. Fu legge fondamentale di tutte le repubbliche italiane di non iscegliersi per podestà che un gentiluomo; e questa legge non fu pure violata quando, nel calore delle guerre civili, i nobili appartenenti ad ogni repubblica vennero degradati ed esclusi da ogni diritto di cittadinanza. Intanto i podestà gentiluomini cercavano d'avere ne' consiglj persone del loro ordine; quando terminate le loro funzioni tornavano in patria, vi portavano l'attitudine ai pubblici affari, talenti esercitati, ed il sentimento della loro superiorità sui borghesi e gli artigiani, che occupavano le principali cariche. Provavano allora, colle minacce e con un procedere arrogante, di ricuperare quelle prerogative ch'essi credevano usurpate al loro ordine. Per l'opposto i borghesi avevano fatta conoscenza degli affari nelle deliberazioni della piazza pubblica; erano armati; avverano combattuto per essere liberi, e non per passare sotto un diverso giogo. Protetti da un governo benefico avevano veduto prosperare il loro commercio e le loro manifatture, avevano appreso ad apprezzarsi più assai che per lo innanzi, perchè la loro fortuna era quasi affatto indipendente. Erano perciò troppo alieni dal voler rinunciare a tutti i pubblici affari, e dal permettere che i soli nobili rappresentassero lo stato nelle più singolari occasioni, ne' consigli, nelle ambascerie.
(1221) A Milano i nobili erano spalleggiati dall'arcivescovo, il quale non poteva senza gelosia vedersi spogliato di ogni parte del governo. La contesa tra i due ordini si fece più viva l'anno 1221[472]. I gentiluomini furono forzati ad uscire di città, e ad afforzarsi nei loro castelli, ove furono ben tosto inseguiti dal popolo, che, dopo più o men lunghi assedj, gli obbligò ad arrendersi, e gli spianò; onde nel termine d'un anno la nobiltà fu ridotta a chiedere la pace. La numerosa popolazione di Milano doveva far trionfare il partito democratico. A Piacenza la fortuna delle armi si dichiarò per i gentiluomini: avevano anch'essi adottata la determinazione di uscire dalla città; ma quando furono in campagna aperta, trovandosi circondati dai loro vassalli, ricuperarono quella superiorità che avevano perduta nell'interno della mura. Finalmente il papa li mandò come mediatore il cardinale d'Ostia, il quale nel 1221 terminò le loro guerre con un trattato di pace, in forza del quale la metà delle magistrature ed i due terzi delle ambascerie venivano riservate alla nobiltà, rimanendo al popolo tutti gli altri pubblici impieghi[473]. Cremona era stata agitata da eguali discordie, ed andò debitrice della pace all'immediato intervento di papa Onorio III, il di cui breve ci fu conservato da uno storico cremonese[474]. Una parola dell'annalista di Modena ne fa conoscere che la sua patria non andava esente da tali sedizioni[475]: abbiamo altrove accennate quelle di Brescia, e pare che tutte le città lombarde fossero più o meno agitate da tale discordia.
Molti storici moderni, parlando delle continue guerre tra le città, delle rinascenti dissensioni tra i loro diversi ordini, dipingono l'antico stato d'Italia come affatto infelice, ed accordano la preferenza ai tempi loro. Nel calcolare la felicità di una nazione, noi oggi trascuriamo affatto di porre a calcolo quella d'una numerosissima classe di uomini, destinati dalla società ad affrontare tutte le vicende della guerra e della sventura. Questi è il loro mestiere, si suol dire, quando ci si parla dei patimenti dei soldati, come se il patimento fosse un mestiere. Allora la guerra non era un mestiere, nè era abbandonata a soldati mercenari, stranieri di cuore alla causa che sostenevano, e che, per avvezzarsi alla loro condizione, debbono chiudere gli occhi sulla sproporzione del pericolo cui vengono esposti e lo scopo che si propongono. Il soldato italiano combatteva sempre presso alle mura della propria città, non solo per la salvezza della patria, ma ancora per la propria, per ottenere un fine ch'egli conosceva, e per servire ad una passione che divideva coi suoi concittadini. Se aveva la disgrazia di essere ferito, non languiva negli ospedali, abbandonato alla dura indifferenza di subalterni chirurgi; ma ricondotto la stessa sera alla propria casa, l'amorosa cura che di lui si prendevano la consorte, la madre, le sorelle, gli facevano quasi dimenticare i suoi dolori. Se periva sul campo di battaglia, periva nell'entusiasmo d'un patriotta per una cagione creduta sacra, tra le braccia de' suoi amici e de' suoi concittadini; non era contato tra i morti come un semplice soldato, come un essere ideale destinato soltanto ad aver luogo nel ragguaglio d'una battaglia in mezzo ad una colonna di numeri. Si sapeva d'aver perduto un uomo ed un cittadino, ed era pianto come uomo e come cittadino. La stessa sera della battaglia, se la notizia della sua perdita non era portata alla famiglia, doveva egli stesso tornare ad abbracciare i suoi figli.
Quindi per mettere a numero le armate non abbisognavano arrolamenti forzati; la guerra era un dovere passaggiero, e direi quasi il dilettevole trattenimento d'ogni cittadino; la guerra, cui dovevansi consacrare soltanto pochi giorni dell'anno, per riprendere in appresso le proprie occupazioni; la guerra che il cittadino non faceva giammai senza un vivo sentimento della sua importanza e della gloria della sua patria; la guerra che in lui manteneva l'abitudine di quel valore, che tanto dannoso sarebbe il lasciar perdere alla massa del popolo; quell'abitudine che da lungo tempo non esisterebbe presso i moderni popoli, senza l'abuso d'una guerra privata, allora affatto sconosciuta, il duello.
In questa età le battaglie sono meno micidiali che le malattie; meno micidiali che la memoria crudele del paese natale, della memoria d'un bene perduto, che ogni anno fa perire di dolore tante reclute. Nelle guerre d'Italia tutto incominciava e finiva colla battaglia; niun soldato cadeva che sotto il ferro, ed inoltre le battaglie erano meno micidiali che a' nostri giorni. Calcolando anche tutta l'Europa, quantunque la guerra si facesse fino alla porta d'ogni cittadino, distruggeva assai meno gente nel tredicesimo che nel decimottavo secolo; ed inoltre non cadevano che vittime volontarie.
E convien dire che le interne discordie e le guerre esterne non fossero troppo dannose all'accrescimento della popolazione e delle ricchezze delle città, poichè in quell'epoca tutte le cronache parlano della necessità di dilatare le mura[476], dei pubblici edificj innalzati in ogni città, delle rocche fortificate e di molti altri oggetti che attestano indubitatamente le sue forze e le sue ricchezze. Troviamo negli annali di Asti un indice insigne dell'accrescimento delle sue ricchezze. Ci dicono che l'anno 1226 gli abitanti d'Asti incominciarono a dar danaro ad usura in Francia ed in altri paesi d'oltremonti; dal qual genere di traffico ottennero da prima ragguardevoli profitti, poi gravi perdite[477]. In fatti il primo giorno di settembre del 1256 il re di Francia fece sostenere ne' suoi stati tutti i banchieri d'Asti in numero di circa cento cinquanta, e ne confiscò i beni del valore di più di ottocento mila lire. Senza accordare che Asti abbia potuto allora perdere così ragguardevole somma, che risponde a più di ventisette milioni di franchi[478], non può dubitarsi che i capitali non si fossero accresciuti in Lombardia a dismisura, poichè le manifatture e l'agricoltura del paese permettevano che si sovvenissero alle straniere nazioni così egregie somme. È noto che in conseguenza di questo traffico, cui presero parte tutte le città occidentali d'Italia, fu in Francia indistintamente detto Lombardo l'usurajo ed il banchiere.
Bologna, nell'Emilia, era in allora, come Milano in Lombardia, un centro d'interesse intorno al quale dirigevansi tutti i negozianti delle vicine repubbliche. Bologna che pretendeva avere tra le prime conosciuta l'indipendenza nazionale, e che fa rimontare i suoi privilegi di città libera fino ai tempi d'Ottone I, non aveva, fino a tale epoca, occupato un luogo nella storia per causa di strepitose rivoluzioni, o di grandi sventure: la sua celebrità procedeva da più onorevole titolo. Bologna aveva, prima di tale epoca, ottenuto l'aggiunto di Dotta, che seppe conservare fino all'età nostra; era stata la prima città in cui si leggesse il diritto romano; la prima d'Italia ad avere una università.
In sul finire dell'undecimo secolo, una libera società di dotti, quali almeno potevano aversi in quel tempo, avevano posto i fondamenti dell'università di Bologna[479]. Aprirono prima una scuola di logica e di grammatica, e poco dopo, ne' primi anni del secolo dodicesimo, Irnerio o Warnierio, aveva portate le leggi di Giustiniano, e per la prima volta preso ad interpretarle in faccia a numerosa udienza. Dopo Irnerio, altri celebri giureconsulti continuarono le stesse lezioni, e la scuola del diritto, più d'ogni altra, diede riputazione a Bologna. Fu questa scuola che gli ottenne i primi privilegi che un imperatore, Federico Barbarossa, accordasse alle lettere; ed i primi contrassegni del favore che un papa, Alessandro III, diede ad una università.
Nel susseguente secolo, l'università di Bologna aveva acquistata maggiore considerazione: era la principale e più famosa d'Europa per il diritto civile e canonico, e tutte le altre scienze vi prosperavano; grandissimo era il numero degli scolari, famosi i professori; e la città riponeva la sua gloria nel possedimento di così rinomata università. Perciò voleva che i suoi professori giurassero di non aprire scuola in verun'altra città, e niente ometteva di quanto contribuir potesse a trattenerli presso di sè; mentre, invidiando tanta prosperità, Vicenza, Padova, Modena, Arezzo e Napoli, ove le scuole avevano incominciato più tardi, sforzavansi di togliere a Bologna i professori coll'allettamento di più ampli privilegi e generosi stipendi, onde aver parte anch'esse al rinnovamento delle lettere in Italia[480]. Forse i Bolognesi si rifiutarono lungo tempo dall'abbracciare le parti del papa o dell'imperatore, per non recar pregiudizio all'università; desiderando di conservare la benevolenza di tutti i governi, e riputandosi obbligati ad avere questi riguardi agli stranieri riuniti presso di loro per cagione degli studj. Vero è che inclinavano alla parte guelfa; ma lungo tempo non pertanto mostraronsi rispettosi verso Federico, e non si dichiararono contro di lui che quando furono da lui medesimo forzati a farlo.
Il territorio bolognese, dalla banda degli Appennini, confinava con quello di Pistoja e di Fiorenza, ma le montagne erano un forte steccato per risparmiare alle confinanti repubbliche troppo frequenti querele; tanto più che i loro distretti erano sparsi di feudi indipendenti, posseduti dai conti Guidi, dagli Ubaldini, Ubertini e Tarlati. Questi gentiluomini non avevano ancora riconosciuta la sovranità di veruna repubblica, e procuravano di essere dimenticati da tutte, mantenendo la pace sulle loro montagne. Al nord i Bolognesi avevano confinanti i Ferraresi, sempre divisi da calde fazioni e dominati a vicenda da Azzo d'Este, di parte guelfa, e da Salinguerra, di parte ghibellina. I Modenesi, a ponente, e gl'Imolesi, a levante, stavano costantemente pel partito ghibellino, e con questi Bologna ebbe spesse volte guerra. La Romagna e la Lombardia erano divise in due leghe. Faenza, Cesena e Forlì avevano stretta alleanza con Bologna; mentre Rimini, Fano, Pesaro, Urbino ed i conti di Montefeltro tenevano la contraria parte. Ma se noi abbiamo omesso il circostanziato racconto delle guerre di Lombardia, a più forte ragione dobbiamo fare lo stesso rispetto a quelle della Romagna[481], ove le popolazioni erano meno potenti, le città più povere; onde i prosperi o i sinistri avvenimenti avevano minore influenza sulla sorte d'Italia. Altronde la protezione che i Bolognesi accordarono, del 1216, ai loro alleati di Cesena, e la guerra che, del 1228, sostennero contro i Modenesi, non produssero alcuno notabile avvenimento[482]. Più importante fu un'altra guerra degli stessi Bolognesi contro Imola; aveano, nel 1222, saccheggiato quattro volte il territorio di questa città e ridotti gli abitanti in così misero stato, che per ottenere la pace acconsentirono a distruggere le loro mura, a cedere ai vincitori le porte della città che furono portate trionfalmente a Bologna; e per ultimo a ricevere un podestà bolognese[483]. Fu in occasione di così umiliante convenzione che l'imperatore Federico, dichiarandosi protettore dell'oppressa città, sforzò, colle sue minacce, i Bolognesi ed il loro pretore a gettarsi scopertamente nel contrario partito.
Federico II, ossia Federico Ruggero, siccome chiamavasi avanti che fosse imperatore, trovavasi in Germania quando gli fu data notizia della morte d'Innocenzo III e della elezione di Onorio III, ch'era stato quattro anni, sotto i suoi ordini, governatore di Palermo. Federico fece due volte il fatale esperimento, che un suo ministro non potev'essere fatto papa senza diventare suo nemico[484]. Il subalterno, diventato superiore, rare volte sa difendersi dalla tentazione di far conoscere al suo antico padrone, che può anch'esso umiliarlo e farlo soffrire. Benchè Federico non fosse allora il campione della santa sede contro l'imperatore Ottone IV, il nuovo papa gli scrisse arrogantemente, ordinandogli di rassegnare al principe Enrico, suo figliuolo, il regno di Sicilia, onde non rimanesse unito a quello di Germania. Ottone mori poco dopa il 19 maggio del 1218, e lo stesso papa propose nuove condizioni a Federico, prima di riconfermargli la promessa della corona imperiale. Voleva che si obbligasse ad andar subito in Terra santa per riprenderla ai Saraceni che ne occupavano la maggior parte; e che cedesse alla Chiesa il contado di Fondi, posto al mezzodì di Terracina e delle paludi Pontine.
Riuniva Federico il carattere delle sovrane famiglie di cui era erede, e delle nazioni tra le quali aveva vissuto. Aveva ereditato dai principi della casa di Svevia l'inclinazione alla guerra, ed un valore talvolta brutale; ma in sull'esempio dell'avo materno, Roberto Guiscardo, e come i Normanni cui succedeva, sapeva alla bravura associare un'astuta politica, una profonda dissimulazione. Educato sotto la sferza della corte romana, erasi avvezzato ad adoperare quelle armi della debolezza, che forse sdegnò in più matura età. Sapeva opporre alle insidie de' pontefici, che avevano lungo tempo preteso d'essere suoi amici, l'astuzia, e spesse volte la mala fede; le sue parole non erano giammai conformi ai suoi pensieri, e le promesse poche volte guarentivano le sue future azioni[485].
Federico non era probabilmente determinato a passare in Terra santa allorchè lo promise ad Onorio III. Egli non aveva ancora recata interamente la Germania alla sua obbedienza, e dopo la morte di Ottone trovò necessario di rimanervi ancora due anni prima di venire a Roma a ricevere la corona imperiale; nel qual tempo (1220) fece coronare suo figliuolo Enrico re de' Romani. Erasi Federico ammogliato così giovane, che questo figlio aveva omai dieci anni, benchè egli stesso non oltrepassasse i ventisei. Venne in seguito a Roma con una riguardevole armata, evitando in cammino di avvicinarsi alle città lombarde che stavano pel contrario partito; ed il giorno 22 novembre del 1220 ricevette la corona imperiale, dopo aver rifatte le promesse di portarsi, senza ritardo, al soccorso di Terra santa[486].
Ma il regno di Puglia aveva, più che quello di Germania, estremo bisogno delle cure e delle riforme del monarca. Dopo il regno di Guglielmo il cattivo, era sempre stato in preda delle guerre civili, e l'amministrazione trattata dai papi ne aveva a dismisura accresciuta l'anarchia. Tutti i conti, proprietarj d'una città o d'un castello, avevano quasi scosso del tutto il giogo dell'autorità reale; e Federico, per ristabilirla, non si fece scrupolo di adoperare la frode ed il tradimento. In mezzo alle feste che gli davano i suoi feudatari per onorare il suo ingresso nel regno, si fece rendere, in passando per san Germano, i diritti regali che l'abbate di questo monastero aveva usurpati[487]; prese possesso di molte rocche che il conte dell'Aquila si era appropriato; ed in Capoa istituì un tribunale destinato a riconoscere i titoli di tutti i feudatarj ed a riunire ai reali dominj i feudi di cui gli attuali possessori non sapessero giustificare il titolo. Dopo un'ostinata guerra, costrinse i conti di Celano e di Molise a sottomettersi[488]; e fece spianare molte delle loro rocche. Finalmente fece imprigionare i conti dell'Aquila, di Caserta, di san Severino e di Tricarico, accusati di non essere andati in suo ajuto contro i Saraceni della Sicilia con quel numero di truppe che dovevansi dai loro feudi; ed in tal modo terminò d'abbattere l'indipendenza feudale de' suoi baroni l'anno 1222.
Lo stato della Sicilia era ridotto in assai peggiore condizione. I Saraceni e per l'odio che portavano ai Cristiani, e perchè oppressi da insopportabili contribuzioni, eransi ribellati: occupavano essi le montagne del centro dell'isola, e sotto la condotta d'un loro patriotta, detto Mirabet, saccheggiavano la valle di Mazara. La vicinanza dell'Africa facilitava loro i soccorsi de' patriotti, che, accostumati ne' deserti di Barbaria a vivere di ladroneccio, s'affrettavano di venire nella Sicilia a dividerne le spoglie. Federico gli attaccò vigorosamente; e, dopo averli più volte battuti (1223), offri loro nuove terre ne' suoi stati e campagne fertili, ma lontane dal mare, a condizione che gli rinnovassero il giuramento di fedeltà e servissero nelle sue armate. Più migliaja di Saraceni accettarono l'offerta, mentre altri ostinaronsi nella difesa delle loro montagne. Federico trasportò i primi nella Puglia, ove diede loro la città di Lucera colle belle campagne della Capitanata[489]. Si pretese che questa prima colonia potesse, al bisogno, somministrargli venti mila soldati. Ventiquattro anni dopo ridusse gli altri Saraceni di Sicilia a stabilirsi ad eguali condizioni in una ricca valle tra Napoli e Salerno, ove occuparono la città di Nocera, che di poi conservò sempre l'aggiunto di Nocera dei Pagani.
Mentre Federico assicuravasi della dipendenza de' feudatarj, facendo smantellare le loro fortezze, andava in cambio fabbricandone di nuove nelle principali città della Sicilia e della Puglia, e stabiliva nella prima una guardia fedele che doveva rispondere di tutta l'isola. Tra le rocche innalzate da Federico, quella di Capuano posta nel centro di Napoli, ed oggi ridotta a palazzo dei re, sarà lungo tempo un nobile monumento della sua magnificenza[490]. La bellezza di questo palazzo determinò probabilmente i suoi successori a stabilirvi la loro dimora quando Napoli diventò la capitale del regno. Federico aveva di questi tempi accordato a Napoli un più importante favore, fondandovi un'accademia, e chiamando a professarvi il diritto, la teologia, la medicina e la grammatica i più distinti letterati d'Italia[491]. E per riunire in Napoli tutta la gioventù de' suoi regni che voleva applicarsi allo studio, oltre i molti privilegi accordati all'accademia, prescrisse che le professioni letterarie non potessero esercitarsi che da coloro che riceverebbero i gradì nella medesima. Attribuì pure ai professori di questa Università il diritto di giudicare tutte le controversie che avrebbero luogo tra gli scolari; ed ordinò ai professori ed agli scolari di Bologna di recarsi a Napoli quando quella città aveva provocata la sua collera; ma l'università repubblicana non fece verun conto de' suoi comandi o delle sue minacce.
Mentre Federico andava ordinando i suoi regni, gli affari de' Cristiani in Terra santa erano estremamente peggiorati. Un legato pontificio si era arrogato il diritto di comandare le truppe crociate, e la sua ignoranza ed ostinazione erano state cagione della perdita di Damietta e di una florida armata[492]. Qualunque volta il papa aveva sinistre notizie delle truppe di Terra santa, scriveva nuove lettere a Federico perchè si affrettasse di soccorrerla: e per determinarvelo più facilmente, gli offriva la successione al trono di Gerusalemme. Questo principe perdeva allora la consorte Costanza di Arragona; e Giovanni di Brienne, ch'era re titolare di Gerusalemme pei diritti della moglie, aveva una sola figliuola detta Yolante, legittima erede di questo regno posseduto dai Saraceni: e questa, dietro gl'inviti del papa, fu la seconda consorte di Federico. Dopo tali nozze celebrate l'anno 1225 aggiunse a' suoi stemmi la croce, ed a' suoi titoli quello di re di Gerusalemme.
Se fino a tale epoca le sue intenzioni furono non senza ragione dubbiose, certo è intanto che dopo mandò più volte soccorsi ai confini di Terra santa, e fece grandi apparecchi per recarvisi egli medesimo con un'armata. I crociati di Germania, d'Inghilterra e d'Italia adunaronsi a Brindisi: Federico fece equipaggiare i bastimenti di trasporto, ed il giorno otto settembre del 1227 andò egli stesso a bordo della flotta col landgravio Luigi di Turingia, il principale de' crociati tedeschi. Ma le truppe de' popoli settentrionali, che nel cuor dell'estate soggiornavano in così caldo clima, trovaronsi attaccate da malattie epidemiche, che fecero perire molta gente, e scoraggiarono i superstiti. In tali frangenti cadde infermo e morì il landgravio; e lo stesso Federico non andò esente dal dominante contagio. L'imperatore dovette suo malgrado abbandonare un'impresa incominciata con sì fortunati auspicj; e scendendo dal suo vascello protrasse l'impresa fino al vegnente anno[493].
(1227) In quest'anno moriva ancora Onorio III, cui veniva surrogato Gregorio IX, della famiglia de' conti di Segna, e nipote d'Innocenzo III. Il nuovo pontefice che lusingavasi di vedere illustrato il primo anno del suo regno dalle vittorie di una crociata, s'abbandonò agli eccessi della collera quando seppe svanite tutte le sue speranze. Avea d'uopo di trovare un colpevole per potere in lui punire le avversità della fortuna, e senza monitorj, senza precedenti citazioni, il 29 del mese di settembre fulminò contro Federico la scomunica, perchè non era partito, come aveva promesso, all'epoca stabilita[494].
Nelle lettere che il papa diresse al clero del regno di Napoli, per giustificare una così strana procedura, accusa l'imperatore d'avere volontariamente dato i crociati in preda all'epidemia col riunirli nella stagione più calda ne' luoghi più insalubri, e coll'avere in seguito supposta una malattia ch'egli non ebbe mai, onde abbandonarsi senza ostacolo ai piaceri ed ai vizj.
Federico dal suo canto inviò i suoi reclami a tutti i sovrani d'Europa[495]. Da Pozzuolo, ov'erasi recato per ricuperare la sanità in que' bagni resi così celebri dagli antichi poeti di Roma, scrisse ai cardinali, al clero de' suoi stati ed a tutti i re della Cristianità. Ordinò in pari tempo agli ecclesiastici di Napoli e della Sicilia di non fare verun conto dell'interdetto inflitto a tutti i luoghi in cui egli fosse per soggiornare e di continuare la celebrazione dei divini uffici[496]: finalmente per togliere ogni dubbio alla fatta promessa ed alla realtà della sua malattia che aveva sospesa l'esecuzione della crociata, faceva ogni cosa apparecchiare con grande sollecitudine per il passaggio di Terra santa nel susseguente anno.
(1228) In agosto del 1228 gli apparecchi erano terminati, e Federico partì infatti alla volta della Palestina, ma con un'armata assai meno numerosa che quella dell'anno addietro, perciocchè, a riserva di alcuni Tedeschi, non aveva oltramontani sotto i suoi ordini. S'imbarcò anche quest'anno a Brindisi, e dopo un felice tragitto diede fondo a san Giovanni d'Acri[497].
Quest'impresa fatta, per quanto sembrava, soltanto per provare l'ingiustizia della scomunica, si risguardò dal papa come una nuova offesa, anzichè quale soddisfacimento del passato; ed arse di tanta ira, che, quantunque il popolo romano, sdegnato per così scandalosa parzialità, prendesse le armi contro di lui sotto la direzione dei Frangipani, e lo forzasse a ritirarsi a Perugia, non solo rinnovò contro di Federico la sentenza di scomunica, ma gli dichiarò la guerra, promulgò contro di lui una crociata, e sotto il comando di Giovanni di Brienne, re titolare di Gerusalemme e suocero dell'imperatore, mandò un'armata a saccheggiare la Puglia[498].
In quest'armata, oltre i sudditi del papa, trovaronsi i suoi alleati lombardi, ed i vescovi di Clermont e di Beauvais: e nel susseguente anno furono inoltre chiamati dal papa a prender parte in questa guerra gli arcivescovi di Parigi e di Lione. Federico, partendo, aveva mandati ambasciatori al papa per ottenere un riconciliamento[499]; ma Gregorio non volle ascoltarli; ed invece incaricò i Francescani ed i Domenicani di far ribellare i sudditi di Federico e di pubblicare la falsa notizia della sua morte onde agevolare le conquiste di Giovanni di Brienne.
In Terra santa tutte le operazioni di Federico furono egualmente contrariate dai ministri del papa, e la sentenza di scomunica solennemente pubblicata in tutta la Palestina. Il patriarca di Gerusalemme sottopose all'interdetto tutti i luoghi che occuperebbe Federico, ed il gran maestro del tempio e di san Giovanni dichiararono di non poter servire sotto di lui; per cui l'imperatore fu forzato di acconsentire che nel suo proprio campo gli ordini non fossero dati in suo nome, ma in quello di Dio e della repubblica cristiana[500]. Mal si può concepire come in mezzo a tanti svantaggi Federico abbia potuto ottenere dal soldano d'Egitto un onorevole trattato per la Cristianità. A quest'epoca il soldano era padrone di Gerusalemme; e perchè i Musulmani, come i Cristiani, attaccavano a questo luogo un'idea di santità, credevasi in coscienza obbligato di conservare ai primi la libertà di poter fare questo pellegrinaggio cui si obbligavano frequentemente. Ma non erano i medesimi sacri edifici che eccitavano la divozione delle due sette. I Cristiani veneravano soprattutto il santo sepolcro e la chiesa fabbricata sopra il medesimo; ed i Musulmani erano in ispecial modo devoti del tempio de' Giudei innalzato sopra le ruine di quello di Salomone; tempio che nelle visioni di Maometto era stato una delle visioni del profeta, quando fece il suo viaggio in cielo. Federico, conoscendo questi estremi, proponeva del 1229 di lasciare il tempio ebraico ed il suo circondario sotto la custodia de' Musulmani, a condizione che il soldano gli cedesse il rimanente della città e parte del suo territorio[501]. Riservava per altro ai pellegrini, quando la proposta venisse accettata, il diritto di visitare lo stesso tempio, purchè mantenessero il debito rispetto[502]: e d'altra parte accordava ai Musulmani il diritto di entrare nella città di Gerusalemme; adottando prudenti misure per conservare la buona armonia tra le due nazioni e le due credenze[503].
La città di Gerusalemme essendo stata effettivamente ceduta agli ufficiali di Federico, questi alla testa delle sue truppe vi entrò come nella capitale del nuovo suo regno. Ma il patriarca avendolo prevenuto, sottopose all'interdetto la città e la stessa chiesa del santo sepolcro, quai luoghi profanati dalla presenza dì uno scomunicato. Niun prete volle celebrarvi la messa, e Federico che doveva ricevervi la corona del nuovo suo regno, fu obbligato di prenderla dall'altare colle proprie mani e porsela in capo.
Gregorio IX, quando ebbe notizia di questo trattato, scrisse a tutti i principi d'Europa per informarli dell'intera sua disapprovazione, chiamando questa pace[504] un esecrabile delitto che ispirava orrore e sorpresa. Ma Federico che colla sua armata tenne dietro immediatamente alle lettere colle quali aveva annunciato il riacquisto di Gerusalemme, costrinse ben tosto il papa a mutar linguaggio. Riprese a forza tutte le città e fortezze che gli erano state tolte dalle truppe della Chiesa; atterrì in modo l'armata di Giovanni di Brienne, che si sbandò in pochi giorni, lasciando quasi solo questo guerriero veterano; ricevette le felicitazioni del senato e del popolo di Roma; ed ispirò abbastanza di spavento al papa per farlo acconsentire ad entrare in trattati co' suoi ministri[505]: in conseguenza de' quali il papa soppresse le censure pronunciate contro l'imperatore, e lo riconciliò colla Chiesa, a condizione soltanto che questi accorderebbe un perdono generale a tutti i feudatarj ribelli.
Mentre Federico occupavasi interamente degli affari del suo regno di Puglia e di quelli di Terra santa; mentre si batteva ad un tempo contro i Saraceni, contro i crociati, contro i baroni ribelli e contro gl'intrighi degli ecclesiastici, il Settentrione dell'Italia, sotto la protezione della Chiesa, formava una lega assai più dannosa all'autorità imperiale, una lega che dava maggior consistenza alle repubbliche lombarde, rendendole affatto indipendenti.
Tutti i predecessori di Federico II avevano portato il titolo di re di Lombardia, o d'Italia; titolo loro conferito col porgli sul capo la corona ferrea conservata in Monza. Federico solo non avea ancora ottenuto dai Milanesi questa corona, quantunque non lasciassero di riguardarlo quale legittimo imperatore[506]. Federico aveva fin allora dissimulato il suo risentimento; ma i Milanesi non ignoravano quanto un simile rifiuto doveva offendere la sua vanità; e per mettersi al coperto dalla sua collera, entrarono in trattati con quelle città che da più anni avevano mostrato attaccamento al partito guelfo. Proposero di dare maggior durata e consistenza alla loro alleanza, approfittando perciò dell'espressa concessione di Federico Barbarossa stipulata nel trattato di Costanza. Con questo trattato veniva alle città conservato il diritto di allearsi fra di loro per difendere la propria libertà, ed in ispecie di rinnovare, quando lo credessero conveniente, la confederazione o società lombarda.
Queste negoziazioni eransi incominciate l'anno 1226 quando i Lombardi ebbero avviso che Federico si disponeva di passare a Cremona, ove apriva una dieta del suo regno d'Italia[507]. Sentirono il bisogno di affrettare il trattato, onde il giorno due di marzo, in una chiesa del distretto di Mantova detta san Zenone di Mozio, i deputati di Milano, Bologna, Piacenza, Verona, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli, Lodi, Bergamo, Torino, Alessandria, Vicenza, Padova e Treviso, rinnovarono per venticinque anni l'antica lega lombarda. I deputati obbligaronsi a far giurare quest'alleanza a tutti i cittadini di ogni città, e si promisero i vicendevoli soccorsi in caso che l'una o l'altra delle città fosse attaccata da qualsiasi nemico. Fin allora i termini del trattato non indicavano verun oggetto ostile; ma intanto si era formata una dieta delle repubbliche lombarde; i deputati a questa dieta, detti rettori, si obbligavano di mantenere con tutte le loro forze libere le città e la pace fra di loro; si adunavano assai spesso; e non potevano uscir di carica senza aver prima nominati i loro successori. E per tal modo si formava una nuova potenza atta di sua natura a tenere inquieto l'imperatore.
Infatti Federico fece di tutto per isciogliere questa lega; ma il papa, sotto i di cui auspicj erasi formata, si affrettò di entrare mediatore tra le città e l'imperatore, quale pacificatore dei fedeli. Del 1226 regnava ancora Onorio, il quale andava affrettando Federico a fare l'impresa di Terra santa; e quando ottenne di essere arbitro tra i confederati e l'imperatore, non aggravò i primi di altre condizioni, se non che darebbero un determinato numero di soldati per la crociata, e non farebbero ulteriore opposizione al castigo degli eretici che si scoprissero fra i loro concittadini[508]. In forza di tali concessioni, ch'egli chiedeva per sè medesimo, non per Federico, lo ridusse a riconoscere la lega lombarda ed a lasciarla in pace.
Quando Gregorio IX, che succedeva ad Onorio, si trovò impegnato in una inconsiderata guerra coll'imperatore, angustiato dalle armi vittoriose de' Tedeschi, ricorse alla lega lombarda. E perchè i chiesti soccorsi non giugnevano abbastanza in tempo per riparare le sue perdite, accusava la lentezza de' suoi alleati, e minacciava di abbandonarli ne' loro bisogni[509]. Frattanto gli abitanti di Milano e di Piacenza avevano già spedite le loro truppe; e perchè contro ogni aspettazione vedevansi strascinati in una guerra offensiva, avevano in pari tempo cercato di ristringere la lega nella Lombardia, che formava la loro sicurezza. Molte città lombarde erano governate dai Ghibellini, le quali formavano come una seconda lega opposta a quella delle città guelfe; e le repubbliche di Parma, Cremona e Modena erano principalmente cagione di gelosia e d'inquietudine. In una dieta guelfa, adunata in Mantova, si stabilì che niuna repubblica confederata riceverebbe per podestà o giudice un cittadino di città ghibellina[510], o un suddito dell'imperatore; che non sarebbe permesso a verun cittadino lombardo l'accettare pensioni, regali, feudi dall'imperatore o da' suoi aderenti; che i danni che venisse a soffrire taluna delle città della lega per cagione della guerra che intraprendevano, sarebbero proporzionatamente compensati dalle altre. Ma i prosperi successi di Federico, già di ritorno da Terra santa, furono tanto rapidi, che Gregorio IX si trovò forzato ad entrare in trattative di pace: e perchè il pontefice non ignorava che la lega lombarda era necessaria alla propria sicurezza, l'anno 1230 la fece comprendere nel trattato di pace convenuto coll'imperatore.
Le città alleate avevano comperata a caro prezzo la protezione del papa, perciocchè ogni città aveva acconsentito a pubblicare contro gli eretici i sanguinarj editti dell'imperatore e della chiesa. Già da oltre vent'anni aveva cominciato in Francia la persecuzione contro gli Albigesi[511]: il racconto di queste crudeli spedizioni rendeva i popoli feroci; lo zelo, allora nel colmo del fervore, dei due nuovi ordini francescano e domenicano comunicavasi a tutte le classi dei cittadini, e le repubbliche italiane non opponevano più un'insormontabile ripugnanza allo stabilimento dell'inquisizione. Il 13 gennajo 1228 l'assemblea del popolo, adunata in Milano, pronunciò sentenza di esigilo e di confisca dei beni contro gli eretici[512]. Nel 1231 pubblicò un altro più severo editto mandato a nome comune del papa e dell'imperatore. Finalmente due anni dopo fu per la prima volta alzato il rogo in Milano, ed il podestà Oldrado di Tresseno, che fabbricò nella Piazza de' Mercanti il palazzo pubblico in cui oggi conservansi gli archivj, fece porre sulla facciata di questo palazzo, sotto al basso rilievo che lo rappresenta a cavallo, una iscrizione in suo onore onde perpetuare la memoria ch'egli aveva il primo, siccome era doveroso, fatti abbruciare gli eretici[513].
Non dobbiamo per altro risguardare i persecutori degli eretici quali uomini essenzialmente feroci che facciano il male conoscendo di far male; nè è possibile di farsi ammirare dal proprio secolo a cagione di opere assolutamente malvage: e siccome a quest'epoca i Domenicani acquistarono grandissima opinione di santità, devono riconoscersi in loro grandi virtù associate a quella ardente sete di sangue che fa torto alla causa cui essi servivano. Una religione mistica è un culto reso al dolore[514]; ed i divoti trovano un certo che di divino nella violenta scossa dell'anima pel tormento del corpo; il dolore diventa per loro stessi l'unico mezzo di purificazione, il solo sacrifizio che piacer possa alla divinità; inoltre si formarono un Dio che si assoggetta ai patimenti; un Dio il di cui sacrificio rinnovasi ogni giorno, ogni ora, in tutte le parti del mondo sull'altare ove il sacerdote celebra i misterj; un Dio che creò l'inferno ed i tormenti eterni; che in questa vita innalza l'uomo colle sofferenze; che dopo morte lo purifica colle fiamme del purgatorio[515]. Tutto è concatenato in questo sistema fondato sul dolore, e non se gli può rifiutare una specie d'ammirazione mista di ribrezzo, non solo a motivo della bella connessione delle sue parti, ma ancora per il disinteressamento e pel sacrifizio di sè medesimo, di cui forma l'essenziale carattere dell'uomo; e per quel cupo e poetico dolore che attribuisce a tutti i grandi caratteri. Appunto perchè questo sistema non è incompatibile colle più nobili idee, sarà prezzo dell'opera lo svilupparlo. La persecuzione ne forma la sua essenza, considerandovisi i supplicj dei reprobi come un'offerta espiatoria dovuta alla divinità e come una salutare penitenza per que' medesimi che li dirigono: imperciocchè gl'inquisitori di mezzo alla gioja infernale di cui facevano mostra nelle esecuzioni, non lasciavano d'essere uomini, e fors'anco assai sensibili; sentivano profondamente l'offesa che facevano alla natura, e compiacevansi del tormento che provavano essi medesimi vedendo le pene che facevano soffrire, come compiacevansi dell'altrui dolore espiatorio. Tengasi ben in guardia la debole umanità dall'ammettere contraddizioni ne' sistemi che servono di base alla morale, dal rendere schiava la sua ragione, e di ammettere misteri assurdi sotto lo specioso pretesto di cose recondite; tengasi in guardia di non separare giammai dalla idea di Dio quella della bontà. — Questo carattere è quello per cui solo dobbiamo riconoscere il Padrone dell'universo; giacchè dal momento in cui le basi del pensiero si troveranno smosse, il delitto potrà associarsi ai più nobili sentimenti, e quegli uomini che il cielo aveva formati per la virtù, saranno egualmente disposti a diventare i carnefici de' loro fratelli, o a maltrattare le proprie membra colle discipline.
Tre Domenicani, ne' tempi in cui parliamo, acquistarono un'alta riputazione di santità colla felice riuscita delle loro prediche contro gli eretici e colle crudeli leggi che fecero adottare a quelle stesse città, che molto tempo protessero la libertà di coscienza: erano questi frate Filippo di Verona, detto poi san Pietro martire, frate Rolando di Cremona, e frate Leone di Perego, in appresso arcivescovo di Milano. Andavano costoro d'una in altra città predicando nelle pubbliche piazze, per eccitare il popolo a vendicare col sangue l'offesa divinità; ed uno di loro ottenne di formare in Milano una privata società che adunavasi per l'estirpazione dell'eresia[516]. Vero è che i frati predicatori non avevano il solo scopo di mantenere colle loro esortazioni la purità della fede, scagliandosi ancora frequentemente contro la scostumatezza e contro i progressi del lusso. Non pertanto, se dobbiamo credere agli storici della susseguente generazione, i costumi non erano mai stati così puri, ed il lusso non aveva mai chiesti minori sacrifici[517]. Le donne non vestivano che una stoffa di lino semplicissima; ed una tela bianca che loro avvolgeva il capo, si riuniva sotto il collo; l'oro e l'argento non brillavano sulle loro vesti; le loro mense non s'imbandivano di delicate vivande, bastandone una sola ad ogni famiglia; una fiaccola di legno resinoso illuminava l'interno delle case; e tutto il lusso di quel secolo ristringevasi alle armi, ai cavalli, alle torri, alle fortezze.
Un altro importantissimo argomento delle prediche dei monaci, argomento più degno della religione cristiana e di una divina missione, era quello di ricondurre la pace tra le private famiglie e tra città e città. Gl'Italiani non ne avevano giammai avuto così grande bisogno; tutte le città trovavansi in armi contro le vicine città, e tutte le famiglie erano divise dalle funeste fazioni guelfe e ghibelline; tutti gli ordini de' cittadini battevansi tra di loro per togliersi a vicenda il potere e le magistrature. Queste semi-private guerre, queste rivalità del popolo colla nobiltà rendono tanto confusa, tanto oscura la storia del periodo di tempo di cui parliamo, che abbiamo preso consiglio di non entrare nella circostanziata narrazione dei diversi avvenimenti. Con quello stesso zelo con cui poc'anni prima avevano i preti predicata dall'altare la crociata e la distruzione degl'infedeli, si videro adesso nuovi missionarj passare d'una in altra città, predicando ai popoli, e loro ordinando in nome d'un Dio di pace il riconciliamento ed il perdono delle ingiurie.
Un uomo di gran lunga superiore agli altri si distinse in questa nobile carriera; fu questi fra Giovanni di Vicenza dell'ordine dei Domenicani. Diede cominciamento alle sue prediche in Bologna l'anno 1233[518]; e ben tosto i cittadini, i paesani delle vicine campagne, e soprattutto le persone addette alla professione delle armi, trascinati dalla sua eloquenza, unironsi intorno a lui. Portavano essi croci e bandiere in mano, disposti non solo ad ubbidire alla voce del religioso, ma ancora ad eseguirne gli ordini. In mezzo a questa folla ch'egli aveva scossa co' suoi sermoni, vedeva tutti coloro, che in Bologna nutrivano antiche nimistà, venire a deporle a' suoi piedi, e giurar pace coi loro vecchi rivali. Gli stessi magistrati presentarongli gli statuti della città perchè li riformasse come meglio credeva, togliendo tutto quanto poteva essere cagione di nuove dissensioni.
Frate Giovanni passò in seguito a Padova precedutovi dalla sua fama. Vennero ad incontrarlo fino a Monselice i magistrati col carroccio[519]; e fattolo salire su questo sacro carro, l'introdussero in trionfo nella loro città, che di que' tempi era la più potente della Marca Trivigiana. Tutto il popolo, affollato nella piazza della valle, ascoltò la predica della pace, applaudì alle riconciliazioni che distrussero all'istante le passate nimistà, e fece istanza a frate Giovanni di riformare i loro statuti, ciò che praticò in tutte le città. Passò in appresso a Treviso, a Feltre, a Belluno, ed ottenne gli stessi successi; visitò i signori di Camino, di Conegliano, di Romano, di san Bonifacio; ed i signori, come le città, lo fecero arbitro delle loro contese[520]: le repubbliche di Vicenza, Verona, Mantova e Brescia, ove recossi successivamente, accordarongli le medesime facoltà: ovunque potè riformare gli statuti municipali, alterarli a modo suo, aggiugnendo o levando tutto quanto credeva: finalmente gli fu in ogni luogo promesso d'intervenire alla solenne assemblea dei popoli lombardi, ch'egli convocò pel giorno 28 agosto susseguente nella campagna della Paquara, in riva all'Adige, lontana tre miglia da Verona.
Niuna così nobile impresa erasi giammai tentata come quella di pacificare venti popolazioni nemiche col solo suggerimento de' sentimenti religiosi, coi soli motivi del cristianesimo, col solo impero della parola: giammai un così grande spettacolo si presentò agli occhi degli uomini[521]. L'intera popolazione di Verona, Mantova, Brescia, Padova e Vicenza trovavasi adunata nella campagna di Paquara, ed i cittadini di queste repubbliche avevano alla loro testa i proprj magistrati col carroccio. Gli abitanti di Treviso, Venezia, Ferrara, Modena, Reggio, Parma e Bologna vi erano altresì coi loro stendardi; i vescovi di Verona, Brescia, Mantova Bologna, Modena, Reggio, Treviso, Vicenza, Padova, il patriarca d'Aquilea, il marchese d'Este, i signori da Romano, e quelli della Venezia, vi erano intervenuti coi loro vassalli[522].
Frate Giovanni si era fatto preparare in mezzo alla pianura un pulpito altissimo, dal quale, se crediamo agli storici contemporanei, la canora sua voce, che sembrava venire dal cielo, fu miracolosamente udita da tutti gli astanti. Prese per testo le parole della Scrittura, io vi dono la mia pace, io vi lascio la mia pace; e dopo avere con una eloquenza fin allora senza esempio fatto uno spaventoso quadro dei mali della guerra; dopo avere dimostrato che lo spirito del cristianesimo era uno spirito di pace; facendo valere l'autorità della santa sede di cui era rivestito[523], in nome di Dio e della Chiesa ordinò a' Lombardi di rinunciare alle loro inimicizie; dettò loro un trattato di pacificazione universale, per assicurare la quale fece sposare al marchese d'Este una figliuola d'Alberico da Romano; destinò all'eterna maledizione coloro che romperebbero questa pace; chiamò le distruggitrici pestilenze sulle loro greggia, e dannò le loro messi, i loro giardini, le loro vigne ad una perpetua sterilità[524].
Fin qui la condotta di frate Giovanni andava esente da ogni sospetto, vista ambiziosa o interessata; sembrando che il suo zelo non avesse altro motivo che la gloria di Dio, e l'amore degli uomini; ma l'assemblea di Paquara pose fine alla gloriosa sua carriera. L'entusiasmo ch'egli aveva eccitato, la pace universale che aveva conchiusa, gli fecero concepire troppo alta opinione di se medesimo, onde si credette fatto non solo per pacificare, ma ancora per governare gli uomini. Tornato a Vicenza, subito dopo l'assemblea, entrò nel consiglio del comune, e chiese che gli fosse affidato un illimitato potere nella repubblica, coi titoli di duca e di conte[525]. Erasi vociferato che questo santo uomo aveva colle sue preghiere tornati in vita molti morti, e risanati infiniti infermi; ed il popolo, ben lontano dal nodrire sospetti intorno alle intenzioni del santo, gli confidò tutta la sua autorità, sperando di vedere con perfetta eguaglianza divise tra i cittadini le cariche e gli onori. Di fatti fra Giovanni prese a riformare gli statuti della città, ma il suo lavoro non soddisfece all'universale. Da Vicenza passò a Verona, ove ugualmente chiese ed ottenne la suprema signoria, in forza della quale fece tornare in città il conte di san Bonifacio, allora esiliato; chiese ostaggi alle fazioni nemiche, mise guarnigioni nei castelli di san Bonifacio, d'Ilasio e d'Astiglia, fece abbruciare sulla pubblica piazza, dopo averli egli stesso sentenziati, sessanta eretici che appartenevano alle principali famiglie di Verona, e per ultimo pubblicò molte leggi e regolamenti[526].
Intanto i Vicentini non tardarono ad accorgersi che il nuovo signore, invece di accrescere i privilegi del popolo, andava consolidando la propria sovranità: perchè aggiugnendosi ai loro timori i conforti de' Padovani che li consigliavano a scuotere così vergognoso giogo, mentre fra Giovanni trovavasi a Verona, il podestà di Vicenza, Uguzio Pilio, introdusse in città i nemici dei signori da Romano, e le milizie padovane per fortificarsi contro il nuovo sovrano. Un altro ecclesiastico, frate Giordano, priore di san Benedetto a Padova, che grandissima influenza aveva sul governo di questa città[527], geloso della gloria del suo confratello, gli aveva probabilmente fatta ribellare Vicenza. Tosto che frate Giovanni fu avvisato dell'accaduto, accorse con alcuni soldati per reprimere i sediziosi, e già occupava il palazzo del podestà, che abbandonava al saccheggio, quando giungendo a Vicenza le milizie padovane, scacciarono i soldati di frate Giovanni, che rimase prigioniere. Sebbene per l'intromessione del papa fosse ben tosto rimesso in libertà, la sua prigionia aveva distrutto il suo potere in Verona come a Vicenza; onde trovossi costretto di restituire gli ostaggi che aveva ricevuti e le fortezze occupate dalle sue guarnigioni, ritirandosi a Bologna, dopo avere perduta ogni sua gloria, e lasciata la Lombardia in preda a tante guerre, quante la laceravano prima che desse principio alle sue predicazioni.
Il potere dell'eloquenza in questo secolo, quell'impero della parola con cui il frate di Vicenza si traeva dietro i popoli, e ne regolava i destini, fu il primo effetto del rinascimento delle lettere, o forse al contrario il primo motivo dell'importanza che si diede allora allo studio delle lettere, e dei rapidi avanzamenti che poi fecero. Non deve sempre giudicarsi del merito d'un oratore dietro l'impressione che produce nel popolo; imperciocchè assai più che l'eloquenza influiscono sulla buona riuscita le disposizioni degli uomini, e quel rapido slancio sull'immaginazione del popolo, ancora nuovo ai prestigi ed ai piaceri della parola. Nè Demostene, nè Cicerone, nè Bossuet, scossero giammai così profondamente i loro uditori, quanto i frati predicatori di san Domenico, quanto san Francesco d'Assisi e sant'Antonio da Padova. Le repentine conversioni de' principali personaggi del secolo, i dotti che abbandonavano i loro studj, i principi che abdicavano il loro potere ascoltando un discorso di taluno di questi oratori religiosi, la facilità con cui le più gelose e turbolenti repubbliche rendevanli arbitri dei proprj destini, lo zelo dei soldati e de' contadini che seguivano il loro predicatore di città in città, e perfino ne' deserti, ne ricordano i favolosi effetti della poesia d'Orfeo e la magica forza della parola sui Greci, sopra una nazione troppo simile all'italiana, egualmente nuova, egualmente entusiasta, egualmente dalla natura destinata ad aprire la nuova strada della poesia e dell'eloquenza.
Di tanti celebri oratori di questo secolo non abbiamo che i discorsi di sant'Antonio, dei quali il Tiraboschi, che era cattolico, ne parlò col rispetto da lui dovuto alle opere d'un santo di primo ordine[528]; pure non lasciò di osservare che questi discorsi, a fronte de' maravigliosi effetti attestati dagli storici contemporanei, non sono che un tessuto di passi scritturali e de' ss. Padri, con alcune riflessioni morali, senza ornamenti di stile, senza forza o profondità, senza varietà di figure, e per dirlo in una parola senza niente di tutto quanto forma il carattere d'un eloquente oratore. Ma ciò che sembrerà ancora più strano, si è che questi discorsi facevansi in latino. Vero è che, come l'osserva Tiraboschi, in tal epoca la lingua latina era più vicina alla volgare che si parlava comunemente, di quel che lo sia adesso la toscana ai dialetti delle diverse province d'Italia, ove gli oratori e gli avvocati non adoperano pure che questa elegante lingua[529]: e pure sono intesi dalle ultime classi del popolo, che pur non sanno parlare lo stesso linguaggio[530].
Per altro in quest'epoca cominciavasi appunto a coltivare la lingua italiana non più come un barbaro dialetto, ma come una lingua adattata ad esprimere i sentimenti del cuore e le sottigliezze dell'ingegno; ed in quest'epoca i primi poeti siciliani prepararono colle loro rime e canzoni quella dotta lingua di cui Dante doveva bentosto usar sì nobilmente. Fino nella prima sua gioventù, Federico II, gli andava incoraggiando; era poeta egli medesimo, ed i pochi versi ch'egli scrisse probabilmente avanti il 1212, sono forse i più antichi che siansi conservati in lingua italiana. I suoi figli, il suo ministro Pietro delle Vigne[531], e tutti i più riputati personaggi della sua corte, nutrivano lo stesso amore per la poesia, e l'incoraggiavano non meno col loro esempio, che colla loro splendida munificenza[532]. E per tal modo questa nuova poesia fu trattata soltanto dai sudditi del regno di Napoli, ed anche vivente Dante, la lingua volgare, ed in particolare quella de' poeti, chiamavasi siciliana[533].
La poesia italiana deve perciò in qualche modo la sua origine ai re siciliani ed ai loro sudditi. Conviene ascrivere questo vantaggio ch'ebbero sopra le repubbliche italiane, in gran parte all'amore dei piaceri e della effeminatezza pur troppo comune ai poeti, e che fece loro quasi sempre preferire il lusso e l'adulazione delle corti alla severità ed all'eguaglianza repubblicana: pure un'altra ragione giustifica i Lombardi assai meglio, vale a dire il gusto che a quest'epoca avevano preso per la lingua provenzale, che coltivavasi già da oltre due secoli da diversi gentili poeti, e che perciò furon quasi tentati di adottare come lingua nazionale[534].
La Lombardia non ebbe mai, e nè pure ha presentemente una lingua scritta[535]; e vi si parlano informi dialetti diversi in ogni città, in ogni villaggio. Il dialetto lombardo era egualmente lontano dal provenzale e dal siciliano; e prima che Dante facesse adottare la lingua cortigiana, com'egli la chiama, di cui può risguardarsi come il creatore, era ancora indecisa la scelta tra le due lingue, egualmente poetiche, egualmente coltivate, egualmente prossime al dialetto del popolo. I marchesi d'Este, ed in ispecial modo Azzo VII[536], il marchese di Monferrato, i signori da Romano e da Camino, intrattenevano alle piccole loro corti molti trovatori (Troubadours) della Provenza; i quali eran contenti di tenervi il rango di adulatori ed anche di buffoni, ed il nome che davansi spesse volte di giullari, ossia uomini festosi, non è atto ad indicare più alte pretensioni. Pure perchè le invenzioni cavalleresche erano allora di moda, più assai che i costumi della cavalleria, fingevano sempre ne' loro versi amori romanzeschi, pericoli, battaglie, unione in somma di valore e di galanteria. Devonsi riconoscere da questo gusto del secolo le stravaganti avventure che si raccontarono come parte della loro storia, ma che vengono smentite dalle deposizioni di tutti gli autori contemporanei.
Fra i Trovatori si resero famosi molti Italiani colle loro poesie provenzali. Nicoletto di Torino, Bonifacio Calvi di Genova, Bartolomeo Giorgi di Venezia, quantunque adesso affatto dimenticati, formarono allora le delizie delle società. Due uomini pel loro carattere superiori a questi adulatori delle corti, acquistavansi in pari tempo somma riputazione tra le repubbliche lombarde coi loro canti provenzali. Ugo Catola consacrò i suoi poetici talenti contro la tirannia e la corruzione de' principi[537]; ma non ci rimase un solo de' suoi versi: e Sordello di Mantova giace nascosto entro una misteriosa oscurità. Gli scrittori del susseguente secolo ne parlano con profondo rispetto, senza entrare ne' particolari della sua vita: quelli che vennero più tardi, lo encomiarono quale generoso guerriero, qual difensore della sua patria: nè mancò chi lo facesse principe di Mantova[538]. La nobiltà de' suoi natali, il suo matrimonio, le sue galanterie con una sorella d'Ezzelino da Romano, sono attestate dagli scrittori coetanei[539]; la violenta sua morte viene oscuramente indicata da Dante, e ciò che rende soltanto Sordello immortale è quanto di lui ne scrisse il poeta fiorentino, che dice d'averlo veduto nell'atto che con Virgilio stava per entrare nel purgatorio[540].
Venimmo a lei: o anima lombarda
Come ti stavi altera e disdegnosa,
E nel muover degli occhi onesta e tarda.
Ella non ci diceva alcuna cosa:
Ma lasciavane gir, solo guardando
A guisa di leon quando si posa.
Pure quando Sordello seppe che il compagno di Dante era di Mantova, senza ancor sapere che fosse Virgilio;
Surse ver lui del luogo ove pria stava,
Dicendo, o Mantovano, Io son Sordello
Della tua terra: e l'un l'altro abbracciava.
Ed all'occasione di questo tenero amore che avevano altra volta tutti gli uomini generosi pei loro compatriotti, Dante rimprovera alle repubbliche italiane le loro discordie con tanta eloquenza, che questo pezzo viene tenuto uno de' più belli del poema[541].
FINE DEL TOMO II.
[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO II.]
| Capitolo VII. Ambizione dei Milanesi; loro conquiste in Lombardia nella prima metà del secolo XII. — Regni di Lottario III e di Corrado II. — Rivoluzione di Roma. — 1110-1152. | [pag. 3] | |
| Anno | ||
|---|---|---|
| Stanchezza dei due partiti dell'impero e della Chiesa | [ivi] | |
| Il governo municipale della città si rinforza sotto il regno d'Enrico IV | [4] | |
| Rivalità di Milano e di Pavia | [5] | |
| 1100-1107 | Guerre tra le città alleate delle due metropoli | [ivi] |
| 1107-1111 | I Milanesi attaccano e distruggono Lodi | [8] |
| 1118 | I Milanesi attaccano Como | [9] |
| Motivi religiosi e politici di tale guerra | [10] | |
| Battaglia sul monte Baradello | [12] | |
| 1119 | Lega formata dai Milanesi contro i Comaschi | [15] |
| Descrizione della città di Como | [ivi] | |
| 1118-1127 | Assedio di Como che dura dieci anni | [16] |
| 1125-1126 | I Comaschi oppressi dal numero de' loro nemici | [18] |
| 1127 | I Milanesi attaccano le mura di Como | [20] |
| Disperata difesa dei Comaschi | [ivi] | |
| Si ritirano nel castello di Vico | [21] | |
| Capitolano | [22] | |
| 1129 | Guerra de' Milanesi contro Cremona | [23] |
| 1125 | Enrico V muore senza figli | [ivi] |
| Rivalità tra le due case guelfa e ghibellina in Germania | [ivi] | |
| Lottario II, duca di Sassonia, alleato de' Guelfi eletto imperatore | [25] | |
| 1127 | Corrado III di Franconia della casa di Hohenstauffen eletto imperatore del partito opposto de' Ghibellini | [26] |
| 1128 | I Milanesi si dichiarono per Corrado III che passa in Italia | [ivi] |
| 1127-1132 | Guerra civile vilmente sostenuta | [27] |
| 1133 | 4 giugno. Lottario II coronato dal papa in Roma | [28] |
| 1130-1139 | Scisma d'Innocenzo II, ed Anacleto II | [ivi] |
| 1130 | Civil guerra in Roma tra i due papi | [31] |
| 1134 | I due fratelli d'Hohenstauffen si sottomettono a Lottario | [32] |
| 1136 | Seconda spedizione di Lottario in Italia | [ivi] |
| 1137 | Il 3 dicembre. Morte di Lottario nelle montagne di Trento | [33] |
| 1139 | Predicazioni repubblicane di Arnaldo da Brescia | [ivi] |
| Amicizia d'Arnaldo da Brescia e di Abaelardo | [34] | |
| Arnaldo perseguitato si rifugia nel vescovado di Costanza | [35] | |
| 1140-1141 | Guerra dei Romani contro Tivoli | [36] |
| 1143 | I Romani rivoltati contro Innocenzo II ristabiliscono il senato | [38] |
| 1144 | Governo di Roma. Un patrizio e cinquantasei senatori | [39] |
| Le torri dei partigiani del papa atterrate | [40] | |
| Lettere del senato a Corrado III eletto imperatore | [41] | |
| L'imperatore rifiuta di rispondere al senato di Roma | [42] | |
| 1145 | Lucio II volendo abolire il senato viene ucciso | [43] |
| Eugenio III approva la costituzione del senato | [44] | |
| Arnaldo da Brescia chiamato a Roma viene ricevuto trionfante | [ivi] | |
| 1143-1152 | Nuova forma ch'egli dà alla costituzione romana | [ivi] |
| Capitolo VIII. Federico Barbarossa imperatore. — Sua prima spedizione contro le città d'Italia. — 1152-1155. | [48] | |
| 1152 | Morte di Corrado III eletto imperatore il 15 febbrajo | [48] |
| Suo nipote Federico Barbarossa eletto suo successore | [49] | |
| Severità inflessibile di Federico | [50] | |
| Federico chiamato dal papa in Italia | [52] | |
| S'impegna in tale spedizione nella dieta di Vurtzbourg | [55] | |
| 1153 | Presentansi alla dieta di Costanza due Lodigiani | [ivi] |
| Federico ordina ai Milanesi di rimetterlo in libertà | [54] | |
| Sdegno dei Milanesi nell'udire quest'ordine | [55] | |
| Lagnanze di Pavia e Cremona contro i Milanesi | [56] | |
| 1154 | Federico entra in Lombardia, ed apre i Comizj in Roncaglia nel mese di ottobre | [57] |
| Ascolta le accuse contro Chieri, Asti e Milano | [58] | |
| Conduce la sua armata dalla parte di Novara | [59] | |
| Saccheggio e distruzione di Rosate | [61] | |
| I Milanesi puniscono il loro console per la collera di Federico | [62] | |
| Cercano invano di calmarlo | [ivi] | |
| Federico abbrucia il ponte del Ticino e distrugge Trecate e Galiate | [63] | |
| 1155 | Abbandona all'incendio Chieri ed Asti | [65] |
| Intraprende il 13 febbrajo l'assedio di Tortona | [65] | |
| I Milanesi soccorrono Tortona | [66] | |
| Federico condanna a morte i prigionieri quali ribelli | [67] | |
| Fa corrompere l'acqua degli assediati | [68] | |
| Tortona s'arrende, e gli abitanti vanno a Milano | [69] | |
| Federico s'incammina verso Roma | [70] | |
| Papa Adriano IV aveva posto Roma sotto l'interdetto, per allontanarne Arnaldo | [71] | |
| Federico si fa dare Arnaldo, che consegna al papa, che lo fa morire | [72] | |
| Federico sforzato a tenere la staffa al papa | [73] | |
| Rimanda con disprezzo i deputati del senato di Roma | [75] | |
| Fa occupare dalla cavalleria la città leonina | [ivi] | |
| Vien coronato in Vaticano senz'entrare in Roma | [76] | |
| Batte le milizie romane poi si ritira a Tivoli | [77] | |
| Passa nel ducato di Spoleti, e ne abbrucia la capitale | [78] | |
| Nulla osa intraprendere contro Guglielmo I succeduto a Ruggero di Napoli morto in febbrajo 1153 | [80] | |
| Federico licenzia l'armata in Ancona | [ivi] | |
| Si sottrae a stento all'imboscata dei Veronesi e rientra in Baviera | [81] | |
| Capitolo IX. Continuazione della guerra di Federico Barbarossa colle città lombarde. — Primo assedio di Milano, assedio di Cremona, presa e ruina di Milano. — 1155-1162. | [83] | |
| 1155 | I Milanesi rifabbricano Tortona | [ivi] |
| 1156 | Puniscono i loro vicini dichiaratisi per l'imperatore | [84] |
| Il principe Roberto di Capoa perisce in prigione | [86] | |
| Papa Adriano si riconcilia col re Guglielmo | [87] | |
| 1157 | Offende l'imperatore colle sue orgogliose pretese | [88] |
| Federico annuncia una seconda discesa in Italia | [90] | |
| 1158 | Assemblea dell'armata dell'imperatore ad Ulma | [91] |
| I Milanesi vogliono forzare i Lodigiani a giurar loro fedeltà | [92] | |
| Questi per non prestarsi lasciano le loro borgate | [93] | |
| Federico sottomette Brescia | [ivi] | |
| Leggi militari intorno alla disciplina dell'armata | [94] | |
| Passa l'Adda e s'impadronisce di Cassano, Trezzo, Melegnano | [97] | |
| Rifabbrica Lodi quattro miglia distante dal vecchio | [98] | |
| Conduce la sua armata sotto Milano | [99] | |
| Sortite dei Milanesi | [100] | |
| Assedio e presa dell'Arco dei Romani | [101] | |
| Barbarie dei soldati pavesi e cremonesi | [102] | |
| Il conte di Biandrate si offre ai Milanesi per trattare la pace | [103] | |
| Vantaggiose condizioni ottenute dall'imperatore | [105] | |
| Seconda dieta a Roncaglia | [108] | |
| Il clero ed i legisti d'Italia partigiani del despotismo | [109] | |
| Federico si fa attribuire dalla dieta tutte le regalie | [110] | |
| La dieta gli dà il diritto di creare i giudici | [112] | |
| Istituzione dei podestà | [ivi] | |
| Il diritto di guerra privata tolto alle città | [113] | |
| La città di Piacenza condannata | [114] | |
| Federico domanda la Corsica e la Sardegna | [ivi] | |
| 1159 | Federico viola il trattato conchiuso coi Milanesi | [116] |
| I Milanesi s'impadroniscono di Trezzo | [117] | |
| Federico mette Milano al bando dell'impero | [118] | |
| Contese di Federico con papa Adriano | [ivi] | |
| Coraggio dei Milanesi | [120] | |
| Federico guasta il territorio di Milano | [121] | |
| Intraprende il 4 luglio l'assedio di Crema | [122] | |
| I Milanesi mandano soccorso ai Cremaschi | [123] | |
| Crudeltà di Federico contro i Cremaschi | [ivi] | |
| Ne attacca gli ostaggi alle macchine | [124] | |
| Lunga resistenza dei Cremaschi | [126] | |
| 1160 | Gli assedianti prendono le mura esteriori di Crema | [128] |
| Capitolazione de' Cremaschi il 22 gennajo | [130] | |
| 1159 | Settembre. Morte d'Adriano IV. Scisma d'Alessandro III e di Vittore III | [131] |
| Federico, favorevole a Vittore, è scomunicato da Alessandro | [132] | |
| 1160 | Federico licenzia l'armata e si riduce alla piccola guerra | [134] |
| Combattimento di Cassano favorevole ai Milanesi | [135] | |
| 1161 | Combattimento di Bulchignano collo stesso esito | [137] |
| Una nuova armata tedesca s'unisce a Federico, che abbrucia la messe dei Milanesi | [ivi] | |
| Intraprende il blocco di Milano | [139] | |
| 1162 | I Milanesi forzati dalla fame a capitolare | [140] |
| Si rendono a discrezione il primo marzo | [ivi] | |
| Portano a Federico tutti i loro stendardi, e gli danno giuramento di fedeltà | [141] | |
| Federico fa sortire il 16 marzo tutti gli abitanti dalla città | [143] | |
| Ordina il 25 marzo di spianare Milano. Esecuzione di tale sentenza | [ivi] | |
| Capitolo X. Oppressione dell'Italia. — Lega lombarda e sua resistenza all'imperatore. — Fondazione d'Alessandria. — 1162-1168. | [145] | |
| 1162 | Federico riceve a Pavia le felicitazioni dei principi | [ivi] |
| Compassione eccitata dagli emigrati milanesi | [147] | |
| Le città già rivali gli danno asilo | [ivi] | |
| Terrore di tutti gl'Italiani. Sommissione de' Genovesi | [148] | |
| Federico riconcilia i Pisani ed i Genovesi | [150] | |
| 1163 | I feudatarj pisani in Sardegna ricorrono all'imperatore | [152] |
| 1164 | Barisone, giudice d'Arborea, accetta il titolo di re | [153] |
| Opposizione dei consoli pisani al nuovo titolo | [ivi] | |
| Barisone viene arrestato per debiti dai Genovesi | [155] | |
| La guerra tra Pisa e Genova si rinnova per le cose della Sardegna | [156] | |
| 1165-1169 | Guerre civili a Genova | [ivi] |
| 1169 | Conciliazione delle parti in un'assemblea | [157] |
| 1163 | Federico fa demolire le mura di Tortona | [159] |
| 1164 | I podestà dell'imperatore opprimono le province | [160] |
| I Milanesi domandano grazia all'imperatore | [161] | |
| Malcontento dei Veronesi | [ivi] | |
| Confederazione di Verona, Vicenza, Padova e Treviso | [162] | |
| Federico torna in Germania a rifare l'armata | [163] | |
| Vi è trattenuto da una guerra | [164] | |
| 1165 | I Romani si sottomettono ad Alessandro III, che torna in Roma | [165] |
| 1166 | Morte di Guglielmo il malvagio re di Napoli. Gli succede Guglielmo il buono | [166] |
| L'imperatore rientra in Italia alla fine d'autunno | [167] | |
| 1167 | Marcia verso l'Italia meridionale | [168] |
| Dieta dei deputati delle città a Pontida per trattare della comune difesa | [ivi] | |
| 27 aprile. I Milanesi ricondotti nella città, e rifatte le loro mura | [170] | |
| I Cremonesi vogliono far entrare nella lega i Lodigiani | [172] | |
| Vengonvi costretti colle armi | [174] | |
| Quindici città s'impegnano nella lega lombarda | [175] | |
| Alleanza di Manuele Comneno con Ancona | [ivi] | |
| Il conte di Tuscolo batte le milizie romane | [177] | |
| Federico si presenta in faccia alla città leonina | [177] | |
| I suoi soldati mettono il fuoco alla chiesa di santa Maria in Campo Santo | [178] | |
| Papa Alessandro III fugge da Roma | [179] | |
| I Romani trattano coll'imperatore | [ivi] | |
| Un'epidemia si manifesta nell'armata tedesca | [180] | |
| Federico obbligato di ritirarsi col resto dell'armata | [182] | |
| In una dieta a Pavia sfida la lega lombarda | [184] | |
| La lega s'impegna di scacciar l'imperatore d'Italia | [ivi] | |
| 1168 | Federico fugge segretamente d'Italia | [186] |
| Nuovi confederati ingrossano la lega | [187] | |
| La lega prende a fabbricare Alessandria | [ivi] | |
| Capitolo XI. Natura della lega lombarda. — Guerre dell'arcivescovo Cristiano luogotenente dell'imperatore contro le città libere. — Assedio d'Ancona. — Federico respinto sotto Alessandria, battuto a Legnano, tregua di Venezia, pace di Costanza. – 1168-1183. | [191] | |
| Prosperità della lega lombarda | [ivi] | |
| Vero momento per istabilire il governo federativo | [192] | |
| I Lombardi non ebbero l'idea di {530} questo governo | [195] | |
| Condizioni della loro alleanza | [196] | |
| 1168-1171 | L'imperatore tenta di disunire gli alleati | [198] |
| 1171 | Manda in Toscana l'arcivescovo Cristiano | [ivi] |
| Alleanze de' Pisani coll'imperatore d'Oriente | [199] | |
| 1172 | L'arcivescovo vuol pure il pacificatore di Toscana | [200] |
| 1173 | Fa imprigionare i consoli di Pisa e Fiorenza | [201] |
| Forma un'armata di Sienesi, Pistolesi e Lucchesi | [202] | |
| Nel primo anno fa la guerra in Toscana | [ivi] | |
| 1174 | Conduce la sua armata sotto Ancona | [203] |
| L'assedia di concerto coi Veneziani | [204] | |
| Gli assediati mancano di viveri | [206] | |
| Eroismo di Stamura | [207] | |
| Un vecchio impedisce agli Anconitani d'arrendersi | [209] | |
| Gli Anconitani mandano a domandar soccorsi in Romagna | [211] | |
| Generosità d'una dama d'Ancona | [212] | |
| Un'armata romagnola ne fa levare l'assedio | [213] | |
| Federico rientra in Italia in ottobre | [215] | |
| Forza Asti a sottomettersi | [ivi] | |
| Intraprende l'assedio d'Alessandria | [216] | |
| Lo continua per quattro mesi d'inverno | [217] | |
| 1176 | La dieta de' Lombardi a Modena leva un'armata per soccorrere Alessandria | [218] |
| Federico, durante una tregua, tenta sorprenderla | [219] | |
| Leva l'assedio e marcia verso Pavia | [ivi] | |
| L'incontrano i Lombardi e per rispetto non lo attaccano | [220] | |
| Conferenza per la pace e sospensione d'armi | [221] | |
| L'imperatore eccita sospetti nella lega | [222] | |
| 1175 | I legati del papa vanno a Pavia da Federico | [223] |
| Romponsi i trattati e ricomincia la guerra | [225] | |
| Cristiano attacca i Bolognesi | [ivi] | |
| 1176 | Federico riceve il soccorso di una nuova armata | [226] |
| Preparativi de' Milanesi per difendersi | [227] | |
| Vittoria de' Milanesi a Legnano | [228] | |
| Federico abbandonato cerca di far pace | [231] | |
| Manda ambasciatori a chiederla ad Alessandro III | [ivi] | |
| Il papa promette di venire al congresso lombardo | [232] | |
| L'imperatore trova partigiani tra i Lombardi | [ivi] | |
| Cremona e Tortona segnano la pace | [233] | |
| 1177 | Il papa e gli ambasciatori di Napoli arrivano a Venezia | [235] |
| Discussioni intorno al luogo delle conferenze | [236] | |
| Si sceglie Venezia | [237] | |
| Pretensioni delle città | [238] | |
| Pretensioni dell'imperatore | [239] | |
| Condotta ambigua del papa | [242] | |
| Propone una tregua di più anni | [ivi] | |
| La tregua vien segnata il 6 luglio | [ivi] | |
| Federico ricevuto in Venezia, e riconciliato col papa | [245] | |
| 1178 | Il papa tornato a Roma si riconcilia col senato | [246] |
| 1178-1183 | Trattati per una pace definitiva | [247] |
| 1183 | Defezione di Tortona e di Alessandria | [248] |
| Dieta a Costanza per trattare la pace | [250] | |
| Trattato di Costanza il 25 giugno 1183 | [251] | |
| Capitolo XII. Ultimi anni di Federico Barbarossa. — Enrico VI suo figlio riunisce all'impero il regno delle due Sicilie. — Torbidi eccitati nelle repubbliche italiane dalla nobiltà. — 1183-1200. | [255] | |
| Le dissensioni civili compresse in tempo di guerra si rinnovano dopo la pace nelle città libere | [ivi] | |
| 1183 | I Milanesi cambiano la costituzione | [258] |
| Prime gelosie tra i nobili ed il popolo | [260] | |
| Costituzione di Bologna | [261] | |
| Nuove leggi nelle altre repubbliche | [263] | |
| 1183-1197 | Rapida successione de' sovrani in quindici secoli | [264] |
| 1184 | Ritorno pacifico di Federico in Italia | [267] |
| Fa sposare l'erede dei re di Sicilia ad Enrico | [268] | |
| Decadimento del regno delle Due Sicilie | [270] | |
| Federico per averlo mantiene la pace in Italia | [272] | |
| 1187 | Gerusalemme presa da Saladino il 2 ottobre | [274] |
| 1187 | Terza crociata | [275] |
| Gl'Italiani vi s'impegnano con calore | [276] | |
| 1188 | Pace de' Cristiani per far guerra a gl'infedeli | [ivi] |
| 1189 | Federico prende la croce | [278] |
| 1190 | S'annega nel fiume Salef in Armenia | [279] |
| Enrico VI paragonato a suo padre | [280] | |
| 1189 | Guglielmo II muore a Palermo | [281] |
| 1190 | Tancredi, figlio naturale di Ruggero, gli succede | [ivi] |
| Enrico VI cerca ajuto dai Genovesi e dai Pisani per conquistare la Sicilia | [282] | |
| È forzato a fuggire, e sua moglie è fatta prigioniera | [283] | |
| 1194 | Morte di Tancredi e di suo figlio | [284] |
| Gli succede Enrico VI e si rende odioso ai popoli | [ivi] | |
| 1197 | Muore improvvisamente l'otto settembre | [285] |
| Gli succede Federico II di quattr'anni | [ivi] | |
| 1191 | Guerra tra Brescia e Cremona | [286] |
| Vittoria de' Bresciani sui Cremonesi | [288] | |
| 1198-1199 | Guerra tra Parma e Piacenza | [289] |
| Potenza dei Gentiluomini della Venezia | [290] | |
| Fortezze nell'interno delle città | [292] | |
| Discordia tra i gentiluomini | [293] | |
| Potere dei podestà nelle città | [294] | |
| L'elezione dei podestà divisa spesso tra due famiglie rivali | [295] | |
| Casa da Romano nella Marca Trivigiana | [297] | |
| Inimicizia d'Ezelino e di Tisolino | [298] | |
| 1194 | Ezzelino II in guerra con Vicenza | [299] |
| Nascita d'Ezzelino III | [300] | |
| 1197 | Seconda guerra d'Ezzelino II con Vicenza | [301] |
| 1198 | Si riconcilia con Vicenza e si disgusta con Padova | [302] |
| Antico patrimonio dei marchesi d'Este | [303] | |
| Obizzo d'Este sposa la figlia d'Adelaide di Ferrara | [305] | |
| 1180-1220 | Guerre civili a Ferrara | [306] |
| Le repubbliche transpadane sottomettono i nobili | [307] | |
| 1192-1193 | Gerardo Scannabecchi, pretore di Bologna | [308] |
| 1200 | Guerra civile a Brescia tra i nobili ed il popolo | [310] |
| Capitolo XIII. Pontificato d'Innocenzo III. — Stabilimento del potere temporale della Chiesa. — Abbassamento del partito ghibellino. — 1197-1216. | [313] | |
| Preponderanza del partito imperiale sotto Enrico VI | [315] | |
| 1197 | Innocenzo III eletto papa di 37 anni | [316] |
| Rivalità fra due contendenti al trono imperiale | [318] | |
| 1192 | Il senatore in Roma sostituito al senato | [320] |
| 1197 | Innocenzo III ne limita l'autorità | [321] |
| 1207 | Attribuzioni del senatore fissate nel 1207 | [322] |
| 1197 | Innocenzo III ordina ai suoi cardinali di togliere ai generali d'Enrico VI le province loro infeudate | [324] |
| Tutte le città dichiaransi per il papa | [325] | |
| Lega Guelfa di Toscana sotto la protezione del papa | [326] | |
| Costituzione di questa lega | [327] | |
| Fedeltà all'impero della repubblica di Pisa | [329] | |
| Innocenzo III reclama la tutela di Federico II | [331] | |
| 1198 | Fa la guerra al generale Marcovaldo | [332] |
| Debolezza del papa in Sicilia, sua potenza altrove | [333] | |
| Gualtieri, conte di Brienna, reclama la sua eredità | [335] | |
| 1205 | Gualtieri ucciso in una battaglia coi Tedeschi | [336] |
| 1206 | Ottone IV battuto da Filippo. Il papa tratta con questo | [337] |
| 1208 | Assassinio di Filippo. Enrico IV riconosciuto imperatore | [338] |
| 1209 | Viene in Italia a prendere la corona imperiale | [339] |
| Vuole riconciliare i nobili della Marca Trivigiana | [341] | |
| Ezzelino II sfida Azzo VI d'Este; lo stesso fa Salinguerra | [343] | |
| Riconciliazione di questi gentiluomini | [344] | |
| Ottone IV coronato a Roma | [346] | |
| Si avvicina ai capi del partito ghibellino | [ivi] | |
| Innocenzo III gli oppone Federico II | [348] | |
| 1210 | Ottone muove guerra a Federico, ed invade il regno | [349] |
| 1212 | Viene chiamato in Allemagna da' nuovi torbidi | [350] |
| Federico II va a Genova per passare in Allemagna | [351] | |
| Viene secondato dalle città ghibelline | [352] | |
| Attraversa la Lombardia ed i Grigioni | [352] | |
| 1214 | Ottone IV disfatto a Bouvines da Filippo Augusto | [353] |
| 1215 | Prime dissensioni di Firenze | [357] |
| Governo di questa città fino al 1207 | [ivi] | |
| Bondelmonti offende le famiglie ghibelline | [358] | |
| Bondelmonti ucciso presso alla statua di Marte | [359] | |
| Tutta la nobiltà divisa tra i Bondelmonti ed Uberti | [ivi] | |
| 1215-1248 | La guerra si continua in Fiorenza | [360] |
| Successi delle intraprese d'Innocenzo III | [361] | |
| Sua smisurata ambizione, ingiustizia ed orgoglio | [363] | |
| Fonda l'inquisizione. Crociata contro gli Albigesi | [365] | |
| Dottrina de' Pauliciani ed Albigesi | [366] | |
| Moltiplicazione de' Pauliciani e Paterini nelle città d'Italia | [369] | |
| Ardore del papa nel perseguitarli | [370] | |
| Chiama in suo ajuto san Francesco e san Domenico | [371] | |
| 1203 | San Domenico comincia a predicare contro gli eretici | [372] |
| 1206-1211 | Crociata contro gli Albigesi. Sue crudeltà | [373] |
| Costanza di san Domenico arrestato dagli Albigesi | [375] | |
| 1214 | Quarto concilio ecumenico di Laterano | [376] |
| 1216 | Morte d'Innocenzo III a Perugia | [377] |
| Capitolo XIV. Digressione sulla quarta crociata. — Conquiste delle repubbliche italiane in Oriente. — 1198-1207. | [379] | |
| La conquista di Costantinopoli è opera dei Veneziani e dei Francesi | [380] | |
| L'impero greco snervato dal despotismo | [381] | |
| Tutti i suoi vantaggi resi nulli dal despotismo | [384] | |
| Impotenza e sterilità de' Greci per dieci secoli | [387] | |
| Colonie de' Latini a Costantinopoli | [388] | |
| 1152-1201 | Contese de' Veneziani coi Greci | [389] |
| Alessio Angelo imperatore d'Oriente | [391] | |
| 1198 | Quarta crociata predicata da Folco di Neuilly | [392] |
| 1201 | I crociati domandano vascelli a Venezia | [ivi] |
| I deputati dell'alta nobiltà di Francia mandano deputati a Venezia | [393] | |
| 1202 | I crociati fuor di stato di mantener la promessa ai Veneziani | [397] |
| Il doge Dandolo propone per prezzo de' vascelli di ajutarlo nella presa di Zara | [398] | |
| Prende anch'egli la croce per marciare coi crociati | [399] | |
| Il figlio d'Isacco Angelo implora il soccorso de' crociati | [401] | |
| Prendono Zara | [403] | |
| Il papa rimprovera ai crociati la presa di Zara | [ivi] | |
| 1203 | I crociati promettono protezione al principe greco | [405] |
| I legati del papa, e più baroni si separano dalla crociata | [407] | |
| I crociati arrivano innanzi a Costantinopoli | [410] | |
| Descrizione della città e porto | [411] | |
| Dopo essersi riposati a Scutari attraversano il golfo | [412] | |
| Viltà de' Greci che fuggono innanzi ai crociati | [413] | |
| Galata presa dai Latini, ed il porto aperto ai Veneziani | [ivi] | |
| I crociati s'accampano al palazzo di Blancherna | [415] | |
| Primo assalto di Costantinopoli il 17 luglio | [416] | |
| Andrea Dandolo padrone del Muro, fermato da un incendio | [417] | |
| Rinuncia al suo vantaggio per soccorrere i Francesi | [419] | |
| Alessio Angelo fugge la seguente notte co' suoi tesori | [420] | |
| Il deposto Isacco Angelo viene tolto di prigione e rimesso sul trono | [421] | |
| Promette ai crociati di mantener le promesse di suo figlio | [ivi] | |
| I crociati stabiliti ne' sobborghi di Pera e Galata | [422] | |
| La rapacità de' Latini eccita l'odio de' Greci | [423] | |
| Il giovane Alessio cerca di tenerseli amici | [425] | |
| Lagnanze de' Latini pei ritardati sussidj | [ivi] | |
| Mandano a sfidare l'imperatore | [426] | |
| Si ricomincia la guerra e si fa debolmente | [427] | |
| 1204 | Il 25 gennajo. Rivolta dei Greci | [429] |
| Alessio duca proclamato imperatore | [430] | |
| Suoi vani sforzi per destare il coraggio dei Greci | [431] | |
| I crociati ricominciano l'assedio di Costantinopoli | [432] | |
| Sono respinti dalla parte del porto | [433] | |
| Il 12 aprile s'impadroniscono delle mura | [434] | |
| Alessio duca fugge | [436] | |
| I Latini mettono il fuoco alla città che s'arrende | [ivi] | |
| Convenzione dei Latini per dividere la conquista | [437] | |
| Saccheggio di Costantinopoli | [438] | |
| Oppressione e patimenti dei Greci | [439] | |
| Il popolaccio insulta i senatori fuggitivi | [440] | |
| Baldovino di Fiandra eletto imperatore | [443] | |
| Divisioni delle province tra Francesi e Veneziani | [444] | |
| L'isola di Candia è ceduta ai Veneziani | [446] | |
| I Veneziani rendono diviso in tanti feudi il territorio ai loro cittadini | [447] | |
| Tentativi dei Genovesi per partecipare allo spoglio dei Greci | [448] | |
| La conquista della Grecia più nociva che utile ai Veneziani | [449] | |
| Capitolo XV. Stato delle repubbliche italiane ne' primi tempi del regno di Federico II. — Guerre civili. — Rinnovamento della lega lombarda. — 1216-1234. | [453] | |
| Guerre causate dalla rivalità di Federico II e di Ottone | [ivi] | |
| Non possono darsi circostanziate notizie delle guerre di quest'epoca | [454] | |
| 1216 | Odio ereditario dei Milanesi verso la casa di Hohenstauffen | [456] |
| Rimangono costantemente attaccati al partito d'Ottone | [457] | |
| 1217 | Loro alleanza con Tomaso di Savoja e con molte città lombarde | [458] |
| Pavia ed Asti forzate di seguire le loro parti | [459] | |
| I Cremonesi li battono il 6 giugno a Ghibello | [ivi] | |
| 1218 | Gelosie eccitate dai gentiluomini nelle città lombarde | [460] |
| Occupano esclusivamente la carica di podestà | [461] | |
| 1221 | I nobili esiliati da Milano e da Piacenza | [462] |
| Confronto delle guerre dell'età di mezzo con quelle de' nostri giorni | [464] | |
| Aumento di popolazione e di ricchezze malgrado le frequenti guerre | [466] | |
| Potenza di Bologna | [468] | |
| 1080-1100 | Cominciamento dell'università di Bologna | [469] |
| Alcune altre università rivali | [470] | |
| Guerre dei Bolognesi coi loro vicini | [472] | |
| 1222 | Forzano gli abitanti d'Imola a ceder loro le porte della città | [ivi] |
| 1218 | Ottone IV muore il 19 maggio. Federico II fa prova dell'ingratitudine del papa | [474] |
| Carattere di Federico II | [ivi] | |
| 1220 | Il 22 novembre. Riceve da Onorio III la corona imperiale | [475] |
| 1222 | Costringe ad ubbidirgli i grandi signori della Puglia | [476] |
| 1223 | Trasporta a Lucera i Saraceni di Sicilia | [478] |
| 1224 | Fabbrica fortezze nelle principali sue città | [ivi] |
| Fonda l'università di Napoli | [479] | |
| 1226 | Sposa Yolante di Lusignano erede del regno di Gerusalemme | [480] |
| 1227 | Si dispone a partire crociato, e n'è impedito da una malattia | [481] |
| Il 29 settembre viene dal papa scomunicato, per non essere partito all'epoca che avea fissata | [482] | |
| Federico riclama contro questa scomunica | [483] | |
| 1228 | Passa in Terra santa ove lo seguono le scomuniche papali | [484] |
| 1229 | Ottiene dal Sultano d'Egitto una pace vantaggiosa e la restituzione di Gerusalemme | [486] |
| Torna in Italia e disperde le crociate armate dal papa contro di lui | [488] | |
| 1226 | 2 marzo. La lega lombarda rinnovata contro l'imperatore | [489] |
| Il papa la prende sotto la sua protezione | [ivi] | |
| 1230 | La fa comprendere in un trattato di pace coll'imperatore | [491] |
| 1238 | Persecuzioni contro i Paterini in Lombardia | [494] |
| Carattere de' persecutori; mescolanza di religione e di ferocia | [495] | |
| Predicazione di tre celebri domenicani | [498] | |
| Predicazione della pace | [499] | |
| Frate Giovanni, di Vicenza, predicatore della pace | [500] | |
| 1233 | 18 agosto. Assemblea di Paquara in cui fra Giovanni predica la pace a dodici popoli adunati per udirlo | [503] |
| Autorità di cui si fa investire in Vicenza ed in Verona | [505] | |
| Potere dell'eloquenza de' Monaci | [507] | |
| Predicano in latino al popolo | [509] | |
| 1212-1233 | Cominciamento della poesia italiana in Sicilia | [510] |
| La lingua provenzale allora coltivata in Lombardia | [512] | |
| Trovatori italiani che scrivono in provenzale | [514] | |
| Sordello mantovano di tutti il più celebre | [ivi] | |
Fine della Tavola.