CAPITOLO XVIII.

Innocenzo IV torna in Italia. — Sue guerre con Corrado e Manfredi. — Sua morte. — Roma sotto il suo pontificato; il senatore Brancaleone. — La Toscana: il governo popolare si stabilisce in Fiorenza.

1251 = 1255.

Colla morte di Federico II ebbe fine in Italia l'autorità degl'imperatori, la quale, sebbene ne fossero controversi i limiti, era però confessata da tutte le repubbliche[103]. Di ciò ne furono principale cagione i principi di Germania che protrassero ventitre anni l'elezione del nuovo re de' Romani, e la debolezza di Rodolfo d'Absburgo, eletto re di Germania dopo la morte di Federico II, e de' suoi immediati successori Adolfo ed Alberto, i quali non avendo potuto scendere in Italia a ricevere in Roma la corona dell'Impero, non ebbero il titolo d'imperatori. Dopo sessant'anni Enrico VI, di Lussemburgo, entrò in Italia per farvi rivivere i diritti dell'Impero; ma dopo la subita morte di questo monarca un secondo interregno lasciò i popoli italiani in piena libertà di rassodare la loro indipendenza e di rompere tutti i legami che gli univano alla Germania.

La storia degl'imperatori formò dunque fino alla morte di Federico II una importantissima parte di quella delle repubbliche italiane; onde non lasciai di tener dietro alla maniera con cui poc'a poco s'andarono staccando dall'Impero; come crebbero i loro privilegi a danno di quelli degl'imperatori, de' quali per altro riconobbero sempre l'alto dominio; come dopo averne eccitata la gelosia loro, seppero resistere alle loro forze; e per ultimo come facessero causa comune coi papi per balzare dal trono in nome della religione la più illustre e potente famiglia della Germania. Riandando questi avvenimenti, abbiamo pure veduto come nel seno medesimo delle città non pochi cittadini, sdegnati della lega che vedevano formarsi contro il capo dell'Impero, presero le armi in difesa de' suoi diritti; e come tutte le repubbliche trovaronsi lacerate da intestine fazioni, e molte cadute sotto il giogo della tirannia avanti che conseguir potessero lo scopo che si erano proposto.

Dopo la presente epoca le cose della Germania saranno alquanto più separate da quelle dell'Italia; e poco dovremo occuparci dell'elezione degl'imperatori e del governo della Germania: ma non perciò la storia de' popoli liberi d'Italia potrà scompagnarsi da quella de' loro vicini e de' loro nemici. Gl'interessi delle nazioni cominciarono ben tosto ad essere in contrasto in questo paese, ed a contrappesarsi vicendevolmente, onde siccome non si può scrivere la recente storia d'un popolo senza abbracciare quella di tutta l'Europa, così la storia delle repubbliche italiane de' secoli di mezzo comprende quella di quasi tutto il mezzogiorno. Nelle rivoluzioni del regno di Napoli che decisero dei destini di quasi tutte le città libere, vedremo i Francesi e gli Arragonesi in guerra coi Tedeschi e cogli Arabi; ed in un tempo o nell'altro vedremo presentarsi sulla scena che ci siamo proposti di rappresentare, quasi tutte le nazioni.

La morte di Federico II equivaleva per il papa ad una grande vittoria, perchè sembrava che dovesse portare uno straordinario cambiamento allo stato d'Italia. Ne sentì tutta l'importanza Innocenzo IV, il quale scriveva in tal modo al clero del regno di Sicilia: «Esultino i cieli, la terra si riempia d'allegrezza, essendosi, per la morte di costui, cambiati in freschi zefiri ed in feconde rugiade il fulmine e la burrasca che Dio teneva sospese sulle vostre teste»[104]. Non tardò l'accorto pontefice a formare il vasto progetto dell'unione di tutto il bel regno di Napoli al patrimonio di san Pietro; al quale oggetto invitava con sue lettere il clero, i nobili, i borghesi del regno, a prendere le armi contro il loro re, e poco dopo così scriveva alla città di Napoli. «Coll'assenso de' nostri fratelli i cardinali, abbiamo prese sotto la protezione della santa sede le vostre persone, i vostri beni e tutta la città, ordinando che perpetuamente rimanga sotto l'immediata sua dipendenza, obbligandoci a questo, che la Chiesa non accorderà giammai la sovranità, o qualsiasi diritto sopra la medesima a veruno imperatore, re, duca, principe o conte, o ad altra persona»[105].

Per approfittare di così favorevoli circostanze ed essere più vicino alle conquiste che meditava di fare, Innocenzo partì da Lione in sul cominciare di primavera alla volta d'Italia. Venne ricevuto in Genova dai suoi concittadini con istraordinario giubilo, accresciuto dalla presenza dei deputati di quasi tutte le città lombarde, colà recatisi per incontrarlo, ed ottenere che volesse onorare della sua presenza quelle città: inchiesta avidamente accolta dal pontefice, siccome quella che maravigliosamente giovava ai suoi progetti[106]. Il partito ghibellino, scoraggiato dalla morte di Federico e dall'abbandono di molte città amiche, signoreggiate dai Guelfi, chiedeva pace; e se tal pace facevasi sotto gli occhi e colla mediazione del pontefice, veniva a rendersi più certo il trionfo della santa sede. Le città di Savona e di Albenga ed il marchese del Carreto, che, finchè visse l'imperatore, ebbero guerra con Genova, avevano già mandati ambasciatori a questa città, offrendole di governarsi sotto i suoi ordini e di unirsi alla parte guelfa. Gli stessi Pisani, che in ogni tempo eransi mostrati caldissimi partigiani della casa di Svevia, avevano spedito un frate domenicano a Genova per trattare un accomodamento. Vero è che quando i Genovesi chiesero al domenicano la cessione del castello di Lerici, posto in riva al mare al confine dei due territorj, questi rispose loro: «Vi cederemmo piuttosto Cinzica, uno de' quartieri della nostra città»; ed ebbe così fine ogni trattato.

Il viaggio d'Innocenzo in Lombardia fu un continuo trionfo: i Guelfi si affollavano in sulla strada, e per assicurarlo dagl'insulti de' Ghibellini avevano formato alcuni corpi di guardie d'onore, che tenevan luogo di vere armate. Ma le città ghibelline, come Pavia e Lodi, sul di cui territorio doveva passare il papa, scoraggiate dalla morte del loro capo, non volevano certamente provocar davvantaggio la collera del pontefice: che anzi, bramando di far dimenticare le antiche offese, si dicevano disposte a riconciliarsi colla parte guelfa, e permettevano ai loro esiliati di rientrare in patria[107]. In fatti la città di Lodi, tribolata dalle armi dei Milanesi, entrò nella lega; e Pavia fece con Milano un trattato di pace, ch'ebbe poi corta durata.

Il papa aveva poste le armi in mano ai Lombardi contro l'imperatore; ma se gli aveva spinti in una pericolosa guerra contro un grande monarca, gli aveva così potentemente sussidiati colle armi spirituali, che n'erano usciti vittoriosi. Federico aveva dovuto abbandonare l'assedio di Brescia e di Parma; non aveva osato d'intraprendere quelli di altre più potenti città, quali sono Milano, Genova e Bologna; ed un anno prima di morire, erasi allontanato da un paese, per opprimere il quale sentivasi troppo debole. Mossi da queste considerazioni i Milanesi mostrarono al pontefice il più vivo attaccamento, recandosi, per così dire, la città in corpo ad incontrarlo, onde duecento mila persone fiancheggiavano tutta la strada a dieci miglia dalle mura. Inventarono per onorarlo un nuovo ordigno, sotto il quale fece il suo solenne ingresso in Milano: era questo coperto di un drappo di seta e portato dai più ragguardevoli gentiluomini; ordigno adoperato poi nelle cerimonie religiose, e detto baldacchino. I Milanesi intrattennero il papa più di due mesi nella loro città, e gli accordarono l'autorità di nominare in quell'anno il podestà, ricevendo essi, in compenso degli onori grandissimi con cui lo colmarono, indulgenze e grazie spirituali.

Benchè gloriosa, lunga fu però la guerra che i Milanesi sostennero per favorire Innocenzo, e cotal guerra aveva esaurite le pubbliche entrate; onde nel precedente anno avevano dovuto ordinare, a favore del comune, un ritardo di otto mesi a pagare i suoi debiti, ed accrescere le gabelle onde poter soddisfare ai nuovi impegni. In pari tempo accordavano a tutti i privati debitori quelle facilità medesime che si arrogava la repubblica[108]; col quale apparente atto di giustizia si venivano ad accrescere i disordini e le perdite causate alla società da questa specie di fallimento. Nè bastando queste gravezze, finalmente i Milanesi risolsero di chiamare un magistrato straniero, cui accordarono un illimitato potere di stabilire, ove e come lo trovasse più opportuno, dogane, gabelle, pedaggi. Sebbene quest'odiosa scienza non fosse in allora così ben conosciuta come nella presente età, il nuovo magistrato Beno de' Gozzadini di Bologna fece quanto seppe per accrescere colle concussioni i profitti del comune. Ne' primi quattro anni il popolo si sottomise, senza lagnarsi, alle arbitrarie gravezze di Gozzadino; e nell'ultimo anno fu innalzato alla suprema carica di podestà onde incontrasse minori ostacoli, e più sollecitamente pagasse il pubblico debito. Ma le sue concussioni stancarono finalmente la pazienza del popolo; il quale, ammutinatosi, mise a morte l'infelice podestà, siccome autore d'insoffribili gravezze. Ed è cosa notabile che, morto il Gozzadino, il popolo non essendo sollevato dalla maggior parte delle gabelle che questi aveva inventate per sovvenire ai bisogni dello stato, gli storici milanesi, prendendo parte alle prevenzioni del popolo, hanno continuato a maledire la memoria di questo finanziere[109]. Il papa erasi appena partito da Milano, che scordando tutto quanto aveva per lui sofferto, e la splendida accoglienza fattagli, scrisse da Brescia a quell'arcivescovo per eccitarlo a sostenere vigorosamente le libertà ecclesiastiche contro il podestà ed i consigli, che alcuna volta non le rigettavano. Lagnavasi in particolare che si obbligassero alcuni monaci, detti umiliati, ad esercitare alcune pubbliche incumbenze alle porte ed alle dogane, siccome coloro che con maggiore economia e fedeltà riscuotevano le gabelle. Ordinava all'arcivescovo d'impiegare contro la repubblica le censure ecclesiastiche, e tutto il rigore degli spirituali castighi per rintuzzare gli abusi che si fossero introdotti nel governo. Tanta ingratitudine del pontefice offese i Milanesi se non abbandonarono affatto il partito guelfo, cessarono almeno di esserne i più caldi partigiani: imperciocchè nominarono loro capitano generale il marchese Lancia di Monferrato, zio di Manfredi, reggente di Sicilia e zelante ghibellino; e gli affidarono dal 1253 al 1256 il governo degli affari della guerra e della giustizia, a condizione che mantenesse al soldo della repubblica mille cavalli forastieri. Il marchese Lancia non venne però a stare in Milano, ma vi mandò ogni anno in qualità di suo luogotenente un podestà da lui nominato.

Sebbene avessero scelto per loro giudice e generale un Ghibellino, non sembra che a tale epoca i Milanesi avessero affatto abbandonata la parte guelfa; e la guerra che coll'ajuto del marchese Lancia fecero ai cittadini di Pavia, dovrebb'essere una contraria prova. Non può dirsi lo stesso degli abitanti di Piacenza, i quali avanti che morisse Federico, a motivo dell'odio che nudrivano contro i Parmigiani, staccaronsi del partito che questi avevano di fresco abbracciato, si collegarono con Cremona, col marchese Pelavicino e con tutti i Ghibellini, e ricominciarono la guerra che nel principio del secolo avevano intrapresa contro Parma. Ad eccezione di questa sola guerra, le parti e le alleanze, tutto aveva cambiato aspetto: pareva che ogni armata fosse passata nel campo nemico per rinnovare la pugna.

Due passioni l'una dall'altra affatto indipendenti dividevano in due opposte fazioni gli abitanti di tutte le città d'Italia. Da una banda la gelosia e la reciproca diffidenza de' plebei e de' nobili teneva viva la discordia in seno ad ogni repubblica; dall'altra i partigiani dell'Impero e quelli della Chiesa dividevano l'Italia in due parti che si facevano un'accanita guerra. Tra le fazioni politiche nate in seno di ogni città, e le fazioni religiose che regnavano in tutto l'Impero, non eravi veruna stabile alleanza: nè i papi eransi dichiarati protettori della plebe, nè gl'imperatori della nobiltà. A Milano i gentiluomini erano Ghibellini, Guelfi i popolari: a Piacenza era tutto il contrario. La scelta di ogni famiglia tra queste due grandi fazioni non era figlia di personali considerazioni e di viste d'interesse; ma era stata determinata dalla propria inclinazione verso il capo della religione o verso il capo dello stato: puri n'erano i motivi, sincero l'attaccamento. Dal canto loro il papa e l'imperatore eransi procurati partigiani in quelle città nelle quali più vicini interessi avevano già accesa la discordia, prendendo a favoreggiare il partito più debole, a lusingarne le passioni, tenendo in ogni luogo un diverso linguaggio secondo credevan più conveniente a sedurre la classe degli uomini con cui trattavano. Coloro che per interno sentimento erano Guelfi o Ghibellini, non abbandonavano le proprie affezioni; coloro la di cui alleanza era stata per interesse cercata dal papa o dall'imperatore, potevano cangiare colla politica. Generalmente parlando, non potrebbesi in verun modo spiegare la lunghissima durata in tutta l'Italia delle fazioni guelfe o ghibelline, i prodigiosi sagrificj che tutti i più virtuosi cittadini facevano allo spirito di partito, l'eguaglianza delle forze e le frequenti alternative di vittorie e di sconfitte, volendole originate da solo personale interesse. L'egoismo non suole ispirare energia, e colui che non calcola che i suoi avvantaggi, li troverà sempre nel riposo. Più nobili cagioni armavano i cittadini d'ambo i partiti; due virtuosi sentimenti, lo spirito religioso e lo spirito di giustizia, erano stati dalla discordia posti in guerra fra le due podestà religiosa e politica.

Non può negarsi che i papi non usassero una troppo aperta ingiustizia contro gl'imperatori, invadendo i loro più sacri diritti, eccitando il tradimento in seno alle loro famiglie, calunniandone il nome, e privandoli per fino colle inique sentenze della loro corona. Il rango, la potenza, le virtù de' personaggi, oggetto di tanta ingiustizia, ne rendevano le sventure più illustri, e queste lasciavano nell'anima de' popoli una profonda indelebile traccia: imperciocchè sebbene siano degni di commiserazione tutti gli sventurati, quella che sentiamo pei sovrani veste un carattere ancora più nobile, innalzandoci in qualche modo al grado di coloro che ci spinge a soccorrere: noi la chiamiamo col nome di lealtà, ed andiamo superbi dell'entusiasmo onde ci investe.

Dall'altra parte presso un popolo superstizioso la religione può allontanarsi dalle regole dell'eterna giustizia, ed opporsi colla giustizia del mondo. Questa religione non permette agli uomini di esaminare le vie del cielo; comanda una illimitata ubbidienza; ed il cieco fanatismo che loro ispira, l'odio contro gli eretici ed i nemici della fede, l'attaccamento alla Chiesa, sono ne' loro motivi passioni non meno pure del fanatismo di lealtà; e sono egualmente fondate sopra un assoluto disinteresse personale e sopra un pieno virtuoso convincimento[110]. Da ambo le parti si videro le grandi famiglie, fedeli ai principj una volta adottati, tramandarli di padre in figlio, senza che le sciagure o le persecuzioni potessero giammai staccarle dalla propria fazione. Si vide pure la plebe più mobile e più suscettibile d'entusiasmo, mostrarsi egualmente disposta ad ammettere le due contrarie passioni; e fu veduta, a seconda che si seppe risvegliare in essa que' sentimenti che le erano più naturali, combattere con energia, non per interesse proprio, ma per i legittimi diritti dell'Impero, o per le sante libertà della Chiesa.

Perchè le due repubbliche di Piacenza e di Cremona erano governate dalla fazione ghibellina, invece di tenere la più breve strada per recarsi negli stati della Chiesa, Innocenzo fu costretto di andare da Milano a Brescia, Mantova, Ferrara e Bologna[111]. Le quali città, essendo addette alla parte guelfa, lo accolsero tutte con ogni maniera di onorificenza; ma parve che la presenza del pontefice, invece di accrescere l'affetto del popolo verso la Chiesa, lasciasse semi di divisione e ravvivasse il coraggio e le passioni de' Ghibellini. Innocenzo, attraversata la Romagna, s'avanzò fino a Perugia, ove rimase alcun tempo.

Ma prima che il papa giugnesse a Roma, il re di Germania, suo rivale, era già sceso in Italia per porsi alla testa de' Ghibellini. Aveva Federico, morendo, lasciati cinque figliuoli, de' quali due soli legittimi, cioè Corrado, che coronato re di Germania mentre ancora viveva il padre, governava da molti anni quello stato, ed Enrico figliuolo di una principessa d'Inghilterra, che Federico con suo testamento surrogava a Corrado, ove questi morisse senza figliuoli. Manfredi, principe di Taranto, figliuolo naturale dell'imperatore e di una marchesa Lancia, era di tutti i principi di questa famiglia il solo che avesse la maggior parte delle virtù e de' talenti del padre. È probabile che Federico lo avesse legittimato, poichè lo vediamo da lui sostituito a Corrado e ad Enrico quale erede delle sue corone, se l'uno e l'altro morivano senza figliuoli[112]. Bastardi erano ancora Federico re o duca d'Antiochia, ed Enzio re di Sardegna prigioniere de' Bolognesi; ma non sono ricordati nel testamento dell'imperatore[113]. Il giovane Enrico stando in Sicilia teneva in dovere que' popoli; e Manfredi come reggente del regno abitava nella Puglia. In ottobre del 1251 Corrado partì di Germania alla testa d'una potente armata per venire a prendere possesso de' nuovi suoi stati.

Corrado, dopo avere visitate alcune città ghibelline della Marca Trivigiana, e ricevuto da Ezelino un rinforzo di truppe cavate da Padova, Verona e Vicenza, vide che non avrebbe potuto attraversare l'Italia per entrare nel suo regno senza essere forzato ad indebolire la sua armata con diverse battaglie in modo di non avere abbastanza forze per ridurre all'ubbidienza i suoi sudditi ribelli: onde non volendo scontrarsi colle armate guelfe, invitò le flotte siciliane e pisane a portarsi sulle coste del Friuli; e girando intorno alle frontiere veneziane si recò ad aspettare le flotte a Porto Navone in fondo all'Adriatico[114]. Colà s'imbarcò in principio del 1252 con un'armata composta di Tedeschi e Lombardi, sopra una flotta di trentadue galee metà di Sicilia e metà di Pisa[115]. Dopo una felice navigazione sbarcò a Siponto nella Capitanata.

Il principe Manfredi, che nell'assenza di Corrado aveva amministrato il regno, gli si fece incontro riponendo in sua mano i poteri di cui era stato depositario. Questo giovane principe aveva, nell'anno che durò la sua reggenza, date luminose prove di grandi talenti e di vigoroso carattere. Le lettere scritte dal papa a tutti i comuni, e le pratiche de' frati minori avevano sollevate quasi tutte le province. I Napoletani dichiaravano di più non voler vivere interdetti e scomunicati, nè ubbidire ad un principe che mai non otterrebbe l'investitura pontificia, nè si pacificherebbe colla Chiesa[116]. Capoa seguì l'esempio di Napoli; Andria, Foggia e Bari ribellaronsi apertamente; ed il partito de' ribelli, armato in Anversa, teneva la vittoria sospesa. Manfredi, che non aveva che dieciotto anni, aveva ricuperate colla rapidità delle marcie tutte le città, tranne Napoli e Capoa, di modo che Corrado non aveva che a seguire le orme del minor fratello per impadronirsi di tutto il suo regno.

Ma il re de' Romani, invidiando la somma riputazione che Manfredi erasi acquistata, quasi non avesse altri nemici in collo, prese ad abbassare il fratello, spogliandolo di parte de' feudi che gli aveva dati il comun padre. Corrado era geloso e crudele perchè era debole; ed internamente facevasi giustizia e sentiva quanto fosse inferiore al padre ed al fratello. Per altro trattò abbastanza destramente la breve guerra che doveva ancora sostenere per metter fine alla conquista del suo regno. I conti d'Aquino, i di cui feudi stendevansi dal Volturno al Garigliano, e che potevano perciò tenere aperta una comunicazione tra Capoa e lo stato della Chiesa, eransi uniti ai ribelli. Corrado andò subito ad attaccarli co' suoi Tedeschi, ed il fratello l'accompagnò alla testa de' Saraceni di Nocera. Aquino, Suessa, san Germano, e tutte le fortezze che que' gentiluomini avevano sollevate, vennero in potere del re; onde Napoli e Capoa trovaronsi da ogni lato circondate dalle regie armate; Corrado non ommise di entrare in qualche trattativa col papa[117] mentre disponevasi a ridurre queste due città.

Non ignorando Corrado i mali che l'inimicizia colla santa sede aveva procurati a suo padre, avrebbe tutto sagrificato alla pace. Colla solenne ambasceria che mandava al papa per domandargli le due corone dell'Impero e della Sicilia, gli faceva offerta di porne in suo arbitrio le condizioni. Ma Innocenzo che scopertamente dichiarava voler unire le due Sicilie agli stati della Chiesa, e togliere alla casa Sveva l'impero della Germania[118], non poteva aprir trattati coi legati; gli accolse gentilmente, ma li rimandò senza venire ad alcuna conclusione.

Intanto Capoa, trovandosi bloccata e fuori di speranza d'essere soccorsa, erasi data in potere del re, il quale con tutte le sue forze andò il primo di dicembre a stringere l'assedio di Napoli. Questa città, dopo avere lungamente resistito, e reso vano un assalto del nemico uccidendogli molta gente, trovossi chiusa anche dalla banda del mare da una flotta siciliana che si pose all'ingresso del porto (1253): perchè, incominciando a sentire mancamento di vittovaglie, propose di capitolare. Ma Corrado che voleva vendicare la sua offesa dignità, non volle ascoltare i suoi deputati; e quando, nel seguente ottobre, i Napoletani gli s'arresero a discrezione, ne fece perir molti sul palco, e spianare le mura della città[119].

La caduta di Napoli fece sentire al papa che aveva tentato invano di soccorrerla, e che la Chiesa non era tanto potente da far l'acquisto e conservare le due Sicilie; onde volendo pur togliere uno stato così vicino a Roma alla casa di Svevia, i di cui partigiani erano in Roma tutti nemici della santa sede, progettò di dare questo regno, come feudo della Chiesa, ad alcun altro principe il quale lo conquistasse per diventare vassallo dei papi e sempre loro creatura[120]. Da questa politica d'Innocenzo IV riconobbe la sua elevazione la famiglia d'Anjou, ed ebbero origine i funesti diritti de' Francesi sul regno di Napoli.

Innocenzo non erasi da principio rivolto a Carlo d'Anjou. I suoi predecessori avevano acquistato sopra l'Inghilterra que' medesimi diritti ch'egli pretendeva di avere sulla Sicilia. Enrico III, figliuolo di Giovanni, uomo debole ed impolitico come suo padre, governava allora l'Inghilterra, il quale nelle frequenti guerre civili che doveva sostenere, invocando la protezione papale contro i suoi sudditi, aveva rese frequenti ed intime le comunicazioni tra le due corti. Perciò Innocenzo, per mezzo del suo segretario Alberto di Parma[121], offrì la corona della Sicilia a Riccardo, conte di Cornovaglia, fratello d'Enrico. Riccardo aveva fama di possedere immense ricchezze; e le guerre civili avevano fatto nascere in Inghilterra il coraggio e l'arte militare. Non era per altro a credersi che Riccardo potesse sostenere una lunga guerra in tanta distanza dal suo paese, o che gl'Inglesi lo ajutassero molto tempo in così difficile impresa. Di fatti lo stesso conte, nominato in appresso da una fazione re di Germania, non potè mai montare su quel trono. Forse Innocenzo spingeva più in là le sue segrete speranze, lusingandosi che i due rivali, indeboliti dalle battaglie, aprirebbero alla Chiesa alcuna via di appropriarsi l'immediato dominio della Sicilia.

Ma il principe inglese non si lasciò abbagliare dalle offerte del papa, e motivò il suo rifiuto, sulla insufficienza de' suoi tesori, sulla necessità d'avere in mano alcune fortezze che assicurassero la ritirata delle sue genti in caso di sinistro avvenimento; e più di tutto sul parentado di sua famiglia con quella di Svevia: perciocchè l'ultima moglie di Federico era sua sorella, ed Enrico, chiamato dopo Corrado alla corona, era suo nipote. Ma un funesto accidente non tardò a dissipare lo scrupolo prodotto dalla parentela. Il giovane Enrico morì repentinamente, e corse voce che morisse di veleno: onde gli emissarj del papa, dando consistenza a quest'incerto racconto, incolparono apertamente Corrado della morte del fratello[122]. Benchè tale delitto fosse così poco verisimile, bastò il semplice sospetto a far che i reali d'Inghilterra accettassero le offerte del pontefice, onde Enrico III stimolava egli stesso il papa ad accordare la corona di Sicilia non al fratello, ma bensì al suo figliuolo Edmondo[123]. In pari tempo Carlo, conte d'Angiò e di Provenza e fratello di san Luigi, avendo avuto sentore di questo trattato ed essendo incessantemente travagliato dalle istanze della consorte, che desiderava non essere da meno di sua sorella, regina di Francia, offrì liberamente ad Innocenzo sè ed i suoi tesori e soldati in servigio della Chiesa. I suoi ambasciadori esaltavano la gloria militare che Carlo aveva acquistata in Terra santa, ed il coraggio ed il cieco zelo de' suoi soldati; la facilità ch'egli avrebbe di farli scendere in Italia, colla quale confinavano i suoi dominj, o pure di condurre le sue genti per mare dai porti della Provenza a Roma ed a Napoli. Ma tutti questi trattati furono rotti dalla morte di Corrado, il quale, appena ristabilito l'ordine nel suo regno, fu sorpreso a Lavello nella primavera del 1254 da mortal malattia, che lo trasse al sepolcro in età di 26 anni, mentre si disponeva a ripassare in Germania[124]. Corrado aveva sposata Elisabetta figlia d'Ottone, duca di Baviera, dalla quale era nato Corradino, che trovavasi in fanciullesca età presso la madre. Sentendosi vicino a morte, lo raccomandò caldamente a Manfredi, ed essendone contento lo stesso principe, dichiarò tutore di Corradino e balivo del regno[125] il marchese Bertoldo d'Oenburgo, generale delle truppe tedesche, che lo avevano in grandissima stima.

La morte di così gran principe della casa di Svevia in così breve tempo, dai papi e da alcuni scrittori guelfi si attribuì ad un'orribile serie di delitti. Si accusò Federico d'aver fatti morire due figliuoli del suo primogenito Enrico[126]; Manfredi d'aver soffocato sotto i guanciali suo padre ammalato a Fiorentino[127]; Corrado d'aver avvelenato il giovane Enrico[128]; e Manfredi di avere fatto altrettanto di Corrado[129]. Non sonovi forse esempi d'una famiglia, egualmente illustre e valorosa, accusata di più enormi delitti, e con sì poca apparenza di verità. Corrado sentì così vivamente le calunnie contro di lui divulgate dalla corte di Roma, che può in parte accagionarsi della sua morte il dispiacere avutone[130].

Ai messi che recavano la notizia al papa della morte di Corrado, tenevano dietro gli altri spediti dal marchese d'Oemburgo per raccomandar alla clemenza del pontefice il fanciullo Corrado, rappresentandogli che questo fanciullo di tre anni non aveva potuto commettere verun delitto onde meritarsi di essere spogliato della sua eredità: che il padre, morendo, aveva lasciato ordine di assoggettarsi interamente alla Chiesa, e che Roma non troverebbe altro re più di Corradino sommesso ed ubbidiente. Ma Innocenzo che, pensando di ritenere nella sua immediata dipendenza la corona di Sicilia, aveva sospeso ogni pratica cogli altri principi, ricusò pure di negoziare con Corradino; e rispose agli ambasciadori tedeschi che voleva, prima di nulla risolvere, avere in sua piena podestà il regno delle due Sicilie; che trovando in appresso ragionevoli le pretese di Corradino, non avrebbe mancato, poichè fosse giunto alla pubertà, di vedere quale grazia potrebbe accordargli[131].

Dopo così orgogliosa risposta, Innocenzo domandò truppe alle repubbliche guelfe della Lombardia, della Toscana, della Marca d'Ancona; ed i conti del Fiesco, suoi parenti, fecero pure a Genova leve di soldati per suo conto. Mentre il papa adunava la sua armata nella città d'Anagni, i suoi partigiani eccitavano i Siciliani alla ribellione, rappresentando loro quanto vergognosa cosa fosse il dominio de' Saraceni e dei Tedeschi. Effettivamente i grandi giustizieri di quasi tutte le province erano Arabi, ed Arabi gli altri principali impiegati civili e militari. La sollevazione non tardò a scoppiare in tutte le province, e continui avvisi di nuove congiure giugnevano al marchese ed a Manfredi; perchè il primo, scoraggiato da tanti mali, si appigliò finalmente al partito di dimettersi dalla reggenza del regno, e si unì agli altri baroni che si erano mantenuti fedeli al sovrano, per disporre Manfredi a prendere le redini del travagliato governo.

Nelle presenti circostanze, in cui l'autorità reale trovavasi esposta a mille rischi ed umiliazioni, rifiutava a Manfredi cotale inchiesta: ma riflettendo ad un tempo che forse era egli il solo che potesse in tanto turbamento di cose salvare la monarchia, ne accettò la reggenza a condizione che sarebbero posti a sua disposizione tutti i tesori di Corrado, de' quali Bertoldo erasi riservata l'amministrazione, e che passerebbe nella Puglia per far leva di un'armata pronta a servirlo in ogni incontro. Bertoldo non attenne le sue promesse, onde moltiplicandosi le sedizioni, e l'armata del papa trovandosi già presso ai confini del regno, Manfredi risolse di andargli incontro egli stesso e di fargli aprire le porte di tutte le fortezze. Il papa era assai vecchio, ed il popolo stanco dell'ultima amministrazione; onde non poteva ridursi ad odiare i nuovi padroni ch'egli stesso si era scelti, che facendone esperienza. Un'imprudente resistenza non poteva che accrescere i mali della guerra, ed il più sicuro consiglio era quello di aspettare salute dagli avvenimenti.

Manfredi si fece precedere da' suoi ambasciadori, i quali da parte sua dissero al papa ch'egli risguardava la santa sede come la naturale protettrice dei pupilli e dei deboli, che l'ultimo re, morendo, aveva espressamente posti i suoi figliuoli sotto la protezione del pontefice; e che se per conservare questa eredità ad un orfano, voleva Innocenzo stesso prenderne il possesso, Manfredi non si opporrebbe altrimenti alle sue mire, che riservavasi soltanto tutti i diritti suoi e di suo nipote, e che precederebbe tutti i Pugliesi nel dar prove del suo rispetto e devozione per la santa sede. In fatti si avanzò fino a Ceperano, posto al confine dei due stati, e tenne egli stesso le briglie del cavallo del papa mentre passava il Garigliano[132].

Sopraggiugneva Innocenzo circondato da tutti gli esiliati del regno, da tutti quelli che colle loro pratiche avevano, fin dai primi anni del regno di Federico, cercato di turbarne l'amministrazione, i Sanseverino, i del Mora, i d'Aquino e Borello d'Anglone, che tutti mostravansi premurosi di accrescere cogl'insulti l'umiliazione di Manfredi. I Sanseverino, se devesi prestar fede allo Spinelli, rifiutavansi, incontrandolo, di salutarlo; un legato del papa esigeva da tutti i baroni il giuramento di fedeltà alla santa sede, quasi che il regno le fosse devoluto per sempre; ma ciò non bastando, osò perfino di chiederlo allo stesso Manfredi, mentre un'ingiusta investitura del papa spogliava questo principe di una parte de' suoi dominj a Taranto, e li trasmetteva a Borello d'Anglone suo nemico.

Costui, poco dopo la morte di Federico, aveva da Manfredi ottenuta una grazia, ma l'aveva scordata per risovvenirsi soltanto del suo rancore verso la casa di Svevia: audacemente disputava intorno ai diritti del principe e pareva che si dasse minor premura di spogliarlo de' suoi beni, che di fargli sentire d'essere diventato suo eguale. Per ultimo postosi alla testa di alcuni soldati s'avviò verso Alesina per prendere possesso della contea tolta a Manfredi, il quale trovavasi allora a Teano col papa. Ebbe intanto avviso che Bertoldo d'Oenburgo, altra volta reggente, avvicinavasi con una armata per rendere omaggio al papa, e partì subitamente con un magnifico seguito per abboccarsi seco avanti il suo arrivo. Tenne la stessa strada di Capoa, e raggiunse Borello che l'aveva di poco preceduto: le due scorte, inasprite da mille precedenti ingiurie, s'insultarono e vennero alle mani: Borello fu ucciso contro il volere del principe, come lo attestano i suoi partigiani; ed è da credersi, perciocchè aveva troppa accortezza per non vedere che, quantunque figlio dell'imperatore e presontivo erede del trono, questo avvenimento lo poneva in grandissimo pericolo. Il papa citò Manfredi a presentarsi al tribunale di uno de' suoi nipoti, per purgarsi, se ancora lo poteva, dell'omicidio ond'era accusato; ed in pari tempo gli negò un salvacondotto per recarsi al tribunale: d'altra parte la città di Capoa fece prendere gli equipaggi del principe e spedì truppe per arrestarlo. Manfredi erasi chiuso in Acerra, il di cui conte era suo stretto parente; ma non tardò ad avvedersi che ognuno cercava di tenersi da lui lontano: lo stesso marchese d'Oenburgo che aveva approvata la sua condotta, si astenne dall'aver seco un abboccamento, e mise in campo contro il figliuolo dell'augusto suo padrone alcune lagnanze di cui non erasi prima nemmeno sognato. Bentosto il marchese Lancia, zio materno di Manfredi, gli diede avviso che non era in Acerra sicuro, perchè vi sarebbe assediato con forze superiori; e che se egli, a seconda dell'ordine pontificio, si dava spontaneamente in potere del papa, sarebbe stato chiuso in una prigione, per essere in seguito condannato all'esilio ed alla perdita de' suoi beni, e fors'anco alla morte.

Una sola strada vedeva il principe aperta alla sua salvezza, quella di attraversare il regno e rendersi a Luceria nella Capitanata, ponendosi confidentemente in mano dei Saraceni abitatori di quella città, e risvegliando nel cuor loro, se era ancor tempo, l'affetto che sempre conservarono alla sua famiglia. Ma il comandante di Luceria era Giovanni Mauro, creatura del marchese d'Oenburgo, che di già erasi sottomesso al papa; e per giugnere a Luceria dovevasi attraversare una vasta contrada occupata dai suoi nemici.

Manfredi dando voce che andava alla corte pontificia, partì d'Acerra avanti la mezza notte con un seguito troppo numeroso per viaggiare inosservato, e troppo debole per sostenere una lunga pugna. Facevano parte della scorta i due fratelli Marino e Corrado Capece, gentiluomini napoletani, i quali avendo le loro terre lungo le montagne che dovevansi attraversare, ripromettevansi di condurlo senza accidenti fino a Luceria. Per evitare il castello di Monforte, ove teneva guarnigione il marchese d'Oenburgo, dovettero praticare aspri sentieri a traverso di scoscese montagne, i di cui precipizj debolmente illuminati dalla luna sembravano, ancor più che non lo erano, spaventosi agli uomini ed ai cavalli. Attraversando senz'essere conosciuto la terra di Manliano, formata, come molte altre del regno di Napoli, di una sola strada lunga, angusta e tortuosa, e senza veruna uscita laterale, udiva quella gente interpellarsi se dovessero fermare quel convoglio, per osservare se vi fosse il principe fuggitivo, lo che facevagli comprendere che il suo destino dipendeva dalla fantasia di alcuni contadini[133]. In così difficile istante alcuni de' muli che portavano la salmeria e precedevano gli uomini d'armi, essendo caduti, obbligarono alcun tempo la comitiva a trattenersi, senza che gli ultimi ne conoscessero il motivo. Pure i Manlianesi limitaronsi a chiudere le porte della fortezza appartenente al borgo, senza fare altre novità.

Di là il principe giunse colla sua gente al castello d'Atripalda ove i signori Capece avevano le loro donne; le quali[134] si tennero assai onorate d'aver per loro commensale il figlio d'un imperatore: «ed il principe, osserva Nicola di Jamsilla, poteva farlo senza compromettersi, perciocchè tale è la prerogativa delle donne, che possono loro tributarsi senza viltà i più grandi onori, che non sarebbe permesso di rendere agli uomini più potenti.» È questa la prima volta che troviamo negli storici contemporanei le massime cavalleresche della galanteria, che forse ebbe principio molto prima ne' paesi settentrionali.

D'Atripalda recavasi Manfredi a Guardia de' Lombardi, Bisaccia e Bimio, terre di sua ragione, ma i suoi vassalli lo prevennero che non potrebbe dimorarvi a lungo senza pericolo, essendosi le città vicine arrese al papa. Melfi gli chiuse le porte; Ascoli, sentendo che s'avvicinava, si rivoltò, massacrando il governatore che sapevano attaccato al principe, Venosa lo accolse con rispetto; ma i cittadini non tardarono a fargli sapere ch'erano minacciati d'assedio, se non prendevano parte alla lega guelfa e ch'erano troppo deboli per difendersi.

Intanto Giovanni Mauro era partito da Luceria per recarsi alla corte del papa, lasciando in quella città suo luogotenente Marchisio con mille soldati Saraceni, e trecento Tedeschi, ordinandogli di tenere sempre chiuse le porte della città. Per andare da Venosa a Luceria, doveva il principe passare tra Ascoli e Foggia, città non solo nemiche, ma dove erano di già arrivati alcuni distaccamenti di truppe pontificie per fermarlo. Trovandosi ormai giunto in tanta vicinanza di Luceria, credette prudente consiglio il separarsi dalla sua scorta, che diresse alla volta di Spinazzola, mentre col gran cacciatore di suo padre e due scudieri, la notte del primo di novembre, si fece ad attraversare le campagne della Capitanata. Mentre usciva di città alcuni suoi amici, che l'avevano conosciuto, lo seguirono, nè egli osò di congedarli. Quando furono affatto fuor di strada cadde una dirotta pioggia che faceva la notte oscurissima: pure non lasciarono di camminare verso Luceria, diretti dal primo cacciatore, e giunsero ad una casa della caccia reale, che dopo la morte di Federico era stata abbandonata, e si riposarono alquanto, asciugandosi intorno ad un gran fuoco, ad un fuoco reale, come piacevolmente diceva il principe[135]; ed era veramente la sola cosa reale che gli fosse rimasta nel presente stato. Ripigliarono la via un poco prima che facesse giorno; e quando furono a poca distanza da Luceria, Manfredi lasciò addietro gli amici che lo avevano seguìto[136], e coi tre scudieri ch'egli aveva scelti, si avvicinò alla porta.

Trovavansi riuniti sulle mura e sulla loggia che soprastà alla porta molti Saraceni: «Ecco il vostro signore e principe, gridò loro in lingua araba uno degli scudieri di Manfredi, che viene a porsi nelle vostre mani: egli s'affida interamente a voi; apritegli le porte!» A queste parole i Saraceni furono compresi da subito entusiasmo, e compresero allora che si tenevano chiuse le porte contro il figlio del loro re, e che Marchisio era suo nemico. «Entri, entri, gridarono allora, avanti che il governatore sia informato del suo arrivo; entri! e noi ci facciamo mallevadori per la sua persona.»

Marchisio si era fatto portare al palazzo le chiavi di tutte le porte: ma sotto di quella ove trovavasi Manfredi era aperto l'alveo del ruscello che attraversava la città. Avvertito da un Saraceno di quell'apertura, Manfredi, sceso tosto da cavallo, chinossi a terra per entrare nel canale. «No, non soffriremo mai, gridarono tutti gli altri, che il nostro principe entri in così vil modo nella sua città;» e spingendo tutti ad un tempo le porte, le sforzarono; e levando Manfredi sulle loro braccia lo portarono in trionfo verso il palazzo.

Marchisio, udito questo tumulto, usciva colla sua guardia, avanzandosi contro il principe, determinato di venire alle mani, quando tutto il popolo gridò ad una voce: «scendete dai vostri cavalli, prostratevi innanzi al vostro principe, al figlio del vostro imperatore!» Marchisio, confuso, gittossi di fatti a terra, ed il suo esempio fu seguìto dalle guardie che, piegando un ginocchio, rinnovarono tutti insieme il giuramento di fedeltà.

E per tal modo Manfredi si alzò dal fangoso rivo per salire sul trono; imperciocchè la somma della rivoluzione stava in questo avvenimento. Luceria, fortissima città, non era in verun modo esposta agli insulti di una sommossa popolare, onde gli ultimi sovrani vi avevano depositati i loro archivj ed i loro tesori. Il principe vi trovò la così detta camera fiscale di Federico e quella di Corrado, quella del marchese d'Oenburgo e quella di Giovanni Mauro; perchè col danaro colà ritrovato potè subito assoldar truppe. L'universale odio del popolo confondeva i Tedeschi cogli Arabi; sembrando agli Italiani gli uni e gli altri soldati stranieri e mezzo barbari, armati a favore d'una autorità oppressiva; onde sì gli uni che gli altri, dopo la morte di Corrado, erano stati cacciati dalle città dov'erano acquartierati e riuniti insieme dalla persecuzione. Manfredi trovò tra i Saraceni di Luceria molti soldati tedeschi; altri molti ne riunì in pochi giorni; ed in breve tempo, colle genti di queste due nazioni mise in piedi un'armata così forte da tener testa al papa, e da far pentire il marchese d'Oenburgo del suo vile abbandono.

Erasi costui avanzato con un'armata guelfa fino a Foggia, colà preceduto da suo fratello Oddo. Da un'altra banda erasi innoltrato fino a Troja il legato Guglielmo, cardinale di san Eustachio, e nipote del papa, con un'armata ancor più poderosa di quella del marchese. Ebbero colà avviso che quel principe, che fino allora avevano risguardato come un fuggiasco, ordinava a queste ed a tutte le altre città di pagare i consueti tributi. La potenza del principe aveva fatto rinascere il rispetto nel cuore del marchese, onde gli spedì un regalo di abiti, di cui Manfredi aveva urgente bisogno, essendo egli arrivato a Luceria vestito soltanto delle proprie armi. Bertoldo cercò in pari tempo di entrare in negoziati col principe; ed a tal fine andò presso al legato a Troja. Ma mentre Manfredi mostrava di occuparsi di queste insidiose negoziazioni, teneva gli occhi addosso al marchese Oddo ch'era rimasto a Foggia; il quale, avendo osato di fare una scorreria nel territorio di Luceria, fu dal principe impetuosamente attaccato e rotto in modo, che dovette fuggire fino a Canosa. Allora il principe si portò sopra Foggia, ed attaccata questa città da una banda colla cavalleria che aveva inseguìto il marchese, mentre l'assaliva dall'altra l'infanteria che sopraggiungeva da Luceria, la prese in due ore d'assalto. Tosto che questa notizia si sparse nel campo del cardinal nipote a Troja, la sua armata, tocca da panico terrore, abbandonò repentinamente la provincia, e fuggendo si disperse quasi tutta. I due generali guelfi colle scoraggiate loro truppe dovettero ripiegare sopra Napoli, ove appena giunti ebbero avviso della subita morte d'Innocenzo[137].

La morte di così ambizioso ed intrepido pontefice fu un colpo di fulmine per il partito guelfo delle due Sicilie, un disastro assai maggiore di quello della disfatta de' suoi generali. I cardinali adunati a Napoli, sostituendogli uno de' conti Signa, Alessandro IV, parente d'Innocenzo III e di Gregorio IX, non seppero dare al loro partito un capo così accorto, così ardito, e dirò ancora così violento com'era stato l'ultimo papa.

(1255) Gli amici di Manfredi, rinvenuti da quel primo terrore che tutto faceva piegare al partito guelfo, incominciavano a prendere le armi in Calabria ed in Sicilia, ed egli stringeva vigorosamente i ribelli della Puglia e di Terra di Lavoro: e sebbene le sue armate fossero di numero ancora inferiori a quelle del papa e de' suoi legati, vi suppliva con molte e grandi virtù militari, con un carattere generoso, con un'amabile galanteria, che gli guadagnavano il cuore de' sudditi. Due volte, troppo fidando alla parola degli ecclesiastici, accordò ai legati del papa capitolazioni ch'essi violarono, ma due volte ancora li castigò, colle sue vittorie, della loro mala fede. La Terra di Lavoro fu l'ultima provincia ch'egli riconquistasse; Napoli e Capoa gli aprirono spontaneamente le porte, e così Manfredi ricuperò in due anni tutto il regno che gli aveva tolto il pontefice.

Innocenzo IV regnò undici anni e cinque mesi; e se la gloria d'un papa può misurarsi, come quella d'un conquistatore, per le perdite e le umiliazioni de' suoi nemici, niuno de' successori di san Pietro ebbe un regno più glorioso del suo. Nel concilio di Lione, Innocenzo condannò un potente monarca; lo depose dal trono; armò contro di lui i sudditi e gli alleati, lo vide morire, e morire i suoi figliuoli, dopo umilianti disfatte; e parve che la sua vendetta gli accompagnasse anche entro il sepolcro, ove entrarono scomunicati; egli corse trionfante l'Italia tolta al partito imperiale; s'impadronì di tutto il regno di Napoli innalzando il dominio di san Pietro al più alto grado di potenza cui giugnesse giammai nè prima nè dopo; finalmente morì quando il morire era per lui una felicità, perchè non conobbe la disfatta delle sue armate. Se poi vogliamo ricordarci che Innocenzo fu l'amico di Federico; che senza esserne stato offeso fu l'implacabile persecutore dell'amico e de' suoi figliuoli; che chiamato ad essere il padre di tutti i cristiani, ed il protettore degli orfani, rigettò le suppliche del moribondo Corrado e di Manfredi che affidavano alla sua clemenza la sorte d'uno sventurato fanciullo; finalmente che Innocenzo fu il primo che mise in campo il funesto pensiero di chiamare i reali di Francia nel regno di Napoli, dove le loro guerre accanite fecero, pel corso di tre secoli, versare il sangue più puro della Francia e dell'Italia; la memoria d'Innocenzo diventa esecrabile.

Malgrado l'immenso potere che questo papa esercitava in tutta l'Italia, e quasi su tutta l'Europa, i soli Romani non piegarono sotto la sua autorità, conservando intatte le libertà della repubblica a fronte delle prerogative papali. Non abbiamo veruno storico romano anteriore al XIV secolo, veruno che, rammentando i più antichi tempi, abbia veduto in Roma altro che la corte del papa; talchè l'indipendenza di quella repubblica non ci vien presentata che a grandi intervalli e come oggetto secondario dalle storie degli altri paesi; e ciò in così poco vantaggioso aspetto da farcela credere, più che altro, una sediziosa oligarchia. Uno de' nobili, col titolo di senatore, era incaricato dell'amministrazione della giustizia in città; e papa Gregorio IX aveva soltanto ottenuto che tutti i chierici ed ecclesiastici addetti alla sua corte ed ai cardinali ed i pellegrini non fossero soggetti alla di lui giurisdizione[138]. L'indipendenza adunque della propria persona e de' suoi preti era tutto ciò che il papa osava chiedere in Roma. Altronde non aveva torto di temere la giurisdizione del senatore il quale, alla testa de' suoi clienti, attaccando i suoi nemici, assediando le case, atterrandone le torri, faceva meno il giudice che il capo di parte.

Alcuni nobili romani avevano afforzate le case, altri in maggior numero eransi impadroniti de' solidissimi monumenti de' più gloriosi tempi di Roma. I sepolcri e gli archi trionfali erano stati convertiti in rocche inespugnabili, dall'alto delle quali si facevano giuoco dell'autorità de' pontefici, della potenza del senatore, della furia della plebe. L'abitudine delle guerre private rassomiglia in modo all'abitudine del ladroneccio, che facilmente si fa passaggio dall'una all'altra. Talvolta i gentiluomini uscivano di notte armati dalle loro fortezze per ispogliare i magazzini de' mercadanti; facevano de' prigionieri nelle strade, ch'erano costretti di pagare grosse taglie per riscattarsi; ed in mezzo ad una città si credevano in istato di guerra colla medesima e con tutta la società. Questi abusi crebbero a dismisura in tempo che Innocenzo soggiornò in Lione; onde il popolo, volendo liberarsene, determinò di non affidare il potere giudiziario ad alcuno de' suoi concittadini, ma di chiamare, come praticavano altre città, qualche forastiere di specchiata integrità, accordandogli un illimitato potere, a condizione che ristabilisse in Roma l'ordine e la tranquillità.

Brancaleone d'Andalo, bolognese e conte di Casalecchio, fu quello che scelse il popolo di Roma per suo dittatore; ma Brancaleone che conosceva l'incostanza de' Romani ed il proprio inflessibile carattere nel giudicare i colpevoli, non accettò l'offerta carica che a condizione di averla per tre anni, mandando trenta giovani delle principali famiglie romane a Bologna, ostaggi per la sua persona. Tutto gli venne accordato, ed egli in principio del 1253 entrò in Roma.

La giusta amministrazione di Brancaleone fu accompagnata da un tale carattere di severità che fa orrore. Qualunque attentato contro la pubblica tranquillità, commesso da un gentiluomo, fu rigorosamente punito: se taluno osava resistere, marciava alla testa del popolo contro la rocca in cui erasi rifugiato il colpevole; la chiudeva con istretto assedio, e non soleva ritirarsi finchè, venuta in suo potere, non era atterrata. Molti gentiluomini furono condannati ad essere appiccati alle finestre del loro palazzo; e la tranquillità di Roma fu acquistata collo spargimento del sangue più illustre.

Brancaleone volle altresì richiamare le campagne romane all'antica loro dipendenza: per la qual cosa mandò ambasciadori a Terracina chiedendo a quella piccola città il giuramento d'ubbidire ai suoi ordini, e di associarsi all'assemblee, all'armata ed ai giuochi pubblici de' Romani. Innocenzo IV, trovandosi allora in Assisi, spedì una bolla al senatore per fargli sentire che gli abitanti di Terracina erano immediati vassalli della santa sede, e non tenuti a verun servizio verso la città di Roma; gli raccomandava di ritirare, pel rispetto dovuto alla santa sede, i dati ordini; essendo determinato in caso contrario a difendere con tutte le sue forze i cittadini di Terracina[139].

Brancaleone cercò invano di richiamare lo stesso pontefice a ciò ch'egli credeva di sua pertinenza; ed il racconto, che ne abbiamo in Matteo Paris è la più luminosa prova dell'indipendenza de' Romani e del loro magistrato verso Innocenzo IV. «Nello stesso tempo, egli scrive, essendosi il papa trattenuto alcuni mesi in Assisi, per parte de' Romani e del senatore Brancaleone, gli furono spediti deputati ad intimargli di rientrare sollecitamente nella città di cui era pastore e sommo pontefice. Soggiungevano i Romani, che si maravigliavano di vederlo errante qua e là come un vagabondo o un proscritto, abbandonando Roma, la sede pontificia, la greggia di cui doveva rendere stretto e rigoroso conto al sovrano giudice, per andar in traccia di danaro. Il senatore ed il popolo romano ordinavano pure al popolo d'Assisi di non permettere che soggiornasse più oltre in quella città un pontefice che s'intitolava dalla sede di Roma, non da Lione, da Perugia o d'Anagni (luoghi ove il papa aveva lungamente dimorato). Esigevano che la città d'Assisi lo rimandasse, altrimenti avrebbe veduto il suo territorio messo a soqquadro. Conobbe allora Innocenzo che, se non tornava a Roma, Assisi sarebbe distrutta dagl'irritati Romani, come era accaduto ad Ostia, Porto, Tusculano, Alba, Sabina ed ultimamente anche a Tivoli. Rientrò dunque in Roma più forzatamente che di propria volontà, e non senza timore di qualche sinistro. Ad ogni modo, dietro gli ordini del senatore, vi fu onorevolmente ricevuto[140]

La tornata d'Innocenzo a Roma fu anteriore alla sua spedizione contro Manfredi ed il regno di Napoli: e poco dopo, la morte del pontefice lasciò Brancaleone assoluto padrone di Roma, la di cui amministrazione fu sempre egualmente severa e vigorosa. I Romani mostraronsi alcun tempo soddisfatti nel vedere i più principali gentiluomini, allorchè turbavano l'ordine pubblico, trattati con tutto il rigore della giustizia; ma a lungo andare quest'estrema severità si rese loro odiosa non meno dell'anarchia. Scoppiò una sedizione contro Brancaleone, eccitata dall'illustre famiglia degli Annibaldeschi, nella quale il senatore fu portato via dal Campidoglio e posto in prigione. Coloro che avevano alcun titolo di lagnanze contro di lui, furono invitati a produrle; ed era facile il prevedere che il processo intentato contro di lui innanzi al suo successore Emmanuele de' Maggi di Brescia sarebbe terminato con una condanna capitale.

Ma Brancaleone, al primo sentore della sedizione, aveva spedita la consorte a Bologna, per ottenere da quel senato che facesse strettamente custodire gli ostaggi dati dai Romani e mandasse deputati a Roma a chiedere la sua libertà. Invano il nuovo papa Alessandro IV rappresentò ai Bolognesi che il magistrato ch'essi domandavano era sospetto d'essere parziale di Manfredi, figlio e successore del loro nemico Federico; invano lo dipinse qual caldo ghibellino, indegno affatto della protezione di così zelanti guelfi; invano passando dalle sue persuasioni a quelle del rigore, li minacciò dell'interdetto se non mettevano in libertà gli ostaggi loro consegnati[141]: i Bolognesi si mostrarono così fermi nel difendere l'illustre loro concittadino, che i Romani dovettero rimandare libero Brancaleone; il quale, giunto a Fiorenza, segnò un atto di rinuncia alla sua carica, che ci fu conservato[142]. Sembra che dopo il corso pericolo, la rinuncia di Brancaleone dovesse essere sincera e senza pentimento: pure quando, dopo due anni, fu dai deputati romani invitato nuovamente a riassumere una carica che il popolo troppo amaramente allora pentivasi d'avergli tolta, Brancaleone tornò a Roma, e per la seconda volta vi ristabilì la sicurezza ed il governo popolare: ma il desiderio della vendetta aggiungendosi forse all'abituale severità del suo carattere, mandò al supplicio alcuni degli Annibaldeschi, e tutti gli altri cacciò da Roma. Scomunicato da Alessandro IV, per vendicarsene, costrinse questo pontefice con tutta la sua corte ad uscire di Roma, ed in appresso attaccò Anagni, patria d'Alessandro, e la rese soggetta alla repubblica romana. In questa seconda amministrazione, per forzare i nobili a rispettare il popolo, distrusse cento quaranta delle loro torri e rocche; obbligò il papa a riconoscere la sua autorità, ed a rappattumarsi con lui. Sembrava che la repubblica romana avesse assicurata la sua indipendenza, quando Brancaleone, assalito da grave malattia, morì desiderato da tutto il popolo. Il suo capo fu riposto in un vaso prezioso sopra una colonna di marmo, e per onorare la sua memoria fu nominato senatore un suo parente[143].

Dopo aver osservate le rivoluzioni che la morte di Federico produsse nel mezzodì dell'Italia, convien vedere quali ne furono le conseguenze nelle altre province della medesima contrada, poichè tutte provarono l'immediata influenza di tale avvenimento.

(1250) L'ultimo atto dell'amministrazione di Federico in Toscana esiliava da Fiorenza i Guelfi, e poneva l'assoluto potere della città tra le mani de' gentiluomini ghibellini; e la prima conseguenza della morte di Federico fu la chiamata de' Guelfi, e lo stabilimento di un'amministrazione che lasciava alle inferiori classi della nazione la più estesa influenza. «In quel tempo, dice il Villani[144], i cittadini di Firenze viveano sobri e di grosse vivande e con piccole spese e di molti costumi, grossi e rudi, e di grossi drappi vestivano le loro donne; e molti portavano le pelli scoperte senza panno con berette in capo e tutti con usatti in piede, e le donne fiorentine senza ornamenti, e passavasi la maggior donna d'una gonnella assai stretta di grosso scarlatto, cinta ivi su d'uno schegiale all'antica, ed un mantello foderato di vajo cotassello di sopra, e portavanlo in capo: e le donne della comune foggia vestivano d'uno grosso verde di cambrasio per lo simile modo ed usavano di dare in dote cento lire[145] la comune gente, e quelle che davano alla maggioranza duecento, o insino in trecento lire era tenuta senza modo gran dota, e la maggior parte delle pulzelle che n'andavano a marito avevano venti anni o più, e di così fatto abito e costume e grosso modo erano allora i Fiorentini con loro leale animo, e tra loro fedeli; e molto voleano lealmente trattare le cose del comune, e con la loro così grossa e povera vita, più virtuose cose, ed onori recavano a casa loro, che non si fa a' nostri tempi, che pur morbidamente viviamo[146][147]

Un popolo che sa conservare così virtuosa sobrietà, un popolo arricchito da un florido commercio, e provveduto di tutti i beni che rendono la vita più dolce, non rimane lungo tempo schiavo. Il nuovo governo creato dai Ghibellini sotto l'influenza di Federico era assolutamente aristocratico; e perchè nelle famiglie nobili conservavasi la medesima semplicità di costumi, e la medesima energia che nelle popolane, la forza di tali famiglie non fondavasi soltanto nelle leggi, ma ancora nelle armi. Tutti i fratelli si ammogliavano, tutti avevano una numerosa figliuolanza che avvezzavano alla guerra: ed eranvi alcune famiglie che contavano fin trecento individui. Quella degli Uberti era in Firenze la più potente, e fors'anco la più orgogliosa; essa aveva fatta la rivoluzione, manteneva una viva corrispondenza coll'imperatore, e possedeva in Firenze i palazzi meglio fortificati. Si dice che i nobili, resi insolenti dal loro potere, vessarono sovente la plebe con estorsioni ed atti violenti ed ingiuriosi. Il 20 ottobre del 1250, prima che accadesse la morte di Federico, tutti i più ricchi borghesi di Firenze si animarono a prendere le armi, e si adunarono nella piazza di santa Croce, avanti ad una chiesa che vide allora per la prima volta formarsi lo stato popolare di Fiorenza; avanti a quella chiesa ove i sepolcri de' grandi uomini fiorentini, ossia la repubblica degli estinti trovasi adunata anche ai nostri giorni. Di là, attraversando la città, s'avanzarono verso la casa degli Anchioni a san Lorenzo ove abitava il podestà, e lo costrinsero a rinunciare la sua carica. Dopo ciò si divisero per quartiere in venti compagnie, a cadauna delle quali fu dato un capo ed uno stendardo; nominarono un giudice in luogo del podestà, e questi fu Uberto di Lucca, al quale diedero il titolo di capitano del popolo; per ultimo formarono il consiglio dei dodici anziani, prendendone due per ogni quartiere della città; e questo consiglio, che s'intitolò signoria, doveva rinnovarsi ogni due mesi. Tale fu la costituzione che si diedero i Fiorentini in mezzo al tumulto di una sedizione, sotto la quale per altro operarono nel corso di dieci anni le più grandi cose[148].

La prima cosa di cui saggiamente occuparonsi i Fiorentini nell'atto che fondarono la nuova costituzione fu l'organizzazione della forza militare. Essi non potevano temere d'essere oppressi dalla loro armata, perchè l'armata era la nazione, ma vollero che fosse sempre in ordine, sempre ben disciplinata per difesa della patria e della libertà. Tutti i cittadini di Firenze furono registrati in una delle venti compagnie di milizia; tutto il territorio venne diviso in novantasei compagnie ausiliari; i soldati nominarono i propri ufficiali; tutti furono subordinati al capitano del popolo; tutti al primo allarme erano tenuti di trovarsi nella piazza di santa Croce; e la prima cura del popolo, ricuperando i suoi diritti, fu quella di scegliere i colori de' suoi gonfaloni e delle sue imprese.

Per tutelare il popolo contro gli attentati de' nobili, si determinò di spianare le fortezze, col favor delle quali i gentiluomini si sottraevano al poter delle leggi. Non si volle per altro, o non si ardì di fare questa novità tutto ad un tratto; e la legge ordinava ai nobili di abbassare le loro torri in modo che non oltrepassassero le cinquanta braccia: fu questa la prima legge pubblicata in nome del popolo. I materiali procurati colla demolizione di tante private fortificazioni, furono utilmente impiegati nell'innalzamento delle mura della città nel quartiere al mezzodì dell'Arno. In pari tempo fu fabbricato il palazzo del podestà, rocca solida ed imponente, che adesso serve ad uso di prigione. Vennero colà alloggiati i membri del governo, che fino a tal epoca dimoravano in private case, e riunivansi soltanto nelle chiese.

Tali furono i principj della rivoluzione che si fece in Firenze mentre ancora vivea Federico; ma quando pochi mesi dopo, cioè il 7 gennajo 1251, si ebbe notizia della di lui morte, si pose l'ultimo suggello all'edifizio della libertà[149]: furono richiamati tutti i Guelfi esiliati, costretti i nobili delle due fazioni a segnare un trattato di pace, ed aggiunto al capitano del popolo un nuovo podestà scelto in una famiglia guelfa di Milano.

Non fu appena stabilito in Firenze il governo popolare, che que' cittadini, animati dal sentimento della loro novella forza, cercarono di tirare nel loro partito tutta la Toscana. La sola città di Lucca erasi anch'essa dichiarata pei Guelfi, ma Pistoja, Pisa, Siena, Volterra, e pressochè tutti i gentiluomini seguivano la contraria parte. I Fiorentini invasero il territorio di Pistoja e lo guastarono; poi entrarono in quello di Pisa, attaccando quella repubblica, creduta di forze eguale a Fiorenza; ma Pisa trovavasi già in guerra colle città di Lucca e di Genova, e si era privata di molte braccia per equipaggiare la flotta che aveva accordato al re Corrado, che dalla Germania recavasi per mare nel regno di Napoli; altronde la rotta, per cagione della mal regolata disciplina delle truppe, sofferta nel secondo anno della guerra l'aveva notabilmente indebolita. Mentre i Fiorentini del 1252 stringevano d'assedio Tizzano, castello dei Pistojesi, i Pisani attaccarono l'armata lucchese a Montopoli, e fecero molti prigionieri; ma dopo l'ottenuta vittoria tornando disordinati verso Pisa, nè più credendosi esposti ad essere attaccati, si trovarono all'improvviso sopraggiunti da' Fiorentini presso Pontedera e rotti avanti che potessero ordinarsi in battaglia[150]. I prigionieri lucchesi approfittarono di tanta confusione per mettersi in libertà, e legare colle stesse corde i loro mal accorti vincitori. Tre mila prigionieri, tra i quali trovavasi anche il podestà, furono il frutto di questa vittoria. Dopo questo fatto l'armata fiorentina attraversò il territorio di Siena per rinfrescare di viveri e di gente il castello di Montalcino, che, quantunque posto sulla strada che conduce da Siena a Roma, aveva domandata la protezione de' Fiorentini. I Sanesi furono battuti sotto le mura di questo castello, e l'armata fiorentina, dopo avere scorsi i territorj di tutti i loro nemici, rientrò trionfante in Firenze.

In memoria specialmente di tali avvenimenti, la repubblica determinò di coniare una moneta d'oro, il fiorino, poi chiamato zecchino, che fissò al titolo più puro di ventiquattro caratti, e del peso di un ottavo d'oncia[151]. In mezzo alle rivoluzioni monetarie, e mentre la mala fede dei governi alterava il numerario dall'una all'altra estremità dell'Europa, il fiorino o zecchino di Firenze fu sempre lo stesso non solo in peso ed in titolo, ma ancora di presente porta l'impronta di quello battuto nel 1252. Vero è che la lira di conto, che non è che una moneta ideale, non mantenne sempre i medesimi rapporti col fiorino: ebbe in origine lo stesso valore, ma il corso del cambio, che era libero e variabile, accrebbe costantemente il prezzo della moneta d'oro. Quando cadde la repubblica fiorentina, il fiorino valeva sette lire fiorentine; oggi tredici lire, sei soldi, otto denari, corrispondenti ad italiane lire undici e quaranta centesimi[152].

L'anno 1253 è celebre nei fasti di Firenze per la sommissione di Pistoja. Vedendo le loro campagne esposte a frequenti saccheggi, e molte castella forzate d'arrendersi ai nemici, i Pistojesi, stanchi di sostenere una lotta così disuguale, acconsentirono di richiamare tutti i Guelfi esiliati, mettendoli a parte della amministrazione del comune: e permisero ai Fiorentini di fabbricare una rocca nella loro città presso a Porta Romana e di tenervi continuamente guernigione. La repubblica fiorentina non aveva richiesta quest'ultima condizione per farla sua suddita, chè la sua ambizione non andava ancora tant'oltre; ma perchè le fosse tolto di sottrarsi in avvenire alla sua alleanza, o di perseguitare i Guelfi protetti dai Fiorentini[153].

(1254) Più glorioso ancora fu pei Fiorentini il susseguente anno, chiamato l'anno delle vittorie. Sotto la condotta del loro podestà, Guiscardo di Pietra Santa, milanese, cinsero d'assedio Montereggione, fortezza dei Sienesi, e risguardata come la principale difesa del loro territorio. Perchè i Sienesi temendo di perderla, proposero condizioni di pace assai vantaggiose ai Fiorentini, e rinunciarono alla loro alleanza coi Ghibellini, senza che ciò peraltro alterasse in alcun modo l'interna forma del loro governo[154]. Gli uomini più illustri per lettere e per impieghi civili, siccome nei più bei tempi d'Atene e di Roma, militavano anch'essi nelle armate della repubblica; così Brunetto Latini, uno de' primi ristoratori delle lettere in Italia, autore d'un libro intitolato il Tesoro, nel quale trovansi riuniti tutti i lumi di quel secolo[155], Brunetto Latini, il prediletto maestro di Dante, militava nella guerra di Siena, e fu egli che, notajo essendo, stese e firmò il trattato di pace tra le due repubbliche.

Poich'ebbe prese le rocche di molti signori ghibellini nelle vicinanze di Siena, l'armata fiorentina entrò nel territorio di Volterra, una delle antichissime città degli Etruschi fabbricata sopra un'alta montagna, e da più lati circondata di precipizj, dagli altri difesa da alte mura formate di enormi sassi quadrati; maravigliose opere anteriori ai tempi romani, e tutt'ora esistenti. I Fiorentini erano ben lontani dal lusingarsi di poter prendere così forte città, quando quegli abitanti essendo usciti dalle porte ad attaccarli, furono, malgrado il vantaggio del terreno che combatteva per loro, rotti dalla furia delle milizie fiorentine, che vivamente inseguendoli entrarono nella mal abbandonata città. Allora il vescovo alla testa de' suoi chierici che portavano delle croci, e le donne coi capelli disciolti vennero a gettarsi ai piedi dei vincitori chiedendo grazia. L'ottennero; non fu sparsa una goccia di sangue, nè saccheggiata una sola casa; ma il governo venne riformato in vantaggio del partito guelfo: sicchè fu conservata la libertà, ma i capi della fazione ghibellina furono forzati di allontanarsi dalla loro patria[156].

Prima che terminasse l'anno, l'armata vittoriosa invase il territorio di Pisa, spargendo in quella città tanto terrore, che que' cittadini domandarono la pace, ed acconsentirono a svantaggiose condizioni, che peraltro non furono lungo tempo osservate. Dopo una campagna così gloriosa rientrò trionfante in settembre del 1254, accolta con trasporto di gioja da tutti gli abitanti che le si fecero incontro fuori delle porte.

La città d'Arezzo non aveva presa parte alle guerre della Toscana; i Guelfi ed i Ghibellini essendovi egualmente potenti, avevano pure egual parte nel governo; mantenendo la città internamente tranquilla, e sicura al di fuori col favor de' trattati fatti coi loro vicini, ed in particolare colla repubblica di Fiorenza. Accadde che del 1255 i Fiorentini mandarono sotto la condotta del conte Guido Guerra, gentiluomo guelfo indipendente, cinquecento cavalli agli abitanti d'Orvieto per soccorrerli contro quelli di Viterbo. Per recarsi ad Orvieto questa gente doveva attraversare il territorio di Arezzo: quando passò vicino alla città, gli Aretini guelfi chiesero ajuto al conte Guido per cacciare dalla città loro i Ghibellini, e, per prezzo dell'ottenuto soccorso, gli diedero, contro la fede de' trattati, il possesso della loro fortezza. Nello stesso modo press'a poco la fortezza di Tebe era stata occupata da un generale spartano[157]; ma il senato di Lacedemone condannò il generale e ritenne la fortezza: i Fiorentini all'incontrario, presero tutte le armi e si portarono sotto Arezzo per ristabilirvi i Ghibellini. Sebbene fossero questi nemici, erano in pace con Firenze; e perchè il conte Guido mostrava di voler difendere la sua conquista, ed i Guelfi, ch'eransi valsi dell'opera sua, non sapevano risolversi a rimandarlo senza ricompensa; i Fiorentini accomodarono gli abitanti d'Arezzo di dodici mila fiorini, che poi non furono loro più restituiti[158], affinchè con questa somma potessero gratificare il conte, rientrare in possesso della fortezza e ristabilire la pace entro le loro mura[159].

Abbiamo accennato che i Pisani non mantennero a lungo la pace che avevano forzatamente segnata: ma rotti un'altra volta presso Ponte al Serchio dall'armata combinata fiorentina e lucchese, furono costretti di soggiacere alle condizioni che loro erano state prima accordate, e di consegnare inoltre il forte di Motrone posto in riva al mare presso di Pietra Santa, con patto che i Fiorentini lo potessero, a voglia loro, distruggere o conservare. Assai difficile e dispendiosa doveva riuscire la guardia di questa rocca posta a molta distanza da Fiorenza, di modo che dopo un segreto consiglio degli anziani, la signoria determinò di farla spianare. Ma i Pisani che non prevedevano così fatta risoluzione, temevano all'opposto che i Fiorentini, acquistando uno stabilimento in riva al mare, non andassero in seguito dilatandosi, e giugnessero ad avervi un porto. Perchè mandarono un segreto negoziatore a Firenze per prevenire questo successo. Era allora uno degli anziani Aldobrandino Ottobuoni, cittadino assai riputato, ma di povere fortune. A costui si diresse segretamente l'agente pisano, e cercando di persuaderlo che quanto era per proporgli non era altrimenti contrario al dover suo, nè agl'interessi della sua patria, gli offrì quattro mila zecchini d'oro, a condizione che riducesse i suoi colleghi ad ordinare la demolizione di Motrone. Sebbene tale risoluzione era già stata adottata il giorno avanti, Aldobrandino licenziò l'agente pisano con disprezzo; e riflettendo che i Pisani non sarebbonsi presa tanta premura per la distruzione di Motrone, se non conoscessero estremamente vantaggioso ai Fiorentini il conservare questa fortezza, si recò al consiglio degli anziani, e seppe così bene esporre le ragioni che dovevano determinarlo alla conservazione di Motrone, che la signoria, rivocando il precedente atto, ordinò che la rocca si conservasse. Aldobrandino ebbe la generosità di non parlare dell'offerta che gli era stata fatta; e furono i nemici dello stato che manifestarono la disinteressata sua condotta[160].