CAPITOLO XIX.

Pontificato d'Alessandro IV. — Crociata contro Ezelino; sua disfatta e morte. — Manfredi re di Sicilia: soccorre i Ghibellini toscani: battaglia di Monte Aperto o dell'Arbia.

1255 = 1260.

Innocenzo IV con una smisurata ambizione e con intollerabili oltraggi aveva provocata la fuga, poi la vendetta di Manfredi; ma la morte di questo papa lasciò lo stato della Chiesa ed il partito guelfo esposti a sventure proporzionate alle passate prosperità. I cardinali adunati in Napoli affrettaronsi di dare un altro capo alla Chiesa nella persona del vescovo d'Ostia, della famiglia dei conti di Signa, la quale aveva dati nello stesso secolo alla cristianità Innocenzo III e Gregorio IX. Il vescovo d'Ostia si fece chiamare Alessandro IV. «Egli era, dice Matteo Paris, buono e religioso, assiduo alle preghiere, costante nella astinenza, ma troppo accessibile alle parole degli adulatori, ed agli avidi consigli de' suoi avari cortigiani[161].» Procedette con minore impeto e vigore, ma ancora con meno talenti, nella guerra contro Manfredi; e non è ben certo se la sua apparente moderazione debba attribuirsi a sentimenti più cristiani anzi che ad un carattere più debole. Abbiamo osservato nel precedente capitolo, che ne' primi due anni del suo regno perdette quasi tutte le terre conquistate dal suo predecessore nel regno di Napoli. Nello stesso tempo i suoi generali ed i legati pontificj trattavano la guerra in Lombardia, ove uno dei primi atti del regno di Alessandro fu quello di far predicare la crociata contro il feroce Ezelino. In sul finire del 1255 mandò lettere circolari a tutti i vescovi, ai signori, alle città libere di Lombardia, dell'Emilia e della Marca Trivigiana. «Un figlio di perdizione, diceva egli, un uomo di sangue riprovato dalla fede, Ezelino da Romano, il più inumano dei figliuoli degli uomini, approfittando dei disordini del secolo, si è usurpato un tirannico potere sopra gli sventurati abitanti del vostro paese. Col supplicio dei nobili, col massacro de' plebei, egli ha spezzati tutti i vincoli dell'umana società, tutte le leggi della libertà evangelica.... Ma noi pensando alla vostra salute, e specialmente in ordine alle cose spettanti al Signore, abbiamo rivestito dell'ufficio di nostro legato presso di voi, il nostro figlio, l'arcivescovo eletto di Ravenna, affinchè rappresentandoci in codeste province, riscaldi lo zelo de' fedeli, perseguiti colle armi spirituali e temporali Ezelino ed i suoi perfidi amici, munisca del simbolo della croce i fedeli che prenderanno le armi contro di lui, gl'incoraggisca, loro offrendo per riconoscenza le medesime indulgenze accordate a coloro che vanno in soccorso di Terra santa. Risvegli questi uomini oppressi dal sonno della morte, assicuri coloro che vegliano per il bene, svelga finalmente e disperda, fabbrichi e pianti, disponga ed ordini, colla prudenza che gli viene da Dio, come conviene alla fede ortodossa, all'onore della Chiesa, alla salute delle anime ed alla tranquillità della vostra patria[162]

Che nobile soggetto era una guerra predicata in nome di Dio contro il nemico degli uomini! Diffatti per accrescere nemici contro Ezelino dovevansi aggiugnere agli umani motivi altri ancora d'un ordine superiore; imperciocchè Ezelino era tanto superiore di forze e di virtù militari e politiche a' suoi avversarj, ed aveva in modo consolidata la sua autorità coi delitti, che niuno argomento era troppo forte per risvegliare l'entusiasmo de' suoi nemici, niuna ricompensa troppo nobile per coloro che lo superassero.

Dopo la morte di Federico, Ezelino risguardavasi qual sovrano indipendente, ed il supplicio di tutti i più distinti personaggi della Marca segnava l'epoca dell'assoluta indipendenza ch'egli acquistava. Pareva che volesse rifarsi de' riguardi che aveva troppo lungo tempo avuti per la pubblica opinione, e voleva tutto il popolo testimonio del suo furore, quasi insultando la sua sofferenza. Dopo che le sue vittime erano perite nell'aere infetto delle carceri, o poichè erano spirate in mezzo ai tormenti atroci della tortura, ne mandava i cadaveri alle patrie città, facendo loro troncare il capo sulla pubblica piazza. Spesso i gentiluomini venivano condotti a schiere sulla medesima piazza, e colà dati in preda al ferro de' suoi sicari, indi fatti in pezzi e consumati sul rogo. Dall'alto delle case udivansi di giorno e di notte le lamentevoli voci degl'infelici che perivano nelle torture, e risonavano entro al cuore di tutti i cittadini[163]. Nè soltanto i nobili trovavansi esposti alla ferocia d'Ezelino, che ogni sorta di distinzione gli era egualmente odiosa; e siccome non si curava nè meno di trovare alcun pretesto che apparentemente adonestasse gli atti di sua crudeltà, ogni uomo distinto era punito coll'estremo supplicio. I ricchi negozianti, i legisti illuminati, i prelati, i monaci, i canonici di specchiata pietà, e perfino coloro che si facevano distinguere per le grazie della persona, perivano sul palco ed i loro beni erano confiscati. Soleva Ezelino sforzare i proprietarj a vendergli le loro case, specialmente quelle ch'erano situate in luoghi forti, o presso alle porte della città, ma pochi giorni dopo si riprendeva il denaro colla vita del venditore. Tutti, se fosse stato possibile, avrebbero cercato di sottrarsi colla fuga a' suoi furori, ma il tiranno faceva diligentemente guardare i confini de' suoi stati; e se taluno era sorpreso in atto di uscirne, senza veruna forma di giudizio, e senza nè meno interrogarlo, gli si amputava una gamba, o veniva privato degli occhi.

Poco mancò peraltro che il coraggio di due gentiluomini liberasse la terra da questo mostro. I due fratelli Monte ed Araldo di Monselice, venivano condotti dalle guardie del tiranno a Verona, ove allora dimorava Ezelino, per esservi giudicati[164]. Giunsero presso al pubblico palazzo, mentre Ezelino desinava; il quale udendo le loro grida, montò in tanta collera, che, abbandonata la mensa, scese le scale senz'armi, gridando: Vengano alla malora i traditori! Monte, appena vedutolo, si libera dalle mani delle guardie, si avventa contro di lui e lo rovescia a terra, cadendogli sopra. Mentre tentava di togliere al tiranno il pugnale che supponeva avesse sotto la veste, ed in pari tempo gli lacerava il volto coi denti, una guardia gli tagliò colla sciabla una gamba, ed altre fecero in pezzi il fratello che voleva dargli ajuto. Monte insensibile alla prima ferita ed agli altri colpi che venivano sopra di lui scaricati, non abbandonava il tiranno, e faceva inutili sforzi per soffocarlo. Finalmente perì, ma perì sopra il corpo d'Ezelino che aveva lacerato coll'unghie e coi denti, il quale tardò lungo tempo a rimettersi dalle riportate ferite e dal concepito terrore[165].

In marzo del 1256 il legato pontificio, Filippo, arcivescovo eletto di Ravenna, si recò a Venezia, ove incominciò a predicare la crociata. Trovò in questa città molti fuorusciti e specialmente padovani, salvatisi dalla furia di Ezelino. Il più distinto era Tisone Novello di Campo Sampiero, giovane appena uscito di fanciullezza, figliuolo di quel Guglielmo di cui abbiamo descritta la morte, ed ultimo erede d'una famiglia vittima quasi tutta del tiranno. I fuorusciti padovani per meglio guadagnarsi l'appoggio della repubblica nominarono loro podestà Marco Quirini, gentiluomo veneziano; ed il legato seguendo la stessa politica affidò la carica di maresciallo dell'armata ad un altro gentiluomo veneziano, Marco Badoero, e scelse Tisone Novello per portare lo stendardo. Infatti moltissimi Veneziani presero la croce; altri per naturale sentimento di sdegno verso un così feroce tiranno, di cui in tanta vicinanza avevano potuto conoscerne i delitti; altri mossi da gelosia contro un principe che ogni giorno rendevasi più potente, e che stendeva omai i suoi confini a sole sette in otto miglia dalla loro capitale. Somministrarono al legato navi da guerra, onde potesse rimontare la Brenta ed attaccare Padova.

La guerra cominciata nella Marca Trivigiana facevasi con forze eguali. Il marchese Azzo d'Este veniva risguardato come capo naturale della parte guelfa. Era stato spogliato da Ezelino di molte terre, ma gli restavano il Polesino di Rovigo, ove dimorava; e conservava tanta influenza nella città di Ferrara, ch'egli la governava omai piuttosto come suo principato che come repubblica. Mantova trovavasi nella stessa dipendenza verso i conti di san Bonifacio. Al conte Riccardo era succeduto il figliuolo Luigi, il quale tenevasi, come Mantova, attaccato al partito della Chiesa, ed implacabile nemico di Ezelino. Per lo stesso partito stava pure la repubblica di Bologna; e Trento, ribellatosi di fresco ad Ezelino, ne aveva scacciati i partigiani. D'altra parte ubbidivano ad Ezelino Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno; erasi inoltre segretamente rappacificato con Alberico suo fratello, che governava Trivigi, ed aveva contratta alleanza col marchese Oberto Pelavicino e Buoso di Dovara, capi di parte ghibellina in Lombardia, che alternativamente o di comune accordo reggevano Cremona col titolo di podestà, esercitandovi un potere quasi dispotico, ed inoltre stavano per insignorirsi di Piacenza e di Parma. In Brescia mantenevasi viva tra le due fazioni la guerra civile; ma il partito ghibellino sembrava più potente; ed Ezelino lusingavasi che per metter fine alle private liti de' suoi cittadini, Brescia si porrebbe in sua mano, ond'egli verrebbe ad aggiugnere così nobile acquisto ai suoi stati.

Ond'essere meglio a portata di approfittare delle corrispondenze che manteneva in Brescia, e vendicarsi ad un tempo de' Mantovani che costantemente eransi fatti conoscere suoi nemici, Ezelino alla testa delle milizie di Padova, Verona e Vicenza, e de' suoi antichi vassalli di Bassano e di Pedemonte, corse il distretto mantovano, che tutto pose a fuoco e sangue. Poi accampò le sue genti in riva al lago che circonda questa città, quasi volesse intraprenderne l'assedio. Aveva d'altra parte ordinato ad Ansedisio de' Guidotti, suo luogotenente in Padova, di marciare contro l'armata del Legato e di chiuderle il passaggio, afforzando la Brenta[166].

Ezelino conservava sul trono tutto il valore che gli aveva agevolata la strada per salirvi; ma d'ordinario i ministri di un tiranno sono più vili del padrone. Ansedisio non prese le convenienti misure per impedire la marcia de' crociati: perchè volendo travoltare le acque della Brenta onde le navi veneziane non potessero rimontare il fiume, aprì un passaggio ai pedoni che lo attraversarono senza bagnarsi; e mentre il legato s'impadroniva dei castelli di Concadalbero, di Buvolenta, di Cansilva, egli teneva inoperosa la sua armata a Pieve di Sacco. Bentosto abbandonò anche l'armata, e tornò a Padova, ove poco dopo la fece ritirare. Tante perdite servirono a scoraggiare i soldati, molti de' quali servivano di mala voglia, ed accrescevano la confidenza dell'armata nemica, la quale attribuiva così prosperi avvenimenti all'aperto favore del cielo, poichè non potevano darne lode al prete che la comandava, il quale aveva date sicure riprove della sua incapacità. Il lunedì 18 giugno, l'armata de' crociati s'incamminò da Pieve di Sacco verso Padova, guidata dall'arcivescovo di Ravenna, il quale circondato da' suoi preti intuonò l'inno:

Vexilla regis prodeunt;

Fulget crucis mysterium...

ripetuto con entusiasmo da tutta l'armata. Al ponte del Bacchiglione, discosto solo due miglia da Padova, i crociati posero in fuga alcune bande d'Ansedisio, per sostenere le quali arrivarono troppo tardi altre truppe che vennero disperse di mano in mano che uscivano di città; di modo che, approfittando i Guelfi della confusione de' fuggiaschi, entrarono assieme nel sobborgo di Padova, e se ne resero padroni.

All'indomani attaccarono in più luoghi le mura e le porte della città. E mentre in ogni altro luogo i crociati combattevano debolmente, il legato, circondato di frati, di preti, di soldati, di cavalieri, tentava di prendere d'assalto la porta di ponte Altinato. I crociati vi si erano avvicinati coperti da una specie di galleria mobile detta vinea, la quale teneva luogo dell'antica testuggine. Dall'alto delle mura versandosi olio e pece infiammati per allontanare gli assalitori, la galleria prese fuoco; di che avvedutisi i crociati, la spinsero contro la porta che pure era di legno, ed aggiungendovi altre materie combustibili, la ridussero ben tosto in cenere. Gli assediati che avevano eccitato il primo incendio, non avendo modo di fermarne i progressi, uscirono atterriti per l'opposta porta collo spaventato Ansedisio, mentre l'armata crociata, appena spente le fiamme, entrava trionfante in città[167].

I crociati avendo sottomessa Padova piuttosto per favore del caso, che per forza di valore o d'ingegno, usarono senza misericordia di una vittoria senza gloria. Poca gente perdette la vita in città, perchè pochi osarono difendere le loro proprietà; ma i vincitori saccheggiarono per sette giorni consecutivi i beni di que' miseri cittadini, così che quella nobilissima città, dopo avere perdute tante ricchezze e tanto sangue ne' diciotto anni che fu soggetta ad Ezelino, fu spogliata dei miseri avanzi dell'antica sua opulenza da coloro che si annunciavano per suoi liberatori.

A fronte della perdita di tutte le loro fortune i Padovani non lasciavano però di felicitarsi di un avvenimento che, togliendoli ai mali della tirannide, li rendeva alla comunione della Chiesa; e sentirono tutto il prezzo della ricuperata libertà quando videro aprirsi le prigioni di Ezelino. In quella di santa Sofia, posta nel sobborgo, furono trovati trecento prigionieri ed altrettanti in quella di Cittadella che s'arrese pochi giorni dopo[168]. Eranvi nella città altre sei più piccole prigioni, tutte piene d'infelici. Si vedeva uscirne uomini agonizzanti, rispettabili matrone, dilicate fanciulle oppresse dalla miseria sofferta nelle prigioni, e ciò che pose il colmo a tanto spettacolo, molti fanciulli privati degli occhi e barbaramente mutilati in più atroci guise.

Ma un nuovo disastro più terribile de' già sofferti, era preparato all'infelice Padova. Quando Ezelino ebbe avviso della perdita di questa città, la più potente di quante ne possedeva, trovavasi accampato in riva al Mincio con un'armata di circa trenta mila uomini, dei quali undici mila appartenevano alla città ed al distretto di Padova: i quali conoscendo egli a sè mal affetti, ebbe paura che si ammutinassero; locchè volendo prevenire, li condusse di notte tempo con una marcia sforzata a Verona, ove giunsero in sul fare del giorno. Fece entrare tutti i Padovani disarmati nel ricinto di san Giorgio, e disse loro che, per placare la sua collera, dovevano essi medesimi consegnare tutti i soldati venuti da Pieve di Sacco, perchè in questa terra le sue truppe erano state tradite. Ciascuno, vedendo indicata una vittima, felicitavasi d'essersi sottratto al pericolo, e trovava dei pretesti per iscusare la collera del tiranno, e così tutte le genti di Pieve di Sacco furono chiuse in prigione. Ezelino chiese in appresso quelle di Cittadella, i cui compatriotti eransi arresi senza combattere, e corsero la sorte dei primi. Allora domandò tutti gli uomini della campagna padovana, che furono consegnati dagli abitanti della città; poi chiese i nobili, che vennero di buon grado sagrificati dai plebei; finalmente spedì contro questi ultimi i suoi soldati di Pedemonte, e li fece tutti mettere in catene. Per tal modo tutta un'armata lasciossi imprigionare, senza speranza di uscir mai dalle carceri, imperciocchè dopo avere spogliati quegli infelici, gli abbandonava al freddo, alla fame, alla sete; e siccome non perivano abbastanza sollecitamente, col ferro, col fuoco, o sopra infame patibolo li faceva tutti perire. Di così bella armata composta della più bella e più valorosa gente di Padova, appena se ne salvarono duecento[169][170].

(1256) Le armate crociate che a quest'epoca combattevano in Europa, non erano d'altro composte che della feccia delle nazioni, d'uomini ignoranti e superstiziosi, spinti in mezzo ai pericoli dalle prediche de' preti senz'avere acquistato il necessario coraggio per sostenerli a sangue freddo. Forse quest'uomini condotti da esperti generali sarebbero col tempo diventati buoni soldati; ma il loro fanatismo opponevasi naturalmente ad ogni disciplina; e l'esperienza di abili ufficiali valutavasi assai meno del potere dei preti; onde non si curavano di chi sapesse ben condurli. La crociata contro Ezelino, una guerra intrapresa per la causa della libertà e dell'umanità, venne macchiata non solo dalla superstizione, che pure talvolta può associarsi coi più nobili sentimenti, ma ancora dalla viltà e dall'anarchia prodotte da quella medesima superstizione. Ogni corpo d'armata era capitanato da qualche religioso, ed i Bolognesi avevano alla loro testa quello stesso frate Giovanni da Vicenza, che vent'anni prima predicava la pace in Lombardia: generale veramente degno de' suoi ufficiali e soldati! Filippo, arcivescovo di Ravenna, era un prete ignorante e senza carattere. Egli avanzossi fino a Longara sulla strada di Vicenza colla sua armata, occupando i suoi soldati nell'andare in traccia de' migliori vini e di ciò che poteva trovarsi di più squisito per vivere delicatamente.

Mentre l'armata trovavasi a Longara, si presentò al legato Alberico da Romano, che venne accolto con tutte le dimostrazioni di cordialità. Alberico aveva lungo tempo mostrato di seguire il partito della Chiesa, ma non era senza fondamento il sospetto di taluno, che fosse d'accordo col fratello, e che i due tiranni si fossero allogati nelle opposte fazioni per vie meglio assicurare l'ingrandimento della loro famiglia, e penetrare più agevolmente i disegni de' loro nemici. La venuta d'Alberico destò la diffidenza ne' gentiluomini dell'armata, ma il legato non prestò fede ai loro consigli. Pochi dì dopo per altro scoppiò nel campo una sommossa: i Bolognesi protestavano di non voler più servire senza paga, e nello stesso tempo pubblicavasi ch'era omai vicina l'armata d'Ezelino; onde tutto ad un tratto, senz'ordine e senza apparente cagione, i crociati presero la strada di Padova. Fortunatamente che il podestà Marco Quirini, penetrando il motivo di questa subita risoluzione, di cui sospettava l'autore, mandò avanti un messo con ordine di chiudere le porte all'armata, e di non dar ricetto a qualunque fuggiasco dal campo di Longara. Poco dopo l'arrivo del messo, si presentò a Padova, accompagnato da numerosa scorta, Alberico, chiedendo a tutte le porte d'essere intromesso; ma vedendo rifiutate le sue istanze, partì alla volta di Treviso, nè più tornò al campo de' crociati[171].

Dopo non molti giorni, Ezelino s'avanzò verso Padova per farne l'assedio, ma trovò che i nemici avevano cavata una larga fossa tre miglia fuori della città, e munita di ridotti che difendevano coraggiosamente; perchè avendoli inutilmente attaccati, si ritirò, licenziando l'armata quantunque potesse tenersi ancora due mesi in campagna.

(1257) Nel susseguente anno non ebbe luogo verun avvenimento di molta importanza. Ezelino, spaventato dalla perdita di Padova, cercava, per rifarsi da questo colpo, di formare nuove alleanze, sia coi Ghibellini di Lombardia, sia coi due pretendenti alla corona imperlale, Riccardo conte di Cornovaglia ed Alfonso di Castiglia, che avevano divisi i voti del collegio elettorale e dei principi di Germania. Dall'altra banda il legato non aveva nè talenti, nè attività, nè fors'anco mezzi per trattare vigorosamente la guerra; di modo che passò la buona stagione senza tentare veruna impresa. I due partiti sembravano principalmente occuparsi delle dissensioni civili di Milano e di Brescia. Nella prima i nobili e l'arcivescovo erano in guerra colla plebe; nell'altra le forze guelfe e ghibelline erano pari e quasi in procinto di venire alle mani. Il legato pontificio passava dall'una all'altra città per predicarvi la pace. Ezelino in vece incoraggiava alla guerra i nobili milanesi e bresciani, offrendo il suo ajuto agli uni ed agli altri; ma malgrado l'acerbità degli odj, diffidavano tutti delle sue offerte, ed i suoi stessi partigiani non acconsentivano di riceverlo entro le mura delle città ch'egli diceva di voler proteggere.

(1258) Soltanto in quest'anno potè il legato ridurre i Bresciani ad entrare nella lega della Chiesa: ma mentre soggiornava nella loro città, si seppe che il marchesa Pelavicino, alla testa de' Cremonesi, aveva attaccati i castelli di Volongo e di Torricella, posti sulle rive dell'Oglio. Il legato uscì tosto di città per obbligare il marchese a ritirare le sue genti, menando seco tutti i Guelfi di Brescia, le milizie di Mantova, e tutti i crociati che l'avevano seguìto: intanto Ezelino, marciando di notte dalla banda di Peschiera con forze superiori, si pose alle spalle dell'armata crociata, la quale sorpresa da panico terrore, non gli oppose quasi veruna resistenza. Furono fatti prigionieri quattro mila Bresciani, il podestà di Mantova con molti suoi compatriotti e lo stesso legato pontificio: cosicchè di tutta l'armata guelfa non si salvò che Biachino da Camino colla sua gente, facendosi strada a traverso l'armata nemica[172][173].

Quando a Brescia si ebbe avviso della rotta dell'armata, i Guelfi rimasti in città tentarono di placare i loro concittadini ghibellini, rendendo la libertà a coloro che trovavansi in prigione, e ricevendoli di nuovo in consiglio e nelle cariche: ma una forzata condiscendenza non fece mai dimenticare i volontarj oltraggi; onde tosto che i capi ghibellini si videro liberi, aprirono le porte ad Ezelino. Mentre l'armata del tiranno entrava per una porta, uscivano dall'opposta il vescovo, i magistrati e moltissimi Guelfi, seco conducendo le loro famiglie e tutto quanto potevano portare di effetti preziosi, compiagnendo l'infelice loro patria cui preparavansi tante calamità; «imperciocchè, dice Rolandino, le inondazioni, la peste, gl'incendj, o qualsiasi sciagura non opprime di tanta miseria colui che la prova, quanto la perdita della libertà sotto un padrone crudele[174]

Brescia era stata sottomessa dalle forze riunite d'Ezelino, di Buoso di Dovara e del marchese Pelavicino. In forza delle fatte convenzioni tutte le conquiste dovevano possedersi in comune dai tre capi: ma Ezelino si credette reso abbastanza potente dalla sua vittoria per potere, senza correre verun rischio, staccarsi dai suoi alleati, o trattarli piuttosto da superiore che da eguale. Nulladimeno, siccome destro politico ch'egli era, si fece ad accrescere la gelosia vicendevole tra il marchese e Buoso, ambedue capi di parte in Cremona, e sotto certi rispetti consignori di quella città, che governavano colla loro influenza aristocratica, siccome i due più potenti, più ricchi e più valorosi gentiluomini del territorio. Ezelino consigliava il marchese a disfarsi di Buoso, il solo che ponesse ostacolo al suo ingrandimento. Mostravasi in pari tempo a Buoso affezionatissimo, offrendogli il governo di Verona, se voleva recarvisi come podestà. Ma le offerte d'Ezelino in cui non avevano que' signori intera confidenza, non furono accettate; e quando, dopo essere rimasti alcuni mesi in Brescia, le milizie cremonesi vollero ripatriare, nè Buoso nè il marchese osarono rimanere a discrezione d'Ezelino, e andarono insieme a Cremona: ma non vi furono appena arrivati ch'ebbero nuovi avvisi d'essersi Ezelino dichiarato solo signore di Brescia, esercitandovi senz'alcun riguardo tutti i diritti della sovranità, e non risparmiando i supplicj e le confiscazioni.

Intrattenendosi questi due signori intorno alla superchieria loro usata dall'infedele alleato, vennero a comunicarsi vicendevolmente le insidiose offerte di Ezelino; perchè altamente sdegnati di tanta perfidia e di tante crudeltà, delle quali ne ricadeva parte dell'odio sopra di loro, siccome coloro che avevano così potentemente contribuito alle sue conquiste, giurarono di abbassare un tiranno omai fatto esoso a Dio ed agli uomini. Proposero quindi al marchese d'Este di allearsi con lui e coll'armata de' crociati contro Ezelino, a condizione che non fossero costretti perciò di rinunciare all'antica fedeltà verso la casa di Svevia. Il trattato fu stabilito per una parte tra il marchese Oberto Pelavicino, Buoso di Dovara ed il comune di Cremona, e per l'altra parte dal marchese d'Este, dal conte Luigi di san Bonifacio, e dai comuni di Mantova, Ferrara e Padova[175]. Col primo articolo del trattato riconobbero tutti i diritti di Manfredi sul regno delle due Sicilie, e promisero d'impiegare tutto il loro credito per riconciliarlo colla santa sede. Col secondo i confederati si obbligarono a perseguitare fino alla morte i due fratelli Ezelino ed Alberico da Romano. I gentiluomini promettevano di marciare personalmente a questa guerra con tutte le loro forze; ed i comuni, oltre le proprie milizie, obbligavansi d'assoldare mille duecento cavalli, e di pagare un quarto delle spese della guerra. Finalmente i confederati dichiararono solennemente che alcun ordine del futuro imperatore, alcuna dispensa del papa, non potrebbe assolverli dal giuramento che prestavano gli uni a favore degli altri, nè dalle loro vicendevoli promesse.

Questa lega fu sottoscritta a Cremona il giorno 11 giugno del 1259. Precisamente nella stessa epoca gli abitanti di Padova eransi impadroniti del castello di Friola nello stato di Vicenza, l'avevano poi afforzato, e lasciatavi guarnigione. Ezelino vi accorse da Brescia con un corpo di Tedeschi; e con quasi tutte le milizie di Verona e di Vicenza, riprese Friola, e condannò indistintamente allo stesso supplicio la guarnigione e gli abitanti, laici, ecclesiastici, uomini, donne e fanciulli[176]. Vennero loro cavati gli occhi, tagliato il naso e le gambe, ed in così miserabile stato abbandonati alla pubblica compassione. Dall'una all'altra estremità d'Italia non vedevansi che infelici mutilati che, colle loro ferite stimolando la compassione, tutti ad una voce accusavano Ezelino dell'orribile loro stato[177]. Ma le atrocità di Friola furono le ultime che Ezelino commettesse nella Marca Trivigiana.

La discordia mantenevasi sempre viva in Milano tra i nobili e la plebe. Lusingavasi Ezelino che la nobiltà, cui aveva da lungo tempo offerta la sua protezione, gli darebbe in mano così potente città, se gli riuscisse di presentarsi all'improvista innanzi alle sue mura. Adunò dunque in sul finire d'agosto dello stesso anno la più bella armata ch'egli avesse mai avuta, e venne ad assediare Orci nuovi castello bresciano in riva all'Oglio sulla strada che conduce da Brescia a Crema, che tenevasi guardato dai Cremonesi.

Il marchese Pelavicino, venuto alla testa dei Cremonesi per difendere il castello, si accampò a Soncino sull'opposta riva dell'Oglio. Il marchese d'Este colle milizie di Ferrara e di Mantova avanzossi fino a Marcaria venticinque miglia lontana da Orci nuovi sulla sinistra dell'Oglio; finalmente i Milanesi si mossero per unirsi ai Cremonesi a Soncino. Ezelino non poteva più conservare la posizione d'Orci nuovi, perchè colla marcia d'un giorno gli poteva essere tolta la comunicazione con Brescia. Fece dunque lentamente retrocedere verso quest'ultima città tutta la sua infanteria, sperando che le truppe di Milano e di Cremona passerebbero l'Oglio per inseguirla. Nello stesso tempo con tutta la sua cavalleria, la più numerosa che si fosse giammai veduta nelle guerre di Lombardia, rimontò l'Oglio fino a Palazzolo, ove attraversò il fiume; di là, dopo avere uniti alla sua armata i gentiluomini fuorusciti di Milano, si avanzò fino all'Adda, che pure passò senza incontrare veruna resistenza.

La milizia milanese, sotto gli ordini di Martino della Torre, erasi posta in cammino per raggiugnere i Cremonesi; ma avuto a tempo avviso della marcia di Ezelino, ripiegò sopra Milano per difendere la sua patria; talchè il tiranno, passata l'Adda, trovò d'avere a fronte gli stessi nemici che supponeva d'aver lasciati in riva all'Oglio. Tentò di aver Monza con un colpo di mano, e fu respinto; e questo scacco lo fece accorto della pericolosa sua posizione, avendo due armate nemiche alle spalle, e due fiumi che doveva ripassare per rientrare in paese amico. Ravvicinandosi all'Adda volle almeno tentare d'impadronirsi di una delle rocche che ne signoreggiavano il passaggio; ma avendo attaccato quello di Trezzo, ne fu respinto: allora ripiegando verso Vimercate, guadagnò il ponte di Cassano che non era ancora stato fortificato.

Se n'era appena reso padrone, che l'armata del marchese d'Este, formata delle milizie di Cremona, Ferrara e Mantova, attraversando la Ghiaradadda, attaccò la testa di quel ponte, che prese a viva forza. Tutti gli altri ponti dell'Adda furono muniti di truppe, i guadi posti in istato di difesa, ed il nemico del genere umano circondato da ogni banda di armate superiori, che non poteva ragionevolmente lusingarsi di vincere.

Ezelino non erasi trovato al ponte di Cassano quando la testa era stata presa dai nemici. I suoi astrologi gli avevano indicato questo castello e quello di Bassano e gli altri della stessa desidenza come di sinistro augurio. Ezelino era tanto più superstizioso, in quanto che non aveva alcuna religione; e la sua anima che non ammetteva la credenza d'un Dio, soddisfaceva al bisogno di credere, ammettendo implicitamente l'influenza degli astri. Allorchè fu nominato in sua presenza il ponte di Cassano, fu veduto fremere; e senza voler fermarsi, tornò a Vimercate per riposarsi: colà avuto avviso della perdita del ponte, balzò a cavallo[178] e s'avanzò impetuosamente per riprenderlo; ma un dardo che gli attraversò il piede sinistro, lo costrinse a dar a dietro, con che sparse lo scoraggiamento nella sua truppa. Ricomparve ben tosto a cavallo alla testa della sua armata che passò il fiume a nuoto senza trovare resistenza. Fu però attaccato dal marchese d'Este quando gli ultimi soldati uscivano dal fiume, ed avanti che avesse potuto rimettere l'ordine nelle sue file; di modo che in quella confusione la cavalleria bresciana, in vece di eseguire i movimenti ordinati dal capitano, prese la strada di Brescia. A questo primo indizio d'insubordinazione fu visto il tiranno tremare. Il movimento de' Bresciani non si potè celare agli altri soldati; gli uni serravansi intorno ad Ezelino, siccome intorno a quel solo che li potesse difendere, gli altri tenevano dietro ai Bresciani o cercavano di mettersi in salvo fuggendo. Intanto i Milanesi passavano l'Adda per inseguire il nemico, il quale, circondato da ogni lato, avanzavasi lentamente lungo la strada di Bergamo: i suoi più fedeli cadevano intorno a lui, le file si schiarivano, egli medesimo finalmente caduto da cavallo e gravemente ferito nel capo da un tale, cui aveva fatto mutilare il fratello, rimase prigioniere.

«Ezelino prigioniere, dice Rolandino, conservava un minaccioso silenzio, tenea fiso a terra lo sguardo feroce, e non dava sfogo alla profonda sua indignazione. Da ogni parte s'affollavano intorno a lui il popolo ed i soldati, per vedere quest'uomo poc'anzi tanto potente, questo famoso principe, terribile e crudele più d'ogni altro principe della terra; e la gioja era universale»[179].

I capi dell'armata non permisero che fosse in verun modo oltraggiato; ma condotto alle terre di Buoso di Dovara, si chiamarono i medici per curarlo; ma egli vi si rifiutò costantemente, lacerando le bende poste alle sue ferite; e l'undecimo giorno della sua prigionia morì a Soncino, ove fu sepolto[180].

Era Ezelino di bassa statura, ma tutto in lui annunciava il coraggio ed il valor militare. Parlava disdegnosamente, superbo era il suo portamento, ed il penetrante suo sguardo faceva tremare i più arditi[181]. La sua anima tanto avida di crudeltà non pareva sensibile ai piaceri dei sensi; onde non amò veruna donna, e fu nell'ordinare i supplicj egualmente crudele verso ambo i sessi. Morì di sessant'anni dopo averne regnati trentaquattro[182].

Tosto che fu nota la morte di quest'uomo, tutte le città soggette si affrettarono di scacciare i suoi satelliti, d'aprire le prigioni e di chiamare l'armata della Chiesa. Vicenza e Bassano chiesero ai Padovani i loro podestà; e Verona affidò questa carica a Martino della Scala, suo gentiluomo, che faceva allora il primo passo verso quel supremo potere, e che avrebbe tra poco nella sua patria fondando una tirannia meno violenta ma più durevole di quella di Ezelino. Ovunque intanto udivansi risuonare voci di libertà; e tutte le città volevano reggersi a comune. Treviso cacciò fuori delle sue mura Alberico, fratello d'Ezelino, che l'aveva anche troppo a lungo dominata. Costui venne a chiudersi colla sua famiglia nella rocca di san Zeno fabbricata in mezzo ai monti Euganei; ma la lega delle città guelfe, non volendo che alcun germoglio di quest'odiosa famiglia si conservasse, mandò le milizie di Venezia, Treviso, Padova e Vicenza ad assediare san Zeno: vi giunsero poco dopo anche le truppe del marchese d'Este. Alberico, avendo perdute per tradimento le opere esteriori del forte, ritirossi sulla sommità della torre colla consorte, sei figli e due figlie; ma dopo avervi sofferta tre dì la fame, venne a darsi in mano del marchese d'Este, ricordandogli che sua figlia era stata sposa di Rinaldo d'Este; ma invano: era giurato l'esterminio di tutta l'iniqua stirpe da Romano. Tutti furono uccisi, e le divise membra mandate a tutte le città, ch'erano state tiranneggiate da quella famiglia[183][184].

Caduta la casa da Romano, tutta la Marca Trevigiana e la Lombardia trovaronsi in pace. I popoli si domandavano l'un l'altro perchè avessero combattuto e qual fosse il motivo delle cessate contese: e s'avvedevano allora per un felice esperimento, che la morte d'un sol uomo, d'un tiranno nemico del genere umano poteva bastare a ritornare la pace a tutti i popoli[185].

E veramente in queste contrade lo spavento cagionato dal carattere di Ezelino aveva perfino affogata la ricordanza dell'antica lite guelfa e ghibellina; e perciò i primi, quando s'allearono col marchese Pelavicino, promisero senza difficoltà di fare ogni sforzo per riconciliare il papa col re Manfredi, e rendere così la pace a tutta l'Italia: ma il papa e Manfredi esacerbati da un antico odio, e divisi da personali interessi, non erano in verun modo disposti a rappacificarsi.

Avendo Alessandro IV ereditata forse tutta l'ambizione, e niuno de' talenti del suo predecessore, non voleva rinunciare ai progetti d'ingrandimento in parte già eseguiti da Innocenzo; ma volendo dargli intera esecuzione, li mandava a male per mancanza di politica, e più di tutto per la cattiva scelta de' suoi mandatarj. L'arcivescovo di Ravenna che aveva fatto capo della crociata contro Ezelino, era stato cagione di tutti i disastri sofferti dai Guelfi, i quali non ripresero coraggio che quando, fatto prigioniere, vennero diretti da più esperti condottieri. Nè dai legati apostolici era stata meno inconsideratamente trattata la guerra nelle due Sicilie. Uno di costoro, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, incaricato di difendere contro Manfredi la Puglia e la Terra di Lavoro, lasciò così strettamente chiudere la sua armata in Foggia, che per sottrarla alla fame ed alle malattie che la consumavano, fu costretto di fare a nome del papa un trattato col principe, con cui gli dava il possesso di tutto il regno, tranne Terra di Lavoro che sola restava alla santa sede. Il papa rifiutò di approvare il trattato, e perdette anche Terra di Lavoro occupata in pochi giorni dalla vittoriosa armata di Manfredi. Un altro legato pontificio, frate Rufino dell'ordine de' Minori, che governava la Sicilia e la Calabria, si lasciò sorprendere dagli abitanti di Palermo, che, postolo in prigione, inalberarono le insegne di Manfredi[186]. Il terzo fu, a dir vero, per alcun tempo più felice degli altri: era questi Pietro Ruffo, uno degli antenati senza dubbio di quel cardinal Ruffo, che a' nostri giorni diresse la sommossa del regno di Napoli. Mandato, come questi, in Calabria, in mezzo ai nemici, senza danaro e senza soldati, seppe risvegliare il fanatismo, e formarsi un'armata di contadini, ora accortamente spargendo false notizie, ora supplendo col suo ardire alle forze che gli mancavano[187]. Ma questi prosperi avvenimenti furono meno stabili che quelli ottenuti dal suo tardo nipote. I suoi rivoluzionati contadini furono dispersi dalle truppe di Manfredi, ed egli costretto di ritirarsi alla corte papale sulle navi che l'avevano condotto in Calabria[188].

Manfredi, sempre dal papa risguardato come un capo di ribelli, aveva soggiogate tutte le province che oggi formano il regno di Napoli, governandole in nome di suo nipote Corradino col titolo di reggente. Egli conosceva la sua potenza abbastanza ferma per occuparsi della riforma degli abusi introdottisi nello stato, e per cercare di meritarsi colla civile amministrazione non minore gloria di quella che aveva saputo guadagnare colle sue imprese militari. Erano le cose in tale stato ridotte quando si sparse nel regno la notizia della morte del giovane Corradino. Pare che Manfredi non si prendesse troppa cura di riconoscere le sorgenti di una notizia così favorevole ai suoi interessi, e che forse ebbe principio nella sua corte: ma accolse le preghiere dei vescovi, dei signori e di tutti i baroni dello stato che gli chiedevano di ricevere egli stesso la corona e di governare ormai in proprio nome col titolo di re quelle province ch'egli solo aveva salvate[189]. Ma quando la notizia della sua coronazione fu nota in Germania, non tardarono ad arrivare alla sua corte ambasciatori di Corradino e di sua madre. Riclamavano questi contro la falsità della notizia, attestando che Corradino era sempre in vita, ed esigendo da Manfredi che gli conservasse il titolo ed i diritti da lui medesimo fino allora conosciuti. Manfredi accordò una pubblica udienza agli ambasciatori, loro rispondendo in presenza di tutti i suoi baroni, che dopo essere salito sul trono, non poteva più discenderne; che questo trono era inoltre stato da lui ripreso dalle mani del papa; che nol poteva conservarsi senza l'appoggio dell'amore de' sudditi verso la sua persona; che l'interesse de' suoi baroni e dello stesso suo nipote non permettevano che l'eredità della casa di Svevia fosse governata da una donna e da un fanciullo; ma che il solo erede era Corradino, al quale egli conserverebbe il regno, per essergli trasmesso dopo la sua morte: che se Corradino voleva prima godere delle prerogative di presuntivo erede della corona, e farsi conoscere dai popoli che doveva un giorno governare, non aveva che a venire alla sua corte, ove sarebbe ben accolto e festeggiato; e per ultimo Manfredi prometteva d'incamminarlo sulla strada gloriosa de' loro padri, e di amarlo come suo figliuolo[190].

(1260) In tale stato trovavansi le cose di Manfredi, quando i principali gentiluomini ghibellini di Fiorenza vennero ad implorare il suo soccorso per rientrare nella loro patria. Gli rappresentavano che non era del suo interesse il tenere tutte le sue truppe in istato di guerra nelle province del regno, perciocchè ciò non poteva farsi senza impoverire lo stato e disgustare i sudditi che vedevano di mal occhio tutta la forza militare essere posta in mano de' Saraceni e de' Tedeschi; che nè pure poteva licenziarle senza indebolirsi, ed abbandonarsi, in certo modo, in balìa de' suoi naturali nemici i Guelfi ed i prelati; sicchè il solo partito cui poteva appigliarsi nella presente situazione, era di mandare i suoi soldati nelle province al di là di Roma nella Toscana e nella Romagna, ove sarebbero a carico de' suoi nemici; che colà si ridurrebbe la somma delle operazioni de' Guelfi, senza che potessero per altro impedire l'ingrandimento di autorità che a lui ne verrebbe dal ristabilimento de' gentiluomini in ogni tempo devoti alla sua casa.

I Ghibellini che chiedevano gli ajuti di Manfredi, erano stati cacciati da Firenze verso la fine del 1258, in conseguenza di una cospirazione diretta a riprendere al popolo l'autorità di cui erano stati spogliati. Citati dal podestà a giustificarsi innanzi ai tribunali, presero le armi contro gli arcieri del comune, tentando di difendersi nelle loro case[191]. Il popolo gli attaccò; Schiatuzzo degli Uberti e molti suoi clienti caddero morti; un altro Uberti ed un Infangati furono fatti prigionieri, i quali, convinti essendo d'avere cospirato contro la repubblica, furono condannati a perdere il capo. Gli altri Ghibellini alla testa de' quali trovavasi Farinata degli Uberti, il più grand'uomo di stato del suo secolo, dovettero uscire di città, e ripararsi a Siena, ov'erano ben accolti dalla fazione ghibellina allora dominante.

Nel trattato di pace stipulato del 1254 tra Siena e Firenze, era stato convenuto che le due repubbliche non darebbero asilo ai nemici ed ai ribelli dell'altra[192]. Perciò i Fiorentini fecero intimare a Siena l'osservanza dei trattati acciocchè vietasse entro le sue mura le ostili adunanze dei Ghibellini. I Sienesi, che avevano già fatto un trattato d'alleanza con Manfredi, non lasciaronsi sopraffare dalle minacce degli ambasciatori di Firenze, e risposero che avevano contratta alleanza coll'intero popolo fiorentino e guelfo e ghibellino, i quali tutti avevano allora un'egual parte della sovranità; che oggi vedevano una metà di questo stesso popolo scacciato dai suoi focolari, onde non sapevano dove fosse la repubblica: che non prenderebbero conoscenza delle loro civili discordie; ma che il popolo di Siena non romperebbe l'alleanza con quella parte del popolo fiorentino ch'era esiliata, perchè era infelice. Questa risposta procurò ben tosto ai Sienesi una dichiarazione di guerra, ed allora fu che i Ghibellini di Firenze, per cagione dei quali stava per incominciarsi la guerra, mandarono ambasciatori a Manfredi per ottenere il suo ajuto.

Il re di Sicilia, anche prima di ricevere l'ambasceria de' fuorusciti fiorentini, aveva mandate truppe per difendere la repubblica di Siena[193]. Il conte Giordano d'Anglone giunse in Toscana con un corpo di cavalleria tedesca. Entrò in Siena in dicembre del 1259, e fu adoperato dalla repubblica nell'espugnazione delle fortezze ribelli di alcuni gentiluomini. Ma l'acquisto di Grosseto, di Montemassi e dei conti Aldobrandeschi non era ciò che stesse a cuore degli emigrati fiorentini; onde questi facevano istanza a Manfredi d'accordargli in particolare delle truppe ausiliarie specialmente destinate a ristabilirli nella loro patria.

Manfredi non si lasciò subito muovere dalle istanze dei fuorusciti fiorentini, non volendo, mentre ancora vedevasi circondato da segreti nemici, privarsi di un maggior numero di soldati. Sapeva che gli emigrati sono sempre pericolosi consiglieri, perchè non avendo più nulla da perdere, non temono d'esporre i loro alleati qualunque volta travedano in alcun fatto la più lontana speranza di prospero successo. Diffatti loro sempre conviene di tentar la fortuna colle forze straniere, quando essi più non possono essere colpiti da verun sinistro. Manfredi per rimandare con onesti modi gli ambasciatori ghibellini offrì loro una compagnia di cento uomini d'armi tedeschi, siccome il solo corpo di cui potesse allora disporre. Tutti gli ambasciatori disponevansi a partire senza accettare così debole soccorso, che non credevano proprio che ad eccitare le risa de' loro nemici, ed a scoraggiare affatto i loro partigiani. Ma Farinata fece loro comprendere che dovevano approfittare delle offerte di Manfredi, qualunque si fossero. «Facciamo soltanto d'avere i suoi stendardi nella nostra armata, e li pianteremo in tal luogo, che ben dovrà in appresso mandarci più importanti soccorsi.»

In maggio del 1260 l'armata guelfa fiorentina entrò nel territorio di Siena per guastarlo; e dopo aver presi molti piccoli castelli, venne ad accamparsi presso alle mura di Siena stessa, avanti alle porte di Carnuglia. Frequenti erano le scaramucce tra le due parti, ma non venivano mai a formale battaglia. Un giorno Farinata degli Uberti, dopo avere riscaldati i Tedeschi seco condotti col vino ed altre spiritose bevande, sortì alla loro testa di città, e caricò impetuosamente il campo fiorentino. I Tedeschi penetrati troppo avanti tra le truppe nemiche, non ebbero più modo di ritirarsi, e perirono tutti combattendo, dopo aver fatto grandissimo danno ai Fiorentini, e quale non dovevano temere da così poca gente. La bandiera di Manfredi, rimasta in potere de' Guelfi, fu ignominiosamente strascinata nel campo, ed in appresso portata a Firenze, ed esposta ai nuovi oltraggi della plebe. Ecco ciò che desiderava Farinata, il quale scrisse al re di Sicilia che l'onor suo era compromesso, e che doveva vendicare gl'insulti fatti ai suoi stendardi; Manfredi gli mandò ottocento cavalli tedeschi ed alcuni pedoni, che furono posti sotto gli ordini del conte Giordano d'Anglone, ed uniti alle altre truppe ch'egli comandava col titolo di vicario generale del re Manfredi in Toscana.

Premeva ai fuorusciti fiorentini di venire senza ritardo ad un'azione che decidesse della loro sorte: ma i magistrati di Siena erano troppo prudenti per seguire così caldi consigli, o per avventurarsi troppo avanti sul territorio nemico, quantunque spalleggiati dalle truppe ausiliarie tedesche. D'altra parte credevasi a Firenze che il re non avesse accordati che tre mesi di paga alle sue truppe, e che, passato questo tempo, sarebbero sforzati di ritirarsi; talchè si pensava di non mettersi in campagna che dopo la loro partenza. I due castelli di monte Pulciano e di mont'Alcino ch'eransi posti sotto la protezione de' Fiorentini, trovavansi assediati da Sienesi; ma perchè situati molto al di là di Siena, i Fiorentini non s'attentavano di soccorrerli con una marcia pericolosa. Per determinarli ad avventurarsi nel cuore d'un paese nemico con tutte le loro forze, onde si dovesse poi venire necessariamente ad un fatto d'armi, Farinata intavolò un finto trattato cogli anziani di Firenze, per opera di due frati minori. Scriveva loro che il popolo di Siena era scontento del proprio governo; che i fuorusciti avevano gagliardi motivi di malcontento, e perciò disposti a riacquistare il favore della loro patria, rendendole un importante servigio; ch'essi avevano il modo di consegnare all'armata fiorentina la porta di san Vito a Siena, ma che per riuscire nell'intento dovevasi loro guarentire la ricompensa di dieci mila fiorini, e fare che sotto pretesto di soccorrere mont'Alcino si avanzasse sulle rive dell'Arbia una potente armata. Questa trama si maneggiava da soli due anziani, uomini presontuosi, che avevano in consiglio maggiore influenza di quel che si meritasse la loro incapacità.

I due anziani, poi ch'ebbero ottenuto l'unanime assenso de' loro colleghi, adunarono il consiglio del popolo; e proposero di vettovagliare Montalcino con una più poderosa armata di quella che in primavera di quell'anno era entrata nello stato di Siena. La maggior parte de' gentiluomini guelfi, che nulla sapevano della macchinazione di Farinata, ma che più de' plebei conoscevano l'arte della guerra, s'opposero ad un'intrapresa che risguardavano come imprudentissima. Il conte Guido Guerra, e poi Tegghiajo Aldobrandi rappresentarono come pericolosa cosa fosse l'attraversare lo stato di Siena guardato da un'armata di Tedeschi di cui ne avevano sperimentata la superiorità in altro fatto d'armi, in tempo che sarebbesi potuto vettovagliare Montalcino coll'ajuto degli Orvietani, senza strepito, senza pericolo e con piccola spesa; in oltre doversi sperare dal tempo vantaggiosi cambiamenti. Ma il popolo che diffidava dei nobili, ne rifiutò i prudenti consigli. Uno degli anziani interruppe l'Aldobrandi, villanamente rimproverandolo di non aver coraggio quando si doveva farne uso. Cece dei Gherardini, altro gentiluomo, volle appoggiare l'opinione di Tegghiajo, ma gli anziani gl'imposero silenzio sotto comminatoria dell'ammenda di cento fiorini. Il cavaliere offrì subito il pagamento dell'ammenda per avere il diritto di parlare; fu raddoppiata; indi portata fino a quattrocento fiorini, senza che perciò rinunciasse alla domanda di parlare; ma fu ridotto al silenzio dalla minaccia di pena capitale, se ostinavasi a disubbidire. Intanto il popolo, ciecamente diffidando de' gentiluomini, e ciecamente abbandonandosi ai consigli di magistrati inesperti, ordinò la riunione dell'armata.

Affinchè fosse più poderosa, i Fiorentini chiesero ajuto a tutti i loro alleati; onde i Lucchesi gli mandavano quante forze potevano disporre sia d'infanteria che di cavalleria; e numerosi corpi di truppa arrivarono pure da Bologna, Pistoja, Prato, Samminiato, san Gemignano, Volterra e Colle di val d'Elsa. Le forze proprie de' Fiorentini consistevano in ottocento cavalieri ascritti ai ruoli delle milizie, ed altri cinquecento al loro soldo. Giunti sul territorio di Siena vi trovarono quasi l'intera popolazione d'Arezzo e d'Orvieto; ricevuto il quale ultimo rinforzo, s'innoltrarono fino a Monte aperto, montagnetta situata cinque miglia al levante di Siena, sull'opposta riva dell'Arbia. Colà passarono in revista l'armata, che si trovò forte di tre mila cavalli e trenta mila fanti.

Gli anziani di Firenze aspettavano inquieti che fosse loro data in mano la porta di san Vito, come si faceva loro sperare dai messi che d'ora in ora mandavali Farinata, con segrete istruzioni di sedurre i principali Ghibellini del campo fiorentino. Finalmente questa porta s'aprì tutto ad un tratto[194], uscendone impetuosamente la cavalleria tedesca per caricare i Guelfi, seguita da quella degli emigrati fiorentini, e da quella che avevano potuto adunare i Sienesi, in numero di circa mille ottocento uomini d'armi. Tennero dietro alla cavalleria cinque mila fanti di Siena, tre mila vassalli della campagna, tre mila soldati mandati dalla repubblica di Pisa, e due mila Tedeschi, in tutto tredici mila uomini. Quantunque di numero assai più debole della Fiorentina, quest'armata non era divisa d'opinione come quella de' nemici, dalla quale staccaronsi i Ghibellini diretti dagli Abati e dai Della Pressa per unirsi ai fuorusciti; mentre Bocca degli Abati che stava presso al capitano dei gentiluomini, Jacopo del Vacca de' Pazzi, gli troncò con un colpo di sciabla il braccio con cui portava lo stendardo[195]. Nell'istante in cui scoppia il tradimento, non potendosi conoscere l'estensione del pericolo, l'immaginazione di tutti lo rende più grande; un maresciallo di truppe tedesche, che con quattrocento cavalli aveva girata la collina di Monte aperto, e che in quell'istante di confusione attaccò i Fiorentini alle spalle, raddoppiò il loro terrore. La cavalleria presa da panico timore fuggì a briglia sciolta: faceva più lunga resistenza l'infanteria, ma trovandosi rotta la sua ordinanza, non combatteva dietro un piano generale. Un corpo si chiuse nella rocca di Monte aperto, ma fu ben tosto forzato d'arrendersi a discrezione; i più valorosi eransi adunati intorno al carroccio, i quali coraggiosamente combattendo per difenderlo, rimasero quasi tutti morti o prigionieri; altri finalmente posti sul rovescio del colle, vedendo disfatti i primi due corpi, cercarono salvezza colla fuga. Solamente di Fiorentini furonvi più di due mila cinquecento uomini morti, non essendovi famiglia che non avesse a piangere alcun suo parente: degli ausiliarj i più maltrattati furono quelli d'Arezzo, d'Orvieto e di Lucca; talchè in totale il numero de' morti dell'armata guelfa montò a dieci mila, e più considerabile ancora fu quello de' prigionieri.

Questa disfatta distrusse affatto la potenza del popolo fiorentino; tutta la città quando n'ebbe avviso riempissi di grida di donne che chiedevano i loro mariti, i fratelli, i figliuoli: pure rientrando i fuggitivi l'un dietro l'altro, andavano ripetendo, dice Lionardo Aretino, che non dovevansi piagnere coloro ch'erano morti per la patria in battaglia, ma coloro ch'erano sopravvissuti, perchè i primi avevano terminata gloriosamente la vita, gli altri rimasti ludibrio de' loro nemici. E con queste parole scoraggiarono in modo i loro concittadini, che tutta la parte guelfa risolse d'abbandonare la città, non perchè non fosse fortificata, o mancasse di difensori capaci di tenere molto tempo contro i nemici, ma perchè il tradimento de' Ghibellini alla battaglia d'Arbia faceva temerne di nuovi; tanto più ch'eranvi ancora molti Ghibellini in città, i quali tra la comune costernazione mostravano un'insultante gioja. Un principio di discordia erasi già manifestato tra i plebei del partito guelfo e la nobiltà, la quale disapprovava l'imprudente spedizione nello stato di Siena, e la ruina dell'armata. Mentre i ricchi borghesi che avevano abbracciato con zelo il partito guelfo, mostrarono la propria ambizione, e s'abbandonarono alla loro gelosia contro i gentiluomini della stessa fazione, il basso popolo, straniero al governo, vedeva con indifferenza la tornata dei Ghibellini; i quali altronde erano pure loro concittadini, la di cui vittoria non disonorava la gloria nazionale, sicchè non dovevasi, per respingerli, esporre la patria a nuovi pericoli.

I capi dello stato erano informati di tali sentimenti del popolo, e tutti i più distinti cittadini del partito guelfo nobili e popolari il 13 settembre, nove giorni dopo la disfatta, uscirono di città colle loro donne e figli. Alcuni ripararonsi a Bologna, ma i più andarono a Lucca, ove fu loro dato il quartiere di san Friano, ed il portico che circonda la chiesa di questo nome. Ritiraronsi egualmente a Lucca i Guelfi di Prato, di Pistoja, di Volterra, di san Gemignano, e di tutte le città e terre di Toscana, tranne quelli d'Arezzo, cosicchè Lucca rimase sola costantemente il propugnacolo di tutto il partito guelfo.

Poi ch'ebbero diviso il bottino fatto sull'Arbia, i Sienesi presero a sottomettere alcune fortezze limitrofe del territorio fiorentino, mentre i fuorusciti ghibellini di Firenze avanzavansi verso la loro patria sotto la condotta del conte Guido Novello, uno de' signori di Casentino, della medesima famiglia del conte Guido Guerra, ma di opposto partito[196]. Avevano pure con loro il conte Giordano d'Anglone ed i cavalli tedeschi che il re Manfredi aveva loro accordati. Quest'armata ghibellina giunse in faccia a Firenze il 27 settembre e fu ricevuta senza opporle resistenza. I Ghibellini, postisi alla festa del governo, abolirono tutte le leggi fatte da dieci anni in poi, per accrescere l'autorità del popolo; e la repubblica fiorentina, benchè assoggettata al governo de' nobili, rimase però sotto la protezione di Manfredi, cui tutti i cittadini furono tenuti di giurare fedeltà. Il conte Guido Novello fu nominato per due anni podestà di Firenze, ed i soldati tedeschi del conte Giordano si pagarono colle entrate della città.

Intanto si adunò ad Empoli una dieta delle città ghibelline toscane per trattare dell'amministrazione futura di questa provincia, e dei mezzi di consolidare il partito ghibellino e l'autorità di Manfredi. Gli uomini più distinti di ogni città vi si recarono con tutti que' gentiluomini che avevano qualche dominio territoriale. Il conte Giordano aprì la dieta colla lettura degli ordini che aveva ricevuti dal suo signore: e perchè era richiamato nel regno colle truppe tedesche, invitava i Ghibellini a provvedere alla propria sicurezza, onde non avessero a soffrire qualche sinistro, in tempo della sua assenza.

Approfittando delle parole del conte, i deputati di Pisa e di Siena dichiararono che non sapevano vedere alcun mezzo di assicurare la fazione ghibellina, gl'interessi di Manfredi, e quelli della loro patria, finchè lasciavasi sussistere Firenze, città ricca e popolata, la di cui ambizione era ancora più grande delle sue forze, la quale, essendosi risguardata lungo tempo come la capitale de' Guelfi di Toscana, non cesserebbe giammai di favorire quel partito; che tutto il popolo era affezionato ai Guelfi, ed aveva approfittato della morte di Federico per attaccare i Ghibellini all'impensata; che sarebbe certamente pronto a fare lo stesso, qualora se gli presentasse l'opportunità di farlo; che perciò la salute della parte ghibellina era attaccata all'intera ruina di Firenze, alla demolizione delle sue mura ove riparavansi i loro nemici, alla dispersione di quel popolo che adunava forze e ricchezze per vendicarsi un giorno del presente disastro. I deputati delle città più deboli e delle terre che Firenze aveva quasi affatto ridotte in suo dominio, sotto apparenza di proteggerle, appoggiarono la domanda dei Pisani e dei Sienesi; come pure fecero molti de' gentiluomini fiorentini i quali desideravano di ricuperare l'indipendenza di cui i loro antenati godevano nelle loro fortezze, e rompere ogni legame colle città.

Allora alzossi Farinata degli Uberti[197]: «Io non ho stimato mai, diss'egli, con voce concitata, che dopo la battaglia dell'Arbia, e dopo una tanta e sì rilevata vittoria, m'avesse a dolere d'essere rimasto in vita; ora grandemente mi doglio ch'io non sono morto nella battaglia. E veramente non è cosa alcuna umana che si possa dire stabile o ferma, e molte volte accade che quello che noi crediamo essere giocondo, è di poi molesto e pieno di dolore ed angustia. E non è abbastanza il vincere nella battaglia; ma molto più importa in compagnia di chi tu vinci. L'ingiuria più pazientemente dell'avversario, che del compagno e collegato, si sopporta. Questa doglianza non fo al presente perchè io tema della rovina della mia patria, perciò che in qualunque modo la cosa passi, mentre che io sarò vivo, non sarà distrutta. Ma bene mi lamento e con grande indegnazione mi dolgo delle sentenze di coloro che hanno parlato innanzi a me. E pare appunto che noi ci siamo raunati in questo luogo per consultar se la città di Firenze si debba disfare, o lasciarla in quella condizione che ella si trova, e non a fine di pensare in che modo insieme con l'altre si possa mantenere nello stato della parte amica. Io non ho apparato l'arte oratoria, nè gli ornamenti del parlare, come coloro che hanno detto innanzi a me; ma secondo il volgare proverbio, io parlo come io so, ed apertamente dico quello che io ho nell'animo. E pertanto io affermo che non solamente la città mia, ma ancora me ed i miei cittadini riputerei troppo miseri ed abbietti, se a voi stesse il disfare, o non disfare la nostra patria. E certamente voi non lo potete fare, e non è posto in vostro arbitrio, perciò che noi con ragioni uguali siamo venuti nella vostra lega e nella vostra confederazione, non per disfare le città ma per conservarle. Le vostre sentenze non so dunque se sono da essere riputate, o più vane o più crudeli, ma e' si può dire e l'uno e l'altro: conciossiacosachè confortino prima quello che non è posto in vostro arbitrio, appresso non dimostrano altro che una somma crudeltà, ed uno acerbissimo odio verso i vostri collegati. E pareva cosa più tollerabile, essendo tutti convocati per la salute comune, por da parte gli odj, e le inimicizie antiche, e non cercare sotto questo colore la destruzion d'altri. Ma egli interviene che chi consiglia con odio, sempre consiglia male, e chi desidera di nuocere al compagno non cerca l'utilità comune. Io vorrei domandare, voi, chi è quello che avete in odio? S'egli è la terra di Firenze, vorrei sapere che hanno fatte le case e le mura? Se sono gli uomini, vorrei sapere se sono gli usciti, o noi che vi siamo dentro? Se siamo noi certamente questo errore è nostro, che ci siamo intesi coi nemici, stimando che fossero amici e collegati. Ma la vostra è ben grande iniquità che fingete d'essere amici, e fate con noi confederazione, e d'altra parte avete gli animi de' nemici. Se gli usciti sono quelli che più tosto che noi avete ad odio, perchè cagione perseguitate voi la terra, e le mura, che sono contra loro e per loro offesa, e non difesa? E per tanto ogni volta che voi pensate della distruzione di quella, non contra ai vostri nemici, ma contra ai vostri confederati tornano questi vostri pensieri. Voi potreste dire, Firenze è capo della parte guelfa. Si risponde, ch'ella era quando essi tenevano la città, ma ora ch'ella si tiene per noi quale è la cagione ch'ella si dice essere più della parte de' Guelfi, che de' Ghibellini? perciò che le mura e le torri sono secondo gli abitatori di quelle. Ancora mi potrebbe essere detto, il popolo e la moltitudine tiene con la parte contraria. A questo si risponde che nella battaglia fatta di prossimo al fiume dell'Arbia, si vide per esperienza, che buona parte de' cittadini si fuggì dal canto nostro. D'onde si dimostra che il popolo più tosto con noi tiene, che coi nostri avversarj. Appresso facilmente si può giudicare che gli avversarj nostri abbandonando di loro propria volontà la città di Firenze non si rifidavano nel popolo di dentro, che era fautore della parte nostra. Ma diciamo che la moltitudine che tiene con la parte nostra per le ragioni assegnate ci sia a sospetto, noi ch'abbiamo vinto non meritiamo essere a sospetto o ributtati. E voi avete trovato per rimedio che la nostra città, la quale non è inferiore ad alcun altra di Toscana, per questo sospetto sia disfatta? Chi è quello che dia un consiglio di questa qualità? Chi è quello che abbia ardire un odio concepito nell'animo con la voce sì aperta di mostrare? E pare a voi cosa conveniente che le vostre città si conservino, e la nostra sia distrutta? e voi vi ritorniate con grande prosperità nelle vostre patrie, e noi che insieme abbiamo acquistata la vittoria, in scambio del nostro esiglio ci sia restituito o retribuito la destruzione della nostra patria, più acerba e più dolente che la cacciata nostra? Ma è alcun di voi che mi reputi tanto vile, che io abbia a restar paziente, non dico a vedere questo, ma solamente ad udirlo? Se io ho portate l'armi, e perseguitati i miei nemici, da altra parte io ho sempre amata la mia patria. E non patirò mai che quella che gli avversarj conservarono, sia per me distrutta, nè consentirò che i secoli futuri abbiano a chiamare i nostri avversarj conservatori, e me distruttore della patria. Non sarebbe cosa alcuna di maggiore infamia che questa, nè cosa più vile, che per paura che non sia ricetto de' nemici disfare la terra tua. Ma che vo io multiplicando in parole? Finalmente esca di me una voce degna. Io dico, che se del numero de' Fiorentini non fossi se non io solo, non patirò mai che la mia patria sia disfatta, e se mille volte bisognasse morir per questo, mille volte sono apparecchiato alla morte.»

Avendo fatto fine al parlar suo, subito uscì di consiglio, ed era tanta l'autorità del Farinata, che mosse gli animi di tutti gli uditori, e massimamente perchè era cosa manifesta che nella parte ghibellina non v'era uomo più eccellente e di più riputazione, e dubitavano tutti che questo sdegno ch'egli aveva preso, non avesse a fare grandissimo danno alla causa comune. E per tanto fu prestamente sopito questo ragionamento di distruggere Firenze; e non si parlò d'altro che di placare l'indegnazione di questo virtuoso cittadino; al quale oggetto gli furono mandati i più riputati personaggi del suo partito, per ricondurlo nell'assemblea, e quando rientrò, tutti i principali Ghibellini, rinunciando ad ogni spirito di discordia, non trattarono d'altro che di consolidare la loro fazione in Toscana con mezzi di comune aggradimento. Convennero di assoldare a carico della lega ghibellina di tutta Toscana mille uomini d'armi, i quali sarebbero sotto il comando del conte Guido Novello, oltre quelli che ogni città manterrebbe per proprio conto.

Questi sono precisamente i tempi eroici della storia della moderna Italia, i quali rimarranno sempre uniti alle memorie poetiche. Dante il suo maggior poeta ed il più elevato ingegno nacque cinque anni dopo la rotta d'Arbia, e fissò l'epoca della sua discesa all'inferno quarant'anni dopo. La generazione de' suoi padri è quella ch'egli incontra nel mondo di là, ed alla quale accorda lode o biasimo. Abbiamo detto che Bocca degli Abati, il traditore che atterrò la bandiera fiorentina, fu uno di coloro ch'egli vide attuffati presso al conte Ugolino negli eterni ghiacci dell'ultimo cerchio dell'inferno. Trovò pure nell'inferno Farinata, che il suo attaccamento alla casa di Svevia, l'inimicizia dei papi, ed il disprezzo delle loro scomuniche, avevano fatto colpevole d'eresia. In un vasto piano che vomitava fiamme in ogni lato, innalzavansi qua e là de' sepolcri, a guisa di orribili caldaje fatte rosse da perpetuo fuoco: erano aperte, ma il coperchio che doveva chiuderle stava sospeso sopra di loro, e da quelle arche infernali uscivano spaventose grida e sospiri.

O Tosco, che per la città del foco

Vivo ten' vai così parlando onesto,

Piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto

Di quella nobil patria natío

Alla qual forse fui troppo molesto.

Subitamente questo suono uscío

D'una dell'arche; però m'accostai,

Temendo, un poco più al duca mio.

Ed ei mi disse: volgiti, che fai?

Vedi là Farinata che s'è dritto:

Dalla cintola in su tutto 'l vedrai.

Io aveva già 'l mio viso nel suo fitto,

Ed ei s'ergea col petto e con la fronte,

Come avesse lo 'nferno in gran dispitto:

E l'animose man del duca e pronte

Mi pinser tra le sepolture a lui,

Dicendo: le parole tue sien conte.

Tosto che al piè della sua tomba fui,

Guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,

Mi domandò: chi fur li maggior tui?

Io ch'era d'ubbidir desideroso,

Non gliel celai, ma tutto gliele apersi:

Ond'ei levò le ciglia un poco in soso;

Poi disse: fieramente furo avversi

A me ed a' miei primi ed a mia parte,

Sì che per duo fïate li dispersi.

S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogni parte,

Rispos'io lui, e l'una e l'altra fiata:

Ma i vostri non appreser ben quell'arte.

............

E se continuando al primo detto,

Egli han quell'arte, disse, male appresa,

Ciò mi tormenta più che questo letto.

Ma non cinquanta volte fia raccesa

La faccia della donna che qui regge,

Che tu saprai quanto quell'arte pesa:

E se tu mai nel dolce mondo regge,

Dimmi perchè quel popolo è sì empio

Incontr'a' miei in ciascuna sua legge?[198]

Ond'io a lui: lo strazio, e 'l grande scempio,

Che fece l'Arbia colorata in rosso,

Tale orazion fa far nel nostro tempio.

Poi ch'ebbe sospirando il capo scosso,

A ciò non fu' io sol, disse, nè certo

Senza cagion sarei con gli altri mosso:

Ma fu io sol colà, dove sofferto

Fu per ognun di torre via Firenze,

Colui che la difesi a viso aperto[199].