CAPITOLO XX.

Decadimento e servitù delle repubbliche lombarde. — Rivoluzioni nelle repubbliche marittime. — Loro rivalità. — Costantinopoli ritolta dai Greci ai Veneziani ed ai Francesi.

1250 = 1264.

Ne' primi tempi abbracciati da questa storia le repubbliche lombarde richiamavano la nostra attenzione più che tutte le altre città d'Italia. In queste solamente l'amore di libertà produceva quell'eroico coraggio che fa sprezzare i pericoli e la vita per la difesa e per la gloria della patria. Nella lunga lotta ch'ebbero a sostenere con Federico Barbarossa, abbiamo veduto rinnovarsi quelle virtù che altra volta illustravano la Grecia, e malgrado la barbarie del dodicesimo secolo abbiamo trovato presso i loro scrittori racconti abbastanza circostanziati per formarci un'adequata idea del loro carattere, e per interessare vivamente il nostro cuore ne' loro infelici o prosperi avvenimenti. Ma quest'epoca gloriosa fu di breve durata; e già in sul cominciare del tredicesimo secolo abbiamo veduto languire quel nobile eroismo del secolo precedente; e siamo omai giunti all'epoca in cui mancò. Nello spazio di tempo che comprende questo capitolo, i signori della Torre e Pelavicino stesero il loro dominio sopra quasi tutte le città della Lombardia, nelle quali l'amore di libertà era venuto meno anche prima che cadessero sotto la loro tirannia.

Noi non abbiamo preso a scrivere che la storia dei popoli liberi d'Italia; e di mano in mano che c'innoltriamo a traverso de' secoli, ogni generazione ne rapisce alcuna delle nazioni che appartenevano al nostro argomento. In tal maniera il vento che volge le onde d'arena della Libia, le spinge lentamente sopra l'Egitto; di già l'ardente sabbia copre campagne altra volta fertilissime; assedia Alessandria, si spinge avanti la popolazione, le arti, la cultura, e ristringe ogni anno i confini della terra abitabile in quel paese che fu inaddietro il giardino dell'universo.

Rintracceremo in questo capitolo le cagioni del decadimento delle repubbliche lombarde, e le circostanze della loro oppressione. Dovremo peraltro accennare ancora alcuni tentativi fatti più tardi per sottrarsi alla servitù; ma siamo giunti ormai al termine del lavoro impostoci a loro riguardo. Dovremo bensì parlare dei signori della Torre, Visconti e della Scala; ma solamente come di principi nemici, le cui pratiche possono recar danno alle repubbliche, non appartenendo essi più alla nostra storia che per gl'immediati rapporti colla medesima. Il principale difetto del soggetto che abbiamo preso a trattare, quello che dissuase dall'intrapresa altri di noi più abili scrittori, è questa mancanza d'unità, la quale incomincia di già a scemare, e finalmente cesserà affatto. Nel rimanente di questo secolo più non dovremo occuparci che d'un solo corpo di repubbliche, talora divise e talvolta riunite dagli stessi interessi. Giunti al seguente secolo, troveremo questo corpo composto di minore numero di membra, ed invece d'essere costretti a valerci di qualche artificio per dare unità alla storia di cinque o sei potenti repubbliche, non potremo, anche volendolo, separarle interamente.

Pare che due principali cagioni concorressero a mutare la forma del governo nelle città lombarde; l'interna discordia tra la nobiltà ed il popolo, che in queste città privava i cittadini d'ogni sicurezza e forse d'ogni libertà, ed il cambiamento della militare disciplina, che accrebbe a dismisura il potere de' capitani degli uomini d'armi. La prima di queste cause privava il popolo della volontà, l'altra della forza di difendere i suoi diritti.

Niuna delle repubbliche italiane ebbe una costituzione che meriti d'essere proposta come modello. Le due più perfette sono l'aristocrazia di Venezia e la democrazia di Firenze, sebbene in ambedue la libertà di tutti non si trovasse legata colla sicurezza individuale. Della quale unione sembra che nè pure si prendessero pensiere gli autori delle bizzarre ed incoerenti costituzioni di Milano e delle altre città lombarde; e l'ordine sociale non aveva alcun solido fondamento.

Le passioni più impetuose nel tredicesimo secolo di quel che lo siano nella età nostra, erano cagione di più frequenti delitti, e la moltiplicità degli stati indipendenti agevolava ai colpevoli la fuga: onde l'amministrazione della giustizia criminale occupava più di tutt'altro oggetto, e quasi esclusivamente, il governo. Il desiderio di comandare non tardò peraltro ad unirsi al bisogno di reprimere i delinquenti, e si crearono nuove magistrature, meno per assicurare la felicità della nazione, che per soddisfare all'ambizione d'un maggior numero di individui.

I delitti de' particolari moltiplicarono le particolari inimicizie delle famiglie, come l'elezione de' magistrati fu causa della costante gelosia fra gli ordini dello stato. I delinquenti puniti dalle leggi nel presente secolo appartengono quasi tutti alle ultime classi della società, onde i loro delitti sono veramente personali, ed i loro congiunti non hanno nè volontà, nè forza di difenderli viventi o di vendicarli estinti. Per lo contrario nel tredicesimo secolo v'erano tanti delinquenti tra i grandi come tra i plebei. Questo cambiamento ne' nostri costumi, agevolò la maniera di governare le nazioni; sotto altri rispetti non abbiamo motivo di potercene molto gloriare. I frequenti omicidj ricordati dalle storie, non erano assassinj, ma conseguenze delle private guerre: al presente i tribunali non si occupano dei duelli, che sono per noi la forma regolare[200] delle guerre private, e l'omicidio usato dalle persone di rango. Gl'intrighi amorosi terminavansi altra volta con un ratto, oggi colla seduzione; la colpa è forse la medesima, ma la seconda sfugge alla sopravveglianza delle leggi. Uomini avidi ed ingiusti appropriavansi colla violenza le altrui fortune, oggi coi fraudolenti fallimenti. Altravolta commettevansi i delitti allo scoperto, oggi celatamente. I parenti e gli amici, senza avere avuto parte al delitto, non rimanevano stranieri o alla difesa del colpevole, o alla vendetta dell'offeso: quindi la pubblica autorità era sempre chiamata a spiegare tutta la sua energia per reprimere delitti che ponevano in pericolo lo stato, e per assicurarsi di delinquenti protetti da potenti alleati.

I podestà, cui era confidata la giurisdizione criminale, furono perciò rivestiti del più assoluto potere; sì che pareva che, rispetto a loro, non si avesse timore di renderli troppo forti con pericolo della libertà, ma bensì di lasciarli troppo deboli per mantenere l'interna tranquillità. Si avvezzarono i popoli a chiamarli signori e padroni, onde tra questi ed i tiranni non rimaneva altra diversità che quella della durata della loro dominazione.

Frattanto nuove cagioni d'anarchia si andavano ogni giorno aggiungendo alle antiche: abbiamo osservato quanto fossero profondamente radicate negli animi italiani, quanto sangue avevano fatto versare, quante ricchezze sovvertite avessero le fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini. Il desiderio della vendetta si andava moltiplicando colle sventure, e rendendo più difficile la pace.

La nobiltà aspirando ad avere le prime parti nel governo della patria, erasi appropriati tutti gl'impieghi civili e militari, e quasi tutti gli ecclesiastici. I consoli, gli anziani, i consiglieri, gli ambasciatori, i comandanti delle porte, i capitani delle milizie, i canonici delle cattedrali, erano tutti gentiluomini; e questi erano tanto gelosi di non associarsi nelle cariche i plebei, che, avendo a vicenda risvegliata la gelosia degli ultimi, diedero origine nelle città lombarde a quelle frequenti guerre civili che avevano per oggetto di costringere i nobili a dividere colla plebe tutte le pubbliche incumbenze. La pace di sant'Ambrogio a Milano accordava ai plebei la metà delle cariche, dalle funzioni d'ambasciatore fino a quelle di trombettiere del comune[201].

Indipendentemente dalla gelosia eccitata dalla distribuzione delle pubbliche cariche, i nobili erano inoltre esosi alla plebe, perchè sembrava che fossero essi soli cagione di tutte le pubbliche calamità. Le rivalità de' nobili facevano ogni giorno versare il sangue de' cittadini; le fazioni guelfe e ghibelline erano diventate pei primi contese di famiglia; ed anche le guerre esterne tra una ed altra repubblica potevano talvolta sembrare un risultato delle loro violenze e del loro impeto inconsiderato. Era universale opinione, e si andava pubblicamente dicendo che senza i nobili l'Italia goderebbe d'una imperturbata pace; quasi che le passioni cui si abbandonavano, fossero attaccate alla loro nascita, non alle loro funzioni ed all'esercizio del potere. Il popolo stanco di soffrire tanti mali, di cui dava la colpa alla sola nobiltà, si moveva di quando in quando alla vendetta sempre estrema nel primo empito della passione; impugnava le armi contro i nobili, gli esiliava, li perseguitava, li faceva perire sopra un palco: allora gli abitanti della campagna si rivoltavano contro la città; le terre ove abitavano i gentiluomini prendevano le armi contro la metropoli, ed il disordine e la pubblica ruina giugnevano all'estremo.

Il numero degl'individui ond'erano composte le famiglie, e quel legame che le univa in separato corpo, formavano in gran parte la potenza de' nobili. Quando l'autorità pubblica è debole si sente il bisogno di accrescere la forza individuale con parziali società. Un'intera famiglia era sempre apparecchiata a salvare, a difendere, a vendicare qualunque de' suoi individui. Lo stesso nome, lo stesso sangue, l'onore della classe, erano bastanti motivi per riunire i più lontani parenti, e perchè mettessero a rischio la vita e le fortune loro per la salvezza o la vendetta d'un solo individuo. D'altra parte i plebei cercarono d'acquistare la stessa specie di forza; ed in cambio dei legami della natura, ne formarono d'artificiali, contraendo fraternità che, senz'essere unite dal sangue, presero spesse volte il nome di famiglia. Sembra che in Milano vi fossero molte di tali fraternità plebee, tutte figlie di due potenti società chiamate la Motta e la Credenza. Quelle associazioni che in sul finire del precedente secolo ebbero in Francia il nome di clubs, erano per molti capi simili alle fraternità delle repubbliche italiane, le quali formavano uno stato nello stato, nominavano magistrati per sopravegliare quelli della repubblica, assoggettavano a disamina gli affari nazionali, e si arrogavano le prerogative della sovranità senza che la costituzione ne attribuisse loro il diritto.

Furono appunto queste fraternità milanesi che, dandosi un capo perpetuo, innalzarono le prime un potere monarchico nello stato, e distrussero la repubblica. Ma prima di riferire più circostanziatamente questo avvenimento che mutò i destini di quasi tutta la Lombardia, conviene dare un'occhiata ai cambiamenti operatisi nella disciplina militare, da noi poc'anzi indicati come una delle cause dello stabilimento della tirannide.

Gli Arabi e gli Ungari che guastarono l'Italia nel decimo secolo, combattevano a cavallo, armati alla leggera; ma la principale forza de' Franchi e de' Tedeschi nello stesso secolo e ne' due susseguenti, stava ancora nell'infanteria. Le armate di Federico Barbarossa erano in gran parte formate di pedoni; ed i nobili che combattevano a cavallo, non erano però coperti di quella pesante armatura, nè accostumati ancora a quella ordinanza ferma, inalterabile, che formò il carattere della cavalleria dal tredicesimo fino al quindicesimo secolo. I cittadini delle città italiane potevano combattere con eguale vantaggio tanto contro la cavalleria leggera, come contro l'infanteria tedesca; e sembra che, come questi ultimi, avessero per armi difensive uno scudo, un caschetto, cosciali e bracciali, che loro coprivano parte del corpo davanti, e per tutt'armi d'offesa una larga spada tagliente. Soltanto alcuni corpi privilegiati avevano inoltre alabarde e balestre; ma l'infanteria non portò mai, come quella de' Romani, quel pesante e terribile pilum che una mano inesperta non avrebbe saputo lanciare.

Queste armi appropriate ai borghesi che non dovevano vivere continuamente sotto le insegne, proporzionate al coraggio ed alla fisica costituzione di corpi mantenuti robusti dalla temperanza e, dagli esercizj faticosi, dovevano farli capaci di tener testa alle truppe migliori allora conosciute; e ne diedero luminose prove nella prima guerra lombarda.

Trovavasi per altro anche a que' tempi nelle armate imperiali una qualità di truppe di cui bastava perfezionare l'armatura perchè l'infanteria non le potesse più star a fronte, e questi erano gli uomini d'arme. Il cavaliere era tutto vestito di ferro, ed in parte n'era coperto anche il cavallo, onde affrontava impunemente le frecce degli arcieri, e con una lunga e grossa lancia feriva i pedoni e li teneva in modo lontani, che non potevano offenderlo colla spada. Tali armature non abbisognavano d'alcun cambiamento, ma soltanto di renderne più forte ogni parte; dovevasi far più densa la corazza, più pesante il caschetto, lo scudo più impenetrabile, più lunga la lancia e più soda; bisognava che il ferro o il rame onde l'uomo era coperto, non lasciassero veruna giuntura, verun lato debole per cui la morte potesse aprirsi una strada; bisognava che il cavaliere soggiacesse ad un continuato esercizio per avvezzarsi al faticoso peso delle armi; bisognava trovare, o far nascere una più robusta razza di cavalli e più coraggiosa per portare così enorme peso, e galoppare in tempo della battaglia a seconda dei casi. Tale perfezionamento dell'armatura cavalleresca si operò lentamente dai gentiluomini. Mentre i plebei occupavansi delle cose del commercio e delle arti, e perdevano ogni giorno l'antica forza e l'abitudine alla guerra, i nobili non avevano nelle loro fortezze altra occupazione, altro divertimento che quello dell'armeggiare, esercitandosi in tutto ciò che poteva dare maggiore forza ed arrendevolezza alle membra; a ciò tendevano tutti i loro giuochi, i loro tornei: vivevano tra i loro cavalli ed avevano la stessa cura per l'educazione del loro destriero, come per l'educazione de' loro figliuoli. Questo destriero destinato per la battaglia non veniva adoperato in tutt'altre circostanze; anche nel campo il cavaliere adoperava il palafreno fino all'istante in cui doveva entrare in battaglia. Il cavallo e l'uomo resi forti dall'esercizio delle loro forze, furono capaci di sforzi superiori a quanto possiamo immaginare. L'armatura, il cavaliere ed il cavallo s'andarono facendo sempre più forti fino alla fine del quindicesimo secolo, quando l'abituale uso dell'artiglieria rese inutile questa cavalleria perfezionata con tante cure. Nel quindicesimo secolo l'armatura era tanto pesante che un cavaliere abbattuto non poteva rialzarsi da sè medesimo.

Quando il cavaliere si trovò coperto di una corazza impenetrabile alla freccia dell'arciere ed alla spada del pedone, l'infanteria delle città trovossi affatto incapace di sostenere l'urto della cavalleria. I cavalieri stretti in ordine di battaglia, abbassavano le loro lance e rompevano le file attraversandole di galoppo senza che niente potesse fermarli, e senza esporsi a verun pericolo. L'infanteria romana avrebbe, non v'ha dubbio, resistito a sì grand'urto, lanciando il pilum alla testa de' cavalli nell'istante opportuno di abbatterne molti e gettare il disordine tra le file: l'infanteria svizzera, ancora meglio ordinata sotto questo rapporto, oppose più tardi all'urto della cavalleria una selva d'immobili lance, contro le quali gli squadroni andavano a rompersi: ma le nazioni europee s'avvidero troppo tardi di questa maniera di combattere; onde dalla Norvegia fino all'estremità dell'Italia la cavalleria ebbe in ogni luogo tanta superiorità sulla fanteria, che si terminò col non farne più verun conto, credendosi affatto inutile nelle battaglie.

Per una strana rivoluzione la forza militare si trovò dunque tutta in mano della nobiltà, ed i pochi furono infinitamente più forti dei molti. Prima dell'invenzione delle armi da fuoco, e quando i soldati si battevano corpo a corpo, il numero delle truppe influiva assai meno che al presente sull'esito delle battaglie; perchè non eranvi che coloro i quali venivano a fronte l'uno dell'altro che potessero combattere. Quattro in cinquecento cavalieri gettavansi arditamente in mezzo a dieci mila pedoni, perchè al più potevano combattere ad un istesso tempo contro dei cinquecento cavalieri mille fanti, e gli altri nove mila dovevano rimanere inutili spettatori del combattimento finchè venisse la volta loro subentrando ai primi: e più volte accadeva che un piccolo corpo di cavalieri rompesse una colonna di parecchie migliaja di pedoni senza che un solo cadesse di cavallo. Non era dunque rigorosamente parlando una pugna ma un massacro, non trovando resistenza che in altro corpo di cavalieri egualmente armati, i quali urtandoli con eguale impeto e con eguali lance, potevano coglierli ed abbatterli. Se le lance si rompevano, i cavalieri combattevano colla spada o colla sciabla: talvolta riusciva loro di trovare la connessura delle corazze, o il difetto dello scudo; ma il più delle volte la battaglia terminavasi senza che morisse alcun cavaliere; e come si legge ne' romanzi di cavalleria, la sciabla picchiava sul capo del cavalier nemico, e lo stordiva senza però aprir l'elmo ond'era coperto.

Questo prodigioso vantaggio che i nobili avevano acquistato sul popolo nelle battaglie, doveva accrescerne l'odio e la gelosia. Ma i gentiluomini non potevano nelle città conservare la loro superiorità, come in campagna, perchè quando vi scoppiava una rivoluzione gli steccati, o serragli, chiudendo tutte le strade, impedivano che i cavalli passassero, mentre le milizie assediavano le case de' nemici, o afforzavano le proprie. I gentiluomini erano dunque cacciati facilmente dalle città; ma giunti in campagna, riprendevano la perduta superiorità, ed il popolo non ardiva d'inseguirli.

Poichè i cittadini cessarono d'essere tutti soldati o almeno soldati utili, le città dovettero assoldare degli uomini d'arme per non restare in balìa de' loro gentiluomini, e per tal modo la loro difesa fu affidata a mercenarie braccia. Troviamo i primi esempi di cavalleria assoldata dalle città nella guerra contro Ezelino, verso la metà del tredicesimo secolo, e l'uso si rese ben tosto generale in tutta l'Italia. Per non essere vittima del primo inventore, i popoli sono forzati di adottare all'istante i nuovi mezzi di attacco e di difesa, di cui un solo fa utile uso.

Siccome gli uomini d'armi riconoscevano dalla loro educazione la forza necessaria per combattere sotto il peso dell'armatura, i soli gentiluomini fecero lungo tempo la guerra a cavallo, e solamente fra loro si potevano trovare uomini d'armi. Vedremo in appresso, che i grossi stipendj che si offrivano ai cavalieri, furono cagione che molti uomini d'ogni classe si dedicassero fino dalla fanciullezza a questo mestiere; e che questi nuovi mercenarj, capitanati da gente, com'essi, senz'onore e senza patria, formarono quelle bande di condottieri che nel susseguente secolo ebbero tanta parte nelle rivoluzioni delle repubbliche italiane. Nel tredicesimo secolo i soldati a cavallo, essendo tutti gentiluomini, non soffrivano di militare che sotto capi di un rango superiore; giacchè (tale è la stravaganza del punto d'onore) erano ben disposti a vendere il proprio sangue, non però le vane loro pretensioni.

I fuorusciti furono probabilmente i primi che si accontentassero di ricevere un soldo straniero, servendo ad una causa cui non erano altrimenti interessati. Perdute improvvisamente tutte le loro ricchezze, e non sapendo accomodarsi a meno agiato vivere, risguardarono il mestiere della guerra come il più nobile di quanti potevano esercitarne. Gli emigrati ghibellini di Firenze formarono una piccola armata mercenaria sotto il comando del conte Guido Novello, mentre i Guelfi capitanati dal conte Guido Guerra furono al soldo di potentati stranieri nelle guerre di Parma e di Sicilia. Alcuni feudatarj che intrattenevano alle piccole loro corti più gentiluomini che non potevano, cercarono di supplire colla guerra alle sottili entrate de' loro feudi. I marchesi Lancia e Pelavicino furono un dopo l'altro al soldo dei Milanesi ora con cinquecento, ora con mille cavalli. E non solamente chiedevano il pagamento della loro bravura, ma ancora della nobiltà, volendo oltre il danaro onorifici titoli che soddisfacessero l'ambizione loro, com'era quello di capitano generale, ed anche di signore della repubblica.

Mentre in tal guisa si esacerbavano i partiti, ed a dismisura crescevano i disordini dell'anarchia, fu veduto nascere fuori dello stato un potere militare, afforzarsi, confondersi coi poteri civili, e minacciare la libertà. Milano, la più potente delle repubbliche lombarde, fu la prima di questa provincia a piegare sotto il giogo del dispotismo, seco ben tosto strascinando nella sua caduta tutte le altre.

«Dopo la morte dell'imperatore, dice Galvano Fiamma[202], godendo Milano al di fuori perfetta pace, nacque ne' cittadini l'ambizione di dominare, che fu cagione di crudelissime guerre». I nobili da un lato, dall'altro il popolo, ossia la confraternita della credenza, scelsero per loro capi due cittadini, che chiamarono podestà; titolo accordato soltanto al capo della repubblica, il quale, oltre l'essere sempre forestiere, non rimaneva in carica che un anno, e le di cui prerogative, quantunque assai ampie, erano però dalle leggi circoscritte[203]. Per lo contrario il podestà de' nobili, Paolo di Soresina, e quello del popolo, Martino della Torre, avevano un illimitato e perpetuo potere perchè non se ne conoscevano nè gli attributi nè la durata.

Martino della Torre era nipote, o, come altri vogliono, fratello di quel Pagano della Torre, signore della Valsassina, che aveva con tanta generosità soccorsi i Milanesi dopo la rotta di Cortenova[204]. Dopo tale epoca, quella famiglia era diventata al popolo assai cara, sospetta alla nobiltà; e Pagano, finchè visse, fu risguardato come il difensore ed il tribuno della plebe. Egli conosceva l'arte di affezionarsi il popolo, lusingandone le passioni; e quella di rendersi necessario, esacerbando gli animi de' plebei contro la nobiltà. Martino aveva tutti i talenti di un capo di partito, e maggiori virtù di quasi tutti gli usurpatori. Quando si vide capo dello stato, e quasi assoluto signore, salvò i suoi nemici, che i tribunali avevano condannati alla morte come convinti d'avere cospirato contro lo stato, dichiarando che, siccome non aveva mai saputo dar la vita ad un uomo, così non priverebbe mai di vita un altr'uomo[205].

Sembra che il capo de' gentiluomini, Paolo di Soresina, non avesse un carattere così deciso: sempre disposto a riconciliarsi colla fazione nemica, non ebbe difficoltà di maritare sua sorella con Martino della Torre, rendendosi egualmente sospetto alle due fazioni. Ma il vero capo della nobiltà era l'arcivescovo frate Leone da Perego. Probabilmente questo accorto prelato, non osando di mostrarsi armato alla testa d'una fazione, aveva egli stesso suggerito di fare in apparenza capo dei nobili un uomo senza energia, onde poterlo dominare a sua voglia.

L'attentato di un gentiluomo che uccise un suo creditore, perchè lo stringeva al pagamento, pose le armi in mano ai due partiti. Dopo avere spianata fino ai fondamenti la casa dell'uccisore, il popolo scacciò tutti gli altri nobili dalla città; i quali nel mese di giugno del 1257 si adunarono intorno all'arcivescovo, e, soccorsi dai Comaschi loro alleati, presero i castelli del Seprio, della Martesana, di Fagnano, di Varese ed altre importanti terre. Il popolo sotto il comando di Martino della Torre trasse fuori di città il carroccio per ridurre al dovere i gentiluomini; ma in molte scaramucce rimase perdente; e quando tutto si apparecchiava per una battaglia generale, s'interposero gli ambasciatori delle città vicine, e persuasero le due fazioni a sottoscrivere una pace, in forza della quale i nobili tornarono in città. Il solo arcivescovo non potè approfittarne, e morì poco dopo in Legnano, lasciando la sua fazione senza capo[206].

Non si tardò a vedere che questo trattato tra il popolo ed i nobili non aveva chiaramente fissati i diritti degli uni e degli altri, e convenne di prevenire la discordia, che dopo pochi anni andava ripullulando, affidando a sessantaquattro arbitri nominati metà per parte, l'incumbenza di stendere un nuovo trattato, che assegnasse ad ogni ordine i rispettivi privilegi in un modo irrevocabile, e che, prevedendo tutti i casi, e scendendo a tutti i particolari, non lasciasse verun appiglio a nuove contese. Questo trattato solennemente stipulato il giorno 4 aprile del 1258 nella basilica di sant'Ambrogio, da cui ricevette il nome, ci fu conservato dallo storico Corio[207]. Sanzionando una perfetta eguaglianza tra i due ordini, tanto rispetto alle nomine de' pubblici impiegati, che coll'abolire tutte le antiche condannagioni, e coll'ammettere tutte le alleanze, pareva che questo trattato dovesse perpetuare in Milano la concordia; ma sgraziatamente non durò più di tre mesi; ed i nobili furono nuovamente forzati a lasciare la città in sul finire di giugno. Sperando di ripararsi in Como, trovarono la città divisa dalla stessa lite che lacerava la loro patria; onde le due fazioni milanesi s'associarono a quelle di Como, e dopo una calda battaglia accaduta entro le mura di questa città, nella quale il popolo fu vittorioso, e dopo una seconda datasi in campagna in cui i nobili avvilupparono l'armata plebea, fu conchiusa con vantaggio de' gentiluomini una seconda pace che non doveva aver più lunga durata di quella di sant'Ambrogio.

Per quanto vantaggiose fossero le condizioni imposte dai nobili dopo la battaglia, in cui la loro cavalleria aveva deciso della vittoria, non erano appena rientrati in città, che il popolo riprendeva sopra di loro tutta la sua superiorità. Ma la lotta tra le due fazioni rendeva sempre più necessaria l'autorità de' loro capi, ed i plebei non d'altro occupandosi che dell'abbassamento de' nobili, dimenticavano interamente la propria libertà: anzi, a tale era giunto l'odio del popolo verso la nobiltà, che per ridurla all'estremo avvilimento parve compiacersi di averla compagna sotto il dominio di un signore. Ciò accadde del 1259 in cui determinarono d'eleggere un protettore della plebe, cui diedero i titoli di capo, d'anziano e di signore del popolo. L'elezione per altro non fu affatto tranquilla. La Credenza unita a tutti gli artigiani ed alle più basse classi della plebe destinava questa dignità a Martino della Torre, il prediletto capo della fazione popolare; ma l'altra società, la Motta, composta delle più ragguardevoli famiglie popolane, di quelle famiglie che per le loro ricchezze e per le cariche occupate nella repubblica avevano acquistato qualche considerazione, temendo forse la soverchia potenza di Martino, nominò un altro capo. In fatti avendo la Motta perduto il suo capo in un ammutinamento, si unì quasi tutta al partito de' nobili ed a Guglielmo Soresina, successore di Paolo e capo della nobiltà.

Seguendo i consigli di un legato pontificio che bramava di ristabilire la pace in Milano, il podestà bandì i due capi di parte; ma Martino, sicuro del favore e degli ajuti delle ultime classi del popolo, rientrò dopo due giorni in città, e, fattosi riconoscere per anziano e signore del popolo, ottenne che si ratificasse la sentenza di bando contro il suo concorrente Guglielmo di Soresina, e contro i suoi partigiani.

In tale stato di cose i nobili milanesi si volsero ad Ezelino, sperando di rientrare col suo ajuto in patria, ed essendosi a lui uniti presso Orci Novi, ch'egli aveva stretta d'assedio, lo persuasero ad avanzarsi oltre l'Adda, ove questo tiranno fu rotto e fatto prigioniero, in parte coll'assistenza di Martino della Torre. Così glorioso avvenimento accrebbe maravigliosamente l'influenza di Martino sopra la sua patria; perciocchè come i suoi avversari infamarono la propria causa unendosi al più odiato tiranno, così egli acquistò nuovi diritti alla riconoscenza de' suoi patriotti salvandoli da dura servitù.

Nè i Milanesi furono i soli che ricompensassero i servigi di Martino: che nello stesso tempo gli abitanti di Lodi lo nominarono signore della loro città, senza che per altro credessero d'avere con ciò rinunciato alla loro libertà; perchè anco i Milanesi risguardavansi sempre come repubblicani, quantunque gli avessero di già accordato il titolo di loro signore: ma Lodi era una città assai più piccola e più debole di Milano, e per conseguenza la potenza di un signore, e d'un signore straniero assai più sproporzionata a quella del popolo. In Lodi cessarono allora le dispute, nè Martino la tiranneggiò; ma questo piccolo stato fu ridotto ad essere tra le sue mani un istrumento di cui si valse per ridurre Milano in servitù.

Frattanto i gentiluomini milanesi, quasi tutti fuorusciti, formavano un corpo di cinquecento uomini d'armi oltre alcuni cavalleggieri; onde malgrado l'estrema superiorità del popolo di Milano per ricchezze, per numero, per potenza, non poteva Martino opporre a quella terribile cavalleria, che una infanteria plebea incapace di resisterle, poichè colui che fino dalla fanciullezza non erasi accostumato a vestire la corazza ed a combattere sotto così pesante soma, non poteva più accomodarvisi dopo essersi applicato ad un altro genere di vita. Una lunga e dura scuola era necessaria per esercitare il mestiere del soldato, onde non credevasi possibile che un plebeo diventasse mai cavaliere. Martino che aveva combattuto contro Ezelino di concerto col marchese Pelavicino, credette di poter senza pericolo servirsi della cavalleria del marchese in ajuto della propria potenza e di quella del popolo. Perciò a nome della repubblica di Milano conchiuse un trattato col marchese, in forza del quale ebbe questi il titolo di capitan generale, e fu preso con un corpo di cavalleria al soldo del popolo che gli assicurò l'annua pensione di mille libbre d'argento e la piena autorità in Milano per cinque anni.

Pelavicino, come abbiamo altrove osservato, era uno zelante ghibellino; e si vuole inoltre che in odio della santa sede avesse abbracciata l'eresia de' Pauliciani, onde proteggeva i predicatori di que' settarj in tutte le città da lui dipendenti, non permettendo agl'inquisitori di dar corso alle sanguinose loro procedure. L'alleanza di Martino della Torre col Pelavicino fu risguardata dalla santa sede come l'abbandono di una città e di una famiglia, che fin allora eransi mantenute fedeli ai Guelfi; e malgrado che Martino non abbandonasse questa fazione, i papi più non gli perdonarono quest'alleanza cogli eretici, e risolsero di punirlo, come di fatti lo fecero con una tarda, ma premeditata vendetta, innalzando, per deprimere la sua casa, la famiglia rivale de' Visconti.

Lo stesso Pelavicini, già da lungo tempo signore di Cremona, aveva pure ottenuto, dopo la morte di Ezelino, di farsi nominare capitano generale di Brescia e di Novara: indi coll'ajuto di Martino della Torre s'impadronì ancora di Piacenza; di modo che quasi tutta la Lombardia veniva governata da questi due signori.

I fuorusciti milanesi, perseguitati dalle loro forze riunite di città in città, finalmente del 1261 si chiusero in numero di circa novecento nel castello di Tabiago, ove furono ben tosto assediati dall'infanteria milanese e dalla cavalleria del marchese. Tutte le cisterne del castello furono in breve asciugate per abbeverare i cavalli di tanti gentiluomini; i quali, mancata l'acqua, essendo periti di sete, i loro insepolti cadaveri guastarono l'aria: talchè gli emigrati privi de' loro cavalli, indeboliti dalle malattie e dalle privazioni d'ogni genere, trovaronsi perfino nell'impotenza di farsi strada a traverso ai loro nemici. Costretti dopo lunghi sforzi di arrendersi, furono tutti incatenati e condotti a Milano sulle carrette. In tale occasione Martino della Torre li salvò dal furore della plebe che chiedeva la loro morte; ma li fece chiudere nelle prigioni, nelle torri e ne' campanili delle città, o in vaste gabbie di legno, esposti alla vista del popolo quali bestie feroci; lasciandoli più anni in tanta miseria.

Ogni cosa riusciva prospera alla famiglia della Torre, il di cui dominio sopra Milano sembrava da quest'ultima vittoria consolidato. Pure Martino volle assicurarsi di un altro pegno della sua grandezza. Dopo la morte di Leone da Perego il capitolo della cattedrale non aveva ancora nominato il successore. Il capitolo era composto presso a poco dello stesso numero di nobili e di plebei. Questi, dietro le istanze del capitano del popolo, proponevano Raimondo della Torre cugino o nipote di Martino; ma i nobili gelosi della gloria di Martino, si rifiutavano di aderirvi, e davano i loro suffragi a Francesco da Settala. Questa doppia elezione dava alla corte pontificia il diritto di appropriarsi la contrastata elezione. Il papa escluse i due competitori, e nominò l'anno 1263 Ottone Visconti che allora soggiornava in Roma. Era questi un canonico della cattedrale appartenente ad una delle più nobili famiglie milanesi. Martino, offeso da tale inaspettata elezione, si appropriò quasi tutti i beni della mensa episcopale; per lo che l'arcivescovo ed il papa si unirono ai nobili, e rialzarono le prostrate forze di questo partito.

La città di Novara aveva probabilmente, come Milano, nominato il marchese Pelavicino suo capitano solamente per un determinato tempo; onde rientrata nell'esercizio de' suoi diritti, l'anno 1263 ne affidò la signoria a Martino della Torre, che quasi nello stesso tempo ebbe avviso d'un importante vantaggio ottenuto dalle sue truppe sopra i partigiani dell'arcivescovo ne' contorni del lago Maggiore. Ma furono questi gli ultimi prosperi avvenimenti di Martino, il quale in sul cominciare di settembre trovandosi in Lodi da grave infermità oppresso, e sentendosi morire, chiese ed ottenne dal popolo di Milano, che volesse accordare a suo fratello Filippo quell'autorità di cui egli era rivestito.

Non sarebbe facile a decidere se l'immatura morte di quasi tutti i signori della Torre riuscisse utile o dannosa a questa famiglia. Un successore egualmente destro ed intraprendente, prendendo subito il luogo del defunto, avvezzava il popolo all'idea dell'eredità del supremo potere; ed essendovi stati, in meno di vent'anni, cinque capi della stessa famiglia, succeduti l'uno all'altro, si venne a risguardare l'ultimo quale rappresentante di un'antica dinastia. Filippo successore di Martino non gli sopravvisse che due anni, nel quale breve spazio consolidò l'autorità suprema nella propria casa, estendendola prima sopra Como, poi Vercelli e Bergamo, che del 1264 lo nominarono volontariamente loro signore. In tutte queste città, siccome nelle altre che suo fratello si era prima rese soggette, il popolo non credeva di rinunciare alla sua libertà: egli non voleva darsi un padrone, ma bensì un protettore contro i nobili, un capitano delle milizie, un capo della giustizia. L'esperienza mostrò troppo tardi che queste prerogative riunite costituivano un sovrano.

Filippo della Torre approfittò di questo accrescimento di potere per isvincolarsi dall'onerosa alleanza del marchese Pelavicino. Erano passati i cinque anni convenuti con Milano, ed il suo ajuto più non era necessario, perchè della Torre aveva finalmente in tante città a lui subordinate adunati abbastanza gentiluomini per formarne un rispettabile corpo di cavalleria. Il marchese fu licenziato, ma sebbene gli fossero strettamente mantenute le condizioni del trattato, concepì un profondo sdegno a cagione di questo congedo, e cercò di vendicarsi sui mercanti milanesi della condotta del loro principe[208].

Era effettivamente principe perchè aveva a sè soggetta la Lombardia, la quale comechè non s'avesse a rimanere lungo tempo sotto il dominio dei signori della Torre, il carattere repubblicano andava avvezzandosi all'ubbidienza, ed i Visconti rivali dei Torriani più omai non avevano a combattere che contro un principe nemico, non contro i cittadini.

La preponderanza della cavalleria nelle battaglie, ed il vantaggio che ne traeva la nobiltà, fu nell'aperte pianure della Lombardia una delle immediate cagioni della caduta delle repubbliche. In mezzo alle colline della Toscana, ove la cavalleria pesante non può stendersi nè agire liberamente, i nobili non erano così avvantaggiati; lo erano poi meno nelle repubbliche marittime, la di cui forza consisteva nelle galere, e dove il popolo, che ne formava gli equipaggi, aveva il sentimento della sua indipendenza. Dopo averle lungo tempo lasciate da un canto, è ormai tempo di riprendere il filo della storia delle loro rivoluzioni.

Mentre l'odio eccitato da una nobiltà arrogante precipitava i Lombardi sotto il giogo del dispotismo, in Venezia ove la nobiltà non era intimamente persuasa della propria forza, quella stessa nobiltà s'innoltrava per una via legale e regolare verso lo stabilimento di un governo aristocratico, che fondava sopra le ruine del potere monarchico dei dogi. Venezia avendo sempre volto il pensiere ai suoi ricchi stabilimenti dell'Oriente, ed alle guerre necessarie per la loro conservazione, non aveva presa parte alle rivoluzioni dell'Italia, nè conobbe le fazioni guelfe e ghibelline: onde non si ebbe occasione di parlare delle esteriori relazioni di questa potente repubblica; come le sue interne riforme operatesi lentamente e per gradi, non richiamarono a sè i nostri sguardi. Soltanto abbracciando un lungo spazio di tempo si riconosce lo spirito ond'era animata questa repubblica, e lo sviluppo di quel sistema che doveva farne la più severa e durevole aristocrazia dell'universo.

Nelle altre città d'Italia l'esterior forma del governo fu in origine repubblicana; e quando si prese a riformarne gli abusi, credettesi di doversi allontanare da tutte le forme che prima esistevano, e convenne accostarsi naturalmente alle monarchiche. Per lo contrario a Venezia, antichissima essendo l'istituzione dei dogi, i quali inamovibili magistrati furono per quattro interi secoli giudici supremi, generali di tutte le forze dello stato, circondati da un fasto orientale preso dalla corte di Costantinopoli, più volte autorizzati a trasmettere la propria dignità ai loro figliuoli, erano, rispetto alle prerogative, eguali ai re d'Italia. Anche la forma essenziale del governo era affatto monarchica; e quando se ne scorgevano gl'inconvenienti, ogni limitazione dei poteri del doge parve una conquista fatta a favore della libertà. La nazione fece causa comune colla nobiltà, e non si adombrò delle prerogative che questa si attribuiva.

Di già l'anno 1032, quando Domenico Flabenigo era stato creato doge, il potere monarchico, in seguito di una sommossa, aveva sofferte alcune restrizioni[209]. Il popolo aveva dati al doge due consiglieri, senza il di cui consentimento non poteva prendere veruna determinazione: era stata proibita l'associazione d'un figlio col padre, e nelle più importanti occasioni il doge era stato sottomesso all'obbligo di adunare a sua scelta i principali cittadini per deliberare con loro intorno agl'interessi dello stato. Coloro ch'egli pregava ad assisterlo, ebbero il nome di pregadi; e questa è l'origine del più antico e più illustre consiglio della repubblica di Venezia.

Ma la formazione di un corpo assai più importante, di quel corpo che in appresso attribuissi la sovranità, e formò da sè solo tutta la repubblica, fu posteriore di cento quarant'anni a questa prima limitazione dell'autorità ducale. Dopo la sgraziata spedizione nell'Arcipelago del doge Vital Micheli, il quale, ingannato dai negoziati della corte di Bizanzio, espose la sua flotta al contagio, e perdette il fiore de' soldati, scoppiò in appresso al suo ritorno un tumulto, nel quale fu ucciso da un plebeo[210]. Un interregno di sei mesi precedette l'elezione del suo successore, e la nazione veneziana gettò in quel frattempo i fondamenti di un governo veramente repubblicano, onde evitare che l'inconsideratezza di un solo uomo non mettesse in pericolo tutto lo stato.

Fino a quell'epoca la nazione non aveva avuta in faccia al governo verun rappresentante; s'adunava essa medesima, e con questi parlamenti o assemblee generali il doge divideva la sovranità. Ma quanto più la nazione cresceva di potenza, queste assemblee diventavano più tumultuose; e restando incomplete per l'assenza di molti cittadini, giudicavansi più incapaci di sopravvegliare il governo e di difendere contro i suoi attentati la pubblica libertà. Si credette, secondo il sistema che fu poi chiamato rappresentativo, che la nazione potrebbe delegare i suoi poteri ad un minor numero di cittadini che agirebbero in suo nome ed osserverebbero il governo. Si credette che affidando loro la comune difesa, li si darebbero pure i proprj interessi e sentimenti, e per tal modo si fece il primo passo, forse necessario, verso l'aristocrazia. Senza abolire le generali assemblee del popolo, che nelle più importanti occasioni si convocarono fino al quattordicesimo secolo[211], si formò un consiglio annuale di quattrocento ottanta cittadini, rappresentanti i sei sestieri della nazione e le dodici più antiche divisioni de' suoi tribunati. A questo consiglio venne affidata la somma di tutti i poteri non attribuiti al doge, ed in unione al medesimo la sovranità della repubblica[212].

Forse la maggiore di tutte le difficoltà in politica è di fare che il popolo elegga degnamente i suoi rappresentanti. Pochi uomini resi famosi dalle loro virtù e dai loro talenti possono ottenere un'opinione universale, il popolo può conoscerli, e procedendo a scegliere tra questi, prendersi cura della scelta; ma s'egli deve nominare un corpo numeroso, se deve estrarre dalla folla centinaja d'individui che vi rimanevano inosservati, trovasi costretto d'agire a caso, senza cognizione di causa e senza interesse. Quando le elezioni sono tranquille e facili convien dire che il popolo sia quasi straniero all'opera che sembra da lui fatta. Abbiamo veduto ne' saggi di costituzioni fatte a' nostri giorni, le liste de' notabili, degli elettori, de' pubblici funzionarj partire in apparenza dal popolo con una regolarità numerica che appagava i matematici inventori di tutti questi sistemi; ma il popolo non era stato giammai meno rappresentato che da' suoi mandatarj; imperciocchè i cittadini convinti dell'inefficacia di tutte le loro funzioni, o non assistevano alle assemblee, o agivano come a caso e senza prendersene pensiero; e talvolta non conoscevano pure lo scopo delle operazioni che facevano[213].

Si può, non v'ha dubbio, provvedere a tanti inconvenienti; ma i mezzi opportuni poche volte si praticarono, ed alcune delle repubbliche italiane non li hanno pure conosciuti. Tutte hanno creduto non potersi accordare le elezioni de' consigli al popolo, e preferirono di confidarle o ai loro magistrati, oppure ad un ristretto numero di elettori a ciò creati, oppure anche alla sorte, piuttosto ch'esporsi al tumulto, all'ignoranza, alla noncuranza della massa del popolo, in una determinazione ch'esse non credevano fatta per lui.

A Venezia furono dunque destinati dodici tribuni per far ogni anno l'ultimo giorno di settembre l'elezione del maggior consiglio. Due di questi tribuni appartenevano ad ognuno de' sestieri o divisioni della città e della nazione. Ognuno di loro doveva scegliere nel proprio sestiere quaranta cittadini, e perchè in una repubblica che credeva contenere i discendenti del fiore della nobiltà romana, si faceva grandissimo caso de' natali, si volle che la nuova legge proibisse agli elettori di accordare troppo favore alle famiglie illustri, e fu vietato di prendere più di quattro membri del gran consiglio nella stessa famiglia.

È probabile che i due tribuni per ogni sestiere fossero la prima volta nominati dal popolo del proprio sestiere; e malgrado le loro contraddizioni, apparisce dalle cronache conservata al popolo tale partecipazione alle elezioni fino a tutto il dodicesimo secolo. Ma venendo tutte le altre nomine senza eccezione attribuite al maggior consiglio, questo fece sue bentosto anche quelle degli elettori che dovevano rinnovarlo: quindi sotto colore di limitare nelle mani degli elettori una pericolosa prerogativa, ma in fatto per accrescere la propria, dichiarò che le nomine de' tribuni non si risguarderebbero che quali semplici designazioni, e si arrogò il diritto di confermare o rigettare i nuovi membri che verrebbero presentati dagli elettori, prima di rassegnar loro i suoi poteri.

L'annuale elezione del consiglio sovrano pareva conservare l'essenza del governo rappresentativo; ma effettivamente erasi stabilita l'aristocrazia, e la nazione si era, senz'avvedersene, spogliata della sovranità. Il maggior consiglio, padrone delle proprie rielezioni, doveva, malgrado l'apparente sua ammovibilità, essere sempre press'a poco composto degli stessi individui. Quel rispetto per gl'illustri natali, che presiedette all'origine di questo corpo, doveva accrescersi sotto il suo regno; e la rivoluzione che in sul finire del tredicesimo secolo rese ereditaria la carica di consigliere, era senza dubbio preparata dall'eredità reale nelle famiglie che quasi sole composero questo corpo ne' cento trent'anni della sua durazione.

Ma la nobiltà che nel tredicesimo secolo trovavasi già in possesso del poter sovrano a Venezia, veniva nonpertanto mantenuta nell'eguaglianza e nell'ubbidienza alle leggi dal timore del doge e dal rispetto del popolo. I nobili veneziani non avevano allora alcun possedimento in terra-ferma, verun castello ove rifugiarsi a dispetto della pubblica autorità, verun vassallo che potessero armare per la propria difesa. Se fossero stati chiamati a prendere le armi contro il popolo, avrebbero dovuto combattere a piedi come l'ultimo della plebe nelle anguste contrade di Venezia impraticabili ai cavalli, o pure stando nelle barche e nelle galere, i cui marinaj erano tutti uomini liberi e valorosi quanto i nobili. E perchè niun sentimento della propria forza poteva in essi risvegliare l'insolenza, non se ne rendevano giammai colpevoli. I nobili veneziani si mantennero perchè si credettero deboli; i nobili lombardi si perdettero per essersi conosciuti forti. Dopo l'undecimo secolo la repubblica di Venezia non fu più lacerata da fazioni civili; cercò costantemente e di comune accordo gli stessi oggetti, al di fuori la gloria e la grandezza nazionale, nell'interno la soppressione del potere arbitrario, il mantenimento dell'eguaglianza tra i nobili, e della prosperità per tutti i sudditi.

L'amministrazione della giustizia affidata ad un solo uomo nelle repubbliche lombarde diventò naturalmente arbitraria e violenta. Si credettero necessarie al mantenimento dell'ordine l'esecuzioni d'un podestà o capitano rivestito degli attributi dittatoriali; ma per mantenere l'ordine si sagrificò la libertà. In tempo che tutte le città d'Italia adottavano la straniera istituzione de' podestà, i Veneziani spogliavano il doge della pericolosa prerogativa di giudice criminale, ed affidavano questa delicata incumbenza ad un nuovo senato, la quarantia, che in appresso si chiamò vecchia o criminale per distinguerla da altri due tribunali composti egualmente di quaranta individui e destinati ad analoghe funzioni. La vecchia quarantia fu istituita l'anno 1179 dal maggior consiglio, di cui i giudici erano membri[214].

Il doge formò lungo tempo il consiglio de' pregadi con una scelta libera ed istantanea. Consultava intorno agli affari di stato chi voleva e quando voleva. La vigilanza del maggior consiglio impediva bensì che questa scelta arbitraria avesse funeste conseguenze per la nazione; ma ciò non bastava: pareva in opposizione allo spirito della repubblica il lasciare ad un uomo la facoltà d'accordare e di togliere titoli d'onore ed una pubblica confidenza; si ebbe timore che questa prerogativa potesse dargli una corte, e che l'adulazione guastasse il cuore de' gentiluomini; non volevasi che verun di loro scendesse sotto al livello de' suoi eguali, o si facesse a credere d'avere un superiore. Del 1229 il consiglio de' pregadi diventò parte della costituzione dello stato[215]. Fu composto di sessanta membri nominati ogni anno dal maggior consiglio, e fissate le sue incumbenze sotto la presidenza del doge. Ebbe il carico di preparare gli affari che dovevano sottoporsi alla decisione del maggior consiglio, e soprattutto d'aver cura del commercio e delle relazioni esteriori dello stato.

Nella stessa epoca i Veneziani ristrinsero i limiti de' dogi. Approfittarono dell'interregno che precedette l'elezione di Giacomo Tiepolo, per creare due nuove magistrature unicamente destinate ad opporsi alle usurpazioni de' dogi. La prima fu quella de' cinque correttori della promission ducale incaricata di riconoscere in ogni interregno il giuramento d'inaugurazione che doveva prestare il doge, e di farvi, di consenso del maggior consiglio, le correzioni ed aggiunte che trovassero convenienti al mantenimento dell'onore di così sublime dignità e della libertà di tutti. L'altra magistratura fu quella de' tre inquisitori del doge defunto, la quale esaminava l'amministrazione del capo dello stato dopo la sua morte, confrontandola col giuramento che aveva prestato quando entrò in funzione; di ricevere ed esaminare le lagnanze e le deposizioni de' cittadini contro di lui; e se lo meritasse, di condannarne la memoria, assoggettando i suoi eredi alla ammenda. Non pertanto questo giudizio poteva sempre essere portato innanzi al sovrano consiglio da' procuratori nazionali, chiamati avogadori del comune[216]. E per tal modo le usurpazioni del capo dello stato si poterono sempre reprimere senza scosse, e senza che i magistrati dovessero lottare contro di lui per frenare la sua ambizione.

Pare che il giuramento del doge formasse per lo addietro la gran carta delle libertà nazionali; ma il potere di questo capo dello stato venendo gradatamente ristretto dal sovrano consiglio, il suo giuramento si ridusse ad essere una rinuncia non solo a tutte le antiche prerogative della sua carica, ma quasi alla personale sua libertà. La raccolta delle promesse ducali divisa in centoquattro capitoli è probabile che siasi cominciata verso il 1240, e continuata soltanto fino al cadere dello stesso secolo. Il doge prometteva d'osservare le leggi della sua patria, e d'eseguire i decreti di tutti i consigli; prometteva di non tenere corrispondenza colle potenze estere, di non riceverne gli ambasciatori, di non aprirne le lettere senza l'assistenza del suo piccolo consiglio; di non dissigillare nemmeno le lettere che gli fossero dirette da' sudditi dello stato se non in presenza d'uno de' suoi consiglieri; di non acquistare veruna proprietà fuori dello stato veneto, e d'abbandonare quelle che avesse all'atto della sua nomina; di non prender parte in alcun giudizio nè di fatto, nè di diritto; di non cercare d'accrescere il suo potere nello stato; di non permettere a veruno de' suoi parenti d'esercitare dipendentemente da lui alcun ufficio civile, militare o ecclesiastico negli stati della repubblica o fuori; finalmente a non permettere che alcuno cittadino piegasse innanzi a lui le ginocchia, o gli baciasse le mani[217].

L'anno 1172 la nomina del doge fu trasferita con tutte le altre elezioni dall'assemblea del popolo al maggior consiglio, che delegava in origine ventiquattro, e ne' tempi susseguenti quaranta membri, che la sorte riduceva ad undici. Dopo il 1249 questa elezione diventò assai più complicata. Trenta membri estratti a sorte in tutto il consiglio si riducevano a nove con una seconda estrazione. Questi dovevano scegliere a pluralità di sette suffragi quaranta membri dello stesso consiglio, che poi la sorte riduceva a dodici. In appresso i dodici ne nominavano venticinque, che la sorte nuovamente riduceva a nove; i nove ne nominavano quarantacinque, e questi erano dalla sorte ridotti ad undici, i quali finalmente nominavano i quarantuno elettori del doge, che dovevano eleggerlo colla maggiorità di venticinque suffragi[218]. Alcuni scrittori risguardarono questa complicazione della sorte e dell'elezione come una mirabile invenzione politica. Sarebbe per altro difficil cosa il circostanziare i vantaggi proprj di così intralciata combinazione, e forse que' medesimi che l'inventarono non seppero prevederne verun utile risultato. Poteva con questo metodo eleggersi un doge di Venezia, perchè doveva soltanto rappresentare e non agire: ma quando il capo dello stato deve esercitare le funzioni di giudice, o di amministratore, o di generale, con questo metodo non si otterrà che per accidente la scelta del più degno.

È cosa naturale che i Veneziani non si prendessero troppa cura delle cose d'Italia, e che, tranne i pochi soccorsi dati all'armata crociata contro Ezelino, non ci abbiano data occasione di parlare delle loro guerre. Le conquiste che fatte avevano grandissime in Levante, domandavano per conservarle sforzi tanto superiori ai loro mezzi, che tutta l'attenzione dei capi della repubblica era rivolta a quella sola parte. Abbiamo veduto nel precedente capitolo che Enrico Dandolo si era stabilito in Costantinopoli, e che suo figliuolo, contro gli usi dello stato, aveva avuta la facoltà di esercitare in Venezia le funzioni del doge come suo luogotenente. Per altro, morto Dandolo[219], più non si permise al suo successore di allontanarsi dalla capitale; fu incaricato un altro magistrato, il balìo di Costantinopoli, di governare la porzione di quella grande città che spettava alla repubblica, e la colonia veneziana che vi si era stabilita. Questo magistrato prese come il doge il titolo di signore di un quarto e mezzo dell'impero romano; titolo che rendevasi ogni giorno più vano, imperciocchè dopo la morte di Dandolo e di Enrico di Fiandra, i Greci avevano in ogni parte prese le armi contro i Latini, e cacciatili da quasi tutte le loro conquiste, chiudendoli, sto per dire, entro le mura di Costantinopoli. Pure quando il pericolo si fece urgente, i Veneziani, come l'attestano due delle loro cronache manoscritte, per non lasciar cadere il conquistato impero, l'anno 1225 consultarono se fosse conveniente di trasportare a Costantinopoli la sede della repubblica, sicchè, abbandonando le loro lagune, tutta la nazione andasse a chiudersi in quella superba città, la quale a stento potevano, stando così lontani, difendere: si racconta che la proposizione non fu rigettata nel maggior consiglio che per la maggiorità di due soli voti[220].

Le isole del mar Egeo, che quasi tutte erano cadute in potere della repubblica, non esaurivano meno la nazione di gente o di danaro, quantunque i suoi consigli punto non si occupassero della loro amministrazione o della loro difesa. Erano queste state date in feudo a dieci potenti famiglie, molte delle quali vi mantennero la loro signoria fino al sedicesimo e diciassettesimo secolo. La repubblica sentendosi troppo debole per sostenere sola tutti i suoi diritti, aveva abbandonate le isole dell'Arcipelago ai particolari che ne facessero la conquista, loro permettendo di reggerle colle leggi o assise di Gerusalemme, che l'impero di Costantinopoli aveva adottate[221]. L'isola di Candia in cui Venezia più che in Costantinopoli aveva fatto il centro della sua potenza in Levante, richiedeva assai più cure per governarla, e maggior coraggio e vigilanza.

Numerosi sono gli abitanti di quest'isola, e, stando alle testimonianze de' Veneziani, il loro carattere è perfido e incostante. Potrebbesi per altro spiegare tanto per le virtù loro che pei loro vizj le frequenti sedizioni e l'avversione che mostravano per un giogo straniero. I Veneziani per tenerli in dovere mandarono in Candia una colonia: ma quel popolo che fabbricava ed equipaggiava con estrema facilità flotte di cento navi in pochi mesi, quel medesimo popolo i di cui mercanti erano domiciliati in tutti i porti del Mediterraneo, a stento trovava alcuni uomini che rinunciassero per sempre alla loro patria, anche loro offrendo in altro paese dignità, poteri e ricchezze. A formare la colonia concorsero in ugual parte i sei sestieri di Venezia; la quale colonia, appena giunta nell'isola, ebbe il possesso di cento trentadue feudi di hautbert o cavallerie, e di cento otto feudi di scudieri, ossia sergenti d'armi[222]. Dunque il numero delle famiglie veneziane che passarono in Creta, era soltanto di cinquecento quaranta. Alla testa della colonia fu stabilito un duca per rappresentare il doge, il quale veniva eletto ogni due anni dal maggior consiglio di Venezia, ed era, come il doge, assistito da due consiglieri superiori. Eranvi a Candia come a Venezia i giudici del proprio, i signori della notte, quelli della pace, il piccolo consiglio, o signoria, il grande cancelliere, e soprattutto il maggior consiglio, che nella stessa epoca di quello di Venezia fu dichiarato nobile ed ereditario. Perciò quando, del 1669, la città di Candia fu presa dai Turchi, e che la repubblica perdette la colonia, i gentiluomini di quel consiglio richiamati nella metropoli, furono risguardati come non avessero mai perduti i loro ereditarj diritti; e tutti i nobili candiotti dichiarati nobili veneziani, e come tali registrati nel libro d'oro[223].

Le frequenti sedizioni de' Candiotti, le non meno frequenti invasioni de' Greci sudditi di Vatace, di Teodoro Lascari, o di Paleologo tennero questa colonia in continui pericoli in tutto il tredicesimo secolo. Fu pure contrastata ai Veneziani dai Genovesi che quasi nel tempo della prima conquista avevano saputo formar uno stabilimento nell'isola. Questo popolo era geloso degl'immensi dominj che i Veneziani avevano acquistati nel Levante, e più ancora dell'estensione del loro commercio e delle loro ricchezze. I Genovesi avevano più volte tentato di appropriarsi alcune isole dell'Arcipelago, ed alcune piazze forti della Morea. Tale gelosia avvelenò una lite eccitata tra le due popolazioni dal solo punto d'onore nella città di Tolemaide ossia san Giovanni d'Acri.

Di tutte le conquiste fatte in Terra santa più non restavano ai Cristiani che due o tre piazze sulle coste della Siria, la più forte delle quali era san Giovanni d'Acri, ov'eransi rifugiati quasi tutti i Latini scacciati dal regno di Gerusalemme[224]. Ognuno presumeva di trovare in questo asilo la stessa indipendenza di cui aveva goduto ne' feudi ond'era stato spogliato; di modo che questa sola città trovossi divisa in sei o sette differenti sovranità. Il re di Gerusalemme, i conti di Tripoli e di Edessa, il gran maestro dell'ospitale e del tempio, i Pisani, i Veneziani, i Genovesi avevano tutti il proprio quartiere. Nacque tra gli ultimi una contesa pel possesso della chiesa di san Sabba, che non era stata con precisione assegnata all'una delle due nazioni. I Veneziani, per decidere questa disputa, volevano farne arbitro il papa; ma i Genovesi presero le armi, ed impadronitisi della chiesa, la fortificarono; nè di ciò contenti assalirono i magazzini de' Veneziani in Acri ed in Tiro, e gli scacciarono dal loro quartiere[225].

Non prenderemo a descrivere le zuffe che per vendicare questa prima offesa i due popoli si diedero in tutti i mari dell'Italia e del Levante. Siccome nelle battaglie navali s'affrontano ad un tempo la furia de' nemici, i pericoli del mare, e spesso quelli della burrasca, gli uomini danno prova della maggiore intrepidezza di cui possa essere capace una debole creatura, la quale in tale cimento sembra innalzarsi al livello de' dominatori della natura. Ma i prosperi o gl'infelici avvenimenti delle battaglie di mare non influiscono direttamente sulla sorte delle nazioni come quelle delle armate di terra; e quando non trovasi tra i guerrieri qualche illustre personaggio che a sè richiami lo sguardo della posterità, quando le battaglie navali sono dirette da capitani oscuri, quando finalmente la guerra si fa piuttosto da armatori indipendenti che dalle flotte d'una nazione, difficile e nojoso diventa il racconto delle particolari circostanze; di modo che tutto quanto noi potremmo dire intorno alle vicendevoli sconfitte delle flotte veneziane e genovesi, nulla aggiugnerebbe all'idea generale che formar ci possiamo d'una inutile perdita di gente e di tesori.

Vero è per altro che la rivalità de' Genovesi coi Veneziani produsse un notabile cambiamento nelle alleanze delle due nazioni. I Veneziani che fino a tale epoca erano stati i protettori del partito guelfo, ed avevano lungo tempo fatto guerra a Federico II poi ad Ezelino, staccaronsi dal papa per allearsi da una banda coi Pisani, implacabili nemici dei Genovesi, dall'altra con Manfredi che aveva da vendicare sui Genovesi le antiche ingiurie, ed in particolare l'ajuto dato al loro compatriotto Innocenzo IV[226]. La lega dai Veneziani contratta coi nemici del papa incoraggiò i Genovesi a contrarne un'altra che fu ancora più scandalosa. Spedirono essi ambasciatori a Michele Paleologo, imperatore dei Greci, per impegnarlo a perseguitare più caldamente i Veneziani loro comuni nemici, esibendosi di ajutarlo a ritogliere dalle mani de' Veneziani e de' Francesi la città di Costantinopoli, che avrebbe dovuto essere la capitale di Paleologo, e che di tanti acquisti era quasi il solo che ancora fosse in potere de' Latini. Il trattato di alleanza fu sottoscritto a Nicea il giorno 13 marzo del 1261[227]. Paleologo esentò i Genovesi dai diritti di pedaggio in tutti i suoi porti, e questi invece gli promisero un certo numero di vascelli di guerra ad un determinato prezzo. Infatti essi ne armarono sei, e dieci galere, che immediatamente spedirono in Levante.

Baldovino II, debole e spregevole principe, era in allora imperatore latino di Costantinopoli, e regnava solo fino dall'anno 1237; il quale avendo nelle sue angustie talvolta vilmente e sempre invano supplicati i principi dell'Occidente ad ajutarlo, era ritornato nella sua capitale, ove per procacciarsi un poco di danaro, faceva levare il piombo dai tetti delle chiese e dei palazzi di Costantinopoli, indi faceva demolire questi edificj per provvedersi di legna da fuoco; vendeva od impegnava le sacre reliquie; e per ultimo dava il proprio figlio come ostaggio ad alcuni banchieri veneziani, che gli prestarono alcune somme di danaro[228]. Per lo contrario i Greci in sessant'anni di sventure e di esiglio avevano ripreso un poco di coraggio e di energia. Dopo la caduta del loro impero non ammettendo più padroni ereditarj, i soli talenti aprivano la strada al trono. Teodoro Lascari, Giovanni Vatace, e finalmente Michele Paleologo aveano rialzato in Nicea il trono de' Cesari, e riunito a poco a poco al loro dominio la maggior parte delle province dell'Europa e dell'Asia, che i crociati avevano tolte ai loro predecessori. Questi principi non meno valorosi guerrieri che accorti politici avevano potuto volgere tutte le loro forze contro i Latini, perchè i Bulgari ed i Saraceni, loro naturali nemici, indeboliti da interne fazioni, non gli davano più molestia.

I soli difensori, i soli sostenitori dell'impero latino di Costantinopoli erano i Veneziani; perchè i Francesi non isperando più di arricchirsi coi saccheggi, si affrettavano di abbandonare la Grecia e di tornare alla loro patria, mentre ogni anno nuovi negozianti giugnevano ad ingrossare la colonia veneziana, e nuovi vascelli, e nuovi valorosi guerrieri venivano a difenderla. Se dobbiamo per altro credere ad uno storico greco, fu l'imprudenza de' Veneziani che perdette la città[229]. Aveva Michele Paleologo con Baldovino conchiusa la tregua d'un anno, quando il nuovo balìo o podestà di Venezia, Marco Gradenigo, giunse nel porto di Costantinopoli[230]. Questi rinfacciò ai Latini il vergognoso loro ozio in mezzo ai nemici, e li persuase ad intraprendere l'assedio di Dafnusio, isola e città all'imboccatura del Bosforo nel Ponte Eusino. Egli si valse in questa spedizione delle truppe veneziane e francesi che trovavansi in città, non lasciando alla guardia delle mura che il debole Baldovino colle donne e coi vecchi.

Nello stesso tempo, dopo avere dato il titolo di Cesare ad Alessio Strategopulo, l'imperatore Paleologo lo aveva spedito contro il despota dell'Epiro. Questo generale essendosi innoltrato fino alle porte di Costantinopoli colla sua armata, fu avvisato dai contadini del sobborgo, i quali, trovandosi allora al confine dei due imperi, viveano in una licenziosa indipendenza, che Baldovino in quell'istante non aveva truppe, e si offrivano d'introdurlo in città.

In fatti, dopo avere concertata ogni cosa con Strategopulo, que' contadini che chiamavansi volontarj[231], il giorno 25 luglio del 1261 entrarono in Costantinopoli per una segreta apertura che metteva capo in una delle loro case, ed impadronitisi della porta Aurea[232], che dai Latini tenevasi chiusa, e spezzatala colle scuri, si fecero a gridare dall'alto delle mura: viva l'imperatore Michele! vivano i Romani! Strategopula che trovavasi acquartierato colla sua truppa presso il convento della Fontana, aspettandovi il convenuto segno, entrò subito in Costantinopoli per la porta che gli era stata aperta. I Comani o Tartari, ch'erano i Saccomani della sua armata, si sparsero ne' quartieri della città per saccheggiare le case de' Latini, mentre i Greci si rimanevano con bella ordinanza intorno al loro generale. Lo spavento incusso dai Comani, gl'incendj che andavano eccitando ovunque potevano penetrare, la sommossa de' Greci di Costantinopoli, che volevano scuotere il giogo de' Latini, portarono la confusione tra i Franchi; i quali, preceduti dall'imperatore Baldovino, fuggirono verso il porto, andando a bordo de' vascelli che vi si trovavano. La flotta veneziana, che aveva fatta l'impresa di Dafnusio, arrivava allora opportunamente presso al tempio di Sostenione, e servì a dar ricovero all'imperatore, al balìo, al patriarca latino, a tutti i Francesi ed alla maggior parte de' Veneziani che abitavano in Costantinopoli. Sì grande era il numero degli usciti, che ben tosto consumarono tutti i viveri della flotta, onde molti perirono di fame avanti che potessero essere trasportati all'isola di Negroponte, colonia de' veneziani, ove soggiornarono alcun tempo.

E per tal modo Costantinopoli, dopo essere stata cinquantasette anni sotto il dominio de' Francesi e de' Veneziani, tornò ad essere la capitale dell'impero greco, che a quest'epoca parve riprendere nuovo vigore, e che doveva ancora mantenersi quasi due secoli[233].

Mentre i Latini abbandonavano Costantinopoli, che vedeva con piacere allontanarsi questi illegittimi suoi figliuoli[234], Michele Paleologo avvisato a Meteoria che la reale città era stata occupata dalle sue truppe, ringraziò il cielo d'un avvenimento che non osava sperare, perchè l'anno precedente non aveva potuto impadronirsi con una grossa armata del solo sobborgo di Galata. Preceduto da un'immagine della Vergine e circondato dal senato e da tutti i grandi della nazione, entrò in città per la porta aurea, cantando inni di rendimento di grazie[235]. L'imperatore andò ad abitare il palazzo dell'Ippodromo, perchè quello di Blacherna, da più anni abitato soltanto dai Franchi, era imbrattato ed annerito dal fumo. «Si vide allora, scrive Niceforo Gregora, che la regina delle città più non era che un campo di desolazione pieno di rottami e di ruine, molte case erano cadute, e quelle che ancora rimanevano non erano che miseri avanzi salvati dalle fiamme. Bizanzio aveva affatto perduta la sua bellezza ed i suoi più preziosi ornamenti negl'incendj più volte appiccativi dai Latini, quando la ridussero in servitù: e come ciò fosse poco, niuna cura si presero di ripararla, quasi fossero da lungo tempo persuasi di doverla in breve abbandonare[236]

Ma non tutti i Latini erano usciti di città: oltre i Genovesi che avevano ajutati i Greci a farne la conquista, eranvi ancora i Pisani e molti Veneziani. Molti degli ultimi trattenuti dagl'interessi del loro traffico, o dalle parentele contratte coi Greci, non avevano voluto abbandonare nè le loro proprietà, nè la loro famiglia; altri accortisi troppo tardi della subita perdita della città non trovarono luogo sulle navi. Conosceva Michele troppo bene la debolezza e la povertà della sua nuova capitale per privarsi dell'ajuto e delle ricchezze di così industriosi abitanti: onde non solo riconfermò ai Genovesi tutti i privilegi accordati nel precedente trattato d'alleanza, ma un egual travamento prometteva pure ai Veneziani ed ai Pisani che volessero soggiornare ne' suoi stati. Non però acconsentì ai primi, ch'erano i più numerosi e resi più arroganti dalla sua amicizia, di abitare nell'interno della città, ove potevano diventare pericolosi; e li trasportò a Galata situata nell'opposta riva del porto, mentre non ebbe paura di lasciare in città i Veneziani ed i Pisani sotto la sopravveglianza del popolo che gli odiava. Del resto accordò alle tre nazioni di appropriarsi il quartiere loro rispettivamente assegnato, vivendo colle proprie leggi, e sotto il governo di quel magistrato che alle determinate epoche loro manderebbe il consiglio generale della loro patria[237]. I Genovesi intitolavano questo magistrato podestà; i Veneziani, balìo; console i Pisani. E per tal modo i mercanti italiani formavano in Costantinopoli tre piccole repubbliche che conservavano l'intera loro libertà ed indipendenza, continuando i loro cittadini ad esercitare la navigazione ed il commercio con quella industria ed attività ch'erano allora proprie di quelle nazioni.

Sebbene Michele Paleologo avesse accordati tali privilegi ai Veneziani dimoranti in Costantinopoli, non aveva però fatta la pace colla loro repubblica, nè rinunciato alla speranza di spogliare affatto i Latini delle isole e delle province che ancora possedevano in Levante. Attaccò l'Eubea, facendo che quel principe si ribellasse ai Veneziani, e s'impadronì delle isole di Lenno, di Chio, di Rodi e di molte altre, poste nel mar Egeo[238]. Accordò per altro in feudo ai Genovesi l'isola di Chio, volendo con ciò compensarli di quanto avevano operato a suo favore nelle sue imprese marittime. È questo uno degli stabilimenti che i Genovesi conservarono più lungo tempo in Levante, essendogli stato tolto per tradimento dai Turchi soltanto del 1556, perchè i Greci che abborrivano il clero e la signoria de' Latini favoreggiavano i Musulmani. Oggi vi sono circa cento cinquanta mila Greci, de' quali sessanta mila abitano la città. Quest'isola, una delle più belle colonie de' Genovesi, non erasi conservata sotto l'immediata dipendenza della repubblica; perchè, essendole stata data in pegno per una somma di danaro, nove famiglie la pagarono, e fecero l'impresa a loro spese. Più tardi queste famiglie si unirono tutte sotto il nome de' Giustiniani; e del 1365 tutti i Giustiniani si trasportarono a Chio[239]; ove l'assoluta oligarchia della loro famiglia si mantenne due secoli; essi conservano ancora al presente il titolo di principi di Chio. Tutti non lasciarono questa loro patria adottiva, essendovi ancora molti Giustiniani in quell'isola che vivono coi prodotti delle loro terre sotto il dominio de' Turchi; le famiglie tornate a' nostri giorni in Genova, chiedevano ne' primi anni del presente secolo alla repubblica le somme che le avevano date in deposito quando essa le investì del perduto principato. Allorchè fu data ai Genovesi la proprietà dell'isola di Chio, non erano altrimenti disposti a fondare un'oligarchia nella loro colonia ed a render principi i loro gentiluomini. Egli era in quel tempo presso a poco in cui cominciava a manifestarsi la discordia tra la nobiltà ed il popolo; discordia lungo tempo fatale al riposo della repubblica; discordia la quale pose più volte lo stato sotto il dominio di un padrone; e la quale avrebbe finalmente distrutta affatto la libertà, se nel carattere di un popolo marittimo non esistesse una cotale energia che difficilmente può assoggettarsi al giogo. Gli uomini la di cui patria non è soltanto posta sulla terra ma ancora sul libero Oceano, non possono, tornando in porto, sopportarvi lungamente una tirannia, dalla quale vanno esenti viaggiando sul mare.

Nella prima metà del tredicesimo secolo, il poter sovrano era stato in tal maniera diviso tra il governo ed il popolo. Eransi questi riservati i suoi parlamenti o assemblee generali, nelle quali risolvevansi gli affari di maggiore importanza, i cambiamenti nella costituzione, la pace, la guerra, le alleanze. Accadde più volte, che il senato, consultato intorno ad un importante affare, dichiarò nelle sue deliberazioni, che potendosi compromettere l'intera nazione, alla sola nazione toccava il decidere[240]. Più volte ancora si vide il podestà adunare il parlamento, non solo per trattare di qualche impresa contro i nemici dello stato, ma per formare nello stesso tempo la sua armata; imperciocchè tutti i cittadini uniti in assemblea, dopo avere dichiarata la guerra, prendevano le armi e seguivano lo stesso giorno il loro pretore nel campo.

Finchè il popolo delibera egli stesso ed agisce senza l'interposizione de' suoi rappresentanti, i consigli gli sono quasi affatto inutili; quindi l'annuale senato della repubblica non figura nella storia di Genova che a lontani intervalli, senza che si possano perciò ottenere chiare nozioni intorno alle sue prerogative. Ma se piccola cosa sono i consigli, importantissimi sono i magistrati, siccome coloro che diventano depositarj di tutte le sovrane funzioni, che il popolo non ha potuto riservare a sè stesso.

In Genova, in sull'esempio delle altre repubbliche italiane, il podestà rimaneva un anno in carica, doveva essere forestiere e gentiluomo, ed esercitare le incumbenze di giudice criminale, e di generale delle truppe dello stato. Conduceva seco due legisti e due cavalieri.

Veniva in appresso un consiglio di otto nobili genovesi, eletti probabilmente ogni anno dalle compagnie de' nobili; perciocchè pare che i gentiluomini si fossero divisi in otto società formate sull'andare delle associazioni popolari di Milano. Tali compagnie eransi arrogate alcuni poteri non contemplati dalla costituzione, ma tacitamente riconosciuti dalla repubblica. Frattanto esse di già formavano un'oligarchia che aveva risvegliata non solo la gelosia de' plebei, ma quella ancora de' nobili, che a principio non essendosi inscritti in alcuna di tali associazioni, si trovarono in certo modo respinti fuori della nazione; per la qual cosa nel 1227, essi cospirarono, ma inutilmente, per ispogliare le compagnie nobili delle loro prerogative[241]. Il consiglio degli otto nobili eletti da queste compagnie era incumbenzato di tener conto delle spese e delle riscossioni della repubblica, come pure di prestare assistenza al podestà nelle sue funzioni; ed aveva presso di lui cinque notai del comune.

Quattro tribunali, composti ognuno d'un console alle liti e di due notai, amministravano la giustizia ne' quattro quartieri della città. Venivano dalla repubblica nominati alcuni podestà subalterni per governare le terre del territorio e specialmente quella porzione che trovavasi oltre le Alpi liguri.

La nobiltà erasi avvantaggiata sul popolo formando delle particolari società; il podestà era nobile, nobili i giudici ed i consoli, nobile il solo de' consigli che avesse influenza, quello degli otto; onde il potere della nobiltà non era soltanto grandissimo, ma in istato d'andare ogni giorno crescendo. Però la gelosia del popolo non perdeva di vista il potere degli otto; a ciò fare caldamente incitato da que' nobili che, esclusi dalle già dette società, non erano soddisfatti della piccola parte che avevano nella sovranità della loro patria. Questa gelosia si manifestò del 1227 colla congiura di Guglielmo de' Mari, e prese un diverso carattere in tempo che la guerra di Federico II occupava tutte le menti non già del governo della repubblica, ma dei diritti della nazione, di quelli della chiesa, e di quelli dell'impero. A tal epoca non si videro che Guelfi e Ghibellini: e gli ultimi, detti mascherati, affatto esclusi dalla sovranità, fecero, armata mano, molti tentativi per ripigliare quell'autorità che si erano esclusivamente appropriata i Guelfi[242]. L'attaccamento alle fazioni alla repubblica straniere s'indebolì dopo la morte di Federico, ed una contesa più nazionale intorno alle prerogative dei nobili e del popolo succedette alle fazioni guelfe e ghibelline.

I nobili che si staccano del proprio ordine per ergersi in demagoghi, sono più avvantaggiati che tutti gli altri capi di parte, acquistando essi facilmente la più alta e perniciosa influenza sopra coloro che prendono a guidare. Torna loro così agevole il parer generosi, mentre altro non sono che egoisti e calcolatori; lo spacciarsi protettori del popolo, quando al contrario ne corteggiano il potere soltanto per armarsi della sua forza; possono prendere a prestito tante utili virtù, ed il popolo essere così facilmente sedotto dall'apparenza di quelle, che costoro sono di tutti gli ambiziosi i più fortunati. Di fatti pochi uomini, nati in città libera, hanno con modi diversi da questi usurpata la tirannide. Genova non mancò di nobili demagoghi, e se non si assogettò stabilmente al loro dominio, ebbe più volte l'imprudenza d'accordar loro il supremo potere.

Il primo di questi nobili lusinghieri del popolo fu Guglielmo Boccanigra. Nel 1257 mentre Filippo della Torre podestà dell'anno precedente partiva alla volta di Milano sua patria, si levò contro di lui il popolo a rumore accusandolo di venalità, ossia d'infedeltà nell'amministrazione della repubblica. Il consiglio degli otto nobili, ed i sindicatori della condotta dei magistrati caddero in sospetto, perchè non avevano proceduto contro di lui con rigore. Il popolo ripeteva ad alta voce che non voleva omai più essere la vittima di nobili e di podestà corrotti; che voleva scegliere tra i cittadini virtuosi un capo che fosse il depositario della sua autorità, e la di cui passata condotta fosse la guarentìa del suo amore della patria e della libertà: aggiunse ben tosto che Guglielmo Boccanigra era il solo che si fosse meritata la sua confidenza colle sue costanti liberalità, col suo amore pel popolo, soccorrendolo contra la nobiltà. I sediziosi s'avanzarono verso la chiesa di san Siro, portando in trionfo Guglielmo, e postolo a sedere presso l'altare, lo proclamarono capitano del popolo, ed in tale qualità si affrettarono di prestargli il giuramento di ubbidienza. Il susseguente giorno, i sediziosi nominarono trentadue anziani, quattro per compagnia, per formare il consiglio del nuovo capitano; e la prima legge che sottoposero alla loro decisione, fu quella che determinava la durata delle funzioni di Guglielmo. Gli anziani assecondarono la frenesia del popolo, o fecero la corte al suo capo, decretando che Guglielmo sarebbe dieci anni capitano del popolo; che morendo prima del termine gli verrebbe surrogato uno de' suoi fratelli; che avrebbe sotto i suoi ordini, pagati dallo stato, un cavaliere, un giudice, due scrivani, dodici littori e cinquanta arcieri, che farebbero giorno e notte la guardia al suo palazzo ed alla sua persona. Per ultimo gli diedero la facoltà di nominare, salva la loro approvazione, il podestà annuale[243].

Ed ecco con questa rivoluzione compiutamente fondata la tirannide; ma fortunatamente per Genova il popolo era troppo impaziente per sopportarla lungo tempo. Del 1259 i nobili cominciarono ad avvedersi che Guglielmo, il quale ogni giorno si arrogava nuove prerogative, aveva di già molto perduto della sua popolarità. Ordirono contro di lui una congiura, ma intempestiva; e Guglielmo che n'ebbe sentore, trovò parte del popolo ancora disposto a difendere il suo idolo. Egli pronunciò contro i suoi nemici una sentenza di esiglio, e fece spianare le loro case. Domandò in seguito al suo consiglio, e facilmente ottenne, che gli fosse accresciuto il salario, e data subito una somma di danaro per mettersi in istato di difesa[244]. Frattanto se la mala riuscita di questa congiura accrebbe la sua potenza, accrebbe pure l'odio che una parte della nazione nudriva contro di lui. E già, se crediamo all'annalista genovese coetaneo, del 1262 Guglielmo si comportava da tiranno; dava e toglieva gl'impieghi di proprio arbitrio, sprezzava le deliberazioni dei consigli, trattava in nome proprio le alleanze, annullava le sentenze de' tribunali, ed escludeva i nobili da ogni parte dell'amministrazione. Questi preser di nuovo le armi in tutti i quartieri della città, ed occuparono le porte affinchè il capitano del popolo non potesse chiamare gli abitanti della campagna in suo soccorso. S'avviarono poi verso la gran piazza ove trovavasi il capitano con circa otto cento uomini: strada facendo tagliarono a pezzi suo fratello, che con un corpo di gente cercava di opporsi al loro passaggio. Intanto i cittadini che avevano prese le armi a favore del capitano, l'andavano a poco a poco abbandonando e si univano ai nobili. L'arcivescovo, per impedire lo spargimento del sangue genovese, s'inoltrò tra le parti, facendo sentire a Guglielmo che disperata era la sua causa, ed avendolo persuaso a rinunciare alla carica di capitano del popolo, lo tolse in tal modo al castigo dovuto ai tiranni. Furono colla sua mediazione ristabilita in Genova la pace ed il governo quali erano avanti ii 1257[245].

Ma il popolo non tardò a dolersi d'essere ricaduto sotto il dominio della nobiltà, e malgrado la fresca esperienza dell'abuso che i suoi favoriti facevano del loro credito, andava ancora cercando qualche nobile che volesse essere suo capo. Il primo a presentarsi, due soli anni dopo l'abdicazione di Guglielmo, fu Simone Grillo, che la repubblica aveva nominato ammiraglio delle galere che spediva in Levante; ma quando vide che i nobili stavano all'erta, partì colla sua flotta, ed il tumulto eccitato in suo favore si dissipò in poche ore[246].

Un più pericoloso demagogo cercò in seguito di farsi un partito nel popolo, e fu questi Oberto Spinola, capo di una delle quattro più nobili, più antiche e più potenti famiglie di Genova. Queste famiglie che verso la metà del tredicesimo secolo cominciavano ad uscire assolutamente dalla linea di tutte le altre, erano i Grimaldi, i Fieschi, i Doria e gli Spinola. Pareva che nell'elezione del 1264 i Grimaldi avessero avuto maggior parte alle magistrature ed a tutti i consigli, che le tre altre famiglie. Tutte ne aveano conceputo gelosia, ma Oberto Spinola seppe egli solo approfittarne. Tentò di ottenere la carica di capitano del popolo, che era stata data a Boccanigra, e sebbene non riuscì nell'intento in quest'occasione, si pose in relazione col partito popolare; relazione, che mantenutasi nella sua famiglia, fu lungo tempo cagione alla repubblica di pericolose scosse, minacciandola frequentemente di rapirle la libertà[247].

E per tal modo le due più potenti repubbliche marittime riformavano nello stesso tempo la loro costituzione, ma in senso contrario. Una, partendo da una democrazia reale, s'avanzava segretamente, lentamente e senza scosse verso un'aristocrazia forte e regolare: l'altra, governata da una nobiltà inquieta, faceva violenti sforzi e spesso inutili per tornare alla democrazia; spesso ancora invocava imprudentemente la potenza di un solo uomo per istabilire l'autorità di tutti. Infinite circostanze influiscono sempre sulla costituzione de' popoli. Benchè i Genovesi ed i Veneziani avessero le stesse abitudini, il medesimo carattere, il medesimo amore per la libertà, benchè parlassero il medesimo linguaggio, nello stesso tempo, e per così dire nello stesso paese, presero due contrarie direzioni per arrivare allo stesso scopo. In un altro capitolo avremo occasione di volgere lo sguardo alla terza repubblica marittima, a Pisa, la cui storia, meno conosciuta, è per molti rispetti simile a quella di Genova.