CAPITOLO XXI.

Carlo d'Angiò, chiamato dai papi, procura in Italia al partito guelfo una assoluta superiorità. — Conquista il regno di Napoli. — Disperde l'armata di Corradino, e fa perire questo principe sul patibolo.

1261 = 1268.

Il regno d'Alessandro IV era stato un'epoca favorevole alla fazione ghibellina. Manfredi, approfittando della debolezza di questo pontefice, aveva stabilita la sua autorità nel regno di Napoli; e nello stesso tempo i Ghibellini fiorentini avevano obbligata tutta la Toscana ad accostarsi al loro partito: e se nella Marca ed in Lombardia era stata distrutta la tirannide d'Ezelino, lo fu col favore dell'alleanza contratta co' capi ghibellini, il marchese Pelavicino e Buoso di Dovara, da' Guelfi di Milano, di Ferrara e di Padova. Finalmente a quest'epoca la casa della Torre a Milano erasi alienata dalla santa sede; ed a Verona, come nella Marca Trivigiana, Mastino della Scala erasi posto alla testa del partito ghibellino. Ma Alessandro IV morì il 25 maggio del 1261, ed il suo successore con mano più ferma e potente rovesciò bentosto la bilancia politica d'Italia.

Questo successore, che prese il nome di Urbano IV, era francese, nativo di Troia nella Sicampagna[248] e di bassa condizione, ma aveva saputo co' suoi talenti acquistarsi il vescovado di Verdun, poi il patriarcato di Gerusalemme. Era quest'istesso anno tornato da Terra santa per sollecitare i soccorsi del papa e de' Latini in favore de' Cristiani di Levante. I cardinali, che trovavansi ridotti al numero di otto, dopo tre mesi di conclave senza aver riuniti i suffragi a favore d'un membro del loro collegio, credettero di non poter trovare tra i prelati non cardinali chi fosse più del patriarca di Gerusalemme degno della tiara.

Forse Urbano non sarebbe stato severo giudice di Manfredi, se la causa di questo re avesse dovuto essere da lui solo giudicata; ma, agli occhi di un papa, Manfredi era reo del gravissimo delitto di non essersi assoggettato al giudizio della santa sede che lo aveva condannato. L'indipendenza de' sentimenti è ciò che più offende le anime intolleranti; e l'altrui libertà diventa un'ingiuria in faccia a chi volle sempre vivere nella servitù. Urbano che non aveva alcuna personale cagione d'inimicizia con Manfredi e niun interesse nella sua caduta, Urbano che non poteva ripromettersi dalla sua politica nè l'incremento del potere della Chiesa, nè la libertà di Terra santa, pure attaccò Manfredi con maggiore violenza ed ostinazione, che non avrebbe fatto lo stesso Innocenzo IV.

Durante la vacanza della santa sede, i Saraceni di Manfredi erano entrati nella campagna di Roma: Urbano non si limitò a dar ordine al re di Sicilia di richiamarli[249], ma pubblicò contro di lui una crociata, con tutte le indulgenze che accordavansi a' liberatori di Terra santa; nominò capitano delle truppe pontificie Rugiero di san Severino, uno degli emigrati napoletani, commettendogli di adunare sotto le sue insegne tutti i ribelli del regno. In tale maniera obbligò le truppe di Manfredi alla ritirata, e l'annalista Rainaldo crede pure che Urbano le attaccasse personalmente[250].

Urbano, non contento di questo primo atto, che avrebbe potuto risguardarsi come una giusta difesa dello stato della Chiesa, citò Manfredi a comparire innanzi a lui per purgarsi de' delitti onde era incolpato, delle sue relazioni co' Saraceni, della sua perseveranza nel far celebrare i santi misteri ne' paesi colpiti dall'interdetto, finalmente delle condanne e pene capitali di molti suoi sudditi che egli risguardava come altrettanti omicidj, perchè non conosceva nè la sovranità, ne l'autorità giudiziaria del re di Sicilia. Questa citazione non fu a Manfredi notificata, ma soltanto affissa alle porte della chiesa d'Orvieto, residenza d'Urbano[251]. Informato che Manfredi trattava con Giacomo re d'Arragona di dare al di lui figliuolo sua figliuola Costanza, (1262) scrisse a Giacomo per dissuaderlo dall'alleanza colla famiglia di Manfredi, di cui gli enumera tutti i supposti delitti, indi soggiugne: «Come mai ha potuto entrare nel tuo cuore così strano progetto? come mai, o figliuol mio, l'altezza dell'animo tuo ha potuto tanto abbassarsi? come hai tu solamente tollerato che ti si proponesse per consorte di tuo figliuolo la figlia d'un uomo qual è Manfredi? è forse tuo figlio talmente disprezzato dagli altri principi, che non possa trovare un'illustre sposa tra le fanciulle di reale stirpe? Qual vergogna sarebbe la tua di macchiare con tale maritaggio lo splendore del tuo sangue! qual detestabile opera, legare con sì stretta parentela un figliuolo tanto devoto alla Chiesa col suo nemico e persecutore[252]!» A fronte di così calde rimostranze questo matrimonio, che trasmetteva agli Arragonesi il diritto ereditario alla corona di Sicilia, ebbe effetto: ma san Luigi che aveva domandata per suo figlio una figlia dello stesso Giacomo, parve così scandalizzato dal pensiere di contrarre qualche relazione con un nemico della Chiesa, che sospese il trattato, e diede ad Urbano speranza di non procedere più avanti. Questi prese da ciò motivo di felicitarlo; anzi mandò in Francia uno de' suoi notaj sotto coperta di ringraziare il re di tale deferenza[253]; ma in realtà per far rivivere il progetto, formato prima da Innocenzo IV, di trasferire la Corona di Sicilia a Carlo d'Angiò fratello di san Luigi. La lettera del papa al suo notaro Alberto ci svela le difficoltà che ritardavano questo trattato.

«Noi abbiamo ricevute le tue lettere dalle quali rileviamo, tra le altre cose, che il nostro caro figlio in Gesù Cristo, l'illustre re di Francia, ascolta gli artificiosi discorsi di coloro che vogliono dissuaderlo dai negoziati, per istringere i quali ti abbiamo mandato alla sua corte. Essi cercano di fargli credere che Corradino nipote di Federico, già imperatore de' Romani, possa avere alcun diritto sul regno di Sicilia, e che nel supposto che ne sia cotale diritto decaduto, sarebbe per concessione della santa sede passato in Edmondo figlio del nostro carissimo figlio in Gesù Cristo, il re d'Inghilterra. Così adunque, benchè veda nella nomina di suo fratello l'onore e la felicità della Chiesa romana, ed i mezzi di soccorrere l'Impero di Costantinopoli e di Terra santa, come ardentemente lo desidera, pure sta in forse; e forse non avrebbe il torto se ciò che dicono certi suoi consiglieri fosse vero; egli teme d'invadere ciò che risguarda come eredità d'un altro.... Noi offriamo il sagrificio delle nostre lodi a Dio, a quel Dio che tiene in sua mano i cuori de' re; noi gli rendiamo grazie di conservare il re di Francia in tanta purità di coscienza.... Ma questo re deve avere in noi e ne' nostri fratelli maggiore confidenza; deve credere senza ombra di dubbio, che mentre lo risguardiamo come il prediletto figlio della Chiesa romana, che mentre noi nudriamo per lui un particolare affetto, non esporremmo la sua persona o i suoi stati a qualche pericolo, nè il suo nome alla maldicenza ed allo scandalo, nè la sua anima, di cui ci è confidata la difesa, alla dannazione. Egli deve credere che noi ed i nostri fratelli vogliamo, col divino ajuto, conservar pure le nostre coscienze e salvare le anime nostre innanzi all'autore d'ogni salute; e noi sappiamo di certa scienza, che niente di tutto quanto vogliamo fare, non offende i legittimi diritti di Corradino, o di Edmondo; o d'alcun altra persona[254]

La sentenza di deposizione, fulminata nel concilio di Lione da papa Innocenzo, colpiva tutta la discendenza di Federico II; e la Chiesa aveva pronunciata nel più solenne modo la diseredazione di Corrado e di Corradino, onde il santo re Luigi non osava opporsi a tale giudizio, benchè ne sentisse nel suo cuore l'ingiustizia, e non volesse raccoglierne i frutti; per la qual cosa rifiutò la corona di Sicilia, che il papa gli aveva offerta per uno de' suoi tre minori figli[255]. L'investitura formalmente accordata da un papa a Edmondo, figliuolo del re d'Inghilterra, ritraeva i principi francesi dall'accettare le offerte d'Urbano, più che non faceva il diritto ereditario della casa di Svevia sui regni che tuttora possedeva. Il papa, per calmare i loro scrupoli, unì al suo notajo Alberto un uomo più interessato a procurare nemici a Manfredi, Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza, irriconciliabile nemico del suo re.

Questo prelato passò prima alla corte d'Enrico III re d'Inghilterra, che trovò impegnato in una guerra civile co' suoi baroni, perchè rifiutavasi di eseguire i capitoli della gran carta del regno, che egli aveva giurato d'osservare. L'arcivescovo approfittò dell'imbarazzo in cui era il re, per ottenere da lui e da suo figliuolo Edmondo una formale rinuncia a tutti i diritti che Alessandro IV aveva potuto trasferir loro sul regno di Napoli. Per ridurli a tale atto si fece a rappresentar loro, che non avevano punto soddisfatte le condizioni espresse nell'investitura; che non erano presentemente in istato di soddisfarle; e che intanto la Chiesa aveva bisogno di pronti e potenti soccorsi. In pari tempo offriva al re inglese tutto il potere della Chiesa contro i suoi sudditi; e ricompensò la condiscendenza d'Enrico III e d'Edmondo collegandosi con loro contro le libertà britanniche[256].

L'arcivescovo di Cosenza si recò colla rinuncia di Edmondo presso san Luigi; e, dimostrando essere i diritti della Chiesa maggiori di quelli di Corradino, se non dissipò interamente i rimorsi del santo re, li fece almeno tacere. Di una affatto diversa natura era la negoziazione pendente con Carlo d'Angiò, che gli scrupoli non ritraevano dall'accettare una corona, cui la propria ambizione e la vanità della consorte gli facevano desiderare; ma il papa l'accordava a troppo onerose condizioni: e siccome non prometteva che ajuti vani di parole ed un titolo litigioso, Carlo d'Angiò, che doveva conquistare il regno a sue spese e colle proprie forze, esponendosi a tutti i pericoli ed a tutte le difficoltà dell'impresa, non voleva impegnarsi in una guerra, finchè la santa sede si ostinava a guardare per sè i frutti de' suoi pericoli.

Il papa aveva da principio proposto, che Carlo d'Angiò promettesse di rimettere alla Chiesa Napoli, tutta la Terra di Lavoro e le adiacenti isole, inoltre la valle di Gaudo. Carlo vi si rifiutava apertamente, e quest'inutile negoziato fece perdere al papa un anno[257]. Finalmente, per mezzo dell'arcivescovo di Cosenza, Urbano offrì al principe francese l'investitura de' due regni della Sicilia e della Puglia, quali erano stati posseduti dai re Normanni e Svevi, tranne soltanto la città di Benevento col suo territorio, ed un annuo tributo di dieci mila once d'oro.

(1264) Poichè furono accettate tali condizioni, il papa spedì in Francia Simone, cardinale di santa Cecilia, per affrettarne l'esecuzione. Gli consegnò le più pressanti lettere dirette a san Luigi, nelle quali accusava Manfredi d'avere raddoppiate le vessazioni contro la santa sede dopo avere avuto avviso delle negoziazioni intraprese per ispogliarlo de' suoi stati, e gli rappresentava coi più vivi colori i pericoli ai quali questo principe esponeva la religione, se la Francia non prendeva le difese della santa Chiesa[258].

Quando Carlo d'Angiò scese in Italia, aveva quarantasei anni: come figlio di Francia aveva per suo appannaggio la contea d'Angiò, e per conto della moglie era sovrano della Provenza. Questa era la quarta figliuola di Raimondo Berengario, ultimo conte di Provenza. Le maggiori sorelle avevano sposato i re di Francia, d'Inghilterra e di Germania[259], onde Berengario, dopo averle così riccamente maritate, lasciava l'ultima erede de' suoi stati, affinchè suo marito rinnovasse la casa de' Conti di Provenza[260]. Allora era questo il maggior feudo della corona di Francia; e Carlo d'Angiò, dopo i re, era fuor di dubbio il più ricco e potente principe d'Europa. Anche le sue qualità personali lusingavano il papa di felice successo; e nella guerra di Terra santa erasi acquistata riputazione di valoroso soldato e di esperto capitano: «Fu Carlo, dice Giovanni Villani, uomo savio e prudente nel consigliare, prode nelle armi, aspro e temuto da tutti i re del mondo, magnanimo e di pensieri elevati, che niuna intrapresa gli era superiore; costante nelle avversità, fermo e fedele nelle sue promesse, parlando poco ed adoperando molto; non fu quasi mai veduto ridere; di temperati modi come un religioso, zelante cattolico, aspro nel fare giustizia, di guardatura feroce. Fu di statura alta e nerboruta, di colore olivastro, e col naso assai grande. La sua persona sembrava più che quella di alcun altro veramente fatta per la reale maestà. Dormiva pochissimo.... Fu prodigo d'armi verso i suoi cavalieri; ma avido d'acquistare da qualunque parte si fosse, terre, signorie, danaro, per supplire alle sue intraprese. Egli non si dilettò mai di buffoni, di trovatori, o poeti, nè di cortigiani»[261].

Mentre Carlo adunava un esercito per l'impresa cui erasi impegnato, e mentre Beatrice, sua consorte, aspirando ad avere, come le altre sorelle, il titolo di regina, impegnava tutti i suoi giojelli per provvederlo di danaro, altri Francesi combattevano di già in Italia a favore della chiesa. Se dobbiamo credere a Matteo Spinelli, Roberto, conte di Fiandra e genero di Carlo, aveva, in luglio del 1261, condotta in Italia una grossa armata di crociati francesi per attaccare Manfredi, che questi Francesi non conoscevano, e per difendere la chiesa, benchè affatto stranieri a' suoi interessi[262]. Tale sorta di gente, sotto il nome di religione, non pensa che a soddisfare a quella inquieta attività che la spinge sempre a tentar nuove cose, senza mai prender a cuore la causa cui sembrano servire. Costoro ripongono il loro godimento nei mezzi e non nel fine d'ogni cosa; il loro coraggio non è animato da una passione abbastanza nobile per esporsi a grandi sagrificj; ma da un segreto sentimento della propria nullità, da un nascosto disprezzo di sè medesimi, che associano al desiderio di illudere gli altri. Impazienti di segnare qualche orma d'un'esistenza, che per sè medesima non merita di fissare l'attenzione del pubblico, armansi indifferentemente a vantaggio o in danno della Chiesa, per la libertà o per la tirannide: sempre sperando coll'essere prodighi delle loro vite, di uscire da quella nullità che tanto li tormenta; ed ignorano che non il disprezzo della vita, ma il solo amore d'una nobile causa rende l'uomo glorioso; che, per rendere un culto alle idee generose, non si deve adoperare in maniera che i più grandi sagrificj impiccioliscano, ma sentirne la grandezza e non lasciare di farli; che colui che sprezza la sua esistenza non fa che indicare agli altri il disprezzo in cui la debbono tenere; che quello che cerca gli altrui suffragi senza nutrire egli stesso veruna stima di sè medesimo, potrà forse veder soddisfatta la sua vanità; ma non acquisterà gloria.

I crociati francesi, dopo aver ricevuto a Viterbo la benedizione d'Urbano IV, inoltraronsi fino al Garigliano, e vennero più volte alle mani con Manfredi e co' suoi Saraceni: talvolta vittoriosi e talvolta vinti, versarono il proprio e l'altrui sangue; ma

Fama di loro il mondo esser non lassa;

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa[263].

L'avviso del vicino arrivo di Carlo d'Angiò operava di già un cambiamento nel sistema politico d'Italia. Il partito ghibellino aveva acquistato, per la sola inconsiderata condotta degli ecclesiastici, una superiorità sproporzionata alle sue forze, ch'egli perdette tosto che i suoi avversarj ebbero speranza d'uno straniero soccorso. Filippo della Torre, signore di Milano, ch'erasi per politica accostato ai Ghibellini a fronte dell'inclinazione della sua famiglia e della sua patria, fu il primo a staccarsene. L'anno 1264, come l'abbiamo osservato nel precedente capitolo, licenziò il marchese Pelavicino, che con i suoi cavalieri era stato preso al soldo del comune di Milano[264]; si collegò con Carlo, e chiese ed ebbe da lui un podestà provenzale, Barral di Baux, che governò Milano un anno. In pari tempo il marchese Obizzo d'Este, che quest'anno succedeva a suo avo nel governo di Ferrara, rialzava il partito guelfo nella Marca Trivigiana[265] e stringeva alleanza col conte di san Bonifacio, signore di Mantova, e con tutte le città che avevano scosso il giogo di Ezelino. Vero è che la Toscana restava ancora tutta intera in potere de' Ghibellini, nella quale lega era stata forzata ad entrare del 1263 la stessa repubblica di Lucca, cacciando dal suo territorio tutti que' Guelfi stranieri, cui da tre anni prestava generoso asilo[266]. Ma questi Guelfi, ed in particolare i Fiorentini, riunitisi in Bologna, eransi tutti dati alla professione delle armi. Sempre disposti a combattere per la stessa causa, essi cercavano di vendicarsi sui Ghibellini lombardi dei mali sofferti nella loro patria. Essendo a Modena scoppiata una lite tra le due fazioni, volarono in soccorso de' Guelfi, i quali, cacciati di città i Ghibellini, rimasero soli padroni dell'amministrazione della repubblica[267]. Colà i fuorusciti fiorentini nominarono loro capitano Forese degli Adimari, sotto la di cui condotta, pochi mesi dopo, fecero trionfare i Guelfi anche in Reggio[268]: e finalmente avendo avuto lo stesso successo a Parma[269], tutta la contrada posta tra il Po e gli Appennini fu principalmente per opera loro richiamata all'ubbidienza della Chiesa. Oltre i pedoni avevano formato un corpo di quattrocento cavalli ben montati e ben disciplinati, essendosi procurati a spese de' loro nemici quanto loro abbisognava.

Intanto Manfredi non trascurava verun mezzo per difendersi dai nuovi nemici che la Chiesa gli andava facendo. In sul finire di settembre mandò in Lombardia il conte Giordano con quattrocento lancie e molto danaro per unirsi al marchese Pelavicino, onde impedire la discesa de' Francesi in Italia[270]; ed egli medesimo il 18 ottobre dello stesso anno entrò nella Marca d'Ancona con nove mila Saraceni. Nel 1261 era stato eletto da una fazione senatore di Roma[271], onde aveva nominato Pietro di Vico suo vicario in quella città, mandandogli un corpo di truppe tedesche perchè si fortificasse nell'isola del Tevere. Il vicario di Manfredi veniva spesso alle mani coi partigiani del papa[272], sperando di potere quando che fosse rendersi padrone di tutta la città. Per ultimo Manfredi aveva impegnati i Pisani ad allestire una potente flotta, che unita a quella della Sicilia ammontava ad ottanta galere, e che pareva sufficiente ad impedire il passaggio di Carlo d'Angiò, qualora preferisse la via del mare[273].

Appena ridotti a termine i preparativi di guerra da ambo le parti, papa Urbano IV morì, e, fino all'elezione del suo successore, Manfredi potè lusingarsi che il nuovo pontefice sarebbe men caldo nel perseguitarlo. Ma Urbano che non trovò che otto cardinali quando fu fatto papa, non dimenticò di crearne molti; di modo che l'elezione del suo successore trovossi tra le mani delle sue creature; la sua influenza, mantenendosi anche dopo la sua morte, il conclave gli sostituì il cardinale di Narbona, anch'esso francese, ed immediato suddito di Carlo d'Angiò, il quale in tempo dell'elezione trovavasi legato straordinario presso di questo principe. O la politica della corte di Roma non fu mutata dalla sua accessione, o non si rese che più subordinata alla politica francese.

I Romani, egualmente incapaci di servire e di viver liberi, mentre Urbano IV negoziava ancora con Carlo d'Angiò, avevano fatto offrire a questo principe l'ufficio di senatore della loro città, che l'opposta fazione aveva conferito a Manfredi. Pare che il solo motivo che li movesse a dare questa carica a due monarchi, fosse vanità ed amor della pompa: invece d'onorare uno de' loro eguali colla loro confidenza, si credevano al contrario onorati trovando un re che volesse loro comandare. Sebbene il papa avesse ragione di temere dell'influenza che un principe potente acquistar potrebbe in Roma, se veniva ad esercitarvi quella magistratura, aveva permesso però che fosse data a Carlo, perchè sentiva troppo bene quanto tornerebbe utile a questo principe l'aver Roma dipendente nella circostanza d'attaccare il regno. Frattanto sotto comminatoria d'annullare il trattato d'investitura, il papa volle da Carlo il giuramento di rinunciare alla dignità di senatore tosto che avesse fatta la conquista delle due Sicilie, o soltanto della maggior parte di quelle province, avendolo in prevenzione assolto del contrario giuramento cui i Romani intendevano d'obbligarlo, quello di conservare finchè vivesse la dignità senatoria[274]. Carlo impaziente d'avvicinarsi agli stati che doveva conquistare, risolse di venire per mare a Roma, onde prendervi possesso della dignità di senatore, senz'aspettare l'armata destinata a combattere Manfredi.

Clemente IV, successore d'Urbano, aveva raffermata la missione in Francia del cardinale di santa Cecilia, autorizzandolo, benchè non l'avesse fatto il suo predecessore, a commutare in una crociata contro Manfredi i voti di coloro ch'eransi crociati per liberare Terra santa. Nè i motivi religiosi furono i soli mezzi che s'impiegassero in Francia per unire una potente armata; anche considerabili leve di gente si fecero nelle suddite contee d'Angiò e di Provenza. Beatrice prodigava i tesori della sua ricca eredità per fare dei soldati a suo marito; e Carlo, ricordando le passate vittorie sugl'infedeli, assicurava i più ricchi feudi nelle due Sicilie a coloro che l'ajuterebbero a conquistarle. Finalmente san Luigi che vedeva con piacere il suo caldo ed inquieto fratello occuparsi fuori del proprio regno, lo provvide per l'impresa di Napoli d'uomini e di denaro. Con tanti mezzi Carlo adunò un'armata di cinque mila cavalli, di quindici mila pedoni e di dieci mila balestrieri[275]. Ne diede il comando a suo genero Roberto di Bethune, figlio del conte di Fiandra, cui san Luigi diede per consigliere Giles le Brun, contestabile di Francia; e Guidi Monforte, quarto figlio del conte di Leicester, che dopo la rotta di suo padre ad Evesham erasi rifugiato in Francia, si unì con lui. Mentre la contessa Beatrice disponevasi a scendere in Italia con quest'armata, Carlo, presi con lui soli mille cavalieri, s'imbarcò a Marsiglia sopra una flotta di venti galere, che vi aveva fatto allestire, e fece vela per le foci del Tevere.

L'ammiraglio di Manfredi dopo aver cercato di chiudere la navigazione del Tebro con palificate, erasi situato colla sua flotta presso le coste dello stato della chiesa. Una terribile burrasca sopraggiunta mentre Carlo attraversava il mar di Toscana fu la salvezza di quest'ultimo, perchè costrinse la flotta combinata di Sicilia e di Pisa a prendere il largo. Vero è ch'egli stesso non isfuggì alla violenza della tempesta, e fu gittato con alcune galere verso Porto Pisano, ove poco mancò che non fosse sorpreso dal conte Guido Novello, luogotenente di Manfredi in Toscana. Rimessosi in mare, il suo vascello fu spinto dal vento verso la foce del Tevere, onde entrato in una leggiera nave, rimontò con quella il fiume, ed andò ad alloggiare quasi solo nel convento di san Paolo fuori delle mura di Roma. L'inquietudine da cui fu preso, trovandosi solo, e quasi tra le mani de' suoi nemici, cessò ben presto, perchè lo sopraggiunsero le truppe che erano con lui montate sulla flotta. Il 24 maggio del 1265 fece alla loro testa il suo ingresso nella capitale del mondo, in mezzo alle grida de' Romani che lo proclamavano loro difensore[276].

Passò il rimanente dell'anno prima che l'armata crociata, condotta dalla contessa Beatrice, giugnesse in soccorso di Carlo, e questi approfittò del presente ozio per negoziare col papa che risiedeva in Perugia. Le prime relazioni furono miste di lagnanze e di rimproveri. Carlo avea preso possesso del palazzo di Laterano per alloggiarvi con i suoi cavalieri; ma Clemente ben tosto gli scrisse: «Tu hai fatta di tuo solo capriccio e senza alcuna necessità un'azione che verun principe religioso non avrebbe fin qui osato di fare, ordinando, in onta alla decenza, alle tue genti d'entrare nel palazzo di Laterano.... Vogliamo che tu lo sappia, e che sii persuaso che non sarà giammai per piacerci che il senatore di Roma, qualunque siano la sua dignità ed i suoi meriti, abiti l'uno o l'altro de' nostri palazzi della città.... A te dunque s'appartiene, mio caro figliuolo, d'accomodarti senza dispiacere al nostro volere. Cerca un'altra stanza per te in una città così abbondante di palazzi, e non ti far già a credere che ti facciamo sortire con disonore dalla nostra casa, quand'anzi noi pensiamo di provvedere all'onor tuo»[277].

Carlo si sottomise con docilità a questa riprensione, e pochi giorni dopo il papa commise a quattro cardinali di porre sul capo del conte d'Angiò, nella basilica di san Giovanni di Laterano, la corona dei regni di Sicilia al di qua ed al di là del Faro, di consegnargli il gonfalone della chiesa, di fargli prestare il giuramento d'osservare le condizioni della sua investitura, della quale ne fu fatta lettura a tutto il popolo, e di ricevere in nome del pontefice la promessa di vassallaggio per tutti i paesi che avrebbe conquistati[278].

Le principali condizioni annesse a questa investitura erano: l'eredità per i soli discendenti di Carlo in ambo i sessi, ed in loro mancanza il ritorno della corona alla Chiesa romana; l'incompatibilità della corona di Sicilia con quella dell'impero, o col dominio della Lombardia o della Toscana, l'annuo tributo d'un palafreno bianco e di otto[279] mila once d'oro; il sussidio di trecento cavalieri mantenuti tre mesi ogni anno in servigio della Chiesa; la cessione di Benevento e del suo territorio al patrimonio di san Pietro; finalmente il preservamento di tutte le immunità ecclesiastiche pel clero delle due Sicilie. In prevenzione fu pronunciata la perdita d'ogni diritto sui due regni contro quel re discendente di Carlo d'Angiò, che non sarebbe fedele mantenitore di tutte l'espresse condizioni[280].

Intanto l'armata crociata si andava lentamente adunando in Borgogna, di dove passò in Savoja, ed attraversate le Alpi, pel Monte Ceniso scese in Piemonte in sul finire dell'estate del 1265[281]. Il marchese di Monferrato, alleato della fazione guelfa e delle città di Torino e d'Asti, lasciò libero il passaggio ai Francesi.

Benchè il partito di Manfredi avesse avuta in Lombardia qualche perdita, conservava però ancora una linea di città ghibelline che sembravano tagliare ogni comunicazione tra l'Italia superiore e la bassa. Mastino della Scala, potente cittadino di Verona, erasi coll'appoggio del partito ghibellino reso padrone della sua patria; Brescia e Cremona erano dipendenti dal marchese Pelavicino, che pure reggeva le città di Piacenza e di Pavia. Pare che il marchese Pelavicino si fosse dapprima posto in vicinanza delle due ultime città colle proprie truppe e con quelle che gli aveva mandate Manfredi sotto gli ordini del marchese Lancia; e che perciò l'armata de' crociati lasciasse la strada che naturalmente dovea tenere da Asti a Parma. Pelavicino rimase nella sua posizione con circa tre mila cavalli tedeschi e lombardi finchè i Francesi furono nel Monferrato, e non ritornò verso il Nord a Soncino che quando li vide entrare nel Milanese. Un'altra meno forte divisione sotto il comando di Buoso da Dovara custodiva il piano del Nord del Po ed il passaggio dell'Oglio. I Francesi non sapevano quale strada tenere, quando Napoleone della Torre loro si fece incontro e li condusse a traverso del Milanese fino a Palazzuolo sul territorio di Brescia, ove dovevano passar l'Oglio. Il marchese Obizzo d'Este ed il conte di san Bonifacio gli si affacciarono dall'opposta banda del fiume; onde Buoso di Dovara, temendo d'essere avviluppato, non osò, o non fu in istato di opporsi al passaggio dell'Oglio; e rimase chiuso in Cremona, mentre l'armata guelfa s'avvicinò a Brescia, prese Montechiaro, sconfisse a Capriolo l'armata di Pelavicino che gli era corsa incontro; indi per lo stato di Ferrara entrò ne' paesi occupati dai Guelfi[282].

L'armata francese giunta a Ferrara, invece di trovare opposizione lungo la strada di Roma, incontrava dovunque nuovi rinforzi di Guelfi; prima i quattrocento uomini d'armi de' fuorusciti fiorentini, poi i sudditi del marchese d'Este e del conte di san Bonifazio, indi quattro mila Bolognesi, strascinati dalle prediche del vescovo di Sulmona, presero la croce contro Manfredi e si unirono all'armata francese, la quale arrivò alle porte di Roma gli ultimi giorni dell'anno.

(1266) Carlo non aveva danaro per pagare così numeroso esercito; il papa rifiutavasi di somministrarne, e forse non lo poteva[283]. Se il conte d'Angiò differiva fino alla primavera ad avanzarsi contro al nemico, non avrebbe potuto probabilmente impedire la diserzione della sua armata; si pose perciò subito in cammino, prendendo la strada di Ferentino, onde entrare nel regno per Ceperano e Rocca d'Arce.

Manfredi nulla aveva trascurato di tutto quanto poteva contribuire a tenergli il popolo affezionato, e per eccitarlo ad una vigorosa difesa aveva adunato presso Benevento un parlamento de' baroni e de' feudatarj del suo regno, e gli aveva esortati ad armare tutti i loro vassalli per la difesa delle proprie famiglie[284]. Aveva inoltre richiamate tutte le truppe, prima mandate in Toscana ed in Lombardia, e spedito in Germania per assoldare due mila cavalli. Aveva confidata al conte di Caserta, suo cognato, la difesa del Garigliano nel luogo in cui presso Ceperano questo fiume serve di confine a' suoi stati; aveva lasciata a San Germano una forte guarnigione di Tedeschi e di Saraceni, ed egli medesimo col grosso dell'armata trovavasi a Benevento. I Francesi s'avanzavano verso il suo regno per la strada superiore, ossia di Ferentino. Il conte di Caserta abbandonò vilmente il suo posto, lasciando senza difesa il passaggio del Garigliano: la fortezza di Rocca d'Arce, creduta inespugnabile, venne presa d'assalto, e quella di San Germano cadde in potere del nemico dopo una battaglia nella quale la maggior parte de' Saraceni fu tagliata a pezzi dai Francesi[285].

Se i Pugliesi avevano manifestato poco attaccamento al re e poco zelo per la sua difesa quando le forze sembravano eguali, i primi successi de' Francesi accrebbero la loro inclinazione alla ribellione, e la viltà si nascose sotto l'esteriore del malcontento e della sedizione. Aquino e tutti i castelli della contrada aprirono le porte al vincitore; le gole delle montagne d'Alife furono abbandonate, ed egli penetrò senza incontrar resistenza fino nella campagna di Benevento a due miglia da questa città, presso alla quale Manfredi aveva adunata la sua armata. Questo principe, che scopriva tra i suoi aperti indizj di tradimento e di scoraggiamento, tentò di prender tempo ritardando la marcia di Carlo con proposizioni d'accomodamento; ma a' suoi ambasciatori rispose il conte in francese: «Andate, e dite al sultano di Nocera che io non voglio che battaglia; e che questo giorno o io metterò lui all'inferno, o egli manderà me in paradiso[286]

Il fiume Calore che scorre innanzi a Benevento divideva le due armate: forse se Manfredi si fosse approfittato delle sue naturali fortificazioni per evitare la battaglia, l'armata di Carlo, che già mancava di vittovaglie, sarebbe stata ridotta a dure necessità, come l'assicurano alcuni storici contemporanei; ma Manfredi non voleva rimanere più oltre nell'avvilimento di andare rinculando in faccia ad un nemico, cui ogni successo procacciava nuovi partigiani, e che fino allora aveva sempre saputo procurarsi munizioni col saccheggio delle campagne. Divise dunque la sua cavalleria in tre brigate: la prima di milleduecento cavalli tedeschi, comandata dal conte Galvano; la seconda di mille cavalli toscani, lombardi e tedeschi sotto gli ordini del conte Giordano Lancia; e la terza comandata da lui medesimo era composta di millequattrocento cavalli pugliesi e saraceni. Quando Carlo vide che Manfredi disponevasi a combattere, si volse a' suoi cavalieri e disse loro: «Venuto è il giorno, che tanto abbiamo desiderato;» poi fece quattro corpi della sua cavalleria, il primo di quattro mila cavalli francesi comandato da Gui di Monforte e dal maresciallo di Mirepoix; il secondo diretto da lui medesimo era composto di novecento cavalieri provenzali, ai quali aveva uniti gli ausiliarj di Roma; il terzo sotto gli ordini di Roberto di Fiandra e di Giles le Brun, contestabile di Francia, era formato da settecento cavalieri fiamminghi, brabantesi e piccardi; finalmente il quarto, capitanato dal conte Guido Guerra, era quello de' quattrocento emigrati fiorentini[287]. Questi corpi non formavano tutti assieme che un'armata di tre mila lance, e Giovanni Villani non ne dà un maggior numero a Carlo d'Angiò, forse per accrescer gloria al suo eroe, facendolo vincere con minori mezzi. Calcolando però le truppe che Carlo aveva condotte di Francia, e quelle che aveva trovate in Italia, la sua armata doveva essere almeno più numerosa del doppio.

Dall'una e dall'altra parte si cominciò la battaglia coll'infanteria, la quale sebbene cogli sforzi suoi non potesse decidere della vittoria, non però combatteva con minore accanimento. Gli arcieri saraceni passarono il fiume, ed attaccarono con alte grida i Francesi sull'opposta riva. L'infanteria europea che allora mancava egualmente d'appiombo e di leggerezza non poteva resistere meglio ai volteggiatori, che alla cavalleria, ed i Saraceni ne fecero da lontano colle loro frecce un'orribile carnificina. Per sostenere la sua infanteria si mosse il primo corpo di cavalleria francese gridando, montjoie chevaliers! Il legato del papa li benedì in nome della Chiesa, assolvendoli da tutti i loro peccati in ricompensa dei pericoli cui si esponevano pel servigio di Dio. Gli arcieri saraceni non sostennero l'urto della cavalleria francese, e ritiraronsi con perdita; ma la prima brigata della cavalleria tedesca scese allora nel piano di Grandella per incontrare nemici degni del suo valore[288]. Il suo grido di battaglia era Souabe cavalieri! In questo secondo incontro l'avvantaggio fu ancora di Manfredi; ma ossia che i Francesi fossero più vicini al loro campo, o che più rapide ne fossero le manovre, ricevevano sempre i primi i rinforzi della seconda, terza e quarta linea, sicchè ogni volta ristauravansi coll'arrivo di fresche truppe: e già combattevano tutti i loro quattro corpi di cavalleria, quando non erano ancora venuti alle mani che due di Manfredi. Si dice che questo principe conoscendo le truppe guelfe fiorentine che combattevano valorosamente, gridasse dolente: «Ove sono adesso i miei Ghibellini pei quali io feci tanti sacrificj!.... Qualunque siasi la fortuna della giornata, questi Guelfi possono oramai essere sicuri che il vincitore sarà loro amico.»

Frattanto nel caldo della mischia fu dato ordine ai Francesi di tirare ai cavalli, ciò che tra i cavalieri era considerato come una viltà; e per questa manovra i Tedeschi perdettero tutt'ad un tratto il vantaggio che avevano sopra i Francesi. Manfredi vedendoli piegare esortò la linea di riserva ch'egli comandava a sostenerli vigorosamente: ma appunto in questo momento della crisi incominciò la diserzione dei baroni della Puglia e del Regno: il gran tesoriere, il conte della Cerra, il conte di Caserta, e la maggior parte de' mille quattrocento cavalli che non avevano ancora combattuto, e che dando vigorosamente addosso a truppe affaticate, avrebbergli ottenuta sicura vittoria, abbandonarono vilmente il loro buon re; il quale, quantunque non si vedesse più intorno che un piccolo numero di cavalieri preferì una generosa morte ad una vergognosa esistenza[289]. Mentre allacciavasi il caschetto, un'aquila d'argento che ne formava il cimiero, cadde sull'arcione del suo cavallo. Hoc est signum Dei, disse a' suoi baroni: «Io avevo attaccato il cimiero colle mie proprie mani, non è ora il caso che lo distacca.» Non avendo più questo real segno che lo distingueva dagli altri, gittossi nonpertanto in mezzo alla pugna, combattendo da bravo cavaliere; ma i suoi essendo già rotti, non potè impedirne la fuga, e fu ucciso in mezzo a' suoi nemici da un francese che non lo conosceva[290].

Finchè si mantenne la battaglia, la perdita era stata eguale da ambo le parti; ma dopo rotti, diventò immensa pei Ghibellini. I fuggitivi furono inseguiti nella stessa città di Benevento, ove i Francesi entrarono in sul far della notte. Colà furono presi i principali baroni di Manfredi, e fra gli altri il conte Giordano Lancia e Pietro degli Uberti, che Carlo mandò nelle sue prigioni di Provenza, ove li fece crudelmente morire. Pochi giorni dopo furono dati in mano di Carlo la moglie di Manfredi, sua sorella ed i suoi figliuoli, che tutti morirono nelle prigioni[291] del feroce Carlo.

Per tre giorni s'ignorò la sorte di Manfredi, che fu finalmente riconosciuto da un suo domestico nel campo di battaglia. Il suo cadavere fu posto sopra un asino e portato innanzi al nuovo re Carlo, che fece subito venire tutti i baroni prigionieri per meglio assicurarsi che fosse veramente Manfredi. Tutti lo affermarono spaventati; ma quando si presentò il conte Giordano Lancia, e gli fu scoperto il volto di Manfredi, battendosi il volto colle mani, e dirottamente piangendo: «O mio Signore, gridò, che siamo noi diventati!» I cavalieri francesi ch'erano presenti furono commossi da questo spettacolo, e chiesero a Carlo di rendere almeno gli onori funebri al morto re: «Ben volentieri, rispose, se non fosse morto scomunicato;» e con tale pretesto rifiutandogli una terra sacra, fece per lui scavare una fossa presso al ponte di Benevento. Pure ogni soldato dell'armata portò una pietra sopra quest'umile sepolcro. E per tal modo fu innalzato un monumento alla memoria di un uomo grande ed alla sensibilità d'un'armata vittoriosa. Ma l'arcivescovo di Cosenza, quello stesso Pignatelli ch'era stato incaricato delle negoziazioni coi re di Francia e d'Inghilterra, non permise che le ossa di Manfredi riposassero sotto questo mucchio di pietre; e dietro un ordine del papa le fece levare da questo luogo, che apparteneva alla Chiesa, e gettare al confine del regno e della campagna di Roma presso al fiume Verde[292].

Lo stesso giorno della battaglia i Pugliesi si poterono accorgere con quale giogo avevano cambiata l'autorità del loro principe, e di quale natura sarebbe il governo de' Francesi. Il saccheggio del campo di Manfredi, e le spoglie di tanti ricchi baroni trovati sul campo di battaglia e fatti prigionieri, pareva che dovessero bastare all'avidità de' soldati; ma quest'avidità andava crescendo a misura che il bottino si faceva più grande. Benevento, benchè non si fosse opposta al vincitore, venne abbandonata al saccheggio, e per lo spazio di otto giorni i suoi abitanti trovaronsi esposti a tutti i mali che possono aspettarsi dalla libidine, dall'avarizia e della brutale ferocia dei soldati[293]. Questa sete di sangue che non sembra propria degli uomini, e che pure talvolta provarono intere nazioni, fu la più ampiamente soddisfatta. Non solamente gli uomini, le donne, i fanciulli, ma anche i vecchi furono senza pietà scannati tra le braccia gli uni degli altri; e Benevento, in fine di questa orribile carnificina, non aveva omai altro che case deserte e lorde d'umano sangue[294].

Intanto presentavansi in folla a Carlo i baroni del regno e i deputati delle città per giurargli ubbidienza e fedeltà. Quando si pose in cammino per andare a Napoli, fu ricevuto in tutte le città quale signore e legittimo re. Entrò trionfante in Napoli colla regina Beatrice, sua consorte, dispiegandovi una pompa all'Italia ancora ignota. Adunò un parlamento de' baroni del regno, che cercò di affezionarsi con affettata affabilità. A tutti prometteva grazie, o per lo meno il perdono della passata nimistà; ma al loro ritorno nelle proprie province faceva tenere loro dietro quella folla di plebaglia francese che formava l'infanteria della sua armata, la quale non aveva prese le armi, che per saccheggiare. Carlo distribuiva ai cavalieri le baronie che aveva confiscate a suo profitto, e divideva tra gli uomini d'un ordine inferiore tutti gl'impieghi lucrosi. In pochi giorni si videro partire dalla sua corte, per tutte le parti de' nuovi stati, numerose bande di giustizieri, d'ammiragli, di comiti, d'ispettori de' porti, di gabellieri, d'ispettori de' magazzini, di maestri del siclo, di maestri giurati, di balivi, di giudici e di notai. A tutti gl'impieghi dell'antica amministrazione aveva aggiunti tutti gl'impieghi corrispondenti ch'egli conosceva in Francia, di modo che il numero de' pubblici funzionarj era più che duplicato. Fieri delle nuove loro dignità, ignorando come il loro padrone la lingua del paese, e sprezzando i costumi nazionali, questi plebei, diventati potenti, scorrevano le province e le spogliavano. Ovunque pretendevano di essere accolti come vincitori, ovunque manifestavano il più alto disprezzo per la nazione suddita. I loro viaggi consumavano i popoli, e la loro dimora diventava ancora più ruinosa; perciocchè portavano seco i registri di tutte le imposte in vigore sotto Manfredi; di tutte quelle che Manfredi aveva abolite o surrogate ad altre; di tutte quelle che nelle urgenti circostanze alcuni cattivi re avevano alle volte tentato d'imporre ai loro popoli. Eransi coll'andare del tempo introdotte molte riserve e privilegi; molte contribuzioni non costavano al popolo il valore nominale; Carlo le fece tutte riscuotere a rigore, e riformò come abuso una tolleranza che altro non era che un beneficio de' passati re. Così que' medesimi che avevano tradito Manfredi, quelli ch'eransi immaginati di trovare sotto la protezione della chiesa e d'un re guelfo una pace ed una prosperità inalterabile, versavano amare lagrime sulla morte del principe di Svevia, ed accusavansi con profondo dolore d'incostanza, d'ingratitudine e di viltà[295].

Clemente IV, avvisato delle vessazioni che si commettevano in nome di Carlo, si credette in dovere di proteggere il popolo contro quel re ch'egli stesso aveagli dato. «Se il tuo regno, gli scriveva, viene crudelmente spogliato dai tuoi ministri, tu ne sei incolpato a ragione, poichè tu hai riempiuti i tuoi ufficj di ladri e di assassini che commettono ne' tuoi stati azioni di cui Dio non può sostenerne la vista.... Essi non temono di macchiarsi con ratti, con adulterj, con ingiuste esazioni, e ladronecci... Come potrei io mai compatire la tua pretesa povertà! Tu non puoi, o non sai vivere in un regno colle di cui entrate un uomo eccelso, Federico, già imperatore de' Romani, suppliva a maggiori spese che le tue, saziava l'avidità della Lombardia, della Toscana, delle due Marche e della Germania, ed inoltre accumulava immense ricchezze[296]

La vittoria di Carlo d'Angiò che portava la desolazione nelle due Sicilie, cagionava in Toscana e specialmente in Fiorenza sensazioni affatto diverse. Il conte Guido Novello, capitano della gente d'armi di Manfredi, comandava in questa città; e perchè aveva sotto i suoi ordini mille cinquecento cavalli tedeschi o italiani, perchè i Guelfi erano esiliati, perchè tutte le città toscane, dopo la battaglia di Monte Aperto, eransi unite alla sua parte, egli poteva ancora conservare la sua autorità malgrado la caduta e la morte di Manfredi. Ma stava contro di lui l'opinione del popolo, il quale era affezionato alla parte guelfa ed esacerbato non solo dalla persecuzione mossa contro i capi di quella fazione, ma ancora dalla perdita della sua libertà; poichè sotto il governo del conte Guido eransi a poco a poco abolite in Firenze quasi tutte le prerogative d'una repubblica. Quando si ebbe notizia della battaglia della Grandella, il popolo diede manifesti segni della sua gioja per la morte di Manfredi; gli esiliati si avvicinarono alla città, cercarono di sorprendere alcune castella e di legare corrispondenza cogli abitanti della città onde far nascere qualche congiura.

Il conte Guido era un buon guerriero, ma non uomo di stato; e forse la più sperimentata politica non avrebbe potuto salvarlo nelle difficilissime circostanze in cui si trovava; ma egli fece in cambio molti falli e si mostrò debole. Credette di dover temporeggiare, dando qualche soddisfacimento ai Guelfi ed al popolo col chiamarli a parte del governo. Chiamò da Bologna due frati Gaudenti; era questo un nuovo ordine di cavalleria che prendeva l'impegno di difendere le vedove e gli orfani, di mantenere la pace, d'ubbidire alla Chiesa, ma che non legavasi con voti di castità e di povertà, come negli altri ordini. Uno di questi due cavalieri era guelfo, l'altro ghibellino, e Guido li nominò assieme podestà di Firenze. Diede loro un consiglio di trentasei savj presi indistintamente tra i nobili ed i mercanti, i Guelfi ed i Ghibellini. Accordò in appresso, dietro la domanda di questo consiglio, che i mestieri più importanti fossero uniti in corporazioni; onde si vennero a formare dodici corpi d'arti e mestieri[297]. Le sette professioni che risguardaronsi come più nobili, vennero indicate col nome di arti maggiori, e loro si accordarono consoli, capitani ed uno stendardo, sotto il quale gli artigiani erano obbligati di adunarsi in caso di tumulto, per conservare l'ordine nella città. Le arti minori, il di cui numero venne in seguito accresciuto, non ebbero subito il privilegio di formare compagnie. In tal modo il conte Guido gittò le fondamenta d'una aristocrazia plebea, che in appresso vedremo lottare lungo tempo colle inferiori classi del popolo. Forse il conte Guido sperava di allearsi colla nuova aristocrazia; ma la prima cura di coloro ch'egli aveva chiamati a parte del governo, fu quella di abbatterlo.

Le grazie accordate dalla paura non ottengono giammai riconoscenza, perchè infatti non la meritano. I savj scelti tra la plebe si risguardarono come difensori, e non come creature di Guido, che gli aveva nominati. Ricusarono di sanzionare colla loro approvazione le nuove imposte che Guido aveva bisogno di stabilire per pagare la sua cavalleria, composta di seicento Tedeschi e di novecento ausiliarj venuti da Pisa, Siena, Arezzo, Volterra, Colle. Volle perciò disfarsi de' savj, facendo nascere una sedizione contro di loro. I Ghibellini si avanzarono per attaccarli nella sala in cui rendevano ragione, ma i trentasei si sottrassero, e vedendo che il popolo prendeva le armi per difenderli, si unirono a lui sulla piazza innanzi al ponte santa Trinità. Colà il popolo circondossi di steccati e stette fermo aspettando l'urto della cavalleria. Questa non tardò a comparire, ma non potè forzare le barricate, e nelle anguste strade che sboccavano sulla piazza santa Trinità la cavalleria trovavasi esposta alle pietre che si gittavano dalle finestre, e il conte Guido dovette farla ritirare.

Questa sola scaramuccia decise dei destini di Firenze; imperciocchè il conte sgomentatosi quando vide che da tutte le parti il popolo era in movimento contro di lui, e che da tutte le case lanciavano pietre, credette che i primi vantaggi che otterrebbe il popolo lo farebbero più audace, e non pensò più a conservare la sua posizione, ma soltanto a ritirarsi con onore. Fecesi dunque recare le chiavi della città, ed avendo fatta la rassegna de' suoi soldati per assicurarsi se tutti erano con lui, sortì in bella ordinanza alla loro testa il giorno 11 di novembre del 1266, ed andò la sera a Prato[298].

Ma Guido appena arrivato in questa città si pentì della debolezza con cui aveva abbandonato Firenze senz'esserne cacciato, anzi senza quasi avere combattuto. All'indomani in sul far del giorno, si rimise in viaggio per tornare a Firenze, e presentatosi innanzi alla porta del ponte alla Carraja, domandò che gli fosse aperta; ma non era più tempo. Il popolo, che forse non sarebbe stato forte abbastanza per cacciarlo fuor di città, poteva allora vietargliene l'ingresso. Egli si rimase fino a mezzogiorno sotto le mura, adoperando sempre inutilmente le preghiere, le promesse e le minacce; in fine risolse di tornare a Prato. In questo frattempo i Fiorentini stavano riformando il governo; congedarono i due podestà Gaudenti chiamati da Guido; chiesero ajuto ad Orvieto la più vicina delle città guelfe; e mandarono ambasciatori a Carlo d'Angiò per ottenere la sua assistenza.

Carlo, benchè di diverso partito, seguiva la politica di Manfredi; per essere sicuro del regno di Napoli, voleva essere capo di parte in Toscana ed in Lombardia, e tenere in queste contrade due vanguardie, che impedissero l'avvicinamento de' nemici. Mandò quindi a Firenze del 1267 ottocento cavalieri francesi sotto il comando del conte Gui di Monforte; i quali entrarono in quella città il giorno di Pasqua, mentre i Ghibellini, che mediante una tregua vi erano tornati quell'inverno, ne uscivano spontaneamente esiliandosi senza fare la più piccola resistenza, e si rifugiavano a Pisa ed a Siena. Carlo si fece per dieci anni dare la signoria della città, alla quale non era annessa che la prerogativa di tenervi un vicario per gli affari della guerra e della giustizia. I cittadini che avevano l'amministrazione della repubblica sostituirono un magistrato di dodici savj a quello di trentasei istituito da Guido Novello.

I Fiorentini formarono in seguito diversi consigli, senza il consentimento de' quali la signoria non poteva risolvere verun affare d'importanza. Il primo che dovevasi interpellare, si chiamò consiglio del popolo, ed era composto di cento cittadini: da questo la deliberazione era portata entro lo stesso giorno al consiglio di credenza o di confidenza, nel quale sedevano di pieno diritto i capi delle sette arti maggiori. Era la credenza composta di ottanta membri: dal quale consiglio, come da quello del popolo, erano esclusi i Ghibellini ed i nobili. All'indomani la stessa deliberazione veniva assoggettata a due altri consigli, quello del podestà composto di ottanta membri tanto nobili che plebei, senza contare i capi delle arti che avevano diritto d'esservi ammessi, ed il consiglio generale formato di trecento cittadini di ogni condizione[299].

Lo stabilimento di tanti consigli, i di cui membri erano tutti amovibili, rendeva più rare e meno necessarie le assemblee del parlamento, ossia di tutto il popolo. Cinquecento settanta cittadini, distribuiti in quattro classi, dovevano dare i loro suffragi su tutti gli oggetti più importanti di legislazione e d'amministrazione, ed avevano parte alle nomine di tutti gl'impieghi; e perchè dopo un anno venivano loro surrogati altri cittadini, così si manteneva in tutti lo spirito del popolo e non quello del corpo. I consigli avevano adunque sopra il governo un'influenza veramente democratica, e se non erano che rappresentanti, e non lo stesso popolo, potevano in cambio essere ammessi a prendere una parte più attiva nell'amministrazione dello stato, ciò che non avrebbe potuto fare il popolo, e conservare perciò sopra la magistratura una più immediata influenza. Essi lo sentirono; ed i semplici cittadini non vollero lasciare agli ordini superiori della nazione alcuna delle prerogative che potevano riservare a sè medesimi; e questa fu forse la principal cagione che in Firenze e nelle altre repubbliche della Toscana rese così attiva e violenta quella gelosia del popolo verso la nobiltà, de' plebei contro i cittadini, la quale non si vide a così alto grado portata nelle repubbliche della Grecia. Un effetto di tale gelosia fu l'esclusione de' nobili dai due primi consigli.

Intanto un'altra repubblica si andava formando nell'interno della repubblica fiorentina, la quale vi conservò pel corso di forse oltre due secoli il suo governo indipendente, le sue leggi, la sua forza, la sua ricchezza. Era questa l'amministrazione della parte guelfa. Quando i Ghibellini uscirono di Firenze, i Guelfi, così consigliati dal papa e da Carlo d'Angiò, confiscarono tutti i loro beni, de' quali, detratta la parte impiegata ad indennizzare coloro che avevano sofferto nell'ultima emigrazione[300], ne formarono una borsa separata, destinata a provvedere al mantenimento ed all'accrescimento del partito guelfo. Per amministrare questa borsa si trovò opportuno di accordare ai Guelfi una particolare magistratura; furono autorizzati a nominare ogni due mesi tre capi, in principio chiamati consoli di cavalleria, poi capitani di parte. Questi consoli si diedero un consiglio segreto di quattordici membri, ed un consiglio generale di sessanta cittadini, tre priori, un tesoriere, un accusatore de' Ghibellini, e per dirlo in una parola, tutta l'amministrazione d'una piccola repubblica e quasi tutta la forza d'una sovranità[301]. Questo governo di fazione sempre pronto a combattere, sempre regolare e sempre ricco, mantenne sino alla sua fine sopra la sorte della repubblica la più decisa influenza.

I Guelfi fiorentini ebbero appena ristabilito nella loro città il governo popolare, che presero a dare, in tutta la Toscana, superiorità alla loro fazione. Dichiararono perciò la guerra alle repubbliche di Siena e di Pisa che si ostinavano nella causa ghibellina, e che dovevano inoltre lottare colle interne fazioni; perchè in tutte le città di qualunque fazione si fossero, il popolo era geloso della nobiltà.

In luglio del 1267 i Fiorentini ed i Francesi comandati dal conte di Monforte assediarono Poggibonzi, castello vicino a Siena, ov'eransi rifugiati molti emigrati ghibellini e uomini d'armi tedeschi[302]. Carlo d'Angiò, avendo dal papa ottenuto il titolo di vicario imperiale in Toscana, volle prendere possesso in persona di tale dignità, ed il primo giorno d'agosto dello stesso anno fece il suo solenne ingresso in Firenze; poi venne con tutta la sua cavalleria al campo che assediava Poggibonzi. Colà ebbe motivo di avvedersi quanto gli fosse stata vantaggiosa la risoluzione di Manfredi, che tutto commise all'evento d'una battaglia, invece di fermarlo ad ogni castello che difendeva il suo regno, indebolendolo con una continuata serie d'assedj: imperciocchè quello solo di Poggibonzi occupò quattro mesi l'armata reale de' Francesi unita ai Fiorentini, e non s'arrese che in dicembre, quando gli assediati non ebbero più vittovaglie.

In sul cominciare del 1268 Carlo passò sul territorio di Pisa, ove assediò e prese varj castelli di questa repubblica, fra i quali Porto Pisano e Mutrone. Nonpertanto i Pisani non si scoraggiarono, anzi avevano di già pensato a chiamare contro di lui dal fondo della Germania un potente nemico, il quale fosse il loro liberatore, o almeno il loro vendicatore. Il giovane Corradino, figliuolo di Corrado e nipote di Federico, allevato dalla madre nella corte di suo avo, il duca di Baviera, era entrato nell'anno sedicesimo della sua età, e di già dava a conoscere di dover riuscire degno erede delle virtù de' suoi maggiori; e tutti i Ghibellini tenevano gli occhi a lui rivolti, come verso il liberatore dell'Italia ed il vendicatore della casa di Svevia. Sua madre Elisabetta erasi presa maggior cura di renderlo degno della corona, che di fargliela portare troppo presto. Quando Manfredi erasi dichiarato re di Sicilia, Elisabetta aveva riclamato presso di lui per la conservazione de' diritti del figliuolo; ma non aveva in seguito cercato di turbare l'amministrazione di quel valoroso principe, e lo vedeva con piacere difendere un'eredità che doveva tornare a suo figlio. Aveva perciò accortamente rigettate le offerte de' Guelfi che, avanti la venuta di Carlo d'Angiò, proponevanle d'armare Corradino contro Manfredi e di fargli ricuperare gli stati de' suoi padri. Quando i Ghibellini oppressi o esiliati da Carlo vennero a rinnovarle le medesime istanze, quantunque accordasse maggior confidenza a questi antichi amici della sua casa, rifiutavasi ancora alle loro istanze, trovando suo figlio troppo giovane per governare, e sopra tutto troppo giovane per attaccare in così lontano paese un vecchio guerriero, un vecchio politico, sostenuto da tutto l'apparecchio della religione e dal valore d'una bellicosa nazione. Ma i deputati ghibellini ch'eransi portati alla sua corte, non cessavano di stimolare la madre, il figlio e que' loro parenti che potevano avere qualche influenza sul loro spirito. I confidenti ed antichi amici di Manfredi, Galvano e Federico Lancia, parenti di sua madre, Corrado e Marino Capece, que' due Napoletani che avevano accompagnato il principe di Taranto in tempo della sua fuga, erano i deputati della nobiltà ghibellina dei due regni[303]. Rappresentavano a Corradino l'odio profondo che aveva eccitato in tutto il regno la condotta de' Francesi, la loro mala fede, la rapacità, l'insultante disprezzo delle pubbliche costumanze. Gli dicevano che venuti in nome della religione, avevano profanate le chiese, spesso uccisi i ministri dell'altare; che dopo aver promessa al popolo la libertà, avevano violati gli antichi suoi privilegi, ed abolite le sue immunità. Lo assicuravano che tutti i partiti farebbero causa comune per ristabilire sul trono il legittimo erede; che la Sicilia non aspettava che un segnale per ribellarsi, che i Saraceni di Nocera piangevano per tenerezza al solo udire il nome dell'avo suo, di suo padre, o di suo zio, e ch'erano disposti a tutto sacrificare per l'ultimo rampollo d'una famiglia teneramente amata. In pari tempo gli ambasciatori di Pisa e di Siena gli promettevano l'appoggio di metà della Toscana, che attualmente combatteva contro il suo maggior nemico per la sua causa, quantunque non ancora sotto il suo nome. Fecero di più; gli portarono cento mila fiorini de' loro denari per ajutarlo a fare le prime leve. Erano pure arrivati alla corte di Corradino alcuni ambasciatori lombardi: Martino della Scala prometteva i soccorsi di Verona a lui subordinata e di tutti i Ghibellini della Marca Trivigiana. Il marchese Pelavicino, cui le vittorie de' Guelfi avevano spogliato di Cremona, Parma e Piacenza, non comandava che ne' suoi feudi ereditarj ed in Pavia. Risiedeva d'ordinario a borgo san Donnino; di dove mandava ambasciatori a Corradino, offrendogli la sua persona ed i suoi soldati invecchiati al servigio della casa di Svevia.

Corradino, caldo, impetuoso, non seppe resistere a così lusinghiere offerte, e credè giunto l'istante di vendicare suo avo, il padre e lo zio, sì lungo tempo e tanto crudelmente perseguitati. La principale nobiltà di Germania si pose sotto le sue insegne. Federico, duca d'Austria, giovane principe che come Corradino era stato spogliato de' suoi stati da Ottocare II, re di Boemia, si offerse di dividere con lui i pericoli della spedizione; il duca di Baviera, suo zio, ed il conte del Tirolo, secondo marito di sua madre, armarono i loro vassalli per accompagnarlo fino a Verona. Corradino arrivò in questa città alla fine del 1267 con dieci mila uomini di cavalleria, dei quali meno della metà era pesantemente armata[304]. Dopo la dimora di poche settimane in Verona, impiegate nel rinnovare i trattati coi signori italiani, il conte del Tirolo ed il duca di Baviera ricondussero le loro truppe in Germania; e Corradino con circa tre mila cinquecento uomini passò a Pavia, attraversando la Lombardia senza incontrare verun ostacolo.

Da questa marcia Carlo poteva argomentare che Corradino entrerebbe per la Liguria in Toscana, come veramente fece, ed il re francese per chiudergli il passaggio erasi recato ai confini dei territorj di Lucca e di Pisa: ma in tal tempo ebbe avviso dalla Puglia e da Roma, che rendevasi colà necessaria la sua presenza. La ribellione aveva incominciato ne' suoi stati, e Roma governata da un senatore suo parente, ma suo nemico, erasi alleata con Corradino; e finalmente Clemente IV, mandandogli la seguente lettera, lo affrettava a ritornare.

«Io non so perchè ti scriva come a re, mentre pare che tu non ti prenda cura del tuo regno, il quale trovasi senza capo, lacerato da' Saraceni, o da perfidi Cristiani: prima impoverito da' ladronecci de' tuoi ministri, ora viene divorato da' tuoi nemici. Così il bruco distrugge ciò che non potè la cavalletta. Gli spogliatori non gli mancano, bensì i difensori. Se per tua colpa lo perdi, non lusingarti che la Chiesa voglia rientrare in nuovi travagli e nuove spese per fartelo acquistare un'altra volta: tu potrai allora ritornare nelle tue ereditarie contee, e contento dell'inutile nome di re, aspettarvi gli avvenimenti. E forse tu fai fondamento sulle tue virtù, o speri che Dio farà per te miracolosamente quello che tu dovevi fare; oppure, tu ti fidi alla prudenza che tu credi avere, i di cui suggerimenti anteponi agli altrui consigli. Io ero determinato a non più scriverti di questi affari; e ti mando solamente questi ultimi avvisi dietro le istanze del nostro venerabile fratello Raoul, vescovo d'Alba.

«Viterbo il 5 di maggio anno 4[305]

Lo spavento che sentiva il papa, e che manifestava in questa così poco misurata lettera, era in parte prodotto da' preparativi di guerra che il senatore di Roma andava facendo quasi sotto i suoi occhi. Questo senatore era un principe castigliano. Alfonso X, re di Castiglia, quello stesso che aspirò a portare la corona imperiale, aveva due fratelli, Federico ed Enrico, che dopo essersi contro di lui ribellati co' suoi sudditi, avevano dovuto abbandonare la Spagna e rimanersi più anni al servigio del re di Tunisi[306]. Durante la lunga loro dimora presso i Saraceni furono accusati d'avere adottati i costumi e la religione di quel popolo. Enrico frattanto, stanco del suo esilio tra i Musulmani, era dall'Affrica passato in Italia ne' tempi in cui la conquista del regno di Napoli fatta da Carlo d'Angiò riscaldava le speranze di tutti gli ambiziosi. Il padre d'Enrico era fratello della madre di Carlo, onde il principe castigliano approfittò di questa parentela per essere favorevolmente accolto da suo cugino; ed a questa aggiunse una raccomandazione ancora più potente, prestandogli sessanta mila doppie, prezzo de' suoi servigi presso i Saraceni e de' suoi risparmj. In fatti Carlo lo accolse come fratello; lo raccomandò caldamente al papa, cui chiese perfino che lo investisse del regno di Sardegna, onde toglierlo a' Ghibellini di Pisa. Ma Carlo non tardò ad ingelosirsi dell'influenza che Enrico andava acquistando grandissima sullo spirito del popolo di Roma ed alla corte papale, chiese per sè medesimo il regno di Sardegna, rifiutò di restituire al cugino il prestato denaro, ed eccitò talmente la sua collera, che Enrico giurò di vendicarsi, quand'anche dovesse perdere la vita[307].

Intanto i Romani inaspriti contro la nobiltà da quella stessa gelosia, che animava a quest'epoca tutti i popoli d'Italia, avevano escluso quest'ordine privilegiato dal governo della loro città. Avevano allora nominati due cittadini per ogni quartiere, onde comporne il supremo loro consiglio, e questo accordò il rango di senatore ad Enrico di Castiglia, perchè lo credette opportuno a decorare colla sua reale nascita il nuovo governo. Enrico aveva sotto i suoi ordini circa trecento cavalieri spagnuoli o saraceni, che l'avevano seguìto da Tunisi in Italia; ebbe presto il modo di farne venire degli altri; ed in pari tempo afforzò il suo potere in Roma con una mescolanza di fermezza e di giustizia, rimettendovi l'ordine e la sicurezza: ma fece arrestare come ostaggi alcuni capi del partito de' nobili e de' Guelfi, due Orsini, un Savelli, uno Stefani ed un Malabranca. Diede inallora pubblicità all'alleanza da lui contratta con Corradino, e scrisse a questo principe per affrettarlo a recarsi a Roma[308].

Nello stesso tempo Corrado Capece, dopo aver portate a Pisa notizie di Corradino e dell'imminente sua venuta, aveva fatto vela alla volta di Tunisi sopra una galera pisana per trovare Federico, fratello d'Enrico di Castiglia, che sbarcò sulle coste della Sicilia con duecento cavalieri spagnuoli, altrettanti tedeschi e quattrocento toscani ch'eransi riparati in Affrica dopo la disfatta della casa di Svevia, che ardentemente desideravano di vendicare. Le due galere che portarono questa gente a Sciatta in Sicilia erano cariche di selle e di armi; ma i cavalieri erano in sì misero stato ridotti, che non avevano fra tutti più di ventidue cavalli[309]. Nulladimeno sparsero nell'isola le lettere ed i proclami di Corradino per ricordare ai popoli la fedeltà giurata alla sua famiglia. Bentosto le valli di Mezzara e di Noto, e tutta la Sicilia, fuorchè Palermo, Messina e Siracusa spiegarono le insegne della casa di Svevia; il vicario del re Carlo fu rotto da Corrado e da Federico, ed i cavalli tolti ai Provenzali servirono ai cavalieri giunti dall'Affrica.

Quando Carlo ebbe avviso de' progressi de' suoi nemici in Sicilia, seppe pure che a Luceria i Saraceni avevano prese le armi contro di lui, che la città di Aversa nella Puglia, le città degli Abruzzi, tranne l'Aquila, e molte città della Calabria eransi ribellate. Per queste notizie partì subito per attaccare i suoi nemici prima che ricevessero i soccorsi di Corradino, e, lasciando ottocento cavalieri francesi o provenzali in Toscana sotto gli ordini di Guglielmo di Belselve, venne a grandi giornate in Puglia ed assediò Luceria.

Frattanto Corradino, lasciata Pavia, aveva, per valicare le Alpi liguri, divisa la sua gente in due corpi; con uno de' quali, condotto dal marchese del Carreto, attraversando le terre di questo signore, scese anch'egli a Varaggio presso Savona nella riviera di Ponente, nel qual luogo i Pisani tenevano pronte dieci galere per condurlo a Pisa, dove arrivò nel mese di maggio[310]. L'altro corpo composto della sua cavalleria venne per le montagne di Pontremoli a Sarzana, ove fu accolto dai Pisani medesimi, i quali vollero dare all'ultimo rampollo della casa di Svevia sicure prove del costante attaccamento loro verso quella famiglia. Allestirono perciò trenta galere montate da cinque mila soldati pisani, e le spedirono verso le coste delle due Sicilie ove, dopo aver guastato il territorio di Molo, attaccarono finalmente in faccia a Messina la flotta combinata provenzale e siciliana di Carlo d'Angiò e le presero ventisette galere che abbruciarono in vista del porto[311].

Corradino poi ch'ebbe, alla testa dei Pisani, fatta una scorreria nel territorio di Lucca[312], passò a Siena, ove fu accolto colle medesime dimostrazioni di gioja. Guglielmo di Belselve, maresciallo di Carlo, vedendo che il suo nemico avanzavasi alla volta di Roma, volendo avvicinarlo, marciò da Fiorenza ad Arezzo; ma giunto a Ponte a Valle sull'Arno, cadde in un'imboscata tesa dalle truppe di Corradino comandate dagli Uberti di Firenze, e fu fatto prigioniere colla maggior parte de' suoi soldati, essendo gli altri stati uccisi o dispersi[313].

Corradino, durante il sue cammino a traverso dell'Italia, aveva tre volte ricevuto ordine dal pontefice di licenziare la sua armata, e di venire disarmato ai piedi del principe degli apostoli a ricevere quella sentenza che avrebbe contro di lui pubblicata, minacciandolo in caso di rifiuto di scomunicarlo e di spogliarlo del titolo di re di Gerusalemme, il solo che la santa sede gli avesse permesso d'ereditare da' suoi antenati. Corradino non si era curato di tali minacce, onde Clemente pronunciò in Viterbo, il giorno di Pasqua, la sentenza di scomunica contro di lui e de' suoi partigiani[314], dichiarandolo decaduto dal regno di Gerusalemme, e liberando i suoi vassalli dal giuramento di fedeltà. Corradino non rispose altrimenti a quest'ultima bolla che avanzandosi verso Roma alla testa della sua armata. Passando presso Viterbo, ove dimorava il papa, che vi si era afforzato con numerosa guarnigione, Corradino fece spiegare la sua armata innanzi alle mura della città per incutere timore alla corte pontificia. Difatti i cardinali ed i preti corsero spaventati a trovare Clemente, che stava allora pregando. «Non temete, rispose loro, che tutti questi sforzi saranno dispersi come il fumo.» Indi si recò sulle mura di dove osservò Corradino e Federico d'Austria che facevano sfilare in parata la cavalleria. «Queste, disse ai cardinali, sono vittime che si lasciano condurre al sagrificio[315]

Corradino fu in Roma ricevuto dal senatore Enrico di Castiglia colla pompa riservata ai soli imperatori. Il senatore aveva presso di lui adunati ottocento cavalieri spagnuoli, molti uomini d'armi tedeschi, e signori ghibellini, che avevano militato sotto Manfredi e sotto Federico. Dopo essersi trattenuto pochi giorni in Roma per dar riposo all'armata, ed appropriarsi i tesori del clero nascosti nelle chiese, Corradino partì il 18 agosto alla testa di cinque mila uomini d'armi alla volta del regno di Napoli.

Le strade del regno dalla banda della Campagna e di Ceperano trovandosi ben fortificate e guarnite di truppe, Corradino risolse di prendere il cammino degli Abruzzi. Passando sotto Tivoli, attraversò la valle di Celle, e scese nella pianura di san Valentino o Tagliacozzo[316]. Informato il re Carlo della strada tenuta da Corradino levò l'assedio di Luceria, ed avanzandosi a grandi giornate, passò la città dell'Aquila, e si fece incontro al suo rivale nella stessa pianura di Tagliacozzo. Non aveva Carlo più di tre mila cavalieri da opporre ai cinque mila di Corradino; ma un vecchio barone francese, Alardo di San Valerì, che tornava allora di Terra santa, gli suggerì un pericoloso, e fors'anco crudele stratagemma, che compensò l'inferiorità del numero. Così consigliato da San Valerì, Carlo divise la sua armata in tre corpi; formò il primo di Provenzali, di Toscani e di Campagnani sotto il comando di Enrico duca di Cosenza che perfettamente rassomigliava a Carlo, e che fece vestire degli abiti e delle reali insegne: formò il secondo corpo di Francesi capitanati da Giovanni di Crari, e mandò questi due battaglioni, quasi formassero soli tutta l'armata, a custodire il ponte e difendere il piccolo fiume che traversa il piano di Tagliacozzo. Frattanto il re con Alardo di San Valerì, Guglielmo di Villehardovin, principe della Morea, ed ottocento cavalieri, il fiore di tutta l'armata guelfa, si nascose in una angusta valle per dare addosso ai nemici in sul finire della battaglia.

Corradino, poi ch'ebbe riconosciuti i due corpi, che supponeva formare tutta l'armata guelfa, divise la sua per nazioni in tre corpi. Egli col duca d'Austria prese il comando de' Tedeschi, affidò quello degl'Italiani al conte Galvano Lancia, e quello degli Spagnuoli ad Enrico di Castiglia. Guadò arditamente il fiume alla testa de' suoi valorosi soldati ed attaccò i Provenzali che furono ben tosto rotti, come pure poco dopo il corpo de' Francesi. I Ghibellini erano talmente superiori di numero, che l'armata nemica si vide in breve distrutta o posta in disordinata fuga. Carlo che dall'alto di un colle vedeva l'uccisione delle sue genti, si disperava, e voleva ad ogni modo andare in loro soccorso, ma il signore di San Valerì, che perfettamente conoscendo la natura de' Tedeschi aveva calcolati gli effetti della loro vittoria, non gli permise di muoversi. In fatti i Tedeschi trovando sul campo di battaglia il corpo d'Enrico di Cosenza cogli ornamenti reali, lo supposero lo stesso Carlo, onde parendo loro d'avere ottenuta intera vittoria, e di non avere più nulla a temere, si sparsero per la campagna per saccheggiare il campo nemico.

Quando Alardo di San Valerì vide compiutamente rotti gli ordini di battaglia delle truppe di Corradino, e che dispersi nell'inseguire i fuggiaschi, erano divisi in piccole bande, e non più in istato di sostenere l'urto della sua cavaleria, voltosi a Carlo, gli disse: «Fate adesso suonare la carica, che giunto è l'istante opportuno.» Infatti questi ottocento scelti e freschi cavalieri spingendosi in mezzo ad un'armata di cinque mila uomini oppressi dalla fatica, e talmente dispersi, che in verun luogo trovavansi duecento cavalieri riuniti e disposti a fare resistenza, ne fecero uno spaventoso massacro. Carlo era sì poco aspettato, che quando la sua truppa entrò di galoppo nel campo di battaglia, si credette da coloro che l'occupavano, che fosse un corpo dell'armata di Corradino che aveva inseguiti i nemici, e non si posero in sulle difese per fargli fronte. I Francesi, vedendo rialzata l'insegna del loro re, accorrevano ad ordinarsi intorno alla medesima, e per tal modo la gente di Carlo andava ingrossando, mentre scemava quella di Corradino[317]. I baroni che gli stavano appresso non vedendo alcun mezzo di restaurare la battaglia, lo consigliarono a mettersi in salvo co' suoi soldati, onde misurarsi un'altra volta, e non rimanere morto o prigioniere. Corradino, il duca d'Austria, il conte Galvano Lancia, il conte Gualferano ed i conti Gherardo e Galvano di Donoratico di Pisa fuggirono assieme; ed a stento Alardo di San Valerì contenne i Francesi che volevano inseguirli; perciocchè se essi dal canto loro rompevano l'ordinanza, avrebbero potuto essere egualmente disfatti: poco mancò pure che nol fossero da Enrico di Castiglia, che tornò co' suoi Spagnuoli sul campo di battaglia: ma questi ancora furon rotti, e Carlo si tenne fino a notte ordinato in battaglia, per non compromettere la sua vittoria.

Corradino fuggendo aveva sperato di trovare il grosso della sua armata ch'era piuttosto dispersa che disfatta; ma quel paese, che gli si era mostrato prima favorevole, andavasi contro di lui dichiarando di mano in mano che aveva avviso della sua rotta. Enrico di Castiglia fu fatto prigioniero e consegnato a Carlo dall'abate di Monte Cassino, cui aveva chiesta ospitalità. Corradino, giunto coi suoi amici alla torre d'Astura in riva al mare, lontana quarantacinque miglia dal campo di battaglia, si fece dare una barca per passare in Sicilia; ma Giovanni Frangipani, signore d'Astura, gli tenne dietro con un'altra barca, e, fattolo prigioniero, lo condusse nel suo castello. Stava il Frangipani dubbioso se dovesse accettare il danaro offertogli per la libertà de' suoi prigionieri, quando si vide assediato dall'ammiraglio di Carlo, e forzato di rimetterli nelle sue mani. Ricevette dal re francese in premio della sua viltà un feudo presso Benevento.

La disfatta di Corradino non doveva mettere fine nè alle sue sventure, nè alle vendette del re. L'amore del popolo pel legittimo erede del trono era così manifesto, che Carlo temeva di nuove rivoluzioni finchè il principe fosse vivo; onde Carlo coprendo la sua diffidenza e la sua crudeltà colle apparenze della giustizia, determinò di far morire sul patibolo l'ultimo rampollo della casa Sveva, l'unica speranza del partito ghibellino. A tal fine adunò in Napoli due sindaci o deputati di ciascheduna città di Terra di Lavoro e del Principato[318]; le quali erano le province a lui più devote e più abbondanti di Guelfi. Eretta quest'adunanza in tribunale, chiese una sentenza di condanna contro Corradino e tutti i suoi partigiani. Ma a fronte della parzialità con cui era stato formato questo tribunale, ed a fronte del timore, che poteva ispirare a' suoi membri il conosciuto carattere del tiranno, la maggior parte di loro non vollero macchiarsi di tanta infamia.

Mentre Carlo abbassavasi vilmente alle funzioni d'accusatore, e rinfacciava il suo rivale d'essersi ribellato contro di lui, suo legittimo sovrano; di avere fatto alleanza co' Saraceni, e di avere saccheggiati i monasterj; Guido di Sucaria, famoso legista, che sedeva tra i giudici, prese la parola per difendere l'accusato. Mostrò che Corradino trovavasi sotto la salvaguardia che le leggi della guerra accordano ai prigionieri; che il suo diritto al trono, che aveva cercato di far rivivere, era abbastanza plausibile perchè, senza delitto, potesse tentare di farlo valere; che i disordini della sua armata non gli potevano altrimenti essere imputati che al capo d'un'armata ben affetta ed amica alla Chiesa si potevano imputare i sacrilegi e le infamità da quella medesima armata in simil guisa commessi; per ultimo, che l'età di Corradino sarebbe un motivo di grazia, quand'anche non avesse alcun diritto alla protezione della giustizia. Un sol giudice provenzale, suddito di Carlo, di cui gli storici non ci conservarono il nome, osò votare per la morte di Corradino; altri si ridussero ad un timido e colpevole silenzio; e Carlo, appoggiato all'autorità di un solo giudice, fece da Roberto di Bari, protonotaro del regno, pronunciare la sentenza di morte contro lo sventurato principe e tutti i suoi compagni[319]. La sentenza fu comunicata a Corradino mentre stava giocando agli scacchi. Gli si lasciò poco tempo per disporsi alla morte, ed il giorno 26 ottobre, fu con tutti i suoi compagni condotto sulla piazza del mercato di Napoli presso al mare: Eravi il re Carlo con tutta la sua corte, ed un'immensa folla di popolo circondava il vincitore ed il re condannato.

Il giudice provenzale che aveva votato per la morte di Corradino lesse la sentenza portata contro di lui come traditore della corona e nemico della Chiesa. Giunto al termine della lettura, quando stava pronunciando la pena di morte, Roberto di Fiandra, il proprio genero di Carlo, si slanciò sopra l'iniquo giudice, e piantandogli nel petto lo stocco che teneva in mano, gridò: «Non s'aspetta a te, miserabile, il condannare a morte così nobile e gentil signore!» Il giudice cadde morto in terra sugli occhi del re, che non osò mostrarne verun risentimento.

Frattanto Corradino trovavasi già tra le mani del carnefice; si staccò egli medesimo il mantello, e postosi in ginocchi per pregare, si rialzò gridando: «Oh mia madre, di quale profondo dolore ti sarà cagione la notizia che ti sarà portata della mia morte!» Poi volgendo lo sguardo alla folla che lo circondava, vide le lagrime ed udì i singulti del suo popolo: allora, levatosi il suo guanto, gettò in mezzo a' suoi sudditi questo pegno di vendetta, e sottopose il capo all'esecutore[320].

Dopo di lui perdettero la testa sopra lo stesso palco il duca d'Austria, i conti Gualferano, Bartolomeo Lancia, ed i conti Gherardo e Galvano Donoratico di Pisa. Per un raffinamento di crudeltà volle Carlo che il primo, figliuolo del secondo, precedesse suo padre e morisse tra le sue braccia. I cadaveri, giusta gli ordini del re, furono esclusi da ogni luogo sacro, e sepolti senza veruna pompa sulla riva del mare. Peraltro Carlo II fece in appresso fabbricare nello stesso luogo una chiesa di carmelitani, quasi volesse calmare quelle ombre sdegnate.

Enrico di Castiglia, senatore di Roma, venne risparmiato, sia perchè cugino del re, sia per rispetto alle istanze fatte dall'abate di Monte Cassino che l'aveva consegnato. Ma si dovevano ancora versare torrenti di sangue. I Ghibellini di Sicilia scoraggiati dalla disfatta di Corradino, furono vinti, e caddero tutti gli uni dopo gli altri in mano de' Francesi, che li condannarono a morte. Tale fu la sorte de' fratelli Marino e Giacomo Capece, e di Corrado d'Antiochia, figlio di Federico d'Antiochia, bastardo di Federico II: il quale i carnefici, dopo avergli cavati gli occhi, appiccarono[321]: questi ad eccezione dello sventurato Enzo che ancora viveva nelle prigioni di Bologna, ove morì quattr'anni più tardi, era l'ultimo de' discendenti illegittimi della casa di Svevia, come Corradino n'era l'ultimo de' principi. Ventiquattro baroni calabresi furono presi nel castello di Gallopoli, e condannati all'ultimo supplicio[322]. Questi esempj di crudeltà erano imitati dai giudici di più basso rango, che trattavano i plebei come vedevano essere trattati i grandi. Molti si mandavano a morire, molti erano mutilati, altri spogliati delle loro fortune, senza neppure essere ascoltati avanti che fosse pronunciata contro di loro la sentenza. A Roma, fece il re troncare le gambe a coloro ch'eransi dichiarati contro di lui, ed in appresso temendo che la vista di tanti infelici gli suscitasse nuovi nemici, li fece chiudere in una casa di legno, cui fu appiccato il fuoco[323]. Guglielmo, detto lo stendardo, uomo di sangue, era stato mandato in Sicilia per reprimere, o punire i sediziosi. Assediò Augusta posta tra Catania e Siracusa. Era questa città difesa da mille de' suoi cittadini in istato di portare le armi, e da duecento cavalieri toscani del numero di coloro che Capece aveva condotti in Sicilia: la sua situazione era tale da rendere lungo tempo vani gli sforzi degli assedianti; ma sei traditori diedero la città nelle mani de' Francesi, aprendo loro una porta segreta. Gli abitanti di Augusta, sorpresi e massacrati nelle proprie strade, non poterono opporre veruna resistenza agli assalitori; pure quando ebbe occupata tutta la città, Guglielmo pose dei carnefici in riva al mare, e facendoli condurre l'un dopo l'altro tutti gli sventurati che scoprivansi ne' sotterranei delle loro case, faceva loro troncare il capo, e gettare i cadaveri nelle onde[324]. Neppure un solo abitante d'Augusta si sottrasse alla crudeltà di Guglielmo; i fuggiaschi, ch'eransi affollati in una barca, affondarono, ed i sei traditori, presi come gli altri da' carnefici, parteciparono della sventura della tradita loro patria. Corrado Capece venne consegnato a Guglielmo dagli abitanti di Conturbia, ed appiccato dopo che gli furono cavati gli occhi. Luceria fu presa dallo stesso Carlo, poichè la fame ebbe fatti perire la maggior parte de' Saraceni che la difendevano[325]; e tutte le città e castella delle due Sicilie tornarono in potere de' Francesi.

Il guanto, che Corradino aveva gettato in mezzo al popolo, si assicura che fu raccolto da Enrico Dapifero, e portato a D. Pietro d'Arragona, marito di Costanza, figliuola di Manfredi, come al solo legittimo erede della casa di Svevia. Forse Corradino volle in fatti, come lo pretesero i re austriaci ed arragonesi[326], trasferire in tal modo alla loro famiglia i proprj diritti al trono delle Sicilie, e ratificarne in tal modo il titolo ereditario; ma pare più probabile ancora, che Corradino, gettando in mezzo a' suoi sudditi il pegno della sua vendetta, suggerisse loro di scuotere un odioso giogo e di lavarsi del sangue de' loro re, del sangue de' loro amici e concittadini, che veniva versato sulle loro teste. Questo pegno di guerra fu realmente rialzato dalla nazione, ed i vesperi siciliani furono la lenta, ma terribile vendetta del supplicio di Corradino, della strage d'Augusta, de' torrenti di sangue sparso dai Francesi nelle due Sicilie.