CAPITOLO XXII.
Smisurata ambizione di Carlo d'Angiò. — Eccita la discordia tra le repubbliche italiane per opprimerle. — Suoi progetti impediti dai vesperi siciliani.
1268 = 1282.
Carlo era finalmente giunto a quel grado di potenza cui agognava da tanto tempo; i due regni di Sicilia gli erano sottomessi; l'erede di quelle corone sagrificato alla sua politica, la famiglia di Svevia estinta, non rimanendo che una sola femmina maritata nell'estremità dell'Europa ad un principe poco ricco e poco potente, femmina che tirando ogni suo diritto da un bastardo non aveva alla successione che un titolo di poco superiore a quello del conquistatore. Carlo non era solamente re delle due Sicilie, ma era il favorito dei papi, che in esso vedevano l'opera loro; e come amico e figliuolo prediletto della santa sede esercitava negli stati della chiesa una potenza che niuno secolare sovrano aveva potuto da lungo tempo acquistarvi. Clemente IV morì un mese dopo il supplicio di Corradino[327], e perchè in trentatre mesi i cardinali non gli avevano ancora dato un successore, Carlo approfittò dell'interregno per accrescere il suo potere negli stati della chiesa. Clemente gli aveva dati dei diritti sopra la Toscana nominandolo vicario imperiale di quella provincia; i Guelfi lombardi lo risguardavano come loro protettore; molte città del Piemonte l'avevano eletto loro perpetuo signore; e per tal modo il re delle due Sicilie era diventato l'arbitro di tutta l'Italia.
Beatrice sua moglie, che per appagare la propria vanità lo aveva impegnato in così pericolose intraprese, non raccolse il frutto di quelle vittorie, che aveva così ardentemente desiderate; perciocchè morì poco dopo la battaglia di Tagliacozzo, e Carlo sposò in seconde nozze Margarita di Borgogna.
Se Carlo conservò lungo tempo l'acquistato potere, non però fu soddisfatta la sua ambizione; che dopo tante prosperità non sembrandogli le due Sicilie uno stato degno di lui, più omai non lo risguardava che come un mezzo per innalzarsi a maggior grandezza. In vece di appagarsi dell'alta influenza che aveva acquistata sopra tutta l'Italia, volle ridurre questa terra in servitù e farne un solo regno il quale gli somministrasse gli opportuni mezzi a far l'impresa del Levante, che stavagli altamente a cuore. Si era perciò procacciate segrete corrispondenze in ogni angolo dell'Italia e della Grecia, tracciandosi una strada cogli inganni, che poi andava allargando colla crudeltà; tesori immensi, larghi fiumi di sangue fece spargere ai popoli che voleva governare; ma invece di ridurli in ischiavitù, gli scosse dal vergognoso letargo, e chiamò sopra di sè e sopra la sua famiglia la tarda ma giusta vendetta degli oppressi.
Tra le circostanze, che principalmente favorirono l'ingrandimento della casa d'Angiò, vuole essere annoverata la caduta de' principali capi del partito ghibellino in Lombardia, il marchese Pelavicino e Buoso di Dovara. Ambedue erano stati allievi di Federico II, ambedue compagni d'armi del feroce Ezelino, finchè, costretti da' suoi delitti, concorsero anch'essi coi Guelfi alla sua distruzione. Uberto Pelavicino era un eccellente capitano, ed era stato uno de' primi a formare un numeroso e potente corpo di cavalleria, che da lui solo dipendeva; aveva riunite sotto il suo dominio molte città, che, nominandolo loro generale, lo avevano, quasi senza accorgersene, fatto loro padrone[328]. L'ambizione di Pelavicino era meno avida e feroce di quella d'Ezelino; egli non aveva fondato il suo potere coi delitti, nè resolo compiuto, onde se ne vide spogliato dall'incostanza de' popoli, senza essere in istato, come Ezelino, di difendere con una lunga guerra gli stati da lui formati.
Quasi tutte le città da lui dipendenti eransi di già sottratte alla sua autorità, quando Corradino attraversò la Lombardia; e solo gli rimanevano molti castelli assai forti, fra i quali, quello ragguardevolissimo di san Donnino, solita sua residenza, tra Parma e Piacenza, il quale si arrese in sul finire del 1268 ai Parmigiani che lo assediavano, e fu interamente distrutto, ed i suoi abitanti dispersi nelle vicine terre. Il marchese Uberto, ch'erasi ritirato in un altro castello, vi morì l'anno susseguente, mentre i Guelfi suoi nemici stavano per assediarlo[329]. Suo figlio Manfredi continuò la nobile famiglia de' Pelavicino, che con leggiere alterazione di nome chiamasi oggi Palavicino; ma quantunque fino a' nostri giorni sia rimasta feudataria immediata dell'impero, non risalì però mai a quel grado di potenza, cui l'aveva innalzata il marchese Uberto.
Buoso di Dovara, lungo tempo collega di Pelavicino, fu forse, disgustandosi con lui, cagione della comune ruina; giacchè appena stando uniti erano abbastanza potenti per resistere ai loro nemici. Buoso fu esiliato da Cremona con tutto il suo partito, e morì miserabile dopo avere compromessa la sua autorità per una insensata avarizia[330].
Le città di Lombardia, quasi tutte addette al partito guelfo, parevano, colla caduta degli antichi loro padroni, ricuperare la perduta libertà; ma esse avevano perduto nelle precedenti rivoluzioni quell'odio della tirannia e del potere arbitrario che forma, per così dire, la salvaguardia delle repubbliche. La passione dominante d'ogni città era il trionfo d'una fazione, non lo stabilimento d'un conveniente governo; ed i mezzi, che venivano adottati per conseguire questo scopo, tendevano di loro natura a distruggere la libertà. Non si può forse ragionevolmente sperare che una repubblica possa stare senza fazioni; ma per lo meno sarebbe desiderabile che le fazioni prendessero origine nel suo seno e che i suoi cittadini non adottassero cause straniere. Un'interna fazione confonde sempre lo scopo ch'ella si propone colla speranza d'un miglior governo. Se gli uni si sforzano di far trionfare i nobili, egli è perchè si lusingano di trovare nell'aristocrazia maggior forza, dignità, prudenza e tranquillità: se altri esaltano il potere popolare, vuol dire che si ripromettono nella democrazia maggiore libertà, indipendenza ed energia. Nè gli uni nè gli altri sceglieranno scientemente per ottenere l'intento loro mezzi distruttivi dello scopo che si propongono, e questo scopo è sempre una salvaguardia dello stato medesimo. Ma quando i cittadini hanno preso parte collo stesso zelo in una fazione più estesa che la loro patria, in una fazione il cui scopo trovasi al di fuori di questa, quello è risguardato come un interesse superiore all'interesse nazionale: allora non sonovi sagrificj che i cittadini non siano disposti a fare per conseguirlo. Nelle dispute di religione, in quelle dell'impero e della chiesa, ridurre in servitù la sua patria, il sottoporla ad un governo violento ma energico, non è già un distruggere lo scopo propostosi, egli è al contrario un giovare spesse volte a somministrare più sicuri mezzi per ottenerlo. Le fazioni furono spinte in Toscana ed in Lombardia ad un egual grado di violenza; ma nel primo paese erano quelle della democrazia e dell'aristocrazia, onde fu mantenuta la libertà; nel secondo quelle de' Guelfi e de' Ghibellini, ed il governo repubblicano fu loro sagrificato.
Carlo d'Angiò, che alimentava le passioni da cui sperava i suoi prosperi successi, fece adunare a Cremona una dieta delle città guelfe della Lombardia. La presiedettero i suoi ambasciatori, i quali rappresentarono alle città, che per non perdere i vantaggi della vittoria che avevano ottenuta sui Ghibellini, eterni loro nemici, per impedire il rinascimento di quell'odiata fazione e per dare maggiore forza ed unione al governo della lega, egli era necessario di nominare un capo. Pretesero che il re Carlo, il quale andava debitore di ogni suo potere ai Guelfi, sarebbe l'uomo più invariabilmente attaccato al loro partito; ed in conseguenza domandavano che tutte le città lombarde lo nominassero loro signore. Vi acconsentirono quelli di Piacenza, Cremona, Parma, Modena, Ferrara e Reggio[331]; quelli di Milano, Como, Vercelli, Novara, Alessandria, Tortona, Torino, Pavia, Bergamo, Bologna e quelli del marchese di Monferrato, risposero, che volevano aver Carlo sempre amico, padrone mai. Non perciò si sgomentarono i deputati di Carlo, anzi fecero fante pratiche, che, avanti che terminasse l'anno, i Milanesi e varj altri popoli acconsentirono a giurare fedeltà al nuovo signore.
Il re di Sicilia non sarebbesi forse limitato a questi primi successi, se a tale epoca non fosse stato strascinato da suo fratello san Luigi nell'ultima crociata, che lo allontanò alcun tempo dalle sue intraprese sull'Italia.
(1270) Mille cause diverse avevano quasi spento l'ardore per le crociate; e le più frequenti comunicazioni coi Saraceni avevano assai diminuito quell'odio che prima ispiravano. Per lo contrario i cristiani di Terra santa avevano date tante prove di viltà, di perfidia, di corruzione, che le loro sventure venivano risguardate come una punizione del cielo. La cieca fede dell'undecimo secolo era stata indebolita dai nascenti lumi del tredicesimo; ed il generoso cavalleresco sagrificio dei grandi aveva fatto luogo ad una più astuta politica. L'abuso delle crociate aveva in sì special modo fatta nascere la diffidenza intorno all'efficacia delle indulgenze; eransi veduti più volte i papi predicare la crociata contro i loro particolari nemici, contro principi commendevoli per virtù e per talenti, contro imperatori che avrebbero potuto essere l'appoggio della cristianità; onde incominciavasi a dubitare della santità delle crociate e delle ricompense che potevano meritare innanzi al tribunale di Dio. Il signore di Joinville, sollecitato da san Luigi ad accompagnarlo in quest'ultima spedizione, racconta che gli rispondesse; «che s'egli si esponeva al pellegrinaggio della croce, ruinerebbe totalmente i suoi poveri sudditi. Inoltre, soggiunge egli nelle sue memorie, ho udito dire da molti che coloro che gli consigliarono l'intrapresa della crociata fecero un grandissimo male, e peccarono mortalmente; perchè, finchè rimase nel regno di Francia, tutto il suo regno viveva in pace, e vi regnava la giustizia; e tostochè l'ebbe abbandonato, tutto incominciò a peggiorare. Fecero pure grandissimo male per un altro motivo; essendo il detto signore tanto indebolito e fiacco della persona, che non poteva sostenere veruna armatura, nè rimanere lungo tempo a cavallo[332].»
Qualunque si fosse il sentimento di Joinville e di molti suoi compagni d'armi, presso ad altri molti le cavalleresche virtù di san Luigi riaccesero per l'ultima volta lo zelo che si spegneva. Non potevasi infatti lasciar di ammirare questo vecchio monarca, che abbandonava le cure e la gloria del suo rango, e senza essere scoraggiato dalla contraria sorte della prima spedizione, imbarcavasi di nuovo con tutta la sua famiglia per intraprendere una guerra da cui non poteva sperarne alcun vantaggio temporale, ma solo perchè la credeva voluta dal suo dovere e dalla gloria di Dio. Arrivato sulla spiaggia delle Acquemorte e nell'atto di montare a bordo del suo vascello, san Luigi si volse ai suoi figliuoli ed in particolare a Filippo che doveva succedergli.
«Tu vedi, mio figlio, gli disse, come malgrado la mia vecchiaja intraprendo per la seconda volta questo pellegrinaggio, mentre la regina tua madre trovasi in età avanzata, e che, coll'ajuto di Dio, il nostro regno essendo esente da turbolenze, vi godevo di quante ricchezze e delizie ed onori è dato agli uomini di godere. Tu vedi, ti dico io, come per la causa di Cristo e della sua Chiesa io non risparmio la mia vecchiezza; non mi lascio smuovere dalle lagrime di tua madre, ripudio gli onori ed i piaceri, e consacro le mie ricchezze in servigio di Dio. Tu vedi come io conduco con meco te, i tuoi fratelli, e la tua maggior sorella, e sai che avrei meco condotto ancora il quarto figliuolo, se la sua età lo avesse permesso. Ho voluto farti rimarcare tutte queste cose, affinchè quando dopo la mia morte avrai il governo del mio regno, non ti esca mai di mente che non si deve nulla risparmiare per Cristo, per la Chiesa, e per la difesa della fede, non la consorte, non i figliuoli, non un regno. Ho voluto nella mia persona darne un esempio a te ed ai tuoi fratelli, affinchè, quando convenga, facciate lo stesso[333].»
In fatti l'esempio del santo re ne aveva strascinati degli altri, quello di Sicilia suo fratello, ed il re di Navarra, Teobaldo. Distinguevansi pure tra i crociati Edoardo, figlio d'Enrico III, re d'Inghilterra, poi suo successore, i conti di Poitou e di Fiandra, il figlio del conte di Bretagna, ed un gran numero di nobili signori[334].
Ma quest'ultima crociata, lungi dall'avere un successo proporzionato al rango, alla potenza ed all'abilità de' principi che la componevano, fu la più sventurata di tutte, in modo che la sua cattiva riuscita e le triste conseguenze che ne derivarono, sconsigliarono poi sempre i cristiani da così pericolose spedizioni. La flotta crociata non potè spiegare le vele avanti luglio, e sbarcò sulle coste d'Affrica un'armata, che dopo l'unione del re di Sicilia e del principe Edoardo, pretendono alcuni numerosa di oltre duecento mila uomini, de' quali quindici mila di cavalleria pesante[335]. La lusinga che il bey di Tunisi farebbesi cristiano, e la supposizione di giugnere più facilmente in Egitto lungo la costa dell'Affrica, fecero preferire questa strada alla lunga navigazione dell'Arcipelago. Ma mentre stavasi aspettando il re Carlo su quelle ardenti spiagge, fra i vortici d'arena che i Saraceni avevano l'arte di dirigere sopra i Latini, l'armata fu assalita dalla peste. Fra i più distinti personaggi caddero prima il principe Giovanni di Francia, ed il cardinale Albano legato del papa: poi infermò lo stesso re san Luigi, che morì il 25 d'agosto con sentimenti di pietà e di rassegnazione degni della passata sua vita. Grandissimo fu il numero de' principali signori e baroni morti in breve tempo dal contagio, e la mortalità de' semplici soldati fu tale, che, senz'avere combattuto, l'armata trovavasi già molto indebolita quando sopraggiunse Carlo d'Angiò e ne prese il comando.
Con minori virtù e sopra tutto con minore disinteressamento, Carlo aveva forse più talenti militari di suo fratello. Egli aveva aspettato a sbarcare le sue truppe dopo la caduta delle piogge autunnali che sogliono rinfrescare e purgare l'aere infetto di quelle spiagge. All'istante, per allontanare le truppe da un campo ove la morte aveva fatto tante stragi, le condusse all'assedio di Tunisi: e perchè il bey spaventato offrì di entrare in negoziazione, Carlo si affrettò di raccogliere i frutti de' generosi sforzi di suo fratello e di tanti cristiani; accordò al bey la pace a condizione ch'egli sarebbe tributario del re di Sicilia; indi facendo imbarcare i suoi soldati, invece di compiere il suo pellegrinaggio e marciare in soccorso di Terra santa, salpò verso i suoi stati. Molti crociati sdegnaronsi altamente, vedendo che la politica di Carlo si faceva giuoco de' loro voti; ma tutti ripresero la strada dell'Europa, ad eccezione di Edoardo e de' suoi Inglesi, che continuarono il loro viaggio verso Terra santa, ove giovarono molto alla difesa di san Giovanni d'Acri attaccato da Bendocdar.
Ritornando i crociati in Europa, fecero un triste esperimento dell'avidità e della crudeltà di Carlo. Innanzi a Trapani furono assaliti da un'orribile burrasca che affondò diciotto grandi vascelli e molti più piccoli con quattro mila persone[336]; e perchè molte navi, spinte dalla tempesta ruppero sulle rive della Sicilia, ordinò Carlo che fossero confiscati a suo profitto gli effetti di tutti i vascelli naufragati, appoggiandosi ad un'antica costituzione del re Guglielmo, che aggiudicava alla corona gli avanzi delle navi gettati dal mare sulle coste. I Genovesi cui appartenevano quasi tutti i vascelli della flotta, e che per formarne gli equipaggi avevano dati alla crociata più di dieci mila uomini, erano in forza di antichi trattati specialmente esentati da così barbara legge; ed in forza della legislazione de' cristiani lo dovevano pur essere i crociati all'attuale servigio della chiesa: ma quand'anche non si fosse potuto addurre verun altro privilegio, la confisca non doveva giammai estendersi ai compagni d'armi del re, a coloro ch'eransi con lui sottratti alla stessa burrasca come alle medesime battaglie. Pure Carlo non volle udir ragioni: tutto fu tolto agl'infelici naufragati, ed il re di Sicilia riebbe sui beni de' suoi amici un tesoro eguale a quello che il bey di Tunisi aveva pagato per liberarsi dall'assedio, e che il mare aveva inghiottito[337].
(1271) Dopo essere rimasto poche settimane in Sicilia, Carlo venne a Viterbo con suo nipote Filippo l'ardito, per impegnare i cardinali a dare finalmente dopo due anni un capo alla chiesa. Mentre i crociati trovavansi adunati in Viterbo, un gentiluomo francese vi commise un delitto, che gl'Italiani risguardarono quale sicuro argomento della ferocia de' suoi compatriotti, e come una nuova ragione di detestarli. Gui, conte di Monforte, luogotenente di Carlo in Toscana, scontrò in chiesa Enrico, figlio di Riccardo, conte di Cornovaglia e re de' Romani. Volendo vendicare sopra di lui suo padre ch'era stato ucciso combattendo contro il re d'Inghilterra[338], attaccò questo giovane principe ai piedi dell'altare ove assisteva devotamente alla messa, e lo passò da banda a banda collo stocco ch'egli teneva in mano; indi uscì di chiesa senza che Carlo osasse ordinarne l'arresto. Giunto alla porta trovò i suoi cavalieri che lo stavano aspettando — Che avete fatto? gli disse uno di loro — La mia vendetta, rispose Monforte — Come? non fu vostro padre strascinato?.... A queste parole Monforte rientra in chiesa, prende pei capelli il cadavere del giovane principe, e lo strascina fino sulla pubblica piazza. Dopo ciò si ritira nelle terre di suo suocero, nella Maremma, senza che Carlo tentasse mai di punire un delitto accompagnato da così odiose circostanze[339]. Edoardo d'Inghilterra, che sopraggiugneva allora da san Giovanni d'Acri, partì da Viterbo fieramente sdegnato contro il re di Sicilia. Filippo si pose in cammino per tornare in Francia; e dopo la partenza di questi sovrani, i suffragi de' cardinali riunironsi finalmente a favore di Tebaldo Visconti di Piacenza, elle allora trovavasi in Terra santa col semplice grado d'arcidiacono. Il nuovo pontefice prese il nome di Gregorio X, e venne soltanto nel susseguente anno a mettersi in possesso della santa sede. Quantunque Carlo mostrasse desiderio che i cardinali ponessero fine alla lunga vacanza della santa sede, non ignorava probabilmente che questa vacanza gli era più utile, che l'elezione di un papa indipendente. Di fatti l'arrivo di Gregorio X (1272) fu la prima circostanza che diminuì il suo potere in Italia. Gregorio, che tornava dalla Siria, ed aveva veduti da presso i pericoli ed i patimenti de' cristiani d'Oriente, ad altro non pensava che alla liberazione di Terra santa. Essendo lungo tempo vissuto fuori d'Italia, non dava alle contese de' Guelfi e de' Ghibellini quell'importanza in cui le tenevano i suoi predecessori; ed altronde il loro principale oggetto era scomparso coll'estinzione della casa di Svevia. La santa sede non aveva più nulla a temere dal canto degl'imperatori, ed il pontefice credeva venuto il tempo di porre in dimenticanza delle fazioni il cui solo oggetto era quello di azzuffarsi, e di riconciliare degli uomini che non avevano giusti motivi di odiarsi. Convocò in Lione un concilio generale per l'anno 1274[340], ed impiegò i due anni precedenti a riunire gli spiriti divisi, a fare della Cristianità un solo corpo, il quale potesse combattere gl'infedeli con maggiore vantaggio.
Quelle che potevano essere più utili all'impresa di Terra santa, erano le repubbliche marittime; ma queste appunto avevano maggior bisogno dell'opera del pontefice per sottrarsi agli attentati di Carlo, per pacificarsi tra di loro, e calmare le intestine discordie. Pisa trovavasi vessata dai Guelfi in nome della chiesa, Genova in aperta guerra con Carlo e con Venezia, e Venezia attaccata da Bologna. Il papa pose mano a calmare tante nimistà.
Per tale motivo Gregorio X si recò da prima in Toscana. Giunse in Firenze il giorno 18 di giugno del 1273 col re Carlo e Baldovino II, imperatore latino di Costantinopoli. Trovò in questa provincia i Ghibellini avviliti dalle complete vittorie dei Guelfi. I Sienesi erano stati rotti dai Fiorentini in giugno del 1269 innanzi a Colle di Val d'Elsa ov'era perito il loro generale Provenzano Salvani, il più potente loro concittadino; e pochi mesi dopo erano i Sienesi stati costretti ad allearsi coi Fiorentini, a prendere parte nella lega guelfa, a richiamare i Guelfi esiliati, scacciando i Ghibellini che gli avevano fin allora governati[341]. I Pisani non erano stati molto più felici de' Sienesi, e, battuti a Poggibonzi, si erano affrettati di fare la pace con Carlo[342]. Ma in queste due città, siccome a Firenze, lo spirito di partito erasi fatto più violento; i Ghibellini, trattati come ribelli di padroni che prima erano, non sapevano assoggettarsi al nuovo ordine di cose, e turbavano incessantemente la tranquillità delle repubbliche che gli avevano esiliati.
Il papa spedì un legato a Pisa per riconciliare quella città colla santa sede, benedirla e levare le censure ecclesiastiche[343]. In seguito Gregorio fece adunare tutto il popolo di Firenze lungo la riva dell'Arno, chiamò presso di sè i commissari de' Guelfi e de' Ghibellini, e conchiuse tra loro un trattato di pace in presenza dei due sovrani che l'accompagnavano. Ordinò che i Ghibellini tornassero alle loro case, e che ricuperassero tutti i loro beni e privilegi tanto a Firenze che a Siena; volle ostaggi da una parte e dall'altra pel mantenimento della pace che si pubblicava, e pronunciò sentenza di scomunica contro il primo che ne violerebbe le condizioni.
Carlo d'Angiò risguardava questa pace come assolutamente contraria ai suoi interessi, perchè faceva abbastanza forti i suoi amici onde non avere più bisogno de' suoi soccorsi, e sottraeva i nemici al rigore della sua vendetta. Per rompere questa pace, che gli era dannosa, non credette di valersi di coperte trame e d'impenetrabili artificj; fece sottomano sapere ai Ghibellini, che entravano in Firenze, d'aver dato ordine al suo maresciallo di ucciderli tutti nella vegnente notte, se non si affrettavano di ritirarsi. Il carattere di Carlo era abbastanza conosciuto perchè si prestasse intera fede a tali minacce; onde tutti i Ghibellini uscirono di città, prevenendo il papa dell'avviso ricevuto. Questi più di loro adirato e contro Carlo e contro i Guelfi fiorentini, si ritirò dopo quattro giorni in Mugello presso il cardinale Ubaldini, rimanendovi il restante della state, e pubblicò l'interdetto contro Firenze per avere mancato alla pace che aveva giurata[344].
Le negoziazioni del papa per pacificare i Genovesi ed indurli a soccorrere Terra santa non avevano miglior successo, ed era sempre Carlo d'Angiò che le impediva. Due delle quattro più potenti famiglie di Genova, i Spinola ed i Doria, collegatesi col popolo, avevano procurato che si facessero molti cambiamenti nel governo per renderlo più democratico; ed avevano in cambio ottenuto che i due capi di queste famiglie, Oberto Doria ed Oberto Spinola, fossero dichiarati capitani del popolo, ed incaricati per un tempo indeterminato di tutte le incumbenze prima annesse alla carica di podestà. Questa rivoluzione ebbe luogo l'anno 1270, nell'epoca stessa in cui Carlo d'Angiò, confiscando i beni de' suoi proprj marinai genovesi, si alienava gli animi di que' cittadini: e fu questo pei nuovi governanti un motivo di favorire i Ghibellini. Dall'altra banda i Grimaldi ed i Fieschi coi capi delle altre famiglie nobili non erano lungo tempo rimasti subordinati al nuovo governo; perchè avendo inutilmente tentato di ribellargli molti castelli, furono costretti di esiliarsi; e riparatisi alla corte di Carlo, andavano istigando questo principe a muovere guerra a Genova per farli rientrare nella loro patria.
Realmente Carlo segnò un trattato coi Guelfi emigrati, in forza del quale dovea per molti anni tenere la signoria di Genova; e subito dopo, senz'esservi stato provocato dalla repubblica, ordinò di prendere in tutti i porli de' suoi dominj i mercanti genovesi che vi si erano stabiliti sotto la guarenzia de' trattati, e di confiscare a suo profitto i loro vascelli e tutte le loro proprietà. Questo ladroneccio fu commesso in sul finire del 1272; ed in principio del susseguente anno, giuntone appena l'avviso a Genova, seguirono le dichiarazioni di guerra di tutti gli alleati del re, e di tutti i Guelfi del Piemonte.
I Genovesi dal canto loro dichiararono la guerra al re di Sicilia ed a tutti i suoi alleati; ma, benchè ne avessero giusta cagione, non usarono il diritto di rappresaglia, e si limitarono a dar ordine ai Provenzali e Siciliani di uscire nel termine di quaranta giorni dal territorio genovese, passato il qual termine, sarebbero trattati come nemici, e presi i loro beni. Il pontefice cercava di pacificare i Genovesi; e Carlo, approfittando dell'animosità che aveva eccitata nel partito guelfo di Toscana, gli attaccava colle armi de' suoi alleati. Faceva avanzare il suo vicario di Toscana nella riviera di Levante alla testa de' Lucchesi, Fiorentini, Pistojesi ed Aretini, mentre il siniscalco di Provenza invadeva la riviera di Ponente, e gli Alessandrini ed i marchesi del Bosco e del Carreto entravano nella Liguria a traverso le montagne del nord[345]. Pure i Guelfi furono battuti su tutti i punti, e le truppe di Carlo furono rispinte.
Un'altra non meno importante guerra impediva ai Veneziani di soccorrere Terra santa. Essi erano stati attaccati dai Bolognesi, i quali pretendevano di non pagare le nuove gabelle, che i Veneziani avevano di fresco imposte alle mercanzie che montavano o scendevano pel Po in mare. Questa guerra che durò tre anni, e che sott'altri rapporti non presentò verun importante avvenimento, fu assai notabile per essersi incominciata dai Bolognesi quand'erano giunti al più alto grado della loro potenza. L'armata che questa sola città mandò sul Po di Primaro l'anno 1270 per fabbricarvi una fortezza che signoreggiasse la foce del fiume, era più numerosa, che le armate colle quali Manfredi, Carlo d'Angiò e Corradino eransi disputati il regno di Napoli; e molti storici la portano a quaranta mila uomini. Vero è che per combattere i Veneziani in mezzo ai canali ed in riva alle lagune, non potevasi adoperare che l'infanteria; onde tutto il popolo prendeva parte in quest'impresa. Nelle altre guerre non gli uomini mancavano, ma i cavalli e le armature, onde mettevansi insieme pochissimi uomini d'armi. I Bolognesi ebbero compiuta vittoria de' Veneziani che avevano tentato d'impedire i loro lavori.[346] Questa fu la sola guerra che il papa potesse terminare nel presente anno; avendone ottenuto l'intento colla mediazione de' frati minori: i Bolognesi atterrarono il forte che avevano innalzato, ed i Veneziani accordarono ai loro vascelli il libero paesaggio sul Po.
Il papa non doveva essere molto soddisfatto di Carlo d'Angiò. Invece di favorire i suoi ambiziosi disegni, doveva temere l'ingrandimento di un principe di già troppo potente per la libertà della Chiesa, e però di questi tempi prese due determinazioni che limitavano l'attuale potere di Carlo, e facevano cadere i suoi vasti progetti. Risolse di dare un imperatore all'Occidente, e di riconoscere per imperatore d'Oriente Michele Paleologo, che in tale occasione riconciliò i Greci colla chiesa romana.
L'impero d'Occidente, dopo la deposizione di Federico II nel precedente concilio di Lione, non aveva più avuto nessun capo universalmente riconosciuto dai sudditi e dalla Chiesa. I principi tedeschi desiderando come le città d'Italia di assicurare la loro indipendenza, parevano avvertitamente prendersi cura di dividere i voti tra i concorrenti, perchè niuno avesse a signoreggiarli. Inoltre ebbero l'accortezza di scegliere all'estremità dell'Europa principi che non avevano nè influenza ne rapporti colla Germania, onde la dignità imperiale altro non fosse che un vano titolo, e perchè le loro liti non dessero alla Germania cagione di guerre civili. Riccardo, conte di Cornovaglia, ed Alfonso X, re di Castiglia e di Leone, fecero assai poco male a sè medesimi ed al regno germanico colle opposte loro pretensioni. Riccardo era morto del 1271 dopo aver portato quattordici anni il titolo di re de' Romani. Alfonso era ancor vivo, e gloriavasi altamente de' suoi diritti all'impero; ma, ad eccezione di pochi uomini d'armi che aveva mandati ai Ghibellini d'Italia, non aveva presa alcuna parte alle rivoluzioni del suo preteso impero, nè era una sola volta uscito dall'antico suo regno per cercare di stabilire la sua potenza sopra i suoi nuovi stati[347]. Forse alla Germania non veniva alcun danno da così lungo interregno; ma perchè il papa disegnava di unire le forze della cristianità contro gl'infedeli, desiderava di darle un capo. Perciò Gregorio ricusò di riconoscere Alfonso per re de' Romani; scrisse agli elettori, da tanto tempo divisi, di ritenere le antiche loro nomine come non fatte; e gli strinse a radunarsi ed a scegliere tra i principi tedeschi un uomo capace di rialzare co' suoi talenti il vilipeso impero. L'anno 1273 fu eletto Rodolfo, conte d'Absburgo, tronco dell'attuale casa d'Austria, essendo concorsi all'elezione non solo gli elettori, ma tutti i principi di Germania. Questa nomina fu approvata dal papa, ed in appresso dal concilio generale di Lione; innanzi al quale gli elettori ecclesiastici, ed il vescovo di Spira, cancelliere di Rodolfo, replicarono a nome del loro signore la promessa di rispettare le libertà ecclesiastiche, e di non invadere i dominj della Chiesa[348].
Il papa chiese pure a Rodolfo di non attaccare il re di Sicilia, nè di far valere qual siasi diritto sul suo regno. Ma Carlo, benchè si trovasse con ciò sotto la protezione della chiesa, era assai inquieto per questa nomina d'un re de' Romani. Vedeva apertamente che la sua autorità in Toscana ed in Lombardia, e lo stesso suo titolo di vicario imperiale datogli dai papi, non potevano essere lungo tempo riconosciuti da un imperatore tedesco; ed i motivi di malcontento che sapeva d'aver dati al pontefice potevano fargli temere che questi non chiamasse finalmente Rodolfo in suo soccorso per opporlo alle sue nuove usurpazioni.
Gli ambiziosi disegni di Carlo non rimanevano entro i confini d'Italia, ma stendevansi anche alla Grecia. Fino del 1267 aveva conchiuso un trattato col fuggiasco imperatore de' Latini, Baldovino II[349], il quale in vista de' promessi soccorsi cedeva a Carlo la sovranità del principato d'Acaja, e quasi tutte le terre che nell'impero orientale tenevansi ancora dai Latini, come pure gli prometteva la terza parte delle conquiste che farebbero in comune. In pari tempo Baldovino fece sposare a Filippo, suo unico figlio, Beatrice figlia di Carlo: ed essendo morto Baldovino del 1272, Filippo prese il titolo d'imperatore di Costantinopoli. Allora il re siciliano si credette strettamente obbligato a soccorrere suo genero, perchè potesse ricuperare i dominj de' suoi maggiori; ma Gregorio X aveva troppo a cuore gl'interessi di Terra santa per permettere che un'armata crociata si adoperasse in imprese straniere al suo scopo nella speranza di riconquistare Costantinopoli, in tempo che aveva opportunità di allearsi coll'imperatore greco, dal quale poteva essere potentemente soccorsa. Accolse adunque gli ambasciatori che Michele Paleologo aveva mandati al concilio di Lione[350] per trattare almeno in apparenza la riunione delle due chiese, per la quale il papa veniva ad estendere la sua protezione sull'impero orientale, come su quello d'Occidente.
Glorioso, non v'ha dubbio, fu il pontificato di Gregorio X, ed avrebbe lasciate più profonde tracce nella memoria degli uomini, se Gregorio fosse vissuto più lungo tempo, o avesse avuto successori degni di lui. L'Italia quasi interamente pacificata dalla sua imparzialità, dopo che il furore delle guerre civili aveva spenta perfino la speranza di riposo; l'interregno dell'impero terminato coll'elezione d'un principe che si coprì di gloria e fondò una delle più potenti dinastie dell'Europa; la chiesa greca riconciliata colla latina, e la lite tra i Franchi ed i Greci per l'impero d'Oriente terminata in una maniera giusta ed onorevole; un concilio ecumenico, cui assistettero cinquecento vescovi, sessanta abati mitrati ed altri mille religiosi o teologhi, il quale sotto la presidenza di questo pontefice si occupò di leggi utili al cristianesimo e degne di così augusta adunanza; tali sono gli avvenimenti che illustrarono il suo pontificato.
Una delle leggi di questo concilio ordinava di chiudere, come si praticò fino al presente, i cardinali in conclave, obbligandoli con diverse privazioni a riunire più presto i loro suffragi per l'elezione del capo della chiesa. Non si accordò loro che un solo domestico o conclavista, fu interdetta ogni comunicazione al di fuori, e ridotto il vitto ad una sola vivanda la mattina e la sera[351]. Il lungo interregno che precedette la elezione di Gregorio X, aveva pure spaventata tutta la chiesa, e mostrata la necessità di prevenire simili avvenimenti, che potevano finalmente privare per sempre il cristianesimo de' suoi capi.
(1275) Per terminare gloriosamente il pontificato, preparavasi Gregorio a condurre egli stesso una crociata in Terra santa, ed aveva impegnati tutti i sovrani d'Europa a trovarsi personalmente in quest'impresa. L'imperatore Rodolfo doveva esserne capo, e Filippo l'ardito, re di Francia, Edoardo, re d'Inghilterra, Giacomo, re d'Arragona, e Carlo, re di Sicilia, avevano promesso d'accompagnarlo[352]. A tutti i sovrani erano state accordate le decime ecclesiastiche per sei anni onde mettersi in istato di adunare le loro truppe, e l'anno 1275 destinato ai loro apparecchi. In tale anno il pontefice scorreva l'Europa onde stabilirvi la pace e riunire le forze del mondo cristiano pel grande scopo cui erasi proposto. Ma, mentre portavasi a Roma, cadde infermo in Arezzo e morì in poche ore ne' primi giorni del 1276. Appena era egli morto che i re, cui aveva ispirato il proprio entusiasmo, rinunciarono ai loro cavallereschi progetti; i Greci tornarono al loro scisma, ed i Cattolici, interamente divisi, volsero gli uni contro gli altri quelle armi che avevano destinate alla liberazione di Terra santa[353].
(1276) Durante il viaggio del pontefice in Francia eransi manifestate in Romagna, in Toscana ed in Lombardia le passioni compresse dalla sua presenza, le quali egli sembrava avere incatenate col vigore e colla santità del suo carattere. A Bologna, del 1273, un tragico avvenimento aveva ridestato l'odio di due già rivali famiglie, le quali trassero seco nella privata loro contesa tutti i cittadini, e fecero rapidamente cadere la loro patria da quell'alto grado di potenza e di gloria cui erasi innalzata in quell'epoca.
Da lungo tempo i Geremei trovavansi alla testa del partito guelfo in Bologna, ed i Lambertazzi del ghibellino; e sebbene in questa città si fosse prima che altrove manifestata la tendenza del popolo alla democrazia, i nobili avevano saputo conservarsi sopra le fazioni quel credito ch'era loro rifiutato nell'amministrazione della repubblica. I Geremei ed i Lambertazzi, opposti in ogni occasione, avevano concepito gli uni per gli altri una violenta avversione; ma il governo aveva fin allora saputo contenerli, e reprimere i loro odj entro le stesse mura ove sedevano ne' medesimi consigli.
Due giovanetti Bonifacio Geremei, ed Imelda, figlia d'Orlando Lambertazzi, dimenticato il vicendevole odio delle loro famiglie si amavano teneramente. Un giorno Imelda consentì di ricevere l'amante suo nella propria casa; ma quando credevano di non essere osservati, una spia rivelò ai fratelli Lambertazzi la debolezza della sorella: essi entrarono furibondi nelle sue camere; l'incauta fanciulla appena ebbe tempo di salvarsi colla fuga; senza che l'amante potesse fare altrettanto: ed uno de' fratelli ferì nel cuore l'infelice Bonifacio con uno di que' pugnali avvelenati di cui i Saraceni ne avevano introdotto l'uso, e di cui in questa epoca il vecchio della montagna soleva armare i suoi terribili assassini. I Lambertazzi nascosero sotto alcuni rottami in un cortile abbandonato il cadavere dello sventurato giovane; ma appena ritiratisi, Imelda seguendo le tracce del sangue sparso, scoprì il corpo dell'amante. La sola cura che desse qualche speranza di guarire le ferite avvelenate era quella di succhiare la piaga ancora sanguinosa. In tal modo tre anni prima Edoardo d'Inghilterra era stato salvato dall'amore della tenera Eleonora. Un avanzo di vita pareva ancora animare il corpo di Bonifacio: Imelda diede cominciamento al suo triste ministero, e dalla ferita del suo amante succhiò un sangue avvelenato, che portò nel suo seno i semi d'una subita morte. Quando sopraggiunsero le sue donne giaceva di già senza vita a lato al cadavere del troppo amato giovane[354].
Dopo tale avvenimento l'odio de' Lambertazzi e dei Geremei più non potè essere contenuto dalle leggi: s'allearono coi popoli prima nemici della loro patria; i Geremei coi Modonesi, i Lambertazzi cogli abitanti di Faenza e di Forlì; e volendo pure far adottare dalla loro patria le loro nimicizie, o le loro alleanze, i Geremei condussero sulla pubblica piazza il carroccio, in segno d'una vicina spedizione contro le città di Romagna, ed i Lambertazzi gli attaccarono. Per lo spazio di quaranta giorni le due fazioni s'azzuffarono continuamente sulla piazza principale o intorno ai palazzi fortificati dei capi delle fazioni nemiche. Finalmente, dopo avere versato molto sangue, i Geremei s'impadronirono di tutte le fortezze dei Lambertazzi, i quali furono costretti di sortire di città coi loro amici e con tutto il partito ghibellino. Giammai in alcuna guerra civile fu spinto più lontano l'abuso della vittoria: dodici mila cittadini furono colpiti da una sentenza d'esilio, confiscati i loro beni; e le loro case, dopo essere state abbandonate al saccheggio, furono atterrate[355].
Frattanto i Lambertazzi si afforzarono, del 1275, nelle città di Romagna ove eransi rifugiati, e specialmente a Forlì ed a Faenza. I Ghibellini, perseguitati presso che in tutta l'Italia, si unirono intorno ai Lambertazzi; il conte di Montefeltro si pose alla loro testa, ed acquistò quella riputazione di grande capitano di cui godè in seguito presso tutte le città d'Italia. Due volte nel 1275 ruppe i Geremei ed i Guelfi presso il ponte di san Procolo, e fece due volte tremar Bologna, che fu in procinto di venire in mano de' Ghibellini. Onde, per assicurarsi dalle loro intraprese, chiese soccorso al re Carlo, il quale l'anno 1276 le mandò per governatore Riccardo di Beauvoir, signore di Durford, con alcune compagnie d'uomini d'armi.
La Toscana parve tutt'intera riunita alla parte guelfa; la repubblica di Siena erasi affatto abbandonata al governo di questa fazione; e quella di Pisa, datasi a Carlo, aveva ottenuta l'assoluzione della chiesa: ma durante il viaggio del papa in Francia, si riaccese la guerra tra questa città ed i Guelfi; ed in pari tempo scoppiò nella repubblica di Pisa quella intestina discordia che dodici anni più tardi condusse a crudel morte il troppo famoso conte Ugolino co' suoi figliuoli.
Nel tredicesimo capitolo abbiamo indicata l'origine delle fazioni che sotto nome de' Conti e de' Visconti lacerarono la città di Pisa. Abbiamo detto che i Visconti, signori d'una parte della Sardegna, e soprattutto di Gallura, avevano fatto omaggio del loro principato al papa per rendersi indipendenti della repubblica, ed avevano poi chiesta la protezione della chiesa contro la loro patria e contro il re Enzo, figliuolo di Federico II. Abbiamo altresì detto che i conti della Gherardesca e di Donoratico, caldi partigiani dell'imperatore, avevano riclamato più fortemente degli altri contro l'affettata indipendenza de' loro rivali; indipendenza che qualificavano di ribellione contro la repubblica. Dopo quest'epoca, i Visconti conservaronsi attaccati alla Chiesa; e perchè il contrario partito dominava in Pisa, per l'ordinario risedevano nella loro giudicatura o principato di Gallura. All'opposto i Gherardeschi avevano in ogni occasione dato prove del loro attaccamento al partito ghibellino, servendo sotto Manfredi; e due di loro seguendo Corradino nella sventurata sua spedizione, gli erano stati fedeli compagni nella prospera come nell'avversa sorte, finchè presi in Astura con lui e col duca d'Austria, perirono insieme sullo stesso palco. Però un altro dei conti Gherardeschi, Ugolino, diventato capo della sua famiglia per la morte de' due precedenti, sembrava meno disposto ad assecondare l'attaccamento disinteressato de' suoi padri al proprio partito, o i doveri d'una vendetta di famiglia, che gl'interessi della sua ambizione. Aveva perciò data sua sorella per consorte a Giovanni Visconti giudice o sovrano di Gallura, formando in tal modo un legame di cognazione tra i capi delle opposte parti. Non già che con ciò apertamente rinunciasse al partito ghibellino; ma solo sforzavasi colle sue pratiche d'assodare presso le due opposte fazioni il suo potere, e farsi strada alla tirannide.
Dal canto suo Giovanni di Gallura era tornato a Pisa quando questa città si riconciliò colla Chiesa, ma vi aveva portati i costumi e le abitudini di un capo d'una semibarbara tribù della Sardegna. Era sempre circondato di soldati e di clienti, e perchè non era stato a costoro permesso di vivere entro le mura della città, egli gli aveva sparsi ne' castelli di confine, e specialmente a Calci, ove un'antica disputa tra i borghesi faceva accogliere da un partito queste bande indisciplinate.
I migliori cittadini di Pisa, e più di tutti gli antichi capi del partito ghibellino, i Gualandi, Sismondi e Lanfranchi, erano egualmente inquieti e della rivalità del conte Ugolino col giudice di Gallura, come della loro alleanza. Per altro non volendo rompere la pace di Toscana, o dar motivi di scontento al re Carlo ed ai Fiorentini, credettero che la repubblica dovesse mostrarsi assolutamente imparziale ne' suoi giudicj, ed allontanare ad un tempo que' turbolenti cittadini che sprezzavano le leggi, qualunque fosse il partito cui erano addetti. Il 24 giugno 1274 il giudice di Gallura fu esiliato co' suoi principali compagni d'armi, ed il conte Ugolino fu tenuto prigione nel palazzo del popolo[356]. Il primo andò a dirittura a Firenze, e fingendo che i Pisani non lo perseguitassero che in odio del partito guelfo, ottenne d'essere accettato nell'alleanza de' Guelfi toscani. Allora colle milizie fiorentine e lucchesi venne ad assediare il castello di Montopoli, di cui s'impadronì nel mese d'ottobre. Ma, mentre continuava ad offendere la sua patria, morì a san Miniato in maggio del susseguente anno, lasciando un figliuolo chiamato pure Giovanni, che per distinguerlo dal padre fu poi detto Nino di Gallura. Questo giovane, nipote per parte della madre del conte Ugolino, fu in avvenire tra i Pisani il capo del partito guelfo.
Questa parentela rese il conte ancora più sospetto ai Ghibellini che governavano Pisa, onde fu esiliato in luglio del 1275. Passò subito a Lucca, e si unì ai Guelfi, come aveva fatto il giudice di Gallura[357]. Frattanto Pisa, snervata dall'abbandono dei capi delle due fazioni, trovavasi troppo debole per tener fronte all'intera Toscana contro di lei congiurata, a' suoi proprj emigrati ed alle truppe del re Carlo. I Pisani furono la prima volta battuti ad Asciano, ove perdettero molta gente; poi l'anno susseguente a Fosso Arnonico; onde si videro costretti a ricevere di nuovo in città tutti gli esiliati, loro accordando la principal parte del governo. Ma Ugolino che non solo erasi alleato coi nemici della sua patria, ma ancora con quelli della sua fazione e della sua famiglia, non potè mai più purgarsi da questa taccia agli occhi de' suoi concittadini. Lo stesso anno (1276) in cui fu richiamato, Ruggero degli Ubaldini, uscito da una famiglia di Muggello, ch'era sempre stata ghibellina, venne promosso all'arcivescovado di Pisa[358]. Egli era quello che del 1288 doveva fare crudelmente pagare al conte Ugolino la pena de' suoi tradimenti.
Intanto, dopo la morte di Gregorio X, tre papi governarono la Chiesa nello spazio di dodici mesi: Innocenzo V, Adriano V e Giovanni XXI. La breve ed incerta loro amministrazione non lasciò tracce degne dell'istoria; ma durante il loro regno nel Nord dell'Italia una rivoluzione abbattè la famiglia della Torre in Milano, sostituendovi quella de' Visconti che ben tosto soggiogò tutta la Lombardia.
Il capo della famiglia della Torre era stato già da più anni creato anziano perpetuo del popolo milanese; ed in tale qualità esercitava sopra Milano e sulle vicine città una quasi assoluta autorità. Fino dal 1265 Napoleone della Torre era stato rivestito di tale dignità, ed egli aveva divise tra i suoi fratelli ed i più prossimi parenti le principali cariche dello stato. A Raimondo della Torre, altro de' suoi fratelli, Gregorio X aveva accordato il patriarcato d'Aquilea, che allora risguardavasi come il più ricco beneficio d'Italia: e tale era la potenza di questa casa, che, oltre le truppe del comune di Milano, poteva colle proprie sue forze mettere in piedi millecinquecento cavalieri[359]. I della Torre tenevano in esilio Ottone Visconti, eletto arcivescovo di Milano, che erasi posto alla testa de' nobili e de' Ghibellini esiliati; le perpetue loro guerre con questi fuorusciti avevano esauriti i loro tesori, che avevano poi cercato di rifare con gravissime imposizioni, le di cui esazioni avevano indisposto quel popolo, dai della Torre in altri tempi protetto contro i nobili. Pure finchè durò il pontificato di Gregorio X, siccome questo pontefice non voleva che alcuna rivoluzione ritardasse la crociata da lui meditata, non aveva mai dato verun appoggio all'arcivescovo Ottone per metterlo in possesso d'una sede, cui era stato canonicamente eletto; e questo arcivescovo, sostenendo solo la guerra alla testa de' gentiluomini piuttosto come un condottiere che come un prelato, era stato chiamato per una continuata serie di romanzesche avventure a dar prove ad un tempo di pazienza e di coraggio.
Nell'anno 1276 che tre papi erano stati successivamente rapiti alla santa sede quando appena vi erano ascesi, Ottone si rese forte ed audace. Alleatosi col marchese di Monferrato, formò un corpo di emigrati milanesi, cui aggiunse alcuni cavalieri spagnuoli, che Alfonso X aveva mandati in Lombardia, quando credeva di far valere i suoi diritti all'Impero. In sul finire di quest'anno, sebbene Ottone avesse avuto qualche rovescio, trovavasi in possesso di Como e di alcuni castelli vicini al lago. In gennajo del 1277 s'impadronì di Lecco e di Civate, e s'avanzò, attraversando la Martesana, verso Milano. Napoleone della Torre gli andò incontro co' principali signori della sua famiglia e con circa settecento cavalli; ma perchè trattavasi d'un nemico più volte vinto, non si tenne abbastanza in guardia, e passò la notte del 20 al 21 gennajo a Desio senza assicurarsi da una sorpresa.
Nel cuore della notte l'arcivescovo introdotto da' suoi seguaci nella terra di Desio, attaccò mentre dormivano i suoi nemici. Francesco della Torre ed Andreotto, suo nipote, e Ponzio degli Amati, podestà di Milano, furono uccisi: Napoleone fu fatto prigioniero con cinque de' suoi parenti, e perchè era caduto in mano de' Comaschi, questi per vendicarsi d'un eguale trattamento ch'egli aveva fatto ad alcuni loro compatriotti, posero i sei prigionieri in tre gabbie di ferro.
Due signori della Torre, Gastone, figliuolo di Napoleone, e Goffredo, essendo ancora liberi a Cantù ove comandavano un corpo di cavalleria, corsero a Milano per chiamare il popolo a prendere le armi ed a liberare i loro parenti; ma il popolo, informato della disfatta de' Torriani, si era di già rivoltato contro di loro, e ne saccheggiava le case, intorno alle quali aveva palificate le strade. Gastone e Goffredo cercarono, scorrendo quelle medesime strade, di sedare il tumulto, ma i sassi cadevano loro addosso per ogni parte[360]. Intanto i cittadini armati concorrevano al Broletto vecchio e risolvevano di mandare deputati all'arcivescovo Ottone per dargli avviso che i Milanesi lo avevano creato signore perpetuo della loro città e per invitarlo ad entrarvi. Per la qual cosa i Torriani, non vedendosi sicuri, sortirono dalia città, pensando di ritirarsi a Lodi o a Cremona; ma queste due città già loro soggette non vollero riceverli, e solamente in Parma trovarono essi un asilo sicuro.
In tal maniera fu fondata la sovranità della casa Visconti sopra i Milanesi, e ben tosto sul restante della Lombardia[361]. Questa era già una dinastia che succedeva ad un'altra: i Torriani che si erano innalzati come demagoghi, vi avevano introdotte delle costumanze monarchiche, abbassando la nobiltà e scacciandola dalla patria. Quando i Visconti entrarono alla testa della medesima nobiltà lungo tempo proscritta, minata e resa mercenaria, trovarono il popolo corrotto dalla servitù ed i grandi snervati dall'esilio. Più non eravi nella nazione spirito d'indipendenza, carattere elevato, nè amore di libertà: e perciò, quantunque si mantenessero ancora lungo tempo in vigore e consigli repubblicani e società popolari, essendo mancato quello spirito di vita che avrebbe dovuto animarli, non furono di ostacolo alle usurpazioni del nuovo signore, il di cui potere si trasmise da padri virtuosi a figliuoli perduti ne' vizj, o affatto inetti, senza che però la nazione cercasse mai di riprenderlo, o che i Milanesi, quand'ancora attaccarono la famiglia Visconti, pensassero a riporsi in libertà.
In questo stesso anno i cardinali diedero per capo alla Chiesa Giovanni Gaetano degli Orsini, che si fece chiamare Nicolò III. Questo pontefice apparteneva ad una delle più illustri famiglie di Roma: aveva la fierezza e l'ambizione convenienti alla sua nascita; e benchè il suo carattere fosse meno puro di quello di Gregorio X e meno disinteressata la sua condotta, benchè si occupasse dell'ingrandimento della sua famiglia o della santa sede, e giammai del bene generale del cristianesimo; pure egli contribuì più che Gregorio X al ristabilimento della libertà in Italia, perchè meno di lui impegnato nell'impresa di Terra santa, sentì che bisognava ristabilire nella propria patria quell'equilibrio che i suoi predecessori avevano distrutto, ed abbassare la potenza di Carlo da loro troppo innalzata.
Carlo era in allora assoluto sovrano delle due Sicilie, senatore di Roma, vicario imperiale in Toscana, ove più non contavasi una sola città che non fosse a lui subordinata; governatore di Bologna, e come tale signore di tutte le città guelfe della Romagna; protettore del marchese d'Este, e perciò onnipossente per mezzo suo nella Marca Trivigiana; signore di molte città del Piemonte e prossimo ad opprimere le altre, alle quali faceva già la guerra. Nicolò III con un'accortezza singolare approfittò della grande potenza di questo re, che dicevasi tuttavia vassallo della Chiesa, per far desiderare all'imperatore Rodolfo la sua amicizia. Quand'ebbe in questa guisa contratta alleanza coll'Impero, vendette a Carlo la sua protezione presso l'imperatore a prezzo d'importantissime concessioni: in seguito la moderazione del re di Sicilia si diede a Rodolfo come regola di condotta, ed il pontefice ottenne in tal modo di determinare, uno col mezzo dell'altro, i due sovrani rivali ch'egli temeva, a spogliarsi in suo favore delle prerogative che gli avevano resi formidabili.
Rodolfo dava voce di venire presto a Roma a prendere la corona dell'Impero, e già stava apparecchiando l'armata che doveva accompagnarlo; ma in pari tempo lagnavasi di Carlo perchè avesse usurpati i suoi diritti su quasi tutta l'Italia, intitolandosi vicario imperiale, quando niun imperatore gli aveva accordato questo titolo. Rodolfo accoglieva i Ghibellini, che, perseguitati in ogni parte d'Italia per la causa dell'Impero, affrettavansi d'adunarsi intorno al nuovo imperatore. Sebbene non avesse questi dichiarata la guerra al re di Sicilia, si prevedeva che l'imminente sua spedizione sarebbe contro di lui diretta. Di che mostrandosi Carlo timoroso, Nicolò si diede premura d'intromettersi tra i due monarchi per riconciliarli, predicando loro moderazione.
Rodolfo era tanto più da temersi, che era uscito vittorioso da una pericolosa guerra con Ottocarre di Boemia, nella quale questo principe aveva perduta la vita; e che aveva conquistati colle sue truppe ed uniti a' suoi stati i ducati d'Austria, di Stiria e di Carinzia. Carlo che temeva la potenza ed il valore di questo imperatore, non poteva far valere alcun diritto sulla Toscana e sulla Lombardia, che pure erano l'argomento della loro controversia; poichè in forza ancora della sua bolla d'investitura e del giuramento che accompagnava il suo vassallaggio verso la santa sede, egli aveva convenuto che queste province non potrebbero essere mai possedute dal re delle due Sicilie, e ch'egli erasi obbligato a rinunciare al vicariato di Toscana ed al senatorato di Roma qualunque volta il papa lo richiedesse. Nicolò III fece questa domanda come necessaria condizione della pace, ch'egli trattava tra Carlo e Rodolfo, ed il 16 di settembre del 1278 Carlo depose l'ufficio di senatore di Roma[362]; rinunciò al vicariato di Toscana; richiamò le sue truppe da questa provincia, e rese al cardinal Latino, incaricato dal papa di far eseguire questa promessa, tutti i castelli in cui teneva guarnigione, tutti gli ostaggi ch'egli erasi fatti dare dalle città. Supponeva il papa che in tali circostanze Carlo manifesterebbe del malumore, somministrando così un pretesto per trattarlo con maggiore severità. Ma quando seppe che aveva ricevuto gentilmente il cardinal Latino, e che la sua moderazione non erasi smentita ne' discorsi, disse: «Questo principe può avere ereditata la fortuna dalla casa di Francia, la finezza da quella di Spagna, ma la circospezione nel parlare non può averla imparata che frequentando la corte di Roma[363].»
Carlo, dietro le istanze di Nicolò, aveva accordata piena soddisfazione a Rodolfo, onde questi non poteva sotto verun pretesto rifiutarsi alle domande del papa. La promessa solenne fatta a Gregorio X di crociarsi, che più non pensava di soddisfare, rendevagli necessario il favore di Nicolò, poichè il solo papa poteva assolverlo dal giuramento e dalla scomunica. Rodolfo in vista di tali considerazioni accordò finalmente la carta da tanto tempo richiesta per separare chiaramente in Italia le province dipendenti dalla santa sede o dall'Impero.
Da oltre un secolo tutti gl'imperatori, all'epoca della loro incoronazione avevano confermato alla santa sede il possedimento di tutto lo stato ecclesiastico da Radicofani sino a Ceperano, ossia fino alle frontiere del regno di Napoli; e di più di tutta l'Emilia, o Romagna, della Marca d'Ancona e della Pentapoli. La santa sede che non aveva mai posseduto queste tre ultime province, facendo fondamento sulla sua perpetuità, non si era affrettata di domandarne il godimento, e soltanto si era data cura di far confermare le donazioni più volte contrastate di Carlo Magno e di Luigi il buono, aspettando che i suoi diritti avessero acquistata la forza che loro poteva dare l'antichità. Gl'imperatori, tutti occupati soltanto del presente, avevano risguardate come vane formole le carte, che copiate da più antichi documenti conservavano alla santa sede un titolo sopra alcune province delle quali avevano essi l'attuale godimento. Ma come i papi l'avevano preveduto, giunse il tempo nel quale un nuovo imperatore, ignorando i diritti della sua corona, e perfino la geografia dell'Italia; impotente ancora nelle province delle quali non gli si contrastava l'alto dominio, prese per titoli indubitati i contraddittorj diplomi de' suoi predecessori.
Un cancelliere imperiale aveva scorse tutte le città italiane, ed aveva senza difficoltà ottenuto il rinnovamento degli stessi giuramenti, ch'esse prestavano agli altri imperatori. Nicolò scrisse a Rodolfo per intimargli di rinunciare ad una sacrilega usurpazione[364]. Gli mandò copia delle carte di Luigi il buono, di Ottone I e d'Enrico VI, e gli chiese d'esprimere con eguale chiarezza quali fossero le città spettanti alla Chiesa, onde liberarle dal giuramento di fedeltà che avevano prestato per errore. Difatti Rodolfo, colle sue lettere patenti del quattro delle calende di giugno, riconosce che gli stati della Chiesa stendevansi da Radicofani a Ceperano; che comprendevano inoltre la Marca d'Ancona, il ducato di Spoleti, le terre della contessa Matilde, il contado di Bertinoro, l'esarcato di Ravenna, la Pentapoli, Massa Trabaria, e tutti gli altri luoghi che un grande numero di diplomi imperiali hanno accordato a san Pietro ed a' suoi successori[365]. Quest'ultima clausola lasciando così libero il campo a nuove usurpazioni, Rodolfo in pari tempo rivocò ed annullò il giuramento di fedeltà che il suo cancelliere aveva ricevuto dai cittadini di Bologna, Imola, Faenza, Forlimpopoli, Cesena, Ravenna, Rimini, Urbino ed altri luoghi pretesi dalla Chiesa, ed ordinò al suo protonotaro di dar parte a tutti i cittadini di questi luoghi, che gli aveva sciolti da ogni obbligazione verso di lui.
In forza del diploma di Rodolfo, lo stato della Chiesa acquistò l'estensione conservata fino ai nostri giorni. Ma i diritti de' quali era in possesso l'imperatore, quelli che poteva trasmettere alla santa sede, altro non erano che una dipendenza, una signoria che pochissimo ristringeva l'autorità de' particolari governi. Tra le province dipendenti dalla santa sede eranvi molte repubbliche, come Bologna, Perugia ed Ancona; varj principati, quali erano Montefeltro e Bertinoro, che non s'avvisarono d'avere in verun modo perduta la loro indipendenza. E come i pontefici avevano lasciati passar molti secoli prima di domandare agl'imperatori la consegna delle province ch'essi avevano date alla santa sede, così lasciarono decorrere altri due secoli prima di chiedere ai popoli di riconoscere questa trasmissione di diritti, o d'esercitare sui medesimi la loro sovranità. Il poter aspettare, essere prodighi del tempo e calcolare sopra una signoria che non avrà fine, fu sempre pei papi un sicuro mezzo a giugnere ai loro fini. Intanto i popoli liberi non credettero peggiorata la loro condizione. Gli storici contemporanei di Bologna si accontentano di dire che lo stesso anno la città si diede al papa, riservandosi tatti i diritti sopra la Romagna; e non suppongono che tale avvenimento meriti ulteriori schiarimenti[366].
Nicolò III, dopo avere accresciuti i diritti ed i possedimenti della santa sede, volle procurare alla propria famiglia il frutto de' suoi acquisti. Nominò conte di Romagna Bertoldo Orsino suo fratello[367]; creò tre cardinali della sua famiglia, e diede pure la porpora a molti signori romani che voleva rendersi ben affetti, onde procurarsi la maggiorità de' suffragi nel sacro collegio. Ma per quanto fosse grande la sua ambizione, pareva combinarsi sempre col mantenimento della pace e della pubblica prosperità. Incaricò il prediletto de' suoi nipoti, il cardinal Latino, vescovo d'Ostia, d'una legazione in Romagna, nella Marca, nella Toscana, nella Lombardia, commettendogli specialmente di riconciliare le fazioni, le città e le famiglie. Lo autorizzò pure a ricevere di nuovo nel seno della Chiesa tutti coloro che erano stati scomunicati come Ghibellini, ed a non avere parzialità per alcun partito spargendo tra i fedeli gli spirituali favori.
Il cardinale Latino cominciò in Romagna la sua missione di pace: vi trovò i Geremei ed i Lambertazzi di Bologna indeboliti da una lunga serie di combattimenti. I primi, ch'erano rimasti in possesso della città, non erano sufficienti a difenderne il territorio, ed ogni giorno provavano nuove perdite, mentre i secondi, nel loro esilio non avendo più nulla da perdere, con improvvisi attacchi si assicuravano quasi sempre la vittoria. Il cardinale incominciò dal far riconoscere in ogni città l'autorità di suo cugino, il nuovo conte di Romagna, affinchè queste dominate da' Guelfi o da' Ghibellini che fossero, trovandosi dipendenti da un capo solo avessero un punto d'unione ed un arbitro delle loro discordie. Recossi in tutte queste città col conte Bertoldo; e perchè il cardinale era predicatore dell'ordine di san Domenico, nell'istante dell'inaugurazione del conte, predicò la pace ai Lambertazzi a Faenza ed a Forlì, ed a' Geremei a Imola ed a Bologna. Giunto in quest'ultima città, dietro gli espressi ordini avuti dal papa, adunò cinquanta commissarj d'ogni fazione, ai quali presentò un progetto d'accomodamento fatto dallo stesso papa, in forza del quale i Lambertazzi e tutti i fuorusciti dovevano essere chiamati a Bologna e riammessi all'intero godimento de' loro beni. Erano peraltro eccettuati alcuni capi, la di cui presenza avrebbe potuto risvegliare i sopiti odj, i quali per certo determinato tempo dovevano ancora soggiornare fuori di Bologna ne' luoghi che loro assegnerebbe il papa; tutte le proprietà prese da ambe le parti dovevano essere restituite; le società popolari, che non servivano che a tener vivo lo spirito di partito ed a far nascere le guerre civili, furono abolite; per ultimo, il papa riservavasi il diritto di mantenere con tutte le pene ecclesiastiche, se il bisogno lo richiedesse, le condizioni della presente pace[368].
(1279) Dopo lunghi trattati la pace fu finalmente conchiusa sotto le condizioni dettate dal papa; ogni partito garantì la pace colla promessa di cinquanta mila marche d'argento; ogni comune della Romagna segnò pure il trattato e diede cauzione per una determinata somma. Finalmente il giorno 4 agosto del 1279 essendo stati conchiusi tutti questi trattati, le due fazioni de' Geremei e de' Lambertazzi si adunarono sulla piazza di Bologna, tutt'all'intorno ornata di ricchi tappeti sparsi di ghirlande di fiori e di festoni di verzure. Stava presso la porta dei palazzo una cattedra magnifica coperta di broccato, nella quale andò a sedere il cardinal legato, accompagnato dagli arcivescovi di Bari e di Ravenna, dai vescovi di Bologna e d'Imola e dall'abate di Galliati, tutti pontificalmente vestiti. Il legato con un eloquente discorso predicò la pace ai cittadini adunati, fece in appresso leggere le lettere del papa ed il sottoscritto compromesso; e infine fece che si avanzassero cinquanta de' più riputati cittadini d'ogni fazione, e fece loro giurare sul santo vangelo, in nome di tutti i loro concittadini, di vivere continuamente in buona pace ed amicizia gli uni cogli altri. I procuratori ed i sindaci delle due fazioni si abbracciarono, e quest'augusta cerimonia si terminò con feste rallegrate dalla gioja universale[369].
Prima che avesse fine il pacificamento di Bologna, il cardinale Latino erasi allontanato da quella città per pacificare anche le città della Toscana. Giunse a Firenze il giorno 8 d'ottobre del 1278, accompagnato da trecento cavalieri, sudditi della chiesa. Vennero ad incontrarlo i magistrati, il clero ed il popolo, preceduti dal carroccio. Firenze non abbisognava meno di Bologna d'un paciere; perchè non solamente trovavansi esiliati i Ghibellini, ma si era pure manifestata nel partito guelfo una nuova divisione. La casa degli Adimari erasi inimicata con quelle dei Donati, dei Tosinghi e dei Pazzi; e queste numerose e potenti famiglie avevano ridotto il popolo a prendere parte alla loro lite. Il cardinale legato impiegò quattro mesi a soffocare queste private nimistà, ad assicurare la riconciliazione delle famiglie coi matrimoni, a punire colla scomunica coloro che rifiutavansi di pacificarsi, i quali poi erano dalla repubblica esiliati. Dopo le quali pratiche, in febbrajo del 1279 adunò il popolo in parlamento sulla piazza di santa Maria Novella, ch'era stata per tale circostanza ornata di fiori; esortò i Fiorentini alla pace, della quale pronunciò le condizioni: il ritorno de' Ghibellini in patria, la restituzione dei loro beni, la partecipazione agli ufficj pubblici; impegnò centocinquanta de' più ragguardevoli cittadini d'ambo le parti a darsi in presenza del popolo il bacio di pace; fece bruciare tutte le sentenze ch'erano state pronunciate; e non abbandonò Firenze finchè non ebbe ristabilita la tranquilità e la concordia[370].
Anche a Siena si fece la pace per le persuasioni dello stesso cardinale a condizioni press'a poco eguali; e furono richiamati i Ghibellini esiliati[371]. Pacificate la Marca d'Ancona, la Romagna e la Toscana, altro non rimaneva al compimento della missione del cardinal Latino che di riconciliare anche in Lombardia i Guelfi ed i Ghibellini. Il re Carlo che, avanti il pontificato di Nicolò, era stato l'arbitro d'Italia, vedevasi ora ridotto al solo governo delle Sicilie; rotti erano tutti i suoi progetti, i suoi nemici tornati al possedimento de' loro beni e del governo della loro patria, quando il papa, sorpreso dalla gocciola, improvvisamente morì a Suriano[372].
Carlo non aveva fatto conoscere quanto fosse irritato per la condotta del papa; ma mentre dissimulava le sue ingiurie, andava assicurandosi della seguente elezione, onde non fosse dato alla chiesa per capo un suo nemico. Quand'ebbe avviso della morte di Nicolò, recossi subito a Viterbo ove trovavansi adunati i cardinali; e siccome Giovanni XXI nel suo breve pontificato aveva sospesa la costituzione di Gregorio X, in virtù della quale i cardinali dovevano essere chiusi in conclave, Carlo seppe ben tosto in quali partiti era diviso il sacro collegio. Aveva contro di lui tutti i cardinali italiani, e particolarmente i parenti dell'ultimo papa. Per giugnere a' suoi fini fece nascere in Viterbo una sedizione, durante la quale fece rapire i due cardinali Orsini e il cardinale Latino e li sostenne in una specie di prigione, mentre strigneva gli altri a nominare il papa[373]. Dopo un interregno di sei mesi i cardinali italiani che restavano in conclave, spaventati dalla sorte dei loro colleghi, il 22 febbrajo del 1281 unirono i loro suffragi a quelli de' cardinali francesi e nominarono papa Simone, cardinale di santa Cecilia, in addietro canonico di Tours. Carlo non poteva scegliere un uomo che gli fosse più attaccato, che più ciecamente favoreggiasse i suoi progetti, o più bassamente servisse alle sue passioni in onta delle leggi della chiesa e dell'interesse della Cristianità.
Al re di Sicilia non poteva riuscire utile il riconciliamento delle due fazioni in Italia: per lo contrario la sua ambizione non potev'essere soddisfatta che dal trionfo de' Guelfi e dalla ruina de' Ghibellini. Il nuovo papa, che fecesi chiamare Martino IV, spogliò del comando della Romagna il conte Bertoldo Orsino, e diede questo contado ad un ufficiale di Carlo, detto Giovanni d'Appia, cui ordinò di attaccare i Ghibellini ed i Lambertazzi cacciati nuovamente da Bologna; di perseguitare Guido di Monte Feltro loro generale, e d'assediare Forlì ove tutti eransi ritirati[374]. Invano questi, già traditi a Faenza da Tibaldello Zambrasi, che approfittò del sonno de' suoi ospiti per darli colla sua patria in mano de' Guelfi[375], spedirono ambasciatori al papa per rappresentargli ch'erano esiliati e proscritti in ogni luogo. Proponevano di ritirarsi ancora da Forlì, purchè il papa loro assegnasse un luogo in cui potessero vivere. Martino non si degnò di rispondere, ed invece li colpì con nuove scomuniche, ordinando in tutta la cristianità il sequestro dei beni degli abitanti di Forlì a profitto della santa sede.
Martino erasi fatto nominare senatore di Roma; ma invece di conservare per sè una dignità conferitagli dal popolo, la trasmise subito al re Carlo, in onta alle costituzioni di Nicolò III, che escludevano i re ed i principi potenti dalla dignità senatoriale. Nello stesso tempo distribuì le truppe francesi non solo in tutta la Romagna, ma nella Marca d'Ancona, nella Campania, nel ducato di Spoleti e nel patrimonio di san Pietro, dando a tutte le città governatori e comandanti, che sceglieva tra gli ufficiali, o nella stessa famiglia del re siciliano. Carlo, per non perdere di vista questo pontefice che vivea sotto la sua tutela, dimorava sempre con lui in Viterbo[376].
Finalmente il re di Sicilia volgeva gli ambiziosi suoi pensieri alla Grecia, che meditava di togliere a Paleologo per darla a suo genero Filippo, figliuolo dell'ultimo imperatore de' Latini; e Martino IV cercò d'adonestare questa nuova guerra con motivi di religione. Scomunicò Michele Paleologo per essere ricaduto nello scisma, o eresia de' Greci[377], accomunando la stessa pena a tutti coloro che contraessero con lui alleanza, o gli prestassero ajuto, mentre l'infelice Paleologo, per aver voluto rappacificarsi colla chiesa d'Occidente, erasi provocato l'anatema del suo clero e di tutti i suoi sudditi. La ribellione era scoppiata ne' suoi stati, e Carlo non aveva avuto vergogna di soccorrere gli scismatici, che non eransi ribellati contro il loro sovrano che per avere egli cercato di riconciliarli col papa[378].
Intanto Carlo annunciava qual nuova crociata la spedizione che stava preparando contro Costantinopoli. Egli aveva formato un numeroso corpo di cavalleria, chiesti soccorsi a tutti i suoi alleati, armati vascelli, e di già spedito, dall'altra banda dell'Adriatico a Canina, presso Durazzo, un corpo di tre mila uomini sotto il comando di Rousseau de' Soli[379], cui in breve sarebbesi unito egli medesimo per occupare il Levante. Ma l'insaziabile sua avidità, la sua ambizione, la sua crudeltà avevano finalmente stancata la fortuna e la pazienza de' suoi sudditi. Un privato nemico, uomo d'un carattere generoso e profondo, un uomo animato dalla gratitudine e dall'amore verso i suoi antichi sovrani, dal desiderio di vendicarli; dall'odio della tirannide; un uomo solo colle sue forze individuali intraprese ad abbattere l'usurpatore che opprimeva il suo paese, e riuscì a preparare e condurre a termine questa grande vendetta nazionale.
Giovanni di Procida, nobile salernitano, era padrone di quell'isola di Procida, posta nel golfo di Napoli, che viene oggi visitata dal curioso forestiere per vedervi conservate le costumanze e l'abito de' Greci. Era inoltre signore di Tramonte, Cajano e Pistilione[380]. I suoi natali non gli avevano però impedito di studiare la medicina, che allora veniva coltivata dai principali signori. Era egli stato il medico e ad un tempo il confidente e l'amico di Federico II e di Manfredi[381], ed aveva prese le armi per Corradino, quando questo giovane principe era entrato nel regno. Dopo la vittoria di Carlo, tutti i suoi beni essendo stati confiscati, erasi egli ritirato presso Costanza, figliuola di Manfredi, e regina d'Arragona, ultima erede della famiglia di Svevia, la quale avealo accolto come un suddito fedele ed uno zelante amico. Il re Pietro d'Arragona, per indennizzarlo di quanto aveva perduto, lo nominò barone del regno di Valenza, signore di Luzzo, Benizzano e Palma[382].
Ma nè feudi, nè ricchezze potevano fare scordare a Procida la tragica morte di Manfredi e di Corradino, la sventura della sua patria e l'oppressione de' suoi concittadini. Dalle corrispondenze ch'erasi egli conservate nelle due Sicilie, riceveva continui avvisi delle vessazioni de' Francesi, delle loro ingiustizie, delle loro crudeltà, ed in particolare dell'affettato disprezzo che mostravano d'una nazione, ch'essi per altro non avevano conquistata, ma che si era da sè medesima data nelle loro mani per la tradita speranza d'un miglior governo.
Giovanni di Procida informava il re e la regina d'Arragona delle lagnanze de' Siciliani, i quali, trovandosi più lontani da Carlo, erano abbandonati a' suoi vicarj, e più crudelmente vessati dei Pugliesi. Faceva sentire alla regina, ch'ella era la sola legittima erede della casa di Svevia e del regno delle due Sicilie; che Corradino, morendo, l'aveva in un modo solenne chiamata a raccogliere la sua eredità ed a vendicare il suo supplicio; che non si trattava soltanto d'un diritto, ma ch'era per lei un dovere d'accettare il governo d'un paese che gli veniva trasmesso dalle leggi delle due nazioni e dai voti dei popoli: e perchè Pietro e Costanza non erano sconsigliati dalla guerra di Sicilia, che per credersi troppo deboli da attaccar soli un re che aveva fama d'essere allora il più potente di tutta la Cristianità, Procida vendette tutti i beni che aveva ricevuti dalla loro liberalità, onde impiegarne il prezzo ne' suoi viaggi diretti a suscitare nemici a Carlo in tutto il mondo allora conosciuto[383].
Nel 1279 passò prima in Sicilia per conoscere personalmente lo stato de' sudditi di Carlo. Trovò che non doveva sperar molto dalle province di terra ferma al di qua del Faro[384], perchè sopra le rovine de' partigiani della casa Sveva molti baroni francesi eransi stabiliti così sodamente quanto potevano esserlo i loro predecessori. Comprese che la vicinanza della corte, i frequenti passaggi delle armate, l'occhio vigilante del padrone che scorreva frequentemente queste province, vi comprimerebbero la ribellione nel suo nascere.
Diverso affatto era lo stato della Sicilia, la quale siccome si era tutta intera dichiarata a favore di Corradino, così i Francesi avevano voluto punire tutta intera. I baroni erano stati spogliati ed oppressi, ma i Francesi non aveano potuto nè tutti imprigionarli, nè tutti scacciarli dall'isola; ed agli antichi oltraggi se ne aggiungevano ogni giorno di nuovi, che per altro non li privavano affatto dei mezzi di vendicarsi. I Francesi abitavano le città e le coste, ma appena osavano di penetrare alcuna volta tra le montagne dell'interno dell'isola, ove tanto i signori che i contadini avevano conservata tutta la loro indipendenza. Tre grandi ufficiali di Carlo governavano l'isola. Eriberto d'Orleans, vicario reale; Giovanni di san Remi, giustiziere di Palermo; e Tomaso de Busant, giustiziere di Val di Noto[385]. La venale loro parzialità, l'avarizia, la crudeltà li facevano degni successori di Guglielmo detto lo Stendardo, il carnefice de' Siciliani[386]. Anche la pubblicazione della crociata contro i Greci irritava maggiormente questi popoli. «Di già, dice Neocastro, avea Carlo spiegate contro i nostri amici della Grecia la croce dell'assassinio, imperciocchè suole appunto sotto questa sacra bandiera spargere il sangue degl'innocenti. I suoi sforzi per istrascinare il popolo siciliano in questa guerra formavano la disgrazia e la desolazione della nostra patria»[387]. Col pretesto di questa crociata, Carlo esigeva da' suoi sudditi insopportabili sovvenzioni di guerra, imposte inaudite. Nello stesso tempo «disponeva arbitrariamente delle ricche o nobili eredi, che dava ai suoi partigiani in matrimonio come compenso dei loro servigi; mentre condannava alla morte, senza che pur fossero accusati d'alcun delitto, o faceva languire entro infernali prigioni, o condannava alla deportazione ed a lungo esilio gli uomini che gli erano sospetti. Molti signori, che la religione, l'età, o la dignità loro facevano venerabili, venivano assoggettati ad insultanti trattamenti come i più vili del popolo; e per colmo d'oltraggio, oltraggio che in ogni luogo precipitò i tiranni, le donne erano esposte alla brutalità dei soldati»[388]. Infatti tale offesa sorpassa tutte le altre: non è la galanteria, che potrebbe eccitare il furore della nazione la più gelosa, bensì l'insolenza del forte esercitata contro il debole; l'impudenza della dissolutezza, che disprezza la protezione che gli sposi ed i fratelli debbono alle loro spose o sorelle.
Giovanni di Procida parlò di vendetta ai Siciliani profondamente ulcerati; fece loro comprendere che si avvicinava il tempo d'esercitarla; ma in pari tempo gli esortò a prepararla lentamente per renderla più sicura, e loro promise i soccorsi di Pietro d'Arragona loro legittimo sovrano, e di Michele Paleologo nemico de' loro nemici.
Andò infatti a Costantinopoli, ed informò il Greco imperatore de' formidabili apparecchi che si preparavano contro di lui[389]. Carlo faceva equipaggiare ne' porti delle due Sicilie cento galee leggeri, venti grossi vascelli, trecento navi da trasporto e duecento palandre per trasportare i cavalli. Quaranta conti avevano promesso d'unirsi alla crociata, e dieci mila cavalli si allestivano sotto i suoi ordini. Nello stesso tempo negoziava col doge Giovanni Dandolo, segnava un trattato, in forza del quale la repubblica di Venezia obbligavasi a prendere parte alla crociata, mandando lo stesso doge con quaranta galere armate in guerra[390]. Queste forze sembravano sufficienti per distruggere l'impero greco, e Paleologo aveva più volte esperimentato l'impetuoso valore dei Latini, e la viltà delle sue truppe. Procida facendogli conoscere il pericolo che gli sovrastava, gli offrì nello stesso tempo di eccitare negli stati del suo nemico una ribellione che non gli permettesse di pensare per molto tempo a guerre straniere. Gli offriva inoltre di mettere Carlo in guerra con una nazione non meno valorosa della Francese, una nazione la di cui formidabile infanteria non lascerebbesi spaventare o rovesciare dall'urto degli uomini d'armi. La sola cosa ch'egli chiedeva a Paleologo era del denaro per supplire alle spese della spedizione degli Arragonesi, e per comperare armi ai Siciliani ribellati.
(1280) Nicolò III governava ancora la Chiesa, e Paleologo che con tanti sagrificj erasi riconciliato colla santa sede, non voleva perdere la sua protezione. Accordò un primo soccorso di danaro a Procida, esigendo che non si facesse la ribellione di Sicilia senza l'assenso del papa[391]. Giovanni, che viaggiava sotto mentito abito di monaco francescano, tornò a Malta con un segretario dell'imperatore greco. Colà si recarono tre de' più principali baroni siciliani, e confermarono al segretario dell'imperatore le promesse di Procida, incaricandolo di far conoscere al papa ed al re d'Arragona la qualità del giogo ch'essi portavano e l'impazienza loro di liberarsene.
Procida passò a Roma coll'inviato dell'imperatore, ed ottennero da Nicolò III una segreta udienza nel castello di Suriano. Colà si pretende che Procida si valesse dell'oro de' Greci presso il conte Bertoldo Orsino e presso lo stesso papa[392]; ma soprattutto ricordò all'ultimo, che Carlo aveva sdegnato d'imparentarsi colla sua famiglia, ed aveva rifiutata l'offerta con un insultante motto[393]; che lo stesso Carlo erasi costantemente opposto a' suoi progetti; che sforzavasi di riaccendere le guerre civili, che il papa cercava di spegnere; per ultimo, ch'egli erasi eretto in arbitro dell'Italia, e teneva quasi la Chiesa in servitù. Per abbassare la potenza de' Francesi altro Procida non domandava al papa che il suo assenso in iscritto a favore di Costanza d'Arragona per far valere i suoi diritti sulla Sicilia[394]. L'ottenne, e munito di lettere pontificie dirette al re di Arragona, si pose in viaggio per la Spagna.
Ma non era appena giunto alla corte di Barcellona, che l'inaspettata morte di Nicolò III poco mancò che non rovesciasse tutti i suoi progetti. Pietro d'Arragona pareva già scoraggiato; ed era a temersi che i Siciliani si disanimassero vedendo il capo della Chiesa dichiararsi contro di loro, invece d'appoggiarli. Procida risolse di tornare a Costantinopoli onde affrettare i sussidj attesi dal re Pietro; e volle che gli ambasciatori di questo re indagassero le disposizioni del nuovo pontefice, e che i Siciliani dal canto loro implorassero la sua protezione, sperando che non solo non gli ajuterebbe, ma gli avrebbe al contrario esacerbati con una manifesta parzialità pei Francesi.
(1281) L'ambasciatore del re d'Arragona aveva per missione ostensibile, presso Martino IV, di felicitarlo intorno alla sua elezione e di domandargli la canonizzazione di frate Raimondo di Pinnaforte, monaco catalano, ch'era morto nel principio del 1275, dopo avere, si diceva, risuscitati almeno quaranta morti, ed attraversato il mar Baleare sopra il suo mantello che gli teneva luogo di nave[395]. Le raccomandazioni dell'Arragonese non furono vantaggiose alla causa del beato; furono anzi cagione che la sua canonizzazione si protraesse fino all'anno 1601. Quando poi l'ambasciatore arragonese volle ricordare al papa i diritti di Costanza alla corona delle due Sicilie, Martino gli rispose adirato: «Dite al vostro padrone che, prima di chiedere grazie alla santa sede, pensi a pagarle con tutti gli arretrati l'annuo tributo, che suo avo promise alla Chiesa allorchè se ne dichiarò vassallo e feudatario[396].»
Gli ambasciatori de' Siciliani furono ancora più mal ricevuti: era stato scelto per questa missione Bartolomeo, vescovo di Pacto, ed un religioso domenicano. Martino non volle ascoltarli che in pieno concistoro; e quando furono ammessi, osservarono con maraviglia, che sedeva tra i loro uditori anche il re Carlo. Pure il prelato, senza punto sbigottirsi, prese per testo le seguenti parole della Scrittura: «Figlio di Davide, abbi pietà di me, perchè la mia figliuola è crudelmente tormentata da un demonio.» Espose in seguito la tirannia e le soverchierie dei ministri di Carlo, e voltosi al re con nobile sicurezza, lo richiese di porvi rimedio. Quand'ebbe terminato il discorso, fu congedato senza risposta; ma sortendo dall'udienza le guardie di Carlo presero i due ambasciatori e li chiusero in carcere[397]. Vero è che il prelato potè a forza di danaro corrompere i custodi e fuggire; ma l'altro penò più anni in una crudele prigione. Il vescovo, tornato in Sicilia, manifestò francamente a Messina l'esito della sua legazione. Altri Siciliani, arrivati da Napoli, soggiunsero, che Carlo preparavasi a spedire nell'isola l'armata assoldata contro i Greci, disposto a punire le sediziose disposizioni de' Siciliani col ferro e col fuoco.
Frattanto Giovanni di Procida aveva nel 1281 fatto un secondo viaggio a Costantinopoli, e ne aveva riportate venticinque mila once d'oro, che diede al re Pietro, colla promessa di più ragguardevole sussidio, che gli verrebbe pagato tosto che la sua armata sarebbesi posta in movimento[398]. Pietro non frappose ulteriori dimore, e, dando voce d'andare ad attaccare i Saraceni dell'Affrica, adunò un'armata di dieci mila uomini a piedi, con soli trecento cinquanta cavalli, e fece equipaggiare pel trasporto diecinove galere, quattro grandi vascelli ed otto palandre[399].
Tutti i trattati di Giovanni di Procida erano rimasti affatto ignoti; ma perchè si conoscevano le pretese sulla Sicilia della regina Costanza, il re di Francia e quello di Napoli concepirono qualche sospetto intorno all'armamento del monarca arragonese. Filippo l'ardito, ch'era suo cognato, gli fece domandare ove volesse portare le sue armi; ed egli rispose che voleva attaccare i nemici della fede siccome avevano praticato i suoi antenati, e che pregava Filippo di voler concorrere a così santa impresa, mandandogli 40,000 lire tornesi di cui aveva grandissimo bisogno. Filippo lo fece; ma non avendo deposto ogni sospetto, consigliava il papa e Carlo a chiedere a Pietro nuovi schiarimenti. Martino mandò all'Arragonese un Domenicano per interrogarlo a nome della Chiesa intorno al segreto della sua spedizione, promettendo i soccorsi della santa sede, se effettivamente armava contro i nemici della fede; e vietandogli di procedere più oltre se pensava di attaccare un principe cristiano. Pietro si accontentò di rispondergli che se una delle sue mani manifestasse all'altra il suo segreto, la troncarebbe all'istante[400]. Allorchè Martino comunicò tale risposta a Carlo: «Io ve lo aveva ben detto, soggiunse il re di Sicilia, che l'Arragonese era un miserabile;» non pertanto egli non prese veruna precauzione. Gli apparecchi di Pietro si prolungarono fino al cominciamento del 1282 che egli spiegò le vele alla volta dell'Affrica. A quest'epoca era già scoppiata la congiura in Sicilia, ma Pietro non poteva saperlo, e stette aspettando l'andamento delle cose nelle vicinanze d'Ippona, facendo freddamente la guerra ai Mori.
Giovanni di Procida non aveva aspettato che la flotta arragonese fosse apparecchiata per passare in Sicilia e scorrere quell'isola sotto diversi travestimenti. Col danaro de' Greci somministrava armi a chiunque non ne aveva; alimentava, riscaldava il loro spirito colla speranza di una pronta liberazione, e soprattutto comunicava ai suoi compatriotti quel profondo implacabile odio contro i Francesi, ch'era la molla di tutte le sue azioni. Egli non formava congiure, ma eccitava le passioni del popolo onde fosse apparecchiato ad ogni avvenimento ed al risentimento dei primi oltraggi, troppo sicuro che non mancherebbe poi qualche eccitamento al comune odio. Chiedeva soprattutto ai nobili ed ai militari che avevano lungo tempo soggiornato nell'interno dell'isola, di passare a Palermo e di frammischiarsi ancora ai loro concittadini, ond'essere a portata di dirigere i movimenti popolari tosto che scoppierebbero[401].
All'indomani della Pasqua, lunedì 30 marzo 1282, i Palermitani, com'era loro costume, si posero in via per andare ai vesperi alla chiesa di Monreale, tre miglia lontana dalla città. Era il passeggio ordinario de' giorni di festa, e tutto il cammino trovavasi coperto di uomini e di donne. I Francesi stabiliti in Palermo, e lo stesso vicario reale prendevano parte alla festa ed alla processione. Questi per altro aveva pubblicato un'ordinanza, che vietava ai Siciliani di portar armi per esercitarsi nel maneggio delle medesime ne' giorni festivi, secondo l'antica usanza[402]. I Palermitani erano dispersi pei prati raccogliendo fiori, e salutando con grida di gioja il ritorno di primavera, quando una giovanetta, non meno distinta per la sua bellezza che pei suoi natali, s'avviò al tempio, accompagnata dallo sposo, cui era promessa dai suoi parenti e da' suoi fratelli. Un Francese per nome Drovet s'avanzò con insolenza verso la giovane, e sotto pretesto di assicurarsi che non avesse armi nascoste, le pose sfrontatamente la mano in seno: la fanciulla cadde svenuta tra le braccia del suo sposo, ed un grido di furore si alza tutto ad un tratto, muojano, muojano i Francesi! e Drovet, ferito colla propria spada, fu la prima vittima della rabbia popolare. Un solo non si sottrasse alla morte di quanti Francesi assistevano alla festa. I Siciliani, quantunque disarmati, ne uccisero duecento in campagna, mentre le campane di Monreale suonavano i vesperi. Dalla campagna il popolo furibondo rientrò in città gridando sempre, muojano i Francesi, e qui la carnificina ricominciò più feroce che mai. Una terribile rappresaglia fa questa del massacro di Benevento e di Augusta, benchè esercitata sopra un minor numero di Francesi: uomini, donne, fanciulli, tutto quanto apparteneva a questa detestata nazione fu messo a morte, ed il ferro andò fino a cercare nel seno d'una sposa siciliana l'abborrito frutto della sua unione con un Francese. Quattro mila persone perirono in questa prima notte[403].
Per grande che fosse l'odio de' Siciliani, mal sapevano risolversi ad imitare l'esempio di Palermo; tutto il mese d'aprile si consumò in vani attacchi de' Francesi contro Palermo ed in trattati di quegli abitanti cogli altri Siciliani. Ma pareva che il furore de' Palermitani fosse contagioso; e la loro resistenza e l'impunità di cui godevano, erano d'incoraggiamento a coloro che volevano imitarli. Gli abitanti di Bicaro ed in seguito quelli di Corleone unironsi a quelli di Palermo, suggellando la loro alleanza col sangue de' Francesi che trovarono nel loro paese, mentre che quelli di Calatafino, governati dal rispettabile Guglielmo de' Porcelets, nobile provenzale, che solo di tutti i Francesi non aveva offesa l'umanità, nè tradita la giustizia, mandavano onoratamente al di là del Faro quest'uomo virtuoso colla sua famiglia. Tutte le borgate e le città dell'isola si andavano una dopo l'altra associando alla ribellione. Messina fu l'ultima ad entrare nella congiura: tutti i soldati francesi eransi rifugiati in questa città; e vi si trovava il vicario reale alla testa di seicento cavalli; ma il 28 aprile i cittadini atterrarono gli stemmi di Carlo d'Angiò, cacciarono il suo vicario ed i soldati al di là del Faro e giurarono di voler essere partecipi della sorte degli abitanti di Palermo. Nel precedente giorno i Palermitani avevano spedita una deputazione a Pietro d'Arragona per invitarlo a venire a prendere possesso del regno di Sicilia e a dare soccorso a' suoi sudditi che si ponevano tra le sue braccia.
La notizia dei Vesperi Siciliani era stata più sollecitamente recata a Carlo d'Angiò; l'arcivescovo di Monreale erasi affrettato di spedirgliela alla corte di Roma, ove allora dimorava. «Sire Dio, gridò Carlo nel riceverla, poichè ti piacque di mandarmi un infortunio, ti piaccia almeno di ordinare che il mio abbassamento si faccia lentamente[404].»
FINE DEL TOMO III.
[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO III.]
| Capitolo XVI. Continuazione del regno di Federico II. — Guerra della lega lombarda contro questo imperatore. — Viene dal papa deposto nel concilio di Lione. 1234-1245 | [pag. 3] | |
| Anno | ||
|---|---|---|
| Conformità e differenze tra i due Federici e le due leghe lombarde | [ivi] | |
| Pericolosa situazione di papa Gregorio IX | [5] | |
| 1234 | Gregorio IX accusato d'aver fatto ribellare Enrico figliuolo dell'imperatore contro il padre | [7] |
| 1235 | Federico fa prigioniero a Worms suo figliuolo, e lo manda in Puglia, ove muore | [9] |
| Ezelino III da Romano richiama Federico in Lombardia | [10] | |
| Ezelino III e suo fratello Alberico eransi tra di loro divisi gli stati paterni l'anno 1232 in seguito all'abdicazione fattane dal padre per divozione | [11] | |
| Alberico da Romano signore di Treviso | [12] | |
| Ezelino III fatto podestà di Verona l'anno 1226 | [13] | |
| 1236 | Ezelino introduce in Verona una guarnigione imperiale, che rende più ferma la sua autorità | [ivi] |
| Cremona, Parma, Modena e Reggio fedeli alla parte ghibellina | [ivi] | |
| Opposto carattere delle aristocrazie e delle oligarchie | [14] | |
| Oligarchie sediziose della Marca Trivigiana | [16] | |
| Federico II entra in Verona il 16 agosto con un'armata tedesca | [17] | |
| Sorprende Vicenza, che abbandona al saccheggio | [18] | |
| Padova affida a sedici gentiluomini la cura della sua difesa | [19] | |
| 1237 | Tradimento dei nobili; sforzi del podestà per salvare la repubblica | [20] |
| Padova data in mano d'Ezelino | [21] | |
| Questi prende con astuzia alcuni ostaggi che fa custodire nelle sue fortezze | [23] | |
| Fa arrestare il priore di san Benedetto, di cui teme l'influenza | [24] | |
| Federico II riunisce presso Verona un'armata | [28] | |
| Invade lo stato di Brescia | [29] | |
| Batte i Milanesi a Cortenova il 27 di novembre | [30] | |
| I Milanesi fuggiaschi accolti da Pagano della Torre signore della Valsassina | [31] | |
| 1238 | Federico si avanza nel Piemonte staccando dalla lega quelle città | [33] |
| Assedia Brescia senza riuscita | [34] | |
| Guerra tra Ezelino ed il marchese d'Este appaciata da Federico | [36] | |
| 1239 | Federico viene scomunicato da Gregorio IX | [37] |
| Pietro dalle Vigne, cancelliere dell'imperatore giustifica il suo padrone innanzi al popolo di Padova | [ivi] | |
| Il marchese d'Este, il conte di san Bonifacio ed Alberico da Romano si staccano dall'imperatore | [39] | |
| Principio delle crudeltà d'Ezelino | [40] | |
| Federico si porta in Toscana | [41] | |
| Guerre civili in Sardegna tra i gentiluomini pisani | [43] | |
| I Visconti di Pisa stabiliti in Sardegna si dichiarano per la parte guelfa | [ivi] | |
| Le fazioni di Pisa assumono i nomi di Conti e di Visconti | [44] | |
| Federico accorda il titolo di re di Sardegna ad Enzio suo figlio naturale | [ivi] | |
| 1240 | Federico s'avvicina a Roma ove Gregorio predica contro di lui la crociata | [45] |
| I Guelfi prendono Ferrara e lasciano morire in prigione il vecchio Salinguerra | [47] | |
| Gregorio IX convoca un concilio in Laterano pel susseguente anno | [48] | |
| 1241 | I Pisani armano una flotta per prendere i prelati francesi | [51] |
| I prelati s'imbarcano sopra una flotta genovese e sono attaccati e fatti prigionieri il 3 maggio in faccia a Meloria da Ugolino Buzzacherino dei Sismondi | [ivi] | |
| Costanza de' Genovesi dopo la disfatta | [52] | |
| Morte di Gregorio IX accaduta il 21 agosto | [53] | |
| 1242 | Vacanza della santa sede. Lettera di Federico ai cardinali | [55] |
| Discordia nelle città cagionata dall'ambizione de' gentiluomini | [56] | |
| Pagano della Torre capo in Milano del partito democratico | [57] | |
| Fra Leone da Perego arcivescovo di Milano alla testa dei nobili | [58] | |
| Guerre tra le città Lombarde | [59] | |
| 1243 | Sinibaldo del Fiesco eletto papa il 24 giugno col nome d'Innocenzo IV | [ivi] |
| Negoziazioni di Federico col nuovo pontefice | [61] | |
| 1244 | Il 27 giugno il papa fugge travestito dallo stato della chiesa e s'imbarca | [63] |
| Viene condotto a Genova dal podestà | [65] | |
| Cospirazione de' Francescani contro Federico, nella quale è complicato il papa | [66] | |
| 1245 | Il papa giugne a Lione e vi aduna un concilio | [67] |
| Il 28 giugno si fa l'apertura del concilio. Disgrazie della Cristianità | [ivi] | |
| L'imperatore accusato da Innocenzo viene difeso da Tadeo di Suessa | [70] | |
| Seconda sessione del concilio nella quale è citato l'imperatore | [ivi] | |
| Terza sessione tenuta il 17 luglio | [71] | |
| L'imperatore è condannato dal concilio, e deposto dal papa | [74] | |
| Capitolo XVII. Fine del regno di Federico II. — Assedio di Parma. — Rivoluzioni di Toscana. — Tirannide d'Ezelino. 1245-1250 | [75] | |
| 1245 | Accanimento dei papi contro la casa di Svevia | [ivi] |
| Aperta opposizione alla chiesa dei gentiluomini, e dei letterati | [76] | |
| Attaccamento al papa de' Francescani e de' Domenicani | [77] | |
| Rapide conversioni da loro operate, seguite da subite rivoluzioni | [79] | |
| Molti nobili di Parma abbracciano il partito della chiesa | [ivi] | |
| 1246 | Il papa tenta di sollevare contro Federico le due Sicilie | [80] |
| Congiura dei San Severini contro Federico | [82] | |
| Congiura di Pietro delle Vigne | [84] | |
| Tenta d'avvelenare l'imperatore | [87] | |
| Volontaria morte di Pietro delle Vigne | [ivi] | |
| Sforzi fatti da Federico per riconciliarsi colla Chiesa | [90] | |
| 1247 | Domanda di passare in Oriente per far la guerra agl'infedeli | [91] |
| Va fino a Torino per recarsi alla corte del papa | [92] | |
| È richiamato a dietro dalla rivoluzione di Parma scoppiata il 16 giugno | [93] | |
| Importanza della città di Parma per Federico | [94] | |
| I capi de' Guelfi vi si chiudono dentro per difenderla | [95] | |
| I Ghibellini si portano al campo dell'imperatore sotto Parma | [96] | |
| Federico fa prova di spaventare i Parmigiani coi supplicj | [97] | |
| I soldati di Pavia fanno cessare queste crudeltà | [98] | |
| Federico fonda presso Parma una città, cui dà il nome di Vittoria | [98] | |
| 1248 | L'armata di Federico viene sorpresa il 18 di febbrajo, e distrutta la sua città della Vittoria | [100] |
| Federico fa nuove istanze al re di Francia per essere rappacificato colla Chiesa | [101] | |
| I grandi signori Francesi irritati dalla durezza del papa | [102] | |
| Preponderanza del partito ghibellino in Toscana | [103] | |
| Firenze inclina a favore dei Guelfi | [ivi] | |
| L'imperatore manda a Firenze suo figlio, Federico d'Antiochia | [105] | |
| I Guelfi cacciati fuori di Firenze la notte della candelora | [107] | |
| 1249 | L'imperatore insegue i Guelfi ne' castelli di Toscana che assedia | [108] |
| 1248 | Ottaviano degli Ubaldini legato del papa a Bologna | [109] |
| I Bolognesi costringono le città della Romagna ad abbracciare il partito guelfo | [110] | |
| 1249 | L'armata Bolognese va contro Enzio sul Panaro | [111] |
| Battaglia di Fossalta del 16 maggio 1249 | [112] | |
| Rotta dei Ghibellini, Enzio fatto prigioniere | [114] | |
| 1249 | Enzio condotto in trionfo nelle prigioni di Bologna | [115] |
| Vi è tenuto fino alla morte, 1271 | [116] | |
| I Modenesi insultati dai Bolognesi sono costretti di battersi | [117] | |
| Trattato tra Bologna e Modena del 19 gennajo 1250 | [118] | |
| 1239-1250 | Progressi e crudeltà d'Ezelino da Romano | [119] |
| Fa morire di fame i quattro signori di Vado nel 1240 | [122] | |
| Fa morire suo nipote Guglielmo di Campo Sampiero, e tutti i suoi parenti | [123] | |
| 1250 | Coraggio di Raineri di Bonello, e di Giovanni di Scanarola | [124] |
| Accusati che muojono sotto la tortura | [125] | |
| Fabbrica di nuove prigioni più orribili che le antiche | [ivi] | |
| Crudeltà d'Ansedisio de' Guidotti podestà d'Ezelino a Padova | [126] | |
| Strage dei Delesmanini amici e parenti d'Ezelino | [127] | |
| Nuovi tentativi di Federico presso san Luigi per la pace della Chiesa | [128] | |
| Morte di Federico II a Fiorentino nella Capitanata accaduta il 13 dicembre | [130] | |
| Ritratto di Federico fatto da Giovan Villani | [ivi] | |
| Ritratto di Federico fatto da Nicola di Jamsilla | [131] | |
| Capitolo XVIII. Innocenzo IV torna in Italia. — Sue guerre con Corrado e Manfredi. — Sua morte. — Roma sotto il suo pontificato; il senatore Brancaleone. — La Toscana: il governo popolare si stabilisce in Firenze. 1251-1255 | [134] | |
| 1250-1273 | Interregno di 23 anni senza re de' Romani | [ivi] |
| 1250-1310 | Interregno di 60 anni senza imperatore riconosciuto in Italia | [135] |
| Gl'interessi della Germania si dividono per qualche tempo da quelli dell'Italia | [136] | |
| 1251 | Gioja d'Innocenzo IV per la morte di Federico II | [137] |
| Unisce la città di Napoli allo stato della Chiesa | [ivi] | |
| Innocenzo torna a Genova, e vi trova i deputati di quasi tutta l'Italia | [138] | |
| Le città ghibelline cercano di riconciliarsi con lui | [139] | |
| Sua andata, ed ingresso trionfale in Milano | [140] | |
| Esaurimento delle finanze de' Milanesi | [141] | |
| Ingratitudine del papa verso i Milanesi | [143] | |
| I Milanesi si accostano alla parte ghibellina | [ivi] | |
| Doppia discordia dei Guelfi e dei Ghibellini, dei plebei e dei nobili | [145] | |
| La scelta fra le parti dipendeva dall'inclinazione non dal calcolo dell'egoismo | [ivi] | |
| Fedeltà dei grandi ai loro principj, entusiasmo passaggere della moltitudine | [148] | |
| Viaggio del papa da Milano a Perugia | [ivi] | |
| Divisione degli stati di Federico tra i suoi figliuoli | [149] | |
| Corrado IV scende d'ottobre in Italia | [ivi] | |
| 1252 | Il regno delle due Sicilie amministrato da Manfredi figliuol naturale di Federico | [150] |
| Corrado giugne nel regno e ne assume l'amministrazione | [151] | |
| Corrado cerca di riconciliarsi colla Chiesa | [153] | |
| Corrado assedia Napoli | [154] | |
| 1253 | Punisce crudelmente i Napoletani della loro resistenza | [ivi] |
| Innocenzo IV offre la corona di Napoli a Riccardo, conte di Cornovaglia | [156] | |
| Riccardo rifiuta l'offerta, che viene accettata da suo nipote Edmondo | [158] | |
| 1254 | Corrado muore inaspettatamente il 21 maggio a Lavello | [ivi] |
| La morte di tutti i principi svevi attribuita dai Guelfi a veleno | [159] | |
| I tutori di Corradino, figlio di Corrado, lo pongono sotto la protezione del papa | [160] | |
| 1254 | Il papa rompe ogni trattato cogl'Inglesi, e vuole sottomettere la Sicilia alla santa sede | [158] |
| Insurrezioni nelle Sicilie contro i Saraceni ed i Tedeschi | [161] | |
| Manfredi si porta in persona al campo del papa per sottomettersi a lui | [163] | |
| Orgoglio degli esiliati che rientrano col papa nel regno di Napoli | [164] | |
| Zuffa tra Borello d'Anglone e Manfredi | [165] | |
| Borello ucciso dalle genti di Manfredi, che viene accusato d'omicidio | [ivi] | |
| Fuga di Manfredi a traverso le montagne | [166] | |
| Attraversa la Capitanata per avvicinarsi a Luceria | [167] | |
| I Saraceni di Luceria, malgrado del loro governatore, si dichiarano a suo favore | [170] | |
| Ajuti che Manfredi trova in Luceria | [172] | |
| Rompe il marchese d'Oemburgo, ed il cardinale di sant'Eustachio | [173] | |
| Morte d'Innocenzo IV, il 7 dicembre, elezione d'Alessandro IV | [174] | |
| 1254 | Carattere d'Innocenzo IV | [175] |
| La sola Roma non riconosce la sua autorità | [176] | |
| Anarchia cagionata dai nobili romani | [178] | |
| 1253-1256 | Brancaleone d'Andalo, nobile bolognese senatore di Roma | [ivi] |
| Sua severità contro i nobili romani | [179] | |
| Minaccia il papa, e lo sforza a rientrare in Roma | [180] | |
| Sedizione contro Brancaleone, che viene imprigionato | [182] | |
| È posto in libertà per l'intromissione dei Bolognesi, indi ripristinato nella sua carica | [183] | |
| 1258 | Muore compianto da tutto il popolo | [184] |
| 1250 | Costumi e semplicità dei Fiorentini | [185] |
| Governo aristocratico stabilito in Firenze da Federico II | [186] | |
| Il popolo si rivolta contro i nobili il 20 ottobre del 1250 | [187] | |
| Organizzazione civile e militare che si danno i Fiorentini | [188] | |
| 1251 | Il 7 gennajo vengono richiamati gli esiliati guelfi | [190] |
| 1252 | Vittorie de' Fiorentini sopra il partito ghibellino e sopra i Pisani | [191] |
| Il fiorino d'oro, moneta non mai alterata, battuta in Firenze per la prima volta | [192] | |
| 1253 | Pistoja si sottomette al partito guelfo, e riceve guarnigione da Fiorenza | [193] |
| 1254 | L'anno delle vittorie dei Fiorentini | [194] |
| I Sienesi sottomessi al partito guelfo | [194] | |
| Volterra presa e sottomessa al partito guelfo | [195] | |
| I Pisani costretti a chiedere pace | [196] | |
| 1255 | Arezzo sorpreso per tradimento d'un generale, viene rimesso in libertà | [197] |
| Grandi uomini di Firenze in quest'epoca | [199] | |
| Disinteressamento d'Aldobrandino Ottobuoni | [200] | |
| Capitolo XIX. Pontificato d'Alessandro IV. — Crociata contro Ezelino; disfatta e morte di questo tiranno. — Manfredi re di Sicilia soccorre i Ghibellini toscani; battaglia di Monteaperto o dell'Arbia. 1255-1260 | [202] | |
| Carattere d'Alessandro IV | [ivi] | |
| 1255 | Fa predicare la crociata contro Ezelino da Romano | [203] |
| Orribile crudeltà e gelosia universale d'Ezelino | [205] | |
| Coraggio dei due fratelli Monte ed Araldo di Monselice | [207] | |
| 1256 | Il legato del papa arcivescovo di Ravenna aduna i crociati a Venezia | [208] |
| Il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, signore di Mantova, del numero de' crociati | [210] | |
| Ezelino padrone di Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno | [ivi] | |
| 1256 | Ezelino minaccia Mantova e Brescia | [211] |
| Pusillanimità del suo luogotenente a Padova | [212] | |
| I crociati s'impadroniscono di Padova il 19 giugno | [214] | |
| Orribili prigioni d'Ezelino in Padova | [ivi] | |
| Ezelino si fa dare successivamente in mano undici mila padovani, che aveva nella sua armata, e li fa quasi tutti perire | [215] | |
| Viltà ed indisciplina dell'armata crociata | [217] | |
| Alberico da Romano viene all'armata crociata per tradirla | [218] | |
| I crociati respingono Ezelino che attaccava Padova | [219] | |
| 1257 | Ezelino cerca di fare nuove alleanze | [220] |
| 1258 | I Bresciani che s'uniscono ai crociati sono battuti da Ezelino | [221] |
| Brescia apre le porte ad Ezelino | [222] | |
| Ezelino cerca di perdere i suoi alleati Oberto Pelavicino e Buoso di Dovara | [223] | |
| 1259 | Questi due signori si uniscono coi Guelfi | [224] |
| Atrocità commesse da Ezelino a Friola | [226] | |
| S'inoltra in sul finir d'agosto verso Milano | [227] | |
| 1259 | Trovasi avviluppato dai nemici al di là dell'Adda | [228] |
| Rimane ferito il 16 settembre al ponte di Cassano | [230] | |
| È fatto prigioniere; lacera le sue piaghe, e si lascia morire il 27 settembre | [231] | |
| Tutte le città a lui soggette ricuperano la libertà | [232] | |
| 1260 | Alberico da Romano suo fratello condannato a morte coi suoi figliuoli | [233] |
| Pochi talenti d'Alessandro IV | [235] | |
| Rifiuta di trattare con Manfredi, e fomenta le ribellioni in Calabria | [236] | |
| 1258 | Manfredi prende la corona di Sicilia l'undici agosto, sull'avviso della morte di Corradino | [238] |
| Quando sa che vive ancora promette di nominarlo suo successore | [239] | |
| 1260 | I Ghibellini toscani ricorrono a Manfredi | [240] |
| Erano stati cacciati da Firenze in luglio del 1258 | [ivi] | |
| La repubblica di Siena li proteggeva | [242] | |
| Giordano d'Anglone spedito da Manfredi a Siena | [ivi] | |
| Farinata degli Uberti sollecita nuovi soccorsi | [244] | |
| Farinata espone un corpo di cavalleria tedesca agli attacchi de' Fiorentini, che abusano della loro vittoria | [245] | |
| 1260 | Manfredi irritato manda nuove truppe contro i Fiorentini | [246] |
| Farinata attira i Fiorentini nel territorio di Siena | [247] | |
| Opposizione dei gentiluomini guelfi a questa pericolosa spedizione | [248] | |
| I Fiorentini con tre mila cavalli e trenta mila fanti s'accampano a Monte aperto in riva all'Arbia | [249] | |
| Battaglia d'Arbia il giorno 4 settembre e rotta totale dei Fiorentini | [251] | |
| Spavento della città di Firenze dopo tale disfatta | [252] | |
| I Guelfi abbandonano volontariamente Firenze il 15 settembre, e si ritirano a Lucca | [253] | |
| Il 27 settembre i Ghibellini occupano Firenze | [255] | |
| I Ghibellini trattano in un congresso se debbasi distruggere Firenze | [256] | |
| Farinata degli Uberti prende la difesa di Firenze | [257] | |
| Farinata nell'inferno di Dante | [264] | |
| Capitolo XX. Decadimento e servitù delle repubbliche Lombarde. — Rivoluzioni nelle repubbliche marittime. — Loro rivalità. — Costantinopoli ritolta da' Greci ai Veneziani ed ai Francesi. 1250-1264 | [267] | |
| Le città lombarde, le prime libere, perdono prima delle altre la libertà | [267] | |
| Cagioni della loro servitù | [269] | |
| Mancanza di sicurezza individuale | [270] | |
| Turbulenze de' cittadini e violenza delle passioni | [ivi] | |
| Le stesse inclinazioni oggi turbano meno la società | [271] | |
| Accanimento dell'odio e desiderio di vendetta | [273] | |
| Le funzioni pubbliche oggetto di gelosia tra i nobili ed il popolo | [ivi] | |
| La potenza dei nobili fondata sul numero dei membri di una famiglia | [275] | |
| Famiglie artificiali pel popolo, o società popolari | [ivi] | |
| Cambiamento nella disciplina militare | [276] | |
| Nella prima guerra di Lombardia l'infanteria formava la forza delle armate | [277] | |
| Perfezionamento dell'armatura degli uomini d'armi | [278] | |
| È opera de' gentiluomini | [279] | |
| Forza irresistibile degli uomini d'armi | [280] | |
| La forza militare trovasi tutta in mano de' nobili | [281] | |
| Gli uomini d'armi perdono il loro vantaggio nelle città | [282] | |
| Truppe mercenarie di armatura pesante | [283] | |
| Gli esiliati e gli emigrati formano le prime truppe mercenarie | [284] | |
| 1256 | I nobili ed il popolo eleggono ognuno il loro podestà | [285] |
| Martino della Torre podestà del popolo, erede del credito di suo zio Pagano | [286] | |
| 1257 | Guerra tra il popolo di Milano ed i nobili alleati dei Comaschi | [287] |
| 1258 | Trattato di sant'Ambrogio fatto il 4 aprile, che divide i pubblici impieghi | [288] |
| Nuove guerre civili | [289] | |
| 1259 | Martino della Torre nominato anziano e signore del popolo | [290] |
| Sua influenza accresciuta dalla disfatta di Ezelino | [292] | |
| Martino della Torre viene nominato signore di Lodi | [ivi] | |
| Pelavicino si mette al soldo de' Milanesi | [293] | |
| 1261 | I nobili milanesi assediati nel Castel di Tabiago | [295] |
| 1263 | Ottone Visconti eletto dal papa arcivescovo di Milano in opposizione a Raimondo della Torre, nipote di Martino | [296] |
| La città di Novara nomina Martino suo signore | [ivi] | |
| 1264 | Filippo della Torre successore di Martino si assoggetta Como, Vercelli e Bergamo | [297] |
| Repubbliche marittime | [299] | |
| Potere dei dogi di Venezia | [300] | |
| 1032 | Loro potere monarchico limitato nell'elezione di Domenico Flabenigo | [301] |
| 1172 | Creazione del maggior consiglio dopo la morte di Vitale Michieli | [303] |
| Difficoltà delle elezioni popolari | [304] | |
| L'elezione del maggior consiglio affidata a dodici tribuni | [305] | |
| Inclinazione del governo verso l'aristocrazia dopo la formazione del maggior consiglio | [307] | |
| I nobili di Venezia non avevano forze individuali come quelli di Lombardia | [ivi] | |
| 1179 | Istituzione della vecchia quarantia, tribunal criminale | [309] |
| 1229 | Istituzione del consiglio de' pregati | [310] |
| Nuove limitazioni all'autorità del doge | [ivi] | |
| Giuramento de' dogi | [311] | |
| 1249 | Elezioni dei dogi; la scelta combinata colla sorte | [313] |
| I Veneziani rivolgono tutta la loro attenzione verso l'Oriente | [314] | |
| 1225 | Pongono in deliberazione se debbano trasportare in Costantinopoli la sede del governo | [315] |
| Le isole del mar Egeo cedute in feudo ai particolari cittadini | [316] | |
| 1225 | Candia resa immagine della Metropoli | [317] |
| Gelosia tra i Veneziani ed i Genovesi | [319] | |
| 1258 | Si contrastano una chiesa in san Giovanni d'Acri | [321] |
| Prima guerra marittima tra questi due popoli | [ivi] | |
| 1261 | 13 marzo. Alleanza de' Genovesi con Michele Paleologo | [323] |
| 1237-1261 | Regno e debolezza di Baldovino II imperatore latino | [ivi] |
| Talenti degl'imperatori di Nicea, Vatace, Lascari e Paleologo | [324] | |
| 1261 | Impresa dei Veneziani sopra Dafnusio | [325] |
| Cesare Strategopulo sorprende Costantinopoli il 25 di luglio | [326] | |
| I Latini fuggono a Negroponte | [328] | |
| In quale stato trovavasi Costantinopoli quando vi rientrarono i Greci | [329] | |
| Michele Paleologo assegna Galata per abitazione ai Genovesi | [331] | |
| Conserva ai Veneziani ed ai Pisani le loro colonie a Costantinopoli | [ivi] | |
| Cede l'isola di Chio ai Genovesi. Storia di quest'isola | [332] | |
| Costituzione de' Genovesi in quest'epoca | [334] | |
| Potere della nobiltà | [ivi] | |
| 1261 | Gelosia del popolo contro la nobiltà | [334] |
| 1257 | Guglielmo Boccanigra primo capitano del popolo | [339] |
| 1262 | Guglielmo deposto in conseguenza di una congiura del popolo | [342] |
| 1264 | Potenza delle quattro famiglie Grimaldi, Fieschi, Doria e Spinola | [343] |
| Capitolo XXI. Carlo d'Angiò chiamato dai papi procura in Italia al partito guelfo un'assoluta superiorità. — Conquista il regno di Napoli. — Disperde l'armata di Corradino, e fa perire questo principe sul patibolo. 1261-1268 | [346] | |
| 1261 | 25 maggio. Morte d'Alessandro IV. Elezione di Urbano IV | [347] |
| Alterigia e violenza d'Urbano IV contro Manfredi | [348] | |
| 1262 | Urbano vuole impedire il matrimonio di Costanza figlia di Manfredi col figlio del re Giacomo d'Arragona | [350] |
| Urbano offre la corona di Napoli a Carlo d'Angiò | [351] | |
| 1263 | Induce Edmondo d'Inghilterra a rinunciare alla sua investitura | [354] |
| Stabilisce le condizioni dell'investitura con Carlo d'Angiò | [356] | |
| 1264 | Carattere e situazione di Carlo d'Angiò | [357] |
| Prima armata di crociati francesi contro Manfredi l'anno 1261 | [359] | |
| 1264 | Filippo della Torre, signore di Milano, si stacca dai Ghibellini | [361] |
| Imprese in Lombardia dei Guelfi emigrati di Toscana | [363] | |
| Manfredi cerca di chiudere a Carlo d'Angiò la strada di Lombardia | [ivi] | |
| 1265 | Morte d'Urbano IV. Gli succede Clemente IV | [365] |
| Carlo nominato dai Romani senatore di Roma | [ivi] | |
| Il voto de' crociati per la Terra santa convertito in una crociata contro Manfredi | [367] | |
| L'armata di Carlo condotta da sua moglie e da suo genero Roberto di Bethune | [ivi] | |
| Carlo venuto per mare si sottrae alla flotta di Manfredi, ed il 24 maggio entra in Roma con mille cavalieri | [368] | |
| Viene rimproverato dal papa per essersi alloggiato nel palazzo del Laterano | [369] | |
| Riceve l'investitura del regno delle due Sicilie | [370] | |
| L'armata francese scende in Piemonte sul finire dell'estate | [372] | |
| Napoleone della Torre la conduce a traverso il milanese | [373] | |
| Ella batte Pela vicino, e delude Buoso di Dovara | [ivi] | |
| Fa reclute in Romagna | [374] | |
| 1266 | Carlo d'Angiò entra nel regno per la strada del Ferentino | [375] |
| Manfredi tradito da' suoi sudditi | [376] | |
| Le due armate s'incontrano presso al fiume Calore | [377] | |
| Battaglia di Grandella del 26 febbrajo | [ivi] | |
| Manfredi abbandonato dai baroni della Puglia | [381] | |
| Disfatta e morte di Manfredi | [382] | |
| Carlo gli rifiuta gli onori del sepolcro | [383] | |
| La città di Benevento abbandonata dai Francesi al saccheggio | [384] | |
| Avidità degli ufficiali mandati da Carlo nelle province | [386] | |
| Carlo rimproverato da Clemente IV pel suo cattivo governo | [388] | |
| Guido novello capitano della cavalleria di Manfredi in Toscana | [389] | |
| Temporeggia coi Guelfi di Firenze | [390] | |
| Riunione in Firenze delle corporazioni dei mestieri | [ivi] | |
| Sommossa presso al ponte santa Trinità | [392] | |
| Il conte Guido esce di Firenze colla sua truppa il giorno 11 di novembre | [ivi] | |
| Viene respinto quando tenta di rientrarvi | [393] | |
| 1267 | Carlo manda Gui di Monforte in Toscana per sostenere i Guelfi | [394] |
| Nuova costituzione di Firenze | [ivi] | |
| Stabilimento d'una magistratura del partito guelfo | [396] | |
| Carlo viene in Toscana il 1.º agosto ed assedia Poggibonzi | [399] | |
| I Ghibellini ricorrono a Corradino in Allemagna | [400] | |
| Corradino giugne a Verona in fine del 1267 | [403] | |
| Carlo vuole impedirgli il passaggio della Toscana | [404] | |
| 1268 | Carlo viene richiamato dal papa nel regno di Napoli | [ivi] |
| Enrico di Castiglia, senatore di Roma, arma in favore di Corradino | [406] | |
| Corrado Capece va in Affrica a cercare gli emigrati ghibellini, che conduce in Sicilia | [408] | |
| Carlo assedia Luceria ribellatasi a favore di Corradino | [410] | |
| Corradino giugne a Pisa in maggio; potenti sforzi fatti per lui dai Pisani | [ivi] | |
| Rompe in Toscana Belselve luogotenente di Carlo | [411] | |
| Minaccia a Viterbo il papa, che lo ha scomunicato | [412] | |
| Penetra nel regno a traverso gli Abruzzi | [414] | |
| Battaglia di Tagliacozzo il 23 agosto | [415] | |
| 1268 | Corradino prima vincitore viene disfatto per avere rotta la sua ordinanza | [416] |
| È fatto prigioniero ad Astura di dove voleva andare in Sicilia | [419] | |
| Tribunale formato per giudicare Corradino | [ivi] | |
| Corradino perde la testa sul patibolo il 26 ottobre | [422] | |
| Altre vittime della crudeltà di Carlo d'Angiò | [423] | |
| Strage degli abitanti d'Augusta | [425] | |
| Il guanto, gettato da Corradino in mezzo alla folla, viene portato a Costanza figlia di Manfredi e moglie del re d'Arragona | [426] | |
| Capitolo XXII. Smisurata ambizione di Carlo d'Angiò. — Eccita la discordia tra le repubbliche italiane per opprimerle. — Suoi progetti impediti dai vesperi Siciliani. 1268-1282 | [428] | |
| Potenza di Carlo d'Angiò | [ivi] | |
| Morte di Clemente IV accaduta il 29 novembre 1268. Vacanza della santa sede per trentatre mesi | [429] | |
| 1268 | I capi dei ghibellini nemici di Carlo spogliati del loro potere | [430] |
| Tutte le città soggette ad Oberto Pelavicino si rivoltano contro di lui | [431] | |
| 1269 | Buoso da Dovara, esiliato da Cremona, muore nella miseria | [432] |
| Fazioni delle città Lombarde, che più non hanno per loro scopo la libertà | [433] | |
| Carlo d'Angiò domanda alle città guelfe di riconoscerlo per loro capo | [435] | |
| 1270 | Viene obbligato da suo fratello san Luigi ad entrare nell'ultima crociata | [436] |
| Zelo di san Luigi: sue esortazioni ai suoi figli | [438] | |
| L'armata crociata sbarca in Affrica presso Tunisi | [440] | |
| È assalita dalla peste, di cui muojono san Luigi e molti crociati | [ivi] | |
| Carlo d'Angiò fa il Bei di Tunisi suo tributario | [441] | |
| Confisca i beni de' Genovesi naufragati, sebbene uniti alla sua flotta | [442] | |
| 1271 | Gui, conte di Monforte, uccide Enrico figlio del conte di Cornovaglia | [443] |
| 1272 | Gregorio X nuovo papa cerca di riconciliare i Guelfi coi Ghibellini | [445] |
| 1273 | Viene a Firenze e fa richiamare in quella città, siccome in Siena e Pisa, i Ghibellini esiliati | [447] |
| Carlo d'Angiò sforza colle minacce i Ghibellini ad emigrare di nuovo | [449] | |
| 1273 | Il papa cerca pure di pacificare i Genovesi con Carlo | [ivi] |
| Guerra de' Veneziani e de' Bolognesi per la navigazione del Po | [452] | |
| Il papa la termina con un trattato di pace | [453] | |
| Gregorio X vuol dare un nuovo capo all'impero d'Occidente | [454] | |
| 1257-1271 | Riccardo di Cornovaglia ed Alfonso di Castiglia concorrono all'impero | [ivi] |
| 1273 | Rodolfo conte d'Absburgo nominato re de' Romani | [455] |
| 1274 | Gregorio X riconcilia Michele Paleologo colla chiesa romana | [458] |
| Glorioso pontificato di Gregorio X | [ivi] | |
| 1275 | Il papa preparasi a condurre i crociati in Terra santa | [460] |
| 1276 | Muore in principio di gennajo | [ivi] |
| 1273 | Origine delle turbolenze di Bologna. Tragica morte d'Imelda dei Lambertazzi | [461] |
| 1274 | Guerra civile dei Geremei e de' Lambertazzi; esilj di questi | [463] |
| 1275 | Vittoria di Guido da Montefeltro sui Geremei in Romagna | [464] |
| 1274 | A Pisa Ugolino della Gherardesca s'avvicina ai Visconti | [466] |
| 1274 | Ugolino della Gherardesca e Nino di Gallura capi dei Ghibellini e dei Guelfi di Pisa esiliati, e nello stesso tempo arrestati il 24 giugno | [468] |
| 1275 | Il conte Ugolino si associa ai Guelfi | [469] |
| 1276 | I Pisani sforzati a richiamare tutti gli esiliati | [ivi] |
| Tre papi in un anno. Innocenzo V, Adriano V e Giovanni XXI | [470] | |
| 1265-1276 | Guerre di Napoleone della Torre contro Ottone Visconti, arcivescovo esule di Milano | [471] |
| 1277 | Il 21 di Gennajo Ottone Visconti sorprende e fa prigioniere Napoleone della Torre | [474] |
| Il popolo di Milano, sommosso contro i della Torre, fa suo signore Ottone Visconti | [474] | |
| Nicola III nuovo papa scuote il giogo di Carlo d'Angiò | [476] | |
| Grande potenza di Carlo | [ivi] | |
| Nicola mediatore tra Carlo e Rodolfo | [ivi] | |
| 1278 | Riduce Carlo a deporre l'ufficio di senatore ed il vicariato della Toscana | [478] |
| Rodolfo conferma e dà esecuzione alle donazioni fatte dagl'imperatori alla santa sede | [480] | |
| Estensione dei paesi ceduti da Rodolfo alla santa sede | [482] | |
| Non passano subito sotto il dominio del papa | [483] | |
| 1278 | Il cardinale Latino incaricato di rappacificare la Romagna e la Toscana | [484] |
| 1279 | 4 agosto. Pace conchiusa a Bologna tra i Geremei ed i Lambertazzi | [486] |
| Pace conchiusa a Firenze in febbrajo tra i Guelfi ed i Ghibellini | [488] | |
| 1280 | Morte di Nicola III accaduta il 19 di agosto | [490] |
| 1281 | Il 22 febbrajo elezione di Martino IV fatto per l'influenza e le minacce di Carlo | [491] |
| I Ghibellini sono di nuovo perseguitati in Romagna | [ivi] | |
| Tutte le fortezze della chiesa affidate alle creature di Carlo | [493] | |
| 1281 | Preparativi di Carlo per attaccar Genova | [494] |
| 1279-1282 | Odio di Giovanni di Procida. Sue intraprese | [495] |
| Eccita Costanza e Pietro d'Arragona ad assumere la difesa dei Siciliani | [496] | |
| Visita la Sicilia e risveglia l'odio del popolo e dei nobili | [498] | |
| Va a Costantinopoli ed ottiene sussidj dal Paleologo | [501] | |
| Torna a Roma ed ottiene l'assenso de' suoi progetti da Nicola III | [503] | |
| L'annuncia a Barcellona, indi torna a Costantinopoli | [504] | |
| 1282 | Alterigia di Martino IV verso l'ambasciatore Arragonese | [505] |
| Gli ambasciatori Siciliani fatti arrestare da Carlo nella corte del papa | [506] | |
| Procida porta danaro al re d'Arragona, e lo determina a spiegare le vele verso l'Affrica | [507] | |
| Procida di ritorno in Sicilia vi aspetta un'occasione di ribellione | [509] | |
| 1282 | Oltraggio fatto presso Palermo da un Francese ad una donna all'indomani di Pasqua | [510] |
| Massacro dei Francesi eseguito il 30 marzo mentre le campane suonano i vesperi | [511] | |
| Gli altri Siciliani seguono l'esempio de' Palermitani entro il mese d'aprile | [513] | |
| I Francesi sono scacciati da Messina il 28 d'aprile | [ivi] | |
Fine della Tavola.