CAPITOLO XXIV.

Pontificato di Bonifacio VIII. — Il partito guelfo si divide in due fazioni dei Bianchi e dei Neri. — I Bianchi perseguitati si uniscono ai Ghibellini.

1294 = 1303.

Appena nel precedente capitolo abbiamo avuto occasione di nominare i pontefici che governarono la Cristianità, perchè nello spazio di dieci anni la loro influenza fu quasi nulla rispetto all'Italia, sia che non potessero tra le civili rivoluzioni delle repubbliche acquistare sulle medesime quell'ascendente che avevano avuto ne' gabinetti de' principi, o sia che la successione di molti papi, che tutti morivano pochi mesi dopo la loro elezione, scemasse alla sede pontificia gran parte della sua potenza. Dopo Martino IV, Onorio IV della nobile famiglia de' Savelli di Roma, regnò due anni[49]. Attratto dalla gotta, incapace di levarsi, di sedere, d'aprire o chiudere le mani, era stato obbligato, per celebrare la messa e adempirne le funzioni, di far fare una macchina che lo alzava, lo abbassava e lo volgeva verso l'altare o verso il popolo, mentre un altro meccanismo suppliva alle sue dita per sostenere l'ostia. Pure in mezzo alle sue infermità questo papa possedeva un'eloquenza persuasiva ed uno spirito vigoroso; ma non impiegò i suoi talenti ed il suo potere che ad arricchire i Savelli di Roma suoi congiunti[50]. Dopo un interregno di alcuni mesi, gli fu dato per successore il cardinale ministro de' frati minori, che prese il nome di Nicolò IV. Questi regnò quattr'anni[51], duranti i quali pare che non si prendesse altra cura che quella di colmare di ricchezze e d'onori i Colonna di Roma, come il suo predecessore aveva fatto pei Savelli. Ne' libelli di quel tempo venne questo papa rappresentato in atto di uscire a stento da una colonna di marmo, colla testa coronata da una mitra, mentre due colonne situate innanzi a lui gli toglievano la vista degli oggetti[52]. Non si conoscono i motivi dell'affezione di questo papa verso la casa Colonna colla quale non aveva legame di sangue. Anche in quell'epoca i Colonna erano annoverati tra le antiche famiglie nobili, ma la loro potenza territoriale nel patrimonio di san Pietro ed il loro credito presso la corte pontificia non ebbero cominciamento che sotto questo papa[53].

Alla morte di Nicolò IV tenne dietro un interregno di due anni e pochi mesi, ne' quali molti cardinali morirono di febbre occasionata dal cattivo aere della campagna romana, altri giacevano infermi della medesima malattia. Frattanto eransi manifestate sediziose sommosse in Roma e nello stato della Chiesa, le quali accrescevano l'inquietudine che un così lungo interregno cagionava di già ai fedeli. Un giorno il cardinal Latino, vescovo d'Ostia, fece un discorso nell'adunanza de' cardinali, scongiurandoli ad unirsi di sentimento per dare un capo alla Chiesa, avvertendoli a non illudersi intorno ai manifesti segni dell'ira del cielo; ed avvisandoli che un sant'uomo aveva avuta una visione nella quale tutti erano minacciati della morte, se nel termine di due mesi non si riunivano i loro suffragi per collocare un papa sulla cattedra di san Pietro. È questa senza dubbio, soggiunse ironicamente il cardinale Benedetto Gaietani, che fu poi Bonifacio VIII, «è questa una delle solite visioni del vostro Pietro di Morone. — Egli è il vero, replicò il cardinal Latino, è una rivelazione fatta a questo uomo di Dio, che i doni dello Spirito Santo fanno così degno di comandare ai fedeli[54]

Queste parole ottennero sui cardinali di già scossi l'effetto d'una divina ispirazione. Coloro che non conoscevano Pietro di Morone, seppero dagli altri che questo vecchio religioso dell'ordine di san Benedetto viveva di lemosine, facendo vita eremitica sul monte di Motrone presso Sulmona nell'Abruzzo Citeriore; che colà nella miserabile sua cella macerava il suo corpo coi più rigorosi digiuni e le più austere penitenze; che la riputazione di sua santità era appoggiata ai miracoli, cui in allora davasi intera fede. Alcuni accertavano ch'era venuto al mondo vestito con un abito da monaco; altri che Gesù Cristo era disceso da una croce per cantare con lui i salmi; altri infine che una celeste armoniosa campana lo risvegliava ogni notte all'ora della preghiera[55].

Il cardinal Latino fu il primo a dare il suo voto al venerabile eremita, ed il suo esempio fu all'istante seguito dagli altri, onde Pietro Morone fu eletto papa a pieni voti. Gli si mandarono un arcivescovo e due vescovi per partecipargli la seguìta elezione. Il povero eremita, vedendo arrivare que' prelati di un rango tanto superiore al suo, si gittò alle loro ginocchia; ed i prelati anch'essi si prostrarono chiedendo la benedizione al nuovo papa. Quando gli si potè far intendere il sorprendente cambiamento del suo stato, tentò di sottrarsi colla fuga a tanti onori; ma la gente che accorreva da ogni banda per vedere un mendico trasformato in sovrano, gli chiuse la via e lo sforzò a tornare alla sua celletta[56].

Il nuovo papa potè contare due re tra la folla che venne a vederlo, Carlo II re di Napoli, che già da sei anni era stato posto in libertà dagli Arragonesi mediante un trattato di pace che poi non osservò, perchè il papa lo dispensò dagli emessi giuramenti, e suo figliuolo, Carlo Martello, che aveva il titolo di re d'Ungheria per avere sposata l'erede di quel regno. I due re vollero superare le dimostrazioni di rispetto date a Pietro Morone dai loro sudditi, tenendo ambedue la briglia del suo asino quando il papa, che si fece chiamare Celestino V, fece il suo solenne ingresso nella città dell'Aquila. Ma essi con sì fatti esteriori segni di rispetto acquistarono la più grande influenza sullo spirito del nuovo pontefice. Incominciarono dal persuaderlo a non prestarsi al desiderio de' cardinali che lo stimolavano a raggiugnerli a Perugia, a Roma, o in altra città dello stato ecclesiastico. Celestino V, malgrado le loro preghiere, fissò la sua residenza all'Aquila, poscia in Napoli. Poco dopo, Carlo ottenne da lui la nomina di dodici nuovi cardinali, niuno de' quali nato nello stato della Chiesa, essendo tre delle due Sicilie e sette francesi: e questa promozione può risguardarsi come la prima causa del traslocamento della santa sede in Avignone[57].

Non tardò Celestino a dare le più luminose prove della sua assoluta incapacità nel governo della Chiesa; convincendo coloro che potessero ancora dubitarne, che le virtù negative dì un eremita, l'astinenza, la penitenza, la non curanza del mondo e de' suoi interessi non sono qualità che si convengano al sovrano di uno stato, o anche al supremo direttore delle coscienze di tutta la Cristianità. I ministri che lo avvicinavano, l'ingannavano ogni giorno rispetto alle grazie che gli facevano distribuire. Talvolta accordava lo stesso beneficio a quattro o cinque persone, non ricordandosi mai d'averlo già ad altri conceduto: talvolta concedeva indulgenze tanto plenarie e così facilmente acquistate, che scandalizzavano la Cristianità; e non di rado si ostinava a non voler occuparsi degli affari. Chiudevasi allora in una cameretta che aveva fatta fabbricare nel suo palazzo, e durante una delle quattro quaresime ch'egli aveva poste sul suo calendario, non voleva vedere chicchesia, occupandosi esclusivamente degl'interessi della sua anima[58].

Una così stravagante condotta che comprometteva l'onore e l'indipendenza della Chiesa, allarmò i cardinali. Uno di loro, il cardinale Benedetto Caietano di Anagni, fomentava i loro bucinamenti, ingrandendo agli occhi loro i pericoli ond'era minacciata la Cristianità. Questo uomo, per desterità e per dissimulazione a tutti superiore, aveva saputo ad un tempo lusingare i cardinali che lo risguardavano come il sostegno delle prerogative del loro collegio, e signoreggiare lo spirito di Celestino che tutto faceva dietro le sue istruzioni, e che forse non avrebbe commessi tanti falli, se il suo perfido direttore non avesse voluto renderlo odioso e ridicolo. Rimaneva per altro al cardinale Caietano un potente nemico nel re Carlo II, ch'egli aveva offeso nel precedente conclave, rispondendo alteramente ai rimproveri che questo monarca faceva ai cardinali divisi. Raccontasi che una notte andò dal re di Napoli e gli disse: «Sire, il tuo papa Celestino ha voluto ed ha potuto servirti, ma non seppe farlo; se tu fai in modo ch'io gli sia sostituito, io vorrò, io potrò e sopra tutto saprò esserti utile.» Convenne allora del modo che avrebbe tenuto per assoggettare a Carlo tutte le forze della Chiesa, se egli gli assicurava i suffragi di dodici cardinali sue creature, nominati da Celestino. Avutane la promessa, non si occupò d'altra cosa che di persuadere Celestino a rinunciare ad una dignità che non gli conveniva[59]. Raccontano alcuni che per mezzo di una tromba parlante ne facesse venire l'ordine dal cielo[60]. Ma senza tale artificio, il cardinale aveva mille mezzi per determinare un uomo così timido e semplice, di cui egli seppe allarmare la coscienza. In vano quando si sparse la voce che Celestino disponevasi a rinunciare, una processione di tutto il clero di Napoli venne a supplicarlo di conservare la sua dignità[61]; che Celestino, di consentimento dei cardinali, pubblicò una costituzione che dava ai papi il diritto di rinunciare il papato per la salute delle loro anime; e nel prossimo concistorio del 13 decembre 1294 presentò la sua rinuncia quale l'aveva per lui scritta il cardinale Caietano. I cardinali stando alla costituzione di Gregorio X intorno al conclave, che Celestino aveva chiamata in vigore, furono immediatamente chiusi in conclave, ed il giorno 23 dello stesso mese, gli unanimi loro suffragi si unirono a favore del cardinale Caietano, il quale fecesi chiamare Bonifacio VIII.

Temeva il nuovo papa che qualcuno approfittasse della debolezza del suo predecessore, per rendergli dubbiosa la legittimità della sua rinuncia, riducendolo a dichiararsi nuovamente papa. Effettivamente parte della Chiesa negava la validità della rinuncia di Celestino, altri l'attribuivano ad una vergognosa debolezza, e Dante collocò l'ombra di colui che fece il gran rifiuto tra la gente dimenticata che visse senza infamia e senza gloria:

«Questi non hanno speranza di morte,

E la lor cieca vita è tanto bassa,

Che invidiosi son d'ogni altra sorte.

............

«Mischiati sono a quel cattivo coro

Degli angeli, che non furon ribelli,

Nè fur fedeli a Dio, ma per se foro.

«Cacciarli il ciel, per non esser men belli:

Nè lo profondo inferno li riceve,

Chè alcuna gloria i rei avrebber d'elli.

............

«Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,

Guardai e vidi l'ombra di colui,

Che fece per viltate il gran rifiuto[62]

Il debole Celestino avrebbe infine dovuto credersi obbligato in coscienza a rivocare un atto che tanti Cristiani credevano condannabile. Bonifacio VIII non volle esporsi a tanto rischio; e mentre lasciava Napoli per tornare a Roma, seco condusse il papa che aveva abdicato. Ma questi, in principio del 1295, si sottrasse improvvisamente a' suoi custodi, e colla sua fuga pose nella più crudele ambascia il suo successore. Seppesi ben tosto ch'egli si era restituito all'antico suo eremitaggio; onde Bonifacio gli spedì il suo maestro di camera e l'abate di Monte Cassino per ordinargli di ritornare presso al papa, se non voleva esperimentare tutto il suo sdegno. Lo sgraziato vecchio rammentando le reciproche promesse che precedettero la sua abdicazione, chiedeva supplichevole che il sommo pontefice gli permettesse di vivere tranquillamente in quella solitudine, promettendo di parlare solamente co' suoi fratelli eremiti. Il cameriere, avuta tale risposta, partì per darne parte al suo padrone; ma incontrò sulla strada un messo che gli recava l'ordine di condurre subito il sant'uomo a Roma, quand'anche dovesse impiegare la forza. Il cameriere riprese il cammino dell'eremitaggio; ma fu prevenuto da un amico di Pietro di Morone che lo ajutò a nascondersi, indi a fuggire per un appartato sentiere. Questo infelice vecchio spossato di forze e nella sua grave età più fatto per l'ozio e pel riposo, che per le fatiche d'un viaggio, si nascose entro un'oscura macchia della Puglia, accompagnato da un solo religioso, sperando di trovarvi qualche servitore di Dio che gli desse ricovero. Passò la quaresima cogli eremiti del deserto; ma coloro che andavano in traccia di lui per condurlo prigioniero a Roma, giunsero finalmente in quella foresta. Egli conoscendo allora di non poter più tenersi nascosto in quella provincia, s'imbarcò per attraversare l'Adriatico e fu dal vento contrario respinto verso la costa, di cui non erasi scostato che quindici miglia. Sbarcò a Vestia, ove fu preso dai mandatari di Bonifacio, che furono però forzati a trattarlo con rispetto, perchè il popolo si affollava intorno a lui, chiedendogli la benedizione anche in tempo di notte. Il papa confinò Pietro nella torre della rocca di Fumone nella Campania, ov'era guardato giorno e notte da sei soldati e da trenta arcieri con tanta severità, che niuno poteva ottenere il permesso di parlargli. L'eremita chiese almeno che si permettesse a due frati del suo ordine di celebrare con lui il divino ufficio. Gli fu accordata l'inchiesta, ma niun religioso poteva a lungo, senza cadere infermo, sostenere così stretto carcere. Era nella torre così piccolo spazio, che il sant'uomo dovea la notte servirsi per origlieri de' gradini dell'altare su cui di giorno celebrava la messa. In questa prigione morì Celestino V il 19 maggio del 1296, ventidue mesi dopo la sgraziata sua elezione[63][64].

Poichè sì lungo tempo ci siamo occupati della storia ecclesiastica, crediamo dover qui riferire un pezzo della stessa storia che coincide appunto coll'epoca presente, e che è troppo celebre e singolare per meritarsi, se non la nostra credenza, almeno la nostra attenzione: ed è l'arrivo della santa casa in Italia presso a Loreto il giorno 10 decembre 1294, tre giorni prima della solenne abdicazione di Celestino V. «Non si sa abbastanza chiaramente, dice Orazio Tursellino istorico di Loreto, perchè questa casa ch'era giunta in Dalmazia a Tersacto tre anni e sette mesi prima, fu trasportata a quest'epoca a traverso all'Adriatico, e deposta nel Piceno. Ciò che è indubitato si è, soggiugne lo storico, che gli angeli la portarono sulle loro ali, e la deposero in una macchia appartenente ad una matrona di Recanati detta Lauretta, da cui questa casa ricevette poi il suo nome; che gli alberi delle foreste si piegarono verso di lei per riceverla, e che i pastori del vicinato la scoprirono all'indomani un miglio distante dal mare, in un luogo ove non aveva mai esistito verun edificio.» Se dobbiamo credere alle stesse leggende, gli angeli la cambiarono due volte di sito prima di fissarla stabilmente nel luogo in cui rimase fino a' nostri giorni, portandola da una all'altra collina[65]. Il miracolo, cui la fiorente città di Loreto deve la sua esistenza, non viene attribuito ad un tempo tenebroso, ma ad un secolo abbastanza illuminato ed a noi vicino; quando già vivevano Dante, il Villani, Dino Compagni, Tolomeo di Lucca, Ferreto di Vicenza, ed una folla di storici che non fanno parola di così straordinario avvenimento[66]. Non si può comprendere in qual modo una così fatta tradizione abbia potuto prender piede, e come all'epoca stessa di questa tradizione, i templi, le mura quasi romane, e l'intera città di Loreto siansi fondati su questa sola credenza.

La prima traslazione della santa casa dalla Palestina a Tersacto appoggiavasi ad un avvenimento pur troppo vero, la presa di san Giovanni d'Acri fatta da Malec Seraph, e l'espulsione assoluta dei Latini da tutti i possedimenti che avevano in Terra santa. Acri o Tolemaide fu presa il 19 maggio del 1291; vi perirono trenta mila cristiani, e questa città ch'era l'emporio generale di tutto l'Oriente, fu chiusa per sempre ai Latini[67].

Tosto che Bonifacio si sentì assicurato sul trono pontificio, esortò i principi cristiani a vendicare gli oltraggi cui era stata esposta la religione. Scrisse a Edoardo I re d'Inghilterra, e ad Adolfo di Nassou re de' Romani per esortarli a mettere fine alle guerre nelle quali eransi avviluppati, ed a portare le loro armi in Terra santa per riconquistare le città che gl'infedeli avevano prese con tanta vergogna dei Latini[68]. Ma se nella cristianità non eravi stata bastante energia da difendere un piccolo numero di fortezze, alle quali sembrava attaccato l'onore delle nazioni che professavano la religione di Cristo; non era presumibile che tutta l'Europa si movesse per nuovamente tentarne la conquista, quando le difficoltà erano tanto cresciute, e il regno di Gerusalemme distrutto per sempre, sicchè non v'erano più nè principi nè popoli oppressi che venissero ad affrettare i soccorsi d'Europa per salvarli da un imminente pericolo. Perciò dopo un breve fermento prodotto dal sentimento dell'obbrobrio, dall'orrore della strage di Acri e dalla pietà verso gli sventurati fuggitivi, i cristiani abbandonarono il pensiero di riconquistare Terra santa, e i mari dell'Asia furono chiusi all'Europa.

Il pontefice che più d'ogn'altro avrebbe potuto risvegliare lo zelo per questa guerra sacra, aveva altri interessi che più gli stavano a cuore, ai quali sagrificò di buon grado quelle lontane conquiste. Erasi impegnato verso Carlo II, re di Napoli, di servirlo efficacemente nell'impresa di Sicilia. Egli era d'una famiglia originaria ghibellina; ma per mantenere la sua promessa, si gettò nel partito guelfo con tanta violenza, che niun pontefice, senza eccettuarne lo stesso Martino IV, non aveva così impudentemente dimenticate le prerogative di comun padre dei fedeli, per prendere quelle d'un capo di faziosi.

La condotta de' precedenti pontefici, siccome quella ancora della casa di Francia verso i re d'Arragona, era stata fallace e perfida. Quando del 1288 Edoardo d'Inghilterra erasi offerto mediatore per ristabilire la pace, e procurare al re Carlo la libertà, erasi sotto la sua guarenzia conchiuso il trattato alle seguenti condizioni. Il regno di Sicilia doveva essere ceduto a Giacomo d'Arragona, e rimanere a Carlo quello di Napoli, il quale obbligavasi a far rinunciare Carlo di Valois suo cugino a tutti i diritti che potevano essergli derivati sul regno d'Arragona dall'investitura di Martino IV: e per prezzo di questa rinuncia e diritti immaginarj, Carlo di Valois doveva ricevere dall'Arragonese venti mila libbre pesanti d'argento. Carlo II, che non era ancora incoronato e portava soltanto il titolo di principe di Salerno, doveva essere posto in libertà; ed in sua vece lasciava ostaggi tre figliuoli con sessanta de' principali gentiluomini della Provenza; e se nel termine di tre anni non soddisfaceva alle stabilite convenzioni, prometteva di ritornare egli stesso nella prigione, da cui veniva liberato[69].

Ma Carlo giunto a Rieti, ove trovavasi la corte pontificia, fu da Nicolò IV, allora regnante, incoronato re delle due Sicilie, e sciolto dalle obbligazioni assunte in virtù delle convenzioni fatte con Alfonso, e dai giuramenti[70]. Carlo di Valois, lungi dal ritenersi compreso nel trattato di pace, s'apparecchiò ad attaccare l'Arragonese; conchiuse un'alleanza con don Sancio re di Castiglia, che per lui dimenticò l'amicizia d'Alfonso d'Arragona, e si preparò a punire l'Arragonese della sua confidenza e della sua generosità.

La guerra portata negli stati d'Alfonso dai re di Castiglia e di Francia lo costrinse bentosto a soggiacere a più dure condizioni. Promise di richiamare le truppe ausiliarie mandate in Sicilia a suo fratello, di rifiutargli in avvenire ogni ajuto, e di esortarlo insieme alla madre a rinunciare al dominio di quell'isola. Si obbligò innoltre a pagare pel regno d'Arragona il tributo che uno de' suoi antenati aveva promesso a san Pietro; ed a questo prezzo doveva essere assolto dalla chiesa, e Carlo di Valois rinunciare alle sue pretese[71].

La notizia di questo trattato risvegliò le più amare lagnanze dei Siciliani che vedevansi abbandonati ai Francesi, i loro più crudeli nemici, da quella stessa famiglia e da quella nazione ch'essi avevano scelta per proteggerli. Ma l'esecuzione del trattato rimase sospesa per la subita morte d'Alfonso re d'Arragona. Suo fratello Giacomo, in allora re di Sicilia, andò a Saragozza per prendere possesso della fraterna eredità, e, partendo dalla Sicilia, lasciò l'amministrazione dell'isola a Federico suo terzo fratello.

Tali erano i trattati cominciati e rotti tra la casa d'Angiò e quella d'Arragona, quando Bonifacio VIII tentò di ristabilire la pace nelle due Sicilie, offrendo dei compensi ai re per impegnarli a tradire i loro popoli. Un primo trattato fu segnato colla sua mediazione fra Carlo II e Giacomo re d'Arragona, il quale ricevendo in consorte con una ragguardevole dote Bianca, figliuola del re Carlo, prometteva invece non solo d'abbandonare la Sicilia alle armi del principe francese, ma ancora d'ajutarlo a farne l'acquisto, se i Siciliani avessero opposta resistenza. Per prezzo di così vergognosa condizione il papa accordava all'Arragonese la sovranità delle isole di Corsica e di Sardegna, che appartenevano ai Pisani ed ai Genovesi. In appresso il papa cercò di determinare Federico, ch'era al possesso della Sicilia, ad accedere a questo trattato, e gli offrì per ricompensa in isposa Caterina, nipote di Baldovino II, e sola erede de' suoi diritti, la quale aveva il magnifico titolo d'imperatrice di Costantinopoli; aggiungendovi la promessa di cento mila once d'oro onde ajutarlo a conquistare l'impero d'Oriente[72]. Questa proposizione fu fatta dallo stesso Bonifacio all'infante D. Federico in un congresso tenuto a Velletri. Ma il giovane principe era accompagnato dal venerabile vecchio Giovanni di Procida e da Ruggiero di Loria, l'invincibile ammiraglio della Sicilia, che non permisero che venisse sedotto da tali insidiose offerte.

Quando del 1296 giunse in Sicilia la notizia del trattato sottoscritto da Giacomo d'Arragona, i grandi del regno mandarono alla sua corte in Catalogna tre deputati per verificare le ingiuriose voci che speravano dover essere da lui smentite. Ma Giacomo non si rifiutò di comunicare ai deputati lo stesso trattato da lui conchiuso; onde questi stracciandosi le vesti e riempiendo la corte di gemiti, supplicarono il re a non abbandonare i suoi fedeli sudditi ed a non darli nelle mani de' loro crudeli nemici. E perchè niente potevano da lui ottenere, stesero una scrittura della sua rinuncia all'isola di Sicilia, e la portarono ai loro concittadini. Allora tutti i baroni, alla di cui testa trovavansi Giovanni di Procida e Ruggiero di Loria, dichiararono sciolti affatto i loro legami con Giacomo d'Arragona, ed elessero loro re l'infante Federico, ch'incoronarono a Palermo. Poco tempo dopo, Bonifacio di Calamandano, gran maestro dell'ordine di san Giovanni, portò loro de' fogli in bianco segnati dal papa e da Carlo, offrendosi di aderire a tutte le condizioni più vantaggiose ed alle riserve de' privilegi ch'essi vi avessero apposte; ma i baroni risposero che i Siciliani avevano costume di consolidare la loro libertà colle spade, non con inutili pergamene[73]. La maggior parte de' Catalani, che trovavansi allora in Sicilia, rifiutarono d'ubbidire agli ordini di Giacomo, dichiarando per mezzo di Blasco d'Alagonia[74], che siccome gli Arragonesi erano i più liberi di tutti i popoli che ubbidivano a re, erano autorizzati dalle loro leggi e dalle stesse costituzioni del regno a ritirare ogni obbligazione d'omaggio ad un monarca di cui dovevano disapprovare la condotta.

E per tal modo ricominciò la guerra nelle due Sicilie con più furore che mai; e la Calabria ne fu il principale teatro. Ruggiero di Loria e l'infante Federico furonvi più volte vittoriosi de' Francesi; e la sorte della guerra non si mostrò favorevole agli ultimi che alloraquando il re Giacomo d'Arragona, per soddisfare agli obblighi del suo vergognoso trattato, venne egli stesso a portare la guerra negli stati di suo fratello, e quando il re Federico, ascrivendo a delitto a Ruggiero l'avere risparmiato uno de' suoi parenti, disgustò questo illustre ammiraglio, e lo forzò a passare nelle truppe de' suoi nemici.

Ma prima di vedere quale fu il fine di questa così lunga e tanto crudele guerra; prima di raccontare in qual modo, a quest'epoca, Bonifacio VIII, che non aveva mostrato sommissione che per ottenere la tiara, e che pareva volersi rifare della passata dissimulazione con un eccessivo orgoglio e colle più stravaganti pretensioni, alienasse Filippo il bello, re di Francia, suo antico alleato, ed entrasse in guerra colla famiglia Colonna, debbo riferire le rivoluzioni che nel medesimo tempo scoppiarono in Toscana, rivoluzioni alle quali non fu straniero lo stesso pontefice.

Venti miglia lontano di Firenze sulla strada di Lucca alle falde degli Appennini che dividono la Toscana dal Modenese, è posta una città che, malgrado la fertilità del suo territorio e la ridente sua situazione, non si rese illustre nè per popolazione, nè per ricchezze, nè per commercio, nè per potenza, ma soltanto per la violenza delle sue rivoluzioni, per l'intenso odio de' partiti che la divisero, per la fatale influenza di questi partiti sul rimanente della Toscana e quasi dell'Italia, ove sparsero il lievito della discordia; ove per una privata offesa, per una lite di famiglia, suscitarono una guerra universale. Il popolo di Pistoja è forse il più violento, il più impetuoso, il più sedizioso di cui la storia ci conservi la memoria. Pare che questo popolo fosse assetato talmente di guerre civili, che la sua sete di sangue non si spense nemmeno quand'ebbe ridotta la sua patria ad un oscuro rango tra le città d'Italia: nè si acquietò nemmeno sotto il despotismo, il quale soffocando tutte le passioni, distruggendo tutti gl'interessi, suole addormentare i popoli nel riposo della morte; ma continuò a combattere anche dopo che la libertà, il governo, la gloria, più non potevano per lui esistere; siccome quel gigante dell'Ariosto, che nel calore della battaglia erasi dimenticato di essere morto[75]. Esempio memorando dell'insensato furore che i soli nomi possono ancora ispirare agli uomini, quando più non sussiste alcuna delle cagioni che avevano eccitata la loro discordia.

Due famiglie di un'antica nobiltà, le quali possedevano vasti feudi nella pianura e nella montagna di Pistoja[76], eransi poste alla testa delle due fazioni, i Cancellieri de' Guelfi, ed i Panciatichi de' Ghibellini; le quali famiglie, durante tutto il tredicesimo secolo, eransi battute con tanto furore, che quasi erasi dimenticata l'origine della loro discordia, non indicandosi più il partito che col loro nome. I capi di queste famiglie erano incomparabilmente più potenti e più rispettati che i capi della repubblica; tutte le guerre sembravano prodotte dalle loro passioni, e loro opera tutti i delitti: non è però da maravigliarsi che il governo di Pistoja nutrisse contro tutto l'ordine della nobiltà i più caldi sentimenti di odio e di gelosia. Questi sentimenti si manifestarono prima a Pistoja che a Firenze. Del 1285 il popolo dichiarò i magnati non ammissibili alle magistrature della città, li sottopose a particolare regolamento, ed ordinò che qualunque volta una privata famiglia turberebbe l'ordine pubblico, verrebbe registrata nel ruolo dei nobili, per essere per sempre punita della sua disubbidienza alle leggi[77].

Nello stesso tempo presso a poco in cui i Fiorentini avevano cacciato fuori dalla loro città il conte Guido Novello coi Ghibellini, anche i Cancellieri avevano scacciati da Pistoja i Panciatichi; che continuavano a perseguitare nelle loro terre. La famiglia guelfa dei Cancellieri, sebbene da un decreto esclusa dal governo della città, raccoglieva tutti i frutti della vittoria: nella prosperità era cresciuta in modo di gente e di ricchezze, e contavansi più di cento uomini d'armi tutti Cancellieri, oltre coloro che erano uniti di parentela a questa famiglia, una delle più potenti che contasse la nobiltà italiana[78]. La lite che divise in due nemiche fazioni questa famiglia, ed in seguito tutte le famiglie guelfe della Toscana, può farci conoscere colle sue particolarità i costumi e la ferocia de' nobili pistojesi.

Molti gentiluomini della famiglia Cancellieri scontraronsi in una taverna ove giuocarono insieme; poichè furono riscaldati dal vino, un di loro, detto Carlino, figlio di Gualfredi, insultò e ferì un altro Cancellieri egualmente cavaliere, chiamato Amadoro, o Doro, figliuolo di Guglielmo. Questi due giovani, sebbene parenti, appartenevano a due diversi rami della stessa famiglia, distinti dai soprannomi di Bianchi e di Neri, loro venuti anticamente dall'avere avuto il loro antenato comune due donne, da una delle quali che aveva nome Bianca, Bianchi chiamaronsi i suoi figliuoli, e coll'opposto nome di Neri quelli dell'altra. Doro era del ramo nero. Apparecchiando la sua vendetta contro la famiglia che lo aveva insultato, adottò un principio odioso, che sembra essere stato costantemente seguito in Pistoja; cioè, che a fine di rendere la vendetta compiuta, richiedevasi che non cadesse sopra l'offensore; imperciocchè se colpiva quel solo non era che un castigo che, proporzionato essendo all'offesa ed aspettato, non poteva essere cagione di un dolore abbastanza profondo a coloro de' quali volevasi trarre vendetta. La prima offesa era caduta sopra un innocente; onde perchè la scambievolezza fosse compiuta, era necessario che la seconda cadesse sopra un uomo ugualmente innocente. Doro, sortendo dalla taverna, ov'era stata insultato, si pose in un'imboscata, e la sera dello stesso giorno, vedendo passare un fratello di colui che lo aveva ferito, il quale era un giudice, detto Vanni, lo chiamò, e Vanni avvicinandosi senza veruna diffidenza, nulla sapendo nemmeno della rissa accaduta la mattina, Doro si gettò sopra di lui con intenzione di ucciderlo, e colla spada gli troncò una mano e lo ferì nel volto.

Il padre di Doro, Guglielmo, lungi dall'approvare una tanto odiosa vendetta eseguita contro un suo parente, risolse di comporre con una luminosa soddisfazione la lite che poteva dividere la sua famiglia. Consegnò lo stesso Doro tra le mani del padre adirato, facendogli dire, che a lui rimetteva il castigo di un uomo che, malgrado il suo delitto, non lasciava di essere ancora parente dell'offeso; ma questo padre, chiamato Gualfredo, insensibile alla generosità del suo procedere, volle infliggere a Doro una punizione eguale all'offesa, gli tagliò una mano sopra una mangiatoia di cavalli, lo ferì nel viso com'era stato ferito suo figlio, ed in tale stato lo rimandò al cancelliero nero, incaricandolo di dire a suo padre, che col ferro e non colle parole si guarivano somiglianti ferite[79].

Da una banda e dall'altra era stata commessa un'atroce azione, ed i cancellieri d'ambo i rami per il proprio riposo, come per l'onore della loro patria, avrebbero oramai dovuto abbandonare i colpevoli alla vendetta delle leggi, e rifiutare di armarsi a favore di uomini che avevano infamato il loro nome con azioni tanto inumane; ma così non era allora avvezza a giudicare la nobiltà italiana[80]. I cancellieri bianchi ed i cancellieri neri mostraronsi egualmente disposti a vendicare l'offesa da ognun d'essi ricevuta; e perchè colle loro parentele e relazioni abbracciavano tutte le famiglie nobili di Pistoja, le strascinarono tutte nella loro lite. Nè vi prese parte la sola nobiltà cittadina, che tutti pigliarono le armi i loro vassalli e clienti nel territorio pistoiese, e tutta la Montagna fu in guerra pei Bianchi e pei Neri.

(1298) Le battaglie ordinate, ch'ebbero luogo in città, erano il minor male che risultasse da questa discordia, perchè l'uno e l'altro partito, per portar colpi più inaspettati e più dolorosi, ebbero ricorso a misfatti non più uditi. Se nell'una o nell'altra famiglia trovavasi un uomo amato e rispettato per le sue virtù, o pure uno il di cui carattere pacifico tenesse lontano dalle contese civili, era appunto quello che l'opposto partito destinava sua vittima, non credendo di poter gustare tutto il piacere della vendetta se non insultava col delitto la salvaguardia delle leggi, ed ogni rispetto divino ed umano. Per tal modo Pero dei Pecorini, che era giudice, fu ammazzato dai Neri senza provocazione, sul suo tribunale, in presenza dello stesso podestà; indi gli stessi Neri uccisero il cavaliere Bertino, perchè aveva fama d'essere il più nobile e più cortese cavaliere di Pistoja. Così Benedetto de' Sinibaldi, il più rispettato de' Cancellieri neri, cadde sotto la spada de' Bianchi in una bottega aperta sulla piazza: uno de' cavalieri del podestà venne ucciso dalla stessa fazione, onde il podestà vedendo ch'era impossibile di ristabilire l'ordine in Pistoja, e d'amministrare la giustizia a quel popolo furibondo, pose in terra in presenza del consiglio la bacchetta della podestaria, e partì abdicando la sua carica.

Pistoja pareva minacciata dell'intera sua sovversione per gli eccessi dell'anarchia e della guerra civile; e la repubblica fiorentina che trovavasi alla testa della parte guelfa in Toscana, cominciava a temere che l'interesse della sua parte non venisse compromessa con sedizioni così violenti, e che i Ghibellini da molto tempo esiliati non approfittassero delle divisioni e dell'indebolimento dei loro avversarj per ricuperare l'antico potere. Nel 1300 gli uomini più saggi di Fiorenza e di Pistoja si adunarono per trovare rimedio a tanti mali. Finalmente con una pubblica deliberazione gli anziani di Pistoja determinarono di confidare per tre anni la signoria della loro città ai Fiorentini, perchè riformassero la repubblica, e vi stabilissero la pace[81]. La signoria, ossia balìa, come di questi tempi cominciò a chiamarsi, non distruggeva le franchigie d'una repubblica, nè derogava punto alla sua libertà; era un potere legislativo e stragiudiziale attribuito per un determinato oggetto, e per un certo tempo ad un governo che credevasi meritevole di tanta confidenza da sceglierlo come arbitro.

Avendo i Fiorentini accettata la balìa di Pistoja, vi mandarono un nuovo podestà ed un nuovo capitano del popolo, che furono incaricati di scegliere metà per ogni partito i nuovi anziani. Con tal nome chiamavasi a Pistoja il collegio dei dodici magistrati preseduto da un confaloniere di giustizia eletto ogni mese per amministrare la repubblica. I Fiorentini ordinarono poscia ai capi delle due fazioni bianca e nera di allontanarsi dalla città che turbavano coi loro odj[82]; e credendo che un governo vigoroso avrebbe il potere di riconciliare questi uomini iracondi tosto che più non fossero circondati dai loro clienti e da gente avida di vendicare le loro ingiurie, i Fiorentini assegnarono per loro dimora a tutti i Pistojesi esiliati la città stessa di Firenze.

Ma il riposo di Firenze non era assicurato in maniera che potesse impunemente ricevere nel proprio seno tanto lievito di discordia; ed i priori, che mandarono a Firenze uomini avidi di sangue ed accostumati a sprezzare tutte le leggi, commisero un grave fallo di cui ebber presto cagione di doversi amaramente pentire. In effetto dopo l'esilio di Giano della Bella, il vicendevole odio dei nobili e dei cittadini erasi fatto più vivo, comechè non fosse ancora scoppiato. La città, gli è vero, pareva nel più prospero stato: ella contava entro le sue mura una milizia di trenta mila uomini abili a portare le armi, e nel rimanente dello stato fiorentino eranvi ridotti in reggimento settanta mila uomini[83]. Per dare maggior lustro alla magistratura, i priori avevano gittate le fondamenta del magnifico palazzo pubblico, che doveva essere la residenza e la fortezza della signoria[84]: avevano in appresso fatte innalzare nuove mura intorno alla città, il di cui cerchio era più esteso che non era quello delle due più antiche mura: ma questa apparente prosperità covava i semi di grandi sventure.

Il più riputato uomo tra i nobili che avevano fatto esiliare Giano della Bella, era Corso Donati, gentiluomo di antica famiglia, al quale sommi talenti avevano acquistata grandissima influenza in tutti i consigli, ed il di cui valore non aveva poco contribuito ad assicurare ai Fiorentini la vittoria di Campaldino. La famiglia popolana dei Cerchi ch'erasi col commercio fatta ricchissima[85], acquistò il palazzo dei conti Guidi vicinissimo a quello dei Donati; e perchè i nuovi ricchi sogliono fare più pomposa mostra della loro opulenza, siccome la sola cosa che onori la loro famiglia, così i Cerchi ammorzarono l'antico splendore dei Donati colla dovizia degli abiti, la magnificenza degli arredi, il numero de' cavalli e de' domestici. Una causa per una eredità accrebbe la rivalità delle due famiglie, e ne sviluppò il vicendevole odio: onde i Cerchi sforzaronsi allora di assodarsi nel rango cui s'erano innalzati impiegando le loro ricchezze ed il loro credito a servire ed a proteggere gli uomini cui potevano essere utili. Così adoperando acquistaronsi molti partigiani tra la nobiltà povera, gelosa dei Donati, come pure fra i cittadini specialmente ghibellini. Innalzatisi a tale stato di potere lungo tempo dopo la vittoria dei Guelfi, non avevano i Cerchi conservato verun risentimento di famiglia contro una fazione, nella quale non avevano mai avuti personali nemici.

Mentre esistevano in Fiorenza questi semi di discordia, vi giunsero, a seconda degli ordini ricevuti dalla signoria, i Pistojesi esiliati dalla loro patria: i Bianchi furono accolti ed alloggiati nelle case dei Cerchi, i Neri trovarono ospitalità presso i Frescobaldi amici dei Donati: e perchè le due fazioni, che incominciavano a dividere Firenze, non avevano alcun nome, ed ambedue volevano essere guelfe e popolane, adottarono la denominazione di Bianche e di Nere, che senza recare pregiudizio alle loro intenzioni sembrava bastantemente dividerle. Corso Donati fu riconosciuto capo dei Neri, e Vieri dei Cerchi capo dei Bianchi di Fiorenza[86].

Sebbene non si fosse ancora sparso sangue, erano in Fiorenza gli spiriti in modo esacerbati, sopra tutto dall'amara ironia di Corso Donati il quale non cessava di versare a mani piene il ridicolo sul suo rivale Vieri de' Cerchi, che il più leggiere accidente poteva essere cagione d'una zuffa. Un giorno che parte della città trovavasi adunata nella piazza de' Frescobaldi, per rendere gli estremi onori ad una donna di fresco morta, i dottori ed i cavalieri, com'era l'uso di Firenze in que' tempi in tali cerimonie, stavano seduti sulle panche intorno alla piazza, e la gioventù per terra sopra stuoje di giunchi: l'accidente aveva posti i Donati ed i Cerchi di faccia gli uni agli altri. Un giovane seduto in terra si alzò per rassettarsi il mantello, e coloro che gli stavano seduti in faccia, supponendo che questo fosse il segnale convenuto per attaccarli, si levarono subito anch'essi e sguainarono le spade; onde si levarono egualmente i loro avversarj, e s'appiccò la zuffa. I parenti della morta ottennero a stento, cacciandosi nella mischia, di separare i due partiti.

Guido Cavalcanti, dopo Dante il più illustre poeta del suo secolo, ed il più rinomato filosofo, quello che per la sublimità della sua mente Dante indicò come sè medesimo capace di scorrere i tre regni dei morti, era uno de' più caldi nemici di Corso Donati[87]. Il Cavalcanti, genero com'egli era di Farinata degli Uberti, inclinava segretamente al partito ghibellino favorito dai Bianchi; inoltre egli aveva ragione di credere che Donati avesse cercato di farlo assassinare in un pellegrinaggio ch'egli di fresco aveva fatto a san Giacomo di Gallizia. Altrettanto cortese quanto valoroso, ma altero ed amico della solitudine, non fece veruno apparecchio per vendicarsi. Solamente attraversando una volta le strade di Firenze a cavallo con molti giovani della famiglia Cerchi, incontrò Corso Donati pure a cavallo in compagnia de' suoi figliuoli ed amici; onde corse sopra di lui per ferirlo con una freccia, senza però averlo potuto cogliere; ma abbandonato dai suoi amici, ed esposto alle pietre che gli venivano scagliate addosso dalle finestre, dovette allora fuggire.

La parte Bianca pareva a Firenze formata degli uomini più ragguardevoli pel loro carattere, i loro talenti ed il loro sapere; Dante Alighieri, Guido Cavalcanti e Dino Compagni, lo storico, gli appartenevano egualmente; ma per mala sorte Vieri de' Cerchi, il capo di questo partito, non era degno degli uomini ch'egli doveva condurre. I Neri avevano maggior credito alla corte di Roma e presso papa Bonifacio, sia perchè più affezionati alla parte guelfa, che Bonifacio favoreggiava caldamente, o perchè il banchiere del papa ed altre persone, che lo circondavano, appartenevano a questa fazione. In conseguenza furono essi che stimolarono Bonifacio ad interporsi per tornare la pace tra i Fiorentini; ma il violento suo carattere non si confaceva all'ufficio di pacere.

Bonifacio fece venire a Roma Vieri dei Cerchi, e lo richiese di fare la pace con Corso Donati, promettendogli a tale patto la sua protezione; ma gli rispose Vieri che, non essendo egli in guerra con persona, non aveva a fare veruna pratica per riconciliarsi con chicchessia, e ripartì senza aver nulla promesso[88]. Allora il papa mandò in Toscana il cardinale d'Acquasparta come mediatore dei due partiti; il quale, giunto essendo a Firenze in giugno del 1300, pregò la signoria di accordargli la balìa della città per istabilirvi la pace; disse in pari tempo essere sua intenzione di fare scelta di coloro che dovevano essere priori nel susseguente anno, in modo che vi fosse un egual numero di Bianchi e di Neri, e di distribuire i loro nomi nelle borse per tirare a sorte ogni due mesi, onde evitare i tumulti cui dava luogo ogni elezione in un tempo che il popolo si abbandonava con tanto furore allo spirito di parte[89]. Ma all'epoca in cui venne il cardinale a Firenze, avendo i Bianchi la principal parte nel governo, temettero che la corte di Roma approfittasse de' poteri che domandava per abbassarli, e rifiutarono al cardinale la balìa; perchè questi uscendo subito di città, la sottopose all'interdetto.

La signoria abbandonata a sè medesima si provò di ristabilire, senza il concorso di uno straniero, la pace nella città; ciò che credè di ottenere esiliando i capi delle due fazioni: ed in conseguenza ordinò ai Neri di portarsi alla Pieve nel territorio di Perugia, ed ai Bianchi di restare confinati a Sarzana sui confini dello stato di Genova. Il poeta Dante era uno de' priori che pronunciarono questa sentenza, e Dino Compagni assicura avere egli medesimo consigliata la signoria a prendere tale risoluzione[90]. Ma i priori non conservarono lungo tempo quella parzialità che gli aveva diretti nel primo atto; e dietro inchiesta di Guido Cavalcanti, caduto infermo a Sarzana, permisero soltanto ai Bianchi di rientrare in Firenze, protestando l'insalubrità dell'aria nel luogo del loro esilio.

I capi del partito dei Neri erano confinati in un luogo prossimo a Roma ed alla corte del papa; ed avendo già protettori ed amici in questa corte, approfittarono della vicinanza per acquistarne degli altri. Corso Donati andò a Roma; ed ebbe l'aperto favore dei parenti del papa, del suo banchiere e del cardinale Acquasparta che non poteva perdonare ai Fiorentini d'avere rifiutata la sua mediazione. Tutti d'accordo eccitarono Bonifacio contro i Bianchi e contro il partito del governo, e lo consigliarono a cercare un principe che punisse i Fiorentini della poca loro deferenza, e che escludendo dal numero de' Guelfi gli uomini tiepidi o moderati ristabilisse il partito della Chiesa nell'antica sua purità. Doveva questo principe pacificare la Toscana e conquistare la Sicilia, imperciocchè al papa stava più a cuore il vendicarsi di don Federico e di Ruggiero di Loria, che la punizione de' Bianchi fiorentini.

Verso quest'epoca Carlo di Valois, fratello di Filippo il bello, re di Francia, erasi acquistata grandissima riputazione colla conquista di tutta la Fiandra[91]; onde Bonifacio pose gli occhi sopra di lui. Sapeva per l'esperienza fattane da' suoi predecessori che i principi francesi erano proclivi a riconoscere come titoli incontrastabili i doni che loro faceva la santa sede anche in que' luoghi in cui non aveva alcuna giurisdizione. Sapeva ch'essi ed i loro soldati erano sempre disposti a combattere, non per una sola causa, ma per tutte le cause del mondo e contro tutti gli uomini. Promise a Carlo di Valois come premio della spedizione, cui l'invitava, la stessa Caterina di Fiandra erede dell'Impero latino di Costantinopoli, che aveva poc'anzi offerta all'infante Federico di Sicilia; e perchè questa principessa era prossima parente di Carlo, gli spedì le necessarie dispense per isposarla[92], a condizione che sollecitamente venisse con un sufficente corpo di cavalleria a combattere a proprie spese per la causa della santa sede contro Federico usurpatore della Sicilia, e contro qualunque altro nemico della Chiesa. La successione all'Impero di Costantinopoli non era la principal promessa che Bonifacio facesse a Carlo; non avendo come papa voluto riconoscere Alberto d'Austria per re de' Romani, lusingava Carlo di questa medesima dignità, assicurandolo intanto che gli conferirebbe i diritti di vicario imperiale in Toscana, in quel modo che uno de' suoi predecessori l'aveva fatto in favore di Carlo d'Angiò. Aggiugneva Bonifacio a queste lontane speranze immediate concessioni che avrebbero luogo tosto che Carlo avesse accettato il proposto trattato. Nel 1301, il papa lo creò conte della Romagna, capitano del patrimonio di san Pietro, signore della Marca di Ancona, e, con un nuovo titolo, pacificatore della Toscana[93].

Prima che il principe francese potesse giugnere in Toscana, la parte de' Bianchi, che allora dominava ne' consigli di Firenze, aveva cercato di rendersi forte; e giudicò opportuno di fare a Pistoja l'esperimento delle sue forze e de' mezzi che poteva impiegare per trionfare. Il capitano del popolo di questa città non rimaneva in carica che sei mesi. Il governo fiorentino, in forza della balìa che gli era stata confidata, diede prima questa carica a Guido Cavalcanti appartenente ad una famiglia altra volta ghibellina. Questo nuovo magistrato violò la legge pubblicata per la pacificazione di Pistoja, ed in cambio di dividere egualmente le magistrature tra le due parti, scelse tutti gli anziani tra i Bianchi; e poco dopo ajutato dagli stessi anziani, destituì tutti i Neri che possedevano il governo di qualche castello o carica di confidenza, per sostituir loro dei Bianchi[94]. Passati i sei mesi, i Fiorentini nominarono in sua vece Andrea Gherardini, la di cui amministrazione doveva essere ancora più parziale e più violenta della precedente. Andrea si afforzò d'armi e di cavalli, si assicurò la dipendenza delle compagnie popolane e de' loro confalonieri; indi accusando i Neri di voler dare Pistoja ai Lucchesi, citò, una dopo l'altra, le principali famiglie del partito nero a presentarsi al suo tribunale. E perchè queste esitavano a porsi nelle sue mani, andò ad attaccarle cogli arcieri ed i confalonieri delle compagnie; prese a viva forza le loro case colle macchine di guerra o col fuoco; e dopo aver vinto tutto ciò che gli faceva resistenza, cacciò di città tutti i Neri, spianò i loro palazzi e fortezze, abbandonandone i beni al saccheggio.

I Neri, esiliati da Pistoja, ritiraronsi quasi tutti a Pescia, nella valle di Nievole, città che, dopo essere stata incendiata dai Lucchesi l'anno 1282, era rimasta sotto la loro dipendenza. Eranvi in Lucca, siccome in tutte le città della Toscana, dei Guelfi assai caldi che dovevano associarsi ai Neri, e dei Guelfi moderati che, non interessandosi più che tanto delle antiche contese, non facevansi scrupolo di allearsi coi Ghibellini onde acquistare col mezzo loro maggior credito nella repubblica; e questi adottarono per sè medesimi il nome pistojese di Bianchi. I primi trovaronsi rinforzati dall'unione di tutti gli esiliati di Pistoja, ed erano inaspriti dalla diffidenza che i Fiorentini mostravano a loro riguardo: onde poco dopo la rivoluzione che aveva cacciati i Neri da Pistoja, i Bianchi furono esiliati da Lucca[95]. Castruccio Castracani degl'Interminelli, che in appresso rialzò il partito de' Ghibellini, e che si fece signore di Lucca, di Pisa e di Pistoja, venne compreso in questa proscrizione dei Bianchi, tra i quali egli era il più distinto pel lustro della sua famiglia. In età di soli vent'anni fissò la sua dimora in Ancona, di dove, avendo in sul finire dell'anno perduti i suoi genitori, passò in Inghilterra, ove s'addestrò nelle armi[96]. Intanto Carlo di Valois, cedendo alle istanze del papa, erasi mosso con circa cinquecento cavalli per servire la Chiesa ed ajutare il re di Napoli. Attraversò senza difficoltà la Lombardia, e dopo essersi alcun tempo riposato in Bologna, entrò in Toscana per le Alpi di Pistoja, ossia strada di Sambuca.

La parte dei Bianchi aveva fatte sue le passioni dei Ghibellini che le si erano uniti; ma sebbene più non fosse una parte moderata, pure bramava ancora di essere creduta tale, e però non ardiva confessare gl'interni sentimenti, credendosi obbligata a conservare certi riguardi che minoravano la sua forza, senza illudere i suoi nemici. Se i Bianchi si fossero apertamente dichiarati Ghibellini, avrebbero potuto fortificare i passaggi della Sambuca, e fermare o ruinar Carlo che non aveva che un pugno di gente; avrebbero stretta alleanza coi Ghibellini di Pisa, di Arezzo e delle città di Romagna, e postisi in tale situazione da non poter essere facilmente oppressi. Ma i Bianchi volevano ancora coprirsi del nome del partito guelfo; mostrarsi ancora ligi alla chiesa ed alla casa di Francia, e non osavano prendere alcuna vigorosa risoluzione; onde senza porsi in istato di resistere ai loro nemici, non ottennero nè meno di placarli.

I Bianchi di Pistoja, avvisati dell'avvicinarsi di Carlo di Valois, introdussero molti pedoni e cavalli in città; provvidero di petriere le porte e le mura, e prepararonsi come coloro che dovessero essere assediati: in pari tempo invitarono Carlo ad entrare in Pistoja, e mandarongli incontro per onorarlo giostratori e paggi a cavallo. Egli scese lungo l'Ombrone, come se avesse intenzione di approfittare di tali amichevoli disposizioni, ma giunto a Ponte Lungo, due miglia sopra Pistoja, si volse bruscamente a destra e andò ad accamparsi a Borgo a Buggiano posto sulla strada di Lucca[97].

Gli esiliati Neri di Pistoja, ed i capi dello stesso partito a Lucca, adunaronsi prestamente intorno a lui, e lo trassero agevolmente al loro partito. Carlo prese in seguito la strada di Fucecchio, san Miniato e Siena, per recarsi a Roma ed in seguito ad Anagni, onde ricevere gli ordini del papa, avanti d'entrare in alcuna delle città divise dalla nuova lite dei Bianchi e dei Neri. Carlo II, re di Napoli, venne a trovarlo in Anagni a fine di concertare la spedizione di Sicilia, che fu fissata nella vegnente primavera. Intanto il papa mandò Valois a Firenze per pacificarla, o piuttosto per farvi trionfare il partito dei Neri e della Chiesa.

Carlo tornò dunque a Siena ed in seguito a Staggia nell'autunno dello stesso anno, avanzandosi contro Firenze. Erasi in questa città fatta la nomina de' nuovi priori che dovevano entrare in carica il 15 ottobre, e la scelta era più tosto caduta sopra persone inclinate alla pace, e che non davano sospetto ad alcun partito, che sopra coloro la di cui abilità avrebbe potuto salvare la repubblica in così difficili circostanze. Dino Compagni, lo storico di quest'epoca, era uno de' priori, e le sue scritture ci provano che egli era uno di quegli «uomini uniti, senz'arroganza, disposti a mettere le cariche in comune», tra i quali egli colloca sè medesimo[98].

Mentre che i Neri con private contribuzioni avevano messi assieme settanta mila fiorini per pagare il soldo delle truppe di Valois, d'altro non si occupavano i Bianchi che dei trattati di pace tra le famiglie nemiche. I capitani di parte guelfa fecero per ordine de' priori proposte di accomodamento tra i Cerchi e gli Spini. Questi, mostrando di dare orecchio alle proposizioni, non lasciavano di affrettare la venuta di Carlo, mentre i Cerchi, capi dei Bianchi, si addormentavano su queste speranze di pace, e non facevano verun apparecchio di difesa.

Carlo mandò da Staggia i suoi ambasciatori a Firenze per domandare d'essere ricevuto come un amico che veniva a riconciliare la parte guelfa alla Chiesa. Questi ambasciatori chiesero d'essere introdotti nel gran consiglio, ciò che loro non potevasi negare. Quand'essi ebbero parlato, i priori imposero silenzio a tutti i consiglieri, che avrebbero voluto rispondere in presenza loro, al quale oggetto più d'uno erasi già alzato; onde agli ambasciatori di Carlo fu agevole il giudicare dalla premura che ponevano nel voler manifestare la propria opinione in loro presenza, che il partito de' Neri e del principe aveva riacquistata forza ed energia. La signoria, dopo la segreta deliberazione dei consigli e quella delle arti e mestieri, mandò da parte sua ambasciatori a Staggia, promettendo a Carlo d'accoglierlo onorevolmente, a condizione che non mutasse le leggi e le costumanze della repubblica e non pretendesse diritti o giurisdizione di veruna sorte, sia a titolo di vicario dell'impero, sia per tutt'altra ragione. Se Carlo non accordava questa promessa, gli ambasciatori avevano ordine di chiudergli il passaggio di Poggibonzi che era fortificato, e di rifiutargli le vittovaglie. Carlo accordò senza difficoltà tutto quanto gli fu chiesto, e confermò la sua promessa a viva voce dopo il suo arrivo[99].

Magnifico fu l'ingresso del principe francese in Firenze. Carlo aveva portata la sua truppa ad ottocento cavalli; gli abitanti di Perugia l'avevano accompagnato con duecento uomini d'armi sotto colore di testificargli il loro rispetto, ed i Lucchesi erano venuti ad incontrarlo. Cante d'Agobbio, Malatestino, Maghinardo di Susinana, ed altri gentiluomini di Romagna, che incominciavano a far il mestiere di condottieri, arrivavano un dopo l'altro con otto o dieci cavalli per unirsi alla corte, e la signoria non osava negare l'ingresso a verun di loro.

Allora fu che gli uomini più vili ed abbietti credettero di poter fare pompa di coraggio. «Per il bene della patria, dicevano costoro, non temeremo di tirarci addosso la nimicizia della signoria e di mostrare gli errori ch'ella ha commessi.» In fatti, la signoria non era più a temersi, nè più poteva castigarli. «Noi oseremo, aggiungevano, prendere la difesa dei Neri oppressi, e disvelare l'ingiustizia, di cui la signoria si è fatta colpevole verso di loro, escludendoli dagli ufficj.» I Neri, che essi affettavano di prendere sotto la loro protezione, avevano in città mille duecento uomini d'armi ai loro ordini. Altri non si vergognavano di vantare la tranquillità di cui godevano dopo avere perduta la libertà. Baldino Falconieri occupava la tribuna la maggior parte del giorno; e l'argomento de' suoi discorsi era sempre il confronto delle passate turbolenze coi presenti tranquillissimi tempi, ne' quali i cittadini potevano abbandonarsi a sicuro sonno[100].

Mentre uomini senz'onore vantavano questa pretesa tranquillità, i due partiti si preparavano a nuove zuffe. Ma Vieri de' Cerchi, il capo de' Bianchi, non aveva nè i talenti nè l'energia necessaria per ridurre a salvezza il suo partito. I priori, che non volevano perdere il merito dell'apparente loro imparzialità, non prendevano che deboli partiti; e niuno osava porsi in aperta difesa per timore di essere da tutti abbandonato. I Bianchi, che veramente erano d'origine guelfa, cercavano di rappattumarsi coi loro avversarj ripetendo che tutti appartenevano alla stessa fazione; onde i Ghibellini associatisi prima con loro, temevano di vedersi traditi e andavano lentamente ritirandosi per timore che la pace tra i Guelfi non si effettuasse a loro spese. I campagnuoli che avevano ricevuto ordine di armarsi, nascondevano i confaloni e si disperdevano; il podestà coi suoi arcieri aveva fatta una parziale pace coi Neri; e quantunque lo stendardo dello stato fosse esposto alle finestre del palazzo della signoria, i cittadini non prendevano le armi per andarvi in difesa dei loro priori[101]. Frattanto Carlo di Valois aveva domandate le chiavi di porta romana, presso la quale egli abitava; e benchè quando fu ricevuto giurasse di far osservare dai suoi soldati le leggi e le sentenze della repubblica, questa medesima notte fece entrare, per la porta che gli fu data, Corso Donati e tutti gli esiliati.

I priori lagnaronsi con Carlo della violazione dei trattati, ed egli giurò di non avervi avuta parte e di voler castigarne gli autori, chiedendo, per poterlo fare, che i capi delle due parti gli fossero consegnati, ond'essere in istato di metter fine a tanti disordini, e ristabilire una volta l'autorità della repubblica. I priori, che andavano sempre più accorgendosi della loro impotenza, aderirono a tale inchiesta; i capi de' Bianchi e de' Neri andarono volontariamente a darsi in mano di Carlo, i primi con paura, gli altri con piena sicurezza; ed infatti il principe rilasciò subito i Neri, e fece sostenere i Bianchi e custodire in dure prigioni. Allora i priori, ma troppo tardi, fecero dare campana e martello in palazzo, chè il popolo atterrito non osò uscir di casa, e dopo quest'istante i Neri, per lo spazio di sei giorni, abusarono del loro trionfo, senza che fosse stabilito in città alcun magistrato per reprimere l'eccesso del disordine[102]. Le case dei Bianchi furono abbandonate al saccheggio ed in appresso incendiate; molti de' più ragguardevoli uomini di questo partito furono morti o feriti dai loro parziali nemici; molte fanciulle ereditiere vennero tolte di mano alle loro famiglie e maritate per forza ed in mezzo al disordine; e Carlo di Valois fingeva di non saper nulla, e di credere che l'incendio di tanti palazzi di città e di campagna fossero fuochi di gioja o accidentali incendj di qualche povera capanna[103].

Dopo che la città fu abbandonata al saccheggio per sei giorni, i nuovi priori, tutti della parte nera, entrarono in funzione l'undici novembre 1301, ed un nuovo podestà, Cante de' Gabrielli d'Agobbio, fu incaricato dell'amministrazione della giustizia. Il nuovo giudice veniva incoraggiato alla severità, non solo dalla violenza di quel partito da cui aveva ricevuta la carica, ma più ancora dall'avarizia di Carlo di Valois che doveva con lui dividere le ammende che imporrebbe, ed a cui lo stesso papa aveva rappresentata Firenze come un'inesauribile sorgente di oro. Nello spazio di cinque mesi in cui Carlo dimorò in Firenze, Cante dei Gabrielli condannò circa seicento persone all'esilio, sottoponendole in pari tempo alla multa di sei in ottomila fiorini, con minaccia di confisca di beni se non pagavano. Dante Alighieri, che a quest'epoca trovavasi ambasciatore a Roma per la repubblica, fu compreso in questa proscrizione. Dovremo tra poco parlare di questa condanna pronunciata il 27 gennajo del 1302. Petracco figliuolo di Parenzo dell'Ancisa, padre di Francesco Petrarca, fu esiliato nella stessa circostanza[104]. Altri vennero accusati d'aver cospirato contro la vita di Carlo di Valois, e messi alla tortura, non tanto per istrappare loro di bocca la confessione del supposto delitto, che per sapere ove tenessero nascosti i loro tesori. Finalmente il giorno 4 aprile del 1302 Carlo di Valois partì alla volta della Sicilia carico delle maledizioni de' Toscani, per i quali aveva preso il titolo di pacificatore.

Fu osservato che Carlo di Valois era entrato in Toscana sotto pretesto di ricondurvi la pace, e l'aveva lasciata in guerra, ch'era passato in Sicilia per farvi la guerra; e n'era uscito dopo una vergognosa pace[105]. Valois s'imbarcò a Napoli con Roberto, principe di Calabria, figliuolo di Carlo II, e venne a sbarcare in Sicilia con mille cinquecento cavalli, mentre una flotta di cento galere proteggeva il suo passaggio e l'ajutava nell'assedio delle piazze che voleva prendere. Federico, re di Sicilia, non aveva bastanti forze per istare in campagna contro di lui. Già da vent'anni l'isola resisteva quasi senza stranieri soccorsi a tutta la potenza de' Francesi e della Chiesa; ed il re Federico ne' due o tre precedenti anni erasi veduto indebolire dall'abbandono di Ruggiero di Loria, suo grande ammiraglio, ch'era passato al nemico, e dall'attacco egualmente vile che crudele del suo proprio fratello Giacomo d'Arragona, venuto come confaloniere della chiesa per ispogliarlo di quello stato in cui egli medesimo aveva regnato. Metà della Sicilia era stata conquistata da Giacomo, o si era ribellata in conseguenza delle segrete intelligenze ch'egli vi aveva conservate, quando questo re parve sensibile ai tardi rimorsi, e ripartì nel colmo delle sue vittorie, dichiarando di non voler essere lo strumento o il testimonio dell'ultima catastrofe di suo fratello. Abbandonò la Sicilia l'anno 1299, e poco dopo Federico incominciò a ristaurare i suoi affari con una battaglia in cui fece prigioniero Filippo, principe di Taranto, figlio del re Carlo II.

Quando Valois sbarcò in Sicilia alla fine d'aprile del 1302, impadronissi a tradimento di Termoli; ma Federico, il più valoroso principe ed il più esperto capitano de' suoi tempi, non permettevagli lungo tempo di essere conquistatore. Evitando sempre una battaglia generale, cui le deboli sue forze non consigliavano di affidare la somma della guerra, lo travagliava con continue scaramucce, gl'intercettava i convogli, gli uccideva i cavalli: e raddoppiatesi alle truppe nemiche le fatiche della guerra, il caldo clima della Sicilia non tardò a fare sui soldati francesi i consueti effetti. All'assedio di Sacca la malattia si manifestò nel campo, ed in breve tempo vi fece tale strage, che Valois per ritirarsi dall'assedio fu costretto a chiedere la pace[106], la quale fu fatta a condizioni apparentemente più favorevoli ai Francesi di quello che in effetto lo fossero. Federico fu autorizzato a conservare, finchè vivesse, il governo della Sicilia e delle adiacenti isole col titolo di re di Trinacria; ed egli acconsentiva che dopo la sua morte tornasse il regno agli Angiovini. Dall'una parte e dall'altra i due re si restituirono i paesi conquistati in Sicilia ed in Calabria, ed ambedue confiscarono le terre de' baroni e de' feudatari, che avevano abbandonata la causa del proprio principe per darsi al nemico. Da questa legge generale furono per altro eccettuati Ruggiero di Loria e Vinciguerra di Palazzo. Finalmente si rilasciarono da ambe le parti i prigionieri, e Federico sposò Eleonora figlia di Carlo II.

Sebbene la reversione della corona alla morte di Federico fosse stipulata in favore dei principi francesi, era facil cosa il prevedere che prima che accadesse tale avvenimento, che in fatti si protrasse fino al 1337, nuove guerre e nuovi trattati disporrebbero diversamente della successione alla corona; e potevasi poi naturalmente prevedere che i Siciliani che avevano fatto Federico loro re, ed avevano combattuto vent'anni per iscuotere il giogo degli Angiovini, non credendosi in verun modo legati da questo trattato, non acconsentirebbero di passare nuovamente sotto un'odiata dinastia.

Perchè la pacificazione della Sicilia riuscisse intera, rendevasi al nuovo trattato necessaria l'approvazione della Chiesa, onde fossero tolte le scomuniche da tanti anni fulminate contro quel regno. Ma Bonifacio rifiutavasi di aderire alle convenzioni senza farvi alcune modificazioni; ma per altro scrisse subito a Federico[107] per attestargli il suo affetto ed il desiderio di riconciliarsi con lui; onde per aderire alla sua domanda, nel mese di giugno del susseguente anno 1303, Federico si riconobbe feudatario della santa sede per il regno di Trinacria, come Carlo lo era per quello di Napoli, promettendo l'annuo tributo di tre mila once d'oro[108] ed un soccorso di cento cavalli o di un determinato numero di galere qualunque volta la Chiesa fosse attaccata. Sotto tali condizioni Federico si riconciliò colla santa sede; ed il papa, tanto tempo suo nemico, ben tosto ricorse a lui contro que' medesimi Francesi che aveva fino allora protetti[109].

Dacchè Bonifacio VIII ebbe ottenuto il papato, più non si curò di nascondere due dominanti qualità del suo carattere: un orgoglio senza pari ed un impeto che s'accostava al furore, quand'era contrariato. Per giugnere alla tiara aveva saputo in molte occasioni regolarsi con destrezza e piegare con simulata moderazione alle altrui voglie; ma risguardando poi queste qualità come sconvenevoli ad un capo della cristianità, voleva vincere di fronte ogni ostacolo. E perchè aveva da principio abbracciati gl'interessi della casa di Francia, erasi mostrato il più implacabile nemico de' suoi nemici, perseguitandoli con una acerbità tale, che sembrava escludere qualunque speranza di riconciliazione, onde aveva fatta la guerra otto anni a Federico di Sicilia con non minore accanimento di Carlo d'Angiò. Quando del 1298 Alberto d'Austria, ribellatosi contro Adolfo di Nassò, si fece incoronare in sua vece re dei Romani, e poco dopo lo vinse in una battaglia, in cui Adolfo fu ucciso, Bonifacio non solo rifiutò di conoscerlo, ma lo trattò da traditore e da ribelle; e postasi la corona sul proprio capo, prese una spada e gridò: «Il Cesare sono io, io l'imperatore, io che difenderò i vilipesi diritti dell'impero[110].» Lo stesso papa, che trattava con tant'altura i sovrani, non aveva verun riguardo d'inimicarsi i grandi prelati e signori di Roma. Il mercoledì primo giorno di quaresima, mentre faceva l'augusta e commovente cerimonia della chiesa romana di spargere la cenere sul capo degli uomini più superbi per ricordar loro la nullità della propria esistenza ed il prossimo fine, quando venne la sua volta gli s'accostò per ricevere le ceneri Porchetto Spinola arcivescovo di Genova. Bonifacio gli gettò con violenza la cenere negli occhi, gridando: «Ghibellino! ricordati che tu sei cenere, e che coi Ghibellini tuoi compagni ritornerai in cenere[111].» Ma la circostanza in cui Bonifacio mostrò tutta la violenza del suo carattere si fu nelle lite coi Colonna.

Eranvi nel sacro collegio due cardinali della nobilissima famiglia Colonna, Pietro e Giacomo, i quali si erano mostrati contrari all'elezione di Bonifacio[112] e credutisi abbastanza indipendenti per non nascondere il loro malcontento, poichè la casa Colonna gareggiava di potenza colle famiglie sovrane d'Italia. La città di Palestrina, quelle di Nepi, Colonna e Zagarolo, e molte castella erano di assoluta proprietà della casa Colonna, resa ancora illustre da molti valorosi personaggi. L'aperta inimicizia del pontefice aveva probabilmente consigliati i Colonna a far alleanza col re di Sicilia; e questo fu almeno il pretesto addotto da Bonifacio per fulminare contro di loro una bolla di scomunica che comincia con queste parole:

«Avendo prese in considerazione le abbominevoli azioni dei Colonna ne' passati tempi, la presente loro ricaduta in pessime opere, e le ragioni di temere dal canto loro una non meno criminosa condotta in avvenire, ci hanno evidentemente dimostrato che l'odiosa casa Colonna è amara ai suoi domestici, d'aggravio ai suoi vicini, nemica della repubblica romana, ribelle alla santa Chiesa, perturbatrice del riposo della città e della patria, incapace di soffrire eguali, ingrata ai beneficj, troppo arrogante per servire, troppo ignorante per comandare; straniera alla modestia, agitata dal furore, priva del timor di Dio, senza rispetto per gli uomini, tormentata dal desiderio di turbare la città e tutto l'universo.» Dopo queste invettive tanto indegne di un padre de' fedeli, e così malsonanti in bocca di qualunque sovrano, Bonifacio accusava i Colonna di avere approvata ed incoraggiata la rivoluzione dei Siciliani e dei re d'Arragona, rimproverava loro di non aver voluto dargli in mano le città e castella che possedevano, ed in conseguenza egli privava Pietro e Giacomo Colonna della dignità cardinalizia, gli spogliava di tutti i beni e di tutte le rendite che loro appartenevano e gli assoggettava alla scomunica con tutti coloro che prenderebbero la loro difesa: escludeva i loro nipoti, fino alla quarta generazione, dalla facoltà d'entrare negli ordini sacri, e per ultimo scomunicava chiunque osasse asserire che Pietro e Giacomo Colonna erano ancora cardinali[113].

Ad una così violenta bolla risposero i Colonna con un manifesto, nel quale dichiaravano: di non riconoscere Bonifacio per papa e capo della chiesa; che Celestino V non ebbe il diritto, e forse nemmeno la volontà d'abdicare; che l'elezione del suo successore, fatta mentre egli ancora viveva e regnava, era di sua natura invalida ed illegittima. Questo manifesto accrebbe il furore del papa, che con una seconda bolla confermò la sentenza di deposizione e di scomunica, incaricando gl'inquisitori di perseguitare per delitto d'eresia i Colonna e tutti coloro che avevano le loro opinioni. Indi fece pubblicare contro di loro la crociata con indulgenza plenaria a favore di coloro che vi prenderebbero parte[114].

Il papa non era intenzionato di limitarsi ai soli castighi ecclesiastici, ma, dopo aver atterrato i palazzi de' Colonna in Roma, mandò l'armata crociata ad assediarne le fortezze sotto la condotta dei due legati Matteo Acquasparta, cardinale di Porto, ed il vescovo di san Rufino, che ne presero molte d'assalto: ma Palestrina fece una lunga resistenza; onde si vuole che Bonifacio, disperando omai di sottometterla, chiamasse a dirigerne l'assedio Guido di Montefeltro, quello stesso che del 1282 aveva compiutamente rotti i Francesi a Forlì, e più tardi difesa Pisa dai Guelfi. Questo generale ghibellino, che si era nella milizia reso così illustre, aveva abbandonato il mondo, e viveva penitente vestito dell'abito francescano. Bonifacio, in virtù del suo giuramento d'ubbidienza alla santa sede, gli ordinò d'esaminare come potrebbe prendersi Palestrina, promettendogli plenaria assoluzione di tutto quanto potrebbe fare o proporre contro i dettami della propria coscienza. Guido cedette alle istanze di Bonifacio, esaminò le fortificazioni di Palestrina, e non trovando alcun lato debole per poterla superare a viva forza, tornò al papa chiedendogli di assolverlo ancora più espressamente da ogni delitto ch'egli aveva commesso, o che poteva commettere nel consigliarlo, e quando fu munito di quest'ampia assoluzione: «Io non ci vedo, gli disse, che un solo mezzo, promettere molto e mantener poco[115].» Dopo avere così consigliata la perfidia, si ridusse di nuovo al suo convento. Bonifacio offrì agli assediati ogni larga condizione; accordando il perdono ai Colonna se entro tre giorni si presentavano al suo tribunale. La città s'arrese; ma la sua vendetta non fu compiuta per avere i Colonna avuto sentore che il papa li voleva tutti condannare alla morte: approfittando di tale avviso, e non avendo più alcun castello nella campagna di Roma che potesse tener lungo tempo, rifugiaronsi in lontani paesi, ed alcuni ottennero asilo in Francia da Filippo il bello.

Malgrado il favore che Bonifacio aveva in generale mostrato a tutta la casa di Francia, aveva già avuto qualche disputa col re Filippo, il quale, nè meno intollerante essendo, nè meno iracondo di Bonifacio, aveva più presenti le ingiurie che i beneficj. Per un insigne tradimento Filippo teneva in prigione Gui, conte di Fiandra, ed i due suoi figliuoli che per far levare l'assedio di Gante avevano con Carlo di Valois sottoscritto un trattato che Filippo non voleva riconoscere. Bonifacio instava per la liberazione di questi prigionieri, ed il re si teneva offeso da queste istanze che facevano più manifesta la vergogna del suo operare. Inoltre il papa aveva voluto interporsi per terminare la guerra tra la Francia e l'Inghilterra, e Filippo aveva risguardato tale atto come un attentato a' suoi diritti. Per ultimo il papa aveva, senza il consentimento del re, eretto un nuovo vescovado a Pamiers, nominando il nuovo vescovo legato apostolico in Francia[116].

Sebbene in diverse occasioni avesse accordate ai principi francesi annate e decime per la guerra di Fiandra, talvolta aveva però cercato di chiudere il tesoro ecclesiastico, o per lo meno che si dispensasse con maggiore economia che non voleva un principe sempre avido di denaro. Il re dal canto suo aveva proibito l'esportazione del danaro del regno, onde privare la corte di Roma di una specie d'entrata che percepiva sulle coscienze de' suoi sudditi[117]. In occasione di qualche alterco avuto col vescovo di Pamiers, lo aveva fatto imprigionare, ed intentata contro di lui un'accusa che lo faceva colpevole di ribellione e di lesa maestà: e perchè il papa, oltre questa violazione delle immunità ecclesiastiche, gli rimproverava d'essersi appropriate le entrate di molte mense vescovili, Filippo pensò di munirsi, contro l'autorità della Chiesa, di quella degli stati del suo regno[118].

Fu questa la prima volta in cui la nazione ed il clero di Francia si mossero per difendere le libertà della Chiesa gallicana. Avidi di servitù, chiamarono libertà il diritto di sacrificare perfino le coscienze ai capricci dei loro padroni, respingendo la protezione che loro offriva contro la tirannide un capo straniero ed indipendente. In nome di queste libertà della Chiesa, fu al papa ricusato il diritto d'informarsi intorno alle tasse arbitrarie che il re imponeva al suo clero, all'arbitraria prigionia del vescovo di Pamiers, all'arbitrario sequestro delle entrate ecclesiastiche di Rheims, di Chartres, di Laon, di Poitiers; rifiutossi al papa il diritto di dirigere la coscienza del re, di fargli delle rimostranze intorno all'amministrazione del suo regno e di punirlo colle censure ecclesiastiche quando violava i giuramenti[119]. Non è a dubitarsi che la corte pontificia non avesse manifestata una ambizione usurpatrice; ed i re avevano ragione di cautelarsi contro la sua prepotenza: ma i popoli dovevano anzi desiderare che i sovrani despotici riconoscessero al di sopra di loro un potere venuto dal cielo che li fermasse sulla strada del delitto; e se i papi, invece di farsi dipendenti di Filippo il bello, fossero sempre rimasti a lui superiori, la Francia sarebbesi almeno salvata dall'obbrobrio della condanna de' Templari.

Mentre il clero scriveva al papa per riclamare le sue così dette libertà, i gentiluomini francesi procedevano ancora con maggior impeto verso il capo della Chiesa. Quegli stessi uomini, che avevano poc'anzi trucidati gl'innocenti abitanti dell'Arragona e della Sicilia perchè il papa aveva conceduti que' regni ad uno de' loro principi, osarono per servire al loro re d'intentare un processo contro lo stesso papa. Guglielmo di Nogaret presentò, il 12 marzo 1301, una supplica al re, in presenza de' principi del sangue e de' vescovi, colla quale accusava Bonifacio di simonia, d'eresia, di magia e di altri enormi delitti, chiedendo l'assistenza del re onde adunare un concilio generale per liberare la Chiesa dalla sua oppressione[120].

Bonifacio non era uomo da lasciarsi soverchiare in fatto di violenze: convocò a Roma un'assemblea del clero francese ad oggetto di riformare gli abusi introdotti dal re nell'amministrazione civile ed ecclesiastica del regno[121]; e perchè il re vietò al suo clero d'andare a Roma, Bonifacio fulminò la scomunica generale contro tutti coloro che impedissero ai Cristiani d'avvicinarsi alla sede degli apostoli, qualunque si fosse la condizione de' contravventori, fossero pur anche rivestiti della dignità reale, e sebbene avessero ottenuto il privilegio da qualche papa di non poter essere scomunicati[122]. Questa bolla era diretta contro lo stesso Filippo il bello; e Bonifacio il quale teneva per fermo che quest'atto di severità lo avrebbe indotto a sottomettersi, spedì un legato in Francia con facoltà d'assolvere il re tosto che si fosse ravveduto. Ma invece di sottomettersi, Filippo preparava una tale vendetta che verun principe cristiano nè prima nè dopo osò mai prendersi del capo della Cristianità.

(1303) Guglielmo di Nogaret, quello stesso che aveva prima accusato il papa, partì alla volta d'Italia con Musciatto Franzesi, cavalier fiorentino, Sciarra Colonna ed altri nemici di Bonifacio. Fissò la sua dimora a Staggia, castello posto tra Firenze e Siena, sotto pretesto di essere più vicino alla corte di Roma, colla quale doveva trattare gl'interessi del suo padrone. Il papa abitava allora in Anagni sua patria. Nogareto, che aveva seco condotti circa trecento cavalli, profuse il danaro per farsi degli amici nello stato pontificio e nella stessa città d'Anagni. Quando tutto fu apparecchiato, ed ebbe sicurezza che una porta della città gli sarebbe data in mano da un traditore, si recò con una rapida marcia ad Anagni il giorno 7 settembre in sul fare del mattino: la porta gli fu aperta, ed i Francesi, accompagnati dai partigiani dei Colonna, corsero le strade gridando: Viva il re di Francia, muoja Bonifacio! Entrarono senza ostacolo nel palazzo pontificio; e mentre i Francesi si dispersero subito per gli appartamenti per rubare i molti tesori che il papa vi teneva, Sciarra Colonna solo cogli Italiani si presentò a Bonifacio[123].

È cosa indubitata che i congiurati erano disposti a trucidare il papa; poichè non avevano presa alcuna misura nè per condurlo via, nè per custodirlo sicuramente ov'era. Ma questo vecchio, reso venerando dall'avanzata età di ottantasei anni, e che, quando senti avvicinarsi i nemici, aveva vestiti gli abiti pontificali, ed erasi posto a ginocchio pregando innanzi all'altare, incusse, malgrado loro, un insuperabile rispetto ai congiurati: minacciarono bensì di tradurlo a Lione prigioniero per esservi giudicato da un concilio; ma non osarono portar la mano sulla sua persona[124]; e Guglielmo di Nogareto rimase interdetto quando Bonifacio si fece ad interpellarlo se da lui, siccome da discendente da una famiglia eretica, doveva aspettarsi la corona del martirio. I Francesi continuarono tre giorni a saccheggiare i tesori di Bonifacio senza nulla risolvere intorno al loro prigioniero. Finalmente il popolo d'Anagni, ch'era stato sorpreso e che in quel primo istante pareva quasi favorire i congiurati, eccitato dal cardinale Fiesco a prendere le armi, attaccò i Francesi, gli scacciò dal palazzo e liberò Bonifacio.

Ad ogni modo i malvagi desiderj del re di Francia ebbero compimento, senza che bisogno vi fosse di adoperare la spada contro il pontefice; il quale avendo sofferto tre giorni di spavento e di angosce in mano de' suoi nemici, perdette quasi affatto l'uso della ragione, e cadde infermo: fu trasportato a Roma immediatamente siccome in luogo di maggiore sicurezza, e confidato agli Orsini, che supponevansi nemici dei Colonna. Ma ben tosto fu o credette di essere egualmente da loro trattenuto. Reso estremamente geloso del suo potere e della sua indipendenza, perchè statone privo tre giorni, risguardava qualunque menomo atto di resistenza come un attentato contro la sua autorità. Dall'altro canto, o sia che gli Orsini volessero nascondere al pubblico lo scandalo d'un papa frenetico, o pure che, sotto tale pretesto, lo ritenessero d'accordo coi Colonna veramente prigioniero, un giorno che Bonifacio voleva uscire dal Vaticano ed andare a Laterano ove pensava di porsi sotto la protezione degli Annibaldeschi, i due cardinali Orsini gli vietarono l'uscita, forzandolo a rientrare nelle sue camere[125].

Il vecchio, fremente di rabbia, fu lasciato solo con Giovanni Campano mostratosi a lui fedele in ogni circostanza, il quale lo andava esortando a sostenere coraggiosamente la sua sventura, confidando nel consolatore degli afflitti, che vi apporterebbe rimedio: ma Bonifacio, non rispondendo una sola parola, cogli occhi travolti, colla schiuma alla bocca, faceva sentire lo stridore dei denti e ricusava ogni alimento. All'avvicinarsi della notte parve che la sua frenesia prendesse maggior forza, e passò tutta la notte senza chiudere gli occhi. Finalmente quando trovossi affatto affievolito dall'eccesso dei patimenti della sua anima intollerante, ordinò ai domestici che gli stavano intorno, di ritirarsi, e rimasto affatto solo si chiuse per di dentro col chiavistello. Quando dopo avere aspettato lungo tempo, i suoi domestici forzarono la porta, lo trovarono sul letto freddo assiderato. Il bastone che portava in mano era rosicchiato e lordo di schiuma; e vedendogli i bianchi capelli rosseggianti di sangue, si conghietturò che, dopo avere violentemente dato del capo contro le pareti, si fosse poi gettato sul letto, e che, copertosi il capo colle coltri, morisse soffocato sotto le medesime[126].