CAPITOLO XXV.

Considerazioni intorno al tredicesimo secolo.

Abbiamo terminata la storia del tredicesimo secolo; d'un secolo nel quale i popoli successivamente e vanamente facendo sperienza di varie costituzioni popolari, soggiacquero a tutte le calamità che sogliono accompagnare una disordinata libertà; di un secolo per altro che preparò la più grande rivoluzione dello spirito umano, e diede la poesia e le arti alle moderne nazioni[127]. Niun'epoca merita forse di essere più attentamente esaminata dal filosofo; niuna contiene in sè il germe d'idee più vaste, di più importanti avvenimenti.

Tra le cose che sotto il rapporto politico formano in questo secolo il principale carattere dello spirito delle città libere sono l'odio del popolo contro la nobiltà ed i tentativi de' legislatori popolari per trovare una guarentia dell'ordine sociale, ora nella proprietà e talvolta contro la stessa proprietà. La quistione della proprietà come limitante, o come la sola che dia i diritti politici ai cittadini degli stati liberi fu nuovamente discussa anche nella presente età; ma coloro che la esaminarono, non conoscevano gli sperimenti fatti dai nostri maggiori in un secolo veramente libero, e con que' mezzi di buon successo che la provvidenza non accordò a tutti i tempi. Crediamo di non iscostarci dal nostro argomento, prendendo qui ad esaminare in un modo più esteso i saggi di costituzione che si fecero in Italia, sotto i loro rapporti colla proprietà, e cercando di riconoscere nell'attenta considerazione di questi rapporti i veri principj dell'ordine sociale.

Ma prima di tutto conviene rimuovere una distinzione, o a dir meglio una disputa di parole, intorno alla quale si è molto insistito per uniformarsi alle idee popolari d'ogni secolo, benchè le cose e le idee rappresentate da questi diversi vocaboli fossero precisamente le medesime. Nell'età di mezzo si parlava dei diritti esclusivi dei nobili; oggi di quelli dei proprietarj delle terre: con questi due vocaboli, talvolta in opposizione l'uno coll'altro, s'intese però sempre la stessa classe di persone. Di questa classe si formò sempre un'idea composta; e l'autorità ed il credito che si volle confidarle furono sempre il risultamento di due diverse attribuzioni ch'ella riunisce. L'idea d'una fortuna, che non può venir meno, affatto inseparabile dalla sorte della patria, si unì alla speranza della perpetuità ed all'idea d'una più accurata educazione, di sentimenti più elevati, d'uno spirito di famiglia, di uno spirito di corpo attaccato all'onore di lontane memorie.

Il legislatore de' secoli di mezzo non aveva considerata la nobiltà come separata dalle sue proprietà territoriali; non aveva supposto che fosse una prerogativa soltanto inerente al sangue, che non si potesse acquistare col merito, o ancora più semplicemente colla mutazione della ricchezza mobiliare nell'immobiliare. La storia delle repubbliche d'Italia ci presenta in ogni generazione famiglie commercianti che, fatte proprietarie, si risguardarono come divenute nobili. I Cerchi di cui abbiamo poc'anzi parlato, gli Albizzi, gli Alberti ed i Medici, che ben tosto vedremo sorgere in Firenze, e gli Adorni ed i Fregosi in Genova sono notissimi esempi. Ma si aveva una certa quale vergogna ad attribuire tanto merito alla ricchezza, che sola potesse collocare un uomo nel primo rango della società; nè si voleva accordare la nobiltà come prezzo di quella gara, che è tra gli uomini grandissima, delle ricchezze; nè stabilire il principio che i beni, in qualunque modo acquistati da un plebeo, gli dessero un giusto titolo per essere rispettato ed ubbidito dai suoi eguali.

Anche nell'età nostra quegli economisti, che ne' nuovi loro sistemi vollero ammettere il principio che la patria appartiene ai soli proprietarj delle terre, e che sono essi soli i cittadini, non hanno però supposto che la proprietà desse una sufficiente base all'ordine sociale in qualunque modo si acquistasse; cosicchè coloro, che coll'assassinio si rendessero padroni di un governo, possano, dividendosi le terre dei viventi, acquistar subito i sentimenti patriotici e gl'interessi sempre conformi a quelli dello stato, come li suppongono alla classe de' proprietarj. Perciò gli economisti richiedono una lunga trasmissione, onde l'antico rispetto pel diritto di proprietà guarentisca il futuro rispetto per lo stesso diritto e per tutti gli altri. Domandano essi lontane ricordanze e lontane speranze, affezioni locali, fierezza nata dall'indipendenza, quella benevolenza che mantiene una professione immune dalle gelosie, la confidenza che eccita una fortuna non sottoposta agli accidenti nè al capriccio degli uomini, il lustro ereditario delle virtù degli antenati, finalmente la nobiltà: che se essi non proferiscono questo vocabolo, è solamente per un vano rispetto pei pregiudizj del secolo; ed è ancora talvolta perchè si escludono essi medesimi dalla nobiltà, ponendosi per altro tra i proprietarj territoriali; e perchè tutto accordando alla classe cui danno esclusivamente i diritti di cittadinanza, vogliono ad ogni modo registrare sè medesimi in questa classe.

Effettivamente molte virtù sembrano ereditarie nella classe dei nobili o proprietarj delle terre; e se una nazione dovesse governarsi da un solo ordine dello stato, niun altro, senza dubbio, potrebbe scegliersi a preferenza di quello. Ma fortunatamente le nazioni non sono ridotte alla vergognosa necessità di crearsi dei padroni; esiste una legge, una legge universale, senza eccezione, che condanna le nazioni alla servitù qualunque volta esse avranno attribuite ad una classe, ad un uomo, o ancora ad una sola assemblea, quand'anche dovesse formarsi di tutti gli uomini della nazione, la totalità del sovrano potere; qualunque volta non sarannosi conservati indipendenti dal governo il diritto ed i mezzi di resistenza, che guarentiscano gl'individui dalle usurpazioni del potere sovrano, impediscano che la libertà civile sia violata dai governanti, e mostrino che i cittadini non rinunciarono a tutti i loro diritti individuali per rifonderli nello stato di cui sono membri. Nè vi è, nè può esservi governo libero senza essere misto, cioè quello nel quale una sola parte della nazione non possa appropriarsi tutti i poteri ed essere rivestita della sovranità, nè un'altra parte essere oppressa e spogliata di ogni diritto politico e di ogni partecipazione al supremo potere: non può esservi altro governo libero se non quello in cui l'equilibrio, mantenendo la libertà, non lasci sussistere nello stato una tale potenza, che possa impunemente violare il contratto sociale; che quello finalmente nel quale sta la potenza sovrana; ma che non sia sovrano, se non è la stessa nazione, poichè la sola nazione riunisce tutti i diritti che costituiscono la sovranità.

Non è perciò a credersi che tutti gli uomini debbano o possano avere ugual parte alla sovranità; che per lo contrario l'influenza loro sul governo dev'essere proporzionata all'affetto ch'essi sentono; e le inferiori classi del popolo, che non hanno che un'imperfetta o niuna idea del governo, non hanno nè meno il più delle volte attaccamento al medesimo. Non conviene nè pure interrogarli intorno a ciò che non ha potuto essere oggetto de' loro pensieri; il loro suffragio di comando o d'imitazione non esprime che il voto degl'intriganti che le dirigono. Ma queste medesime classi arrivano a sentire quando sono oppresse, sacra è la loro voce quando l'entusiasmo della virtù le spinge a rendere uno spontaneo omaggio agli uomini più eroici della nazione: se loro vengono interdette le lagnanze, se sono sprezzate le loro scelte, la tirannide pesa sopra di loro, e la nazione ha cessato d'essere libera.

I talenti, le ricchezze, i natali, sono cagione di un'infinita disuguaglianza tra gli uomini; e coloro che riuniscono questi vantaggi, sono più capaci che gli altri di governare i loro compatriotti. Alla maggiore attitudine pel governo vi hanno fors'anche maggiore diritto degli altri. I talenti li rendono più capaci di fare il ben pubblico, e la ricchezza lega il loro interesse alla pubblica prosperità, come i natali all'onore nazionale. La società deve perciò approfittare della loro distinzione, e non confonderli nella folla dei cittadini inetti al governo; ma in pari tempo deve avere cura di non affidar loro tutti i suoi diritti. La società, abbandonata come una proprietà ai dotti, corre pericolo d'essere sagrificata a vane teorie, perciocchè i filosofi potrebbero con crudeli esperimenti far prova su di lei delle pericolose loro astrazioni. Abbandonata ai ricchi, sarebbe come un podere messo a profitto dal loro duro egoismo; la ferrea mano della necessità s'aggraverebbe sopra i poveri; e la prosperità, che altro non è se non che una concessione dell'ordine sociale, un privilegio accordato a pochi pel vantaggio di tutti, sarebbe resa più sacra che la sanità e la vita degli uomini. La società, assoggettata alla nobiltà, vedrebbe le sue classi inferiori avvilite dai nobili che si risguarderebbero quasi d'una natura diversa dai vili plebei, perciò conculcati ed oppressi. In vano questi riclamerebbero la protezione delle leggi, tutte rivolte a favorire la casta privilegiata, cui apparterebbero esclusivamente la gloria e gli onori. Il segreto della legislazione consiste nello stabilire la guarentia nazionale della libertà, conservando ad ogni classe, ad ogni ordine, ad ogni individuo i suoi diritti, i suoi privilegi, la sua influenza sopra la società in proporzione dell'interesse che può prendervi. Ma il principio sacro, il principio conservatore di ogni governo libero consiste in ciò, che la sovranità non appartenga nè alle classi, nè agli ordini, nè ai consigli, nè agli individui, che la sovranità appartenga non ad una parte, ma all'intera nazione; che in niuna parte trovisi colui che potrebbe volere, in nome di tutti, tutto quanto ogni individuo potrebbe volere individualmente, imporre a tutti i sagrificj che ogni individuo potrebbe acconsentire d'imporsi.

Per altro, dicono gli economisti, la nazione è composta soltanto di proprietarj di terre; e come potrebbesi supporre una lega tra questi per escludere da un paese tutti i non proprietarj, così deve ammettersi che rimangono in arbitrio de' proprietarj le condizioni sotto le quali accordano agli altri la facoltà di abitare nel loro terreno[128]. Strano raziocinio, dal quale potrebbesi pure dedurre la perfetta schiavitù di tutti coloro che non sono proprietarj; perchè non è più difficile il supporre un accordo di tutti i proprietarj dell'universo, come di tutti quelli di una nazione. E quale sarebbe adunque la misura delle umiliazioni, cui sarebbero costretti di soggiacere gli uomini scacciati in ogni luogo? A meno che non violassero le leggi, dice il già citato economista. E chi può dubitarne, che dovrebbero violare le leggi, quando le leggi altro non fossero che il risultamento della volontà di una classe usurpatrice, che avrebbe spogliata la nazione della sua eredità, quando la proprietà che non ha che la garanzia del contratto sociale, sarebbe considerata come principio del diritto di distruggere tutte le guaranzie che il contratto sociale ha riservate per tutti i cittadini.

Sappiano adunque gli economisti, che il loro sistema venne compiutamente adottato, e che, per lo spazio di molti secoli, la sovranità tutta intera fu abbandonata ai soli proprietarj del suolo; giacchè tutto il terreno d'Europa era stato diviso tra i nobili, i quali altro non erano che soldati, e che in tutto l'Occidente più non rimaneva una sola particella di terra, che non fosse proprietà di qualche gentiluomo. Questi proprietarj prescrissero a coloro che volevano abitare sul loro suolo, una sola condizione, la servitù: e perchè non rimanesse veruno asilo aperto a coloro che non volevano soggiacere a tale condizione, i proprietarj convennero di rinviarsi vicendevolmente i fuggitivi[129]. Ma grazie alla provvidenza ed allo spirito di libertà, che si alimenta e si solleva per le riunioni degli uomini, questa legge fu violata. Dovunque sopra la proprietà d'un nobile, le prossime abitazioni de' mercanti e degli artigiani formarono una città, i borghesi di questa città, colle armi alla mano, costrinsero il nobile proprietario a rinunciare alle sue tiranniche pretensioni, ed a riconoscere egli medesimo i limiti del diritto di proprietà. In tal modo dal decimo fino al dodicesimo secolo, gli uomini privi di proprietà territoriale riconquistarono la libertà per le future generazioni.

La lite tra i nobili proprietarj delle campagne ed i borghesi stabiliti nelle città aveva omai cambiata natura ed oggetto nel tredicesimo secolo. I primi riconoscevano la libertà civile dei secondi, e protestavano di rispettarla; ma chiedevano, per un riguardo dovuto alla loro nascita, e per il decoro delle repubbliche alle quali erano essi incorporati, di essere esclusivamente incaricati dell'amministrazione dello stato. Eglino soli, dicevano, potevan nutrire o affamare le città, di cui erano parte, eglino soli erano radicati al suolo, e non potevano separare il loro particolare interesse da quello della patria, mentre avevano veduto sorgere nelle città certe fortune mobili che potevano prosperare in mezzo alle calamità pubbliche, ed essere dai commercianti facilmente sottratte a tutte le rivoluzioni. Questi nuovi ricchi, soggiugnevano, si sottraggono facilmente alle leggi, e non guarentiscono la società del loro attaccamento e della loro ubbidienza: stranieri alla propria città, saranno assai più che ai naturali loro magistrati, subordinati al soldano che regna in Antiochia e conquista san Giovanni d'Acri, all'imperatore di Costantinopoli o al re di Francia, ove tengono i loro banchi e le ricchezze.

Dall'altra banda i mercanti, che per un generoso attaccamento alla patria, sostenevano quasi soli le gravezze dello stato sopra quelle loro sostanze che i finanzieri della repubblica non avrebbero potuto ferire, si sdegnarono a ragione vedendo che si tentava di escluderli da quella sovranità ch'essi avevano conquistata e di cui erano tuttavia il principale sostegno. E siccome non è mai vero che una qualunque classe abbia sola un interesse sempre conforme a quello dello stato, potevano vittoriosamente rispondere alle allegazioni de' gentiluomini. Questi pretendevano di alimentare il popolo, perchè tutto il grano raccoglievasi nelle loro terre; i mercanti perchè somministravano al popolo tutto il danaro per comperarlo. Avevano ancora fatto assai più; avevano dato ai gentiluomini i mezzi per coltivare le terre: ed i frutti della campagna non sono meno dovuti al terreno che li porta, che al capitale mobiliare che li fa nascere. È vero che i negozianti non danno garanzia allo stato, anzi ne esigono una essi dallo stato, la libertà. Fedeli alla patria finchè si manteneva libera, e ne avevano date luminose prove in tempo delle sue calamità, non erano uomini che un tiranno potesse cogliere ed incatenare. In mezzo al libero mare, o viaggiatori in mezzo a nazioni schiave, maturavano nell'esilio i giorni della vendetta e della libertà; mentre i nobili, venduti ora agl'imperatori ora ai condottieri, oppure ai piccoli tiranni che avevano eretto un principato in mezzo ai loro eguali, avevano pur troppo provato ch'essi lasciavansi incatenare dalle loro proprietà territoriali, e che tali proprietà non erano già una guarenzia del loro amore per la patria, ma della loro obbedienza in tempo di pace al padrone, qualunque egli si fosse, e della viltà loro in tempo di guerra in faccia a qualsiasi nemico purchè potesse occupare o guastare le loro campagne. Finchè i nobili veneziani, dedicati interamente alla mercatura, non possedettero poderi al di là delle loro lagune, sprezzarono gli sforzi de' barbari e dell'intera Europa alleata contro di loro: ma quando investirono una porzione delle loro fuggitive fortune nell'acquisto di fondi in terra ferma, s'attaccarono essi medesimi al collo quella catena colla quale ogni potente nemico poteva legarli. «Quale fu, cittadini, la politica de' nostri antenati?» diceva il conte Ugolino ai Pisani, quando voleva persuaderli a fare la pace coi Guelfi. «Essi conquistarono la Sardegna e la Corsica; desiderarono ricchezze e signorie oltre mare; ma vollero mantenersi amiche le vicine città. Non contesero ai Fiorentini il loro vasto e ricco territorio: ed infatti qual giovamento possiamo sperare dalla presente guerra con Firenze? ad inimicarci i nostri sudditi di Buti e di Calcinaja, perchè le loro proprietà vengono guastate; ad esporci a dolorose umiliazioni per beni che non costituiscono la nostra vera ricchezza[130]

Per altro non erano proprietarj i soli nobili: eranvi due altre classi d'uomini che avevano delle terre, cioè i mercanti possessori di case in città e di ville in campagna, ed i contadini che le repubbliche avevano liberati dalla schiavitù. Ma i primi, la di cui proprietà mobiliare era spesso le trenta e le cinquanta volte maggiore de' beni stabili, non avevano peranco adottati i sentimenti che inspiravano ai gentiluomini una proprietà composta di soli terreni; e sebbene il trionfo d'un partito fosse quasi sempre accompagnato dalla demolizione delle case e dal sequestro de' fondi della contraria fazione, conservavano non pertanto anche in mezzo alle rivoluzioni l'indipendenza del loro carattere. Dall'altro canto i contadini non si prendevano pensiere de' pubblici affari ed ubbidivano senza deliberare a chi voleva loro comandare. Agli uomini della più bassa classe non possono essere ispirate idee superiori alla circoscritta periferia degl'interessi domestici, nè si può far loro sentire l'esistenza d'una nazione cui devono le loro cure, che coll'abitudine delle adunanze e della vita cittadinesca.

Finchè i mercanti delle repubbliche italiane non domandarono di partecipare alla sovranità, che proporzionatamente all'interesse che prendevano alla prosperità della loro patria, la loro domanda era giusta e consentanea ai diritti d'un popolo libero. Ma l'irritamento di una lunga lite, l'ambizione accresciuta dai prosperi avvenimenti e dai disordini degli avversarj, spinsero questi nuovi capi di popolo al di là d'ogni confine; talchè negli ultimi vent'anni del tredicesimo secolo, non contenti di dividere le prerogative della nobiltà, s'arrogarono esclusivamente il governo delle repubbliche, che incominciarono allora a risguardarsi come potenze mercantili. Niuno poteva appartenere in Firenze al consiglio dei priori, senza esercitare personalmente la mercatura o un mestiere[131]. Lo statuto, che istituisce i nove signori e difensori del comune di Siena, vuole che sieno mercanti e della classe mezzana[132]; e gli anziani di Pistoja dovevano essere mercanti o borghesi, esclusi a perpetuità gli antichi nobili e coloro che lo stato, in pena de' loro delitti, descriverebbe nel registro de' nobili[133]. Ne' due ultimi capitoli, rendendo conto de' motivi che provocarono tali leggi, abbiamo descritte le rivoluzioni che le precedettero. Nè le città toscane furono le sole che di que' tempi escludessero la nobiltà da ogni incumbenza governativa. I Modenesi avevano un registro intitolato libro dei nobili, nel quale trovavansi iscritti tutti i gentiluomini con alcuni borghesi associati coi nobili dai tribunali, siccome colpevoli de' medesimi disordini, e quindi egualmente esclusi dalle pubbliche cariche[134]; e la stessa legislazione si stabilì poco dopo in Bologna, Padova, Brescia, Pisa, Genova ed in tutte le città libere.

L'assoluta esclusione de' possidenti da ogni amministrazione fu cagione di gravissimi disordini, non per altro di quelli preveduti dai moderni economisti in simili casi. Il governo fu per molti rispetti parzialissimo ed ingiusto, come lo sarà sempre in mano di una sola classe qualunque; ma non sagrificò le campagne all'industria cittadina, che anzi favoreggiò e protesse l'agricoltura. Ho parlato in altra mia opera de' residui tuttavia esistenti della somma prosperità delle campagne toscane sotto il governo delle antiche repubbliche, e dell'estrema diversità che si ravvisa tra i feudi arricchiti dalla loro unione a qualche repubblica, e quelli che rimasero miserabili sotto il perpetuo dominio degli antichi loro signori[135]. Il governo de' mercanti non si occupò esclusivamente del traffico; che anzi si condusse con maggiore liberalità de' sovrani che loro succedettero. Siccome i negozianti impiegavano la maggior parte delle loro sostanze ne' paesi stranieri, ove non potendo sperare privilegi, limitavansi a domandare la libertà, e perciò erano i primi a darne l'esempio nel proprio stato. Le loro leggi non crearono il monopolio, ed è cosa maravigliosa come essendo tutti mercanti ed i magistrati e gli storici così parcamente abbiano parlato del commercio.

Ma l'aristocrazia de' mercanti, un'aristocrazia plebea, si rese bentosto esosa a tutte le altre classi della nazione. Ben possono risguardarsi come ingiusti i privilegi dei natali; ma ancora più ingiusti sono i privilegi contro la nascita. I nobili non sapevano soggiacere ad una esclusione che loro doveva parer tirannica; ed i cittadini di un ordine inferiore ai borghesi vedevano di mal occhio avviliti coloro ch'erano abituati a risguardare come i più distinti dello stato. Siccome frequentemente la ricchezza è il premio della viltà o del vizio, così non suole, scompagnata dal merito personale o dalla nascita, ispirare confidenza e rispetto. I ricchi borghesi tentarono di distinguersi col nuovo titolo di popolani grassi, onde separarsi dagli inferiori cittadini cui diedero il nome di plebei; ma questa loro opulenza non gli ottenne quella considerazione cui aspiravano: e la nuova nobiltà fu bentosto odiata dall'antica, derisa dal popolo, invidiata da tutti. Attaccata caldamente dagli ordini superiori ed inferiori si difese con modi affatto arbitrarj: «La stessa cagione, dice il segretario fiorentino, che tenne disunita Roma, questa, se egli è lecito le piccole cose alle grandi agguagliare, ha tenuto divisa Firenze; avvegnachè nell'una e nell'altra città diversi effetti partorissero. Perchè le inimicizie che furono nel principio in Roma fra il popolo e i nobili disputando, quelle di Firenze combattendo si diffinivano. Quelle di Roma con una legge; quelle di Firenze con l'esilio e con la morte di molti cittadini si terminavano. Quelle di Roma sempre la virtù militare accrebbero, quelle di Firenze al tutto la spensero. Quelle di Roma da una egualità di cittadini in una disuguaglianza grandissima quella città condussero; quelle di Firenze da una disuguaglianza a una mirabile ugualità l'hanno ridotta. La quale diversità di effetti conviene sia dai diversi fini che hanno avuti questi due popoli causata. Perchè il popolo di Roma godere i supremi onori insieme coi nobili desiderava; quello di Firenze per essere solo nel governo, senza che i nobili ne partecipassero, combatteva. E perchè il desiderio del popolo romano era più ragionevole, venivano ad essere le offese ai nobili più sopportabili; talchè quella nobiltà facilmente e senza venire all'armi cedeva; di modo che dopo alcuni dispareri a creare una legge, dove si soddisfacesse al popolo ed ai nobili nelle loro dignità rimanessero, convenivano. Dall'altro canto il desiderio del popolo fiorentino era ingiurioso ed ingiusto; talchè la nobiltà con maggiori forze alle sue difese si preparava; e perciò al sangue ed all'esilio si veniva de' cittadini. E quelle leggi che di poi si crearono, non a comune utilità, ma tutte in favore del vincitore si ordinavano[136]

Nelle risse che prima ebbero luogo fra i cittadini ed i nobili, poi fra i primi ed il popolo, la libertà civile fu spesse volte vilipesa, e violati i diritti del contratto sociale; pure in mezzo a tanto disordine, e quando era affatto spenta la libertà civile, non perì la libertà democratica. Formata non di guarenzie, ma di poteri, non assicura alle nazioni nè il riposo, nè l'ordine, nè l'economia, nè la prudenza, ed è solo premio a sè medesima. Niente riesce più dolce ad un cittadino che l'abbia una volta conosciuta, quanto il poter influire sui destini della sua patria, avere parte alla sovranità, e più di tutto il collocarsi immediatamente sotto la legge, e non riconoscere altre autorità che quelle da lui create. Questa maniera di uscire, se posso così esprimermi, da sè, per vivere in comune, per sentire in comune, per far parte d'un tutto, solleva l'uomo e lo rende capace delle più grandi cose. Le passioni politiche formano assai più eroi che le passioni individuali; e sebbene non vi si scorga un immediato rapporto, è pure dall'esperienza dimostrato che sono inoltre più feconde di artisti, di poeti, di filosofi, di letterati d'ogni maniera. Ne fa luminosa testimonianza il secolo da noi descritto. In mezzo alle convulsioni delle sue guerre civili rinacquero in Firenze l'architettura, la scultura, la pittura; vi fiorirono que' grandi poeti che tanta gloria spargono ancora al presente su tutta l'Italia; la filosofia ebbe nuovi ammiratori e seguaci; ed agli studj d'ogni sorte fu dato quel primo impulso, che secondato dalle altre città libere d'Italia, produsse i secoli delle belle arti e d'ogni gentil costume.

L'architettura fu di tutte le belle arti la prima a rinascere ne' secoli di mezzo. Siccome questa non è un'arte imitatrice, e s'innalza al di sopra degli oggetti creati per rappresentare le forme ideali della bellezza simmetrica ed astratta come viene dall'uomo concepita, così è quella tra tutte le arti che presenta più immediatamente il carattere del secolo e fa meglio conoscere la grandezza e l'energia, o la piccolezza della nazione in cui fiorì, dell'uomo che la perfezionò. È questa l'arte che abbisogna meno che le altre delle scoperte delle precedenti generazioni, che col genio e colla forza della volontà può supplire alle minute teorie, alle pratiche, alle discipline che conviene avere imparate prima di farsi creatori nelle altre arti. Le piramidi d'Egitto anteriori al perfezionamento delle altre arti ed ancora delle arti meccaniche, trasmisero in distanza di molte migliaja d'anni la misura della forza e della magnificenza di un popolo che senza tali monumenti si terrebbero per cose favolose. L'imponente cupola di Firenze e cento altri stupendi edificj innalzati nel tredicesimo secolo delle repubbliche italiane, conserveranno egualmente la memoria di questi popoli liberi e generosi, ai quali la storia non rese finora la debita giustizia.

L'architettura del tredicesimo secolo porta ancora sott'un altro aspetto l'impronta de' costumi di quel tempo: ella è affatto repubblicana, e vedesi interamente destinata ad una comune utilità, o ad un comune godimento. Le mura delle città, i palazzi del comune, i templi aperti a tutto il popolo, i canali che portano la fertilità in tutto il territorio, sono opere di questo secolo. Il numero e la qualità degli edificj cominciati nella stessa epoca in tutte le città d'Italia, mostra quanto l'emulazione di tali governi riesca alle belle arti più vantaggiosa, che non il lusso delle monarchie; quanto lo spirito di comunità ove si fanno in su gli occhi del pubblico per fino le case private, incoraggisca gli architetti assai più dello spirito delle monarchie, nelle quali si fabbricano i pubblici edificj sotto gli occhi del principe; per ultimo quanto gli artisti si appaghino più delle ricompense e dell'ammirazione de' loro concittadini, che dell'approvazione e della mercede di un padrone.

I pubblici canali e le mura delle città immediatamente ed unicamente destinate all'utilità appartengono più alle scienze che alle belle arti. Nulla di meno un genio creatore dovette costantemente presedere a queste intraprese, che ci parranno ancora più grandi quando si confrontino colle forze dello stato che le ordinava. Il canale, detto Naviglio grande, che conduce le acque del Ticino a Milano per lo spazio di trenta miglia, intrapreso l'anno 1179, e dopo alcuni anni l'interrotto lavoro ricominciato del 1257 ed in breve tempo ridotto a termine, forma ancora la ricchezza d'una vasta porzione della Lombardia[137]. Nello stesso tempo la città di Milano rifabbricava le sue mura che giravano ventimila braccia, e faceva innalzare sei porte di marmo, la di cui magnificenza le rendeva degne della capitale di tutta l'Italia[138]. Dal canto loro i Genovesi edificarono del 1276 e 1283 le due belle darsene e la grande muraglia del molo, e nel 1295 terminarono il magnifico condotto che da lontanissima sorgente conduce a traverso di aspre montagne in città copiose purissime acque[139]. Tutte le città d'Italia eseguirono in quell'epoca opere dello stesso genere. Le comunicazioni tra paese e paese vennero agevolate col mezzo di solidissimi ponti di pietra fabbricati sui fiumi e coll'aprire comode e sicure strade: e la comodità de' cittadini e l'interna eleganza delle città si risguardarono siccome oggetti degni delle cure di un libero governo[140].

L'architettura religiosa precedette le opere di cui abbiamo parlato. I primi edificj degni della nostra ammirazione, innalzati dagli sforzi uniti de' cittadini, furono destinati ad onorare l'Ente Supremo; e le due città che prima delle altre acquistarono la libertà, Venezia e Pisa, furono quelle che dedicarono i primi magnifici templi alla divinità. La chiesa di san Marco in Venezia, imponente edificio che presenta una strana mescolanza di grandiosità e di barbarie, fu terminata del 1071; ed il duomo di Pisa, il primo modello del gusto toscano, di quel gusto maschio, solido ed imponente che non è nè greco nè gotico, fu cominciato del 1063 e condotto a termine in sul finire dello stesso secolo[141]. Il battistero ossia chiesa di san Giovanni della stessa città ebbe cominciamento del 1152, e la maravigliosa torre, tutt'all'intorno arricchita da duecento sette colonne di marmo bianco, e che potrebbe riguardarsi come il più elegante edificio de' secoli di mezzo, quand'anche la sua inclinazione di sei braccia e mezzo fuori della perpendicolare non richiamasse l'universale attenzione, fu fondata del 1174.

Questi capi d'opera dei Pisani, la bellezza dei marmi ch'essi portavano dal Levante per abbellire i pubblici edificj della loro patria, i monumenti dell'antichità che avevano opportunità di vedere ne' loro viaggi, fecero rivivere in questa città il gusto del bello e del grande, che poi si diffuse in tutta la Toscana[142]. I migliori architetti del tredicesimo secolo o furono Pisani, o allevati in Pisa. Suole risguardarsi come la prima maraviglia dell'arte di quest'epoca il tempio di san Francesco in Assisi, il quale, per testimonianza di Giorgio Vasari, fu innalzato da quel Niccola da Pisa che lavorò ancora nel duomo di Siena, e fu Maestro d'Arnolfo e di Lapo[143]. Arnolfo più celebre che il maestro, dal 1284 fino al 1300 in cui morì, diresse in Firenze le fabbriche della loggia e della piazza dei priori, della chiesa di santa Croce e di quella ancora più magnifica di santa Maria del Fiore. Quest'ultima non fu veramente terminata da Arnolfo, ma fu suo il primo pensiero della stupenda cupola, emula di quella di san Pietro in Vaticano. Lasciò, morendo, incominciata l'opera, senza indicare il metodo che voleva tenere per terminarla: ma il magnifico ardire di colui che progettò una tal cupola, mentre tutti gli altri uomini credevano impossibile il poterla chiudere, ed il sommo ingegno di quell'altro che la innalzò senza ponti, resero gloriosa la memoria di Arnolfo e di Brunelleschi[144].

Nè meno sorprendenti furono i progressi fatti in questo secolo dalla scultura in bronzo ed in marmo, rinnovata dai Pisani, perfezionata dai Fiorentini. Fino nel 1180 Buonanno di Pisa fuse per il duomo della sua patria quella magnifica porta di bronzo che poi perì nell'incendio del 1596. Ma per quanto fosse bello questo lavoro, non aggiugneva di gran lunga alle porte del battistero di Firenze fatte da Andrea Pisano figliuolo dell'architetto Nicola. Si fecero queste del 1300 per uno degl'ingressi del battistero; vinte poi di lunga mano da quelle del Giberti poste ad un altro, le quali Michelangelo giudicava degne del paradiso; comechè non lasciano perciò di essere un maraviglioso testimonio del valore di Andrea nell'arte di lavorare i metalli. Si paragonino queste porte a quelle della basilica di san Paolo di Roma fuor di mura, lavoro de' tempi del magno Teodosio, eseguito dai primi scultori dell'impero, sotto gli occhi di sì grande monarca, quando gli artefici, ovunque si volgessero, vedevano maravigliosi modelli di antiche sculture. Le porte di san Paolo, non iscolpite in rilievo, ma soltanto incise, hanno le linee formanti il contorno delle figure ornate d'argento: malgrado però il sussidio della ricchezza questo lavoro prova l'estremo decadimento dell'arte[145]: per l'opposto le porte del battistero di Firenze sono di alto rilievo, e divise in iscompartimenti che formano altrettanti quadri di squisita bellezza. Tali sono gli effetti del despotismo e della libertà. Tra gli ornamenti del duomo di Firenze osservansi pure alcune statue di marmo dello stesso scultore; altre di Nicolò Pisano, suo padre, abbelliscono la faccia del duomo di Orvieto: ed il padre Guglielmo della Valle assicura che Michelangelo e Luca Signorelli hanno più volte studiati quei modelli[146].

Il tredicesimo secolo produsse pure Cimabue e Giotto, che i Fiorentini risguardano come i ristauratori della pittura, sebbene Pisa, Siena, Bologna e Venezia, pretendano di avere avuti pittori più antichi e non inferiori a questi di merito. È probabile che alcuni pittori portassero in Italia nel dodicesimo secolo il barbaro stile della greca pittura d'allora, i duri contorni, le loro figure in profilo, le goffe ed assiderate loro attitudini. Tutti i quali difetti, a fronte della più barbara maniera degli antichi pittori italiani, venivano imitati ed ammirati come fossero maravigliose cose, se non altro a motivo della vivacità del colorito, e del fondo di oro, che dava qualche rilievo alle loro figure. Ci assicurano il Vasari ed il Baldinucci, che Cimabue, trovandosi in Firenze del 1240, apprese l'arte da alcuni di questi pittori greci; ma che ben tosto, spinto dal suo buon genio, abbandonò quegl'informi esemplari per seguire i migliori che gli presentava la natura. Fu egli il primo che seppe rappresentarla con alquanto di verità; e tutti gli antichi scrittori lo rappresentano come un uomo straordinario, che chiamò sopra di se l'universale ammirazione[147].

Tra il 1270 ed il 1276 nacque a Colle di Vespignano presso Firenze da un povero contadino il suo maggior scolare, Giotto. Un giorno che guardando la sua greggia, stava disegnando sulla terra, fu veduto da Cimabue, il quale colpito dal suo ingegno lo condusse seco in città. «Sotto la direzione di tanto maestro, dice il Baldinucci, si fece a studiare caldamente e fece così rapidi progressi e così maravigliosi, che si può dire aver egli risuscitata la pittura. Egli cominciò a dare qualche vivacità alle teste ed a far loro esprimere qualche passione, l'amore, la collera, il timore, la speranza. Seppe piegare più naturalmente le vesti che prima non si faceva, e scoprì qualche regola degli scorti; finalmente diede alle figure una certa tenerezza, al maestro affatto sconosciuta[148]

Ma al di sopra di Cimabue, di Giotto, e di quant'altri artisti furono allora, deve collocarsi il poeta creatore che diede all'Italia la sua lingua, la sua poesia, la sola energia di cui sappia abbellirsi anche al presente; il poeta che riscaldò sempre ed inspirò tutti i sommi uomini della sua nazione, che diede il proprio carattere a Michelangelo, e che cinque secoli dopo la sua nascita formò Alfieri e Monti[149].

Dante nacque in Firenze del 1265 dalla famiglia guelfa degli Alighieri[150]. Suo padre Aldighiero degli Elisei era stato bandito cogli altri Guelfi dopo la battaglia di Monte Aperto, ma era tornato in Firenze prima de' suoi compagni, quando la città era governata dal conte Guido Novello. Morendo Aldighiero quando Dante era ancora giovanetto, fu dato in cura a Brunetto Latini, riputatissimo filosofo, di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo, onde col di lui ajuto e del poeta Guido Cavalcanti, suo amico, apprese tutte le scienze allora conosciute, e l'antica letteratura tanto estesamente quanto lo permetteva la poca copia che allora si aveva de' libri classici. Dante aveva in gioventù visitati gli studj di Bologna e di Padova; e dopo esiliato si trattenne alcun tempo nell'università di Parigi per imparare la teologia[151]. Egli aggiungeva a quello delle lettere il gusto delle belle arti, onde fu amico di Oderigo da Gubbio e di Giotto pittori, come pure del musico Casella[152]. Nè l'amore dello studio lo deviò dalla carriera politica e militare, che a niun cittadino di uno stato libero è permesso di abbandonare. Fu nel 1289 alla battaglia di Campaldino, nella quale i Fiorentini ottennero così segnalata ma sanguinosa vittoria sugli Aretini; e nel susseguente anno militò pure contro i Pisani allora capitanati dal valoroso conte di Montefeltro[153].

Coloro che due secoli dopo commentarono il suo poema, volendo in ogni cosa mostrarlo grandissimo, dissero ch'era a lui affidata in gran parte la fortuna della repubblica fiorentina. In una vita inedita di Dante, pretende Maria Filelfo che fosse incaricato di quattordici ambascerie, e che, tranne l'ultima, conseguisse sempre l'intento: tutti poi attribuiscono in gran parte ai suoi consigli la parte presa dai priori, di esiliare i capi delle due fazioni che dividevano Firenze. Ma di ciò niuna testimonianza troviamo presso gli autori contemporanei. Dino Compagni ch'era uno de' priori quando si fece la rivoluzione, e che circostanziatamente descrive le più minute cose, le pratiche, i discorsi, la leggerezza di tutti i Fiorentini allora più influenti, non ricorda altrimenti Dante come uno de' capi dello stato. Nè pure di lui parla Giovanni Villani, che viveva nella stessa epoca, ed era piuttosto parziale della parte dei Neri, siccome Dino lo era dei Bianchi. Lo stesso dicasi di Coppo de' Stefani[154] e di Paolino di Piero, altri scrittori contemporanei che scrissero cronache dei loro tempi[155], onde io inclino a credere che il solo fatto ben avverato della parte presa dal nostro poeta ai pubblici affari, è di essere stato priore dal 15 giugno al 15 agosto del 1299, come vogliono alcuni, e secondo altri del 1300[156]; che fu uno degli ambasciatori mandati a Roma dalla parte Bianca in gennajo del 1302; e per ultimo, che fu compreso in una sentenza d'esilio emanata nella stessa epoca contro seicento cittadini della sua medesima fazione. Viene in tale sentenza accusato d'avere venduta la giustizia, e ricevuto del danaro contro le disposizioni delle leggi; ma lo stesso rimprovero veniva fatto con eguale ingiustizia a tutti i capi del partito vinto. Canto dei Gabrielli era un giudice rivoluzionario che desiderava trovare dei colpevoli, e che si accontentava de' più leggeri indizj per condannarli. Questa sentenza è un curioso documento del costume di que' tempi di mescolare l'italiano al latino; ed è così barbaramente dettata, che pare appositamente fatta per offendere il fondatore dell'italiana letteratura[157].

Invano cercò Dante di rientrare in patria. Gli si fece un imperdonabile delitto d'avere nel 1304 tentato cogli altri fuorusciti di parte Bianca di sorprendere Firenze; di essersi collegato strettamente colla fazione ghibellina, e d'avere fatto istanza all'imperatore Enrico VII di Luxemburgo di prendere in Italia la difesa del suo partito. Per ultimo, siccome il suo carattere estremamente irritabile, e la sua inclinazione alla satira lo avevano reso non meno odioso che formidabile ai suoi nemici, del 1315 fu riconfermata la condanna di perpetuo bando: onde dopo avere viaggiato assai in tutte le parti d'Italia, si stabilì finalmente alla corte di Guido da Pollenta, Signore di Ravenna, ove morì nel settembre del 1321, in età di cinquantasei anni. Nel suo immortale poema si fa profetizzare da Cacciaguida suo trisavolo, la miseria e la dipendenza degli estremi suoi giorni, tanto umiliante per un'anima intollerante e fiera com'era quella di Dante.

«Tu lascerai ogni cosa diletta

Più caramente, e questo è quello strale

Che l'arco dell'esilio pria saetta.»

«Tu proverai siccome sa di sale

Lo pane altrui, e come è duro calle

Lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.»

Si fa ancora predire dallo stesso Cacciaguida le nimicizie che si procaccerà coll'amarezza de' suoi rimproveri; ma queste considerazioni cedono a quelle della gloria.

«E s'io al vero son timido amico,

Temo di perder vita tra coloro

Che questo tempo chiameranno antico[158]

Il poema di Dante che gli acquistò sì gran nome, è il racconto, come ognun sa, d'un misterioso viaggio a traverso all'inferno, al purgatorio, al paradiso; fissa l'epoca di tale viaggio dal lunedì santo del 1300 fino al giorno di Pasqua, quando il poeta aveva trentacinque anni; scorre i due primi regni dei morti sotto la direzione di Virgilio, e quello del paradiso in compagnia di Beatrice dei Portinari, che, da lui amata in gioventù, era morta del 1290. Questo poema diviso in cento canti, ciascuno di circa cento cinquanta versi, non è meno sorprendente per gli animati maestosi quadri di questo paese degli estinti che pone sotto ai nostri occhi, quanto per la profonda sensibilità di alcuni episodj e per la ricchezza delle idee e delle cognizioni che fa supporre nell'autore. Abbiamo già prodotti in quest'opera molti passi di Dante, nè egli può essere giudicato che sopra il suo poema.

Due scrittori nati prima che Dante morisse, i quali lo commentarono, ed erano a portata più che tutt'altri di conoscere la sua storia, affermarono che Dante compose i primi canti prima dell'esilio[159]. Parmi cosa assai difficile che trovar si possano autorità di tal peso che distruggano quelle di Giovanni Boccaccio e di Benvenuto da Imola. Le prove desunte dallo stesso poema, che il marchese Maffei, Flaminio del Borgo ed altri addussero contro l'asserzione dei due contemporanei di Dante, non possono troppo valutarsi; imperciocchè non è a dubitare che il poeta non abbia in diversi tempi ritoccato il suo poema, ed aggiunti in varj luoghi versi analoghi alle cose de' tempi in cui faceva que' pentimenti. Il più dilicato squarcio del poema, il commovente episodio di Francesca da Rimini, mostra i riguardi che Dante credeva dovuti a Guido da Pollenta, padre dell'infelice Francesca, e suo ultimo ospite e protettore[160]. Nel primo canto dal verso 101 al 111 trovasi una predizione relativa alla futura grandezza di Cane della Scala, che Dante non ha potuto scrivere prima del 1318, quando Cane fu nominato capo della lega ghibellina. Tutti i commentatori, niuno eccettuato, supposero che si cominci a scrivere un poema dal primo verso, e si prosegua fino all'ultimo senza mai tornare a dietro; lo che essendo vero, ci obbligherebbe a conchiudere che Dante incominciò il suo poema tre soli anni prima di morire, quando non aveva più tutto il vigore della robusta virilità per idearne il vasto piano, quando la sua mente non era più riscaldata dagli insegnamenti di Brunetto Latini, morto del 1294, nè più era incoraggiato ad intraprendere quell'immenso lavoro dal suo amico Guido Cavalcanti, morto avanti l'esilio di Dante l'anno 1302[161].

Una particolarità riferita da molti autori coetanei appoggia il racconto del Boccaccio intorno all'avere Dante abbozzati i primi sette canti del poema avanti d'essere esiliato. Egli sapeva che la copia lasciata a Firenze non era solamente stata veduta da Dino Frescobaldi e da Dino Compagni, che gliela rimandarono, ma inoltre da molte altre persone, alle quali fece del 1304 nascere il pensiere d'una festa affatto strana. Solevasi d'ordinario festeggiare in Firenze il primo giorno di maggio. «In fra le altre cose gli abitanti di san Priano mandarono un bando per la terra, che chi volesse sapere novelle dell'altro mondo, dovesse essere il dì di Calende di maggio in sul ponte alla Carraja e d'intorno all'Arno; e ordinarono in Arno sopra barche e navicelle palchi, e fecionvi la somiglianza e figura dello 'nferno con fuochi ed altre pene e martorj con uomini contraffatti a demonia, orribili a vedere, ed altri, i quali avevano figura d'anime ignude, e mettevangli in quelli diversi tormenti con grandissime gride e strida e tempeste, la quale parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere, e per lo nuovo giuoco vi trassono a vedere molti cittadini; e il ponte pieno e calcato di gente, essendo allora di legname, cadde per lo peso con la gente che v'era suso; onde molta gente vi morìo e annegò in Arno, e molti se ne guastarono la persona, sì che il giuoco da beffe tornò a vero com'era ito il bando, che molti per morte n'andarono a sapere novelle dell'altro mondo[162].» I due storici che raccontano quest'orribile festa, non nominano Dante, ma non può chiamarsi in dubbio che la lettura de' primi canti del suo poema speditigli da Fiorenza appunto in quest'epoca, non abbiano suggerito il pensiero di rappresentare ciò ch'egli aveva così bene dipinto all'immaginazione, ma che non doveva mai presentarsi ai sensi.

Non v'ha dubbio che la ricorrenza del giubileo non consigliasse a Dante di scegliere l'anno 1300 per il misterioso suo viaggio, sia che scrivesse il poema prima o dopo tale epoca. Un propizio istante per visitare il vasto impero dei morti era quel punto che divideva un secolo dall'altro e gli uomini di due generazioni: oltre che in tale festa secolare eravi qualche cosa che colpiva l'immaginazione, e la forzava a rivolgersi al passato. Bonifacio VIII, appoggiandosi a pretese tradizioni, accordò un'indulgenza plenaria per tutti i peccati a coloro che, essendo confessati, visiterebbero quindici giorni di seguito le chiese di san Pietro e san Paolo in Roma. I soli Romani, perchè non avevano il disagio del pellegrinaggio, dovevano visitarle trenta volte di seguito. Tutti i venerdì e tutte le feste esponevasi all'adorazione de' fedeli il sudario di Cristo, raccolto da santa Veronica. Sebbene Bonifacio, come abbiamo già osservato, ispirasse poco rispetto al mondo cristiano, non si lasciò per questo da tutti i fedeli di essere nel pieno convincimento dell'efficacia delle indulgenze ch'egli accordava; e da ogni parte della Cristianità, gli uomini d'ogni rango, s'affollavano a Roma per partecipare a queste grazie spirituali. Giovanni Villani, che fu uno de' pellegrini, assicura che durante tutto l'anno trovaronsi costantemente a Roma duecento mila forastieri, che giugnevano, visitavano e ripartivano per lasciar luogo ad altri[163]. Questa moltitudine di forastieri che univansi in un sol luogo da tutte le parti del mondo, che si premevano, si urtavano, per disporsi a presentarsi avanti al supremo giudice, viene vivamente rappresentata da quella sempre nuova gente, che Dante vedeva affollarsi per passare l'Acheronte.

«Ed avanti che sien di là discese,

Anche di qua nuova schiera s'aduna[164]

È pure incerta l'epoca in cui si pubblicò la Divina Commedia. Abbiamo veduto che Dante vi fece nuove addizioni l'anno 1318, e che forse continuò a farne fino all'epoca della sua morte. Prima del ritrovamento della stampa, l'epoca in cui un'opera diventava di pubblico diritto non era segnata come al presente, e le opere di Dante erano, non v'ha dubbio, conosciute da moltissimi prima che le avesse rivedute per l'ultima volta. Racconta Franco Sacchetti che il popolo cantava in Firenze i versi della Divina Commedia prima dell'esilio del poeta, il quale non potea frenare la sua collera contro un maniscalco o un asinajo che gli sfigurava cantando[165].

A fronte della severità de' Fiorentini verso Dante e dell'ingiusta loro sentenza, dopo la di lui morte, la pubblicazione del suo poema lo sollevò al posto che meritava di occupare. Ovunque si prese a glossarlo; ed i suoi proprj figliuoli, Pietro e Giacomo, furono i primi ad arricchirlo di note. Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano, adunò del 1350 i sei più dotti uomini di tutta l'Italia, due teologi, due filosofi e due antiquarj fiorentini, affinchè scrivessero un commentario sulla Divina Commedia[166]. A Firenze del 1373 si fondò una cattedra per commentare Dante, ed il Boccaccio fu il primo professore di questa nuova scienza; come Benvenuto da Imola fu il primo che la professasse nell'altra cattedra istituita in Bologna. I Fiorentini chiesero più volte, e sempre invano, le ceneri di Dante ai successori di Guido da Pollenta; coniarono medaglie in suo onore, e coronarono solennemente d'alloro la sua statua nel Battistero.

Dante raccolse nel suo poema così svariate cognizioni, che basterebbe egli solo a provare i progressi che a' suoi tempi avevano fatto le scienze e la filosofia; ma non pochi altri tennero la stessa strada: e sebbene tra questi e Dante si ravvisi la differenza che sempre distingue il genio dai talenti, non è peraltro che non provino anche questi quanto l'amore dello studio e l'ambizione della gloria delle lettere fosse allora universale; e che se Dante s'innalzò al di sopra del suo secolo, fu perchè s'innalzò sopra l'umana natura.

Da questo numero non isceglieremo che Guido Cavalcanti, poeta ad un tempo, filosofo e capo di partito. Boccaccio lasciò di lui scritto in una novella[167]: «Egli fu un de' migliori loici che avesse il mondo, ed ottimo filosofo naturale, leggiadrissimo e costumato e parlante uomo molto; ed ogni cosa che far volle ed a gentile uom pertinente, seppe meglio che altro uom fare; e con questo era ricchissimo, ed a chiedere a lingua sapeva onorare, cui nell'animo gli capeva che il valesse. Ma Guido alcuna volta specolando, molto astratto dagli uomini diveniva. E perciò che egli alquanto tenea della opinione degli Epicurei, si diceva tra la gente volgare, che queste sue speculazioni eran solo in cercare, se trovare si potesse, che Iddio non fosse.» Le poesie di Guido, la sola delle sue letterarie fatiche a noi pervenuta, non appoggiano quest'accusa d'ateismo; ma n'era stato incolpato anche suo padre, e lo stesso Dante lo credette, poichè, malgrado la sua stretta domestichezza con Guido, pose Cavalcante Cavalcanti nell'inferno tra gli eretici epicurei a lato a Farinata degli Uberti, col quale parlando vede comparire il Cavalcanti:

«Allor surse alla vista scoperchiata

Un'ombra lungo questa infino al mento:

Credo che s'era inginocchion levata.

«D'intorno mi guardò, come talento

Avesse di veder s'altri era meco:

Ma poi che 'l suspicar fu tutto spento,

«Piangendo disse: Se per questo cieco

Carcere vai per altezza d'ingegno,

Mio figlio ov'è, e perchè non è teco?

«Ed io a lui: Da me stesso non vegno:

Colui che attende là, per qui mi mena,

Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.

«Le sue parole, e 'l modo della pena

M'avevan di costui già letto il nome:

Però fu la risposta così piena.

«Di subito drizzato, gridò: Come

Dicesti, egli ebbe? non viv'egli ancora?

Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome?

«Quando s'accorse d'alcuna dimora

Ch'io faceva dinanzi alla risposta,

Supin ricadde e più non parve fuora.

............

«Allor, come di mia colpa compunto,

Diss'io, ora direte a quel caduto

Che 'l suo nato è co' vivi ancor congiunto[168]

Dobbiamo per ultimo parlare degli storici del tredicesimo secolo, e di coloro che testimonj degli ultimi anni di questo periodo, comechè abbiano scritto nel quattordicesimo, devono risguardarsi come contemporanei. Niun altro paese del mondo ne produsse quanti l'Italia, ove difficilmente si troverà una città che non abbia il suo storico: ed alcune, come Fiorenza, Padova, ec. possono contarne quattro, cinque ed anche più: perciò dopo il regno di Federico II la storia prende un altro carattere; una profonda conoscenza dei fatti, una perfetta verità nei particolari, una ingenuità piena di grazia, un movimento che proviene dai più veri sentimenti, sono i caratteri di molti storici di quest'epoca: e questi tratti sono quelli che ne rendono aggradevole la lettura, quando ancora non si prenda veruno interesse ai fatti riferiti. Quanto diverse sono queste storie da quelle nojose cronache delle quali abbiamo dovuto valerci nel cominciamento del nostro lavoro, tra le quali ci sforzammo invano di trovare a grandi distanze qualche movimento di vita in mezzo alla più monotona aridità.

Le annotazioni, con cui abbiamo costantemente giustificate le nostre asserzioni, hanno dovuto far conoscere al lettore i nomi e le opere degli storici italiani di quest'epoca, onde diventerebbe inutile una nojosa enumerazione de' medesimi[169]. Ci limiteremo adunque a richiamare l'attenzione del lettore sopra uno o due di coloro che stabilirono la lingua della loro patria, e di coloro che, sempre impiegando la lingua dotta, si avvicinarono i primi all'eleganza ed alla purità de' classici latini che prendevano ad imitare.

Assai diverso è il merito di queste due classi di storici; l'ingenuità e la grazia appartiene esclusivamente ai primi, mentre gli altri, a fronte del maggiore studio e della più ricercata dottrina, non vanno esenti dalla affettazione e della pedanteria. Perciò sempre interessa la lettura del Villani; mentre Ferreto di Vicenza ed Albertino Mussato, malgrado l'amara satira del primo e l'eloquenza del secondo, riescono spesse volte nojosi e pesanti.

La lingua italiana, che Dante aveva fatto conoscere propria alla più sublime poesia, fu in pari tempo adoperata da Ricordano Malaspina, Giovanni Villani, Dino Compagni e dall'anonimo pistojese per iscrivere in dignitoso stile una corretta ed elegante prosa; di modo che anche al presente viene citata l'autorità grammaticale di questi scrittori che fa testo di lingua. Giovanni Villani, di tutti il più celebre, scrisse in dodici libri l'istoria patria dalla sua origine fino al 1348 in cui morì. Per farlo meglio conoscere abbiamo distesamente riportati alcuni suoi passi. Non è ben noto l'anno in cui nacque, ma del 1300, epoca del giubileo, doveva essere già adulto; ed oltre il viaggio di Roma fatto in quell'anno, racconta egli stesso i suoi viaggi fatti in Francia e ne' Paesi Bassi del 1302 e 1304[170], onde potè circostanziatamente raccontare le rivoluzioni di quegli stati, e le guerre di Filippo il bello col conte di Fiandra. Fu due volte priore nel 1316 e 1320; sostenne altre onorifiche magistrature ed importanti ambasciarie per la sua patria; militò nella guerra contro Castruccio; e nello stesso tempo, esercitando la mercatura, venne ruinato dal fallimento della famiglia Bonacorsi, e nella sua vecchiaja (1345) imprigionato per debiti[171]. Una vita così agitata somministrò a Giovanni nuove opportunità per istudiare gli uomini e per descriverli esattamente. Gli storici della Grecia avevano ancor essi corse tutte le carriere pubbliche e private; e sotto diversi rapporti il Villani può paragonarsi ad Erodoto.

Si fa carico al Villani d'avere, senza mai citarlo, copiati lunghi articoli della storia di Ricordano Malespini, che giugne fino al 1280, epoca della morte di Ricordano: ed è verissimo che Villani l'andò qua e là copiando parola per parola, come nello stesso modo fu copiata la storia del Villani da Marchione di Coppo Stefani, il quale, dopo avere adottata l'opera del suo predecessore, la protrasse fino al 1385, epoca della sua morte[172]. Questo doppio plagio non risguardavasi allora come un furto letterario; ogni autore facendo una cronaca manoscritta per uso della propria famiglia o degli amici, occupavasi della autenticità de' fatti, che, rispetto ai tempi antichi, non poteva riferire che dietro l'altrui testimonianza, e non del merito che la propria scrittura poteva procacciargli presso al pubblico. Noi siamo sempre troppo facili a scordarci che l'invenzione della stampa mutò totalmente gli obblighi degli autori e le relazioni loro coi leggitori.

Nelle altre province d'Italia non erasi ancora adottato il dialetto fiorentino come lingua universale[173]; onde troviamo avere alcuni storici del XIII e XIV secolo adoperato nelle loro storie il dialetto del proprio paese, forse allora creduto elegante come il toscano, comechè al presente non venga usato che nel conversar famigliare. Un anonimo pisano, contemporanea del conte Ugolino e di Guido di Montefeltro, ci lasciò alcuni curiosi frammenti dell'istoria della sua patria, scritti in un dialetto pisano, che non è ora adoperato in verun luogo[174]. Matteo Spinelli di Giovenazzo, gentiluomo pugliese, il più antico di tutti gli scrittori volgari, fece uso ne' suoi giornali, che vanno dal 1250 al 1268, dell'idioma napoletano, quale press'a poco parlasi ancora al presente[175]. Egualmente lo storico di Cola di Rianzo scrisse verso la metà del quattordicesimo secolo il suo giornale in lingua romanesca, che s'avvicina assai più all'odierno dialetto napoletano che al moderno della plebe di Roma[176].

La barbarie dei dialetti che si parlavano nel rimanente dell'Italia, ed il rimprovero d'affettazione che sarebbesi dato ad un Lombardo o ad un Siciliano che avesse scritto nel dialetto fiorentino, costrinsero quasi tutti gli altri storici del tredicesimo secolo a fare uso della lingua latina. Ma mentre molti, non conoscendone altro migliore, si valevano del barbaro stile de' notari, alcuni distinti personaggi, ch'eransi interamente dedicati allo studio delle lettere, fecero risorgere, quasi in tutta la sua purità, la lingua degli oratori e de' poeti romani. Questi esclusero affatto dalle loro scritture i vocaboli tedeschi ed italiani adottati specialmente per le cose forensi, e si assoggettarono alla regola, che spesso degenerò in affettazione, di non adoperare espressioni che usate non fossero dagli scrittori del secolo d'Augusto. Devonsi ricordare come capi di questi ristoratori della lingua latina Giovanni da Cermenate, notajo milanese, Albertino Mussato di Padova e Ferreto di Vicenza[177]. L'eleganza del loro stile e le loro poesie storiche gli ottennero in quel secolo molta gloria. Oggi non saprebbesi ammirare questa sorta di scritture in una lingua morta, ove non incontrasi quasi mai il fuoco dell'originalità e l'impulso del genio, ma per lo contrario il solo penoso travaglio della imitazione. Nondimeno non devesi dimenticare che dobbiamo agli sforzi di questi letterati ed al pubblico entusiasmo per le loro opere, lo sviluppo del genio del Petrarca e del Boccaccio, ed in appresso, per le cure di questi due sommi uomini, il rinnovamento dell'antica letteratura. Senza di loro oggi non saremmo forse possessori dell'eredità degli antichi.