CAPITOLO XXVI.

Stato della Lombardia. — Affari della Chiesa; traslazione della santa sede in Avignone. — Assedio di Pistoja. — Condanna dell'ordine dei Templari.

1300 = 1308.

Ci siamo lungamente trattenuti quasi soltanto intorno alla Toscana. Quella somma importanza che gli storici fiorentini seppero dare ai loro racconti, il carattere veramente notabile de' loro compatriotti, e per più secoli la sempre crescente influenza della loro repubblica sulla politica del mondo incivilito, collocano Firenze sul davanti del quadro in ogni storia dei popoli d'Italia. Per la stessa ragione non si può scrivere la storia della Grecia senza farne centro la repubblica d'Atene e senza cercare le relazioni di tanti stati indipendenti con quella illustre città, in cambio di tener dietro alle particolarità delle interne loro rivoluzioni.

Però ne' primi anni del quattordicesimo secolo, la Lombardia e tutte le province d'Italia, poste al settentrione degli Appennini, furono agitate da rivoluzioni così grandi che tutta a sè richiamano la nostra attenzione. Ma quell'attenzione non ci conduce sgraziatamente a farci conoscere le particolarità che potrebbero sole darci una soddisfacente idea della più complicata storia del mondo. Quando si fissa la prima volta lo sguardo su questo tratto di storia, si rimane colpiti da quella medesima confusione che presenta un formicajo scompigliato: tutti gl'individui vedonsi animati da un rapido e continuo movimento; ignote passioni li fanno agire; s'incalzano, si attraversano, si sorpassano, si combattono; in modo che l'occhio non può tener loro dietro, nè distinguere gli uni dagli altri.

Ma la storia parziale, la storia circostanziata d'ogni città d'Italia, attribuisce dei nomi a tutti questi personaggi; ci palesa i segreti d'ogni carattere ed i particolari motivi che li fanno agire; sviluppa generose passioni, profondi pensieri, sublimi progetti, in cadauno di que' gruppi, di cui avevamo al primo colpo d'occhio così bassamente giudicato. Quanto più gli andiamo osservando, ci è forza persuaderci che in politica non può ammettersi grandezza relativa; e che tutte le volte che si disputa intorno alla libertà ed alla sovranità, o sia d'un villaggio, o dell'impero del mondo, gl'interessi sono sempre i medesimi, cioè i più grandi e più nobili di cui sia capace il cuor dell'uomo; i talenti sono i medesimi, e lo studio dell'uomo egualmente compiuto. Questa universale agitazione, questa vivacità delle passioni, quest'importanza d'ogni individuo, resero la storia d'Italia una inesauribile sorgente d'istruzione per gli eruditi. Non trovasi città che non abbia almeno tre o quattro storici, e spesso anche più; e ciascheduno storico diventa più interessante in ragione della maggior quantità di fatti minutamente circostanziati che racconta. La sola collezione degli scrittori italiani, dopo la caduta dell'impero di Occidente fino a tutto il secolo quindicesimo, comprende quelli di sessantotto città o province: si fecero a questa collezione molti supplimenti, senza però comprendervi le storie assai più voluminose de' tre ultimi secoli. La bibliografia storica del solo stato pontificio racchiude in un grosso tomo in quarto i nomi soltanto de' particolari storici di settantuna città tuttavia esistenti nello stato della Chiesa, e di sedici città, distrutte[178]. Alcuni secoli di continuata applicazione appena basterebbero per leggerli tutti.

Ciò che accresce la confusione rispetto alla Lombardia, si è che in sul cominciare del quattordicesimo secolo la maggior parte delle città erano governate da un signore o tiranno; giacchè gl'Italiani, in sull'esempio de' Greci, adoperavano questi due nomi come sinonimi; che nello stesso tempo un altro signore, cacciato dal soglio, tramava, nel paese del suo esilio, congiure contro la patria; l'uno e l'altro collegandosi a vicenda al partito de' nobili o della plebe, ai Guelfi o ai Ghibellini: dimodochè ogni principato presentava una perpetua scena di disordini e di rivoluzioni.

Impediva a questi stati il godimento di quel riposo che d'ordinario si ottiene da un governo monarchico, il non essere tale forma di governo guarentita da veruna legge, nè accreditata dalla pubblica opinione. Il capo dello stato altro ancora non era in faccia al popolo che il depositario d'un potere a lui confidato dal popolo medesimo; s'egli ne abusava, non veniva appoggiato da verun sistema d'ubbidienza passiva che potesse liberarlo dal rimprovero d'usurpatore e di tiranno; verun diritto ereditario era riconosciuto o supposto nella famiglia regnante. Pare che lo stabilimento dell'opinione di tale diritto non avrebbe dovuto incontrare troppe difficoltà in un paese, ove tante prerogative erano ereditarie, ove la nobiltà, anche a dispetto delle leggi, conservava tanta influenza, ove l'ereditaria trasmissione dei feudi avvezzava i vassalli all'ubbidienza. Era desiderabile che quest'opinione sì stabilisse; giacchè quando un popolo ha per sempre perduta ogni speranza di libertà, il riposo d'una regolare monarchia è forse il solo bene di cui possa godere. Ma i piccoli monarchi d'ogni città opponevansi essi medesimi alla opinione che il loro podere fosse ereditario, perchè questo diritto d'eredità avrebbe potuto ritorcersi contro di loro. Quelli che erano succeduti ad una repubblica, avevano abbassati nobili più antichi e più illustri di loro; quelli ch'erano succeduti ad altri signori, non avevano tenuto conto del diritto de' loro predecessori, perchè avevano interesse di negarlo. Dichiaravansi adunque mandatarj del popolo; non prendevano il comando di una città, sebbene conquistata coll'armi, senza farsi solennemente accordare dagli anziani o dalla assemblea del popolo, secondo che gli uni o gli altri erano più docili, il titolo ed i poteri di signore generale, per uno, per cinque anni, o a vita, e con un determinato soldo che doveva levarsi dalle entrate del comune. In tal maniera l'arcivescovo Ottone Visconti, che governava Milano, agevolò a suo nipote Matteo la strada della sovranità. L'anno 1287 lo fece dal popolo milanese nominare capitano per un anno; del 1290 gli fece confermare la stessa dignità dalle città di Novara e di Vercelli; e del 1294, dopo avere per lui ottenuto da Adolfo di Nassau, re de' Romani, il titolo di vicario imperiale in Lombardia, ottenne dal popolo un'autorizzazione per accettare questo titolo[179]. In conseguenza di tali precauzioni quando morì l'arcivescovo in età d'ottantott'anni, del 1295, suo nipote Matteo trovossi già investito del potere e non dovette superare veruna difficoltà per succedergli. Un signore affatto nuovo doveva avere maggior cura di farsi rivestire dallo stesso popolo dell'autorità principesca. Perciò, l'anno 1290, Alberto Scotto si fece nominare dall'assemblea del popolo di Piacenza capitano e signore di quella città[180]: così Giberto di Correggio, essendo entrato in Parma l'anno 1303 in qualità di pacificatore coi Cremonesi, dopo aver fatta nascere una sedizione e fatto gridare per le strade da' suoi partigiani, viva il signor Giberto, si diede pensiero di far adunare lo stesso giorno il grande consiglio, perchè lo proclamasse signore, difensore e protettore della città e popolo di Parma. Ricevette l'investitura della nuova dignità per mezzo della consegnazione dello stendardo di Maria Vergine e di quello del carroccio, facendo tutto raffermare all'indomani[181] dal consiglio generale.

Se tanto rispetto per la sovranità del popolo avesse potuto essere accompagnato da un eguale rispetto per la sua libertà, non v'ha dubbio che la Lombardia avrebbe trovata la sua felicità nella mescolanza di un governo monarchico colle forme repubblicane. Le magistrature popolari, i consigli, le assemblee nazionali che ancora esistevano, avrebbero bastato per temperare l'autorità monarchica, se i nuovi signori non si fossero data premura di avvilire questi corpi. D'altra parte il principe sarebbe stato mantenuto dalla guarenzia nazionale; egli avrebbe chiamato in suo favore le leggi; e la sua forza costituzionale sarebbe stata protetta da un popolo felice e libero. Ma di rado accade che gli usurpatori contemplino un così lontano avvenire; ogni ombra di resistenza divien loro odiosa, onde si affrettano di atterrare qualunque potere che ponga limiti alla loro autorità, sebbene sappiano che lo stesso potere si armerebbe per difenderli contro i loro nemici. I signori di Lombardia governavano dispoticamente, e perciò l'esistenza loro era breve come quella dei despoti. I parenti o gli amici erano i primi a cospirare contro di loro; i nemici gli attaccavano apertamente, e talvolta il popolo gli abbassava con quella stessa rapidità con cui gli aveva innalzati.

Nell'ultima metà del tredicesimo secolo il Piemonte era stato testimonio di due rivoluzioni che avevano precipitati due sovrani dall'apice della grandezza nella più miserabile delle umane condizioni. Bonifacio conte di Savoja, cui il Guichenon[182] dà pure i titoli di duca dello Sciabalese e d'Aosta, di signore di Bugey e della Tarentesia, di marchese di Susa e d'Italia, e di principe del Piemonte, non era, a dir vero, sovrano di tutti i paesi de' quali il suo storico gli dà con soverchia liberalità i titoli; ma univa alla Savoja ed ai vasti possedimenti al di là delle Alpi la signoria di Torino e di altre città del Piemonte. Però gli abitanti di Torino, stanchi del suo governo, cacciarono improvvisamente fuori di città i suoi ufficiali e gli dichiararono la guerra. Bonifacio, che allora trovavasi in Savoja, attraversò le Alpi, l'anno 1262, ed avanzatosi fino a Rivoli, per sottomettere i ribelli, venne colà sorpreso e fatto prigioniere dal repubblicani poc'anzi suoi sudditi; i quali lo custodirono incatenato fino alla morte, che lo tolse a tanta sventura l'anno susseguente, senza che gli sforzi de' suoi amici e della potente sua casa gli ottenessero la libertà.

Il marchese di Monferrato portava un nome forse ancora più illustre di quello de' conti di Savoja: l'origine dell'una e dell'altra casa è ugualmente nascosa nelle tenebre: ma le grandi imprese de' marchesi di Monferrato in Terra santa ed a Costantinopoli, il possedimento del regno di Tessalonica, loro accordato quando fu diviso l'Impero d'Oriente, e il fresco parentado di Jolanda, figliuola del marchese Guglielmo con l'imperatore Andronico Paleologo, aveva sollevato il marchese al rango de' più ragguardevoli principi italiani. Oltre i feudi, ch'egli possedeva per diritto ereditario, era, l'anno 1290, capitano e signore generale di Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Alba ed Ivrea. Bramava di avere sotto di sè anche la città di Asti, la più bellicosa, la più ricca e commerciante repubblica del Piemonte. D'altra parte i Visconti, signori di Milano, adombrati dalla crescente sua potenza, favorivano sotto mano la città di Asti. Ma questa, non si accontentando del loro ajuto, cercò alleati fra gli stessi sudditi del marchese Guglielmo, ed offrì agli Alessandrini, che mostravansi omai stanchi del dominio del marchese, trentacinque mila fiorini se volevano discacciarlo e collegarsi con loro. Guglielmo, avvisato di queste pratiche, corse verso Alessandria; e, sebbene la città tumultuasse, osò d'entrarvi con debole accompagnamento, o perchè molto si ripromettesse della sua presenza, o perchè alcuni traditori gli avessero promesso l'ajuto d'un partito che poi rivolsero contro di lui. Guglielmo appena giunto avanti al palazzo del comune fu imprigionato; indi chiuso in una gabbia di ferro ed esposto al pubblico quale bestia feroce. Visse miseramente diciotto mesi in questa gabbia, nella quale morì di dolore l'anno 1292[183].

Una terza catastrofe doveva tra poco far maravigliare la Lombardia, dando una novella prova dell'instabilità del potere de' signori; fu questa la caduta della casa Visconti. Matteo, che n'era il capo, aveva approfittato della morte del marchese Guglielmo e dell'estrema gioventù di suo figliuolo Giovanni, per estendere la sua signoria sul Monferrato. Aveva colle armi sforzati i popoli a dargli il titolo di capitano generale della provincia nella città di Casal Sant'Evasio, che n'era la capitale: aveva in appresso obbligato il giovane marchese a ratificare l'usurpato potere con un trattato, in forza del quale ponevasi per cinque anni sotto la tutela del nemico della sua famiglia[184].

Matteo Visconti erasi intanto rinforzato con tali parentadi, che ben dovevano assicurargli una lunga prosperità: perciocchè nel 1298 aveva data sua figliuola in isposa ad Alboino della Scala, figliuolo d'Alberto, signore di Verona, uno dei più potenti capi del partito ghibellino; e nel 1300 ottenne per consorte di Galeazzo suo figliuolo una figlia del marchese Azzo d'Este, vedova di Nino di Gallura, capo de' Guelfi pisani. Questa principessa era stata promessa ad Alberto Scotto, signore di Piacenza; ma Matteo, che voleva ad ogni costo imparentarsi colla casa d'Este, signora a quell'epoca di Ferrara, Modena e Reggio, suppiantò il signore di Piacenza, e contrasse una stretta unione coi più potenti capi di parte guelfa in Lombardia[185].

Lo Scotto non dimenticò tanta ingiuria; e, se vi frappose qualche indugio, no 'l fece che per ottenerne più strepitosa vendetta. Egli formò contro i Visconti una lega de' signori che governavano in Lombardia le città di secondo ordine. Il primo a prendervi parte fu Filippone, conte di Langusco, che già da alcuni anni erasi reso padrone di Pavia, cacciandone un altro tiranno, Manfredo Beccaria e la sua fazione. Anche Filippone quasi in egual modo dello Scotto era stato ingiuriato dai Visconti. Matteo aveva promessa sua figlia al figlio di Filippone; ma reso orgoglioso da più elevato parentado, gli aveva mancato di parola del 1302 dando alla figliuola un altro marito. Alberto Scotto trasse in seguito nella sua lega Antonio Fisiraga, tiranno di Lodi, Corrado Rusca, tiranno di Como, Venturino Benzone, tiranno di Crema, la famiglia Cavalcabò, che aveva somma influenza in Cremona, quella de' Brusati che dominava in Novara, e l'altra degli Avvocati che aveva la stessa preponderanza in Vercelli. Per ultimo si unì alla lega il marchese Giovanni di Monferrato, che il Visconti aveva spogliato de' suoi stati.

I confederati adunarono la loro armata nella Ghiara d'Adda; e quelli della Torre, esiliati da Milano già da 25 anni, si affrettarono di unirsi alla lega, siccome altri molti nobili milanesi, segreti nemici di Matteo, il quale ne fece imprigionare molti altri sospetti di voler passare al campo nemico. Tra gli ultimi non risparmiò Matteo il proprio zio Pietro Visconti; indi uscì di Milano alla testa di una parte delle sue truppe, avendo lasciato in città il figliuolo Galeazzo con due mila uomini per contenere i Milanesi, che invece di secondarlo andavano gridando libertà[186].

La ribellione non tardò a scoppiare in campagna; onde il Visconti circondato di nemici, e non vedendo giugnere i soccorsi che aveva domandati al marchese d'Este, accettò la mediazione di alcuni ambasciatori veneziani e si fece a trattare co' suoi nemici. Durissime erano le condizioni che gli venivano offerte: tutti gli esiliati dovevano essere richiamati; e Matteo, rinunciando al supremo potere, doveva rientrare nella classe de' semplici cittadini. Matteo le accettò, e licenziata l'armata ritirossi nel suo castello di San Colombano. Prima che a Milano si avesse notizia di questa trattato, Galeazzo suo figliuolo era stato dal popolo ammutinato cacciato fuori dalle mura, e il ristabilimento della repubblica e della libertà proclamato. Con un decreto del popolo tutti i Torriani venivano richiamati in patria, e poco dopo con altro decreto esiliati tutti i Visconti.

Questa rivoluzione rinfrescò nell'alta Lombardia le fazioni guelfa e ghibellina che quasi eransi dimenticate. I Visconti risguardavansi come Ghibellini, Guelfi i Torriani; ma sì gli uni che gli altri in tempo della loro signoria non eransi nelle loro alleanze lasciati dirigere dallo spirito del rispettivo partito. Alberto Scotto per dare maggiore consistenza al nuovo governo ed alla propria autorità, si diede a vedere zelante partigiano de' Guelfi, proponendo una lega tra le città che lo avevano assistito contro i Visconti. In conseguenza di che i deputati di quelle città si unirono in luglio a Piacenza, ove si pubblicò l'alleanza tra Milano, Piacenza, Pavia, Bergamo, Lodi, Asti, Novara, Vercelli, Crema, Como, Cremona, Alessandria e Bologna. Alberto Scotto venne proclamato capo della lega; e nello stesso tempo, come pacificatore della Lombardia fu autorizzato a persuadere a tutte le città il richiamo de' loro fuorusciti, adoperando al bisogno anche la forza[187].

Ma la potenza d'Alberto non ebbe lunga durata, avendo la stessa lega, che fu sua opera, volte contro di lui le sue armi; perchè lo spirito di partito, ch'egli aveva ravvivato, era troppo violento per piegarsi a voglia sua come richiedeva la sua politica. I Guelfi s'adombrarono, vedendo che Alberto accoglieva ed accarezzava gli emigrati di ogni fazione. Perciò del 1303 lo costrinsero colle città d'Alessandria e di Tortona a lasciare la loro alleanza. Allora Alberto offrì ajuto ai Visconti per rientrare in Milano, di dove gli aveva egli stesso scacciati; ma quelle forze che avevano potuto ruinarli, non bastarono a rimetterli nel perduto stato. Per altro s'unì ai Visconti, ai signori di Mantova e di Verona, e per ultimo a Giberto da Correggio, che si era fatto allora nominare signore e difensore di Parma.

Del 1304 le truppe della lega guelfa vennero ad attaccare Alberto in Piacenza; e perchè questa città, ch'egli governava già da quattordici anni, era insofferente di più lunga signoria, si ribellò. I cittadini di Cremona e di Lodi, che non volevano esporre al saccheggio una città vicina e da lungo tempo loro alleata, si ritirarono, lasciando che Alberto combattesse come poteva contro i suoi sudditi. Tutta l'armata guelfa seguì l'esempio de' Cremonesi: ma per lo contrario Giberto da Correggio, ch'era venuto da Parma con due mila soldati in ajuto dello Scotto, entrò in città come mediatore, e consigliò l'amico a ritirarsi al più presto che potesse co' suoi figliuoli, onde sottrarsi alla furia degli ammutinati. Non era appena Alberto uscito di città, che l'amico tentò di farsi proclamare in suo luogo dai soldati che lo circondavano, signore di Piacenza. Ma il popolo, che non aveva scacciato un tiranno per darsene subito un altro, prese le armi, e ripetendo il grido degli Italiani liberi, popolo, popolo! forzò Giberto a ritirarsi all'istante coi suoi cavalieri, senza aver potuto cogliere il frutto del tradimento meditato contro il suo alleato[188].

(1306) Anche le città di Modena e di Reggio ricuperarono due anni dopo la libertà. Nel 1289 Modena erasi data al marchese Obizzo d'Este, e del 1293 passò per diritto ereditario in dominio d'Azzo VIII suo figliuolo. Il 26 gennajo del 1306 il popolo prese le armi e cacciò fuori delle porte il podestà del marchese, sebbene avesse sotto i suoi ordini una guarnigione di settecento cavalli e di mille fanti; richiamò tutti i fuorusciti e ristabilì il governo popolare, manifestando la sua gioja per la ricuperata libertà con feste continue, alle quali i cittadini intervenivano ornati di cinture d'oro e di ghirlande di fiori[189]. All'indomani il popolo di Reggio, diretto dai gentiluomini ghibellini, prese egualmente le armi contro le truppe del marchese, e le costrinse ad uscire di città[190]. Dopo questa rivoluzione non rimaneva alla casa d'Este che la sola città di Ferrara, la quale le fu tolta due anni dopo, quando morì Azzo VIII, come tornerà in acconcio di parlarne nel susseguente capitolo.

Tante rivoluzioni, eseguitesi in nome dei due partiti guelfo e ghibellino, potrebbero facilmente farci credere che recenti motivi di discordia avessero inasprite queste fazioni, e che l'imperatore ed il papa, pei di cui interessi pretendevano di combattere, avessero fatte nuove pratiche per mettere loro le armi in mano. Niente di tutto questo; che anzi Alberto d'Austria, re dei Romani, non si curando punto delle cose d'Italia, era assai lontano dal dare ajuto ai Ghibellini, ed osservava con indifferenza questa bella contrada del suo impero desolata dall'anarchia. Da ciò l'imprecazione di Dante contro di lui:

«O Alberto Tedesco, che abbandoni

Costei che è fatta indomita e selvaggia,

E dovresti inforcar li suoi arcioni,

«Giusto giudizio dalle stelle caggia

Sovra 'l tuo sangue, e sia nuovo ed aperto,

Tal che il tuo successor temenza n'aggia.

«Che avete tu e 'l tuo padre sofferto,

Per cupidigia di costà distretti,

Che 'l giardin de lo imperio sia diserto»[191].

Dall'altro canto il papa, lungi dal fomentare la discordia tra le nemiche fazioni, pareva che avesse dimenticato che la guelfa gli era affatto ligia; onde impiegava i consigli, l'autorità e perfino i più severi castighi spirituali per riconciliarle.

Nel 1303, dopo la morte di Bonifacio VIII, i suffragi de' cardinali eransi uniti in favore di Niccola, cardinale d'Ostia, oriondo di Trevigi. Le virtù ed i talenti lo avevano per gradi, da ignobile e povero stato, sollevato alla dignità di cardinale[192]. Egli prese il nome di Benedetto XI quando, soltanto quattro giorni dopo la morte di Bonifacio, fu proclamato papa (14 ottobre). A tale epoca non contavansi che diciotto cardinali, il più accreditato de' quali era Matteo Rosso degli Orsini, quello che aveva tenuto fino alla morte papa Bonifacio in una specie di prigione. Quattro cardinali suoi parenti gli davano in collegio la più grande influenza; ma pare che Matteo Rosso non cercasse di farsi nominare papa; ed è anzi probabile che cercasse di assoggettare la chiesa ad un governo aristocratico, privando il capo di tutta la sua autorità. Di fatti Benedetto XI non poteva sottomettere alla giustizia i cardinali ed i magnati potenti, che, circondati di satelliti, conquassavano la città di Roma colle loro passioni e non soffrivano il giogo delle leggi. I Colonna, sebbene ancora proscritti, erano tornati in città con un corpo di gente armata; altri non meno delinquenti signori non avevano paura del pontefice; il quale isolato in mezzo ad una procellosa corte, non aveva, per essere poveramente nato, nè parenti, nè naturali alleati che lo circondassero e fossero depositari del suo segreto. Vedevasi perciò sferzato a tollerare o dissimulare uno scandalo e dei delitti che il suo cuore detestava[193].

Benedetto dovette soggiacere a tale tirannide fino al cessare dell'inverno; ma avvicinandosi il caldo della state, del 1304, fece conoscere la sua intenzione di soggiornare in Assisi finchè durasse il cattivo aere di Roma. I cardinali si opposero risolutamente a tale viaggio, ed il papa avrebbe dovuto dimetterne il pensiero, se per qualche segreto motivo non prendeva a favorirlo Matteo Rosso degli Orsini. Col di lui favore uscì ben tosto di Roma, e passando per Viterbo e per Orvieto giunse a Perugia, ove fu ricevuto quale padre de' fedeli, e non più come il servitore de' cardinali. Colà prese con mano più sicura le redini della chiesa; e cercò di riconciliare i Bianchi ed i Neri di Firenze, ordinando al governo di quella repubblica di chiamare dall'esilio Vieri de' Cerchi: ma vedendo tornar vane le sue inchieste, fulminò la scomunica contro Firenze.

Si diceva che Benedetto per liberarsi dalla tirannia de' cardinali e de' grandi signori di Roma avesse risolto di portare la sede pontificia in Lombardia. Mentre doveva incessantemente occuparsi della propria sicurezza, mentre doveva far uso di tutta la sua autorità per ristabilire la pace ne' paesi in cui pensava di soggiornare stabilmente, non osava il papa di provocare l'inimicizia del più potente sovrano d'Europa, di un uomo che aveva di già mostrato di tenere per legittimi tutti i mezzi che potevano nuocere ai suoi nemici. Perciò Benedetto fece molte pratiche per riconciliarsi con Filippo il bello, e lo assolse co' suoi sudditi e ministri dalla scomunica in cui erano incorsi per avere sostenuti quelli che andavano a Roma, o vi mandavano danaro. È pure probabile che fossero colla stessa bolla assolti tutti coloro che avevano presa parte alla sacrilega prigionia di papa Bonifacio, tranne il solo Guglielmo di Nogareto[194].

Intanto Benedetto ondeggiava irresoluto tra la politica ed i doveri della sua carica: troppo grave era l'ingiuria sostenuta da Bonifacio e di troppo pericoloso esempio, perchè i suoi successori la lasciassero affatto impunita. Se Benedetto avesse ottenuta una perfetta indipendenza, non avrebbe ommesso di chiedere ragione a Filippo della sua sacrilega condotta. Manifestò pure scopertamente questa sua volontà in una nuova bolla datata in Perugia il 7 di giugno. «Abbiamo, egli dice, differita finora per giusti motivi la punizione dell'esecrabile delitto che alcuni scellerati commisero contro la persona del nostro predecessore, Bonifacio VIII di felice ricordanza. Ma non possiamo più oltre differire a levarci, o piuttosto Dio stesso deve levarsi con noi per castigare i suoi nemici, e scacciarli dal suo cospetto.» — Benedetto annovera ad uno ad uno coloro che aveva egli stesso veduto prender parte a tanta iniquità, fra i quali Guglielmo di Nogareto e quattordici gentiluomini, quasi tutti italiani: e dopo aver dipinto il loro misfatto co' più vivi colori, soggiugne: «Avendo dunque osservate le forme di diritto, dichiariamo che tutti coloro che abbiamo nominati e tutti gli altri che parteciparono allo stesso delitto, tutti quelli che colla propria persona concorsero agli attentati commessi in Anagni contro Bonifacio, e tutti quelli che diedero, per commetterli, soccorsi, consigli, favore, sono incorsi nella sentenza di scomunica pronunciata dai sacri canoni. Col consiglio de' nostri fratelli ed in presenza di tanta moltitudine di fedeli, li citiamo perentoriamente a presentarsi in persona avanti di noi prima della festa dei ss. Apostoli Pietro e Paolo, per udire la giusta sentenza che coll'ajuto del Signore noi pronunceremo sui notorj attentati di cui abbiamo parlato»[195].

Filippo il bello poteva ritenersi colpito da questa nuova bolla di scomunica, e non tardò ad accorgersi che il papa cominciava a credersi indipendente; onde concepì forse allora l'ardito disegno, che poi eseguì in tempo del primo interregno, di assoggettarsi interamente la corte pontificia: e l'odioso carattere di questo principe che Dante chiamò la peste della Francia, rende verosimile ogni delitto. Secondo Ferreto di Vicenza, storico contemporaneo[196], avvertito Filippo che il papa stava contro di lui preparando formidabili bolle, valendosi dell'opera di Napoleone, cardinale degli Orsini, e di Giovanni le Moine, cardinale francese, sedusse col danaro due scudieri del papa, i quali posero del veleno ne' fichi fiori che presentarono al padrone. Il pontefice sostenne otto giorni i tormenti del veleno che gli mangiava le viscere, e morì il 4 di luglio del 1304. Giovan Villani accusa di questo delitto i soli cardinali: e Francesco Pipino e Dino Compagni, altri coetanei, confermando le circostanze del veleno, non ardiscono nominare alcuna persona[197]. Il Raynaldo, nell'atto di dar principio alla scandalosa istoria de' papi francesi di Avignone, par che tema ad ogni istante di compromettersi, e sopprime quest'accusa di veleno, per lo meno abbastanza autentica per essere da lui confutata.

Morto Benedetto XI, i cardinali, in numero di venticinque, adunatisi in Perugia, si chiusero in conclave; ma quando vollero passare all'elezione del papa, si divisero in due fazioni, dirette da due capi, ambedue della casa Orsini. Matteo Rosso Orsino, che aspirava egli stesso alla tiara, aveva nel suo partito il cardinale francese Caietano, nipote di Bonifacio VIII, e tutti quelli ch'erano attaccati a quel papa, alla sua famiglia ed all'antico partito guelfo. Napoleone degli Orsini, capo dell'altra fazione, era appoggiato dal cardinale Niccola d'Acquasparta di Prato e da tutti coloro ch'erano affezionati ai Colonna, al re di Francia, al Ghibellini. Dopo sei mesi di replicate inutili prove, i cardinali si persuasero che niuno dei due capi di parte e niuno dei membri del sacro collegio riunirebbe giammai i due terzi dei suffragi necessarj all'elezione.

(1305) Intanto i Perugini, intolleranti di tanto ritardo, cominciavano a minacciare i cardinali ed a minorare le razioni dei viveri. Bisognava finalmente uscirne in un modo o nell'altro, onde il cardinale di Prato propose al cardinale Caietano, capo della contraria fazione, un espediente che pareva conciliare i diritti di tutti, ed affrettare in pari tempo l'elezione. Da che si tentò finora invano d'unire i suffragi in favore di un Italiano, si provi, disse, a nominare un oltramontano: e acciocchè le due parti abbiano un'eguale parte in questa nomina, propongo che un partito presenti tre prelati, e che l'altro entro quattro giorni debba scegliere tra i proposti, oltre di che lasciò al cardinale Caietano ed alla sua fazione quella delle due funzioni che più le aggrada. La proposizione essendo accettata ed approvata da tutti i cardinali, se ne stese un atto che fu sottoscritto da tutti, ed il partito antifrancese scelse di presentare i tre prelati, credendosi in tal modo sicuro di avere un papa a modo suo, qualunque fosse l'eletto. Per essere più certo delle future loro disposizioni, presentò tre prelati notoriamente nemici del re Filippo, ponendo pel primo Bertrando di Gotte, arcivescovo di Bordeaux, che aveva gravi motivi di dolersi di Filippo e di Carlo di Valois suo fratello. Erano francesi anche gli altri due prelati.

Appena fu questa scelta comunicata al partito ghibellino, che il cardinale di Prato spedì un corriere a Filippo per informarlo della convenzione fatta tra i cardinali, e per consigliarlo a scegliere Bertrando di Gotte dopo essersene assicurato. Filippo, quand'ebbe ricevuto quest'avviso a Parigi l'undecimo giorno, partì subito per la Guascogna, invitando il prelato ad un abboccamento in una abbazia posta in mezzo ad una foresta presso a san Giovanni d'Angely, ove recaronsi ambedue con poco seguito: «udita insieme la messa, e giurata in su l'altare credenza, lo re parlamentò con lui con belle parole per riconciliarlo con messer Carlo di Valois; e poi sì gli disse: Vedi, arcivescovo, io ho in mia mano di poterti fare papa, s'io voglio, e però sono venuto a te, perchè se tu mi prometti di farmi sei grazie, ch'io ti domanderò, io ti farò questo onore; e acciò che tu sia certo ch'io ne ho il podere trasse fuori e gli mostrò le lettere e le commissioni dell'uno collegio e dell'altro. Il Guascone convidoso della dignità papale, veggendo così di subito, come nel re era al tutta il poterlo fare papa, quasi stupefatto d'allegrezza, li si gittò ai piedi e disse: Signore mio, ora conosco che m'ami più che uomo che sia e vuommi rendere bene per male; tu hai a comandare, e io ad ubbidire, e sempre sarò così disposto. Lo re lo rilevò suso, e baciollo in bocca, e poi li disse: Le sei speziali grazie che io voglio da te sono queste. La prima che tu mi riconcilj perfettamente colla chiesa, e facciami perdonare il misfatto ch'io commisi per la presura di papa Bonifazio. La seconda di ricomunicare me e miei seguaci. La terza che mi concedi tutte le decime per cinque anni del mio reame per ajuto alle spese fatte alla guera di Fiandra. La quarta che tu mi prometti di disfare e annullare la memoria di papa Bonifazio. La quinta che tu renda l'onore del cardinalato a messer Jacopoli e messer Piero della Colonna, e rimetterali in istato, e facci con loro insieme certi miei amici cardinali. La sesta grazia e promessa mi riserbo a luogo e a tempo, ch'è secreta e grande. L'arcivescovo promise tutto per saramento in sul Corpus Domini, e oltre a ciò li diede per istadichi il fratello e due suoi nipoti; e lo re promise e giurò a lui di farlo eleggere papa.»

Tutta questa negoziazione era stata condotta col più profondo segreto, ed i cardinali Matteo Rosso e Caietano non sospettarono pure che il re di Francia conoscesse la loro convenzione. Trentacinque giorni dopo la partenza del suo corriere, il cardinale di Prato ricevette la risposta di Filippo e l'ordine di eleggere l'arcivescovo di Bordeaux. Dopo aver comunicato il riscontro al suo partito, fece prevenire l'altro d'essere disposto a pronunciare. In una generale assemblea furono notificate con nuovi giuramenti le precedenti convenzioni; indi il cardinale di Prato recitò un sermone sopra un passo della scrittura, ed in virtù dell'autorità conferitagli elesse papa messere Bertrando di Gotte, arcivescovo di Bordeaux. Allora fu secondo l'usanza intuonato il Tedeum, e con eguale allegrezza da ambo le parti, perchè ognuno credeva d'avere un papa tutto suo. Quest'elezione si pubblicò il 5 giugno del 1305 dopo un interregno di dieci mesi e ventotto giorni[198].

O sia perchè Bertrando, che prese il nome di Clemente V, volesse far pompa della sua nuova dignità in su gli occhi de' suoi compatriotti, o che la maniera con cui i cardinali avevano trattati i due ultimi suoi predecessori gli facesse paura, o finalmente che il re Filippo si opponesse al suo viaggio, invece di recarsi a Roma, a seconda dell'invariabile costumanza della chiesa, invece di venire a dirigere la sua greggia, a prendere le redini del governo de' suoi stati, il papa sorprese tutta la Cristianità coll'ordinare ai cardinali di raggiugnerlo a Lione per la sua incoronazione, fissata nel giorno di san Martino del 1305. I cardinali furono malgrado loro costretti di ubbidire: il re di Francia, Carlo di Valois ed i principali baroni al di là delle Alpi, assistettero alla cerimonia della consecrazione; ed il 17 dicembre Clemente creò dodici nuovi cardinali, cioè Giacomo e Pietro Colonna deposti da Bonifacio, e dieci Francesi o Guasconi, tutte creature di Filippo il bello[199].

La vergognosa condotta tenuta da Clemente e la vile sua ubbidienza a tutti i capricci della corte di Francia provarono abbastanza a quali scandalose condizioni aveva acquistata la tiara. Dopo avere introdotte nel sacro collegio tante creature di Filippo, rivocò tutte le censure fulminate contro di lui, de' suoi ministri e complici, annullò tutte le costituzioni di Bonifacio che potevano dargli qualche ombra; accordò al re Filippo la decima sul clero, e ne accordò delle altre al conte di Fiandra, affinchè con tale mezzo potesse pagare un tributo ai Francesi, autorizzò Filippo a prendere in nome della religione tutti gli Ebrei del suo regno il giorno della festa di santa Maria Maddalena, a confiscare tutti i loro beni ed a bandirli; finalmente prodigò bolle, prediche, indulgenze per formare una nuova crociata, la quale sotto la condotta di Carlo di Valois doveva conquistare l'impero di Costantinopoli, allora occupato da Andronico, figlio di Michele Paleologo: e la più importante ragione, allegata contro questo sventurato principe, era quella di non essere egli abbastanza forte per resistere alle armi turche, onde la sua disfatta aprirebbe l'Europa ai Musulmani[200].

Quale più vergognoso motivo poteva addursi per attaccare Andronico? e se il papa era veramente intenzionato d'opporre una diga ai barbari, la sua politica non era meno falsa che ingiusta; poichè fulminando nuovi anatemi contro Andronico, il suo clero e la sua nazione[201], accresceva sempre più l'animosità che da molto tempo divideva i Greci dai Latini, e riduceva i primi a preferire il giogo musulmano a quello de' cattolici persecutori. Onde è chiaro che il papa non aveva altro oggetto che quello di soddisfare alla cupidigia ed all'ambizione dei principi della casa di Francia, di quel medesimo Valois che era stato suo mortale nemico: e purchè facesse cosa grata al re, egli non calcolava i funesti effetti della sua politica sul bene della Cristianità.

È per altro vero che la debole e sospettosa amministrazione d'Andronico esponeva tutta l'Europa alle maggiori calamità. La nazione, e forse in questo secolo il clero, in nome della nazione europea, avrebbe per avventura avuto il diritto di deporre questo principe imbecille; ma soltanto per sostituirgli un principe che, godendo l'amore e la confidenza de' suoi popoli, potesse fermare gli spaventosi progressi dei Turchi.

Il vecchio Andronico era succeduto a suo padre Michele Paleologo l'undici dicembre del 1282[202]: aveva mostrate alcune virtù private, che facilmente si trovano nel più debole sovrano; di quelle virtù che l'adulazione degli storici conserva alla posterità, coprendo i vizi che sempre le accompagnano in un carattere pusillanime. Egli non cominciò ad avere relazioni coll'Italia che in principio del XIV secolo. Prima d'allora, perduto tra gl'intrighi della sua corte e del suo clero, aveva distrutta con imprudente economia la flotta allestita da suo padre con enorme dispendio per difendersi dal re di Napoli[203]. Suo fratello, Costantino Porfirogeneta, che aveva eccitata la sua diffidenza, era stato imprigionato con tutti i suoi amici. Egli introdusse nell'impero gli Alani, che per sottrarsi al giogo dei Tartari avevano domandato un asilo nelle province dell'Asia, ma che riuscivano più dannosi a quelle province de' Turchi medesimi contro de' quali dovevano combattere[204]. Finalmente, dopo avere provocati questi ultimi, opponeva loro una così debole resistenza, che invadendo essi tutte le province dell'Asia, le avevano divise in pascialaggi, e cacciati i Greci oltre l'Ellesponto[205].

Tali furono gli avvenimenti de' primi vent'anni del regno d'Andronico il vecchio, quando del 1302 fattasi la pace tra i re di Napoli e di Sicilia, questi licenziò le veterane milizie che pel corso di venti anni avevano così valorosamente difesa la Sicilia contro i Francesi. Que' soldati collettizj di differenti paesi non avevano campi nè focolari che li chiamassero; ed accostumati a vivere insieme nella licenza, e talvolta di ladroneccio, temevano il ritorno dell'ordine e della tranquillità che la pace delle due Sicilie procurava all'Italia meridionale. Lo stesso spirito avventuriere de' soldati animava ancora i loro capitani; onde invece di disperdersi in differenti paesi, prendendo servigio, pensarono di tenersi uniti e di porre tutta l'intera armata al servigio del primo sovrano che volesse adoperarla[206]. In tale maniera ebbero cominciamento le compagnie propriamente dette di ventura. I capi di quest'intrapresa erano Ruggero de Fior, vice ammiraglio di Sicilia, Berengario di Entença, Ferdinando Ximenes de Arenos e Berengario di Rocafort, tutti personaggi assai distinti[207]. Il primo, sebbene nato a Brindes, era originario tedesco; era stato Templario, ed aveva rinunciato, si disse, a questa vocazione, dopo la presa di san Giovanni d'Acri, per dedicarsi interamente alle armi, o per dir meglio alla pirateria[208]. Gli altri erano ricos hombres Arragonesi o Catalani.

I generali della compagnia di ventura offrirono i loro servigi ad Andronico, per ricuperare le province dell'Asia occupate dai Turchi, e furono accettati a braccia aperte. Andronico decorò Ruggero della dignità di gran duca, e gli diede per moglie la propria nipote. Sotto la condotta di questi capi passarono in Grecia circa otto mila uomini catalani ed arragonesi detti Almogavari[209]. Con tal nome indicavasi la fanteria spagnuola per lo più composta di Mori e di Cristiani. Questi soldati si acquartierarono a Cizica, ove vissero colle spoglie de' Greci ch'eransi incaricati di difendere. I diritti della guerra non esercitaronsi giammai con maggior barbarie in una città nemica[210]. Questa vita da assassino pareva tanto dolce agli Almogavari, che non volevano a niun patto lasciarla per andare contro ai nemici. A stento per altro si ridussero in primavera del 1305 a marciare contro i Turchi che avevano assediata Filadelfia. L'armata turca comandata da Ali Syras fu disfatta ad Aulax, mortalmente ferito il generale, e la potenza greca precariamente ristabilita al di là del Bosforo. Ma la licenza de' Catalani faceva ai Greci egualmente temere le vittorie e le disfatte. Andronico, che anche in Tessaglia era stato attaccato dai Bulgari, desiderava dividere la grande compagnia, onde avere il doppio vantaggio di renderla meno potente, e di opporre valorosi soldati ai due più temuti nemici. Invitò quindi Ruggero ad unire parte delle sue truppe a Michele Paleologo suo figliuolo. Ruggero, dietro tale domanda, passò il Bosforo, non con alcune truppe, ma con tutta la sua armata, e prese i quartieri d'inverno e si fortificò a Gallipoli[211].

(1307) Tale era lo stato dell'Oriente quando Clemente V volle far rivivere i diritti di Carlo di Valois, sposo di Caterina di Fiandra, alla successione dell'impero de' Latini. Prima scrisse all'arcivescovo di Ravenna ed ai vescovi di Romagna, a quelli della Marca d'Ancona e dello stato di Venezia, come pure ai più vicini prelati della Grecia, perchè predicassero la crociata contro i Greci[212]. Proibì sotto pena della scomunica ad ogni principe cristiano l'alleanza con il Paleologo[213]; e fece ogni sforzo perchè prendesse parte in questa sacra guerra Federico di Sicilia. Voleva Federico, se gli fosse stato possibile, conservare qualche autorità sull'armata catalana che lo aveva servito tanto tempo prima di passare in Grecia; e perciò aveva mandato presso ai capi di quest'armata, già divisa dalle fazioni, l'infante Ferdinando di Majorica, suo cugino germano, per riunirla sotto i suoi ordini: di modo che se questo trattato riusciva, il re di Sicilia era quello de' principi latini che poteva più facilmente comandare alla Grecia. Per ultimo il papa scrisse pure ai Veneziani ed a' Genovesi per ridurli a secondare colle loro flotte l'impresa di Carlo di Valois[214].

Ma le due repubbliche non erano altrimenti disposte a far causa comune, intraprendendo per conto de' Francesi la conquista dell'Oriente. Pel corso di sette anni si erano battute con accanimento per l'esclusivo dominio dei mari. A questa guerra, cominciata dal 1293, aveva dato motivo una battaglia accidentale nel mare di Cipro tra quattro galere veneziane e sette navi mercantili dei Genovesi. L'odio nazionale e l'estrema gelosia dei due popoli aveano chiusa la via ad ogni accomodamento per un affare, cui i loro governi non avevano avuto parte, e ne' cinque susseguenti anni sforzaronsi di opprimersi vicendevolmente con formidabili apparecchi[215]. Nel 1295 i Genovesi posero in mare cento sessanta galere, ognuna montata da duecento venti uomini, tutti abitanti di Genova o delle due Riviere. Questa formidabile flotta rientrò in porto senza avere incontrato il nemico, dopo averlo inutilmente cercato nei mari della Sicilia. Nel susseguente anno le due flotte nemiche si cercarono di nuovo senza trovarsi; ma sessantacinque galere veneziane, comandate da Ruggero Morosini, vennero ad attaccare i Genovesi abitanti a Galata in faccia a Costantinopoli, i quali, non avendo bastanti forze per difendersi, si ritirarono tutti coi loro effetti nella capitale dell'impero greco, mentre i Veneziani incendiavano le loro case[216].

I Genovesi, protetti in questa circostanza da Andronico, strinsero sempre più l'alleanza che da molti anni gli univa ai Greci; mentre i Veneziani dichiararonsi apertamente nemici dell'impero. Ma la potenza di questi soffrì un terribile crollo l'anno 1298 per la battaglia di Corzola, o Corcira la nera, che terminò la guerra. L'ammiraglio genovese Lamba Doria erasi avanzato fino a quest'isola, posta in fondo dell'Adriatico, per incontrare Andrea Dandolo, il quale con una flotta di novantacinque galere non ricusò la battaglia. Fu questa lunga e sanguinosa; ma la vittoria si decise a favore dei Genovesi benchè alquanto più deboli di forze, tostochè quindici navi, staccate dall'ammiraglio Doria per avere il vento in poppa, attaccarono di fianco la flotta veneziana tutta impegnata col rimanente della squadra nemica. La disfatta fu così compiuta, che si salvarono appena dodici galere, avendone i Genovesi abbruciate sessantasei e condotte diciotto a Genova con sette mila prigionieri, tra i quali trovavasi l'ammiraglio Andrea Dandolo[217]. Dopo così terribile battaglia, le due nazioni, quasi egualmente snervate dalla vittoria e dalla sconfitta, acconsentirono a fare la pace, che fu segnata l'anno 1299 colla mediazione di Matteo Visconti, e restituiti i prigionieri da ambo le parti. Lo stesso anno fu pure conchiusa la pace tra i Genovesi ed i Pisani in conseguenza della quale avevano, dopo sedici anni di prigionia, ricuperata la libertà gli sventurati superstiti della disfatta di Meloria.

Siccome la pace non aveva spente le animosità de' Genovesi e de' Veneziani, doveva prevedersi che nella guerra di Oriente avrebbero abbracciato opposti partiti; e così appunto accadde. Il 19 dicembre del 1306 i Veneziani convennero con Carlo di Valois di equipaggiare una flotta che partirebbe da Brindisi in maggio del 1308, e porterebbe un'armata capace di ricuperare l'impero di Costantinopoli; promettendo inoltre di mantenere fino a quell'epoca dodici galere armate nei mari della Grecia per proteggere i partigiani dell'impero latino[218]. Intanto i Genovesi si univano con più stretti vincoli al Paleologo; lo avvisarono de' trattati che si andavano maneggiando dai Francesi e da Federigo di Sicilia coi Catalani, e lo persuadevano a mettersi in istato di difesa contro quella truppa mercenaria.

Per la morte di Caterina, sposa di Carlo di Valois, che gli dava un diritto all'impero, e fors'anco per l'esaurimento del suo tesoro, così vasti progetti di conquista andarono a vuoto. Ma sebbene il principe francese rinunciasse alla spedizione, e mancasse di parola ai Veneziani, non per ciò le due repubbliche lasciarono di prendere una parte assai viva in questa contesa; i Genovesi come alleati dei Greci, ed i Veneziani quali alleati de' Catalani, la di cui grossa compagnia di ventura, divenuta sospetta all'imperatore ed esosa ai sudditi, trovavasi con loro in aperta guerra. Ruggero de Fior venne assassinato dagli Alani che seguivano il figlio dell'imperatore, e Berengario di Entença cadde in mano de' Genovesi in un fatto d'armi presso Reggio di Calabria: onde la grande compagnia, privata da' suoi due capi, si assoggettò ad altri due da lei nominati; e formando una specie di regolare governo con un consiglio di reggenza, s'intitolò armata dei Franchi in Tracia ed in Macedonia[219]. Questa formidabile armata, collegatasi coi Turchi, saccheggiò tutte le province dell'impero greco, e dopo una serie di curiosi avvenimenti passò del 1311 nel ducato di Atene, che in allora apparteneva a Gualtieri di Brienne; ed essendosi inimicata col duca, lo sfidò a generale battaglia, nella quale fu ucciso con circa settecento cavalieri francesi, i discendenti degli antichi conquistatori della Grecia. Atene, Tebe e tutto il ducato, caddero in potere dei Catalani, i quali fissarono il loro soggiorno in quella provincia[220], in tempo che il figlio dell'ultimo duca francese, chiamato Gualtieri di Brienne come il padre, passava in Italia, ove lo vedremo in appresso diventare tiranno di Firenze; così per lo contrario, alquanto più tardi, un Fiorentino prese possesso del ducato d'Atene.

Mentre in Ispagna, in Francia e fino in Grecia, Clemente V dava sicure prove della sua vile dipendenza da Filippo il bello, e della sua parzialità, la condotta da lui costantemente tenuta rispetto alle città toscane fu quella di pacificatore al tutto straniero alle fazioni guelfa e ghibellina, e più portato a favorire i Bianchi che i Neri, pel solo motivo che quelli erano esiliati e perseguitati. Per farli ripatriare Clemente fece, benchè inutilmente, i più lodevoli sforzi. Non era egli fino dalla fanciullezza stato nodrito ne' pregiudizj di quelle antiche fazioni, nè ve lo attaccavano le sue parentele. Sebbene i reali di Francia siano stati gli alleati dei Guelfi, Filippo, in tempo delle sue contese con Bonifacio, erasi unito ai Colonna ed al cardinal di Prato, che erano Ghibellini; e l'ultimo, cui Clemente V andava in particolar modo debitore della sua elezione, aveva sotto il pontificato di Benedetto XI avuta particolare cagione di essere scontento dei Neri che governavano Firenze. È d'uopo ripigliare questa parte della storia toscana, che abbiamo dovuto lasciare imperfetta per non rompere il filo degli altri avvenimenti.

Abbiamo detto che Benedetto XI desiderava di riconciliare i Bianchi ed i Neri, e che per tale motivo aveva mandato in Toscana il cardinale di Prato. Entrò questi in Firenze il 10 maggio del 1303, e dopo avere adunati tutti i cittadini nella piazza di san Giovanni, diede loro parte della pacifica missione di cui era incaricato e dell'autorità che il papa gli aveva data; poi chiese ai Fiorentini di rimettersi confidentemente alla sua mediazione. Il popolo cominciava ad essere mal soddisfatto del nuovo governo, e vedeva il pericolo dipendente da una discordia che guastava tutta la repubblica ed aveva omai ruinata la metà de' suoi cittadini; di modo che in un parlamento acconsenti di dare al cardinale piena balìa per riformare la repubblica; non accordandogli soltanto i poteri necessarj per conchiudere parziali paci tra le famiglie nemiche, ma in oltre il diritto di nominare il gonfaloniere, i priori e tutti i magistrati fino al primo di maggio del 1304: la quale balìa fu in seguito prorogata per un altro anno. Il cardinale approfittò dell'affidatagli autorità per rappacificare, durante la sua dimora in Firenze, molte delle più potenti famiglie: rese più forte l'influenza del popolo sul governo, rinnovando i gonfalonieri delle compagnie; e di consenso de' nuovi priori ammise in città i deputati dei Bianchi per trattare col partito dominante. Trovavasi fra i primi Petracco dell'Ancisa padre del poeta Petrarca[221].

Ma la cacciata de' Bianchi da Firenze aveva accresciuto a dismisura il credito dell'antica nobiltà guelfa, la quale vedeva di mal occhio i tentativi del cardinale per abbassarla di nuovo. Cercò quindi con fina avvedutezza d'indisporre contro di lui il popolo, e di preparare segreti ostacoli alla pace generale ch'egli meditava. Questa fazione falsificò una volta il suggello del cardinale, e spedì da sua parte ordine ai Bianchi ed ai Ghibellini di Bologna di venire in suo soccorso. L'avvicinamento di quest'armata eccitò l'indignazione del popolo in maniera, che il cardinale protestò invano di non aver avuto parte a tale chiamata ed invano ordinò ai Bolognesi di ritirarsi: la confidenza che si era con tanta fatica acquistata presso il popolo, fu in un istante perduta per sempre.

I capi dei Neri domandarono in appresso al cardinale di occuparsi della pace di Pistoja prima di terminare quella di Firenze. La parte Bianca dominante a Pistoja, dicevano essi, doveva accordare ai Neri le medesime vantaggiose condizioni, che i Neri dominanti a Firenze sono disposti di accordare ai Bianchi fuorusciti. Il cardinale, recandosi a Pistoja, passò per Prato, che, sebbene fosse la patria de' suoi maggiori, egli non aveva ancora veduta; ed il rispettoso e distinto accoglimento che gli fece quel popolo, accrebbe la gelosia dei Neri. I Guazalotti, capi di questo partito in Prato, ne fecero amara vendetta al suo ritorno da Pistoja, ove nulla aveva potuto ottenere. Gli fecero chiudere in faccia le porte della città e ne proscrissero i parenti ed i loro partigiani, che dovettero salvarsi colla fuga. Il cardinale irritato scomunicò la città di Prato ed accordò le indulgenze della crociata a coloro che prenderebbero le armi contro la sua patria. Rientrato in Firenze, non tardò ad accorgersi che l'accadutogli a Pistoja e Prato aveva distrutta in modo la sua riputazione, che, in occasione di una sommossa, la famiglia de' Quaratesi, vicina al palazzo da lui abitato, fece tirare contro la sua persona. Allora il cardinale volgendosi al popolo che lo circondava, gridò: «poichè voi volete essere in guerra e maledetti, ricusando di ascoltare il messaggiere del vicario di Dio; poichè non volete nè riposo nè pace, rimanetevi adunque colla maledizione di Dio e della santa Chiesa.» Partì il giorno 4 giugno del 1304, lasciando la città scomunicata, e Benedetto XI confermò a Perugia questa scomunica.

In Firenze tenne dietro alla partenza del cardinale una sedizione: mentre coloro che l'avevano forzato a ritirarsi, battevansi contro quelli che volevano la pace, un prete, chiamato ser Neri Abbati, appiccò il fuoco alle case dei Bianchi in due diversi luoghi della città. Questi, occupati trovandosi nella zuffa, non poterono fermare l'incendio, il quale, stendendosi rapidamente verso il centro della città, distrusse mille settecento case ne' quartieri occupati dai magazzini dei mercanti, cagionando un'immensa perdita a molte delle più ricche famiglie e specialmente ai Cavalcanti ed ai Gherardini, che furono al tutto ruinati[222].

In conseguenza della scomunica fulminata contro Firenze furono dal papa citati a Perugia dodici capi di parte nera con cento cinquanta cavalieri loro amici. Il cardinale di Prato scrisse allora ai Ghibellini ed ai Bianchi di Pisa, d'Arezzo, di Bologna e di Pistoja, essere questo il momento di sorprendere Firenze e di vendicarsi. Infatti i Bianchi si adunarono e s'avanzarono segretamente; ma gli emigrati fiorentini erano arrivati alla Lastra, due sole miglia sopra Firenze, coi Bolognesi, gli Aretini, ed i Romagnoli il 21 luglio 1304, in cambio del 23, ch'era il giorno destinato. Essi formavano un corpo di mille seicento cavalli e di nove mila uomini d'infanteria. Il conte Fazio doveva raggiugnerli da Pisa ed era già arrivato al castello di Marti con quattrocento cavalli; doveva arrivare da Pistoja Tolosato degli Uberti con trecento cavalli e molti pedoni, il quale prese la strada della montagna quand'ebbe avviso, che i suoi alleati erano giunti innanzi tempo presso a Firenze.

Baschiera dei Tosinghi, giovane emigrato fiorentino, comandava il primo corpo che arrivò alla Lastra. Molti messaggi ricevuti dai Bianchi di Firenze lo incoraggiavano ad avanzarsi senza aspettare le truppe di Pisa e di Pistoja, e ciò ch'era ancor peggio, senza aspettare la notte, che avrebbe calmato quel calore soffocante che opprimeva gli uomini ed i cavalli, ed inoltre avrebbe permesso agli amici di Firenze di recarsi al loro campo. I Bianchi entrarono senza trovare resistenza per la porta di san Gallo, che in allora non era che la porta di un sobborgo, ed arrivarono fino alla piazza di san Marco, ove si posero in ordine di battaglia colla spada alla mano, ma colla testa coronata d'ulivo e gridando pace! pace! Frattanto non essendo raggiunti dai Bianchi della città, spedirono un piccolo corpo per sorprendere la porta degli Spadai, ove provarono qualche resistenza. Di là la stessa divisione si avanzò verso il duomo, e si vide attaccata per le strade da que' medesimi che sarebbersi creduti pronti a secondare gli emigrati; sia perchè loro sembrasse l'impresa imprudente e mal condotta, oppure, come racconta il segretario fiorentino, perchè volevano bensì accordare la pace alle loro preghiere, ma non alle armi[223]. In questo frattempo, appiccatosi il fuoco ad alcune case vicine alla porta, i Bianchi ch'erano entrati in città, temettero di rimanere divisi dal corpo principale, e ripiegarono verso Baschiera sulla piazza di san Marco. I Bolognesi, rimasti alla Lastra senza fare alcun movimento, avuto avviso della loro ritirata e credendo rotta tutta l'armata ghibellina, ripresero subito la strada di Bologna. Invano Tolosato degli Uberti, che gl'incontrò, venendo co' suoi Pistojesi, tentò di ricondurli verso Firenze; essi vollero ad ogni modo abbandonare l'impresa. Intanto Baschiera sulla piazza di san Marco, più sostener non potendo l'eccessivo calore e la mancanza d'acqua, dovette dare il segno della partenza. Inseguito nella sua ritirata dai Fiorentini, perdette molta gente[224]: per tal modo la parte de' Bianchi che aveva quasi in pugno la vittoria, fu per una continuata serie d'errori compiutamente disfatta.

Fu precisamente all'epoca di quest'attacco disgraziato, che morì Benedetto XI. Mentre i cardinali erano chiusi in conclave per l'elezione del suo successore, credettero i Neri di poter dare compimento alle loro vendette senza timore di esserne impediti dall'arrivo di qualche nuovo paciere. I due governi di Firenze e di Lucca stabilirono perciò di occupare Pistoja, ov'eransi ritirati molti dei loro emigrati, ed ove dominava Tolosato degli Uberti, l'erede di quella famiglia in ogni tempo ghibellina, che aveva prodotto il magno Farinata. I Fiorentini differirono l'impresa di Pistoja al mese di maggio del 1305, e s'impegnarono a non abbandonarne le mura finchè la città non s'arrendesse. Fecero domandare un generale a Carlo II re di Napoli, il quale mandò loro Roberto di Calabria, suo figlio ed erede presuntivo, con trecento cavalieri aragonesi o catalani, ed un ragguardevole corpo di fanteria almogavara. Queste truppe spagnuole, non diverse da quelle passate in Grecia con Ruggeri di Flor, erano state licenziate da Federico di Sicilia, e prendevano soldo da tutte le potenze che volessero approfittare de' loro servigi.

Il duca di Calabria partì da Firenze il 22 maggio del 1305 alla testa delle milizie di quella repubblica, ed incontrò in vicinanza di Pistoja le truppe lucchesi. Le due armate si divisero i lavori dell'assedio ed alzarono ridotti di distanza in distanza mezzo miglio lontani dalle mura: dopo di che il duca fece bandire che accordava tre giorni di tempo per uscire di Pistoja a tutti coloro che non volessero essere considerati come nemici della Chiesa e del re di Sicilia; ma che dopo tale termine tutti coloro che rimarrebbero entro l'assediata città, verrebbero trattati di ribelli, e permesso a chicchessia sarebbe di ucciderli. Perchè i Pistojesi non avevano sufficiente provvisione di vittovaglie, approfittarono della concessione del duca di Calabria per far uscire dalla città molte bocche inutili[225].

Pistoja è posta in un piano; era cinta di mura in allora assai forti e di poco esteso giro, con larghe fosse piene di acqua che ne impedivano gli approcci; le porte erano gagliardamente fortificate, e varj ridotti sostenevano le mura, di modo che l'arte degli assedj, essendo di que' tempi ancora troppo imperfetta, gli assedianti non potevano lusingarsi di prendere la città per forza. Perciò i generali guelfi cercarono di affamarla, e fecero scavare dall'uno all'altro ridotto larghe fosse che guarnirono di palizzate; ondechè terminato questo lavoro più non fu possibile di vittovagliare la città. I Pistojesi per interrompere i lavori facevano frequenti sortite e combattevano valorosamente, ma erano talmente inferiori di numero, che venivano sempre respinti con perdita. Tali scaramuccie erano spesse volte seguite da atti crudelissimi, troppo odiosi perchè se ne debba conservare la memoria. Un violento odio di partito ed un infinito numero di vendette personali s'aggiungevano all'animosità nazionale.

I Pisani mandavano bensì alcuni soccorsi di danaro, ma non si trovavano abbastanza forti per rompere la loro tregua coi Fiorentini, ed avanzarsi con un'armata capace di far levare l'assedio; ed i Bolognesi, poco affezionati a Pistoja, non si davano pensiero di soccorrerla. Frattanto Tolosato degli Uberti ed Agnello Guglielmini, rettori della città assediata, incominciando a scarseggiare i viveri, fecero uscire di Pistoja i poveri, i fanciulli, le vedove, e quasi tutte le donne di bassa condizione. Orribile spettacolo per i cittadini era il veder condurre alle porte le loro spose, darle in mano de' nemici, e chiudere le porte dietro di loro. Quelle che non avevano tra gli assedianti parenti, conoscenti o uomini generosi che prendessero le loro difese, venivano esposte agli estremi insulti; quelle sopra tutto infelicissime erano che cadevano in mano agli emigrati neri di Pistoja![226]

(1306) Tosto che il cardinale di Prato giunse alla corte di Clemente V, lo richiese d'interporre i suoi buoni ufficj in favore degli assediati Pistojesi, tra i quali il cardinale aveva varj parenti; onde Clemente mandò ordine al duca Roberto ed ai Fiorentini di ritirarsi dall'assedio di Pistoja. Il duca ubbidì, ma i Fiorentini tennero fermo, e nominarono loro capitano Cante de' Gabrielli d'Agobbio, uomo senza pietà, quello stesso che aveva pronunciata sentenza di condanna contro Dante e contro i Bianchi esiliati da Firenze.

I governatori di Pistoja non lasciavano trapelare il segreto intorno allo stato delle vittovaglie, e continuavano a distribuire parchi, ma sufficienti viveri, onde mantenere i soldati abbastanza vigorosi per combattere. Avevano determinato, giunti che fossero alla fine delle loro provvisioni, di annunciarlo al popolo, e di fare in allora una sortita generale, nella quale o venderebbero ad altissimo prezzo le loro vite, o fors'anco colla forza che dà la disperazione, otterrebbero di rompere i nemici. Frattanto il papa, informato che i Fiorentini non avevano fatto verun conto de' suoi ordini, mandò, dietro le preghiere dei Pistojesi, il cardinale Napoleone degli Orsini in qualità di suo legato e di pacificatore della Toscana.

I Fiorentini, avutone sentore, cercarono di prevenirne l'arrivo; e sopra tutto volendo impedire che Bologna, dominata dai Bianchi, non si armasse in favore di Pistoja, mandarono ambasciatori, sotto pretesto di lagnarsi dell'assistenza che i Bolognesi davano ai loro nemici, ma in effetto per cercare di sollevare contro i Ghibellini, che avevano in mano il governo, il popolo che per antica abitudine era affezionato alla parte guelfa. Il cinque febbrajo riuscirono ad eccitare una prima sedizione che poi terminò con danno dei Guelfi; ma non perdettero coraggio. Si fece supporre al popolo che la città si fosse alleata coi Ghibellini di Lombardia, ed il popolo si riscaldò: il conte Tordino di Panico si pose alla sua testa, e, dopo un combattimento intorno al palazzo, furono esiliati tutti i Lambertazzi, atterrate le loro case, ed i Bianchi di Firenze, rifugiatisi in Bologna, costretti a cercarsi un altro asilo[227].

Il cardinale degli Orsini o trovavasi in Bologna quando scoppiò la rivoluzione, o vi giunse poco dopo, a stento si sottrasse agl'insulti della plebe ch'erasi accorta della sua predilezione per i Ghibellini e per i Bianchi, e dovette ritirarsi precipitosamente ad Imola. Ma il cardinale, partendo, scomunicò Bologna, la privò della sua università, e colla bolla che pubblicò, fece che tutti i professori e gli scolari l'abbandonassero per recarsi a Padova[228].

Nello stesso tempo i Fiorentini fecero entrare in Pistoja un monaco, incaricato d'offrire onorevoli condizioni agli assediati. Prometteva che la città rimarrebbe libera, che non sarebbero distrutte nè le mura nè le case, che le persone ed i beni sarebbero protetti, e che i castelli del territorio pistojese non ne sarebbero staccati. I Pistojesi non potevano protrarre le negoziazioni; i viveri erano terminati, e l'indomani era il giorno destinato per l'ultima sortita. Accettarono le offerte condizioni, e Pistoja venne ceduta alle armi fiorentine e lucchesi il 10 aprile del 1306 dopo un assedio di dieci mesi e mezzo[229].

Ma la convenuta capitolazione fu dai vincitori sfrontatamente violata, perciocchè i Fiorentini ed i Lucchesi si divisero tra di loro il territorio di Pistoja, e non lasciarono a questa città altro distretto fuorchè un miglio di raggio intorno alle sue mura; si riservarono l'elezione dei rettori, eleggendo alternativamente i due popoli, uno il podestà, l'altro il capitano del popolo; fecero colmare le fosse, demolire le mura, atterrare le torri dei Ghibellini, ed il tutto a spese del comune di Pistoja; finalmente ridussero alla disperazione gli sventurati Pistojesi, e fecero amaramente piangere sulla loro vittoria quegli stessi emigrati che avevano avuta la follia d'invocare le armi straniere per rientrare nella loro patria.

Vedendo il cardinale degli Orsini d'essere giunto troppo tardi per soccorrere Pistoja, pensò di vendicarla. A tale oggetto adunò in Arezzo, ov'erasi portato del 1307, mille settecento cavalli ed un ragguardevole corpo d'infanteria; ma egli non seppe approfittarne, nè distruggere l'armata fiorentina in un momento in cui, presa da timor panico, erasi da se medesima posta in fuga; di modo che avendo a poco a poco perduto il credito, fu costretto di abbandonare la Toscana. Lasciò nuovamente Firenze sotto l'interdetto, e rinnovò contro questa città la scomunica del cardinale di Prato; dopo di che tornò in Francia presso il papa, che allora trovavasi in grandissimo bisogno dell'assistenza di tutti i cardinali.

L'implacabile Filippo il bello perseguitava ancora la memoria di Bonifacio ch'egli aveva fatto morire disperato: voleva che il papa, con iscandalo gravissimo di tutta la cristianità, condannasse la memoria del suo predecessore; voleva che il pontefice l'ajutasse in pari tempo a far cadere tutte le sue vendette sopra un ordine di cavalieri religiosi, che, soli del clero francese, avevano anteposta l'autorità della chiesa a quella del re, ed avevano osato di rimanere dubbiosi se dovessero prestarsi alle sue volontà. Questi cavalieri avevano inoltre inasprito il monarca, manifestando il loro malcontento per le frequenti alterazioni e falsificazioni delle monete che ruinavano il popolo.

Clemente V non poteva accordare al re di Francia la prima domanda, non potendo condannare la memoria di Bonifacio per delitto d'eresia, nè far diseppellire le sue ossa per abbruciarle senza esasperare tutta la cristianità. Bonifacio erasi forse reso colpevole di molti delitti, ma la sua dottrina era sempre stata conforme a quella della Chiesa, facendone fede il sesto libro delle decretali da lui compilato. Inoltre un tale giudizio contro il capo della religione, quand'anche fosse giusto, era fatto per iscuotere la religione medesima: l'autorità di Clemente, dopo la condanna del suo predecessore, sarebbesi trovata in difetto nella sua sorgente medesima, perchè molti de' cardinali che lo avevano eletto, erano creature di Bonifacio: se questi era eretico, la loro nomina e l'elezione di Benedetto XI e di Clemente V erano nulle; e Clemente che cessava d'essere papa, più non aveva il diritto di condannare il suo predecessore. Tali furono le ragioni che il cardinale di Prato produsse innanzi al re, quando questi instava caldamente perchè il papa pronunciasse la sentenza, e che gli dichiarò ch'era la sesta delle sue promesse, quella di cui erasi riservato il segreto fino all'istante del suo compimento. Il cardinale, per accontentare Filippo, offrì di rimettere questo giudizio ad un concilio generale, il qual solo avea l'autorità di condannare il capo della chiesa[230].

Supponevasi che coloro che avevano ajutato Filippo nell'insulto fatto a Bonifacio, fossero quelli che instavano per abolirne la memoria. Clemente per appagarli, con una bolla delle calende di giugno del 1307, accordava piena ed intera assoluzione al re, al suo regno, ai suoi agenti, ed a tutti coloro che in qualunque modo potessero essere compresi nelle censure ecclesiastiche. Quest'assoluzione fu accordata a tutti senza condizione, tranne Guglielmo di Nogareto e Reginaldo Supino, ai quali il papa impose per penitenza una spedizione in Terra santa[231]. Nel susseguente anno pubblicò le lettere di convocazione del concilio ecumenico, che doveva adunarsi in Vienna del Delfinato il primo ottobre del 1310.

La proscrizione dell'ordine de' Templari, altra domanda di Filippo, pareva che non gli stasse meno a cuore che la condanna di Bonifacio; e Clemente V per una vile e crudele politica sacrificò un ordine che tanto onorava la cristianità, ed espose tanti illustri cavalieri ai più orribili supplizj, per salvare, non la memoria d'un morto, ma la sua propria autorità compromessa dalla procedura che gli si voleva forzatamente far intentare.

L'ordine de' Templari era stato fondato verso il 1128 da nove cavalieri francesi del numero di coloro che avevano accompagnato Goffredo Buglione[232]. Sebbene aperto a tutta la cristianità, il numero de' cavalieri francesi era maggiore di quello de' cavalieri di tutte le altre nazioni complessivamente presi; quasi tutti i grandi maestri erano stati francesi, ed in molte lingue erasi conservato ai cavalieri il loro nome francese, frères du temple φρεριοι τȣ τεμπλȣ[233], frieri del tempio senza tradurlo. Nel corso de' cento ottant'anni, che l'ordine aveva esistito, era stato un modello di cristiane e cavalleresche virtù; e nel formolario francese del ricevimento de' cavalieri, venivano avvisati dell'immenso sagrifizio che stavano per fare alla religione. «Voi non conoscete, gli si diceva, i rigorosi precetti dell'ordine; ed è cosa dura che voi che siete indipendente, vi facciate servo di altri. Rare volte vi accaderà di fare quello che voi volete; imperciocchè quando desiderate di essere al di quà del mare, sarete mandato al di là ec.» Dopo aver ricevuto dal candidato le promesse di ubbidienza, di castità, di fedeltà; dopo avere avuto sul di lui conto le più circostanziate informazioni, quello che presiedeva al capitolo doveva finalmente riceverlo e dirgli: «Noi vi ponghiamo a parte di tutti i beneficj della casa, vi promettiamo pane e legna, la povera vittovaglia della casa, e pene e fatiche assai[234].» Di fatti specialmente a quest'epoca l'ordine trovavasi in assai basso stato; imperciocchè cacciato dai Turchi da quella Terra santa che aveva valorosamente difesa il suo grande maestro, il venerabile Giacomo di Molay, erasi ritirato in Cipro col fiore de' Templari, ed in quell'isola stava preparando cogli ospitalieri di san Giovanni la conquista dell'isola di Rodi, che poi gli ospitalieri eseguirono soli.

Tali erano gli uomini che improvvisamente la mattina del 13 ottobre 1307 furono imprigionati in ogni angolo della Francia[235]; mentre che Giacomo di Molay, chiamato d'Oriente dal re, era venuto con piena confidenza a porsi in mano de' suoi carnefici. Sopra la deposizione di due malvagi, del priore di Montfaucon condannato per le sue dissolutezze a perpetuo carcere, e di Noffo Dei fiorentino, appiccato in appresso per altri delitti, furono accusati delle più ignominiose ad un tempo e più assurde scelleratezze[236]. Si pretendeva che rinnegassero la religione per la quale combattevano, che autorizzassero la più scandalosa e stomachevole dissolutezza; furono citati alcuni fatti che la storia non può più ricordare, ma che sono smentiti da se medesimi, e tutti questi generosi cavalieri vennero esposti ad orribili torture; loro si prometteva intero perdono ed anche quello dell'ordine, se confessavano le imputazioni che gli si facevano e moltiplicavansi i tormenti fino a cagionar loro la morte se si ostinavano a negarle. Molti cavalieri, vinti dal dolore, confessarono tutto quanto venne loro richiesto; ma quando vollero ritrattarsi, dopo essere usciti di sotto al carnefice, furono dichiarati eretici, recidivi e condannati al fuoco. Coloro, che alla tortura non avevano confessati i pretesi delitti dell'ordine, furono egualmente ritenuti colpevoli: erano preventivamente avvisati che l'ultimo supplicio sarebbe il castigo della loro ostinazione; e questo supplicio era terribile. Ascoltiamo Giovanni Villani, autore contemporaneo, che parla con orrore di tutta questa procedura. «In un grande parco chiuso di legname fece legare, ciascuno a un palo, cinquantasei de' detti Tempieri, e fece metter fuoco a piede, ed a poco a poco l'uno innanzi l'altro ardere, ammonendoli che quale di loro volesse riconoscere l'errore, il peccato suo, potesse scampare; e in questo tormento, confortati dai loro parenti e amici, che riconoscessero e non si lasciassero così vilmente morire e guastare, niuno di loro il volle confessare; ma con pianti e grida si scusavano, com'erano innocenti di ciò e fedeli cristiani, chiamando Cristo e santa Maria e gli altri santi, e col detto martorio tutti ardendo e consumando, finirono la vita[237]

Un poeta francese offre adesso in qualche modo un sagrificio espiatorio alla memoria degli sventurati Templari, facendo spargere a' suoi compatriotti lagrime sui patimenti di que' cavalieri, sui delitti del re, del pontefice, de' loro giudici, de' loro persecutori. Aggiugnendo al merito poetico una rara erudizione, illustrò sommamente gli eroi che chiamò sulla scena. Ma gli stessi contemporanei de' Templari non lasciarono di attestarne l'innocenza: uno de' santi che venera la Chiesa, dichiarò calunniose tutte le accuse fatte a' Templari, le quali non furono inventate, egli dice, che dall'avarizia per ispogliare que' cavalieri de' moltissimi beni che possedevano[238]. Osserva l'annalista ecclesiastico, che quest'asserzione rendesi probabile quando si osserva che i consiglieri di Filippo erano scellerati impostori e calunniatori. Questo re, egli dice, che aveva invasi i beni delle chiese, che aveva oppressi i suoi popoli, che aveva adulterate le monete, spogliati tutti i Giudei del regno, e cercati altri vergognosi profitti che ancora più vergognosamente dissipava, ben potè essere tentato dalle ricchezze del tempio, di cui s'impadronì, dopo avere dichiarato colle sue lettere patenti che le avrebbe rispettate. Guglielmo Ventura, lo storico d'Asti, asserisce pure che questa persecuzione non fu eccitata che dall'invidia e dalla cupidigia di Filippo, il quale odiava i Templari, perchè questi religiosi avevano osato dichiararsi per Bonifacio nella lite tra il pontefice ed il monarca[239]. Molti altri antichi scrittori che si limitano a riferire con sorpresa così strane accuse, non sonosi astenuti dal giudicarle, che per rispetto al giudizio già emesso dalla chiesa nel concilio di Vienna, che del 1311 condannò l'ordine.

Il concilio di Vienna abolì l'istituzione de' Templari in tutta la cristianità, dichiarando i loro beni devoluti all'ordine degli Ospitalieri. Questi beni, che in Francia ed in Italia erano già stati confiscati, furono comperati a caro prezzo dai cavalieri di san Giovanni, che si ruinarono con tale acquisto. Nelle Spagne furono aggiudicati agli ordini militari del paese; in Portogallo servirono a dotare il nuovo ordine di Cristo, formato dai Templari portoghesi, veri rappresentanti di quest'ordine illustre. Ma prima di passare questi beni in mano agli ordini religiosi, i sovrani vollero approfittarne, imitando tutti l'avidità del re francese e spogliandone i Templari, sebbene non insevissero come Filippo contro i cavalieri. A tale epoca l'ordine contava circa quindici mila cavalieri, che tutt'ad un tratto vennero tolti alla difesa di Cristianità[240]. Il grande maestro Giacomo di Molay fu dopo tutti gli altri e dopo la sentenza del concilio mandato al supplicio col fratello del Delfino del Viennese. Molay, sedotto dalle promesse, o cedendo all'orrore della tortura, pare che confessasse alcune delle imputazioni fatte all'ordine: ma quando fu sotto gli occhi del pubblico, si affrettò di ritrattare la confessione che gli era stata estorta coi tormenti, dichiarandosi meritevole della morte per avere ceduto alle istanze ed alle minacce del re[241]. Quasi tutti gli storici raccontano che nell'istante del supplizio, egli, o alcuno de' suoi cavalieri, citò al tribunale di Dio il papa ed il re, intimando loro di comparire entro un anno ed un giorno, per rendere ragione della loro tirannia, giacchè non eravi in terra altro tribunale che potesse giudicarli. Ambedue morirono di fatti entro l'indicato termine. Il signor Raynovard approfittò di questa tradizione:

«Ma in ciel si trova un tribunale augusto

Che invano mai non implorò l'oppresso

Mortale: a questo io ti domando, o papa.

Ancor quaranta giorni! e già ti vedo

Tremante comparir. Alle parole

Tutti fremevan di Molay: ma quale

Sorpresa, quanto orror, qual turbamento

Ogni cuore occupò, quando soggiunse:

O Filippo, o mio re, o mio signore!

Invano io ti perdono, ancor di vita

Poco ti resta, al tribunal di Dio

Pria che l'anno si compia, o re, ti aspetto.»