CAPITOLO XXVII.

Affari di Firenze. — Regno e spedizione in Italia dell'imperatore Enrico VII di Luxemburgo.

1308 = 1313.

(1308) Il trionfo della parte de' Neri in Firenze e nelle città guelfe della Toscana, e la sommissione di Pistoja a questo partito pareva che dovessero per alcun tempo assicurare la pace a tutta questa contrada, poichè i nemici del governo, vinti in ogni incontro, più non credevansi in istato di turbare la repubblica. Vero è che il partito ghibellino era tuttavia dominante nelle due città di Pisa e di Arezzo, ma queste ancora erano state forzate di domandare ai Guelfi la pace: inoltre la prima doveva pensare a conservarsi il dominio della Sardegna, di cui il re d'Arragona, in forza di una concessione del papa, cercava di spogliarla, onde si guardava dal provocare nuove liti sul continente. Perciò la potenza del partito guelfo pareva invariabilmente stabilita, quando un'interna discordia, poi la venuta in Italia di un imperatore senz'armata, il di cui potere era presso che tutto posto ne' soli titoli e diritti, crollarono di nuovo la lega guelfa, alla di cui testa trovavasi Firenze, e tutto rovesciarono l'equilibrio politico dell'Italia. Esiste nelle repubbliche una soprabbondanza di vita che non permette godimento di lunga pace o riposo, mentre nelle monarchie un prematuro letargo non lascia libero corso allo spirito. Nelle prime l'anima di ogni cittadino, gettata in una diversa forma, pare che piegare non si possa ad una legge comune; non è pago del godimento della libertà come membro di un corpo libero ed aspira ad una esistenza indipendente, non trovando nel più liberale governo abbastanza larghi confini per lo sviluppo della sua volontà e delle sue passioni. Nella monarchia per lo contrario, quando il sovrano ha tolto all'uomo ogni cura de' suoi politici interessi, più non può richiamarlo a generose passioni per altri oggetti e non può farlo agire che coll'allettamento di immediati godimenti: la gloria, il potere, la stessa fortuna quando siano il prezzo di ardite combinazioni e di una lunga perseveranza, più non offrono bastante allettamento ai sudditi: e quel monarca che si sforza di risvegliare in un popolo privato d'ogni libertà[242] le lettere, le belle arti, il commercio, s'assomiglia a quel fisico che, pei prestigi del galvanismo, eccita in un cadavere alcuni movimenti della vita che ha perduta.

I vantaggi di una vittoria ottenuta da un partito non possono giammai appagare le speranze concepite da tutti i suoi capi, e le speranze deluse sono d'ordinario immediata cagione della divisione de' vincitori. Corso Donati era stato a Firenze il principal capo di quella rivoluzione che aveva cacciati i Bianchi in esilio e resi i Neri potentissimi; pareva che la repubblica avesse adottate perfino le sue private nimicizie contro Vieri de' Cerchi, e tutte le sue passioni. Non pertanto Donati s'avvide ben tosto di non avere raccolto verun frutto dalla sua vittoria: i capi della nobiltà, cui erasi associato, mostraronsi gelosi della sua riputazione, e tentarono d'indebolire la di lui influenza nella pubblica amministrazione. Volle allora far prova della sua individuale potenza, gettandosi nella opposizione, censurò le operazioni de' principali magistrati, e non tardò ad accorgersi con dolore che non le poteva impedire, e si procacciava dei nemici. Finalmente cercò di formarsi un partito contro quello medesimo che egli aveva lungo tempo diretto; e mentre che Rosso della Tosa, Geri Spini, Pazzino de' Pazzi e Betto Brunelleschi governavano la repubblica, per combattere questi capi della nobiltà, si associò coi Bordoni e coi Medici. Formavano i Medici una famiglia popolana che cominciava ad arricchirsi e ad aver parte a quest'epoca ne' pubblici affari.

Corso Donati accusava in ogni occasione il governo di venalità e di dilapidamento; rispondevano i suoi nemici con un'accusa ancora più popolare, e quindi a Corso più dannosa, lo accusavano di volere usurpare la tirannide, adducendo per prova il suo lusso, le spese, l'orgoglio del suo parlare, i clienti di cui s'andava circondando, e più di tutto il suo recente matrimonio. Infatti era questo assai sospetto. Corso Donati, il capo del principale partito guelfo tra i Guelfi, Corso che aveva perseguitati i Bianchi pel solo motivo d'essersi mostrati disposti a perdonare ad alcuni Ghibellini, sposava la figliuola di Uguccione della Fagiuola, il capo di tutti i Ghibellini della Romagna e della Toscana ed il più temuto capitano tra i nemici della repubblica. Allorchè quest'accusa, destramente sparsa tra il popolo, ebbe risvegliata la diffidenza contro un uomo da lungo tempo risguardato come il primo cittadino di Firenze, i suoi nemici credettero che fosse giunto l'istante di perderlo. La signoria fece un giorno suonare la campana del comune, e tosto che il popolo armato si fu adunato nella piazza delle armi, i priori delle arti accusarono solennemente Corso Donati al tribunale del podestà d'avere voluto tradire il popolo e farsi tiranno. Citato a presentarsi al tribunale, si rifiutò; e l'accaduto fece chiaramente conoscere che Corso aveva ragione di diffidare della parzialità o della dipendenza del podestà; poichè le forme della giustizia furono totalmente trascurate in questo giudizio: nello spazio di due ore il giudice passò dalla citazione e dalla informazione alla sentenza, condannandolo in contumacia, come traditore e ribelle, alla pena di morte.

I priori uscirono dal pubblico palazzo preceduti dal gonfaloniere di giustizia, e seguìti dal podestà, dal capitano del popolo, dall'esecutore e dagli arcieri, indi dalle compagnie del popolo armato. Con tale ordinanza s'avanzarono contro le case de' Donati e le attaccarono. Corso aveva intanto riuniti i suoi amici ed afforzato con barricate il quartiere da lui abitato. Aveva pure chiesto ajuto a suo suocero, ma gli ausiliarj speditigli da Uguccione non giunsero in tempo. Corso travagliato dalla gotta, sebbene incoraggiasse i suoi amici colla voce, non poteva combattere alla loro testa: dopo una resistenza di alcune ore, vedendo rotte le barricate, fuggì a stento fuori di città; ma giunto appena in campagna fu arrestato dai soldati catalani che lo inseguivano. Quando si vide ricondotto verso la città, preferendo una subita morte al supplicio destinatogli, si gettò di cavallo in maniera di battere il capo contro un sasso; per la quale caduta, vedendolo gravemente ferito, le guardie terminarono d'ucciderlo colle alabarde[243].

Il governo fiorentino si mostrò più generoso verso i Pistojesi di quello che lo fosse stato verso un suo cittadino. Dopo la presa di Pistoja, gl'infelici abitanti di questa città, oppressi da' loro vincitori, spogliati da' rettori forestieri che presiedevano ai loro tribunali, aggravati dalle imposte, privati del loro territorio, inoltre lacerati da una guerra civile che i fuggitivi Ghibellini avevano accesa nelle terre delle montagne, i Pistojesi, io dico, erano ridotti alla disperazione, quando videro arrivare alle loro porte il capitano del popolo scelto dai Lucchesi per governare gli ultimi sei mesi dell'anno 1309. Era questi un uomo di bassa estrazione ed affatto povero, onde giudicarono dover esser più avido de' suoi predecessori. Nello stato in cui si trovavano di estremo rifinimento, senza tesoro, senza soldati, senza protettori, senza amici, senz'altra risorsa che la loro disperazione, i Pistojesi dichiararono altamente che non avrebbero per alcun conto ricevuto quest'iniquo magistrato. «Sollevossi nella città,» dice lo storico di Pistoja che fu testimonio di questa rivoluzione, «sollevossi nella città, quando a Dio piacque, un grandissimo rumore; come una divina voce venuta dal cielo; ognuno gridava: Che si rinforzi la città! e nel medesimo istante, senza che alcun superiore lo ordinasse, uomini, donne, fanciulli, gentiluomini e borghesi presero tavole e ferramenta, e portandole sulle diroccate mura, tutte le barricarono. Questo lavoro, cominciato tre ore avanti mezzogiorno, era ultimato a compieta. Ben tosto si fecero a cavare le fosse dalla banda di Lucca; del che avvisatine i Lucchesi, marciarono subito, popolo e cavalieri, fino in Val di Nievole. I Pistojesi, vedendo avvicinarsi i nemici, mandarono tutti i loro fanciulli fuori di città, e risolsero di difendersi disperatamente e di morire tutti assieme piuttosto che sostenere tanti patimenti[244]

L'antico capitano del popolo, nominato dal Fiorentini, era rimasto in città co' suoi arcieri; e siccome Pistoja trovasi di alcune miglia più vicina a Firenze che a Lucca, è probabile che avesse già ricevuto qualche rinforzo da' suoi compatriotti, quando gli fu riferito che i Lucchesi eran giunti a Ponte Lungo, soltanto due miglia distante da Pistoja. Compassionando il popolo ch'egli aveva governato sei mesi, e di cui conosceva i patimenti, andò all'incontro dei Lucchesi, cercando di fermarli ora colle preghiere, ora colle minacce, dicendo loro che la sua repubblica non acconsentirebbe giammai alla ruina di Pistoja, e ch'egli stesso era al tutto disposto d'unirsi ai sollevati se i Lucchesi passavano più oltre; e finalmente li determinò a ritirarsi a Serravalle, per dargli tempo di trattare l'accomodamento[245]. A lui si aggiunsero ben tosto altri pacificatori, gli ambasciatori mandati dalla repubblica di Siena per rimettere la pace tra le città della lega guelfa. Questi ambasciatori essendo stati scelti per arbitri tra i Pistojesi ed i Lucchesi, ordinarono che le palafitte di Pistoja sarebbero levate e la città rimarrebbe otto giorni aperta, ma sotto la loro salvaguardia, per appagare l'offeso orgoglio de' Lucchesi; che passati gli otto giorni i Pistojesi potrebbero fortificare la città loro come meglio credessero; che prenderebbero i loro rettori alternativamente a Firenze ed a Lucca, scegliendo essi liberamente quel cittadino che più loro piacesse, invece che prima veniva nominato dalle repubbliche. Questa sentenza ridonò a Pistoja quasi tutta l'indipendenza e la libertà che aveva perduta dopo la guerra de' Bianchi e de' Neri.

La morte di tre sovrani, Azzo VIII d'Este, Alberto d'Austria, re de' Romani, e Carlo II, re di Napoli, furono di questi tempi cagione all'Italia di nuove rivoluzioni. Azzo d'Este era capo della più antica famiglia de' principi italiani, ed i suoi antenati erano stati fatti signori di Ferrara prima che verun altra repubblica si fosse ancora sottomessa al potere di un solo. Ma l'antichità di questa dinastia ad altro non aveva servito che a renderla più corrotta delle moderne. Azzo VIII d'Este è forse il più antico esempio di que' tiranni effeminati, vili e crudeli che nel susseguente secolo furono più numerosi nelle città lombarde. Abbiamo già veduto nel precedente capitolo che i popoli di Modena e di Reggio eransi contro di lui ribellati; e poco mancò che alla morte d'Azzo la sua dinastia non perdesse ancora Ferrara e le terre che formavano l'antico suo retaggio. Azzo VIII aveva col suo testamento dichiarato erede il figlio d'un suo figliuolo naturale a pregiudizio di suo fratello e de' suoi nipoti. Quest'ingiustizia fu cagione di civil guerra nella famiglia d'Este, e risvegliò l'ambizione de' vicini stati che sperarono di potersi ingrandire a sue spese. I Veneziani entrarono in Ferrara come ausiliari del bastardo d'Este, il papa dall'altro canto mandò in ajuto del fratello d'Azzo un cardinale con un corpo di milizie, il quale, abbandonando bruscamente il suo cliente, pretese di unire Ferrara all'immediato dominio della Chiesa, perchè questa città negli ultimi diplomi degli imperatori era stata dichiarata di pertinenza di san Pietro. La successione del marchese non fu più oggetto di disputa tra gli eredi legittimi e testamentarj, ma tra il papa ed i Veneziani. Il cardinale Arnaldo di Pellagrue, nipote di Clemente V, e da lui incaricato della guerra di Ferrara, adoperò contro la repubblica le armi spirituali e le temporali: i Veneziani soggiacquero a grandi infortunj; ed il marchese d'Este ed i Ferraresi furono egualmente traditi dalla repubblica di Venezia e dal papa, e spogliati dai proprj alleati.

La morte d'Alberto d'Austria era un avvenimento di tanta importanza che non poteva non essere cagione di grandi rivoluzioni. Del 1298 Alberto era succeduto al suo emulo Adolfo di Nassau, da lui vinto in battaglia e poi fatto morire. Dopo tale epoca Alberto erasi costantemente occupato dell'ingrandimento della sua famiglia ed aveva cercato di renderne negli antichi dominj più arbitraria l'autorità. La sua ambizione, che gli aveva fatti ribelli gli abitanti di Vienna e della Stiria, lo trasse in pericolose guerre colle città svizzere, Berna, Zurigo e Friburgo, che in sull'esempio delle città d'Italia eransi sottratte all'impero in tempo de' suoi lunghi interregni e governavansi a comune; finalmente gli suggerì l'altrettanto vana che difficile impresa di ridurre in servitù gli abitanti dei tre Waldstettes, Uri, Schwitz e Underwald, che non volevano dipendere, e non dipendevano che dall'impero, e che, ridotti alla disperazione nell'ultimo anno della vita d'Alberto, cacciarono dal loro paese i suoi governatori ed i suoi satelliti, e giurarono sulla rutly la confederazione elvetica, il più fermo appoggio della loro indipendenza[246].

Per una conseguenza dello stesso piano d'usurpazioni, Alberto riteneva l'eredità di suo nipote Giovanni d'Austria, unico figliuolo di suo fratello Rodolfo, cui, appena giunto alla maggiorità, avrebbe dovuto dare il possesso d'una parte dei beni della casa d'Absburgo; ed egli erasi anzi rifiutato alle sue dimande con ingiuriosi motteggi. Il giovane principe confidò la segreta sua indignazione ad alcuni gentiluomini egualmente malcontenti d'Alberto, che lo incoraggiarono a vendicarsi. Il 1 maggio 1308, passando Alberto da Stein a Baden, i congiurati lo separarono da una parte del suo corteggio nell'uscire dalle valli che guidano al guado di Windisch, sotto colore che non conveniva caricare di soverchio il battello che doveva passarli all'opposta riva; e quando arrivarono sotto il castello d'Absburgo, in un podere che dalla più rimota antichità apparteneva alla famiglia d'Alberto, e sotto gli occhi di tutto il suo seguito, che il solo fiume Reuss teneva da lui separato, Giovanni d'Austria piantò la sua lancia nella gola dello zio, gridando: ricevi il prezzo della tua ingiustizia. Nel medesimo istante gli furono addosso tutti gli altri congiurati[247].

Peraltro il principe Giovanni non aveva prese le necessarie precauzioni per raccogliere il frutto della sua congiura: spaventato dal sangue che aveva versato, e tormentato dai rimorsi, fuggì tra le montagne, ove visse alcun tempo solitario: di là venne in Italia, nascondendosi a Pisa, nel qual luogo si crede che terminasse i suoi giorni in un convento d'Agostiniani[248]. Nè soltanto i suoi complici, ma tutti i loro parenti, amici e servitori, perseguitati crudelmente da Agnese, vedova d'Alberto, perirono per mano del carnefice: e la morte del re fu vendicata con quella di più di mille persone, quasi tutte innocenti.

Filippo il bello, udita la morte d'Alberto d'Austria, chiese al papa che in compimento della grazia innominata, riservatasi allorchè gli procurò la tiara[249], l'ajutasse a far ottenere la corona imperiale a Carlo di Valois suo fratello. Clemente non sapeva rifiutargli alcuna cosa e gli promise il suo appoggio, ma in pari tempo scrisse agli elettori tedeschi perchè affrettassero l'elezione se volevano sottrarsi all'influenza della Francia, e per dir loro che il personaggio più degno de' loro suffragi era il conte Enrico di Luxemburgo, principe poco ricco e poco potente, benchè d'illustre famiglia, il quale godeva universale opinione di avere animo nobile, generoso e leale. L'elezione, con estrema sorpresa di tutta la cristianità, si pubblicò il giorno 25 o 27 di novembre, ed avendola il papa approvata senza ritardo, Enrico VII di questo nome tra i re di Germania, VI tra gl'imperatori, fu coronato il giorno dell'Epifania del susseguente anno ad Aquisgrana[250].

Sebbene Enrico non possedesse che la piccola contea di Luxemburgo e la città di Treveri ch'egli aveva aggiunta ai suoi dominj in una fresca guerra, e della quale era vescovo suo fratello, i suoi parentadi gli assicuravano il favore di molti principi di second'ordine. Una sorella di suo padre aveva sposato quel famoso Gui, conte di Fiandra, che aveva tante volte battuti i Francesi; ed egli stesso aveva sposata una figlia del duca del Brabante: Amedeo, conte di Savoja, aveva sposata l'altra, ed il fratello del delfino del Viennese era genero del conte di Savoja.

(1309) La riputazione personale di cui godeva Enrico, chiamò intorno a lui molti baroni tedeschi, fiamminghi e francesi, i quali fin dal primo anno del suo regno lo resero abbastanza potente per assicurare alla sua famiglia il regno di Boemia, facendo sposare a suo figliuolo Giovanni una figlia di Venceslao il vecchio: il duca di Carizia, che aveva sposata la sorella, fu con un decreto privato di ogni parte dell'eredità[251]. Noi vedremo questo stesso Giovanni, re di Boemia, avere alcun tempo dopo un influenza grandissima nelle cose d'Italia, e la corona imperiale ritornare per mezzo di suo figliuolo nella casa di Luxemburgo.

Ma Enrico VI, che avrebbe eccitata ben tosto la gelosia di tutti i principi dell'impero se avesse tentato di estendere maggiormente la sua autorità in Germania, pensò che portandosi in Italia, oltre che avrebbe acquistata nuova gloria e potenza, calmava l'inquietudine de' principi tedeschi che non volevano avere alcuno superiore. L'Italia era omai divenuta in qualche modo straniera all'Impero romano. Dopo la deposizione di Federico II, ordinata dal concilio di Lione l'anno 1245, la Chiesa e la sua fazione in Italia più non avevano riconosciuti imperatori. Vero è che da oltre trentacinque anni regnavano in Germania i re de' Romani destinati a ricevere la corona imperiale, i quali non erano semplici candidati, ma capi riconosciuti dell'impero; pure questi medesimi capi attaccavano la più alta importanza alla consacrazione del papa, ed al ricevimento dalle sue mani della corona d'oro nella città di Roma. Tra gl'Italiani e tra gli ecclesiastici d'ogni paese molti eranvi i quali credevano che l'autorità del monarca sopra l'Italia derivasse da questa cerimonia, o piuttosto dal trovarsi il monarca al di qua delle Alpi. Questa supposizione veniva confermata dall'abbandono di Rodolfo d'Absburgo e de' suoi successori, che quasi non avevano avuta veruna relazione con l'Italia. Nello spazio di sessantaquattro anni tutti i governi di questa contrada eransi emancipati dall'impero, come se l'imperatore più non conservasse veruna autorità sopra di loro.

È veramente uno strano fenomeno, che l'Italia in quel lungo interregno, lungi dal pronunciarsi contro l'autorità imperiale, di circoscriverla, o di annullarla, l'abbia per lo contrario ingrandita ed innalzata oltremodo, atterrando innanzi a lei que' limiti che gli si erano opposti in altri secoli.

Gli Enrici, Lotario, Corrado e Federico Barbarossa erano i capi di una libera corporazione; le loro prerogative venivano ristrette dai privilegi dei grandi e del popolo; il potere legislativo era riservato alla nazione adunata nelle sue diete; i doveri de' feudatarj, regolati dal loro vassallaggio, riducevansi a certi servigi perfettamente noti ai feudatarj ed al loro capo, ed avevano essi insegnato a questo capo a conoscere ancora quali diritti eransi essi medesimi riservati. Dopo un secolo e mezzo di guerre, quasi tutte svantaggiose all'impero, dopo sessantaquattro anni d'interregno, questa costituzione fu sepolta nell'obblio, e l'imperatore venne risguardato come un monarca assoluto. Quando era riconosciuto dalla chiesa, consacrato e coronato dal sommo pontefice, quand'egli soggiornava in Italia ed innalzava il suo tribunale in una terra dell'impero, più non si supponeva che vi fosse alcun potere sulla terra, tranne quello del papa, che potesse sollevarsi contro di lui, verun diritto, verun privilegio, di cui non ne fosse egli l'arbitro e che non potesse confermare o annullare. Tutte le libere istituzioni dei popoli del settentrione si dimenticarono, e l'imperatore sempre augusto venne risguardato come il legittimo rappresentante dei Cesari di Roma, antichi padroni del mondo, cui tutta la terra era, o doveva essere sottomessa. Enrico di Luxemburgo era un povero principe, il quale non aveva altra forza che quella del suo nobile carattere, generoso, cavalleresco; quindi non fu già in conseguenza d'una possanza reale, ma per la sola forza dell'opinione che questo principe riuscì a mutare lo stato dell'Italia; che a sua voglia abbassò o rialzò i tiranni ed i principi sovrani; che comandò alle repubbliche e distrusse le loro leggi ed i loro governi; che impose enormi contribuzioni, pagate senza resistenza; che finalmente unì sotto le sue insegne popoli, ai quali era stato fin allora straniero e che non pertanto credevansi tenuti di servirlo a proprie spese. Se tre o quattro repubbliche soltanto gli resistettero, ciò avvenne pel segreto sentimento d'aver mancato al loro dovere, poichè i loro storici e gli scrittori guelfi più zelanti della libertà avevano adottata l'opinione del loro secolo rispetto agl'illimitati diritti dell'imperatore.

Questo sentimento di diritto e di dovere diventa specialmente notabile quando viene applicato ad un sovrano elettivo, nominato da un popolo straniero, e che la nazione che credesi legata verso di lui è per altro una nazione libera ed avvezza alle costumanze ed alle idee repubblicane. Un'opinione pubblica tanto contraria alle naturali passioni degli uomini fu l'opera degli eruditi, e specialmente de' giurisperiti. Lo studio dell'antichità ch'erasi rinnovato col più vivo ardore nel tredicesimo secolo, non aveva prodotti, come dovevasi supporre, sentimenti più generosi, più elevazione d'animo, nè maggior amore per la libertà. La Grecia era quasi affatto sconosciuta ai dotti, e rispetto a Roma si conservavano più assai monumenti dell'impero, che della repubblica. Tutti i poeti latini sonosi infamati colle vili adulazioni prodigate agl'imperatori; gli storici, sebbene più fieri e più liberi, avevano per altro reso qualche omaggio ai Cesari sotto de' quali viveano; i filosofi si erano formati nelle scuole della disgrazia e della tirannide: dirò di più, che gli scrittori del secolo d'Augusto, ancora pieni delle memorie di una fresca libertà, non furono risguardati ne' tempi di cui trattiamo come gli scrittori più illustri della latina letteratura. I dotti del tredicesimo e del quattordicesimo secolo non si proponevano quasi meno d'imitare Boezio, Simmaco, Cassiodoro, che Cicerone, o Tito Livio[252]; e quell'antichità che oggi ci rappresentiamo sempre libera, parve ai nostri antenati sempre soggetta all'impero de' Cesari.

Ma i giureconsulti, ancora più degli eruditi, contribuirono a sottomettere l'opinione del tredicesimo secolo alle leggi ed alle costumanze della corte de' Cesari di Roma e di Costantinopoli. Giammai la giurisprudenza non fu più universalmente studiata; perchè giammai nè questo, nè altro studio aprì così larga e sicura strada agli onori ed alle ricchezze. Studiando le leggi positive di Giustiniano, i legisti andavano a poco a poco rinunciando alla propria ragione, e s'avvezzavano a cercare non quello che ordinava la giustizia, ma quello che avevano pronunciato gl'imperatori. Si può osservare nelle opere di Bartolo e di Baldo, che fiorirono nel XIV secolo, l'immenso lavoro ad un tempo e l'abietta servilità de' legisti. Affezionandosi al libro su cui avevano sparsi tanti sudori, concepivano per le Pandette un rispetto, o piuttosto una venerazione che s'avvicinava all'idolatria; onde vedevano nelle leggi d'una monarchia straniera o distrutta l'unica norma del diritto pubblico, siccome del diritto naturale e civile.

Lo stesso Enrico era intimamente persuaso del suo diritto divino sopra tutte le terre dell'impero, ma era ancora penetrato del più profondo rispetto per la Chiesa romana; ammetteva tutte le concessioni che i Cesari suoi predecessori avevano fatte al papa; risoluto di voler essere il suo campione, non il suo avversario; e credevasi sicuro del favore di Clemente V, che l'aveva invitato a recarsi a Roma, e che aveva fatti partire i suoi legati per accompagnarlo in questo viaggio e coronarlo a nome della chiesa nel Vaticano. Ma Clemente V, debole, vano, bugiardo, fu sempre in contraddizione con sè medesimo. Alleato de' principi nemici, che spesso aveva egli armato gli uni contro gli altri, li tradiva tutti egualmente, perchè tradiva sè stesso: e la sua politica pareva agli altri inesplicabile, perchè egli medesimo non ne aveva la chiave.

Mentre Clemente covava un segreto odio contro Filippo il bello che lo teneva sotto il suo giogo, e che, per frenarne l'ambizione, gli creava un rivale in Enrico di Luxemburgo; che, dopo di avere a questi procurati i suffragi degli elettori in pregiudizio di Carlo di Valois, lo sollecitava a portarsi in Italia per abbassare l'alterigia della casa di Francia; lo stesso papa distribuiva i regni ai principi francesi, e gli arricchiva coi tesori della chiesa. Il 5 maggio del 1309 era morto Carlo II re di Napoli, la di cui successione fu cagione di grave contesa tra Roberto suo secondo figliuolo, e Cariberto, o Carlo Uberto, re d'Ungheria, figlio di Carlo Martello, fratel maggiore di Roberto, morto prima del padre. Roberto, avanti che suo nipote sapesse della morte dell'avo, si portò alla corte pontificia in Avignone, dalla quale, sebbene non assistito che da titoli ereditarj contrari alle leggi fondamentali dei regni d'Europa, ottenne una sentenza che gli dava il possesso del regno di Napoli, confermando quello d'Ungheria al nipote. Roberto ricevette la corona dalle mani di Clemente, che in pari tempo gli condonò tutto il debito che suo padre aveva colla Chiesa, che si diceva comunemente di trecento mila zecchini[253].

Enrico di Luxemburgo si avanzò fino a Losanna nella state del 1310, per prepararvisi a scendere in Italia; e colà ricevette gli ambasciatori di quasi tutti gli stati italiani. I capi delle fazioni dominanti volevano coll'ajuto dell'imperatore conservare il loro potere; e gli esiliati riclamavano il suo favore per rientrare in patria. I Guelfi come i Ghibellini credevano meritarsi la sua protezione, perchè Enrico era alleato del papa, e tutti erano in fatti cortesemente ricevuti. Ma nè Roberto re di Napoli, la di cui corona non proveniva dall'impero, nè le principali repubbliche guelfe della Toscana, Firenze, Siena e Lucca, e nemmeno Bologna, gli mandarono ambascerie. Pure anche le città toscane avevano già nominati i loro deputati, ma avendo avuto avviso che Enrico dava voce di voler pacificare l'Italia, facendo richiamare gli emigrati in tutte le città, determinarono di non voler porsi con lui in una relazione che le renderebbe ben tosto sue dipendenti. I Pisani per lo contrario concepirono grandissime speranze quando videro l'imperatore disposto ad entrare in Italia ed incaricarono i loro ambasciatori di deporre a' suoi piedi il dono di sessanta mila fiorini, supplicandolo a passare subito in Toscana[254].

In sul finire di settembre del 1310 Enrico di Luxemburgo attraversò le Alpi della Savoja e scese in Piemonte per il Monte-Cenisio. Dopo avere visitato Torino, entrò in Asti il 10 di ottobre, ove que' cittadini lo accolsero come loro signore. Allora non aveva con lui più di due mila cavalli, e questi ancora non arrivarono in un solo corpo, ma erano venuti di Germania gli uni dietro gli altri per unirsi a lui. Appena comparso, tutti i signori d'Italia si mossero per incontrarlo. Guido della Torre che comandava a Milano col favore della parte guelfa, fece dire all'imperatore di fidarsi di lui, promettendogli di condurlo per tutta l'Italia, come per una provincia suddita, portando lo sparviero in pugno, e senza che fosse bisogno di condurre soldati[255]. Filippone, conte di Langusco, signore di Pavia, Simone di Colobiano, signore di Vercelli, Guglielmo Brusato di Novara ed Antonio Fisiraga di Lodi, vennero in persona alla corte con una deputazione scelta nelle città da loro signoreggiate. Enrico, senza distinzione di parti, gli ammise tutti al suo consiglio, a tutti promettendo grazie e favori personali, ma dichiarando in pari tempo che illegittimo era il potere che si erano usurpato nelle città; ch'egli voleva che queste rientrassero sotto l'immediato suo dominio, e che fossero richiamati tutti i fuorusciti. Siccome la sua domanda era conforme al voto di tutti i cittadini, vedendo i signori di non gli potere opporre veruna resistenza, mostrarono di rinunciare di buon grado la loro signoria nelle mani dell'imperatore, e gli consegnarono le chiavi delle loro città. Ebbero in compenso e feudi e titoli di nobiltà[256].

Il solo Guido della Torre pareva disposto a far resistenza, sebbene avesse col suo messaggio riconosciuto l'imperatore. Aveva egli stretta alleanza colle città toscane, guelfe come lui; ed ancora senza i loro soccorsi ben poteva colle proprie forze opporre ad Enrico un'armata eguale alla sua, e pagarla più lungo tempo che l'imperatore. Lo vedeva privare tutti i signori del loro potere, ed egli aveva più che tutt'altri ragione di temere un eguale trattamento, perchè Matteo Visconti suo nemico, e nemico della sua casa, unitosi all'arcivescovo di Milano, Casone della Torre suo nipote, col quale aveva avuto fresche dissensioni, si era recato al campo imperiale sollecitando Enrico a venire a Milano[257].

Enrico soggiornò due mesi in Piemonte, ove riformò il governo di tutte le città, creando ovunque vicarj imperiali per fare giustizia in suo nome, in luogo dei podestà e dei magistrati municipali: in pari tempo abbassò i tiranni, richiamando in tutte le città gli esiliati ed i fuorusciti. Si pose poi in viaggio alla volta di Milano, facendosi precedere dal suo maresciallo con ordine di fargli allestire la sua stanza nello stesso palazzo del comune, abitato da Guido: in pari tempo fece avvisar Guido di venirgli all'incontro senz'armi, fuori di città, con tutto il popolo. Ovunque Enrico aveva fin allora cercato di felicitare i popoli col ristabilire la pace, la giustizia, la libertà; poichè la libertà veniva ben più rispettata da' vicari generali ch'egli nominava, che non dai signori forzati ad abdicare la loro tirannide: e però i cittadini di Milano lo vedevano avvicinarsi con piacere. Conoscendo Guido queste disposizioni del popolo ed atterrito dall'inaspettata marcia dell'imperatore e dall'ordine che gli aveva mandato, prendendo consiglio dalle circostanze, licenziò le sue truppe, e senz'armi uscì di città alla testa del popolo per ricevere e riconoscere il suo sovrano[258].

La sommissione di Milano trasse seco quella dell'intera Lombardia. Invitate dall'imperatore eletto, tutte le città dalle Alpi fino a Modena e fino a Padova spedirono i loro deputati per assistere all'incoronazione, che si eseguì il giorno 6 gennajo del 1311 in Milano colla corona di ferro. «Tutti i deputati giurarono fedeltà all'imperatore» dice nella sua relazione il vescovo di Botronto che accompagnava Enrico, «fuorchè i Genovesi ed i Veneziani, i quali, per non giurare, allegarono molte ragioni che più non so risovvenirmi, tranne ch'essi sono di una quint'essenza, che non vuole appartenere nè alla chiesa, nè all'imperatore, nè al mare, nè alla terra, e perciò negavano di giurare[259]

Nel mese successivo alla sua incoronazione, Enrico rappacificò, senza distinzione di parte, tutte le città a lui subordinate. Fece rientrare i Ghibellini a Como, a Brescia i Guelfi, a Mantova i Ghibellini, a Piacenza i Guelfi, e lo stesso fece in ogni città, nominando dovunque, per rendere giustizia, vicarj generali colle attribuzioni degli antichi podestà. I signori della Scala, che dominavano in Verona, furono i soli che si opposero ai desiderj d'Enrico, non avendo voluto acconsentire che tornassero in città i Guelfi condotti dal conte di san Bonifacio, esiliati da oltre sessant'anni: nè l'imperatore insistette nella sua inchiesta, sia che Verona gli paresse città troppo forte e lontana per tentare di ridurla colle armi, o pure che lo stringessero troppo importanti obbligazioni ai fratelli Cane ed Alboino della Scala, caldi partigiani dell'impero, che prima d'ogni altro eransi dichiarati in suo favore, onde porre in qualche pericolo la loro autorità.

Enrico era povero, e la sua armata era in certo modo composta solamente d'avventurieri, di principi e di signori che avevano abbandonati i loro piccoli stati, nella lusinga di fare una rapida fortuna seguendo l'imperatore; e la necessità in cui trovavasi Enrico di appagare le loro brame, fu cagione che dovesse ben tosto alienarsi que' popoli cui lo avevano reso poc'anzi così caro i suoi talenti e le sue virtù.

Per supplire ai suoi primi bisogni aveva domandato alle città un dono gratuito in occasione del suo coronamento. Fu adunato il senato di Milano per deliberare della somma che, dietro lo stato della pubblica fortuna, potrebbero pagargli il popolo ed il comune. Trovavansi in senato i due capi delle opposte fazioni, Matteo Visconti e Guido della Torre, che non solo ambivano la sovranità della loro patria, ma ne erano già stati a vicenda padroni. Avevano l'uno e l'altro il progetto o di procacciarsi l'esclusivo favore d'Enrico, o d'inasprire il popolo contro di lui per cacciarlo poi di città. Amendue perciò proposero una maggior somma di quella di cinquanta mila fiorini progettata da Guglielmo della Pusterla. Il Visconti disse di aggiugnerne altri dieci mila per l'imperatrice, ed il della Torre fece ammontare la somma totale a cento mila. Invano i mercanti ed i legisti fecero supplicare il monarca dai loro deputati a minorare una contribuzione che la città non poteva portare, ma egli non volle condonare nulla di quanto il senato gli accordava, e le tasse vennero all'istante accresciute con infinito malcontento del popolo[260]. Perchè si cominciò a mormorar fortemente ed a minacciare gli oltramontani, in modo che il vescovo di Botronto non ardiva talvolta uscire dal convento in cui era alloggiato, per tema d'essere insultato dal popolo. Enrico, che appunto in quest'epoca pensava di lasciar Milano per recarsi a Roma, volle condurre con se molti ostaggi, onde assicurarsi della fedeltà delle due fazioni. Sotto colore di rendere più magnifico il suo seguito, domandò al comune cinquanta cavalieri; ma egli destinò a questa spedizione Matteo Visconti, Galeazzo suo primogenito e ventitre gentiluomini ghibellini; Guido della Torre con Francesco, suo primogenito, e ventitre gentiluomini guelfi. Questa scelta accrebbe il malcontento e parve che ravvicinasse le due fazioni. Il popolo rassomigliava di nuovo gli oltramontani a tutti i barbari antichi, nemici del nome romano, dava loro lo stesso nome, e chiaramente diceva essere cosa indegna l'assoggettar loro la patria. Alcuni facevano l'enumerazione delle forze reali d'Enrico e mostravano ai malcontenti come alienandogli le forze italiane, non Milano, ma la più piccola città lombarda potrebbe a lui pareggiarsi.

I figli dei due capi di parte, Galeazzo Visconti e Francesco della Torre ebbero un abboccamento fuori di porta Ticinese, dopo il quale molti cavalieri girarono le contrade gridando «morte ai Tedeschi! Il signor Visconti ha fatto pace col signor della Torre![261]» All'istante il popolo prese le armi, e si riunì in diversi rioni, ma specialmente presso di porta nuova intorno alle case dei Torriani. Enrico senza perder tempo spedì tutte le sue truppe ad attaccare quelle case, prima che fossero più gagliardamente fortificate. Frattanto egli era estremamente agitato; non dissimulandosi che con un pugno di cavalieri tedeschi non avrebbe potuto tener fermo in mezzo ad una città nemica, qualora i Visconti si fossero uniti ai Torriani e la nobiltà al popolo. Ma pare che Matteo Visconti avesse ordito un doppio tradimento, e che, avendo persuaso Guido della Torre ad impugnare le armi, egli avesse adunati i suoi antichi partigiani per essere a portata di piombare addosso al suo antico rivale. Galeazzo suo figliuolo comandava un grosso corpo di Ghibellini, i quali dopo essere rimasti alcun tempo indecisi, probabilmente per vedere da qual parte piegava la vittoria, vennero a far causa comune coi Tedeschi. I nobili ed i Ghibellini che combattevano tra le file dei Torriani, non vedendosi comandati da verun capo ghibellino, uscirono dalla zuffa. Allora le barricate furono rotte, le case dei Torriani saccheggiate ed incendiate, e Guido e suo figlio costretti di mettersi in salvo colla fuga[262].

Questa sommossa di Milano parve un segnale dato a tutte le città guelfe di Lombardia per ribellarsi e scacciare i vicarj imperiali cogli emigrati richiamati da Enrico nella loro patria. Crema, Cremona, Brescia, Lodi e Como si ribellarono tutte ad un tempo, e si allearono con Guido della Torre, che aveva seco tutti i Milanesi fuorusciti. Ma queste città non eransi preparate a fare una lunga resistenza: senza vittovaglie e senza denaro, erano più atterrite della sorte dei Torriani, che disposte a vendicarli; di modo che, appena passato quel primo inconsiderato impeto che loro aveva poste le armi in mano, le più deboli implorarono la clemenza di Enrico, tosto che lo conobbero determinato a volerle sottomettere. Lodi e Crema gli aprirono le porte ed ottennero il perdono, che per altro non le salvò da molte particolari molestie. I capi de' Guelfi cremonesi fuggirono, ed i Ghibellini, avendo resa la città, furono dall'imperatore crudelmente puniti di una colpa, cui non avevano avuta parte. Duecento de' principali cittadini, venuti a gittarsi ai suoi piedi per ottenere il perdono, furono cacciati in orribili prigioni; furono atterrate le mura e le rocche di Cremona; il comune fu assoggettato ad un'emenda di cento mila fiorini, e le proprietà e le persone de' cittadini abbandonate alla licenza ed alle molestie de' Tedeschi vincitori.

La sola città di Brescia, non peranco sottomessa, aveva ricevuti i fuggitivi di Lodi e di Crema, onde, udendo dagli ultimi quanto fossero pentiti d'essersi arresi, determinò di volersi difendere. Il 19 di maggio del 1311, Enrico l'assediò con tutte le sue genti. In questa città era capo del partito guelfo Tebaldo Brusati, al quale colla cura della difesa della patria era stato dato il titolo e l'autorità di signore e di principe[263]. La città si difese valorosamente tutta la state, avendo in molte sortite battuti gl'imperiali; e, sebbene una volta fosse fatto prigioniero Tebaldo, non vollero salvargli la vita a prezzo della libertà. Anzi questo generoso capo, benchè prigioniero, esortava i suoi concittadini a difendersi, onde Enrico, per punire tanta audacia, lo dannò a crudelissimo supplicio, che i Bresciani vendicarono barbaramente, facendo appiccare ai merli delle loro mura sessanta prigionieri tedeschi. Poco dopo Valerano, conte di Luxemburgo, fratello d'Enrico, fu ucciso in una scaramuccia, ed il monarca che si moriva di voglia di ricevere a Roma la corona imperiale, e che d'altra parte trovava l'onor suo interessato a vendicare gli affronti ricevuti sotto Brescia, vedevasi ridotto in difficile posizione, tanto più che le malattie incominciavano a fare stragi nel suo campo.

In tale stato di cose pensò di ricorrere alle armi spirituali della chiesa. Era egli accompagnato da tre cardinali legati, incaricati d'incoronarlo a Roma in nome del papa, onde pregò uno di loro a fulminare la scomunica contro i Bresciani; ma questi gli rispose che sebbene avesse il potere di sciogliere e di legare in suo nome, non voleva compromettere l'autorità della chiesa senza speranza di felice riuscita, e soggiunse: «che gl'Italiani si prendevano poco fastidio delle scomuniche; che i Fiorentini non avevano fatto verun caso di quelle del cardinale vescovo d'Ostia; che i Bolognesi non temettero quelle del cardinale Napoleone Orsini, nè i Milanesi quelle del cardinale Pelagrua. Se la spada temporale non li riduce per timore al dover loro, meno potrà farlo la spirituale[264]

I cardinali adunque, invece di fare il dubbio esperimento della scomunica, cercarono d'interporre il loro credito personale ed i loro consigli. Avendo potuto entrare in città ottennero dai Bresciani, che cominciavano a mancare di vittovaglie, un'onorevole capitolazione che poi fu male osservata. L'imperatore entrò in città per la breccia, ed ebbe dai Bresciani sessanta mila fiorini; indi, prendendo la strada di Cremona, Piacenza, Parma e Tortona, arrivò a Genova il 21 di ottobre[265].

Genova era stata ne' precedenti anni minata dalle guerre civili. Obizzo Spinola, sostenuto dal partito ghibellino, aveva signoreggiata un anno la repubblica con un quasi assoluto potere, e n'era stato cacciato dai Grimaldi e dai Fieschi, spalleggiati dai Doria. Finalmente stanchi delle comuni sconfitte erano venuti ad una pace, che non sembravano volere lungamente osservare, quando la venuta di Enrico in Genova portò, come osserva lo storico di quella repubblica, un importante cambiamento nella costituzione dello stato. «Per la prima volta, egli dice, una straniera potenza fu tra noi riconosciuta, esempio più volte imitato ne' posteriori tempi; di modo che è cosa veramente maravigliosa, che quello stesso popolo che non perdonò a dispendio d'uomini e di danaro, che tanto si mostrò bellicoso ed ostinato quando volle stendere il suo dominio sulle nazioni straniere affatto lontane; che quel popolo che sì grandi perdite sostenne e tanti pericoli incontrò per vendicare la maestà del suo nome contro i più grandi potentati, non abbia poi prese le armi per conservare la sua indipendenza, ed abbia creduto di metter fine alle intestine sue discordie sottoponendosi volontariamente ad una straniera potenza. Vero è ch'egli provò ben tosto essere di tutti i popoli quello che sapeva meno pazientemente soffrire la servitù, poichè scacciò tutti i padroni chiamati a governarlo[266]

In fatti i Genovesi accordarono ad Enrico per venti anni un'assoluta autorità sulla repubblica; ma poi non tardarono a pentirsene. Enrico licenziò il podestà che amministrava in città la giustizia, surrogandovi un vicario imperiale; privò de' suoi onori l'abate del popolo, che così chiamavasi un magistrato popolare, che a guisa de' tribuni di Roma doveva essere il protettore della plebe; finalmente impose sulla repubblica una tassa di sessanta mila fiorini[267]. Enrico si trattenne più mesi in Genova, ove perdette la sua consorte che lo aveva colà accompagnato; e non andò molto che, trovandosi senza danaro, fu costretto di contrarre debiti per supplire al suo giornaliero mantenimento. E siccome non li pagava, i suoi creditori cominciarono a spargere contro di lui calde invettive. Aveva nello stesso tempo avvisi, che quasi tutta la Lombardia erasi, per le suggestioni de' Fiorentini, ribellata un'altra volta, ed aveva formata una lega guelfa, nella quale erano pure entrati Giberto di Coreggio, signore di Parma, Filippone Langusco di Pavia, il marchese Cavalcabò esiliato Cremonese, Guido della Torre esiliato Milanese, Vercelli, Asti, ed altre città[268].

Gli ambasciatori di Roberto, re di Napoli, vennero a Genova alla corte d'Enrico. Questi due sovrani, che si disputavano il dominio dell'Italia, dovevano osservarsi con diffidenza. Enrico, malgrado l'imparzialità mostrata al suo arrivo, non aveva trovati nemici che tra i Guelfi, e zelanti partigiani soltanto tra i Ghibellini. Dall'altro canto Roberto era alleato di tutti i Guelfi d'Italia, si era dichiarato loro protettore e faceva alla scoperta apparecchi per difenderli. Pure fino a quest'epoca Enrico aveva cautamente evitato ogni motivo di disgusto con lui, non avendo voluto ricevere il giuramento di fedeltà dalle città d'Alba e d'Alessandria, nè dal marchese di Saluzzo, sebbene dipendenti dall'impero, perchè queste città ed il marchese si erano posti sotto la protezione di Roberto. Enrico mostravasi inoltre apparecchiato a ravvicinare le due famiglie col matrimonio di una delle sue figliuole con uno dei principi di Napoli, ma i deputati di Roberto chiedevano per condizione di questo parentado, che uno de' fratelli del loro re venisse fatto senatore di Roma e vicario della Toscana. Si seppe in breve che il principe Giovanni di Napoli era entrato con un'armata in Roma per difendere il circondario di questa capitale dall'armata imperiale, e che, essendosi unito agli Orsini, aveva attaccati i Colonna e tutti i partigiani di Enrico. All'avviso di tali emergenze i deputati di Roberto fuggirono la notte da Genova: e i due re, senza veruna dichiarazione di guerra, fecero nuovi apparecchi per offendersi[269].

La lega guelfa di Toscana, di cui era capo Roberto, aveva guarnito di truppe lo stato di Lucca ed il paese di Sarzana per chiudere il passaggio ad Enrico; faceva guardare gli Appennini tra Fiorenza e Bologna per difendere anche quest'ingresso della Toscana[270]. Enrico aveva spediti per questa strada due deputati, incaricati di allestire gli alloggiamenti e di ricevere dai Toscani il giuramento di fedeltà. Erano questi Pandolfo Savelli, notajo pontificio, e Nicola Vescovo di Botronto, autore dell'interessante relazione della spedizione d'Enrico in Italia[271].

Questi due deputati giunti sul territorio di Bologna, fecero domandare al podestà e consiglieri della repubblica il permesso di attraversare la città per andare in Toscana. In vece di dar loro risposta, fu posto in prigione il messo, il quale, avendo avuto modo di fuggire, andò ad avvisare i deputati del comune pericolo. Essendo questi tre sole miglia lontani dalle mura, si affrettarono di prendere la strada della montagna senza avvicinarsi a Bologna, ma trovandola guardata dai soldati fiorentini, a stento e tra molti pericoli ottennero di arrivare il secondo giorno alle Lastre, due sole miglia lontana di Firenze.

«Prima di giugnervi, dice il vescovo di Botronto, fu da noi spedito al podestà, capitano, ed altri governatori della città, lo stesso notajo ch'era stato imprigionato a Bologna, onde prevenirli che venivamo quali messaggeri di pace pel bene della Toscana con lettere di vostra santità e del re, pregandoli in pari tempo di prepararci un alloggio. Avendo i magistrati ricevute le nostre lettere, adunarono, secondo il costume di Firenze, il gran consiglio che non si sciolse prima del tramontare del sole. Il nostro messo, dopo avere molto aspettato, non essendogli stata preparata alcune stanza, si ritirò, incaricando alcuna persona di avvisarlo nel luogo indicato, quando fosse richiesto per ricevere una risposta. Appena giunto al suo alloggio, il consiglio si separò e fece conoscere coi fatti la risposta che aveva determinato di darci. Gli usceri della città, in ora così avanzata, proclamarono al popolo, per parte del consiglio, in tutti i luoghi consueti, ch'eravamo giunti due miglia lontano dalla città, noi messi ed ambasciatori di quel tiranno, re di Germania, che aveva in Lombardia distrutto il più che avea potuto del partito guelfo, e che adesso preparavasi ad entrare in Toscana dalla banda del mare per distruggere i Fiorentini ed introdurre in casa loro i più fieri nemici; che questo re aveva spediti noi per la via di terra, noi ch'eravamo preti, per sovvertire la loro patria sotto l'ombra della chiesa: onde bandivano pubblicamente il signor re e noi ch'eravamo suoi nunzj, permettendo, a chiunque il volesse, di offenderci impunemente sia nelle persone che nelle proprietà, essendo a loro notizia che portavamo molto danaro per corrompere i Toscani ed assoldare i Ghibellini. — Il nostro messo, atterrito da questa bandigione, non osò uscire dalla casa in cui erasi ritirato, nè mandare persona ad avvisarci del pericolo in cui eravamo. Ma un vecchio di casa Spini, ch'era stato banchiere di papa Onorio, zio del signor Pandolfo, mio compagno, gli fece sapere per lettera tutte queste cose. Noi eravamo già a letto addormentati quando ci fu recata la sua lettera alle Lastre; e ci levammo senza sapere quale partito prendere: il tornare a Bologna o nel suo territorio era per noi la più pericolosa risoluzione, come ne avevamo di già fatta esperienza; altronde non conoscevamo verun'altra strada, e l'ora avanzata faceva più grande il nostro pericolo. Scrivemmo dunque al podestà ed al capitano di Firenze nati amendue nelle terre della Chiesa, uno a Radicofani, l'altro nella Marca, per intendere da loro come regolarci dopo quella bandigione. Appena fatto giorno si fecero allestire i nostri cavalli e caricare gli equipaggi: e mentre stavamo a mensa, in attenzione del messo, udimmo suonare campana a martello e subito le strade furon piene di uomini armati a piedi ed a cavallo, i quali circondarono la nostra casa; ed un uomo di bella presenza della famiglia Magalotti, plebeo, volle salire la nostra scala, gridando a morte! a morte! ma il nostro ospite colla spada alla mano non permetteva a chicchessia di salire le scale.

«In questo tumulto le nostre bestie da soma e quasi tutti i nostri cavalli ci furono tolti dai soldati, i quali non tardarono ad introdursi da diverse bande sulla scala; ed entrarono nella nostra camera coi coltelli sguainati. Alcuni de' nostri domestici fuggirono, gettandosi dalle finestre nell'attiguo giardino, e così fece il frate mio compagno[272]; altri si nascosero sotto i letti, temendo d'essere uccisi; pochi rimasero con noi. Ma Iddio che ci liberò dalle loro mani, ci diede tanto coraggio, che, posso attestarlo sulla mia coscienza, non ebbi il menomo timore per me, sebbene fossi il più esposto. Mentre ciò accadeva alle Lastre, in Firenze si tumultuava; dicevano molti essere mal fatto il bandirci in tal modo, e specialmente il signor Pandolfo ch'era uno de' più nobili di Roma. Per questo motivo, e mossi inoltre dalle preghiere di quel mercante di casa Spini, che chiamavasi, se bene mi ricordo, Avvocato, il podestà ci mandò una delle sue guardie ed il capitano un cittadino in compagnia de' quali venne anche il detto mercante. Essi scontrarono sulla strada alcuni de' nostri cavalli e delle bestie da soma, che venivano condotti in città; li ripresero ai soldati, e ce li ricondussero, dicendoci nello stesso tempo che, se ci era cara la vita, dovevamo subito dar a dietro, mentre si sarebbero essi occupati di farci rendere tutto quanto eraci stato tolto. Volevamo esporre loro la nostra ambasciata, ma rifiutarono di ascoltarla; volevamo far loro vedere le vostre lettere, e non vollero vederle. Si chiese che ci fosse permesso di attraversare di notte Firenze ben custoditi affinchè non potessimo parlare ad alcuno; ma lo negarono, dicendo, che avevano ordine di farci ritornare là onde eravamo venuti. Questo vecchio Avvocato degli Spini ci aveva appartatamente detto che ci guardassimo dall'entrare in Bologna, o nel suo territorio, ove già si sapeva che dovevamo essere scacciati dal distretto di Firenze, e che i Bolognesi dovevano trattarci come pubblici nemici, affinchè atterrito dal nostro esempio verun altro osasse entrare nel territorio della lega. Noi che conoscevamo la vigliaccheria e la malvagità de' Bolognesi, replicammo che, quand'anche dovessimo essere uccisi, noi non entreremmo giammai nel bolognese. Dopo avere lungamente consultato tra di loro, finalmente ci posero sulla strada che conduce alle terre del conte Guido, tra Bologna, la Romagna ed Arezzo. Essi non riuscirono a farci restituire che undici cavalli e tre bestie da soma; ed il signor Pandolfo perdette più di me, perchè aveva più roba. Io perdetti la mia cappella, e tutto quanto possedevo di cose d'oro e d'argento, tranne uno stiletto d'oro delle mie tavolette, ed un anello che avevo in dito»[273].

I Fiorentini non senza ragione avevano presa parte di non ricevere gli ambasciatori dell'imperatore[274]; e per lo migliore avrebbero dovuto condurli sul territorio neutro di Modena, anzichè permetter loro di penetrare in Toscana: conciossiachè que' medesimi prelati, che giunsero, siccome fuggitivi, ne' feudi imperiali degli Appennini, si videro tosto venire incontro tutti i conti Guidi delle due famiglie guelfa e ghibellina, i quali diedero loro di molto denaro e cavalli, e prestarono giuramento di fedeltà al loro imperatore. Gli ambasciatori si recarono a Ciortella tra Arezzo e Siena, ove alzarono un tribunale, citando subito a comparire Firenze e Siena. «Siccome queste città, scrive il vescovo di Botronto, rimasero contumaci, abbiamo proceduto contro di loro, condannandole a molte pene temporali secondo le nostre facoltà, osservando costantemente le regole del diritto, del quale per altro io non sono troppo intelligente; ma il signor Pandolfo mio compagno è molto versato, secondo dicono, nell'una e nell'altra legge.»

In seguito i due prelati citarono gli abitanti di Arezzo, di Cortona, di Borgo san Sepolcro, Monte Pulciano, san Savino, Lucignano, Chiusi, città della Pieve e Castiglione Aretino. Tranne gli abitanti di Chiusi e di Borgo san Sepolcro tutti ubbidirono, e prestarono il giuramento di ubbidienza; di modo che quando i due prelati furono avvisati dell'arrivo d'Enrico a Pisa, lo raggiunsero, accompagnati da molti conti e signori e dalle milizie di varie città.

Enrico, per mettersi in istato d'abbandonare Genova, aveva dovuto ricorrere ai Pisani, che gli prestarono una ragguardevole somma di danaro; onde si pose in mare il 16 febbrajo del 1312 con trenta galere montate da circa mille cinquecento uomini d'armi; e, dopo essere stato trattenuto diciotto giorni dal cattivo tempo a Porto Venere, era giunto a Pisa il giorno 6 di marzo[275]. La città di Pisa costantemente attaccata alla fazione ghibellina, ed agl'imperatori consacrò senza riserva le sue forze e le sue ricchezze al servigio d'Enrico. Gli aveva mandato a Genova il conte Fazio di Donoratico, figliuolo di quel conte Gherardo che aveva perduta la testa sul patibolo con Corradino[276], facendolo accompagnare da ventiquattro de' suoi principali cittadini. Due volte lo aveva sovvenuto di denaro, e gli offrì di nuovo un dono considerabile quando entrò in città. Acconsentì di farlo assoluto signore, sospendendo il governo de' suoi anziani, per dipendere da lui solo. Finalmente, per fargli cosa grata, riprese l'interrotta guerra con Firenze e con Lucca, tirandosi addosso tutte le forze della lega toscana: ma non per questo lasciò di accompagnare Enrico, che partiva alla volta di Roma, con un rinforzo di galere e seicento balestrieri[277].

Enrico soggiornò due mesi a Pisa, nel qual tempo ingrossò la sua armata coi Bianchi e coi Ghibellini esiliati dalle città guelfe, e s'avviò verso Roma alla testa di due mila cavalli, prendendo la strada di Piombino e della Maremma. Il re Roberto aveva mandato a Roma suo fratello Giovanni con una piccola armata per occupare il Vaticano e metà della città. Non pertanto aveva di nuovo assicurato Enrico, che, lungi dal volersi opporre alla sua coronazione, non aveva mandate truppe napoletane a Roma che per onorarlo. Enrico dunque si avvicinava con piena sicurezza, ma trovò Ponte Molle fortificato dal principe Giovanni che mandò a sfidarlo, dichiarandogli che teneva ordine dal fratello d'impedire il suo coronamento. Il giorno 7 di maggio del 1312 Enrico forzò il ponte, entrando in seguito nella città divisa tra due armate e due fazioni. I Colonna eransi dichiarati a favore dell'imperatore, pel re di Napoli gli Orsini. Coll'ajuto dei primi e del senatore Luigi di Savoja, ebbe Enrico il possesso del Campidoglio e di san Giovanni di Laterano; e poco dopo s'impadronì ancora del Coliseo, della Torre dei Conti, di quella di san Marco e del monte de' Savelli formato colle rovine del teatro Marcello; ma non potè giammai scacciare i suoi nemici dal Vaticano e dalla città Leonina, di modo che, rinunciando a farsi coronare nella basilica destinata a tale cerimonia, ottenne dai tre cardinali, incaricati dal papa di coronarlo, di eseguir tale funzione nella chiesa di san Giovanni di Laterano, di cui era egli padrone. In fatti vi fu consacrato il 29 giugno del 1312, giorno della festa de' santi Pietro e Paolo[278].

Il nuovo imperatore trovavasi in Roma in assai difficile posizione: metà della città era in aperta guerra contro di lui, essendovi acquartierata un'armata nemica eguale alla sua, che poteva da un istante all'altro essere ingrossata, mentre quella dell'imperatore non poteva ricevere soccorso che da troppo lontani amici. Cane della Scala ed i Ghibellini che gli erano in Lombardia rimasti fedeli, venivano tenuti a casa dalla guerra che loro facevano le città guelfe; e l'aria pestilenziale di Roma atterriva talmente la sua armata, che non aveva potuto impedirne la divisione. Il duca di Baviera, il conte Luigi di Savoja, il conte d'Ainault, il fratello del Delfino del Viennese e circa quattrocento cavalieri, abbandonarono Enrico nel cuore dell'estate per tornare al loro paese[279]. Quando trovavasi in tali angustie, la repubblica di Pisa si affrettò di soccorrerlo. Aveva equipaggiate sei galere per mandargli dei soldati, le quali essendo cadute alla Meloria in potere della squadra di Roberto dopo una ostinata difesa, fece all'istante partire per la via di terra seicento arcieri, e gli mandò un'altra somma di danaro[280].

Enrico erasi ritirato a Tivoli, piccola città più proporzionata alle debolezze della sua armata, ove stava aspettando in più sano clima il fine dei calori estivi[281]. In sul declinare di agosto si pose in marcia per Sutri, Viterbo e Todi, alla volta della Toscana, ansioso di castigare i Fiorentini e tutti i popoli della lega guelfa che avevano cercato con tanto accanimento di moltiplicare i suoi nemici in ogni parte dell'Italia. Guastò il territorio di Perugia, ingrossò la sua armata coi volontarj che si arrolarono sotto le sue insegne in Todi, Spoleti, Narni, Cortona, e finalmente giunse presso ad Arezzo, dove fu accolto con entusiasmo da' Ghibellini.

Fu durante la guerra contro Enrico VII, che i Fiorentini per la prima volta abbracciarono colle loro negoziazioni la politica dell'intera Italia, e collocaronsi nel centro del partito guelfo, come se ne fossero i capi. Non si erano essi accontentati della loro alleanza colle vicine città di Bologna, Lucca e Siena; ma avevano inoltre cercata quella di Guido della Torre, avanti la sua cacciata da Milano, e, lungi dall'abbandonarlo dopo la sua caduta, lo avevano sovvenuto di danaro e di soldati mercenarj per ajutarlo a ricuperare la perduta signoria. I Fiorentini avevano pure avuta la principal parte nell'insurrezione di Brescia; ed Enrico in tempo dell'assedio di questa città aveva sorpresa la loro corrispondenza e trovato che i Fiorentini le avevano somministrato il danaro per difendersi. Anche recentemente avevano i Fiorentini consigliata alla ribellione ed alla guerra la città di Padova, eccitando la sua gelosia contro Cane della Scala, il quale da Enrico era stato investito della signoria di Verona e di Vicenza. Avevano essi pagati dodici mila fiorini a Giberto da Correggio per impegnarlo a far dichiarare la città di Parma contro l'imperatore; e per ultimo avevano mandate truppe a Roma per opporsi all'incoronazione d'Enrico. Nello stesso tempo essi stendevano le loro negoziazioni fino alle corti di Avignone e di Francia; sembrava che avessero i primi concepita l'idea delle relazioni che devono unire tutti i membri della repubblica europea, e di quell'equilibrio dei poteri che deve assicurare la libertà di tutti. È veramente un singolare fenomeno, che questi vasti piani di politica abbiano avuta la prima loro origine in una repubblica democratica, il di cui governo si rinnovava interamente ogni due mesi e i di cui capi, quasi tutti mercanti, stranieri per la condizione loro ai pubblici affari, non rimanevano abbastanza di tempo in carica per vedere il fine di verun trattato da loro incominciato. Ma in una piccola repubblica, la forza della vita, il pensiere, il sentimento, invece di appartenere soltanto alla magistratura, trovansi nell'intera massa del popolo. I signori priori di Firenze erano gli organi, non i creatori della volontà nazionale; ed il vigoroso piano di politica, che univa al nome della parte guelfa metà dell'Italia contro l'imperatore, era stato concepito ed adottato dallo stesso consiglio del popolo: tanto l'educazione data dalla libertà agli uomini cambia per la massa d'una nazione le abitudini, i sentimenti e le facoltà.

Sgraziatamente tra le pubbliche virtù che i Fiorentini dovevano alla forma del loro governo, non possono contarsi le virtù militari. Impiegavansi generalmente in tutta l'Italia soldati mercenarj per fare la guerra, chiamati Catalani, non già perchè questi mercenarj avessero tutti militato nelle bande catalane che Federico di Sicilia aveva licenziate; moltissimi avventurieri di Spagna, di Francia e di altri paesi, erano venuti ad ingrossare questo corpo per esercitare il lucroso mestiere del soldato: il brutale valore di questi mercenarj che vendevano il loro sangue al migliore offerente e che non erano capaci d'alcun nobile sentimento di patria o di libertà, aveva indebolita agli occhi degl'Italiani la stima dovuta al vero coraggio. Perciò i Fiorentini trovavano giusto che i cittadini, che i gentiluomini non si battessero come questi esseri degeneri, che fino dalla loro fanciullezza erano stati allevati come cani alani per il combattimento. Senza giugnere all'estremo di perdonare la viltà, non attaccavano verun sentimento di vergogna all'inferiorità di bravura e di forza; ne convenivano essi medesimi, e non pensavano a misurarsi con una più brillante nazione quando una grande superiorità di numero non compensasse abbondantemente la riconosciuta inferiorità della virtù militare.

La guerra de' Fiorentini contro Enrico VII fece ad un tempo conoscere la coraggiosa loro fermezza, e la loro mancanza di valore. Quando seppero che Enrico adunava tutte le sue forze per attaccarli, non cercarono di aprire con lui negoziazioni, o di allontanare la burrasca; e non calcolando i pericoli cui poteva in avvenire esporli la sua collera, nè l'immediata ruina delle loro campagne, osarono di far testa colle forze di una sola città all'imperatore della Germania: ma d'altra parte, quand'ebbero riunita coi soccorsi degli alleati un'armata due volte maggiore di quella del nemico, non perciò azzardarono una battaglia, ma si chiusero invece entro le loro mura, non illudendosi intorno al poco valore de' loro soldati.

Quando si seppe a Firenze l'arrivo dell'imperatore in Arezzo, la signoria, senza aspettare i soccorsi delle città alleate, fece partire quasi tutte le forze della repubblica, cioè 1800 lance ed un grosso corpo di pedoni per il castello dell'Ancisa, posto in sull'Arno a quindici miglia da Firenze. Speravano i generali fiorentini di fermare lungo tempo Enrico avanti a questo castello senza poter essere forzati di venire ad un fatto d'armi, ch'essi rifiutarono: ma l'imperatore, diretto dai Ghibellini del paese, girò intorno al castello per una strada che attraversa le montagne, e venne ad accamparsi tra l'Ancisa e Firenze, dopo aver rotte alcune truppe della repubblica che volevano opporsi al suo passaggio. L'armata fiorentina trovavasi per così dire tagliata fuori all'Ancisa; e se l'imperatore si fosse avvisato di strignerla, trovandosi questa quasi senza viveri, avrebbe corso un grandissimo pericolo. Ma egli credette più utile consiglio il marciare subito sopra Firenze. In fatti quando l'armata imperiale giunse il 19 settembre presso a questa città, abbruciando le case ed i villaggi di mano in mano che andava avanzando, la riempì di terrore e di costernazione; non potendo darsi a credere che fosse colà arrivata senza aver prima distrutta l'armata fiorentina posta all'Ancisa, di cui non sapevasene novella. Per altro al suono della campana del comune, tutte le compagnie della milizia si adunarono nella piazza de' Priori, essendosi armato anche il vescovo co' suoi preti, il quale, coi cavalli che soleva impiegare nelle cerimonie religiose, venne a prendere la guardia della porta sant'Ambrogio. Furono palificate le fosse, alzati i ridotti, e tutto disposto per combattere. Soltanto dopo due giorni, l'armata fiorentina, avanzandosi di notte per istrade sviate, potè rientrare in Firenze. Erasi Enrico lusingato che l'improvvisa sua venuta ecciterebbe qualche tumulto in città, ma non avendo che un migliajo di cavalli con lui, non si credette abbastanza forte per attaccarla regolarmente[282].

Ne' susseguenti giorni fu raggiunto dal rimanente dell'armata che aveva lasciato a Todi ed in Val d'Arno di sopra. Ebbe pure rinforzi dai Ghibellini e dai Bianchi della Toscana e della Marca, che venivano a militare sotto le sue insegne; ma più considerabili soccorsi arrivarono ancora ai Fiorentini. I Lucchesi mandarono alla signoria seicento cavalli e due mila fanti, ed altrettanto fecero i Sienesi; Pistoja cento cavalli e cinquecento fanti; Prato, Colle, Sanminiato e san Gemignano duecento cavalli e mille pedoni; Bologna quattrocento cavalli e mille pedoni; e le città della Romagna e dello stato della chiesa quattrocento cinquanta cavalli e mille cinquecento uomini a piedi: sicchè i Fiorentini si trovarono avere quattro mila cavalli, ch'erano il doppio di quelli che aveva l'imperatore.

Tranquillizzati da forze tanto superiori, i Fiorentini si diedero alle consuete loro occupazioni come in tempo di pace; tutte le porte erano aperte, fuorchè quella che metteva direttamente al campo dell'imperatore, e si spedivano le mercanzie come all'ordinario: ma pure non osarono mai di attaccare Enrico, o di difendere contro di lui le loro campagne colla forza; gli lasciarono perfino passar l'Arno e guastare le campagne presso san Casciano, ove Enrico pose il suo nuovo quartiere generale finchè finalmente il 6 gennajo 1313, vedendo che nulla avvantaggiato avrebbe con un più lungo soggiorno e che le malattie cominciavano a fare strage della sua armata, lasciò Firenze, ed andò a stabilirsi a Poggibonzi sulla strada di Siena, ove si trattenne due mesi[283].

I Fiorentini si lodarono senza dubbio di non avere posta in compromesso la sorte della loro patria con una battaglia quando era noto che l'armata dell'imperatore s'andava distruggendo per le malattie prodotte dalle fatiche e dal bisogno; le quali malattie nè la salubrità dell'aria di Poggibonzi, nè la stagione facevano cessare. A questo disastro s'aggiungevano le molestie de' Sienesi e de' Fiorentini, i quali scaramucciando ogni giorno cogl'imperiali, gli toglievano ogni giorno qualche soldato, e gli rendevano difficile l'approvigionamento. Perchè conoscendo l'imperatore lo svantaggio di più lunga dimora in Poggibonzi, partì il 6 di marzo colla sua armata prendendo la strada di Pisa. Colà, avendo eretto un tribunale imperiale, chiamò in giudizio tutte le città che avevano a lui resistito, pretendendo di sottomettere colle sentenze que' nemici che non aveva potuto vincere colle armi. I primi ad essere condannati furono i Fiorentini; furono annullati i loro privilegi, cassati i loro giudici e notai, il comune tassato in cento mila fiorini e privato del diritto di battere monete, il quale fu accordato collo stesso conio, lo stesso titolo e lo stesso valore ad Ubizzino Spinola di Genova ed al marchese di Monferrato[284].

Finalmente il tribunale chiuse le sue procedure con una condanna più ardita: il giorno 7 delle calende di maggio Enrico sentenziò Roberto re di Napoli, dichiarandolo decaduto del trono, come verso di lui colpevole di lesa maestà, sciogliendo in pari tempo i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, e proibendo loro di ubbidire per lo innanzi al proprio re[285].

Ma queste condanne, nell'atto medesimo che l'imperatore le pronunciava, erano piuttosto oggetto di derisione che di timore; perciocchè la sua armata era talmente indebolita, che, se fosse rimasto in campagna, correva rischio d'essere oppresso dalle truppe repubblicane. Allora mandò ordine in Germania di formare un'altra armata, e spedì l'arcivescovo di Treveri suo fratello per condurgliela sollecitamente[286]. Finchè gli giugnesse questo tanto necessario rinforzo, non avendo con lui che un migliajo d'uomini d'armi, passò l'estate sotto la protezione della repubblica di Pisa, facendo guerra ai Lucchesi per conto di questa città[287] e rendendosi degno fra le angustie che lo circondavano, dell'elogio che fa di lui il Villani. Giammai l'avversità turbò questo principe, nè la prosperità lo fece presontuoso, o troppo lieto.

In tempo di questo forzato riposo Enrico contrasse stretta alleanza con Federico re di Sicilia, convenendo tra di loro di attaccare di concerto Roberto re di Napoli, quale capo del partito guelfo e, più d'ogni altro, loro pericoloso nemico. Federico di Sicilia, armate cinquanta galere, sbarcò mille cavalieri, in Calabria, impadronendosi di Reggio e di poche altre città. Dietro inchiesta dell'Imperatore le repubbliche di Pisa e di Genova allestirono una flotta di settanta galere sotto il comando di Lamba Doria, e la spedirono sulle coste del regno di Napoli. I Pisani che si spogliavano per dare truppe di terra ad Enrico, equipaggiarono meno vascelli dei Genovesi[288]. Dall'altro canto incominciavano ad arrivare all'imperatore potenti rinforzi dall'Allemagna e dall'Italia; onde il 5 agosto del 1313 si trovò in istato di lasciar Pisa per andare contro Napoli con due mila cinquecento cavalieri d'oltremonte, mille cinquecento Italiani, ed un proporzionato numero di pedoni.

Come Enrico vedeva nel re di Napoli il suo più potente avversario, i Fiorentini credettero di averlo per loro ajuto e difensore. Sebbene l'imperatore non avesse ottenuto contro di loro verun vantaggio, la situazione della repubblica non era affatto prospera. Nell'inverno il suo territorio era stato saccheggiato; molti de' suoi gentiluomini e tutti gli emigrati, Bianchi e Ghibellini, eransi afforzati ne' castelli delle montagne per farle guerra; il tesoro erasi esaurito negli armamenti del passato anno, ed i continui rinforzi che andava ricevendo l'imperatore rendeva inquieti i Fiorentini, non sapendo essi ove volgerebbe le sue armi. Spedirono perciò due deputati a Napoli per chiedere ajuto. Le città di Siena, Perugia, Lucca e Bologna unirono i loro inviati a questa deputazione, che, introdotta in corpo innanzi a Roberto, gli espose i pericoli della lega guelfa, sforzandosi di fargli sentire che la sua sicurezza era attaccata alla conservazione dell'indipendenza delle repubbliche toscane, che con tanto zelo avevano abbracciato il suo partito. Roberto dava loro le più larghe assicurazioni d'attaccamento, dichiarando che, se i pericoli del suo regno non avessero resa necessaria la sua presenza, avrebbe egli stesso comandate le truppe toscane e fattosi capitano dei Fiorentini; promise di mandare in sua vece il fratello Pietro con un ragguardevole corpo di cavalleria; ma in una seconda udienza scemò d'assai la confidenza che aveva inspirata nella prima, chiedendo loro anticipatamente il soldo delle sue truppe per tre mesi. L'esaurimento del tesoro della repubblica fiorentina rendeva assai difficile il trovare la somma domandata da Roberto, tanto più che le città di Bologna, Lucca, Siena e Perugia, più lontane dal pericolo, negavano di aver parte a tale contribuzione. I Fiorentini anticiparono bensì la parte fissata dal trattato di alleanza; ma perchè non fu pagato il rimanente, le truppe napolitane non si mossero, ed il danaro sborsato con tanto stento non produsse alcun frutto.

I Fiorentini credettero pertanto che l'unico mezzo d'obbligare Roberto a difenderli fosse quello di accordargli alcuni diritti, assicurandosi che nel presente pericolo della guerra di cui era minacciato non avrebbe tentato di cambiare l'accordata autorità in tirannide. I consigli mandarono fuori quindi un decreto che dava ai priori la facoltà di fare tutto quanto richiedesse la salute della repubblica, e questi con atto solenne conferirono al re di Napoli i diritti e titoli di rettore, governatore, protettore e signore della repubblica di Firenze, a condizione ch'egli manderebbe in città uno de' suoi figli o fratelli per difenderla, che non richiamerebbe gli emigrati, che conserverebbe le leggi della repubblica, mantenendo la sovrana magistratura de' priori nella presente forma[289].

Intanto l'imperatore avanzavasi rapidamente colla sua armata sulla strada di Sanminiato e di castel Fiorentino. Passò tra Colle e Poggibonzi e venne ad accamparsi nel famoso piano di monte Aperto, empiendo di terrore la città di Siena che lo vedeva vicino alle sue porte con sì poderoso esercito. Ma in mezzo alla sua pompa militare, quando niuna armata credevasi bastante a fermarlo, aveva già cessato di essere formidabile: egli con lui portava i principj d'una malattia mortale contratti nel cattivo aere di Roma, o forse più anticamente in tempo de' patimenti sofferti nell'assedio di Brescia. La disposizione del suo sangue erasi già manifestata con un carbonchio sotto al ginocchio, ma perchè continuava a mostrarsi egualmente attivo, niuno s'avvedeva del suo pericolo. Un bagno intempestivamente preso fece scoppiare la malattia, che lo costrinse a fermarsi a Bonconvento, dodici miglia al di là di Siena, ove il giorno 24 agosto del 1313 morì in mezzo alla sua armata in un modo tanto inaspettato, che molti lo credettero avvelenato, essendosi perfino sparsa voce che un frate domenicano, nel comunicarlo, aveva posto del napello nell'ostia o nel vino consacrato[290].

Un così inaspettato avvenimento che affatto cambiava la presente condizione d'Italia, eccitò i più vivi trasporti di gioja ne' Guelfi, di dolore ne' Ghibellini. I Pisani s'abbandonarono più degli altri alla disperazione. Avevano consumata per questo monarca la prodigiosa somma di due milioni di fiorini, ed invece d'aver nulla acquistato colla sua assistenza, dopo essersi impoveriti di gente e di danaro, si vedevano abbandonati a se medesimi per difendersi contro tanti nemici provocati per piacere all'imperatore. Da prima tentarono di ritenere l'armata sotto i loro ordini, offrendo ai soldati lo stipendio pagato da Enrico; ma i Tedeschi, perduto il loro imperatore, più non pensavano che a ripatriare, e molti di loro vendettero ai Fiorentini ed ai Guelfi le fortezze di cui erano momentaneamente in possesso. Federico di Sicilia venne personalmente a Pisa per concertare i mezzi di sostenere i Ghibellini; ma fu in modo spaventato dalla loro situazione, che rifiutossi di difendere la loro città, quand'anche ne fosse fatto signore. Lo stesso onore, per lo stesso motivo, venne rifiutato dal conte di Savoja e da Enrico di Fiandra, onde i Pisani chiamarono Uguccione della Fagiuola, ghibellino della Romagna, che a quest'epoca trovavasi vicario imperiale a Genova, e ritennero sotto i suoi ordini circa mille cavalli tedeschi, brabantesi e fiamminghi. Tutto il rimanente dell'armata ripassò le Alpi, risguardando l'Italia come un paese per loro affatto straniero dopo la perdita dell'imperatore che li conduceva.

Frattanto il corpo d'Enrico era stato portato a Pisa con grandissima pompa; e fattigli dalla repubblica splendidi funerali, gli fu data sepoltura in duomo, ove trovasi ancora di presente il suo mausoleo[291].