CAPITOLO XXVIII.
Consolidamento dell'aristocrazia veneziana; il maggior consiglio reso ereditario. — Vittoria d'Uguccione della Fagiuola ottenuta sui Fiorentini. — Sua espulsione da Pisa e da Lucca. — Padova perde la sua libertà. — Signorie lombarde.
1313 = 1317.
In mezzo al vortice della politica italiana, la repubblica di Venezia non prendeva mai parte agli avvenimenti che si succedevano ai suoi confini, e pareva che, isolata dalle acque, non appartenesse all'Italia; onde si rimase straniera perfino alle fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini, il di cui sangue bagnava tutte le rive delle sue lagune. Aveva essa fatto conoscere ad Enrico VII il suo rispetto per l'impero, mandandogli una solenne deputazione; ma nello stesso tempo faceva solenni proteste pel mantenimento della propria indipendenza, e non aveva divise nè le conquiste, nè le perdite dell'imperatore. L'assoluta separazione dagli altri stati in cui si mantenevano i Veneziani non ci permette di far avanzare di fronte la loro storia con quella degli altri popoli d'Italia: e solo di generazione in generazione possiamo riprenderne il filo per tener dietro al progressivo stabilimento dell'interno loro sistema politico e per conoscere l'estensione e la solidità che davano alla loro potenza le conquiste ed il commercio del Levante.
L'anno 1297, epoca della chiusura del maggior consiglio (serrata del mazor consejo), viene comunemente risguardato come l'epoca dello stabilimento dell'aristocrazia ereditaria in Venezia. Ma siccome questa rivoluzione si andò preparando in tutto il corso del 13.º secolo, e non ottenne l'intero suo compimento da questo solo decreto; che anzi la prima reformagione[292] ebbe bisogno d'essere sviluppata ed afforzata con molte posteriori leggi; ho preferito di renderne conto all'epoca in cui l'ultimo sviluppo dato al nuovo sistema d'aristocrazia ereditaria la rese perpetua.
Le lente e sorde usurpazioni del maggior consiglio avevano alla fine risvegliata la gelosia del popolo, il quale in sul declinare del tredicesimo secolo conobbe d'essere stato escluso affatto dal governo: dolevasi specialmente di non essere più chiamato alle elezioni, onde la nobiltà più non gli usava que' riguardi di cui era prodiga ai cittadini quando i loro suffragi conferivano le cariche dello stato. Il doge, spogliato di quasi tutte le prerogative, omai d'altro non si curava che di piacere al maggior consiglio, di cui era la creatura e l'istrumento; ma rammentando i plebei, che negli andati tempi il doge era il loro magistrato, desideravano d'innalzare a questa dignità qualche individuo, che, per ricompensarli della loro confidenza, li riponesse in possesso delle prerogative spettanti ai cittadini sovrani d'uno stato libero.
Queste disposizioni si manifestarono del 1289 in occasione della morte del doge Giovanni Dandolo. Mentre i quarantuno elettori, designati dalla mescolanza della sorte coi suffragi del maggiore consiglio, deliberavano intorno alla scelta del suo successore, il popolo si adunò sulla piazza di san Marco e proclamò doge Giacomo Tiepolo, figliuolo di Lorenzo, che aveva occupata la stessa carica dal 1272 al 1282. Tiepolo erasi acquistato il favor popolare colle sue private virtù e colla dolcezza del suo carattere, ma non era altrimenti fatto per essere capo di partito: niuna parte aveva egli presa ad un movimento popolare che lo voleva innalzare alla prima dignità della sua patria; anzi egli stesso, dietro gli ordini del maggior consiglio, aveva cercato di dissiparlo; e, quando vide che non poteva in verun altro modo rifiutarsi alla confidenza de' suoi concittadini, fuggì segretamente a Treviso, ove rimase finchè colle consuete forme fu eletto il nuovo capo della repubblica[293].
Gli elettori si tennero dieci giorni chiusi in san Marco, non osando di dare al popolo un doge diverso da quello nominato da lui. Finalmente quando il fermento popolare parve calmato, elessero Pietro Gradenigo, in allora podestà di capo d'Istria. Ma questa scelta accrebbe a dismisura il malcontento de' plebei, perchè il Gradenigo, uomo vendicativo e caparbio, aveva in ogni tempo manifestato il suo zelo per il sistema e per la parte aristocratica. Tiepolo tornò prima di lui a Venezia per calmare colla sua dolcezza il fermento del popolo; e Gradenigo fece il suo ingresso in città con dieci galere armate ch'erano andate in Istria a prenderlo.
Il nuovo doge si trovò ben tosto impegnato in una pericolosa guerra coi Genovesi, guerra che dal 1293 al 1299 minacciò perfino l'esistenza della repubblica. Di questa guerra, siccome della rotta de' Veneziani a Corsola, in conseguenza della quale le due nazioni fecero la pace, abbiamo di già parlato nel capitolo XXVI. Pare che il popolo, distratto da così grave motivo, andasse dimenticando il suo malcontento, e chiudesse gli occhi sui progressi dell'aristocrazia: ma non fece però perdere di vista a Gradenigo l'esecuzione del suo progetto per abbassare i plebei, e vendicarsi dell'odio di una parte de' suoi compatriotti.
L'annuale elezione del maggior consiglio era la sola parte della costituzione che ancora conservasse qualche cosa di popolare. Il modo di eleggere aveva negli ultimi anni sofferto qualche cambiamento che difficilmente potrebbe comprendersi senz'essere iniziati nell'interna polizia e nelle formalità della repubblica: tale cambiamento non aveva, gli è vero, ratificato il diritto ereditario della nobiltà, ma non aveva nè meno limitata l'onnipotenza del maggior consiglio, che in fondo si rinnovava sempre in se medesimo. Nel 1286 dai tre capi della quarantia era stato proposto un assai più importante cambiamento. Avevano domandato che si prescrivesse agli annuali elettori di non far entrare nel maggior consiglio che coloro che ne erano già stati membri, o che proverebbero che i loro antenati vi erano stati ammessi dopo l'istituzione di questo consiglio del 1172[294]. Questa proposizione che mirava a designare in un modo tanto preciso la classe dei nobili, non fu allora adottata. Senza dubbio ciò che ritrasse il consiglio dall'adottarla, si fu che tutti i cittadini, nuovi membri del consiglio, temettero che riconoscendo così espressamente la preminenza della nobiltà, ad ogni nuova elezione non si andasse escludendo coloro che non appartenevano alla classe dei nobili, dando la preferenza alle più antiche famiglie.
Pietro Gradenigo non tentò di rinnovare questa legge, sebbene tendesse direttamente allo scopo preso di mira da lui e da tutto il partito aristocratico. Invece di farne prova, l'ultimo giorno di febbrajo del 1267, giorno che chiudeva l'anno veneziano, propose quel decreto che fu poi risguardato come la serrata del maggior consiglio, e che ne conservò il nome; ma che presentando una più immediata esca agli attuali membri di questo corpo, apparentemente si allontanava meno dalle usitate forme e dalle elezioni nazionali.
Gradenigo espose al consiglio, come cosa indubitata, che da oltre un secolo l'elezione cadeva sempre press'a poco su le stesse persone o famiglie, di modo che coloro che avevano parte all'amministrazione, o erano attualmente membri del consiglio, o lo erano stati negli ultimi anni. In conseguenza propose di non più considerare, rispetto ai membri del consiglio, se dovevano essere rieletti, ma se avevano meritato di essere esclusi da un corpo di cui facevano parte; corpo risguardato come la scelta della nazione, e che da lungo tempo trovavasi in pieno possesso della sovranità. Un così fatto giudizio sui diritti politici dei primi uomini dello stato, non poteva attribuirsi, soggiungeva il Gradenigo, che al primo tribunale dello stato, alla quarantia. In conseguenza il doge domandò che la lista del maggior consiglio degli ultimi quattro anni venisse sottomessa al tribunale della quarantia; che i giudici, uno dopo l'altro, ballottassero i nomi di ogni cittadino iscritto su queste liste, e che chiunque, di quaranta suffragi, ne avesse dodici favorevoli, fosse ritenuto membro del maggiore consiglio. Per altro il doge dichiarò non essere sua intenzione di chiudere affatto agli altri cittadini l'ingresso al maggior consiglio; per lasciare ai quali, secondo diceva egli, quel medesimo accesso a questo corpo sovrano che avevano avuto finora, propose che dal maggior consiglio si nominassero tre elettori, incaricati di fare un elenco suppletorio di altri cittadini, limitato al numero che verrebbe determinato dal doge nel suo piccolo consiglio; il quale elenco, siccome il precedente, doveva sottoporsi ai suffragi della quarantia; bastando pure ai nuovi eleggibili d'avere, come i primi, soltanto dodici voti dei quaranta[295].
Fin qui tale decreto non pareva avere altro scopo che quello di deferire il diritto d'elezione alla quarantia criminale, non essendo apertamente enunciata l'istituzione posta in suo arbitrio d'una nobiltà ereditaria esclusivamente sovrana. In fatti il popolo non ne conobbe subito le conseguenze, nè s'avvide che il rinnovamento del maggior consiglio che si fece nel susseguente anno colle stesse norme, trovavasi ridotto ad una vana formalità: perciocchè la quarantia raffermò tre anni di seguito que' medesimi ch'ella aveva eletti la prima volta. I tre elettori nominati ogni anno dal maggior consiglio per formare la lista degli altri cittadini eleggibili (questo era il vocabolo adoperato dalla legge) seguivano lo stesso principio aristocratico, e soltanto prendevansi cura di supplire alle vacanze prodotte dalla morte di alcuni membri. Un decreto del 1298, richiamando quello ch'era stato proposto del 1286, ordinava agli elettori di non presentare se non individui che avessero già seduto nel maggior consiglio, o i di cui maggiori ne fossero stati membri; nel 1300, fu più espressamente vietata l'ammissione di uomini nuovi; nel 1315, nel consiglio della quarantia, fu aperto un libro nel quale tutti coloro che avessero le qualità richieste per essere eleggibili, dovevano, giunti che fossero ai diciott'anni, farsi iscrivere dai notari del consiglio, affinchè gli elettori avessero sott'occhio tutti coloro ch'era loro permesso di presentare; l'anno 1319 queste iscrizioni vennero sottomesse all'ispezione degli avogadori di comune, obbligati di verificare, nel termine di un mese col mezzo di una procedura inquisitoriale, se la persona iscritta aveva tutte le richieste qualità; e finalmente nello stesso anno con un decreto che perfezionò il sistema aristocratico, vennero soppressi i tre elettori annuali, abolito il rinnovamento periodico del maggior consiglio, che ritenevasi eseguito nella festa di san Michele; ed ammessi a farsi iscrivere di pieno diritto nel libro d'oro quelli che in età di venticinque anni avessero i necessarj requisiti per essere accettati, senza la formalità di nuova elezione, nel maggior consiglio. Di qui ebbe origine quella formola adoperata ancora nella nostra età per le prove di nobiltà a Venezia: per suos et per viginti quinque annos: provare, che i suoi ascendenti paterni erano stati membri del maggior consiglio e provare d'avere 25 anni.
Per tal modo quella rivoluzione, che molti storici rappresentarono come l'opera d'un giorno[296], non ottenne compimento che nello spazio di 23 anni, sebbene fosse stata preparata nel precedente secolo. Tale lentezza può sola spiegare la pazienza e la rassegnazione del popolo veneziano addormentato da una dissimulata politica, ma che non sarebbesi tutt'ad un tratto lasciata togliere la preziosa eredità dei diritti politici che aveva fin allora posseduti. Malgrado l'arte adoperata dal Gradenigo per nascondere al popolo i suoi progetti e le ambiziose mire del maggior consiglio, non si compì la sedizione senza resistenza e senza spargimento di sangue.
La prima sedizione scoppiò nel 1299, poco dopo la pace fatta colla repubblica di Genova, e ne furono capi i popolari, Marino Bocconio, Giovanni Baldovino e Michele Giuda. Se la costituzione non avesse subite mutazioni, costoro e per le loro ricchezze e pei loro talenti avrebbero a ragione preteso di entrare nella magistratura: onde si proponevano di ottenere colla forza l'ingresso nel maggior consiglio agli uomini del loro ordine; ma si trovarono prevenuti dalla vigilanza di Gradenigo, che fece perire i capi sul palco, esiliare e punire in altri modi i meno colpevoli.
Una più calda congiura scoppiò del 1310, nella quale presero la principale parte le più nobili e potenti famiglie di Venezia. Alcuni gentiluomini eransi veduti esclusi dal maggiore consiglio nella riforma del 1297, di modo che si trovavano d'inferiore condizione a molti plebei che vi erano stati ammessi; altri, sebbene avevano luogo nel maggior consiglio, non erano perciò soddisfatti della rivoluzione; perciocchè invece d'accrescer l'autorità loro, l'aveva anzi diminuita, confondendoli nella folla de' consiglieri, dai quali prima d'allora li separava il favor popolare. Boemondo Tiepolo, fratello di quel Giacomo che il popolo aveva tentato d'opporre a Gradenigo, si pose alla testa dei congiurati, associandosi i principali capi delle case Querini e Badoero. L'ultima di queste famiglie, che prima portava il nome di Partecipazio, aveva ne' primi secoli della repubblica posseduta quasi per diritto ereditario la dignità ducale. I Dauri, Barbari, Barocci, Vendelini, Lombardi ed altri gentiluomini si associarono ai congiurati, e si resero forti colla massa de' plebei malcontenti e col nome della Chiesa e del partito guelfo, accusando il doge d'essere ghibellino, per avere provocate sulla repubblica le scomuniche del papa coll'impresa di Ferrara: per altro i vocaboli di Guelfo e di Ghibellino non erano fino a tale epoca in Venezia conosciuti. I congiurati progettarono di occupare per forza la piazza di san Marco ed il palazzo ducale, di uccidere il doge, di sciogliere il maggior consiglio e di rimpiazzarlo, secondo l'antica costumanza, con un'elezione annuale.
Venezia non conosceva ancora quella sospettosa polizia, inventata ne' susseguenti tempi da quel governo. Ne' tempi a noi più vicini i malcontenti sempre tenuti di vista dagl'inquisitori di Stato, sempre circondati di spie e di delatori, lungi dal poter condurre una trama contro al governo fino alla vigilia della sua esecuzione, non avrebbero pure avuto il tempo di adunarsi per lagnarsene: perciocchè giunse un tempo nel quale la sicurezza de' governanti venne risguardata come l'unico scopo dell'ordine sociale, e a quella si sagrificarono la sicurezza, la libertà, la tranquillità dei cittadini. Il doge non ebbe sentore della cospirazione che in sul far della sera della domenica 15 giugno: gli fu dato avviso che adunavansi moltissime persone presso di Boemondo Tiepolo, ed altre assai innanzi alla casa Querini. Fece all'istante chiamare i consiglieri della signoria, gli avogadori di comune, e que' nobili che sapeva attaccati al nuovo ordine di cose. Mandò ordine ai sediziosi di separarsi, ed in pari tempo afforzò tutte le strade che fanno capo alla piazza di san Marco[297].
Intanto i congiurati avevano occupata la camera degli ufficiali di pace a Rialto e quella delle biade. Il lunedì mattina allo spuntar del giorno marciarono verso la piazza. Diversi militari stranieri confusi coi congiurati, assai numerosi anche soli, ne accrescevano le forze; onde la battaglia, che attaccarono colle truppe comandate dal doge, riuscì sanguinosissima. Ma questi che aveva avuto molte ore di tempo per prepararsi, approfittò del vantaggio che davangli le località, immenso vantaggio per chi sta sulle difese. Le strade che conducono alla piazza di san Marco sono così anguste e tortuose, che la moltitudine degli assalitori rendevasi inutile; essi cadevano, senza aver potuto combattere, sotto i colpi di coloro che difendevano le barricate, e che gettavano pietre dalle finestre. Dopo un ostinato attacco, Marco Querini e suo figlio Benedetto caddero morti; e gli altri congiurati, scoraggiati dall'inutilità de' loro sforzi, ritiraronsi verso il ponte di Rialto e si afforzarono nel quartiere della città posto al di là di Canal grande. Se il doge gli avesse inseguiti, avrebbe a vicenda avuto lo stesso svantaggio, che in conseguenza della costruzione di Venezia devono soffrire gli assalitori; ma egli offrì accortamente ai congiurati di entrare subito in negoziazioni, promettendo di usare dolcemente della vittoria; e seppe così bene approfittare dello scoraggiamento che la battaglia presso san Marco aveva sparso ne' congiurati, che ridusse tutti i gentiluomini avversarj ad uscire di città ed a promettere di recarsi in quel luogo d'esilio che loro verrebbe assegnato[298].
Il pericolo in cui una così potente congiura aveva posta la repubblica, o a meglio dire il partito aristocratico, ispirò a questo partito un lungo terrore, che gli fece per sua salvezza adottare tali misure che affatto snaturarono la costituzione dello stato. Per tenere di vista i congiurati, rimasti per la maggior parte sotto le armi a Treviso o nel suo contado, per dissipare le congiure de' malcontenti, e provvedere con una forza dittatoriale alla salvezza di coloro che governavano lo stato, il maggior consiglio creò il consiglio de' dieci, che doveva durare soltanto due mesi; gli affidò un'autorità sovrana, incaricandolo di comprimere e punire nei nobili i delitti di fellonia e di alto tradimento; e nello stesso tempo gli diede ampia facoltà di disporre del pubblico erario, di ordinare e di provvedere come potrebbe farlo il maggior consiglio colla pienezza della sua sovranità.
Il consiglio de' dieci venne nominato dal maggior consiglio, che si fece un dovere di non nominare in pari tempo, per l'esercizio di queste formidabili funzioni, due membri della stessa famiglia, o solamente dello stesso casato. Oltre i dieci consiglieri neri che, dopo il 1311, vennero eletti per un anno, facevano parte di questo consiglio il doge ed i sei consiglieri rossi che formano la signoria[299]. Gli ultimi durano in carica solamente otto mesi. Perciò il consiglio dei dieci era effettivamente composto di diciassette membri che si rinnovavano tutti in differenti epoche. Il doge era presidente a vita; i dieci neri si eleggevano in quattro adunanze nei mesi d'agosto e di settembre d'ogni anno; ed ogni quattro mesi si nominavano tre rossi[300].
Il decreto che istituì il consiglio dei dieci, delegava i diritti della sovranità ad una commissione; lo che riesce sempre pericoloso per la libertà politica: ma faceva ancora di più, accordava a questa commissione un potere arbitrario incompetente alla stessa sovranità, un potere non accordato dai cittadini al governo e che non può esistere senza distruggere la civile libertà ed i più cari diritti degli individui. Il consiglio dei dieci fu autorizzato a perseguitare e punire i delitti dei nobili con una segreta ed inquisitoriale procedura, che, non dando veruna guarenzia alla società, può salvare il colpevole e punire l'innocente; ma che col suo medesimo ministero ispirava a tutta la nazione quel profondo terrore in cui si voleva mantenere. I testimonj, lungi d'essere confrontati coll'accusato, non gli si nominavano nè pure, levandosi dalle loro giurate deposizioni tutto quanto poteva contribuire a fargli conoscere; di modo che la testimonianza giuridica si cambiò in una perfida delazione, in un vile spionaggio. Effettivamente il consiglio de' dieci cominciò dopo quest'epoca a pagare migliaja di delatori per sopravvegliare e talvolta calunniare la condotta di tutti i cittadini; ed allora ebbe cominciamento quell'arte perniciosa de' moderni governi, che venne indicata col mascherato nome di polizia. La condanna ed il supplicio erano d'ordinario tenuti segreti come la procedura. Il consiglio non rispondeva delle sue sentenze nè della sua condotta a veruna magistratura della repubblica; non eravi appellazione che allo stesso consiglio, il quale colla prima sentenza si obbligava spesso a non rivedere la pronunciata sentenza. In conseguenza dichiarava talvolta che non accorderebbe grazia al colpevole se non dopo passati alcuni anni, o senza la maggiorità di due terzi, di tre quarti, di cinque sesti di suffragi, maggiorità spesse volte impossibile ad ottenersi[301].
Il consiglio dei dieci, fin quasi dalla prima sua istituzione, si arrogò la suprema direzione della repubblica; riunì i poteri fin allora divisi, diede un centro all'autorità ed una irresistibile potenza alla volontà direttrice del governo. Per dirlo in una parola, stabilì il despotismo e non conservò che il nome della libertà. D'altra parte ebbe le qualità di un governo fermo, vigilante, che con profonda politica concepiva i suoi progetti e gli eseguiva con una irremovibile costanza. Ingrandì al di fuori la repubblica, sebbene in pari tempo la facesse odiare col mancar di fede; la mantenne internamente tranquilla, soffocando le congiure nel loro nascere e sempre rendendo impotente l'odio eccitato dal suo despotismo. Ma la stabilità d'un governo non è un vantaggio per la nazione che allora quando lo stesso governo è un bene. Quale vantaggio ne veniva al nobile veneziano dall'aver nulla a temere il consiglio de' dieci, quando poi ogni giorno la sua libertà, la sua proprietà, la sua vita erano più minacciate da questo solo consiglio, che da tutti i suoi nemici? Quale vantaggio ritraeva la nazione dall'ingrandimento del territorio, se la stessa nazione perdeva la sua felicità sotto il despotismo, e se colle sue conquiste non faceva che accrescere il numero de' suoi compagni di schiavitù? Si trova nello stabilimento della vera tirannide per la conservazione della libertà una così aperta contraddizione, che mal si può concepire come gli uomini possano esserne per lo spazio di più secoli contenti. Il consiglio de' dieci durò quasi cinquecento anni, rendendo ogni giorno, fino all'ultimo di sua esistenza, più pesante il giogo da lui posto alla nazione; ed intanto esso l'aveva in modo accostumata a credere alla necessità del suo potere, che il corpo dei nobili, che più degli altri ne sentiva il peso, non prese giammai la ferma risoluzione di distruggerlo, com'era ogni anno in suo arbitrio il farlo in tempo delle elezioni d'agosto e di settembre, che rinnovavano questo formidabile consiglio. Se in tali elezioni il maggior consiglio avesse rifiutata l'assoluta maggiorità dei suffragi a tutti coloro che si fossero presentati per entrare in quello dei dieci, questo consiglio veniva col fatto soppresso. Più volte i nobili usarono del loro diritto di rifiutare in tal modo i suffragi, per ridurre i dieci a mettere alcuni limiti al loro potere; ma non hanno mai persistito, come avrebbero dovuto fare, fino alla totale abolizione di questo odioso corpo.
Due cose per altro assai notabili si osservano in questo despotismo repubblicano. Primo la consolazione che i cittadini possono trovare della perdita della libertà civile nell'acquisto o nella partecipazione ad un grande potere; compenso che non può aver luogo che in uno stato in cui sonovi pochi cittadini, e dove per conseguenza la volta di giugnere al supremo potere è abbastanza vicina per addolcire il giornaliero sacrificio che ogni cittadino fa de' suoi diritti a questo potere; e per tal modo nelle antiche repubbliche non esisteva veruna libertà civile; il cittadino riconoscevasi schiavo della nazione di cui era parte; si abbandonava interamente alle decisioni del sovrano, senza contestare al legislatore il diritto di controllare tutte le sue azioni, o di violentare in tutto le sue volontà; ma d'altra parte era egli stesso a vicenda e sovrano e legislatore. Conosceva il valore del suo voto in una nazione abbastanza piccola perchè ogni cittadino potesse esservi principe, e sentiva che come suddito sagrificava la sua libertà civile a sè medesimo come sovrano. Lo stesso accadeva a Venezia ove la nazione si componeva, dopo la chiusura del maggior consiglio, di soli nobili, e dove non essendovi più di mille duecento cittadini attivi, tutti avevano il diritto e la prossima speranza d'essere ammessi a vicenda in quel tremendo consiglio dei dieci, per esercitarvi quello stesso potere che aveva temuto in tutto il rimanente del viver suo. Questa specie di compenso ebbe luogo effettivamente finchè gli affari della repubblica prosperarono; e malgrado il despotismo del suo governo, i nobili si mantennero costantemente affezionati alla loro patria. Ognuno comprende quanto un tale compenso sarebbe illusorio, se invece di soli mille duecento nobili si fossero contati nella repubblica alcuni milioni di cittadini attivi. Negli ultimi due secoli diventò illusoria per una diversa ragione: si formò un'oligarchia in seno all'aristocrazia, e la porta del consiglio de' dieci non rimase aperta che a sole sessanta famiglie e forse meno.
L'altro oggetto degno d'osservazione è la facilità con cui, in una repubblica, un immenso potere esecutivo militare e finanziere può limitarsi ed anche distruggersi affatto. Se nelle quattro assemblee annuali in cui i membri del consiglio dei dieci dovevano successivamente eleggersi, i gentiluomini avessero semplicemente rifiutato di dare i loro suffragi, questo potente consiglio che disponeva a suo arbitrio di tutte le finanze, di tutte le forze di terra e di mare, di tutti i tribunali della repubblica e perfino della vita di tutti gl'individui, questo tremendo consiglio avrebbe cessato d'esistere senza disamina e senza un giudizio. In mezzo a tutta la sua dispotica autorità, non pensò mai nella sua lunga esistenza di cinque secoli di rinnovarsi da sè medesimo senza aver bisogno del suffragio de' suoi committenti[302]. La possibilità riservata al sovrano di far cessare un'autorità dispotica, non guarentisce, gli è vero, bastantemente la libertà; ma indica almeno essere questa la sola maniera pratica di contenere entro i limiti d'una dipendenza sociale un troppo vasto potere esecutivo. Invano si vorrebbe sottoporlo ad una rigorosa risponsabilità innanzi ai tribunali; invano s'innalzerebbe un'alta corte nazionale per giudicare gli abusi del potere, coloro che sono gli arbitri dell'armata e del tesoro, non si lasciano atterrire da vane parole, non risguardando essi un'accusa o una chiamata in giudizio a rendere conto della loro condotta, che quale avviso di preparare le armi per difendersi. D'uopo è, come praticavasi in Venezia, che il primo attacco li faccia immediatamente rientrare nella classe de' privati cittadini; che vengano spogliati del potere di nuocere, invece di pensare a punirli; che ne siano spogliati col semplice rifiuto dei suffragi, che non espone verun individuo alla loro vendetta e che non richiede l'uso di un grande coraggio civile; che ne siano spogliati senza che il corpo che li colpisce, subentri nell'esercizio delle loro prerogative e diritti: imperciocchè rendesi necessario di rimuovere perfino il sospetto che siasi preso consiglio dal proprio orgoglio ed ambizione per provvedere alla libertà nazionale. Quanto più si esaminerà questa semplicissima istituzione di Venezia, ci si renderà sempre più chiara ed aperta la felice applicazione che si potrebbe farne in più liberi governi che quello non era[303].
Mentre i Veneziani, occupati trovandosi intorno alla riforma dei loro governo, ricusavano di prendere parte negli affari generali d'Italia, e per avere pace colla chiesa, cedevano di nuovo ai legati pontificj le fortezze di Ferrara di fresco venute in loro potere; mentre le loro armi venivano esclusivamente adoperate in Dalmazia contro le città di Zara, di Traù, di Sebenico, che spesso si ribellavano alla repubblica, i Guelfi toscani liberati finalmente dal terrore che aveva loro ispirato Enrico VII, preparavansi, coll'unione di tutte le forze del partito, a distruggere i Ghibellini ed a punire la città di Pisa per avere soccorso il nemico della loro libertà.
La repubblica di Pisa, come abbiamo osservato nel precedente capitolo, aveva dato per capo ai cavalieri tenuti al suo soldo Uguccione della Fagiuola, uno de' più riputati capitani di parte ghibellina. Giunto egli a Pisa il 22 settembre del 1313, andò subito a guastare il territorio lucchese; e, prima che i Guelfi si fossero preparati alla difesa, aveva occupato Buti, svaligiata Santa Maria del Giudice, ed insultati i Lucchesi fin presso le loro mura. La lega guelfa, ritardata e contrariata da Roberto re di Napoli, ch'ella si era dato per capo, non prendeva alcuna misura vigorosa; i Fiorentini abbandonavano i Lucchesi loro alleati, e Roberto eccitava i Pisani a trattare con lui di pace quando avrebbe dovuto approfittare, per sottometterli, della superiorità delle sue forze e dello scoraggiamento che la morte d'Enrico aveva gettato nel partito ghibellino.
I capi della repubblica di Pisa, e più di tutti Banduccio Buonconti, il più riputato cittadino, non lasciavansi sedurre da questi primi avvenimenti e si vedevano esposti quasi soli alla collera di Roberto, che a quest'epoca trovandosi ancora occupato di più importanti progetti, non tarderebbe, quando fosse tempo, a rovesciare sopra di loro tutte le sue forze. Roberto, in virtù d'una bolla del 14 marzo 1314, fu dal papa nominato vicario imperiale di tutta l'Italia durante la vacanza dell'impero; in pari tempo venne eletto senatore di Roma; mentre per diritto ereditario era sovrano di Napoli e della contea di Provenza; finalmente era stato riconosciuto signore della Romagna e delle città di Fiorenza Lucca, Ferrara, Pavia, Alessandria e Bergamo, aggiungendovi parecchi feudi in Piemonte. Così potente sovrano era per la repubblica pisana un troppo formidabile nemico, e perciò i consoli di mare e gli anziani si affrettarono, dietro gl'inviti fatti da Roberto, di mandare a Napoli un ambasciatore, ed approfittando della circostanza in cui il re preparavasi a portare la guerra in Sicilia, fecero con esso lui un trattato di pace e d'alleanza alle seguenti condizioni: che i Pisani non ajuterebbero in verun modo i nemici del re e nominatamente Federico d'Arragona; che darebbero a Roberto per tre mesi cinque galere e gli pagherebbero cinquemila fiorini al mese per la spedizione di Sicilia. Per rendere questa pace comune ai Lucchesi ad ai Fiorentini accordavano a questi una franchigia dalle gabelle nel loro porto, e restituivano agli altri i castelli loro occupati. Finalmente essi richiamavano tutti i Guelfi esiliati, rendendo loro i diritti della cittadinanza[304].
In conseguenza di questa pace i Pisani dovevano licenziare Uguccione e le truppe tedesche: ma Uguccione non poteva sostenersi che colla guerra; ed il combattere contro forze superiori sembravagli miglior partito che il riposo; e sia ch'egli molto fidasse ne' suoi talenti, o pure che fosse determinato d'arrischiar tutto, poich'ebbe cercato invano di stornare la ratifica della pace, invitò il popolo a prendere le armi, e facendo portare nelle strade alcune aquile vive, insegna de' Ghibellini, fece gridare al tradimento contro i Guelfi. La truppa de' sediziosi, da lui comandata, s'incontrò in quella di Banduccio Buonconti, che voleva difendere l'indipendenza de' magistrati; egli la disperse, e fatti arrestare Banduccio e suo figliuolo, ed accusatili d'avere voluto tradire il partito ghibellino e la libertà della patria, fece loro tagliare il capo. In seguito adunò il consiglio di già intimidito da questa esecuzione, facendogli emanare un decreto, che niuno potesse venir eletto magistrato se non provava ch'egli e i suoi antenati erano sempre stati ghibellini. In tal modo egli acquistò un'autorità quasi tirannica sul governo della repubblica e ad altro più non pensò che a rinnovare la guerra con maggior vigore.
La gelosia che si manifestò tra alcune famiglie guelfe in Lucca, gli diede ben tosto opportunità d'illustrare la sua amministrazione con una brillante conquista. Gli Obizzi, famiglia guelfa della nobiltà lucchese, eransi da più anni innalzati al di sopra delle famiglie rivali; dirigevano essi soli tutti i consigli della repubblica. Da più d'un secolo e mezzo che il partito guelfo era in Lucca dominante, avevano avuto tempo di concentrare i poteri dell'aristocrazia; e la rivoluzione, che del 1301 aveva cacciati i Bianchi da questa città, assicurò l'autorità de' gentiluomini. Il popolo gli odiava e compiangeva le molte famiglie de' Bianchi e degl'Interminelli esiliate; e quando un partito della nobiltà unì la sua gelosia contro gli Obizzi al risentimento della plebe, il governo non ebbe più bastanti forze per mantenersi. Arrigo Bernarducci, capo de' malcontenti, dopo aver fatto innanzi agli anziani una calda pittura dei guasti cagionati dalla loro guerra coi Pisani e della negligenza di Roberto nel difenderli, costrinse questi magistrati a proporre nel maggior consiglio la pace. Unanimi furono i voti di questo corpo, e furono nominati de' commissarj, che, abboccatisi con quelli di Pisa a Ripafratta, conchiusero in pochi giorni la pace, a condizione che i Lucchesi richiamassero tutti gli esiliati[305].
Alla testa di costoro rientrò in Lucca Castruccio Castracani degl'Interminelli, giovane che dava già indizio de' straordinarj talenti che doveva un giorno spiegare, e che ne' dieci anni, in cui fu esule dalla patria, aveva visitato l'Inghilterra, le Fiandre e le città ghibelline della Lombardia ove aveva appreso il mestiere delle armi sotto i più esperti generali[306]. Castruccio volle approfittare della superiorità che il suo ritorno poteva dare al partito ghibellino, e fece segretamente domandare soccorso ad Uguccione della Fagiuola; poi il giorno 14 giugno del 1314 venne con quelli del suo partito a stabilirsi e fortificarsi avanti a Porta San Freddiano per essere a portata d'aprirla al generale ghibellino, tosto che questi vi si presentasse. Castruccio fu attaccato dai Guelfi, e mentre difendevasi nelle case degli Onesti e de' Fatinelli, Uguccione giunse alle porte di Lucca con tutta la cavalleria di Pisa. Niun Guelfo si presentò per difendere le mura, nè veruno del partito di Castruccio s'avvisò d'imporre condizioni a quest'armata alleata; onde Uguccione, fatta una breccia nelle mura, entrò in Lucca ed abbandonò la città al saccheggio, prima che i Guelfi ed i Ghibellini, che combattevano tra di loro, sapessero la sua venuta. Immenso fu il bottino fatto in tale occasione da' Pisani[307]; oltre ch'essi spogliarono coll'ultimo rigore i Lucchesi, contro de' quali avevano lungo tempo nudrito un violento odio, trovarono nella chiesa di san Freddiano il tesoro del papa, che aveva fatto venire da Roma per trasportarlo in Francia tostochè le strade fossero state più sicure. Uguccione, dopo aver fatta questa importante conquista, lasciò suo figliuolo Francesco governatore di Lucca e tornò a Pisa[308].
I Guelfi lucchesi, cacciati dalla loro patria, si fortificarono in alcune castella di Val di Nievole e chiesero ajuto ai Fiorentini, i quali vivamente sentendo la sventura de' loro alleati, e spaventati dalle funeste conseguenze che questo avvenimento poteva avere, adunarono soldati da ogni banda ed accordarono una vantaggiosa pace agli Aretini, onde rivolgere tutte le loro forze contro d'Uguccione. In pari tempo chiesero al re Roberto i soccorsi che da lungo tempo avrebbe dovuto mandare in Toscana; perchè, mosso dalle loro istanze, Roberto mandò il suo più giovane fratello Pietro, il quale entrò in Firenze il giorno 18 agosto del 1314 con trecento uomini d'armi che Roberto mandava in soccorso della lega guelfa.
Questa truppa non bastava a dare ai Fiorentini un deciso vantaggio sopra un così attivo e valoroso generale com'era Uguccione, il quale dal canto suo non lasciava un istante di riposo ai Guelfi vicini, guastando quasi nello stesso tempo le terre di Pistoja, di Samminiato e di Volterra, occupando le più importanti castella di Val di Nievole ed assediando Montecatini, la sola fortezza che rimanesse in mano de' Guelfi tra Lucca e Pistoja.
I Fiorentini vedevano con sommo timore, senza potervi provvedere, i rapidi progressi d'Uguccione, perchè s'erano legate le mani col dare nel precedente anno la loro signoria a Roberto. Altronde non potendo liberamente disporre delle loro finanze e non avendo un credito indipendente, erano inabilitati a fare da se medesimi uno sforzo vigoroso contro il nemico che li tribolava. Dovettero dunque nuovamente ricorrere al re Roberto, pregandolo a spedire un altro de' suoi fratelli, Filippo, principe di Taranto, per comandare le loro milizie. Questo principe arrivò l'undici luglio del 1315 con suo figlio Carlo e cinquecento uomini d'armi al soldo de' Fiorentini.
Intanto Uguccione andava stringendo l'assedio di Montecatini; ma avuto avviso degli apparecchi che si facevano in Firenze per attaccarlo, aveva chiamati al suo campo tutti gli alleati ghibellini, e formata un'armata di due mila cinquecento uomini d'armi con un proporzionato numero d'infanteria[309]. Dal canto loro i Fiorentini avevano ricevuti rinforzi da Bologna, Siena, Perugia, Città di Castello, Agobbio, Pistoja, Volterra, Prato e dalle città della Romagna; ed avevano formato un'armata di tre mila duecento cavalli con un grosso corpo di pedoni[310]. Ne prese il comando Filippo, principe di Taranto, il maggiore de' fratelli del re, il quale mosse da Firenze il 6 agosto del 1315 per far levare l'assedio di Montecatini.
Uguccione, supponendo che i Fiorentini s'avanzassero per il piano di Fucecchio, ne aveva afforzati i passaggi; ma invece s'avanzarono essi dalla banda più settentrionale e giunsero per Monsummano fino in faccia al suo accampamento, da cui non li separava che la Nievole. Sebbene questo piccolo fiume non potesse ritardar molto il passaggio delle truppe, nè l'una parte nè l'altra osava passarlo in faccia al nemico[311]; sicchè rimasero alcuni giorni al loro posto senza che Uguccione abbandonasse un solo istante Montecatini e che il principe potesse soccorrere la fortezza.
Frattanto i Guelfi di Val di Nievole, incoraggiati dalla presenza di così forte armata, presero le armi ne' castelli e ne' villaggi posti alle spalle d'Uguccione; ed avendo preso Borgo a Buggiano, impedirono a questo generale il trasporto delle vittovaglie. Trovossi allora costretto a levare l'assedio, e nella notte del 28 al 29 d'agosto diede il segno della partenza: ma accortosi in sul fare del giorno che i Fiorentini si disponevano ad inseguirlo, fece voltar faccia alle sue truppe, e gli attaccò vigorosamente, quando credevano tutt'altro che d'essere attaccati. Gli ausiliarj di Siena e di Colle furono subito sgominati, e la debole loro resistenza lasciò esposta tutta l'armata fiorentina alla cavalleria tedesca d'Uguccione. Per altro i Fiorentini resistettero lungamente intorno al principe Filippo, ma finalmente dovettero anch'essi fuggire disordinati. Pietro, fratello del re Roberto, e Carlo, figliuolo del principe Filippo, rimasero sul campo di battaglia, come pure il conte di Battifolle, Blasco d'Alagona, contestabile dell'armata, e molti altri ragguardevoli personaggi. Duemila furono i morti in battaglia, e millecinquecento rimasero prigionieri. Molti de' fuggitivi, volendo porsi in sicuro a Fucecchio, si annegarono nella Gusciana e nelle paludi di questa pianura sommersa. Anche Uguccione perdette suo figliuolo Francesco, il nipote del cardinale di Prato e molti valorosi soldati[312].
Dopo la rotta de' Fiorentini, Montecatini e Monsummano s'arresero al vincitore; il quale diede il comando di Lucca al suo secondo figlio Neri, in luogo del primogenito ucciso; ed egli tornò a Pisa ove fu ricevuto in trionfo.
Ma le vittorie d'un padrone non indennizzano lungo tempo il popolo della sua tirannia. La nazione non tardò ad accorgersi che quando la gloria ed i vantaggi più non possono essere suoi, la vittoria del principe è una rotta de' cittadini. Onde i patriotti pisani trattarono segretamente con Castruccio Castracani, perchè questi dal canto suo liberasse Lucca dalla tirannide d'Uguccione. Castruccio aveva avuto molta parte nella vittoria di Montecatini; era risguardato pel primo cittadino di Lucca, ed Uguccione, che gli doveva molta riconoscenza, lo trattava con sommo riguardo, senza però affidargli verun comando. Frattanto avendo Castruccio attaccati ed uccisi alcuni contadini di Camajore che avevano tentato d'assassinarlo, Neri della Fagiuola si valse di questo pretesto per farlo arrestare[313], e scrisse subito a suo padre di venire a Lucca colla cavalleria tedesca, non osando di mandare al supplicio un uomo che godeva di così grande riputazione, senza essere sostenuto da ragguardevoli forze. Infatti Uguccione partì alla testa della sua cavalleria: era questo l'istante fissato per far ribellare le due città, le quali per la strada del piano tenuta dalla cavalleria, sono l'una dall'altra distanti quattordici miglia, e dieci miglia pel cammino della montagna. Quest'istante fu dai congiurati colto con precisione. Il 10 aprile 1316 non aveva Uguccione ancora fatto due miglia sulla strada di Lucca, che i patriotti pisani presero le armi. Avevano essi attaccato un toro alla porta di san Marco di Chinzica, che staccarono in quel momento, e colle armi sotto il mantello seguirono il furibondo animale per le più frequentate strade, gridando: fermate il toro, fermate! Adunarono in tal modo in mezzo alla città molta gente senza eccitare alcun sospetto nel luogotenente d'Uguccione, il quale credeva il toro fuggito dal macello. Vedendosi i congiurati in mezzo a sufficiente numero di cittadini, colà tratti dalla stessa supposizione, gettarono a terra il loro mantello, ed impugnando la spada ignuda, gridarono: Viva il popolo! morte al tiranno! A questo grido ripetuto all'istante dall'un canto all'altro della città, tutti i cittadini presero le armi, ed unitisi ai congiurati, attaccarono il palazzo d'Uguccione e la porta di Parlascio; ed avendo ovunque rotti i satelliti del tiranno, li cacciarono fuori di città. La cavalleria pisana non volle prender parte a questa sommossa; ma quando fu terminata, si presentarono agli anziani giurando fedeltà alla repubblica ed alla libertà[314].
Lo stesso giorno presero le armi anche i Lucchesi, o, come vogliono alcuni, prima che Uguccione entrasse nella loro città, o, secondo altri, dopo che n'era uscito per reprimere la sedizione di Pisa. Adunaronsi innanzi alla casa di Neri della Fagiuola, chiedendo altamente la libertà di Castruccio. Neri non osò rifiutarsi e fece rilasciare il prigioniere, il quale fu consegnato ai congiurati ancora avente le catene ai piedi ed alle mani. Queste catene furono lo stendardo dei Lucchesi: essi le portarono avanti a loro andando ad attaccare i forti ancor difesi da Neri della Fagiuola; e cacciandolo dalla città co' suoi seguaci, prima che il padre potesse soccorrerlo, ricuperarono in poco tempo quella libertà, che già da due anni avevano perduta[315].
Uguccione e Neri della Fagiuola, perduta ogni speranza di rientrare in Pisa o in Lucca, si ripararono alla corte di Can grande della Scala in Verona, ove trovarono un altro più illustre fuoruscito, il poeta Dante, che si era recato a quella corte dopo la morte di Enrico VII. I Pisani nominarono allora capitano del popolo e delle milizie il conte Gaddo della Gherardesca, ed i Lucchesi affidarono per un anno la stessa carica a Castruccio Castracani. Ma gli uni e gli altri, non essendo più eccitati alla guerra da Uguccione, acconsentirono volentieri alle proposte di pace loro fatte da Roberto. I Fiorentini vi si prestarono di mala voglia, desiderosi di vendicarsi della rotta di Montecatini, ed accusavano il re di viltà che sì tosto dimenticava la morte del fratello e del nipote. Ad ogni modo per l'intromissione di Roberto la pace fu segnata in aprile del 1317 tra tutti i popoli guelfi e ghibellini della Toscana, restando tutti al possesso delle castella che avevano conquistate: ai Fiorentini venne assicurata la franchigia del porto di Pisa; i Pisani promisero di mantenere cinque galere agli ordini del re Roberto, qualunque volta egli mettesse una flotta in mare, e si obbligarono, dietro sua domanda, a fabbricare a san Giorgio in Ponte una chiesa sotto l'invocazione della pace, pel riposo delle anime di coloro ch'erano morti nella battaglia di Montecatini: la quale chiesa fu poi a ragione risguardata dai Pisani piuttosto come un monumento della loro vittoria, che come un segno di triste ricordanza.
Roberto, siccome tutti gli altri principi francesi che guerreggiarono in Italia dopo Carlo d'Angiò, non ebbe talenti di lunga mano corrispondenti alla sua ambizione o alla sua profonda politica. Roberto aveva avute molte rotte anche nella guerra da lui trattata contro Federico di Sicilia, e perciò, intimamente persuaso della sua incapacità militare, preferiva, per ingrandirsi, le vie delle negoziazioni.
Un vasto piano era legato alla pace ch'egli aveva fatta segnare alla Toscana. Le circostanze più favorevoli alla sua ambizione ponevano tutta l'Italia nelle sue mani. In Germania due principali emuli, Luigi di Baviera e Federico d'Austria, ambedue coronati nel 1314 come re de' Romani, l'uno ad Aquisgrana, l'altro a Bonna, distrussero l'autorità dell'impero volendosene impadronire colle armi. Nella corte d'Avignone dopo l'interregno di due anni era succeduto a Clemente V, morto del 1314, un nuovo pontefice chiamato Giovanni XXII, affatto ligio a Roberto: per ultimo questo principe approfittava delle lunghe dissensioni della Lombardia e della Liguria per cercare di stabilire la sua autorità in queste due province, e la repubblica di Genova era la prima conquista che egli disegnava di aggiugnere a' suoi stati. Ma il nuovo interregno dell'impero, il pontificato di Giovanni XXII e le rivoluzioni che l'ambizione di Roberto di Napoli causarono all'Italia, appartengono ad una nuova epoca di questa storia; che serbiamo per l'altro immediato volume. D'altra parte la caduta dell'ultima repubblica di Lombardia, dell'ultima fra le città dell'Italia settentrionale che conservò la libertà democratica, la caduta di Padova, appartiene all'epoca contemplata dal presente capitolo.
Di quante città aveano segnata la lega lombarda cento cinquant'anni prima, Padova e Bologna eransi sole conservate in possesso di que' privilegi pei quali avevano così valorosamente combattuto contro Federico Barbarossa. Bologna, protetta dalla chiesa, sostenuta dalle repubbliche toscane, si sottrasse lungo tempo al destino delle città lombarde, tra le quali non era stata annoverata, sebbene facesse parte della loro lega. Padova circondata quasi da tutti i lati dai tiranni lombardi, e conservatasi fedele alla parte guelfa in mezzo ai più potenti ghibellini, fu più presto esposta agli attacchi, sotto de' quali doveva finalmente soggiacere.
Il lungo interregno dell'impero era stato per Padova l'epoca più felice. Dopo la caduta della casa di Romano fino alla discesa d'Enrico VII in Italia, nella lunga pace di cinquantasette anni[316] questa città, sempre protetta dalla chiesa e dal partito guelfo, aveva ricuperato, per la benefica influenza di un libero governo, quella popolazione e quelle ricchezze ond'era stata spogliata verso la metà del precedente secolo dalla tirannia d'Ezelino. La città di Vicenza erasi sottomessa ai Padovani[317]; tutti i Guelfi della Marca Trivigiana si dirigevano a seconda dei consigli di Padova; finalmente gli studj fiorivano in questa città, la sua università essendo una delle più rinomate d'Italia; e la celebrità de' suoi professori per ogni genere di arti liberali vi chiamava scolari da tutta l'Europa[318]. Padova diede all'Italia nel quattordicesimo secolo molti de' suoi più riputati storici. Non pertanto in seno a tanta prosperità l'interna pace della repubblica era doppiamente minacciata. I Vicentini, vergognandosi di vedersi soggetti ad una città lungo tempo rivale, odiavano assai più il governo di Padova, che il despotismo, e piuttosto che rimanere sotto lo stesso giogo, erano disposti a porsi tra le braccia del primo tiranno della Lombardia che fosse abbastanza potente per umiliare i Padovani. D'altra parte la gelosia della nobiltà e del popolo erasi, come nelle altre città italiane, manifestata anche in Padova, e più volte il governo era venuto in mano degli artigiani, diretti dai tribuni del popolo detti Gastaldoni: allora lo stato perdeva in faccia agli stranieri la sua forza e la considerazione di cui godeva; ed i Padovani nel complesso della loro condotta meritavano spesso tutti i rimproveri che sono stati fatti alle assolute democrazie. Lo stesso senato era democratico, venendo composto di mille cittadini che si rinnovavano ogni anno[319]; ed il popolo, sempre diretto dalla passione di dominare, non agiva a seconda delle regole della più comune prudenza. Una violenta gelosia gli faceva escludere dal governo que' nobili, che colle loro ricchezze, i talenti, il coraggio e lo splendore del loro nome, avrebbero dato più di risalto all'amministrazione: una prevenzione non meno imprudente faceva loro incautamente confidare la più pericolosa autorità ad una sola di queste nobili famiglie, a quella che più d'ogn'altra avrebbe potuto meritare la sua gelosia, e che pure era la sola che n'andasse esente, la famiglia dei Carrara. I più piccoli avvenimenti ispiravano a questo popolo un'insensata presunzione, un ridicolo orgoglio; il più leggiero rovescio ne abbatteva il coraggio, e lo disponeva a soggiacere a tutte le umiliazioni. Fortunatamente che in que' momenti di terrore i nobili riacquistavano la loro influenza sopra la moltitudine; ed in allora guarentivano l'onore nazionale e salvavano la patria.
Durante la spedizione d'Enrico VII, in più modi manifestossi l'inconseguenza de' Padovani. A vicenda ora volevano resistere, ora fare con lui la pace. Due volte lo storico Albertino Mussato fu da loro spedito all'imperatore; due volte comperò da lui sotto dure condizioni la riconciliazione della repubblica; ed altrettante volte i Padovani alternativamente gelosi, o di Cane della Scala, o dello stesso Enrico, ruppero le convenzioni e ricominciarono la guerra: di modo che Enrico, l'ultimo anno della sua vita, pronunciò in Pisa contro di loro una sentenza che li privava di tutte le loro onorificenze e franchigie e li metteva al bando dell'impero[320]. Sedendo nello stesso tribunale, Enrico aveva pochi giorni prima condannato Roberto re di Napoli.
Gli è vero che le pretese d'Enrico VII erano propriamente fatte per eccitare la diffidenza della repubblica, e la sua condotta poteva averle dato giusto motivo di lagnanza. In marzo o in aprile del 1311 aveva permesso ad un Vicentino emigrato, che trovavasi al suo servigio, di sollevare cogl'intrighi la sua patria, procurandogli i soccorsi di Cane della Scala ed istigando tutt'ad un tratto i Vicentini a prendere le armi, a scacciare la guarnigione padovana e ad inalberare le aquile imperiali[321]. Quest'avvenimento, che tenne dietro alla prima infruttuosa missione d'Albertino Mussato, fu cagione di una guerra tra Padova e Vicenza protetta da Cane della Scala. Nuovi trattati sospesero subito la guerra ch'ebbe poi fine col trattato di pace di Genova tra Enrico VII e Padova, di cui il Mussato fu mediatore.
Ma mentre l'imperatore, imbarazzato trovandosi nelle guerre di Toscana, più non incuteva timore alle città lombarde ed alla Marca Trivigiana, il suo principale campione in questa contrada, Cane della Scala, provocava di nuovo i Padovani con ostili apparecchi. Fino al 1311 Cane aveva diviso con suo fratello Alboino il governo di Verona; ma circa un anno avanti la morte d'Enrico VII morì pure Alboino; perchè Cane più non trovandosi ritardato o contraddetto ne' suoi vasti progetti da un collega, diede libero corso al suo carattere inquieto ed audace. Dopo avere con tutte le sue forze ajutato Enrico, chiese ed ebbe in ricompensa il governo di Vicenza col titolo di vicario imperiale; e sebbene ai Vicentini spiacesse di perdere così presto la libertà che avevano di fresco ricuperata, gli aprirono le porte ed a lui si sottomisero. Allora Cane della Scala introdusse in Vicenza i soldati mercenarj ch'egli aveva assoldati di diversi paesi e lingue, e non risparmiò ai Vicentini le vessazioni che, specialmente in quell'epoca, accompagnavano un governo militare[322].
I Padovani, che avevano ragione di temere che Cane in virtù del suo titolo di vicario imperiale nella Marca Trivigiana, non pretendesse di avere sopra la loro città que' medesimi diritti ch'esercitava sopra Vicenza, più non ascoltando che la loro impazienza e la loro collera, armarono le loro milizie ed assoldarono mercenarj per intraprendere la guerra. La gioventù aveva piacere che incominciasse: stanca della monotonia della pace, di cui godeva da tanto tempo la sua patria. «Pure, dice Ferreto di Vicenza, quando la guerra fu intimata dai due popoli, gli abitanti delle campagne furono i primi ad essere attaccati: il primo segno delle ostilità fu la rapina delle loro gregge e de' loro mobili. I contadini che in questo subito attacco non furono fatti prigionieri, sforzaronsi di condurre in città e di deporre in luogo sicuro tutto quanto poteva essere trasportato. Allora si videro gli agricoltori condurre un lungo ordine di carri, sui quali avevano frettolosamente caricati i rustici loro mobili e i vasi delle loro cantine; mentre le madri, coi loro fanciulli al seno o sopra le spalle, venivano a dormire sotto gli stessi portici delle nostre case. Questa maniera di guerreggiare, di uccidere e far prigionieri i cittadini, di rubare i loro beni, e di bruciarne le case, veniva a noi insegnato dagli stranieri mercenarj che avevano sempre vissuto nei campi. Quante volte non abbiamo noi veduto strascinarsi da questi empi soldati, che Cane pagava a prezzo d'oro, truppe di contadini padovani colle mani legate alle reni? Essi custodivano questi prigionieri nella nostra patria e crudelmente li maltrattavano per obbligarli a riscattarsi. Nè i mercenarj di Padova trattavano più dolcemente i contadini di Vicenza: come mai quest'infelici avevano meritate tante ingiurie!»[323].
La prima conseguenza della guerra fu l'aggravarsi della tirannia di Cane sui Vicentini: quattro gentiluomini furono da lui incaricati dell'assoluto governo di questa città; e perchè più prontamente potessero percepire le imposte, tutte le immunità del popolo, tutte le leggi furono abolite. Allora scoppiarono in Vicenza delle congiure contro Cane, le quali giustificarono in certo modo le criminali inquisizioni, l'esilio, la confisca dei beni di una parte della nobiltà che rifugiossi in Padova, e che dopo tale epoca portò poi le armi contro la patria. Ma la libertà non era meno in pericolo a Padova, ove ogni zuffa era cagione di nuove animosità contro i Ghibellini: il loro capo Guglielmo Novello, attaccato dai sediziosi nel palazzo pubblico fu massacrato innanzi allo stesso pretorio; e de' suoi partigiani alcuni fuggirono, altri come nemici della patria furono condannati a perpetuo bando[324].
Il luogo in cui si veniva più frequentemente a battaglia tra i due popoli, era quello in cui il Bacchiglione, fiume che attraversa il Vicentino, si divide in due rami, uno de' quali, dirigendosi al Sud-Ovest, bagna le campagne d'Este, e l'altro al Sud-Est quelle di Padova. L'abbondanza delle acque raddoppia la fertilità di quelle ricche campagne, ed il possesso del fiume per farne scendere una minore o maggior parte dall'una o dall'altra parte era della più alta importanza pei due popoli, i quali attaccarono, rovesciarono, rialzarono più volte le dighe. In queste zuffe i Padovani erano sempre superiori di numero e di ricchezze; ma Cane, la di cui armata era quasi esclusivamente formata di mercenarj, accostumati fino dalla fanciullezza al mestiere delle armi, e che non sapevano cosa fossero la fatica o la pietà, vinceva i Padovani per conto della disciplina e dell'arte militare.
Avendo i Padovani adunate le truppe sussidiarie di Cremona, di Treviso, del marchese d'Este e gli esiliati di Vicenza e di Verona; ed inoltre avendo assoldati alcuni condottieri, tra i quali distinguevansi due Inglesi, Bertrando ed Ermanno Guglielmo[325], formarono un'armata di 10,000 cavalli e 40,000 fanti; armata formidabile che pareva bastante a conquistare tutta la Lombardia. Pure sì grande armata, invece di fare qualche strepitosa impresa, non giovò ad altro che ad attirare sopra la Venezia un altro flagello. Si tenne lungo tempo accampata, esposta all'ardore del sole, in riva a' fiumi, le di cui torbide acque appena si muovono; le malattie vi presero piede, ed una crudele epidemia distrusse nello stesso tempo i due campi e le due città.
Il massacro di Guglielmo Novello di Campo Sampiero, e l'espulsione de' Ghibellini suoi partigiani non riuscirono utili soltanto alla parte guelfa, ma ancora alla fazione aristocratica che acquistò maggiore influenza ne' consigli della repubblica. Pel corso di più di mezzo secolo Padova erasi conservata fedele alla Chiesa, e l'aristocrazia spalleggiava sempre il partito che una città aveva seguìto più lungo tempo. Per altro i capi del governo non appartenevano ad antiche famiglie: erano Pietro Alticlinio, avvocato, e Ronco Agolanti. Avevano amendue ammassate grandi ricchezze coll'usura, e l'uno e l'altro abusavano del credito che loro dava lo stato, in particolare permettendo ai loro figli di valersene per soddisfare alle proprie passioni. Amendue in onta al partito ghibellino, di cui avevano divise le spoglie, ed in onta al popolo che avevano escluso dal governo, non erano meno esosi alla casa dei Carrara, la più ricca della nobiltà, la più popolare, e quella che colla sua ricchezza minacciava più delle altre la libertà. Due giovanetti di questa casa, Nicola ed Obizzo, eccitarono, contro il sentimento de' loro parenti, una sedizione per disfarsi di questi due capi della repubblica. Introdussero moltissimi contadini in città; ed incontrando Pietro Alticlinio sulla piazza del mercato, gli furono addosso e lo sforzarono a fuggire. Nello stesso tempo incominciarono a gridare, viva il popolo, viva il popolo solo! Da tutte le bande si corse alle armi: invano il podestà co' suoi sgherri occupò la piazza del pretorio, i sediziosi si attrupparono in tutte le altre; invano, così consigliato dal vescovo, il podestà ordinò alle compagnie della milizia di unirsi nella piazza grande per marciare di là al proprio quartiere: si allontanarono a stento non più di cento cinquanta passi e ben tosto tornarono a riempiere la maggior piazza. Intanto i Carrara, ripetendo il grido di viva il popolo, vi aggiunsero quello di morte ai traditori; ed i loro partigiani che si frammischiavano in ogni gruppo di persone, andavano susurrando di affidare ai Carrara la vendetta nazionale. Ben tosto fu per acclamazione rimesso lo stendardo del popolo ad Obizzo dei Carrara; e questi alla testa della plebaglia, ripetendo il grido di morte, si volse alla casa di Pietro d'Alticlinio. La casa fu saccheggiata, ed il popolo, ad un tempo credulo e furibondo, si figurò di avervi trovate le prove de' più odiosi delitti che si attribuivano a Pietro ed a' suoi figliuoli: prigioni ov'erano stati chiusi di nascosto i loro nemici; sepolcri nei quali trovaronsi i cadaveri di coloro che avevano fatto perire; un albergo dipendente da loro, nel quale i viaggiatori si uccidevano di notte affinchè il proprietario ne acquistasse le spoglie; per ultimo gl'indizj d'altri inauditi delitti e meno verosimili: tutte le quali accuse furono confermate con asseveranza, siccome fatti indubitati[326]. Il primo giorno fu interamente consacrato al saccheggio di questa potente casa. All'indomani fu denunciato al popolo Ronco Agolanti, e, sorpreso nel luogo ov'erasi nascosto, fu massacrato ed il suo cadavere strascinato in pezzi per le strade. Suo fratello non tardò a provare la medesima sorte; le loro case e quelle ch'ebbero la disgrazia di trovarsi vicine, furono saccheggiate, e la plebaglia avida di bottino attaccò in appresso tutti coloro che gli si denunciavano come amici delle prime vittime. Una voce propose di vendicarsi di colui, il quale, preparando una nuova tariffa delle gabelle, voleva impoverire il popolo con odiose contribuzioni. Quello che veniva in tal modo indicato alla rabbia popolare era Albertino Mussato lo storico, il quale, per far fronte alle spese della guerra, aveva proposta una nuova tassa, che credeva più eguale, e stava formandone il catastro. All'istante i sediziosi si precipitarono verso la sua casa la quale era assai forte ed unita alle mura della città: ne furono chiuse le porte, e mentre la furibonda plebe attaccava la muraglia. Mussato salì a cavallo fuori della vicina porta, e fuggì a briglia sciolta verso Vico d'Aggere, ove si pose in sicuro. La sua casa fu salvata dal saccheggio perchè vennero proposte al popolo nuove vittime. Si seppe che Pietro d'Alticlinio e i tre figliuoli eransi rifugiati nel vescovado; Pagano della Torre, in allora vescovo di Padova, fu forzato a consegnarli alla plebe, la quale soddisfatta del loro supplicio cominciò a calmarsi[327].
All'indomani, ch'era il primo giorno di maggio del 1314, gli anziani della città, accompagnati dai tribuni, o gastaldioni, con gli stendardi del comune e del popolo convocarono l'assemblea dei cittadini. In questa fu risolto di mettere fine alle vendette; che gli attruppamenti ed il grido di morte nelle strade sarebbero vietati; che si darebbe opera a ristabilire la pace tra le famiglie, guarantendola coi matrimonj; che il governo verrebbe affidato a dieciotto anziani, secondo l'antica pratica; che sarebbero assistiti dai tribuni; e che la repubblica continuerebbe a governarsi colla protezione e sotto il nome di parte guelfa. Albertino Mussato fu richiamato e compensato dal governo de' sofferti danni.
L'indisciplina dei campi non era minore della licenza della città: noi siamo omai giunti a quegli sventurati tempi in cui la sorte della guerra non dipendeva più dalle milizie nazionali, a que' tempi ne' quali la sicurezza e l'onore dello stato venivano confidati a braccia mercenarie e straniere. Ogni giorno i soldati arrogavansi nuovi privilegi, ed aggravavano sui popoli i crudeli diritti della guerra; ed in pari tempo ponevano in dimenticanza la disciplina, l'ubbidienza ed il coraggio delle antiche repubbliche italiane.
Poco dopo la sedizione del mese di maggio, i Padovani, sotto la condotta del loro podestà Ponzino Ponzoni cremonese, attaccarono la stessa città di Vicenza. Cane della Scala erasene allontanato per soccorrere Matteo Visconti. Il primo di settembre, all'ora de' vesperi, Ponzino alla testa dell'armata padovana, d'un ragguardevole corpo di mercenarj sotto gli ordini immediati di Vanne Scornazano e di mille cinquecento carri destinati al trasporto delle bagaglie e delle armi dell'infanteria pesante, prese la strada che da Padova conduce a Vicenza. Queste due città non sono lontane che quindici miglia, ossia cinque ore di marcia, di modo che l'adunanza de' carri che Ponzino aveva fatta venti giorni prima, e col più grande segreto per questa spedizione, ci dà la più straordinaria idea della maniera con cui facevasi allora la guerra; e tale era la mollezza degli uomini d'armi, che durante questa breve marcia notturna, la maggior parte avevano deposte le armi sui carri che li seguivano[328].
In sul far del giorno l'armata padovana giunse innanzi alle mura del sobborgo di san Pietro a Vicenza, senza che la sua marcia fosse stata annunziata da veruno esploratore: le guardie delle porte erano addormentate; ed alcuni Padovani leggermente armati, attraversando la fossa, si resero padroni dei ponti levatoj e gli abbassarono prima che i Vicentini pensassero a difendersi. Le guardie risvegliandosi, fuggirono in città e ne chiusero le porte; ed i Padovani senza adoperare le armi rimasero padroni del sobborgo. Il suono delle trombe e le grida di viva Padova! annunciarono questa vittoria agli abitanti, i quali incerti della loro sorte, desiderosi di tornare sotto l'amministrazione repubblicana de' loro padri, desiderosi di scuotere il giogo di Cane, ma inquieti dell'abuso che forse si farebbe del diritto della guerra, guardavano tremando i loro vincitori. Ben tosto un proclama in nome di Ponzino Ponzoni stabilì la pena di morte contro chiunque si rendesse colpevole di furto o di morte: gli abitanti del sobborgo vi corrisposero con grida di gioja, gridando ancor essi viva Padova! e le madri portando i fanciulli nelle braccia sotto i portici, insegnavano loro a proferire questi due vocaboli.
Frattanto i Vicentini, per meglio difendere il corpo della città, tentarono d'incendiare le case del sobborgo più vicine alle mura; ed i Padovani, non sapendo approfittare della loro vittoria, stabilirono il loro campo duecento passi lontano dal preso sobborgo, di cui affidarono la guardia a Vanne Scornazano ed a' suoi mercenarj: ma appena giunsero al luogo in cui volevano fissare il campo, che lo stesso Scornazano, sortendo dal sobborgo, si avanzò verso il podestà Ponzino e Giacomo di Carrara, che stava co' principali capi dell'armata: «E qual è, disse, cittadini di Padova, la vostra maniera di fare la guerra? che significa quest'indulgenza pei vinti? voi non sapete approfittare della vittoria, e la vostra pretesa dolcezza sarà da tutto il mondo giudicata debolezza e pusillanimità. Quando le vostre genti furono vinte si sottrassero alle ferite o alla morte? vi diedero mai i vostri nemici l'esempio di questa indulgenza, o piuttosto di questa viltà? Coi nemici accaniti non devesi risparmiare nè il ferro, nè il fuoco, nè il saccheggio. Accordate ai vostri soldati il bottino del sobborgo, altrimenti tra poco gli abitanti ben sapranno trafugare tutte le loro ricchezze[329].»
Ponzino ed i capi del popolo si rifiutarono a questa domanda; ma i mercenarj non avevano aspettata la decisione del consiglio; ed il saccheggio era già cominciato. Gli sventurati abitanti del sobborgo, cui era stata guarentita la sicurezza, furono all'improvviso trattati con tutto il rigore; e lo stesso Ponzino chiuse gli occhi sulla condotta de' proprj satelliti che davano l'esempio di tutti i delitti. I mercenarj, incaricati di custodire la porta che comunica colla città, l'abbandonarono per ispargersi per le case, e ben tosto la ciurmaglia del popolo padovano arrivò sollecitamente dal campo per dividere le spoglie del sobborgo. Furono gettate ne' campi tutte le munizioni che erano state portate sui carri che seguivano l'armata, onde caricarli de' più preziosi effetti del bottino: nè i sacri vasi delle chiese, nè le cose de' monasterj furono rispettate; e la brutalità de' soldati espose agli ultimi oltraggi le spose e le figlie de' Vicentini, e perfino le vergini consacrate a Dio[330].
Frattanto, avanti l'ora terza del giorno, era stato dato avviso a Cane della Scala, che trovavasi a Verona, della presa del sobborgo; e tosto gittatosi in ispalla l'arco, ch'egli soleva spesso portare all'usanza de' Parti, corse a cavallo a Vicenza con un solo scudiere. Giunto in città, dopo avere due volte mutato cavallo, chiamò i suoi compagni d'armi; e non fermandosi che il tempo necessario per bevere un bicchiere di vino che gli fu presentato da una povera femmina, fece aprire la porta di Liseria e piombò sui Padovani con soli cento uomini d'armi ch'eransi adunati intorno a lui. Tutta l'armata padovana era occupata nel saccheggio o nella dissolutezza. Cane non trovò nel sobborgo veruna resistenza; alquanto più in là venne fermato un istante da un piccolo corpo di gentiluomini, fra i quali trovavasi Albertino Mussato, ma questo pure fu sgominato, ed Albertino scavalcato, fu fatto prigioniere. A non molta distanza toccò la medesima sorte a Giacomo di Carrara. Tutto il rimanente dell'armata più non pensò a difendersi, ed era così grande il terrore de' Padovani, che Cane trovossi, inseguendoli, con soli quaranta cavalieri, preso in mezzo da cinquecento cavalli fuggitivi ch'egli si era lasciati addietro. Questi ultimi sembravano agli occhi de' primi fuggitivi far parte dell'armata di Cane, ed accrescevano il terrore; essi medesimi conoscevansi posti tra due corpi nemici, e non osavano di far fronte. In questa disfatta Vanne Scornazano, che l'aveva procurata, Giacomo e Marsiglio di Carrara ed altri venticinque cavalieri con circa settecento plebei furono fatti prigionieri. Il numero de' morti indica il cominciamento di quelle guerre incruenti che avvilirono il coraggio delle truppe italiane: non si trovarono sul campo di battaglia che sei gentiluomini e trenta plebei[331].
Dopo tale disfatta i Padovani cercarono di fortificarsi, chiamando in loro soccorso gli alleati di Treviso, Bologna e Ferrara. Dal canto suo Cane della Scala fece domandare rinforzi al capo del partito ghibellino, ai Buonacorsi di Mantova, al duca di Carinzia ed a Guglielmo da Castrobarco, coi quali credeva di potersi rendere padrone di Padova. L'eccessive piogge, che inondarono tutta la campagna, ritardarono dieci giorni tutte le operazioni militari. Frattanto Cane della Scala riceveva alla sua corte i suoi più distinti prigionieri, Giacomo di Carrara, Vanne Scornazano ed Albertino Mussato. L'ultimo era nato nella più bassa classe del popolo, da cui l'avevano innalzato i suoi talenti e la sua erudizione; ed era risguardato come uno de' più letterati uomini del suo secolo. «Peraltro, dice Ferreto di Vicenza, non era stato ancora decorato di una corona di lauro o di ellera col titolo di poeta, non aveva ancora pubblicata la sua storia, e la sua tragedia d'Ezelino non comparve che dopo che gli fu dato il titolo di poeta. Ma egli amministrava già con somma vigilanza gli affari della sua repubblica, ed in pari tempo compilava con somma cura la storia de' fatti d'Enrico VII e de' mali d'Italia. Era un uomo di vasti talenti, dotato di prudenza e di facondia: non andò debitore che a sè medesimo, che ai proprj talenti del titolo e della corona di poeta; perciocchè non essendo nato d'illustri parenti non aveva ereditate nè ricchezze, nè credito nella sua patria; ma sebbene uscito dall'ultima classe, fu dai tribuni e dai magistrati del popolo innalzato al grado de' padri consolari ed ai primi onori della repubblica Padovana. Egli ricevette per compenso de' suoi talenti e delle sue fatiche grandissima fama e grandi ricchezze, che gli furono assegnate sul tesoro pubblico[332].» Per tal modo il titolo di poeta, ed una capacità che oggi non ci sembra singolare ottenevano allora non solo la gloria, ma ancora le ricchezze ed il potere. Al presente le poesie del Mussato e la sua tragedia non lo salverebbero dall'obblio; la sua stessa storia è riputatissima solo per essere contemporanea, e malgrado la molta luce che sparge intorno ai più importanti avvenimenti di quei tempi, il nome del Mussato non è noto che a pochi eruditi.
Frattanto la sospensione delle ostilità che non era che una conseguenza delle inondazioni, e le frequenti conferenze dei capi de' Padovani con Cane della Scala, ridussero le due parti a proposizioni di pace. Allora fu che Giacomo da Carrara contrasse segreta amicizia con Cane, onde fu posto in libertà per trattare personalmente intorno alla pace nella sua patria.
Giacomo di Carrara ammesso nel senato di Padova dovette disputare contro Macaruffo, capo de' patriotti, che diffidava della sua ambizione. Non voleva Macaruffo che la repubblica compromettesse l'onor suo accettando la pace dopo una disfatta; ma erano così eque le proposizioni di Cane, che non erano ingiuriose a Padova: ogni città doveva tornare in possesso del suo antico territorio; i diritti patrimoniali dei cittadini padovani nel distretto di Vicenza dovevano essere loro restituiti; e la repubblica di Venezia veniva chiamata garante del proposto trattato. A tali onorevoli condizioni la pace fu infatti accettata dal senato di Padova, e sottoscritta il 20 ottobre del 1314[333].
Questa pace per altro non ebbe lunga durata: i Padovani cercavano opportunità di vendicarsi dell'avuta disfatta; i Vicentini soffrivano impazientemente il giogo di Cane della Scala e domandavano spesso ai loro vicini di ajutarli a scuoterlo. Macaruffo ed i suoi partigiani favorivano i Vicentini malcontenti; ma Giacomo da Carrara era segretamente attaccato a Cane. I primi si fecero lecito di entrare senza il consentimento della repubblica in una congiura, che doveva esserle cagione di grandi calamità.
Il 21 maggio del 1317 gli esiliati di Vicenza, quelli di Verona e di Mantova ed i loro partigiani di Padova, che avevano prese le armi per soccorrerli, si portarono di notte presso ad una porta di Vicenza che alcuni traditori avevano promesso di consegnar loro: ma essi medesimi erano traditi da coloro che credevano aver guadagnati col danaro. Cane, avvisato del loro arrivo, gli stava aspettando in città; e quando duecento di loro ebbero passato la porta, piombò sopra di loro e tutti gli uccise o fece prigionieri. In seguito attaccò gli altri rimasti al di fuori, li ruppe, e gl'incalzò fino sul territorio di Padova[334].
Cane della Scala si lagnò d'avere i Padovani rotta la pace con lui conchiusa, e domandò che la repubblica di Venezia gli obbligasse a pagare venti mila marchi d'argento; pena imposta a coloro che commettessero le prime ostilità. Dal canto loro i Padovani assicuravano di non aver presa parte nella congiura che non era stata diretta che dai fuorusciti; ma Cane, dopo avere condannati a morte cinquantadue congiurati fatti da lui prigionieri, venne colla sua armata a guastare il territorio di Padova; e prima che terminasse la campagna s'impadronì dei forti di Monselice, di Montagnana e di Este[335]. Anche nell'inverno e nella susseguente primavera continuò a guastare le campagne de' Padovani, senza che questi fossero a portata di fargli resistenza. Risparmiò per altro le terre appartenenti alla casa da Carrara; ma era tale la leggerezza del popolo padovano, che a quest'epoca aveva collocata tutta la sua confidenza nella medesima casa da Carrara; e rimproverando Macaruffo d'avere eccitata una così disastrosa guerra, lo sforzò a cercare, con tutti i veri patriotti, sicurezza nell'esilio. Finalmente come la repubblica soffriva ogni giorno nuovi mali, i partigiani dei Carraresi, che occupavano soli tutte le magistrature, adunarono il senato dei decurioni, onde provvedere ai pericoli della patria. Poichè molti senatori ebbero parlato delle tristi circostanze in cui trovavasi lo stato, Rolando di Placiola giureperito si levò: «Qual bisogno di più lungo discorso, diss'egli, o cittadini! il rimedio per noi salutare e per la nostra patria è bastantemente conosciuto. L'abuso de' plebisciti l'abbiamo provato, egli ci conduce a certa ruina; proviamo una volta se le leggi di un solo uomo ci possono procurare miglior sorte. Ogni cosa sulla terra è sottomessa ad una sola volontà; le membra ubbidiscono alla testa; le mandre riconoscono un capo. Se tutto il mondo dipendesse da un re giusto si vedrebbero cessare le carnificine, la guerra, la rapina e tutte le vergognose azioni. Siamo docili alle voci della natura, seguiamo l'esempio che ci dà; facciamo tra noi scelta del nostro principe. Egli solo si prenda cura del governo, moderi la repubblica colla sua volontà, stabilisca le leggi, rinnovi gli editti, abolisca quelli che più non si osservano; egli sia, in una parola, il signore, il protettore di tutto quanto ci appartiene[336].» Con questi luoghi comuni un partigiano del despotismo determinò il popolo, stanco di tante agitazioni, a privarsi della propria esistenza. Il suicidio politico si compì; niuno rispose al discorso del Placiola, e Giacomo da Carrara fu universalmente indicato come il solo capace di comandare alla nazione. Non si contarono i suffragi, secondo l'antica costumanza, con palle segrete; ma con una acclamazione, che parve universale, Giacomo da Carrara fu proclamato principe di Padova. Circondato dai consiglieri, presentossi egli al popolo sulla piazza pubblica, ove Rolando della Placiola replicò il suo discorso; e le acclamazioni de' partigiani della casa di Carrara, che occupavano tutte le uscite della piazza, parvero approvare la risoluzione presa dal senato. Così ebbe fine la repubblica di Padova, e cominciò il principato dei Carraresi il 28 luglio del 1318[337].
Non abbiamo annoverata tra le libere città dell'Italia settentrionale quella di Cremona, sebbene di que' tempi si governasse a comune; ma questa città, lacerata da interne fazioni, aveva così frequentemente mutato governo e tante volte era venuta in dominio d'un solo, che non conosceva la libertà più di quello che la conoscessero le città da lungo tempo cadute in servitù. Quasi nello stesso tempo di Padova, Cremona rinunciò di nuovo e solennemente al governo popolare.
Cremona era stata ruinata dall'imperatore Enrico VII e non erasi più rialzata dal colpo allora ricevuto: il territorio di questa città era affatto aperto, atterrate le fortificazioni de' suoi castelli e villaggi; e nella crudel guerra ch'eransi fatte in quest'epoca le nemiche fazioni, aveva la città medesima perdute in gran parte le sue ricchezze e la sua popolazione. Cane della Scala, signore di Verona, e Passerino dei Bonacorsi, signore di Mantova e di Modena, progettarono di sottomettere questa città e quelle di Parma e di Reggio. Erano tutte tre governate dal partito guelfo e sembravano situate a posta loro. Convennero di dividerle tra di loro, ed attaccarono prima delle altre Cremona, siccome la più debole e la più vicina[338]. Durante l'estate del 1315, guastarono il territorio cremonese, occuparono molti villaggi che non poterono resistere, altri ne presero d'assalto, trucidandone gli abitanti. I Cremonesi tormentati dalla fame e dalla miseria, col nemico alle porte, perciocchè Cane si era innoltrato fino al sobborgo di Cossa, e col territorio tutto guasto, tranne pochissimi villaggi, erano inoltre agitati da intestine discordie. Il popolo attribuiva ai grandi le sventure della repubblica ed andava dicendo che per mettere fine alle loro dissensioni conveniva dare un capo allo stato; che per difendere i popoli dall'attuale maniera di trattare la guerra, non era vi che il governo d'un solo; che Verona, Parma, Mantova, Milano, quasi tutte le città della Lombardia, offrivano un esempio ch'era omai tempo d'imitare; che tornerebbe minore vergogna ai Cremonesi dall'ubbidire ad un loro concittadino, che a Cane o a Passerino; e che un principe potrebbe solo far cessare gli odi che avevano fatto spargere tanto sangue e mandare in esilio tanti cittadini.
Frattanto il partito repubblicano cercava di protrarre l'esecuzione di così funesto consiglio; ed alla testa degli amici della libertà Ponzino Ponzoni, capo dei Ghibellini, andava ripetendo che preferiva di vedere la sua patria preda delle fiamme, piuttosto che sotto il giogo di un tiranno[339]. Malgrado la sua resistenza scoppiò tra la plebe una sedizione il 5 settembre del 1315. Giacomo marchese Cavalcabò fu condotto al pretorio dai sediziosi e proclamato signore della città. Gli amici della libertà si ritirarono ne' villaggi e gli eccitarono alla sommossa: Ponzino Ponzoni, citato da Cavalcabò a tornare in città, rispose; «non aver fin allora combattuto contro i nemici dello stato che per sottrarsi alla servitù; e non sapere adesso quale motivo potrebbe mettergli le armi in mano contro gli stranieri, mentre la scure della tirannide stava sospesa sopra tutte le teste; che per ultimo non riconosceva altra patria che Cremona libera.» L'opposizione del Ponzoni a questa infelice risoluzione non tardò ad essere giustificata dagli avvenimenti; dopo sei mesi le guerre civili forzarono il marchese Cavalcabò a rinunciare la signoria tra le mani di Giberto da Correggio; le guerre esterne colmarono la miseria di Cremona; ed il giorno 17 gennajo del 1322, impadronitosene Galeazzo Visconti, la riunì alla signoria di Milano[340].
Molte delle città della Lombardia e della Marca erano governate dai signori, senza per altro avere rinunciato ad ogni desiderio di libertà. Tante violenze erano state commesse in nome dei due partiti guelfo e ghibellino, accesi tanti odj, tante vendette provocate, che il primo desiderio dei cittadini e specialmente dei gentiluomini, era il trionfo della propria fazione e la proscrizione degli avversarj. Una selvaggia indipendenza era per loro preferibile alla libertà; essi misuravano i loro diritti colle loro forze, e non supponevano che potessero essere limitati dalle leggi. Nelle città poste nel centro della Lombardia, in mezzo a quelle vaste campagne che avevano dato tanto vantaggio alla cavalleria dei gentiluomini sopra l'infanteria de' borghesi, in Cremona, Crema, Lodi, Piacenza, Pavia, Parma, Modena e Reggio, non eravi durevole tirannide assicurata ad una sola casa, perchè l'eguaglianza delle forze dei due partiti guelfo e ghibellino, non lasciava a veruna usurpazione il tempo di consolidarsi; ma non perciò eravi maggior libertà che altrove. Ogni anno veniva contraddistinto da qualche nuova rivoluzione; per altro soltanto cambiavansi gli uomini senza che il governo lasciasse mai d'essere militare e dispotico. A popoli divisi in partiti che mai non posavano le armi, erano necessari capi assoluti, e quand'ancora proclamavansi talora i nomi di libertà e di repubblica, e ripetevansi per le contrade il grido di popolo, popolo, per iscacciare un tiranno diventato esoso ai cittadini, non per ciò si ristabiliva un libero governo. I consigli non erano organizzati con abbastanza di forza perchè potessero ricuperare la sovranità, non conoscevasi omai che l'autorità degl'individui, e gli atti arbitrari non venivano più risguardati dai cittadini quale violazione dell'ordine sociale; non credevano illegale tutto quanto non era ingiusto; ed applaudivano sempre ai podestà ed ai giudici che castigavano i colpevoli, quand'ancora l'amministrazione della giustizia era nelle loro mani diventata arbitraria, e che disprezzavano tutte le forme prescritte dalle leggi andate in dissuetudine.
Per altro allorchè qualche vittoria faceva entrare un capo di parte in una di queste città, sebbene i suoi partigiani lo rivestissero del potere militare e delle attribuzioni giudiziarie de' podestà, non però doveva trovare abbastanza soddisfatta la sua ambizione: i suoi partigiani volevano essere troppo indipendenti; i suoi nemici, quantunque esiliati, non cessavano di essere pericolosi, tenendosi sempre armati; l'esempio de' suoi predecessori e de' vicini lo avvertiva che l'autorità sovrana era di breve durata, e che, lungi dal poterla trasmettere ai suoi figliuoli, non potrebbe conservarla egli medesimo fino alla morte. Tale incerta situazione eccitava tutte le passioni di un ambizioso, il quale, dopo essersi innalzato coi talenti militari, cercava di assicurarsi l'usurpata autorità con una politica, ora perfida, ora crudele. Il marchese Cavalcabò a Cremona, Alberto Scotto a Piacenza, Venturino Benzone a Crema, Giberto da Correggio a Parma, Matteo Visconti a Milano, Manfredi Beccaria e Filippone di Langusco a Pavia, ed altri venti tiranni occupavansi sempre di così fatte trame. Abbiamo abbandonate le particolarità degli oscuri loro complotti, che altro non sono che una lunga serie di tradimenti. Le frequenti ripetizioni degli stessi atti di slealtà avevano accostumati i tiranni a non vergognarsene, i popoli a non maravigliarsene: l'arte di tradire riputavasi abilità, e la crudeltà un utile mezzo d'ispirar timore. Pure non è che in mezzo ad una società virtuosa che il delitto può condurre con maggior sicurezza al principato; perciocchè quando tutti disprezzano egualmente la morale, il tradimento punisce il tradimento; il delinquente riclama invano a favore del nuovo suo stato la guarenzia sociale ch'egli stesso ha distrutta; ogni colpevole può rimproverarsi d'avere gratuitamente violate le leggi protettrici di tutti; e la perdita del sentimento e della venerazione della giustizia trae seco la perdita per tutto il popolo d'ogni prosperità.
Le città del centro della Lombardia erano in allora, non v'ha dubbio, le più infelici dell'Italia: governate con una mano di ferro da signori di breve durata che ispirare non potevano che orrore o disprezzo, vedevano continuamente il loro territorio in preda alla guerra civile: molte castella mantenevansi sempre ribelli contro la capitale; gli emigrati che vi si rifugiavano, uscivano frequentemente per guastare le campagne ed abbruciare le messi, e si trovava più facile il punire questi saccheggi colle rappresaglie, che non il reprimerli col mezzo delle armi. Non conoscevasi l'esempio di verun signore che avesse potuto conservare più di dieci anni la signoria d'una città; ed ogni rivoluzione, preceduta da una zuffa che costava la vita a molti cittadini, era accompagnata dall'esilio e dalla ruina di tutto un partito, di cui venivano confiscati i beni e spianate le case.
Non pertanto in mezzo a tanti disastri la popolazione non diminuiva sensibilmente, nè spegnevasi affatto l'energia nazionale. Eravi troppa vita in tutte queste zuffe, troppe passioni in movimento perchè ogni individuo non sentisse il bisogno di sviluppare tutto il suo essere, di fidarsi alle forze proprie, piuttosto che a quelle della società, e di conservare la sua morale indipendenza sotto la servitù politica. L'avvenire che sotto un despotismo stabilito non presenta veruna mutazione ad un padre di famiglia, ne offriva mille tra le rivoluzioni di questi tiranni di un giorno. Tutti i cittadini invidiavano non solo la sorte di quelle repubbliche in cui la costituzione guarentiva la sicurezza colla libertà, ma perfino la sorte degli stabili principati, ne' quali almeno godevasi il riposo; ma per altro restava loro almeno la speranza, mentre non vi è più speranza sotto un despotismo costituito.
Contavansi di già alcune città ove qualche famiglia aveva stabile signoria, e dove l'ereditaria successione di due o tre generazioni pareva averne legittimato il dominio. La casa d'Este regnava a Ferrara dall'epoca dello scacciamento dei Salinguerra e della disfatta dei Ghibellini, accaduta del 1240, fino alla morte d'Azzo X nel 1308[341]. A quest'epoca venne spogliata della sua sovranità dai Veneziani e dal papa, che da prima avevano in qualità d'ausiliari preso parte in una disputa di successione. Frattanto i marchesi d'Este furono richiamati del 1317 alla sovranità di Ferrara dall'attaccamento del popolo. Una casa meno illustre, quella de' Bonacorsi, erasi impadronita nel 1275 della sovranità di Mantova, e dopo averla conservata cinquantatre anni, cedette il posto ai Gonzaga, che seppero mantenersene signori più lungo tempo d'assai. Martino della Scala erasi innalzato in Verona al supremo potere, del 1260, sopra le ruine della casa da Romano, e sebbene del 1277 fosse stato ucciso dai congiurati, la sovranità come una eredità legittima passò a suo fratello, indi ai figli del fratello. L'anno 1275 Guido Novello da Polenta era stato dichiarato signore di Ravenna, che senza nuove rivoluzioni restò in potere della sua famiglia. Finalmente la casa da Camino succedeva a Treviso, Feltre e Belluno alla famiglia d'Ezelino di cui era stata sì lungo tempo rivale. Eranvi dunque in Italia alcuni esempi d'una monarchia ereditaria riconosciuta dai popoli e che conservavasi piuttosto col loro tacito consenso che colla forza.
Ma queste dinastie, in allora risguardate come antiche in confronto delle altre, erano ancora nuove paragonate all'ordinaria durata degl'imperj. Le più non erano giunte alla terza generazione; il principe non poteva dispensarsi d'essere soldato, veniva educato in mezzo alle armi ed era forzato di governare egli stesso sotto pericolo d'essere balzato dal trono dal favorito cui si fosse confidato. La casa d'Este non venne spogliata de' suoi stati che per essere, siccome più antica delle altre, la più corrotta di tutte. Soltanto cinquant'anni dopo noi vedremo regnare que' tiranni voluttuosi, deboli, pusillanimi, indegni successori de' guerrieri fondatori delle loro dinastie.
Taluno di questi piccoli principi accordò ben tosto la sua protezione ai letterati. Fino nel precedente secolo i marchesi d'Este avevano chiamato alla loro corte i trovatori ed i poeti provenzali. Dante in tempo del suo esiglio trovò asilo e protezione presso molti signori della Lombardia: a Ravenna Guido da Polenta, il marchese Malaspina in Lunigiana, e più d'ogni altro i signori della Scala, in Verona lo accolsero cortesemente. Can grande, che vedremo in appresso sollevare questa casa ad un altissimo grado di potenza, manifestò in principio del suo regno il suo amore per le lettere ed aprì nella sua corte un onorato ricovero a tutti i fuorusciti illustri d'Italia. Uno di costoro accolti da Can grande era lo storico di Reggio, Sagacio Muzio Gazzata, che ci tramandò la relazione del trattamento che i dotti avevano nella corte di Cane[342]. «Diversi appartamenti venivano loro, secondo la diversa loro condizione, assegnati nel palazzo del signore della Scala, e tutti avevano domestici e mensa elegantemente imbandita. I varj appartamenti erano indicati da simboli e da insegne; il trionfo pei guerrieri, la speranza per gli esuli, le Muse per i poeti, Mercurio per gli artisti, il paradiso per i predicatori. In tempo del pranzo, musici, buffoni, giocolieri, giravano in questi appartamenti; le sale erano ornate di quadri rappresentanti le vicende della fortuna, e Cane talvolta invitava alla propria mensa alcuno de' suoi ospiti, specialmente Guido di Castel di Reggio, che per la sua semplicità chiamavasi il semplice lombardo[343], ed il poeta Dante Alighieri.» Senza dubbio tra i proscritti guerrieri eranvene pochi cui la camera de' trionfi appartenesse a più giusto titolo che ad Uguccione della Fagiuola, cui Cane diede asilo dopo che questo capo di parte perdette la sovranità di Lucca e di Pisa. Colà Dante legò con costui strettissima dimestichezza, e prese occasione di dedicargli la prima parte del suo poema[344].
La protezione che con tanta frequenza i principi accordano ai poeti piccoli sacrificj loro costa e procaccia loro molta celebrità. In ogni tempo, in tutti i paesi, i poeti misurarono la loro ammirazione per un principe sulle sue liberalità; e non arrossirono di rendere coi versi immortali le vili loro adulazioni, come non ebbero vergogna di riceverne il salario. Non dobbiamo perciò essere sorpresi, se in questo e nel susseguente secolo i più distinti poeti italiani frequentarono la corte de' principi, dai quali erano festeggiati assai e più splendidamente pagati che dalle repubbliche. Ma per altro i poeti non hanno potuto sorgere che ne' tempi in cui lo spirito di libertà animava alcuna delle parti della sacra terra d'Italia, che durante il tempo che nella stessa lingua altri trattavano le quistioni che decidono della prosperità e della gloria degli uomini. Quando la via del pensiero fu chiusa agl'Italiani, si spense ancora la loro immaginazione. Un padrone non può scegliere tra le facoltà dello spirito umano, non può dire a' suoi sudditi: abbiate immaginazione e non intendimento; io vi concedo la poesia, ma vi rifiuto la filosofia; vi permetto la fisica e vi proibisco la morale; vi lascio le scienze esatte, ma prendete cura di non toccare la politica. È necessario di togliere lo steccato che inceppa lo spirito umano, o rassegnarsi alla sua indolenza, alla sua apatia. Dopo perduta la libertà, una sola generazione può ancora agitarsi per cercare l'apparenza della gloria in quegli esercizj dello spirito che un despota gli permette ancora; una seconda generazione dopo la caduta di questa può ancora distinguersi nelle belle arti che conservano un simbolo del pensiere, senza esprimerlo in un modo formidabile pel tiranno; ma gli avanzi di questa sacra fiamma non possono in verun modo conservarsi un intero secolo dopo spenta la libertà; è tolto loro lo scopo delle umane generazioni, sono mancati i motivi de' loro sforzi: non avvi più gloria quando viene dispensata dal favore d'un principe e divisa tra i suoi servitori ed i suoi poeti.
Gli artisti più festeggiati dai principi ereditari che si credettero al sicuro da ogni rivoluzione, furono gli architetti. I marchesi d'Este, gli Scaligeri, i Visconti, cominciarono assai presto ad innalzare que' vasti e sontuosi edifici che attaccano tuttavia qualche gloria alla loro memoria, sebbene la ricordanza delle loro azioni sia quasi affatto spenta. Le città libere avevano adottato il lusso dell'architettura; per lo contrario i violenti usurpatori non lasciarono che ruine, avendo avuto bisogno di tutte le loro forze, delle loro ricchezze, pel momento presente, onde non osarono di pensare all'avvenire. Nella seconda generazione i signori ripigliarono il gusto dell'architettura, che diventò pure in loro mano un oggetto di politica, credendo di dovere far pompa della propria grandezza per farsi rispettare dai loro sudditi ed ispirar timore ai nemici. Avevano bisogno di un'idea di perpetuità per assodare il loro dominio, e perchè loro non bastava il tempo passato, prendevano possesso de' vegnenti secoli con edifici destinati all'eternità.
Il lusso di queste piccole corti, le spese che facevano i re d'una città, per la loro guardia, per l'armata, per gli edifici, pei regali che davano ai buffoni ed ai cortigiani, provano l'ammasso di grandi ricchezze. Vero è che la maggior parte de' signori erano stati ricchissimi proprietari avanti che diventassero padroni della loro patria; e che aggiugnevano l'entrate dell'antico patrimonio ai pubblici tributi stabiliti ne' tempi della libertà; imperciocchè sembra che non osassero di accrescerli, non essendo mai giunti ad ottenere il credito di cui godevano le città libere, sicchè potessero supplire col prestiti ai bisogni improvvisi dello stato. Un'imposta territoriale, descritta in ogni signoria sopra un catastro, formava parte di quest'entrata, un'altra più importante parte era pagata dagli abitanti delle città in forza di una gabella posta sulle derrate che vi si consumavano e per un diritto d'entrata ed uscita delle mercanzie provenienti dall'estero, o mandate all'estero; poichè il prodotto dell'industria del paese non era esente dalle tasse. Del rimanente non erasi ancora inventato verun sistema di protezione per il commercio e per le manifatture; onde in mezzo alle guerre ed alle rivoluzioni, il commercio e le manifatture prosperavano infinitamente meglio che non al presente in que' canali artificiali, in cui le moderne nazioni vollero forzarli ad entrare. Tutte le città lombarde fabbricavano drappi di lana; i quali, oltre all'interno consumo, bastavano ad una ragguardevole esportazione che facevasi per mezzo de' Veneziani[345]. Le manifatture di lana erano state fondate in Lombardia dai monaci umiliati. A Milano il convento di Brera, diventato oggi il palazzo delle scienze e delle lettere, era la grande officina della fabbrica dei drappi, ed i monaci di questo convento l'anno 1309 si obbligarono, per una somma di danaro, a mandare una colonia per istabilire un'eguale manifattura in Sicilia, mentre i Milanesi apprendevano dai Siciliani l'arte di lavorare la seta[346].
I sudditi de' principi di Lombardia oramai si limitavano alle sole manifatture. Dopo la perdita della libertà essi più non si recavano in Francia, nelle Fiandre, in Inghilterra, come solevano fare ancora i Veneziani ed i Toscani; non aprivano più banco in ogni città, non s'impadronivano più del commercio di banco e di quello dei trasporti dell'Occidente. Il nome di Lombardi, che i Francesi, invidiando tanta attività, avevano dato ai prestatori sopra pegno non era più meritato: i soli Fiorentini e Lucchesi, non già gli abitanti di Asti, di Milano e d'Alessandria, esercitavano, come per lo passato, questo mestiere. Abbiamo già dovuto avvertirlo, parlando della Grecia, che il commercio straniero che domanda lunghi viaggi e vaste combinazioni, non può intraprendersi e sostenersi senza una certa energia di carattere, senza uno sforzo dello spirito, che non si trovano nella mezzana classe d'una nazione, fuorchè presso un popolo libero.
Del rimanente, in questi piccoli principati, il popolo vivea piuttosto rassegnato che contento, più non si occupando della sua futura sorte, nè di timori, nè di speranze. Rientrato in quella oscurità da cui l'avevano fatto uscire le precedenti agitazioni, non lasciava dietro di sè veruna orma, verun nome che si sollevasse al di sopra degli altri; e la storia nelle città sottomesse alle nuove dinastie, più non può risguardare che una sola famiglia, e spesse volte un solo individuo.
FINE DEL TOMO IV.
[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO IV.]
| Capitolo XXIII. Guerra di Sicilia. — Grandezza e decadenza della repubblica di Pisa. — Crudel morte del conte Ugolino. — Nuove turbolenze a Firenze. 1282-1292. | [pag. 3] | |
| Anno | ||
|---|---|---|
| Carlo d'Angiò non doveva, a quanto pare, essere troppo indebolito dai vesperi siciliani | [ivi] | |
| Mezzi di resistenza che una passione nazionale dà ai Siciliani | [4] | |
| Gli abitanti di Palermo tentano di placare il re ed il papa | [6] | |
| 1282 | Il 6 luglio. Carlo attacca Messina con una flotta ed una armata imponenti | [7] |
| Il 30 agosto. Pietro d'Arragona giugne a Trapani, e riceve omaggio dai Siciliani | [8] | |
| Ruggeri di Loria, ammiraglio de' Siciliani, occupa lo stretto di Messina | [9] | |
| Diffida vicendevole de' re d'Arragona e di Napoli | [10] | |
| 1282 | Carlo costretto ad abbandonare la Sicilia ed a tornare in Calabria | [12] |
| La sua flotta viene incendiata alla Catona e a Reggio da Ruggeri di Loria | [ivi] | |
| Carlo propone a Pietro un combattimento in campo chiuso | [13] | |
| Gli apparecchi per tale combattimento lasciano per qualche tempo la Sicilia in riposo | [14] | |
| 1276-1282 | I Pisani in tempo di pace acquistano maggiori ricchezze e potenza | [ivi] |
| Rivalità de' Pisani e de' Genovesi; dispute tra queste popolazioni in Corsica | [16] | |
| 1282 | Le flotte dei due popoli si minacciano qualche tempo senza battersi | [17] |
| Disastro della flotta di Ginicello Sismondi | [18] | |
| Esploratori mantenuti pubblicamente dalle due città | [19] | |
| 1283 | Potenti flotte dei Pisani e dei Genovesi che si minacciano senza venire a battaglia | [20] |
| 1284 | Il 1 di maggio. Guido Jacia, ammiraglio pisano, battuto da Enrico de' Mari | [21] |
| I Pisani armano a spese de' particolari una flotta di centotre galere | [22] | |
| Il 6 agosto. Battaglia della Meloria tra i Genovesi ed i Pisani | [24] | |
| 1284 | Accanimento di questa battaglia. Oberto Doria, ammiraglio genovese, si batte con Alberto Morosini, ammiraglio pisano | [25] |
| Rotta de' Pisani colla perdita di cinquemila morti ed undicimila prigionieri | [26] | |
| Costernazione generale de' Pisani quand'ebbero notizia della disfatta | [27] | |
| I Genovesi ricusano di ricevere la taglia per la libertà dei Pisani, che tengono 16 anni prigionieri | [28] | |
| Il 10 novembre. Lega de' Guelfi toscani per attaccare Pisa | [29] | |
| 1285 | Il conte Ugolino della Gherardesca nominato capitano generale di Pisa | [31] |
| Egli riesce a disciogliere la lega de' Guelfi toscani contro Pisa | [ivi] | |
| Cerca di liberare i prigionieri, cedendo Castro di Sardegna, ma s'oppongono gli stessi prigionieri | [ivi] | |
| Ottiene la pace dai Lucchesi cedendo loro molti castelli | [32] | |
| Il conte Ugolino prende a perseguitare i Ghibellini | [33] | |
| Nino di Gallura si associa ai suoi nemici e cerca di muovere il popolo contro di lui | [34] | |
| 1285-1287 | Il conte Ugolino rassoda la sua tirannide | [36] |
| 1285-1287 | Si riconcilia coi Ghibellini, e scaccia dalla città Nino di Gallura | [37] |
| 1288 | Violenza de' suoi trasporti di collera: uccide un nipote dell'arcivescovo Ruggeri | [38] |
| Il 1 di luglio. L'arcivescovo Ruggeri l'attacca coll'ajuto de' Ghibellini | [39] | |
| Il conte Ugolino viene chiuso co' suoi figliuoli nella torre della fame | [40] | |
| 1283 | Apparecchi per la battaglia in campo chiuso che doveva aver luogo a Bordeaux il 15 maggio | [44] |
| Papa Martino IV si oppone a questa battaglia, ed Edoardo re d'Inghilterra non vuole accordare guarenzia ai due monarchi | [ivi] | |
| Carlo si porta a Bordeaux; Pietro protesta di non esservi per lui sicurezza | [45] | |
| Il 15 marzo. Sentenza del papa che spoglia Pietro dei regni di Sicilia e d'Arragona | [47] | |
| 1284 | Carlo torna per mare a Napoli | [48] |
| Il 5 maggio. Prima del suo arrivo a Napoli, suo figlio Carlo vien fatto prigioniere da Ruggeri di Loria | [49] | |
| Carlo d'Angiò punisce severamente i Napoletani malcontenti | [50] | |
| 1284 | Si lascia ingannare dalle negoziazioni de' Siciliani, e perde la stagione propria ad agire | [51] |
| 1285 | Cade infermo a Foggia e muore il 7 di gennajo in età di sessantacinque anni | [ivi] |
| Il 25 di marzo. Morte di Martino IV, cui succede Onorio IV | [52] | |
| 1282 | Nuova costituzione dei Fiorentini; i priori delle arti e della libertà | [54] |
| I priori ne' due mesi della loro carica sono prigionieri in palazzo | [56] | |
| 1283 | Rivoluzione a Siena; stabilimento della signoria e dell'ordine dei nove | [57] |
| Eguale rivoluzione in Arezzo, seguita nel 1287 da una controrivoluzione | [58] | |
| 1288 | I Ghibellini di Pisa e d'Arezzo dichiarano la guerra ai Guelfi ed ai Fiorentini | [60] |
| 1289 | L'undici giugno. Rotta degli Aretini a Certomondo, presso di Campaldino | [ivi] |
| 1289-1293 | Vantaggi ottenuti dai Pisani sotto la condotta del conte Guido da Montefeltro | [61] |
| 1292 | Dissensioni in Firenze tra i nobili ed il popolo | [63] |
| Giano della Bella, gentiluomo fiorentino, capo del partito popolare | [64] | |
| 1292 | Ordinanza di giustizia che rende sottomessa la nobiltà | [66] |
| Organizzazione militare della città; il gonfaloniere della giustizia | [67] | |
| Dino Compagni, gonfaloniere, atterra le case de' Galigai | [69] | |
| Odio de' nobili contro Giano della Bella; cercano il modo di perderlo | [ivi] | |
| Gli rendono nemici alcuni dei corpi dei mestieri | [ivi] | |
| 1294 | Accusano Giano della Bella avanti ad una signoria di già resa loro parziale | [72] |
| Il 3 di marzo. Giano viene esiliato, e muore lontano dalla sua patria | [73] | |
| Capitolo XXIV. Pontificato di Bonifacio VIII. — Il partito guelfo si divide in due fazioni, de' Bianchi e de' Neri. — I Bianchi, perseguitati, si uniscono ai Ghibellini. 1294-1303 | [75] | |
| 1285-1287 | Pontificato d'Onorio IV | [ivi] |
| 1288-1292 | Pontificato di Nicola IV | [76] |
| 1292-1294 | Vacanza della santa sede | [77] |
| 1294 | Elezione di Pietro di Morone che prende il nome di Celestino V | [79] |
| Celestino V fissa la sua residenza in Napoli | [81] | |
| Debolezza di questo papa e sua assoluta incapacità di governare la Chiesa | [82] | |
| 1294 | Intrighi di Benedetto Caietano, cardinale d'Anagni, contro il papa | [83] |
| Il 13 dicembre. Così consigliato dal Caietano, Celestino si dimette dalla dignità pontificia | [84] | |
| Il 23 dicembre. Gli succede il cardinale Caietano col nome di Bonifacio VIII | [85] | |
| 1295 | Di gennajo. Pietro di Morone fugge per tornare al suo eremitaggio | [86] |
| Bonifacio lo fa inseguire e chiudere nella torre di Fumone | [87] | |
| 1296 | Il 19 maggio. Morte di Pietro di Morone, ossia Celestino V | [88] |
| 1294 | Il 10 dicembre. Tradizione intorno alla Santa Casa trasportata a Loreto | [90] |
| 1291 | Il 19 di maggio. Melec Seraf s'impadronisce di san Giovanni d'Acri. Uccisione dei Cristiani | [92] |
| Vani sforzi del papa per eccitare una nuova crociata | [ivi] | |
| 1288-1295 | Parzialità dei papi negli affari di Napoli e di Sicilia | [94] |
| Carlo II, dopo uscito di prigione, viene dal papa sciolto dal giuramento che gli aveva procurata la libertà | [95] | |
| L'Arragona attaccata da Carlo di Valois, la Castiglia e la Francia | [96] | |
| 1295 | Vergognoso trattato conchiuso colla mediazione di Bonifacio tra Giacomo re d'Arragona e Carlo II | [97] |
| 1296 | Protesta de' Siciliani contro il trattato; essi nominano re l'infante don Federico | [98] |
| Inutile tentativo di Bonifacio VIII per negoziare con Federico | [99] | |
| La guerra si rinnova con furore in Calabria ed in Sicilia | [100] | |
| Situazione di Pistoja. Carattere de' suoi abitanti | [101] | |
| Famiglie e fazioni a Pistoja de' Cancellieri guelfi e de' Panciatichi ghibellini | [102] | |
| Tutti i nobili vengono esclusi l'anno 1285 dal governo di Pistoja | [103] | |
| La famiglia de' Cancellieri si divide; zuffa fra due membri della medesima | [104] | |
| Vendetta del ramo Nero de' Cancellieri | [105] | |
| Il ramo Bianco de' Cancellieri si vendica a vicenda | [106] | |
| 1296-1300 | La città di Pistoja ed il suo territorio si dividono tra i Cancellieri Bianchi e Neri | [107] |
| Atti di crudeltà e di perfidia commessi dalle due parti | [108] | |
| 1300 | La signoria di Pistoja ceduta per tre anni ai Fiorentini quali pacificatori | [109] |
| 1300 | I capi delle due fazioni, Bianca e Nera, vengono chiamati a Firenze | [110] |
| Rivalità in Firenze tra Corso Donati e Vieri de' Cerchi | [112] | |
| I Donati si uniscono ai Neri di Pistoja, i Cerchi ai Bianchi | [113] | |
| Le due fazioni sempre apparecchiate a venire alle mani | [114] | |
| Vieri de' Cerchi, il capo di parte Bianca, manca di carattere | [116] | |
| Bonifacio VIII cerca di metter pace tra i due partiti | [117] | |
| I capi de' Bianchi e de' Neri sono in pari tempo esiliati da Firenze | [118] | |
| Tornata de' Bianchi in Firenze; intrighi de' Neri per vendicarsi | [119] | |
| Il papa chiama in Italia Carlo di Valois | [120] | |
| 1301 | I Bianchi opprimono il partito de' Neri a Firenze ed a Pistoja | [122] |
| Il partito de' Neri trionfa a Lucca, e fa esiliare Castruccio colla sua famiglia | [123] | |
| Carlo di Valois entra in Toscana per le montagne di Pistoja | [125] | |
| I Bianchi dispongonsi a difendersi a Pistoja, ma non ardiscono di attaccare Valois | [ivi] | |
| Questi va a Roma per concertare ogni cosa col papa | [126] | |
| 1301 | Torna a Staggia e minaccia Firenze | [127] |
| I Fiorentini acconsentono a riceverlo sotto certe condizioni nella loro città | [128] | |
| Valois entra in Firenze accompagnato da molta cavalleria | [129] | |
| Vieri de' Cerchi ed i Bianchi trascurano i loro mezzi di difesa | [131] | |
| Valois non osserva le giurate condizioni, e fa tornare gli esiliati in Firenze | [132] | |
| Fa imprigionare i Bianchi ed abbandona le loro case al saccheggio | [133] | |
| Cante de' Gabrielli incaricato di perseguitare il partito vinto | [ivi] | |
| Dante ed il padre di Petrarca esiliati e condannati al pagamento di una multa | [134] | |
| 1302 | Il 4 aprile. Valois lascia Firenze e parte alla volta della Sicilia | [135] |
| 1296-1302 | Continuazione della guerra di Sicilia; difesa eroica di Federico | [136] |
| Valois costretto a far la pace con Federico | [137] | |
| 1303 | Federico riconciliato alla Chiesa e riconosciuto re della Trinacria | [139] |
| 1295-1303 | Orgoglio e violento carattere di Bonifacio VIII | [ivi] |
| Sua disputa coi cardinali di casa Colonna | [141] | |
| 1297 | Bolla di scomunica contro i Colonna | [143] |
| Crociata contro i Colonna; consiglio dato da Guido di Montefeltro | [144] | |
| Origine delle contese tra Bonifacio VIII e Filippo il bello | [146] | |
| Gli stati del regno di Francia chiamati a difendere le libertà della Chiesa Gallicana | [148] | |
| Zelo di alcuni gentiluomini francesi contro la Chiesa | [149] | |
| Bonifacio convoca il clero francese a Roma, ma questo non ubbidisce | [150] | |
| 1303 | Guglielmo di Nogaret aduna soldati presso Siena | [ivi] |
| Il 7 di settembre sorprende il papa in Anagni | [ivi] | |
| Il papa tenuto prigioniere, ed i suoi tesori saccheggiati dai Francesi | [152] | |
| Liberato dal popolo d'Anagni, rimane nuovamente prigioniere degli Orsini | [153] | |
| Muore frenetico, e forse per le proprie mani | [155] | |
| Capitolo XXV. Considerazione intorno al tredicesimo secolo. | [157] | |
| Odio del popolo per la nobiltà nel tredicesimo secolo | [158] | |
| I nobili ed i proprietarj delle terre sono una stessa classe di persone | [159] | |
| La lunga possessione degl'immobili fu risguardata sempre come una specie di nobiltà | [161] | |
| Molte virtù sono ereditarie presso i proprietarj | [ivi] | |
| Non avvi altro governo libero fuori di quello in cui tutte le classi concorrono alla sovranità | [162] | |
| Servitù d'una nazione tosto che una sola classe diventa sovrana | [ivi] | |
| Errore degli economisti che non vedono in una nazione che i proprietarj | [165] | |
| L'antica legislazione feudale lasciava tutta la sovranità ai soli proprietarj | [167] | |
| La libertà dell'Occidente è il frutto della ribellione dei non proprietarj | [168] | |
| Gelosia de' nobili contro i nuovi ricchi nel tredicesimo secolo | [169] | |
| I nuovi ricchi rimproverano i nobili d'essere attaccati al partito del più forte | [170] | |
| I nobili esclusi da qualunque incumbenza governativa | [173] | |
| Il governo de' mercanti non ebbe uno spirito mercantile | [175] | |
| Un'aristocrazia artigiana eccita l'odio di tutte le classi della nazione | [176] | |
| Influenza della libertà politica sul carattere degl'Italiani | [179] | |
| Risorgimento delle belle arti e delle lettere | [ivi] | |
| L'architettura più che le altre belle arti porta l'impronta del suo secolo | [179] | |
| L'architettura del tredicesimo secolo è tutta repubblicana | [180] | |
| Canali pubblici, mura delle città, fontane, darsene dei porti | [181] | |
| Architettura religiosa, duomi di Venezia, di Pisa; battistero | [183] | |
| Architetti e scultori pisani; Nicola da Pisa | [184] | |
| Scultura in marmo ed in bronzo. Buonanno ed Andrea da Pisa | [186] | |
| La pittura ristaurata. Cimabue | [187] | |
| Giotto allievo di Cimabue | [188] | |
| Poeti. Dante creatore della lingua e della poesia italiana nato del 1265 | [189] | |
| Dante non ebbe negli affari pubblici quella parte che dissero i suoi bibliografi | [190] | |
| 1302 | Gennajo. Sentenza d'esilio pronunciata contro Dante | [193] |
| 1321 | Settembre. Dante muore in Ravenna | [195] |
| Poema di Dante, la Divina Commedia | [196] | |
| Epoca in cui compose Dante il suo poema | [197] | |
| Festa dell'inferno rappresentata in Firenze del 1304 | [199] | |
| Giubbileo del 1300, che forse diede a Dante l'idea del suo poema | [201] | |
| Incerta è l'epoca della pubblicazione del poema di Dante | [202] | |
| Onori resi dopo morte a Dante | [203] | |
| Guido Cavalcanti, poeta, filosofo e capo di parte | [205] | |
| Storici del 13.º secolo | [207] | |
| Storici Italiani. Giovanni Villani | [209] | |
| Storici che scrissero in altri dialetti d'Italia. Matteo Spinelli | [211] | |
| Storici latini. Albertino Mussato | [213] | |
| Capitolo XXVI. Stato della Lombardia. — affari della Chiesa; traslocazione della santa sede in Avignone. — Assedio di Pistoja. — Condanna dell'ordine de' Templari. 1300-1308 | [215] | |
| Stato della Lombardia in principio del 14.º secolo; complicazione della sua politica | [ivi] | |
| Infinito numero degli storici italiani | [217] | |
| Il potere monarchico dei signori non era guarentito dalla pubblica opinione | [218] | |
| 1287-1296 | Ottone Visconti prepara a suo nipote Matteo i mezzi per succedergli | [220] |
| La sovranità del popolo continua a riconoscersi anche quando più non se ne rispettava la libertà | [221] | |
| Rivoluzioni del Piemonte; Bonifacio, conte di Savoja, muore in prigione a Torino | [222] | |
| Il marchese Guglielmo di Monferrato muore entro una gabbia di ferro in Alessandria | [225] | |
| Grandezza di Matteo Visconti; sua alleanza colla casa della Scala | [225] | |
| 1287-1296 | Odio d'Alberto Scotto, signore di Piacenza, contro Matteo Visconti | [227] |
| 1302 | Lega di varj tiranni in Lombardia contro la casa Visconti | [ivi] |
| Matteo Visconti obbligato a deporre la suprema autorità ed a lasciare Milano | [229] | |
| Nuova lega guelfa in Lombardia | [230] | |
| 1303 | Tale lega formata da Alberto Scotto si dichiara contro di lui | [ivi] |
| Alberto Scotto privato della signoria di Piacenza | [232] | |
| 1306 | Modena e Reggio scuotono il giogo della famiglia d'Este | [232] |
| L'imperatore Alberto d'Austria non si cura delle rivoluzioni d'Italia | [233] | |
| 1303-1304 | Pontificato di Benedetto XI. Succede a Bonifacio VIII il 4 di ottobre del 1303 | [235] |
| Il nuovo papa oppresso dai cardinali | [236] | |
| 1304 | Si ritira a Perugia e vi si rende più indipendente | [ivi] |
| Comincia ad agire contro Filippo il bello per l'attentato commesso sulla persona di papa Bonifacio | [238] | |
| 1304 | Il 4 luglio Benedetto muore avvelenato | [240] |
| Il conclave in dieci mesi non conviene nella nomina del papa | [241] | |
| La scelta del papa lasciata, in conseguenza d'una soverchieria, in arbitrio di Filippo il bello | [242] | |
| Filippo fa cadere l'elezione nella persona di Bertrando di Gotte, arcivescovo di Bordeaux | [243] | |
| 1305 | Il 5 giugno, Bertrando di Gotte dichiarato papa sotto nome di Clemente V | [245] |
| Chiama i cardinali in Francia e si fa coronare a Lione | [246] | |
| Si rende affatto dipendente dalla corte di Francia | [248] | |
| 1307 | Il papa scomunica Andronico Paleologo ed i Greci | [248] |
| 1282-1302 | Andronico lascia conquistare ai Turchi tutte le province dell'impero nell'Asia | [250] |
| 1302 | Passaggio in Grecia delle vecchie bande di Federico, ossia della grande compagnia | [252] |
| 1302-1307 | Guerre ed indipendenza della grande compagnia | [253] |
| 1307 | Clemente V vuole armare una crociata contro i Greci in favore de' principi francesi | [254] |
| 1293-1299 | Seconda guerra tra i Veneziani ed i Genovesi | [255] |
| 1299 | Vittoria ottenuta dai Genovesi, sotto il comando di Lamba Doria, sui Veneziani a Corzola | [256] |
| 1306 | 19 dicembre. Alleanza de' Veneziani con Carlo di Valois | [258] |
| 1306-1311 | Gelosia e rivalità de' Genovesi e de' Veneziani in Grecia | [259] |
| 1311 | La grande compagnia de' Catalani conquista il ducato d'Atene | [260] |
| Clemente V vuole riconciliare i Bianchi ed i Neri di Toscana | [ivi] | |
| 1303-1304 | Legazione del cardinale di Prato in Toscana | [261] |
| Il partito de' Neri costringe il cardinale a ritirarsi | [264] | |
| 1304 | Il 4 giugno egli scomunica Fiorenza nel sortire da questa città | [ivi] |
| Intrapresa di Baschiera de' Tosinghi sopra Firenze | [266] | |
| 1305 | I Fiorentini attaccano Pistoja per iscacciare i Bianchi | [268] |
| Il 22 maggio. Il duca di Calabria, comandando i Fiorentini, assedia Pistoja | [269] | |
| 1306 | Il cardinale di Prato vuole interessare il papa nella difesa di Pistoja | [271] |
| Penuria degli assediati; essi chiedono soccorso a Bologna | [272] | |
| Il 5 di febbrajo i Fiorentini eccitano una sommosa in Bologna, facendone cacciare i Bianchi | [273] | |
| 1306 | Il 10 aprile. Pistoja è costretta di capitolare dopo dieci mesi e mezzo d'assedio | [274] |
| 1307 | Il cardinale Orsini vuole ricondurre i Bianchi a Firenze, ma la sua armata si disperde | [275] |
| Filippo il bello domanda a Clemente V di condannare la memoria di Bonifacio VIII | [276] | |
| 1.º di giugno. Clemente assolve coloro che attaccarono il papa | [278] | |
| Filippo chiede la proscrizione dell'ordine de' Templari | [ivi] | |
| 1128-1307 | Ordine de' Templari; sue regole austere e sue guerre | [279] |
| 1307 | Il 13 ottobre. I Templari arrestati in tutta la Francia | [281] |
| 1307-1311 | Assurde accuse prodotte contro di loro | [ivi] |
| Loro costanza in mezzo ai supplicj | [282] | |
| L'innocenza de' Templari riconosciuta da molti storici contemporanei | [283] | |
| 1311 | Il concilio di Vienna condanna l'ordine de' Templari, i di cui beni vengono confiscati | [284] |
| Confessione del gran maestro, Giacomo di Molay, che in appresso ritratta | [285] | |
| Capitolo XXVII. Affari di Firenze. — Regno e spedizione in Italia dell'imperatore Enrico VII di Luxemburgo. 1308-1315 | [287] | |
| 1308 | Trionfo del partito dei Neri a Firenze ed in altre parti della Toscana | [287] |
| 1308 | Opposti difetti delle repubbliche e delle monarchie | [288] |
| Corso Donati scontento del partito ch'egli medesimo aveva formato, se ne distacca | [289] | |
| Citato avanti al podestà, viene condannato a morte per contumacia | [291] | |
| Raggiunto da' suoi nemici ed arrestato, s'uccide per sottrarsi al supplicio | [292] | |
| 1309 | Oppressione de' Pistojesi, loro sommossa | [293] |
| I Fiorentini meno accaniti dei Lucchesi contro Pistoja | [294] | |
| La pace stabilita colla mediazione de' Sienesi | [295] | |
| 1308 | 31 gennajo. Morte d'Azzo VIII d'Este. Guerra civile tra suo fratello ed il figlio di suo figlio naturale. La sua casa spogliata dal papa | [296] |
| Il 1.º di maggio. Morte d'Alberto d'Austria, assassinato da suo nipote | [299] | |
| Il 25 novembre. Enrico, conte di Luxemburgo, nominato re de' Romani | [302] | |
| 1309 | Enrico VII occupa il regno di Boemia | [ivi] |
| Si dispone a passare in Italia | [303] | |
| L'opinione diventata in Italia più favorevole all'autorità imperiale | [304] | |
| 1309 | Tale cambiamento era dovuto più che a tutt'altro agli eruditi | [307] |
| ed ai giurisperiti | [308] | |
| Sommissione d'Enrico VII al papa | [309] | |
| Il 5 maggio. Morte di Carlo II di Napoli; gli succede il suo terzo figliuolo Roberto | [310] | |
| 1310 | Enrico riceve in Losanna i deputati degli stati d'Italia | [311] |
| Il 10 di ottobre arriva in Asti, ed i signori di Lombardia si recano alla sua corte | [312] | |
| Guido della Torre è incerto se debba riceverlo | [314] | |
| Infine gli va all'incontro e gli apre le porte di Milano | [315] | |
| 1311 | Il 6 gennajo. Enrico VII riceve a Milano la corona di ferro | [316] |
| Pacifica le frizioni delle città di Lombardia | [ivi] | |
| Malcontento de' Milanesi per la domanda di un dono gratuito | [318] | |
| Enrico chiede ostaggi ai Guelfi ed ai Ghibellini | [319] | |
| Sedizione eccitata dai Torriani, che sono poi costretti a fuggire | [320] | |
| Ribellione della maggior parte delle città di Lombardia | [321] | |
| 1311 | Il 19 di maggio Enrico assedia Brescia | [322] |
| Chiede ai legati pontificj che scomunichino i Bresciani | [323] | |
| Onorevole capitolazione accordata ai Bresciani nel mese d'ottobre | [324] | |
| Enrico viene a Genova che si dà in suo potere | [325] | |
| Malcontento de' Genovesi a cagione delle contribuzioni che loro impone | [326] | |
| 1312 | Trattati tra Enrico VII e Roberto re di Napoli | [327] |
| Questi trattati sono rotti, ed il re di Napoli si apparecchia alla guerra | [328] | |
| Due deputati d'Enrico vanno in Toscana | [329] | |
| Relazione di un deputato sui pericoli corsi presso Firenze | [330] | |
| Questi deputati formano un'armata coll'ajuto dei conti Guidi | [335] | |
| Il 16 di febbrajo. Enrico si pone in viaggio da Genova per Pisa | [336] | |
| Attaccamento dei Pisani ad Enrico VII | [337] | |
| Enrico va a Roma e contrasta il possesso di questa città ai Napoletani | [338] | |
| Il 29 di giugno viene consacrato in san Giovanni di Laterano, per non poter entrare nella basilica Vaticana | [339] | |
| 1312 | Si ritira a Tivoli con un'armata assai indebolita | [340] |
| In agosto aduna nuove truppe e rientra in Toscana | [341] | |
| I Fiorentini veri capi del partito guelfo; estensione della loro politica | [ivi] | |
| I Fiorentini con molto coraggio civile mancavano di coraggio militare | [343] | |
| Notabile contrasto in questa guerra tra la loro fermezza e la loro mancanza di valore | [ivi] | |
| Il 19 di settembre. L'armata imperiale si presenta alle porte di Firenze | [345] | |
| I Fiorentini ricevono considerabili rinforzi, ma non osano attaccare l'imperatore | [347] | |
| 1313 | Il 6 di gennajo Enrico si allontana da Firenze e si accampa a Poggibonzi | [348] |
| Enrico fa condannare dal suo tribunale i Fiorentini ed il re di Napoli | [349] | |
| Giugne all'imperatore una nuova armata dalla Germania | [351] | |
| Il 5 agosto Enrico si pone in viaggio per attaccare il regno di Napoli | [ivi] | |
| I Fiorentini invocano la protezione del re di Napoli | [352] | |
| 1313 | Danno a Roberto la signoria della loro città | [353] |
| Enrico sorpreso da una malattia a Buonconvento | [354] | |
| Il 24 di agosto muore inaspettatamente | [ivi] | |
| Sventura de' Pisani che in lui perdono il loro protettore | [355] | |
| Danno la signoria ad Uguccione della Fagiuola | [356] | |
| Capitolo XXVIII. Consolidamento dell'aristocrazia veneta; il maggior consiglio viene reso ereditario. — Vittoria d'Uguccione della Fagiuola sui Fiorentini. — Sua espulsione da Pisa e da Lucca. — Padova perde la sua libertà. — Signorie lombarde. 1313-1317 | [357] | |
| La repubblica veneta non prende parte nelle rivoluzioni d'Italia | [ivi] | |
| Lente e tacite usurpazioni del maggior consiglio | [358] | |
| 1289 | Il popolo tenta di ricuperare il diritto di eleggere egli stesso il doge | [359] |
| Al doge eletto dal popolo gli elettori oppongono Pietro Gradenigo | [360] | |
| Gradenigo vuol privare il popolo di ogni parte nell'elezione del maggior consiglio | [361] | |
| 1297 | Il 28 di febbrajo. Decreto che ne affida l'elezione ad uno scrutinio annuale | [363] |
| 1297 | Questo scrutinio viene affidato alla quarantia criminale, che in tal modo subentra ne' diritti del popolo | [364] |
| 1298-1315 | Nuovi decreti per impedire l'introduzione d'uomini nuovi nel consiglio | [365] |
| 1319 | Ultimo decreto che abolisce il periodico rinnovamento del maggior consiglio | [366] |
| 1299 | Prima cospirazione contro la nuova aristocrazia | [367] |
| 1310 | Seconda cospirazione più formidabile. Boemondo Tiepolo | [368] |
| Il 15 giugno. I congiurati attaccano il palazzo ducale e sono respinti | [369] | |
| Convenzione tra il doge ed i congiurati, che vanno volontariamente in esilio | [371] | |
| Istituzione del consiglio de' dieci per sopravvegliare e punire i nobili | [372] | |
| Arbitrarie procedure del consiglio de' dieci; terrore che ispira | [374] | |
| Il consiglio de' dieci s'impadronisce della direzione della repubblica | [375] | |
| Il consiglio de' dieci poteva essere distrutto ogni anno se i nobili rifiutavano di rinnovarlo | [377] | |
| Due cose notabili in questo consiglio; il potere risguardato quale compenso della libertà | [ivi] | |
| 1310 | Mezzo di limitare un potere esecutivo immenso in una repubblica | [379] |
| 1313 | Apparecchi de' Guelfi di Toscana per opprimere il partito ghibellino | [382] |
| 1314 | Il 14 di marzo. Roberto viene dal papa creato vicario imperiale in Italia | [383] |
| Trattato di pace tra Roberto, i Guelfi ed i Pisani | [384] | |
| Uguccione della Fagiuola capitano di Pisa impedisce la ratifica di questo trattato | [385] | |
| I Lucchesi obbligati di richiamare i loro esiliati ghibellini | [386] | |
| Il 14 di giugno. Uguccione della Fagiuola sorprende Lucca e l'abbandona al saccheggio | [387] | |
| I Fiorentini chiamano i principi di Napoli per far la guerra a Fagiuola | [389] | |
| 1315 | Undici di luglio. Filippo di Taranto e suo figlio assumono il comando de' Fiorentini | [390] |
| Uguccione assedia Montecatini; i Guelfi tentano di fargli levare l'assedio | [391] | |
| Il 29 agosto. Battaglia di Montecatini; disfatta dei Fiorentini | [392] | |
| Tirannia d'Uguccione in Lucca e Pisa | [394] | |
| 1316 | Ammutinamento di Lucca occasionato dall'arresto di Castruccio | [395] |
| 1316 | 10 aprile. Il popolo di Pisa si rivolta contro Uguccione mentre questi marcia contro Lucca | [395] |
| Uguccione e suo figliuolo scacciati nello stesso tempo da Pisa e da Lucca | [396] | |
| 1317 | In aprile. Pace fra i Ghibellini ed i Guelfi di Toscana | [397] |
| Progetti del re Roberto sopra la Lombardia e Genova | [399] | |
| Padova si conserva libera in mezzo ai tiranni della Venezia | [400] | |
| 1265-1311 | I Vicentini sottomessi ai Padovani; vicendevole loro odio | [401] |
| Gelosia tra la nobilità ed il popolo di Padova | [402] | |
| Istabilità da' Padovani e loro frequenti rivoluzioni | [403] | |
| 1311 | Vicenza sottratta al dominio di Padova | [404] |
| 1312 | Sottomessa al governo di Cane della Scala | [405] |
| Guerra tra Padova e Cane della Scala | [409] | |
| 1313 | Zuffa per la divisione delle acque del Bacchilione | [409] |
| Potente armata de' Padovani; sua inazione | [ivi] | |
| Gelosia eccitata contro i capi del governo | [410] | |
| 1314 | Sedizione eccitata dai Carrara; uccisione dei due magistrati | [ivi] |
| 1314 | Pericoli cui viene esposto lo storico Mussato | [413] |
| Indisciplina dell'armata padovana | [414] | |
| I Padovani occupano un sobborgo di Vicenza | [415] | |
| Contro le loro promesse l'abbandonano al saccheggio | [417] | |
| Sono sorpresi e rotti da Cane della Scala | [419] | |
| Alleanza dei Padovani coi loro vicini | [421] | |
| 20 ottobre. Pace tra Cane ed i Padovani | [423] | |
| 1317 | 21 maggio. I Padovani violano la pace: nuovo tentativo sopra Vicenza | [424] |
| Vantaggi ottenuti da Cane della Scala | [425] | |
| 1318 | 23 luglio. La signoria di Padova data a Giacomo da Carrara | [426] |
| Rivoluzioni a Cremona | [428] | |
| Cremona attaccata da Cane e da Passerino Bonaccorsi | [429] | |
| 1315 | 5 settembre, il marchese Giacomo Cavalcabò nominato signore di Cremona | [430] |
| 1322 | 17 gennajo. Cremona sottomessa a Galeazzo Visconti | [431] |
| Frequenti rivoluzioni in Lombardia | [432] | |
| Incerta situazione di tutti i tiranni d'Italia | [433] | |
| La popolazione, malgrado le frequenti rivoluzioni, non diminuisce | [435] | |
| 1240-1308 | Dominio di casa d'Este in Ferrara | [436] |
| Principio delle case Bonacorsi, Scala e Polenta | [437] | |
| Protezione accordata alle lettere da Cane grande | [439] | |
| I poeti più numerosi presso i principi che nelle repubbliche | [441] | |
| Progressi dell'architettura | [442] | |
| Entrate delle piccole corti lombarde | [443] | |
| Commercio e manifatture | [444] | |
| Il popolo di Lombardia rientra nell'oscurità | [446] | |
Fine della Tavola.