CAPITOLO XXIX.

Nuovi capi dell'Impero e della Chiesa. — Guerre di Genova. — Guerra universale in Italia. — Papa Giovanni XXII scomunica e depone Luigi IV di Baviera, re dei Romani.

1314 = 1323.

Mentre il governo va incessantemente modificando i talenti, le virtù, l'ingegno e le abitudini dei popoli, scopronsi non pertanto nel carattere delle nazioni certi tratti originali, che i tempi e le circostanze non hanno potuto interamente cancellare. Così gli Spagnuoli e gl'Italiani sembranci essenzialmente diversi. Queste due nazioni, sebbene abbiano un'origine quasi comune, perchè formate dalla mescolanza de' Romani coi Goti; sebbene abitino in climi press'a poco eguali, ed abbiano idiomi vicinissimi che quasi potrebbero dirsi dialetti d'un solo idioma; sebbene ricuperassero quasi nella stessa epoca la libertà e nella stessa epoca la perdessero; sebbene abbiano lungo tempo ubbidito ai medesimi sovrani e tenuta la medesima religione, hanno qualità affatto diverse che li distinguono, e che quasi senza alterazione si sono trasmesse di padre in figlio. E queste fondamentali diversità tra le razze degli uomini è forse uno de' più importanti oggetti di meditazione che a noi presenti la storia. Abbiamo di già conosciuta l'origine del carattere degli Italiani: abbiamo veduti i Barbari portare loro lo spirito d'indipendenza, raddolcito nelle città d'origine romana, più ricche e numerose in Italia che nel rimanente dell'Europa. Assai per tempo queste città manifestarono il desiderio di libertà. Furono esse le prime che aspirarono a partecipare della sovranità, rompendo i legami che le attaccavano all'impero e cambiando le loro leggi municipali in costituzioni repubblicane: furono esse le prime che, tra i membri del corpo feudale fattesi indipendenti, acquistarono una regolare organizzazione, e seppero energicamente valersi delle loro forze. Esse non tardarono a soggiogare il rimanente della nazione: i vescovi furono spogliati d'ogni sovranità temporale; i principi ed i marchesi scomparvero a poco a poco rifiniti da intraprese troppo sproporzionate ai loro mezzi; ed i gentiluomini si videro sforzati a sottomettersi e cercare il diritto di cittadinanza.

Questa preponderante influenza delle città è la vera origine del carattere distintivo degl'Italiani, di quel carattere che li rende essenzialmente diversi dagli Spagnuoli, presso i quali la nobiltà campagnuola, sempre occupata nelle guerre contro i Mori, a sè chiamando gli sguardi e la stima della nazione, conservava una importantissima parte del governo per sè medesima. La costituzione repubblicana delle città comunicò a tutta la nazione italiana un movimento più attivo, rendendola capace di grandi azioni, di un maggiore sviluppo di talenti, di patriottismo, d'intelligenza, accrescendone all'istante la popolazione e le ricchezze, e facendo in breve fiorire le arti, le lettere, le scienze. L'influenza de' gentiluomini conservò alla nazione spagnuola qualità più speciose di valore, di galanteria, di dilicatezza, d'onore. Tutti gli Spagnuoli presero i loro nobili per modello ed acquistarono quell'aria cavalleresca che tuttavia conservano. Gl'Italiani formaronsi invece alla scuola de' borghesi, onde ne contrassero un non so che di plebeo non per anco affatto cancellato dalla presente generazione.

Effettivamente il sistema feudale fu prima abolito in Italia che nelle altre province d'Europa. All'epoca presente questo sistema più non aveva veruna consistenza, sebbene i giuristi lo insegnassero ancora come parte della legge dello stato. Le repubbliche che si erano da principio moltiplicate in tutta l'Italia, non ebbero lunga durata; ed abbiamo già veduto tutte quelle della Lombardia e dello stato della chiesa cadute in potere di qualche tiranno. Ma questi nuovi signori, che poi ebbero il titolo di duca o di marchese, non andavano debitori della potenza loro a quell'antica costituzione del Nord da cui ebbe principio la nobiltà in tutto il resto dell'Europa; essi erano i figli di quelle città medesime di cui eransi fatti sovrani, e dal popolo riconoscevano la loro autorità. La democrazia, che precedette le nuove signorie, aveva dato un carattere più assoluto e dispotico al governo d'un solo, col rendere eguali in faccia al principe tutti i ranghi della nazione, e distruggendo tutti i privilegi di quegli ordini che avrebbero potuto impedire lo stabilimento del potere arbitrario. Vero è che i nuovi signori trovarono ben tosto conveniente di accrescere splendore alle loro corti col prestigio della nobiltà. Chiamarono presso di loro que' gentiluomini ch'erano stati avviliti ed oppressi, crearono cavalieri, chiesero agl'imperatori germanici diplomi di nobiltà pei loro favoriti, e per ultimo ne accordarono di propria autorità. Ma queste distinzioni dei cortigiani e le annesse prerogative avevano bensì gl'inconvenienti dell'antica nobiltà ma non gli utili: i nuovi nobili eccitavano la gelosia colle loro pretensioni, il disprezzo dei popoli coi loro depravati costumi; e perchè non erano uniti dallo spirito di corporazione e non avevano nè credito nè indipendenza, non potevano salvarsi dall'oppressione. Nè il favore del principe può dare una nascita illustre, nè la sua collera può toglierla; ma la nobiltà di creazione come viene accordata dalla libera volontà del padrone, dalla volontà del padrone può essere egualmente tolta.

Lo spirito cavalleresco, quella gloriosa eredità dei tempi feudali, di cui era depositaria la nobiltà, si andava distruggendo non meno nelle piccole monarchie che nelle repubbliche d'Italia: onde gli stimoli d'onore ed il valor militare vennero meno, e la destrezza montò in maggiore stima che il coraggio e la forza. È precisamente nel periodo di tempo di cui ci facciamo a descrivere la storia, che l'Italia, in confronto del resto dell'Europa, sembra priva d'ogni spirito di cavalleria. Il quattordicesimo secolo forma un'epoca assai gloriosa, feconda di grandi ingegni e non isprovveduta di virtù; ma gli uomini erano più diretti dal calcolo che dalle passioni, dall'interesse assai più che dal sentimento. Videsi allora crescere a dismisura la potenza mercantile, la cognizione politica, l'amore della libertà nel popolo; ma per lo contrario poco valore nella nazione, che affidava la propria difesa alle bande mercenarie de' Condottieri, poca fierezza nei caratteri, poca fedeltà nelle benevolenze e nelle alleanze, poco rispetto per la data promessa, per ultimo poco attaccamento al punto d'onore nella condotta. Il sistema d'equilibrio delle potenze d'Italia di cui si può attribuire l'invenzione a questo secolo, del quale cotal sistema è forse il più bel ritrovato; deve risguardarsi quale opera della più fina politica; ma di una politica affatto priva d'entusiasmo; sicchè in quel modo che il carattere degl'Italiani voleva che si cercasse quest'equilibrio, così era proprio del carattere spagnuolo l'aspirare alla monarchia universale.

Risguardare una vasta contrada, o una parte del mondo come un corpo sociale, di cui gli stati indipendenti sono i cittadini, ravvisare nell'oppressione d'un solo di questi cittadini una violazione del diritto di tutti; riconoscere che la distruzione di uno stato è una morte che minaccia la vita di tutti gli altri; essere persuasi che in un'associazione senza autorità centrale ogni individuo deve concorrere con tutte le sue forze al mantenimento della giustizia e del diritto delle genti; finalmente sentire la necessità di chiamare sopra di sè un male immediato e di prendere parte ad una guerra che potrebbe risguardarsi come straniera per impedire che altri siano oppressi, per non permettere una violenza, un assassinio dannoso ai rapporti sociali; gli è questo un nobile sistema che soltanto le repubbliche italiane erano degne di creare; è l'applicazione possibilmente più perfetta delle organizzazioni sociali al più grande dei corpi politici.

I Fiorentini, che diedero all'Italia i primi esempj delle più grandi e virtuose cose, sono probabilmente gl'inventori di questo sistema, e quelli che lo eseguirono con maggior zelo e costanza. Negli sforzi delle repubbliche pel mantenimento dell'equilibrio politico, negli sforzi de' principi per distruggerlo dobbiamo cercare la chiave di tutte le negoziazioni del quattordicesimo secolo, i motivi delle guerre e delle alleanze, la ragione dei subiti cambiamenti di partito, e di quel continuo movimento della politica, che forse impedisce al lettore di afferrarne l'insieme a colpo d'occhio. Tutti gli avvenimenti del secolo possono richiamarsi alla sola lotta in favore della libertà, ad un solo sforzo diretto ad impedire che taluno de' principi, che vedevasi crescere di potenza, non opprimesse l'Italia formandone una sola monarchia.

Ma il sistema dell'equilibrio politico è di sua natura un sistema di divisione, e per certi rispetti un sistema di debolezza: perciocchè impedisce ad una nazione di agire per riguardo alle altre come agirebbe se formasse un solo corpo, spesso consuma le proprie forze contro di sè medesima, mantenendo guerre d'Italiani contro Italiani, di Tedeschi contro Tedeschi; le quali guerre a' nostri giorni chiamansi civili, sebbene, propriamente parlando, non possano dirsi tali che quelle fra i cittadini di un medesimo stato. Gl'Italiani smembrati, soggiogati e resi inutili a respingere le straniere invasioni, si pentirono degli sforzi fatti dai loro padri per tener divisi gli stati, facendosi un amaro rimprovero di aver creduto di giovare alla libertà col procurare la divisione. I tempi eransi mutati, e con essi ancora la politica. Un popolo libero deve tutto riferire a sè medesimo, un popolo suddito deve rammentare che fa parte d'una nazione. Coloro che più non hanno patria, che più non riuniscono intorno ad un solo centro ogni loro desiderio di forza, di durata, di gloria, possono ancora riconoscere tra di loro i diritti della nascita e di un'origine comune; devono amare i loro fratelli, sebbene non possano risguardarli per loro concittadini, compiangere il sangue che si versa ed i tesori dissipati nelle guerre intestine: poichè non è per essi straniero colui che non appartiene al loro corpo politico, ma quello che ha una diversa lingua.

I più celebri poeti ed oratori rimproverarono ai senati che governavano le repubbliche italiane il sistema d'equilibrio politico, che, quantunque lungo tempo cagione della loro gloria e della loro prosperità, fu in appresso cagione della loro debolezza. Invidiavano la sorte della Spagna e della Francia, che, riunite sotto grandi monarchi, disputavansi le spoglie della divisa Italia, che vincevano di potenza, sebbene non la pareggiassero in popolazione o in ricchezza. Ancora nell'età nostra siamo disposti a ripetere lo stesso giudizio, ed a incolpare la politica degl'Italiani della loro debolezza e servitù. Ma noi ci scordiamo, che colla politica loro godettero due secoli di gloria e di prosperità, scopo immediato dei loro sforzi; e che se avessero abbracciato il contrario sistema, sarebbero probabilmente arrivati, per una diversa strada, ad una dipendenza ancora più grande.

Sotto principi che tentavano ogni giorno di soggiogarli, gl'Italiani erano minacciati d'immediata servitù; vero è ch'essi avevano cagione di temere egualmente il giogo degli stranieri sotto il quale caddero due secoli più tardi; ma quest'ultimo pericolo, conosciuto da chi vede la serie degli avvenimenti, non poteva in allora essere presentito. Le vicine nazioni non erano di que' tempi meno divise dell'Italia; ed il sistema feudale s'andava presso di loro snervando, senza far però luogo ad un più vigoroso principio d'organizzazione. Soltanto adombravansi talvolta dell'imperatore piuttosto per le antiche sue pretensioni che per l'attuale potenza. Questo residuo di timore dell'autorità imperiale, tenuto vivo dai papi, fu cagione delle prime guerre di cui dobbiamo occuparci in questo volume; ma queste stesse guerre, e le spedizioni in Italia di Luigi di Baviera e di Carlo IV manifestarono agl'Italiani l'estrema sproporzione tra le forze dell'imperatore ed i suoi diritti, manifestarono loro l'impotenza del corpo germanico nelle guerre offensive, gli angusti limiti entro i quali la costituzione di Germania chiudeva il potere del suo sovrano nominale, e l'impossibilità in cui era questi di scendere in Italia, se i Ghibellini italiani non gli aprivano essi medesimi le porte.

D'altra parte il re di Francia, sebbene assai più potente dell'imperatore, non aveva sotto di lui che metà delle province che parlano in francese. La Provenza apparteneva al re di Napoli, la Lorena, la Brettagna, la Borgogna, i Paesi Bassi erano governati da duchi quasi affatto indipendenti; e la Guienna e parte della Normandia erano del re d'Inghilterra. Una infelice guerra cogl'Inglesi, prodotta dalla successione dei Valois, consumava le province direttamente dipendenti dal re: nelle quali province per altro, non riconoscendo i grandi vassalli, i gentiluomini, i comuni un assoluto potere, impedivano al re di liberamente disporre degli uomini e delle ricchezze; onde appena egli s'attentava di accrescere alquanto le leggeri imposte che pagavano i suol sudditi e le forze militari, quando il regno veniva minacciato da grave pericolo: di modo che la stessa alleanza del papa, o a dir meglio il servaggio della corte pontificia in Avignone non bastava a rendere la Francia formidabile agl'Italiani.

La Spagna trovavasi in continue guerre coi Mori; i Greci, da lungo tempo inviliti, non erano più temuti; i Turchi non avevano ancora acquistata quella forza che li rese un secolo più tardi il terrore dell'Europa. L'Italia circondata da governi deboli e vacillanti vedeva soltanto di quando in quando sollevarsi nel suo seno un potere dispotico, e minacciare ad un tempo la propria libertà e l'indipendenza de' suoi vicini.

Più volte alcune piccole popolazioni erano state sottomesse dai Principi limitrofi; ma tali conquiste, che potevano un giorno formare dell'Italia una sola monarchia, furono sempre accompagnate da circostanze che facevano abborrire il governo monarchico: perciocchè ai popoli sottomessi era tolta ogni libertà, le persone e le proprietà più non venivano rispettate. Spenta affatto ogni virtuosa emulazione, ogni desiderio di gloria; que' cittadini cui i talenti, le ricchezze, i natali permettevano di aspirare alle più luminose cariche della loro patria, abbandonavano una città che precludeva ogni adito all'ambizione. Le ricchezze delle province erano assorbite dal vortice della nuova capitale; l'allontanamento de' proprietarj faceva languire l'agricoltura, siccome perivano il commercio per mancanza di ricchi consumatori, gli studj per difetto d'incoraggiamento: onde quella stessa città che lungo tempo sembrò troppa angusta per contenere le tempestose passioni de' suoi cittadini, non era più abitata che da uomini condannati ad un'oscura esistenza. Tale doveva senza dubbio essere la sorte di Venezia, di Firenze, di Pisa, di Genova, di Bologna, se i Scala o i Visconti avessero potuto conseguire il loro progetto di unire l'Italia sotto il loro dominio. La gloriosa emulazione fra tanti piccoli stati, fra tante piccole corti che cercavano di nascondere la debolezza loro sotto l'imponente apparato delle arti e delle lettere, non sarebbesi mantenuta così viva nell'unica capitale dell'Italia, ove una sola accademia avrebbe uniti o signoreggiati tutti i talenti, una sola cabala letteraria deciso del merito, l'intrigo avrebbe dirette le scuole delle arti del disegno, e tarpate le ali al genio; ovunque l'uomo, circoscritto da una regola uniforme, sarebbe stato assoggettato a regole generali alla moda ed alla mediocrità; infine l'Italia formante uno stato solo e governata da un solo padrone non avrebbe prodotti quei capi d'opera che, coprendo la sua vergogna, addolcirono i dolori del suo servaggio.

Se in questa lunga lotta per la libertà trionfava il partilo nemico dell'indipendenza de' piccoli stati; se Castruccio, Mastino, Bernabò, Giovan Galeazzo, e Ladislao di Napoli diventavano re di tutta l'Italia, è incontrastabile ch'essi avrebbero in breve conquistata tutta l'Europa. Le ricchezze accumulate dalla libertà non vengono immediatamente distrutte dal despotismo, e l'Italia sola era più ricca che tutti assieme gli altri paesi del cristianesimo; le armate furono in questo secolo più mercenarie di quel che lo fossero prima, o dopo: i Tedeschi che allora avevano voce di essere le migliori truppe, si sarebbero affrettati di porsi al soldo di un principe italiano; ed infatti li vedremo in questo medesimo secolo gareggiare coi Provenzali, coi Guasconi, coi Brettoni, cogl'Inglesi e gli Ungaresi per essere assoldati dai Visconti o dalla repubblica fiorentina. Un re d'Italia assoluto avrebbe guerreggiato con troppo vantaggio contro i sovrani feudali della Germania e della Francia; avrebbero realizzato il progetto tante volte rinnovato d'una monarchia universale, e gl'Italiani avrebbero come i Greci sotto Alessandro ottenuta un'efimera gloria in ricompensa della perduta libertà. Ma così vasto dominio non avrebbe avuto lunga durata, perciocchè crudeli disastri avrebbero seguito da vicino le subite conquiste. Il commercio, principalissima sorgente delle ricchezze degl'Italiani, non può fiorire che sotto gli auspicj della pace; perchè il commercio viene alimentato dall'agiatezza universale e non dal lusso dei pochi favoriti dalla fortuna. Nazioni più valorose dei loro conquistatori non avrebbero lungo tempo sofferto un giogo straniero; l'insolenza de' vincitori avrebbe reso più forte quell'odio che senza tali motivi divide le popolazioni che parlano un diverso linguaggio; ed una generale sommossa avrebbe rivendicata la schiavitù d'Europa. Ma quand'anche la vergogna de' vinti non si fosse lavata nel sangue italiano, lo spossamento e la debolezza sarebbero stati una necessaria conseguenza di troppo vaste conquiste. La Spagna non potè giammai riaversi dalla nullità in cui fu precipitata dall'ambizione di Carlo V e di Filippo II: lo stesso destino era riserbato ad altra nazione posta in eguali circostanze; e se l'Italia fosse stata conquistatrice e non conquistata, non avrebbe potuto lungo tempo conservare la propria indipendenza.

Vero è per altro che, nella lunga serie dei secoli, giugne pei popoli quell'istante in cui devono rinunciare a questi consigli di moderazione. Se hanno potuto per molti secoli desiderare d'essere abbastanza piccoli perchè tutte le loro parti partecipino di quello spirito di vita, che, conservando all'uomo la sua individualità, sviluppa per mezzo dell'emulazione i talenti ed il genio, giugne il momento in cui devono pensare non a vivere felici e liberi, ma a conservare la propria esistenza, respingendo uno straniero usurpatore, onde conservare o ricuperare quel sentimento d'indipendenza, senza del quale non può esservi nè patria, nè onor nazionale, nè virtù pubbliche. Quando i varj popoli che appartengono alla medesima nazione, sono soggiogati dagli artificj o dalle armi della guerra o della politica; quando uno scettro di ferro pesa, o minaccia di pesare egualmente sopra stati, lungo tempo rivali, questi sono costretti di rinunciare alle antiche gelosie, ad ogni pensiere di quella bilancia de' poteri che più non esiste; ed invece di porsi in guardia contro gli abusi del governo devono tollerarli per non cadere sotto un giogo straniero. Allora è che ogni popolo per unirsi alla gran massa, per salvare la gloria nazionale, deve di buon grado sagrificare le sue leggi, le sue istituzioni, gli antichi oggetti del suo affetto e del suo rispetto, tutto, per dirlo in una parola, perfino la sua venerazione per le forme tutelari della sua libertà e pel sangue de' suoi principi. Ogni popolo deve sentire che la stessa lingua è quel simbolo per cui i popoli di diversi stati devono riconoscere la loro comune origine, quel segno distintivo delle nazioni per cui i membri della medesima famiglia si riuniscono. I popoli elettrizzati da un sentimento che agita egualmente tutte le anime, trovano in questo stesso sentimento, in una passione nazionale i legami d'un nuovo corpo sociale, ed altro omai non cercano che di valersi delle comuni forze nel modo più utile e glorioso. Ma l'oppressione che avrebbe dovuto consigliare gl'Italiani a formare un solo corpo, un solo stato, per difendersi o vendicarsi, non ebbe luogo che all'epoca in cui termina questa storia, quando Carlo V avendo trionfato della Francia, assoggettò tutta l'Italia all'immediato suo dominio o all'influenza de' suoi consigli. Fino a questo tempo possiamo accompagnare colla nostra ragione e col nostro affetto la lunga lotta delle repubbliche italiane pel mantenimento dell'equilibrio; possiamo prendere parte a tutti i loro interessi, vedendoli spronati da grandi disegni e da grandi virtù a generosi sforzi, a penosi sagrificj.

Le prime guerre che lacerarono l'Italia all'epoca di cui siamo per parlare, miravano ad abbassare la potenza imperiale e quella de' signori Ghibellini che ne erano i depositarj in Lombardia: ma il desiderio di vendetta, e l'odio di fazione vi ebbero più parte che la gelosia e la politica, perciocchè o le guerre non avrebbero avuto luogo, o sarebbero state meno lunghe, se i papi non le avessero eccitate e fomentate, sagrificando il riposo de' popoli e la coscienza de' loro pastori alla propria vendetta ed all'ambizione.

Quando i vescovi di Roma, riparatisi in Francia, non si videro più esposti al pericolo di essere vittime essi medesimi delle guerre che provocavano, diedero libero sfogo al loro odio contro l'autorità imperiale, più non curandosi di celare gli ambiziosi progetti che avevano formati sopra l'Italia. Aveva ravvivata la loro gelosia Enrico VII di Lussemburgo colla breve ma gloriosa sua amministrazione: egli aveva mostrato col suo esempio ai papi, che un principe magnanimo e valoroso potrebbe in poco tempo rovesciare l'edificio da loro innalzato in più secoli; aveva fatto sentire ai papi che gl'imperatori, quando fossero potenti in Italia, ridurrebbero i vescovi di Roma nell'antica dipendenza. Questi per allontanare tanto disastro ricorsero alle consuete loro pratiche; lasciarono che le forze della Germania si consumassero in una lunga guerra civile tra i due pretendenti, approfittando d'un'elezione controversa per usurpare i diritti de' principi rivali.

(1314.) Seppesi appena in Germania la morte d'Enrico VII, che due fazioni si posero in campo chiedendo caldamente la corona imperiale. Era capo della prima Federico, duca d'Austria, figliuolo d'Alberto, penultimo imperatore, e nipote di Rodolfo, il fondatore della potenza della casa d'Absburgo. Formavano la contraria parte i partigiani della famiglia di Lussemburgo, diretti da Giovanni re di Boemia figliuolo d'Enrico VII, e da suo zio, Baldovino, arcivescovo ed elettore di Treveri. Nè la corona imperiale era la sola cagione di questa lite; il titolo di re di Boemia, concesso a Giovanni da suo padre, venivagli contrastato dal duca di Carinzia. Aveva questi sposata una figlia dell'ultimo re Ottocare, e perchè voleva trasmettere i suoi diritti alla casa d'Austria, temeva il re Giovanni d'essere spogliato del suo patrimonio, se Federico trionfava. Egli non cercava per se medesimo la dignità imperiale; ma desiderava che fosse accordata a qualche potente principe suo alleato. Offriva perciò la corona dell'impero a Luigi duca dell'alta Baviera; e perchè avesse tempo di condurre a termine i suoi trattati, l'arcivescovo di Magonza, suo zio, aveva protratta dieci mesi, cioè al 19 ottobre del 1314, la convocazione della dieta d'elezione[1].

Nel giorno destinato, gli elettori si recarono alla città elettorale di Francoforte preparati a sostenere colle armi i loro suffragi; perciocchè il solo arcivescovo di Treveri conduceva più di quattro mila cavalli[2]; e quello di Magonza aveva occupato il campo di Rense, ove per antica consuetudine facevansi le elezioni. Si unirono ai due arcivescovi il re Giovanni di Boemia, Waldemaro elettore di Brandeburgo, e Giovanni il vecchio, duca di Sassonia Lavemburgo, che pretendeva di essere l'elettore Sassone. Ma nello stesso tempo Rodolfo conte ed elettore palatino di Baviera, affatto ligio alla casa d'Austria, invece di unirsi agli elettori che volevano dare la corona imperiale a suo fratello Luigi, si fermò a Sachsenhause sobborgo di Francoforte posto sulla riva sinistra del Meno, aprendovi un'altra dieta elettorale. Era egli munito della procura dell'arcivescovo di Colonia, il quale, essendo in aperta guerra colla casa di Lussemburgo, non aveva potuto venire a Francoforte, e si era unito a Rodolfo e ad Enrico duca di Carinzia che intitolavasi re ed elettore di Boemia.

La dieta di Rense intimò al duchi di Sassonia e di Carinzia, all'elettore palatino e a quel di Colonia di presentare al collegio degli elettori i loro titoli al diritto elettorale; ma questi invece di rispondere, nominarono lo stesso giorno, con irregolare elezione, Federico d'Austria re de' Romani. I cinque elettori che trovavansi nel campo di Rense, avuta notizia dell'accaduto, nel susseguente giorno nominarono imperatore a pieni voti Luigi, duca di Baviera, che chiamossi Luigi IV[3].

I due pretendenti avevano i medesimi diritti alla stima ed all'ubbidienza de' loro compatriotti. Il partito austriaco avendo suscitato un principe della casa di Brandeburgo per disputare il diritto di Waldemar, più non rimanevano in cadauna delle parti che due elettori il di cui suffragio non fosse contrastato, ed ognuna ne aveva altri tre, il di cui diritto era dubbioso. I principi rivali appartenevano a due illustri e potenti famiglie; amendue erano valorosi ed arditi, amendue diedero prove, almeno in Germania, di un carattere leale e cavalleresco, ed amendue avevano zelanti campioni che combattevano per loro valorosamente. Giovanni di Boemia difendeva la causa di Luigi, come fosse la sua propria; tenevano le parti di Federico i suoi fratelli, i duchi d'Austria Leopoldo ed Enrico, e Rodolfo elettore di Baviera.

Siccome pareva che l'osservanza delle formalità prescritte per l'incoronazione dovesse assicurare all'uno o all'altro di loro il favore de' popoli, perciò s'affrettarono ambedue di compierle. Luigi venne introdotto dai borghesi di Francoforte nella loro città; fu come imperatore eletto presentato al popolo nella chiesa di san Bartolomeo, consacrata per antica consuetudine a questa funzione; e Federico assediò inutilmente Francoforte per ottenere lo stesso vantaggio[4]. In appresso Luigi fu condotto ad Aquisgrana, di dove aveva dovuto ritirarsi il suo rivale, e vi fu consacrato nel luogo destinato a tale cerimonia, non però dall'arcivescovo di Colonia, che solo aveva il diritto di farlo, ma, in sua assenza, dagli arcivescovi di Magonza e di Treveri. Federico fu invece condotto a Bona dall'arcivescovo di Colonia, e colà consacrato colle sue mani, ma in un luogo in cui questa consacrazione diventava illegale. E per tal modo per una differente ragione le due consacrazioni furono incomplete ed invalide[5].

I due imperatori eletti, Luigi e Federico, erano figli d'un fratello e d'una sorella; il proprio fratello di Luigi, Rodolfo, era il più caldo alleato del suo rivale; una simile discordia divideva tutte le case dei principi; tre cappelli elettorali erano contrastati come la corona imperiale, e le armi dovevano decidere della eredità e dei diritti delle più potenti famiglie. La stessa eguaglianza de' suffragi e l'indifferenza de' principi della Germania settentrionale prolungarono la guerra, soltanto di quando in quando sospesa da reciproco rifinimento di forze. In tale stato di cose i due rivali non potevano tentare di farsi riconoscere in Italia senza abbandonare la Germania al nemico; onde, mentre questa aveva due re de' Romani, l'Italia trovavasi agitata dagli intrighi degli ambiziosi. Nè andò lungo tempo che la cessazione d'ogni autorità suprema, che tenne dietro immediatamente alla vigorosa amministrazione di Enrico VII, produsse tra i Guelfi ed i Ghibellini una guerra non meno accanita di quella che facevansi in Germania i due pretendenti al trono. E questa guerra, resa generale da opposti interessi, da inveterati odj, era cagionata da tante cause diverse quanti erano i capi che la trattavano.

Il papa ed il re di Napoli uniti dal loro attaccamento alla corte di Francia, dallo spirito del partito guelfo, e da una comune ambizione, avevano nemici i nuovi principi Lombardi innalzati di fresco alla sovranità dall'intrigo e dal valore. Questi erano debitori della loro potenza alla violenza delle fazioni; ed i Ghibellini avevano comperato colla perdita della libertà il valore o l'accortezza de' loro capi: perciò i nuovi principi tenevano vive le burrascose passioni che avevano sperimentate tanto vantaggiose ai loro interessi; associavansi essi medesimi ai faziosi, e, quasi la sorte loro fosse attaccata alla difesa d'un trono ancora vacante, si facevano una feroce ed ostinata guerra.

Regnava ancora Clemente V, quando fu portata alla corte pontificia la notizia della morte d'Enrico VII. Sembra che questo papa dipendente dalla Francia, che dimorava ora in una ora in altra provincia di cui non era sovrano, debole per carattere come per situazione, ed incapace di meritarsi l'amore o il rispetto de' fedeli, abbia voluto sollevarsi da questo stato d'avvilimento, manifestando sul primo trono della cristianità pretensioni sconosciute allo stesso Ildebrando e ad Innocenzo III. Pubblicò una bolla per annullare la sentenza pronunciata da Enrico VII contro il re Roberto. «Lo che facciamo, egli diceva, tanto in virtù della indubitata autorità che noi abbiamo sopra l'impero romano, quanto pel diritto a noi competente di succedere all'imperatore nella vacanza dell'impero[6].» In virtù adunque di un tale diritto fin allora sconosciuto, Clemente accordò subito dopo a Roberto re di Napoli il titolo provvisorio di vicario imperiale in tutta l'Italia: il quale vicariato se non veniva rivocato dal sovrano pontefice, durava fino a due mesi dopo l'elezione del legittimo imperatore[7].

Furono queste due bolle gli ultimi atti dell'amministrazione di Clemente V in Italia. Questo pontefice che aveva così vilmente venduti gl'interessi della santa sede e quelli della propria coscienza a Filippo il Bello re di Francia, e che gli aveva sagrificato l'ordine de' Templari, morì a Rochemauri l'anno medesimo della morte di Filippo il 20 aprile del 1314, mentre preparavasi a tornare a Bordò sua patria per ricuperare col favore dell'aria nativa la mal ferma sua salute[8]. La terribile citazione d'un templario, che di mezzo alle fiamme aveva chiamati Clemente e Filippo innanzi al tribunale di Dio, parve in tal modo compiuta.

Clemente V aveva ammassati grandi tesori vendendo i beneficj ecclesiastici, e facendo altri scandalosi mercati, che lo resero esecrabile ai suoi contemporanei[9]. Oltre il danaro che teneva ne' suoi forzieri, aveva arricchiti tutti i suoi parenti e famigliari; ma le sue generosità non gli avevano guadagnato l'affetto di nessuno: perciocchè, appena morto, tutti coloro che abitavano nel suo palazzo, si scagliarono addosso ai suoi tesori; e non vi fu fra tanti neppure un solo servitore fedele che si prendesse cura del cadavere del suo padrone: onde essendo caduti alcuni torchi che ardevano intorno al feretro, vi appiccarono il fuoco, che, comunicatosi ben tosto all'appartamento, obbligò finalmente i rubatori ad occuparsene, e lo spensero; ma il palazzo e la guardaroba erano stati talmente spogliati, che non si trovò che un vecchio mantello per cuoprire il corpo mezzo abbrustolito del più ricco papa che governasse la chiesa[10].

Ventitre cardinali adunaronsi a Carpentrasso per dare un nuovo capo alla cristianità. Sebbene gl'Italiani non fossero che sei, siccome la lontananza del papa dalla greggia di cui era immediato pastore, risguardavasi come uno scandalo pubblico che aveva eccitate le lagnanze di tutti i cristiani, i pochi italiani contrappesavano ancora nel conclave il credito dei Francesi. Ma due parenti del papa defunto entrarono il 24 luglio con un corpo di truppa in Carpentrasso, e vi eccitarono la sedizione per isforzare il conclave a nominar papa un Guascone. Furono incendiate le case dei cardinali italiani e di molti cortigiani e mercanti della stessa nazione, e minacciati di morte i capi della chiesa; finalmente il pericolo si fece così urgente, che i cardinali italiani, chiusi in conclave, fecero atterrare un muro dietro al palazzo e fuggirono. Questa diserzione costrinse il collegio de' cardinali a separarsi, e protrasse più di due anni la nomina del nuovo pontefice[11].

Filippo conte di Poitou, che fu poi conosciuto sotto nome di Filippo il lungo, re di Francia, ottenne di riunire a Lione i dispersi cardinali l'anno 1316. Per averli presso di lui aveva loro solennemente promesso di non segregarli in conclave; ma mancò loro di parola[12]. Li fece entrare nel sacro ricinto il 28 di giugno, di dove non uscirono che dopo quaranta giorni di lotta, proclamando il 7 agosto Giacomo d'Ossa, nativo di Cahors, in allora vescovo di Porto, che si fece chiamare Giovanni XXII. Era il d'Ossa cancelliere di Roberto, re di Napoli, e sua creatura. Era nato vilmente, ma aveva saputo innalzarsi co' suoi talenti non meno che coll'intrigo e coll'arditezza. Si dice che in principio della sua carriera aveva recato a Clemente false commendatizie del re Roberto, e che con tal mezzo ottenne i vescovadi di Frejus e di Avignone[13]. Si racconta pure che nel conclave in cui fu creato papa erano divisi i suffragi; che i Guasconi volevano un papa del loro paese, e che i Francesi ed i Provenzali si unirono agl'Italiani per riportare la santa sede a Roma. Allora non potendo i due partiti andare d'accordo, convennero di porre la nomina del successore di san Pietro in arbitrio del cardinale d'Ossa, il quale con infinito stupore del sacro collegio nominò sè stesso[14]. Per altro l'aperta parzialità di Giovanni XXII per gli oltramontani, la sua vile dipendenza dalle corti di Parigi e di Napoli, la risoluzione da lui presa di fissare in Provenza la sede pontificia, ed i mali cagionati all'Italia dalla sua ambizione e dalla sua venalità, inasprirono in modo gl'Italiani contro di lui, che forse non meritano intera fede le scandalose voci divulgate da' suoi contemporanei intorno alla sua promozione.

Dopo la morte d'Enrico VII, Roberto re di Napoli era rimasto senza paragone il più potente sovrano d'Italia. Aveva aggiunto al regno della Puglia la signoria di molte città del Piemonte e l'alleanza di tutti i Guelfi dello stato della chiesa, della Toscana, della Lombardia, che in forza della concessione di Clemente V lo riconoscevano per vicario imperiale. Era Roberto nello stesso tempo sovrano della Provenza, onde tenevasi i papi affatto soggetti, ed aveva un illimitato credito alla corte di Francia. Teneva uniti questi stati l'interesse del partito guelfo, del quale Roberto prendevasi più cura che di tutt'altro affare; e preparavasi ad approfittare dell'interregno dell'impero e delle guerre civili di Germania per ischiacciare affatto il partito ghibellino in Italia.

Ma questo partito era diretto da capi valorosi ed illuminati, da capi intrepidi e pieni di zelo, che potevano lungamente resistere ai loro nemici; da capi strettamente uniti dal timore d'imminente ruina, e che l'implacabile odio della parte guelfa teneva fermi ne' loro principj. Questi capi di parte avevano ottenuta la sovranità della loro patria. Contavansi tra i principali Matteo Visconti signore di Milano e di parte della Lombardia, Cane della Scala signore di Verona e di parte della Venezia, Passerino Bonacossi signore di Mantova, Castruccio Castracani signore di Lucca e capo in Toscana del partito cui aveva formato Uguccione della Fagiuola, e per ultimo Federico di Montefeltro, signore d'Urbino, capitano dei Ghibellini della Marca d'Ancona e del ducato di Spoleto. Altri meno potenti e meno rinomati gentiluomini comandavano in città di minore importanza, in castelli ed in villaggi fortificati, che tenevano soggetti alla lega ghibellina.

Come capo di tutti i Ghibellini d'Italia veniva risguardato, non meno per la sua avanzata età, che per i suoi maturi consigli e per la superiorità delle sue forze, Matteo Visconti. Perciò contro di lui diresse Roberto i suoi primi attacchi: Ugo di Baux che comandava per lui in Piemonte, essendosi alleato colle città di Pavia, Vercelli, Asti ed Alessandria[15], raccolti i fuorusciti della casa de' Torriani coi loro seguaci e la maggior parte de' Guelfi della Lombardia, portò la sua armata a due mila cavalli e dieci mila pedoni. Con queste forze entrò nella Lumellina; ed il giorno 24 decembre del 1313 incontrò presso di Abbiate Grasso l'armata de' Visconti e la ruppe[16]. Ma non tardò a manifestarsi la discordia nel campo di Ugo tra i Provenzali ed i Lombardi. I contadini abbandonati alle molestie delle truppe unironsi ai suoi nemici; ed Ugo, sebbene vittorioso, si trovò costretto di abbandonare vergognosamente il territorio milanese[17].

Nel susseguente anno 1314 Roberto pose alla testa dei Guelfi di Lombardia Ugo, Delfino del Viennese; il quale riunì come il suo predecessore una bell'armata composta delle milizie delle città guelfe e de' fuorusciti delle ghibelline; ma anche quest'armata non ebbe successi proporzionati alla sua forza. Dopo avere invano tentato d'impadronirsi di Piacenza, Ugo si ritirò in disordine ad Alessandria; e l'armata si dissipò senza avere combattuto[18].

Fu in questo stesso anno che le forze del re Roberto unite a quelle de' Fiorentini ebbero la terribile disfatta di Montecatini, di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo: come pure appartengono alla stessa epoca le vittorie riportate da Cane della Scala sopra i Padovani ed i Guelfi della Marca Trivigiana. Soltanto nel Milanese la vittoria non erasi dichiarata per verun partito; e nel cominciare della campagna del 1315, Matteo Visconti, stretto dalla banda di Bergamo dai fuorusciti di questa città[19], e dalla parte del Po dai Guelfi di Pavia, di Vercelli e di Alessandria[20], fu in pericolo di perdere Bergamo, e costretto ad abbandonare la Lumellina ai nemici che la saccheggiarono. Ma il Visconti, che conosceva quanto quella della guerra, l'arte delle negoziazioni, accordò agli esiliati bergamaschi una pace vantaggiosa[21], e volgendo tutte le sue forze contro i Pavesi, li ruppe la prima volta in luglio presso alla Scrivia, e nel susseguente ottobre s'impadronì per sorpresa della loro città[22]. La morte del conte Riccardo di Langusco, il capo de' Guelfi pavesi, la prigionia di molti signori della famiglia della Torre, il saccheggio e la ruina d'una città che doveva essere considerata come la capitale della parte guelfa in Lombardia, furono le prime conseguenze di questo avvenimento. Non tardò il terrore ad impadronirsi de' Guelfi, onde le città di Tortona e d'Alessandria si diedero volontariamente a Matteo Visconti[23]. Como, Bergamo e Piacenza erano di già a lui soggette, ed il partito ghibellino trionfò in quasi tutta la Lombardia.

Tale era lo stato delle fazioni, in Italia, quando venne creato in Lione papa Giovanni XXII. Roberto che aveva avuto una serie di sventure durante l'interregno della chiesa, volle allora sperimentare se col mezzo di un pontefice, che gli era affatto ligio, e coi soccorsi delle sue armi spirituali potrebbe restaurare quell'equilibrio che i suoi generali avevano lasciato distruggere. Siccome i capi che combattevano contro di lui, pretendevano di essere rivestiti dell'autorità imperiale, pensò di volerneli privare; e Giovanni XXII dichiarò con una bolla pontificia decaduti, alla morte d'Enrico VII, da' loro diritti quelli che il defunto monarca aveva nominati suoi vicarj imperiali. «Dio medesimo, diceva il papa, confidò l'impero della terra come quello del cielo al sommo pontefice, e durante l'interregno tutti i diritti dell'imperatore sono devoluti alla chiesa; e quello che, senza averne chiesta ed ottenuta la permissione dalla sede Apostolica, continua ad esercitare le funzioni che gli aveva accordate l'imperatore, si rende colpevole, offendendo la stessa divina maestà[24]

Non voleva il Visconti apertamente dichiararsi contro la chiesa, ma non voleva pure lasciarsi spogliare della sua autorità. S'avvide che il potere confidatogli da Enrico non poteva sopravvivergli, e rinunciò al titolo di vicario imperiale, ma chiese ai popoli da lui governati che colla loro approvazione confermassero la sua autorità, ed assunse il nuovo titolo di capitano e difensore della libertà milanese[25].

Quest'atto di deferenza non salvò il Visconti dalla collera del papa, il quale lo stesso anno 1317 pronunciò contro di lui sentenza di scomunica, e pose Milano sotto l'interdetto; ma tutt'ad un tratto le armate collegate di Roberto, del papa e de' Guelfi s'allontanarono dalla Lombardia a cagione della rivoluzione scoppiata in Genova; e tutte le forze delle fazioni si ridussero nella Liguria, in un angusto spazio tra le montagne ed il mare per decidere del dominio di tutta l'Italia.

Quattro grandi famiglie, i Doria, gli Spinola, i Grimaldi ed i Fieschi amministravano da lungo tempo la repubblica di Genova: una gioventù bellicosa, grandi ricchezze, vasti feudi nelle due riviere sparsi di fortezze assicuravano la loro potenza. Le due prime famiglie erano ghibelline, guelfe le altre; ed un'impaziente rivalità teneva sempre divisi coloro, che la stessa fazione avrebbe dovuto conservare uniti. I Doria e gli Spinola governavano Genova dopo il passaggio d'Enrico VII fino al presente, ed i Grimaldi ed i Fieschi n'erano sbanditi. Ma i primi non sapevano frenare la mutua loro gelosia, volendo ogni famiglia regnar sola; onde, in occasione d'una sommossa nella piccola città di Rapallo, i Doria attaccarono gli Spinola in febbrajo del 1314[26]. La guerra civile si prolungò ventiquattro giorni nell'interno della città; i molti loro palazzi eransi trasformati in fortezze, che venivano a vicenda attaccate e difese, e la sorte della guerra era sempre incerta[27]. Intanto i Doria chiamarono in loro soccorso gli esiliati guelfi, Grimaldi e Fieschi, e costrinsero gli Spinola ad abbandonare la città.

Ma i vincitori che volevano attaccare gli Spinola nelle loro rocche, furono costretti prima di tutto di ricompensare gli alleati da cui erano stati ajutati; onde divisero il governo dello stato coi Guelfi, e non tardarono ad accorgersi di non essere i più potenti. Nel 1317 i Guelfi vollero finalmente ridonare la pace alla città, ed ordinarono ai Doria di riconciliarsi cogli Spinola; e perchè i primi non ubbidivano, aprirono le porte agli Spinola. Una strana rivoluzione emerse in allora da così violenta animosità e dal reciproco timore. Spaventati i Doria dalla superiorità che acquistavano i loro nemici, uscirono, senza combattere, dalle mura di Genova; e gli Spinola non meno dei Doria atterriti nel trovarsi in balìa de' Guelfi che gli avevano chiamati, abbandonarono ancor essi la città; onde i Grimaldi coi Fieschi si trovarono soli padroni della repubblica loro abbandonata dalle due fazioni ghibelline.

Le due famiglie rivali che trovaronsi esiliate assieme dopo avere volontariamente abbandonata la patria ai loro nemici, non tardarono, nel comune infortunio, a riconciliarsi. S'impadronirono di Savona e di Albenga, che fortificarono per servire di centro alle loro forze. I Ghibellini delle montagne si unirono ai fuorusciti genovesi, cui Matteo Visconti e Cane della Scala promisero larghi soccorsi[28].

In marzo del 1318 Marco Visconti, figliuolo del signore di Milano, passò le montagne della Bocchetta con un'armata, e si avanzò fino alle porte di Genova per assediarla. Una flotta ghibellina, equipaggiata a Savona dagli emigrati, presentossi nello stesso tempo innanzi al porto, e dopo varie scaramucce s'impadronì della torre del Faro. L'armata del Visconti si divise ne' sobborghi di san Giovanni e di sant'Agnese, occupando le valli di Bisagno e della Polsevera[29]. I Grimaldi ed i Fieschi, vedendosi addosso tutte le forze de' Ghibellini d'Italia, scrissero al re Roberto di Napoli ed a tutte le città guelfe per avere soccorsi.

Roberto che fino allora aveva affidato il maneggio della guerra in Lombardia ed in Toscana ai suoi generali e ai principi del sangue, credette la difesa di Genova di tale importanza, che volle incaricarsene egli medesimo. Genova signoreggiava per alcuni rispetti il mar Tirreno, e teneva aperta la comunicazione tra gli stati di Roberto nella Provenza e nel regno: e le città che possedeva in Piemonte, e le città guelfe di Lombardia non potevano difendersi o riconquistarsi che per la via di Genova. Apparecchiata perciò una flotta di venticinque galere, il re colla regina sua consorte e due de' suoi fratelli s'imbarcò il 10 luglio a Napoli, ed entrato il 21 nel porto di Genova, scese all'istante sulla piazza del palazzo con mille duecento cavalli dichiarando al popolo adunato ch'era venuto a difenderlo e salvarlo[30].

L'apparente generosità del re eccitò quella del popolo; il suo discorso riscosse i più vivi applausi, e per uno spontaneo movimento l'assemblea accordò per dieci anni a lui ed al papa congiuntamente la signoria dello stato. I due capitani o capi dello stato abdicarono la loro autorità, e tutti i cittadini giurarono ubbidienza al re di Napoli. Questo subito impensato avvenimento fece sospettare agli stessi Guelfi che fosse stato anticipatamente preparato dai suoi intrighi[31].

La presenza di Roberto non iscoraggiò gli assedianti, i quali continuarono i loro attacchi contro il corpo medesimo della piazza, e s'impadronirono di sant'Agnese, che per mezzo d'un ponte comunicava colle mura della città. Durante l'autunno e l'inverno ebbero luogo quasi ogni giorno caldissime zuffe, nelle quali i Ghibellini erano d'ordinario vincitori[32]. Le due parti che dividevano tutta l'Italia, attaccavano la maggiore importanza all'assedio di Genova, e pareva che i loro campioni avessero convenuto di trovarsi tra quelle montagne per combattere. Si videro arrivare un dopo l'altro al campo ghibellino il marchese di Monferrato, Castruccio Castracani, signore di Lucca, e le genti mandate dai Pisani, da Federico, re di Sicilia, e dallo stesso imperatore di Costantinopoli. Dal canto suo, Roberto riceveva soccorso dai Fiorentini, dai Bolognesi e dai Guelfi della Romagna. Gli assedianti avevano mille cinquecento cavalli, gli assediati più di due mila cinquecento; ma questa greve cavalleria, che in tutt'altri luoghi decideva la sorte delle battaglie, chiusa in mezzo a selvagge scoscese montagne, non aveva terreno abbastanza piano per combattere, e languiva nell'ozio e nelle privazioni senza poter metter fine a questa guerra con un'azione generale. Roberto, la di cui impazienza veniva accresciuta dalla superiorità delle forze, aveva più volte tentato d'uscire da questa specie di prigione; ma soltanto il 5 febbrajo del 1319 gli riuscì di sbarcare a Sestri di Ponente ottocento cavalli e quindici mila fanti. Con ciò tagliava la comunicazione tra Savona, ove trovavasi il grosso degli emigrati, ed il campo degli assedianti; i quali essendo stati rotti nel voler impedire lo sbarco de' nemici, dovettero, dopo dieci mesi d'inutili attacchi, levare l'assedio di Genova, abbandonando parte delle loro salmerie, e ritirarsi in Lombardia, senza che Roberto osasse d'inseguirli attraverso le gole dell'Appennino[33].

Ma il re volendo consolidare in Genova quell'autorità concessagli dalla violenza dello spirito di partito, consigliava i Guelfi ad abusare della vittoria. I magnifici palazzi dei Ghibellini che facevano il principale ornamento della città, furono dal popolo furibondo incendiati e distrutti fino ai fondamenti. Furono egualmente distrutte le belle case di campagna, circondate da deliziosi giardini nelle valle di Bisagno e della Polsevera: e dopo quest'odioso saccheggiamento, il re, il clero, ed i cittadini, quasi avessero ottenuta una vittoria contro i barbari e gl'infedeli, non contro i loro compatriotti, portarono in processione le reliquie di san Giovanni Battista, e ringraziarono Dio nelle chiese degli ottenuti vantaggi e del sangue sparso[34].

Dopo avere in tal modo celebrata la sua vittoria, Roberto partì dalla Liguria il giorno 29 d'aprile con parte delle sue truppe e delle sue galere; e mentre andava in Provenza alla corte del papa, i Ghibellini riconducevano la loro armata sotto Genova per riprenderne l'assedio. Fino dal 25 di maggio alcune galere di Savona erano entrate nel porto di Genova facendovi varie ricche prede, ma l'armata assediante si accampò presso le mura di Genova soltanto il giorno 27 di luglio; ed il 3 di agosto Corrado Doria chiuse il porto agli assediati con ventotto galere. I Ghibellini ripresero nuovamente i sobborghi, e vi rimasero quattro anni, azzuffandosi frequentemente pel possesso d'ogni ridotto, di ogni chiesa, di ogni casa che poteva fortificarsi. La medesima guerra sostenevasi con egual furore nelle due Riviere; ma l'occidentale era principalmente occupata dai Ghibellini, e l'orientale dai Guelfi. I Genovesi si andavano cercando per azzuffarsi anche ne' più rimoti mari, e per fino nelle colonie della Grecia e del Levante[35]. Per altro i principali capi ghibellini dell'Italia non trovaronsi personalmente al secondo assedio di Genova, e tennero viva la guerra nelle altre province.

L'anno 1317, Ferrara era stata tolta alla parte guelfa. Questa città, già da un secolo sottomessa alla casa d'Este, erasi costantemente mantenuta fedele al partito della chiesa; ma era stata governata ed oppressa dai Guasconi mandativi dal papa e dal re Roberto, quando nel 1308 approfittando delle guerre civili che dividevano i principi d'Este, avevano spogliati gli antichi loro alleati della propria sovranità. I marchesi d'Este rifugiati a Rovigo avevano perciò dovuto cercare l'alleanza de' Ghibellini per difendersi contro un papa che gli aveva traditi; ed i Ferraresi dal canto loro accecati da immenso odio confondevano la chiesa coi Guasconi, alle di cui soverchierie erano stati dal papa abbandonati. Improvvisamente presero le armi il 4 agosto 1317, scacciarono i Guasconi da Ferrara, che si rifugiarono in castel Tealdo, ove furono assediati dagl'irritati cittadini, e costretti a capitolare il giorno 15 dello stesso mese. I marchesi d'Este furono di nuovo proclamati signori di Ferrara, e si affrettarono di entrare nella lega ghibellina che sola poteva mantenerli nella loro signoria[36].

Questa lega cercava in tal tempo di consolidarsi per mezzo di più regolare organizzazione. In dicembre del 1318 adunossi in Soncino, grossa borgata posta sulla riva dell'Oglio, una dieta de' principali capi, ove Cane della Scala, signore di Verona, cui il valore e la munificenza avevano fatto dare il nome di Grande, fu di comune consentimento dichiarato direttore e capitano della lega de' Ghibellini in Lombardia[37].

Mentre Cane, per giustificare la confidenza de' suoi alleati, assediava Padova, che avrebbe espugnata, se, impensatamente attaccato dal conte di Gorizia, non avesse dovuto ritirarsi[38], e che Marco Visconti sorprendeva sotto Alessandria Ugo di Baux, che nella totale disfatta della sua armata perdè la gloria e la vita[39], il papa, trovandosi in Avignone al sicuro da tutti i rovesci de' suoi alleati, andava cercando quale nuovo avversario potesse far insorgere contro i Visconti, che mortalmente odiava. Un prelato, universalmente creduto suo figliuolo, Bertrando del Poggetto, cardinale di san Marcello, arrivò in Italia l'anno 1319 col titolo di legato. Egli aveva ordine di perseguitare acremente i Ghibellini, che la corte d'Avignone non esitava di risguardare come eretici. Bertrando, appena giunto in Asti, ordinò a Matteo Visconti di presentarsi entro due mesi alla corte pontificia per giustificarsi, se lo poteva, dalle accuse d'eresia ond'era aggravato; gl'ingiungeva pure di richiamare i Milanesi esiliati, di sottomettersi al re Roberto, vicario imperiale in Italia, e di rinunciare al governo della sua patria[40].

La corte d'Avignone non era più diretta da religioso fanatismo, e lo stesso legato, profanamente ambizioso pensava a tirar profitto dalle guerre civili per formarsi una sovranità in Italia, non già per sostenere colle armi la purità della fede, ed una religione costantemente smentita da' suoi perduti costumi: e s'egli adoperava contro i nemici le armi ecclesiastiche, lo faceva lusingato di fare ancora qualche impressione sullo spirito del popolo; ma non ignorava che i Visconti le avrebbero disprezzate, onde cercava più efficaci sostegni alle sue sentenze.

Filippo di Valois, figliuolo di quel Carlo che un altro papa aveva chiamato in Italia per sottomettere i Bianchi di Firenze, aveva accettato con vivo trasporto una tale missione, mercè la quale sperava di ottenere facile gloria e grandi ricchezze. Filippo, in allora nipote del re di Francia al quale doveva in breve succedere, scese in Italia col magnifico corteggio di sette conti, cento venti alfieri, e circa seicento cavalli. Mille cinquecento cavalieri lo stavano aspettando in Asti, ed altri mille mandati da Firenze e da Bologna si avanzavano per incontrarlo. Carlo di Valois, padre di Filippo, il siniscalco di Beaucaire, il re di Francia ed il re Roberto facevano pure sfilare alcuni corpi di truppa verso la Lombardia; ma Filippo pensò che prima del loro arrivo avrebbe potuto condurre a fine qualche gloriosa impresa, e con circa due mila cavalli entrò nel paese nemico e s'accampò a Mortara posta fra Tortona e Novara.

Ma non tardò ad accorgersi dell'imprudente sua marcia, quando per altro non eragli più permesso di riparare al fallo in cui l'aveva strascinato la sua presunzione. I due figli del signore di Milano Galeazzo e Marco Visconti si avanzarono sopra di lui con forze assai maggiori, ed invece di attaccarlo, gli chiesero un abboccamento. «La vostra posizione è affatto disperata, essi gli dissero; voi vi trovate chiuso tra due grandi fiumi, il Po ed il Ticino, circondato da città nemiche, e da forze molto superiori alle vostre; onde dovete aspettarvi di essere rotto in battaglia, o di perire di fame; ma noi siamo ben lontani dal voler approfittare della vostra pericolosa situazione. Nostro padre fu armato cavaliere dal vostro, onde dev'esservi tra di noi amicizia e fraternità d'armi: ricevete dunque il pegno di quest'amicizia ereditaria nei regali che vi offriamo, e più non v'immischiate negli affari d'Italia.» Filippo accettò in fatti i magnifichi presenti che i Visconti avevan fatti recare per lui e pei suoi consiglieri; poi parte per timore ed in parte cedendo alla seduzione, invece di pensare a farsi strada colla punta della spada, si ritirò vergognosamente in Francia dopo aver aperti ai Ghibellini alcuni castelli, che Roberto gli aveva affidati. I corpi d'armata che venivano a raggiugnerlo, rimasero esposti ad essere separatamente attaccati e distrutti dai Visconti[41].

Dopo la ritirata di Filippo di Valois, Raimondo di Cordone gentiluomo aragonese, ch'erasi assai distinto nell'assedio di Genova, fu scelto da Roberto e dal papa per comandare i Guelfi in Italia: ma intanto altre vittorie dei Ghibellini assicuravano sempre più la potenza de' Visconti; Vercelli dovette loro arrendersi nel 1321, ed il 5 gennajo del susseguente anno Galeazzo Visconti entrò in Cremona per la breccia e l'abbandonò al saccheggio.

Fin a quest'epoca il papa erasi lusingato di approfittare delle guerre civili di Germania per disoggettare affatto l'Italia dall'impero, e stabilire sopra di lei colle armi francesi una nuova autorità. Però erano già otto anni passati da che era incominciato l'interregno di Germania, ed in questi otto anni di confusione e di guerra civile, l'autorità del papa invece di consolidarsi in Italia, pareva che andasse declinando. Giovanni XXII non aveva mai voluto dichiararsi per alcuno dei due canditati all'impero; sperava che, snervandosi vicendevolmente colla guerra, avrebbe potuto obbligarli a riconoscersi dipendenti dalla santa sede; e fors'anche, come ne corse allora la voce, pensava di allontanarli un giorno ambedue, per disporre a suo arbitrio della corona imperiale. Ma finalmente le vittorie de' Visconti gli fecero cambiare il suo sistema di politica. Si volse dunque a Federico d'Austria, sul quale conosceva di avere maggior credito che sopra Luigi di Baviera. Il primogenito di Federico aveva sposata una sorella del re Roberto, e la casa d'Austria erasi piuttosto mostrata favorevole ai Guelfi. Giovanni XXII del 1322 promise a Federico di dichiararsi pel suo partito, chiedendogli in contraccambio che facesse una diversione in suo favore. Federico che sommamente desiderava l'appoggio del papa, spedì suo fratello Enrico in Italia con mille cinquecento uomini d'armi[42]. Enrico d'Austria entrò in Brescia il giorno 11 d'aprile, ove fu raggiunto dai fuorusciti delle città vicine, dai Torriani rifugiati in Venezia, e da circa due mila volontarj.

Il Visconti trovandosi ad un tempo stretto da Raimondo di Cordone e dal cardinale Bertrando che andava contro di lui rinnovando le scomuniche, desiderava di evitare una battaglia col nuovo avversario suscitatogli dal papa in Germania. Fece offrire ad Enrico ragguardevoli donativi perchè sospendesse la marcia fino all'arrivo de' riscontri che aspettava da Federico, cui aveva mandati degli ambasciatori. Faceva a questi rappresentare che senza pretendere di farsi giudice tra i due candidati all'impero, egli difenderebbe i diritti spettanti al vincitore. Ch'era pronto a riconoscere Federico come suo superiore, suzerain, quando venisse a prendere la corona a Monza: che allora gli aprirebbe le porte di Milano, e l'accompagnerebbe co' suoi cavalli per tutta l'Italia: ma che se egli stesso veniva spogliato dal papa e dal re Roberto, l'impero più non potrebbe riavere ciò che gli si farebbe perdere; che la nuova pretensione di Giovanni XXII di dare un vicario all'impero in tempo dell'interregno, non era meno lesiva dei diritti di Federico, che di quelli di Luigi; che quand'avrebbe stabilito un eguale diritto sopra l'Italia, il papa lo stenderebbe subito alla Germania, e con tale pretesto spoglierebbe in fine i due competitori per giugnere più direttamente a' segreti suoi fini di dare a Roberto la corona imperiale[43].

Federico, illuminato da queste considerazioni, scrisse a suo fratello che lo vedrebbe con piacere ritirarsi dall'Italia, quando potesse farlo senza vergogna. D'altra parte Enrico, arrivato a Brescia, chiese come luogotenente del re de' Romani che la città riconoscesse la sua autorità. Ma quello che comandava a Brescia per parte di Roberto, si rifiutò, dichiarando che il suo padrone era il solo vicario in tempo dell'interregno. Enrico offeso da tale rifiuto, e determinato di non voler combattere per il solo vantaggio di Roberto, si ritirò senza aver veduti i confini del territorio di Milano. Il 18 maggio del 1322 si pose in cammino alla volta di Verona, ove fu magnificamente accolto da Cane della Scala; talchè i capi del partito ghibellino erano sicuri del favore dei due pretendenti[44].

In tal modo i Ghibellini di Lombardia attaccati nel loro proprio paese dalla contraria fazione che aveva eguali forze, mentre lottavano al di fuori colla superiore potenza del re di Napoli e colle ricchezze del papa, riuscivano a far ritirare due ragguardevoli armate, venute dalla Francia e dalla Germania per unirsi ai loro nemici: onde quando la loro condizione sembrava peggiorare, acquistavano maggiore opinione con inaspettate vittorie. Ma queste costanti prosperità erano in ispecial modo dovute a Matteo Visconti, e dovevano avere con lui fine. Matteo, chiamato il Grande, epiteto di cui il quattordicesimo secolo fu a molti liberale, può risguardarsi come il più perfetto modello dei principi d'Italia. Valoroso senza ostentazione, buon capitano senza per altro aver talenti militari superiori al suo secolo, egli s'innalzò al di sopra di tutti i principi suoi coetanei coi suoi talenti politici, colla profonda conoscenza del cuore umano, degl'interessi e delle passioni di tutti coloro ch'egli voleva maneggiare, colla sua calma in mezzo alle agitazioni, colla sua prontezza nel risolvere e colla costanza nel tener dietro al suo scopo, colla sua destrezza nel fingere, talvolta nell'ingannare, col suo talento di saper predominare gli opposti caratteri e gli spiriti indomabili. Nella prima epoca della sua grandezza, avanti la fine del secolo terzo decimo, erasi imprudentemente abbandonato all'orgoglio che gl'ispirava il sentimento della propria potenza, aveva offesi i principi suoi vicini, e disgustati i popoli da lui governati; onde la sua caduta l'anno 1302 fu una conseguenza de' suoi errori. Ma un esilio e un avvilimento di nove anni avevano sviluppato in lui tutte le qualità di un capo di parte, e insegnatogli l'arte di sapersi moderare. Dopo che, l'anno 1311, la venuta d'Enrico VII in Milano gli aveva dato il modo di riprendere la sovranità, l'aveva conservata undici anni, senza che i popoli indocili ch'egli si era assoggettati dassero il più piccolo segno di malcontento per la ruinosa guerra in cui gli aveva strascinati, senza che gli si ribellasse una sola delle città conquistate, senza che le scomuniche della chiesa, da cui era frequentemente colpito, smovessero la coscienza di un solo de' suoi servitori, senza che andasse a male in sua mano una sola della sue negoziazioni. Matteo Visconti non era un uomo virtuoso; ma la di lui riputazione, di cui si prendeva estrema cura, non era macchiata da verun delitto, da veruna perfidia: non era sensibile, nè generoso, ma non gli si potevano nemmeno rimproverare crudeltà. I suoi quattro figli, i migliori capitani de' tempi loro, erano quasi parti di lui medesimo; ne dirigeva egli stesso tutti i movimenti, e soltanto la sua morte fece conoscere quali caratteri intolleranti, indomabili aveva saputo piegare all'ubbidienza. Finalmente Matteo era giunto ad un'avanzata vecchiaja[45], quando un subito cambiamento del suo carattere fu il presagio della sua morte e delle rivoluzioni che dovea cagionare.

Erano omai più di vent'anni che Matteo Visconti trovavasi in guerra colla chiesa, e doveva in gran parte l'attaccamento de' suoi partigiani al loro odio per il governo de' preti; era egli stato più volte scomunicato, e recentemente, il 14 gennajo di questo stesso anno, il cardinale del Poggetto con tre giudici inquisitori avevalo condannato come eretico sulla pubblica piazza di Asti, dichiarandolo empio, colpevole, nemico di Dio e del nome cristiano[46]. Matteo aveva sempre con dignitosa calma respinti questi violenti attacchi; aveva protestato essere pura la sua fede, indipendente il suo principato; aveva risposto che sottometteva la sua coscienza alla chiesa, ma non il suo governo ai preti, ed aveva mostrato di accarezzare l'opinione de' cattolici nello stesso tempo che combatteva il papa. Tutt'ad un tratto sorpreso da un rimorso, si vide con estremo turbamento sull'orlo del sepolcro involto in una sentenza che condannava la sua anima agli eterni tormenti; dimenticando l'esperienza che aveva fatto della politica affatto mondana del papa, e le regole dietro le quali erasi egli stesso condotto, ad altro più non pensò che ad involarsi all'inferno che sembravagli aprirsi sotto i suoi passi. Tra i Milanesi più ben affetti alla chiesa scelse dodici ambasciatori che mandò al legato, per chiedere di trattare con lui, e per sapere a quali condizioni potrebbe ottenere l'assoluzione de' suoi peccati, e far levare l'interdetto dagli stati da lui governati. Il cardinale Bertrando, cui le sofferte sconfitte non avevano niente tolto della sua arroganza, domandò che i Visconti richiamassero a Milano tutti gli esiliati, loro restituendo i proprj beni, e rinunciassero alla sovrana autorità. Matteo esaminò queste proposizioni, che avrebbero interamente minata la sua famiglia, le comunicò al consiglio della città, e da tale istante mancò l'incantesimo con cui aveva governato lo stato; sentì ognuno che le lunghe guerre in cui vedevasi impegnato, che i pericoli cui esponeva la sua anima e tutti i suoi beni temporali, non avevano altro oggetto che la difesa di una famiglia ambiziosa ch'erasi usurpata l'autorità sovrana nella repubblica. Un vivo desiderio della pace s'impadronì degli spiriti: ma Galeazzo, il figliuolo primogenito di Matteo, che, avendo avuto sentore di tale trattato, era sollecitamente ritornato da Piacenza, si oppose con tanta forza alle ruinose concessioni cui rassegnavasi il padre, che, non potendo Matteo fare scelta tra gl'interessi di sua famiglia e quelli del cielo, rinunciò la sovranità in mano del figliuolo, ad altro più non pensando che a rendere la pace alla sua coscienza; e fu veduto ne' pochi giorni che sopravvisse frequentare soltanto le chiese, e tra le pratiche divote ripetere il simbolo della fede, e chiamare i fedeli in testimonio della sua ortodossia. Essendo stato a visitare la chiesa di Monza, cui aveva reso il suo tesoro lungo tempo impegnato, cadde infermo, e morì fuori di Milano (in Crescenzago) il 22 giugno del 1322; ma non si propalò nè la morte, nè il luogo in cui fu sepolto, perchè non fossero sparse al vento le sue ceneri, come avealo ordinato il papa[47].

Galeazzo si adoperava per farsi molti partigiani nella città e nell'armata finchè non si conosceva la morte del padre; e quando non potè più celarla, trovossi abbastanza forte per prendere egli stesso il titolo di capitano generale; ed il suo credito venne subito assodato dalla vittoria che Marco Visconti, suo fratello, riportò il 6 di luglio al ponte di Basignano sopra Raimondo di Cardone e le truppe della chiesa[48].

Ma gli spiriti ardenti ed inquieti che Matteo Visconti aveva calmati colla sua destrezza, o compressi coll'autorità, si abbandonarono a tutta la violenza delle loro passioni. Eravi in Piacenza un gentiluomo ghibellino detto Vergusio Landi, cui Galeazzo Visconti, avendone sedotta la consorte, esiliò per non trovarsi esposto alla sua vendetta. Landi rifugiatosi presso i Guelfi, erasi guadagnata la loro confidenza: ed avendoli impegnati ad ajutarlo nella sua vendetta, con quattrocento cavalli che gli affidò il legato, trovò modo d'introdursi in Piacenza il giorno 9 di ottobre, di far ribellare la città e di riconciliarla colla chiesa e colla parte guelfa[49]. Nello stesso tempo i negoziatori, che Matteo Visconti aveva spediti al legato, e che dopo la di lui morte vedevano perduta ogni speranza di pace, andavano esacerbando il popolo contro una famiglia che dicevano ambiziosa ed empia, la quale per conservare la sua tirannide sopra una città libera esponeva ogni giorno la vita dei cittadini al ferro de' nemici, l'onore delle loro mogli e de' loro figli alla brutalità de' soldati, i loro beni al saccheggio, le anime loro ai tormenti dell'inferno. Assicuravano che il papa ed il legato erano affezionati alla città di Milano, ed altro non desideravano che di ritornarla libera, essendo disposti ad assecondare gli sforzi che farebbero i cittadini per ottenere così glorioso intento. Lodrisio Visconti, parente di Galeazzo, valoroso e caro ai soldati, ma inquieto e geloso, riscaldava egli stesso i faziosi. La ribellione scoppiò finalmente in Milano il giorno 8 novembre del 1322, gridandosi per le strade pace e viva la chiesa! La cavalleria tedesca, cui Galeazzo non aveva da più mesi pagato il soldo, si unì ai cittadini; e Galeazzo che in tre diversi quartieri della città volle opporsi ai sediziosi coi soldati rimasti fedeli, fu tre volte vinto, e per ultimo costretto ad abbandonare la città in cui aveva regnato[50].

Il governo dei Visconti diede luogo ad una nuova repubblica milanese, non però amministrata dal popolo come ne' gloriosi tempi dell'antica repubblica; tutto il potere rimase concentrato in pochi nobili, che avevano preparata la rivoluzione, ed in alcuni capi di truppe mercenarie i quali avevano tradito il loro antico signore. Gli uni e gli altri erano da lungo tempo attaccati al partito ghibellino, e non seppero risolversi ad abbandonarlo interamente; i della Torre non furono richiamati, ed il governo, incerto tra i Visconti ed il cardinale legato, non si consolidò. Galeazzo, ch'erasi ritirato a Lodi, ingrossava la sua truppa; Ladrisio, rimasto nel consiglio di Milano, era già pentito d'aver abbassata la propria famiglia, e comperava a prezzo d'oro que' Tedeschi che aveva prima sedotti acciò che abbandonassero Galeazzo, perchè nuovamente tornassero al suo servigio. Avvisava questi frequentemente de' progressi che andava facendo, ed il 12 dicembre gli aprì una delle porte; Galeazzo entrò arditamente nella città dalla quale era stato scacciato trentaquattro giorni avanti: la scorse da uno all'altro lato alla testa della sua cavalleria, e fecesi di nuovo proclamare signore e capitano generale. Coloro che avevano diretta la rivoluzione, abbandonarono la città, e si recarono presso al legato[51].

In sul cominciare del 1323 l'armata guelfa che aveva ricevuto rinforzi da tutte le repubbliche toscane, e dai principi guelfi della Lombardia, si avanzò per assediare Milano. In due battaglie date una il 23 febbrajo del 1323 al passaggio dell'Adda, l'altra il 19 aprile a Garazzuolo, fu disfatto Marco Visconti, il miglior capitano dei fratelli Visconti[52]; le città di Tortona e di Alessandria aprirono le porte al legato, e riconobbero l'autorità del re Roberto. In pari tempo i Guelfi, assediati in Genova, sorpresero il 17 febbrajo i Ghibellini ne' sobborghi, scacciandoli con uccisione di molta gente[53]. Nel mezzodì dell'Italia gli affari de' Ghibellini erano ancora in peggiore stato, perchè il conte di Montefeltro che veniva riconosciuto per sovrano in Urbino, Osimo e Recanati, era stato improvvisamente sorpreso e massacrato col figliuolo in un ammutinamento del popolo il 26 aprile del precedente anno[54], i suoi partigiani avviliti affatto, le città d'Assisi, Urbino ed Osimo cadute in potere de' Guelfi, quella di Recanati abbruciata e distrutta sotto l'assurdo pretesto che vi si adoravano gl'idoli, e per ultimo i superstiti figliuoli del conte erano caduti in mano de' loro nemici, tranne un solo ch'erasi rifugiato a san Marino[55]. Da ogni banda la sorte della guerra sembrava nemica ai Ghibellini, minacciati omai d'un totale esterminio, quando tre ambasciatori di Luigi di Baviera entrarono in Italia. Presentaronsi questi in aprile al legato, che allora trovavasi a Piacenza, intimandogli di desistere dal recare molestia al signore della città di Milano il quale era dipendente soltanto dall'impero[56]. Il legato rinfacciò agli ambasciatori di prendere le difese di un eretico, e di turbare la chiesa ne' suoi diritti, e poche settimane dopo incaricò Raimondo di Cardone dell'assedio di Milano[57]. Ma non tardò a sentire che l'intervento di un imperatore aveva bastato per restaurare gli affari de' Ghibellini: gli ambasciatori eransi gettati in Milano con quattrocento cavalli; dietro loro ordine i signori di Verona, di Mantova, di Ferrara mandarono ai Visconti cinquecento cavalli; ed inoltre cinquecento Tedeschi che servivano nell'armata guelfa, vedendo sventolare le bandiere imperiali sulle mura di Milano, entrarono in città per unirsi ai loro compatriotti. Raimondo di Cardone indebolito dalla loro diserzione e dalle malattie che si erano manifestate nel suo campo, il 23 luglio del 1323 abbandonò l'assedio di Milano e si ritirò a Monza[58].

Luigi di Baviera poteva finalmente pensare alle cose dell'Italia, cui i due concorrenti all'Impero non avevano fino allora preso parte. Amendue abbandonati dalla nobiltà che gli aveva eletti, non avevano potuto commettere la decisione dei loro diritti alla sorte delle armi: e sebbene del 1315 si fossero trovati a fronte nelle vicinanze di Spira, eransi separati senza battaglia. La più importante zuffa della guerra civile in Germania era stata quella degli Svizzeri de' tre primi cantoni a Morgarten, ove disfecero il duca Leopoldo, fratello di Federico d'Austria. Nel 1320 la Baviera fu in modo saccheggiata dagli Austriaci, che Luigi fu in procinto di comperare la pace colla rinuncia all'Impero[59]. Finalmente il 28 settembre del 1322 i due imperatori eletti incontraronsi a Muhldorf. Luigi ed il suo alleato il re di Boemia avevano adunate tutte le loro forze; Federico per lo contrario non aveva ancora ricevuti i rinforzi che gli conduceva suo fratello Leopoldo dalla Svevia e dall'alto Reno. La battaglia incominciò al levare del sole, e durò dieci ore. Siccome le due armate erano quasi composte di sola cavalleria, si combatteva coll'ordine e la regolarità d'un torneo. Dopo una carica impetuosa, ogni armata riordinavasi in battaglia per fare dopo breve intervallo una carica non meno violenta. Ma in questo terribile torneo che doveva decidere del destino d'un Impero, si sparse un fiume di sangue, avendovi perduta la vita quattro mila cavalieri. Finalmente gli Austriaci furono rotti compiutamente, e Federico e suo fratello Enrico fatti prigionieri. Il primo fu mandato nel forte di Trausnitz nell'alto Palatinato ed Enrico ceduto al re boemo che col suo valore aveva decisa la battaglia[60].

Dopo questo fatto, Luigi di Baviera cominciò a governare l'Impero come solo legittimo sovrano. In una grande dieta, tenuta a Norimberga pubblicò una bolla per istabilire la pace, abolì i pedaggi che si esigevano in tempo della guerra, dispose dei feudi rimasti vacanti, diede a suo figliuolo il margraviato di Brandeburgo; finalmente volgendo i suoi sguardi all'Italia, pensò a proteggere in questa contrada coloro che da lungo tempo eransi eretti campioni dei diritti imperiali.

Luigi di Baviera aveva partecipata la sua vittoria di Muhldorf a Giovanni XXII, il quale non essendosi fin allora dichiarato a favore d'alcuno dei due rivali, gli rispose amichevolmente. «Abbiamo ricevuto, mio caro figlio, le lettere dell'eccellenza tua, le abbiamo ponderatamente lette, ed uditi ancora i circostanziati racconti fattici dal portatore. Abbiamo notato con quanta umiltà e prudenza tu attribuisci al padrone delle battaglie la vittoria di fresco ottenuta sul tuo competitore. Abbiamo pure osservato che ti sei comportato con estrema umanità verso di lui nell'istante in cui fu fatto prigioniere e dopo che tu lo tieni cattivo: noi ti esortiamo a perseverare nella stessa condotta.... Rispetto al trattato di pace e di concordia fra te e lui, ci offriamo di occuparcene, e lo faremo ben tosto quando ci avrai fatte conoscere le tue intenzioni[61]

(1323) Ma allorchè il papa venne a sapere che Luigi aveva mandati soccorsi a Galeazzo Visconti, e costretto Raimondo di Cardone a levare l'assedio di Milano, si abbandonò alla più violenta collera. Determinato d'intentare un processo contro il re de' Romani, ricorse per dargli un titolo alla più strana pretensione. Asserì contro l'evidenza di tutti i secoli e di tutte le storie, «che la santa sede era amministratrice dell'Impero in tempo dell'interregno, che il solo papa era giudice tra i due competitori; che l'esame del candidato, la sua approvazione, la sua ammissione, o la sua ripulsa e riprovazione, erano di esclusiva pertinenza della sede apostolica; e che fin tanto che il papa non avesse approvato o rigettato l'uno o l'altro competitore, non esisteva ancora verun re de' Romani, e non era altrui permesso di assumerne il titolo[62]». Onde creò a Luigi di Baviera altrettanti delitti, quanti erano gli affari da lui trattati come re de' Romani. «Era, diceva egli, una grave offesa verso Dio, un manifesto ed ingiurioso disprezzo della chiesa romana l'avere assunta l'amministrazione dell'Impero, l'avere, sotto titolo reale, ricevuto in Germania ed in alcune parti d'Italia un giuramento di fedeltà, l'aver disposto delle dignità e degli onori imperiali, e tra questi del marchesato di Brandeburgo; finalmente d'avere osato di proteggere e difendere i nemici della chiesa romana, specialmente Galeazzo Visconti ed i suoi fratelli, sebbene condannati da giudici competenti per delitti d'eresia con sentenza definitiva[63]».

In conseguenza l'otto ottobre del 1323 il papa fece affiggere alle chiese d'Avignone una sentenza contro Luigi di Baviera, con cui, sotto pena di scomunica, gli veniva ordinato di dimettersi, entro tre mesi, da qualsiasi amministrazione dell'Impero: amministrazione che egli non potrebbe riassumere finchè la sua elezione non fosse approvata dalla sede apostolica. Gli fu nello stesso tempo ordinato d'annullare, per quanto da lui dipendeva, tutti gli atti precedentemente fatti come re de' Romani, e proibito a tutti gli ecclesiastici sotto pena di sospensione, a tutti i laici sotto pena di scomunica e d'interdetto, di ajutare in verun modo Luigi di Baviera, o di ubbidirlo nell'esercizio delle funzioni ch'egli si arrogava come re de' Romani.

Il papa si accontentò di far affiggere tale sentenza alle porte delle chiese d'Avignone senza farle notificare a colui contro del quale erano state fatte. Non pertanto se n'ebbe tosto sentore in Germania[64]; e saputolo Luigi, spedì tre deputati alla santa sede, per sapere i motivi della sua condanna, e chiedere un più lungo termine dell'accordato. Intanto il monarca passò a Norimberga, ove alla presenza di notaj e di testimonj confutò ogni imputazione fattagli dalla corte pontificia. Dichiarò che dopo essere stato nominato re de' Romani dagli elettori con grande maggiorità di suffragi, dopo avere ricevuta la corona imperiale ad Aquisgrana, egli trovavasi in possesso di tutte le prerogative imperiali in conformità al diritto costantemente riconosciuto in ogni tempo, e senza che vi fosse bisogno dell'approvazione della santa sede. Soggiunse di non saper capire come presentemente s'intentasse contro di lui un'azione per avere assunto il titolo di re dei Romani mentre che già da dieciotto anni, epoca della sua elezione, aveva sempre, anche nelle lettere dirette alla santa sede, fatto uso di questo titolo, senza che alcuno lo trovasse incompetente. Protestava che, se aveva preso a difendere Galeazzo Visconti, non era già per proteggere un eretico, ma perchè il Milanese dipendeva immediatamente dall'Impero; e perciò a questa provincia aveva mandato soccorsi, in conformità degli obblighi che gl'imponeva la sua dignità, quando il suo territorio fu invaso a mano armata. Per ultimo ritorse contro lo stesso papa la colpa di proteggere gli eretici, perchè Giovanni XXII non aveva voluto esaminare l'accusa portata al suo tribunale contro i frati Minori d'avere rivelato il segreto della confessione. Per tutte queste cause Luigi appellò della sentenza del papa al giudizio di un prossimo consiglio, di cui chiese l'adunanza, ed al quale promise di personalmente intervenire[65].

Prima che quest'appello fosse noto alla corte d'Avignone, gli ambasciatori di Luigi ottennero dal papa una dilazione di due mesi per trattare la sua causa. Ma questa dilazione in tempi in cui le poste non erano per anco stabilite, appena bastava per portarne la notizia da Avignone in fondo alla Baviera, e per riaverne il riscontro. Perciò Luigi in un manifesto che sparse per tutta la Germania, protestò che il termine accordatogli era troppo breve, perchè potesse presentarsi in persona e giustificarsi. Dichiarava di essere e di voler essere il protettore della chiesa e della religione cristiana; ch'era disposto a sottoporsi umilmente alle correzioni della prima, se aveva verso di lei mancato ai proprj doveri; ma che nello stesso tempo riguardavasi come specialmente incaricato di difendere i diritti e l'onore dell'Impero; onde non soffrirebbe che venissero lesi in verun modo[66].

D'altra parte quando il papa vide l'appello del re de' Romani al concilio, e la protesta, fulminò subito contro di lui la scomunica. Il 22 marzo del 1324 dichiarò in pieno concistoro, che Luigi di Baviera era caduto sotto le pene della scomunica, e vietava a tutti i fedeli di avere con lui veruna relazione[67]. Per altro gli assegnava altri tre mesi a presentarsi alla corte papale e giustificarsi. Ma perchè entro quest'ultimo termine Luigi non comparve, e non depose il titolo di re de' Romani, il papa, con una nuova bolla datata l'undici di luglio, annullò tutti i diritti che il suffragio degli elettori potesse aver dato al duca di Baviera, e lo dichiarò per sempre incapace dell'Impero[68].