CAPITOLO XXX.
Principj di Castruccio Castracani. — Rivoluzioni nelle repubbliche di Toscana. — Tirannia dell'abate di Pacciana a Pistoja. — Rotta de' Fiorentini ad Altopascio.
1320 = 1325.
Gl'Italiani più non credevano che la Lombardia potesse sottrarsi ad un governo dispotico. Sebbene i principi che la governavano non fossero riconosciuti legittimi, più non si pensava all'oppressione ed alla schiavitù del popolo di cui avevano usurpati i diritti. Ma le città della Toscana che sempre si consideravano come libere, avevano quasi tutte conservato l'intero godimento degli antichi loro privilegi; tenevano gli occhi aperti sulla loro indipendenza con quella stessa gelosia che formava il carattere dei popoli dell'antichità; e l'odio che nudrivano pel governo d'un solo, era reso più forte dallo spettacolo della vicina tirannide.
In Toscana confondevasi la causa dei Guelfi con quella della libertà. Firenze, Siena, Perugia e Bologna trovavansi da questo doppio interesse collegate in istrettissima alleanza. Bologna per le sue relazioni politiche e per la forma del suo governo risguardavasi come appartenente alla Toscana, benchè posta fuori de' suoi confini. Pistoja, Prato, Volterra, Samminiato ed altre minori città seguivano la medesima fazione, ed eransi unite alla stessa lega. Pisa ed Arezzo conservavansi fedeli ai Ghibellini: la prima libera, l'altra ubbidiente al suo vescovo Guido Tarlati, uno de' signori di Pietramala. Tutte le città della Romagna erano schiave di piccoli tiranni, attaccati alla parte ghibellina; i Malatesti governavano Rimini, gli Ordelaffi Forlì, Francesco di Manfredi Faenza, Guido da Polenta Ravenna. Ma in mezzo di questo apparente equilibrio tra le forze delle opposte fazioni, erasi in Lucca innalzato alla testa del partito ghibellino un uomo che univa l'accortezza e la dissimulazione al valore ed alle più rare virtù militari; che aveva l'arte di farsi temere dal popolo ed amare dai soldati; che sapeva dare il giusto valore all'odio impotente che poteva disprezzare, all'amicizia ed al favore che gli era utile di acquistare; e che tenevasi sempre padrone di nuocere senza provocare la vendetta, di abbandonarsi all'amicizia, senza arrischiare di essere tradito. Quest'uomo era Castruccio Castracani, signore o tiranno di Lucca.
Nell'istante medesimo in cui Uguccione e Neri della Fagiuola erano stati scacciati da Pisa e da Lucca, gli abitanti di quest'ultima città, che riconoscevano da Castruccio la loro liberazione da un giogo straniero, lo nominarono capitano annuale delle loro milizie, e lo riconfermarono tre anni consecutivi. Castruccio, uscito dalla famiglia ghibellina degli Interminelli, era stato molto tempo in esilio per la fazione de' suoi antenati; nel suo esilio aveva avuta opportunità di militare sotto molti capi della stessa fazione in Lombardia; ed il trionfo della sua fazione non gli stava meno a cuore del proprio innalzamento. L'anno 1320, assicuratosi il favore popolare, fece esiliare da Lucca gli avvocati e tutta la parte guelfa, indi si presentò al senato domandando il supremo potere. Di duecento dieci suffragi ne ebbe duecento nove di favorevoli, ed il suo innalzamento alla signoria fu quasi con perfetta unanimità confermato dal popolo[69].
La sovranità di Lucca non era per Castruccio che un primo passo verso la grandezza cui aspirava. La sua alleanza coi Ghibellini di Lombardia, e la stretta amicizia che lo univa alla famiglia Visconti, lo chiamava a prendere parte alla guerra che guastava il nord dell'Italia; e solo per mezzo della guerra egli ben vedeva di potere innalzarsi a quell'alto grado di potenza per cui sentivasi fatto. Era Lucca una ricca e commerciante città, sebbene minore di Firenze. Le gabelle delle sue porte davano grandi profitti allo stato, che Castruccio accrebbe con un'estrema economia. I cittadini, orgogliosi di aver avuto parte alla vittoria di Montecatini, eransi affezionati alle armi, ed il loro principe aveva saputo disciplinarli ricompensando le fatiche degli esercizj militari con premj e distinzioni d'onore. La campagna veniva coltivata da una robusta e coraggiosa razza di montanari che dava eccellenti soldati. Le castella degli Appennini, quelli della Varsilia e della Lunigiana appartenevano a gentiluomini ch'eransi in gioventù esercitati nelle piraterie di mare e di terra. Castruccio gli unì presso di lui; chiamò pure alla piccola sua corte gli esiliati e gli avventurieri che andavano errando d'una in altra città in traccia di battaglie e di piaceri. Il valore era per Castruccio la prima virtù, che premiava colla gloria e colla licenza; ma in pari tempo aveva l'accortezza di assoggettare alla disciplina coloro che scioglieva dalle regole della morale.
In tal modo avendo Castruccio lentamente formata la sua armata, ebbe opportunità di entrare in campagna in occasione della spedizione in Italia di Filippo di Valois. Le repubbliche guelfe che da tre anni trovavansi con lui in pace, avevano mandati mille cavalli al principe francese perchè potesse attaccare Matteo Visconti. I Ghibellini risguardarono la marcia di questa truppa come una violazione della pace di Toscana, e perciò i Pisani spedirono alcuni soccorsi a Castruccio[70], il quale s'impadronì del ponte della Gusciana, fiume paludoso, che divide la pianura di Val di Nievole e dello stato lucchese dalla Val d'Arno fiorentina; e per questo passaggio entrò improvvisamente nel territorio di Firenze, occupando tre castella abbastanza forti, Cappiano, Montefalcone e santa Maria a Monte, e guastando il territorio di val d'Arno di sotto. Tornando tosto addietro attraversò lo stato di Lucca per avvicinarsi a Genova assediata dai Ghibellini, e s'impadronì di molte terre della Garfagnana, della Lunigiana e della riviera di Levante[71]. I Fiorentini che a vicenda erano penetrati nella Val di Nievole, richiamarono Castruccio a difendere il proprio stato: ma le due armate divise dalle paludi si stettero osservando finchè l'inverno le sforzò a ritirarsi[72].
Nel susseguente anno (1321) volendo i Fiorentini attaccare Castruccio da due lati, si collegarono col marchese Spinetta Malaspina, che il signore di Lucca aveva spogliato de' suoi feudi in Lunigiana, e gli mandarono un corpo di truppe, mentre con un'altra armata assediavano Montevetturini all'estremità della Valle di Nievole. Tutti i vassalli del marchese presero le armi pel loro signore; ma quando l'una o l'altra armata volle entrare nello stato di Lucca, essendo ogni villaggio fortificato, e tutti gli uomini soldati quando trattavasi di difendere la propria terra, ogni miglio di terreno costava un assedio o una battaglia. Intanto Castruccio veniva soccorso dai Ghibellini di Milano, di Piacenza, di Parma, di Pisa e d'Arezzo; e formava un'armata di mille seicento cavalli che univa alla sua infanteria. Ben tosto obbligò il capitano fiorentino a levare l'assedio di Montevetturini, saccheggiò venti giorni l'aperta campagna di Val d'Arno, di cui aveva libero l'ingresso; indi tornò in Lunigiana a riconquistare le castella che gli aveva tolto il marchese Spinetta[73].
Quando Castruccio ebbe, col soccorso degli alleati ghibellini, riportati questi vantaggi, si mostrò disposto ad abusarne, rendendosi ingrato ai Pisani, cui andava in parte debitore de' suoi successi. Il conte Renieri, o Nieri della Gherardesca, che i Pisani avevano fatto capitano delle loro milizie dopo la morte di suo nipote, aveva abbandonato il partito democratico, al di cui favore la sua famiglia andava debitrice d'ogni suo innalzamento, e si era unito ai nobili, perpetui nemici de' suoi antenati[74]. L'odio delle due fazioni plebea e patrizia, che da sì lungo tempo teneva divisa la repubblica, era cresciuto a dismisura, ed un nuovo demagogo, Coscetto del Colle, subentrando al Gherardesca, erasi fatto capo de' plebei. Finalmente il furore del popolo, lungo tempo compresso, scoppiò in maggio del 1322, ed i due partiti si batterono due giorni con estremo accanimento. Coscetto del Colle, fatto prigioniere, fu dal conte condannato a morte mentre quindici capi delle tre grandi famiglie Gualandi, Sismondi e Lanfranchi furono dal popolo esiliati, e spianate le loro case. Frattanto fu recata a Pisa l'improvvisa notizia che Castruccio, avuto avviso della loro zuffa, avanzavasi con tutte le sue forze per sorprendere la città. Le due fazioni si riconciliarono subito per resistere all'assalitore, ed il signore di Lucca trovò contro ogni sua aspettazione chiuse le porte e le mura coperte di soldati[75]. La sedizione contro il conte Nieri di cui egli era stato testimonio, fecegli sentire quanto la potenza di un signore sia poco sicura finchè si appoggia soltanto al favore popolare, ed appena tornato a Lucca, gettò i fondamenti di una fortezza che chiamò l'Augusta, o la Gusta, dalla quale signoreggiava tutta la città[76]. I territorj di Lucca e di Firenze non confinavano tra di loro che in Val d'Arno di sotto, e colà i Fiorentini avevano afforzato Fucecchio, Castelfranco e Santa Croce, ove tenevano molta cavalleria per opporsi alle scorrerie delle truppe lucchesi. Invece di continuare i suoi attacchi da questa banda, Castruccio si volse bruscamente contro il territorio di Pistoja. Per la Valle di Nievole di cui era padrone, egli poteva egualmente penetrare nel piano e nella montagna pistojese, senza che questa repubblica, spossata dalle guerre civili e dai sostenuti assedj, fosse in istato di opporsi alle sue forze.
Di questi tempi il più riputato cittadino di Pistoja era l'abate di Pacciana, detto Ormanno dei Tedici. In una città indebolita e che aveva perduto il fiore della nobiltà, le ricchezze ed i soldati, questo monaco lusingossi di farsi sovrano. Egli declamava continuamente contro i mali della guerra e rappresentava al popolo la necessità di mettere fine alla guerra facendo tregua con Castruccio. Il vocabolo tregua era la parola d'ordine del suo partito; i contadini del piano e della montagna, che ardentemente desideravano la cessazione delle ostilità, risguardavano l'abate quale loro salvatore[77].
Sembrava non per tanto impossibile che così accaniti nemici, com'erano i Fiorentini ed i Lucchesi, volessero accordare una tregua parziale al territorio di Pistoja che li divideva. Ma Castruccio conobbe i vantaggi che poteva ottenere grandissimi dall'innalzamento dell'abate di Pacciana; previde ch'egli solo raccoglierebbe i frutti di tutte le piccole astuzie del monaco diventato sovrano, e che approfitterebbe della sua debolezza. Il monaco promettevagli segretamente di dargli in mano la città quand'egli ne fosse padrone, e Castruccio fingeva di credergli e mostravasi disposto ad entrar seco in negoziazioni per la tregua: d'altra banda i Fiorentini mandarono subito deputati a Pistoja per chiedere al popolo di non impegnarsi in separati trattati, onde non esporsi agl'inganni del tiranno lucchese: offrirono in pari tempo di spedire a Pistoja sufficienti soccorsi per impedire che il suo stato fosse guastato dai nemici.
L'abate di Pacciana accoglieva prima degli altri i deputati fiorentini, offrendosi mediatore presso al popolo, come tra lo stesso popolo e Castruccio; sembrava ch'egli si occupasse continuamente di conciliare ogni cosa, e sostenendo le apparenze di conciliatore andava sempre più affezionandosi i contadini ed il popolo. Come questi però vedeva che la tregua non facevasi mai, prese le armi il lunedì di Pasqua 10 aprile del 1322, e, conducendo l'abate quasi in trionfo, s'impadronì delle porte, del palazzo del pubblico, del campanile e delle mura; ed ovunque si mutarono le guardie, sostituendovi le persone più ben affette all'abate. In seguito tentò replicatamente di far assassinare Ettore Taviani e Bonifacio Ricciardi, che credeva essere i suoi più pericolosi avversarj; ma non essendo riuscito nell'intento, impegnò Castruccio ad avvicinarsi fino a mezzo miglio di Pistoja, affinchè gli ambasciatori, i soldati fiorentini e tutti coloro che sarebbersi opposti ai suoi disegni, si ritirassero per timore di cadere nelle mani dei Lucchesi, ed accrebbe egli stesso questo timore, pregandoli artificiosamente a rimanere: ma appena usciti di città, fece chiudere le porte dietro di loro, adunò un consiglio al quale non chiamò che artigiani e gente della più bassa plebe, e si fece proclamar signore per un determinato numero di anni. Non volle per altro abitare nel palazzo pubblico, e dichiarò che tanto fasto mal si confaceva all'abate d'un monastero[78].
Castruccio accordò all'abate di Pacciana una limitata tregua, e questi incominciò ad esercitare liberamente la sovranità di cui erasi impadronito. Ma i piccoli intrighi di convento che avevano servito a farlo principe, non bastavano ad assicurargli la sovranità. Le astuzie non possono supplire alla profonda politica, nè la crudeltà al carattere, nè l'ambizione equivale al coraggio ed alla fermezza. «In tutto ciò ch'egli faceva, dice lo storico pistojese suo coetaneo, agiva da uomo vile, non sapeva essere signore, ed aveva più fiducia negli altri che in sè medesimo; ogni suo parente voleva essere padrone, e non pensava che a derubare il comune o i particolari; per ultimo nulla facevasi in Pistoja senza che tornasse vantaggioso ai Tedici[79].» Così l'abate di Pacciana amministrò quattordici mesi lo stato, nel qual tempo esiliò i Rossi, i Lazzari ed una parte dei Cancellieri. Prometteva sempre a Castruccio di rinunciargli la sua signoria; ma questi non si lasciò lungo tempo ingannare dai trattati del monaco. Entrò impensatamente a Pupiglio, e se ne impadronì, onde occupò ben tosto la montagna pistojese[80].
(1323) Intanto quello de' nipoti dell'abate di Pacciana che più degli altri aveva abusato della sua autorità, Filippo Tedici, congiurò contro lo zio, non perchè aspirasse ad acquistare maggior potere di quello che aveva; ma per unire il titolo di signore all'esercizio delle prerogative della signoria. L'abate scoprì la congiura; ma egli non aveva tanta grandezza d'animo per disprezzare le trame de' suoi nemici, nè sufficiente clemenza per perdonare a suo nipote, nè bastante energia per difendersi e vendicarsi. Tentò vilmente di far assassinare il nipote, e non osò di resistergli in faccia. In un istante in cui i suoi partigiani erano adunati presso di lui, mentre i Fiorentini, chiamati in suo soccorso, avevano spinte le loro truppe fino alle porte di Pistoja, non ebbe mai il coraggio di avanzarsi verso la porta per farla aprire, e perdette per viltà quella signoria che aveva acquistata coll'astuzia.
Mentre Castruccio teneva gli occhi aperti sopra i Pistojesi, per approfittare delle loro divisioni, attaccava i Fiorentini più vigorosamente. Questi avevan fatto venire dal Friuli Giacomo di Fontanabuona, gentiluomo che faceva il mestier di condottiere, val a dire che conduceva la sua piccola armata al soldo di coloro che volevano adoperarla. I Fiorentini erano disposti a mandare questo capitano con trecento cinquanta cavalli, seco condotti, nella Valle di Nievole, ove teneva segrete intelligenze, e dove gli si doveva consegnare il castello di Buggiano. Ma avendo Castruccio avuto sentore di questo trattato, fece appiccare dodici de' cospiratori di Buggiano, e, coll'offerta d'un maggior soldo, persuase Giacomo di Fontanabuona a disertare colla sua truppa ed a passare al suo servigio[81]. Questo è il primo tradimento de' condottieri che si fecero in breve così frequenti in tutta l'Italia, e resero così pericoloso l'uso de' soldati mercenari; pure si andava sempre più loro abbandonando la cura di difendere gli stati; perchè il loro valore e la perizia dell'arte militare li rendeva di lunga mano sempre più esperti delle truppe nazionali.
Castruccio, poi ch'ebbe ottenuto questo rinforzo a spese dei Fiorentini, si affrettò di portare la guerra sul loro territorio. Il 13 giugno del 1313 passò la Gusciana con ottocento cavalli ed otto mila pedoni, ed entrò in Val d'Arno di sotto, guastando i distretti di Fucecchio di Castelfranco e di Santa Croce; poi passò l'Arno e saccheggiò le campagne di Samminiato di Montopoli e della estremità di Val d'Elsa, di dove tornò a Lucca senza aver incontrati nemici[82]. Dopo aver dato una settimana di riposo alle sue truppe, presentossi all'impensata sotto Prato il 1.º luglio con seicento cinquanta cavalli e quattro mila fanti. Questa piccola città lontana soltanto dieci miglia da Firenze fu compresa da grandissimo terrore. Vero è che gli abitanti chiusero le porte, ma fecero sapere ai Fiorentini, che, non venendo prontamente soccorsi, non tarderebbero ad aprire le porte al nemico.
La repubblica fiorentina, tradita dal Fontanabuona, trovavasi sprovveduta di truppa assoldata, ma la signoria chiamò i cittadini in difesa della patria. A tale chiamata si chiusero le botteghe, e tutti i Fiorentini presero le armi; onde lasciata una numerosa guardia alle porte e sulle mura, mille cinquecento cavalli con venti mila fanti si recarono il 2 luglio a Prato. Credevasi che l'armata di Castruccio fosse più forte assai che non era; e nel primo istante di trepidazione i priori avevano fatto proclamare che sarebbe fatta grazia a tutti i banditi che si recassero all'armata di Prato. E tale era stata la violenza delle proscrizioni, che quattro mila Bianchi o Ghibellini esiliati, assai più de' pacifici cittadini accostumati alle armi, si unirono all'armata. Castruccio non aspettò fino all'indomani a ritirarsi innanzi a forze tanto superiori, e si ridusse nella stessa notte a Serravalle.
Quando i Fiorentini s'accorsero la mattina del susseguente giorno che Castruccio era partito, tutto il loro campo fu in preda ad un tumultuario movimento. I borghesi che la vigilia avevano abbandonate le loro officine, più non respiravano che sentimenti di gloria militare e vendetta contro Castruccio. «Il nemico, dicevano essi, fugge innanzi a noi, non ha osato di aspettare l'insegna trionfante del giglio; ma oggi s'appartiene a noi l'inseguirlo: noi dobbiamo distruggere le messi del nemico, togliergli i bestiami, e punirlo dell'insolenza con cui insultò tante volte il nostro territorio. Venti mila soldati uscirono jeri di Firenze, e non devono rientrare senza aver prima ottenuta una compiuta vittoria.» Ma i nobili che componevano la cavalleria di quest'armata, rispondevano con amara ironia, che i cittadini non erano tutto ad un tratto divenuti soldati per essersi vestiti delle loro armi; che avevano di già ottenuto il maggiore successo, cui potessero aspirare; che avevano spaventato il nemico col loro numero, prima che avesse conosciuto per prova quanto avesse avuto torto di esserne spaventato; che entrati una volta nel paese nemico, la fame e la sete non meno che la spada farebbero loro desiderare la tranquillità delle loro officine che avevano poc'anzi abbandonate. Potevano i nobili temere a ragione l'esito di una campagna che volevasi intraprendere senza truppe di linea con un'armata senza disciplina; ma si abbandonarono a quell'impazienza che in loro eccitavano le millanterie de' borghesi: quindi i motteggi con cui rispondevano all'entusiasmo del popolo, destavano la collera de' più pacifici cittadini. Altri motivi di disputa avevano risvegliata la sopita animosità dei due ordini. Col finire del 1321 era spirata l'autorità data sopra la repubblica al re Roberto, ed a tale epoca erasi rinnovata l'ordinanza di giustizia contro i nobili, che li rendeva garanti dei delitti gli uni degli altri, e si lagnavano che mentre erano nelle armate i soli difensori dello stato, fossero i soli privati della protezione delle leggi. Non potendo il consiglio di guerra deliberare, risolse, per sedare la discordia che agitava l'armata, di chiedere a Firenze nuove istruzioni. Ma i sentimenti della signoria e dei consigli si divisero come nel campo. Tutti i nobili volevano che si differisse la pugna, i borghesi che si marciasse verso il nemico, e perchè le discussioni si protrassero fino a notte, il popolaccio attruppato nelle strade fissò le irresoluzioni dei consigli, chiedendo, con forsennate grida, la battaglia; onde fu mandato ordine al conte Novello di condurre l'armata contro Lucca. Questo generale tardò alcuni giorni a porsi in cammino; e perchè i gentiluomini facevano sempre nascere qualche nuovo ostacolo alla marcia, non si avanzò al di là di Fucecchio.
Gli esiliati, ch'eransi uniti all'armata, in mezzo alle dissensioni che agitavano il campo, credettero, quando furono a Fucecchio, di dovere ancora occuparsi del proprio vantaggio; ed i nobili andavano loro consigliando ad assicurarsi gli effetti dell'amnistia loro promessa. Abbandonarono perciò le insegne, e si presentarono il 14 luglio, uniti in un corpo d'armata, alle porte di Firenze per rientrare nella loro patria. La signoria, atterrita, fece chiudere le porte, e mandò ordine al conte Novello di ricondurre l'armata per difendere la città contro i ribelli. Ed in tal modo ebbe fine questa campagna senza che i Fiorentini vedessero il nemico[83].
Intanto gli esiliati, sempre accampati presso Firenze, mandarono deputati alla signoria, lagnandosi di essere trattati come nemici, e riclamando l'esecuzione delle promesse. I gentiluomini appoggiavano con tutto il loro credito le istanze de' fuorusciti; ma il popolo decise che, coll'aver tentato di entrare in città per sorpresa, avevano perduto il beneficio di una amnistia che non era stata accordata che alla loro sommissione. Si scoperse una congiura dei nobili per introdurli in città, ed i principali capi furono esiliati[84].
E per tal modo infiniti pericoli circondavano la repubblica. Un potente nemico l'andava continuamente tribolando, guastava le campagne, sorprendeva le fortezze e facevale temere la perdita delle città la di cui alleanza eragli più necessaria; un grosso corpo di esiliati non aveva deposte le armi e valevasi a vicenda della forza e degli artifizj per rientrare in patria; per ultimo entro la medesima città manifestavansi non infrequenti sedizioni, ed i più pericolosi nemici trovavansi forse entro le sue mura. In così difficile situazione temevansi le agitazioni periodiche occasionate ogni due mesi dall'elezione della signoria. Il corpo elettorale trovavasi in allora composto dei priori che uscivano di carica, dei buoni uomini e dei gonfalonieri delle compagnie, e di un determinato numero di aggiunti di ogni quartiere. Questi elettori erano in certo modo i rappresentanti del popolo, e nella loro scelta si uniformavano alla sua opinione che gli eleggibili cercavano di rendersi affezionata. La città veniva ravvivata dall'emulazione di coloro che aspiravano alle cariche, ma era pure frequentemente agitata dalle loro brighe. Il ritorno delle elezioni ogni due mesi non lasciava quasi riposo alla nazione, e sei volte ogni anno avevasi cagione di temere sedizioni o guerre civili.
La signoria che aveva regnato in settembre ed in ottobre del 1323, e che colla scoperta della congiura dei gentiluomini erasi guadagnata la pubblica confidenza, si prese l'incarico di mutare questo sistema d'elezioni, e di nominare in una sola volta, di concerto cogli aggiunti che rappresentavano il popolo, tutti i priori dei quarantadue mesi avvenire, ossia ventuna magistrature che dovevano successivamente entrare in carica. Tale elezione si fece nel modo consueto; i nomi degli eletti vennero scritti in polizze suggellate, che si chiusero in alcune borse, dalle quali dovevano cavarsi i nomi a sorte, finchè fossero esaurite le polizze[85]. In tal maniera il rinnovamento della magistratura si mutò in un lotto, decidendo la sorte della nomina de' capi della repubblica. Quasi tutte le città libere d'Italia adottarono ben tosto questa innovazione dei Fiorentini, che conservossi fino alla presente età in Lucca e nelle municipalità della Toscana e degli stati della chiesa.
Questa nuova maniera di elezione sembrò più democratica della precedente, ponendo maggiore eguaglianza tra i candidati, e chiamando un maggior numero di cittadini agli onori pubblici. Le sole borse delle tre supreme magistrature[86] dovevano contenere i nomi di sei in settecento candidati; ed essendosi adottato lo stesso metodo per tutte le elezioni, furonvi cento trentasei magistrature od ufficj diversi, cui nominava la sorte[87]. Per tal modo non facevasi che pochissimo luogo alla scelta, e tutti i cittadini arrivavano tosto o tardi ad occupare qualche carica. Gli elettori imborsavano spesso uomini affatto inetti e che non sarebbero giammai stati eletti se avessero dovuto entrar subito in carica. Il broglio fu soppresso, ma si spensero col broglio l'emulazione, il timore de' giudizj di un popolo che condannava il vizio ed il desiderio di procacciarsi i suffragi coi talenti e colle virtù. Molte cause tendevano, non v'ha dubbio, a corrompere i costumi nelle repubbliche italiane; ma è cosa notabile che appunto nell'epoca in cui s'introdusse l'elezione a sorte, i cittadini rinunciarono alla professione delle armi; i capi dello stato abiurarono lo studio dell'arte militare, ed affidarono la difesa della libertà a' generali ed a' soldati mercenarj. Nella stessa epoca il lusso, la mollezza, la corruzione s'introdussero in tutte le famiglie, e la pubblica morale venne macchiata dall'adozione di una falsa e perfida politica. Non pertanto i talenti de' repubblicani sopravvissero alle loro virtù; sei in ottocento cittadini continuamente mutati dalla sorte, prima d'aver avuto tempo d'imparare il mestiere dell'uomo di stato, seguirono con costanza, e molte volte con intelligenza i medesimi progetti, i medesimi principj; e Firenze mostrò che ella sola conteneva un maggior numero di esperti politici, di quello che sarebbesi trovato nel più vasto regno. Così Atene eleggeva ogni anno dieci generali, mentre Filippo riputavasi fortunato d'aver potuto, mentre visse, trovarne un solo in Macedonia[88].
Dopo questa riforma dell'interna amministrazione, la repubblica di Firenze cercò di unirsi più strettamente che mai colle città guelfe; unione necessaria per la comune salvezza. Ma Perugia trovavasi impegnata in una interminabile guerra coi Ghibellini d'Assisi e di città di Castello; Siena era agitata dai cattivi umori eccitati dalle rivali famiglie de' Salimbeni e de' Tolomei, e più ancora dalla gelosia che nodrivano tutti gli ordini dello stato contro i mercanti, che sotto nome di Monte dei Nove eransi impadroniti del supremo potere[89]. Finalmente Bologna più potente che non erano le altre due repubbliche e più strettamente legata con Firenze veniva pure scossa da violenti convulsioni.
Bologna andava debitrice di parte della sua ricchezza, siccome della sua gloria, all'affluenza degli scolari alla sua università. L'amore delle scienze era, in questo secolo, diventato una vera passione, una passione comune a tutti. Prima del ritrovamento della stampa erano i libri tanto rari e di così alto prezzo, che l'istruzione vocale doveva supplire a quella che trovasi negli scritti. Quindici mila giovani italiani e tedeschi frequentavano in Bologna le pubbliche lezioni di diritto civile e canonico, e di medicina. Questi giovani prendevano in ogni occasione a difendersi vicendevolmente, di modo che difficilmente si potevano assoggettare ai tribunali ed alle leggi.
Uno di costoro detto Giacomo di Valenza, che l'avvenenza della sua persona, l'eleganza delle maniere, la generosità del carattere rendevano carissimo ai suoi compagni di studio, incontrossi in una chiesa, un giorno di solenne festa, con Costanza de' Zagnoni d'Argela, nipote di Giovanni d'Andrea, il più riputato di tutti i giureconsulti canonisti[90]. Giacomo, rimasone perdutamente innamorato, dopo avere inutilmente tentata ogni onesta strada per piacerle, la rapì violentemente dalla propria casa, mentre trovavasi assente il padre, e coll'ajuto de' suoi amici difese disperatamente la casa in cui l'aveva condotta quando il padre di Costanza venne ad attaccarlo alla testa del popolo ch'egli aveva chiamato in suo soccorso. Giacomo di Valenza fu dopo lungo contrasto arrestato dal podestà, e la commessa violenza non potendo in verun modo scusarsi, fu condannato a perdere la testa, ed il giorno dopo la sentenza fu eseguita. Ma gli studenti pretendevano di non essere subordinati agli ordinarj tribunali, o a dir meglio, riclamavano l'impunità dei delitti. L'amore che portavano a Giacomo di Valenza accresceva il loro malcontento, onde la sua condanna, sebbene giusta e meritata, eccitò l'indignazione di tutta l'università; e gli studenti coi loro professori partirono alla volta di Siena, dopo aver tutti giurato di non tornare a Bologna prima di avere ottenuto intero soddisfacimento[91].
Vivea allora in Bologna Romeo Pepoli creduto comunemente il più ricco particolare che fosse in Italia. I beni che i suoi maggiori ed egli stesso avevano ammassati colle usure, facevansi ammontare a cento venti mila fiorini di rendita, corrispondenti press'a poco ad un milione e mezzo di lire, di cui ora cominciava a servirsi per aprirsi una strada alla sovranità della sua patria. Cercava perciò di guadagnarsi il popolo colle liberalità, spesso ancora accordando protezione e sottraendo i delinquenti al rigore delle leggi; e si acquistava in tal maniera opinione d'essere l'amico degli infelici e degli oppressi. Lo stesso anno aveva tentato di salvare a forza aperta un notajo convinto di falso: tentò pure di difendere Giacomo di Valenza prima che fosse giudicato, e dopo morto questi, prese a favoreggiare la causa degli studenti, annunciandosi come il protettore dell'università. La diserzione degli scolari aveva sparsa la desolazione in tutta la città, temevasi di vedere Bologna decaduta per sempre dall'antico suo splendore, e Romeo di Pepoli, secondato dal favor popolare, mosse il senato a posporre il rigore della giustizia al comune interesse. Furono spediti deputati agli scolari rifugiati in Siena; il podestà chiese loro pubblicamente scusa, rinunciando ad ogni giurisdizione sopra di loro, ed accrescendo l'onorario de' professori.
Gli scolari soddisfatti con questa sommissione tornarono a Bologna; ma in tale circostanza la condotta di Romeo aveva svegliati i più vivi sospetti negli amici della libertà. Quasi tutti i gentiluomini guelfi ed i migliori borghesi che penetravano più a dentro che il popolo, scoprirono i progetti di Romeo, e si unirono per impedirne l'esecuzione. Il loro partito prese il nome di Maltraversa[92] ed i fautori del Pepoli ebbero quello di scacchesi. Questa fazione ottenne il 1 luglio del 1321 di far nominare un podestà affatto ligio a Romeo, il quale non tardò a manifestare colle sentenze la sua decisa parzialità. Allora i Maltraversi accusarono apertamente Romeo di aspirare alla tirannide; spaventarono il popolo, mostrandogli le tristi conseguenze del favore che gli era stato accordato, il prezzo che questo ambizioso cittadino voleva ricavare da' suoi beneficj, risvegliando coll'esempio dei tiranni di Lombardia e di Romagna la tema e l'orrore del potere di un solo, il 17 luglio chiamarono alle armi gli amici della libertà, attaccarono nella propria casa Romeo, il quale, abbandonato da tutti i suoi partigiani, trovò modo di fuggire per una porta segreta mentre per suo ordine andavansi gettando innanzi ai cittadini armati dei sacchi di danaro per ritardarne la marcia. Tutta la famiglia Pepoli fu esiliata da Bologna, confiscati i suoi beni, atterrate le sue case, e banditi per un tempo più o meno lungo, in determinati luoghi, i suoi partigiani[93].
Ma nè la scossa cagionata da questa congiura, nè i pericoli della repubblica avevano avuto fine coll'esilio dei Pepoli. Romeo manteneva corrispondenze in città, e nel susseguente anno si scoprì una congiura in suo favore, che costò la vita ai principali suoi fautori[94]. D'altra parte egli si era collegato coi signori di Mantova, di Verona e di Ferrara; e tutti i principi delle città lombarde erano sempre disposti a favorire chiunque cercasse di fondare una nuova tirannide in uno stato libero. I Fiorentini invece, risguardandosi come i difensori della libertà, mandavano a Bologna più frequenti ajuti di quel ch'essi potessero domandarne a questa repubblica loro confederata.
Nel 1323 Castruccio, dopo essersi sottratto alla vendetta dei Fiorentini per la scissura scoppiata nel loro campo, aveva ricominciato a guastare Val d'Arno di sotto, non acconsentendogli ancora la debolezza del suo stato e della sua armata di proseguire la guerra con vigore. Talvolta nel corso d'una campagna non rimaneva che pochi giorni nel territorio nemico e solo per agguerrire i cittadini di Lucca che riconduceva ben tosto alle loro case. Confidava assai più negli stratagemmi e nelle sorprese, che nella forza delle armi; e ne' suoi progetti d'aggrandimento non faceva troppa diversità tra gli amici ed i nemici. I Pisani, coi quali era alleato pel comune interesse de' Ghibellini, trovavansi al presente impegnati in una pericolosa guerra col re d'Arragona, per difesa della Sardegna; e Castruccio si lusingò di potersi approfittare delle loro circostanze per rendersene padrone. Corruppe Betto de' Lanfranchi e quattro comandanti dei mercenarj tedeschi, che promisero di aprirgli le porte di Pisa, dopo avere ucciso il conte Nieri della Gherardesca: ma la trama si scoperse; i Lanfranchi perdettero la testa sul patibolo, e la repubblica pisana, sdegnata del tradimento di Castruccio, rinunciò alla sua alleanza, e mise una taglia sul suo capo[95].
Nel susseguente anno 1324, la guerra tra Castruccio e la repubblica fiorentina si trattò ancora più debolmente, perchè questa sembrava unicamente occupata della sommissione di alcuni gentiluomini di Val d'Arno di sopra, ai quali prese alcune castella; l'altro non prendevasi pensiero che delle sue pratiche per avere Pisa e Pistoja. Pistoja trovavasi tuttavia sotto la signoria di Filippo di Tedici, che cercava di mantenere la sua indipendenza col favore della rivalità de' due più potenti popoli tra i quali era situata Pistoja; e negoziando sempre con ambedue, pagava tributi a Castruccio per evitare la guerra, e domandava sussidj a Fiorenza per sostenerla. Ma finalmente il signore di Pistoja conobbe di non potere lungo tempo ingannare i suoi vicini con finti trattati, e s'avvide che Castruccio che aveva voluto lasciargli praticare tutti i suoi piccoli scaltrimenti, non tarderebbe a perdere la pazienza: onde risolse di vendergli la sua signoria. Il principe di Lucca gli offriva dieci mila fiorini, e per pegno della protezione che gli accordava, e dell'autorità che voleva affidargli nella sua patria, lo faceva sposo di una sua figliuola. Tedici aprì segretamente il 13 di maggio del 1325 una porta di Pistoja a Castruccio che stava appiattato a poca distanza con un corpo di cavalleria; il quale entrò subito in città, attraversando le strade e rovesciando e tagliando a pezzi i Guelfi ed i soldati fiorentini che avevano tentato di opporsegli. Ciò chiamavasi correre una città, ed in tal modo se ne prendeva possesso[96].
La notizia della presa di Pistoja giunse a Firenze mentre il popolo trovavasi adunato per una solenne festa. Nella stessa mattina la repubblica aveva armati cavalieri, il giudice esecutore dell'ordinanza di giustizia, ed un contestabile tedesco; onde i priori coi nuovi cavalieri, tutti i magistrati ed i principali cittadini trovavansi ad un banchetto. Eransi poste le tavole nella chiesa di san Pietro Schieraggio, le quali furono rovesciate nell'istante che si seppe essersi Castruccio impadronito di Pistoja; e perchè non potevasi credere che fosse interamente perduta, sperando che la guarnigione che v'era stata mandata difenderebbe almeno una porta, tutti corsero alle armi, e le compagnie della milizia si avanzarono lo stesso giorno fino a Prato, ove seppero circostanziatamente il tradimento di Filippo de' Tedici; e conoscendo che Pistoja era del tutto perduta, tornarono tristissimi a Firenze[97].
All'indomani della caduta di Pistoja il capitano che i Fiorentini avevano assoldato, entrò solennemente in città. Era quello stesso Raimondo di Cardone che aveva comandate le truppe della lega guelfa contro Matteo Visconti ed i suoi figliuoli. Dopo essere stato costretto del 1323 a levare l'assedio di Milano, fu fatto prigioniero da Galeazzo Visconti, che lo aveva posto in libertà per intavolare col di lui mezzo una negoziazione colla chiesa, non altro avendo da lui richiesto che il giuramento di non portare le armi contro i Ghibellini. Il papa non contento di rigettare tutte le proposizioni fattegli da Cardone, lo assolse dal giuramento e lo mandò ai Fiorentini.
Questi adunarono sotto gli ordini del nuovo generale la più potente armata che avessero fin allora messa in campagna. Mille Fiorentini servivano a cavallo a proprie spese; ai quali eransi aggiunti mille cinquecento cavalli mercenarj, quasi tutti Francesi, e quindici mila pedoni; onde il soldo dell'armata ammontava ogni giorno a più di tre mila fiorini d'oro[98]. Raimondo di Cardone marciò subito verso Pistoja ove Castruccio stava fabbricando una fortezza.
Poi ch'ebbe prese alcune castella, vedendo il generale fiorentino che Castruccio non si muoveva per venire a giornata, tentò di provocarlo, offrendo premj per una corsa di cavalli innanzi alle porte di Pistoja. In appresso cinse d'assedio Tizzana; ma mentre richiamava su questo castello l'attenzione di Castruccio, staccò dalla sua armata mille cavalli che passarono la Gusciana sopra un ponte volante; fece fortificare quest'importante passaggio che gli apriva il territorio lucchese, e lo stesso giorno, 10 luglio 1325, trasportò tutte le sue truppe sull'opposta riva. Attaccò subito dopo i castelli di Cappiano e di Montefalcone, e se ne rese tosto padrone[99]. Frattanto l'armata fiorentina ingrossava cogli ajuti delle città guelfe[100], di modo che i soli ausiliarj contavano più di mille cinquecento cavalli, mentre Castruccio ne aveva appena altrettanti, sebbene avesse ricevuti i rinforzi de' suoi alleati, il vescovo d'Arezzo, il conte di santa Fiora presso di Siena, ed i signori ghibellini di Maremma e di Romagna. Egli colla sua piccola armata erasi accampato a Vivinaio, in Val di Nievole per osservare gli andamenti de' Fiorentini[101].
In mezzo alle paludi dell'estremità superiore del lago di Bientina sollevasi un poggio sul quale fu fabbricato il castello d'Altopascio, riputato a quell'epoca assai forte. Vi si contavano cinquecento uomini abili alle armi, e Castruccio lo aveva provveduto di vettovaglie per due anni. Cardone l'assediò il giorno 3 agosto, ed il giorno 29 lo ebbe a patti dietro la falsa notizia d'una rotta avuta da Castruccio a Carmignano[102]. Ma per importante che fosse tale conquista, che era costata assai meno tempo che non si credeva, non compensava però lo svantaggio della dimora di più di tre settimane in mezzo alle paludi nel cuore dell'estate. Le malattie si erano manifestate nell'armata fiorentina, e le truppe, scoraggiate da un penoso servizio, non avevano quell'ardore e quella confidenza con cui avevano cominciata la campagna. Molti cavalieri annojati dall'assedio d'Altopascio avevano dato danaro a Cardone per ottenere il loro congedo. Risvegliatasi da così vergognoso commercio la naturale avidità di quest'uomo, sagrificò i più grandi avvenimenti al guadagno che credeva di fare vendendo i congedi. Per conseguire più presto il suo scopo, cercò d'accrescere l'impazienza de' cavalieri e de' ricchi mercanti che aveva nell'armata, tenendo ancora otto giorni l'armata sotto Altopascio, dopo averlo preso. Finalmente si mosse l'otto di settembre, ed andò ad accamparsi all'Abbadia di Pozzevero sempre in riva al paludoso lago di Bientina, in tempo che avrebbe potuto avvicinarsi alle montagne e trovarvi un'aria assai più sana.
Castruccio occupava queste montagne, ed aveva approfittato del tempo che perdeva Cardone a sollecitare i soccorsi di Galeazzo Visconti, il di cui figlio Azzo comandava ottocento cavalli a san Donnino nel territorio di Parma. Il signore di Lucca promise di pagare dieci mila fiorini per prezzo dell'assistenza che domandava; Azzo Visconti, avendo ricevuto un rinforzo di duecento cavalli mandatigli da Passerino Bonacossi, prese la via di Lucca, senza che il legato, Bertrando del Poggetto, che trovavasi a Parma con forze superiori, facesse verun tentativo per chiudergli la strada[103].
Ma molto tempo prima che Azzo si unisse a Castruccio, la guerra diretta da tutt'altri che da Cardone, avrebbe potuto ridursi a termine. Finalmente questo generale tentò l'undici di settembre di occupare le alture; ed in cambio d'attaccare Castruccio con tutta la sua cavalleria, gli mandò contro per isloggiarlo un debole distaccamento. I suoi cavalieri si scontrarono in un più grosso corpo di cavalleria lucchese; dei rinforzi giunsero successivamente alle due truppe; ma i Fiorentini li ricevevano più tardi de' Lucchesi, di modo che metà della cavalleria di Cardone dopo una breve zuffa dovette ritirarsi perdente. Dopo questo giorno l'armata fiorentina perdette la confidenza che aveva delle proprie forze, e più non combatteva coll'usato ardore[104].
Castruccio ebbe finalmente avviso che Azzo erasi mosso per raggiugnerlo; ma ebbe nello stesso tempo paura che i Fiorentini si ritirassero prima ch'egli ricevesse un soccorso che otteneva a sì caro prezzo, e senza che potesse approfittarne per dar loro una battaglia. Per fermare Cardone fece che giugnessero al suo campo alcuni abitanti di varie castella di Val di Nievole, che gli proponevano di dargli in mano quelle fortezze. Cardone, per tener dietro a queste simulate negoziazioni, andò procrastinando di giorno in giorno la partenza, aspettando in vano che scoppiassero le trame ch'egli supponeva di dirigere. Finalmente Azzo Visconti entrò in Lucca il 22 settembre, e ne giunse contemporaneamente l'avviso ai due campi. Allora i Fiorentini si posero in movimento per ritirarsi verso Altopascio; e Castruccio, temendo di perdere la preda sulla quale teneva gli occhi aperti da tanto tempo, corse a Lucca per affrettare Visconti a combattere lo stesso giorno; ma questi chiedeva danaro ed un giorno di riposo. La moglie di Castruccio seguita da tutte le dame lucchesi recossi allora presso al signore milanese e lo pregò a marciare contro ai nemici, facendogli presentare sei mila zecchini perchè li distribuisse alle sue genti: ma tutto fu inutile; Azzo dichiarò che non combatterebbe che all'indomani, onde Castruccio, tornato alla sua armata, si fece ad inseguire i Fiorentini per vedere se gli riuscisse di trattenerli[105].
Era in arbitrio di Cardone il ritirarsi a Galleno, o passare la Gusciana per mantenersi sempre padrone d'accettare o rifiutare la battaglia; ma temette che la sua ritirata avesse apparenza di fuga, e volle terminare la campagna con una bravata. All'indomani, lunedì 23 di settembre, venne a sfilare in parata innanzi a Castruccio, quasi per invitarlo a battaglia prima di porsi in marcia. Il signore di Lucca, sebbene non avesse ancora che mille quattrocento cavalli, accettò la disfida per ritardare la marcia de' Fiorentini, ed approfittò della vantaggiosa posizione che occupava, per non impegnare tutta la truppa nella battaglia, dando a dietro dopo ogni scaramuccia. Con tale accorgimento si sostenne dallo spuntare del giorno fino alle nove ore del mattino, che Azzo Visconti giunse alla fine in suo soccorso con i suoi mille cavalli; ed allora tutta l'armata ghibellina scese al piano e la battaglia si fece generale.
Malgrado le sofferte perdite, le forze de' Fiorentini trovavansi ancora per lo meno eguali a quelle di Castruccio, ma quasi al primo tirare di lancia il maresciallo di battaglia di Raimondo di Cardone fuggì con un corpo di settecento cavalli da lui comandati, e gettò il disordine in tutta l'armata[106]. I Fiorentini, scossi e scoraggiati dall'abbandono di così ragguardevole corpo, non si sostennero lungamente; la cavalleria fu rotta quasi subito, e l'infanteria che combatteva valorosamente, ma con armi che sgraziatamente non bastavano a difenderla dall'urto della cavalleria pesante, dovette anch'essa ripiegare. Quelli che guardavano il ponte di Cappiano, furono i primi a fuggire; onde Castruccio, sopravanzando il rimanente de' fuggitivi, s'impadronì del ponte, e chiuse come in una rete coloro che cercavano di salvarsi al di là del fiume. Molti distinti personaggi rimasero suoi prigionieri, fra i quali lo stesso Raimondo di Cardone con suo figliuolo e molti baroni francesi. Per altro la perdita della battaglia fu più accompagnata da vergogna che da strage. Molti fuggitivi trovarono modo di tornare a Fiorenza, ma i castelli di Cappiano, di Montefalcone e d'Altopascio, ch'erano stati tolti a Castruccio con tanta fatica, furono da lui in pochi giorni riconquistati. Fece spianare i due primi, e tagliare il ponte di Cappiano[107].
Il possedimento di Pistoja rendeva a Castruccio facile e sicure le scorrerie fino nel cuore degli stati di Fiorenza. Perciò, dopo avere radunate in Pistoja le sue milizie e quelle di Filippo Tedici, attaccò, il 27 di settembre, Carmignano che gli si arrese vilmente. Trasportò allora il suo campo a Signa, e bruciò Campi, Brozzi e Quarrata. Questi villaggi posti nel piano fiorentino erano appena fortificati e non capaci di lunga resistenza. Finalmente il 2 ottobre stabilì il suo quartier generale a Peretola, grosso villaggio due miglia lontano da Fiorenza, di dove i suoi soldati si avanzavano, tutto guastando, fin sotto alle mura di Fiorenza. Quella ricca valle era in allora coperta di magnifici edificj e di deliziosi giardini; perciocchè l'opulenza e l'eleganza de' Fiorentini non era ancora pareggiata da verun popolo dell'Europa; e mentre i soldati si arricchivano colle loro spoglie, Castruccio faceva trasportare a Lucca i quadri e le statue, che dopo il risorgimento delle arti, formavano il migliore ornamento de' palazzi de' Fiorentini[108].
Era giunto l'istante in cui Castruccio poteva anch'egli provocare i Fiorentini celebrando i giuochi presso le loro porte, com'erasi praticato da Cardone presso Pistoja. Uno spazio lungo un miglio la strada di Peretola a Fiorenza era stato sempre destinato alle corse dei cavalli. Vien tesa una corda a traverso al ponte alle mosse[109], e dietro alla corda cavalli barbari ornati di nastri e di fiori aspettano fremendo d'impazienza, che cadendo la corda loro apra l'arringo: allora slanciansi soli e senza condottieri nell'arena, e la scorrono con un'emulazione, una passione così calda per la gloria, che non crederebbesi propria che degli uomini. Fu in questo luogo medesimo consacrato dalle feste di molte generazioni, che Castruccio pose, il giorno di san Francesco, tre premj per la corsa; il primo ai cavalieri, il secondo ai pedoni, e l'ultimo, per insultare più vivamente i nemici, alle cortigiane. Voleva così dare a conoscere che gli esseri più deboli e più vili della sua armata potevano senza pericolo insultare i nemici. Sebbene i Fiorentini avessero entro le loro mura forze maggiori di quelle di Castruccio, erano in modo scoraggiati per la fresca disfatta, che non osarono uscire dalle loro porte per disturbare la festa[110].
Dopo la vittoria Azzo Visconti era tornato a Lucca; di dove, poi ch'ebbe ricevuto venticinque mila fiorini pel soldo e per il premio dovuto alla sua truppa, aveva raggiunto Castruccio. Voleva anch'esso vendicarsi dei giuochi dati due anni prima dai Fiorentini alle porte di Milano, quando Raimondo di Cardone assediava quella città[111]; ed il giorno 26 di ottobre ricominciò presso alle mura le corse de' cavalli. Ma i Fiorentini non potevano persuadersi che l'armata nemica fosse ritornata per questo solo motivo, e sospettavano che i prigionieri di Castruccio avessero voluto comperare la libertà con qualche tradimento, ed erano agitati da mortali inquietudini. Intanto la città era in modo affollata di contadini, che avevano dovuto abbandonare la campagna, che vi si manifestò una crudele epidemia. La signoria proibì in tale occasione gl'inviti ai funerali per non occupare la città con sì triste dovere, che avrebbe dovuto rinnovarsi ogni ora, e per non ispaventare gli ammalati facendo loro sapere quanti ne perivano ogni giorno[112].
Dopo avere saccheggiato tutto il piano di Fiorenza ed il territorio di Prato, come pure una parte di Val di Marina dall'altra parte dell'Arno, Castruccio fortificò Signa, ove lasciò guarnigione, e condusse a Lucca i suoi prigionieri con un ricchissimo bottino. Scelse pel suo trionfale ingresso in Lucca il giorno di san Martino, patrono della cattedrale di quella città, e diede a quest'ingresso la magnificenza di un trionfo. Conducevasi tuttavia il carroccio dalle armate, sebbene più non si facesse dipendere l'onore o la sorte delle battaglie dalla conservazione di questo sacro carro, dopo che non veniva più difeso dalla migliore infanteria. Il carroccio di Fiorenza preso nella battaglia d'Altopascio precedeva la comitiva. I buoi che vi stavano aggiogati, erano coperti di rami d'ulivo e di tappeti collo stemma di Fiorenza, ma questi stemmi erano capo volti come ancora quelli che ornavano il carro. La campana Martinella[113] che doveva suonar sempre in tempo della battaglia, suonava ancora in tempo di questa marcia umiliante: veniva dietro al carro Raimondo di Cardone coi principali prigionieri fiorentini i quali portavano de' torchi, che deposero avanti all'altare di san Martino. Frattanto le dame lucchesi erano uscite incontro a Castruccio, felicitando il vincitore colle loro acclamazioni. I prigionieri che ornarono il trionfo, furono obbligati a riscattarsi dalla loro prigionia, lo che produsse al signore di Lucca la somma di quasi cento mila fiorini, che gli furono utili per continuare la guerra[114].