CAPITOLO XXXI.
La Sardegna tolta ai Pisani dal re d'Arragona. — Il duca di Calabria, signore di Fiorenza. — Spedizione in Italia dell'imperatore Luigi di Baviera. — Grandezza e morte di Castruccio Castracani.
1324 = 1328.
L'attaccamento che i Pisani avevano mostrato pel partito ghibellino, il loro zelo per Federico II, Corrado, Manfredi e Corradino, ed i sagrificj fatti per Enrico VII gli avevano chiamati a figurare eminentemente nella politica continentale dell'Italia. Erano essi stati lungo tempo capi della fazione ghibellina in Toscana, e gli sforzi fatti per questa causa avevano pienamente pareggiata, e talvolta superata la loro possanza e la loro ricchezza: perciò, mentre s'indebolivano nelle guerre del continente, avevano dovuto sempre più abbandonare il commercio e l'impero del mare, da cui riconoscevano la loro grandezza. Dopo la battaglia della Meloria avevano rinunciato alla guerra coi Genovesi, e l'antica rivalità dei due popoli era spenta in tal modo, che i Pisani non approfittarono delle guerre civili che desolarono Genova per ricuperare la perduta superiorità. A poco a poco i più lontani possedimenti della repubblica furono abbandonati; cessarono d'essere i più ricchi commercianti di Costantinopoli e dell'Arcipelago; rinunciarono ai loro banchi della Siria, sentendosi incapaci di proteggere i loro stabilimenti contro i Musulmani, e la navigazione contro i corsari; si astennero dal commerciare col regno di Napoli dove, in odio del nome ghibellino, non erano sofferti dalla regnante famiglia d'Angiò; nè poterono vantaggiosamente sostenere in Sicilia la concorrenza coi Siciliani medesimi protetti da' Catalani. L'Africa soltanto restava loro aperta colle isole di Sardegna e di Corsica che avevano altra volta conquistate; ma nell'istante in cui Castruccio, dopo averli impegnati in una guerra contro i Guelfi, aveva cercato di sorprendere la loro città, la Sardegna veniva attaccata da un potente monarca, che fino a quel tempo avevano risguardato come loro alleato.
Nel 1295, Bonifacio VIII aveva accordato a Giacomo, re d'Arragona, l'investitura della Sardegna, per allettare questo monarca ad abbandonare suo fratello Federico di Sicilia. Ma questa ingiusta mercede d'un vergognoso contratto non gli si era poi data, ed i soccorsi dalla repubblica di Pisa sempre somministrati ai principi arragonesi di Sicilia, avevano fatto scordare questo progetto d'usurpazione, allorchè alcuni feudatarj dei Pisani in Sardegna istigarono Alfonso d'Arragona, figlio del re Giacomo, ad intraprendere la conquista della loro isola.
La Sardegna non era per i Pisani che una colonia di commercio; al quale oggetto avevano fortificate alcune città marittime e specialmente Città di Chiesa e Castro di Cagliari ove tenevano guarnigioni per difesa dei loro banchi. Il rimanente dell'isola era posseduto da feudatarj investiti dalla repubblica, i quali per altro si mostravano poco ben affetti alla metropoli, della quale erano molti di loro originarj; meno poi ubbidivano alle sue leggi. I più potenti feudatarj erano il giudice d'Arborea che possedeva ancora Oristagni, e teneva sotto di lui il terzo della Sardegna. Quello che allora regnava era Ugo Bassi dei Visconti[115]; e perchè questi era un bastardo di quell'illustre famiglia, la repubblica gli aveva fatti pagare per l'investitura del feudo dieci mila fiorini[116]. Costui, tenendosi offeso di questo procedere del governo pisano, offrì agli Arragonesi la Sardegna ed impegnò segretamente nella loro alleanza i marchesi Malespina ed i Doria possessori di vasti feudi nell'isola. Quando Alfonso ebbe fatti i necessarj apparecchi, fu il primo a darne avviso alla repubblica, chiedendole soccorsi; ma distribuì i soldati mandati dai Pisani ne' suoi castelli; ed il giorno 11 d'aprile del 1323, quando ebbe notizia dell'avvicinamento d'Alfonso, fece massacrare tutti i Pisani soldati e mercanti che abitavano ne' suoi stati, ed aprì i porti alla flotta arragonese[117].
Il re Alfonso aveva chiesti soccorsi al papa per far l'impresa della Sardegna, quasi che si trattasse di una guerra sacra; ma Giovanni XXII erasi limitato ad invitare l'Arragonese a far valere le sue ragioni innanzi ai tribunali ecclesiastici[118]. Il re era entrato in negoziazioni con un conte di Donoratico che aveva molti possedimenti in Sardegna; aveva sedotti due Visconti del ramo di Roccabertino, finalmente aveva aggiunti tutti i mezzi di seduzione e di tradimento ad una forza superiore. Il 30 di maggio aveva abbandonate le coste dell'Arragona con sessanta navi da guerra, venti palandre per la cavalleria, e trecento navi di trasporto. Conduceva su questa flotta mille cinquecento cavalieri e più di dodici mila pedoni. Il terzo della Sardegna fu ceduta agli Arragonesi dal giudice d'Arborea e da Doria; ma le città di Cagliari, Castro e città di Chiesa si prepararono ad una vigorosa difesa, come pure Terra nuova, Acqua fredda e Giojosa-Guardia; ed i Sismondi d'Oleastro armarono i loro vassalli per secondare le truppe della repubblica[119].
I Pisani, minacciati dalla lega guelfa di Toscana e da Castruccio, il solo Ghibellino di questa contrada; traditi dai loro vassalli ed attaccati dalla potente casa d'Arragona, senz'essere in pace colla casa rivale di Napoli, non disperarono però di difendere la Sardegna. Armarono trentadue galere che mandarono nel golfo di Cagliari; ma l'ammiraglio della repubblica, trovandolo occupato dalla flotta catalana assai più numerosa della sua, si credette abbastanza fortunato d'essersi sottratto ad un attacco dopo avere sbarcato Manfredi, figlio del conte Nieri della Gherardesca, con trecento cavalli tedeschi e duecento arcieri, che si gettarono in Cagliari[120].
L'armata arragonese aveva contemporaneamente intrapreso l'assedio di Cagliari e di Città di Chiesa, che si difesero ostinatamente otto mesi: l'eccessivo calore, le acque e l'aere corrotti cagionarono tra gli assedianti terribili malattie, che distrussero dodici mila uomini[121]. Finalmente Città di Chiesa capitolò il 7 febbrajo del 1324; e la guarnigione uscì cogli onori di guerra e si unì a quella di Cagliari per continuare la difesa di questa seconda piazza.
Intanto Manfredi della Gherardesca, ch'erasi portato a Pisa per avere nuovi soccorsi, ricomparve il giorno 25 di febbrajo nel golfo di Cagliari con una flotta di cinquantadue vascelli che aveva a bordo, cinquecento cavalli e due mila arcieri. Sbarcò senza trovar resistenza la sua gente, e marciò verso Castro di Cagliari per costringere gli Arragonesi a levare l'assedio. Di fatti Alfonso abbandonò i suoi trincieramenti e si fece incontro ai Pisani fino a Luco Cisterna. Colà le due armate vennero alle mani il 28 febbrajo, e, dopo una lunga ostinata battaglia, gli Arragonesi, superiori di forze, rimasero finalmente vittoriosi. Manfredi, sebbene ferito, potè entrare in Castro con circa cinquecento soldati, ed il rimanente della sua armata fu dispersa. Le navi da trasporto della sua flotta caddero in potere degli Arragonesi, i quali attaccarono i feudatarj fedeli ai Pisani e ne occuparono le province. A quest'epoca molti di costoro furono spogliati delle piccole sovranità che possedevano fin dall'epoca in cui la Sardegna era stata tolta ai Saraceni: ma perchè in un paese mezzo barbaro il potere de' signori ereditarj è il solo che venga rispettato, gli Arragonesi credettero più utile consiglio il fare la pace con questi capitani indipendenti, che lo spogliarli de' loro dominj, onde trovansi ancora per molti anni ne' fasti della Sardegna i nomi delle famiglie pisane[122].
Appena terminata la battaglia di Luco Cisterna, Alfonso riprese l'assedio di Castro di Cagliari, di cui Manfredi, poichè fu guarito delle sue ferite, prese il comando. Egli tentò di sturbare con una vigorosa sortita le operazioni degli assedianti, sorprese il loro campo e vi sparse il disordine, ma le vecchie bande de' Catalani non tardarono a circondarlo da ogni parte. Di cinquecento cavalli ch'egli comandava, trecento perirono sul campo di battaglia; ed egli stesso, mortalmente ferito, ricondusse gli avanzi della sua gente in Castro, ove morì dopo pochi giorni. Gli assediati, perduta ogni speranza di soccorso, domandarono di capitolare[123].
Alfonso, che aveva di già perduti quindici mila uomini e che sperava di consolidare colla pace la sua conquista, accordò agli assediati onoratissime condizioni. Castro di Cagliari dovea rimanere alla repubblica pisana a titolo di feudo dipendente dal re, e le private possessioni possedute dai Pisani nell'isola doveano rimaner pure in piena loro proprietà: ma la repubblica dovea riconoscere Alfonso come re di Sardegna. Queste condizioni essendo state accettate dalla signoria, fu ben tosto fatta la pace; ma Alfonso ne approfittò per fortificare all'ingresso del porto di Cagliari un castello ch'egli intitolò Bonaria, o Aragonetta, il quale signoreggiava talmente l'ingresso di Castro, che i vascelli, le vittovaglie e le mercanzie non potevano giugnere ai Pisani senza il permesso degli Arragonesi.
La guarnigione di Bonaria non tardò ad abusare arrogantemente del vantaggio della sua posizione. L'anno seguente s'impadronì di alcune navi che i Pisani mandavano a Cagliari[124], onde la repubblica fu forzata a ricominciare la guerra per vendicare questa fresca ingiuria. Spossata affatto dalle precedenti disfatte, riclamò l'assistenza de' Ghibellini genovesi, che, rifuggiati a Savona, sussistevano colla professione delle armi. Col loro soccorso i Pisani equipaggiarono una flotta di trentatre galere e ne affidarono il comando a Gasparo Doria. Questa flotta incontrò il giorno 29 dicembre gli Arragonesi nel mare Sardo, e la fortuna fu ancora per l'ultima volta contraria ai Pisani. Furono prese otto galere, e le altre si ritirarono assai danneggiate dopo aver perduti molti soldati e marinai. I Genovesi guelfi e ghibellini furono egualmente sensibili all'affronto fatto alla bandiera della nazione, e poco mancò che il desiderio d'umiliare i Catalani non riconciliasse le due fazioni, spegnendo quell'odio che da tanto tempo le armava l'una contro l'altra[125]. Ma i Pisani non furono in istato di aspettare questa tarda riconciliazione. Il castello di Castro, ultimo possedimento della repubblica in Sardegna, venne ceduto agli Arragonesi, e nel susseguente anno fu, colla mediazione del papa, conchiusa la pace. La repubblica di Pisa abbandonò la Sardegna al re d'Arragona, e furono rilasciati reciprocamente i prigionieri senza taglia[126].
Una piccola parte della Toscana riacquistava con questo trattato di pace la tranquillità. Tutti gli altri stati di questa provincia erano in allora scossi dall'ambizione di Castruccio; e la parte guelfa, abbattuta per la disfatta dei Fiorentini ad Altopascio, ebbe poche settimane dopo, mentre cercava di rifarsi, un nuovo infortunio nello stato di Bologna.
La lega de' signori ghibellini di Lombardia attaccava Bologna con un accanimento eguale a quello di Castruccio contro i Fiorentini. Romeo de' Pepoli era morto in esiglio, ma i di lui figliuoli non erano stati abbandonati dai signori di Lombardia; Passerino Bonacossi, Cane della Scala, ed il marchese d'Este erano entrambi nel Bolognese con un'armata, cui si congiunse Azzo Visconti che ritornava da Lucca. I Ghibellini avevano due mila ottocento cavalli, ai quali i Bolognesi non potevano opporre che due mila duecento; ma la loro infanteria di oltre trentamila uomini sopravanzava d'assai quella de' loro nemici. La disfatta avuta dai Fiorentini ad Altopascio mosse i Bolognesi, persuasi d'essere loro riservato l'onore di vendicare la parte guelfa, ad affrettare la battaglia. Malgrado le calde istanze de' Fiorentini che loro mandavano molte truppe, il 15 novembre offrirono la battaglia ai Ghibellini alle falde del Monteveglio, e furono rotti. Perirono o furono fatti prigionieri cinquecento cavalieri e mille cinquecento fanti; e tra i prigionieri contaronsi Malatestino da Rimini loro generale e podestà, ed i più ragguardevoli cittadini. I principi lombardi dopo la loro vittoria cinsero Bologna d'assedio, ma non tardarono ad accorgersi che le loro forze non bastavano contro una città così potente, e si ritirarono con un ricchissimo bottino[127].
L'antico capo della lega guelfa in Italia solo non prendeva parte alla guerra generale ed alle disfatte della sua parte. Roberto, re di Napoli, poi ch'ebbe lasciata Genova l'anno 1319, erasi trattenuto parecchi anni in Provenza, per sottomettere alle sue pratiche la corte d'Avignone ed assicurare la sua influenza sopra il papa. Era partito finalmente alla volta di Napoli in aprile del 1324 con una flotta di 45 vascelli, e, passando per Genova, erasi fatto riconfermare per altri sei anni la signoria di quella città[128].
Un'ambascieria della repubblica fiorentina giunse a Napoli ed espose al re i gravissimi pericoli de' suoi alleati i Guelfi di Toscana. Gli esposero quali fossero le forze e l'ambizione di Castruccio, l'unione ch'egli aveva stabilita nella sua fazione, e quali ajuti aveva ottenuti dai Ghibellini di Lombardia. Gli ricordarono i servigi che i Fiorentini avevano resi alla casa d'Angiò, quando i dominj del re erano stati minacciati in Piemonte, e quando non avevano temuto di provocare Castruccio per allontanarlo da Genova, ove Roberto trovavasi assediato. Finalmente gli domandarono, in virtù de' trattati che essi avevano sempre fedelmente osservati, i soccorsi da lui dovuti alla lega guelfa. Ma il re di Napoli sapeva egualmente approfittare dei disastri e delle prosperità de' suoi alleati. Attribuì il suo raffreddamento e le perdite de' Fiorentini alla mancanza loro che avevano lasciata spirare nel 1321 la sua signoria: soggiugneva d'essere sempre disposto a difenderli, ma che la sua real dignità e lo stesso vantaggio della fazione non gli permettevano di prender parte alla guerra che in qualità di capo. Chiese in somma ch'egli, o suo figlio il duca di Calabria, fossero investiti dalla repubblica di assoluti poteri. I consigli di Fiorenza, costretti di comperare l'ajuto dei loro alleati a così caro prezzo, scelsero di preferenza per loro signore il duca di Calabria, Carlo, unico figlio del re, e cercarono nelle loro convenzioni d'allontanare ogni arbitrio dall'autorità che gli confidavano, e di conservare intatta la libertà della repubblica. Chiesero che mantenesse al suo soldo mille cavalieri d'oltremonti finchè durerebbe la guerra; e che in tempo di pace lasciasse in città quattrocento cavalieri sotto gli ordini del suo luogotenente. Gli furono assegnati duecento mila fiorini nel primo periodo e cento mila nel secondo. La signoria del duca di Calabria doveva durare dieci anni, cominciando il 13 gennajo del 1326, giorno in cui fu firmato il trattato[129].
Un luogotenente del duca di Calabria venne prima di lui in Toscana per prendere possesso della signoria di Fiorenza. Era questi Gualtieri di Brienne, duca titolare d'Atene, e figlio di quello ch'era stato ucciso del 1311 nella grande battaglia di Cefiso, quando i Catalani conquistarono il suo ducato[130]. Venne accompagnato da quattrocento cavalieri francesi; ed i Fiorentini gli giurarono fedeltà, e gli permisero di nominare, a nome del duca Carlo, una nuova signoria[131].
Il duca di Calabria giunse in Toscana verso la metà dell'estate con intenzione di unire tutte le comuni guelfe sotto una sola direzione. Approfittò del suo viaggio a Siena per chiedere la signoria di quella città, che gli fu accordata solamente per cinque anni e sotto più gravi condizioni che quelle imposte da' Fiorentini[132]. Il 30 luglio entrò solennemente in Fiorenza accompagnato dai più grandi signori del regno delle due Sicilie, e da duecento cavalieri dello speron d'oro. Aveva sotto i suoi ordini mille cinquecento cavalli, che aggiunse a quelli condotti pochi mesi prima dal duca d'Atene[133].
Questa bella armata, che fu ben tosto ingrossata dalle truppe ausiliarie di tutti i Guelfi toscani, avrebbe potuto tentare qualche fatto d'importanza, approfittando della presente malattia di Castruccio; ma il duca si ristrinse a far ribellare due castelli della montagna pistojese, che furono ben tosto ritolti; ed a impegnare Spinetta Malaspina in un tentativo sopra la Lunigiana ove fu respinto con perdita[134]. Frattanto Carlo di Calabria faceva sopra i suoi alleati le conquiste che far non sapeva sui nemici dello stato. Ridusse molte città soggette ai Fiorentini, Prato, san Gemignano, Samminiato e Colle, a darsi a lui direttamente[135]. Impose nuovi tributi, e costò alla repubblica quattrocento cinquanta mila fiorini all'anno, invece dei duecento mila, che gli erano stati accordati; spogliò i priori di quasi tutte l'autorità costituzionali; abolì le leggi sontuarie intorno al lusso delle donne; finalmente si rese tanto più odioso che non compensò tante vessazioni con alcuna vantaggiosa impresa contro Castruccio[136].
La città di Bologna seguì, dopo alcuni mesi, l'esempio datole dai Fiorentini, e cercò di assicurarsi una potente protezione, assoggettandosi alla signoria di uno dei capi di parte guelfa; e chiamò in suo ajuto il cardinale Bertrando del Poggetto, legato del papa in Italia. Questi dal 1322 in poi era stato potentemente secondato da Vergusio Landi, una volta capo de' Ghibellini di Piacenza, ma ch'era passato alla parte guelfa per vendicarsi di Galeazzo Visconti, seduttore di sua moglie. Tortona, Alessandria, Piacenza, Parma, Reggio e Modena eransi successivamente date alla chiesa per tutto il tempo che l'impero rimarrebbe vacante. Bologna anch'essa aprì le sue porte al cardinale legato, conferendogli, il giorno 8 febbrajo del 1327, la signoria della città e del territorio[137].
Ma in questo medesimo tempo andava condensandosi all'estremità della Lombardia una tempesta che poteva ruinare tutto il partito guelfo. Era giunto a Trento Luigi di Baviera, l'imperatore eletto in febbrajo del 1327, ove aveva presieduta un'adunanza de' principali Ghibellini d'Italia. Marco Visconti, Passerino Bonacossi, Obizzo marchese d'Este, Guido Tarlati, vescovo d'Arezzo, e Cane della Scala eransi recati presso l'imperatore, come pure gli ambasciatori di Federico re di Sicilia, di Castruccio e de' Pisani. Luigi aveva promesso di venire a Roma a prendere la corona imperiale, ed i Ghibellini gli avevano promesso un dono di cento cinquanta mila fiorini per ispesare la sua truppa[138].
Luigi di Baviera sembrava allora in istato d'intraprendere esterne guerre, e di vendicarsi del papa che lo aveva tanto crudelmente oltraggiato. Il suo rivale, Federico d'Austria, dopo una lunga prigionia a Trausnitz, erasi finalmente stancato della sua schiavitù. Luigi lo aveva visitato nella sua prigione l'anno 1325, avevagli offerta la libertà, non domandando altra ricompensa che la sua amicizia ed alleanza. Una condotta così generosa toccò il cuore di Federico, che riconobbe Luigi per suo imperatore, obbligandosi a difenderlo verso tutti e contro di tutti, anche contro quello, diceva egli, che si dà il titolo di papa. Molti de' suoi baroni eransi fatti garanti delle sue promesse, e la sua figlia aveva sposato il figlio di Luigi[139]. Invano Giovanni XXII annullò questo trattato; invano Leopoldo, fratello del duca d'Austria, continuò la guerra; che Federico fu fedele alle sue promesse: i due rivali diventati amici sinceri ebbero comuni la tavola ed il letto, e furono in procinto di dividere tra di loro la dignità imperiale[140].
Ne' cinque anni, ch'erano corsi dopo la battaglia di Muhldorf, Luigi aveva sforzati gli altri principi della casa d'Austria a fare la pace, ed aveva sventati gl'intrighi del papa in Germania. Era chiamato in Italia non meno dal desiderio della vendetta, che da quello di sanzionare i suoi diritti all'Impero, facendosi coronare a Roma. Vero è che, indebolito da lunghe guerre, era povero di gente e di danaro; ma il paese che visitava, era una ricca miniera, onde sperava che la cupidigia più che l'ubbidienza avrebbe strascinato in folla i Tedeschi in quelle ricche contrade, per dividerne le spoglie.
L'imperatore eletto apparecchiandosi ad attaccare il papa, il suo più implacabile nemico, lo aveva già indicato nell'assemblea di Trento come prete sacrilego ed eretico, usurpatore del supremo pontificato, che i Cristiani dovevano rifiutare. Un partito numeroso erasi nella chiesa rivoltato contro Giovanni XXII, nè l'accusa d'eresia era nuova. Questo papa, ambizioso e cupido troppo più che non si conveniva a principe cristiano, aveva non pertanto molto zelo per la fede; ma egli credeva di esserne l'oracolo, e le opinioni da lui adottate erano spesse volte in aperta opposizione con quelle de' suoi dottori. Così trovavasi in allora impegnato in una disputa coi Francescani, o frati Minori, intorno alla povertà di Gesù Cristo. Questi monaci, che in forza dei loro voti abiuravano ogni proprietà, pretendevano che gli alimenti che mangiavano, non fossero una loro proprietà, nè pure nell'istante in cui li mangiavano, e che Gesù Cristo aveva loro dato l'esempio di questa suprema povertà. Per lo contrario il papa sosteneva che Gesù Cristo aveva avute alcune proprietà sia personali, sia comuni coi suoi Apostoli, e che i Francescani non potevano schivare che le cose appropriate al loro uso non fossero altresì loro proprietà. I Domenicani erano per l'opinione del papa, ma molti fedeli inclinavano a credere che negando a Cristo una suprema povertà si attentasse alla sua gloria; onde i Francescani, ostinandosi nella propria credenza, avevano condannato il papa come eretico e scomunicato. Giovanni XXII, che attaccava una crudele importanza a questa disputa di parole, fece bruciare i più ostinati tra questi frati e spogliò l'ordine di tutti i suoi beni per ridurlo a quella evangelica povertà, di cui tanto si gloriava[141].
Indipendentemente dai frati Minori, ancora altri teologi prendevano le parti di Luigi di Baviera. E questi erano coloro che, stomacati dalle usurpazioni della santa sede, sostenevano l'indipendenza delle autorità secolari, ed anche la loro superiorità sul papa. Scrissero con molta energia e molta eleganza intorno a quest'argomento Marsilio di Padova, medico di Luigi, e Giovanni Gianduno o di Gand, suo consigliere; ma le loro opinioni furono condannate come eretiche dalla corte romana[142].
Incoraggiato dalle esortazioni de' suoi teologi e de' frati Minori, e sicuro degli ajuti de' Ghibellini, Luigi di Baviera entrò in Italia senza danaro e col seguito di soli seicento cavalli. Ma Cane della Scala, signore di Verona, Passerino de' Bonacossi, signore di Mantova, ed il marchese d'Este, signore di Ferrara, gli vennero incontro colla loro cavalleria, e presero assieme la strada di Milano, ove il re de' Romani ricevette il 30 maggio la corona di ferro nella basilica di sant'Ambrogio dalle mani dei vescovi d'Arezzo e di Brescia, dal papa già deposti e scomunicati[143].
Dacchè Galeazzo Visconti, signore di Milano, aveva vinto Raimondo di Cardone in una grande battaglia e fattolo prigioniere, poco più temeva gli attacchi de' Guelfi. La sua potenza li teneva lontani da' suoi stati, ed altronde manteneva una segreta corrispondenza colla corte di Roma, cui faceva sperare che, abbandonato il partito dell'imperatore, riconoscerebbe dalla chiesa la sua autorità. Ma Galeazzo aveva trovati nuovi nemici nella propria famiglia. Quel Lodrisio Visconti, suo parente, che lo aveva scacciato da Milano, poi richiamato del 1322, non sapeva nè sottomettersi al governo dispotico di Galeazzo, nè acconsentire al trattato che gli vedeva stringere col papa. Pretendeva Marco Visconti, fratello di Galeazzo, di dividere con lui la sovranità rassodata col suo valore e colle sue vittorie; e la gelosia tra i due fratelli era poc'a poco declinata in aperto odio. I nobili milanesi credevansi avviliti dall'innalzamento di una famiglia poc'anzi loro eguale, il popolo non aveva dimenticata l'antica libertà, e per ultimo gli altri capi ghibellini di Lombardia, Cane Passerino e Franchino Rusca, tiranno di Como, eransi alienati da Galeazzo, dopo che i suoi trattati colla corte pontificia avevano risvegliata la loro diffidenza. Luigi di Baviera nell'adunanza di Trento, poi a Como ed a Milano, era stato richiesto da tutti coloro che lo circondavano di privare Galeazzo del principato[144].
Finchè Luigi di Baviera guerreggiò in Germania per farsi riconoscere re de' Romani, la sua condotta era stata libera, leale, onorata, e talvolta generosa. In Italia, per lo contrario, fu quasi sempre perfida e venale. Pare che supponesse l'Italia, in certo modo, abbandonata al saccheggio: vedevasi circondato da tiranni che non conoscevano scrupoli, e si credeva anch'esso libero da ogni dovere. È cosa notabile che siasi quasi sempre fatto uso contro gl'Italiani di quella perfida politica che viene loro rimproverata, ed i loro nemici accrebbero fede a questa ingiusta riputazione di falsità per essere liberi da qualunque dovere verso gli accusati di mala fede. Luigi di Baviera doveva riconoscere in Galeazzo Visconti il più antico ed intrepido campione del partito ghibellino, pure non lasciò di tradirlo mentre da lui riceveva una generosa ospitalità: sedusse i contestabili delle truppe tedesche al di lui servizio, ed il 6 di luglio in una pubblica assemblea, dopo avergli aspramente rinfacciato di non avere ancora pagata la promessa contribuzione, lo fece arrestare unitamente a suo figlio e a due fratelli. Gli strappò di mano, col timore del supplicio, le chiavi di tutte le sue fortezze, indi lo mandò colla sua famiglia nelle terribili prigioni ch'egli medesimo aveva fatto fare a Monza[145].
Dopo ciò, Luigi ristabilì in Milano un simulacro di repubblica, facendo scegliere dalle ventiquattro tribù della città un consiglio di ventiquattro membri, cui diede per presidente Guglielmo di Monforte, governatore imperiale. Ma le grandi contribuzioni imposte per ordine del monarca fecero bastantemente comprendere ai cittadini, che non avevano altrimenti ricuperato il diritto di governarsi da sè stessi.
Così solenne tradimento poteva per altro avere per l'imperatore la triste conseguenza di staccare dal suo partito i capi ghibellini ai quali appoggiavasi tutta la sua fortuna, onde trovò necessario di giustificarsi in una dieta, adunata a quest'oggetto ad Orci nel territorio bresciano. Accusò Galeazzo d'aver voluto tradire la causa dei Ghibellini per favorire la chiesa, e produsse innanzi all'assemblea alcune carte che provavano le di lui negoziazioni col papa. Risvegliò l'animosità e la gelosia degli uditori contro il capo della casa Visconti, e si scolpò facilmente in su gli occhi di coloro che bramavano di trovarlo innocente. Chiese in appresso ed ottenne sussidj di danaro e di soldati; e, chiusa la dieta, s'incamminò verso la Toscana con mille cinquecento cavalieri tedeschi, la maggior parte de' quali erano stati al servizio di Galeazzo, e con cinquecento cavalieri somministrati dai tre signori ghibellini di Lombardia[146]. Passò il Po il 23 di agosto, e giunse a Pontremoli il primo di settembre, senza che il cardinale legato, che aveva più di tre mila cavalli nello stato di Parma, osasse opporsi alla sua marcia.
Castruccio era stato uno de' primi ad affrettare la discesa in Italia di Luigi di Baviera, e questi faceva grandissimo capitale de' consigli, del valore e de' soldati di così riputato capitano. Castruccio desiderava ardentemente l'arrivo dell'imperatore. Era stato a vicenda tribolato dagl'intrighi e dalle armi del potente suo vicino il duca di Calabria, signore di Fiorenza; aveva più che mai bisogno degli esterni ajuti per difendersi contro la maggioranza delle forze che l'unione dei Napoletani dava ai Guelfi di Toscana. Una delle più potenti case di Lucca, i Quartigiani, che, sebbene originariamente Guelfi, avevano contribuito all'innalzamento di Castruccio, avevano preso parte contro di lui in una trama ordita dal duca di Calabria. Nuovi progetti di ambizione, o fors'anco il desiderio di tornare in libertà la loro patria gli aveva alienati dal signore di Lucca, il quale, scoperta la loro congiura, ne condannò venti ad orribile supplicio, facendoli sotterrar vivi col capo allo in giù. Altri cento furono esiliati, e qui si fermarono le indagini di Castruccio per timore di scoprire più colpevoli che non avrebbe voluto[147].
Dall'altro canto un'armata guelfa di due mila cinquecento cavalli e dodici mila fanti aveva conquistati santa Maria a Monte ed Artiminio, e minacciava i territorj di Lucca e di Pistoja, quando, avuto avviso dell'avvicinamento dell'imperatore, si ritirò bruscamente verso Fiorenza[148]. Liberato Castruccio da tanto pericolo, corse incontro a Luigi, facendogli portare a Pontremoli magnifici regali. Gli aprì le porte del castello di Pietra santa, di dove, lasciata Lucca a sinistra, gli fece prendere la strada di Pisa.
I Pisani più non conservavano quel primo caldo attaccamento al partito ghibellino, di cui avevano date in addietro così luminose prove. Erano spossati dalla guerra sarda, durante la quale erano stati abbandonati dagli antichi alleati e traditi da Castruccio, onde desideravano di tenersi amici i Fiorentini coi quali eransi di fresco rappacificati. Temevano inoltre la collera del papa, da cui erano stati per lo stesso motivo altre volte scomunicati; per le quali cagioni gli ambasciatori mandati al congresso di Trento, invece d'invitare l'imperatore nella loro città, gli avevano offerti sessanta mila fiorini per prezzo della loro neutralità ed indipendenza. La condotta tenuta da Luigi verso Galeazzo Visconti accresceva la diffidenza dei Pisani, i quali per non essere, come il signore di Milano, traditi dai Tedeschi che tenevano al loro soldo, li privarono dei loro cavalli e delle armi. Pure, così consigliati da Guido dei Tarlati, vescovo d'Arezzo e loro alleato, mandarono a Ripafratta, posta al confine dello stato lucchese, tre nuovi ambasciatori a Luigi[149].
Castruccio, che non aveva rinunciato al progetto d'assoggettarsi Pisa, consigliò l'imperatore a non accogliere i deputati di quella repubblica, rifiutando il loro danaro e le loro offerte: e mentre i deputati tornavano a Pisa, li fece arrestare al passaggio del Serchio, protestando che li tratterebbe come ostaggi e li farebbe morire, se la patria loro non apriva le porte al re de' Romani[150]. Il vescovo d'Arezzo che aveva impegnata la sua fede per la loro sicurezza, chiese a Luigi che fossero posti in libertà. Con siffatta violazione del diritto delle genti, diceva egli, veniva compromessa la sua parola, sagrificato l'onore del monarca, e tutti gli antichi Ghibellini, spaventati da questa mancanza di fede, abbandonerebbero la causa del capo dell'Impero, invece di esporsi per la medesima. Tali dovevano essere per Luigi IV le conseguenze de' consigli di Castruccio, cui ciecamente si abbandonava. Il capo dell'Impero, soggiugneva il vescovo d'Arezzo, avrebbe dovuto ricordarsi che la sua politica niente aver doveva di comune con quella d'un usurpatore, che tutto sagrificava all'interesse personale ed al bisogno presente, d'un tiranno pel quale il ben pubblico, l'onore, la probità, la riconoscenza e la speranza non erano che nomi vuoti di senso. Castruccio irritato rispose con violenza che non s'aspettava ad un vile il dirigere i guerrieri, nè ad un traditore il predicare la virtù: che il vescovo d'Arezzo colle sue pratiche coi Fiorentini era bastantemente convinto di mala fede o di piccolo cuore, e che s'egli avesse voluto attaccare Fiorenza dalla banda delle montagne, mentre Castruccio la stringeva dalla parte del piano, il partito guelfo sarebbe in Toscana affatto spento. In questa calda disputa Luigi si decise per Castruccio[151]. Guido dei Tarlati abbandonò all'istante il campo imperiale e la causa di Luigi; ma col cuore ulcerato dall'indegnità del trattamento fattogli, dall'ingratitudine de' suoi amici e dai rimorsi di avere portate le armi contro la chiesa, fu sorpreso da grave malattia che lo condusse a morte in capo a pochi giorni mentre trovavasi a Montenero. Gli Aretini che erano stati felici sotto il di lui governo, affidarono la carica di capitano della loro città ad uno de' suoi nipoti, Pietro Saccone Tarlati, signore di Pietramala, il più valoroso de' gentiluomini che conservavano tuttavia inviolata la loro indipendenza nelle montagne[152].
Mentre i Pisani stavano aspettando i loro ambasciatori, Luigi di Baviera e Castruccio alla testa dell'armata ghibellina si presentarono alle porte della loro città. La signoria le fece subito chiudere, rifiutandosi di ricevere l'imperatore; il quale, risoluto d'intraprenderne l'assedio, si accampò alla sinistra dell'Arno. Castruccio occupò la riva destra; e due ponti di barche, uno sopra l'altro al di sotto della città, univano i due campi e terminavano la linea che chiudeva Pisa, mentre i distaccamenti di cavalleria approfittavano dell'inclinazione del popolo per la parte ghibellina, onde soggiogare tutti i castelli della repubblica. Frattanto la signoria era forzata a praticare certi ritegni che distruggevano le sue risorse; non osava chiedere soccorso di truppe al duca di Calabria per non rinunciare con tal passo al partito ghibellino; e non si attentava di levare nuove contribuzioni, e di prendere le energiche misure che potevano metter fine agl'intrighi de' suoi interni nemici. Dopo aver sostenuto un mese d'assedio, quando Luigi incominciava a scoraggiarsi il governo fu forzato a domandare la pace dalle grida della plebaglia, ammutinata dai capi del partito democratico per vendicarsi dell'essere stati da sett'anni in qua esclusi dall'amministrazione.
Onorevoli furono le condizioni accordate da Luigi ai Pisani; promise loro che nè Castruccio nè gli esiliati entrerebbero in città, ch'egli medesimo non promoverebbe verun cambiamento nel governo, e che la contribuzione pagabile da Pisa, siccome da tutte le città imperiali pel suo felice arrivo, sarebbe fissata in sessanta mila fiorini, che gli erano stati fin da principio offerti. A tali condizioni e dopo aver posti in libertà gli ambasciatori trattenuti da Castruccio, entrò pacificamente in Pisa il 10 ottobre facendo osservare alla sua armata la più severa disciplina. Ma que' medesimi cittadini che avevano costretta la signoria a far la pace, il conte Tazio, figliuolo di Gerardo di Donoratico, e Vanni, figliuolo di Banduccio Bonconti, che volevano pur vedere rovesciato il presente governo, adunarono tumultuariamente un parlamento, che annullò la capitolazione accordata dall'imperatore, richiamò gli esiliati, e permise a Castruccio l'ingresso in città. Il primo atto di sovranità esercitato da Luigi di Baviera sopra la repubblica fu una contribuzione di cento cinquanta mila fiorini[153].
Luigi visitò in appresso Lucca e Pistoja; e per ricompensare lo zelo e la fedeltà di Castruccio, eresse in suo favore un ducato in Toscana, formato delle città di Lucca, Pistoja, Volterra e della Lunigiana. Diede l'investitura di questo nuovo ducato a Castruccio, il giorno di san Martino, accordandogli in pari tempo d'inquartare i suoi stemmi con quelli della Baviera[154].
La vicinanza dell'imperatore teneva Fiorenza inquieta assai, non dubitandosi che non fosse per manifestare il suo sdegno contro una repubblica, che tanto apertamente erasi dichiarata pel partito de' suoi nemici: pure non furonvi ostilità tra lui e il duca di Calabria. I due nemici di quasi eguali forze si guardavano con rispetto, e non cercavano occasioni di fare sperimento della propria forza. Luigi in sul finire di dicembre prese a traverso le Maremme la strada di Roma; mentre il duca, per avvicinarsi in pari tempo che l'imperatore a Roma ed a Napoli, seguiva la strada superiore di Siena, Perugia e Rieti. La piena dei fiumi ritardò la marcia dell'armata tedesca, e gli cagionò grandissime difficoltà, ma il duca non osò approfittarne. Il 2 gennajo 1328 finalmente Luigi arrivò a Viterbo, ove fu cordialmente accolto da Salvestro de' Gatti, signore ghibellino di questa città. Intanto il duca rientrò per la via dell'Aquila nel regno di Napoli, avendo lasciati in Fiorenza mille cavalli sotto gli ordini di Filippo da Sanguineto suo luogotenente[155].
Poichè Roma fu abbandonata dai papi, il suo governo degenerò in una irregolare oligarchia. Talvolta i ministri del papa o del re di Napoli vi esercitavano molta autorità; altra volta si disputavano il supremo potere le potenti famiglie dei Colonna, de' Savelli, degli Orsini. Per altro la costituzione della città avrebbe potuto risguardarsi come repubblicana e democratica: un magistrato forestiere che aveva il nome di senatore, era incaricato dell'amministrazione della giustizia; un consiglio di cinquantadue membri eletti dai rispettivi quartieri trovavasi alla testa dell'amministrazione, ed erano presieduti dal prefetto di Roma; finalmente veniva frequentemente consultata l'assemblea del popolo; ed il senatore, siccome i due capitani del popolo che lo ajutavano, venivano eletti dalla nazione. Tra i nobili, i Savelli erano ghibellini, guelfi gli Orsini, e dei due fratelli Colonna Stefano e Sciarra, il primo seguiva le parti del papa, l'altro quelle dell'imperatore. Quando seppesi in Roma la discesa di Luigi di Baviera in Italia, un movimento popolare aveva obbligato Napoleone Orsini e Stefano Colonna a ripararsi colle loro famiglie in Avignone, mentre Sciarra Colonna e Giacomo Savelli erano stati nominati capitani del popolo dai Ghibellini vittoriosi[156].
I deputati del senato romano si fecero incontro all'imperatore fino a Viterbo per istabilire le condizioni del suo ingresso in Roma: ma Luigi che si era assicurato l'appoggio dei capi del governo, e che non voleva nè scontentare il senato, nè legarsi con anticipate convenzioni, fece onestamente trattenere gli ambasciatori, e giunse egli stesso alle porte della città il giorno 7 gennajo del 1328, prima che fossero tornati: fu accolto dai Romani con infinito giubilo ed alloggiato in Vaticano. Il quinto giorno, fatto adunare tutto il popolo avanti al Campidoglio, commise al vescovo d'Aleria in Corsica di ringraziare in suo nome i Romani dell'attaccamento che gli mostravano. Questi promise che Luigi farebbe prosperare l'eterna città, ridonandole l'antica sua gloria. In appresso, di consentimento del popolo, stabilì che la ceremonia della sua incoronazione si farebbe la seguente domenica 27 di gennajo[157].
Nel giorno destinato Luigi partì da santa Maria Maggiore colla sua consorte Margarita di Hainault per recarsi in san Pietro di Vaticano. I capitani del popolo, i consiglieri e tutti i baroni di Roma, vestiti di drappi d'oro, aprivano il corteggio; venivano dietro al monarca quattromila cavalli che aveva seco condotti; e le strade che attraversava, erano addobbate di ricchissimi tappeti. Un legista seguiva l'imperatore, affinchè tutte le ceremonie si eseguissero conformemente alle leggi. Castruccio nominato cavaliere e conte del palazzo di Laterano per questa solennità, portava la spada dell'impero, ch'egli stesso doveva cingere al monarca. Era il capitano coperto di un abito di seta chermisì, con due brevi a grandi lettere d'oro sul petto e sulle spalle che ascrivevano a Dio la sua grandezza, e ne lasciavano l'avvenire alla provvidenza[158]. Giacomo Alberti, vescovo di Venezia o Castello, e Gerardo Orlandini, vescovo d'Aleria, l'uno e l'altro dal papa scomunicati e deposti, stavano aspettando Luigi a san Pietro per consacrarlo. Dopo questa cerimonia, Sciarra Colonna pose sulla di lui testa la corona dell'impero, e Luigi, quasi per prendere possesso della nuova dignità, fece leggere tre decreti, in forza dei quali prometteva di mantenere la purità della fede cattolica, di rispettare i preti e di conservare i diritti delle vedove e dei pupilli. Dopo ciò, tutto il corteggio tornò in Campidoglio. Aveva il popolo conferita al monarca per acclamazione la dignità di senatore di Roma, e questi la trasmise a Castruccio affinchè l'esercitasse in suo nome[159].
Immediatamente dopo la consacrazione, Luigi avrebbe dovuto marciare contro Napoli colle imponenti forze ch'egli comandava, e schiacciare il suo principale avversario, che non era in istato di resistergli lungamente: ma egli sentiva che la sua coronazione era di niun valore per l'aperta opposizione del papa. Diffidava de' proprj diritti, e cercava di assodarli ora con ridicole e talvolta scandalose formalità: intentò un processo contro il papa, additato col nome di prete, Giacomo di Cahors, lo citò al suo tribunale, e come colpevole d'eresia e di lesa maestà, lo condannò alla deposizione ed in seguito alla pena di morte[160]. Gli diede per successore un frate Minore, chiamato Pietro di Corvaria, che fece eleggere dal popolo e consacrare sotto nome di Nicolò V[161]. Ma mentre lasciava inutilmente passare, stando in Roma, la stagione di agire, Castruccio, il suo più fermo appoggio, era richiamato in Toscana da una rivoluzione che minacciavalo di rapirgli i suoi stati.
Il luogotenente del duca di Calabria a Fiorenza, Filippo da Sangineto, aveva la notte del 28 gennajo sorpresa Pistoja. Due emigrati guelfi di questa città gli avevano date le misure delle fosse e delle mura; i Guelfi di Pistoja avevano prese le armi ed aperta una breccia per far entrare la cavalleria fiorentina; e la guarnigione di Castruccio, non avendo potuto sostenersi nella fortezza, erasi ritirata a Serravalle. Ma l'armata di Sangineto, quasi tutta composta di Borgognoni, aveva crudelmente abusato della sua vittoria, saccheggiando dieci giorni continui la città senza risparmiare piuttosto i Guelfi che i Ghibellini: ed aveva tanto ben consumate tutte le sue munizioni ed i suoi magazzini, che si era spogliata di tutti i mezzi di difesa ove fosse stata attaccata dai nemici[162].
Non ebbe appena ricevuto l'avviso della perdita di Pistoja, che Castruccio partì alla volta della Toscana con mille cavalli e mille arcieri che aveva condotti a Roma per onorare l'imperatore. Giunto a Pisa, si appropriò il prodotto delle gabelle, ed impose nuove contribuzioni[163]. Aveva Luigi data all'imperatrice la sovranità di Pisa; ma quando un suo luogotenente si presentò per prendere possesso della signoria, Castruccio lo costrinse a ritirarsi, e corse la città alla testa della sua cavalleria, per sottometterla alla sua autorità[164]. Frattanto disponevasi ad assediare Pistoja; ed il 13 maggio mandò mille cavalli ed un grosso corpo d'infanteria con ordine di occupare le comunicazioni della piazza, ed in seguito fece avanzare la milizia di Pisa, indi passò egli stesso al campo col rimanente delle sue forze.
I Fiorentini irritati dalle vessazioni di Filippo da Sangineto, dal saccheggio di Pistoja, e dal vedere che la sovranità di quella terra veniva riservata al duca di Calabria, avevano rifiutato di approvisionarla a loro spese. Pure quando videro Castruccio disposto ad intraprenderne l'assedio, pentiti della loro ostinazione, adunarono una forte armata per vittovagliare Pistoja, difesa da trecento cavalieri e da mille fanti al loro soldo, sussidiati dai Guelfi della città[165]. Il 13 luglio l'armata Fiorentina composta di due mila seicento cavalli, e secondo alcuni di circa trenta mila pedoni[166], s'avvicinò alla città assediata, mandando a sfidare Castruccio a battaglia. Il signore di Lucca accettò garbatamente il guanto della sfida, e fissò il giorno ed il luogo della battaglia; ma perchè egli non aveva da opporre all'armata nemica che mille seicento cavalieri, invece di prepararsi alla battaglia, approfittò dell'indugio per fortificarsi nel suo campo, rendendone l'attacco quasi impossibile. Quando i Fiorentini nel giorno convenuto ebbero aspettato alcun tempo l'armata lucchese nel piano, e s'accorsero d'essere stati beffati, tentarono di forzarla ne' suoi trincieramenti, ma ne furono respinti con qualche perdita. Pensarono allora di obbligare Castruccio a levare l'assedio per venire a difendere i suoi stati trasportando improvvisamente la guerra nello stato di Pisa che mise a fuoco e sangue. Ma sapendo Castruccio che Pistoja non aveva vittovaglia che per pochi giorni, lasciò guastare le campagne e non abbandonò la sua posizione. In fatti gli assediati scoraggiati dalla partenza dell'armata guelfa, capitolarono, ed aprirono le porte della città al signore di Lucca il 3 agosto del 1328[167].
«Quando Castruccio, dice il Villani, ebbe riacquistata Pistoja per suo grande senno e studio e prodezza,... tornò alla città di Lucca con grande trionfo e gloria, e trovossi in sul colmo d'essere temuto e ridottato e bene avventuroso di sue imprese più che fosse stato nullo signore o tiranno italiano, passati molti anni; e con questo signore della città di Pisa e di Lucca e di Pistoja e di Lunigiana e di gran parte della Riviera di Genova di levante, e trovossi signore di più di trecento castella murate. Ma come a Dio piacque il quale per debito di natura ragguaglia il grande col piccolo, e 'l ricco col povero, per soperchio di disordinata fatica prese nell'oste a Pistoja, stando armato, andando a cavallo e talora a piè a sollecitare le guardie o a' ripari della sua oste, facendo fare fortezze e tagliate, e talora cominciava colle sue mani, acciò che ciascuno lavorasse al caldo del sole Leone, sì li prese una febre continua, onde cadde forte malato. E per simile modo molta buona gente di Castruccio ammalarono.»
Il più ragguardevole personaggio che perì vittima di quest'epidemia sotto gli occhi di Castruccio, fu Galeazzo Visconti, già signore di Milano. L'imperatore lo aveva, ad istanza del signore di Lucca, posto in libertà il 25 marzo unitamente alla sua famiglia, e Galeazzo in allora militava sotto le insegne del suo protettore[168]. Fu sorpreso dall'epidemia nella rocca di Pescia, ove quest'uomo, ch'era stato signore di Milano e di altre sette grandi città, cioè Pavia, Lodi, Cremona, Como, Bergamo, Novara e Vercelli, ridotto alla condizione di povero soldato, morì in pochi giorni miserabilmente e scomunicato.
Frattanto la malattia di Castruccio facevasi pericolosa in modo, ch'egli stesso, conoscendo vicino il termine de' suoi giorni, dispose de' suoi beni, lasciando ad Enrico, suo maggior figliuolo, il ducato di Lucca nel modo che lo aveva istituito l'imperatore[169]. Ordinò che subito morto, questo suo figlio passasse a Pisa con un corpo di cavalleria per mettersene al possesso, e non prendesse il corrotto finchè non avesse assodata la sua sovranità. Dopo aver date tali disposizioni rese l'anima il sabato 3 settembre 1328.
Era Castruccio assai destro della persona, di grande e svelta statura, di aggradevole aspetto, ma sparuto e quasi bianco; aveva i capelli diritti e biondi e dolce la fisonomia; morì di quarantasette anni. Fra i tiranni ebbe nome di valoroso e magnanimo[170], saggio, accorto, pronto nel risolvere, instancabile nella fatica, valoroso nelle armi, antiveggente, felice nelle sue imprese, da tutti temuto. Ma nel corso di quindici anni in cui tenne il governo di Lucca, diede diverse prove della crudeltà del suo carattere. Diede in preda ad orribili torture i sospetti, e condannò ad atroci supplicj i suoi nemici. Sempre vago d'avere nuovi servitori e nuovi amici, non era riconoscente de' ricevuti beneficj; anzi pareva incrudelire maggiormente contro coloro che lo avevano ajutato ne' suoi bisogni, quasi volesse scaricarsi in tal modo di quanto loro doveva. Andava debitore ai Quartigiani del suo primo ingrandimento, ed abbiamo veduto che li condannò a crudele supplicio. I Poggi, altra famiglia lucchese, lo avevano tolto dalle mani di Neri della Faggiuola, e gli avevano aperta la strada alla sovranità; ed egli approfittò dell'opportunità di una privata quistione in cui ebbero parte, per far tagliare la testa a due di loro[171].
La morte di Castruccio fu a seconda de' suoi ordini tenuta nascosta fino al giorno 10 di settembre, nel qual tempo il suo maggior figliuolo corse colla cavalleria le città di Lucca e di Pisa, rompendo i Pisani ovunque tentarono di opporgli resistenza. Tornò poscia a Lucca per assistere ai funerali del padre, che fu con grandissima pompa sepolto il giorno 14 di dicembre nel convento de' frati minori di san Francesco[172].
Estremo fu il giubbilo de' Fiorentini allorchè seppero la morte di Castruccio. Lo stesso Luigi di Baviera, privo de' consigli e dell'appoggio di Castruccio, più non era per loro un terribile nemico. Sapevano che rimasto senza di lui in Roma non d'altro erasi occupato che di vane e ridicole cerimonie; che colle imprudenti sue invettive contro il papa e contro la chiesa aveva disgustati i suoi più fedeli partigiani; che aveva trascurato il momento più opportuno di attaccare il regno di Napoli; che le truppe del re Roberto eransi avanzate ad insultarlo fino ad Ostia; che un corpo de' suoi cavalieri era stato distrutto fra Todi e Narni; che i Romani stanchi di averlo nella loro città, ed irritati dalle contribuzioni che loro imponeva grandissime, eransi battuti coi suoi Tedeschi; e finalmente che, partendo da Roma il 4 di agosto per passare in Toscana assieme al suo antipapa, erano stati dalla plebe gravemente ingiuriati; gettati nel Tevere alcuni de' suoi soldati rimasti alla coda dell'armata; ed all'indomani accolti e creati senatori Bartoldo Orsino e Stefano Colonna, ch'erano tornati in Roma coi Guelfi[173].
Intanto erasi l'imperatore avanzato fino a Todi con due mila cinquecento cavalli, disponendosi a tenere la strada d'Arezzo per attraversare la Toscana. Egli pensava di assediare Firenze prima che potesse vittovagliarsi col vicino raccolto; nel qual caso avrebbe potuto ridurla a difficili circostanze. Ma lo rimosse da questo progetto una flotta siciliana giunta ne' mari di Toscana sotto il comando di don Pedro, figliuolo del re Federico, che aveva con se mille cento cavalieri catalani o siciliani. Don Pedro ricordava all'imperatore la concertata spedizione col re di Sicilia contro Roberto re di Napoli, affrettandolo a riprendere la strada del regno. In fatti Luigi tornò alquanto addietro per avvicinarsi al mare: incontrò a Corneto don Pedro, ed i due principi si caricarono a vicenda di rimproveri. Luigi accusava il Siciliano d'essere venuto troppo tardi; e questi rinfacciava all'imperatore d'avere troppo presto abbandonati i suoi progetti. Fecero non pertanto assieme qualche impresa nelle Maremme; ma trovandosi Luigi a Grossetto, ebbe notizia il 18 settembre della morte di Castruccio, e di quanto suo figliuolo Enrico aveva fatto in Pisa; onde partì all'istante per riavere questa città, che si affrettò di aprirgli le porte per liberarsi dal giogo dei Lucchesi[174].
Quando moriva Castruccio, Luigi di Baviera perdeva un altro de' suoi consiglieri e de' suoi confidenti, Marsilio di Padova, il teologo controversista che aveva combattuta l'autorità dei papi, ed aveva avuta grandissima parte ne' processi cominciati in Roma contro Giovanni XXII[175]. Il giorno 9 di novembre morì ancora Carlo, figliuolo del re Roberto, duca di Calabria e signore dei Fiorentini. Costui non lasciava che due figliuole[176]; ed il re suo padre non aveva altri figli, di modo che questa casa, già da tanto tempo la protettrice del partito guelfo, pareva vicina al suo fine. Perciò i più zelanti Guelfi di Fiorenza ne furono estremamente afflitti; ma il popolo rallegravasi di veder terminato, prima che spirasse il termine convenuto, l'arbitrario e concussionario governo de' Pugliesi. Trovavasi felice nel vedersi liberato da un signore nè valoroso nè prudente, e che chiamato a difendere Firenze nelle più difficili circostanze aveva dissipati i tesori dello stato non pensando che a vane ostentazioni ed a' suoi piaceri[177].
La morte suole di rado recar soccorso agli sventurati quando gemono nel colmo delle sofferenze; più raramente ancora ferisce colui contro del quale i voti degli uomini invocano la vendetta del cielo. I suoi inaspettati decreti colgono il giusto, le di cui virtù eccitano il più vivo rammarico, mentre il grande colpevole non cade che quando i suoi delitti incominciano ad essere obbliati. Ma nella storia fiorentina la morte ci si presenta più volte quale liberatrice della repubblica. La morte d'Enrico VII salvò Firenze dalla collera di questo provocato imperatore; la morte di Castruccio la liberò dal più valoroso guerriero, dal più profondo politico, dal più temuto di tutti i suoi nemici; la morte del duca di Calabria la sottrasse al dominio de' Napoletani nel momento che più non aveva bisogno de' loro soccorsi.