CAPITOLO XXXII.

Grandezza di Firenze. — Ritirata di Luigi di Baviera e ruina de' suoi alleati. — Campagna in Italia di Giovanni di Boemia.

1328 = 1333.

Alla morte di Castruccio incomincia un'altra delle più gloriose epoche della grandezza di Firenze, la quale, liberata da così potente nemico, dominò tutta l'Italia col vigore de' suoi consigli e colla profonda sua politica. Sempre disposta a proteggere i deboli e gli oppressi, sempre apparecchiata ad opporre agli usurpatori un'insormontabile resistenza, la signoria fiorentina si considerò quale custode dell'equilibrio politico d'Italia specialmente destinata a conservare ai sovrani la loro indipendenza, ai popoli il proprio governo.

D'uopo è ricercare nello stesso carattere di una nazione i motivi dell'abituale condotta del suo governo, e specialmente quando il governo è democratico. Le qualità caratteristiche de' Fiorentini li rendevano acconci a sostenere le luminose parti che avevano preso a rappresentare, e l'Atene d'Italia ricordò quella di Grecia non meno per l'ingegno del suo popolo, che pei capi d'opera che produsse.

Tra i popoli italiani risguardavasi il fiorentino come il più accorto; motteggiatore nelle brigate, coglieva con vivacità il ridicolo; quando trattavasi di affari, la sua perspicacia mostravagli la più breve e facile via per conseguire l'intento, i vantaggi e la difficoltà d'ambo i lati; nella politica indovinava i progetti de' suoi nemici, prevedeva le conseguenze delle loro azioni, e la serie degli avvenimenti. Non pertanto il suo carattere era più fermo, e la sua condotta più misurata assai che non sarebbesi potuto presumere da tanta vivacità. Lento a risolvere, non intraprendeva cose pericolose che dopo lunghi consigli; ma quando vi si era impegnato, non si lasciava smuovere dai più gravi ed impreveduti disastri. Nelle cose delle lettere i Fiorentini univano alla prontezza la forza del raziocinio, alla filosofia la giovialità, la facezia alle più sublimi meditazioni. La profondità del carattere aveva presso questo popolo conservato l'entusiasmo, ed il motteggio ne aveva formato il gusto; la severità del pubblico contro il ridicolo aveva stabilita intorno alle lettere ed alle arti una non meno severa legislazione.

La scuola di pittura che allora fioriva nella loro città, porta l'impronta del genio creatore, di cui venivano per altro corretti i traviamenti. Il pittore che inventava il paradiso ed osava rappresentarvi gli eletti nella loro gloria, consigliavasi col pubblico di cui temeva il giudizio. Giotto fioriva a quest'epoca in Firenze: figliuolo d'un povero montanaro, aveva ricevuto dalla repubblica l'onore della cittadinanza ed una ragguardevole pensione. Con una prodigiosa diligenza arricchiva tutte le chiese di quadri assai più belli di quanto erasi fatto fino allora, e trovava tempo per dipingerne ancora per le altre città d'Italia. Aveva egli fatto il modello del bel campanile della cattedrale di Firenze; ed i molti discepoli ai quali amorosamente insegnava l'arte sua, erano destinati a darle maggior perfezione[178]. Stefano, Andrea di Cione, Buffalmacco, Taddeo Gaddi ec., ottennero grandissima celebrità.

Ma più che l'amore delle lettere e delle belle arti radicato era nel popolo fiorentino quello della libertà. La sua gelosia della suprema autorità lo chiamava ad opporsi vigorosamente ad ogni specie di aristocrazia; ed i suoi talenti per le combinazioni politiche lo riconducevano sempre verso lo stesso scopo con venti sperienze in diverse costituzioni. Nello stesso tempo egli sapeva circoscrivere il potere dei capi, e porsi in guardia contro le agitazioni delle assemblee popolari.

(1328) La morte del duca di Calabria diede ai Fiorentini nuova cagione di riformare la loro costituzione, e di equilibrare i diversi poteri della repubblica. I parlamenti o assemblee generali dei cittadini che tenevansi nella pubblica piazza, avevano più spesso servito al sovvertimento delle leggi che a tenerle in vigore; quindi i buoni cittadini andavano sempre proponendo di chiamare il popolo all'esercizio della sovranità per mezzo di rappresentanti, e non direttamente; di consultare la sua opinione, non di contarne i suffragi; poichè non può esistere la pubblica opinione, nè ha tempo di formarsi in que' paesi, ne' quali il regime democratico la converte subito in legge; e quando vengono interpellati tutti i cittadini sopra oggetti non meditati che da pochi, quasi tutti non danno la propria ma l'altrui opinione. I Fiorentini non meno gelosi de' cittadini ateniesi non volevano persuadersi che la nascita, il rango, gl'impieghi rendessero gli uni più che gli altri cittadini proprj al governo. Non pretendevano per altro, che la nazione intera fosse nello stesso tempo sovrana e suddita; ma bensì volevano tutti giugnere successivamente alla magistratura ed ai consigli, acconsentendo che la magistratura ed i consigli, finchè durava la loro amministrazione, governassero soli in nome della repubblica.

Ed a fronte del loro esagerato amore dell'eguaglianza, erano non pertanto costretti di confessare che molti cittadini avrebbero avvilito il governo colla bassezza della loro condizione, coi villani loro modi, e colla loro ignoranza. Non volevano per altro escluderli con leggi generali, le quali verrebbero considerate e come ingiuriose a coloro contro i quali erano dirette, ed inoltre come insufficienti; onde preferirono di provvedervi indirettamente, non accordando le cariche che a quelli che ne sarebbero giudicati degni da una autorità nazionale. Chiesero adunque che si facesse una nota generale di tutti i cittadini eleggibili, guelfi, e dell'età di trent'anni: e questa nota si formò coll'intervento di cinque magistrature indipendenti, cadauna delle quali rappresentava un interesse nazionale: i priori in nome del governo, i confalonieri in nome della milizia, i capitani di parte in nome de' Guelfi, i giudici di commercio in nome de' mercanti, i consoli delle arti in nome degli artisti, indicavano tutti la volta loro i cittadini che riputavano degni de' pubblici onori. Alcuni aggiunti cavati dalla massa del popolo sussidiavano questi elettori, onde verun cittadino non fosse dimenticato o escluso per sorpresa: e così colui che non veniva ricordato da nessuno come abbastanza degno, non era più chiamato alle cariche.

La nota degli eleggibili veniva poscia assoggettata alla ricognizione di una balìa. Componevasi questo corpo elettorale dei magistrati in numero di novantasette[179]; e dovevansi avere sessant'otto suffragi per essere iscritto nella lista de' priori. I buoni uomini, i consoli delle arti, i confalonieri della compagnia venivano eletti nella stessa maniera. Finalmente furono aboliti i quattro antichi consigli, e surrogati due nuovi; quello del popolo composto di trecento membri che dovevano provare di essere guelfi e popolani; ed il consiglio del comune formato di cento venti nobili e di cento venti cittadini dell'ordine popolare. I due consigli venivano rinnovati ogni quattro mesi[180].

Per tal modo ebbero nel governo la loro rappresentanza tutte le principali parti componenti lo stato, la nobiltà ed il popolo, il commercio e le manifatture, ogni corpo militare, ogni mestiere, ogni quartiere della città. La sovranità rimase tutta intera alla nazione, senza che la nazione fosse adunata; la volontà del popolo giudicò di tutte le più importanti quistioni, ma dopo essere state lungamente disaminate dalla magistratura e dai consigli.

Quel medesimo spirito di libertà che aveva presieduto alla formazione della costituzione, dirigeva il governo nelle sue relazioni esteriori. I Fiorentini furono appena liberati dal timore di Castruccio, che determinarono di liberare dal giogo dei tiranni anche i popoli vicini. Dopo aver veduto l'indipendenza d'Italia minacciata dal Bavaro, determinarono di opporsi allo stabilimento di qualunque potenza straniera al di qua delle Alpi.

Luigi di Baviera erasi avanzato fino alle frontiere della repubblica fiorentina, e pel 13 dicembre del 1328 aveva convocata in Pisa un'assemblea de' principali capi del partito ghibellino: ma mentre la teneva occupata soltanto intorno al processo che faceva contro il papa d'Avignone il suo antipapa Nicolò V[181], la cavalleria fiorentina due volte s'avanzò ad insultarla fino sotto le mura di Pisa. Luigi di Baviera aveva perduto in Castruccio il suo miglior consigliere ed il suo campione. Egli non aveva danaro per mantenere un'armata così lontana dal proprio paese; ed era talvolta costretto di procurarsene coi più perfidi e vergognosi modi[182]: veniva perciò doppiamente diffamato, per la sua povertà e per le frodi e per l'ingratitudine che questa obbligavalo a praticare[183].

Durante la sua dimora in Roma aveva fatto imprigionare e mettere barbaramente alla tortura Salvestro de' Gatti, signore di Viterbo, per obbligarlo a scoprire il luogo in cui teneva nascosti i suoi tesori, sebbene fosse questi il primo signore dello stato ecclesiastico, che aveva volontariamente data in mano dell'imperatore una fortezza[184]. Cercava in pari tempo di aver danaro da' Visconti e di cavare nuovi frutti del tradimento loro fatto. Il 6 di luglio del precedente anno aveva fatto ritenere Galeazzo accusato d'aver trattato coi Guelfi; ma aveva, senza verun pretesto, fatto imprigionare in Monza il figlio ed il fratello di questo signore. Dopo otto mesi lasciatosi finalmente piegare dalle istanze di Castruccio, avea ritornata loro la libertà il 25 marzo del 1328, ma lasciato morire nella miseria e nell'esilio il valoroso capo di questa famiglia. Presentemente negoziava coi superstiti di vender loro la sovranità rapitagli. Egli voleva danaro, ed inoltre chiedeva un pegno della futura fedeltà di coloro che aveva tanto crudelmente offesi. Per fargli cosa grata, Giovanni Visconti, il terzo de' figliuoli del grande Matteo, aveva accettato il cappello cardinalizio dell'antipapa Nicolò V; e mentre suo nipote Azzo mercanteggiava coll'imperatore il riacquisto di Milano, un impreveduto avvenimento affrettò la conclusione del trattato[185].

Tutte le truppe imperiali lagnavansi di non essere pagate; ma più impazienti di tutti erano i Sassoni e gli abitanti della Germania inferiore, che anche nello stato ecclesiastico avevano minacciato di battersi coi loro patriotti. Finalmente risolsero di sorprendere una fortezza, perchè servisse loro di pegno; ed ottocento cavalieri della bassa Germania con molti pedoni partirono il giorno 29 ottobre del 1329 alla volta di Lucca con tanta celerità, che l'imperatore ebbe appena tempo di far chiudere le porte della città[186]. Dopo aver saccheggiati i sobborghi di Lucca ed i villaggi di Val di Nievole, si stabilirono sulla montagna del Ceruglio, il più alto tra i colli che dividono il piano delle paludi di Fucecchio da quello del lago di Bientina. Si afforzarono in questa vantaggiosa posizione, lontana quindici miglia da Lucca e dodici da Pisa, signoreggiando egualmente le pianure di Val di Nievole e quelle di Val d'Arno, onde chiudevano l'ingresso ne' territorj pisano e lucchese. Allora minacciando indistintamente i Guelfi ed i Ghibellini posero all'incanto i loro servigi e la loro nimicizia[187].

Luigi di Baviera, conoscendo quanto pericolosa fosse la sua situazione, volendo richiamare gli ammutinati, si determinò finalmente a conchiudere la lunga negoziazione coi Visconti, ritornando ad Azzo il titolo di vicario imperiale e facendogli aprire le porte di Milano. Azzo Visconti promise il pagamento di cento venticinque mila fiorini, e mandò suo zio Marco al corpo tedesco di Ceruglio, per informarlo di questo trattato e pregarlo a pazientare finchè il danaro giugnesse da Milano. Ma i Tedeschi, dopo avere aspettato pochi giorni, fermarono Marco Visconti, come sigurtà del danaro che loro aveva promesso[188].

Intanto l'imperatore cercava d'imporre contribuzioni sui paesi già governati da Castruccio. Egli aveva accordato ai di lui figliuoli il titolo di duchi di Lucca, che loro ubbidiva ancora; sebbene molte famiglie repubblicane, gli Onesti, i Pozzinghi ed i Salamoncelli, cercassero di ristabilire l'antica forma del governo[189]. Luigi di Baviera sotto colore di proteggere i giovanetti orfani, de' quali era naturale tutore, entrò in Lucca, ove fu ricevuto senza sospetto il 16 marzo del 1329. Ma egli ordinò subito al suo maresciallo di correre per le strade con un corpo di cavalleria, come costumasi nel prender possesso di una città. I Tedeschi attaccarono gli steccati eretti contro di loro, bruciarono le case de' Pozzinghi, ove incontrarono resistenza, ed il fuoco comunicandosi ai vicini edificj ridusse in cenere il più ricco quartiere della città, quello di san Michele. Dopo ciò l'imperatore vendette Lucca per ventidue mila fiorini a Francesco Castracani, parente, ma nemico, di Castruccio e de' suoi figliuoli[190].

Filippo Tedici, che aveva venduta Pistoja a Castruccio, voleva almeno conservare la signoria di questa città ai giovani Castracani; ma i Panciatichi, antichi capi del partito ghibellino, vi si opposero colle armi, e Tedici fu cacciato di Pistoja coi soldati di Castruccio. Così fu in pochi mesi distrutta la potenza di questo valoroso ed accorto principe che fatti aveva tremare tutti i Guelfi d'Italia. I suoi figliuoli, scacciati dalle città in cui aveva egli regnato, furono forzati di ripararsi ne' castelli degli Appennini, finchè giunti all'età atta alle armi professarono il mestiere di condottieri. I diversi stati da Castruccio uniti in un solo, si separarono per essere un dopo l'altro ridotti in servitù, mostrando così che l'efimera loro potenza era attaccata ad una sola vita. Que' popoli, cui Castruccio aveva ispirato il proprio ardore militare, trovaronsi spossati dalle battaglie sostenute con tanta gloria; esauriti erano i loro tesori, la loro gioventù perita nelle battaglie, e i Lucchesi pagarono con quaranta anni di schiavitù la breve gloria onde Castruccio gli aveva coperti.

Luigi di Baviera non prendendosi verun pensiero dei figliuoli del suo più fedele servitore, ch'egli stesso aveva ruinati, lasciò la Toscana il giorno 11 aprile. Vedeva ogni giorno venir meno in questa provincia il suo credito; e non potendo ridurre sotto le sue insegne i Tedeschi del Ceruglio, temeva di vedersi esposto a grandi rovesci di fortuna, ove questi prendessero soldo dalla repubblica fiorentina. Affidò la custodia di Pisa a Tarlatino di Pietra Mala, uno de' signori d'Arezzo, lasciandogli circa seicento cavalli tedeschi, e s'incamminò col resto delle sue truppe verso la Lombardia[191].

Finchè l'imperatore si trattenne in Toscana, i Fiorentini non potevano disporre delle loro forze, che per difendersi da così potente nemico; ma ne fu appena lontano, che cominciarono ad approfittare dell'odio che questo monarca aveva ispirato ai popoli. Dì quante conquiste aveva fatte Castruccio, più d'ogni altra spiaceva ai Fiorentini quella di Pistoja che apriva ai Ghibellini il passaggio delle montagne, e li metteva nella stessa campagna di Firenze. Ma i Panciatichi, capi de' Ghibellini pistojesi, dopo averne scacciati i Tedici che risguardavano come traditori, mossero pratica presso il governo fiorentino per rappacificarsi. Ne aprì le negoziazioni Pazzino de' Pazzi, loro parente, col di cui mezzo il 24 maggio del 1329 si segnò la pace tra Pistoja e Firenze. I Pistojesi rinunciarono ad ogni loro diritto sopra Montemurlo, Carmignano, Artimino e Vitolino, fortezze già occupate dai Fiorentini; si obbligarono ad avere in ogni tempo per loro amici gli amici dei Fiorentini, per nemici i loro nemici; ed acconsentirono a ricevere entro le loro mura, per sicurezza della città, un capitano fiorentino con una piccola guarnigione[192]. Dopo questo trattato, sebbene si continuasse a risguardare Pistoja qual città alleata e non suddita de' Fiorentini, cessò d'avere un'esistenza indipendente, e cessarono i suoi abitanti di formare un popolo.

La più ridente provincia della Toscana, Val di Nievole, occupata dai Lucchesi l'anno 1281[193] aveva ubbidito a Castruccio. Due piccoli fiumi, che per altro non sono mai senz'acque, la Pescia e la Nievole, rendono fertilissimo il piano di questa bella vallata che si copre ogni anno di ricche messi. Le colline che la circondano sparse di ulivi e di viti, producono il più delicato olio ed i migliori vini della Toscana: ne coronano la vetta antiche rocche, le di cui torri, coperte d'ellera e di capperi, s'innalzano di mezzo ad alti castagni ed ai cipressi. Queste rocche non appartenevano alla nobiltà immediata, ma vi si erano adunati per loro sicurezza i proprietarj della valle; un ricinto comune serviva alla difesa delle case e de' più preziosi effetti, e senza uscire dai loro ripari gli abitanti di questo delizioso paese potevano custodire le messi del piano ed osservare il lavoro de' loro agricoltori. Ogni borgata aveva un governo municipale; e prima di passare sotto il dominio de' Lucchesi, queste piccole popolazioni, tanto vicine le une alle altre da potersi intendere parlando da un castello all'altro, si erano talvolta fatte la guerra, ed avevano contratte fra di loro alleanze offensive e difensive. Morto Castruccio, desiderando di separare la loro sorte da quella dei Lucchesi, si collegarono tra di loro per assicurare la comune indipendenza; ma l'esempio dei Pistojesi li persuase a cercare l'alleanza e la protezione di Firenze; onde il 21 giugno del 1329 fu firmato un trattato di perpetua pace tra la repubblica per una parte, e per l'altra i castelli di Pescia, Montecatini, Buggiano, Uzzano, Colle, Cozzile, Massa, Monsummano e Montevetturini. Obbligavansi questi a non avere altri amici che gli amici dei Fiorentini, ed essere nemici dei loro nemici, e ad ubbidire ad un capitano che manderebbe loro la repubblica[194].

Parve che allora si presentasse alla repubblica l'opportunità di fare un acquisto assai più importante. Le fu offerta in vendita la città di Lucca. I Tedeschi che avevano abbandonato l'imperatore, e ch'eransi trincierati a Ceruglio, quando seppero ch'era partito, credettero utile di assoggettarsi ad un capo che conoscesse l'Italia e la politica italiana, e scelsero quello stesso Marco Visconti che pochi dì prima avevano arrestato, ma che aveva saputo farsi amare da molti loro compatriotti per il suo valore ed i talenti militari, e perchè il suo carattere inquieto ed intraprendente lo rendevano degno del comando d'una banda di avventurieri. Infatti Marco Visconti trovossi appena capo di questa temuta gente, che prese a negoziare con tutti i suoi vicini, col governo di Firenze, coi Tedeschi di guarnigione a Lucca, e cogli oppressi cittadini di Pisa.

La conquista di Lucca fu il primo frutto di queste segrete pratiche. L'imperatore aveva lasciati trecento cavalieri tedeschi a Francesco Castraccani degli Interminelli, suo vicario in Lucca; questi furono sedotti dai Tedeschi del Ceruglio; ed altri cavalieri della stessa nazione, che avevano militato sotto Castruccio, ed erano rimasti di guarnigione nella rocca di Lucca, promisero di ajutare il figlio del loro duca, che Marco Visconti aveva fatto venire nel suo campo; e nella notte del 15 aprile le porte della città e la sua rocca furono aperte ai Tedeschi del Ceruglio, i quali disarmarono i cittadini e ne diedero la signoria a Marco Visconti[195]. Ma i soldati cui andava debitore della nuova sovranità, erano accostumati a vivere coi ladronecci, ed il territorio lucchese che andavano guastando, e la città, impoverita dalle precedenti guerre, più omai non bastavano a mantenerli[196]. Perciò desideravano di tornare in Germania, ed erano disposti a cedere Lucca a qualunque loro pagasse in cumulo il soldo dovuto dall'imperatore; il quale, stando ai loro calcoli, ammontava a ottanta mila fiorini. Per tale prezzo offrirono Lucca ai Fiorentini, i quali rifiutarono l'offerta; o perchè i priori della repubblica non volessero arricchire coi proprj tesori i loro nemici, Marco Visconti ed il figliuolo di Castruccio[197]; o perchè una vicendevole diffidenza impedisse ai Fiorentini ed ai Tedeschi di mandare ad effetto il trattato, negando gli uni di dare il danaro prima che fosse loro aperta la città; ne volendo gli altri aprirla avanti di riceverlo[198]; o pure, come vogliono alcuni, che vi si opponesse una segreta gelosia contro il primo negoziatore incaricato di questo trattato dalla signoria[199].

Intanto scoppiava in Pisa una seconda congiura diretta da Marco Visconti. Questa città, sì lungo tempo fedele agl'imperatori, e che tanti enormi sacrificj sostenne per cagion loro, aveva esperimentata, come gli altri stati ghibellini, l'ingratitudine di Luigi di Baviera. Il diritto delle genti era stato violato nei suoi ambasciatori, la città assediata, la capitolazione violata, e la signoria affidata successivamente all'imperatrice, a Castruccio, a Tarlatino di Pietra Mala; finalmente insopportabili contribuzioni erano state imposte agli abitanti, le quali avevano fatto succedere la miseria all'antica opulenza. Marco Visconti concertò il modo di liberare Pisa col conte Fazio, o Bonifazio della Gherardesca, capo della fazione plebea; gli spedì una compagnia di cavalieri, col cui ajuto Fazio scacciò di Pisa il vicario imperiale co' suoi soldati, e ristabilì in giugno del 1329 il governo indipendente della repubblica[200].

Intanto Marco Visconti non si credeva del tutto sicuro in mezzo ai Tedeschi che lo avevano creato loro capo, e venne personalmente a Firenze per ripigliare il trattato della vendita di Lucca. In questo frattempo i suoi luogotenenti aprirono un eguale trattato coi Pisani, i quali, temendo d'essere prevenuti dai Fiorentini in così notabile acquisto, strinsero il contratto pel prezzo di sessanta mila fiorini, e ne sborsarono incautamente per caparra tredici mila, senza farsi dare ostaggi. I Tedeschi si fecero giuoco della data fede e rifiutarono d'aprire la città. Intanto i Fiorentini adombrati dal tentativo de' Pisani, fecero ben tosto avanzare le loro truppe per impedirne l'esecuzione; ed i Pisani che avevano perduta una somma considerabile, e risguardavano egualmente come loro nemici i Tedeschi di Tarlatino che avevano cacciati fuori di Pisa, ed i Tedeschi di Lucca che gli avevano ingannati, furono obbligati a fare la pace con Fiorenza il 12 agosto del 1329, rinunciando all'acquisto di Lucca[201].

I Tedeschi rinnovarono un'altra volta l'offerta di vendere Lucca ai Fiorentini; e perchè la signoria non aveva voluto accettarla, molti ricchi mercanti formarono una società, nella quale prese parte anche il nostro storico Giovanni Villani, per acquistar Lucca col loro danaro. Essi avevano raccolti tra di loro cinquantadue mila fiorini, e dieci mila ne aggiungevano i mercanti lucchesi che desideravano di liberar la loro patria dall'oppressione; onde dalla signoria di Fiorenza si chiedevano soltanto quattordici mila fiorini, per i quali le si davano in custodia le mura e la fortezza: e coloro che avevano somministrato il danaro, sarebbero stati rimborsati col prodotto delle gabelle delle porte di Lucca. Ma questa volta un inconcepibile acciecamento sorprese la signoria, che d'ordinario mostrò tanta accortezza, e le fece rigettare così utili offerte. Temette forse il ridicolo, cui sarebbe esposta una nazione di mercanti, che invece di soggiogare i nemici colle armi, non sapeva che comperarli. «Che fama certa, dice il Villani, era per lo mondo che i Fiorentini per covidigia di guadagno di moneta hanno comperata la città di Lucca. Ma al nostro parere, e a' più savi, che poi l'hanno esaminato quistionando, che compensando le sconfitte e danni ricevuti, e ispendii fatti per lo comune di Firenze per cagione de' Lucchesi per la guerra Castruccina, niuna più alta vendetta si poteva fare per li Fiorentini, nè maggiore laude e gloriosa fama poteva andare per lo mondo che potersi dire, i mercanti e singulari cittadini di Firenze con la loro pecunia hanno comperato Lucca, e suoi cittadini e contadini stati loro nemici, come servi[202]».

Intanto un emigrato ghibellino di Genova, detto Gherardino Spinola, si fece a trattare cogli avventurieri tedeschi l'acquisto di Lucca; e questi soldati, impazienti di ripatriare, gli cedettero la città il giorno 2 settembre per trenta mila fiorini. I Lucchesi ne riconobbero l'autorità, meno insopportabile al certo che quello della soldatesca cui succedeva; ed i Fiorentini che gli dichiararono la guerra, si videro tolti dai Ghibellini le castella di Collodi e di Montecatini[203].

Tranne questa guerra, poco dannosa, eransi ristabiliti in Toscana l'ordine e la pace. La stessa repubblica di Pisa aveva cercato di rappacificarsi col partito guelfo e col papa: al quale oggetto obbligò l'antipapa Nicolò V ad uscire dalle sue mura; ed in seguito lo fece arrestare in un castello della Maremma, ove erasi nascosto, e lo mandò prigioniero in Avignone. Giovanni XXII pianse di gioja vedendosi arbitro della sorte di così pericoloso rivale, che fece custodire, finchè visse, in onorata prigione; ammettendo i Pisani alla comunione della chiesa in premio di così segnalato servigio[204].

Ma la Lombardia, ove Luigi di Baviera aveva condotta la sua armata, non andava esente da rivoluzioni. Sebbene i Fiorentini non avessero verun dominio in questa contrada, non vedevano tranquilli il rapido innalzamento d'alcuni principi ad una straordinaria potenza, e il decadimento egualmente rapido di alcuni altri nella dipendenza o nella disgrazia.

Uno de' più temuti capi del partito ghibellino aveva cessato d'esistere quando Luigi di Baviera rientrò dalla Toscana in Lombardia. Passerino dei Bonacossi, signore di Mantova e di Modena, aveva in una sedizione popolare perduta l'ultima città il 15 giugno 1327[205]. I Guelfi ed il legato Bertrando erano accorsi in ajuto degl'insorgenti, che loro avevano aperte le porte. Ma Passerino era rimasto sovrano di Mantova, città da oltre quarant'anni suddita della sua famiglia. Difesa dai laghi, che la circondano, dalle aggressioni straniere, pareva che Mantova non avesse pure a temere interni sconvolgimenti. Il popolo aveva da molto tempo perduta la memoria d'una libertà appena conosciuta; i grandi erano sottomessi ed altronde accarezzati dal signore e confidentemente trattati; finalmente era nota la prudenza, la ricchezza ed il valor del principe, che risguardavasi come il meglio assodato sovrano di Lombardia[206]. Una privata offesa provocata dall'arroganza del figlio di Passerino fu cagione della sua ruina.

I costumi della gioventù, severi nelle repubbliche, erano licenziosi ne' principati di Lombardia. I sovrani stessi sarebbersi adombrati dell'austera indipendenza di un uomo onesto e sobrio. L'esempio della corte invitava alla mollezza; ed i gentiluomini, pei quali non restava alcuna via alla gloria ed agli onori, si occupavano unicamente dei piaceri. Compagni delle dissolutezze ed amici del figliuolo di Passerino erano tre suoi cugini, figliuoli di Luigi da Gonzaga; uno de' quali avendo eccitata la gelosia del principe, questi giurò nella brutale sua collera di vendicare sulla propria consorte di Filippino Gonzaga la supposta infedeltà della sua amante, disonorando quella sotto gli occhi di suo marito[207].

I tre fratelli Gonzaga ed il loro amico Alberti Saviola si disposero a prevenire così disonorante ingiuria, o a punire il figlio del tiranno per aver soltanto osato di formarne il disegno. Chiesero segretamente soccorso a Cane della Scala signore di Verona, e l'ottennero: perchè i principi vicini, gelosi gli uni degli altri, erano sempre disposti a nuocersi vicendevolmente. Filippino Gonzaga erasi ritirato nelle sue terre sotto colore di attendere ai suoi raccolti, ed aveva presso di sè riuniti lavoratori a lui attaccatissimi e di sperimentato coraggio. Nella notte del 14 agosto del 1328, avendo loro date le armi, gli associò ai soldati avuti in prestito da Cane della Scala e li condusse presso alla porta di Marmirolo, che suo fratello si era fatta aprire sotto pretesto di essere chiamato in campagna da una galanteria amorosa. La guardia della porta fu sorpresa, ed i congiurati corsero la città eccitando il popolo a scuotere il giogo di Passerino ed a distruggere le gabelle. Questo signore recatosi a cavallo contro i congiurati fu ucciso in su la piazza, ed il figliuolo gettato nella prigione in cui aveva fatto morire il vecchio signore della Mirandola, e vi fu ucciso dal figliuolo di quello sventurato gentiluomo. Luigi da Gonzaga, cognato di Passerino e padre dei congiurati, fu da loro proclamato signore di Mantova[208]. I suoi discendenti ne conservarono la sovranità fino alla metà del secolo XVIII.

Luigi di Baviera non si curò di vendicare Passerino de' Bonacossi; per lo contrario nominò in suo luogo vicario imperiale Luigi da Gonzaga, e lo invitò al congresso dei signori ghibellini che aveva convocato pel giorno 21 aprile del 1329 a Marcheria. V'intervennero Cane della Scala, il Gonzaga ed i signori di Como e di Cremona, come pure gli altri capi del partito in Lombardia[209]; ma Azzo Visconti ricusò di venire. Questo principe, alleato dei figliuoli di Castruccio, lagnavasi dell'ingratitudine con cui lo aveva trattato l'imperatore, e vedeva nella loro sorte, quella che gli era destinata, se Luigi entrava nel Milanese; e con un monarca senza fede preferiva ai trattati la guerra aperta. Quando ebbe avviso dell'avvicinarsi dell'imperatore, fortificò Milano e Monza per essere in istato di resistergli; ed invitando i cittadini a difendersi, gli assicurò che di quattro mila cavalieri che seguivano Luigi, due mila, nella loro miseria, avevano venduti i loro cavalli sperando di rifarsi col saccheggio di Milano. Di fatti i Milanesi secondarono il loro signore con tutte le loro forze, e Luigi, dopo alcuni inutili tentativi per sorprenderli, accettò una piccola somma di danaro offertagli dal Visconti, ed andò a portare la guerra nella Lombardia oltre-padana[210].

In questa campagna l'imperatore riportò alcuni vantaggi dovuti piuttosto all'imprudenza del suo nemico il cardinale Bertrando, che alla propria abilità. Aveva il cardinale fatto arrestare come ostaggio Orlando dei Rossi, uno dei signori di Parma e de' principali capi della parte guelfa; onde le città di Pavia, Parma, Modena e Reggio, sdegnate per quest'atto tirannico, abbandonarono la causa della chiesa ed aprirono le porte all'imperatore[211]. Ma Luigi, avanti che terminasse l'anno, andò a Trento per ottenere dai principi tedeschi altri soldati. Mentre trovavasi in questa città, morì il 13 gennajo 1330 Federico d'Austria, ed i suoi fratelli Alberto ed Ottone adunarono truppe per attaccare la Baviera. Conoscendo le intenzioni degli Austriaci, Luigi abbandonò l'Italia per difendere i suoi stati ereditarj[212].

Azzo Visconti inimicandosi coll'imperatore, si riconciliò col papa, sostituendo il titolo di vicario della chiesa a quello di vicario imperiale, ed ottenne il vescovado di Novara per suo zio Giovanni, cui fece abiurare il cardinalato degli scismatici[213]. Marco Visconti, il maggiore de' suoi zii ed il più valoroso, ma in pari tempo il più formidabile per l'inquieto suo carattere, dopo essergli andato a male il trattato della vendita di Lucca ai Fiorentini, tornò a Milano in sul cadere di luglio. I borghesi che più volte lo avevano veduto rientrare in città trionfante, dopo avere riportate gloriose vittorie, i soldati coi quali aveva divise le fatiche ed i pericoli, i contadini cui aveva salvate le messi dal saccheggio de' nemici, accorrevano in folla per vederlo, ripetendo il suo nome con entusiasmo, ed invocandolo come il vindice della Lombardia, da cui si ripromettevano la pace, la gloria e la libertà. Il signore di Milano non vide con indifferenza tanto favore popolare. Lo invitò ad un magnifico banchetto con tutti i suoi parenti; e quando Marco stava per ritirarsi, fu da Azzo, sotto colore di parlargli segretamente, chiamato in un altro appartamento, e strozzato da alcuni sicarj colà appostati, che lo gittarono dalla finestra nella pubblica piazza. Così perì il più valoroso figliuolo del magno Matteo Visconti; quello che il voto de' Ghibellini chiamava a comandare la loro fazione in tutta la Lombardia[214].

Era loro mancato Cane della Scala, signore di Verona, che dodici anni prima la lega ghibellina aveva proclamato suo capo nel congresso di Soncino. Cane, in un'epoca in cui la Lombardia abbondò di capitani illustri e di grandi principi, meritò d'occupare il primo luogo. Ad una bravura a tutte prove aggiugneva altre qualità omai rese assai rare: costante ne' suoi principj e leale ne' discorsi, fu mantenitore fedele delle sue promesse. Nè solo aveva saputo assicurarsi l'amore de' soldati, ma ancora quello de' popoli da lui governati, sebbene di fresco sottomessi colle armi. Fu il primo de' principi lombardi che prendesse a proteggere le arti e le scienze: la sua corte, ch'era l'asilo di tutti i fuorusciti ghibellini, riuniva i primi poeti d'Italia, i migliori dipintori e scultori; ed alcuni gloriosi monumenti onde abbellì Verona, attestano anche al presente la protezione accordata all'architettura. Per altro le armi erano la sua più favorita passione, e la più grande impresa del suo regno era stato l'acquisto del principato di Padova, che i Guelfi avevano fondato l'anno 1318 in favore di Giacomo da Carrara. Questi era morto l'anno 1322, e gli era succeduto suo figliuolo Marsilio: ma questo principe indebolito dalle sedizioni de' suoi sudditi e dalla congiura de' suoi parenti, dopo aver veduto sei anni di seguito ruinate le campagne ed incendiati i castelli ed i villaggi del suo territorio; dopo avere senza verun profitto implorati i soccorsi del papa, del re Roberto, dei duchi d'Austria e di Carinzia, delle repubbliche di Venezia, di Fiorenza e di Bologna, aprì finalmente le porte a Cane della Scala il 10 settembre del 1328. Un matrimonio unì le due famiglie, e Marsilio rimase luogotenente di Cane nella città di cui era stato principe[215].

Le città di Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno erano allora soggette al signore della Scala. Nel susseguente anno intraprese di unirvi anche quella di Treviso, onde avere in tal modo tutta la Marca Trivigiana in suo potere. L'ebbe in fatti per capitolazione il 18 luglio del 1329; ma mentre entrava in questa città, sentendosi sorpreso da pericolosa infermità, si fece portare nella chiesa cattedrale e vi morì il quarto giorno in età di quarantun anni. Cane non aveva figli legittimi, e gli succedettero nella signoria i due nipoti figliuoli del fratello Alboino. Alberto, il primogenito affatto dedito ai piaceri, abbandonò la cura di tutti gli affari a suo fratello Mastino, erede dei talenti e dell'ambizione, ma non delle virtù di Cane[216].

E per tal modo quando l'imperatore tornava in Germania, tutti gli antichi capi del partito ghibellino, tutti coloro che avevano tanto tempo e con tanta generosità difesa la causa dell'impero contro il papa ed il re Roberto, erano caduti. Ma questa causa, più che dalla caduta di tanti illustri personaggi, riceveva danno dalla condotta tenuta in Italia da Luigi, e dalle triste memorie che di sè vi lasciava. Protettore nato della nobiltà e delle città imperiali, aveva in ogni luogo contribuito alla loro ruina; aveva senza vergogna sagrificati i suoi partigiani alla sua avarizia o all'interesse del momento; non erasi mantenuto fedele a verun principe, o ad amico di qualsiasi condizione, ed aveva fatto temere non meno la sua debolezza e la sua incostanza che la sua crudeltà.

Il partito della chiesa che gli era opposto, era alla stessa epoca diretto da capi egualmente odiosi. Papa Giovanni XXII, che aveva preferito di vivere suddito in Avignone piuttosto che sovrano in Roma, mostravasi assai meno il capo della cristianità, che la creatura e l'istrumento del re di Francia. Lussurioso, avaro, vendicativo, scompigliava l'impero con ambiziose pretensioni, di cui gli stessi suoi partigiani riconoscevano l'ingiustizia; turbava la pace della chiesa colle oziose dispute ch'ebbe coi Francescani intorno alla povertà di Cristo, coi cardinali, ed in appresso colla Sorbona per visione beatifica[217]. Poneva all'incanto le dignità ecclesiastiche; permetteva e probabilmente incoraggiava col suo esempio la corruzione de' costumi, talchè la sua corte scandalizzava tutta la cristianità. Quest'uomo, così indegno del titolo di padre de' Fedeli, aveva nominato suo rappresentante in Lombardia, Bertrando del Poggetto, che dicevasi suo nipote, ma veniva universalmente creduto suo figlio. Questo legato pontificio, cattivo soldato e peggior prete, cercava sotto il nome della chiesa di formarsi una sovranità in Italia. Impiegava le armi ed i tesori della santa sede ed i più vili intrighi della mondana politica per ingrandirsi a spese de' popoli ch'eransi posti sotto la sua protezione. Avendo colla sua perfidia fatte ribellare le principali città della Lombardia cispadana, gittava in Bologna, che destinava essere la capitale de' suoi dominj, i fondamenti d'una fortezza che lo assicurasse dalle insurrezioni d'un popolo estremamente maltrattato[218]. Gl'Italiani, sdegnati contro i due capi del cristianesimo, dai quali vedevansi traditi, si staccavano dall'imperatore e dal papa, e non pertanto conservavano i nomi di Guelfi e di Ghibellini che avevano presi quando s'erano armati per la loro causa. Mentre vedevansi rovesciare a vicenda tirannidi vacillanti, o rinunciare ad una libertà che non sapevano stabilire, sprezzare un imperatore perfido e pusillanime, e detestare un papa ipocrita ed ambizioso, un principe che non pareva occuparsi che della gloria e della beneficenza s'innoltrò fino alle frontiere della Lombardia, tutti i popoli si affrettarono di assoggettarsi alla sua sovranità.

L'ultimo imperatore Enrico VII aveva fatta sposare a Giovanni, suo figliuolo, Elisabetta seconda figlia di Wenceslao re di Boemia, mentre Anna, la primogenita, erasi maritata, vivente il padre, con Enrico duca di Carinzia. L'imperatore aveva dato a suo figliuolo il regno di Boemia come feudo vacante dell'impero; i Boemi ne avevano confermata l'elezione l'anno 1310, ed avevano ajutato il loro re Giovanni a scacciare dal regno Enrico di Carinzia, che pretendeva, come marito della primogenita di Wenceslao, quella corona[219]. Ma Giovanni, valoroso, galante, appassionato per le feste e per i tornei, e per l'avuta educazione, avvezzo alle maniere eleganti, alla leggerezza ed alla grazia della corte francese, era mal atto a comandare in un paese ancora mezzo barbaro, ove i magnati erano gelosissimi della selvaggia loro indipendenza, e non potevano tenersi sommessi che colla desterità e coll'artificio. Infatti trovossi involto in molte guerre civili, nelle quali la stessa sua consorte erasi talvolta posta alla testa de' ribelli[220]. Giovanni che in Boemia non trovava nè sicurezza nè obbedienza, affidò il governo del suo regno ad Enrico, conte di Lippe[221], ed andò a risiedere ne' suoi stati ereditarj di Lussemburgo; di dove intraprendeva frequenti viaggi alle corti straniere per trovarvi quella considerazione di cui non godeva ne' suoi dominj[222].

Il re Giovanni, come abbiamo già veduto, aveva portato Luigi di Baviera sul trono imperiale, ed aveva adoperate tutte le sue forze per mantenervelo; doveva Luigi riconoscere dal suo valore la vittoria di Muldfort e la prigionia di Federico d'Austria. Durante l'assenza dell'imperatore, erasi preso l'assunto di mantenere la pace in Germania e di proteggere la Baviera; e quando vide i duchi d'Austria disposti a ricominciare le ostilità, si recò presso di loro e li persuase a deporre le armi. Dopo averli rappacificati con Luigi, prese a quietare i movimenti della Germania, e cercò d'ottenere dal papa l'assoluzione dell'imperatore. Egli non ambiva di accrescere i proprj stati, de' quali lasciava l'amministrazione a' suoi ministri; egli non aveva vaghezza che di gloria e di potenza personale; voleva essere l'arbitro ed il pacificatore dell'Europa, al quale oggetto trovavasi sempre a cavallo viaggiando da una corte all'altra, nelle quali il suo nobile aspetto, la sua eloquenza, il suo disinteresse gli assicuravano un credito, quale non aveva mai avuto alcun uomo prima di lui[223]. Giunto al più alto grado della sua riputazione, si recò a Trento in sul finire del presente anno per fare sposare a suo figliuolo l'erede di quello stesso duca di Carinzia e del Tirolo, ch'era stato suo rivale.

Mentre Giovanni trattenevasi in Trento, ricevette ambasciatori dalla città di Brescia, che gli offrivano a vita la sovranità del loro stato; e chiedevangli protezione contro Mastino della Scala con cui erano in guerra. Brescia, governata dai Guelfi, era stata successivamente signoreggiata da Filippo di Valois, dal re Roberto e dal legato Bertrando del Poggetto: ma gli emigrati ghibellini avevano ricorso all'assistenza del signore di Verona, ed avevano ridotta la patria loro alle ultime estremità[224].

Il re Boemo colse con piacere questa occasione di figurare sopra un nuovo teatro, e recossi a Brescia l'ultimo giorno di dicembre del 1330; arringò il popolo dignitosamente; riconciliò le parti, richiamando in città i fuorusciti; persuase Mastino a ritirare le sue truppe; e parve che un solo atto della sua volontà avesse renduto ad una città da lungo tempo infelice, la pace e la prosperità[225].

I Bergamaschi, vicini ai Bresciani e governati ancor essi dalla fazione guelfa, furono i primi ad imitarne l'esempio. Giovanni accettò l'offerta, e mandò un luogotenente a governare Bergamo ed a ricondurvi la tranquillità[226]. Lo stesso fecero Cremona, Pavia, Vercelli e Novara[227]; e lo stesso Azzo Visconti, mosso dall'esempio de' suoi vicini, gli offrì la signoria di Milano, e s'intitolò suo vicario[228].

Ma più che tutt'altro paese, aveva bisogno d'un pacificatore la Lombardia cispadana; perciocchè di là partendo Luigi di Baviera aveva lasciati soldati nelle principali città, i quali non avevano altro sostentamento che il saccheggio. Le porte di Parma furono aperte al re Giovanni dai signori Rossi[229], quelle di Modena e Reggio dai capi delle famiglie ghibelline. Ogni città imponeva al re la condizione di non richiamare gli esiliati; ma ogni città vedeva poi con piacere violato il patto dal re, e riconciliate col richiamo de' fuorusciti le opposte parti[230].

In gennajo vennero pure al re Giovanni ambasciatori di Gherardino Spinola, signore di Lucca. Costui, comperando quel principato, erasi dato vanto di voler essere in Toscana un secondo Castruccio; ma ebbe tosto motivo di essere scontento della sua sovranità. Era stato internamente esposto ad una serie di congiure, mentre al di fuori i Fiorentini gli facevano un'aspra guerra. Dopo un lungo assedio gli aveano tolto il castello di Montecatini valorosamente difeso dai Ghibellini[231]; e fino dal 10 ottobre del 1330 l'armata fiorentina bloccava la stessa città di Lucca. Quando Spinola seppe che il re Giovanni aveva accettata Lucca, e che vi spediva i suoi soldati, abbandonò le città e ritirossi ne' suoi feudi senza che il re gli restituisse il danaro che aveva sborsato per l'acquisto di quella signoria[232].

I Fiorentini che tenevano innanzi a Lucca una grossa armata, rinforzata dai soldati ausiliari del re Roberto, dei Sienesi e dei Perugini, e che lusingavansi di entrare ben tosto in città in conseguenza di un trattato omai condotto a buon termine col signore e col comune[233], rimasero sbalorditi quando il giorno 12 di febbrajo gli araldi d'armi del re Giovanni di Boemia intimarono loro di rispettare il territorio dei sudditi del loro signore, e li prevennero nello stesso tempo che il re Giovanni, essendo in pace con tutti gli stati d'Italia, non aveva accettata la signoria di Lucca che per mettervi l'ordine e la concordia, e per rappacificarla co' suoi vicini[234].

Giovanni, re di Boemia, che era l'amico, il confidente e l'appoggio di Luigi di Baviera, era in pari tempo rispettato da Filippo di Valois e da Giovanni XXII, ed aveva strette relazioni colle corti di Francia e d'Avignone. In Italia non aveva fatta alcuna differenza dai Guelfi a' Ghibellini, era stato alternativamente chiamato dagli uni e dagli altri, aveva trattato con tutti, e gli aveva tutti accarezzati. Se talvolta la sua riputazione eccitava qualche gelosia, le sue maniere aperte ed amichevoli dissipavano subito i sospetti, e gli conservavano l'amicizia delle opposte parti. I soli Fiorentini non lasciaronsi ammaliare da tale incantesimo: videro che questo monarca, figlio dell'antico loro nemico Enrico VII, aveva in pochi mesi formata in Italia una potenza colossale; che non trovando chi gli resistesse, non tarderebbe ad esserne l'arbitro, ed allora farebbe conoscere qual egoismo s'ascondeva sotto la presente simulata imparzialità; quale dissimulazione avesse impiegata per conciliarsi la confidenza di accaniti avversarj; quale ambizione fosse il vero motivo di tanto zelo pel pubblico bene. Determinarono perciò di opporsi colle armi ai progressi delle sue conquiste, e ricusarono di levare l'assedio di Lucca: ma dovettero ben tosto chiamare la loro armata a difendere i proprj confini, ed alcune scaramucce in Val di Nievole furono i primi fatti d'arme del re di Boemia in Italia[235].

La protezione accordata da questo re ai Ghibellini di Modena e di Reggio contro al legato aveva risvegliata la collera della chiesa, ed i Fiorentini ricevettero dal papa una lettera che fu letta in presenza di tutto il popolo, colla quale Giovanni XXII dichiarava di non aver mai dato il suo assenso o l'approvazione della chiesa al re di Boemia per le rivoluzioni fatte in Lombardia[236]. Ma seppesi pochi giorni dopo che questo re aveva avuto tra Bologna e Modena un segreto intertenimento col legato Bertrando; fu osservato che questi due ambiziosi emuli si diedero, separandosi, non equivoci segni di amicizia, e più non si dubitò che non fossero essi convenuti di dividere tra di loro il dominio dell'Italia[237]. Sotto il nome del partito guelfo il cardinale si andava formando un principato, di cui Bologna stata sarebbe la capitale. Di già comprendeva la maggior parte delle città di Romagna: lo stesso anno aveva tolto Rimini ai Malatesta e Forlì agli Ordelaffi, non avendo lasciati i tiranni che regnavano nelle altre città della stessa provincia, che dopo averli ridotti alla condizione di vicarj subalterni[238].

La diffidenza inspirata dal re Giovanni ai Fiorentini e la loro opposizione fu un avviso dato ai principi d'Europa di aprire gli occhi sulle intenzioni di questo monarca. Il re Roberto si ristrinse coi Guelfi, e Luigi di Baviera coi Ghibellini per attaccarlo. Allora fu veduto con istupore l'imperatore fatto capo di una confederazione nella quale avevano preso parte i due duchi d'Austria, fin allora mortali nemici del Bavaro, i conti Palatini, i Margravj della Misnia e di Brandeburgo ed i re di Polonia e d'Ungheria[239].

Giovanni aveva fatto venire a Parma suo figliuolo Carlo, educato alla corte di Francia. Quando vide la burrasca ond'era minacciato in Germania, gli affidò il comando di ottocento cavalli per tenere in soggezione la Lombardia, e partì subito alla volta della Boemia ove giunse affatto inaspettato e più che mai opportuno[240]. Trattenne gli Austriaci che volevano penetrare nella Moravia, riguadagnò interamente la confidenza di Luigi che ben tosto dimenticava i suoi progetti e la passata gelosia; poi in cambio di pensare agli apparecchi della futura campagna, approfittò dell'inverno per andare in Francia, onde negoziare alla corte di Filippo ed a quella di Giovanni XXII, e proseguire i suoi nuovi disegni sull'Italia[241].

I principi ghibellini della Lombardia, che non si erano opposti a Giovanni, approfittarono di questa circostanza per ingrandirsi a sue spese. Mastino della Scala ed Azzo Visconti convennero di attaccare le città ch'eransi a lui assoggettate, prendendo per confine dei rispettivi loro stati e delle loro conquiste il fiume Oglio[242]. In fatti il signore di Verona, il 14 giugno del 1332, s'impadronì di Brescia coll'ajuto dei Guelfi, abbandonando i Ghibellini suoi antichi alleati alle loro vendette[243]. Azzo Visconti prese Bergamo. Poco dopo i Ghibellini gli diedero volontariamente Vercelli; e suo zio Giovanni Visconti con una singolare astuzia lo fece padrone di Novara, di cui egli era vescovo. Finse Giovanni Visconti d'essere caduto gravemente infermo, e, secondo l'uso d'Italia, recaronsi a trovarlo i principali cittadini del paese. Caccino Tornielli, che da una fazione era stato fatto signore di Novara, essendo pure andato a ritrovarlo, mostrò Giovanni vivo desiderio d'intertenersi con lui segretamente avanti di morire, onde il corteggio del principe si ritirò. Allora il vescovo mostrossi sorpreso dagli affanni dell'infermità, onde Torniello gli porse le mani per calmarlo, che il finto ammalato prese ambedue con molta forza, e chiamati i suoi domestici lo fece porre in una prigione, e cavategli colle minacce le chiavi della città, v'introdusse i soldati di suo nipote[244].

I signori di Lombardia attaccando il re di Boemia, trovarono d'avere per loro nemici i nemici del re Roberto e dei Fiorentini. I più ostinati capi delle parti guelfe e ghibelline facevano la guerra ad un principe, che dicevasi alleato ad un tempo dell'imperatore e del papa. Il risentimento delle antiche ingiurie, e perfino l'odio dei repubblicani contro i tiranni fecero luogo momentaneamente all'interesse immediato; e si vide con istupore una lega firmata in settembre del 1332 tra i signori ghibellini di Lombardia, la repubblica fiorentina ed il re di Napoli. Voleva la salvezza d'Italia che si allontanasse dal suo centro un principe che aveva fatta coll'imperatore una nuova alleanza, e che poteva essere tentato di cedere a questo monarca quegli stati che a lui non convenisse di conservare: voleva la tranquillità d'Italia che si regolasse la divisione di questi stati fra coloro che facevano la guerra al Boemo, onde un solo non approfittasse degli sforzi di tutti, innalzandosi subitamente a troppa grandezza. Era necessario che dopo la conquista le potenze italiane si trovassero di nuovo in equilibrio, e che ciascuno, essendo proporzionatamente ingrandito, fosse pure in istato di difendere la propria indipendenza. Il trattato di divisione assegnava dunque Cremona e Borgo san Donnino al signore di Milano, Parma a quello di Verona, Reggio ai Gonzaghi signori di Mantova; Modena al marchese d'Este signore di Ferrara, e Lucca ai Fiorentini[245].

Sebbene Pavia non fosse compresa in questa divisione, fu la prima a scacciare la guarnigione del re. I Beccaria, capi in questa città del partito ghibellino, se ne fecero riconoscere signori sotto la protezione di Azzo Visconti[246]. Negli stati di Modena e di Ferrara ove cominciò la guerra nello stesso tempo, i confederati ebbero la peggio, ed il territorio di Ferrara fu abbandonato al saccheggio dal principe Carlo di Boemia[247].

Il re Giovanni trovavasi a Parigi mentre suo figlio combatteva in Italia, ed aveva colà resa più intima la sua alleanza colla casa di Francia, facendo sposare sua figliuola all'erede della corona, Giovanni, figliuolo di Filippo VI[248]. Il re di Boemia andò in seguito a trovare il papa in Avignone, sebbene questa città appartenesse al re Roberto, suo principal nemico. Al primo vederlo il papa non si contenne dal rimproverargli le sue imprese d'Italia: ma avendo un amore veramente paterno per il cardinale Bertrando, vedeva nel re Boemo l'alleato del cardinale ed il nemico de' capi ghibellini di Lombardia, perlocchè diede favorevole udienza alla sua apologia, l'accolse con amore, e, dopo quindici giorni di segrete conferenze, gli promise tutto il favore della chiesa, e lo licenziò colmo di onori[249].

Da Avignone Giovanni tornò a Parigi per adunare i soldati promessi dal re di Francia, ed in gennajo del 1333 giunse a Torino con un'armata composta dal fiore della cavalleria francese. Filippo di Valois gli aveva prestati cento mila fiorini per montare questa truppa[250]. Il legato, sapendolo vicino, riprese coraggio, e attaccò di nuovo il Ferrarese; ruppe il 6 di febbrajo e fece prigioniere a Consandoli il marchese Nicolò d'Este, dopo il qual fatto intraprese l'assedio di Ferrara[251]. Ma l'armata della lega, che si era lentamente adunata, venne introdotta nella città assediata, prima che il legato ne avesse circostanziati avvisi; questa facendo un'impetuosa sortita dalla porta opposta a quella per cui era entrata, ruppe il 14 aprile del 1333 l'armata della chiesa, che aveva già ricevuto il rinforzo di sei cento cavalli di Linguadocca, comandati dal conte d'Armagnac, che fu fatto prigioniere con molti altri gentiluomini bolognesi, varj signori di Romagna, ed alcune migliaja di soldati[252].

I marchesi d'Este speravano di cambiare il conte d'Armagnac contro il loro fratello caduto in mano de' nemici nel fatto di Consandoli; ma il borioso Guascone pretese avere sortiti più illustri natali del marchese di Ferrara, e non volle essere cambiato contro di lui[253]. I signori Romagnuoli avendo chiesti al legato alcuni sussidj pecuniarj per liberarsi dalla prigionia, ed essendo stati loro negati, ne furono fieramente irritati, onde i capi della lega li rilasciarono tutti senza taglia con circa due mila loro vassalli e compatriotti[254]. Per lo che questi signori, entrando in Romagna, sollevarono i popoli. Francesco degli Ordelaffi entrato in Forlì il 19 di settembre, nascosto entro un carro di fieno, adunò in sua casa i suoi amici ed antichi servitori, ed attaccò alla loro testa la guarnigione guascona del cardinale, e scacciatala di città, ricuperò in tal modo la perduta sovranità. Il Malatesta presentossi il 22 di settembre innanzi a Rimini con duecento cavalli e gli furono aperte le porte dai suoi partigiani. Quasi nello stesso tempo si ribellò Cesena; ed Ostasio e Ramberto da Polenta sommossero Cervia e Ravenna. In una parola tutta la Romagna era sossopra; ed il re Boemo, chiamato a Bologna dal Legato, invece di calmare queste rivoluzioni, accresceva colla sua presenza il malcontento de' Bolognesi, e li disponeva a tentare qualche novità contro la chiesa[255].

Quando il re Giovanni si accorse che il legato era entrato di lui in sospetto, lasciò Bologna per tornare a Parma. Andò pure due volte a Lucca per levarvi una contribuzione, e per calmare una sedizione eccitata dai figli di Castruccio. Volle in quest'occasione che i Lucchesi gli giurassero individualmente fedeltà, per il quale atto conobbe che i cittadini atti alle armi non erano che quattro mila quattrocento cinquantotto; la guerra e la tirannide avevano spopolata questa un tempo così fiorente città[256]. Intanto Giovanni rifletteva dispettosamente alla sua mutata fortuna in Italia: tutti i popoli diffidavano di ogni suo movimento; ogni giorno aveva avviso di nuove perdite de' suoi alleati, o di ribellioni de' suoi sudditi: e quelli che conservavansi fedeli, non erano fra loro vincolati da verun interesse, nè il suo partito era animato da uno stesso spirito. In conseguenza di tali osservazioni, prese bruscamente la risoluzione di abbandonare i suoi stati d'Italia dopo averne raccolto tutto il danaro che potrebbe cavarne. Entrò dunque in trattato coi capi di parte di ogni città per ceder loro il principato; e vendette ai Rossi, nobili parmigiani, le città di Parma e di Lucca per trentacinque mila fiorini, Reggio alla casa di Fogliano, Modena a quella de' Pii, e Cremona a Ponzino Ponzoni. Allora riuniti i suoi soldati tedeschi in un corpo, mandò suo figlio a governare la Boemia, ed egli tornò a Parigi per vaghezza di farsi distinguere ne' festini e ne' tornei. Abbandonò l'Italia il 15 ottobre del 1333, dopo avervi esercitata per tre anni una influenza, cui non sembrava chiamato dalla posizione de' suoi stati[257].