CAPITOLO XXXIII.
Mastino della Scala s'innalza sopra le ruine del re di Boemia e del Legato Bertrando del Poggetto. — Viene abbassato dalle repubbliche di Fiorenza e di Venezia.
1333 = 1338.
Il vocabolo di Guelfo e di Ghibellino agitava ancora l'Europa dopo l'origine di quelle famose fazioni. Le abbiamo vedute passare dalla Germania in Lombardia ai tempi delle guerre civili tra Lotario III e Corrado II. Allora i Guelfi erano in pari tempo i difensori della chiesa e dei privilegi del popolo, mentre i Ghibellini erano i campioni delle prerogative dell'imperatore e della nobiltà. Le due fazioni vantavansi egualmente amiche della libertà e ne invocavano il nome, ma ne cercavano la guarenzia per due opposte strade; la prima voleva consolidare le costituzioni delle città, gli altri mantenere quelle dell'impero. Accordando loro intenzioni egualmente liberali, ci siamo preferibilmente attaccati prima ai Guelfi quando nel dodicesimo secolo opposero a Federico Barbarossa una generosa opposizione; in seguito ai Ghibellini quando nel tredicesimo secolo difesero con tanta fermezza gli eroici principj della casa di Svevia contro i pontefici impegnati a distruggerli. Forse mi verrà chiesto per quale parte desidero interessare i miei lettori nella prima metà del quattordicesimo secolo, e sono obbligato di confessare la mia trista imparzialità. Per lo storico contemporaneo è un merito quello di non ascoltare le passioni che tuttavia si agitano intorno a lui e di giudicare con severa imparzialità; ma quando que' popoli più non esistono o sono spente le fazioni, quando veruno interesse presente non può dipendere da dispute già abbandonate, solo la giustizia e la virtù ci guidano nella scelta, e lo storico ed il lettore sono dolenti se debbono rimanere imparziali. I nomi di Guelfo e di Ghibellino omai più non erano nella prima metà del quattordicesimo secolo che un'eredità di antico odio. I figli si facevano la guerra perchè i loro padri eransi combattuti, perchè rimanevano delle antiche offese da vendicare e del sangue da lavarsi col sangue. Questi odj sonosi spenti, le famiglie rivali o più non esistono o più non rammentano le antiche offese; e la storia delle loro contese non offre da ambe le parti che delitti e violenze. I Guelfi alleati de' Francesi non sapevano meglio mantenere l'indipendenza d'Italia, di quello che si facessero i Ghibellini alleati de' Tedeschi. Ogni fazione contavasi un numero press'a poco eguale di tiranni e di repubbliche. I marchesi d'Este a Ferrara, i Carrara a Padova, a Parma i Rossi, ed i Malatesta a Rimini appartenevano al partito guelfo. La sorte, gli è vero, fece sorgere più grandi uomini tra le famiglie ghibelline. Più tardi la potenza degli Scala e dei Visconti associò il timore della tirannide al nome della parte ghibellina. In sul finire dello stesso secolo vedremo questa lunga lotta assumere un carattere più nobile, e confondersi con quella dei repubblicani contro il despotismo. Fiorenza, che stava alla testa del partito guelfo, associò ben tosto alla difesa di questo partito la difesa della libertà ed illustrò colle sue virtù una causa che più non era raccomandata dal nome de' papi e dall'interesse della chiesa.
I Fiorentini, dopo essere stati due volte spaventati dalla discesa in Italia di Luigi di Baviera e dalla subita grandezza del re Giovanni di Boemia, credevano di più non aver nulla a temere. Erano ancora, a dir vero, impegnati in una guerra; ma l'avevano incominciata spontaneamente, sperando di accrescere lo stato con facili conquiste. I nemici da loro attaccati non potevano diventare pericolosi, ed era inevitabile e prossima la loro caduta. Tranne la sola città di Lucca, che avevano preso a sottomettere colle armi, tutto il rimanente della Toscana domandava loro alleanza. I Pisani erano indeboliti dalle fazioni tra i soldati ed il popolo, ed avevano scelto arbitro il vescovo di Fiorenza onde terminare coi Sienesi una guerra, nella quale avevano presa parte per il possedimento di Massa di Maremma. Gli Aretini vivevano tranquilli sotto il governo di Pietro Saccone de' Tarlati. Erano strettamente legate con Fiorenza pel comune interesse della parte guelfa le repubbliche di Perugia e di Siena; mentre le più piccole città di Pistoja, Volterra, Colle e san Gemignano erano piuttosto suddite che alleate della signoria di Fiorenza. In mezzo a tanta prosperità i Fiorentini si abbandonavano alla loro inclinazione pei piaceri. Due compagnie d'artigiani diedero tutto un mese feste e spettacoli nelle strade. Talora vedevansi scorrere la città in abito uniforme col capo coronato di ghirlande di fiori, e un'allegra musica dirigeva i loro misurati passi; altra volta si disputavano nelle pubbliche piazze il premio delle giostre e de' tornei; finalmente intrattenevano spesso il popolo cogli spettacoli, ne' quali la pittura, la poesia, la musica dovevano parlare insieme all'immaginazione e preparare da lontano il risorgimento del teatro. E per tal modo si andava sviluppando quello squisito gusto delle arti, quel genio creatore che doveva sollevare i Fiorentini tanto al di sopra degli altri popoli d'Italia[258].
Ma ben tosto tenne dietro a queste feste una grande calamità: il primo di novembre del 1333 cominciò a piovere con tanta furia, sia in Fiorenza, come in tutte le valli dell'Appennino che tributano le loro acque nell'Arno, che le cataratte dei cieli parvero aperte ed il popolo nuovamente minacciato da un generale diluvio. Onde tutta la gente vivea in grande paura suonando al continuo per la città tutte le campane delle chiese, infino che non alzò l'acqua, e in ciascuna casa bacini o pajuoli con grande strida gridando a Dio misericordia, misericordia, per le genti che erano in pericolo, e fuggendo le genti di casa in casa e di tetto in tetto, facendo ponti da casa in casa, onde era sì grande il rumore e 'l tumulto che appena si poteva udire il suono del tuono. Per la detta pioggia il fiume d'Arno crebbe in tanta abbondanza d'acqua, che prima onde si muove scendendo dell'Alpi con grandi ruine ed impeto sì che sommerse molto del piano di Casentino; e poi tutto il piano d'Arezzo e di Valdarno di sopra, per modo che tutto il coperse d'acqua. La Sieve soverchiò le sponde con non minore violenza ed allagò tutto Mugello. Ogni piccolo ruscello che metteva nell'Arno sembrava un gran fiume. Tutti i mulini, tutte le case fabbricate lungo i fiumi, tutti gli alberi piantati sulle loro rive furono sradicati e strascinati dall'impeto dell'acque. Le acque che già sollevavansi otto in dieci braccia al di sopra dei piani, urtavano con istraordinaria forza contro le mura di Fiorenza. Finalmente il quarto giorno atterrarono il muro ed entrarono in città per il corso de' Tintori dopo aver fatta nel muro una breccia larga cento braccia. In pari tempo caddero tre dei quattro ponti che attraversavano l'Arno: l'acqua inondava tutta la città, e molte case scosse dall'impeto delle acque caddero sepellendo gli abitanti sotto le loro ruine, e quelle che rimanevano in piedi erano riempite da una fetida melma. I magazzini di questa ricca città mercantile furono quasi tutti distrutti dalle acque. Incalcolabile fu il danno de' privati, e quello che cadde a carico del governo sorpassò due cento cinquanta mila fiorini. Finalmente le acque alzandosi sempre più in città, le mura non ne sostennero il peso, e nella notte del 5 al 6 novembre cadde la muraglia d'Ogni Santi, e per la fatta breccia di quattrocento cinquanta braccia l'acqua scolò verso pian d'Arno di sotto.
Tutta la Toscana fu ruinata da così terribile allagamento, i piani vennero coperti dalle acque, le colline e le montagne spogliate del loro terreno; molti villaggi furono affatto distrutti dalla violenza de' torrenti, e tutti i seminati perduti. Pisa, situata in più basso luogo di Fiorenza, trovandosi circondata da un ampio lago, non si sottrasse a più grande infortunio che per la nuova strada che le acque si aprirono al di sotto della città: una metà si rovesciò nell'Arnaccio e venne a sboccare presso Livorno, mentre l'altra metà si aperse una diritta strada nel letto del Serchio[259].
Le finanze fiorentine erano rifinite per le immense perdite che lo stato ed i particolari avevano fatto; i cittadini vedevansi scoraggiati da un flagello che sembrava un castigo del cielo; la città trovavasi aperta per due enormi rotture, e le comunicazioni erano chiuse tra un quartiere e l'altro da case ruinate o interrotte per la caduta de' ponti principali. Se in tali circostanze un successore di Castruccio avesse avuta parte della sua audacia o della sua attività, la città di Fiorenza poteva essere facilmente sorpresa. Ma i signori ai quali il re di Boemia aveva venduti i suoi stati, erano occupati a difendere il proprio, non che pensassero ad occupare quel d'altri; e gli stessi pericoli della loro posizione non permettevano loro di pensare ad imprese che avrebbero potuto liberarli dalle presenti angustie. In settembre avevano fatto un trattato d'alleanza col cardinale Bertrando del Poggetto. I signori di Parma, Lucca, Reggio, Modena e Cremona ed il legato eransi vicendevolmente obbligati a difendersi contro i limitrofi nemici[260]. Ma il legato, capo di questa confederazione, più non comandava allo spirito di partito, non era più l'arbitro di quell'antica potenza di opinione che lo aveva per sì lungo tempo secondato in Italia. Tutti gli occhi erano aperti su gl'interessati motivi della sua condotta; gli entusiasti si erano disingannati; i popoli sospiravano l'istante di scuotere il giogo; la Romagna era sollevata, ed il malcontento de' Bolognesi andava ogni giorno facendosi maggiore.
Bertrando del Poggetto, gettando in Bologna i fondamenti di una fortezza, col di cui mezzo tenersi la città soggetta, aveva adoperata l'astuzia perchè il popolo non si opponesse alla sua costruzione. Andava dicendo che il papa, stanco del soggiorno d'Avignone, pensava di tornare in Italia, onde fabbricava per lui questo palazzo; ma quando i muri cominciarono ad essere capaci di difesa, vi alloggiò i suoi soldati di Linguadocca ed aggravò il giogo sopra una repubblica ancora gelosa della sua libertà.
Due fazioni esistevano da molto tempo in Bologna; una, che da principio aveva favorite le viste del legato, era diretta da Taddeo de' Pepoli, il più ricco ed ambizioso cittadino della repubblica; l'altra, più favorevole alla libertà, aveva per capi Brandaligi dei Gozzadini, e Collazzo di Beccadelli colle loro famiglie. Questi si proposero prima degli altri di scuotere il giogo che pesava sopra la loro patria, ed in principio del 1334 concertarono col marchese d'Este, capo dell'armata della lega, i mezzi di sollevare Bologna.
Il marchese d'Este, dopo essersi impadronito del castello d'Argenta, spinse la sua armata sopra Cento per obbligare il legato a venirgli incontro. Di fatti la guarnigione dei Guasconi che teneva in rispetto i cittadini di Bologna, uscì il 17 marzo per attaccare i Ferraresi. Questo era l'istante aspettato da Brandaligi e da Collazzo per richiamare il popolo alla libertà. Vennero sulla piazza del Pretorio colla spada in mano. «Alle armi, gridarono, cittadini di Bologna, prendete le armi e seguiteci; finalmente è giunto l'istante in cui il nostro coraggio può bastare a scuotere il giogo della tirannide. Un'armata straniera attraversa le vostre campagne; questi soldati, nemici del vostro tiranno, sono i vostri vindici. Quali preferite voi di combattere? essi, o i Guasconi che vi opprimono? esporrete voi la vita per vivere schiavi o per vivere liberi? Armatevi, perchè convien scegliere; armatevi perchè il tiranno vuole mandarvi contro i Ferraresi, se voi rifiutate di marciare con noi. Osservate le prigioni ch'egli ha fabbricate nella sua fortezza, osservate i patiboli innalzati sulle vostre mura; queste, se vincete con lui, sono le ricompense che vi aspettano. Ma noi, se abbiamo il vostro appoggio, apriremo al popolo quel palazzo in cui i vostri ed i nostri padri, ove noi stessi e voi rendemmo liberamente giustizia quando la repubblica sussisteva nella sua gloria, quando noi non conoscevamo ancora la cupidigia del prete francese, nè la brutale insolenza e l'impudicizia de' suoi soldati. Noi, le di cui dimora e famiglie sono conosciute, le di cui case verranno bruciate e le proprietà confiscate se siamo perdenti, noi tutto allegramente esponiamo per la libertà: fate voi lo stesso; voi che arrischiate meno di noi».
Di mezzo alla folla si udì rispondere a questo discorso il grido di viva il popolo, muoja il legato, muoja il tiranno iniquo e crudele. I Guasconi sparsi per le contrade furono uccisi, gli altri fuggirono verso la fortezza, abbandonando la guardia delle porte che vennero aperte al marchese di Ferrara. Il popolo condotto da Colazzo e da Brandaligi diede un primo assalto a questa fortezza in cui erasi chiuso il legato, e non essendo riuscito ad atterrarne le porte, o a sormontarne le mura, prese a farne regolarmente l'assedio[261].
I Fiorentini, avuto avviso dello stato in cui trovavasi il legato, mandarono a Bologna quattro ambasciatori e trecento cavalli per prendere il prelato sotto la loro protezione. Bertrando del Poggetto, quale signore di Bologna, era stato loro nemico; ma quando conobbero il suo pericolo, non lo risguardarono sott'altro aspetto che di rappresentante della chiesa. Gli ambasciatori trattarono con lui e col popolo che lo assediava; il legato abbandonò di buon grado la sua fortezza che non poteva lungo tempo difendere, e che, abbandonata ai Bolognesi, fu dal popolo immediatamente spianata. I Fiorentini coprirono la ritirata del legato che prese la strada della Toscana co' suoi soldati. La salvaguardia mandatagli dalla repubblica potè a stento salvarlo dalla rabbia degli abitanti della campagna che si affollavano lungo la strada, e volevano vendicarsi della sua lunga tirannia[262].
Bertrando trovò a Firenze un'ospitalità che avrebbe dovuto fargli dimenticare il suo precedente malcontento contro la repubblica: pure si pretende che giunto in Avignone adoperasse ogni mezzo per ridurre il papa, suo zio, a far vendetta di coloro che gli avevano salvata la vita; ma il regno di Giovanni XXII non durò ancora tanto, perchè Bertrando, valendosi del credito che aveva grandissimo presso il pontefice, potesse far pentire i Fiorentini della protezione che gli avevano accordata.
Giovanni XXII morì in Avignone il 4 dicembre del 1334, dopo un lungo regno, durante il quale aveva scandalizzata tutta la cristianità. Tale era stata la sua avarizia, che lasciò, morendo, un tesoro di dieciotto milioni di fiorini in danaro, e di sette milioni in gioje ed in vasi di chiesa[263]: aveva raccolte tante ricchezze colla riserva de' beneficj vacanti in tutti i paesi cristiani de' quali percepiva i primi frutti. Fu questo papa che attribuì alla santa sede il diritto esercitato prima dalle chiese di nominare esse medesime i proprj pastori; e la simonia che presiedeva a queste elezioni eccitò l'universale malcontento. Ma la condotta del papa in Italia, la perfidia e la crudeltà de' suoi agenti per conseguire gli ambiziosi loro fini, accrescevano a dismisura l'indignazione dei popoli. La persecuzione di Luigi di Baviera aveva stomacata tutta la Germania, ed un grido universale si alzava contro tante ingiustizie e parzialità; quando finalmente per mettere il colmo allo scontentamento della chiesa, la stessa fede del papa cadde in sospetto d'eresia ed i devoti unirono le loro imprecazioni alla furia de' mondani contro di lui.
Alle sue passioni politiche univa Giovanni XXII il gusto delle discussioni teologiche, ed un grandissimo acume per seguirle. La chiesa non aveva ancora deciso come un punto di domma quale fosse lo stato delle anime de' beati dopo la loro morte fino alla fine del mondo. Giovanni XXII, persuaso che soltanto l'ultimo giudizio doveva aprir loro le porte della celeste gloria, teneva per indubitato che fino a quel gran giorno le loro anime non vedrebbero Dio in tutta la sua gloria; egli incoraggiava i teologi a disaminare tale quistione e ricompensava coi benefizj coloro che nelle scritture o nelle prediche sostenevano la sua opinione; ma in breve incontrò una opposizione assai maggiore che non si aspettava. La sua credenza che sembrava a principio indifferente, poteva avere sulle entrate della chiesa le più tristi conseguenze: siccome negava alla Vergine Maria, agli apostoli ed a tutti i santi l'ingresso in cielo prima della fine del mondo, attaccava i fondamenti della dottrina delle indulgenze, delle messe per il riposo delle anime, dell'invocazione e della intercessione dei santi, e per ultimo del fuoco del purgatorio. I Tedeschi e gl'Italiani si affrettavano di appigliarsi a questo pretesto per domandare la convocazione di un concilio generale che avrebbe deposto il papa come colpevole d'eresia, e sottratta ad un tempo la chiesa all'influenza della Francia[264]. Filippo di Valois, per prevenire le loro pratiche, credette di costringere egli stesso il papa a rinunciare alle proprie opinioni. Ottenne perciò una decisione dei teologi di Parigi e dei cardinali in favore della beatifica visione, che comunicò al papa, dandogli ad intendere che al bisogno sarebbe stato costretto ad uniformarvisi[265]. Gli dichiarò inoltre che lo avrebbe trattato come eretico e fatto bruciare se non si ritrattava[266]. Spaventato il papa da tali minacce, permise che fosse riprovata la sua opinione, e la vigilia della sua morte pubblicò una dichiarazione con cui professava la credenza della visione beatifica, che dopo tale epoca diventò un domma della chiesa[267].
I cardinali adunati in Avignone furono subito chiusi in conclave in numero di ventiquattro; ma divisi in due fazioni non era sperabile che s'accordassero sollecitamente; però fino dal primo giorno dello scrutinio, volendo appositamente perdere il loro suffragio proponendo uno de' loro confratelli, che ognuno trovasse poco proprio a riunire tutti i suffragi, si trovarono unanimi nel designare l'uomo meno riputato del loro collegio, Giacomo Fournier, figlio d'un fornajo di Saverdun, chiamato il cardinal bianco perchè portava sempre l'abito di monaco Cisterciense. I cardinali che lo avevano nominato, il popolo cui venne annunciato ed il candidato che avevano allora adorato, rimasero egualmente maravigliati di tale elezione. Quest'ultimo non potè ritenersi dal dire ai suoi fratelli che i loro suffragi eransi riuniti a favore di un asino. Benedetto XII, che così fu chiamato il nuovo papa, era in fatti perfettamente digiuno di quella scienza di politica e di dissimulazione che tanto aveva prosperato nella corte d'Avignone; ma in ricompensa manifestò maggior amore per la pace, bontà e sollecitudine per la sua greggia, che non ne aveva mostrato alcuno di coloro che da oltre cinquant'anni avevano occupata la cattedra di san Pietro[268].
Il primo pensiere di Benedetto XII fu quello di riconciliare Luigi di Baviera colla chiesa, e di metter fine alla scandalosa disputa che il suo predecessore aveva provocata contra il capo della cristianità. Luigi fin dalle prime aperture che gliene furono fatte, si assoggettò a tutte le condizioni che gli furono imposte, e già stava per conchiudersi la pace, quando i re di Francia e di Napoli si diressero per impedirla a tutte le creature che avevano nel concistoro, e Filippo di Valois fece ancora in tutta la Francia mettere le mani sulle rendite de' cardinali, minacciandoli di confiscarne definitivamente i beni se si riconciliavano col Bavaro. Di fatti un'invincibile opposizione del concistoro ritenne il papa, e la negoziazione fu rotta[269].
Frattanto la guerra intrapresa dai Fiorentini, di concerto coi principi lombardi, si continuava con successo; i signori, cui il re Giovanni aveva venduti i suoi stati, da lui e dal legato abbandonati, si andavano successivamente sottomettendo, e trattavano coi capi della lega lombarda per cedere loro le città a vantaggiose condizioni. Cremona fu aperta al Visconti in maggio del 1334, e le altre città lombarde si diedero una dopo l'altra nell'estate del 1335. Ma durante questa campagna, i Fiorentini che mandarono costantemente e con ragguardevole spesa il loro contingente all'armata dei confederati, non riuscivano che a stento a far loro osservare le condizioni del primo accordo. I due più potenti confederati Visconti e della Scala tentarono più volte con segreti trattati d'impadronirsi delle città assegnate ai loro associati. Finalmente, colla mediazione de' Fiorentini, Piacenza, Cremona e Lodi furono occupate dal Visconti, Parma da Mastino della Scala, Reggio dai Gonzaga, e Modena dal marchese d'Este[270].
Tutti i confederati avevano in tal guisa ottenuto l'oggetto per cui intrapresero la guerra, tranne i Fiorentini, che, essendosi riservato l'acquisto di Lucca, avevano con poco vigore attaccata questa città per non guastare una provincia che doveva essere loro suddita e che speravano di avere con un trattato. I fratelli de' Rossi, signori di Parma e di Lucca, avendo venduta la prima di queste città a Mastino della Scala, erano disposti a trattare con lui ancora per la cessione della seconda, ed i Fiorentini per una imprudente confidenza permisero al signore, loro alleato, di condurre a termine una negoziazione così importante per loro, di modo che videro con piacere entrare in Lucca il 20 dicembre del 1335, di consentimento di Pietro de' Rossi che vi comandava, cinquecento cavalli di Mastino: ma questi non proponevasi nelle sue negoziazioni il solo vantaggio degli alleati[271].
I Rossi avevano trattato col solo Mastino, e poco loro importava che questi tenesse per sè la ceduta città o la dasse in mano de' Fiorentini. Il principe di Verona, i di cui stati stendevansi in allora dalle frontiere della Germania a quelle della Toscana, troppo ben conosceva di quanto vantaggio poteva essergli il possedere in questa provincia una città forte, per essere disposto a darla altrui. Fu appena signore di Lucca, che cercò di ravvivare in Toscana il partito ghibellino e di stendere la sua influenza sopra le città di Pisa e di Arezzo da lungo tempo attaccate a questa fazione.
Dominava in Pisa il partito democratico, il quale aveva posto alla testa della repubblica il conte Fazio o Bonifacio della Gherardesca. I plebei e gli uomini nuovi che componevano i consigli, non avevano ereditati i vecchi odj di famiglia da cui erano tuttavia animati i nobili; la loro politica era tutta fondata sopra le presenti circostanze e sopra le fresche alleanze, non già sull'affezione e le memorie della loro infanzia: essi avevano chiuse le porte a Luigi di Baviera; avevano vinti e cacciati dalla loro città i figliuoli di Castruccio; per ultimo avevano ricercata l'amicizia dei Fiorentini, i capi del partito guelfo. Ma i nobili, privati delle cariche, vedevano come cosa indegna la loro patria alleata cogli antichi loro nemici. Attaccavano essi tutta la gloria alla ricordanza delle antiche guerre contro i Guelfi, e l'odio contro quella fazione era il più vivo loro sentimento. Credevano interessati il loro onore e il loro dovere a conservare e trasmettere ai figliuoli quest'odio implacabile che avevano ricevuto dai loro padri; e purchè trionfasse il nome ghibellino, poco loro importava che il commercio della patria fosse florido o languente, che questa conservasse la libertà o venisse in mano di un principe. Trovavasi capo di questo partito Benedetto Maccaroni[272], il quale entrò ben tosto nelle viste di Mastino della Scala, accettando con riconoscenza i soccorsi offertigli da questo signore per restituire ai nobili ed ai Ghibellini l'antico potere.
Da una disputa che scoppiò nel consiglio, in cui dovevasi eleggere un cancelliere, Maccaroni prese motivo di chiamare il suo partito alle armi. Aveva desiderato che un accidentale avvenimento preparasse gli spiriti de' suoi partigiani senza dover loro confidare una trama, e col pronto soccorso promessogli da Mastino tenevasi sicuro della vittoria. Ma in questo inaspettato movimento, il conte Fazio prevenne i gentiluomini; egli occupò prima di loro la piazza del palazzo pubblico, e tese le catene che ne chiudevano le uscite per difenderla, mentre i gentiluomini aprivano le prigioni e bruciavano i libri de' crediti dello stato per guadagnarsi il favore della plebe. I due partiti vennero in seguito alle mani sulla piazza di san Sisto, ove i nobili ebbero la peggio: onde ritiraronsi lentamente verso la porta del lido che Maccaroni sperava di poter difendere finchè giungessero le truppe di Mastino. Diede avviso ai suoi compagni dell'imminente arrivo di questo ajuto onde rianimarli; ma essendosi passata la notizia anche all'opposto partito, molti cittadini che non avevano voluto prendere parte al primo combattimento, presero le armi per impedire che la loro patria non venisse in mano di Mastino della Scala, ed unitisi a Fazio, attaccarono i gentiluomini con tanto vigore che li cacciarono subito di città. I Gualandi, Sismondi, Lanfranchi, e quasi tutte le famiglie dell'alta nobiltà furono esiliate[273].
I Fiorentini informati di questa sedizione di Pisa, ed avvisati in pari tempo che Pietro de' Rossi erasi avanzato fino ad Asciano alla testa dei soldati di Mastino per sostenere i Ghibellini, e che gli aveva incontrati mentre fuggivano, conobbero facilmente le pratiche che il signore di Verona stendeva in tutta la Toscana. Essi lo invitarono ancora una volta ad aprir loro le porte di Lucca, in conformità delle convenzioni; e per non lasciare veruna scusa alla sua mala fede, acconsentirono di pagargli tutto quanto saprebbe chiedere per indennizzarlo delle spese sostenute per conto di Lucca. Mastino portò le sue pretese all'esorbitante somma di trecento sessanta mila fiorini; e quando con estrema sua sorpresa gli ambasciatori della repubblica risposero che erano pronti a pagarla, gridò ch'era abbastanza ricco per non avere bisogno del loro danaro, e che non evacuerebbe Lucca se i Fiorentini non gli permettevano d'impadronirsi di Bologna. Così fu rotta la negoziazione il 23 febbrajo del 1336, e subito cominciarono le ostilità in Val di Nievole[274].
In tal maniera i Fiorentini trovaronsi impegnati in una pericolosa guerra con un tiranno, ch'essi avevano in parte sollevato a tanto potere. Mastino era allora signore di nove città altra volta capitali d'altrettanti stati sovrani[275], e traeva dalle gabelle loro settecento mila fiorini d'entrata. Verun monarca della cristianità, ad eccezione di quello di Francia, possedeva tante ricchezze. Tutto il rimanente della Lombardia era soggetto a principi ghibellini, alleati naturali della casa della Scala, e la corte di Mastino era l'asilo di tutti gl'illustri esiliati. Lo storico Cortusio, mandato di que' tempi per un'ambasciata a Mastino, lo trovò circondato da ventitre principi spogliati dei loro stati i quali s'erano rifugiati nella sua capitale[276]. Il signore di Verona, reso orgoglioso dalle sue alleanze, dalle sue ricchezze e dalla prosperità delle sue armi, non aspirava niente meno che alla conquista di tutta l'Italia; ed i Fiorentini erano i soli che ardissero opporsi a' suoi ambiziosi disegni.
Troppo mancava perchè la repubblica fiorentina potesse pareggiarsi a Mastino sia pel numero delle piazze forti e de' sudditi, che pel numero de' soldati e per la quantità delle pubbliche entrate. Pure le private ricchezze dei Fiorentini in allora padroni di molta parte del commercio del mondo, davano alla loro repubblica un rango assai distinto tra le potenze, perchè sagrificavano sempre con piacere le proprie ricchezze in servigio della patria. Quando scoppiò la guerra con Mastino della Scala, formarono un consiglio di finanza, incaricato di trovare danaro; e tutte le casse del commercio gli furono aperte; onde la repubblica si trovò a portata di opporsi a così formidabile avversario[277]. Fu pure creato un consiglio militare, detto Ufficio della guerra, e composto di sei cittadini deputati dai sei quartieri della città al quale fu rimessa la direzione delle operazioni dell'armata per tutto un anno; affinchè la più frequente rielezione della signoria non interrompesse l'andamento degli affari.
Ma i Fiorentini non erano soltanto esposti ad essere attaccati dalla parte di Lucca: un ardito capo de' Ghibellini dava loro vivissime inquietudini all'opposto confine. Pietro Saccone dei Tarlati, uno de' signori di Pietra Mala, era succeduto, nel governo d'Arezzo, a suo fratello ch'era stato vescovo di quella città. Allevato nella più selvaggia regione degli Appennini ove il castello di Pietra Mala signoreggia i deserti coperti per più mesi dell'anno da alte nevi, Saccone era avvezzo a sprezzare tutti i pericoli, tutte le fatiche e le intemperie dell'aria. In un secolo incivilito, tra popoli ammolliti, conservava Saccone i costumi e le abitudini dei conquistatori del Nord, autori della sua stirpe. Egli disprezzava il lusso e la mollezza d'Italia, ma ne conosceva la politica e sapeva valersi de' suoi artifizj. Era nello stesso tempo sul campo di battaglia uno de' più formidabili soldati, ed il più accorto ed ingegnoso condottiere quando trattavasi di sorprendere una piazza o d'ingannare i nemici con qualche stratagemma. Affezionato alle sue montagne, pareva piuttosto aspirare alla sovranità delle Alpi, che a signoreggiare le fertili contrade che stanno alle loro falde; come l'aquila che vola sugli Appennini di balza in balza, ma che rare volte scende al piano. Egli aveva interamente sottomessa la famiglia della Faggiuola che aveva spogliata di Massa Trebaria e di tutta la sua eredità; aveva pure soggiogati gli Ubertini con tutti i loro castelli ed i conti di Montefeltro e di Montedoglio[278], di modo che la sua potenza stendevasi su tutte le montagne della Toscana, della Romagna e della Marca d'Ancona. Dalla signoria d'Arezzo era in seguito passato a quella di città di Castello e di Borgo san Sepolcro; e per ultimo aveva attaccata Perugia che a stento si andava contro di lui difendendo.
Saccone aveva osservata fedelmente la pace che vent'anni prima erasi fatta tra le repubbliche di Fiorenza e di Arezzo, ed aveva, sebbene capo del partito ghibellino, schivato di provocare sopra di sè le potenti armi della signoria. Ma quando Mastino della Scala portò la guerra in Toscana, Saccone accettò la sua alleanza, ed obbligossi ad introdurre in Arezzo ottocento cavalli che il signore di Verona aveva mandati fino a Forlì. In tali circostanze l'Ufficio della guerra non volle più rimanere esposto alle sorprese di un vicino che aspettava il favorevole istante per ismascherarsi. Perciò i Fiorentini dichiararono la guerra al signore d'Arezzo, ed il 4 aprile del 1336 spinsero un corpo di cavalleria in Romagna per opporsi a quella di Mastino, e fecero guastare dalle truppe tutto lo stato d'Arezzo[279].
Le città di Siena, Perugia e Bologna erano, siccome ancora il re Roberto, obbligati da un'antica alleanza a difendere i Fiorentini per la salvezza del partito guelfo. L'Ufficio della guerra rinnovò quest'alleanza, sebbene se ne potessero sperare pochi frutti, perciocchè le repubbliche erano snervate dalle guerre civili, ed il re Roberto dall'età e dallo scoraggiamento. Non si poteva far conto dei soccorsi della repubblica di Genova, già da due anni in preda al partito ghibellino che volgeva tutte le forze dello stato contro la stessa repubblica[280]. Il potere della chiesa era in Italia omai spento affatto; e le città della Romagna e della Marca erano dominate da piccoli tiranni, la di cui politica limitavasi a far lega colla parte più potente onde essere risparmiati dall'usurpatore almeno per tutto il tempo che questi avrebbe qualche cagione di temere. Luigi di Baviera continuava a proteggere Mastino, il quale chiamavasi sempre vicario imperiale; e se alcuna potenza d'oltremonti doveva prendere parte nella guerra che stava per ricominciare, non poteva farlo che in favore del signore di Verona.
Venezia soltanto, mossa da più profonda politica, avrebbe potuto associarsi a Fiorenza per difesa della libertà italiana. La potente repubblica di Venezia fin allora occupata unicamente delle sue conquiste del Levante, della marina, del commercio, non aveva acquistato alcun possedimento sul continente, non aveva voluto contrarre alleanze, nè prender parte alla politica italiana. I nomi de' Guelfi e de' Ghibellini erano esclusi dai suoi dominj; non dipendeva dall'impero e teneva il clero subordinato al proprio governo. Risguardavasi non pertanto piuttosto come affezionata al partito imperiale; ed una certa gelosia di commercio o di possanza sembrava che l'alienasse dai Fiorentini.
I signori della guerra di Fiorenza non si lasciarono ributtare da queste apparenze. Per non risvegliare l'attenzione di Mastino sulle loro negoziazioni, ne diedero l'incarico ad alcuni mercanti fiorentini stabiliti in Venezia, e trovarono, siccome lo avevano preveduto, questa signoria disposta ad ascoltarli.
Aveva Mastino della Scala con diverse imprese offesa la repubblica sua potente vicina. Aveva tentato di togliere il castello di Camino alla famiglia di tal nome, che in addietro aveva regnato a Treviso, e che posteriormente erasi aggregata alla nobiltà veneziana; fabbricava un castello tra Padova e Chioggia per impedire ai Veneziani di far sali su quelle coste, e per assicurarne l'esclusiva fabbricazione ai suoi sudditi; finalmente aveva fatto chiudere con una catena il Po ad Ostiglia, ed assoggettate ad un gravoso pedaggio le navi che rimontavano il fiume[281]. Tali novità erano tutte contrarie ai trattati stipulati dai suoi predecessori colla repubblica, onde la signoria accolse con piacere l'occasione di rintuzzare l'orgoglio di un vicino potente che incominciava ad adombrarla.
Il trattato d'alleanza tra le due repubbliche fu segnato il 21 giugno del 1336. Fiorenza non cercava che il vantaggio di sollevare contro Mastino un potente nemico: obbligavasi a mantenere metà dell'armata ed a sostenere metà delle spese per attaccare il signore di Verona nella Marca Trivigiana; ma tutti gli acquisti che farebbe quest'armata, dovevano appartenere ai Veneziani, non riservandosi i Fiorentini che la città di Lucca, che dovevano acquistare a proprie spese e colle loro forze[282].
Un solo generale doveva avere l'assoluto comando delle due armate repubblicane; e la cupidigia di Mastino ne presentò loro uno veramente meritevole di tanta confidenza. L'illustre famiglia de' Rossi di Parma era stata capo del partito guelfo fino ai tempi ne' quali la perfidia di Bertrando del Poggetto l'aveva sforzata a rifugiarsi tra i nemici della chiesa: nella venuta di Giovanni di Boemia gli aveva ceduta la sua sovranità, che aveva ricomperata quando Giovanni abbandonò l'Italia. Finalmente la guerra aveala obbligata a rinunciare a Mastino della Scala tutti i suoi diritti sopra Parma e sopra Lucca. La città di Pontremoli e molte castella con ragguardevoli proprietà erano state da Mastino guarentite ai Rossi; ma quando il signore di Verona ebbe raccolti i frutti del suo trattato, pensò a sciogliersi dagli obblighi del trattato. Eccitò contro i Rossi i Corregieschi capi dell'opposta fazione in Parma; e spogliatili di tutti i loro castelli, gli assediò in Pontremoli loro ultimo asilo. Pietro de' Rossi, il più giovane de' sei fratelli, aveva allora opinione di essere il più perfetto cavaliere d'Italia. Nelle guerre civili che da tanto tempo desolavano il suo paese, aveva date luminose prove di valore, senza macchiarsi mai con atti di crudeltà. I soldati tedeschi che servivano allora in Italia, l'avevano chiamato loro signore e gli mostravano un illimitato attaccamento. Liberale coi suoi compagni d'armi fino all'imprudenza, appena per sè conservava una tonaca ed un cavallo. L'alta sua statura e le sue eleganti maniere chiamavano sulla di lui persona gli sguardi di tutte le donne, e la verginale purità de' suoi costumi, che assicuravasi non esser giammai stata smentita, dava un nuovo pregio alla sua nobile figura[283]. Pietro de' Rossi era ritenuto come ostaggio a Verona, ma trovò modo di fuggire, e venne a chiedere soccorso ai Fiorentini, che seppe eccitare alla vendetta. Dopo aver date prove de' suoi militari talenti in una breve campagna nel territorio di Lucca, passò il primo ottobre al comando della grande armata della lega nella Marca Trivigiana[284].
Pietro de' Rossi attraversò colla sua armata i territorj di Treviso e di Padova, insultò le guarnigioni delle due città, abbandonò le campagne al saccheggio, e con mille cinquecento cavalli tenne a bada l'armata di Mastino composta di quattro mila. Ma i Veneziani vedendolo aggirarsi in quel labirinto di fiumi e di canali, che attraversano in mille maniere il territorio padovano, ne furono inquietissimi, tanto più che il nemico aveva rotti tutti i ponti e fortificati i passaggi: ma Pietro finse di cercar la battaglia, e secondo la costumanza cavalleresca mandò ad offrirne il pegno al campo di Mastino; perchè questi persuadendosi che doveva essere per lui vantaggioso il non far quello che desiderava il nemico, lasciò fuggire l'occasione d'attaccarlo e gli permise di stabilirsi e di fortificarsi a Bovolento sul Bacchiglione, sette miglia al di sotto di Padova[285].
Nel tempo che i Fiorentini mantenevano un'armata nella Marca Trivigiana, e combattevano in Toscana contro i Lucchesi, e contro Pietro Saccone e gli Aretini, non ignoravano che dovevano stare in guardia contro le trame dei Ghibellini, che nelle città della provincia ed anche entro Firenze mantenevano segrete intelligenze, oltre che venivano caldamente eccitati dalle promesse di Saccone e dagli artificj di Mastino. In così pericolose circostanze sapevano che i Romani avrebbero creato un dittatore; onde, seguendo l'esempio loro, credettero di dovere innalzare un magistrato al di sopra delle leggi, affinchè il grandissimo potere che gli confidavano, tenesse in dovere i segreti nemici della repubblica, e la rapidità de' giudizj li colpisse a tempo ne' loro complotti. Ma presso i Romani, popolo affatto militare, il dittatore diventava il generale dell'armata. I Fiorentini non avevano trovato tra i loro concittadini un generale abbastanza sperimentato da mettersi alla testa di tutto lo stato: accostumati a confidare agli stranieri il potere dell'armi, avrebbero temuto assai più di riunire in mani sconosciute la potenza civile e militare; e se giammai si fossero in tal maniera dato un padrone, difficilmente avrebbero poi potuto scuoterne il giogo. Immaginarono quindi di non rivestire il loro nuovo magistrato che dell'autorità di supremo giudice, e lo nominarono conservatore, dandogli una guardia di cinquanta cavalieri e di cento fanti, autorizzandolo a giudicare compendiosamente ed a far eseguire all'istante le sentenze. Uno straniero, Giacomo Gabriello d'Agobbio, fu chiamato il primo ad occupare questa carica. Il popolo doveva tremare innanzi a questo magistrato, ma la signoria tenutasi superiore alla sua giurisdizione poteva sopravvegliarlo ed imporre limiti al suo potere. Frattanto il Gabrielli, abbandonandosi senza ritegno al suo carattere sospettoso e crudele, fece spargere dai suoi carnefici molto sangue. Quando uscì di carica, il popolo, sdegnato contro di lui, promulgò una legge che proibiva di nominare in avvenire giudici di Agobbio o del suo territorio[286]. Dopo di lui un altro conservatore, Accorimbeno di Tolentino, fece succedere la giustizia venale alla crudeltà; ed i Fiorentini, abolendo tale carica, si convinsero finalmente che la libertà non si mantiene giammai con mezzi dispotici, e che l'innalzare un potere al di sopra delle leggi, quand'anche fosse per la loro difesa, è lo stesso che preparare la loro ruina[287].
Nel susseguente anno 1337 la campagna s'aprì dai Fiorentini in Toscana con uno strepitoso avvenimento. Pietro Saccone, stretto dalle armate di Fiorenza e di Perugia, e non potendo tenere aperta comunicazione con Mastino che non gli mandava i promessi soccorsi, vedendo di avere già perduti molti castelli, prese finalmente il partito di negoziare vendendo ai Fiorentini la signoria d'Arezzo. La repubblica acquistò separatamente i diritti di Pietro Saccone e quelli del conte Guido; pagò il soldo delle truppe assediate e sborsò circa sessanta mila fiorini per ottenere il possesso della città, che le fu aperta il 10 di marzo. Ma tal acquisto costò alla repubblica assai più che tesori, avendo compromessa la sua buona fede: per la prima volta fu accusata d'avere mal osservato i trattati, d'avere combattuto di concerto coi Perugini, e d'aver sola raccolti i frutti del loro sudore, e del loro sangue[288]. Il partito guelfo venne in Arezzo ristabilito dopo un esilio di sessant'anni; i Tarlati furono ridotti alla condizione di cittadini; si fabbricarono nella città due fortezze per tenerla in soggezione, e venne stabilita una nuova magistratura incaricata di sopravvegliare alla tranquillità ed al buon essere degli Aretini[289].
I Fiorentini che nella precedente guerra erano stati vittima dei loro riguardi per il territorio di Lucca, tenevansi fermi nello stesso sistema di politica: la guerra che gl'interessava esclusivamente e che si faceva senza il concorso de' loro alleati, era quella che facevasi meno vigorosamente. Accontentaronsi in questa campagna di saccheggiar Pescia, Buggiano e pochi altri castelli di Val di Nievole e di Val di Serchio, senza fare verun acquisto[290].
Ma nello stesso tempo spingevano con una straordinaria attività il loro progetto di eccitare in Lombardia nuovi nemici a Mastino della Scala. Nella stessa maniera ch'essi avevano chiamati i capi dei Ghibellini a dividere le conquiste del re di Boemia, abbandonavano adesso alla loro avidità gli stati del signore di Verona. Ricordavano a ciascheduno l'insultante arroganza di Mastino, ed offrivano ricompense a qualunque volesse far lega con loro per punirlo. Obizzo d'Este, Luigi di Gonzaga ed Azzo Visconti entrarono successivamente nella lega delle due repubbliche. L'ultimo aveva approfittato della guerra generale, cui avevano preso parte i suoi vicini per impadronirsi nello stesso tempo di Lodi, di Como e di Crema[291]. Carlo, figliuolo di Giovanni di Boemia e duca di Carintia, si unì anch'esso ai nemici di Mastino, e gli tolse in sul cominciare di luglio le città di Cividiale e di Feltre[292].
Mentre un'armata condotta da Lucchino Visconti minacciava a ponente gli stati di Mastino, indi ritiravasi senza combattere[293], Pietro de' Rossi rimaneva nelle vicinanze di Padova onde cogliere qualche opportunità per togliere questa grande città ad Alberto della Scala, che ne aveva il comando. Alberto, fratel maggiore di Mastino, era suo eguale in autorità, ma di talenti e di coraggio a lui inferiore d'assai. Impaziente del travaglio, abbandonava i pubblici affari per dedicarsi interamente ai piaceri. Marsiglio ed Ubertino da Carrara, gli antichi signori di Padova e capi del partito guelfo, erano i soli suoi consiglieri. Nell'ebbrezza dell'assoluto potere aveva fatto violenza alla moglie d'Ubertino da Carrara; ma come egli aveva dimenticato quest'oltraggio, figuravasi che lo avesse egualmente dimenticato ancora l'offeso. Ubertino non erasene in verun modo lagnato, o dato indizio dell'interna sua rabbia; ma aveva aggiunto alla testa di moro, che formava il cimiero del suo elmo, due corna di oro, perchè gli rammentassero continuamente la sua vergogna e la vendetta che meditava di fare[294].
Mastino, che non accordava ai Carrara tanta confidenza, aveva più volte scritto a suo fratello di osservarne gli andamenti, di arrestarli ed anche di farli morire. Alberto mostrava tutte queste lettere ai Carrara; e questi che già da più mesi trattavano col doge di Venezia[295], cercavano di risvegliare in Padova lo zelo de' loro partigiani, e mantenevano strette intelligenze con Pietro de' Rossi, loro nipote, cui chiedevano all'opportunità soccorso di gente. Mastino scoperse tutte queste pratiche e scrisse il 2 agosto a suo fratello di far arrestare senza ritardo i due Carrara che lo tradivano e di farli morire. Quando fu introdotto il messaggiere, che aveva ordine di consegnare la lettera al solo Alberto, questi stava giocando agli scacchi. Egli prese la lettera e senza aprirla la consegnò a Marsiglio da Carrara, che gli stava vicino. Marsiglio lesse l'ordine del suo supplicio senza lasciar travedere sul suo volto alcun turbamento. «Vostro fratello, disse in seguito al signore, domanda che voi gli mandiate senza ritardo un falcone pellegrino di cui abbisogna per la caccia.» Nello stesso tempo prevenne Ubertino di apparecchiare ogni cosa per quella notte, e più non perdette Alberto di vista onde impedire che gli giugnesse qualche nuovo avviso[296].
A mezza notte i Guelfi ch'erano di guardia alla porta di ponte Curvo, l'aprirono a Pietro de' Rossi, che entrò in Padova alla testa della sua cavalleria. I partigiani di Carrara che si erano adunati in silenzio intorno al palazzo pubblico, sorpresero nell'ora medesima le guardie, le disarmarono, arrestarono Alberto della Scala nel suo appartamento, e lo condussero subito nelle prigioni di Venezia. Nicoletto, suo buffone, domandò di partecipare alla sua sorte, e fu il solo che lo accompagnasse in quella trista dimora: un così generoso sentimento trovossi in un uomo che aveva fin allora fatto traffico di una vile buffoneria, e che nelle altrui risate aveva cercata l'indipendenza[297].
Pietro de' Rossi fece osservare ai suoi soldati la più severa disciplina. Impadronendosi di Padova, non fu commesso verun rubamento, verun disordine turbò il contento del popolo che tornava alle fazioni de' suoi padri. Furono sequestrate le sole proprietà della casa della Scala, siccome appartenenti al vincitore. Marsiglio di Carrara fu proclamato signore di Padova da' suoi concittadini; ed ammesso nella lega delle repubbliche, si obbligò a somministrare quattrocento cavalieri all'armata che faceva la guerra a Mastino[298].
Questo segnalato vantaggio ottenuto dalla lega fu ben tosto funestato dalla morte di colui che lo aveva procurato. Pietro de' Rossi avendo intrapreso l'assedio del castello di Monselice, vi fu colpito il 7 agosto da un colpo di lancia, e morì il susseguente giorno. Suo fratello Marsiglio che aveva un comando nella medesima armata, morì di febbre sette giorni dopo[299]. Per riconoscenza e per rispetto dovuto alla memoria di questi due generali, la lega affidò il comando della loro armata ad un terzo fratello, Orlando de' Rossi che non aveva i talenti de' suoi predecessori.
Ma la situazione di Mastino della Scala era diventata così pericolosa, che la lega non aveva omai più bisogno d'un grande generale per trarre profitto dai già ottenuti vantaggi. Tutti i Guelfi che avevano ubbidito a questo signore, tutti i gentiluomini che avevano motivo di dolersi di lui, coglievano avidamente l'occasione di ribellarsi, e si scoprivano nella condotta dell'uomo potente caduto in minor fortuna offese prima egualmente ignorate dall'offensore e dall'offeso. Brescia si ribellò l'8 ottobre contro Mastino; e la guarnigione tedesca, dopo avere difesa alcun tempo la città nuova, fu costretta anch'essa di capitolare. Questa nuova conquista passò in dominio d'Azzo Visconti, che vi aveva più degli altri contribuito[300].
Questa guerra non era per anco stata illustrata da una battaglia formale, nè meno quando le armate nemiche presso a poco di forze eguali non dovevano temere di far prova del loro valore. Ma dopo l'abbassamento del signore della Scala, più non poteva aver luogo un fatto importante, poichè egli tenevasi chiuso nella sua capitale, difendeva i suoi castelli e non ardiva avventurare una battaglia. Si consumò l'inverno in trattati infruttuosi, e la seguente campagna del 1338 fu consacrata all'assedio di alcune fortezze. Frattanto i Fiorentini distribuirono i premj per la corsa sotto le stesse mura di Verona. Occuparono in appresso Soave, Montecchio e Monselice, e verso la metà d'ottobre s'impadronirono finalmente dei sobborghi di Vicenza[301]. Mastino aveva chiesti gli ajuti dell'imperatore Luigi di Baviera, al di cui partito erasi sempre conservato fedele. Ma Luigi era allora il nemico della casa di Lussemburgo, con cui aveva tanto tempo fatto causa comune; ed il conte Giovanni Enrico, secondo figlio del re di Boemia, occupò i passaggi delle montagne, e trattenne in Tirolo l'imperatore che con sei mila cavalli veniva in soccorso del signore di Verona[302]. Mastino abbandonato da tutti i suoi alleati, e temendo di vedersi in breve assediato nella propria capitale, si appigliò finalmente alle negoziazioni. Doveva trattare con una lega, onde impiegò contro la medesima quell'arte che d'ordinario basta per discioglierle. Offrì di dare pieno soddisfacimento ad uno de' confederati, e lo fece rinunciare alla difesa degl'interessi altrui. I Veneziani trattarono con lui separatamente, ed avendo ottenuto quanto desideravano, il 17 dicembre del 1338 firmarono un trattato che comunicarono soltanto dopo fatto alla repubblica Fiorentina, perchè ancor essa vi si uniformasse[303].
Con tale trattato Treviso, Castelfranco e Ceneda venivano cedute alla signoria di Venezia; Bassano e Castel Baldo al signore di Padova; Pescia ed alcune castella di Val di Nievole ai Fiorentini[304]. La navigazione del Po era dichiarata libera; i Rossi dovevano rientrare al possesso de' loro beni nello stato di Parma, ed Alberto della Scala sarebbe liberato senza taglia.
Queste condizioni erano troppo diverse da quelle che i Fiorentini chiedevano, e che loro erano state promesse dagli alleati. Da una guerra che loro costava seicento mila fiorini, altro frutto non raccoglievano che l'acquisto di tre o quattro castelli che Mastino più non poteva difendere; mentre colla stessa guerra la casa di Carrara aveva acquistata la signoria di Padova, il Visconti facevasi assicurare quella di Brescia, ed i Veneziani gittavano i fondamenti d'una nuova potenza in terra ferma[305]. Rimasero alcun tempo incerti se dovessero restar soli in guerra contro Mastino, piuttosto che aderire a così svantaggioso trattato, e lasciarsi in tal modo deludere un'altra volta dai loro alleati. Pure essi avevano contratto un debito di quattrocento cinquanta mila fiorini; avevano impegnate ai loro creditori le gabelle per sei anni; e due enormi perdite fatte in quest'epoca dal loro commercio li determinarono ad accettare il trattato di Venezia, e la pace si pubblicò in Toscana il giorno 11 febbrajo del 1339[306].
Per terminare la guerra, un motivo assai più potente dell'abbandono in cui trovavansi i Fiorentini, fu la ruina che apportava al loro commercio la guerra tra Filippo di Valois ed Edoardo III d'Inghilterra. Questi due monarchi non erano stati troppo scrupolosi nello scegliere i mezzi di far danaro. Filippo aveva più volte alterate le monete del suo regno, di modo che il fiorino d'oro di Fiorenza, che ne' primi anni del suo regno valeva dieci soldi di Parigi, giunse in breve al valore di trenta. In appresso fece arrestare in un sol giorno (10 aprile 1337) tutti gl'Italiani che commerciavano ne' suoi stati, ed accusandoli d'usura, li forzò a liberarsi con enormi contribuzioni[307]. D'altra parte Edoardo d'Inghilterra aveva scelti per banchieri due negozianti o case di Firenze, ed i prestiti che faceva per loro mezzo, superavano talmente gli assegni del rimborso, che i Bardi trovarono d'avergli prestate cento ottanta mila marchi sterlini, ed i Peruzzi cento trentacinque mila; ossia, fra l'uno e l'altro, sedici milioni trecento mila lire delle nostre lire d'Italia, in un tempo in cui il denaro era cinque o sei volte più raro che a' nostri giorni[308]. Queste due case furono obbligate di sospendere i loro pagamenti, dal che ne risultò per contraccolpo un infinito numero di fallimenti in Fiorenza[309]. Tali furono le circostanze che consigliarono la repubblica ad accettare la pace di Venezia, senza che la sua pubblicazione cagionasse allegrezza nel popolo[310].