CAPITOLO XXXIV.

Bologna sottomessa da Taddeo de' Pepoli. — Guerra de' mercenarj o di Parabiago. — I Genovesi creano il doge. — Celebrità del Petrarca: viene coronato in Campidoglio.

1338 = 1341.

La repubblica di Bologna, posta quasi nel centro dell'Italia, aveva lungo tempo disputato a Fiorenza il primato nella parte guelfa; nè meno popolata, nè meno ricca, o meno commerciante, aveva sopra le città della Romagna quella stessa influenza che Fiorenza sopra quelle della Toscana; finalmente Bologna era resa celebre dalla più antica università d'Italia. Irremovibile pel suo attaccamento alla parte guelfa, questa repubblica aveva acquistati i suoi primi trionfi con lunghe e ruinose guerre. I Lambertazzi e molte migliaja dei loro partigiani erano stati esiliati l'anno 1237, e la loro partenza aveva lasciata la città deserta[311]. Ma i disastri della guerra civile erano stati rifatti dalla uniforme e vigorosa amministrazione del partito vittorioso. Il governo più assodato aveva potuto ponderatamente maturare i suoi progetti ed eseguirli, e procurare allo stato una lunga prosperità. Ora siamo giunti all'epoca in cui questa prosperità ebbe fine. La tirannide del legato Bertrando aveva viziato il principio vitale della repubblica; i cittadini corrotti da alcuni anni di servitù non erano più capaci di reggersi liberi. I loro odj provocati da più gravi oltraggi avevano preso un più feroce carattere; essi non erano più repressi dall'antico spirito pubblico; la salute della patria o il timore di compromettere la libertà più non essendo bastanti motivi per farli tacere, assoggettarono Bologna dopo quattro anni di agitazioni ad una nuova tirannide. Questa, a dir vero, fu più volte rovesciata, ma la libertà che le teneva dietro, non era di più lunga durata, o meno vacillante ed incerta del potere tirannico.

Le recenti fazioni di Bologna eransi manifestate quando Romeo de' Pepoli, il più ricco cittadino di questa repubblica, era stato esiliato: egli morì lontano dalla sua patria; ma suo figliuolo Taddeo vi era stato richiamato in tempo dell'amministrazione del legato. I Pepoli eransi fatti molti partigiani tra il basso popolo e tra la povera nobiltà col mezzo delle loro immense ricchezze di cui usavano generosamente. Essi eransi mostrati zelantissimi per il partito guelfo, ed erano rimasti attaccati al legato più lungo tempo dei Maltraversa loro avversarj[312]. Accusavano essi questi ultimi di favorire i Ghibellini, e quest'accusa poco non influiva sullo spirito del popolo. Alcune illustri famiglie erano attaccate alla loro sorte[313], la più rinomata delle quali era quella dei Bentivoglio, che i suoi genealogisti fanno discendere da Enzio, re di Sardegna e figliuolo di Federico II, che morì prigioniere in Bologna. I nemici di questa famiglia, che doveva un giorno signoreggiare Bologna, dicevano al contrario che discendeva da un macellajo[314].

Poco dopo la cacciata del legato, manifestossi in Bologna una sollevazione, il 27 aprile del 1334, nella quale le due fazioni s'azzuffarono sulla piazza, essendo stati rotti i Maltraversi, saccheggiate le case de' Sabbadini, e tutti i capi di queste grandi famiglie esiliati[315]. I soli Gozzadini erano stati eccettuati da questa proscrizione in ricompensa della parte grandissima che avevano avuta nell'espulsione del legato[316].

La fazione de' Pepoli, per assicurarsi la vittoria, o per raccoglierne i frutti, procedette ben tosto a nuovi atti di rigore contro i suoi avversarj. Tutti i Ghibellini ch'erano stati esiliati coi Lambertazzi, e che in seguito erano tornati a Bologna per condiscendenza del governo, furono di nuovo esiliati in numero di trecento cinquantasette; i loro padri ed i loro fratelli obbligati a fissare il loro domicilio in campagna; e quando gli affari li chiamavano in città, era loro vietato d'avvicinarsi alla piazza sino a cinquanta braccia sotto pena di due mila lire di multa[317].

I Pepoli si comportavano in città come se già ne fossero padroni. Giacomo, figlio di Taddeo, aveva promesso ad un prete suo amico di procurargli un beneficio vacante, ed avendolo chiesto inutilmente al vescovo, in un impeto di collera oltraggiò il prelato cogli schiaffi: il vescovo, preso un coltello, ferì il Pepoli in una guancia. Si corse alle armi da ambe le parti; il palazzo vescovile fu saccheggiato ed abbruciato; ed il capo della Chiesa di Bologna si sottrasse alla morte colla fuga[318].

Non pertanto, la considerazione personale che si era acquistata Brandaligi dei Gozzadini coll'espulsione del legato, conservava alcuna indipendenza al partito Maltraversa di cui era capo. L'anno 1337 Taddeo dei Pepoli eccitò contro i Gozzadini i Bianchi, loro particolari nemici; e quando seppe che gli uni e gli altri erano armati e pronti a battersi, si fece innanzi in mezzo a loro sulla piazza maggiore offrendosi loro mediatore. Prese Brandaligi per la mano, lo chiamò suo fratello e l'arbitro di Bologna; lo ricondusse a casa sua prodigandogli gli attestati del suo rispetto e del suo attaccamento; fece deporre le armi a' suoi proprj figliuoli, ch'eransi associati ai Bianchi, e determinò tutta la fazione dei Maltraversa a deporre le armi ed a disperdersi; ma appena si era il Pepoli ritirato, che i suoi partigiani, adunati in un altro quartiere, piombarono sopra le case dei Gozzadini, le saccheggiarono, le bruciarono, e forzarono Brandaligi a fuggire. Dopo ciò i sediziosi scacciarono dalla signoria tutti i magistrati attaccati al partito Maltraversa, e costrinsero gli altri a condannare all'esilio i Gozzadini ed i loro partigiani[319].

I Bolognesi erano entrati nella lega de' Fiorentini e de' Veneziani contro i signori della Scala, e la guerra in cui trovavansi impegnati, obbligavali a tenere molti cavalieri al loro soldo. Questi mercenarj, per la maggior parte Tedeschi, preferivano il servigio di un principe a quello della repubblica. D'altra parte, i tiranni la di cui potenza era fondata sulla forza militare avevano tutti studiata l'arte di rendersi cari ai soldati. Taddeo dei Pepoli aveva saputo guadagnarsi coloro che stavano allora in Bologna; avevali impegnati per mezzo di segreti emissarj ad accorrere a romore sulla piazza il 28 agosto 1337, gridando: viva messer Taddeo dei Pepoli!... I cittadini si ragunarono alle grida di viva il popolo; ma essi erano senza capo, ed i veri repubblicani erano stati esiliati colla fazione de' Maltraversa. Taddeo incoraggiava i suoi soldati, che disarmarono la guardia della signoria, e senza combattere, anzi senza resistenza, Taddeo fu introdotto nel pubblico palazzo. I mercenarj, che gli avevano aperto l'ingresso, lo proclamarono i primi signore generale di Bologna; alcuni giorni dopo le compagnie delle milizie, e più tardi ancora il consiglio del popolo acconsentirono a questa elezione. Gli amici della libertà erano affatto scoraggiati; e, perduta ogni speranza d'impedire lo stabilimento del despotismo, si assentarono da queste assemblee, nelle quali dieci soli cittadini ebbero la fermezza, di dichiararsi contro Taddeo dei Pepoli[320].

Il nuovo signore scoprì ben tosto, o suppose delle congiure contro di lui per esiliare, sotto questo pretesto, i cittadini che potevano ancora tenerlo inquieto[321]. Cercò poi di rappacificarsi col papa, che aveva messa la sua capitale sotto l'interdetto; riconobbe la sovranità dei pontefici sopra Bologna; promise alla Chiesa un annuo tributo di otto mila lire bolognesi; obbligossi a far marciare le sue truppe qualunque volta ne fosse richiesto dalla corte d'Avignone, ed ottenne a questi patti d'essere ammesso da Benedetto XII in seno della Chiesa, e fu riconosciuta la legittimità del suo potere[322].

La pace di Venezia fu posteriore a queste diverse rivoluzioni di Bologna. Questa pace, smembrando gli stati di Mastino della Scala, aveva posto il rimanente dell'Italia al coperto dalla sua ambizione; ma una casa più potente erasi di già arricchita delle sue spoglie. I talenti e le virtù d'Azzo Visconti, il quale era succeduto in Lombardia alla preponderanza di Mastino, rendeva la sua ambizione ancora più pericolosa. Visconti era in allora il solo signore che si occupasse del ben essere de' suoi popoli, e che sapesse farsi amare. La dolcezza della sua amministrazione gli guadagnava ammiratori e partigiani in ogni luogo, ed i sudditi del tiranno si felicitavano d'essere da lui conquistati. Brescia erasi ribellata contro Mastino per aprire le porte al signore di Milano; ed altre città avevano tentato d'imitarne l'esempio; ma il signore di Verona, facendo la pace con Azzo, occupavasi di già della sua vendetta; e fu precisamente col deporre le armi che suscitò contro al principe che lo aveva umiliato, i più pericolosi nemici.

(1338) Noi abbiamo veduto che i sobborghi di Vicenza erano stati abbandonati all'armata della lega: i Tedeschi assoldati prima da Fiorenza e da Venezia, vi si erano accantonati dopo conchiusa la pace, conservandoli come pegno d'una pretesa indennizzazione; onde rifiutarono di separarsi minacciando egualmente Mastino e gli alleati al di cui servigio erano stati fin allora. Il signore di Verona, volendosene liberare, pensò di rovesciarli addosso ad Azzo Visconti. Incaricò di quest'affare quello stesso Lodrisio Visconti che aveva due volte congiurato contro Galeazzo, e, costretto ad emigrare da Milano, erasi riparato a Verona.

(1339) Enrico VII, Federico d'Austria, Luigi di Baviera, il duca di Carinzia ed il re di Boemia avevano successivamente condotte in Italia nuove armate tedesche, e ben pochi degli avventurieri venuti con loro erano tornati in Germania: i sovrani d'Italia gli avevano assoldati, promettendo loro ricompense maggiori di quelle che trovar potevano nella loro patria. La prodigiosa superiorità che aveva nelle battaglie la cavalleria pesante, dovevasi molto meno al numero che all'abitudine delle armi: il cavaliere aveva un soldo proporzionato al lungo tempo che doveva impiegare, ed ai pericoli cui doveva soggiacere per imparare un tale mestiere; e mentre oggi la paga del soldato è minore di quella dell'ultimo mercenario, era in allora maggiore di quella del più esperto e ricco artefice.

I principi e le città d'Italia non erano in istato di tenere costantemente queste truppe al loro soldo; in tempo di guerra invitavano i mercenarj che avevano militato in altre armate, e li licenziavano all'epoca della pace. I Tedeschi, arrivati in Italia al seguito de' loro principi, erano ben tosto chiamati a servire altre potenze coll'allettamento di più larga mercede; e perchè le contese degl'Italiani erano affatto indifferenti a questi stranieri, vendevansi sempre al migliore offerente.

Generalmente parlando, ai principi tornava meglio d'avere dei Tedeschi al loro soldo, che dei nazionali, perchè la diversità della lingua li faceva più stranieri allo spirito di partito, e meno accessibili agl'intrighi. Sembrò a bella prima che le truppe mercenarie avessero pure altri vantaggi. Le forze degli stati si proporzionarono alle loro ricchezze, non alla popolazione; esse s'accrebbero coll'industria e coll'attività, e si perdettero per l'inerzia; si risparmiò il sangue de' sudditi cittadini; gli stessi soldati vestirono un carattere più umano, e la guerra si trattò con minor ferocia, perchè i combattenti erano quasi tutti compatriotti e non avevano veruna cagione di odio, che gli esacerbasse gli uni contro gli altri. In tempo della battaglia si risparmiavano reciprocamente; dopo la vittoria i vinti venivano spogliati delle loro armi e de' loro cavalli, e posti in libertà senza taglia. Non si previde a principio che l'uso de' soldati stranieri faceva perdere alla nazione il carattere militare, e la privava dei mezzi di respingere colle proprie forze le aggressioni che potevano opprimerla; non si previde che i mercenarj, ne' quali essa riponeva la sua confidenza, potevano un giorno tradirla. La negoziazione di Lodrisio Visconti con quelli che occupavano i sobborghi di Vicenza, fece per la prima volta conoscere ciò che doveva temersi da tali truppe.

Lodrisio Visconti giunse presso ai Tedeschi che occupavano i sobborghi di Vicenza, col danaro datogli da Mastino. Propose loro, poichè allora verun sovrano assoldava truppe, di marciare con lui contro Azzo Visconti; ed in cambio di soldo promise loro il saccheggio della città e del territorio di Milano. Richiamò alla loro memoria la grande compagnia de' Catalani ed Arragonesi che in principio del secolo era passata in Grecia e vi aveva fondato uno stabilimento, e li determinò ad intraprendere la guerra per conto loro proprio. I Tedeschi nominarono generali Lodrisio Visconti ed uno de' loro compatriotti detto Rinaldo di Givres[323]; presero il titolo di compagnia di san Giorgio, ed in principio di febbrajo del 1339 passarono l'Adige per entrare nel territorio milanese. La compagnia quando si pose in cammino era numerosa di due mila cinquecento cavalli e di molta infanteria, e di mano in mano che andava avanzando, faceva sempre nuove reclute.

Azzo Visconti trovavasi allora a letto tormentato dalla gotta, onde gli fu forza di affidare il comando della sua armata a suo zio Lucchino Visconti. Quest'armata, composta di tre mila cavalli e di dieci mila pedoni, uscì di Milano il giorno 15 febbrajo per andar contro alla compagnia di san Giorgio ch'erasi accampata a Legnano, e guastava il territorio milanese.

Lucchino divise la sua armata in due colonne, una delle quali sotto gli ordini di Giovanni da Fieno e di Giovanelli Visconti, e stabilì il suo quartiere a Parabiago; l'altra sotto l'immediato comando di Lucchino s'accampò a Nerviano. Lodrisio approfittò di questa divisione, e la notte del 19 al 20 febbrajo piombò improvvisamente sopra la colonna di Parabiago, e la ruppe interamente. Lasciò allora quattrocento cavalli a Parabiago per custodire il bottino ed i prigionieri, ne mandò settecento presso all'Olona per tagliare la ritirata ai fuggiaschi, e col rimanente s'avanzò contro Lucchino. La battaglia si rinnovò con un furore che non erasi da molto tempo veduto nelle guerre d'Italia: la speranza del saccheggio di Milano animava i soldati della compagnia; quelli di Lucchino erano animati dalla difesa di quanto avevano di più prezioso contro una truppa di assassini che non avrebbero usato moderatamente della vittoria. Pure i Milanesi furono vinti, ma dopo una vigorosa difesa che aveva poco meno dei vinti indeboliti anche i vincitori. Lo stesso Lucchino venne in potere de' nemici. Mentre durava la battaglia, un'altra colonna di settecento cavalieri tutti italiani era uscita di Milano sotto la condotta d'Ettore da Panigo, ed entrata in Parabiago, aveva sorpresi e tagliati in pezzi i quattrocento cavalieri lasciati da Lodrisio a guardare il castello, e si era ingrossata coi prigionieri che aveva liberati. Di là marciò verso Nerviano, e giunse sul campo di battaglia mentre lo truppe di Lucchino di già rotte si difendevano ancora debolmente. Ettore da Panigo piomba su la compagnia rifinita dalla fatica di due battaglie e disordinata dalla caccia data al vinti, fa un orribile macello di questi avventurieri; libera Lucchino e fa Lodrisio prigioniero.

In una sola giornata la compagnia aveva ottenute due vittorie, e due ne aveva pure ottenute il conte da Panigo suo avversario. Questi ricondusse allora le vittoriose sue truppe verso Milano. Al passaggio dell'Olona incontrò il capitano tedesco Malerba che da Lodrisio era stato posto alla custodia di quel fiume per tagliare la ritirata ai fuggitivi. Fu anche questi disfatto dopo un ostinato combattimento che fu il quinto di questo giorno e pose fine alla battaglia di Parabiago distruggendo la compagnia di san Giorgio. Questa rapida campagna, terminata in meno di venti giorni, richiamò a sè gli sguardi di tutta l'Italia: l'incredibile accanimento con cui aveano combattuto i mercenarj in quest'occasione, nella quale portavano le armi contro l'intera società, ispirava tanto maggiore spavento, in quanto che si paragonava alla mollezza con cui sostenevano le altre guerre. La spedizione di Parabiago disvelò il loro segreto.

Si osservò che le loro ordinarie battaglie non erano che un trastullo nel quale cercavano di guadagnare la paga col minor sangue e fatica possibile; ma che non facevan uso di tutte le loro forze, che quando le destinavano alla sovversione dell'ordine sociale. Più di quattro mila cavalieri delle due armate erano rimasti sul campo di battaglia[324]: assai maggiori erano i morti dell'infanteria. I soli Milanesi avevano perduti più di cinquecento cavalieri e di tre mila fanti[325]. Lodrisio Visconti ed i due suoi figliuoli furono chiusi nelle prigioni di Milano. Si rimandarono senza taglia gli altri prigionieri dopo aver loro tolti i cavalli e le armi e avuta da loro la promessa che più non servirebbero contro i Visconti. Non si sarebbero potuti ritenere senza condannarli ad una perpetua prigionia, perchè veruna potenza sarebbesi curata di comperare la loro libertà[326].

Sebbene la guerra di Parabiago togliesse al Visconti alcune migliaja di soldati, aveva non pertanto accresciuta la sua riputazione e la sua potenza. Era a quest'epoca sovrano di dieci città lombarde prima indipendenti[327], senza contare Pavia di cui ne divideva il dominio colla casa Beccaria. Cercava occasione d'acquistare qualche diritto in Toscana, onde aprirvi una nuova carriera alle sue pratiche ed alla sua ambizione; nè dovette aspettarne lungo tempo l'occasione: sua madre Beatrice d'Este aveva avuto dal suo primo marito, il giudice Nino di Gallura, una unica figliuola detta Giovanna, sorella uterina d'Azzo Visconti; la quale morì ed era l'ultima erede dei Visconti di Pisa, signori di una parte della Sardegna. Azzo presentossi subito per raccogliere l'eredità di quest'illustre famiglia; chiese ed ottenne la cittadinanza pisana, entrò in possesso dei beni di sua sorella, e per far comprendere che le sue pretensioni stendevansi altresì sul terzo della Sardegna, che gli Arragonesi avevano tolta ai giudici di Gallura, inquartò i suoi stemmi coi loro[328]. I Pisani desideravano ardentemente la sua alleanza, e le loro forze riunite avrebbero potuto togliere agli Arragonesi quest'isola, sulla quale i Pisani avevano così giusti diritti, ed il di cui possesso era tanto necessario alla sua potenza marittima. Ma Azzo Visconti fu colpito dalla morte nel colmo delle sue prosperità e de' suoi vasti progetti. Spirò il 16 agosto del 1339 nella fresca età di 37 anni[329]; e perchè non lasciava figliuoli maschi, i suoi due zii, Giovanni, vescovo di Novara, e Lucchino, ambedue figliuoli di Matteo, furono dall'elezione della nobiltà e del popolo chiamati insieme alla sovranità di Milano[330]. Il primo rassegnò ben tosto al fratello la parte della sua signoria, per sollecitare l'investitura del vacante arcivescovado di Milano, che ottenne dalla corte d'Avignone contro il pagamento di cinquanta mila fiorini, e la riserva di dieci mila fiorini di rendita[331].

Fu pure quest'anno memorabile per una importante rivoluzione nella repubblica di Genova. Dopo liberata dall'assedio, ci siamo limitati, rispetto a questa città, d'indicare sommariamente gli avvenimenti della guerra civile che laceravano questa repubblica: indebolita da continue zuffe, non impiegava nelle sue guerre intestine tali forze che richiamar potessero l'attenzione dell'Italia. Ma le nuove fazioni, che si manifestarono nel presente anno, meritano di essere più circostanziatamente descritte, poichè produssero nel governo della repubblica un durevole cambiamento, che forma epoca nella sua storia.

Era questo il tempo in cui Filippo di Valois sosteneva contro gl'Inglesi una ruinosa guerra. L'anno 1338 aveva prese al suo servigio venti galere armate dai Guelfi di Monaco e venti armate dai Ghibellini genovesi. Queste quaranta galere passarono in Francia sotto il comando d'Antonio Doria. I marinai genovesi dopo un anno di servigio lagnaronsi che questo ammiraglio loro non pagasse l'intero soldo. In una sedizione, ch'ebbe luogo sopra le galere, furono scacciati il Doria ed i suoi capitani, ed i marinai nominarono altri ufficiali[332]. Il re di Francia si dichiarò a favore dell'ammiraglio; fece porre in prigione Pietro Capurro di Valtaggio risguardato quale capo dei sediziosi e quindici suoi compagni. La subordinazione si ristabilì sulla flotta, ma fu abbandonata da moltissimi marinai, che tornarono alla loro patria lagnandosi dell'ammiraglio.

Al loro arrivo questi uomini inquieti trovarono molti concittadini mal disposti contro gli Spinola, i Doria, i Fieschi ed i Grimaldi. Da oltre sessant'anni queste quattro grandi famiglie avevano scossa la repubblica colle loro rivalità. A vicenda vittoriose o fuggitive, avevano a vicenda oppressi gli altri nobili ed il popolo. Sembrava che aspirassero ad assoggettare Genova ad una oligarchia ereditaria; attribuivansi tutte le funzioni onorevoli sia nella capitale, sia nelle città e castelli che ne dipendevano, come nelle flotte e nelle armate. Gli abitanti di Valtaggio presero i primi le armi per difendere o vendicare il loro compatriota Pietro Capurro, capo de' sediziosi della flotta. Il loro esempio fu seguìto dagli abitanti delle valli della Polsevera e di Bisagno ed in ultimo dai cittadini di Savona; nella quale città i sediziosi si adunarono nella chiesa di san Domenico, ove uno de' loro capi, salito sulla cattedra dei predicatori, e richiamando alla memoria de' suoi uditori le ingiurie e l'orgoglio della nobiltà, gli eccitò a scuotere il giogo di quest'ordine, ed a vendicarsi. «L'arroganza de' nobili è tanto grande, egli disse, che sdegnansi perfino che il popolo riclami i diritti guarentiti dalle leggi. Colui che alza gli occhi sopra di loro, e che ricordandosi d'essere Genovese osa invocare la libertà, viene strascinato in prigione o punito di morte come un ribelle. Chi dobbiamo però accusare di una così ingiuriosa oppressione? La nobiltà che l'impone, o noi che la soffriamo? La nobiltà prima di tutto nulla fece di nuovo, nulla che non sia conforme alla sua natura: ma noi con una vergognosa viltà, con una imperdonabile debolezza, noi non impieghiamo in nostra difesa le armi che d'ogni tempo sono state riservate al popolo. Non lo sappiamo noi forse, che agli oppressi non rimane che una risorsa, la sollevazione? E che in questa sola trovano la guarenzia dei loro diritti? Speriamo noi forse che un giudizio, o procedure giudiziali ne ridonino i nostri privilegi? Che potremmo noi sperare dai consigli composti di soli nobili, da tribunali creati da loro, da giuristi che sviano con tutti i sutterfugi della cavillazione? Il popolo ha egli un mezzo regolare d'ottenere giustizia quando la domanda contro i suoi magistrati? Può egli invocare in suo soccorso l'ordine sociale, quando questo istesso ordine sociale è corrotto? Non temete, cittadini, i giudizj dei tribunali venduti ai vostri nemici, l'obbrobrio di cui vorrebbero vedervi coperti, o i supplicj di cui vi minacciano; non temete i nomi di ribelli e di sediziosi di cui vi caricano; voi conoscete i vostri diritti, le leggi che devono proteggervi, e ch'essi violano senza pudore; voi le avete tutte scolpite nella vostra memoria; queste medesime leggi si sono fatte delle vostre braccia l'ultima guarenzia[333]

Gli abitanti di Savona, riscaldati da questo discorso, assediano il pretorio, ove Odoardo Doria governatore della città erasi rifugiato coi magistrati e con pochi gentiluomini. Dopo averli costretti ad arrendersi, li rinchiusero nella fortezza di santa Maria; nominarono capitani del popolo due plebei, e formarono loro un consiglio di venti marinai. Marciarono in appresso contro Genova, ove tutto era disposto per un'eguale rivoluzione che non tardò a scoppiare. La repubblica era governata da due capitani di parte ghibellina, un Doria ed uno Spinola, i quali avevano spogliato il popolo dell'elezione del suo Abate, magistrato che come i tribuni di Roma era specialmente incaricato della protezione e della difesa de' plebei. I malcontenti di Genova, tosto che videro arrivare in loro soccorso gli ammutinati di Savona, domandarono che fosse loro restituito il diritto d'eleggere il magistrato del popolo; ed il governo riconobbe la giustizia di questa domanda.

Venti plebei scelti dai loro concittadini per l'elezione dell'Abate adunaronsi in pretorio il 23 settembre del 1339[334]. I capitani, i nobili ed il popolo riuniti intorno a loro ne aspettavano la decisione; quando un uomo oscuro, alzando la voce, propose di nominare alla vacante piazza Simone Boccanigra, uomo attivo e pieno d'esperienza, che a somma prudenza univa un coraggio a tutte prove, e che sempre aveva protetti i plebei sebbene appartenente ad una delle più antiche famiglie della nobiltà. Questo nome venne ripetuto con entusiasmo; il popolo unendo la sua voce a quella degli elettori proclama il nuovo Abate che malgrado la sua resistenza fu costretto a sedersi tra i due capitani del popolo, e gli fu posta in mano la spada del comando.

Quando Boccanigra potè ottenere un istante di silenzio, disse: «Io sento, cittadini, tutta la riconoscenza ch'io debbo a tanto zelo, a tanta benevolenza; ma il titolo che voi mi date, non era ancora entrato nella mia famiglia, ed io non voglio essere il primo ad introdurvelo. Accordate dunque, vi prego, quest'onore ad alcun altro cui meglio che a me si convenga[335].» I cittadini sentirono allora che il titolo di Abate del popolo non poteva appartenere che ad un plebeo, e che Boccanigra, che contava un capitano del popolo tra i suoi antenati, non poteva, senza far loro torto, accettare una così diversa magistratura[336]. «Siate dunque nostro signore, nostro doge, gridarono essi; ma siete voi, voi solo che vogliamo riconoscere per nostro protettore.» I medesimi capitani del popolo, temendo che la rivoluzione si rendesse più feroce, supplicarono Boccanigra ad accettare la sua elezione; e perchè il titolo di doge, che per accidente eragli stato offerto, ricordava il doge di Venezia, capo d'uno stato libero simile a Genova, la nuova costituzione, stabilita in mezzo ai clamori popolari, rimase libera e repubblicana: Boccanigra ebbe un consiglio popolare, e la sua autorità venne limitata dai poteri che si riservò la nazione[337].

Boccanigra nel corso de' cinque anni che tenne l'affidatogli potere, ne usò gloriosamente: con mano vigorosa represse gli eccessi cui il popolo si abbandonava ne' primi istanti della rivoluzione; trasse di mano ai sediziosi Rebella Grimaldi, sebbene suo particolare nemico; contenne il marchese del Carretto e gli altri feudatarj che commettevano frequenti ladronecci in vicinanza de' loro feudi; assoggettò ai magistrati della repubblica le fortezze tutte ed i castelli delle due riviere, tranne Monaco, difeso dai Grimaldi, e Ventimiglia in cui si erano uniti i capi delle quattro grandi famiglie[338]. E la sua amministrazione fu pure illustrata da alcune vittorie ottenute dalle flotte della repubblica sui Turchi nel mar nero, sui Tartari presso Caffa, ed in Ispagna sui Mori[339].

Peraltro dovette lottare incessantemente contro gl'intrighi delle quattro potenti famiglie escluse dal governo; le quali avevano dimenticate le vicendevoli nimistà ed i nomi di Guelfi e di Ghibellini, che le tennero tanti anni divise, per collegarsi contro di lui; ed unitesi in Venti miglia mossero guerra alla repubblica ed al suo capo[340]. Vedremo altrove il Boccanigra, stanco di così lunga guerra, deporre spontaneamente il comando, e lasciare in altrui mano la cura di proteggere il popolo contro la nobiltà.

E per tal modo gli stati d'Italia o monarchici o repubblicani andavano perdendo per le interne loro convulsioni i vantaggi dell'ordine sociale; verun riposo compensava sotto il governo dei principi la perdita della libertà; nelle repubbliche veruna stabile amministrazione rassicurava dai timori d'un tempestoso avvenire. Ogni anno un'improvvisa rivoluzione precipitava dal suo trono un principe italiano, o in una città libera privava un partito dell'autorità che godeva. Masnadieri riuniti in regolari corpi d'armata movevano guerra ai sovrani, e ne minacciavano l'esistenza; avventurieri, scesi in Italia dalla Francia e dalla Germania, innalzavano rapidamente grandiosi edificj di nuovi potentati che venivano rapidamente distrutti. Siamo perciò costretti di presentare ai nostri lettori, come sopra una mobile scena, nuovi stati e nuovi personaggi che si premono e incalzano e distruggono gli uni gli altri, senza dar tempo di fissare sopra di loro lo sguardo. Non è da dubitarsi che i popoli soffrissero per questa instabilità d'istituzioni, ma i loro patimenti ci pajono ancora più grandi di quel che lo fossero realmente, perchè nella narrazione storica gli avvenimenti lontani si vanno gli uni sugli altri ammucchiando. Era l'Italia più tosto agitata che infelice; e lo sforzo energico e costante di tutti i cittadini rialzava la fortuna nazionale abbattuta da ogni pubblica calamità: la piccolezza degli stati favoreggiava la fuga de' proscritti, cui prestava facile asilo la gelosia de' sovrani, e conforto nel loro esilio la speranza di non lontana vendetta. Quell'attività di spirito, quella energia di carattere, quella fermezza di volontà, di cui i moderni tempi non ci offrono verun esempio, erano per l'intera popolazione il risultato d'una vita agitata. L'uomo non può giungere alla grandezza, cui fu destinato dalla divinità, finchè ogni individuo non si risguarda come un essere indipendente, e come una potenza isolata rimpetto agli altri. Guasto è l'ordine sociale e degradata l'umana natura, quando ogni uomo cessa d'essere lo scopo della sua propria esistenza, e non è che un mezzo impiegato dal sovrano per soddisfare alla propria ambizione.

Passioni più violenti di quelle della presente età strascinavano gli uomini nei pubblici affari: ma al potere politico non andava congiunta molta celebrità; e nell'agitamento d'una vita tanto attiva, più che la vanità, era soddisfatta l'ambizione. Il magistrato d'una repubblica, il ministro d'un principe appena potevano sperare di rendersi noti a tutta l'Italia; e un nome che fosse noto a tutta Europa, non poteva acquistarsi che colla superiorità dell'ingegno. La considerazione era la ricompensa accordata ad una vita consacrata al ben pubblico; la gloria si acquistava soltanto colle lettere; e questa divisione riusciva egualmente utile all'amministrazione ed alla scienza. La piccolezza degli stati tanto favorevole alla indipendenza, diminuendo alquanto il lustro de' principi, dava ai sommi ingegni un rango superiore a quello de' sovrani.

Era infatti convenevole cosa che a coloro, i quali consacravano allo studio que' talenti che avrebbero potuto procurar loro le principali cariche ed il supremo potere dello stato, si accordassero le più onorevoli ricompense. La lingua era appena formata, ed il capo d'opera di Dante faceva soltanto conoscere quel che poteva diventare. Non erano per anco stabilmente fissati i confini tra l'italiano ed il latino idioma; il primo non aveva ancora la sua grammatica, ed ancora incerto ne era il carattere. Il Villani, il Boccaccio e Franco Sacchetti formarono la prosa, e lasciarono eccellenti esemplari d'eleganza, di chiarezza, d'ingenuità e di gusto, che i susseguenti secoli non superarono. Cino da Pistoja, Cecco d'Ascoli, Petrarca, Zanobio Strada crearono, o perfezionarono la poesia lirica; facendo a vicenda parlare ne' loro versi l'amore, la religione, l'immaginazione e l'entusiasmo; fissarono per l'Italiano il linguaggio poetico, quel linguaggio pittorico, ove non sono ammessi vocaboli che non presentino alcuna immagine. L'antichità era mal conosciuta, e su la terra la più doviziosa d'ogni altra per antiche memorie, il popolo poteva appena approfittare dell'esperienza de' passati secoli. Ma Albertino Mussato, Ferreto Vicentino e Giovanni da Cermenate mostrarono come doveva studiarsi la lingua de' Romani per possederla come se fosse la propria. Cola da Rienzo, Petrarca e Boccaccio insegnarono il modo di cercare lo spirito dell'antichità ne' suoi monumenti e ne' suoi scrittori, di spiegar gli uni col soccorso degli altri, riunendo in un solo corpo le parti staccate dell'erudizione classica. Giovanni Calderino e Giovanni Andrea consacrarono un'erudizione dello stesso genere nell'interpretazione delle leggi civili e canoniche; Giovanni Gianduno e Marsiglio di Padova rischiararono coi lumi della filosofia i rapporti che esistono tra l'autorità civile e l'autorità religiosa; la medicina, la fisica, le scienze naturali cominciarono in pari tempo ad uscire dalle tenebre che le avevano affatto ricoperte. Lo zelo dei discepoli era più caldo di quello de' maestri: ogni città voleva avere un'università, per leggere nella quale chiamava gli uomini più famosi per dottrina, cercando colle ricompense e cogli onori, che loro accordava, di soverchiare le città vicine. A fronte di tanti studi pubblici, nella sola Bologna contavansi dieci mila scolari che udivano le lezioni de' più illustri professori. In altro tempo non eransi giammai con tanta passione coltivate le scienze e le lettere; al merito letterario non era mai stata accordata così larga ricompensa di gloria, nè così magnifici trionfi ai poeti ed ai filosofi.

Tra i sommi ingegni, che illustrarono il quattordicesimo secolo, parve che il Petrarca fosse scelto dai suoi contemporanei per ricevere in nome di tutti i poeti e di tutti i dotti la più luminosa ricompensa che sia mai stata accordata al merito letterario. Nel 23 agosto del 1340 ricevette una lettera dal senato di Roma, che lo invitava in quella capitale del mondo, per ricevervi in Campidoglio la corona d'alloro, che ne' tempi della romana grandezza accordavasi talvolta ai poeti in occasione de' giuochi capitolini. La sera dello stesso giorno ebbe Petrarca una seconda lettera da Roberto de' Bardi Fiorentino, cancelliere dell'università di Parigi, in allora la più celebre dell'Europa, che in nome della medesima lo invitava colle più lusinghiere espressioni a Parigi per esservi egualmente coronato d'alloro. Francesco Petrarca aveva in allora trentasei anni, e vivea nel suo tranquillo ritiro di Valchiusa, presso Avignone, quando le due più grandi città del mondo sembravano disputarsi l'onore di preparargli un trionfo[341].

Petrarca, per la sua coronazione, diventò un personaggio affatto degno di storia: e fu così altamente collocato nell'opinione del suo secolo, che da qui innanzi lo vedremo pronunciare i suoi oracoli sulla politica e sulla letteratura; giudicare i pontefici e gl'imperatori, ed ottenere un rispetto talvolta esagerato da que' medesimi ch'egli condannava. Notabile fu l'influenza di tanta gloria sopra un carattere pieno di vanità: Petrarca non cessò mai nella sua carriera politica di essere un trovatore; e tutti i tiranni d'Italia, lusingando il suo amor proprio, ottennero da lui ricompensa di bassa adulazione. Alcuni lo impegnarono in azioni contrarie a' suoi principj ed a' suoi doveri come cittadino di Fiorenza e come Guelfo[342]. Anche il suo merito letterario medesimo può essere attaccato. Molti critici accusarono le sue poesie di ricercatezza e di affettazione; molti osservarono che nelle sue lettere ed altre opere latine traspare una stentata vanità, mentre in mezzo ai continui sforzi che fa l'autore per comparire eloquente, non sanno ove trovare i suoi veri sentimenti e pensieri; per ultimo molti lo accusano in particolare d'avere guasto il gusto della sua nazione, ritraendo gl'Italiani dal cercare il vero bello per farli tener dietro a futili gentilezze, ad apparenti bellezze. Ma per altro costoro devono confessare che Petrarca fu dotato di talenti tali, di un tal genio, di cui non possono forse portar essi giudizio; imperciocchè non è possibile di riscuotere l'ammirazione d'un intero secolo, nè di trasmettere il proprio nome alle più remote nazioni, e di generazione in generazione alla posterità, se tali veri o supposti difetti non vengono largamente compensati da una vera grandezza degna di una gloria così universale e durevole.

Era Petrarca figlio di ser Petracco dell'Ancisa, notajo fiorentino, originario del castello dell'Ancisa posto sulla strada d'Arezzo, quattordici miglia lontano da Firenze. Ser Petracco era notajo delle riformagioni[343] quando furono esiliati i Bianchi di Firenze. Bandito con Dante del 1302, si stabilì in Arezzo, ove nacque Petrarca nella notte del 19 al 20 luglio del 1304 quasi all'epoca del mal diretto tentativo fatto dai Bianchi sotto la condotta di Baschiera dei Tosinghi, per rientrare in Firenze[344].

Il nome di Petrarca dato al poeta toscano non è che il nome del padre alquanto alterato, Petracco, ossia Pietro. Pare che questa famiglia non avesse ancora nome proprio, come di que' tempi non lo avevano ancora molte famiglie della plebe. Petrarca incominciò di otto anni a studiare in Pisa la grammatica; di dove, perduta ogni speranza di rientrare in patria, suo padre lo trasportò con tutta la famiglia in Avignone allorchè morì Enrico VII. Avignone, diventata residenza dei papi, apparteneva in allora al re Roberto; ma il contado limitrofo Venosino formava da oltre trent'anni parte del dominio della Chiesa. Filippo l'ardito, re di Francia, aveva ceduta quella piccola provincia alla chiesa in forza d'un trattato conchiuso nel 1228 tra il papa e Raimondo VII, conte di Tolosa.

Petrarca trovò a Carpentasso, lontano quattro sole leghe da Avignone, il precettore toscano Convannole, che gli aveva date le prime lezioni di grammatica in Pisa[345], e proseguì a studiare sotto di lui pel corso di cinque anni la grammatica, la dialettica e la rettorica. Di 14 anni fu mandato a Monpellier per istudiare il diritto; ma ne' quattro anni che vi si trattenne trascurava lo studio commessogli per leggere Cicerone; pel quale fino da quell'epoca sentiva una così violenta passione, che propose di averlo a suo unico esemplare; e in fatti l'imitazione dello stile ciceroniano fu la cagione principale della sua gloria. Del 1322 fu dal padre mandato a Bologna per continuarvi lo studio del diritto sotto il famoso canonista Giovanni Andrea, sotto Giovanni Caldarini ed altri riputatissimi professori: ma anche in Bologna lo studio de' classici lo alienavano in modo da quello della giurisprudenza, che suo padre credette indispensabile un viaggio a quella città per toglierlo a così gagliarda seduzione, gettando sul fuoco tutti i prediletti suoi libri[346].

Ma in Bologna eranvi di que' tempi, oltre i legisti, altri maestri dai quali poteva Petrarca ascoltare lezioni al suo gusto più confacenti. Scelse adunque quelle di Cino da Pistoja e di Cecco d'Ascoli, dopo Dante, i due più illustri poeti di que' tempi, sebbene fosse il primo professore di diritto, l'altro di filosofia e di astrologia. L'uno e l'altro ispirarono a Petrarca il gusto per la poesia lirica italiana leggendogli le loro poesie ch'egli superò di lunga mano. Del 1327, sotto il governo del duca di Calabria, il professore d'astrologia Cecco d'Ascoli, che appunto in tale anno era pure astrologo del duca, fu abbruciato in Firenze come fattucchiere dal tribunale dell'Inquisizione[347].

Petrarca aveva, del 1325, perduta la madre, cui nel susseguente anno tenne dietro anche il genitore; onde gli fu forza di lasciare Bologna e di recarsi in Avignone col fratello Gerardo per raccoglierne la piccola eredità[348]. I sottili redditi del loro patrimonio consigliarono i due fratelli ad abbracciare lo stato ecclesiastico; e Petrarca, già conosciuto per alcune poesie alla corte pontificia, vi fu cortesemente accolto da alcuni principali signori romani e da alcuni prelati. Era Petrarca di gentile aspetto, e gagliardamente inclinato a conversare colle donne, la di cui protezione, in allora potente alla corte d'Avignone, conduceva facilmente a grandi fortune. Petrarca, volendo cattivarsene il favore coi versi, fece scelta della lingua italiana; perfezionando la quale, e dandole maggiore armonia, si acquistò tanta gloria[349].

La rima formava una parte essenziale della poesia italiana e della provenzale; e Dante aveva artificiosamente alternate le rime in modo che si legassero le une alle altre, onde giovare alla memoria di coloro che canterebbero i suoi versi, senza affaticare l'orecchio con una monotona consonanza. Petrarca non fu forse di così fino gusto nell'avvicendare le sue rime; e cercò più d'ogni altra cosa la tortura e la difficoltà, scrivendo trecento in quattrocento sonetti, e talvolta duplicando la tortura di questo infernale letto di Procuste, come ingegnosamente chiamò il Sonetto un poeta italiano[350].

Le canzoni sono i componimenti nei quali il Petrarca spaziò con maggiore libertà, e sono altresì quelli nei quali trovasi frequentemente una grandezza lirica che lo pareggia agli antichi lirici, ed a Dante, suo maestro. Le canzoni sono composte di più strofe di versi endecasillabi e settenarj; ma ogni strofe dev'essere perfettamente eguale alla prima, sia per conto delle rime, che per rispetto ai differenti piedi, ed alla distribuzione dei riposi. La canzone non deve avere più di quindici strofe, nè la strofa più di venti versi; e terminare con una chiusa o invio, nel quale l'autore addirizzava la parola ai suoi versi. Rare volte accade che quest'aggiunta che riconduce in iscena il poeta non distrugga con alcun poco di vanità o di galanteria l'impressione fatta dal poema con più elevati pensieri e con un andamento più lirico[351].

Nel 1326, Petrarca strinse amicizia con Giacomo, figliuolo di Stefano Colonna, di età conforme e di studj, dal papa in appresso nominato vescovo di Lombez. Questi lo fece conoscere ai più rispettati personaggi della corte d'Avignone onde potè spiegare i suoi talenti in più vasto teatro[352].

Ma la celebrità del Petrarca crebbe a dismisura da che cominciò a cantare i suoi amori per madonna Laura, da lui veduta la prima volta nella chiesa delle monache di santa Chiara il 16 aprile del 1327. Per lo spazio di venti anni, e fino alla morte di Laura, non cessò d'esprimere ne' suoi versi la propria passione e di lagnarsi del suo rigore. Era Laura figlia d'Odiberto di Noves, cavaliere della provincia avignonese, che la maritò in gennaio del 1325 con Ugo di Sade, figliuolo di Paolo, ed uno de' sindaci della città d'Avignone[353]; se dobbiamo dar fede ai versi dell'innamorato giovane, fu scrupolosamente fedele allo sposo, sebbene non fosse insensibile agli omaggi di così riputato poeta ed alla celebrità che le procurava; e sebbene non trascurasse i mezzi familiari alle donne per non perdere un prigioniere che di quando in quando minacciava di fuggire.

In tempo che Petrarca trovavasi a Lombez presso l'illustre suo amico Stefano Colonna, riprese i suoi studj de' classici. Petrarca sentiva un vivo trasporto per le cose de' Romani, onde cercava di conoscerne a fondo i poeti, gli oratori, gli storici. Per avanzarsi in così vasta erudizione richiedevansi, a que' tempi, maggiori sforzi assai, che ne' nostri. Rarissimi erano i manoscritti e venduti a caro prezzo; non trovavansi riuniti nello stesso luogo, ma era d'uopo intraprendere diversi viaggi per leggere il solo Cicerone, di cui conservavansi alcuni libri in una provincia, altri in altre. Il Petrarca che aspirava ad averli tutti, e che apprezzava più d'ogni altro questo autore, possedeva il trattato de Gloria di Cicerone, che prestò al suo maestro Convennole, che lo smarrì, senza che fino a' nostri giorni siasi potuto più rinvenire.

Il Petrarca, pieno la mente ed il cuore delle opere de' Romani scrittori, non credeva esservi altre scienze oltre quelle da loro coltivate, nè maggiore grandezza di quella della loro patria. Egli aveva adottati perfino i pregiudizj dell'antica Roma, che per lui continuava ad essere la capitale del mondo, risguardando come barbaro tutto quanto non era romano. Perciò non poteva tenere segreto il suo sdegno contro i papi per avere trasportata la loro sede in un'oscura e schifosa città delle Gallie, preferendola alla capitale dell'universo ricca di magnifici palazzi. I Barbari francesi ed allemanni che osavano scendere armati in Italia, eccitavano egualmente la sua collera, non vedendo in costoro che schiavi ribelli, cui di continuo rimproverava i ferri che avevano infranti[354].

Non pertanto il Petrarca credette ben fatto di raccogliere da que' popoli, che tanto spesso chiamava barbari, tutto quanto conservavano di scienza. Visitò Parigi nel 1333, poi le città delle Fiandre, Aquisgrana e Colonia, di dove, passando per Lione, tornò ad Avignone[355]. Stefano Colonna, suo protettore, andava intanto a Roma, di modo che la fama del Petrarca dilatavasi in tutta l'Europa per mezzo suo e de' suoi amici. L'anno 1336 venne per mare in Italia, ove visse alcuni mesi in casa dei Colonna, allora in aperta guerra cogli Orsini; ed avanti di tornare in Provenza, visitò pure le coste della Spagna[356]; dopo i quali viaggi comperò in Valchiusa una piccola casa per istabilirsi in quel solitario paese. Nel 1339 diede principio ad un poema epico in versi latini, di cui Scipione doveva essere l'eroe, e che intitolò l'Africa. Lusingavasi di eternare con quest'opera la sua memoria; ma l'effetto non corrispose alle sue speranze[357].

Ritirato nella sua solitudine, nulla trascurava il nostro poeta che potesse giovare alla sua celebrità. Le lettere che gli furono ricapitate nello stesso giorno, per invitarlo a Parigi ed a Roma, gli arrecarono più gioja che sorpresa; poichè già da lungo tempo andava egli stesso preparando questo glorioso avvenimento. La sua ammirazione per la romana grandezza non lo lasciò nell'incertezza; ma per dare maggiore splendore al suo coronamento in Roma, risolse di subire un esame che non gli veniva richiesto; e prima di cingersi l'offerto alloro, si addirizzò a Roberto, re di Napoli, il più letterato sovrano di que' tempi, e grande protettore de' letterati, pregandolo di giudicare intorno alle sue cognizioni ed ai suoi talenti. Quando seppe accolta la sua domanda, Petrarca s'imbarcò alla volta di Napoli, ove sbarcò alla metà di marzo del 1341[358].

Il vecchio Roberto che aveva più gusto per lo studio, e rispetto per le scienze letterarie che militari, pareva scontare finalmente i delitti da suo avo Carlo I, il conquistatore di Napoli ed il carnefice di Corradino. Nel 1328 Roberto aveva perduto l'unico figlio Carlo, duca di Calabria, il quale morendo aveva lasciata una fanciulla, e la consorte gravida di un'altra. Il nipote di Roberto, Carlo Uberto, figlio di Carlo Martello, e nipote di Carlo II di Napoli, regnava allora in Ungheria. Roberto che gli aveva tolta la corona di Napoli col favore della corte pontificia, quando vide spenta la sua maschile discendenza, pensò di ritornare la corona alla casa d'Ungheria. Carlo Uberto venne a Manfredonia colla sua famiglia, e, valendosi della dispensa del papa, fece sposare ad Andrea suo secondogenito, allora di sette anni, Giovanna, maggior figliuola del duca di Calabria, che ne aveva cinque. Tale maritaggio si celebrò il 26 settembre del 1333; ed Andrea che fu dal padre lasciato alla corte di Napoli per esservi educato dall'avo della sposa, ricevette il titolo di duca di Calabria, e fu riconosciuto erede presuntivo della corona[359].

D'altra parte il re di Sicilia, Federico, quello stesso che dal 1295 innanzi aveva difesa la Sicilia con tanto coraggio e fortuna contro gli attacchi de' Napoletani, de' Francesi e della Chiesa, morì assai vecchio il 14 giugno del 1337, lasciando la corona a D. Pedro suo maggior figliuolo, che, lungi dall'avere i talenti e le virtù del padre, aveva opinione di scimunito[360].

Roberto tentò invano di approfittare della debolezza del nuovo re siciliano e della ribellione che si manifestò ne' suoi stati. I Napoletani, dopo un'inutile campagna nel 1338, furono forzati di ritirarsi[361]. Genova e molte altre città della Lombardia e del Piemonte eransi sottratte al dominio di Roberto. La guarnigione che aveva posta in Asti, non vedendosi pagata, vendè quella importante piazza al duca di Monferrato[362]. Intanto l'avarizia e la debolezza di Roberto davano il regno in preda a gravissimi disordini. I conti di Minerbino e di san Severino si facevano la guerra; e le città di Barletta, Sulmona, Aquila, Gaeta e Salerno erano divise in accanite parti che distruggevansi a vicenda. I fuorusciti eransi fatti assassini, e tutto il regno era esposto alle vessazioni dei proscritti e dei malviventi[363]. Roberto non andava dunque debitore alla prosperità de' suoi stati, o alla gloria delle sue armi del titolo di più saggio re della Cristianità. I letterati da lui beneficati furono i soli artefici della sua fama, celebrando quali prodigi di scienza e di buon gusto le lettere del monarca, i suoi editti, le sue scritture d'ogni genere. In fatti la sua pedantesca erudizione somministrava materia ai loro elogi[364].

Tale fu l'esaminatore scelto da Petrarca per giudicarlo degno di ricevere la corona in Campidoglio. Dopo l'esame, il poeta addirizzò una lettera alla posterità per informarla di tutte le particolarità del suo trionfo. «Roberto, egli scrive, fissò per quest'esame un giorno solenne, e mi tenne sotto le prove da mezzodì fino a sera; ma perchè discutendo ogni materia, la vedevamo andar crescendo, ricominciò l'esame ne' due susseguenti giorni. Così dopo avere tre giorni scossa la mia ignoranza, il terzo mi dichiarò degno dell'alloro poetico[365]». Allora Roberto cercò d'indurre Petrarca a ricevere la corona in Napoli; ma non potendo ottenere l'assenso del poeta, destinò Giovan Barili, uno de' suoi cortigiani, a rappresentarlo in questa cerimonia, impedito da vecchiaia di recarsi egli stesso a Roma[366]. Il Barili che sulla strada di Roma erasi separato dal Petrarca, fu svaligiato dagli assassini e costretto di rifare la strada di Napoli.

Roma aveva allora due senatori, Orso, conte d'Anguillara, di casa Colonna, e Giordano Orsini. Il primo, amico e protettore del Petrarca, aveva operato per la sua coronazione. Egli usciva di carica all'indomani di Pasqua, ed il giorno appunto destinato a tale funzione, che nel 1341 cadeva nell'otto d'aprile, fu scelto per la cerimonia[367].

Erano passati dodici secoli dopo che il Campidoglio più non vedeva trionfi; ed il popolo di Roma applaudì il poeta che saliva la sacra scala collo stesso trasporto con cui applaudiva in altri tempi i vincitori de' barbari, i liberatori della patria. Alcuni giovanetti vestiti di porpora indirizzavano ai Romani, in nome del Petrarca, versi fatti dal poeta per questa cerimonia. Le più illustri famiglie della nobiltà eransi conteso l'onore di far entrare i loro figli nel corteggio del grand'uomo[368].

Il Petrarca, coperto da una veste di porpora, donatagli dal re Roberto, era preceduto dal suono delle trombe e dei tamburi. Giunto nella sala della giustizia si rivolse al popolo che lo accompagnava, dicendo ad alta voce: «Dio conservi il popolo romano, il senato e la libertà!» Indi postosi ginocchioni innanzi al senatore, questi, che teneva in mano la corona di lauro, la collocò sul capo di Petrarca, ed il popolo fece allora eccheggiare il palazzo e la piazza de' suoi applausi, gridando: «viva il Campidoglio ed il poeta[369]