CAPITOLO XXXV.
I Fiorentini comprano Lucca, mentre i Pisani l'occupano colle armi. — Guerra tra le due repubbliche. — Tirannide del duca d'Atene in Firenze.
1340 = 1343.
I Fiorentini avevano accettato il trattato di Venezia onde por fine ad una guerra che mantenevasi in Toscana quasi senza intervallo da oltre dieciotto anni. Le ostilità, cominciate da Castruccio nel 1320, eransi continuate contro Gherardino Spinola, Giovanni di Boemia e Mastino della Scala, senza che le campagne di Val di Nievole, dello stato di Lucca e di Val d'Arno godessero un solo anno di riposo. A vicenda guaste dai nemici e dai soldati destinati a difenderle, erano state spogliate delle loro ricchezze, ed abbandonate da non pochi coltivatori. Non pertanto i ricchi commercianti di Firenze, proprietarj di non poche di quelle campagne, soccorrevano i loro spogliati coloni, e riparavano generosamente i danni della guerra. Infinite ricchezze dei Fiorentini non esposte alla rapacità del nemico circolavano continuamente dall'una all'altra estremità dell'Europa. Ne' magazzini d'Anversa e di Venezia, ne' mercati di Parigi e di Londra, sopra le navi che scorrevano il Mediterraneo e l'Oceano, nelle carovane che attraversavano la Germania, la Francia, l'Italia, trovavansi ovunque proprietà fiorentine, ed il mercante cui appartenevano, disponeva con piacere per la difesa della libertà, di que' beni che non erano sottoposti alle leggi del paese.
Come i guasti della guerra erano presto risarciti dai Fiorentini, così erano ben tosto scordate ancora le sue calamità; e lo stato dopo un breve riposo veniva strascinato in nuove guerre. Il rango che oramai occupava la repubblica tra le potenze italiane, più non gli permetteva di rimanersi neutrale nelle rivoluzioni di questa contrada; e la sua ambizione andava acquistando attività in ragione dell'ingrandimento del suo potere. Firenze non era più contenta de' suoi antichi confini, e cercava in ogni occasione di allargarli, aspirando al dominio di tutta la Toscana: per cui non durò che tre anni la pace conchiusa in Venezia, sebbene calamità di altro genere, la peste e le civili discordie, avessero, prima di ricominciare la guerra, privata la repubblica di quella tranquillità che aveva sperato di godere.
La peste tenne dietro, nel 1340, ai cattivi raccolti di due anni consecutivi, che avevano fatto soffrire al popolo la fame, ed indebolito il temperamento dei poveri. Ne' caldi dell'estate l'epidemia colse quindici mila vittime, non lasciando, per così dire, intatta veruna famiglia. Pure per impedire che l'immaginazione si spaventasse alla vista di tanti morti e delle continue processioni funebri, i magistrati vietarono al banditore pubblico d'invitare alle tumulazioni, ed ai parenti di tenersi adunati nella chiesa ov'era portato il morto[370]. I freddi dell'inverno misero finalmente termine al contagio, che dopo pochi anni doveva riprodursi con maggiore violenza, e rinnovarsi altre volte in diverse epoche del 14º secolo, togliendo alla terra la metà de' suoi abitanti.
Quasi senza interrompimento tenne dietro a tanta calamità quella della civile discordia. Dodici cittadini di Firenze eransi in quest'epoca usurpata tutta l'autorità della repubblica; non già mutando le leggi costituzionali, o le magistrature dello stato; ma rendendo le ultime dipendenti dalla propria autorità, ed assicurando che le elezioni dell'estrazione a sorte non cadessero che sopra loro, e sui loro amici clienti. Per conservare questo potere oligarchico, egualmente odioso ai grandi ed al popolo, e per impedire che una più attenta sopravveglianza sullo scrutinio de' priori non correggesse gli abusi da loro introdotti, crearono un nuovo rettore o magistrato; ed in onta della legge che dichiarava quelli di Agobbio incapaci d'esercitare in Firenze veruna signoria, chiamarono, col titolo di capitano della guardia, lo stesso Giacomo Gabrielli d'Agobbio che aveva dato motivo a tale legge; e gli affidarono una guardia di cento uomini a cavallo e di duecento fanti al soldo del comune, destinandolo a mantenere, con una giurisdizione affatto arbitraria, l'usurpato potere[371].
Fra coloro che trovaronsi esposti i primi alla persecuzione di Gabrielli, si credettero le più offese le nobili famiglie dei Baldi e dei Frescobaldi, per essere state condannate ad arbitrarie non meritate ammende, e costrette a deporre in mano della signoria i castelli di Mangona, di Vernia ed altri, che avevano comperati dai loro antichi conti. I Baldi ed i Frescobaldi non si sottoposero senza resistenza all'oppressione; tentarono di disfarsi di Gabrielli e dell'oligarchia che governava; fecero entrare in una congiura i principali capi della nobiltà; in pari tempo mossero una corrispondenza coi signori de' castelli, che ancora si mantenevano quasi indipendenti, i conti Guidi, i Tarlati d'Arezzo, i Pazzi di Val d'Arno, i Guazzallotti di Prato, i Belforti di Volterra, gli Ubertini e gli Ubaldini degli Appennini, e chiesero il loro soccorso. Tutti questi gentiluomini avrebbero dovuto trovarsi presso le mura della città la notte d'Ognissanti, ed all'indomani, in tempo del divino ufficio, i congiurati prendere le armi per disfarsi di Giacomo Gabrielli, e di coloro che lo avevano chiamato.
Ma la congiura fu scoperta un dì prima dell'esecuzione da Giacomo Alberti membro della dominante oligarchia; e la stessa sera d'Ognissanti gli amici del governo si adunarono nel palazzo dei priori, e fecero dar il segno dell'allarme. Le compagnie del popolo vennero in piazza coi loro gonfaloni, e furono chiuse le porte della città prima che i congiurati potessero ricevere i soccorsi dai loro amici di fuori. I Baldi ed i Frescobaldi, vedendo la trama scoperta, si fortificarono oltr'Arno, e tentarono di tagliare i ponti; ma non riuscì loro d'impadronirsi di quello di Rubaconte; onde non essendo impedita la comunicazione tra le due parti della città, convennero col podestà di uscire di Firenze senza venire alle mani[372].
La parte vittoriosa fece condannare i Baldi, i Frescobaldi ed altri gentiluomini all'esilio. In appresso fece atterrare le loro case, ed invitare le città guelfe sue amiche a non accordar loro asilo. Tanta asprezza usata dal governo nel vendicarsi forzò gli esiliati a ripararsi a Pisa, ed unirsi colà ai nemici dello stato, ai quali non fu inutile il loro soccorso[373].
Nel seguente anno 1341 i Fiorentini avendo tentato d'acquistare la signoria di Lucca, fecero esperienza degli ostacoli che i loro emigrati sapevano opporre ai loro progetti. Mastino della Scala aveva posto ad altissimo prezzo il possedimento di Lucca quando questa città gli apriva le porte della Toscana. Il territorio di Lucca comunicava allora per mezzo dello stato di Parma cogli stati degli Scaligeri posti al di là dell'Adige. Parma univa in un solo corpo i diversi paesi sottomessi a questa famiglia, onde per meglio assicurarsi della sua ubbidienza, Mastino l'aveva ceduta in feudo ai suoi zii materni, i figliuoli di Giberto da Coreggio. Egli credeva di potersi fidar loro interamente sia pei legami del sangue, come per la riconoscenza che gli dovevano, e per l'odio inveterato che la casa di Coreggio nudriva contro quella dei Rossi da lui spogliata di Parma, e cacciata in esilio. Ma Azzo, il terzo de' quattro fratelli da Coreggio, non si accontentava del rango di signore feudatario, ed aspirando alla sovranità, sperava di poterla conseguire congiurando contro il suo benefattore. Per riuscire ne' suoi progetti chiese soccorsi a Roberto di Napoli, a Luchino Visconti ed al Gonzaga di Mantova; ed il 17 maggio del 1341, essendogli state aperte dai fratelli le porte di Parma, corse la città alla testa de' cavalieri che aveva adunati, facendosene proclamare signore[374]. Allora fu tolta ogni comunicazione tra Lucca e gli stati di Mastino, il quale trovossi impegnato in una pericolosa guerra coi signori di Milano e di Mantova; onde posto fuori di speranza di ricuperare Parma e di conservare Lucca, risolse di vendere l'ultima ai Fiorentini o ai Pisani, che ne desideravano egualmente la signoria.
I Fiorentini avevano avuto sentore della trama di Azzo da Coreggio, senza che volessero avervi parte; ed avevano pure rifiutata l'alleanza di Luchino Visconti, che loro faceva l'offerta di mille cavalli per attaccar Lucca[375]: bensì accolsero avidamente le prime aperture loro fatte da Mastino. Non si era mai cessato di rinfacciare alla signoria il rifiuto dell'acquisto di Lucca quando i Tedeschi volevano venderla all'incanto; ed il governo credette giunta l'opportunità di riparare quest'errore. Si nominarono venti commissarj con illimitate facoltà di stringere con Mastino il contratto, e di riscuotere le somme necessarie al pagamento[376]. Questi, coll'intervento del marchese d'Este, convennero di pagare duecento cinquanta mila fiorini al signore della Scala pel possesso di Lucca, e si mandarono cinquanta ostaggi a Ferrara dalle due parti contraenti, per rimanervi fino alla totale esecuzione del trattato[377].
I Pisani, che dal canto loro erano entrati in negoziazioni con Mastino, ma che non avevano potuto offrire così alto prezzo, intesero con ispavento che i naturali loro nemici erano in procinto di acquistare così importante città, e di chiuderli con tale acquisto da ogni lato. La signoria avendo adunato un consiglio generale nella chiesa cattedrale, il priore degli anziani si alzò per aprire la deliberazione.
«Signori, egli disse, noi vi abbiamo chiamati presso di noi per avvertirvi che i Fiorentini hanno comperato Lucca: essi pretendono che tale acquisto loro aprirà ben tosto le porte di Pisa, e già ne minacciano di porre steccati fino al piede delle nostre mura, e ridurci in servitù colle privazioni e colla fame: e finalmente quando la nostra città si sarà loro resa, di spianare le fortificazioni, di distruggere tre de' suoi principali quartieri, conservandone un solo, cui daranno il nome di Firenzuola. Vedete voi medesimi ciò che convenga di fare.»
A tali parole tutta l'adunanza fremè di sdegno. Invano alcuni oratori tentarono di richiamarla a pacifici sentimenti.
«È a Lucca, risposero, che dobbiamo marciare; per la guerra impegneremo le nostre fortune e le nostre vite; per la guerra prenderanno le armi anche le nostre spose, e Dio accorderà la vittoria al diritto contro l'orgoglio e l'iniquità!» Allora gli Anziani fecero votare per la proposizione di dichiarare la guerra ai Fiorentini, e fu adottata quasi unanimamente[378].
Gli esiliati fiorentini che si erano rifugiati in Pisa, procurarono a questa repubblica l'alleanza di tutti i signori che avevano presa parte alla loro trama nel precedente anno, i conti Guidi, gli Ubaldini, Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, e tutti i Ghibellini di Toscana e della Romagna. Unironsi inoltre ai Pisani nemici di Mastino il doge di Genova, i Gonzaga, i Carrara, i Coreggieschi di Parma, ed in prima il signore di Milano, Luchino Visconti, che mandò loro due mila cavalli sotto la condotta di Giovan Visconti d'Oleggio, suo nipote. Anche prima che arrivassero le truppe sussidiarie, un'armata pisana, composta delle milizie di due quartieri della città, sostenuta da mille duecento cavalli, e da cinquecento arcieri, aveva invaso lo stato di Lucca nel mese di luglio, ed occupati Ceruglio, Montechiaro, Porcari, ed alcuni ponti sul Serchio[379].
I Fiorentini non si erano preparati a sostenere una non preveduta guerra; ed i Lucchesi non potevano mantenersi in campagna; onde l'armata Pisana, dopo avere occupate tutte le strade di Lucca, strinse la città stessa con una linea fortificata di dodici miglia di circuito, quasi senza incontrare resistenza. Era questa linea formata da due profonde fosse, difese da una palafitta con ridotti di piazza in piazza. L'armata dividevasi in tre campi, posti di fronte alle tre porte della città, ed il frapposto terreno tra l'un campo e l'altro era stato da ogni luogo appianato ed aperto alla cavalleria. Dopo pochi giorni di servizio le milizie dei due quartieri di Pisa che formavano l'assedio di Lucca, venivano rilevate da quelle degli altri due[380]. Intanto si presentò innanzi a Pisa il Visconti d'Oleggio colle truppe sussidiarie mandate dal signore di Milano. Si dà per certo che fosse segretamente intenzionato di occupare la città che avevalo chiamato in suo soccorso; ma la signoria, che n'ebbe sospetto, aveva spediti ufficiali incontro alla cavalleria per pagarle un doppio soldo nell'istante che giugnerebbe alle porte e farla all'istante partire per raggiugnere l'armata.
I Fiorentini avevano consumati due mesi nell'adunare un'armata capace di attaccare i Pisani nello stato di Lucca. Quest'armata composta di due mila cavalli al soldo della repubblica, di mille seicento ausiliarj somministrati in parte da Mastino della Scala, e di dieci mila pedoni, entrò finalmente in campagna verso la metà di agosto comandata da Matteo di Pontecarali di Brescia, in allora capitano della guardia. Questo generale non era nè pel suo rango, nè per la sua esperienza fatto per così grande impresa, e non tardò a darne prova. Dopo aver fatta inoltrare la sua armata tra Pisa e Lucca in un luogo acconcio a tagliare al campo degli assedianti ogni comunicazione colla loro patria, si ritirò per ripararsi dalle violenti piogge che lo sorpresero[381]. Entrò in appresso nel territorio lucchese per Val di Nievole, seco conducendo i commissarj di Mastino che dovevano dargli il possesso di Lucca. Il signore di Verona, da che seppe essere questa città in pericolo, aveva abbassate le sue pretese; egli la cedeva ai Fiorentini per cento cinquanta mila scudi, e l'avrebbe ceduta ancora a più basso prezzo, se questi avessero saputo tirar profitto dalle circostanze. Pontecarali, avvicinandosi alle linee pisane, s'aprì il passaggio sopra un punto, che attaccò di concerto cogli assediati, e fece entrare in città trecento cavalli e cinquecento pedoni coi commissarj dei due governi; ma invece di approfittare dell'ottenuto vantaggio attaccando l'armata pisana, che il suo avvicinamento aveva già posta in qualche disordine[382], si ritirò sulle colline di Gragnano e di san Gennaro, per isloggiarne alcuni corpi pisani che le occupavano.
Lucca essendo stata consegnata ai commissarj fiorentini da quelli di Mastino, e congedato la guarnigione ghibellina per far luogo alla guelfa, la signoria di Firenze ordinò al suo generale di dar battaglia. Di fatti Pontecarali sfidò i Pisani a battaglia, e questi l'accettarono pel giorno 2 ottobre; onde svelsero le palafitte, per non avere altra difesa che il proprio valore, ed ogni armata appianò dal canto suo il terreno che la separava dal nemico[383].
Alcuni giovani appartenenti alle più nobili famiglie di Siena che si ritrovavano in qualità di ausiliarj nel campo fiorentino, si fecero armare cavalieri la stessa mattina del 2 ottobre prima che cominciasse la battaglia, e subito si posero nelle prime file della prima divisione condotta da Pontecarali. Questa divisione si condusse valorosamente, rompendo le due prime linee pisane che le si opposero consecutivamente, e facendo prigionieri la maggior parte de' loro capi, fra i quali Visconti d'Oleggio. Ma la seconda linea de' Fiorentini non si mosse quando doveva farlo, ed ingannata da un falso avviso sull'esito del precedente combattimento, fuggì senza avere abbassata la lancia. Ciupo degli scolari, che comandava la terza linea dei Pisani, piombò in allora sulla prima divisione fiorentina, i di cui soldati trovavansi in parte spossati dai due sostenuti combattimenti, ed in parte dispersi nell'inseguire i nemici fuggitivi: non gli fu quindi difficile di romperli affatto e di ricuperare tutti i prigionieri, tranne Visconti d'Oleggio, ch'era di già stato mandato all'altro corpo d'armata, e di far prigioniero con mille soldati il generale de' Fiorentini Matteo di Pontecarali[384].
Dopo questa disfatta si affrettò di lasciare il territorio di Lucca, e la signoria, rinunciando per il presente anno ad un secondo attacco, cercò di afforzarsi con nuove alleanze, per ricominciare più vigorosamente la guerra nella seguente campagna. Prima di tutto ella si volse al re Roberto di Napoli, che da lungo tempo non soddisfaceva agli obblighi contratti nelle precedenti alleanze, e acconsentì pure, per fargli cosa grata, di riconoscere i pretesi suoi diritti sopra Lucca[385]; ma perchè Roberto non si mosse per sostenere queste sue pretese nè per difendere i suoi alleati, i Fiorentini scordarono gli antichi odj, come altri aveva a riguardo loro scordata un'antica amicizia, e promossero l'alleanza d'un uomo di cui eransi fin allora mostrati acerbissimi nemici.
Luigi di Baviera, sempre scomunicato dal papa, sempre da lui spogliato di tutte le dignità, non lasciava perciò di regnare come imperatore sopra una vasta parte della Germania. Erasi egli intimamente unito al duca d'Austria, mentre Giovanni, re di Boemia, dichiaravasi suo nemico. La guerra che i Fiorentini avevano fatta al Boemo diventava per Luigi un motivo di scordare la guerra fatta prima a lui medesimo: altronde, dopo l'assenza di quattordici anni, l'imperatore desiderava di rivedere l'Italia, onde entrò in negoziazioni per condurre, a condizione di pagargli un considerabile sussidio, un'armata in servigio de' Fiorentini. I suoi ambasciatori giunsero per quest'oggetto in Firenze, e furono magnificamente ricevuti; ma mentre un tale trattato incontrava di sua natura molte difficoltà e veniva inoltre ritardato da nuovi affari che occupavano l'imperatore in Germania, la sua pubblicità arrecò ai Fiorentini gravissimi danni, perchè si cominciò a tenere per indubitato che fossero in procinto di abbandonare la parte guelfa per allearsi colla ghibellina. I nobili napoletani, che avevano fidate le loro sostanze al mercanti di Firenze, temettero una rivoluzione che obbligherebbe il loro re ad entrare in guerra contro la repubblica, e rivollero i loro capitali; la quale inaspettata domanda fu cagione del fallimento delle migliori case di Firenze[386].
Frattanto Malatesta de' Malatesti di Rimini aveva preso il comando dell'armata fiorentina; ed il 27 marzo del 1342 si pose in campagna accampandosi a Gragnano sui poggi che separano la Valle di Nievole dal piano di Lucca. Colà trovandosi ebbe modo di avere segrete corrispondenze nel campo nemico, ad oggetto di sedurre i Tedeschi che militavano per i Pisani. Ma questi avevano nominato loro capitano Nolfo di Montefeltro, parente di Malatesta, anche esso romagnolo, e non meno di lui addestrato negli intrighi e nelle trame, di cui la Romagna fu sempre maestra. Durante un mese e mezzo cercarono d'ingannarsi vicendevolmente, senza venir mai ad un fatto d'armi. In pari tempo i Fiorentini, sospettando che i Tarlati, signori di Pietra Mala, avessero tramato di sorprendere Arezzo, fecero sostenere in prigione i principali capi di questa famiglia: ma molti altri essendosi rifugiati ne' loro castelli, li fecero ribellare alla repubblica e spiegarono le insegne ghibelline[387].
Mentre ciò accadeva, Gualtieri di Brienne, duca d'Atene, quello stesso che nel 1326 era stato in Firenze luogotenente del duca di Calabria, andando dalla Francia a Napoli passò per Firenze. Era Gualtieri nato in Grecia, ed apparteneva a quella tralignata stirpe ch'era in Levante succeduta ai primi crociati, indicati perciò con ingiurioso soprannome. Era di bassa statura, ed aveva un ributtante aspetto, che nascondeva uno spirito sospettoso e falso, un cuor perfido, costumi corrottissimi. La sua ambizione non sentiva nè il freno della morale, nè quello della religione, e la sola avarizia avanzava l'ambizione: per dirlo in una parola, di tutte le virtù che avevano resi gloriosi i suoi antenati, non aveva ereditato che il valor militare; qualità abbagliante, sebbene non rara, compatibile con ogni sorta di vizj, e talvolta ancora colla stessa viltà. Il ducato d'Atene era stato tolto a suo padre dai Catalani l'anno 1312[388]; il ducato di Lecce, in Puglia, gli rimaneva, e quello era il solo suo patrimonio. Dopo il 1326 la compagnia de' Catalani essendosi sottomessa al re di Sicilia, tre figliuoli di Federico avevano successivamente avuto il titolo ed il governo del ducato d'Atene[389]. Nondimeno Gualtieri era tenuto in molta considerazione perchè supponevasi che avesse il favore dei re di Francia e di Napoli; e quest'ultimo nelle negoziazioni avute colla repubblica fiorentina le aveva annunziato che avrebbe dato a Gualtieri il comando della truppa che disponevasi a mandare in di lei soccorso; onde la signoria lusingavasi di vincere finalmente l'avarizia e l'irresoluzione dell'antico alleato, affidando qualche impiego a colui ch'era stato favorito di suo figliuolo, e che adesso veniva indicato come suo luogotenente[390].
Gualtieri di Brienne recossi effettivamente all'armata fiorentina, che il Malatesta teneva accampata a san Pietro in Campo, presso Lucca, e fu colà raggiunto da molti baroni di Luigi di Baviera, che venivano in qualità di volontarj a militare sotto le bandiere di Firenze. Per le dirotte piogge del mese di maggio le acque del Serchio cresciute a dismisura, avevano rotti gli argini, e resa l'armata affatto inattiva, sebbene i Fiorentini avessero due volte più forze dei Pisani. Non potendo far altro, il duca d'Atene ed i baroni tedeschi si segnalarono vicendevolmente in alcune scaramucce, nelle quali se fossero stati sostenuti da Malatesta, avrebbero più d'una volta potuto romper tutta l'armata pisana: ma il Malatesta diede all'opposto ai Pisani quanto tempo volevano per afforzare le loro linee; e quando vide che più non potevano essere vantaggiosamente attaccati, e che le inondazioni del Serchio impedivano i trasporti delle vittovaglie, s'allontanò da Lucca il 29 di maggio, riconducendo la sua armata in Val d'Arno. Coloro che comandavano a Lucca per parte della repubblica fiorentina, vedendo che l'armata che doveva liberarli, non aveva potuto far levare l'assedio, e mancando affatto di munizioni, capitolarono, cedendo la città ai Pisani il giorno 6 di luglio del 1342[391].
Il malcontento del popolo manifestossi in Firenze con una terribile violenza, allorchè fu veduta entrare la potente armata di Malatesta che aveva lasciato prender Lucca sotto i suoi occhi; il pubblico accusava a vicenda d'inesperienza e di viltà il generale, d'ignoranza, di presonzione o di venalità i signori della guerra. Se avesse comandato, si diceva, il duca d'Atene, non avrebbe sofferta una così dannosa inazione, nè così vile ritirata; ma questi, a dispetto della fortuna de' Fiorentini che aveva loro mandato un così riputato generale, era stato ridotto al rango di semplice spettatore dei mancamenti e dell'ignoranza di un altro. Convenne, per soddisfare al popolo, dare all'istante il titolo di capitano di giustizia al duca d'Atene; ed allorchè il 1º agosto terminò la condotta del Malatesta, si dovette confidare al duca il comando generale dell'armata. In forza delle quali attribuzioni ebbe questi il diritto di alta giustizia nella città e nel campo[392].
Due fazioni erano di que' tempi in Firenze che miravano a distruggere la pubblica libertà. Formavasi la prima dell'antica nobiltà. Esclusi i nobili dal governo da un'ordinanza di giustizia, vedevansi esposti ad arbitrarie e talvolte ingiuste procedure qualunque volta il solo loro nome veniva pronunciato in qualche sommossa, e la gelosia del popolo rimproverava loro perfino il potere di cui esso gli aveva spogliati: perciò erano essi disposti a tutto intraprendere per rovesciare quella libertà cui essi non partecipavano. Un'altra non meno potente fazione trovavasi alla testa del governo, indicata col nome di popolani grassi; i quali in una repubblica, le di cui leggi erano tutte democratiche, avevano trovato il modo di arrogarsi esclusivamente la sovranità che doveva appartenere a tutto il popolo. La loro oligarchia borghese era oggetto dell'universale gelosia; erano accusati d'imprudenza e d'incapacità nel trattare gli affari, e di venalità negl'impieghi. Il Villani attesta che costoro s'arricchivano con vergognosa impudenza, appropriandosi il danaro dello stato, e che a Mastino della Scala per la compra di Lucca avevano dati cinquanta mila fiorini meno della somma portata nel conto. Questi per deviare la pubblica censura dalla loro amministrazione, progettarono di abbandonare il popolo alle vessazioni di un giudice crudele, lusingandosi di nascondere le azioni loro dietro questa subalterna tirannide. Sperarono di dirigere a voglia loro il duca d'Atene, come due anni prima avevano diretto Jacopo Gabrielli, senza che venisse perciò loro rimproverata la crudeltà del capitan generale. Eccitavano dunque segretamente Gualtieri ad abusare del potere ch'essi medesimi gli avevano affidato. Ma questi più di loro esperimentato nell'arte degl'intrighi, più di loro straniero alla pubblica ruina ed alle private disgrazie, si offerse come strumento a que' medesimi, di cui voleva essere padrone, promettendo di servire a tutte le passioni di que' malaccorti che di già sagrificava alla propria avarizia ed ambizione.
Ma le prime sentenze capitali che pronunciò il duca d'Atene, lasciarono travedere le sue intenzioni di non limitarsi ad un potere subalterno. Egli fece decapitare Giovanni de Medici che aveva il comando della fortezza di Lucca quando s'arrese ai Pisani, ed a Guglielmo Ottoviti, governatore d'Arezzo, che con alcune ingiustizie aveva provocata la sommossa dei Tarlati; sottopose a disonoranti processi Riccardo dei Ricci e Naddo Rucellai, accusati d'arricchirsi a spese del tesoro, e condannati avendoli ad enormi ammende a stento si lasciò piegare a salvar loro la vita[393]. Le quattro famiglie così duramente trattate dal duca nel primo mese della sua amministrazione facevano parte di quella dominante oligarchia, cui lo stesso Gualtieri andava debitore della sua autorità. Mentre le pronunciate sentenze spargevano il terrore nella classe de' grassi borghesi, rallegravano la nobiltà ed il popolo, soddisfacendo alla gelosia dei primi, ed all'odio degli altri. La scure della giustizia vedevasi posta in mano al vendicatore degli ordini oppressi, innanzi al quale il favore e l'intrigo restavano impotenti, ed i meglio radicati abusi sarebbero stati distrutti. Avendo Gualtieri dato a conoscere la strada che voleva tenere, e quali parti desiderava di rendersi amiche, accolse favorevolmente i loro progetti e s'unì coi più stretti vincoli ai nemici del governo. Promise ai grandi di far rivocare l'ordinanza di giustizia, se col mezzo loro poteva ottenere più stabile dominio, e con tale promessa le principali famiglie della nobiltà si dichiararono per lui[394]. Poi ch'ebbe guadagnata la nobiltà, si volse ad alcuni mercanti in procinto di fallire, promettendo loro grosse sovvenzioni dal tesoro dello stato onde potessero sostenere il ritardato pagamento de' loro crediti; e molte delle più riputate famiglie borghesi presero a favorirlo[395]: finalmente non contento di farsi strumento dell'odio e delle vendette del basso popolo contro la classe superiore, lo accarezzò mostrandosi popolare con affettata famigliarità e promettendogli di metterlo a parte de' pubblici onori.
Frattanto l'ufficio de' venti commissarj, o signori della guerra nominati per l'acquisto di Lucca, era spirato in principio di settembre; onde i partigiani del duca, liberati dalla loro sopraveglianza, ardivano più apertamente manifestare i loro progetti; dichiaravano che la repubblica aveva bisogno di essere riformata; che l'esito dell'ultima guerra dava a conoscere la totale corruzione del governo; che soltanto una mano vigorosa poteva svellere gli abusi, e riconciliare le parti esacerbate le une contro le altre; finalmente che il duca d'Atene aveva già fatto esperimento della sua capacità per così eminente carica, che richiedeva appunto quella fermezza di carattere, e quella giustizia, che aveva fin qui mostrata nella sua amministrazione. Simili discorsi ripetuti nelle adunanze de' corpi de' mestieri, e nelle taverne, ove i soldati del duca frammischiavansi al popolo per corromperlo, incoraggiarono alcuni grandi a proporre ai priori di offrire al duca la signoria di Firenze.
Il gonfaloniere fece, prima di rispondere, adunare il collegio de' dodici buoni uomini ed i sedici gonfalonieri delle compagnie della milizia, onde deliberassero colla signoria; e dopo aver manifestati a questi consiglieri i pericoli che sovrastavano alla pubblica libertà, si volse ai gentiluomini che avevano parlato per il duca. «Con estremo dolore, loro disse, vi vediamo dimentichi della virtù de' vostri antenati, e de' costumi della vostra patria; la repubblica, per la quale chiedete così estremo rimedio, non conosce verun altro pericolo fuor di quello, cui l'esponete al presente. Andate non pertanto, e dite al duca d'Atene, che in altri assai più infelici tempi che questi non sono, i vostri ed i nostri maggiori chiesero più volte ajuto a stranieri principi; i Ghibellini a Federico ed a Manfredi; i Guelfi ai due Carli ed a Roberto; ma non mai, per grande che fosse la dignità del monarca ed il pericolo dello stato, non mai fu sagrificata la pubblica libertà; giammai non fu dato a Firenze un signore sovrano. Le nostre consorti ed i nostri figliuoli non sapranno mai perdonarci la vergogna della schiavitù; noi medesimi mai non rinuncieremo alla felicità di vivere liberi»[396].
Il duca d'Atene si affrettò di calmare quel movimento d'entusiasmo che risvegliato aveva il discorso del gonfaloniere, assicurando ch'egli medesimo non desiderava un potere che sovvertisse la libertà dello stato, che soltanto chiedeva di aver libere le mani per breve tempo, finchè avesse potuto fare quel bene di cui sentivasi capace; che non pretendeva cosa insolita a Firenze, e che un'autorità dittatoriale in tempi calamitosi era stata più volte accordata a principi che assai meno di lui amavano la repubblica. Mentre rassicurava in tal modo i consiglieri della signoria, i suoi araldi d'armi sparsi per la città chiamavano il popolo a parlamento sulla piazza di santa Croce per deliberare intorno ai bisogni della repubblica.
L'autorità sovrana del parlamento era riconosciuta in tutte le repubbliche italiane; il governo non agiva mai che quale rappresentante della nazione, onde cessava il suo potere tosto che la nazione medesima era adunata. Non si era potuto far capire al popolo che il numero de' suoi suffragi non è l'espressione della sua volontà; che, supponendo ancora tutti i cittadini eguali, nè tutti vogliono, nè tutti sentono egualmente, e che il popolo non è sovrano che allora quando l'interesse di tutte le sue classi è ugualmente sacro, non quando la loro voce è confusa col clamore popolare. Per altro tutti i governi sapevano che l'interesse nazionale non è mai con tanta facilità sacrificato da qualunque altra adunanza, come da quella della nazione medesima; e che mentre i consigli mantenevansi fedeli al proprio dovere, i parlamenti avevano frequentemente acconsentito alla ruina della libertà, o alla sovversione della costituzione. I priori di Firenze temettero che il parlamento dasse la repubblica in mano al duca d'Atene. Essi non potevano impedire una convocazione che Gualtieri aveva diritto d'ordinare come capitano del popolo; si rivolsero perciò subito a lui medesimo, onde impegnarlo a ratificare solennemente le promesse che andava facendo. Gualtieri vi acconsentì di buon grado, convenne che i priori aprissero le deliberazioni, a condizione che eglino chiedessero al popolo la proroga per un anno dell'autorità data al duca d'Atene cogli stessi privilegi accordati sedici anni prima al duca di Calabria, e sotto le stesse riserve e restrizioni. Gualtieri obbligò la sua parola di cavaliere a non chiedere nè accettare maggiori poteri, quand'anche gli venissero dal popolo offerti. Questa vicendevole convenzione venne ridotta a formale contratto, ratificata dai notai e confermata con giuramento[397].
All'indomani 8 settembre, giorno della festa della Vergine, il popolo si adunò nella piazza del palazzo, ove giunse il duca in mezzo a cento venti uomini d'armi ed ai trecento fanti che formavano la sua guardia; ma tutti i nobili, tranne la famiglia della Tosa, avevano prese le armi, ed ingrossato il suo corteggio. I priori e gli altri magistrati scesero di palazzo e si collocarono presso al duca innanzi alla balaustrata di ferro. Francesco Rustichelli, uno de' priori, fece, a nome della signoria, la proposizione, convenuta il giorno avanti, di prorogare per un anno il potere del duca. Allora molti della più abbietta plebe, appostati da Gualtieri, interruppero all'istante il priore con grida da forsennati, chiedendo che gli si accordasse a vita la sovrana autorità. Nello stesso tempo, strettisi intorno a lui, lo sollevarono sulle loro braccia, mentre le guardie atterravano le porte del palazzo, e lo portarono sulla tribuna nelle sale riservate ai priori. Il popolaccio avido di oltraggiare ciò che aveva sempre rispettato, costrinse la signoria a ricoverarsi in una sala terrena, e poco dopo ad uscire di palazzo; diede in mano ai nobili il libro delle ordinanze di giustizia perchè lo facessero in pezzi, strascinò nel fango il gonfalone dello stato, indi lo abbruciò sulla pubblica piazza. Per ultimo gittò ovunque a terra gli stemmi del comune di Firenze, sostituendogli le insegne del duca[398].
Pochi giorni dopo il duca approfittò dello spavento dei consigli per far da loro ratificare quella signoria a vita, che si era arrogata colla forza. Invece di risguardare le diverse città conquistate da Firenze, come una dipendenza del medesimo stato, egli si fece successivamente dare dai popoli delle rispettive città le signorie di Arezzo, di Pistoja, di Colle di Val d'Elsa, di san Gemignano e di Volterra, onde lusingare la vanità loro e ravvivare l'animosità che conservavano contro i Fiorentini. In pari tempo il duca chiamò presso di sè tutti i Francesi ed i Borgognoni che servivano in Italia, e adunò in tal modo sotto i suoi ordini ottocento cavalieri suoi patriotti: fece inoltre venire dalla Francia molti suoi parenti ed amici per affidar loro i comandi militari. In tal modo egli credeva d'avere solidamente fondata la sua signoria; ma Filippo di Valois, cui il viaggio a Napoli del duca d'Atene era stato annunziato come un pellegrinaggio, rispose a chi gli parlava della recente sua grandezza: «il pellegrino ha trovato albergo, ma in cattiva locanda[399]».
Speravano i Fiorentini che il duca d'Atene li vendicarebbe almeno dell'affronto ricevuto sotto Lucca; ma il duca era povero, e voleva prima di tutto impinguare il suo tesoro, per rassodare il suo dominio se gli veniva fatto di conservarlo, o per avere un compenso se gli accadeva di perderlo. La guerra sempre dispendiosa non poteva perciò piacergli; altronde l'avrebbe obbligato ad abbandonare la città di fresco sottomessa, che avrebbe approfittato del primo rovescio per ricuperare la libertà. Propose quindi ai Pisani ed ai loro alleati condizioni di pace, che furono subito accettate. Loro cedette per quindici anni la sovranità di Lucca, riservando a sè la nomina in tutto questo tempo del podestà. Dopo tale epoca Lucca doveva tornare libera; essere richiamati tutti i Guelfi fuorusciti, e posti in possesso dei loro beni; ma in pari tempo dovevano pure rientrare in Firenze tutti i suoi esiliati, e rendersi i prigionieri senza taglia: Pisa inoltre si obbligava a pagare un annuo tributo di otto mila fiorini, ed accordava per cinque anni l'assoluta franchigia de' suoi porti ai Fiorentini[400].
Come tale trattato, che si pubblicò il 14 ottobre nelle due città, non cancellava pei Fiorentini la vergogna delle ultime disfatte, scontentò perfino i partigiani del duca. Invano cercava questi di accarezzare il popolaccio, non chiamando agl'impieghi che persone della più bassa classe, gli artigiani de' mestieri minori, che appunto allora vennero a Firenze chiamati ciompi, voce derivata dal viziato vocabolo di compères che loro davano nelle orgie loro i soldati francesi[401]. Ma gl'impieghi del duca più non appagavano nè meno l'ambizione della plebaglia. Gualtieri aveva cacciati i priori dal loro palazzo, e rilegatili in quello in addietro abitato dal giudice esecutore; gli aveva spogliati di ogni appariscenza e di ogni autorità; distrutto l'ufficio de' gonfalonieri di compagnia, levati i gonfaloni, e distrutta egli stesso la ricompensa che mostrava di promettere al popolaccio. In appresso annullò tutte le ordinanze intorno alle arti e mestieri, e successivamente indispose tutte le classi del popolo, tranne i macellai, i mercanti di vino ed i conduttori delle lane, de' quali cercava di conservarsi l'attaccamento con vili adulazioni.
Accrebbero ben tosto il malcontento altre novità: voleva rendere il pubblico palazzo da lui abitato una fortezza capace di tenere in freno la città; ed a tale oggetto fece atterrare molte case vicine; altre fece occupare dai suoi soldati cacciandone i proprietarj senza dar loro verun compenso. Ai creditori dello stato levò le gabelle loro date in pagamento, appropriandosene i profitti; accrebbe l'imposta del territorio, che portò dai trenta mila agli ottanta mila fiorini; assoggettò i più ricchi cittadini a prestiti forzati, e stabilì nuove gabelle delle prime assai più onerose; di modo che in dieci mesi e mezzo cavò da Firenze più di quattrocento mila fiorini, de' quali ne mandò più di duecento mila in Puglia o in Francia[402].
Non era ignoto al duca d'Atene il malcontento da lui eccitato; onde si assicurò i soccorsi degli stranieri contro i suoi sudditi, naturali nemici di un tiranno, facendo, in primavera del 1343, alleanza coi Pisani, con Mastino della Scala, col marchese d'Este e col signore di Bologna. Obbligavansi i confederati a mantenere reciprocamente il loro governo ed a difenderlo contro tutti i nemici: e questa lega parve formarsi tra tutti i tiranni d'Italia per privare affatto questa contrada della sua libertà. Ma il duca d'Atene di mano in mano che vedeva rendersi più stabile la sua signoria, abbandonavasi con minore riserva alle proprie passioni. Le mogli de' più riputati cittadini erano esposte alle seduzioni che loro preparava il suo libertinaggio; e gli uomini che osavano lagnarsi, coloro che domandavano gli antichi privilegi, o in qualsiasi altro modo rendevansi sospetti al tiranno, erano condannati ad atrocissimi supplizj[403].
Il potere di un solo era stato creato dalla discordia degli ordini della nazione; ma tutte le classi de' cittadini provavano a vicenda l'oppressione e si adiravano contro il giogo che le opprimeva. I grandi che avevano procurata al duca la signoria, erano disgustati della sua ingratitudine, vedendo che non dava loro parte alcuna nel governo. La superior classe de' borghesi, che prima di lui era la sola potente, l'odiava mortalmente trovandosi da lui ingannata e spogliata degl'impieghi; nè meno di questi erano irritati i borghesi del second'ordine a cagione dell'accrescimento delle imposte, del sovvertimento d'ogni giustizia, e pei vergognosi trattati fatti in nome della loro patria; finalmente il minuto popolo, sedotto da ineseguibili promesse, aveva aperti gli occhi; all'odio contro i suoi magistrati, era succeduta la compassione, onde la gioja che a principio avevano manifestata pei supplicj ordinati dal duca, eccitava adesso l'orrore. Una carestia probabilmente non imputabile a Gualtieri accresceva il malcontento del popolo. Firenze, dice un antico suo proverbio, non si muove se tutta non si duole. Firenze soffriva tutta intera, e tutta intera si sollevò. Ogni classe era separatamente oppressa; ed ogni classe cercò separatamente di liberare la patria senza l'altrui soccorso. Tramaronsi molte congiure senza che le une avessero sentore delle altre; ma tre furono più potenti delle altre, e più delle altre a portata di presto eseguire i loro progetti. Capo della prima era lo stesso vescovo di Firenze, di casa Acciajuoli, e vi entravano quasi tutti i grandi e spezialmente i Bardi, i Rossi, i Frescobaldi, gli Scali, ed alcuni potenti borghesi, come gli Altoviti, i Magalotti, gli Strozzi ed i Mancini. Questi congiurati erano uniti coi Pisani, coi Sienesi, coi Perugini e coi conti Guidi. Erano intenzionati d'attaccare il duca d'Atene nel proprio palazzo nell'atto che riunirebbe il consiglio; ma il duca che facevasi ogni giorno più sospettoso, licenziò una parte delle sue guardie, tra le quali trovavansene molte guadagnate dai congiurati, e loro sostituì nuovi soldati più fedeli ed in maggior numero, onde porsi in sicuro contro qualunque attacco; fece inoltre chiudere con cancelli di ferro tutti i passaggi pei quali i congiurati, delusi ne' loro progetti precedenti, pensavano d'entrare in palazzo[404].
Dirigevano la seconda congiura Manno e Corso Donati coi Pazzi, coi Cavicciuoli ed alcuni Albizzi. Avevano questi determinato d'attaccare il duca il dì della festa di san Giovanni nell'atto ch'entrerebbe nel palazzo degli Albizzi per vedere una corsa di cavalli. Ma il duca ebbe qualche sospetto del pericolo, e non v'andò.
Principali della terza congiura erano Antonio degli Adimari, i Medici, i Bordoni, gli Oricellai, gli Aldobrandini e moltissimi altri ricchi borghesi. Saputosi da questi che il duca manteneva una corrispondenza amorosa in una delle case Bordoni, fecero alcuni preparativi per sbarrare la strada, e posero cinquanta uomini de' più coraggiosi alle due estremità, i quali dovevano chiudere l'uscita tosto che il duca sarebbe entrato nella casa dei Bordoni; ma Gualtieri che rendevasi ogni giorno più sospettoso, cominciò appunto allora a farsi accompagnare, anche nelle visite galanti, da cinquanta cavalli e da cento pedoni ben armati, che restavano di guardia presso la casa in cui entrava; ed erano tali da sostenere vantaggiosamente un primo attacco.
Le tre congiure, sebbene continuamente impedite dal timore o antivegenza del duca, sussistevano sempre, e meditavano nuove imprese, quando la terza fu scoperta per l'imprudenza d'un uomo d'armi ch'essa aveva guadagnato. Tostochè il duca ebbe un leggero sospetto, fece il 18 luglio arrestare due oscuri cittadini del numero de' congiurati, e per mezzo della tortura strappò loro di bocca la confessione della congiura, ed il nome di Antonio di Baldinaccio degli Adimari che n'era capo; il quale fu subito per ordine del duca posto in prigione ed avvisato di prepararsi alla morte[405].
Ma la notizia dell'imprigionamento di così distinto cittadino, e dell'imminente suo pericolo, sparse il terrore in tutta la città: ciascuno trovavasi a parte di qualche congiura, o conoscevasi colpevole d'avere assistito a qualche adunanza in cui disponevansi nuove trame; ciascuno credevasi compromesso, e cercando di porsi in istato di difesa, mostrava di essere reo. Il duca, veduto questo generale movimento, s'accorse che tutta la città era contro di lui congiurata, e trovandosi troppo debole per incrudelire all'istante contro coloro che aveva fatti sostenere, volle prima di tutto assicurarsi i soccorsi de' suoi alleati, ond'essere poi in istato d'avviluppare i capi di tutte le congiure in una sola vendetta. Fece chiedere a Taddeo Pepoli, signore di Bologna, di spedirgli alcuni rinforzi, e quando seppe che trecento cavalli eransi avanzati negli Appennini per venire in suo ajuto, ordinò a trecento de' principali cittadini di Firenze di portarsi all'indomani, 26 luglio, nel suo palazzo, per deliberare con lui intorno alla sorte de' colpevoli. Per l'adunanza di questo consiglio scelse una sala le di cui finestre erano difese da cancelli di ferro, ed ingiunse alle sue guardie di chiudere le porte del palazzo tosto che sarebbersi adunati i cittadini, di assalirli all'impensata ed ucciderli, promettendo loro in premio di tanta barbarie il sacco della città[406].
Tra coloro che il duca aveva chiamati nel suo consiglio, trovavansi i principali capi di tutte le congiure, i quali avevano ragione di credere il tiranno almeno in parte informato delle loro trame, e non erano altrimenti disposti di porsi essi medesimi nelle sue mani. Altronde un confuso bucinamento dei preparativi che facevansi in palazzo erasi sparso in tutta la città, e ne accresceva ii terrore. Fin allora eransi tutti per timore taciuti, ma un nuovo motivo di timore più grande e più imminente fece rompere questo silenzio; tutti presero a domandare consiglio o assistenza ai loro vicini, ai loro amici; tutti fecero conoscere la situazione in cui si trovavano; durante quella notte tutti i diversi conciliaboli comunicarono assieme, ed i Fiorentini vennero in chiaro che tre congiure indipendenti le une dalle altre erano in procinto di scoppiare nello stesso tempo. L'occasione di sorprendere il tiranno non era più sperabile, ma le forze per attaccarlo apertamente erano maggiori assai che non lo avevano creduto gli stessi congiurati. Tutti coloro che il duca aveva chiamati, convennero prima di tutto di non andare al consiglio, tenendosi invece armati nelle proprie case coi loro servi, clienti ed amici. Intanto molte persone s'andavano in silenzio adunando senza che si facesse per le strade verun movimento: seicento cavalli del duca occupavano diversi quartieri della città per mantenervi la quiete, e gli ajuti che aspettava da Bologna e dalla Romagna avevano di già passata la sommità degli Appennini. Tutto ad un tratto alcuni oscuri plebei diedero il segno della rivoluzione gridando alle armi sulla piazza di mercato vecchio ed alla porta di san Pietro. A questo grido tutti i palazzi di Firenze s'aprirono, e le truppe che vi si erano adunate in silenzio marciarono rapidamente alle loro piazze d'armi; le strade furono barricate, ovunque spiegati gli stendardi del comune e del popolo, e tutti i cittadini chiamaronsi e si risposero col grido di viva il popolo, il comune, la libertà.
La cavalleria del duca, sorpresa ne' diversi quartieri della città, faceva ogni sforzo per ritirarsi verso il palazzo ed unirsi presso al duca, ma non ve ne giunsero che trecento, essendone stati uccisi molti, altri fatti prigionieri e spogliati delle loro armi. Frattanto il principale corpo della cavalleria del duca occupava la piazza de' priori innanzi al palazzo, onde il popolo vi accorse affollato, e, barricando tutte le strade che vi conducevano, impedì alla cavalleria d'attaccare i cittadini, e di scorrere la città. Allora tutte le case che circondano la piazza si aprirono ai cittadini armati per la libertà; tutti i tetti si cuoprirono di assalitori che passando dagli uni agli altri, lanciavano pietre e tegole contro i soldati, bersagliati ancora dagli arcieri che stavano alle finestre. La cavalleria chiusa in piazza ed esposta ad una grandine di saette, fu avanti sera forzata a fuggire in palazzo, abbandonando i cavalli al popolo, che occupò pure la piazza medesima.
Intanto era stato attaccato e preso da altri insorgenti il palazzo del podestà, aperte le prigioni della Stinca e di Volognano, e liberati i prigionieri. Dall'altra parte dell'Arno gl'insorgenti avevano occupate le porte, le mura ed i ponti e convertito il loro quartiere in una fortezza, nella quale erano disposti a difendere la loro libertà, se i loro concittadini rimanevano altrove soccombenti; ma in sul fare della sera attraversarono essi medesimi i ponti, distrussero le barricate, e riaprirono le comunicazioni cogli altri quartieri della città; poi si avanzarono verso la piazza dei priori ripetendo la parola che aveva servito di segnale all'insurrezione: muora il duca, viva il comune e la libertà! Ebbe allora Firenze sotto le armi mille cittadini a cavallo, e dieci mila, che, quantunque a piedi, erano armati di corazze e di barbuti come i cavalieri. Quelli non avevano intera armatura, o soltanto gli stromenti che avevano mutati in armi non furono contati.
Il duca assediato nel suo palazzo da forze tanto superiori, cercò di calmare il popolo. Armò cavaliere di propria mano Antonio degli Adimari che aveva prima fatto imprigionare, e lo mandò verso i congiurati per cercar di calmare la loro collera. Di già molti satelliti della sua tirannide erano stati sorpresi in varj luoghi, ed implacabilmente uccisi. Da ogni banda giugnevano soccorsi ai Fiorentini, i quali avevano di già organizzato un nuovo governo composto di sette nobili e di sette cittadini; e il duca che difendeva il palazzo con circa quattrocento Borgognoni, cominciava a soffrire la fame. In tale stato di cose il vescovo di Fiorenza, che aveva congiurato contro la tirannide, si fece mediatore tra il popolo irritato ed il tiranno per salvargli la vita; ma il duca non ottenne grazia dal popolo, che abbandonandogli Guglielmo d'Assisi il più odiato de' suoi ministri, il giudice che aveva prestato il proprio ministero a tutte le sue crudeltà. Quest'uomo feroce fu dalla plebe furibonda fatto in pezzi con suo figliuolo, il quale non contava più di quattordici anni, ed aveva un volto fatto per intenerire il popolo; ma era stato veduto sempre assistere ai supplicj ordinati dal padre, e domandare in grazia agli esecutori la continuazione della tortura, ch'era il suo più favorito spettacolo; onde a suo riguardo veniva dato un nuovo colpo di corda a coloro che il carnefice aveva cessato di tormentare.
In forza del trattato convenuto colla mediazione del vescovo, il duca d'Atene rinunciava a qualunque siasi autorità sopra Firenze, ed a qualunque diritto dipendente dalla elezione del popolo. Prometteva di ratificare tale rinuncia tostochè fosse condotto sano e salvo fuori del territorio fiorentino. D'altra parte il vescovo, i quattordici commissarj del popolo, gli ambasciatori dei Sienesi ed il conte di Battifolle, ch'era accorso in ajuto degl'insorgenti, si obbligavano di proteggere la ritirata del duca e de' suoi soldati, assicurandoli dagl'insulti del basso popolo finchè fossero in sicuro fuori del territorio della repubblica. Il duca d'Atene aprì il 3 agosto il suo palazzo ai negoziatori, dopo avere sofferti otto giorni di assedio; ma vi rimase, così da loro consigliato, fino alla notte del mercoledì 6 agosto, onde dar tempo al popolo di calmarsi. Uscì finalmente in quella notte dal palazzo e dalla città sotto la scorta de' più potenti cittadini di Firenze, che dovevano guarentire da ogni insulto la sua persona, e fu condotto per la via di Valombrosa a Poppi, feudo indipendente, posto su le montagne. Giunto in questo territorio neutrale rinunciò a tutti i diritti che aver poteva sopra Firenze, suo distretto, e sopra le città che gli si erano assoggettate, promettendo di non cercare mai più vendetta della loro ribellione. In appresso attraversò la Romagna, e passò a Venezia, ove s'imbarcò, quando meno si credeva, per andare in Puglia, abbandonando senza averli pagati i suoi più fedeli soldati. Il 26 luglio, giorno di sant'Anna, in cui la sua tirannide era stata distrutta, fu dai Fiorentini dichiarata festa solenne[407].