CAPITOLO XXXVI.

Firenze, dopo la cacciata del duca d'Atene. — Grande compagnia del duca Guarnieri. — La regina Giovanna succede a Roberto, e fa uccidere suo marito. — Carlo IV eletto in opposizione a Luigi di Baviera.

1343 = 1346.

La tirannide di pochi mesi basta a distruggere la prosperità, prezzo di molti anni di vittoria, e la saggia economia di molte generazioni. Firenze che uguagliava Venezia in ricchezze ed in potere, e superava tutte le altre repubbliche d'Europa, perdette nel breve corso della signoria del duca d'Atene tutti i suoi tesori, e tutti i suoi stati. In tempo della guerra con Mastino della Scala la signoria aveva guarnigione propria in Arezzo, Pistoja, Volterra e Colle di Val d'Elsa, possedeva diecinove castelli murati nel territorio di Lucca, e quarantasei nel proprio, senza contare quelli che appartenevano ai nobili suoi cittadini. Le pubbliche entrate ascendevano allora a trecento mila fiorini[408]. Il solo re di Francia era più ricco assai fra tutti i monarchi della cristianità; quelli di Sicilia e di Arragona erano più poveri, e quello di Napoli aveva un'entrata eguale appena a quella de' Fiorentini[409].

Le spese del comune in tempo di pace non consumavano il sesto delle entrate[410]. Lo stato ordinario delle spese non oltrepassava i quaranta mila fiorini, senza per altro contare il salario delle truppe a cavallo. Ma perchè la repubblica, appena falla la pace, licenziava i suoi condottieri, essa riprendeva un reggime economico, che la poneva ben tosto in situazione di pagare i suoi debiti[411]. A me pare che nel circostanziato conto della spesa siavi qualche cosa di commovente, quando ci ricordiamo essere un cotal conto di uno de' più potenti stati d'Europa, e che non vi si trova pagato un solo pubblico funzionario quando non sia forastiere. In una repubblica è sufficiente compenso del lavoro l'onore di governare, e quando il buon nome è la sola ricompensa de' magistrati, tutti si sforzano di meritarlo; per lo contrario, ricevendo un salario, conseguono il loro intento quando ottengono la mercede, e l'impiego non lascia d'essere loro utile sebbene non siansi meritato l'amore del popolo, nè il rispetto della posterità.

Tutte le classi della nazione avevano prosperato sotto questo provido governo, e quanto più l'entrate dello stato venivano economicamente amministrate, vedevansi maggiormente crescere le ricchezze de' privati. La sola vista di Firenze annunciava l'opulenza de' cittadini. Deliziosi giardini circondavano la città, ed in quella ridente campagna ogni poggio era coronato da qualche edificio, ed ogni casa privata sembrava un palazzo. Entro la città l'architettura era ancora più magnifica, antichi monumenti, che ne formano anche al presente uno de' più vaghi ornamenti, univano la solidità e la maestà. Il lusso de' nostri antenati aveva su quello della presente età il vantaggio di essere destinato a durare lungamente. L'emulazione de' suoi cittadini nasceva da desiderio di gloria, onde aveva sempre innanzi agli occhi la posterità; la nostra non è che vanità, e, non cercando che l'ammirazione de' contemporanei, i nostri monumenti si distruggono in pari tempo che la nostra fama.

La città di Firenze contava 25 mila cittadini atti alle armi; ritenuto per altro che l'obbligo della milizia durava dai quindici anni fino ai settanta; e l'intera popolazione ammontava a 150 mila abitanti[412]. Gli uomini atti alle armi nel territorio ammontavano ad 80 mila; mille cinquecento nobili erano subordinati alle ordinanze di giustizia, sessantacinque de' quali soltanto erano ordinati cavalieri. Le scuole di leggere e scrivere venivano frequentate da otto in dieci mila fanciulli; mille duecento studiavano l'aritmetica sotto sei maestri, e cinque in sei cento applicavansi allo studio della grammatica e della logica. Contavansi entro le mura cento dieci chiese, cinquantasette delle quali erano parrocchiali, cinque abbazie, due priorati abitati da ottanta regolari; ventiquattro monasteri di donne, che racchiudevano cinquecento religiose; settecento monachi di differenti ordini, duecento cinquanta in trecento preti cappellani, e trenta spedali con mille letti per i poveri e gli infermi. Oltre gli abitanti trovavansi sempre in Firenze almeno mille cinquecento forastieri.

La prosperità del commercio era proporzionata alla popolazione; eranvi duecento fabbriche di lane che davano ogni anno settanta in ottanta mila pezze di stoffe del valore complessivo di un milione e cinquecento mila fiorini. Calcolavasi che il terzo di questa somma serviva al pagamento di trenta mila operai ch'erano impiegati in questa manifattura. Il commercio delle stoffe straniere si faceva da venti mercanti riuniti sotto il nome di compagnia della Calimala, che smerciava, un anno compensato l'altro, dieci mila pezze del valore di trecento mila fiorini. Ventiquattro case erano destinate al commercio di banco, e la zecca coniava ogni anno trecento cinquanta in quattrocento mila fiorini d'oro, e venti mila lire in bilione di rame[413]. Trent'anni prima le manifature delle lane avevano occupate un centinajo di fabbriche di più, e date perfino cento mila pezze di stoffe; ma quelle stoffe erano molto più grossolane, ed il loro valore minore della metà, perchè ancora non vi s'impiegavano le lane dell'Inghilterra.

Tale era la prosperità della repubblica fiorentina prima che l'ambizione e la discordia de' suoi cittadini, la gelosia, e l'avarizia dasse loro un padrone. Allorchè ne scossero il giogo, e con uno sforzo generoso giunsero a ristabilire la repubblica, trovaronsi spogliati di ogni loro conquista. Gli Aretini, all'avviso che il duca d'Atene trovavasi assediato dal popolo, presero le armi per ricuperare la loro libertà, attaccarono la fortezza fabbricata dai Fiorentini nella loro città, e costrinsero Guelfo Bondelmonti, suo comandante, a darla in loro potere. In pari tempo i Tarlati con i Ghibellini d'Arezzo occuparono Castiglione Aretino[414]. I Pistojesi cacciarono la guarnigione fiorentina, e spianarono il castello che occupava, ricuperarono Serravalle, la chiave del loro territorio, e ripristinarono il governo de' loro padri, quello del popolo e della libertà[415]. Santa Maria a Monte e Montopoli, due castelli in altri tempi tolti ai Lucchesi, si ribellarono, e presero a governarsi come terre indipendenti; altrettanto fecero Colle e san Gemignano; e per ultimo ancora Volterra prese le armi, a ciò consigliata da Ottaviano de' Belforti, ch'era già stato signore di questa città; ma in cambio di racquistare la perduta libertà, mutò la signoria del duca d'Atene con quella del suo domestico tiranno.

I Fiorentini frattanto, dopo ch'ebbero cacciato il duca, pensarono al ristabilimento della loro repubblica, ed alla riforma delle leggi. Il Vescovo, gli ambasciatori di Siena ed i quattordici cittadini eletti durante la sedizione cercavano di conciliare le pretese delle opposte fazioni. Prima di tutto mutarono la divisione della città, e ridussero a quattro i sei quartieri, facendoli presso a poco eguali di popolazione e di ricchezze, i quali dovevano avere un'eguale rappresentanza nella suprema magistratura[416].

Ma era più facile assai il ricondurre all'uguaglianza i diversi quartieri della città, che non i diversi ordini dei cittadini. I nobili erano esclusi dal governo in forza dell'ordinanza di giustizia. I ricchi borghesi avevano formata più tardi una nuova oligarchia, che non eccitava meno la gelosia del popolo, di quello che si facesse altra volta l'oligarchia della nobiltà. A guisa dei nobili avevano essi palazzi fortificati, grandi possedimenti in campagna, vassalli, clienti, ed una numerosa famiglia; essi educavano nelle case loro una gioventù orgogliosa; e per dirlo in una parola, univano tutti que' mezzi di forza e di resistenza che possono rendere pericoloso un ordine di cittadini. L'abuso del passato potere, faceva temere che tentassero di rinnovarlo; e loro si rinfacciavano tutte le perdite fatte dalla repubblica per la mala fede di Mastino della Scala, per la guerra di Lucca, per la tirannide del duca d'Atene. La gelosia ed il desiderio di dominare manifestavasi egualmente nelle inferiori classi del popolo, e già sotto il nome di mezzi borghesi e di artigiani si distinguevano due separati ordini di cittadini, le di cui rivalità difficilmente si sarebbero potute conciliare.

Venticinque deputati di ogni quartiere, otto nobili e diecisette cittadini, furono chiamati dal vescovo e dai commissarj del popolo a formare una balìa per riunire i diversi partiti, e dare una nuova forma alla costituzione. La balìa decise che, avendo tutti i cittadini preso parte alla distruzione della tirannia, dovevano tutti partecipare alla libertà. La balìa non volle riconoscere che due ordini nella nazione, il popolo e la nobiltà; attribuì al primo i due terzi degli onori pubblici, l'altro terzo ai secondi; e sospese il rigore dell'ordinanza di giustizia, affinchè i delitti de' grandi fossero puniti colle forme e le leggi comuni agli altri cittadini.

Ma i grandi non si videro appena usciti dall'oppressione in cui vissero sì lungo tempo, che presero a vendicare le ingiurie fin allora sofferte in silenzio. Molti loro nemici furono uccisi non solo nelle campagne, ma nelle contrade e nelle piazze della città, senza che le leggi comuni avessero forza di reprimere o punire tanta audacia. Una generale indignazione secondò la gelosia de' borghesi; perfino alcuni nobili unironsi al popolo, ed il 22 settembre del 1343, non ancora compiuti due mesi dopo la cacciata del duca d'Atene, cominciò una sedizione sulla pubblica piazza de' priori, ed i quattro nobili che sedevano nella signoria, furono forzati dalle minacce e dalle grida del popolo ad uscire del palazzo ed a rinunciare alla loro magistratura[417].

Ma i nobili non si ritrassero per altro dalle difese. Uno di loro, Andrea Strozzi, cercò d'ammutinare il popolaccio contro i borghesi; ma dissipati i sediziosi da lui adunati, fu costretto di sottrarsi colla fuga ad una condanna di morte[418]. I suoi consorti facevano entrare in città i loro vassalli e contadini, e gli armavano; si diceva pure che avevano domandato ajuto alla nobiltà immediata degli Appennini, ai Pisani ed ai tiranni di Lombardia. Ma il popolo li prevenne; chiamato dai Medici alle armi nel quartiere di san Giovanni, attaccò i palazzi degli Ademari-Cavicciuoli situati in vicinanza della cattedrale, e dopo una lunga accanita zuffa, gli sforzò a capitolare; le loro barricate furono atterrate, disarmati e dispersi i loro clienti; ma rispettate le loro persone e le proprietà. Dopo questa vittoria il popolo assediò successivamente tutti i palazzi fortificati. Non poteva opporsi lunga resistenza alle forze di tutti adunate contro un solo; i Donati ed i Cavalcanti furono i primi a sottomettersi, maggior tempo resistettero i gentiluomini che abitavano oltr'Arno e che avevano afforzate le teste dei ponti; ma occupato finalmente dal popolo il ponte della Carraja, s'arresero subito i Frescobaldi, i Nerli ed i Rossi; le case de' Bardi furono prese d'assalto, saccheggiati e distrutti ventidue palazzi di questa famiglia[419].

Dopo tale vittoria fu creata una nuova balìa per cambiare un'altra volta la costituzione. La signoria continuò ad essere composta di un gonfaloniere di giustizia e di otto priori delle arti e della libertà, scelti due per ogni quartiere. Di questi nove magistrati dovevano prendersene tre a sorte da ciascheduna classe del popolo. Dodici buoni uomini e sedici gonfalonieri delle compagnie furono dati per consiglieri alla signoria[420].

L'ordinanza di giustizia contro i grandi fu rimessa in attività colle modificazioni volute dall'equità; e fu ristretto ai più vicini parenti del reo l'obbligo di rispondere per il commesso delitto, che prima estendevasi a tutti i membri d'una nobile famiglia; cinquecento trenta famiglie furono cancellate dal ruolo della nobiltà, per essere poste in quello dei popolani. Gli uni col loro impoverimento, o coll'estinzione di molti rami collaterali avevano cessato d'ispirar timore; altri colla lodevole loro condotta eransi meritata la benevolenza del popolo, onde alcune delle più illustri case di Firenze furono ascritte alla classe de' popolani[421].

Mentre i Fiorentini venivano agitati da queste interne rivoluzioni, cercavano di mantenersi in pace colle vicine potenze, affinchè i nemici del nuovo governo non trovassero appoggio presso i nemici dello stato; perciò il 16 novembre ratificarono il trattato che il duca d'Atene aveva fatto coi Pisani, aggiugnendovi soltanto alcune nuove condizioni[422].

Dopo la conquista di Lucca pareva che la repubblica di Pisa tenesse il primo rango tra gli stati toscani. Pistoja e Volterra, staccandosi dai Fiorentini, eransi poste sotto la sua protezione, e l'alleanza che i Pisani avevano contratta coi Visconti poteva moltiplicare le sue risorse[423]. Ma l'ultima guerra aveva costato ai Pisani un milione e mezzo di fiorini, le antiche contese tra la nobiltà ed il popolo si andavano ravvivando, e Lucchino Visconti, invece d'essere un utile alleato, doveva ben tosto riconoscersi per un terribile nemico.

Mentre Betto dei Sismondi aveva condotte al signore di Milano le truppe ausiliarie della repubblica pisana, Giovanni Visconti d'Oleggio cospirava in Pisa unito ad un altro Sismondi[424] e ad alcuni capi dell'antica nobiltà. Volevano essi richiamare i figli di Castruccio, e cacciare fuori di città il conte della Gherardesca, in allora capitano generale. Ma, scopertasi la trama, uno de' congiurati perdette la testa sul palco, altri cacciati in bando, e furono spianate le loro case, e Giovanni d'Oleggio costretto ad uscire vergognosamente da Pisa. Avutane notizia il signore di Milano, fece imprigionare i Pisani che militavano nella sua armata, e rimandò Oleggio in Toscana con due mila cavalli per vendicarsi; ma quest'armata avanzatasi per la via di Pietra Santa e di Lucca, essendo poi entrata nelle Maremme, dovette combattere un clima più pericoloso che i nemici. Onde dopo avere perduta molta gente senza essersi azzuffata colle truppe pisane, fu richiamata dal Visconti il quale fece la pace con Pisa nel 1345[425].

E per tal modo questa guerra tra le due prime potenze d'Italia non si rese notabile per alcuno importante avvenimento; lo che non sarebbe accaduto se Pisa avesse conservata sotto i suoi ordini la bella cavalleria colla quale aveva protetto l'assedio di Lucca; ma quand'ebbe sottoscritto il suo trattato di pace col duca d'Atene, si era data premura di licenziarla, e quell'armata che già militava sotto i suoi ordini, erasi resa indipendente: nuova potenza senza stati e senza sudditi, e che non essendo composta che di soldati, era appunto per tale motivo più formidabile. Un avventuriere tedesco, che facevasi chiamare il duca Guarnieri, aveva proposto ai soldati che si licenziavano dai Pisani, di rimanere uniti e di fare la guerra per conto loro. Si obbligò di pagare il soldo ai militari che volessero servire sotto di lui, e con ciò ottenne senza difficoltà d'essere riconosciuto per capo da uomini che guerreggiavano per mestiere e non per dovere. Non proponevasi già Guarnieri di fare in Italia qualche conquista di paese, ma solamente di taglieggiare tutti quelli che si proporrebbe di trattare come nemici. Quando sortì di Pisa la sua armata, ch'egli intitolò la grande compagnia, contava due mila cavalli. Si diresse colla medesima verso il territorio di Siena con intenzione d'abbandonarlo al saccheggio, e ne' pochi giorni che durò la marcia ingrossò l'armata con molte reclute[426].

Le repubbliche ed i piccoli principi d'Italia non potevano opporre che una debole resistenza a queste formidabili compagnie che cominciarono in quest'epoca a minacciare l'esistenza di tutti gli stati. La loro formazione era sempre inaspettata; e siccome niun sovrano teneva in tempo di pace al suo soldo un grosso corpo di truppe, niuna forza trovavasi in istato di opporre loro una valida resistenza. E quand'ancora i soldati arruolati in queste compagnie non fossero stati superiori di numero, l'abitudine della guerra dava loro un infinito vantaggio sulle milizie che dovevano combatterli. Se in cambio venivano loro opposti altri soldati mercenarj, erano questi sempre disposti ad abbandonare i loro stendardi per entrare nella compagnia; in ogni evento essi non si battevano che mollemente, non dimenticandosi mai che potrebbero in breve trovare vantaggioso un asilo in seno ai loro fratelli d'arme, entrando a parte dei loro pericoli e dei loro guadagni. La più sfrenata licenza regnava nel campo di questi assassini: gli stessi capi applaudivano ai loro eccessi per guadagnarsi l'amore dei soldati, ed allettare un maggior numero di reclute ad arruolarsi sotto le loro insegne. Essi non si vergognavano di verun delitto o crudeltà; ed il duca Guarnieri accoppiava al titolo di signore della grande compagnia quelli di nemico di Dio, della pietà e della misericordia. Aveva fatti incidere questi odiosi titoli sopra una lastra d'argento che portava per ornamento sul petto[427].

I cittadini sienesi, che non sospettavano nè meno di vedere turbata la profonda pace di cui godevano, furono all'impensata assaliti da questi feroci soldati, che, non contenti del saccheggio delle case e delle loro mandre, cercavano frequentemente di levar loro il danaro, sottoponendoli a crudeli torture. Il governo non sapeva come difendere i suoi sudditi, che fuggivano all'avvicinarsi degli assassini, seco portando gli effetti che avevano potuto sottrarre al saccheggio; e la città riempivasi di contadini, di donne, di vecchi. Frattanto Guarnieri, cui la signoria faceva chiedere la ragione di quest'attacco, le offeriva di uscire all'istante dal territorio di Siena per la tenue somma di dodici mila fiorini. Egli voleva ostentare in faccia ai più deboli stati le umilianti condizioni che accordava alla repubblica di Siena, onde maggiormente atterriti dall'avvicinamento della compagnia si sottoponessero più facilmente ancor essi alle condizioni ch'egli crederebbe loro d'imporre[428]. In fatti i Sienesi gli pagarono la chiesta contribuzione, e Guarnieri, abbandonando il loro territorio, si gettò in quello di Montepulciano, di Città di Castello e di Perugia, le quali tre città, per non esporsi a maggiori danni, furono costrette di pagare la taglia che volle Guarnieri.

Dopo avere sparso il terrore in tutto il patrimonio di san Pietro, Guarnieri piegò bruscamente a sinistra, ed attraversò la Romagna, mettendola a fuoco e sangue. Era in allora questa provincia divisa fra molti piccoli tiranni, nemici gli uni degli altri, sebbene troppo deboli per farsi la guerra: perciò ognuno di loro offriva danaro a Guarnieri, perchè danneggiasse i suoi rivali; poi era ognuno costretto di pagare altro danaro per liberarsi dalle sue molestie. Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, impegnò il duca ad attaccare Rimini, ove comandava Malatestino de' Malatesta; e Ferrantino Malatesta approfittò di quest'occasione per ribellarsi contro il suo parente; onde il territorio di Rimini fu per tutto un mese saccheggiato dagli assassini della compagnia, i quali nel susseguente mese guastarono il Cesenatico, benchè Cesena appartenesse a Francesco degli Ordelaffi che gli aveva chiamati in Romagna[429].

Conosceva Guarnieri il pericolo di rimanere in una provincia così lungo tempo da ridurre gli abitanti agli estremi di prendere in comune le armi contro di lui. Perciò sempre avanzandosi d'uno in altro stato, senza mettere distinzione alcuna tra amici e nemici, era omai pervenuto ai confini del territorio bolognese. Per quanto far potesse di male nel suo passaggio, un nemico era sempre meno odioso ai repubblicani di Bologna, del tiranno che gli opprimeva; il primo guastava le campagne a guisa di passaggero turbine, l'altro corrompeva il principio dell'esistenza, come que' pestilenziali miasmi de' pantani che infettano l'aria. I Gozzadini, i Beccadelli, e tutti i vecchi amici della libertà recaronsi al campo del duca, promettendogli quante ricchezze sapeva desiderare, se cacciava di Bologna Taddeo dei Pepoli, e ridonava alla libertà quest'antica e potente città. Ma il generale tedesco preferiva alle promesse de' fuorusciti le immediate offerte del signore di Bologna, che aveva trovato alla testa di tre mila cinquecento cavalli in vicinanza di Faenza. La battaglia era dubbiosa, e la vittoria non lo avrebbe compensato del sangue che gli sarebbe costata. Accettò dunque sessanta mila lire di Bologna, che Taddeo Pepoli gli fece dare a titolo del soldo di due mesi dovuto alle sue truppe, ed attraversò pacificamente il territorio bolognese, conducendo la grande compagnia nello stato di Modena[430].

In questa breve campagna aveva Guarnieri levate ragguardevoli contribuzioni, e le sue truppe eransi arricchite col saccheggio; onde il capitano ed i soldati desideravano del pari di tornare in Germania per godervi tranquillamente le ammassate ricchezze. Ma non sembrava loro che la Lombardia, che dovevano attraversare, potesse facilmente essere vinta o intimidita come i piccoli stati che avevano fino allora posti a soqquadro. Guastarono, gli è vero, una porzione del territorio di Modena, di Reggio, di Mantova finchè non si trovarono a fronte con ragguardevoli forze i marchesi d'Este ed i Gonzaga, spalleggiati da Mastino della Scala, dai Pepoli e dallo stesso Luchino Visconti. Guarnieri non conosceva ancora tutto il vantaggio che la compagnia avrebbe avuto sulle truppe che gli venivano opposte; egli non aveva ancora perfezionata con una lunga pratica quell'arte del saccheggio che doveva ancora esercitare molti anni, ed acconsentì, per una grossa somma di danaro, che gli venne pagata dai principi lombardi, di ricondurre in Germania la formidabile sua truppa, divisa in così piccoli corpi, che non potessero incutere spavento alle province che egli attraversava[431]. Guarnieri ed i suoi soldati più non ricomparvero in Italia finchè tutto ebbero dissipato ne' vizj e nelle dissolutezze il danaro ammassato colle rapine.

Se le burrascose passioni delle repubbliche, se la debolezza delle piccole signorie esponevano le prime a frequenti rivoluzioni e le altre a crudeli vessazioni, nè meno i grandi stati d'Europa erano in quell'epoca più felici o più tranquilli, perciocchè trovavansi tutti in preda ad accanite guerre, o internamente divisi da violenti rivoluzioni. La Germania era agitata dagl'intrighi della corte pontificia, che si valeva della gelosia e dell'ambizione de' principi per tenere perpetuamente vive le guerre civili. Giovanni di Boemia erasi fatto capo dei nemici dell'imperatore, e la sua attività aveva ridotto l'impero a mal termine ed accresciuti gl'imbarazzi di Luigi di Baviera. La Francia, perduto il suo antico splendore sotto il rovinoso regno di Filippo di Valois, veniva saccheggiata dagl'Inglesi; ma in pari tempo le vittorie d'Edoardo III non riuscivano meno funeste all'Inghilterra, spogliandola d'uomini e di danaro. La Spagna consumava le proprie forze nelle guerre civili suscitate dalle tiranniche imprese dei due Pietri, il crudele di Castiglia, ed il cerimonioso d'Arragona. Per ultimo il regno di Napoli, avendo perduto il vecchio re Roberto, trovavasi nuovamente esposto all'anarchia ed alle convulsioni da cui l'aveva preservato sessant'anni il regno dei principi Angioini.

Roberto era morto in Napoli il 19 gennajo del 1843 in età di ottant'anni dopo un regno di oltre trentatre anni[432]. Suo nipote Cariberto, o sia Carlo Uberto, re d'Ungheria, cui Roberto aveva sottratto il regno di Napoli, era morto sei mesi prima di lui, il 14 luglio del 1342, a Visgrado, dopo avere regnato quarantadue anni[433]. Il primo lasciava erede una figlia di suo figlio, chiamata Giovanna, maritata ad Andrea, secondo figlio di Cariberto. Il primogenito Luigi, re d'Ungheria, era succeduto al padre.

Pochi sovrani godettero così alta riputazione di sapere e di virtù al pari di Roberto, re di Napoli; ma la pubblica opinione, indulgente per i principi, colloca spesse volte tra gli uomini grandi coloro che, se fossero privati, non uscirebbero dalla mediocrità. La costante protezione da Roberto accordata ai letterati, e l'equità di molte sue leggi, gli meritarono in parte a giusto diritto gli elogi del suo secolo: ma devonsi rimproverare alla sua avarizia gli arbitrj dati ai giudici di permettere che si scontasse col danaro la pena dei delitti[434]; alla sua ambizione l'aver fomentato l'odio tra Guelfi e Ghibellini, quando era già cessato il motivo dei loro partiti, e di avere suscitate quasi tutte le guerre che lacerarono, durante il suo regno, l'Italia e la Germania, dalle quali ne derivarono a' suoi stati più mali che prosperità. Il regno della nipote Giovanna fece dimenticare i suoi falli, e diede all'Italia gravi motivi di desiderare una più ferma e felice amministrazione.

La regina Giovanna contava soltanto sedici anni quando successe a suo avo, ed Andrea, suo cugino e suo sposo, era nato pochi mesi prima di lei. Molti principi del sangue, figliuoli de' fratelli di Roberto[435], facevano splendida e voluttuosa la corte di Giovanna, e cercavano a gara il favore de' giovanetti sposi, onde governare lo stato in loro nome. Sebbene i sovrani fossero più inclinati ai piaceri che alla gloria o al potere, davano di già non equivoci indizj di rivalità. Gelosi l'uno dell'altro, ma egualmente incapaci di amministrare il regno, nè il re, nè la regina sapevano soffrire che l'altro volesse regnare in proprio nome[436]. Andrea, figliuolo di Cariberto, nipote di Carlo Martello e pronipote di Carlo II, pretendeva d'essere il legittimo erede del trono. Vero è che suo padre era stato soppiantato da Roberto; ma dopo la morte di questi risguardavasi come rientrato negli originarj suoi diritti[437]; e gli Ungari che aveva seco condotti, ed in particolare un monaco, detto frate Roberto, suo principale consigliere, cercavano di fomentare questa sua pretesa onde avere poi esclusivamente nelle loro mani l'autorità reale. D'altra parte Giovanna ed i principi del sangue suoi cugini sostenevano che legittima era stata la successione di Roberto e convalidata dall'approvazione di Clemente V l'anno 1309; e che un re, riconosciuto legittimo dal suo popolo nel corso di trent'anni, non poteva essere altrimenti considerato come un usurpatore. Roberto, che prima di morire aveva già veduto gl'indizj di questa gelosia, si era fatto sollecito di consolidare i diritti della nipote. Aveva richiesto da tutti i baroni suoi feudatarj, e dagli ufficiali della corona, che prestassero il giuramento di fedeltà a Giovanna; ed aveva nel suo testamento ordinato che si dilazionasse la coronazione d'Andrea fino all'epoca in cui questo principe toccherebbe i ventidue anni[438].

In questa corte, la più colta ad un tempo e la più corrotta d'Europa, il principe ungaro aveva conservata la natìa rozzezza. Orgoglioso ed iracondo dava il nome di ribellione alla più leggiera resistenza, e di oltraggio al sorriso o al silenzio de' cortigiani della regina. Disprezzava i costumi e gli usi de' Napoletani, e non pertanto credevasi continuamente oggetto delle loro derisioni; sdegnavasi di non avere che il titolo di duca di Calabria, di non essere re che per i cortigiani, e di non potere pretendere da tutti ubbidienza[439]. Fu spesso udito minacciare la regina, i principi del sangue, ed i principali baroni del regno, aspettando ogni giorno una bolla pontificia che acconsentisse alla sua coronazione, onde sullo stesso stendardo reale destinato a tale cerimonia aveva fatto dipingere al di sopra de' suoi stemmi due stromenti di supplicio, la mannaja e la scure, quasi per annunciare che dall'istante in cui regnerebbe, farebbe giustizia de' suoi nemici, ai quali volle anticipatamente mostrare questa bandiera[440].

Andrea aveva sospetta la regina di tenere colpevoli pratiche con Luigi di Taranto, suo cugino; e la pubblica opinione accreditava tali sospetti, accusando inoltre la regina d'altri secondari amori. Caterina, madre dei principi di Taranto, che portava il titolo d'imperatrice di Costantinopoli, dava l'esempio della più scandalosa scostumatezza, ed avendo la più alta influenza sul cuore della sua pronipote, favoreggiava le di lei pratiche con Luigi, sperando di potere coll'allontanare Andrea dalla corona farla dare a suo figliuolo. La regina Sancha, vedova di Roberto, abborriva tanta corruzione, ed erasi ritirata in un convento, ove morì un anno dopo il consorte; onde più veruno salutare rispetto contener poteva la piena di questa voluttuosa corte.

Gl'intriganti che avvicinavano la giovane regina, non si appagarono di averle ispirata avversione per Andrea; ma mirando a disfarsi d'un principe, di cui avevano a temere le vendette ed il collerico temperamento, fomentavano la criminosa passione della regina per suo cugino: poi tutt'ad un tratto l'atterrivano riferendole i sospetti e le minacce del marito; talvolta ancora gli parlavano del bene de' suoi popoli, del tiranno cui permetterebbe di regnare sopra di loro, rappresentandogli come un atto virtuoso il delitto che gli proponevano di commettere. In mezzo a tante seduzioni, Giovanna, strascinata, sedotta dalla sua passione, permise ai suoi cortigiani di servirla, acconsentendo alla loro trama senza volerne conoscere le circostanze.

Il conte d'Artusio, bastardo del re Roberto, e Filippina la Catanese, confidente della regina, si fecero capi della congiura[441]. Ottennero che la corte abbandonasse Napoli in settembre del 1345, per villeggiare in un luogo solitario, nel convento di san Pietro di Morone o dei Celestini posto a poca distanza d'Aversa. La notte del 18 di settembre, mentre Andrea stava a letto a canto alla regina, alcune cameriere vennero ad avvisarlo essere giunte da Napoli importanti notizie, e che i consiglieri lo aspettavano per avere i suoi ordini. La regina mostrossene turbata, e cercò di trattenere il marito; ma questo impotente rimorso fece luogo al timore[442]. Andrea uscì, e le cameriere chiusero dietro lui le porte della camera della regina.

I congiurati aspettavano Andrea nel vicino corritojo, ove appena giunto, gli furono sopra; ma persuasi che un anello regalatogli da sua madre fosse un talismano che gl'impedirebbe di morire di ferro o di veleno[443], cercavano di passargli intorno al collo un laccio di seta. Andrea difesesi vigorosamente, e ferì alcuni de' congiurati; ma finalmente fu spinto fuori d'una finestra, ed alcuni de' congiurati, che stavano appostati nel giardino, lo presero per i piedi, e terminarono di strozzarlo[444].

La nudrice d'Andrea, chiamata Isolda, che lo aveva accompagnato a Napoli, e che, teneramente amandolo, gli stava quasi sempre vicina, improvvisamente risvegliata dalle grida e dal tumulto, entrò nella camera della regina, e la vide sola seduta presso al letto nuziale tenendosi la testa tra le mani. Le chiese affannosa ove fosse il suo padrone; e spaventata dalla di lei risposta, si affacciò con una fiaccola ad una finestra, onde i congiurati fuggirono, lasciando il cadavere d'Andrea steso al suolo: l'infelice Isolda chiamando con disperate grida alla vendetta la corte, il convento e la stessa città d'Aversa, non lasciò tempo ai congiurati di mascherare il loro delitto[445].

Giovanna, oppressa dal terrore e dal rimorso, tornò subito a Napoli seco conducendo il cadavere dello sposo, che fu sepolto con poca pompa nella chiesa di san Luigi[446]. Coloro che non avevano avuta parte nella congiura, non dissimulavano l'orrore che loro ispirava così grave delitto; ognuno si precauzionava come se fosse personalmente minacciato, o come se questo delitto avesse tutti infranti i legami della società. Roberto di Taranto, fratello di Luigi, armava i suoi vascelli, e fortificava i suoi palazzi; Carlo di Durazzo eccitava il popolo a vendicare la morte del suo re; questi, avendo sposata la sorella di Giovanna, sperava probabilmente di succederle, quando il popolo la privasse del trono. Finalmente la regina ed il suo amante, Luigi di Taranto, adunavano i loro partigiani, e preparavansi a sostenere la guerra civile di cui vedevansi minacciati.

Tutta l'Europa parve sollevarsi udendo tale attentato. Clemente VI, che il 7 maggio 1342 era succeduto a Benedetto XII morto il 25 aprile, si credette chiamato dalla sua suprema dignità e dall'alto dominio sul regno di Napoli a punire i colpevoli che non potevano essere giudicati dai giudici ordinarj. Incaricò pertanto Bertrando di Baux, grande giustiziere del regno, a formare un processo contro l'uccisore del re Andrea, e di perseguitare il delitto senza aver riguardo a veruna persona, e senza rispetto alcuno per le secolari dignità[447]. La regina che non ardiva proteggere i congiurati, per non confessarsi complice, vide soggiacere alla tortura Raimondo di Catania, suo grande maniscalco; dopo di che il grande giustiziere, facendosi portare innanzi uno stendardo, sul quale era dipinto l'assassinio d'Andrea, venne seguito dal popolaccio di Napoli a prendere perfino nel palazzo della regina i suoi amici, i suoi servitori più affezionati, ed in particolare la Catanese, confidente de' suoi più intimi segreti. Vero è che la regina tentò alcun tempo di difenderla, ma, temendo il furore popolare, l'abbandonò poscia ai suoi carnefici[448].

Prima d'essere condotti al supplicio, gl'imputati furono sottoposti a terribili torture per istrappar loro la confessione del proprio delitto; nel qual tempo uno steccato custodito dai soldati non permetteva al popolo di udire le loro deposizioni. La Catanese morì tra gli orrori della tortura; gli altri furono condannati ad un ributtante supplicio, durante il quale venne loro posto un amo in bocca perchè non potessero parlare[449].

È indubitato che temevasi da coloro che venivano mandati al supplicio l'accusa della complicità della regina; ma le precauzioni prese per impedirla, l'accusavano ancora più apertamente. Non pertanto Giovanna scrisse al re d'Ungheria, fratello di suo marito, per iscolparsi di un delitto di cui l'accusava la voce pubblica. In risposta ricevette una lettera, resa celebre dal suo laconismo. «Giovanna, gli scriveva Luigi, i disordini della tua passata vita, l'ambizione che ti fece ritenere il regio potere, la vendetta trascurata, e le scuse in appresso allegate, provano abbastanza che tu sei complice della morte di tuo marito[450].» Alcuni ambasciatori del re d'Ungheria eransi nel mese di maggio del 1346 presentati alla corte del papa chiedendo che al loro padrone fosse dato il possesso del regno di Napoli, di cui era il più prossimo erede, e venisse deposta Giovanna, resasi, per il commesso delitto, indegna di regnare. In pari tempo Luigi appellava ad un altro tribunale, a quello delle armi, invocando il valore de' suoi sudditi. Fece fare uno stendardo sul quale era dipinto l'assassinio d'Andrea, e lo inalberò egli stesso in su gli occhi d'una dieta ungarese per impegnare quella valorosa nobiltà a vendicare il fratello del suo re. In appresso marciò verso Zara, in Dalmazia, con trenta mila cavalli, sperando d'obbligare i Veneziani a levare l'assedio di quella città che si era loro ribellata, onde colà imbarcarsi alla volta del regno di Napoli[451].

I Veneziani, all'avvicinarsi del re d'Ungheria, afforzarono il loro campo, guastarono il paese intorno a loro, ma non si rimossero perciò dall'assedio, e senza esporsi all'eventualità d'una battaglia, impedirono al re di comunicare cogli assediati, e di avanzarsi fino al mare. Gli Ungari non tardarono a soffrire mancanza di vittovaglie ed a conoscere l'impossibilità di attraversare l'Adriatico coperto da una flotta veneziana; onde il re Luigi, rinunciando nel presente anno all'impresa del regno, tornò in Ungheria onde entrare in trattati coi suoi vicini ed assicurarsi della loro amicizia, mentre rimarrebbe lontano da' suoi stati[452].

Mentre il re d'Ungheria s'impegnava in una lontana guerra, gli si rendeva più che mai necessaria l'amicizia de' Polacchi; e fortunatamente trovavansi unite queste due nazioni da stretta alleanza, giacchè Luigi dal canto di sua madre Elisabetta era nipote di Loctec, re di Polonia; e suo zio Casimiro, non avendo figliuoli, lo aveva destinato suo successore[453]. Il re d'Ungheria era inoltre alleato dell'imperatore Luigi di Baviera, e questo monarca, padrone del Tirolo, poteva aprire agli Ungari le porte dell'Italia. Il nuovo papa Clemente VI aveva rinnovate contro i Bavari le scomuniche fulminate da Giovanni XXII; aveva rotte le negoziazioni aperte da Benedetto XII; non voleva ad alcun patto accordare l'assoluzione all'imperatore, e non curandosi delle sue offerte e delle sue umiliazioni non si lasciava placare dalla sua penitenza, e voleva costringerlo alla guerra a dispetto de' suoi scrupoli[454]. Luigi di Baviera, ridotto alle ultime estremità, accettò le proposizioni del re d'Ungheria, promise di scendere nel susseguente anno in Italia con suo figlio il marchese di Brandeburgo, e con il suo alleato il duca d'Austria, allettato dalla speranza di potersi una volta vendicare de' Guelfi, della Chiesa e di quella casa d'Angiò che pel corso di trent'anni l'aveva tanto crudelmente perseguitato.

Ma il papa non poteva essere indifferente al movimento della metà dell'Europa verso l'Italia. Allorchè assoggettava la regina Giovanna alle criminali procedure del conte Bertrand de Baux, onde umiliare in tal modo i troni al di sotto della cattedra di san Pietro, era ben lontano dal voler permettere che questa regina, sua vassalla, venisse spogliata dal re d'Ungheria, e molto meno dall'imperatore. Accrebbe pertanto le sue pratiche per muovere contro il Bavaro nuovi nemici, e risolse finalmente di nominare il suo successore, estremo rimedio protratto dalla santa sede fino a quest'epoca.

A tale oggetto Clemente VI s'addirizzò a Giovanni, re di Boemia, quello stesso che procurato aveva a Luigi la corona imperiale, e che già da più anni mostravasi il più accanito de' suoi nemici. Giovanni era diventato cieco, ma non aveva perduti que' militari talenti e quella rapidità che confondeva tutti i progetti de' suoi nemici, nè quella instabilità che gli toglieva di condurre a buon fine i proprj. Non era proponibile per imperatore un cieco, ma suo figlio, Carlo, margravio di Moravia, sembrava opportunissimo ai disegni del papa; onde il re di Boemia cominciò a sollecitare a di lui favore i suffragi degli elettori.

Carlo, che acconsentiva a ricevere la corona dai preti, si portò subito in Avignone per concertare col papa le condizioni della sua elezione. Soscrisse una capitolazione, colla quale prometteva di abrogare tutti gli atti di Luigi in Italia, di rinunciare ad ogni diritto sopra lo stato ecclesiastico, e non entrarvi che con espressa licenza del papa, di non trattenersi che un solo giorno in Roma in tempo della sua coronazione[455]. A tale prezzo Clemente VI prometteva a Carlo tutto il suo appoggio; e dopo avere, con una nuova bolla, dichiarato il Bavaro infame, eretico, scismatico ed incapace di più regnare, adunò gli elettori a Rense per nominare il successore.

Baldovino fratello d'Enrico VII occupava ancora la sede elettorale di Treveri, ed il suo suffragio era per suo nipote[456]. L'elettore di Colonia era ugualmente attaccato alla casa di Lussemburgo; ma Enrico di Virnebourg, elettore di Magonza, gli era contrario: perciò Clemente VI lo depose, e nominò per succedergli un giovane di vent'anni, chiamato Gerlach di Nassau. Rodolfo duca di Sassonia, che Luigi di Baviera aveva spogliato del Brandeburghese, si unì ai suoi nemici per vendicarsi. Finalmente il re Giovanni portava alla dieta di Rense il voto della Boemia; nella quale non facendosi carico dell'assenza dell'elettore palatino di Baviera, e del marchese di Brandeburgo figliuolo di Luigi, il 10 di luglio fu solennemente eletto re de' Romani Carlo, margravio di Moravia, e posto in trono.

Ma nel collegio elettorale la pluralità de' suffragi non decideva di quella degli stati e delle forze della Germania; ed il nuovo re de' Romani chiamavasi comunemente l'imperatore de' preti. La casa di Baviera che si era appropriata il Tirolo, il Margraviato di Brandeburgo, le province dell'Olanda, della Zelanda e della Frisia che si era afforzata coll'alleanza de' re d'Ungheria e di Polonia, e dei duchi d'Austria, poteva far pentire Carlo IV dell'ardir suo, tanto più che, sei settimane dopo la sua elezione, Giovanni di Boemia, suo padre era stato ucciso nella battaglia di Crecy, il 26 agosto del 1346[457]. Lo stesso stato della chiesa e l'equilibrio d'Italia potevano essere rovesciati dall'imprudente maniera, colla quale Clemente VI provocava un potente monarca. Il collegio de' cardinali erasene accorto, perciò non aveva dato il suo assenso all'elezione di Carlo IV, che in seguito ad un violento alterco, nel quale furono veduti i cardinali di Perigueux e di Comminges sguainare i loro coltelli per azzuffarsi[458]. Ma la Chiesa fu avventurosamente salvata dai pericoli in cui la strascinava il suo capo. Luigi di Baviera, dopo avere avuti molti vantaggi sopra il suo rivale pel corso d'un anno, si uccise quando meno credevasi cadendo da cavallo l'undici ottobre del 1347. Invano i suoi partigiani offrirono la corona ad Odoardo III re d'Inghilterra, ed a Federico margravio di Misnia. In vista del loro rifiuto proclamarono re de' Romani Gontieri, conte di Schwarzembourg, che a poco a poco, abbandonato dai suoi fautori, fu costretto di rinunciare egli stesso alla corona, e venne riconosciuto Carlo IV legittimo monarca, non meno dall'impero che dalla chiesa[459].