CAPITOLO XXXVII.

Cola da Rienzo dà una nuova costituzione alla repubblica romana. — Abbagliato dalla sua grandezza, disgusta il popolo che lo abbandona.

1347

Mentre gli apparecchi del re d'Ungheria per vendicare l'assassinio di suo fratello, a sè chiamava tutti gli occhi degl'Italiani; mentre la resistenza de' Veneziani in Dalmazia chiudeva a questo monarca il passaggio dell'Adriatico, e che l'elezione di Carlo IV privava gli Ungari de' soccorsi che loro poteva dare Luigi di Baviera; mentre per ultimo si trepidava tra il timore d'un'invasione de' barbari, ed il desiderio di vedere punito un delitto, un'inaspettata rivoluzione fissò sull'antica capitale del mondo l'attenzione di tutta la cristianità. La città di Roma, risvegliata da un eloquente entusiasta demagogo, riclamò le antiche sue prerogative, e volle sottomettere alla sua sovranità il papa e l'imperatore, che dividevansi i diritti e le spoglie del popolo romano.

Cola da Rienzo, autore di questa rivoluzione, era un uomo di bassi natali[460]. Non pertanto era stato ammaestrato nelle lettere, ed i suoi singolari talenti avevangli fatti fare rapidissimi progressi. Erasi egli in particolar modo dato allo studio degli storici e degli oratori dell'antichità; e trovandosi in mezzo ai monumenti della gloria della romana potenza, aveva cercato altresì d'investirsi dell'antico spirito de' suoi concittadini. Niun altro uomo del suo secolo aveva maggiore venerazione per l'antichità, o una più nobile emulazione per farne rivivere le virtù; veruno aveva più profondamente studiati i costumi e le leggi della repubblica romana, nè meglio sapeva interpretare le iscrizioni ed i monumenti che fino allora erano stati con occhio stupido risguardati dal popolo, senza trovarvi memoria delle virtù de' loro antenati; verun altro uomo era animato da uno zelo più puro per il ben comune, o da più caldo patriottismo; verun altro finalmente sapeva agli altri comunicare con più persuasiva eloquenza i proprj pensieri e sentimenti. Questo distinto letterato, questo profondo antiquario, dai suoi talenti fatto capo del governo, non tardò a far conoscere che non aveva nè il coraggio necessario per la difesa del popolo, nè la modestia che avrebbe dovuto preservarlo dall'abbagliamento dell'inaspettata sua grandezza, nè la cognizione degli uomini, che si acquista difficilmente sui libri, e senza la quale un dotto non è un uomo di stato.

Durante l'assenza dei papi, Roma trovavasi in preda alla più turbulenta anarchia; i baroni romani avevano afforzate tutte le castella dello stato della chiesa, e tutti i palazzi che possedevano in città; avevano posta guarnigione in tutti gli antichi monumenti capaci d'essere ridotti a fortezze, e perchè nel vasto circondario delle mura di Aureliano la metà dei quartieri era deserta, i baroni trovavansi soli padroni di molte strade, ove avevano innalzati steccati ed altre difese in mezzo alle ruinate case. Ma perchè non erano abbastanza ricchi per tenere continuamente truppe regolate al loro soldo, ne confidavano la guardia ad assassini, a persone perseguitate dai tribunali, cui accordavano la loro protezione e l'impunità de' delitti, accordando loro un luogo sicuro onde riporre i profitti degli assassinj[461].

Per altro vedevansi ancora in Roma gli avanzi d'un governo popolare: i tredici quartieri della città nominavano il rispettivo capo, e l'adunanza di questi magistrati, chiamati Caporioni, rappresentava il sovrano; ma non aveva nè la forza nè l'autorità per farsi ubbidire. Il papa erasi usurpata l'elezione del senatore, e non affidava questa sublime dignità che a nobilissimi personaggi; quindi il potere giudiziario e la forza armata trovavansi in mano di quell'ordine contro del quale avrebbero dovuto adoperarsi.

Il senatore chiudeva gli occhi sui disordini dei gentiluomini, non prendendo le armi per punire i delitti che quando trattavasi di un suo personale nemico. Allora la vendetta nazionale si esercitava in modo da turbare maggiormente la pubblica tranquillità. I nobili scendevano frequentemente ai più bassi intrighi per ottenere dalla corte d'Avignone grazie o beneficj, non però essi riconoscevano nel papa un'autorità sovrana, ed i feudatarj della Chiesa credevano di avere diritto ad una maggiore indipendenza, che quelli dell'impero. Ne abusavano specialmente nelle guerre civili; la rivalità delle case Colonna ed Orsini divideva in due partiti tutta la nobiltà, e rinnovava ogni giorno le ostilità. Cola da Rienzo quando commettevasi qualche delitto, un ratto, un omicidio, un incendio, aveva nuovi motivi d'imputare ai nobili l'anarchia in cui versavano i Romani; sentivasi animato contro di loro da un odio che confondeva colle memorie della storia, da un odio ereditato dai Gracchi; ed egli aveva ben più ragione degli antichi tribuni, di trovare i patrizj del suo tempo degni della collera e della vendetta del popolo.

Cola si mostrò per la prima volta rivestito di un pubblico carattere poco dopo l'elezione di Clemente VI. Egli fu spedito ad Avignone nel 1342 per supplicare il nuovo papa di ritornare la santa sede nella sua naturale residenza[462]. In tale deputazione sebbene gli fosse associato il Petrarca, parlò Cola; la sua eloquenza ed il suo entusiasmo per Roma gli avevano già guadagnata l'amicizia del poeta. Clemente VI non si lasciava dirigere nelle sue decisioni politiche dagli oratori popolari; ma notò lo straordinario talento del deputato romano; lo nominò notajo apostolico con ragguardevole assegno[463], e lo incaricò di annunciare ai suoi compatriotti che pel loro vantaggio e di tutta la cristianità pubblicherebbe un secondo giubbileo l'anno 1350 colle indulgenze che Bonifacio aveva accordate alla festa secolare, e che dovevano rendersi comuni a tutte le generazioni.

Cola, di ritorno a Roma, si acquistò il rispetto de' suoi concittadini esercitando con integrità la sua nuova carica. Cercò di ricondurre i suoi colleghi alla stessa purità di condotta; ma dovette ben tosto avvedersi che nulla poteva da loro sperare, e che doveva rivolgersi allo stesso popolo se voleva far cessare l'anarchia, e rendere a Roma quella gloria e quella grandezza, quella giustizia e quella potenza, ch'egli enfaticamente chiamava il buono stato.

Per fare impressione sopra la moltitudine, parlò da principio ai suoi occhi. L'impiego lo chiamava in Campidoglio; ed egli vi fece esporre un quadro dalla banda della piazza in cui tenevasi il mercato. «Vi si vedeva, dice lo storico di Roma anonimo e contemporaneo, un gran mare burrascoso; nel mezzo una nave senza timone e senza vele in procinto di affondare. Una donna stava inginocchiata sul cassero vestita di nero e colla cintura della tristezza; aveva la veste squarciata sul petto, i capegli sparsi, le mani incrocicchiate in atto di chi prega per essere salvato da imminente pericolo. Vedevasi in cima al quadro un breve che diceva: è questa Roma. Intorno a questo vascello stavano altri quattro che già avevano fatto naufragio; le loro vele erano cadute, rotte le antenne, spezzato il timone; e sopra cadauna di loro vedevansi i cadaveri di una donna coi nomi di Babilonia, Cartagine, Troja, Gerusalemme, ed al di sopra: l'ingiustizia è quella che le pose in pericolo, e che le fece finalmente perire[464]». Quando il popolo affollato intorno a questo quadro l'ebbe considerato alquanto, Cola si avanzò in mezzo a tutti e con maschia eloquenza inveì contro i delitti dei nobili che strascinavano la loro patria nell'abisso.

Pochi giorni dopo, fece collocare nel coro di san Giovanni di Laterano una tavola di rame con una bella iscrizione latina ch'egli aveva scoperta. Invitò i dotti ed il popolo a venire ad interpretarla, e quando l'assemblea fu adunata, egli si fece innanzi per leggere l'iscrizione. Era un senatoconsulto, col quale il senato conferiva a Vespasiano i diversi poteri de' Romani imperatori: atto di schiavitù, nel quale erano ancora conservate le forme de' tempi liberi. Cola, poi ch'ebbe terminata l'interpretazione, si volse al popolo adunato: «Voi vedete, o signori, egli disse, quale era l'antica maestà del popolo romano; egli era quello che conferiva agli imperatori, come suoi vicarj, i proprj diritti e la propria autorità. Questi ricevevano l'essere e la possanza dalla libera volontà de' vostri antenati, e voi, voi avete acconsentito che a Roma fossero cavati gli occhi; che il papa e l'imperatore abbandonassero le vostre mura, e non fossero più da voi dipendenti. Da quell'istante la pace fu sbandita dalle vostre mura, il sangue de' vostri nobili e de' vostri cittadini fu versato inutilmente in private contese; le vostre forze esaurite dalla discordia, e la città, già regina delle nazioni, diventata oggetto del loro scherno. Romani, io ve ne scongiuro, riflettete che voi vi esponete ad essere lo spettacolo dell'universo; il giubbileo si avvicina, i Cristiani verranno dall'estremità del mondo a visitare la vostra città; volete che non trovino che debolezza e ruina, che oppressione e delitti[465]

I nobili, da Cola da Rienzo attaccati così gagliardamente, ascoltavano motteggiando i suoi discorsi, e non pensando che potessero avere qualche effetto; i cittadini andavano dicendo che un oratore romano non cambierebbe lo stato di Roma coi quadri e colle allegorie; ma il popolo cominciava a fermentare, e le persone suscettibili di entusiasmo erano non meno scosse del volgo. Cola conobbe ch'era tempo di andare più avanti, ed il primo giorno di quaresima fece affigere alla porta di san Giorgio al Velabro una scrittura con queste sole parole: entro pochi giorni i Romani ritorneranno nel loro antico e buono stato. Dopo ciò tenne sul monte Aventino una segreta adunanza di tutte le persone che credette animate da patriotici sentimenti. Ebbero parte a quest'unione mercanti, letterati, ed ancora varj nobili di second'ordine. Cola da Rienzo supplicò quest'assemblea di veri Romani, di ajutarlo a salvare la patria; rappresentò loro la miseria, la servitù, i pericoli cui trovavasi abbandonata la loro città patria; ricordò l'antica estensione della romana repubblica, la fedele sommissione delle città d'Italia, che tutte al presente erano ribellate; egli piangeva parlando, e con lui piangevano i suoi uditori: ma ben tosto cercò di risvegliare il loro coraggio, assicurandoli che Roma non aveva ancora perduti gli elementi della sua potenza, che le sole imposizioni da loro pagate ogni anno bastavano per rendere la forza al governo e sottomettere i loro sudditi ribelli[466]; che il papa approvava gli sforzi ch'essi facevano per repristinare il buono stato, e che potevano far capitale della sua assistenza. Dopo averli raggirati con questi discorsi, Cola volle che tutti gli adunati sul monte Aventino giurassero sul Vangelo di prestarsi con tutte le loro forze al ristabilimento della romana libertà[467].

Era necessario valersi d'un favorevole istante per privare i nobili della sovrana autorità. Cola avvisato, il 19 maggio, che Stefano Colonna aveva condotto un grosso numero di gentiluomini a Corneto per iscortare un convoglio di biade, non aspettò più oltre; fece pubblicare a suono di trombe, in tutta la città, che chiunque dovesse nel susseguente giorno recarsi senz'armi presso di lui, onde provvedere al buono stato di Roma. Dalla mezza notte fino alle nove ore del mattino fece dire in sua presenza trenta messe dello Spirito Santo, nella chiesa di san Giovanni della Piscina; ed il 20 maggio, giorno dell'Ascensione, uscì di chiesa armato, ma col capo scoperto. Gli stava intorno molta gioventù che faceva risuonare l'aere con grida di giubbilo. Raimondo, vescovo d'Orvieto, vicario del papa in Roma stava al suo fianco; tre de' più grandi patriotti di Roma portavano i gonfaloni innanzi a lui, ne' quali vedevansi figurati soggetti allegorici della libertà, della giustizia e della pace. Lo scortavano cento uomini d'armi ed un'infinita moltitudine di popolo disarmato, e tutto questo pacifico corteggio si avanzò tranquillamente verso il Campidoglio.

Giunto al limitare dello scalone, Cola fermossi presso al Leone di basalto, e, voltosi al popolo, lo richiese di approvare i regolamenti per lo stabilimento del buono stato, che fece tutti leggere ad alta voce. Questo primo schizzo di costituzione provvedeva alla pubblica sicurezza, piuttosto che alla libertà dei diversi ordini dello stato. Si stabiliva per ogni quartiere della città una guardia di venticinque cavalli e di cento pedoni; alcuni vascelli guardacoste venivano destinati lungo le rive del Tevere per proteggere il commercio, i nobili erano privati del diritto di tenere fortezze, ed il popolo doveva avere la guardia dei ponti, delle porte e di tutti i luoghi fortificati. In ogni quartiere della città si dovevano stabilire pubblici granaj; guarentire i sussidj di carità ai poveri; ed i magistrati dovevano dare sollecito corso alle procedure ad al castigo dei delitti[468]. Queste leggi vennero accolte con entusiasmo dal popolo adunato, che autorizzò Cola a dar loro esecuzione, investendolo a tale effetto del suo sovrano potere.

Il vecchio Stefano Colonna, avuto avviso in Corneto de' movimenti del popolo, rivolò a Roma coi suoi gentiluomini. Questo signore era ad un tempo il più potente de' Romani baroni, ed il più amato dal papa. All'indomani del di lui arrivo, Cola gli ordinò di uscire dalla città; e quando seppe che il Colonna aveva con disprezzo lacerato il suo ordine, fece suonare la campana d'allarme del Campidoglio; onde tutto il popolo fu in armi, e Colonna ebbe appena il tempo di fuggire con un servitore verso Palestrina. Gli altri baroni romani ebbero tutti ordine d'abbandonare la città, ed ubbidirono. Allora tutti i luoghi fortificati della città, le porte, i ponti ec. furono dati in custodia alle compagnie della milizia. I più famosi banditi che da molti anni sprezzavano la giustizia e le leggi furono mandati al supplicio; ed il popolo adunato in parlamento conferì i titoli di tribuno e di liberatore di Roma a Cola da Rienzo. I medesimi titoli furono pure accordati al vescovo d'Orvieto, vicario del papa, che raggirato, come gli altri, dalla eloquenza di quest'uomo straordinario, contribuiva di buon cuore all'abbassamento dell'antica oligarchia ed al ristabilimento del buono stato[469].

Il tribuno, dopo aver fatta riconoscere la propria autorità entro il circondario di Roma, cercò di richiamare il territorio all'ubbidienza del popolo romano. Erano le campagne di Roma sotto l'immediata giurisdizione della nobiltà, la quale vi teneva un infinito numero di fortezze, ed inoltre poteva far capitale della fedeltà dei contadini suoi vassalli. Non pertanto Cola mandò ad ordinare a tutti i gentiluomini di recarsi in Campidoglio a giurare di contribuire dal canto loro al buono stato di Roma. Un giovane Colonna si presentò a Cola, non mosso da desiderio d'ubbidire, ma per osservare ciò che facevasi in città: poichè vide il tribuno in Campidoglio, circondato da un popolo immenso, cui faceva giustizia, e sempre preparato ad eseguire i suoi ordini, giurò sull'Eucaristia e sul Vangelo quanto gli veniva domandato. Poco dopo si videro arrivare tre altri Colonna, un Orsini ed un Savelli, ed altri distinti baroni, che prestarono lo stesso giuramento. Obbligavansi tutti a spedire vittovaglie al mercato di Roma, a mantenere la sicurezza delle strade, a proteggere le vedove e gli orfani, ed a presentarsi in Campidoglio colle armi o senza ad ogni richiesta. Promettevano in pari tempo di non attaccare i tribuni ed il popolo di Roma, di non prestare asilo ai malfattori ed agli assassini, e finalmente di non appropriarsi le entrate del comune. I gentiluomini, i giudici, i notaj, i mercanti furono chiamati a dare lo stesso giuramento di mantenere il buono stato[470].

Dopo una violenta anarchia, durante la quale uomini colpevoli di orribili misfatti osavano passeggiare per le contrade di Roma con piena sicurezza e facendo tremare i pacifici cittadini, sembrava a' Romani d'avere ricuperata la libertà quando videro puniti gli assassini, i furti, gli adulterj. Arbitrarie ma giuste sentenze atterrivano i delinquenti; e l'ordine vedevasi ristabilito in Roma. La giustizia d'un despota non era più separata da quella d'un popolo libero, e la sicurezza del maggior numero faceva dimenticare l'arbitrario potere che opprimeva pochi individui.

Frattanto Cola da Rienzo aveva spediti ambasciatori in Avignone per informare il papa di quanto aveva fatto, ed averne la sua approvazione. Le proteste del tribuno di sommissione e di ubbidienza calmarono alquanto l'estremo terrore che prodotto aveva nella corte pontificia il primo avviso della recente rivoluzione[471]. Era il secolo dell'erudizione e della pedanteria: le stesse opinioni intorno agli eterni diritti de' Romani, alla loro antica potenza, all'ubbidienza loro dovuta dai papi, dagl'imperatori, da tutto il mondo, che avevano invaso Cola da Rienzo, e procuratogli un caldo difensore ed entusiasta nel Petrarca, erano poco più poco meno comuni a tutti i letterati d'Europa, ed ottenevano a Cola partigiani che da lui si ripromettevano le più grandi imprese. In allora, secondo lo andava con orgoglio dicendo il Petrarca, il solo nome di Roma valeva assai. La sicurezza ridonata alle strade nelle vicinanze di Roma risguardavasi da tutta l'Europa come un pubblico vantaggio, perchè mantenevasi tuttavia in vigore la moda dei pellegrinaggi, e perchè il giubbileo annunciato per l'anno 1350 andava a richiamare la moltitudine de' fedeli nella capitale della cristianità. I corrieri di Cola portavano una bacchetta argentata colle insegne del popolo di Roma, del papa e del tribuno; e tale distintivo li faceva ovunque rispettare. «Ho portata questa bacchetta, diceva uno di loro, nelle strade delle città e nelle foreste; migliaja di persone sonosi poste in ginocchio, e la baciarono con lagrime di gioja, riconoscenti della sicurezza resa alle strade, e dell'espulsione degli assassini[472]

In effetto i corrieri di Cola avevano attraversata quasi tutta l'Europa, essendo stati mandati alle città ed ai comuni della Toscana, della Lombardia, della Campania e della Romagna, al doge di Venezia, ai signori di Milano e di Ferrara, ai principi di Napoli, al re d'Ungheria, al papa ed ai due imperatori eletti, per annunciar loro il ristabilimento in Roma del buono stato, della pace e della giustizia. Nicola severo e clemente, tribuno della libertà, della pace e della giustizia, illustre liberatore della santa repubblica romana (tali sono i titoli ch'egli prendeva[473]) gli eccitava colle sue lettere a mandare a Roma deputati, muniti di bastanti istruzioni, per deliberare con lui in un'adunanza europea intorno al buono stato dell'Europa. Tutte le strade, soggiugneva egli, sono oramai sicure, ed i pellegrini, non meno che gli ambasciatori dei principi, possono fare senza timore il viaggio di Roma[474].

Questi messi del tribuno furono ben accolti, e più che altrove in Toscana: i Fiorentini onorati dal titolo di figliuoli di Roma, e Colonia de' Romani, gli spedirono cento cavalieri, promettendo di mandarne un maggior numero, tostochè ne avesse bisogno[475]. I Perugini gli mandarono sessanta cavalli, cinquanta i Sienesi[476]; e l'intera Italia mostrossi disposta ad assecondare, o fors'anco a ricevere ben tosto i suoi ordini.

Ma il capo del tribuno non era abbastanza forte per resistere alla vertigine cagionata da un inaspettato innalzamento. Pochi uomini usciti da una classe subalterna sanno conservarsi veramente grandi in mezzo alla prosperità. Cola da Rienzo aveva fatta impressione sul popolo di Roma colle allegorie, seguendo in ciò il gusto del suo secolo, e lo spirito di una nazione avida di spettacoli; proseguì anche quand'ebbe conseguito il potere, a voler abbagliare il popolo coi medesimi mezzi; i suoi abiti, le corone, le bandiere che portavansi innanzi a lui, le iscrizioni sulla croce e sul globo che teneva in mano nelle processioni, ogni cosa era simbolica e destinata ad istruire i Romani. Frattanto lo stesso tribuno era più abbagliato da questa pompa, che il popolo spettatore. Di già egli andava moltiplicando le feste e le ceremonie non meno per viste politiche, che per piacere o per vanità; e dimenticando che la sua grandezza consisteva nell'essere uomo unico e non paragonabile a verun altro, sforzavasi d'imitare gli altri sovrani, e di emularli nel fasto dei titoli, e nella pompa che lo circondava. Compiacevasi di vedersi servito dai principali signori, e godeva della loro umiliazione. La sua consorte era corteggiata dalle signore, i suoi parenti innalzati a grandi dignità; ed egli medesimo cercava il parentado dell'antica nobiltà maritando la sorella ad un barone romano[477].

La prosperità delle imprese di Cola e l'approvazione dell'universo che sembrava aspettare i suoi ordini, accresceva la presunzione del tribuno. Giovanni di Vico, signore di Viterbo e prefetto di Roma, era stato forzato a sottomettersi: assediato dai Romani in Viterbo, ne uscì col favore d'un salvocondotto ed era venuto in Campidoglio a gettarsi ai piedi di Cola implorando la sua grazia e la clemenza del popolo romano, che gli conservò il suo governo[478]. Tutte le fortezze del patrimonio di san Pietro erano state cedute ai luogotenenti del tribuno, il quale vedeva continuamente arrivare a Roma solenni ambascerie di Fiorenza, d'Arezzo, Siena, Todi, Terni, Spoleti, Rieti, Amelia, Tivoli, Velletri, Pistoja, Foligno ed Assisi. Il popolo di Gaeta gli mandò dieci mila fiorini, i Veneziani gli fecero offerta delle loro persone e beni per difesa del buono stato. Luchino Visconti di Milano gli scrisse chiedendogli la sua alleanza. Vero è che gli altri tiranni d'Italia, Taddeo de' Pepoli, il marchese d'Este, Mastino della Scala, Filippino Gonzaga, i signori di Carrara, gli Ordelaffi ed i Malatesti avevano ingiuriosamente risposto alle sue lettere; ma siccome il tribuno aveva annunciato il progetto di liberare l'Italia dai tiranni, la nimicizia loro poteva essere per lui compensata dall'affetto de' loro popoli. Luigi di Baviera che ancora viveva colla coscienza inquieta per scomuniche contro di lui fulminate, gli aveva scritto, pregandolo a riconciliarlo colla Chiesa. Il duca di Durazzo, il principe Luigi di Taranto, e la regina Giovanna l'avevano nelle loro lettere chiamato carissimo amico; per ultimo il re Luigi d'Ungheria gli aveva spedita un'ambasciata per chiedergli vendetta degli uccisori di suo fratello. Il tribuno condusse gli araldi d'armi di quest'ambasciata innanzi al popolo adunato, e ponendogli la corona tribunizia in sul capo, rispose loro: io giudicherò il globo della terra secondo la giustizia, ed i popoli secondo l'equità[479]. Ben tosto infatti la causa della regina Giovanna e del re Luigi fu disputata innanzi al suo tribunale dagli ambasciatori nominati dalle contrarie parti[480]; ma Cola non pronunciò veruna sentenza.

Frattanto la sempre crescente vanità del tribuno l'impegnò a farsi armare cavaliere, come se tale distinzione, che lo innalzava al rango della nobiltà, non lo riponesse al di sotto di coloro, di cui era in avanti padrone. Questa ceremonia si fece il primo giorno d'agosto nella chiesa di san Giovanni di Laterano. Venne preceduta da una corte plenaria, ove splendidissime feste furono date a tutti gli ambasciatori, agli stranieri ed ai più distinti Romani nei tre palazzi di Laterano. La vigilia della festa di san Pietro in Vincola, il tribuno bagnossi nella conca di porfido, ove la tradizione dice che si era bagnato Costantino, dopo essere guarito dalla lepra da papa san Silvestro. Cola passò la notte nel recinto del tempio, e nel susseguente giorno si presentò al popolo coperto di scarlatto e di vajo, facendosi cingere la spada da messer Vico Scotto, cavaliere e gentiluomo romano[481]. Ascoltò poscia la messa nella cappella di papa Bonifacio, durante la quale si volse al popolo gridando: «Noi vi citiamo messer papa Clemente a venire a Roma, sede della vostra chiesa con tutto il collegio de' vostri cardinali[482]. Citiamo voi Luigi di Baviera e Carlo di Boemia, che vi chiamate re ed imperatori de' Romani, e con voi tutto il collegio degli elettori germanici, perchè giustifichino innanzi a noi i diritti che hanno all'impero, e su quali fondamenti pretendono disporne. Dichiariamo intanto, che la città di Roma e tutte le città d'Italia sono e devono conservarsi libere; noi accordiamo a tutti i cittadini di queste città la cittadinanza romana, e chiamiamo il mondo in testimonio che l'elezione dell'imperatore romano, la giurisdizione e la monarchia appartengono alla città di Roma, al suo popolo ed a tutta l'Italia.» In appresso sguainando la sua spada, percosse l'aria verso cadauna delle tre parti del mondo, ripetendo: questo appartiene a me, questo appartiene a me, questo appartiene a me. Spedì subito corrieri a portare le citazioni alla corte d'Avignone ed ai due imperatori[483]. Il vicario del papa, vescovo d'Orvieto, che aveva assistito a tutta questa cerimonia, rimaneva come fuor di sè vedendo tanto e così inaspettato ardire. Chiamò per altro un notajo per protestare in faccia a lui ed al popolo, che ciò facevasi dal tribuno senza sua saputa e senza l'assenso del papa. Ma Cola fece subito suonare le trombe, onde i Romani non potessero udire tali proteste[484].

Ciò null'ostante il vicario non rifiutò di pranzare solo col tribuno alla tavola di marmo, mentre la moglie di Cola presiedeva nel palazzo nuovo alla mensa di nobili signore. Altre tavole venivano servite nel palazzo vecchio, senza distinzione di ranghi, ad abbati, a monaci, a cavalieri, a mercanti, invitati alla ceremonia; e fin allora non erasi altrove veduta in un banchetto tanta magnificenza[485].

Questo fasto esauriva l'entrate di Roma, e le persone sagge cominciavano ad avvedersene. In un pranzo dato da Cola poche settimane dopo ai principali signori della nobiltà romana, il vecchio Stefano Colonna propose se meglio convenisse ad un popolo l'essere governato da un prodigo o da un avaro. Dopo molte parole Stefano sollevò il lembo del mantello del tribuno ch'era ornato di frange d'oro e di ricami, e gli disse presentandoglielo: «Tu stesso, o tribuno, dovresti portare i modesti abiti de' tuoi eguali, piuttosto che questi pomposi ornamenti.» Cola turbossi ad un rimprovero che pareva accomunarlo al volgo, ed uscì della sala senza rispondere; ed in un primo movimento di collera ordinò l'arresto di tutti i nobili che si trovavano nella sala. Per giustificare questo subito rigore, disse ben tosto d'avere scoperta una congiura che i nobili ordivano contro il popolo e contro di lui[486]. Fece adunare in Campidoglio il parlamento, o assemblea generale, per il susseguente giorno 17 di settembre, ed annunciò che per liberare per sempre il popolo dal giogo dell'oligarchia, disponevasi a far decapitare tutti i nobili che avevano presa parte al tradimento. Tutto parve disposto per quest'orribile esecuzione; nella sala de' giudizj si stese un drappo di seta bianca screziata a colore di sangue; fu mandato ad ogni barone un frate minore per confessarlo e dargli la comunione, ed intanto le campane del Campidoglio suonavano per adunare il popolo. Il vecchio Stefano Colonna, cui pesava il morire, rimandò il frate e la comunione, dichiarando che non era disposto, e che gli affari dell'anima sua e quelli della sua famiglia non erano altrimenti accomodati, nè lo potevano essere così presto[487].

Forse il Tribuno non aveva altra mira che quella di spaventare i nobili, e fors'anco si lasciò piegare dalle istanze de' loro amici: quando vide il popolo adunato salì la tribuna delle arringhe, e prese per tema le parole dimitte nobis peccata nostra, e si fece presso al popolo intercessore per i baroni prigionieri; dichiarò in loro nome che questi gentiluomini si pentivano dei loro errori, e che d'or innanzi servirebbero il popolo con fedeltà. I prigionieri si presentarono l'un dopo l'altro innanzi al popolo, e ricevettero la grazia a capo chino; in seguito risguardando la loro fedeltà come indubitata, Cola accordò loro importanti cariche, prefetture e ducati nella Campania ed in Toscana[488].

La clemenza che tien dietro ad un'ingiusta collera, non merita in verun caso riconoscenza; i nobili furono appena fuori delle prigioni del tribuno e delle mura di Roma, che pensarono a vendicarsi. Il Colonna e due Orsini presero a fortificare il castello di Marino; vi adunarono uomini d'armi e munizioni, senza che Cola pensasse ad opporsi a questi ostili apparecchi; in breve spiegarono lo stendardo della ribellione, ed, occupato Nepi, abbruciarono molte castella, e portarono i loro guasti fino alle porte di Roma[489].

Il ristauratore della repubblica romana non era fatto per le cose della guerra; egli non conosceva altrimenti quel valore che ammirava negli antichi, e che pensava di far rivivere: e per tal modo l'opposizione tra il coraggio di spirito spiegato nella sua impresa, e l'assoluta mancanza di coraggio militare che mostrò in appresso, può sembrare all'osservatore o ridicola o affliggente. Lungo tempo prima di prendere le armi, cercò d'intimidire i suoi nemici colle citazioni o colle minacce. Finalmente le grida del popolo, che non sapeva pazientemente soffrire il guasto delle campagne, l'obbligarono a muovere la milizia romana. Ottocento cavalli e venti mila pedoni sotto la condotta di Cola da Rienzo si avanzarono contro i Colonna e guastarono il territorio di Marino com'era stato guastato quello di Roma. Dopo otto giorni di minacce piuttosto che di battaglie, il tribuno ricondusse l'armata in città; si fece vestire in Vaticano della dalmatica, mantello fino allora riservato ai soli imperatori, ed accolse con tale abito un legato che il papa mandava a Roma per farvi rivivere la propria autorità[490].

Frattanto i Colonna avevano, dal canto loro, fatta ribellare Palestrina; e molti de' loro partigiani li richiamavano in Roma, assicurandoli d'essere pronti ad aprir loro le porte tosto che li vedessero avvicinarsi con sufficienti forze. Perciò i Colonna adunarono in Palestrina seicento uomini d'armi e quattro mila fanti, avanzandosi poi fino al luogo, detto il Monumento, lontano quattro miglia dalle porte. Ma il romano valore era egualmente spento nel petto de' nobili come nel popolo, e la lotta per difendere o per rovesciare il buono stato, la libertà e la repubblica, trattavasi da ambo le parti con una pusillanimità indegna di così gloriosi nomi. Benchè il tribuno avesse ragguardevoli forze, non osava sortire di città; ma invece faceva ogni mattina chiamare a suono di campana il popolo a parlamento; e per incoraggiare il popolo adunato, faceva il racconto de' sogni avuti la precedente notte, e le promesse di soccorsi a lui fatte da papa san Martino, figlio di un tribuno di Roma, o da Bonifacio VIII, nemico dei Colonna[491].

I nobili, dal canto loro, occupavansi ancor essi dei loro sogni; e Pietro Agapito Colonna voleva persuadere i suoi compagni d'armi a ritirarsi, perchè aveva veduto ne' suoi sogni sua moglie in abito di corrotto. Malgrado questo presagio, il vecchio Stefano Colonna presentossi ad una delle porte di Roma accompagnato da un solo servitore, e domandò d'essere introdotto in città; le guardie lo minacciarono, senza per altro cercare di farlo prigioniero, come avrebbero potuto agevolmente fare. L'armata dei nobili erasi avanzata dalla banda di Monte Testaceo[492] fin presso alla porta di san Paolo, di dove i Colonna potevano udire la campana del Campidoglio che suonava sempre a stormo; onde argomentarono che v'erano aspettati, e si ritrassero dall'attaccare il popolo, tostochè ebbero perduta la speranza di sorprenderlo. Ma senza voler venire ad un fatto d'armi, risolsero, prima di ritirarsi, di sfilare avanti le porte in atto di sfidare il tribuno. La truppa loro era divisa in tre battaglioni; i due primi passarono senz'essere molestati, e la porta fu tenuta chiusa finchè cominciò a passare il terzo battaglione, ed allora fu aperta per rispondere colle bravate alle bravate. Il giovane Giovanni Colonna quando vide aperta la porta sperò che i suoi partigiani se ne fossero impadroniti, spronò il cavallo ed entrò in città, avanzandosi fino ad un tratto d'arco. Con eguale viltà i suoi compagni d'armi lo lasciarono solo mentre i cittadini fuggivano innanzi a lui. Quando Giovanni s'accorse d'essere abbandonato, volle dar addietro, ma il suo cavallo inciampò, ed il popolo affollandoglisi addosso, lo uccise mentre domandava la vita in dono. Suo padre, il vecchio Colonna, giunto la volta sua innanzi alla porta volle entrare per soccorrere il figliuolo, poi ripartì quando conobbe la grandezza del pericolo; ma ferito con un sasso lanciatogli mentre fuggiva, fu atterrato ed ucciso alla stessa porta senza avere neppure potuto valersi delle sue armi. Gli altri gentiluomini non tentarono nè meno di prendere parte alla battaglia, inseguiti nella loro fuga da un popolo furibondo, che ne fece molti prigionieri: Pietro Agapito Colonna ed il signore di Belvedere furono uccisi in una vigna ove cercavano di nascondersi; gli altri gittarono le armi e non si fermarono avanti di giugnere ne' loro castelli[493].

La gioja del tribuno dopo questa vittoria cui aveva presa sì poca parte, fu tanto più smoderata, quanto più grande era stata la sua paura. Tornò trionfante in Campidoglio, e depose innanzi all'immagine della Vergine in Araceli la sua bacchetta tribunizia, e la sua corona d'argento a foglie d'ulivo. Arringò in seguito il popolo, e si vantò d'aver abbattute quelle teste che nè gl'imperatori nè i papi avevano potuto mai far piegare. Finalmente non permise che si rendessero gli onori funebri ai cadaveri dei Colonna[494]: ma invece di approfittare della vittoria e di assediare Marino, che i nobili avrebbero, in quel primo istante di terrore, abbandonato, perdette un tempo prezioso nelle feste ed intorno a ridicole cerimonie; armò cavaliere della vittoria suo figliuolo, nel luogo medesimo in cui era stato ucciso Stefano Colonna; accrebbe le imposte per pagare i soldati, e ne consumò i proventi in un fasto insensato. Frattanto il popolo s'andava da lui alienando; vedeva Giordano Orsini portare la desolazione fino sulle porte di Roma; vedeva che il tribuno era incapace di far rispettare il suo governo, e lo accusava egualmente degli errori che gli vedeva commettere e degli oltraggi che gli facevano i suoi nemici.

Il legato che Clemente VI aveva spedito a Roma, chiamavasi Bertrando di Deux; il quale manteneva corrispondenza colla nobiltà romana, e dopo il suo arrivo in Italia erasi formato una svantaggiosa opinione del tribuno. Passando per Siena aveva detto a que' magistrati, che Cola da Rienzo era un nemico della chiesa; che il papa disponevasi a farlo processare per delitto di ribellione, onde pregava la repubblica a richiamare le truppe ausiliarie che gli aveva fin allora somministrate[495]. Non pertanto il legato era stato ricevuto, entrando in Roma, da Cola da Rienzo con segni di profondo rispetto per la sua persona e per il pontefice; era stato presentato al popolo in pieno parlamento, ed assicurato dell'ubbidienza della repubblica e del suo capo. Ma Bertrando di Deux non si appagò di queste esteriori dimostrazioni di sommissione; egli volle privare il popolo dell'autorità per renderla alla nobiltà romana che godeva il favore del papa e del collegio de' cardinali: perciò fece alleanza con Luca Savelli e Sciarreta Colonna; ed accusando il tribuno di eresia, fulminò contro di lui una sentenza di scomunica.

Un altro ancora più pericoloso nemico e più intraprendente armavasi in pari tempo contro Nicola da Rienzo. Giovanni Pepino, conte di Minorbino, esiliato dal regno di Napoli, dove aveva, col mezzo di assassinj, tentato di vendicare la morte del re Andrea[496], erasi rifugiato in Roma con alcuni de' suoi compagni d'armi, accostumati com'egli a disprezzare gli ordini e le leggi. Il tribuno, avvisato dei disordini che commettevano e degli omicidj di cui si rendevano colpevoli, volle arrestarli, o costringerli ad uscire di Roma: ma il conte di Minorbino erasi fatto forte coll'alleanza del legato e dei Colonna; e con cento cinquanta cavalli si pose nel quartiere ove i Colonna tenevano i loro palazzi, ed avevano più partigiani che altrove; vi si afforzò con barricate; e rimandò con disprezzo coloro che gli portavano gli ordini del tribuno.

Cola da Rienzo andò ad attaccare con una compagnia di cavalleria le barricate del conte di Minorbino, e nello stesso tempo fece suonare a stormo la campana di sant'Angelo Pescivendolo. Ma tutto quel giorno e tutta la seguente notte il popolo non volle prendere le armi sebbene la campana suonasse sempre. I Romani rifiutavansi ugualmente di combattere contro il conte di Minorbino, o di difenderlo, non prendendo verun interesse alla sorte di questo straniero; perciò non pensavano nè a seguire il suo esempio, resistendo al tribuno, nè ad approfittare di quest'occasione per ribellarsi. Erano omai diventati affatto indifferenti per quel buono stato tanto pomposamente annunciato, poi trovato così poco stabile; erano stanchi delle rappresentazioni teatrali e delle arringhe del tribuno; determinati di aspettare tranquilli gli avvenimenti, e non di prepararli essi medesimi.

Frattanto molto popolo erasi adunato in Campidoglio, ma disarmato; il tribuno lo arringò, ma inutilmente; parlò della propria amministrazione, del bene che aveva fatto, di quello che voleva fare; imputò all'altrui invidia d'aver posti ostacoli a' suoi benefici progetti, pianse, sospirò, e la sua eloquenza seppe ancora farsi strada al cuore, di modo che i sospiri e le lagrime del popolo risposero alle sue; ma non perciò si vide tra i suoi uditori alcun movimento coraggioso, niuno gli annunziò una vittoria facile ad ottenersi. «Dopo aver governato sette mesi, disse alla fine, io deporrò adunque la mia autorità;» e niuna voce fu udita per fargli una dolce violenza per pregarlo di tenere ancora le redini del governo. Allora Cola da Rienzo fece suonare le trombe d'argento, e coperto di tutte le insegne della sua dignità, accompagnato da tutti coloro che trovavansi dipendenti dalla sua fortuna, e dai suoi soldati, scese dal Campidoglio, attraversò in pompa Roma quasi in tutta la sua lunghezza ed andò a chiudersi in Castel sant'Angelo. Sua moglie si trasvestì per seguirlo; e tre giorni dopo la sua ritirata i baroni esiliati rientrarono in Roma, che ricadde all'istante in uno stato di anarchia peggiore di quella che precedette il governo del tribuno[497].

La rivoluzione che rovesciò Cola da Rienzo, ebbe luogo il 15 dicembre del 1347, meno di sette mesi dopo essersi fatto capo della repubblica. In questo breve spazio di tempo, quest'uomo aveva dato al mondo un maraviglioso esempio del poter dell'eloquenza e dell'entusiasmo che il nome e le memorie di Roma eccitavano in tutta l'Europa, come pure dell'inebriamento cui si espone il dotto che dalla sua biblioteca viene portato sul trono, e che non ha potuto prepararsi che coi libri all'esercizio del sovrano potere.

FINE DEL TOMO V.

[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO V.]

Capitolo XXIX. Nuovi capi dell'impero e della chiesa. — Guerre di Genova. — Guerra universale in Italia. — Papa Giovanni XXII scomunica e depone Luigi IV di Baviera, re de' Romani. 1314-1323 [pag. 3]
Differenze fondamentali tra i caratteri delle razze diverse degli uomini [3]
Il carattere degl'Italiani formato dai borghesi delle città, quello degli Spagnuoli dalla nobiltà delle campagne [4]
Una nuova nobiltà, che non era feudale, era stata creata nelle città d'Italia [6]
Ogni spirito cavalleresco distrutto in Italia [8]
L'invenzione del sistema dell'equilibrio delle potenze devesi al 14º secolo [9]
I Fiorentini mirarono in tutto il quattordicesimo secolo a mantenere quest'equilibrio [10]
Tale equilibrio giovando al mantenimento della libertà interna indebolisce l'esterna potenza di una nazione [11]
La divisione dell'Italia in molti stati fu tanto utile nel quattordicesimo secolo, quanto fatale in appresso [12]
Gl'Italiani non erano in tale epoca minacciati da esterni nemici [13]
Funesta sorte delle città invase da un principe italiano [15]
Cosa sarebbe stato dell'Italia se un usurpatore l'avesse avuta tutta in suo potere [16]
In quale epoca le nazioni devono sagrificare l'interno equilibrio al bisogno di difendere la loro indipendenza [18]
Quest'epoca cominciò per l'Italia in sul finire del regno di Carlo V [20]
Condotta dei papi d'Avignone rispetto all'Italia ed alla Germania [21]
1314 Rivalità delle case d'Austria e di Luxemburgo all'istante dell'elezione d'un nuovo imperatore [22]
La casa di Luxemburgo fa eleggere Luigi IV di Baviera, e quella d'Austria Federico [24]
Carattere dei due pretendenti all'impero [25]
Illegali consacrazioni e coronazioni dei due imperatori [26]
1314 Anarchia d'Italia durante l'interregno [27]
Papa Clemente V pretende di succedere all'imperatore durante la vacanza dell'impero [28]
Questo pontefice muore il 20 aprile del 1314 [29]
Il conclave di Carpentras sforzato a disciogliersi da una banda di sediziosi [32]
Giacomo d'Ossa eletto due anni dopo a Lione il 7 agosto 1316 prende il nome di Giovanni XXII [33]
Potenza di Roberto, re di Napoli, capo del partito guelfo [34]
Talenti e carattere dei capitani ghibellini, e di Matteo Visconti loro capo [35]
Matteo Visconti attaccato senza vantaggio dai generali di Roberto [36]
1315 Matteo occupa Pavia, Tortona ed Alessandria [38]
1316 Giovanni XXII tenta di rianimare in Lombardia il partito guelfo [39]
1317 Matteo Visconti scomunicato dal papa per non avere deposta l'autorità conferitagli dall'imperatore [39]
Tutte le forze dei due partiti chiamate a Genova dalle turbolenze di quella città [40]
1317 Principio della guerra civile di Genova in febbrajo del 1314 [41]
I Ghibellini divisi tra di loro abbandonano ai Guelfi la loro città [41]
I Ghibellini riconciliati nel loro esilio invocano l'assistenza di Matteo Visconti e di Cane della Scala [42]
1318 Assedio di Genova cominciato dai Ghibellini in marzo del 1318 [43]
Il re Roberto vuole chiudersi in Genova per difenderla [44]
Il re Roberto nominato dal popolo signore di Genova [44]
1319 Egli sforza i Ghibellini di tutta l'Italia adunati innanzi a Genova a levare l'assedio di questa città il 5 febbrajo del 1319 [46]
Abusa della sua vittoria [47]
Il re lascia Genova, ed i Ghibellini ricominciano subito l'assedio [47]
I marchesi d'Este, spogliati dal papa della loro eredità, s'uniscono al partito ghibellino, ed il 15 agosto del 1317 ricuperano la sovranità di Ferrara [49]
Bertrando del Poggetto cardinal legato viene dal papa mandato in Lombardia [51]
1320 Filippo di Valois, dietro istanza del papa, scende in Italia per attaccare i Ghibellini [52]
1320 Filippo si lascia chiudere tra il Po ed il Ticino, e si ritira dopo un vergognoso trattato coi Visconti [53]
1321 Raimondo di Cardone, altro generale dei Guelfi, viene battuto dai Visconti [54]
1322 Il papa ricorre a Federico d'Austria, offerendosi di riconoscere la sua elezione, invece dell'assistenza che gli domanda [55]
Il Visconti dopo avere illuminato Federico intorno alla politica del papa, lo persuade a richiamare l'armata spedita contro i Ghibellini [57]
Matteo Visconti onorato del nome di grande; suo carattere [58]
Matteo perde tutt'ad un tratto il suo vigore [61]
Suoi trattati colla chiesa, cui desidera di sottomettersi [62]
Sua morte accaduta il 22 giugno del 1322 [63]
Sedizioni dirette contro Galeazzo Visconti suo figlio e suo successore [64]
Galeazzo costretto a fuggire da Milano il giorno 5 novembre del 1322 [65]
Rientra in Milano il 12 dicembre dello stesso anno, e ricupera la sua signoria [67]
1322 Perdite avute dai Ghibellini negli stati della chiesa. Federico di Montefeltro, signore d'Urbino, Osimo e Recanati, è massacrato il 26 aprile del 1322 [68]
1323 Gli ambasciatori di Lodovico di Baviera venuti in Italia per ristabilire la pace, si dichiarano per Galeazzo Visconti allora assediato in Milano [69]
1314-1322 Guerra civile tra i due imperatori in Germania [70]
1322 28 settembre. Vittoria di Lodovico di Baviera sopra Federico d'Austria a Muhlndorf [71]
1323 Collera del papa contro Lodovico a cagione de' soccorsi dati ai Visconti [73]
8 di ottobre. Prima sentenza di Giovanni XXII contro Lodovico [75]
Protesta dell'imperatore [76]
1324 Il 22 di marzo il papa scomunica l'imperatore, deponendolo e dichiarandolo incapace di regnare sopra l'impero [78]
Capitolo XXX. Principj di Castruccio Castracani. — Rivoluzioni nelle repubbliche toscane. — Tirannia dell'abate di Paciana a Pistoja. — Rotta de' Fiorentini ad Altopascio. 1320-1325 [80]
Lega delle città guelfe della Toscana [80]
Carattere di Castruccio, capo del partito guelfo di Lucca [82]
1320 Castruccio si fa accordare la signoria dal senato di Lucca [82]
Castruccio attacca i Fiorentini, saccheggia Val d'Arno e la Lunigiana [85]
1321 I Fiorentini attaccano a vicenda Castruccio senza effetto [86]
1322 In maggio. Rivoluzione di Pisa: sono esiliati i capi della nobiltà [88]
Castruccio cerca di approfittare di queste turbolenze per sorprendere Pisa [88]
Porta la guerra sul territorio di Pistoja [89]
L'abate di Paciana, promettendo la pace al popolo, usurpa la signoria di Pistoja [90]
Intelligenza dell'abate di Paciana con Castruccio [90]
1323 L'abate viene soppiantato da Filippo Tedici suo nipote [93]
Castruccio invade lo stato fiorentino, e minaccia Prato [95]
Armamento de' Fiorentini per respingerlo, loro presunzione [97]
Discordia tra la nobiltà ed il popolo [98]
I Fiorentini lasciano in balìa della sorte il rinnovamento de' loro magistrati [102]
1323 Inconvenienti del nuovo metodo d'elezione [103]
Potenza di Bologna; celebrità di quella università [105]
Sedizione eccitata dagli scolari per cagione di Giacomo di Valenza [107]
Romeo de' Pepoli si dichiara pel partito degli scolari, per aprirsi la strada alla tirannide [109]
Romeo de' Pepoli viene esiliato il 17 di luglio del 1321 [110]
Castruccio tenta di occupare Pisa [111]
1324 Intrighi di Castruccio in Pistoja presso Filippo de' Tedici [112]
1325 Il 5 maggio, acquista la signoria di Pistoja e ne prende possesso [113]
I Fiorentini danno il comando della loro armata a Raimondo di Cardone [115]
Il Cardone occupa i passaggi della Gusciana [116]
Assedia e prende il castello di Altopascio [117]
Castruccio riceve soccorsi da Galeazzo Visconti [118]
Obbliga il Cardone a dimorare in una svantaggiosa posizione [118]
Gli dà battaglia il 23 settembre del 1325 [121]
Intera disfatta dei Fiorentini. Cardone è fatto prigioniero [122]
1325 Castruccio va ad accamparsi presso le porte di Firenze [123]
Fa correre due pallj sotto le sue mura [124]
Entra in Lucca trionfante [126]
Capitolo XXXI. La Sardegna tolta ai Pisani dal re d'Arragona. — Il duca di Calabria signore di Firenze. — Spedizione in Italia dell'Imperatore Luigi di Baviera. — Grandezza e morte di Castruccio Castracani. 1324-1328 [129]
I Pisani rinunciano a poco a poco alla navigazione ed al commercio marittimo [130]
Importanza della loro Colonia in Sardegna [131]
1323 Congiura contro di loro di Ugo Bassi dei Visconti [131]
Egli fa uccidere nel giorno 11 aprile del 1323 tutti i Pisani stabiliti in Sardegna [132]
La Sardegna è invasa da Alfonso re d'Arragona [133]
Sforzi de' Pisani sotto il comando di Manfredi della Gherardesca per difendere la Sardegna [134]
1324 Assedio e presa della città di Chiesa e di Castro di Cagliari [135]
I Pisani cedono la Sardegna al re d'Arragona il 10 giugno del 1326 [139]
1325 I Ghibellini lombardi attaccano Bologna [139]
1325 Rotta de' Bolognesi a Monteveglio il 15 novembre del 1325 [140]
I Guelfi chiedono soccorso a Roberto re di Napoli [141]
1326 Il 13 gennajo i Fiorentini accordano per dieci anni la signoria della loro città al duca di Calabria figlio del re Roberto [142]
Inazione del duca di Calabria e dell'armata da lui condotta a Firenze [144]
1327 Bologna si dà al legato del papa Bertrando del Poggetto [145]
Luigi di Baviera arriva a Trento, e presiede al congresso dei Ghibellini d'Italia [146]
Vuole vendicarsi del papa e l'accusa d'eresia [149]
Prende la corona di ferro in Milano il 30 maggio del 1327 [151]
Fa imprigionare Galeazzo Visconti, e s'impadronisce delle sue fortezze e delle sue truppe [154]
Egli accusa i Visconti in una dieta d'avere tradita la causa dei Ghibellini [155]
Castruccio sollecita Luigi di Baviera a passare in Toscana [156]
Gli apre il castello di Pietra Santa, e gli fa prendere la strada di Pisa [157]
1327 Lo induce a far arrestare tre ambasciatori pisani, per servirgli d'ostaggio [158]
Luigi di Baviera assedia Pisa e la sforza ad aprirgli le porte [162]
Luigi erige in ducato gli stati di Castruccio [163]
1328 Marcia con Castruccio alla volta di Roma [164]
Luigi si fa coronare in Vaticano il 17 gennajo senza l'autorizzazione del papa [167]
Fa cominciare un processo contro il papa, cui dà un successore [168]
Pistoja viene sorpresa da un luogotenente del duca di Calabria [169]
Castruccio torna in Toscana ed assedia Pistoja [170]
La costringe a capitolare il 3 agosto del 1328 [172]
Cade infermo in conseguenza delle sostenute fatiche [173]
Galeazzo Visconti, che trovavasi al suo soldo, s'ammala ancor esso e muore [173]
Castruccio muore il 3 settembre del 1328. Suo carattere [174]
Suo figlio maggiore prende possesso di Lucca e di Pisa [176]
Debole ed impotente condotta di Luigi di Baviera [177]
1328 Suo colloquio a Corneto con don Pedro di Sicilia [178]
Morte di Carlo, duca di Calabria, signore dei Fiorentini, il 9 novembre del 1328 [179]
Capitolo XXXII. Grandezza di Firenze. — Ritirata di Luigi di Baviera e ruina de' suoi alleati. — Campagna in Italia di Giovanni di Boemia. 1328-1333 [181]
Carattere dei Fiorentini [181]
Loro progressi nelle arti del disegno; Giotto ed i suoi allievi [183]
1328 Riformano la loro costituzione dopo la morte del duca di Calabria [184]
Fanno in maniera che tutti i grandi interessi dello stato siano rappresentati nel governo [185]
Si dispongono a liberare i loro vicini dal giogo dei tiranni [188]
Ingratitudine e perfidia di Luigi di Baviera verso i suoi partigiani [189]
Tratta coi Visconti per vender loro Milano [190]
Parte de' suoi soldati l'abbandona e si fortifica al Ceruglio [191]
1329 Luigi di Baviera occupa Lucca il 6 marzo del 1329, e vende in seguito quella città a Francesco Castracani [192]
1329 I figli di Castruccio scacciati ancora da Pistoja, si rifugiano tra le montagne [193]
Luigi di Baviera parte dalla Toscana l'undici aprile del 1329 [194]
Pistoja viene abbandonata ai Fiorentini dai Panciatichi il 24 maggio 1329 [195]
Val di Nievole si sottomette volontariamente ai Fiorentini [197]
Marco Visconti coi Tedeschi del Ceruglio s'impadronisce di Lucca il 15 aprile [199]
Offre di vendere quella città ai Fiorentini [200]
Ajuta i Pisani a scacciare dalle loro mura la guarnigione dell'imperatore [201]
I Tedeschi rinnovavano l'offerta di vendere Lucca ai Fiorentini [202]
Vendono finalmente questa città a Gherardino Spinola emigrato di Genova [204]
La città di Modena tolta a Passerino Buonacossi da una sedizione il 5 giugno del 1327 [205]
1328 Congiura dei Gonzaghi di Mantova contro Passerino Buonacossi [207]
Passerino viene ucciso il 4 agosto del 1328, e Luigi da Gonzaga si fa signore di Mantova [208]
1329 Azzo Visconti chiude in faccia a Luigi di Baviera le porte di Milano [209]
Luigi di Baviera torna in Germania [210]
Azzo Visconti fa assassinare suo zio perchè godeva il favore del popolo [211]
Cane della Scala, ultimo dei capitani ghibellini, muore il 22 luglio del 1329, dopo avere sottomesse Padova e Treviso [212]
1330 I due capi dell'impero e della chiesa ugualmente sprezzati dal loro partito [214]
Giovanni di Boemia, figlio di Enrico VII, diventa l'idolo della Germania [217]
Intraprende a farsi l'arbitro ed il pacificatore dell'Europa [219]
Passa in Italia ed a lui si danno volontariamente tutte le città della Lombardia [220]
1331 Gherardino Spinola gli offre pure la signoria di Lucca [222]
I Fiorentini che assediavano Lucca entrano in guerra col re di Boemia [224]
Il legato Bertrando del Poggetto sembra d'accordo col re Giovanni [225]
Il re Giovanni torna in Germania per combattere contro i suoi nemici [227]
1332 I signori ghibellini di Lombardia gli dichiarano la guerra [228]
Lega del re Roberto e de' Fiorentini coi Ghibellini di Lombardia [229]
Il re di Boemia ottiene soccorsi dal papa Giovanni XXII [232]
1333 L'armata del legato, suo alleato, viene battuta presso Ferrara il 14 aprile del 1333 [233]
1333 Ribellione della Romagna contro la Chiesa [234]
Il re Giovanni vende a diversi signori le città che si erano a lui date, e lascia l'Italia il 15 di ottobre del 1333 [236]
Capitolo XXXIII. Mastino della Scala s'innalza sopra le ruine del re di Boemia, e del legato Bertrando del Poggetto. — Viene abbassato dalle repubbliche di Fiorenza e di Venezia. 1333-1338 [237]
Spirito delle due fazioni guelfa e Ghibellina [237]
1333 Prosperità dei Fiorentini; celebrano alcune feste [240]
Terribile inondazione del primo novembre 1333 [241]
I signori cessionarj di Giovanni di Boemia fanno lega con Bertrando del Poggetto [245]
1334 Rivoluzione di Bologna contro Bertrando del Poggetto, accaduta il 17 marzo del 1334 [246]
1334 I Fiorentini ricevono il legato sotto la loro protezione [248]
Morte di Giovanni XXII accaduta in Avignone il 4 dicembre del 1334 [250]
I teologi lo avevano accusato d'eresia, e forzato a ritrattarsi [252]
Elezione del suo successore Benedetto XII [253]
I Fiorentini di concerto coi principi lombardi attaccano i signori cessionarj del re di Boemia [255]
1335 Mastino della Scala acquista Lucca a nome dei Fiorentini [256]
Vuole conservare quella città e rendersi potente in Toscana [257]
Eccita la nobiltà di Pisa a prendere le armi contro il popolo [257]
I Fiorentini intimano invano a Mastino di rendere loro Lucca [260]
1336 Essi muovono guerra a questo signore [261]
Pietro Saccone dei Tarlati, signore d'Arezzo, alleato di Mastino [263]
Siena, Perugia e Bologna alleate dei Fiorentini [265]
Tentativi dei Fiorentini per assicurarsi l'alleanza di Venezia [267]
1336 Trattato d'alleanza tra le due repubbliche fatto il 21 giugno del 1336 [268]
Pietro de' Rossi di Parma generale della loro armata [269]
Ardire ed abilità di Pietro de' Rossi nella prima campagna [271]
I Fiorentini stabiliscono capo della giustizia un conservatore con autorità arbitraria [272]
Amministrazione tirannica di Jacopo Gabrielli d'Agobbio conservatore [273]
1337 I Fiorentini comperano la signoria d'Arezzo [274]
Eccitano nuovi nemici contro Mastino della Scala [276]
Pietro de' Rossi offre ajuto ai malcontenti di Padova [277]
Congiura di Marsilio ed Ubertino di Carrara a Padova [279]
Marsilio di Carrara proclamato signore di Padova il 3 di agosto [280]
Morte di Pietro de' Rossi accaduta il 7 agosto del 1337 [280]
Rivoluzione di Brescia contro Mastino della Scala [281]
1338 Luigi di Baviera non può entrare in Italia per soccorrere Mastino [282]
I Veneziani trattano separatamente con Mastino il 18 dicembre del 1338 [283]
1338 I Fiorentini costretti di accettare il trattato di pace l'undici febbrajo del 1339 [285]
Perdite fatte nel commercio de' Fiorentini [285]
Capitolo XXXIV. Bologna sottomessa da Taddeo de' Pepoli. — Guerra de' Mercenarj o di Parabiago. — I Genovesi creano il doge. — Celebrità del Petrarca: viene coronato in Campidoglio. 1338-1341 [288]
Prosperità di Bologna sotto il governo del partito guelfo [288]
Popolarità di Taddeo de' Pepoli [290]
Trionfo della sua fazione in un tumulto popolare il 27 aprile del 1334 [291]
Secondo sollevamento popolare e seconda vittoria della stessa fazione il 7 luglio del 1337 [292]
Taddeo de' Pepoli si fa proclamare signore dai soldati [294]
Viene riconosciuto dal consiglio di Bologna e dal papa [295]
Mastino della Scala cerca di vendicarsi di Azzo Visconti [296]
1338 I mercenarj dell'armata della lega custodiscono in pegno i sobborghi di Vicenza [296]
1339 Lodrisio Visconti propone loro di condurli a Milano [299]
Formazione della compagnia di san Giorgio comandata da Lodrisio Visconti [300]
1339 Battaglia di Parabiago tra la compagnia e Lucchino Visconti il 20 febbrajo [301]
La compagnia viene distrutta da cinque combattimenti datisi nello stesso giorno [302]
Azzo Visconti ottiene in Pisa il diritto di cittadinanza [304]
Muore improvvisamente il 16 agosto del 1339 [305]
Sedizione de' marinaj genovesi al servizio della Francia [306]
Portano lo spirito di ribellione tra il popolo di Genova [307]
Sedizione di Savona diretta contro i nobili [309]
Il popolo di Genova accorda la dignità di doge a Simone Boccanigra il 23 settembre 1339 [312]
Vigorosa amministrazione del Boccanigra primo doge di Genova [313]
Stato convulsivo di tutta l'Italia [314]
Gloria attaccata alle lettere; zelo per lo studio [316]
1340 La corona d'alloro offerta nello stesso tempo al Petrarca in Roma ed in Parigi [319]
Carattere del Petrarca [320]
Sua origine e prima sua educazione [321]
Maestri sotto i quali studiò in Bologna [323]
1341 Forma da lui data alla poesia italiana [325]
Suoi amori [328]
Viaggi in Germania ed in Italia [332]
Prima d'essere coronato in Roma domanda di sottoporsi a pubblico esame [333]
Egli va a Napoli presso il re Roberto in marzo del 1341 [333]
Debolezza del re Roberto; sua avarizia e sua pedanteria [334]
Roberto esamina il Petrarca in tre giorni consecutivi, e lo dichiara degno dell'alloro poetico [337]
Petrarca coronato in Campidoglio dal senatore di Roma l'otto aprile 1341 [338]
Capitolo XXXV. I Fiorentini comprano Lucca, mentre i Pisani l'occupano colle armi. — Guerra tra le due repubbliche. — Tirannide del duca d'Atene in Firenze. 1340-1343 [340]
1340 Prosperità del commercio fiorentino [340]
Peste in Firenze nel 1340 [342]
Tentativi del partito oligarchico; crudeltà di Jacopo Gabrielli d'Agobbio [343]
Cospirazione contro il Gabrielli e contro l'oligarchia [344]
Viene scoperta; esilio dei Bardi e dei Frescobaldi [345]
1341 I figli di Giberto da Coreggio tolgono Parma a Mastino della Scala [346]
Mastino perduta perciò ogni comunicazione con Lucca cerca di venderla [347]
I Fiorentini risolvono di comperarla a carissimo prezzo [348]
I Pisani pensano di opporvisi [349]
I Pisani in luglio assediano Lucca [350]
I Fiorentini entrano in campagna nel susseguente agosto [352]
La città di Lucca viene da Mastino consegnata ai Fiorentini [353]
I Fiorentini sono disfatti il 2 ottobre del 1341 alle porte di Lucca [355]
I Fiorentini domandano soccorso a Luigi di Baviera [356]
Malatesta coll'armata fiorentina rientra nello stato di Lucca [357]
Gualtieri di Brienne, duca d'Atene, passa per Firenze [358]
1342 Il Malatesta coll'armata fiorentina s'allontana da Lucca [361]
Lucca s'arrende ai Pisani il 6 di luglio del 1342 [361]
Malcontento dei Fiorentini, che danno al duca d'Atene il titolo di capitano di giustizia [363]
Severità del duca d'Atene contro diversi membri dell'oligarchia [364]
1342 La nobiltà ed il popolo favoriscono il duca d'Atene [365]
Vien chiesto ai priori di dargli la signoria [366]
Rifiuto del gonfaloniere di giustizia [367]
Intrighi del duca per essere eletto dal parlamento [368]
Compromesso tra la signoria ed il duca [368]
La sovranità viene dal popolo deferita al duca l'otto settembre del 1342 [370]
Il duca cerca di consolidare l'usurpata tirannide [372]
Fa la pace coi Pisani, e loro cede Lucca [373]
Primi sintomi del malcontento de' Fiorentini [374]
1343 Il duca per sua difesa contrae alleanza cogli altri tiranni d'Italia [376]
Sdegno di tutte le classi del popolo contro il duca [377]
Tre congiure formate contro di lui nello stesso tempo [378]
Una di queste viene scoperta il 18 luglio del 1343 [380]
Il duca vuole punire ad un tratto tutti i suoi nemici [380]
Tutti i cittadini armansi contro il duca [382]
Il duca assediato nel suo palazzo acconsente al supplicio de' suoi ministri [385]
1343 Rinuncia alla signoria, e parte da Firenze il 26 luglio del 1343 [387]
Capitolo XXXVI. Firenze dopo la cacciata del duca d'Atene. — Grande compagnia del duca Guarnieri. — La regina Giovanna succede a Roberto, e fa morire suo marito. — Carlo IV eletto in opposizione a Luigi di Baviera. 1343-1346 [388]
Perdite fatte dai Fiorentini in tempo della tirannide del duca [388]
Entrate della repubblica dal 1336 al 1338 [389]
Sue spese nella stessa epoca [390]
Popolazione di Firenze [395]
Stato del suo commercio [396]
1343 Rivoluzione d'Arezzo, Pistoja, Colle, san Gemignano e Volterra [397]
Nuova costituzione de' Fiorentini [400]
La nobiltà nuovamente ammessa ai pubblici onori [400]
Se ne fa privare un mese dopo [403]
Giovanni Visconti d'Oleggio conspira a Pisa per farsene sovrano [405]
1343-1345 Guerra tra questa repubblica ed i Visconti [405]
Grande compagnia formata in Toscana dal duca Guarnieri [406]
Essa saccheggia le campagne di Siena, e mette la città a contribuzione [408]
1343-1345 Opprime uno dopo l'altro i piccoli principi della Romagna [410]
Obbliga il tiranno di Bologna a comperare la pace [411]
Si divide di concerto coi signori di Lombardia, ed i suoi soldati tornano in Germania [412]
1343 Guerra civile in tutta l'Europa [413]
Morte di Roberto, re di Napoli, il 19 gennajo del 1343 [414]
Gelosia tra la regina Giovanna ed il re Andrea, suo cugino e suo marito [416]
1343 Minacce e progetti di vendetta del re Andrea [419]
1345 Trama dei cortigiani della regina contro il re Andrea [420]
Andrea strozzato presso la porta della camera della regina il 18 settembre 1345 [422]
Gli stessi principi del sangue prendono le armi contro la regina [423]
1346 Il papa nomina un giudice per punire gli uccisori del re [424]
Supplicio de' principali confidenti della regina [425]
Luigi d'Ungheria accusa la stessa regina di complicità [426]
S'innoltra fino a Zara per passare nel regno di Napoli [427]
Non potendo attraversare l'Adriatico, fa la pace co' suoi vicini e preparasi a fare per terra il giro del Golfo [427]
1346 Il papa vuole opporre un nuovo imperatore a Luigi di Baviera alleato del re d'Ungheria [429]
Fa eleggere Carlo IV figlio del re Giovanni di Boemia [431]
Morte inaspettata di Luigi di Baviera, accaduta il 10 ottobre del 1347 [433]
Capitolo XXXVII. Cola da Rienzo dà alla repubblica romana una nuova costituzione. — Affascinato dalla propria grandezza disgusta il popolo che lo abbandona [435]
1347 Carattere di Cola da Rienzo [436]
Anarchia di Roma sotto i senatori ed i caporioni [437]
Cola da Rienzo spedito deputato al papa nel 1342 [439]
Cola, di ritorno a Roma, risveglia con alcuni quadri l'immaginazione del popolo [441]
Spiega a san Giovanni Laterano una iscrizione romana [442]
Invita i Romani allo stabilimento del buono stato [444]
Il 20 maggio 1347 prende possesso del Campidoglio [445]
Il popolo gli dà il titolo di tribuno e di liberatore di Roma [448]
I nobili giurano di mantenere il buono stato [448]
Cola domanda al papa d'approvare le sue operazioni [450]
Entusiasmo da lui eccitato in tutta l'Europa [451]
1347 Invita le potenze a ristabilire il buono stato in tutta la Cristianità [452]
Vanità eccessiva e magnificenza del tribuno [453]
Molti sovrani rivolgonsi a lui facendolo arbitro delle loro liti [456]
Il primo agosto si arma cavaliere [457]
Cita innanzi a sè il papa, i due imperatori, i cardinali e gli elettori [458]
Offeso da Stefano Colonna minaccia di morte tutti i nobili [460]
Loro fa grazia, e dà alcuni impieghi [462]
I Colonna e gli Orsini escono di Roma, e prendono le armi [463]
Incapacità militare di Cola da Rienzo [463]
I Colonna s'avvicinano a Roma, e periscono per propria viltà [466]
Smoderata gioja del tribuno, che non sa approfittare della vittoria [468]
Viene a Roma un legato del papa e si dichiara contro il tribuno [469]
Giovanni Pepino, conte di Minorbino, insulta il tribuno in Roma [470]
Cola, abbandonato dal popolo, scende dal Campidoglio il 15 dicembre del 1347 [471]

Fine della Tavola.