CAPITOLO XLVII.

Volterra assoggettata ai Fiorentini; guerra di Pisa e Firenze; seconda peste in Toscana; congiura de' Malatesti contro la repubblica fiorentina. — Giovanni Agnello occupa la signoria di Pisa ed assume il titolo di doge.

1361 = 1364.

Sulla sommità di una montagna, di dove stendesi lo sguardo su quasi tutta la Toscana, è fabbricata la città di Volterra. Apresi innanzi a lei a grande distanza il mar Tirreno, e le pianure pisane, ed i colli di Firenze, e le foreste di Siena scopronsi egualmente dalle sue alte vedette: enormi blocchi di pietra, posti senza cemento gli uni sopra gli altri, che sostengonsi col solo loro peso già da oltre due mila anni, formano le sue mura. A fianco alle mura si è aperta una lezza, che ogni giorno inghiotte parte della montagna, meno durevole che il gigantesco lavoro degli Etruschi. Ma Volterra nel quattordicesimo secolo non era più che l'ombra di ciò ch'era stata ne' primi secoli di Roma. Posta in mezzo alle tre più potenti repubbliche della Toscana Volterra non aveva saputo conservare la sua libertà, ed era caduta sotto il tirannico governo di messer Bocchino dei Belfredotti. Questo signore trovò un pericoloso nemico in uno de' suoi parenti, che possedeva presso Volterra la fortezza di Montefeltrano, e le loro dissensioni furono cagione della ruina d'ambidue e fecero perdere l'indipendenza alla loro patria. Ognuna delle vicine repubbliche voleva prendere parte a queste contese di famiglia; Firenze, come garante d'un trattato conchiuso tra Bocchino ed il suo parente, Pisa come alleata di Bocchino, e Siena come sua nemica. I sudditi del tiranno, di già alienati dalle sue crudeltà, furono avvisati che stava per vendere Volterra ai Pisani, e che questi erano di già in viaggio per prendere possesso della città. A tale notizia i Volterrani presero le armi e fecero prigioniero il loro signore; in pari tempo spedirono deputati ai Fiorentini ed ai Sienesi per ottenere che questi due popoli rispettassero la loro libertà. I soldati pisani, che si erano avvicinati, furono sorpresi e disarmati senza far resistenza. Ma la signoria di Firenze non volle esporsi agli effetti dell'incostanza d'un popolo che usciva allora da una rivoluzione, e che pendeva incerto tra opposti partiti; onde fece avvicinare le sue truppe a Volterra, e precludere la strada ai Sienesi, che s'avanzavano ancor essi dal canto loro; fece occupare diversi castelli, e per ultimo la medesima cittadella. Allora dichiarò che per dieci anni terrebbe guarnigione in questa fortezza, ma che per ogni altro rispetto conserverebbe la libertà e l'indipendenza de' Volterrani. Il primo uso che questi fecero dei diritti che loro venivano conservati, fu quello di far decapitare il loro tiranno il 10 ottobre del 1361[548].

La sommissione di Volterra ai Fiorentini accrebbe il risentimento de' Pisani contro di loro; perciocchè vedevano venuta in mano de' loro rivali un'importante città nell'istante medesimo, in cui credevano di farne essi l'acquisto. Altronde i due popoli s'andavano ogni giorno esasperando con fresche ingiurie. Pietro Gambacorti, cui i Pisani avevano assegnata Venezia per luogo d'esilio, aveva lasciata questa città per venire a Firenze, ed in principio del gennajo del 1362 erasi avanzato, alla testa de' suoi partigiani armati sul territorio di Pisa. Vero è che i Fiorentini avevano severamente proibito ai loro popoli di unirsi alla sua gente; ma forse potevano ancora impedire un'aggressione, che pur non ebbe alcun prospero successo[549].

D'altra parte Giovanni del Sasso, famoso partigiano, che aveva militato al soldo dei Fiorentini, erasi reso padrone, non senza loro saputa, del castello lucchese di Pietrabuona, posto tre miglia al disopra di Pescia. Questa fortezza era la chiave della valle superiore della Pescia, e del territorio montuoso di Lucca. I Pisani non eransi lasciati in quest'occasione ingannare dal bando dato dalla città di Firenze a Giovarmi del Sasso, e conobbero di dove veniva il colpo, e fecero avanzare formidabili forze per assediare Pietrabuona[550].

L'istante era finalmente giunto in cui la lunga nimicizia dei due popoli più non poteva coprirsi sotto pacifiche forme. Le truppe pisane e fiorentine, ravvicinate le une alle altre sui confini del territorio di Lucca, s'insultarono alla Romita, al di sopra di Pietrabuona, alla Cerbaja ed a Montecarlo[551]. Il popolo ed il governo volevano egualmente la guerra, ed i priori di Firenze adunarono il 18 di maggio un parlamento per riportarsi alla sua decisione. Annunziarono alla nazione adunata, che i banditi, che occupavano Pietrabuona, offrivano di dare questa fortezza alla repubblica; aggiunsero che avevano creduto di doverla accettare, onde valersene perchè in cambio fosse loro resa Coriglia o Sorana, che alcuni pretesi banditi Pisani avevano loro tolte. Ricapitolarono i torti ricevuti dai Pisani, e chiesero al popolo se approvava la parte presa dalla signoria, e se volevano assumere la difesa di Pietrabuona. Ad una sola voce il popolo gridò che difenderebbe il castello, e per tal modo venne decretata la guerra. Per altro questa determinazione fu troppo tarda per salvare la piazza assediata. Passarono alcuni giorni prima che Bonifazio Lupo di Parma, che i Fiorentini facevano venire per comandare le loro truppe, potesse recarsi al campo, avanti Pietrabuona[552]. Appena vi fu giunto che tornò a Firenze il 4 giugno per dichiarare alla signoria ch'era stato chiamato troppo tardi, e che avendo visitato le posizioni degli assedianti, più non conosceva mezzo di salvare la piazza, che effettivamente all'indomani fu presa d'assalto. I Pisani festeggiarono clamorosamente questo leggiero vantaggio, frammischiandovi insulti e minacce contro i Fiorentini, e rendendo in tal maniera la guerra inevitabile, sebbene non fossero per anco cominciate le ostilità, e che fosse di già tornato in loro potere il castello per cui andavano a battersi[553].

Nell'armata che i Fiorentini adunarono sotto il comando di Bonifazio Lupo di Parma, contavansi seicento corazzieri, mille cinquecento arcieri, e tre mila cinquecento pedoni[554]. La signoria diede la bandiera il 20 giugno nell'ora ch'era stata fissata dagli astrologhi; imperciocchè il rinnovamento delle scienze aveva dato maggior credito all'astrologia giudiziaria, ancora tra quei che si credevano filosofi[555]. L'armata fiorentina dopo avere attraversata Val di Nievole, girò bruscamente per Fucecchio, passò l'Arno, saccheggiò Val d'Elsa, e s'impadronì del castello di Ghiazzano[556].

Bonifazio Lupo, che comandava quest'armata, non aveva per anco acquistata molta riputazione, in oltre non era di un rango abbastanza distinto perchè si potessero porre sotto i suoi ordini moltissimi signori ed ufficiali, che, come alleati o come soldati, seguivano le insegne della repubblica. La signoria per appagare la vanità di costoro fece venire il 16 luglio Ridolfo da Varano, signore di Camerino, cui affidò il comando[557]. Ma questi fece in breve vedere che non aveva nè i talenti, nè l'attività del suo predecessore[558]. Pure si avanzò ancor esso nel territorio nemico; saccheggiò Cascina; accampò a san Savino e diede de' giuochi presso alle stesse porte di Pisa, ove tre volte distribuì il prezzo della corsa[559]. Più tardi assediò il castello di Pecciola, e lo prese l'undici d'agosto[560]: capitolarono in seguito Montecchio, Ajatico e Tojano; la Maremma fu abbandonata al sacco, ed i Pisani, che nello stesso tempo trovavansi crudelmente tormentati dalla peste, quasi non opposero veruna resistenza a tanti guasti[561].

Ma l'indisciplina delle truppe assoldate, cui Ridolfo da Varano inspirava poco rispetto, sospese i prosperi successi dell'armata fiorentina. Il conte Niccola d'Urbino con alcuni ufficiali italiani, ed i principali contestabili tedeschi chiesero che nell'occasione della presa di Pecciola l'armata ricevesse doppia paga e mese compiuto. La signoria rifiutò di dare per così piccola conquista una ricompensa riservata per le più grandi vittorie; i contestabili posero allora un cappello sulla punta d'una lancia, e fecero pubblicare nel campo un invito a tutti coloro che volevano doppia paga e mese compiuto di adunarsi intorno a quest'insegna, e vi si unirono mille cavalieri. Il generale ricondusse quest'armata sediziosa a san Miniato per non dare al nemico lo spettacolo della sua indisciplina, e la signoria congedò tutti i soldati che avevano avuta parte nel tumulto, ma questi non si separarono, e formarono una compagnia di ventura sotto il nome di cappelletto in memoria del cappello, che loro aveva servito d'insegna, poi passarono nel territorio d'Arezzo, ove cominciarono a vivere di furti[562].

Mentre la repubblica fiorentina aveva combattuto prosperamente i Pisani per terra, si era veduta con istupore farsi a combatterli ancora sul mare. Vero è che i Pisani, dopo la grande rotta avuta alla Meloria nella guerra contro i Genovesi, avevano cessato d'essere una potenza marittima. Per lungo tempo era stato loro vietato, in forza del trattato convenuto con Genova, di aver in mare galere armate. Durante quest'intervallo avevano essi perdute le antiche loro abitudini; la gioventù aveva scelta un'altra carriera; i consigli avevano un'altra ambizione; i pescatori delle Maremme, quelli di Lerici e della Spezia avevano abbandonato il loro servigio per passare a quello de' Genovesi; le colonie di Sardegna e di Corsica, che loro somministravano tanti marinaj, erano state loro tolte. Dopo tale epoca i Pisani eransi dati alle manifatture ed all'agricoltura, avevano compiuta la conquista dello stato lucchese, e raddoppiata in tal modo l'estensione del loro territorio; ma avevano rinunciato alla navigazione ed alla gloria marittima. Questa stessa repubblica che spesso aveva armati in pochi mesi sessanta ed ottanta vascelli, non fu in istato di difendersi quando i Fiorentini assoldarono Perino Grimaldi di Genova con quattro galere ed un grande vascello; essi gli avevano inoltre dati due vascelli napolitani, e con questa piccola squadra il loro ammiraglio pose a contribuzione tutte le coste dello stato pisano[563].

In principio d'ottobre Perino Grimaldi attaccò l'isola del Giglio, ed, ossia per viltà della guarnigione, o per lo scoraggiamento ispirato dalla peste, il castello che signoreggia quest'isola, che i Genovesi, i Catalani ed i Napolitani non avevano mai potuto sottomettere, s'arrese alla repubblica fiorentina, e ricevette da lei un governatore[564]. In seguito la flotta volse la prora verso Porto pisano, che non trovò guardato da verun vascello da guerra. Perino Grimaldi, dopo un'ostinata pugna, s'impadronì delle due torri che difendevano il porto, tolse la catena che ne chiudeva l'ingresso, e la fece trasportare a Firenze, ove se ne vedono ancora alcuni pezzi attaccati alle colonne di porfido, che stanno innanzi alla porta del battistero[565].

Finchè la peste regnò in Pisa, i Pisani avevano sofferta la guerra senza quasi combattere essi medesimi. Alla fine di quest'anno tanto per loro disastroso, il flagello cessò, ed al principio del susseguente formarono progetti di conquiste. Rinieri de' Baschi, loro capitano, attaccò successivamente Altopascio e santa Maria a monte; formò pure l'assedio di Barga, mentre uno de' suoi ufficiali sorprendeva il castello di Lello nel Volterrano[566].

I Pisani avevano bisogno di stranieri soccorsi per difendersi e vendicarsi delle perdite fatte nella precedente campagna. Si volsero a Barnabò Visconti, capo de' Ghibellini d'Italia, ed alleato ereditario della repubblica. Barnabò trovandosi impegnato in una pericolosa guerra, temeva di provocare i Fiorentini; pure non voleva nè meno vedere affatto perduti i loro nemici, col di cui mezzo sperava un giorno la signoria di tutta la Toscana. Questo principe, dopo aver lasciato spargere la notizia della sua morte durante la peste di Lombardia, era uscito tutt'ad un tratto in agosto del 1361 dalla foresta in cui si era ritirato, e si era innoltrato alla testa di due mila cavalli verso Bologna, sperando di sorprenderla; ma essendo state scoperte le intelligenze che aveva in città, ritirossi senza venire a battaglia[567]. Per tal modo erasi ravvivata la guerra di Lombardia, che ben tosto si rese dannosa ai Visconti. Il legato Albornoz aveva persuasi i signori della Venezia ad unirsi colla Chiesa per difendere Bologna. Quelli della Scala, i Carrara ed il marchese d'Este avevano promesso di tener pronti ognuno cinquecento cavalli, e di unirli ai mille cinquecento che Albornoz obbligavasi di mantenere. Il trattato d'alleanza fu soscritto in aprile del 1362[568], ed il papa diede il segno delle ostilità, scomunicando di nuovo Barnabò Visconti, e dichiarandolo eretico con tutti i suoi aderenti[569].

Mentre l'armata della nuova lega invadeva contemporaneamente gli stati di Barnabò dalla banda di Modena e di Brescia, e che otteneva diversi vantaggi, il marchese di Monferrato stringeva la casa Visconti dalla parte di Novara e di Tortona[570]. In maggio del 1361 egli aveva preso al suo soldo la compagnia bianca degl'Inglesi, e col di lei ajuto aveva guastato una parte del Piemonte. Ma gl'Inglesi non avevano fatto minor danno al marchese che al Visconti; il primo era impaziente di disfarsene, e Barnabò, sollecitato dai Pisani a soccorrerli, ottenne di far passare al loro soldo questa compagnia che gli faceva la guerra; e liberandosi in tal modo di un nemico, soccorreva un alleato, e schivava in pari tempo di venire ad aperta rottura coi Fiorentini, che non voleva disgustare[571]. I Pisani promisero quaranta mila fiorini di soldo agl'Inglesi per quattro mesi da incominciarsi col giorno in cui cesserebbe la loro convenzione col marchese[572].

Pietro Farnese, che dal 27 marzo in poi comandava i Fiorentini, e Rinieri de' Baschi capitano dei Pisani desideravano ugualmente di venire a battaglia prima che giugnessero gl'Inglesi; il primo temeva la loro superiorità, l'altro non voleva perdere l'onore della vittoria. Le due armate scontraronsi il 7 maggio a san Piero presso Bagno alla Vena. I Fiorentini avevano mille seicento cavalli; i Pisani, orgogliosi per un leggiero vantaggio ottenuto in Garfagnana, e valutando la superiorità della loro fanteria, osarono di attaccarli con seicento corazzieri. Furono disfatti dopo una sanguinosa battaglia, e Pietro Farnese il giorno 11 maggio entrò trionfante in Firenze conducendo con sè Rinieri de' Baschi, il generale nemico, fatto prigioniero con cento cinquanta de' suoi migliori soldati[573].

Dopo qualche giorno di riposo, Farnese marciò di nuovo contro Pisa, e fece battere monete d'oro e d'argento in faccia alle porte di questa città[574]. Pose in seguito l'assedio a Montecalvoli, di cui sarebbesi impadronito, se i Pisani non avessero saputo spargere il timore nel campo fiorentino. Ogni notte facevano essi uscire di città i loro corazzieri, e li facevano rientrare in pieno giorno coperti di sudore e di polvere, ricevendoli come se fossero gente della compagnia inglese. Le spie fiorentine avvisarono subito i priori dell'arrivo di queste nuove truppe, e siccome sapevasi che realmente questa compagnia erasi posta in viaggio alla volta di Pisa, la signoria, temendo di una sorpresa, ordinò al Farnese di ritirarsi[575].

Il terribile contagio che nel precedente anno aveva fatto strage in Pisa, erasi manifestato nel campo fiorentino. Il 19 giugno, il generale Pietro Farnese cadde infermo e morì lo stesso giorno[576]. Questo flagello si estese anche a Firenze e gli rapì un uomo, la di cui perdita fu più deplorabile, lo storico cui siamo debitori della pittura così vera e così animata dei costumi e degli avvenimenti accaduti alla metà del 14.º secolo. Matteo Villani morì di peste come suo fratello Giovanni erane morto 15 anni prima. Fu sopraggiunto dalla malattia l'8 luglio, ed il 12 rese divotamente l'anima a Dio[577]. Attribuivasi al suo sobrio e temperato vivere la lunga resistenza di cinque giorni alla violenza del male. Incaricò, morendo, suo figliuolo Filippo Villani di continuare la sua storia fino all'istante in cui si ristabilirebbe la pace tra Firenze e Pisa[578].

Verun istorico ispira maggior rispetto, stima ed affetto di Matteo Villani. Religioso senza superstizione, rispetta la Chiesa, e nondimeno ardisce dipingere coi più vivi colori la corruzione e i delitti di alcuni suoi capi. Abbastanza versato nella politica e nella conoscenza del cuore umano per notare tutti gli errori de' governi, e per attribuire agli avvenimenti la vera loro cagione, è troppo dabbene per approvare giammai la mancanza di fede, o per supporre che possa derivare verun vantaggio dalla perfidia. Egli sollevasi al di sopra de' pregiudizj dell'astrologia giudiziaria, dei quali suo fratello non andava esente; abbraccia nella sua storia tutto il mondo conosciuto, e con un colpo d'occhio filosofico e penetrante attribuisce ad ogni popolo il suo vero carattere. Egli si anima per dipingere la virtù, si sdegna contro il vizio, s'infiamma per la libertà. Veruno storico d'Italia non rese mai a quest'ultima un più nobile e più costante omaggio. La fazione che governava Firenze non sostenne sempre pazientemente le sue censure; lo fece ammonire come Ghibellino il 29 aprile del 1363, e lo escluse in tal modo dai pubblici impieghi l'ultimo anno della sua vita[579].

La compagnia bianca degl'Inglesi era giunta il 18 luglio a Pisa in numero di due mila cinquecento cavalli, e due mila fanti. I Pisani la riunirono, sotto il comando di Ghisello degli Ubaldini, alle truppe che di già avevano, cioè ottocento corazzieri assoldati, otto mila pedoni, ed un grosso numero di gentiluomini e di cavalieri che servivano senza paga. I Fiorentini avevano nominato capitano Ranuccio Farnese, fratello di Pietro, morto ai loro servigi; ma l'armata che avevano posta sotto i di lui ordini era debolissima, e la peste che infieriva in città, nelle terre e nel campo, rendeva ogni difesa difficile. Era questa la volta in cui i Pisani potevano senza incontrare ostacolo entrare nel territorio fiorentino. Essi recaronsi da prima a Lucca, di dove passarono innanzi a Pistoja, tenendo la strada della montagna; ma invece di fare l'assedio di questa città, che non poteva opporre lunga resistenza, non pensarono che a rendere ai Fiorentini sotto le loro proprie mura gli affronti che avevano da loro ricevuti. Stabilirono il loro campo tra Peretola e Campi, fecero coniare danaro alle porte di Firenze, distribuirono premj per una corsa di cavalli, ed appiccarono tre asini ad una forca, con alcuni brevi che loro davano i nomi dei tre magistrati fiorentini. Impiegarono in queste ridicole ostentazioni una forza ed un tempo che sarebbe loro bastato per fare importanti acquisti[580]. Guastarono in seguito la campagna tra Firenze e Prato, le Lastre, la Val di Pesa, ed una parte della Val d'Arno; finalmente tornarono a Pisa pel piano di Empoli[581].

Quando la peste cessò, i Fiorentini si presero cura ancora essi di adunare un'armata. Trattarono colla compagnia della Stella, ch'era in Provenza e con varj capitani tedeschi, ma Barnabò Visconti ebbe modo di render vani tutti i loro negoziati, e di ridurli a due mila cavalieri mal armati e male capitanati, che arrolarono in mancanza di altri[582]. I Fiorentini posero alla loro testa Pandolfo Malatesti, uno de' signori di Rimini, che poc'anni prima aveva con tanta prudenza e valore difesa la Toscana contro il conte Lando e la grande compagnia.

Ma il Malatesti era di quella razza romagnuola tanto in Italia rinomata per la sua perfidia ed i suoi tradimenti. Sapeva in quale stato di spossamento aveva la peste gettata Firenze; sapeva che alcuni domestici intrighi, effetti dell'ultima congiura, rendevano debole il governo; vedeva che la momentanea potenza de' Pisani, e la forza della compagnia inglese erano cagione di grandi timori in città, e si lusingò, ove gli riuscisse di accrescere il timore del popolo, di vendergli cari i suoi soccorsi, ed all'ultimo di avere la signoria di Firenze, siccome in altre quasi eguali circostanze, l'avevano prima di lui ottenuta i duchi di Calabria e di Atene.

Questa speranza fece tenere a Malatesti la più perfida condotta e la più criminosa. L'Omo Santa-Maria, signore di Jesi, nuovo capitano dei Pisani, era entrato cogl'Inglesi in Val d'Arno di sopra, ed il 17 settembre erasi reso padrone di Filigne senza quasi trovare resistenza[583]. Malatesti, quasi volesse precludergli la strada, stabilì il suo campo all'Ancisa, ma diede a questo campo così grande estensione che riusciva quasi impossibile il poterlo difendere; ne allontanò i migliori soldati, sotto pretesto di fare una scorreria nel territorio pisano, ed egli stesso l'abbandonò per tornare a Firenze. In sua assenza fu sorpreso il campo il 3 ottobre, ed i Fiorentini perdettero più di quattrocento uomini[584]. Il forte castello dell'Ancisa rimaneva almeno per coprire Firenze, ma all'indomani il luogotenente di Pandolfo l'abbandonò ai nemici. Si videro giugnere verso la città i fuggiaschi che tornavano dall'armata, e Pandolfo, che gli era andato all'incontro, retrocesse a briglia sciolta, e raddoppiò l'universale terrore. Andò a dichiarare agli otto signori della guerra, che non conosceva verun altro mezzo per salvare Firenze, che quello di unire al potere militare di cui era rivestito un potere giudiziario sopra i cittadini, onde mantenere l'uno coll'altro, e punire a tempo le congiure che scoprirebbe in città. I signori della guerra adunarono in vista di tale inchiesta un consiglio straordinario cui invitarono tutti i più riputati cittadini[585]. Quando gli otto della guerra ebbero dichiarato a questa assemblea la domanda del Malatesti, Simone, figliuolo di Rinieri Peruzzi, si levò, e disse ad alta voce «Abbadate di non accordare al Malatesti veruna nuova prerogativa, i suoi progetti non ad altro mirano che ad usurpare la tirannide: ricordatevi del duca d'Atene, de' suoi cominciamenti, e come osò in seguito trattarvi; riconoscete la dolcezza della libertà, e vivete e morite conservandola.» A tali parole tutto il consiglio dimenticò il pericolo della vicinanza degl'Inglesi, il credito di cui godeva il Malatesti, e la confidenza che ispiravano i suoi passati servigi. I priori fecero rinnovare ai soldati il giuramento di fedeltà alla signoria di Firenze; nominarono un nuovo giudice, affatto indipendente dal Malatesti, dichiarando che il potere del generale non si stendeva che sopra le truppe e le milizie[586].

Pandolfo non mostrò verun malcontento per questa decisione del consiglio, ma conchiuse che i Fiorentini non erano ancora bastantemente umiliati. Permise dunque appositamente che venisse saccheggiata la campagna di Ripoli, senza far resistenza ai Pisani, cui era superiore di forze[587], e quando l'Omo di Jesi volle scendere la Val d'Arno per ricondurre le sue genti a Pisa, Malatesti condusse le milizie fiorentine incontro a lui, quasi per voler precludergli la strada; ma invece di farle sostenere dai corazzieri, ritenne questi in città e fece chiudere le porte: di modo che se gl'Inglesi avessero attaccata la milizia fiorentina, questa sarebbe stata infallibilmente tagliata a pezzi. Quest'ultimo tradimento fece conoscere alla signoria ciò che doveva aspettarsi da Pandolfo. In riguardo ai suoi antichi servigi, e pel nome che portava, volle perdonargli i suoi progetti; ma lo ammonì severamente, avvertendolo che se usava indulgenza, era in memoria dell'antica amicizia, ch'egli stesso aveva voluto tradire. Pandolfo rimase fino al termine convenuto capitano delle genti da guerra, ma venne spogliato d'ogni autorità sopra la città e sopra le milizie[588].

La compagnia inglese di ritorno a Pisa si riposò alcun tempo, indi si accordò di nuovo per sei mesi in servigio di questa repubblica per la somma di cento cinquanta mila fiorini. Era in allora composta di mille lance, e di due mila pedoni. Gl'Inglesi avevano i primi introdotta in Italia l'usanza di contare i cavalieri per lance. Questo nome in allora disegnava tre cavalieri, che avevano fatta tra di loro una specie d'associazione. I loro cavalli non servivano che a trasportarli colla loro pesante armatura sul campo di battaglia, ove combattevano il più delle volte a piedi. Erano coperti di cotte di maglia, fortificate sul petto da una lastra d'acciajo, i loro braccialetti, le corazze, gli stivaletti erano di ferro, portavano al fianco una forte spada ed una daga; due uomini tenevano la stessa lancia, essi l'abbassavano e l'avanzavano lentamente, serrati in falange, fortemente gridando. Ogni corazziere era seguito da uno o due paggi, quasi unicamente occupati a ripulire le loro armi, onde brillavano come specchi.

Era la prima volta che si vedevano corazzieri scendere da cavallo per combattere a piedi. Con tale pratica aggiugnevano all'impenetrabile armatura de' cavalieri, la solidità dell'infanteria, e la loro falange difficilissimamente poteva essere rotta. Gl'Inglesi sprezzavano il più rigido freddo degl'inverni d'Italia, e veruna stagione faceva loro sospendere le loro operazioni. Non mostravano minore abilità nelle sorprese e ne' colpi di mano, che valore nelle battaglie. Seco portavano scale composte di vari pezzi, che s'innestavano gli uni negli altri, e cadauno non aveva mai più di tre gradi, di modo che potevano facilmente giugnere alla sommità delle più alte torri, e le loro scale non oltrepassando mai il muro non potevano essere rovesciate dagli assediati[589].

I Pisani andavano debitori ai Visconti della venuta di questa prima compagnia; si volsero di nuovo a questi signori in principio della seguente campagna per far venire col mezzo loro nuove truppe di Lombardia. Volevano approfittare dei loro prosperi successi per ottenerne altri maggiori, e procurarsi una gloriosa pace. I Visconti, dal canto loro, trovavansi in migliore situazione che mai di soccorrere Pisa. La campagna del 1363 erasi aperta in Lombardia in un modo brillante per la Chiesa e per i suoi alleati. Un'armata di duemila cinquecento corazzieri, comandata da Ambrogio, figliuolo naturale di Barnabò, era stata rotta il 16 aprile, presso Modena. Ambrogio era stato fatto prigioniere con un gran numero di ragguardevoli ufficiali[590]. Ma la guerra non erasi in appresso trattata con vigore. Barnabò, scoraggiato dalla disfatta del figliuolo, aveva cercato di riconciliarsi col papa; ed in settembre aveva conchiuso un armistizio che venne seguito da lunghe negoziazioni. Il 3 di marzo 1364 la pace di Lombardia venne finalmente conchiusa. Il Visconti rinunciò a tutte le sue pretese sopra Bologna, e rese al papa tutti i castelli del Bolognese ch'egli aveva occupati. Ciò peraltro fece a condizione che il cardinale Albornoz, di cui Barnabò temeva la vicinanza, non amministrerebbe quella legazione. Un altro cardinale, chiamato Androino della Roche, fu dal papa deputato al governo di Bologna[591]. I signori lombardi ed i Visconti si restituirono a vicenda i castelli che si erano tolti. Il marchese di Monferrato fece dal canto suo la pace con Galeazzo Visconti, ed i due principi cambiarono alcune parti del proprio territorio per rotondare vicendevolmente i loro stati. E per tal modo essendosi renduta la pace alla Lombardia, i signori ed i popoli sentivano eguale premura di rimandare le compagnie di ventura, che gli avevano così crudelmente oppressi[592].

Galeazzo Visconti s'affrettò quindi di offrire ai Pisani la compagnia d'Anichino Bongarten, composta di tre mila corazzieri o barbute[593], la quale si pose in marcia per la Toscana in principio di marzo. I Pisani trovarono allora d'avere sei mila corazzieri sotto i loro ordini, ragguardevole armata, che verun sovrano in Italia non aveva ancora avuta. Gl'Inglesi al loro soldo avevano saccheggiato in febbrajo la Val di Nievole e le campagne di Vinci e di Lamporecchio[594]. L'istante pareva ai Pisani propizio per istabilire una gloriosa pace. Supplicarono il papa di assumerne la mediazione, e questi mandò a tale oggetto a Firenze fra Marco da Viterbo, generale de' Francescani.

La signoria fiorentina non voleva compromettere l'onore della repubblica con uno svantaggioso trattato; altronde, rifiutando la pace, temeva di trovarsi risponsabile degli avvenimenti; adunò dunque un consiglio straordinario, o dei richiesti. Prima di dare udienza al nunzio del papa, uno degli otto della guerra annunziò ai cittadini adunati, che la compagnia della Stella di quattro mila corazzieri, che trovavasi in allora in Provenza entrava ai servigi della repubblica; che due mila altri erano stati assoldati in Germania, e che gli uni e gli altri giugnerebbero in Toscana prima che terminasse il mese. Indipendentemente da queste due compagnie la repubblica aveva di già tre mila corazzieri al suo soldo. Il tesoriere prese allora a parlare. Assicurò che Firenze, dopo avere pagate le sue truppe fino alla fine di ottobre, non troverebbesi in debito che di 166,000 fiorini; e fece vedere quali erano ancora le risorse dello stato. La signoria dopo di avere fatto così conoscere al popolo i suoi mezzi di sostenere gloriosamente la guerra, fece entrare in consiglio il generale de' Francescani. Questi espose le domande dei Pisani, che parvero così arroganti, che il consiglio ad una voce risolse di continuare la guerra, e di aspettare a trattare quando Firenze avrebbe ottenuta qualche vittoria[595].

Ma Galezzo Visconti avendo corrotti coi regali i capi della compagnia della Stella impedì loro di recarsi a Firenze nello stabilito termine, ed i Pisani ne approfittarono per guastare il territorio fiorentino. Avevano dato il comando dell'armata ad un avventuriere, che si rese in seguito famoso nelle guerre d'Italia, e che aveva di già servito con distinzione nelle guerre degl'Inglesi in Francia. Era questi Giovanni Hawkwood, che gl'Italiani chiamano acuto o aguto[596]. Questi attraversò la Val di Nievole a mezzo aprile; entrò nel territorio di Pistoja e di Prato, senza trovare opposizione; passò avanti alle porte di Firenze, e si avanzò fino nel Mugello, facendo una ragguardevolissima preda in quelle ricche campagne[597].

Ritornando da questa spedizione gl'Inglesi s'avvicinarono di nuovo a Firenze l'ultimo giorno di aprile. Eransi fatti avanti alle porte della città alcuni trincieramenti per difenderle; gl'Inglesi gli attaccarono e presero d'assalto, dopo avere uccisa molta gente ai Fiorentini. Anichino Bongarten colse quest'occasione per farsi armare cavaliere in mezzo alla pugna ed in faccia alla porta della città. In appresso egli conferì lo stesso ordine a molti contestabili inglesi e tedeschi che militavano sotto di lui. Durante la notte l'armata celebrò la festa della cavalleria sul colle di Fiesole, che soprasta a Firenze. Dalle mura della città vedevansi i soldati nemici danzare in giro con fiaccole in mano, ed udivansi ripetere nelle loro orgie i venerandi vocaboli che i priori adoperavano in palazzo nelle pubbliche deliberazioni[598]. Dopo avere per altri due giorni saccheggiate ancora le campagne di Firenze, Aguto condusse la sua armata in Val d'Arno di sopra; indi attraversò il territorio d'Arezzo, quello di Cortona e di Siena, e tornò a Pisa per la Val d'Elsa, dopo avere portata la desolazione in quasi tutte le province del territorio fiorentino[599].

Il conte Enrico di Monforte, capitano de' Fiorentini, tirò, gli è vero, qualche vendetta di tanto oltraggio con una rapida incursione nel territorio nemico, ove abbruciò Livorno e Porto Pisano[600]. Frattanto ancora non giugneva la compagnia della Stella, onde i Fiorentini si videro forzati a ricorrere ad altri mezzi per difendersi contro i loro avversarj. Gl'Inglesi e la compagnia di Bongarten erano vicini al termine dei loro impegni coi Pisani. Queste truppe mercenarie indifferenti alla causa per cui combattevano, non pensavano che a vendere i loro servigi al più alto prezzo. I Fiorentini trattarono segretamente coi loro capi[601]; li ridussero, mediante una grossa somma di danaro, a non ricevere nuovo soldo dai Pisani e ad allontanarsi dalla Toscana: il solo Aguto rimase al servigio di questa repubblica con circa mille corazzieri inglesi.

I Fiorentini nominarono in seguito un nuovo capitano di guerra, e sovvenendosi piuttosto gli antichi servigi che una fresca ingiuria, ricorsero di nuovo alla famiglia de' Malatesti di Rimini. Galeotto, fratello del vecchio signore di questa città e zio di Pandolfo, era uno de' più riputati generali d'Italia, e fu questi che la repubblica pose alla testa delle sue genti di guerra[602]. Galeotto assunse il comando dell'armata fiorentina in sul finire di luglio, e la condusse a Cascina, sei miglia lontana da Pisa. Ma, appena giunto, si propose di seguire i progetti di suo nipote, e non pensò che ad indebolire lo stato di cui gli era stata affidata la difesa, onde più facilmente sottometterlo. Con premeditato disegno espose il suo campo ad una sorpresa, non lo avendo nè fortificato nè circondato di vedette, e permettendo ai soldati di disperdersi come se si trovassero al sicuro dai nemici. Hawkwood, che n'ebbe avviso, si pose in marcia con mille cavalli e tutta la fanteria pisana per attaccarlo. Fortunatamente alcuni antichi contestabili, attaccati di cuore al servigio de' Fiorentini, sospettarono il tradimento del loro generale. Manno Donati di Firenze, e Bonifazio Lupo di Parma adunarono i soldati, li fecero armare e li prepararono alla battaglia. Ricevettero vigorosamente i Pisani tosto che questi si presentarono. Hawkwood, che contava sopra una sorpresa, ritirossi a precipizio co' suoi cavalli, tostocchè conobbe di essere atteso. La fanteria pisana ebbe mille morti e due mila prigionieri, ed il resto salvossi a stento, e non avrebbe potuto fuggire se Galeotto avesse voluto approfittare della vittoria. Ma tutt'all'opposto questo generale non pensò che ad eccitare il malcontento nell'armata, sollecitandola a pretendere ricompense di doppia paga e di mese compiuto per avere difeso il campo, ov'erasi lasciata sorprendere[603].

Gl'intrighi e la malafede de' Malatesti e la discordia che manifestavasi in diversi corpi dell'armata fiorentina, determinarono finalmente la signoria a pensare di proposito alla pace. L'onore della repubblica era stato posto in sicuro dalla vittoria di Cascina; i Pisani erano umiliati e deboli, e Firenze doveva oramai temere assai più il suo proprio generale che i nemici. La signoria rinnovò adunque i trattati che il generale de' Francescani aveva aperti. Urbano V aveva dato l'arcivescovo di Ravenna per aggiunto a questo monaco. Colla loro mediazione gli ambasciatori dei due popoli unironsi a Pescia, nella chiesa di san Francesco, ed il congresso si aprì con egual desiderio da ambe le parti, di terminare le ostilità[604].

Ma, sebbene il trattato fosse in breve ridotto a termine, una strana rivoluzione sopraggiunta a Pisa rovesciò il governo di questa repubblica, e fu in procinto di rinnovare la guerra, prima che si pubblicasse il trattato di Pescia. I Visconti, senza volere apertamente dichiararsi contro i Fiorentini, avevano per altro cercato di formarsi coi loro intrighi, o di mantenersi in Toscana un partito, coll'ajuto del quale potessero un giorno stendere il loro dominio su tutta questa provincia. Avevano sovvenuto danaro ai Pisani, accordate e fatte passare al loro servigio due compagnie d'avventurieri, fermata quella che i Fiorentini avevano presa al loro soldo, e lusingavansi che la continuazione della guerra determinerebbe all'ultimo i Pisani a porsi volontariamente sotto la loro dipendenza. Soltanto sembrava loro necessario di piegare una prima volta lo spirito ed il carattere altero de' cittadini, e di avvezzarli a riconoscere un padrone. L'ambasciatore che i Pisani avevano mandato ai signori di Milano parve a questi proprio alle loro viste. Costui, detto Giovanni dell'Agnello, era un mercante d'una famiglia borghese, attaccato al dominante partito dei Raspanti, e che fin allora non aveva avuta veruna onorificenza[605]. Barnabò Visconti, dopo avere scoperta in Agnello ambizione, spirito d'intrigo e falsità propria a formare un tiranno, si offrì d'ajutarlo con tutte le sue forze e con tutte le sue ricchezze, per farlo signore di Pisa; ed Agnello in contraccambio promise al Milanese, che s'egli comandava una volta in Pisa, terrebbe questa città dipendente dalla casa Visconti, come se fosse suo luogotenente e non suo alleato.

Agnello, di ritorno a Pisa, osò di proporre in uno de' consiglj, che precedettero il trattato di pace, di nominare un signore annuale, onde ispirare più di confidenza a Barnabò, loro fedele alleato, come pure alle genti d'armi, ed a fine di tenere più segrete le deliberazioni dello stato. Indicò in pari tempo per questo comando Pietro d'Albizzi di Vico, uno de' più virtuosi cittadini di Pisa, che veniva allora nominato ambasciatore per trattare la pace coi Fiorentini. Pietro rigettò questa proposizione con orrore, dichiarando ch'era solamente colla pace ch'egli andava a negoziare, non già col sagrificio della libertà, che conveniva salvare la patria. Ma dopo la partenza di Pietro di Vico pel congresso di Pescia, Agnello rinnovò la sua proposizione nel prossimo consiglio, ed un certo Vanni Botticella, nipote d'un macellajo, ebbe la sfrontatezza di chiedere per sè la signoria che Agnello proponeva di stabilire. Questi lodò lo zelo di Botticella, ma gli chiese se aveva in danaro contante trentamila fiorini, ch'erano necessari a quello che si caricherebbe del governo, onde pagare il loro soldo alle truppe; e perchè Botticella confessò la sua impotenza, Agnello domandò di nuovo che s'indicasse qualche altro uomo abbastanza ricco ed abbastanza abile per salvare la repubblica.

Questa bizzarra proposizione, ripetuta con tanta asseveranza, eccitò finalmente i sospetti de' migliori cittadini di Pisa. Nello stesso tempo si sparse voce che Agnello adunava soldati e persone pericolose nella propria casa. Una sera molti riputati cittadini presero le armi, e recaronsi al palazzo degli anziani, chiedendo a questi magistrati di ordinare una visita nella casa di Agnello, ed ottennero che si eseguisse in sull'istante. Ma Agnello aveva preveduta questa ricerca, ed aveva alloggiati i soldati ed i banditi da lui adunati, non nella propria casa, ma presso alcuni de' suoi amici e complici. Quando ebbe avviso dell'avvicinarsi degli anziani, si pose a letto, coperto com'era della corazza; fece che si coricasse al suo fianco la consorte, ed ordinò ciò che far doveva alla piccola fantesca, che sola stava con loro in quella casa: poi s'infinse di dormire profondamente.

I cittadini armati, guidati da uno de' magistrati, si presentarono intanto alla porta d'Agnello, che venne loro aperta all'istante. Essi avanzaronsi fino alla camera ov'era coricato il padrone della casa, e l'udirono russare. La consorte, appena coperta d'una veste da camera, si rizzò di subito. «Mio marito dorme, loro disse, egli è stanco assai; ma se la patria o i magistrati hanno di lui bisogno, io lo sveglierò». I cittadini che i primi avevano sospettato arrossirono dei loro sospetti e si vergognarono d'avere così sorpresa una donna rispettabile, ritirandosi senza permettere che si svegliasse Agnello. Tornati presso gli anziani, dichiararono che i loro sospetti non avevano fondamento, e si disarmarono. Ma si erano appena ritirati, che Agnello balzò tutt'armato dal letto in cui fingeva di dormire per porsi alla testa de' banditi che aveva adunati. Marciò con loro al palazzo, e sorprese le guardie della signoria. Giovanni Hawkwood, guadagnato dal danaro dei Visconti, favoreggiava la sua usurpazione, ed aveva fatti montare a cavallo i suoi corazzieri per sostenerlo. Agnello si pose a sedere nella sala della signoria sulla seggiola del presidente; fece l'un dopo l'altro risvegliare gli anziani, e condurre innanzi a lui. «Maria Vergine, disse loro, mi ha rivelato questa stessa notte che per la prosperità ed il riposo di Pisa io debba prendere, almeno per lo spazio di un anno, il titolo e le funzioni di doge. In esecuzione di questo ordine celeste ho di già distribuiti del mio proprio trenta mila fiorini alle truppe in pagamento del loro soldo arretrato. Io vi ho fatti chiamare perchè voi raffermiate subito coi vostri suffragi questa celeste nomina.» Gli anziani sorpresi e spaventati, vedendosi circondati dai satelliti di Agnello, non opposero resistenza. Giurarono l'un dopo l'altro ubbidienza al nuovo doge. Questi fece in appresso cercare a casa loro tutti i più riputati cittadini, e tutti quelli che gli erano sospetti per far loro dare lo stesso giuramento; e mentre faceva lampeggiare le spade intorno alle loro teste, non risparmiava promesse per sedurli. Ad uno offriva il vicariato di Lucca, ad un altro quello di Piombino, ad un terzo la scelta tra le varie castellanie dello stato. Durante tutta la notte i magistrati ed i cittadini gli furono gli uni dopo gli altri condotti, per giurargli fedeltà. Fatto giorno corse la città, con una pompa ducale, accompagnato dagli anziani, mentre i soldati, che lo circondavano, sforzavano il popolo a salutarlo col nome di doge.

Per assodare il suo potere Agnello riunì sedici famiglie di cittadini in una sola, di cui si dichiarò capo. Tutti i membri di questa nuova corporazione dovevano portare il titolo di conti, e gli stessi stemmi. Agnello dava ad intendere che dopo un anno deporrebbe la sua dignità e darebbe luogo a quello dei conti che il popolo nominarebbe suo successore. Ma veruno seguì meglio d'Agnello i consigli dati dal conte di Montefeltro a papa Bonifacio[606]. Promise per farsi de' partigiani; e per conservarsi loro padrone non attenne le sue promesse. Ben tosto lasciò il titolo di doge adoperato di già in due repubbliche marittime, per assumere quello di signore; si circondò della più ridicola pompa; più non mostrossi al popolo che collo scettro d'oro in mano, e la stoffa d'oro sospesa in sul capo; pretese finalmente che gli si presentassero le suppliche stando in ginocchio, sebbene fin allora non si usasse quest'atto di sommissione che ai papi ed agl'imperatori[607].

In questo tempo, Pietro d'Albizzo di Vico, l'ambasciatore de' Pisani al congresso di Pescia, s'affrettò d'ultimare le vertenze della sua patria coi Fiorentini. La pace venne segnata il 17 agosto del 1364. Le antiche esenzioni accordate ai mercanti fiorentini vennero tutte rinnovate; il castello di Pietrabona, ch'era stata la prima cagione della guerra fu dai Pisani ceduto ai Fiorentini; gli altri castelli, presi da ambe le parti, vennero vicendevolmente restituiti, ed i Pisani si obbligarono a pagare ai Fiorentini entro dieci anni cento mila scudi d'oro per le spese della guerra, cioè dieci mila ogni anno, la vigilia della festa di san Giovanni, protettore di Firenze[608].

FINE DEL TOMO VI.

[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO VI.]

Capitolo XXXVIII. Carestia e peste in Italia. — Nuove fazioni di Pisa. — Guerre del re d'Ungheria e della regina Giovanna. — Secondo giubileo. 1347-1350 [pag. 3]
Splendore del 14.º secolo [3]
Suoi vizj [4]
Influenza de' piccoli tiranni sulla pubblica morale [5]
Corrompimento delle repubbliche [6]
Flagelli che affliggono il 14.º secolo [7]
Invenzione delle armi a fuoco, che furono adoperate la prima volta nel 1346 [8]
1346 Carestia prodotta dall'intemperie delle stagioni [10]
1347 Generosità del governo fiorentino durante la carestia [12]
Mortalità cagionata dalla carestia [15]
Origine della peste in Levante [15]
1348-1350 Scorre tutta l'Europa [17]
1348 Sintomi della peste [18]
Spavento che inspira il contagio [19]
In qual modo venivano seppelliti i morti [21]
Infelicità de' poveri in tempo del contagio [22]
Licenza ed anarchia universale [23]
1348 La peste ne' villaggi e nelle campagne [24]
Numero delle vittime della peste, i tre quinti della popolazione [25]
Morte dello storico Giovanni Villani [26]
Morte di altri celebri personaggi [28]
Origine delle fazioni dei Bergolini e dei Raspanti a Pisa [29]
I Bergolini vincitori; i Raspanti scacciati, Andrea Gambacorti capo della repubblica il 24 dicembre [31]
1346 In dicembre. Zara presa dai Veneziani [32]
1347 Il 3 novembre. Il re d'Ungheria parte alla volta d'Italia [33]
Non si lascia trattenere dagli ordini del papa [34]
Il 20 agosto. La regina Giovanna sposa Luigi di Taranto [35]
1348 Il 15 gennajo. La regina Giovanna fugge da Napoli e passa in Provenza [36]
Carlo di Durazzo fatto uccidere dal re d'Ungheria [38]
I principi del sangue e il figliuolo di Giovanni prigionieri nella Schiavonia [39]
Il re d'Ungheria s'impadronisce del regno di Napoli [39]
Questi torna in Ungheria sul finire di maggio per fuggire la peste [40]
1348 La regina Giovanna e suo marito tornano a Napoli in fine d'agosto [42]
1349 Il regno guastato dai condottieri [43]
I mercenarj dividono la preda che ammonta al valore di cinquecento mila fiorini [44]
Riposo forzato dell'Italia settentrionale [45]
1350 Affluenza de' pellegrini a Roma pel nuovo giubileo [46]
Capitolo XXXIX. Clemente VI vuole sottomettere la Romagna. — I Pepoli vendono Bologna ai Visconti. — La Toscana invasa dall'armata dell'arcivescovo di Milano, che viene respinta. — Pace tra il re di Ungheria e la regina di Napoli. 1350-1351 [48]
Viste interessate della Chiesa nella pubblicazione del secondo giubileo [48]
1350 Clemente VI vuole impiegare le sue nuove ricchezze per sottomettere la Romagna [49]
Ettore di Durafort, parente di Clemente VI, attacca il signore di Faenza [51]
Intrighi di Durafort in Romagna [51]
Il 6 luglio imprigiona nel suo campo Giovanni de' Pepoli signore di Bologna [53]
1350 Prodigalizza le ricompense militari a' suoi soldati per tradimenti [54]
Giacomo de' Pepoli fratello di Giovanni ricorre ai Fiorentini [54]
Questi rispondono che sono pronti a difendere la repubblica di Bologna, ma non i suoi tiranni [55]
Una ribellione nell'armata di Durafort sospende i suoi successi [57]
I Fiorentini cercano di tornare Bologna in libertà [58]
Ambasciata de' Pepoli a Firenze per ingannare i Fiorentini [58]
Vendono Bologna ai Visconti [59]
1339-1349 Regno e carattere di Lucchino Visconti [59]
1349 Muore il 13 gennajo avvelenato da sua moglie; suo fratello Giovanni, arcivescovo di Milano, gli succede [60]
1350 Contratto de' Pepoli con Giovanni Visconti [60]
Durafort attacca nuovamente Bologna [62]
Clemente VI fa cominciare un processo contro il Visconti [63]
L'arcivescovo spaventa la corte d'Avignone [65]
1351 Morte di Mastino della Scala il 3 giugno; debolezza dei suoi successori [66]
1351 La repubblica di Fiorenza senza alleati contro il Visconti [67]
Unisce la città di Prato al suo territorio [68]
Tentativo sopra Pistoja. Trattato con questa città [69]
Alleanza de' Visconti con tutti i tiranni [70]
Benedetto Monaldeschi si fa signore d'Orvieto [70]
E Giovanni Cantuccio de' Gabrielli di Agobbio [71]
Giovanni Visconti di Oleggio entra in Toscana con l'armata milanese [73]
Dichiarazione d'Oleggio ai Fiorentini [75]
Questi mandano tutti i loro soldati a Prato e Pistoja [77]
La campagna di Firenze guastata dall'Oleggio [77]
Entra in Mugello ed assedia Scarperia [78]
I Fiorentini cercano d'intercettare le vittovaglie all'Oleggio [79]
Un Visdomini ed un Medici entrano in Scarperia [83]
Primo assalto dato a Scarperia la prima domenica di ottobre [83]
Secondo assalto vergognosamente respinto [83]
Scarperia inutilmente attaccata colla scalata [84]
1351 Oleggio leva l'assedio dopo sessantun giorni, ed esce dalla Toscana [86]
Alleanza delle quattro comuni guelfe, Firenze, Perugia, Siena ed Arezzo [86]
1350 Il re d'Ungheria rientra nel regno di Napoli, ed assedia Aversa [87]
La regina Giovanna domanda la pace ed ottiene una tregua [88]
Il giudizio della regina deferito alla corte d'Avignone [88]
1351 La regina assolta dalla complicità nella morte del marito [90]
Clemente VI riconosce Luigi di Taranto come re di Napoli [91]
Gli ambasciatori d'Ungheria rinunciano ai compensi convenuti a favore del loro sovrano [92]
Capitolo XL. Commercio e colonie degl'Italiani in Levante. — Guerra de' Genovesi coi Greci. — Coi Veneziani. — Battaglia del Bosforo. 1348-1352 [93]
Rivalità delle due repubbliche marittime Genova e Venezia [94]
Marina de' Catalani [94]
Dei Siciliani e dei Napolitani [95]
Dei Greci, de' Pisani, de' Francesi e degl'Inglesi [97]
Tutto il commercio del mondo facevasi sul Mediterraneo [97]
Commercio del mar Nero colla Russia [98]
Caffa, colonia de' Genovesi in Crimea, e la Tana presso Asow [99]
Commercio di Sinope coi Turchi dell'Asia Minore [101]
Commercio di Trebisonda cogli Armeni [102]
Commercio delle Indie per mezzo dell'Armenia, e della Battriana [103]
Per mezzo del golfo Persico e dell'Eufrate; nel mar Rosso e nell'Egitto [103]
Costantinopoli centro del commercio del mondo [104]
Colonia de' Veneziani a Costantinopoli [104]
Colonia de' Genovesi a Pera o Galata [105]
La rivalità tra gl'imperatori Latini e Greci era cessata [106]
Guerre civili de' Greci durante il regno dei due Andronici [107]
Guerre civili di Cantacuzèno; i Turchi passano in Europa [108]
Pace del 1347 tra gl'imperatori rivali; povertà dell'impero [108]
Rottura di Cantacuzèno coi Genovesi [110]
1348 I Genovesi fortificano Pera a dispetto dell'imperatore e cominciano le ostilità [110]
I Greci si sottomettono ai rigori di un assedio [113]
1348 Cantacuzèno intraprende il blocco di Pera [114]
1349 I Greci armano una flotta, e la mandano all'isola del Principe [115]
La flotta greca, abbandonata dai suoi marinaj, è presa dai Genovesi [116]
Terrore panico de' Greci che guardavano le mura [117]
Moderazione de' Genovesi. Trattato di pace [117]
Guerra nella piccola Tartaria tra i Latini ed i Tartari [118]
1350 I Genovesi rompono ogni commercio coi Tartari [119]
I Veneziani tornano alla Tana e battono i Genovesi, che loro volevano precludere il cammino [120]
Offrono la loro alleanza all'imperatore greco ed è rifiutata [122]
1351 Paganino Doria blocca una flotta Veneziana a Negroponte [124]
I Veneziani cercano l'alleanza di Pietro IV d'Arragona [125]
3 agosto. Il re d'Arragona dichiara la guerra ai Genovesi [126]
I Greci si dichiarano a favore de' Veneziani [126]
Niccolò Pisani libera la flotta bloccata a Negroponte [128]
Pisani e Doria svernano nei mari della Grecia [130]
1352 13 febbrajo. Battaglia del Bosforo tra i due ammiragli [131]
Si prosiegue durante la burrasca e la notte [133]
Orribile notte passata dalle due flotte nella baja di san Foca [133]
La perdita de' Veneziani supera quella de' Genovesi [134]
Niccolò Pisani abbandona i mari della Grecia [136]
6 maggio. Paganino Doria sforza Cantacuzèno a fare la pace [136]
Capitolo XLI. Disfatta de' Genovesi alla Lojera: essi si danno all'arcivescovo di Milano. — Disfatta de' Veneziani a Portolongo. — Pace di Venezia. — Tripoli preso dai Genovesi. — Congiura del doge Marin Falieri. — Introduzione delle lettere greche in Italia. 1352-1355 [138]
1352 Morte di Clemente VI il 5 dicembre, cui succede Innocenzo VI [139]
I Genovesi cercano l'alleanza di Luigi d'Ungheria, e gli promettono la Dalmazia veneziana [139]
1353 Antonio Grimaldi nominato ammiraglio della flotta genovese [141]
Va in traccia de' Veneziani uniti ai Catalani alla Lojera, in Sardegna [142]
Superiorità delle forze della flotta veneziana di Pisani [142]
1353 29 agosto. Battaglia della Lojera perduta dai Genovesi [143]
Attacco infruttuoso de' Catalani in Sardegna dopo questa vittoria [145]
10 ottobre. I Genovesi abbattuti dalla loro disfatta si danno a Giovanni Visconti arcivescovo di Milano [147]
Il Visconti cerca di fare la pace con Venezia; ma vengono rifiutate le sue offerte [148]
1354 Paganino Doria entra nel golfo e minaccia Venezia [149]
Va in traccia del Pisani che si è chiuso nel golfo della Sapienza [150]
3 novembre. Attacca e distrugge tutta la flotta veneziana [151]
1355 Un Genovese fa trionfare in Costantinopoli il partito di Giovanni Paleologo [152]
Cantacuzèno rinuncia l'impero e si fa monaco [153]
I Veneziani chiedono la pace; viene sottoscritta il 28 settembre [154]
Tentativo di Filippo Doria sopra Tripoli [155]
Rivoluzioni ne' regni di Tunisi e di Tripoli [155]
I Genovesi sorprendono Tripoli e la saccheggiano [156]
Il senato di Genova punisce il suo ammiraglio e la sua flotta per tale tradimento [157]
1354 Marin Falieri succede l'11 settembre al doge Andrea Dandolo [159]
1356 Marin Falieri insultato da Michele Steno [160]
Risentimento del doge; cerca d'armare i malcontenti per vendicarsi [161]
Congiura di Marino Falieri; deve scoppiare il 15 aprile [162]
Ella è rivelata la vigilia al consiglio dei dieci [163]
Il doge ed i principali congiurati vengono arrestati [164]
17 aprile. Viene tagliata la testa al doge sulla grande scala del suo palazzo [165]
1340-1364 I Greci cominciano ad imparare le lettere latine [166]
Gl'Italiani si attaccano con ardore alle lettere greche [167]
Prime traduzioni dal greco nel XII e XIII secolo [169]
Erudizione ed entusiasmo per gli antichi in Costantinopoli [169]
Il monaco Barlaamo; prime lezioni che dà al Petrarca [172]
Giovanni Boccaccio; suo zelo per le lettere, suo sapere [173]
Ambasciate a lui affidate [174]
La repubblica fiorentina lo manda per fare alcune offerte al Petrarca [174]
Dotte opere del Boccaccio dimenticate; suoi romanzi e sue novelle [177]
1364 Ardore con cui studia il greco [178]
Leonzio Pilato, dotto greco, condotto da Boccaccio a Firenze [179]
Prima cattedra di lingua greca fondata dalla repubblica fiorentina [179]
Capitolo XLII. L'Italia immagine della Grecia. — Suoi tiranni. — Intraprese di Giovanni Visconti arcivescovo di Milano. — Grande compagnia del cavaliere di Moriale. — Il cardinale Albornoz intraprende la conquista del patrimonio della Chiesa. — Morte di Cola da Rienzo. 1351-1354 [182]
Rassomiglianza fisica tra l'Italia e la Grecia [182]
Tra il carattere degl'Italiani e de' Greci [183]
Il genio degl'Italiani soffocato dall'erudizione e dall'uso del latino [185]
Le arti sono meno trattenute dall'imitazione di quel che lo siano le lettere [186]
Rassomiglianza de' governi del XIV secolo in Italia e del secolo di Pericle [188]
Carattere ed ambizione della casa Visconti [189]
Le case di Savoja e di Monferrato [191]
1352 Guerra civile nella casa d'Este [192]
1354 Congiura nella casa della Scala [193]
1355 Congiura nella casa de' Carrara [195]
1362 Congiura nella casa de' Gonzaga [196]
Non rimangono che le repubbliche di Venezia, Pisa, Firenze, Siena e Perugia [197]
1351 Congiura dei Brandagli d'Arezzo eccitata dall'arcivescovo di Milano [198]
Trattato dell'arcivescovo con Clemente VI [199]
1352 5 maggio. Il papa riconcilia l'arcivescovo e la Chiesa, e gli cede Bologna [199]
Le repubbliche toscane entrano in negoziati coll'imperatore Carlo IV [200]
L'arcivescovo le fa attaccare su tutte le frontiere [203]
5 dicembre. Morte di Clemente VI; gli succede Innocenzo VI [203]
1353 Pace di Sarzana, del 1 aprile, tra il Visconti, e le città guelfe [204]
Compagnia di ventura formata da fra Moriale d'Albarno [205]
Guasta in novembre il territorio di Rimini [206]
Invano il Malatesti implora soccorso dalle repubbliche guelfe [207]
1354 Perugia ed in appresso Siena trattano con Moriale ed abbandonano i Fiorentini [209]
I Fiorentini ed i Pisani sono forzati di liberarsi col danaro dai danni della compagnia [210]
1354 Moriale affida la compagnia al conte Lando e va a Roma [211]
29 agosto. Il tribuno Cola da Rienzo lo condanna, come assassino, a perdere la testa [212]
1347-1354 Vicende di Cola da Rienzo dopo la sua fuga dal Campidoglio [213]
1353 Il cardinale Albornoz mandato da Innocenzo VI in Italia con Cola [214]
Rivoluzioni a Roma dopo la fuga di Cola da Rienzo [217]
Cola da Rienzo desiderato dai Romani [219]
1354 Il prefetto di Vico, signore di Viterbo e d'Orvieto, attaccato da Albornoz [221]
Si sottomette al legato e rende la libertà a queste città [222]
Il legato crea Cola senatore e lo manda a Roma [223]
Cola prende danaro a prestito dai due fratelli di Moriale [223]
Cola disgusta i Romani [224]
8 ottobre. Sedizione contro di lui; viene attaccato nel Campidoglio [225]
Tenta di fuggire sotto mentite vesti [226]
Viene riconosciuto ed ucciso [227]
Capitolo XLIII. Morte dell'arcivescovo Visconti. — Carlo IV in Italia. — Tratta con Firenze; distrugge a Siena il governo dei nove ed a Pisa quello dei Bergolini. — Si ritira vergognosamente. — Anarchia della Sicilia e di Napoli. — Conquista d'Albornoz; discordia tra i Visconti. 1354-1355 [229]
1353 La pace dell'arcivescovo Visconti assicurata dalle intraprese di Albornoz [229]
I signori di Mantova, Verona, Ferrara e Padova esposti ai suoi intrighi [230]
Dicembre. I Veneziani persuadono questi signori ad unirsi tra di loro ed a chiamare Carlo IV in loro soccorso [231]
Carattere intrigante ed avido di Carlo IV [232]
Egli ottiene dal papa la promessa di essere coronato a Roma [233]
1354 Scoppia la guerra in Lombardia. La grande compagnia entra in servigio degli alleati [233]
5 ottobre. Inaspettata morte di Giovanni Visconti, arcivescovo di Milano [234]
Divisione de' suoi stati fra i suoi tre nipoti, Matteo, Barnabò, Galeazzo [235]
14 ottobre. Carlo IV entra in Italia senza armata [236]
1354 Si fa mediatore d'una tregua tra gli alleati ed i Visconti [237]
1355 6 gennajo. Viene coronato a Milano nella basilica di sant'Ambrogio [238]
Passa in Toscana con piccolo accompagnamento; inquietudine de' Fiorentini [238]
Durante il suo soggiorno a Pisa (18 gennajo al 22 marzo) si aduna un'armata presso di lui [239]
Prove d'affezione che gli danno i Lucchesi [242]
Carlo, impegnato coi Pisani, non può dare a Lucca la libertà [243]
Stato delle fazioni pisane; i Gambacorti alla testa del governo [244]
Sedizione eccitata dai Raspanti; nuovo trattato coll'imperatore [245]
Gli si presentano gli ambasciatori di Siena e di Firenze [247]
L'ordine dei nove di Siena dà all'imperatore l'illimitata signoria della repubblica [249]
Movimento di tutti i Ghibellini toscani contro Firenze [249]
Trattato dei Fiorentini coll'imperatore [250]
Il popolo di Firenze viene a stento persuaso di ratificare questo trattato [252]
1355 L'imperatore va a Siena. Oligarchia dei nove [253]
Odio del popolo contro i nove, e perfidia di quest'ordine [255]
23 marzo. Sedizione in Siena contro i nove, quando vi giugne l'imperatore [255]
I nove perseguitati dal popolo; loro palazzo aperto a Carlo IV [256]
L'imperatore passa a Roma, e vi è coronato il 5 aprile [258]
19 aprile. Di ritorno a Siena trova escluso a perpetuità dal governo l'ordine dei nove [260]
Istituzione di una nuova oligarchia. I dodici [260]
Carlo nomina suo fratello, il patriarca d'Aquilea, signore di Siena [261]
Questi viene scacciato dal popolo [261]
L'imperatore corona in Pisa coll'alloro poetico Zanobio Strata [263]
I Lucchesi sollecitano l'imperatore a rendere loro la libertà [263]
Sedizione a Pisa contro l'imperatore. I Bergolini imprigionati [265]
Sedizione a Lucca contro i Pisani [266]
Zelo de' Pisani per difendere Lucca; i Lucchesi sottomessi [268]
1355 26 maggio. L'imperatore fa tagliare il capo ai Gambacorti [269]
Carlo ritorna in Germania [270]
Guerre civili nel regno di Sicilia [272]
Anarchia nel regno di Napoli; debolezza del re Luigi [273]
La grande compagnia guasta lo stato di Ravenna [274]
Guasta in seguito gli Abruzzi e la Puglia [276]
S'avvicina a Napoli senza trovare ostacoli [277]
Continuazione delle conquiste di Albornoz [278]
Gentile da Mogliano, signore di Fermo, riconciliato colla Chiesa [279]
Lega formata da Malatesti per difendersi contro il legato [281]
Malatesti obbligato a sottomettersi. Gentile da Mogliano spogliato [282]
Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, si ostina a difendersi, benchè solo [283]
Giovanni Visconti di Oleggio luogotenente dei signori di Milano a Bologna [284]
I Visconti vogliono privarlo del governo [285]
Cospirazione d'Oleggio per rendersi indipendente [286]
1355 Il 17 aprile si fa proclamare signore di Bologna [288]
Matteo, il primogenito Visconti, avvelenato da' suoi fratelli [290]
Capitolo XLIV. La Dalmazia tolta ai Veneziani dagli Ungari. — Guerra de' principi lombardi contro i Visconti. — Fra Giacomo de' Bussolari a Pavia. 1356-1359 [292]
Influenza del re Luigi d'Ungheria sull'Italia [292]
Gli Ungari giunti sotto questo principe alla più alta potenza feudale [293]
Carattere intraprendente ed incostante di Luigi [294]
Attaccamento di Zara e della Dalmazia al re d'Ungheria [295]
1356 Luigi attacca i Veneziani per conquistare la Dalmazia [296]
Numerose armate degli Ungari [298]
Cavalleria leggiera ed armatura degli Ungari [298]
Loro maniera di guerreggiare e di nudrirsi [299]
Quaranta mila Ungari entrano nella Marca Trivigiana [300]
Luigi intraprende l'assedio, poi il blocco di Treviso [301]
Dopo un mese si ritira a precipizio [302]
Continua la guerra con corpi di cavalleria che si succedono gli uni gli altri [303]
1356 La signoria gli fa invano proposizioni di pace [304]
1357 Gli Ungari si rendono padroni di Zara, 25 dicembre [305]
1358 Pace tra gli Ungari e Venezia, di cui ne detta Luigi le condizioni [306]
1355-1358 Guerra de' piccoli principi lombardi contro i Visconti [308]
1355 Giovanni Paleologo, marchese di Monferrato, dichiara la guerra ai Visconti [309]
I marchesi Beccaria di Pavia si uniscono al marchese di Monferrato [310]
1356 Maggio. I Visconti assediano Pavia [311]
Fra Giacomo de' Bussolari, predicatore di Pavia [312]
27 maggio. Eccita i suoi uditori a vendicare la patria, e fa levare l'assedio ai Milanesi [313]
La grande compagnia assoldata dai nemici dei Visconti [316]
Il Vescovo d'Augusta, vicario imperiale, l'accompagna [317]
I soldati dei Visconti non vogliono combattere contro la grande compagnia [318]
Questa dal canto suo non vuole spingere la guerra con vigore [319]
13 novembre. Il vecchio Lodrisio Visconti determina l'armata milanese a combattere, e rompe la grande compagnia [320]
1356 15. I Genovesi scacciano la guarnigione dei Visconti, e si rimettono in libertà [322]
1357 Fra Giacomo de' Bussolari predica a Pavia contro la tirannide [323]
Gelosia dei Beccaria che vogliono farlo assassinare [323]
Bussolari ritorna co' suoi sermoni l'esistenza alla repubblica di Pavia [324]
I Beccaria ricercano l'alleanza dei Visconti e sono cacciati da Pavia [325]
Corrispondenza di Petrarca col Bussolari [326]
Continui tradimenti delle truppe mercenarie [328]
1358 Maggio. I Visconti fanno la pace coi signori di Lombardia [329]
Ricominciano l'assedio di Pavia [330]
Sforzi del Bussolari per difendere questa città [332]
1359 I contadini del territorio di Pavia prendono la parte dei Visconti [332]
Bussolari tratta coi Visconti senza nulla chiedere per sè [333]
Pavia apre le porte. Bussolari termina i suoi giorni in una prigione [335]
Orrendi supplicj inflitti dai Visconti ai loro nemici [335]
Capitolo XLV. Affari della Toscana. — Rivalità tra Firenze e Pisa; guerra di Siena e di Perugia. — I Fiorentini respingono la grande compagnia. — Sommissione della Romagna alla Chiesa. 1356-1359 [337]
1356 Morte del vecchio Pietro Saccone, che cerca di approfittare della sua agonia per sorprendere i suoi nemici [337]
Animosità dei Pisani contro i Guelfi ed i Fiorentini [339]
Eccitano alcuni avventurieri a sorprendere qualche fortezza de' Fiorentini [340]
Attentano nel loro porto all'esenzione dei Fiorentini [341]
I Fiorentini trasportano il loro commercio a Siena e Telamone [342]
1357 I Raspanti di Pisa vogliono provocare i Fiorentini alla guerra [344]
I Fiorentini non si lasciano illudere e conservano la pace [345]
Grandezza ed ambizione dei Perugini [346]
Dicembre. Attaccano all'impensata il signore di Cortona [347]
1358 Febbrajo. Siena soccorre il signore di Cortona [348]
10 aprile. I Sienesi disfatti a Torrita dai Perugini [349]
I Sienesi chiamano in Toscana la grande compagnia del conte Lando [350]
La compagnia chiede il passo ai Fiorentini, che lo rifiutano [351]
1358 Sceglie un cammino attraverso le montagne, ove si avanza incautamente [352]
Il 24 luglio. La compagnia rotta dai montanari alla Scalella [353]
L'avanguardia si salva e torna in Romagna [355]
Rinforzi che riceve la compagnia, e suoi progetti di vendetta [356]
I Fiorentini mediatori della pace tra Perugia e Siena [357]
Semi di discordia a Firenze; il divieto [358]
Gli antichi Guelfi si lagnano che il governo passa in mano ai Ghibellini [359]
Legge emanata per allontanare i Ghibellini dagl'impieghi; l'ammonizione [360]
Grande numero di paci in tutta l'Europa [362]
La sola Romagna non vi è compresa; conquiste d'Albornoz [363]
1356 Gli abitanti di Forlì pregano inutilmente Francesco degli Ordelaffi a sottomettersi al legato [364]
1357 L'Ordelaffi affida la difesa di Cesena a sua moglie Marzia degli Ubaldini [365]
Indomabile coraggio di Marzia, che si difende d'uno in altro trinceramento [366]
1357 Suo padre la prega invano ad arrendersi [368]
L'ultima torre della cittadella in cui è chiusa, trovandosi minata, viene da' suoi soldati costretta ad arrendersi il 21 di giugno [369]
Un nuovo legato dato per successore ad Albornoz [370]
1358 La grande compagnia libera Forlì dall'assedio [370]
Dicembre. Albornoz rimandato in Romagna in qualità di legato [372]
1359 Febbrajo. Albornoz allontana col danaro la grande compagnia [373]
I Fiorentini determinati di far testa soli alla compagnia [374]
Maggio. La compagnia entra in Toscana per lo stato di Perugia [376]
Vuole spaventare i Fiorentini e ridurli a negoziare [377]
Pandolfo Malatesti, generale dei Fiorentini, si avanza contro la compagnia [379]
La compagnia gira intorno al territorio fiorentino [380]
12 luglio. Manda il guanto della sfida a Pandolfo Malatesti [381]
23 luglio. Ella fugge dal Campo alle mosche [382]
I Fiorentini soccorrono contro di lei Barnabò Visconti [384]
4 luglio. Francesco degli Ordelaffi cede Forlì al legato [385]
Capitolo XLVI. Bologna sottomessa alla Chiesa; guerra dei Visconti col papa. — Conquiste delle repubbliche sopra la nobiltà immediata. — Congiure a Firenze, Pisa e Perugia. 1359-1361 [387]
1307-1359 Decadimento di Bologna sotto diversi tiranni [387]
Abilità di Giovanni d'Oleggio signore di Bologna [388]
Sue alleanze [389]
Sue truppe guadagnate dai Visconti [390]
1360 Viene attaccato all'impensata [391]
Albornoz tratta con Oleggio per l'acquisto di Bologna [392]
Bologna ceduta il 31 marzo alla Chiesa. Oleggio si ritira a Fermo [393]
Barnabò Visconti fa la guerra alla Chiesa per riconquistare Bologna [395]
Il papa chiede soccorsi al re di Ungaria ed ai Fiorentini [397]
I Milanesi respinti dagli Ungari [398]
1361 Una nuova armata milanese attacca Bologna [401]
Cospirazione dei Malatesti per sorprendere i Milanesi [402]
20 luglio. I Milanesi disfatti sulla Savenna [405]
1360 Ottobre. Giovan Galeazzo Visconti sposa Isabella di Valois [407]
Stato deplorabile della Francia [408]
Alcune compagnie d'avventurieri saccheggiano la Provenza [409]
1360 La compagnia inglese chiamata dalla Provenza in Italia dal Marchese di Monferrato [410]
Porta seco la peste in Lombardia [410]
1359-1361 I Fiorentini tolgono molti castelli ai Tarlati [412]
Prendono e puniscono il conte Tano Alberti [414]
Acquistano varj castelli dagli Ubaldini e dagli Ubertini [415]
Decadimento del commercio di Pisa [417]
1360 Congiura di Federigo del Mugnajo contro i Raspanti [418]
Malcontento del popolo di Firenze [419]
Congiura di Bartolomeo de' Medici [420]
Viene scoperta, e puniti i congiurati [423]
1361 Congiura a Perugia di Tribaldino de' Manfredini [424]
Viene scoperta, e mandati i capi al supplicio [426]
Capitolo XLVII. Volterra sottomessa ai Fiorentini; guerra tra Pisa e Firenze; seconda peste in Toscana; trame de' Malatesti contro la repubblica fiorentina. — Giovanni Agnello occupa la signoria di Pisa ed assume il titolo di doge. 1361-1364 [427]
Situazione di Volterra e sua antica grandezza [427]
1361 Bocchino de' Belfredotti, tiranno di Volterra, vuole vendere la città ai Pisani [428]
1361 I Fiorentini occupano Volterra il 10 ottobre [429]
Vicendevoli offese de' Fiorentini e de' Pisani [429]
1362 I Fiorentini dichiarano la guerra ai Pisani in occasione di Pietrabuona [431]
Scorrerie nel territorio di Pisa di Bonifacio Lupo e di Ridolfo da Varano [433]
Indisciplina de' soldati fiorentini; compagnia del cappelletto [434]
I Fiorentini attaccano ancora i Pisani per mare [435]
1363 I Pisani chiedono soccorso a Barnabò Visconti [437]
1361-1363 Guerra di Barnabò contro la Chiesa e contro il marchese di Monferrato [439]
1363 Barnabò persuade la compagnia inglese a prendere soldo dai Pisani [440]
7 maggio. Vittoria di Pietro Farnese, generale fiorentino sui Pisani [440]
La peste si manifesta in Firenze e rapisce Matteo Villani lo storico [442]
1361-1363 18 luglio. La compagnia inglese giugne a Pisa [444]
Guasta il territorio fiorentino ed insulta la capitale [445]
I Fiorentini danno il comando della loro armata a Pandolfo Malatesti [446]
1361-1363 Malatesti vuole indebolire i Fiorentini per occupare la tirannide [446]
Cerca che siano battute le milizie fiorentine. Viene licenziato [447]
Campagna d'inverno degl'Inglesi, loro modo di combattere [450]
1364 [3] marzo. La pace conchiusa in Lombardia tra i Visconti e la Chiesa [452]
Barnabò manda ai Pisani la compagnia di Anichino Bongarten [453]
Apparecchi de' Fiorentini per difendersi [454]
Giovanni Hawkwood e Bongarten attaccano le porte di Firenze [456]
Le truppe ausiliarie de' Pisani gli abbandonano [457]
I Pisani battuti a Cascina da Galeotto Malatesti [460]
Congresso per la pace a Pescia [461]
Giovanni Agnello aspira alla signoria di Pisa [463]
1364 Agnello inganna i magistrati di Pisa che vanno a visitare la sua casa [464]
S'impadronisce della signoria e prende il titolo di doge [466]
17 agosto. La pace segnata a Pescia tra le due repubbliche [468]

Fine della Tavola.