CAPITOLO XLVI.

Bologna sottomessa alla Chiesa; guerra dei Visconti col papa. — Conquiste delle repubbliche sopra la nobiltà immediata. — Congiure a Firenze, a Pisa, a Bologna ed a Perugia.

1359 = 1361.

In tutto il tredicesimo secolo e ne' primi anni del quattordicesimo, la città di Bologna contavasi tra le più potenti repubbliche d'Italia. La sua ricchezza, il commercio, la numerosa popolazione ed il fiorente stato della sua università, la facevano rispettare dai suoi vicini, e temere dai suoi nemici. Ma quando nel 1337 Bologna venne in potere della casa de' Pepoli, cadde in uno stato di languore, di debolezza, di miseria, che andò sempre peggiorando nelle susseguenti rivoluzioni. Il dominio de' Visconti era stato più oppressivo di quello de' Pepoli, e la tirannide di Giovanni d'Oleggio ancora più pesante che quella de' Visconti. Eppure Oleggio aveva fama di essere uno de' più accorti politici del suo secolo, ed era risguardato qual uomo che in sè riuniva tutte le qualità proprie a far prosperare un tiranno. Erasi egli proposto di farsi temere dai cittadini ed amare dai soldati, ed aveva perciò sagrificati i primi agli ultimi, i deboli ai potenti. La sua vigilanza non era mai stata sorpresa, sebbene dovesse guardarsi dai Visconti, i più perfidi signori d'Italia, i quali profondevano il danaro per comperar traditori, facendo contro di lui nascere cospirazioni ad ogni istante. Ma Oleggio aveva sventate tutte le loro trame, e mentre aveva puniti coi più atroci supplicj i Bolognesi, suoi sudditi, aveva talvolta perdonato ai soldati complici delle medesime congiure con una generosità cavalleresca. Così mostrossi clemente verso uno dei figliuoli di Castruccio che l'aveva tradito, e questa affettata clemenza gli aveva guadagnato l'amore de' suoi soldati. Rispetto al popolo, poco temeva il suo odio; egli tenevalo disarmato, e confortavasi delle sue maledizioni, poichè lo vedeva ubbidiente.

Con non minore destrezza aveva l'Oleggio diretta la sua esterna politica. Quando la cura della sua difesa, rinforzata dall'ambizione, lo aveva consigliato ad usurpare la signoria di Bologna, egli era entrato nella lega de' principi lombardi contro i Visconti, di cui aveva in allora scosso il giogo; aveva presa una parte attiva nella guerra, e col suo zelo pei comuni interessi erasi meritata la stima degli alleati. Nella pace del 1358, fatta tra la lega ed i signori di Milano, Oleggio era stato riconosciuto da questi quale sovrano indipendente, onde aveva cercato di ravvicinarsi ad una famiglia cui apparteneva. Nè solo aveva fedelmente osservati i trattati coi Visconti, ma loro aveva recentemente spediti sei cento corazzieri, di cui si valsero utilmente contro il marchese di Monferrato. D'altra parte aveva l'Oleggio assecondato il legato Egidio Albornoz nella sua spedizione di Romagna, gli aveva somministrati soldati, ed in appresso erasi fatto mediatore del suo trattato coi signori di Faenza e di Forlì. Per ultimo egli aveva resi i più importanti servigi al conte Lando, che, come capo della grande compagnia, non era al certo il più debole de' suoi alleati. Aveva, dopo la rotta di Scalella, strappato questo capitano dalle mani degli Alpigiani, l'aveva fatto guarire dalle sue ferite ed ajutato ad adunare di nuovo la sua truppa. Oleggio era in pace, era alleato con tutti i suoi vicini; ma veruna fede, veruna promessa, veruna riconoscenza lega i tiranni; e quando il signore di Bologna fu improvvisamente attaccato, niuno di coloro ch'egli si era obbligato co' suoi beneficj, si mosse per soccorrerlo.

I Visconti erano riusciti in ottobre a sedurre il conte Lando, e poco dopo Anichino Bongarten, i quali con tutta la compagnia di ventura abbandonarono le insegne del marchese di Monferrato per prendere servigio sotto i signori di Milano. Quasi tutta l'armata del nemico era passata nel loro campo, dove, oltre le proprie truppe, trovavansi mille corazzieri mandati in loro ajuto dai Fiorentini e seicento dal signore di Bologna. Essi non avevano più nulla a temere dai loro nemici, e questo sembrò loro il più propizio istante di schiacciare un alleato con un atto di perfidia. Ridussero i sei cento cavalieri, mandati dall'Oleggio, ad abbandonare il proprio padrone, ed a prestar loro giuramento di fedeltà. Questa diserzione, che in pari tempo indeboliva il signore di Bologna, e rendeva essi medesimi più forti, fu comperata a prezzo d'oro. Tosto che l'ebbero ottenuta, dichiararono la guerra a Giovanni d'Oleggio, ed in dicembre fecero invadere il suo territorio da Francesco d'Este cugino ribelle del signore di Ferrara[503]. L'armata che comandava questo generale era composta di tre mila corazze, di mille cinquecento Ungari, di quattro mila fanti e di mille arcieri. Oleggio chiese invano soccorso a tutti i suoi alleati; il solo legato gli mandò quattrocento cavalli, meno pel suo vantaggio, che per avere opportunità di colorire i progetti ch'egli di già formava sopra Bologna. Questa truppa non bastando per tenere la campagna, Oleggio si afforzò nella sua capitale, e si dispose a sostenere un assedio[504]. Nello stesso tempo ritirò da ogni castello gli uomini di cui credeva non doversi fidare, e chiese ostaggi agli abitanti per obbligarli a difendersi vigorosamente.

In fatti Francesco d'Este cominciò l'assedio di alcune fortezze del Bolognese: Crevalcuore gli si arrese il 20 dicembre, ed alla fine di febbrajo del 1360 Castiglione. Oleggio vedeva chiaramente che tutti i suoi castelli gli verrebbero tolti l'un dopo l'altro, se non otteneva esterni soccorsi. Invano sforzavasi d'interessare i Fiorentini nella sua difesa; questi, sebbene temessero la vicinanza dei Visconti, volevano scrupolosamente osservare il trattato di pace che sussisteva tra di loro. Soltanto il legato lo soccorse quanto bastava perchè non cadesse, ma non per liberarlo; ed intanto gli andava insinuando di cedere alla chiesa una signoria che non poteva omai avere fondata speranza di difendere[505].

Per terminare le conquiste progettate dal cardinale Albornoz, la sola Bologna mancava agli stati della chiesa. Finchè il signore di questa città non aveva altri possedimenti, poteva il legato lusingarsi che tosto o tardi giugnerebbe l'istante di ridurla all'ubbidienza della santa chiesa; ma avrebbe dovuto rinunciare ad ogni speranza, se veniva in mano de' Visconti. Il legato voleva dunque approfittare del pericolo in cui trovavasi l'Oleggio per determinarlo a vendergli la sua sovranità, ma nello stesso tempo aveva bisogno dell'assenso del papa e della corte d'Avignone per fare un'intrapresa che poteva essere pericolosa. Albornoz spedì adunque ad Innocenzo VI per impegnarlo a far valere i diritti della chiesa sopra una città compresa, come quelle di Romagna, nelle donazioni degl'imperatori. Questo doppio negoziato coll'Oleggio e col papa non poteva tenersi segreto, e Barnabò Visconti, che n'ebbe avviso, si sforzò di sventarlo. Egli cercò con ricchi doni di guadagnare i suffragi de' cardinali, di modo che questi, divisi tra l'ambizione e l'avarizia, ora davano ora rivocavano l'assenso loro richiesto da Albornoz. Ma il legato, ch'era d'un carattere intraprendente e intrepido, risguardossi come bastantemente autorizzato da questa stessa irresoluzione[506]. Si affrettò ancora più quand'ebbe sentore che Oleggio trattava in pari tempo con Barnabò, onde alla metà di marzo conchiuse col primo un trattato, in virtù del quale Bologna doveva tornare alla chiesa, ed Oleggio ricevere in compenso la città di Fermo ed il suo territorio col titolo di marchese.

Quando in Bologna si rese pubblico questo trattato la gioja fu universale tra i cittadini, che lusingavansi di ricuperare, almeno in parte, l'antica loro libertà sotto il governo della chiesa. Ma non desideravano soltanto di scuotere il giogo d'Oleggio, essi morivano di voglia di vendicarsi delle precedenti sue crudeltà; e siccome tutti i suoi soldati erano passati al soldo del legato, lo avevano di già costretto a rifugiarsi nella fortezza, e cercavano qualche occasione di averlo in mano. Ma l'accorto tiranno trovò modo di fuggire il 31 marzo nel cuore della notte[507]; e dopo avere cinque anni governata Bologna con eccessiva crudeltà, dopo aver fatto scorrere sul palco il sangue di cinquanta de' più rispettati cittadini, e di moltissime persone non qualificate, dopo avere finalmente spogliata la città di tutte le sue ricchezze, cambiò una signoria, ch'era all'istante di perdere, contro una nuova signoria, ove non aveva da temere verun nemico. Colà trasportò tutti i suoi tesori lasciando al legato ed ai Bolognesi il pensiere di continuare soli una guerra che si era contro di lui cominciata[508]. Oleggio morì in Fermo l'otto ottobre del 1366, e a tale epoca solamente questa città tornò sotto il dominio della chiesa[509].

Il legato affidò il governo di Bologna a suo nipote Velasco Fernandez[510] ed a Niccola Farnese, capitano delle truppe della chiesa. Nello stesso tempo minorò le contribuzioni poste dall'Oleggio[511], e ristabilì in Bologna un governo municipale simile a quello che aveva avuto quand'era repubblica. Furono richiamati i fuorusciti, fra i quali i Pepoli, Bentivoglio e Vizzani, che abbandonarono il campo di Barnabò Visconti per ripatriare. Intanto il legato fece avvisare il signore di Milano, che Bologna era tornata in potere della chiesa, sua legittima sovrana, e gl'intimava perciò di richiamare la sua armata da uno stato con cui era in pace. Ma Barnabò, invece di richiamare il suo generale, gli mandò nuovi rinforzi; e le truppe del Visconti guastarono tutto il territorio bolognese[512], portarono la ruina fin presso alle mura di Faenza, tentarono di sorprendere Forlì, occuparono Budrio ed assediarono Cento, mentre una guerra in mezzo agli Appennini tra due rami della famiglia degli Ubaldini chiudeva la strada di Toscana ai Bolognesi ed al legato, ed impediva loro di comunicare col solo paese da cui potessero sperare soccorsi e vittovaglie[513].

Mentre Barnabò Visconti spingeva caldamente la guerra sul territorio di Bologna, agitava co' suoi maneggi la corte d'Avignone, e faceva valere le sue pretese innanzi ad un tribunale ecclesiastico. Il papa aveva, per dodici anni, infeudato Bologna all'arcivescovo Visconti. Su questo fondamento Barnabò domandava il possesso d'un feudo accordato alla sua famiglia. Ma gli si opponeva, ch'egli non aveva mai pagato il tributo convenuto in questa infeudazione, ch'egli aveva riconosciuto due anni prima i diritti dell'Oleggio, e che questi gli aveva tutti ceduti alla chiesa. Barnabò fu alla fine, a stento, condannato da' cardinali, non pochi de' quali erano a lui venduti. Vero è che la corte d'Avignone, dopo avere pronunciata questa sentenza, non pensò ai mezzi di farla eseguire. Invece di levare dal suo tesoro alcuni sussidj da mandarsi al cardinale, sollecitò l'imperatore, i principi di Germania, il re d'Ungheria, i signori di Lombardia, i comuni toscani ad armare a suo favore. Le sue proprie entrate venivano dissipate dai cortigiani, ed il legato non aveva potuto ottenere dalla camera apostolica per le spese della guerra, che centoventi mila fiorini, che furono pagati in tre rate lontane; di modo che quando gli giugnevano questi tardi sussidj, erano di già consumati[514].

Il generale de' Certosini fu l'ambasciatore mandato dal papa ai Fiorentini per ridurli ad abbracciare le sue difese. Cercò invano questo religioso di persuadere alla signoria, che verun trattato obbligava verso un tiranno, un usurpatore o un nemico della chiesa; cercò invano di far sentire ai Fiorentini i pericoli che per l'ingrandimento di Barnabò sovrastavano alla Toscana. La repubblica era determinata di osservare religiosamente gli obblighi che aveva contratti, e la sua politica andava d'accordo colla buona fede; perciocchè era ben facile il prevedere, che la chiesa abbandonerebbe ben tosto chiunque prendesse a difenderla, e lo lascerebbe sostener solo il peso che avrebbe acconsentito di dividere[515].

Durante la state del 1360, i castelli del Bolognese caddero quasi tutti in potere de' Visconti; ed ancora gli abitanti delle città cominciavano a provare le più dure privazioni. Due de' signori di Rimini Galeotto Malatesti, e Malatesti Unghero, eransi incaricati della difesa di Bologna, e comandavano le sortite dei cittadini. Questi, per mantenere la ricuperata libertà, si sottomettevano alla militare disciplina, e riprendevano con piacere le armi. Ma non era che colla spada alla mano, che riuscivano a dividere coi loro nemici i proprj raccolti, ed a far entrare munizioni in città[516].

Tutt'ad un tratto il generale di Barnabò levò il campo il 15 di settembre, ed abbandonò, disordinatamente fuggendo, il territorio ceduto alla chiesa[517]. Egli fuggiva alla vista di un'armata barbara, cui la liberazione di Bologna era stata predicata come oggetto d'una crociata. Albornoz aveva promesso agli Ungari le più ampie indulgenze per chiamarli in Italia; ed in tal modo ne aveva persuasi sette mila a passare in Romagna con settecento corazzieri mandati dal duca d'Austria. Ma questi nuovi crociati usciti dalla più ignorante classe di una nazione da poco ridotta a civiltà, erano uomini senza fede e senza pietà, avidi soltanto di preda, e che, dal momento che giugnevano in un paese pellegrinando, dimenticavano il loro progetto di santificarsi, e si diportavano piuttosto da assassini che da soldati[518].

Gli Ungari, giunti nel Bolognese quando n'era di già uscita l'armata de' Visconti, terminarono il guasto cominciato dai nemici. Saccheggiavano essi i raccolti, e spesso uccidevano i contadini fin presso alle porte della città. All'aspetto di tante crudeltà il legato finse di corrucciarsi col conte Simone della Morta, capo di quest'armata di barbari. Barnabò Visconti, avvisato delle divisioni insorte tra i nemici, licenziò parte delle sue truppe per diminuire in tempo d'inverno le spese del suo stato militare. Il legato l'aveva preveduto, ed in allora si mostrò di subito riconciliato cogli Ungari, accolse tutti i soldati licenziati dal Visconti, e spinse improvvisamente a mezzo novembre tutta la sua armata nel territorio di Parma: Galeotto Malatesti, che la comandava, non incontrò chi gli si opponesse, e fece sul territorio nemico una ricchissima preda[519].

Ma questo piccolo vantaggio non bastava a rimettere in buono stato gli affari del legato. La corte d'Avignone non gli mandava i promessi sussidj, e mancando di danaro era forzato a licenziare le truppe dopo una breve campagna: Barnabò al contrario era ricchissimo onde poteva impiegare nell'impresa di Bologna seicento mila fiorini; e col danaro rimontava subito dopo la disfatta un'armata mercenaria. Albornoz, abbandonato dalla sua corte, le di cui entrate venivano dissipate dalla corruzione e dall'intrigo, ebbe di nuovo ricorso all'assistenza degli stranieri. In primavera del 1361 andò per la seconda volta in Ungaria, ed ottenne dal re Luigi lettere patenti che vietavano a tutti gli Ungari, che militavano in Italia, di portare le armi contro la chiesa[520]. Albornoz non raccolse altro frutto dal suo viaggio, nè furono più felici i suoi deputati presso la signoria di Firenze: quella repubblica fu costante nella presa risoluzione di essere fedele ai suoi trattati con Barnabò; e solamente accordò ai Bolognesi alcune facilitazioni per tirare i loro approvvigionamenti dalla Toscana[521].

Una nuova armata dei Visconti, comandata da Giovanni di Bileggio, cavaliere milanese, guastò in principio dell'estate il Bolognese e gran parte della Romagna; e persuase a ribellarsi alla chiesa Francesco Ordelaffi, cui Barnabò prometteva di rendere la signoria di Forlì[522]. Ma quando le cose del legato parevano quasi disperate, fu salvata Bologna, e rotta l'armata dei Visconti da un raggiro del vecchio Malatesta di Rimini, che come tiranno e come Romagnolo, doveva essere tenuto maestro di perfidia: imperciocchè a tale epoca la malvagia fede degli abitanti della Romagna era in ogni parte d'Italia passata in proverbio[523].

Il vecchio signore di Rimini mandò un suo fidato al generale milanese per proporgli una segreta alleanza. Doveva questo negoziatore dire a Bileggio, che il Malatesti non aveva scordata la guerra fattagli dal legato quando venne in Italia, nè la conquista d'Ancona e di Sinigaglia: che prevedeva altresì che il legato lo spoglierebbe ancora delle altre città tostocchè la guerra di Bologna avesse fine: ch'egli perciò aspettava il propizio istante per iscuotere il giogo; ma che il forte castello d'Arcangelo, che signoreggiava Rimini, e che trovavasi occupato dalle truppe della Chiesa, rendeva la sua ribellione pericolosa. Non pertanto egli aveva saputo, soggiugneva il messo, guadagnare alcuni del castello, e se mille cinquecento cavalli ghibellini si avanzassero verso Rimini per proteggerlo, più non tarderebbe a dichiararsi scopertamente: che suo fratello e suo figlio, che comandavano a Bologna le truppe della Chiesa, le caverebbero fuori sotto pretesto di soccorrere il loro paese: che gli assedianti dovevano approfittare di questo incontro per togliere ai Bolognesi ogni comunicazione colla Toscana, innalzando un ridotto sulla strada di Pianoro. Bologna privata ad un tempo della sua guarnigione, sedotta dai Malatesti, e de' suoi viveri, che più non potrebbero giugnerle dalla Toscana, caderebbe di necessità in mano ai Visconti.

I motivi di Malatesti erano così plausibili, così bene combinato sembrava il suo piano, che Giovanni da Bileggio gli prestò intera fede. Staccò mille cinquecento cavalli per farli avanzare fin presso Rimini, sotto la condotta di Francesco degli Ordelaffi, quello stesso che era stato signore di Forlì, e coll'altra metà dell'armata egli si avanzò sulla strada di Pianoro fino al ponte di san Ruffolo. Colà gettò in mezzo al letto della Savenna i fondamenti di un ridotto, che, se avesse potuto terminarlo, avrebbe infallibilmente chiusa la strada della Toscana.

Galeotto Malatesti, fratello del vecchio signore di Rimini, sortì di Bologna con cinquecento corazzieri e trecento Ungari, facendo le viste di voler tener dietro all'Ordelaffi; ma quando giunse a Faenza, chiamò a sè i corazzieri che vi stavano di guarnigione, e riprese subitamente la strada di Bologna, ed attraversando il territorio imolese, rientrò in Bologna il 19 luglio in sul fare della sera, seco riconducendo varj corpi di truppe, che aveva adunate sulla strada. Suo nipote Malatesti Ungaro, che comandava nella città, fece credere ai cittadini che i soldati che rientravano, erano una guardia avanzata che richiamava entro le mura; ed intanto fece accuratamente guardare le porte, onde veruna spia non potesse avvisare i suoi nemici ch'egli aveva ricevuto così grosso rinforzo.

All'indomani, domenica 20 luglio, il suono della maggior campana chiamò i Bolognesi alle armi. Quattro mila di loro sortirono contro al nemico sotto il comando del podestà e dei due Malatesti, ed occuparono in silenzio le due rive della Savenna, prima che l'armata de' Visconti avesse sentore del loro avvicinamento. Tutt'ad un tratto mostraronsi da ogni banda coi corazzieri e gli Ungari, che Giovanni da Bileggio credeva in fondo alla Romagna, ed avendo per loro il vantaggio del terreno, attaccarono furiosamente i Milanesi chiusi nel letto del fiume. Questi per altro si difesero valorosamente; ma circa cinquecento di loro furono uccisi nel luogo medesimo in cui facevasi il ridotto, più di altri cinquecento perirono nel volere aprirsi un passaggio attraverso ai nemici, mille trecento corazzieri furono fatti prigionieri, tra i quali Giovanni da Bileggio e molti signori degli Ubaldini; in fine quasi non si salvarono altri di quest'armata che trecento corazzieri, che erano stati staccati per iscortare un convoglio di vittovaglie, e che fuggirono a tempo. Il progetto di Malatesti tendeva a sorprendere nello stesso tempo l'altra metà dell'armata ghibellina, che Francesco degli Ordelaffi aveva condotta in Romagna; ma questi, avvisato della rotta de' suoi alleati si riparò sollecitamente a Lucco, ove si pose al sicuro. Quando la notizia di questa disfatta fu recata a Barnabò Visconti, vestì di nero in segno della sua afflizione; ed i suoi cortigiani temevano in modo la rabbia ch'egli ne aveva concepita, che niuno di loro, per più giorni, non osò avvicinarlo[524].

I due fratelli Visconti nel caldo della loro collera contro la chiesa, cercarono di vendicarsi con istraordinarie contribuzioni poste sul clero de' loro stati. Del resto essi dovevano impiegare ogni mezzo per far danaro, perciocchè le spese loro superavano sempre le loro immense entrate. Essi in qualche parte d'Italia guerreggiavano sempre, comperavano ad ogni prezzo i tradimenti de' generali o de' ministri de' loro nemici, e nello stesso tempo, siccome ambivano d'imparentarsi colle reali case d'Europa, pagavano tali alleanze a peso d'oro. Galeazzo Visconti, il più vano dei due fratelli, aveva saputo approfittare dello stato di miseria in cui una lunga guerra aveva ridotto Giovanni, re di Francia, per comperare da lui sua figliuola Isabella di Valois con un regalo di seicento mila fiorini. Egli l'aveva data in isposa in ottobre del 1360 a suo figliuolo Giovan Galeazzo, che allora non aveva che undici anni[525]. I signori di Milano, malgrado tutta la loro potenza, non avevano ancora verun legittimo titolo sopra gli stati che occupavano. Essi d'ordinario venivano in Italia chiamati tiranni; ed in Francia, sebbene fossero di nobile casato, erano sprezzati, come principi nuovi; onde quel re, affinchè sua figlia avesse almeno un titolo, investì il suo genero della piccola contea di Virtù, lontana sei leghe da Scialona nella Sciampagna. In fatti è col titolo di conte di Virtù che Giovanni Galeazzo, primo duca di Milano, fu chiamato per lo spazio di trentaquattro anni.

Questo matrimonio, che fece arrossire i Francesi per la loro reale famiglia, e che non fu meno cagione di mortificazioni ai Visconti per conto dello stesso prezzo che lo dovettero pagare, venne celebrato con una pompa che esaurì le finanze dello stato. Tutta la nobiltà d'Italia fu invitata alle feste date in tale occasione, come pure tutti gli ambasciatori di tutti i principi e di tutte le città. Contaronsi ne' banchetti fin cento signore e mille cavalieri delle più illustri famiglie; tutti i convitati furono magnificamente regalati, e la corte di Milano cercò con un lusso e con una pompa straordinaria di fare scordare alla nuova sposa i reali onori che aveva perduti[526].

La Francia, che in tal modo vendeva il sangue de' suoi principi, era inallora nel più deplorabile stato in cui siasi giammai trovata quella monarchia. Dall'una all'altra estremità il regno era stato ruinato dalle incursioni degl'Inglesi, dalle eccessive imposte levate per difesa dello stato e per pagare la taglia del re, dai tradimenti del malvagio re di Navarra e dalle guerre civili da lui promosse, dalla ribellione de' contadini, conosciuta sotto il nome di Jacquerie; finalmente, per mettere il colmo alla sua oppressione, il regno trovavasi in tale epoca abbandonato al saccheggio delle grandi compagnie, e travagliato dalla peste. Le prime compagnie si erano formate di soldati francesi ed inglesi, quando la pace di Bretigny aveva fatte licenziare le due armate. Molte di quelle compagnie passarono in Provenza, a cagione che questa parte del regno, più lontana dal teatro della guerra, aveva meno sofferto, ed i vassalli di Giovanna di Napoli e quelli del papa potevano ancora pagare grosse contribuzioni. Una compagnia occupò Ponte santo Spirito otto leghe al disopra di Avignone[527], ed un'altra, detta la compagnia bianca o inglese, si avanzò a due sole leghe da Avignone, sotto pretesto di cacciar via la prima, ma in sostanza per ismugnere danaro dai prelati: una terza, composta di soldati che avevano militato nella guerra che si fecero i conti di Fois e d'Armagnacco, giunse dalle frontiere della Spagna[528]. Tutti gli abitanti di Avignone furono costretti di fare la guardia, e tutta la città si riempì di spavento. Il papa pagò cento mila fiorini alla seconda compagnia, che aveva sei mila cavalli, onde persuaderla a passare in Piemonte ai servigi del marchese di Monferrato; ma quando questa compagnia allontanossi in maggio del 1361, rimasero in Provenza le altre due non meno formidabili, una sulla destra, l'altra sulla sinistra riva del Rodano, ed i Provenzali non furono quasi punto sollevati per l'allontanamento di una[529].

Lusingavasi la compagnia inglese di sottrarsi alla peste passando in Italia, ma ella portava seco i semi della pestilenza. Questo terribile flagello manifestossi in Fiandra nel 1360 con i medesimi sintomi che l'avevano annunciato nel 1348. Di là si stese nel vescovado di Liegi, nella bassa Germania, nella Polonia, nell'Ungheria[530]. In sul cominciare della state del 1361 si spiegò la peste anche in Londra, ove si videro morire fino mille duecento persone in un giorno, ed in pari tempo si sparse in tutta la Francia. In Avignone morirono nove cardinali, settanta prelati ed un infinito numero di abitanti. La compagnia inglese portò la peste in Lombardia; più delle altre città soffrirono Milano, Pavia, Como e Venezia; in seguito furono colpite la Romagna e la Marca; e perfino nelle stesse Alpi, e negli Appennini i castelli degli Ubaldini[531].

I fratelli Visconti non opposero armata alla compagnia inglese, che spediva contro di loro il marchese di Monferrato; si limitarono a far guardare le città murate, ed in appresso non pensarono che a preservare sè medesimi dalla peste. Galeazzo si chiuse nel castello di Monza, e Barnabò in quello di Melegnano. Questo principe non volendo ricevere chicchefosse diede ordine ad una scolta, che stava di guardia sull'alto del campanile, di toccare tante volte la campana quanti uomini vedrebbe avvicinarsi al castello. Un giorno Barnabò, senz'esserne avvisato dal suono della campana, vide giugnere alcuni gentiluomini milanesi, che venivano a fargli la loro corte. Diede subito ordine di punire la scolta della sua negligenza col gettarla giù dalla torre; ma coloro ch'erano saliti per ucciderla, la trovarono morta di peste presso la campana. Estremo fu lo spavento di Barnabò a tale notizia; egli fuggì in una casa destinata alla caccia, posta nel centro delle sue più rimote foreste; a due miglia di distanza tutto all'intorno fece piantare pali e forche, ponendo scritture in ogni luogo, che minacciavano di far appiccare senza remissione chiunque avrebbe l'ardire di avanzarsi oltre la linea[532]. Egli rimase in questa solitudine, senza comunicare con alcuno, finchè cessò la peste; e la sua assoluta reclusione accreditò ben tosto le voci della di lui morte, ch'egli non si curò di smentire.

La peste, che desolava il rimanente dell'Italia, non penetrò in Toscana che l'anno dopo; e le repubbliche di questa contrada prosperavano, quando la guerra de' Visconti colla Chiesa e col marchese di Monferrato desolava le limitrofe province. Durante questo stesso periodo le repubbliche toscane allargarono il loro territorio, comperando feudi dai gentiluomini del vicinato, ed anche forzandoli talvolta a sottomettersi.

I Fiorentini in particolare fecero colle armi o col danaro i più considerabili acquisti. In agosto del 1359 assediarono Bibbiena, ricca borgata, che Pietro Saccone aveva in altri tempi tolta al vescovo ed alla città d'Arezzo, e che al presente era posseduta dai Tarlati suoi figliuoli[533]. I Fiorentini, che conoscevano l'importanza di Bibbiena per la difesa di Val d'Arno superiore, non lasciaronsi smuovere dalla ostinata resistenza degli assediati. Acquistarono i diritti del vescovo e della città d'Arezzo su questo castello[534], ed il 6 gennajo del 1360 l'ottennero per capitolazione. Tre Tarlati e circa quaranta loro soldati furono fatti prigionieri[535].

Marco, figliuolo di Galeotto, signore di san Niccola e di Soci, approfittò di quest'occasione per offrire senza condizioni i suoi due castelli alla repubblica. Era questo il più sicuro mezzo di venderli ad alto prezzo, e gli furono generosamente pagati[536]. Circa lo stesso tempo gli Aretini tolsero ai Tarlati Pieve a santo Stefano, Montecchio e Chiusi[537]; il castello di Serra si diede volontariamente ai Fiorentini, e mentre Pietro Saccone aveva nella lunga sua vita signoreggiati metà degli Appennini, e renduta formidabile a tutta la parte guelfa la sua famiglia, questa quattro anni dopo la di lui morte trovavasi ridotta nel più basso stato[538].

Presso ai feudi dei Tarlati e sulla strada di Firenze a Pietra Mala, il conte Tano, della famiglia Alberti, possedeva i due castelli di Monte Carelli e di Monte Vivagni, ch'erano diventati asili di assassini. Tano erasi alleato all'arcivescovo Visconti, quando questi era in guerra coi Fiorentini, e dopo tale epoca erasi conservato fedele ai signori di Milano, malgrado l'avviso che un giorno gli diede il suo buffone. Essendosi questi gettato entro ad un fosso, che divideva i dominj del conte da quelli della repubblica fiorentina, si fece a gridare all'armi con quanta voce poteva. I Fiorentini, accostumati dalle frequenti vessazioni del conte a correre alle armi al menomo segnale, si adunarono in numero d'oltre cinquecento. Il conte accorse ancor esso e rampognò il buffone d'avere sparso l'allarme in tutto il paese: «Guarda conte, gli rispose il buffone, come alle mie sole grida sonosi ragunati cinquecento uomini del territorio fiorentino, senza che sia venuto in mio ajuto un solo servitore de' signori di Milano; non vedi tu in buona fede, che tu potresti suonare il corno d'Orlando tutto l'anno senza poter far venire da Milano in tuo soccorso cinque uomini[539].» La predizione del buffone si avverò: stanca la repubblica fiorentina di soffrire in Mugello le avarie del conte Tano, dopo aver chiesto ed ottenuto l'assenso de' Visconti, fece assediare i due castelli di Monte Carelli, e di Monte Vivagni, i quali furono presi e riuniti al territorio fiorentino, e il conte Tano trattato qual capo d'assassini perdette la testa sul patibolo.

La famiglia degli Ubaldini, non meno potente di quella dei Tarlati, possedeva vasti feudi negli Appennini; ma di questi tempi s'andava indebolendo con una guerra domestica. Era divisa in due rami, chiamati di Maghinardo e di Susinana, i quali si battevano con accanimento. La repubblica fiorentina, verso la fine del 1360, comperò tutte le giurisdizioni del ramo dei Maghinardo, e le due castella di Monte Gemmoli e di Monte Coloreto pel prezzo di sei mila fiorini. In pari tempo accordò all'illustre famiglia degli Ubaldini il privilegio di rinunciare alla sua nobiltà per entrare nella classe de' cittadini di Firenze, e concorrere ai pubblici impieghi[540]. Lo stesso privilegio era stato l'anno precedente accordato agli Ubertini per compensarli de' servigi resi alla repubblica contro la grande compagnia[541]. Di modo che, quasi nello stesso tempo, le tre grandi famiglie che signoreggiavano gli Appennini, furono ridotte all'ubbidienza della repubblica.

Nello stesso anno i Sienesi sottomisero al loro dominio i conti di santa Fiora, i più grandi feudatarj ghibellini ed indipendenti del suo vicinato[542]. I Pistojesi occuparono il castello della Sambuca[543]: i Perugini molti di quelli de' Tarlati postisi sotto la loro protezione. Ma mentre che le repubbliche toscane s'ingrandivano a spese della nobiltà immediata, furono tutte agitate la volta loro da cospirazioni, e tutte ebbero la fortuna di scoprire a tempo le trame che minacciavano la loro esistenza.

La congiura di Pisa fu la prima a scoppiare. I mercanti e gli artigiani di questa città erano ruinati dall'allontanamento de' Fiorentini, i quali avevano dietro loro tirati a Telamone i più ricchi mercanti stranieri, lasciando il porto di Pisa ed i suoi mercati deserti. I Raspanti, che governavano la repubblica, venivano chiamati autori d'ogni danno che soffriva il commercio: essi, dicevasi, si erano sforzati, per odio che portavano ai Guelfi, di far nascere una guerra tra Firenze e la loro patria, mentre i Bergolini, che governavano prima, avevano rappacificate le due repubbliche. I Gambacorti, capi della precedente amministrazione, erano ancor essi mercadanti, e non avevano sagrificato l'interesse generale ai pregiudizj del partito ghibellino, dal quale cominciavano a staccarsi. Un agente di cambio, detto Federigo del Mugnajo, assicurato che tutti i mercanti di Pisa erano malcontenti, intraprese a riunirli per cacciare i Raspanti, e richiamare i Bergolini. La sua professione lo aveva reso noto a tutti i mercanti, e gli dava frequenti occasioni d'udire le loro lagnanze intorno allo stagnamento del commercio. Egli incoraggiava tali lagnanze, faceva il confronto dell'imprudente animosità dei Raspanti colla savia moderazione de' Gambacorti. Quando vedeva coloro che lo ascoltavano abbastanza irritati, sicchè potesse sperare d'impegnarli a secondarlo, loro esponeva i suoi progetti. I congiurati dovevano occupare la piazza il venerdì santo, 3 aprile 1630, dovevano uccidere i principali capi de' Raspanti, richiamare i Bergolini dall'esilio, e rendere ai Fiorentini le antiche loro esenzioni. Questa trama venne denunciata alla signoria il giovedì santo; onde vennero arrestati diciotto de' principali congiurati, otto de' quali furono condannati alla morte, e dieci banditi, e vedendo i Raspanti che un grandissimo numero di cittadini credevasi compromesso, essi non osarono spingere più in là le loro indagini[544].

Non eranvi quasi meno malcontenti a Firenze che a Pisa; ma per diversa cagione. I Pisani accusavano l'imprevidenza del loro governo, ed i Fiorentini erano forzati di riconoscere la prudenza del proprio, nello stesso tempo che si lagnavano che fosse diventato la proprietà d'una sola classe di cittadini. Le leggi, ch'erano state fatte per rendere le magistrature a tutti accessibili, avevano tutte prodotto un contrario effetto. Il divieto allontanava dagl'impieghi le famiglie più illustri, e l'ammonizione era un'arma in mano alla regnante oligarchia per escludere tutti quelli che loro facevano ombra. In forza dell'ultimo statuto la magistratura di parte guelfa ammoniva coloro, che voleva escludere dagl'impieghi, di averli sospetti di ghibellinismo, e li veniva in tal modo a privare de' loro onorifici diritti. L'incostituzionale oligarchia che così conservava in cotal modo il suo potere non era formata di nobili famiglie, o di antiche, che governassero per una specie di prescrizione, nè di cittadini volontariamente eletti dalla nazione; ma era un'ambiziosa associazione, una fazione, che coll'ajuto di leggi tutte democratiche, aveva ottenuto d'entrare tutta intera nel governo e di potervisi mantenere. Ma questa fazione aveva manifestato nell'amministrazione della repubblica molti talenti, coraggio e virtù. Senza muovere guerra ai Pisani, gli aveva fatti pentire della loro mancanza di fede; aveva fatto rispettare in mare la bandiera d'una potenza, che in verun punto toccava il mare; aveva dato l'esempio a tutti i sovrani d'Europa di rispingere le grandi compagnie colle armi, invece di pagar loro vergognose taglie; aveva finalmente osservati con fedeltà i suoi trattati coi Visconti, sebbene potesse riuscire vantaggioso alla repubblica il romperli, quando il legato della Chiesa le chiedeva che il facesse. Pure tanta gloria non assicurava la fazione regnante dalla gelosia di coloro che ingiustamente aveva allontanati dallo stesso potere. Si posero alla testa de' malcontenti Bartolomeo, figlio d'Alamanno dei Medici, Niccolò del Buono e Domenico Bandini, de' quali gli ultimi due erano stati coll'ammonizione esclusi dagl'impieghi. Questi si unirono ad un intrigante, Uberto degl'Infangati, che sospettavano d'avere di già ordita qualche trama contro lo stato, e lo incaricarono di procurar loro esterni soccorsi. I tre primi congiurati appartenevano all'ordine de' cittadini, ma si legarono con alcuni capi di famiglie nobili, che non erano meno di loro scontenti della fazione dominante; e furono un Rossi, un Frescobaldi, un Gherardini, un Pazzi, un Donati, un Adimari. I congiurati si tenevano sicuri del favore del popolo, e supponevano che per condurre a fine la rivoluzione bastasse l'occupare il palazzo del pubblico; poichè era questo la fortezza del governo e della fazione dominante. Scelsero per l'esecuzione il primo dicembre del 1360, nel qual giorno, dovendo i nuovi priori prendere il posto di que' che uscivano di carica, tutte le guardie del palazzo verrebbero chiamate alla parata. Quattro uomini, scelti dai congiurati, dovevano essere introdotti nella torre del palazzo, ed ottanta de' loro soldati tenersi nascosti nelle camere, dalle quali uscirebbero tutt'ad un tratto per occupare tutte le porte. Uberto degl'Infangati, che si era incaricato di procurare ai congiurati esterni soccorsi, prima di prender parte in questa congiura, aveva trattato con un milanese, detto Bernardolo Rosso, che stava ai servigi di Giovanni di Oleggio, in allora signore di Bologna. Infangati a quell'epoca mirava a dare all'Oleggio la signoria di Firenze; ma l'imprevveduta agressione de' Visconti e la necessità in cui trovossi l'Oleggio di vendere Bologna alla Chiesa, aveva sospesa questa trama. L'Infangati per procurare ai nuovi congiurati una straniera protezione, si addirizzò allo stesso Bernardolo, che, con le truppe del signore di Bologna, era passato al servigio della Chiesa. Bernardolo cercò di mettere a parte della cospirazione il legato Albornoz, come aveva interessato nell'altra il suo precedente padrone; ma il legato, che riponeva ogni sua speranza nell'amicizia de' Fiorentini, rigettò le fattegli proferte, e fece avvisare la signoria di Firenze di tenersi in guardia, poichè gli era noto che tramavasi qualche cosa contro di lei.

Quando Bernardolo vide di non poter giovare all'impresa, scrisse egli stesso alla signoria, offrendole, mediante una ricompensa di venticinque mila fiorini, di manifestare il segreto della congiura denunciata dal legato. Tale offerta venne a notizia di Silvestro de' Medici, ch'era in allora membro di uno degli uffici superiori, ed egli ne diede parte a Bartolomeo suo fratello. Allorchè questi vide che la signoria teneva nelle mani un filo che la condurrebbe a scoprire ogni cosa, confessò al fratello che una immoderata ambizione l'aveva fatto entrare in tale congiura, e gli promise di scoprirgli il segreto, quando fosse sicuro del perdono. Niccolò del Bono e Domenico Bandini furono presi e condannati alla morte, pochi altri de' più colpevoli fuggirono, e vennero condannati come contumaci: ma la signoria, sospese la procedura, risguardò la nota de' congiurati, scritta di proprio pugno dall'Infangati, come calunniosa, onde la fece bruciare senza esaminarla, e con tale prudente dolcezza riconciliò al proprio governo una parte di coloro che le erano sembrati più contrarj[545].

Si pretendeva, in Italia, che le quattro principali repubbliche della Toscana si distinguessero per oppostissimi caratteri. Dicevasi generalmente che i Sienesi erano leggeri ed incostanti, i Pisani avveduti e maligni, feroci e collerici i Perugini, gravi, lenti e costanti i Fiorentini[546]. Questi diversi popoli si regolavano per altro in un modo abbastanza uniforme; il loro governo si rassomigliava, e sembravano agitati dalle medesime passioni; tutti quasi nello stesso tempo trovaronsi esposti a rivoluzioni quasi simili, sebbene quella che scoppiò in Perugia nel 1361 parve avere l'impronta del carattere che attribuivasi al popolo di quella città.

La signoria di Perugia trovavasi tra le mani del second'ordine della cittadinanza e della plebe; l'uomo il più riputato di questa repubblica era Leggieri, figliuolo d'Andreotto de' Michelotti; la fazione dominante di cui era capo aveva come la Pisana il nome di Raspante, e davasi quello di malcontenti ai loro avversarj. Trovavasi alla testa degli ultimi Tribaldino dei Manfredini, che le feroci congiure fecero dai Perugini chiamare il nuovo Catilina. Tribaldino studiavasi d'inasprire il risentimento de' nobili e de' principali cittadini, che il popolo allontanava dagl'impieghi; in seguito si era associati quarantacinque gentiluomini di Perugia, tra i quali venivano particolarmente notati diversi cavalieri delle due illustri famiglie delle Mecche, e di monte Mellino; avevano poi preso parte alla congiura novantaquattro cittadini di ricche famiglie, e più di quattrocento d'inferiore condizione. Ma prima di confidare il segreto a così esteso numero di congiurati, Tribaldino, senza avere ancora un complice, aveva fatti pervenire alla signoria a diverse riprese alcuni falsi indizj per farle cercare una trama che non esisteva; e tali progressive false denuncie avevano disposta la signoria a non farsi più carico degli avvisi che le potessero giugnere intorno alla sua cospirazione.

Tribaldino convenne coi congiurati, che in un determinato giorno, nel principio di ottobre del 1361, alcuni appiccherebbero il fuoco ne' diversi quartieri delle città, altri occuperebbero il palazzo, ed ucciderebbero i priori ed i camerlinghi, ond'era composto il governo, mentre i loro compagni aprirebbero le porte ai contadini, introducendoli in città, e rendendosi per tal modo padroni dei borghesi: nello stesso tempo alcuni uomini, affigliati ai congiurati, dovevano far ribellare tutti i castelli del territorio perugino. Tutto il piano della cospirazione sembrava dettato da una vendetta infernale piuttosto che dall'ambizione d'un cittadino. Dopo un'orribile carnificina de' signori di Perugia, la repubblica sarebbe probabilmente venuta in mano di qualche tiranno: per buona sorte Tinieri da monte Mellino, uno de' congiurati, spaventato da tanti orrori, e lacerato da rimorsi, rivelò ai priori il segreto della congiura. Niccolò delle Mecche e Ceccherello dei Boccoli, furono all'istante imprigionati con quattro de' loro satelliti; tutti gli altri si salvarono colla fuga. Si credette di dover lasciare al popolo il giudizio di una causa di tanta importanza, ed all'indomani il parlamento condannò a morte in contumacia, come traditori e ribelli, quarantacinque tra gentiluomini ed antichi cittadini; novanta altri furono assoggettati ad un'ammenda; i due congiurati ed i loro satelliti, arrestati subito dopo la rivelazione della trama, furono i soli condannati al supplicio[547].