CAPITOLO XLV.

Affari della Toscana. — Rivalità di Firenze e di Pisa; guerra di Perugia. — I Fiorentini respingono la grande compagnia. — Sommissione della Romagna alla Chiesa.

1356 = 1359.

Non erano passati che pochi mesi da che l'imperatore Carlo IV erasi allontanato dalla Toscana, dopo avervi cagionate tante rivoluzioni, quando il capo de' Ghibellini in questa contrada, Pietro Saccone dei Tarlati terminò la sua lunga carriera. Esiliato da Arezzo, ov'era stato lungo tempo signore, Saccone risiedeva nel castello di Pietra Mala, antica fortezza di sua famiglia, posta in su gli Appennini. Colà stando, dirigeva le intraprese di tutti i Ghibellini delle montagne, eccitava tutti i movimenti che vedevansi scoppiare nelle meno potenti città della Toscana, in Arezzo, Cortona, Città di Castello, Borgo san Sepolcro e Chiusi, e stendeva altresì i suoi maneggi nel Mugello e nel Casentino, province che appartenevano a Firenze. Sebbene avesse più volte nelle battaglie dato prova del suo valore, egli aveva ancora maggior nome per i colpi di mano, per la piccola guerra e per l'arte di sorprendere le piazze. Giunto all'età di 96 anni sentì in principio del 1356 d'essere vicino a morte; e leggendo sul volto de' suoi servi la costernazione, fece avvicinare al letto Marco de' Tarlati, suo figliuolo. «Tu vedi, gli disse, che più non si dubita ch'io non sia prossimo al termine di mia vita; ed al certo che la notizia si è già sparsa tra i nostri nemici, e nell'istante in cui il vecchio Saccone prende congedo dal mondo, essi credono di non dovere più guardarsi da lui. Il castello di Gressa del vescovo d'Arezzo sarebbe per la nostra famiglia un'importante conquista; ecco qual è l'altezza delle sue mura, che io ho fatte misurare; attaccalo questa stessa notte dandogli la scalata, e fa che prima di morire io provi la gioja di saperlo in tuo potere.» Marco Tarlati lasciò il letto del moribondo, ed uscì di Pietra Mala con un ristretto numero di fedeli soldati. Valendosi delle indicazioni dategli dal padre, sorprese Gressa; ma gli abitanti che amavano assai il loro signore, presero le armi e costrinsero i Tarlati ad uscire con perdita dalle loro mura. Il vecchio Saccone visse abbastanza per avere notizia del cattivo successo dell'attacco da lui ordinato, lo che rese più penosi gli ultimi istanti del viver suo[437]. Finchè visse, gli Aretini non avevano mai osato di appigliarsi a vigorose misure per respingerlo, ma quando furono informati della di lui morte, afforzarono l'ingresso del loro territorio, ordinarono le loro milizie, e si posero in istato di più non temere i suoi successori[438].

Mentre la morte di Saccone liberava la repubblica fiorentina ed i suoi alleati dagli attacchi de' Ghibellini delle montagne, il partito di questi ultimi acquistava una più decisa influenza ne' consigli di Pisa, e turbava la buona armonia che da più anni mantenevasi tra le due più potenti comuni di Toscana. I Pisani avevano imprigionato Paffetta, conte di Monte Scudajo, l'autore della ruina e della morte dei Gambacorti, facendolo custodire nella fortezza di Lucca, ed avevano esiliati alcuni de' suoi partigiani. Ma nell'istesso tempo avevano riconfermato l'esilio del rimanente della famiglia Gambacorti che si era domiciliata in Firenze; e non perdevano occasione di far conoscere quanto il partito dominante de' Raspanti fosse attaccato al partito ghibellino. Tutti gli abitanti de' castelli posti ai confini dello stato fiorentino, che in altri tempi avevano dato prove di zelo contro i Guelfi, erano sicuri d'essere favorevolmente accolti dal governo di Pisa. Venivano spesso segretamente eccitati a distinguersi con qualche ardito tentativo in vantaggio della loro fazione, ed alcuni Ghibellini di Sorana, castello di Val di Nievole, situato quattro miglia sopra Pescia, cedendo a queste sollicitazioni, abbandonarono la loro fortezza ad alcuni soldati pisani, i quali pochi giorni prima che ciò accadesse erano stati licenziati dalla signoria di Pisa, affinchè i Fiorentini non potessero incolparla di questa ostilità. I soldati avevano preso possesso di Sorana in loro proprio nome, e di là questi banditi infestavano coi loro ladronecci tutta la Val di Nievole, e cercavano di sollevare questa provincia[439].

Il governo di Pisa dichiarò a quello di Firenze di non avere avuta veruna parte nella presa di Sorana, e ch'egli non proteggerebbe i banditi che occupavano quel castello; ma in pari tempo offesero i Fiorentini in un modo più diretto, sebbene meno grave. Col trattato conchiuso tra i due popoli nel 1342 i Fiorentini dovevano essere in Pisa esenti da ogni gabella. Non pertanto i Pisani, sotto pretesto d'armare alcune galere per nettare il mare dai corsari, ordinarono in giugno del 1356, che tutte le mercanzie che entrerebbero nel loro porto pagassero un'imposta di due denari per ogni lira del loro valore[440]. Invano chiesero i Fiorentini che non si pregiudicasse la loro franchigia; non si volle far eccezione alla legge generale in favor loro. Questi rifiutarono di soggiacere a questa gabella, per timore che ad un'imposta da prima tenue, non tenessero dietro più gravose tasse. Altronde erano essi determinati a non essere i primi a dichiarare la guerra, tanto più che i magistrati di Pisa segretamente la desideravano, per far dimenticare le civili discordie. Tutti i mercanti e sudditi fiorentini ebbero allora ordine di terminare avanti il primo novembre i loro affari di commercio che avevano a Pisa, onde a tale epoca uscire tutti senza danni da questa città[441].

D'altra parte, vergognandosi la repubblica di Siena d'aver mancato di fede ai Fiorentini nel precedente anno, trattando coll'imperatore, fece loro proporre una stretta alleanza[442]. Dieci nuovi magistrati, detti i dieci signori del mare, erano stati incaricati di proteggere il commercio marittimo dei Fiorentini. Questi accettarono le proposizioni de' Sienesi, e formarono il progetto di sostituire, per le merci destinate per Firenze, al porto di Pisa quello di Telamone nella Maremma sienese. La signoria di Siena si obbligò di fortificare il porto di Telamone, di far riparare le strade, d'aprire ai mercanti fiorentini dei magazzini, e di rompere ogni comunicazione mercantile coi Pisani. Una corrisponsione di sette mila fiorini d'oro all'anno venne stabilita in luogo di qualunque gabella, ed i Fiorentini promisero di trasportare a Telamone tutti i banchi che avevano a Pisa e di mantenersi per dieci anni in questo nuovo stabilimento[443].

Quando i mercanti fiorentini abbandonarono Pisa il primo di novembre per ritirarsi a Telamone, il commercio della prima città cadde in un estremo languore. Tutti i mercanti delle altre parti d'Italia, stabiliti in Pisa, si videro forzati a trasportare altresì i loro banchi a Telamone, per continuare gli affari che avevano intrapresi coi Fiorentini. Gli artigiani di Pisa e tutti quelli che ritraevano il sostentamento loro dal commercio, si trovarono tutto ad un tratto spogliati d'ogni guadagno[444]; e le loro lagnanze determinarono la signoria ad abbandonare ogni pretesa, ed a fare ai Fiorentini, per richiamarli nella loro città, le più vantaggiose offerte, ma non furono accettate. Si volle far sentire ai Pisani che non avevano bisogno di loro, e che per castigare la loro arroganza non erano costretti di prendere le armi[445].

I Raspanti che governavano Pisa avrebbero preferita un'aperta rottura, perchè l'antico odio de' loro compatriotti contro i Fiorentini sarebbesi ravvivato nelle battaglie, e l'entusiasmo militare avrebbe fatto scordare i rimproveri che facevansi alla loro amministrazione. Vedendo tornar vane le loro pratiche per riconciliare i due stati, cercarono invece di provocare la signoria di Firenze, perchè fosse la prima a dichiarare la guerra. Tentarono di sorprendere il castello di Uzzano in Val di Nievole per mezzo di segrete intelligenze che si erano procurate con alcuni abitanti. I Fiorentini scoprirono le loro trame, raddoppiarono la guardia del castello, e non se ne lagnarono[446]. I Pisani d'accordo coi Genovesi, armarono in appresso alcune galere, per costringere le navi mercantili dirette verso i lidi della Toscana a dar fondo nel loro porto. Dopo avervele forzatamente fatte entrare, loro accordavano in città tutte le esenzioni riservate ai popoli più favoriti, senza levare la menoma tassa sulle mercanzie che venivano sbarcate per rispedirle altrove di transito. Altri mercanti sarebbersi lasciati forzare a far quello che tornava realmente a loro vantaggio; ma i Fiorentini piuttosto che approfittare della franchigia che loro offrivano i Pisani, fecero venire con grandissima spesa le loro mercanzie per terra da Venezia, da Avignone, ed ancora dalle Fiandre, mentre il loro governo faceva armare vascelli in Provenza per proteggere il loro commercio[447].

Nel tempo in cui le crescenti animosità delle due repubbliche facevano temere un'imminente rottura, un'inaspettata guerra scoppiò nell'altra estremità della Toscana tra la repubblica di Perugia ed il signore di Cortona. I Perugini non eransi sollevati ad un distinto rango tra i popoli d'Italia che nel decorso secolo; il soggiorno della corte di Roma al di là dei monti, aveva lasciato acquistare maggiore indipendenza alle città soggette alla chiesa. Vero è che la maggior parte erano cadute sotto il giogo dei tiranni; ma i Perugini che si erano costantemente conservati liberi, prosperarono in mezzo alle calamità dei loro vicini, ed erano succeduti a Bologna nel commercio e nelle ricchezze, dopo che questa città aveva, colla libertà, perduta anche la sua potenza. L'alto dominio dei papi sopra Perugia, lungi dal nuocere alla sua indipendenza, l'aveva anzi salvata dalle pretese degl'imperatori sopra le altre città libere. Intorno a questa potente città erano situati altri più deboli comuni, molti dei quali, venuti in mano di piccoli tiranni, trovavansi incapaci d'opporle una lunga resistenza quando fossero attaccati. Cortona città della Pieve, Todi, Chiusi, Assisi, Foligno e Borgo san Sepolcro dovevano successivamente cadere sotto il dominio de' Perugini, come Prato, Pistoja, Volterra, san Miniato e Colle erano cadute in potere dei Fiorentini[448]. Per dare esecuzione a questi progetti d'ingrandimento i Perugini attaccarono all'impensata il signore di Cortona in dicembre del 1357, sebbene fossero a lui legati con un trattato di pace fatto sotto la garanzia della repubblica fiorentina[449].

I Perugini prendendo le armi, cominciarono a lagnarsi pei primi, onde giustificare la loro mala fede. A Firenze i loro ambasciatori pretesero, che il signore di Cortona aveva tentato di sorprendere alcune loro castella. I Fiorentini, senza farsi carico di questi mendicati pretesti, intimarono alla repubblica, pel suo onore e per quello del partito guelfo, di rinunciare ad una ingiusta guerra[450].

Gli assalitori tenevano in Cortona segrete intelligenze che non riuscirono loro di verun vantaggio; e speravano che scoppiassero congiure in quella città contro il tiranno, che non era amato: ma i Cortonesi odiavano ancora più i Perugini che il loro signore, e si difesero coraggiosamente[451]. In febbrajo del 1358, ricevettero un soccorso di cento cinquanta cavalieri con pochi fanti da Siena, e questa repubblica promise in pari tempo di mandar loro fra poco più ragguardevoli sussidj.

Bartolomeo di Casale, signore di Cortona, erasi posto sotto la protezione della repubblica di Siena, ed aveva ottenuto dalla medesima il diritto di cittadinanza[452]. Aveva presi i Sienesi per garanti del trattato precedentemente conchiuso coi Perugini; ed i Sienesi di già irritati dalla ribellione che i Perugini avevano contro di loro eccitata a Montepulciano, ad altro più non pensarono che a difendere con tutte le forze il loro alleato. Chiamarono al loro soldo Anichino Bongarten, gentiluomo tedesco, che aveva formata una compagnia di mille duecento avventurieri[453]; aggiunsero a questa truppa seicento corazzieri che avevano precedentemente al loro servigio, e facendoli attraversare i pantani delle Chiane, forzarono i Perugini a levar l'assedio di Cortona per andare a difendere il proprio paese[454].

I Perugini dal canto loro adunarono un'armata di forze quasi uguali sotto il comando di Smoduccio da san Severino. L'un popolo e l'altro desiderava di non venire a battaglia, ed i due capitani avevano ordine di cercare, se possibile fosse, gloria senza pericoli, minacciare e non combattere. Volle l'accidente che le due armate si scontrassero il 10 aprile presso a Torrita, e che gli avamposti cominciassero una zuffa che in breve si fece generale. I Sienesi furono battuti, ed il loro capitano Anichino di Bongarten fatto prigioniere[455]. I Perugini entrarono ancor essi nel territorio sienese, ed il 29 d'aprile si presentarono in faccia alla capitale. Per altro perchè bramavano la pace si astennero dal guastarne il territorio[456]. I Fiorentini vedevano con rincrescimento le due repubbliche consumare le loro forze le une contro le altre, onde offrirono la loro mediazione, e si sforzarono d'aprire qualche trattato; ma i Sienesi che avevano opinione d'essere il più orgoglioso popolo della Toscana, vollero, prima di negoziare, lavare la vergogna della disfatta sofferta a Torrita. Questo ardente desiderio di vendetta fece loro scordare gli interessi del proprio partito, quelli della libertà e delle antiche loro alleanze; chiesero soccorsi ai Visconti di Milano, nominarono capitano di guerra il prefetto di Vico, e per ultimo offrirono danaro alla grande compagnia del conte Lando per tirarla in Toscana, a condizione che accamperebbe un mese nel territorio perugino per guastarlo affatto[457].

La grande compagnia trovavasi allora in Toscana sui confini del Bolognese, ed era, in assenza del conte Lando, che aveva fatto un viaggio in Germania, comandata dal conte Broccardo e da Amerigo di Cavalletto. Era numerosa di tre mila cinquecento cavalieri, e di molta infanteria. Nel mese di luglio fece domandare il passaggio ai Fiorentini per recarsi nel territorio di Perugia. Il raccolto non era ancora terminato, e la repubblica non aveva forze da opporre a così formidabile compagnia. Pure risolse di vietarle l'ingresso in Toscana: fece di concerto coi conti Guidi ed Ubaldini fortificare i passaggi degli Appennini; e nello stesso tempo spedì ambasciatori alla compagnia per far valere un trattato col conte Lando, in forza del quale la compagnia non doveva entrare in Toscana che passati due anni[458].

Il conte Lando, che giugneva appunto allora dalla Germania, indusse gli ambasciatori fiorentini ad indicare alla compagnia una strada intorno ai confini toscani, onde attraversare le terre de' feudatarj, in mezzo agli Appennini, senza discendere nel piano fiorentino[459]. I condottieri per loro sicurezza in mezzo a queste montagne, ritennero come ostaggi gli ambasciatori, i quali erano stati scelti tra i più potenti cittadini della repubblica, e che avevano fatta questa convenzione senz'autorizzazione della signoria[460].

Ma gli ostaggi non bastavano alla sicurezza della compagnia, se questa attraversando le montagne provocava coi furti gli abitanti; ed i soldati avventurieri erano talmente indisciplinati, che anche per l'interesse loro non seppero astenersi dal rubare. Il 24 di luglio trovandosi accampati tra Castiglione e Biforco, essi saccheggiarono questi due villaggi, i di cui abitanti erano vassalli, i primi del conte Guido di Battifolle, gli altri del conte Alberghettino degli Ubaldini. Questi alpigiani, avvezzi ad affrontare i pericoli, si concertarono per castigare i ladri che gli spogliavano. All'indomani la compagnia doveva entrare in una stretta e chiusa valle, in fondo alla quale le acque d'un torrente si precipitano tra i dirupi. Da questa valle, che giace in mezzo alle più alte cime degli Appennini ed è lunga due miglia, si esce per un angusto passaggio detto la Scalella, ove un angusto e tortuoso sentiere sale verso una valle più alta attraversando praterie assai ripide.

L'armata del conte Lando era divisa in tre corpi quando giunse a questo passaggio. Gli ambasciatori fiorentini trovavansi coll'avanguardia comandata da Amerigo di Cavalletto. Questi attraversò la Scalella senza trovare ostacolo, e continuò la marcia. Il conte Lando, che comandava il corpo di battaglia, quando giunse allo stesso luogo trovò la sommità della Scalella occupata da ottanta contadini. Questo pugno di gente fermò il primo squadrone, che voleva passare, facendo ritolare grosse pietre sopra di lui. A questo segno si videro comparire sulla cima di tutte le montagne contadini armati, che signoreggiando la cavalleria rinserrata nell'angusta valle come in una prigione, la schiacciava sotto gli enormi massi di pietre che facevano precipitar giù dalla cima del monte. Invano il conte Lando mandò un corpo d'Ungari a piedi per mettere in fuga i montanari; gli Ungari furono respinti da que' precipizj, che non potevano sormontare, in fondo alla valle. Mentre ciò accadeva, il conte Brocardo, che comandava la retroguardia, entrava in questo periglioso ricinto; un gran masso staccato dall'alto del monte lo strascinò col suo cavallo nel torrente ove perì. L'universale disordine, lo spavento de' cavalli che s'impennavano in un'angusta strada, e l'inutilità de' loro mezzi di difesa, avevano di già scoraggiati i soldati, quando i contadini scesero da tutte le parti delle montagne, e senza interamente perdere il vantaggio del terreno, cercarono con lunghe picche o lance di spingere a basso ne' precipizj i soldati che trovavansi al di sotto di loro. Dodici montanari fecero prigioniero il conte Lando, di già ferito nella testa; ma, sedotti da una grossa taglia, gli permisero in appresso di fuggire a Bologna. Trecento cavalieri furono uccisi, e presi moltissimi, oltre mille cavalli da guerra, trecento palafreni ed un ricco bottino. Gli altri soldati gettarono fuggendo le loro armi e bagaglio, onde sottrarsi più presto al pericolo[461].

La sola vanguardia comandata da Amerigo di Cavaletto non aveva avuto alcun sinistro, ed era giunta presso a Belforte quando le fu recata la notizia della totale disfatta dell'armata che la seguiva. I soldati sottratisi al ferro o alla prigione, erano dispersi e non potevano in verun luogo fare resistenza, e questa terribile compagnia poteva essere affatto distrutta. I furti che aveva commessi in Castiglione ed in Biforco, annullavano le convenzioni con lei fatte; i conti Guidi ed i loro vassalli erano impazienti di attaccarli, ed i Fiorentini tenevano nelle montagne quasi dodici mila uomini sotto le armi. Amerigo, che conosceva il pericolo della sua posizione, condusse la sua truppa a Decomano e vi si fortificò, minacciando in pari tempo gli ambasciatori fiorentini, che faceva gelosamente custodire, di farli morire se non provvedevano alla sua sicurezza. La signoria diede bensì l'ordine d'attaccare a Decomano il rimanente della compagnia, ma gli ambasciatori per salvare la propria vita, lo contramandarono; fecero inoltre posare le armi ai contadini, e consigliarono Amerigo a fare quarantadue miglia, a traverso le montagne, in un sol giorno; per tal modo egli uscì dagli Appennini pel passaggio dello Stalo, e fu condotto nel territorio d'Imola. Colà fu raggiunto dagli altri della compagnia, caldi di vendicarsi dei Fiorentini. Questi, con riprovevole indulgenza, non punirono gli ambasciatori, che avevano di propria autorità rivocati gli ordini della signoria, e che per salvare la loro vita avevano esposto tutto lo stato[462].

La compagnia accantonata in Romagna ricevette ben tosto un rinforzo di due mila cavalli condotti da Anichino di Bongarten. Erano tutti i corazzieri tedeschi, che di comune accordo, avevano in agosto abbandonate le due armate de' Sienesi e de' Perugini per unirsi ai loro compatriotti a far vendetta insieme sui fiorentini dell'affronto che la milizia tedesca aveva ricevuto negli Appennini[463]; ma i Fiorentini avevano con ogni diligenza fortificato tutti i passaggi delle montagne, e provvedutili di milizie, di modo che la compagnia fu ritenuta in Romagna tutto il rimanente dell'anno, senza poter mandare ad effetto le sue minacce[464].

Frattanto i Fiorentini avevano approfittato della debolezza cui trovavansi ridotti, dopo la partenza della loro cavalleria, i Sienesi ed i Perugini, onde ridurre questi due popoli a fare la pace. La signoria di Firenze essendo stata da loro riconosciuta per arbitra, dettò l'ultimo giorno di ottobre le condizioni della pace in forma di sentenza. Accordò per quattro anni ai Perugini il diritto di nominare un podestà a Cortona; sospese per cinque anni il diritto di cui avevano goduto i Sienesi di nominare il podestà di Montepulciano; e guarentì per ogni altro riguardo l'indipendenza dei due più deboli comuni contro i due più forti. Questa sentenza arbitramentale non fu ricevuta senza riclami, ma venne osservata, e così fu ridonata la pace alla Toscana[465].

Ma a Firenze, siccome nell'antica Roma, le civili discordie succedevano continuamente alle guerre straniere. Appena cessate le inquietudini cagionate dall'avvicinamento della grande compagnia, e dalla guerra di Cortona, le interne turbolenze cominciarono ad agitare lo stato.

Tutti i cittadini non nobili, potevano, secondo le leggi di Firenze, giugnere indifferentemente alle pubbliche cariche. Non pertanto quanto più una famiglia era antica e numerosa, più rendevasi difficile ai suoi membri l'aver luogo nella signoria, perchè in virtù della legge del divieto due uomini dello stesso casato non potevano trovarsi insieme tra i priori, tra i buoni uomini, o tra i gonfalonieri; e per tal cagione quando un membro di una famiglia era in carica, egli escludeva tutti i suoi agnati, e questi ultimi, se la sorte li chiamava ad un impiego, perdevano la volta loro nell'estrazione della loro balla. Ora le antiche famiglie erano prodigiosamente numerose; le nuove per lo contrario non conoscevano nemmeno i loro parenti, e non portavano lo stesso nome. I primi erano continuamente respinti dal divieto; i secondi non lo erano mai: di modo che il governo andava poc'a poco a concentrarsi nelle mani d'uomini nuovi, quasi tutti ignoranti ed incapaci. Le antiche famiglie, che avevano fondata la libertà, e che d'ogni tempo erano state fedeli al partito guelfo, lagnavansi, non senza ragione, d'essere soppiantate da gente, che in gran parte erano forse d'origine ghibellina.

Da principio i Ghibellini non meno de' Guelfi erano stati favorevoli alla libertà: molte repubbliche si erano dichiarate a favore dei Ghibellini, e molti tiranni si erano sollevati tra i Guelfi: ma dopo che la famiglia Visconti ebbe acquistata in Italia una decisa superiorità, si fece carico di favorire ad un tempo i Ghibellini e gli usurpatori, e di confondere il suo proprio partito con quello dell'autorità monarchica. Quando un Guelfo giugneva alla tirannide abbracciava il partito ghibellino per avere il favore dei signori di Milano; e quando una città ghibellina scuoteva il giogo del suo principe, spiegava lo stendardo dei Guelfi per entrare nell'alleanza de' Fiorentini. Perciò quando fu annunciato al popolo di Firenze che molti antichi Ghibellini avevano preso parte all'amministrazione, tutti gli amici della libertà ne rimasero costernati.

Eranvi a Firenze da quasi un secolo de' capi naturali e costituzionali della parte guelfa: erano questi i consoli di cavalleria, o capitani di parte, istituiti nel 1267 per amministrare i beni confiscati a pregiudizio de' Ghibellini. Due di questi capitani erano nobili, altri due plebei, ed ogni due mesi venivano rinnovati a sorte come i priori della repubblica. Coloro ch'erano entrati in carica in gennajo del 1358, erano uomini ambiziosi ed avidi, che seppero approfittare dell'inquietudine inspirata da loro stessi, per farsi accordare la più pericolosa autorità. Fecero sanzionare una legge, in forza della quale qualunque Ghibellino che accettasse pubblico impiego dovesse essere dal podestà condannato ad una pena arbitraria dalle 500 lire fino alla perdita della vita. La denuncia doveva ritenersi come provata quando fosse appoggiata a sei testimonj; il diritto di esaminare questi testimonj, e di giudicare intorno alla loro credibilità veniva esclusivamente attribuito ai capitani di parte ed ai consoli delle arti; finalmente il cittadino una sola volta condannato ad un'ammenda, s'intenderebbe per sempre escluso da ogni pubblico ufficio[466].

Poco dopo la pubblicazione di tale legge, si sparse voce in Firenze che i capitani di parte avevano fatta una lista di settanta cittadini che volevano accusare. I primi che trassero in giudizio erano effettivamente Ghibellini, ma tutta la città fu spaventata dalle forme tenute dal nuovo tribunale nel fare il loro processo, siccome quelle che attentavano ai diritti ed all'esistenza di tutti[467]. I Guelfi più zelanti pretendevano di voler salvare con tanto rigore la minacciata libertà; ma tutti gli altri cittadini chiedevano che si modificasse la legge. Dopo calde dispute si convenne di mutare non la legge ma la magistratura di parte guelfa, onde renderla più popolare. Furonvi introdotti due nuovi cittadini, rendendo accessibili a tutti i nobili le due piazze per lo innanzi riservate a due cavalieri, e quando i capitani di parte avessero con due terzi dei suffragi dichiarato ghibellino un cittadino, era loro ingiunto di ammonirlo a non accettare impiego sotto pena d'essere accusato. In tal modo le persone sospette si allontanarono dalle cariche senza assoggettarle ad una pena[468]; ma una classe di malcontenti, detti gli ammoniti, venne in alcun modo esclusa dai diritti di cittadinanza. E per tal guisa, mentre la costituzione aveva cercato di rendere tutti i cittadini uguali, le due opposte parti cercavano vicendevolmente di privarsi de' loro diritti, impiegando il divieto contro le antiche famiglie, e l'ammonizione contro le nuove[469].

Questo stesso anno 1358 venne contraddistinto da molti trattati di pace conchiusi quasi nello stesso tempo in tutta l'Europa. L'Inghilterra fece la pace colla Scozia, ed il re Davide Bruce uscì di prigione; il re Giovanni di Francia, prigioniere a Londra, conchiuse pure, con Edoardo III d'Inghilterra, un trattato che poi non fu accettato dal suo regno; Pietro il crudele di Castiglia, fece la pace con Pietro il ceremonioso d'Arragona; la repubblica di Venezia col re d'Ungheria; i Visconti colla lega de' signori della Venezia; il re di Napoli con suo cugino il duca di Durazzo, che gli si era ribellato; finalmente i Perugini coi Sienesi. Le controversie tra Pisa e Firenze non avevano prodotte aperte ostilità, ma i Fiorentini avevano armate quattordici galere provenzali o napolitane colla loro bandiera, e sebbene senza porto e senza marina facevano rispettare la libertà dei mari[470]. I Pisani avevano lasciato d'inquietare il loro commercio, riconosciuta la franchigia del porto di Telamone, e permesso ai loro mercanti di portarvi le proprie merci, e di comperarvi quelle che loro abbisognavano[471].

La sola Romagna non venne compresa in questa quasi universale pace dell'Europa; e la chiesa teneva dietro con calore in questa provincia al suo progetto di spogliare tutti i tiranni dell'usurpato potere, riducendo le città dello stato ecclesiastico nella sua dipendenza. Il 10 ottobre del 1356 Giovanni Manfredi, signore di Faenza, erasi sottomesso al legato Egidio Albornoz; gli aveva aperte le porte della sua capitale e di tutte le fortezze, ritirandosi egli a Bagnacavallo, il solo di tanti suoi feudi che la chiesa gli lasciava[472]; Francesco degli Ordelaffi, signore o capitano di Forlì, era rimasto solo contro tutte le forze del legato, altra risorsa non avendo che il suo coraggio, quello di sua consorte, e l'interessata amicizia dei capi della grande compagnia.

Gli abitanti di Forlì, circondati da nemici così potenti, presentaronsi a Francesco degli Ordelaffi. «Noi abbiamo sempre per la tua casa, gli dissero, lo stesso amore, di cui abbiamo dato prove in altre circostanze. Quando i tuoi antenati trovaronsi al par di te esposti alle umane vicende e furono esiliati dalla loro patria, gli abbiamo ajutati colle nostre ricchezze e col nostro sangue per farli rientrare in casa loro e restituir loro la sovranità. Noi siamo disposti a fare lo stesso per te, tostocchè ci si presenterà favorevole occasione; ma ora ti preghiamo di considerare che, rimasto solo contro il legato della chiesa, non puoi sperare di sostenerti lungo tempo, onde al presente sagrificheremmo inutilmente per salvarti i nostri beni e le nostre persone.» L'Ordelaffi, udite queste parole, si avanzò verso di loro e disse: «Voglio che voi apertamente conosciate le mie intenzioni. Io non tratterò colla Chiesa che a condizione di conservare Forlì, Cesena e tutte le altre terre da me possedute. Sì, ho stabilito di conservarle e difenderle fino alla morte. Sosterrò da prima un assedio in Forlimpopoli, in Cesena, in tutti i miei castelli; quando gli avrò tutti perduti difenderò le mura di Forlì, poi le sue strade, le piazze, il mio palazzo e l'ultima torre del mio palazzo, piuttosto che acconsentire a nulla cedere di quanto mi appartiene»[473].

Ordelaffi affidò la difesa di Cesena a sua moglie Cia, ossia Marzia degli Ubaldini, figliuola di Vanni, signore di Susinana[474]. Delle poche truppe che aveva al suo soldo parte ritenne per sè, parte diede alla consorte, cui assegnò per consigliere un uomo, creduto fedele, Sgarino di Pietra Gudula, ordinandogli di difendersi fino all'ultima estremità. Marzia si chiuse in Cesena in principio del 1357 con sua figlia di già nubile, un figlio e due nipoti ancora fanciulli, le due figlie di Gentile da Mogliano già signore di Fermo, e cinque damigelle. Avea per difendersi duecento cavalieri ed altrettanti pedoni, e ben tosto fu attaccata da un'armata dieci volte più numerosa della sua. Cesena è divisa in due parti, la città superiore, detta la Murata, è cinta di mura, e la città bassa ancora a quest'epoca era appena suscettibile di difesa. In sul finire d'aprile gli abitanti aprirono quest'ultima ai nemici; ma Marzia ritirossi nella città alta con tutti quelli che non mancavano di coraggio[475]. Ben tosto scoprì che il suo unico consigliere, il confidente di suo marito, manteneva colpevoli intelligenze coi nemici, e gli fece troncar il capo sulle mura. D'allora in poi supplì ella sola a tutte le incumbenze di governatore e di capitano; più non depose la corazza, ed i nemici la videro sempre alla testa de' soldati[476].

Ma il colle su cui è posta la murata non è di solida pietra, onde i minatori nemici avanzarono le gallerie fin sotto alle mura, e malgrado la resistenza di Marzia le fecero crollare e vi aprirono larghe brecce. Marzia si presentò per la prima dietro queste aperture, ne difese lungo tempo il passaggio, e fece piantare alcune palafitte invece delle abbattute mura; ma all'ultimo, costretta di cedere al numero, si ritirò nella cittadella con quattrocento uomini tra soldati e cittadini, disposti ad ubbidirle fino alla morte[477].

Gli assedianti avevano fabbricate otto macchine destinate a lanciar pietre, le quali, accostate alla cittadella, facevano piovere una grandine d'enormi pietre sulle sue torri. Nello stesso tempo i minatori avevano ricominciato i loro lavori in quel terreno facile a scavare, e di già avevano innoltrate le gallerie fin sotto le mura. Marzia lo sapeva, non poteva sperare soccorso da veruna banda, nè aveva notizie dello sposo assediato in Forlì. Trovavasi in così disperato stato ridotta, quando vide giugnere Vanni di Susinana suo padre, cui il legato aveva permesso di entrare nella rocca, onde persuadere la figliuola ad evitare l'estreme calamità. «Mia cara figlia, gli disse Vanni, tu sai che l'onor tuo non mi sta meno a cuore che la tua vita; ho fin qui applaudita la tua generosa difesa, e non ho cercato di allontanarti dai pericoli. Ma è posto un termine all'umano valore; nè l'onore nè il dovere obbligano ad una vana resistenza quando manca ogni speranza. Tu puoi prestar fede alla mia militare esperienza; ho vedute le opere degli assedianti, ho veduto l'abisso su cui pendi sospesa; tutto è perduto. Giunto è l'istante d'arrenderti, e di accettare le onorate condizioni che il legato m'incarica di offrirti.»

«Mio padre, rispose Marzia, quando voi mi consegnaste al mio signore, mi avete principalmente ordinato di essergli ubbidiente; questo ho io fatto fino al presente, e questo farò ancora fino alla morte. Egli mi ha confidata questa fortezza, e mi commise di non abbandonarla, o di disporne in qualsiasi modo senza suo ordine. Tale è il mio dovere; non mi atterriscono nè i pericoli, nè la morte; io ubbidisco e non decido.» Suo padre si ritirò senz'aver potuto smuoverla dal suo proponimento, ed ella prese nuove misure per difendersi[478].

Ma ben tosto i pericoli preveduti da Vanni di Susinana si realizzarono; i minatori fecero crollare una delle due torri laterali con un gran pezzo di muraglia; le loro gallerie giugnevano fin sotto alla principale torre, e quest'estremo avanzo della rocca avrebbe entro pochi giorni seppelliti sotto le sue mine tutti i suoi difensori. Allora i soldati di Marzia le dichiararono di essere disposti ad arrendersi. Le dissero d'averle date bastanti prove della loro fedeltà e del loro coraggio; che oramai sarebbero insensati se si facessero schiacciare sotto le ruine d'una muraglia, che più non potevano difendere. Marzia, costretta di cedere, prese a trattare direttamente col legato, ed ottenne che i soldati che l'avevano così valorosamente servita, potessero andarsene liberi coi loro effetti: per sè non chiese patti, ed il 21 giugno del 1357, aprì le porte della sua fortezza. Il legato le assegnò per prigione una galera nel porto di Ancona, e vi fu condotta col figlio, colla figlia, coi due nipoti, le due figlie di Gentile da Mogliano, e le sue cinque damigelle[479].

Il passaggio della grande compagnia, che a quest'epoca attraversava la Romagna retrocedendo dalla Lombardia, fece un diversivo a favore di Francesco degli Ordelaffi[480]. Pure non avrebbe potuto preservarlo dalla sua ruina, se in pari tempo, cedendo ad un intrigo, la corte d'Avignone non richiamava il cardinale Albornoz. Gli fu dato per successore nella legazione di Romagna certo abate di Clugnì, uomo senza vigore di carattere e senza talenti. Questo nuovo legato provò ben presto che le virtù d'un monaco non possono supplire a quelle di un generale e di un uomo di stato, ed in sul finire della campagna del 1357 fu costretto e levare l'assedio di Forlì. Vero è che lo ricominciò in aprile del 1358, ma ancor questa volta poco felicemente[481]. Ordelaffi, che conosceva di nome tutti i suoi concittadini e soldati, che loro di propria mano distribuiva le ricompense e le insegne d'onore[482], trovava nel loro attaccamento inaspettate forze. Egli si difese in Forlì tutta la state, e quando la sua situazione cominciava ad essere pericolosa, fu di nuovo liberato dalla grande compagnia che retrocedeva dalla sgraziata sua spedizione degli Appennini[483].

Peraltro la grande compagnia non poteva lungo tempo tenersi nello stato di Forlì di già ruinato da una lunga guerra. Il conte Lando, poichè fu guarito delle sue ferite a Bologna, ove il signore Giovanni di Oleggio gli aveva date non equivoche prove di affetto, tornò a prendere il comando della sua armata. Egli la condusse nelle terre dei vassalli della Chiesa, che successivamente abbandonò al sacco passando a Faenza, Rimini, Pesaro, Fano e Montefeltro[484]. Il legato non erasi preparato a resistergli, onde la grande compagnia soffrì meno dal ferro nemico che dall'inclemenza della stagione. L'inverno, che cominciava, fu uno de' più aspri che si fossero fin allora provati in Italia; le nevi si elevarono ad un'altezza straordinaria; e quando dai tetti si gettarono nelle strade, alcuna città ne rimase ingombra in maniera da chiudere per alcuni giorni gli abitanti nelle loro case[485]. In così lungo inverno mancarono affatto i foraggi, e la grande compagnia perdette la metà de' suoi cavalli.

Frattanto la corte di Avignone erasi avveduta dell'incapacità del suo nuovo legato, onde ritornò al cardinale Albornoz la mal tolta autorità. Albornoz giunse in Italia nel dicembre del 1358, e domandò soccorso alla repubblica fiorentina, che sapeva non meno di lui nemica della grande compagnia. Di già quando aveva precedentemente fatta predicare la crociata contro questa banda di masnadieri, aveva tirati più di centomila fiorini dai cittadini della repubblica[486]. I suoi predicatori ricevevano danaro da chiunque voleva darne, fossero ancora donne, poveri, o fanciulli; nè solo ricevevano danaro per la guerra sacra, ma ancora arredi, mobili, derrate, tutto insomma, tutto quanto era loro portato[487]. Albornoz quando tornò in Italia ebbe da Firenze settecento cavalli, che aggiunse alla sua armata. Egli non se ne valse per combattere, ma per dare maggior peso ai trattati che aveva intavolati col conte Lando; imperciocchè negoziava con quest'avventuriere per liberarsene a peso d'oro; e senz'esserne autorizzato dalla repubblica fiorentina, segnò con lui in febbrajo del 1359 un trattato, in forza del quale la grande compagnia si obbligava pel corso di quattr'anni a non attaccare nè la Chiesa, nè i Fiorentini; e ciò contro il pagamento di quarantacinque mila fiorini, che gli sarebbero dati dal legato, ed ottanta mila dalla repubblica[488].

Quando questa convenzione venne comunicata ai Fiorentini, eccitò in loro la più violenta indignazione. Essi avevano replicatamente dichiarato al cardinale di voler abolire il vergognoso tributo che l'Italia pagava a questi soldati mercenarj. I tiranni, alleati naturali dei soldati, favorivano la loro licenza ed i loro eccessi; onde spettava alle repubbliche lo spezzare quest'odioso giogo, ed i Fiorentini avevano giurato di farlo. Il legato non aveva potuto credere che si ridurrebbero ad accettare una convenzione tanto contraria alle loro intenzioni; egli erasi dunque approfittato delle loro offerte e de' loro soccorsi per atterrire la compagnia e liberarsene a miglior patto. Dopo la sua prima entrata in Italia, egli aveva sempre avuti nella sua armata quattro in cinquecento cavalieri, e sette in ottocento arcieri che la repubblica gli aveva somministrati per fare la guerra ai tiranni della Romagna; ed egli in compenso abbandonava così fedele alleata ai nemici che aveva contro di lei irritati[489]. Infatti i Fiorentini dichiararono che non sarebbero mai per approvare il trattato segnato in loro nome; onde Albornoz il 21 marzo conchiuse un trattato separato colla compagnia, e le promise cinquanta mila fiorini per farla uscire dalle terre della Chiesa[490].

La repubblica fiorentina, rimasta sola in guerra colla grande compagnia, diede il comando delle sue truppe a Pandolfo Malatesta, uno de' signori di Rimini. Ella aveva inallora al suo soldo due mila cavalieri, cinquecento Ungari e duemila cinquecento arcieri armati di corazza. Ma ben tosto le giunsero i soccorsi dei signori di Lombardia, che oltraggiati ed a vicenda venduti dalla compagnia, desideravano tutti di vendicarsi. Barnabò Visconti mandò mille corazzieri e mille pedoni; Francesco di Carrara, signore di Padova, le spedì duecento cavalli, trecento il marchese d'Este, e si videro allora con maraviglia i tiranni assistere una repubblica, che più d'ogni altra erasi mostrata nemica de' tiranni, mentre i comuni liberi, che i Fiorentini avevano costantemente soccorsi, abbracciarono tutti per debolezza o per invidia il partito che poteva più d'ogni altro riuscire dannoso ai loro antichi alleati. Perugia trattò colla compagnia per cinque anni, promettendole un sussidio annuo di quattromila fiorini, il libero passaggio pel suo territorio, e viveri contro pagamento[491]. Siena e Pisa s'accordarono facilmente cogli avventurieri a condizioni press'a poco uguali.

Il conte Corrado Lando, avendo nei primi giorni di maggio del 1359 ricevuto il danaro che il legato gli aveva promesso, passò colla sua compagnia dalla Romagna nello stato di Perugia. Attraversò Città di Castello e Borgo San Sepolcro, dipendenti da questa repubblica; e non potè contenere i suoi soldati dal saccheggio in un paese che aveva promesso di trattare come amico. Tutt'i soldati licenziati dal legato e da diversi comuni di Toscana avevano raggiunta la compagnia, ond'essa contava in allora sotto le sue insegne cinque mila cavalieri, mille Ungari, due mila masnadieri e più di dodici mila servitori, vivandieri e simile altra gente di perduti costumi. I Perugini trattando colla compagnia le avevano aperti i passaggi degli Appennini, onde per giugnere a Firenze non le restava omai più a superare alcuna fortificazione della natura. Il conte Lando suppose che la signoria, atterrita dalla presente sua situazione, gli accorderebbe vantaggiose condizioni, e le offrì di entrare in trattati. Molti gentiluomini che si dicevano amici della repubblica, molti contestabili della compagnia, che altra volta avevano serviti i Fiorentini, presentaronsi quali mediatori, ma la signoria rifiutò di trattare. Giunsero per ultimo a Firenze alcuni ambasciatori del marchese di Monferrato incaricati di prendere la compagnia al soldo del loro padrone, e soltanto chiedevano che la repubblica le accordasse il passaggio attraverso al suo territorio. Lungi dal chiedere qualche contribuzione per la compagnia come non eransi fin allora rifiutati di pagare i più potenti sovrani, offrivano dodici mila fiorini in compenso dei guasti che potrebbe fare. I gentiluomini ed i proprietarj delle terre, che temevano pei loro beni, insistevano perchè si accettassero tali condizioni: ma veruna nazione aveva mai posseduto in così alto grado come i Fiorentini il coraggio delle risoluzioni, il coraggio civile, di lunga mano superiore al coraggio militare. Tutti i cittadini si accordarono in riporre l'onore e la libertà della repubblica al disopra de' personali motivi di pericolo o di ruina; l'arroganza delle compagnie avventuriere era un giogo ch'essi più non volevano sopportare; e volevano anzi ch'esse finalmente provassero quale resistenza erano capaci di opporre, onde dichiararono essi che a veruna condizione non permetterebbero alla compagnia d'entrare nel loro territorio[492].

Frattanto l'Italia tutta era partecipe dello sdegno de' Fiorentini contro questa associazione formata per assassinare, la quale da tredici anni rubacchiava le province, tradiva i sovrani e copriva di vergogna la milizia italiana. Questo sentimento fece accorrere in ajuto de' Fiorentini un gran numero di valorosi che cercavano opportunità di combattere contro i Tedeschi. Il conte di Nola di casa Orsini, condusse a Firenze trecento corazzieri mandati dal re di Napoli, e ben tosto gli tennero dietro dodici cavalieri napoletani, che avevano a loro spese formata una compagnia di cinquanta uomini[493].

Dopo essersi trattenuta alcun tempo a Bettona ed a Todi, la grande compagnia scese nel territorio di Siena, ed il 25 di giugno si avanzò fino a Buonconvento e Bagno a Vignone. Il 29 giugno i Fiorentini trassero la loro armata in campagna, e le si diede lo stendardo con grande ceremonia. Il capitan generale, Pandolfo Malatesti, avendo ricevuto lo stendardo reale dalle mani del gonfaloniere di giustizia, lo passò a Nicola de' Tolomei da Siena, che in allora trovavasi ai servigi della repubblica; confidò l'insegna de' figliuoli perduti ad un tedesco, detto Rolando, che da lungo tempo era al soldo de' Fiorentini, mostrando in tal modo, che facendo guerra agli avventurieri tedeschi, la repubblica non lasciava di continuare a por fede in coloro che le si erano mantenuti fedeli. L'armata contava quattromila cavalieri ed altrettanti pedoni, tutta gente scelta e comandata da buoni ufficiali. Pandolfo, munito di pieni poteri, partì senza che gli fossero dati nè consiglieri, nè sopravveglianti, ed andò ad accamparsi sulla Pesa per far testa ai nemici[494].

La compagnia che, sempre minacciando i Fiorentini, tenevasi rispettosamente lontana dal loro territorio, passò dietro Siena ed entrò per le Maremme nello stato di Pisa. L'armata fiorentina mutò allora posizione, e venne ad accamparsi a Montopoli. In appresso la compagnia s'avanzò fino a Pontadera sull'estremo confine pisano, e l'armata fiorentina andandole incontro, trovaronsi due sole miglia distanti l'una dall'altra. Ma i Fiorentini, ch'erano in pace coi Pisani, non volevano violarne il territorio; ed il conte Lando, sebbene il terreno non presentasse maggior vantaggio all'una o all'altra parte, non osò attaccare l'armata di Pandolfo. Dopo essersi tenuto cinque giorni in presenza di que' nemici, che aveva sì lungo tempo minacciati, il 10 luglio trasportò il suo quartiere a san Pietro in Campo nello stato di Lucca, girando in tal modo intorno alle frontiere fiorentine senza porvi mai piede. Pandolfo all'indomani prese posto alla Pieve a Nievole, nella stessa campagna, ma sul territorio fiorentino. Il paese che divideva le due armate era aperto e proprio a dar battaglia[495].

Il 12 luglio si videro giugnere al campo fiorentino alcuni trombetti del conte Lando, che portavano sopra rami di spine un guanto stracciato e sanguinoso. Uno di loro consegnò al generale una lettera colla quale il capitano della compagnia invitava quello che avrebbe cuore di combattere a togliere dal ramo spinoso il guanto tinto di sangue, che i tedeschi mandavano al fiorentini. Pandolfo in presenza di tutta l'armata levò il guanto ridendo, e dichiarò di essere pronto a difendere sul campo di battaglia il nome, la giustizia e l'onore della repubblica fiorentina. Fece bevere i trombetti e loro diede del danaro, poi li fece accompagnare colle trombe fino ai confini. Mentre si stava in attenzione della battaglia, Biordo e Farinata degli Ubertini, ch'erano esiliati come ribelli, giunsero al campo fiorentino con trenta cavalieri e chiesero che si facesse loro l'onore di riceverli tra i difensori della repubblica. Furono accolti con riconoscenza, e Biordo essendo morto non molto dopo, fu pomposamente seppellito a Firenze a spese dello stato.

Il 16 luglio Corrado Lando si mosse alla fine mostrando di volere attaccare l'armata fiorentina; e Pandolfo, avutone avviso, si avanzò dal canto suo per iscontrarlo. Ma quando Lando giunse ad un rialto circondato da torrenti e da rive scoscese, in allora chiamato campo alle mosche, fece alto, ed invece d'attaccare coloro che aveva sfidati, vi si fortificò con fosse e palafitte.

Allora i Fiorentini s'avvicinarono fino a minore distanza d'un miglio dai nemici; ma essi volevano tirarli nel piano non assalirli ne' loro trincieramenti; onde fecero avanzar alcune truppe leggiere per scaramucciare fino ai piedi delle palafitte. D'altra parte la compagnia trovavasi sul territorio pisano già da più di venti giorni oltre il tempo convenuto, e cominciava a sentire mancanza di vittovaglie. Il conte Lando sapeva che i Fiorentini spedivano infanteria sulle montagne per tagliargli la ritirata; onde risolse subitamente di bruciare il suo campo il 23 luglio avanti giorno, e di ritirarsi a precipizio sul Colle alle donne posto nel territorio di Lucca, abbandonando vergognosamente il cominciato attacco, e lasciando ai Fiorentini tutta la gloria della campagna.

Fu con una più sanguinosa prova del loro valore che gli svizzeri, un secolo più tardi, rispinsero una compagnia della stessa natura, e che alla battaglia di san Giacomo, in riva alla Birs insegnarono agli Armagnacchi a rispettare i confini di un popolo libero[496]. Ma sebbene i Fiorentini in quest'occasione dessero piuttosto prova di fermezza che di valor militare, il coraggio con cui fecero testa alla compagnia, tenne luogo per loro d'una vittoria; perciocchè abbattè per sempre l'orgoglio de' mercenarj, mise un termine alle loro ribalderie, e liberò la repubblica da un vergognoso tributo ch'essa era stata forzata a pagar loro. Gli altri stati d'Italia impararono altresì in quest'occasione, che la sicurezza si trova meglio nella resistenza che nella sommissione; perchè gli assassini che non combattono che per la preda, inseguono coloro che fuggono, e s'allontanano da quelli che si apparecchiano alle difese[497]. La compagnia scoraggiata e coperta di vergogna si disperse in gran parte dopo la fuga dal campo alle mosche. Il rimanente, sotto la condotta del conte Lando e di Anichino Bongarten, passò al servigio del marchese di Monferrato[498].

Pandolfo Malatesti fu ricevuto a Firenze in trionfo allorchè v'andò a deporre il bastone del comando; egli tornò in appresso a Rimini colmo de' presenti della signoria. Per altro i Fiorentini non risguardarono la guerra come affatto terminata per la fuga della compagnia. Quando seppero ch'erasi posta al soldo del marchese di Monferrato, e che ostilmente entrava nel territorio di Barnabò Visconti, spedirono a questi mille cavalieri sotto la loro bandiera per ajutarlo a difendersi contro questa truppa di assassini, di cui ad ogni costo volevano purgare l'Italia[499]. Vero è che non hanno potuto combatterli lungo tempo, imperciocchè il conte Lando, non ismentendo la sua ordinaria infedele condotta, abbandonò il marchese di Monferrato, cui erasi obbligato di servire, ed in ottobre passò con mille cinquecento corazzieri nello stesso campo di Barnabò Visconti, ove militavano i Fiorentini[500]. Poco dopo traviò ancora il resto della compagnia, che sotto gli ordini d'Anichino Bongarten era rimasta ai servigi del marchese. Questa doppia diserzione rendendo preponderante la potenza de' Visconti produsse la sommissione di Pavia, come abbiamo già osservato, e l'ingresso in Italia degl'Inglesi, come ausiliarj del marchese di Monferrato, de' quali parleremo nel susseguente capitolo.

Dopo che la compagnia ebbe abbandonata la Romagna, Francesco degli Ordelaffi continuò per due altri mesi a difendersi in Forlì contro il legato. Ma quando perdette la speranza de' soccorsi della compagnia, fece col mezzo del signore di Bologna tasteggiare Albornoz, ed essendo stato assicurato che verrebbe generosamente trattato, si arrese il 4 luglio del 1359 senza capitolare. Si presentò da penitente in un parlamento che il legato aveva adunato a Faenza; confessò tutti i suoi torti verso la chiesa romana, e si sottomise ad espiarli colle cerimonie che gli furono prescritte, visitando certe chiese di Faenza in un determinato numero di giorni, ed egli continuò questa penitenza fino al 17 luglio. In tale giorno il cardinale Albornoz gli rese la comunione ad Imola, ed in pari tempo annullò tutte le sentenze contro di lui pronunciate dai tribunali ecclesiastici. Sua moglie Marzia, i suoi figli ed i prigionieri fatti a Cesena, furono posti in libertà, e furono a Francesco accordate per dieci anni le signorie di Forlimpopoli e di Castrocaro[501]. Così terminò la guerra della Romagna, e tutta questa provincia rientrò nell'ubbidienza della chiesa romana[502].