CAPITOLO XLIV.

La Dalmazia vien tolta dagli Ungari ai Veneziani. — Guerra de' principi Lombardi contro i Visconti. — Fra Giacomo dei Bussolari a Pavia.

1356 = 1359.

Abbiamo di già veduto il re d'Ungheria condurre successivamente due armate nel regno di Napoli per vendicare la morte di suo fratello. Abbiamo veduto questo monarca con un carattere cavalleresco, ma incostante, sommovere tutto il Levante d'Europa per vendicare la propria ingiuria, coprire la Puglia e la Calabria colle sue armate, stendere le sue devastazioni da un mare all'altro, confondere nella sua collera gl'innocenti coi colpevoli, e lordare la sua gloria colla morte di Carlo di Durazzo, colla prigionia de' principi del sangue, che riposavano sulla data fede; in appresso lo abbiamo veduto dimenticare tutt'ad un tratto il suo risentimento, riconoscere l'innocenza di Giovanna, senza alcun motivo di cambiare opinione, liberare i principi del sangue, perdonare a Luigi di Taranto, e rilasciare generosamente al regno di Napoli i rimborsi cui davagli pieno diritto la sentenza pontificia.

Il lungo regno di Luigi forma il più brillante periodo della storia d'Ungheria. Prima di lui questo regno era ancora barbaro, dopo di lui venne esaurito dalle guerre civili, o indebolito dai vizj della sua costituzione; ma finchè visse Luigi l'Ungheria figurò tra le prime potenze dell'Europa, dominò sui popoli schiavoni che la circondavano, si fece rispettare dalla Germania, e tenne l'Italia in timore e quasi nella sua dipendenza. Le costituzioni feudali hanno tutte un periodo di grandissima potenza, quello in cui i grandi hanno acquistata tutta l'energia che nasce in loro dalla propria situazione, senza che abbiano ancora sentita la loro indipendenza. Il re dirige in allora immense forze, che però non tarderanno molto a rivoltarsi contro di lui. Egli fa la guerra senza tesori e senza soldati, ed è ubbidito dai suoi vassalli soltanto a motivo de' feudi loro dati. Ma l'ubbidienza de' feudatarj non ha lunga durata; perciocchè non tardano ad accorgersi che i feudi non possono essere loro ritolti da colui che li diede, ed all'istante in cui pensano di scuotere il giogo, cessa il potere del monarca. Luigi d'Ungheria andò debitore di tutto lo splendore del suo regno assai meno al proprio carattere che alle circostanze in cui si trovò la nazione nel momento in cui usciva dalla barbarie. «Era (come racconta uno di que' contemporanei, che conosceva e giudicava accortamente degli uomini), era un principe di gran cuore, ardito, valoroso; grandi erano le sue intraprese nella prosperità; le avanzava caldamente, coraggiosamente ed ancora con alquanto di asprezza; sapeva incutere timore ai suoi baroni, nè loro permetteva di fare negligentemente i servigi che gli dovevano. Ma spesse volte intraprendeva grandi cose senza essere bastantemente preparato a condurle a termine, abbandonandosi alla propria fortuna, fidandosi nel coraggio de' soldati come questi confidavano nel suo, tanto più che le sue gentili e cortesi maniere gli assicuravano l'affetto de' sudditi. Più d'una volta diede prove di sollecitudine e di leggerezza nelle cose di somma importanza; e seppe meglio uscire dalle avversità, abbandonando le sue intraprese, che opponendo loro il suo coraggio e le sue virtù[373]

Le relazioni del re Luigi coll'Italia avevano avuto principio nel 1345 in occasione delle sue controversie coi Veneziani. La morte di suo fratello Andrea, e la guerra portata nel regno di Napoli, avevano sospesa la vendetta che voleva fare contro la potente repubblica di Venezia; ma i Genovesi avendo di nuovo ravvivata la sua animosità, egli aveva nel 1353 dichiarata la guerra alla signoria di Venezia, e minacciata ogni anno l'Italia d'una formidabile invasione.

La città di Zara in Dalmazia soffriva con impazienza il giogo de' Veneziani; più volte erasi ribellata contro di loro, ed altrettante aveva chiamato in suo aiuto il re d'Ungheria. I Zaratini o abitanti di Zara, e tutti i sudditi de' Veneziani in Dalmazia ed in Croazia, trovavansi legati agli Schiavoni ed agli altri sudditi di Luigi per relazioni di lingua, di costumi, di nome e di onore nazionale. Situati lungo le coste d'un paese, dal quale sembravano violentemente staccati, ed al quale erano attaccati per sentimento, nutrivano altrettanto odio pei Veneziani quanto era l'amore che portavano agli Ungari. Mentre i primi, per istabilire il loro dominio sul mare Adriatico, avevano quasi affatto distrutto il commercio e la navigazione dei Dalmatini, i secondi avrebbero potuto arricchire i loro porti destinati dalla natura a servire di mercato alle fertili campagne dell'Ungheria. Di già sette volte, stando agli storici ungari[374], la città di Zara erasi ribellata per darsi alla corona d'Ungheria; e, sebbene i predecessori di Luigi non fossero mai stati pacifici possessori di questa città o delle altre piazze marittime della Dalmazia e della Croazia, Luigi risguardava tutte queste fortezze come dipendenze della sua corona. Perciò le richiese ai Veneziani, ed ostinatamente rifiutò di transigere intorno a questi pretesi diritti, rigettando come oltraggiosa la proposta della signoria, che voleva calmarlo coll'offerta di un tributo, o di una somma di danaro. Dopo avere rimandati bruscamente Marco Cornaro e Marin Grimani, ambasciatori della repubblica, si apparecchiò ad attaccare simultaneamente da una banda Zara, Spalatro, Traù e Nona in Dalmazia, dall'altra Treviso, la sola città che Venezia possedesse di que' tempi nel continente d'Italia[375].

Luigi d'Ungheria aveva ordinato ai suoi baroni di adunarsi a Sagabria, sui confini della Schiavonia, e vi si recò egli medesimo nel mese di maggio. Ben tosto ebbe intorno tanta cavalleria, che l'intera Lombardia cominciò a considerare atterrita l'invasione ond'era minacciata[376].

Gl'Italiani, che nelle loro più importanti guerre radunavano rare volte più di tre mila corazzieri, potevano a stento figurarsi l'esistenza di un'armata di quaranta o cinquanta mila cavalli, quale era quella che il re d'Ungheria mise più volte in campagna. Erasi fino allora creduta cosa impossibile l'unione di tanta gente, e, vedendola unita, ogni stato disperava di poterle far testa. Ma le truppe assoldate dei Tedeschi, degl'Italiani, o de' Francesi, non rassomigliavansi in verun modo alle armate feudali degli Ungari, le quali non avevano fino allora fatta la guerra che a popoli tartari, e l'armatura e la disciplina loro non li rendevano capaci d'altre guerre.

A quest'epoca tutte le terre degli Ungari erano ancora feudi eventuali della corona; feudi che, a guisa delle starostie di Polonia, non venivano trasmessi da padre in figlio. Il re li dava e li ripigliava a suo piacere, o tutt'al più li lasciava al feudatario finchè viveva. In iscambio il barone obbligavasi a mettere in campagna un certo numero di cavalieri qualunque volta lo richiedesse il monarca. Tutti gli Ungari facevano la guerra a cavallo, ma questi cavalieri non avevano altre armi che un arco, delle frecce ed una lunga spada. Non portavano essi corazza, nè cotte di maglia, e le loro armi difensive riducevansi al solo abito, composto di un giubbone di cordovano coperto da un secondo, poi da un terzo e da un quarto cuciti assieme di mano in mano che il primo, di cui non spogliavansi mai, si andava consumando. La stoffa così raddoppiata e rinforzata dalla polvere medesima, ond'era impregnata, formava una specie di corazza, che difficilmente poteva sforarsi con una freccia o colla spada.

Gli Ungari, avvezzi a guerreggiare nei deserti contro i Bulgari, i Russi, i Tartari, i Serviani, accostumavano i loro cavalli a nudrirsi al pascolo senza scostarsi gli uni dagli altri. Le loro selle erano fatte in maniera da potere indifferentemente servire la notte al cavaliere per letto o per copertura. Ognuno di loro portava sul cavallo un sacco pieno di certa polvere fatta di carne secca, e quali possono presso a poco essere i nostri pani di brodo. Bastava far bollire una piccolissima quantità di tale polvere con molt'acqua per formarne grandi masse di gelatina sostanziosissima. In mezzo ai deserti gli Ungari si accontentavano di questo cibo; ma poichè guerreggiarono in paesi inciviliti, ove trovavano pane, vino e carni fresche, essi si annojarono delle insipide loro gelatine, e più non vollero farne uso. I campi non somministravano ai loro cavalli foraggi ugualmente buoni di quelli delle diserte praterie della Bulgaria e della Valacchia: le vittovaglie venivano chiuse entro le terre murate, che lungo tempo resistevano ai loro attacchi, e quanto più grande era il numero degli Ungari che passavano in Italia, più presto erano vinti dalla mancanza di munizioni e di foraggi[377].

Il re d'Ungheria si fece precedere da mille cavalli capitanati da Corrado di Wolfart, tedesco, che gl'Italiani chiamarono Lupo, e che aveva di già militato nel regno di Napoli. Lo accompagnavano i baroni di Bosnia ed il conte d'Aquilizia. Quest'avanguardia di una più considerabile armata giunse il 28 giugno del 1356 sotto Treviso[378]. Fantino Morosini era inallora podestà di questa città per la repubblica, e gli erano stati mandati tre provveditori per ajutarlo nelle presenti difficili circostanze[379]; i quali magistrati distrussero i sobborghi di Treviso, la grossa terra di Mestre, e tutti i villaggi, che credettero incapaci di difendersi. Intanto il re si avanzava con quaranta mila cavalli, e Francesco di Carrara, signore di Padova, sebbene alleato della repubblica, si affrettò d'accettare la neutralità offertagli dagli Ungari a condizione di somministrare le vittovaglie all'armata[380].

La vanguardia ungara si era lasciato a dietro il castello di Conegliano, destinato a chiudere l'ingresso del territorio trivigiano. Il re lo cinse d'assedio e lo prese l'undici luglio[381]. In appresso occupò subito Asolo e Ceneda, indi condusse tutta l'armata intorno a Treviso, Fortissime erano le mura di questa città, e circondate da larghe fosse piene di acqua. I minatori non potevano rendersi utili agli assedianti, perchè tutta quella campagna è così abbondante di sorgenti sotterranee, che non potevasi scavare quattro piedi sotto terra senza che le acque filtrassero nel cavo. L'armata ungara non aveva altri mezzi per impadronirsi di Treviso che quelli della fame e di un lungo blocco. Ma assai prima degli assediati cominciò il re a sentire la mancanza delle vittovaglie, perchè gli Ungari, insofferenti di disciplina, non rispettarono il territorio di Padova, e spogliarono i mercanti che portavano vittovaglie al campo. Più non si trovò persona che osasse continuare così pericoloso commercio, e gli assedianti si videro tutt'ad un tratto ridotti ad un'estrema carestia[382].

In pari tempo i Veneziani facevano al re le più vantaggiose proposizioni per ottenere la pace. Offrivano di rendere a Zara l'antica sua libertà, purchè la sua indipendenza venisse riconosciuta ancora dalla corona d'Ungheria. Proponevano di cedere al re alcune città della Dalmazia, di ritenerne altre, ma quali feudi della sua corona, cui pagherebbero un tributo. Luigi non volle ascoltare veruna delle proposte condizioni, e dichiarò che non accorderebbe la pace ai Veneziani finchè non gli rendessero tutta la costa dell'Illiria[383]. Ma era appena stato comunicato al senato cotale rifiuto, che un nuovo corriere gli portò la notizia della ritirata del re, e della liberazione di Treviso. Luigi, disgustato di così lunga intrapresa a motivo di qualche sedizione scoppiata nel suo campo, e della difficoltà di procurarsi le vittovaglie, il 23 agosto risolse di ritirarsi, e lo stesso giorno, ripassata la Piave, tornava in Ungheria con un'armata di cinquanta mila combattenti. Due mila cavalli si lasciava a dietro per guardare Conegliano[384].

Vero è che non si tardò a vedere che il re, abbandonando il territorio veneziano, non aveva perciò rinunciato alla guerra. Le tre armate gli erano sembrate troppo numerose per trovare viveri e foraggi; d'altronde il tempo del servizio feudale era troppo limitato, perchè potesse fare un'importante conquista avanti che i suoi baroni ritornassero ai loro focolari. Aveva perciò mutato il suo sistema; destinava molti grandi signori dell'Ungheria per succedersi gli uni agli altri, onde continuare la guerra ciascuno alla testa di cinque mila cavalli. E perchè il servizio feudale non era che di tre mesi, ogni capo di armata doveva passare due soli mesi sul territorio veneziano, ed impiegare il terzo per l'andata e pel ritorno. Il primo de' generali di Luigi giunse il 15 ottobre a Conegliano, ed attraversò il territorio di Treviso, senza che i Veneziani, che appena avevano tanta gente che bastasse alla custodia delle fortezze, osassero tentare di difendere la campagna col venire a battaglia[385].

Prima della ritirata del re d'Ungheria il doge Giovanni Gradenigo era morto l'otto agosto del 1356, e il 13 agosto i quaranta elettori gli avevano sostituito Giovanni Dolfino, che allora trovavasi provveditore a Treviso. La signoria fece chiedere al re d'Ungheria, se permetterebbe al nuovo doge di uscire dalla città assediata per venire a prendere le redini del governo, ed il re, che non veniva mai meno a coloro che fidavansi alla sua generosità, vi acconsentì all'istante[386].

La nomina d'un nuovo doge dava opportunità alla signoria di far nuove proposizioni di pace, ed i suoi ambasciatori vennero incaricati di offrire al re tutte le piazze della Dalmazia, ad eccezione della sola Zara; ma queste offerte furono di nuovo rifiutate. Allorchè gli abitanti delle città della Dalmazia ebbero notizia di queste offerte, quelli di Traù e di Spalatro vedendo che la repubblica era disposta a cederli al re, risolsero di prevenire il trattato di pace, e di cattivarsi il favore del re con una pronta sommissione, invece d'aspettare che fosse di loro disposto; attaccarono quindi all'improvviso le guarnigioni che la repubblica teneva nelle loro città, le disarmarono, ed aprirono le porte agli Ungari[387].

Nel 1357 il re Luigi continuò con accanimento la guerra contro i Veneziani; mantenne costantemente nel territorio di Treviso un'armata destinata a bloccare la città, ed a spogliare le campagne. In pari tempo il congresso de' baroni di Bosnia aveva condotta una seconda armata nella Dalmazia veneta, ed aveva assediata Zara, città fortissima, che i predecessori di Luigi avevano più volte assediata con infelice riuscita. Il congresso de' baroni di Bosnia si tenne un intero anno sotto le sue mura, e già disperava di riuscire nell'intento a forza aperta, quando la seduzione compì i suoi desiderj[388]. Due ufficiali tedeschi della sua armata ebbero segrete intelligenze col priore del monastero di san Crisogono contiguo alle mura[389]. Il priore, ch'era tedesco, provvide di scale i suoi compatriotti, ed introdusse gli assedianti nella sua chiesa; le guardie della vicina porta furono sorprese ed uccise, e l'armata ungara entrò in città per questa porta. La guarnigione veneziana, dopo una vigorosa resistenza, fu costretta a ripararsi nel castello[390].

I Veneziani, abbattuti da tante calamità e spaventati dalla perseveranza del loro nemico, risolvettero in ultimo di chiedere la pace al re d'Ungheria riportandosi per le condizioni alla di lui generosità. Scelsero ambasciatori tra i gentiluomini i più ragguardevoli, e fecero col mezzo loro pregare il re di stender egli medesimo un trattato, che promisero di sottoscrivere all'istante. Luigi, commosso da tanta confidenza, rispose, ch'egli non aveva fatta la guerra che per ricuperare le città spettanti alla sua corona. Queste sole egli domandava, e la rinuncia del doge e della signoria ad ogni titolo e diritto sopra le medesime. Soggiunse che non aveva bisogno di danaro, e che non voleva tributi, ch'era apparecchiato a rendere i castelli conquistati nel territorio di Treviso, perchè non pensava ad ingrandirsi con ingiusti acquisti, ma soltanto chiedeva, che, trovandosi egli obbligato a sostenere qualche guerra marittima, la signoria gli somministrasse ventiquattro galere, di cui pagherebbe egli le spese[391].

Queste condizioni vennero subito accettate dalla repubblica di Venezia, e la pace fra i due stati si pubblicò in febbrajo del 1358[392]. Il doge che, dopo la conquista di Costantinopoli, portava il titolo di duca di Venezia, di Dalmazia, di Croazia, e di signore di un quarto e mezzo dell'impero romano, fu costretto, dopo questo trattato, e fino al 1387, in cui la signoria ricuperò la Dalmazia, di accontentarsi del più modesto titolo di duca di Venezia[393].

A quest'epoca molte guerre devastavano simultaneamente l'Italia, e perchè cominciate per diversi motivi e continuate indipendentemente le une dalle altre, ci è forza di separarne interamente il racconto. Mentre gli Ungari guastavano lo stato di Treviso, il limitrofo principato di Padova trovavasi in una guerra coi fratelli Visconti, che non aveva verun rapporto con quelle de' Veneziani e del re Luigi. I quattro principati di Padova, Verona, Mantova e Ferrara, eransi collegati, come fu detto altrove, per difendersi contro i signori di Milano, e, nel tempo che Visconti d'Oleggio avea fatta ribellare Bologna, egli pure era entrato in quell'alleanza, che talvolta abbiamo accennata sotto nome di lega di Venezia. Vero è che la guerra tra questi piccoli signori ed i Visconti trattavasi lentamente; alcune scorrerie di cavalli, che non miravano che a guastare il territorio, ruinavano i contadini, ed esponevano a tutti i disastri della guerra le terre aperte, senza recare verun decisivo vantaggio all'una o all'altra parte. Ma l'ambizione e l'orgoglio de' signori di Milano sollevarono ben tosto contro di loro nuovi nemici, che accrebbero le difficoltà della presente loro situazione.

Giovanni Paleologo, marchese di Monferrato, era da molto tempo l'amico e l'alleato de' Visconti; ma l'impunità di un'offesa fatta ad alcuni suoi ufficiali nello stesso palazzo de' Visconti, venne risguardata da lui come una prova della poca stima che questi orgogliosi signori avevano di lui, e bastò questo perchè egli si staccasse dalla loro alleanza[394]. Il marchese di Monferrato aveva accompagnato a Roma Carlo IV, ed il riconoscente monarca lo aveva nominato vicario imperiale in Piemonte e legittimati i suoi titoli alla signoria di Torino, Susa, Alessandria, Ivrea, Trino e di più di cento castella nominate nell'imperiale diploma[395]. Il marchese, di ritorno da Roma, rese più intima l'alleanza che da molto tempo univa la sua famiglia con quella de' Beccaria, che da quarantatre anni governava Pavia. Questa andava debitrice alla protezione dei Visconti della lunga sua signoria su quella città: e, strettamente parlando, i Beccaria erano piuttosto i luogotenenti che gli alleati dei signori di Milano. In una lunga pace avevano essi ragunate grandi ricchezze, e procurata una costante prosperità alla città da loro dipendente[396]. Posti tra i Visconti ed il marchese di Monferrato, eransi, per la vicendevole gelosia de' vicini signori, conservati più potenti di loro.

Assicuratosi dell'alleanza de' Beccaria, il marchese di Monferrato s'apparecchiò apertamente a fare la guerra ai Visconti; nè appena furono palesi le sue intenzioni, che tutte le città del Piemonte soggette a Galeazzo Visconti, Chieri, Chierasco, Asti, Alba, Valenza e Tortona, presero le armi per iscuotere l'odioso giogo di questi tiranni. Galeazzo opprimeva i sudditi colle imposte, pagava male i suoi impiegati, vendeva la giustizia e tormentava colla sua avarizia le province a lui toccate in sorte nella divisione[397]; mentre all'opposto il marchese di Monferrato era quello de' sovrani, sotto cui i Piemontesi desideravano di vivere. Onde nell'inverno del 1355 al 1356, tutte le città del Piemonte passarono sotto il suo dominio[398].

I Visconti per vendicarsi, invece di attaccare il Monferrato, volsero le loro armi contro i Beccaria, creduti più deboli del marchese. Fecero marciare nel mese di maggio una numerosa armata[399], la quale, cingendo Pavia d'assedio, alzò da tre lati tre ridotti di legno, allora chiamati bastie; pose in tutti una grossa guernigione, e si ritirò, lasciando la città così strettamente bloccata, che difficilmente poteva essere vittovagliata[400].

Eravi fondamento di credere che Pavia non avrebbe potuto difendersi lungamente. La famiglia dei Beccaria, che signoreggiava la città, aveva molti capi tra loro discordi, ognuno de' quali aveva fortezze ed alleanze particolari; anzi uno di loro, chiamato Milano, aveva abbandonato la parte ghibellina attaccata da lungo tempo alla propria famiglia, per unirsi ai conti di Langusco, capi de' Guelfi pavesi[401]. Una causa di ruina, ancora più immediata che la discordia della famiglia Beccaria, erano i depravati costumi de' principi e del popolo, l'immoralità, e la lascivia che i capi del governo ostentavano perfino nelle pubbliche feste[402].

Ma per rispingere gli attacchi de' Visconti un affatto inaspettato vigore venne comunicato ai Pavesi dalle prediche di un monaco repubblicano. Fra Giacomo de' Bussolari aveva in fresca gioventù abbandonato il mondo per consacrarsi ad una vita penitente sotto la regola di sant'Agostino. Dopo aver vissuto alcun tempo come eremita ne' deserti, era stato dai superiori del suo ordine rimandato a Pavia, sua patria. Fu colà incaricato di predicare il mercoledì delle ceneri nella sala del vescovado, ed aveva in tale circostanza mostrato tanta pietà, fervore ed eloquenza, che il popolo lo aveva supplicato di predicare ogni giorno tutta la quaresima, ed il vescovo glielo aveva ordinato. L'impudenza del vizio e la corruzione, di cui davano il più scandaloso esempio i giovani Beccaria, offendevano la sua anima pura ed elevata. Egli aveva predicato contro l'aperta incontinenza delle donne e contro l'usura, e la sua santa eloquenza era stata cagione di una visibile riforma ne' costumi de' cittadini[403]. I giovani Beccaria erano omai i soli che non pensassero a correggersi; mentre i capi della loro casa, Castellino e Fiorello, che temevano gli effetti dei vizj e delle dissensioni dei loro nipoti, eccitavano il monaco a predicare coraggiosamente ed a non risparmiare chicchefosse. Castellino Beccaria, ch'era ammalato, facevasi sempre portare in lettica alle sue prediche[404].

Infatti frate Giacomo più non si limitò ad attaccare i vizj privati; inveì dal pulpito contro quelli della nazione e contro quelli de' principi, contro la viltà de' cittadini, contro il loro egoismo, contro la loro tolleranza della schiavitù, contro la corruzione, l'ingiustizia e la crudeltà de' tiranni. Con questi discorsi risvegliò l'amore di patria ne' cuori in cui da lungo tempo era già spento, facendolo a bella prima agire contro i tiranni di Milano che in allora cercavano di rapire ai Pavesi l'indipendenza nazionale, come i tiranni domestici avevano loro tolta la libertà. Eccitò il popolo a riprendere, per sua difesa, le armi da lungo tempo deposte in mano di soldati mercenarj; chiese ed ottenne i soccorsi dal marchese di Monferrato; indi fece preparare delle scale, ed il 27 di maggio in sul fare del giorno sortì egli stesso alla testa d'un corpo di fedeli che aveva adunati nella chiesa e di cui avea fatta un'armata, e la condusse da valoroso capitano contro il primo ridotto de' Milanesi posto sul Ticino. I Tedeschi al soldo de' Visconti, che custodivano questo ridotto, sconcertati dall'impeto straordinario de' Pavesi, opposero loro breve resistenza; la bastia fu presa ed abbruciata, ed uccisi, fatti prigionieri o dispersi coloro che l'occupavano. Frate Giacomo avanti che s'intiepidisse l'entusiasmo de' suoi concittadini li condusse immediatamente ad attaccare il secondo ridotto dall'altra banda del Ticino, ove i Tedeschi, spaventati dalla disfatta dei loro compagni, non fecero maggior resistenza: dietro al secondo fu preso anche il terzo ed abbruciato come gli altri due. Dopo i ridotti vennero in potere de' vincitori diverse barche nemiche adunate sul Po dalla banda di Piacenza; e per tal modo fu in un solo giorno levato l'assedio di Pavia, e dispersi i soldati che vi teneva il nemico, quando tutta l'Italia credeva che quella città dovesse arrendersi[405].

I Visconti occupati a tale epoca in altre intraprese, non mandarono immediatamente nuove truppe contro Pavia. Mentre facevano la guerra nel Monferrato, e strignevano con un'altra armata i Gonzaghi nello stato di Mantova[406], cercavano di staccare dai suoi alleati e d'ingannare con proposizioni di pace Giovanni d'Oleggio, tiranno di Bologna, non lasciando in pari tempo di mantenere segrete intelligenze tra i suoi sudditi e i suoi soldati per togliergli il potere e la vita[407]. D'altra parte non erano tranquilli sull'avvicinamento della grande compagnia, la quale, condotta dal conte Lando, aveva abbandonato il regno di Napoli, poi, col favore d'un trattato fatto col cardinale Albornoz, attraversata, senza guastare le campagne[408], la Marca d'Ancona, e di là era entrata nelle terre di Bernardino da Polenta, signore di Ravenna[409]. Dopo avere spogliata questa provincia, e minacciato, quando l'uno e quando l'altro, tutti gli stati d'Italia, finalmente il 18 di settembre erasi posta al soldo della lega formata contro i Visconti dai signori di Mantova, di Verona, di Ferrara e di Bologna[410].

Gli alleati, per accrescere riputazione alle loro armi, si volsero all'imperatore chiedendogli qualche soccorso. Carlo aveva avuta giusta cagione di dolersi dei Visconti, i quali nel suo ritorno da Roma avevano di lui mostrata non minore diffidenza che disprezzo, ed accolse con piacere l'opportunità di vendicarsi di loro, purchè potesse farlo senza correre verun pericolo e senza dispendio. Partendo da Pisa aveva colà lasciato Marcovaldo vescovo d'Augusta col titolo di vicario imperiale; questi era ormai stanco di soggiornare in una città ove non aveva alcun potere. Carlo gli concesse di recarsi all'armata della lega, a condizione di non fare uso del suo nome, e di non ispiegarvi la rappresentanza imperiale, se non quando l'armata degli alleati sarebbe abbastanza forte per assicurare la vittoria[411]. Il vescovo d'Augusta ch'era coraggiosissimo e cercava qualche occasione per farsi più nome, passò subito all'armata, di già ingrossata dall'unione della grande compagnia; vi fece spiegare lo stendardo imperiale, e, nella sua qualità di vicario dell'impero, citò i due fratelli Visconti al suo tribunale, accusandoli di ribellione contro il sovrano, di tirannide, di tradimento[412].

I Visconti rigettarono con disprezzo tale intima; risposero ne' loro manifesti che, essendo essi medesimi vicarj perpetui dell'impero, intendevano d'assoggettare l'arcivescovo a pena capitale per essersi posto alla testa di una banda di assassini[413]; ma gli effetti non corrisposero alle loro minacce. Mentre il vescovo d'Augusta, dopo essere passato in faccia a Parma, il 10 ottobre, senza trovare resistenza, stava disegnando il suo campo in distanza di cinque miglia da Piacenza, l'armata de' Visconti, composta di quattro mila cavalli tedeschi e brabantesi, ricusava di uscire dalla città, sotto pretesto che i soldati dell'impero non potevano portare le armi contro lo stendardo dell'imperatore, loro signore. Fatto è ch'essi non volevano combattere contro la compagnia, perchè tutti i soldati stranieri, che allora servivano in Italia, erano associati ai di lei profitti e da lei pagati, e volevano sempre avere aperto un rifugio nelle sue file quando venissero licenziati altrove. I Visconti dissimularono coi loro soldati, e non li congedarono, persuasi che sarebbero tutti all'istante passati nel campo nemico. Si accontentarono adunque di provvedere alla guardia della città, abbandonando al sacco le campagne[414].

Ma la grande compagnia non guerreggiava con migliore buona fede dei soldati de' Visconti. Invano il marchese di Monferrato, ch'erasi recato all'armata, affrettava il conte Lando a marciare sopra Milano e ad attaccare quella città, onde abbattere con un solo colpo tutta la potenza de' Visconti: la grande compagnia, acquartierata presso Maggenta, ruinava il paese, spogliava le campagne, disonorava le donne e le fanciulle, e rifiutava di marciare. Conobbe allora il marchese di Monferrato, che i soldati delle due armate erano fra loro d'accordo, e che, nella simulata loro guerra, non erano nemici che degli abitanti che ruinavano. Temette che questi mercenarj lo vendessero ai Visconti, che avevano posto una taglia sul di lui capo, ed abbandonò l'armata con cinquecento cavalieri, coi quali occupò Novara per sorpresa[415]. Azzo da Correggio, che militava sotto le medesime insegne s'allontanò pochi giorni dopo con settecento cavalli, per sorprendere Vercelli, ma la sua intrapresa andò a vuoto[416].

I signori di Milano avevano dato il comando delle loro truppe al vecchio Lodovico Visconti, loro parente; quel medesimo che nel 1322 aveva ristabilita la repubblica milanese, che nel 1327 aveva dato Galeazzo in mano a Luigi di Baviera, e che nel 1339 aveva condotta la terribile compagnia di san Giorgio a Parabiago contro il signore di Milano. Tra i grandi avvenimenti cui Lodrisio aveva presa parte, il suo carattere era equivoco, ma non era dubbioso il di lui valore, e verun italiano aveva saputo meglio di lui conciliarsi l'affetto ed il rispetto de' soldati tedeschi.

Tosto che questo vecchio generale si pose alla testa dell'armata, i mercenarj non osarono disubbidirgli; promisero di seguirlo ovunque volesse condurli, e di combattere contro la grande compagnia, sebbene portasse le insegne imperiali. Altronde aveva Lodrisio seco condotto un rinforzo di tre mila cavalli italiani, in tempo che l'armata nemica trovavasi indebolita per l'assenza del marchese di Monferrato, di Azzo da Correggio, e di mille duecento cavalli che questi avevano seco condotti. Il vescovo d'Augusta per tenersi in sicuro da ogni sorpresa, aveva cominciato il 13 novembre a portare l'armata al di là del Ticino, quando fu bruscamente attaccato da Lodrisio e posto in fuga, malgrado la più vigorosa resistenza. Egli stesso cadde nelle mani di Lodrisio con seicento de' suoi corazzieri. I vincitori avevano fatti prigionieri moltissimi altri cavalieri, e tra questi quasi tutti i capi della compagnia, il conte Lando, messer Dondaccio di Parma e Ramondino Lupo; ma coloro che gli avevano fatti prigionieri erano tedeschi, tutti segretamente associati alla compagnia, onde li sottrassero ai loro generali, ed in appresso trovarono il modo di farli fuggire[417].

La gioja che questa vittoria dovette cagionare ai Visconti venne scemata dalla notizia che ricevettero poco dopo della rivoluzione di una delle più importanti città del loro dominio. Nell'imbarazzo in cui gli avea posti la guerra coi Veneziani, i Genovesi s'erano appigliati al duro partito di sottomettersi volontariamente all'arcivescovo di Milano; ma troppo erano essi attaccati alla loro libertà per rimanere lungo tempo sotto il giogo; tanto più che i nuovi signori di Milano avevano di già cercato di renderlo più pesante: risolvettero adunque di approfittare del presente imbarazzo de' Visconti, e non avendo ancora avviso della vittoria che questi avevano ottenuta il 13 sul Ticino, presero le armi il 15 di novembre, ed adunandosi alla voce di viva la libertà! morte ai tiranni! attaccarono il pubblico palazzo, ove il vicario dei Visconti non potè difendersi lungamente: egli fu costretto d'uscire di città co' suoi soldati. Allora i Genovesi mandarono a cercare a Pisa Simone Boccanegra, quello che pel primo era stato decorato del titolo di doge; lo installarono nuovamente in tale dignità e colle prerogative medesime accordategli la prima volta. I Pisani mandarono con Boccanegra un corpo di cavalleria, onde ajutarlo a rimettere la sua patria in libertà[418]. Le due Riviere si posero all'istante sotto l'ubbidienza del nuovo doge, tranne Savona, Ventimiglia e Monaco, che però egli sottomise successivamente colle armi[419].

Intanto il predicatore di Pavia, frate Giacomo dei Bussolari, dopo avere liberata la sua patria dall'armata dei Visconti che la stringeva d'assedio, aveva continuato a predicare contro la corruzione de' costumi e contro i vizj de' tiranni. I signori Beccaria, che avevano fatto plauso alle sue prediche, finchè le avea dirette contro i soli Visconti, loro nemici, cominciarono ad essere inquieti, quando lo udirono attaccare la tirannide in generale. Tutto il vantaggio che potevano da lui sperare, l'avevano omai ottenuto quando i Pavesi, riscaldati dai suoi sermoni, eransi impadroniti colla spada alla mano dei ridotti che chiudevano la città. Gli sforzi di Giacomo dei Bussolari per comunicare una nuova energia ad un popolo suddito, non potevano che riuscire dannosi ai padroni di quel medesimo popolo. I signori di Pavia determinarono adunque di farlo morire, e Castellino e Milano dei Beccaria s'incaricarono di assassinarlo; ma l'accorto frate scoprì, e rese vane tutte le loro pratiche. I cittadini, temendo per la vita del loro apostolo, formarono una guardia volontaria che lo accompagnava in ogni luogo, onde il Bussolari si rese più coraggioso nel rinfacciare ai Beccaria dall'alto del pulpito le loro crudeltà ed i precedenti omicidj[420].

Prima di tentare una rivoluzione nel governo, frate Giacomo volle avere l'assenso del marchese di Monferrato. Questo signore era stato da Carlo IV nominato vicario imperiale a Pavia, onde aveva un legittimo titolo per governare questa città, in tempo che il potere che si arrogavano i Beccaria era usurpato. Il monaco, sostenuto dall'autorità del marchese, fece nel suo primo sermone un quadro dei costumi depravati dei tiranni, della corruzione d'ogni giustizia e dell'avvilimento del popolo in tutte le città cadute sotto il dominio di un usurpatore: in appresso si fece a dimostrare da quanti delitti era stata macchiata Pavia dopo che i Beccaria avevano usurpato il sovrano potere; raccontò come poco era mancato ch'egli medesimo non fosse assassinato d'ordine de' tiranni; esortò i Pavesi a non sostenere più lungo tempo così vergognoso giogo, ed indicò dal pulpito venti cittadini che trovavansi tra gli uditori, i quali nominò capitani e tribuni del popolo. Ordinò loro di formare venti compagnie di cento uomini cadauna nel rispettivo quartiere; nominò pure quattro capi di questa milizia, e quand'ebbe finita la predica il popolo ratificò co' suoi suffragi le nomine fatte dal predicatore. Tutti gli eletti accettarono l'impiego loro affidato pel ristabilimento della religione e della libertà[421].

I Beccaria, che dal solo impero della parola si vedevano spogliati della propria autorità, senza un fatto d'armi, senza violenza, e soltanto perchè il popolo aveva cessato di ubbidire loro, non vedevano altro mezzo di ricuperare il perduto potere, che la morte di questo monaco sedizioso. Tentarono perciò di ottenere l'intento, ora colla sorpresa, ora coll'aperta forza, ma le guardie che il popolo aveva date al predicatore rispinsero costantemente i loro satelliti. Per ultimo s'addirizzarono ai Visconti, de' quali erano stati lungo tempo dipendenti, riconciliaronsi con loro, e cercarono il mezzo di aprire alle loro milizie le porte di Pavia. Ma il monaco, che teneva gli occhi aperti sui Beccaria, dopo avere dal pulpito informato il popolo de' loro complotti, mandò un centurione a Milano de' Beccaria, per portargli l'ordine d'uscire subito dalla città e dal suo territorio. Milano ubbidì tremando, e colla famiglia si ritirò in uno de' suoi castelli, ove ben tosto lo raggiunse suo fratello. Allora diedero ai Visconti tutte le fortezze che possedevano nel territorio di Pavia, assoldarono truppe e rinnovarono i loro intrighi in città perchè i loro partigiani ne aprissero le porte ai Visconti. Questa trama fu pure scoperta, onde dodici congiurati perdettero la testa, e tutti i Beccaria furono cacciati fuori di città[422].

Dopo questa rivoluzione i Visconti essendosi riconciliati con tutti i Beccaria, si tennero sicuri di poter occupare Pavia; e tentarono, se possibile fosse, di ridurre lo stesso monaco a rinunciare alla difesa de' suoi concittadini. Il Petrarca aveva strette relazioni con Giacomo de' Bussolari; egli rendeva giustizia a' suoi talenti, ed avrebbe dovuto amarlo perchè nemico della tirannide; ma Petrarca, sedotto dalle cortesie de' Visconti, viveva di que' tempi alla loro corte, e riceveva impieghi da costoro, sebbene fossero nemici della sua patria, della chiesa e dell'impero, sebbene macchiati di tutti i vizj e di tutti i delitti. A loro istigazione il poeta fiorentino scrisse a fra Bussolari una lunga lettera per esortarlo a predicare la pace e non la guerra, la sommissione e non la ribellione[423]. Per altro questa lettera, che non è che un tessuto di luoghi comuni, non ebbe sul predicatore pavese veruna influenza.

Fra Bussolari non accordò maggiore deferenza agli ordini che i Visconti gli fecero dare da alcuni superiori della sua religione, che trovavansi ne' loro dominj. Egli non si limitò a dirigere dalla cattedra i consigli della nuova repubblica, seguì la sua greggia in campagna, e protetto dal marchese di Monferrato, fece ricuperare ai Pavesi sul territorio milanese il raccolto, che avevano perduto nel proprio territorio[424].

I Visconti in tutto l'anno 1357 non opposero grandi forze ai cittadini di Pavia; avevano essi divisa l'armata loro in più corpi per combattere su tutti i punti delle loro frontiere più formidabili nemici che non erano i Pavesi. Nello stato di Modena i vantaggi furono compensati, e dopo varie battaglie le truppe de' signori di Milano si ritirarono senza aver mandati ad effetto i loro progetti[425]. Altri corpi d'armata erano opposti al marchese di Monferrato, altri ai Genovesi, e l'armata principale chiudeva alla grande compagnia l'ingresso del territorio milanese dalla banda di Mantova. Ma tutti i mercenari tedeschi erano segretamente associati a questa grande compagnia, onde non si battevano mai di buona fede; rifiutavano di avventurare contro la medesima una battaglia generale, e facevano andare a vuoto tutti i progetti de' signori cui servivano. Spesse volte mille o duemila cavalieri della compagnia avevano attraversata tutta l'armata de' Visconti, e guastato il territorio fin presso alle porte di Milano, senza che le forze infinitamente superiori che custodivano il milanese, li fermassero, o chiudessero loro la ritirata, quando ritornavano al campo carichi di bottino[426].

Stanchi i Visconti d'essere serviti da soldati senza fede, e scoraggiati dalla perdita di tutte le città del Piemonte, di Novara, di Como, di Pavia e di Genova, risolsero finalmente di chiedere la pace. Gli alleati non erano meno di loro stanchi della guerra, poichè già da tre anni le loro campagne venivano continuamente saccheggiate dai nemici o dai proprj soldati. Feltrino Gonzaga, uno de' signori di Mantova, offrì la sua mediazione alle potenze belligeranti, e la pace venne finalmente conchiusa in maggio del 1358, e pubblicata ne' primi giorni del seguente mese[427].

In virtù di questo trattato il marchese di Monferrato doveva restituire Asti ai signori di Milano, e Pavia doveva continuare a governarsi popolarmente; ma la lega degli alleati lombardi essendosi sciolta, ognuno di loro prese pochissimo interesse alla sorte de' suoi antichi alleati, e trascurò di far eseguire le condizioni che non lo risguardavano. I Visconti non rinunciarono alle loro pretensioni sopra Pavia, il marchese di Monferrato non restituì Asti, e la guerra si continuò in Piemonte ed in Lombardia; e soltanto invece d'essere sostenuta in comune da tutta la lega, il marchese di Monferrato e la città di Pavia rimasero soli esposti alle vendette de' Visconti[428].

In allora i signori di Milano mandarono una nuova armata per ricominciare l'assedio di Pavia; avvicinandosi la quale, temendo fra Bussolari che il palazzo dei Beccaria non servisse di fortezza ad alcuni loro partigiani, eccitò il popolo ad atterrarlo, ed a formare nel luogo, in cui altra volta abitavano i tiranni, una pubblica piazza. La folla, uscendo dalla predica, si precipitò verso questo palazzo, e lavorò con tanto ardore a demolirlo, che in poco tempo più non rimase pietra sopra pietra, ed ogni cittadino portò seco qualche parte de' materiali per conservarli quale monumento della caduta della tirannia[429].

Per sostenere la guerra era necessario il danaro, ed era inoltre necessario per pagare i sussidj al marchese di Monferrato, che solo era in istato di far levare l'assedio di Pavia. Frate Bussolari esortò i cittadini a sagrificare tutte le loro ricchezze alla difesa della patria, gli esortò a rinunciare al lusso degli abiti e delle pietre preziose, raccomandando loro di accontentarsi d'un sajo grossolano di color nero. La repubblica destinò ufficiali incaricati di reprimere il lusso delle donne, con ordine di stracciare gli abiti di quelle che si presentassero in pubblico con vesti ricamate, o di stoffa di seta. D'allora in avanti più non si videro vestite che d'un manto nero, e con un velo in sul capo. Tutti i loro giojelli furono mandati al frate, che li fece vendere a Venezia, onde impiegare il valore in difesa dello stato[430].

Frattanto i Visconti avevano bloccata Pavia, ed innalzate in faccia alle porte nuove bastie per levare agli assediati ogni comunicazione colla campagna. In luglio del 1359, il marchese di Monferrato sorprese queste bastie, e rinfrescò di vittovaglie la città assediata[431]; ma le forze de' signori di Milano erano tanto superiori quelle de' Pavesi, che malgrado questo piccolo successo, la città venne più stretta di quel che lo fosse mai stata prima. I conti di Langusco e tutti i Guelfi, in addietro esiliati, erano stati richiamati a Pavia; ma i Beccaria, vivendo ne' loro castelli, avevano riacquistata l'antica influenza sui Ghibellini delle campagne, di cui erano lungamente stati i capi. I campagnuoli, avendo poca parte all'amministrazione della repubblica, prendevano sempre minore interessamento all'indipendenza della loro patria che al trionfo del loro partito, e tutti coloro che non assistevano alle prediche di fra Bussolari, ponevansi volentieri sotto le insegne d'una famiglia che gli aveva governati molti anni. Tutto il distretto d'oltre Po, si sottomise ai Beccaria, tranne i castelli di san Paolo, Stradella e Cicognola; in appresso tutta la Lomellina si arrese ai signori di Milano, fuorchè i castelli di Brencida e Durno; per ultimo il terzo distretto al nord del Ticino, detto Campagna, venne occupato dai Ghibellini, ad eccezione del castello di Curbisto[432]. Il marchese di Monferrato più non poteva soccorrere i Pavesi, essendo egli stato indegnamente tradito dalla grande compagnia, che aveva di nuovo assoldata dopo una spedizione fatta da questa nella Romagna e nella Toscana, di cui dovremo parlare più abbasso. Il conte Lando lo aveva abbandonato per passare con mille cinquecento corazzieri nel campo de' Visconti, e poco poco gli aveva sviato tutto il rimanente della compagnia, che dopo la sua diserzione ubbidiva ad Anichino Bongarten[433].

Conobbe in allora frate Bussolari la necessità di dare Pavia ai Visconti, tanto più che una crudele epidemia, manifestatasi in città, abbatteva il coraggio degli abitanti. Stese egli stesso gli articoli della capitolazione. Assicurò ai Guelfi che aveva chiamati in Pavia, il diritto di risiedervi; ottenne la conferma del governo municipale da lui stabilito, e che doveva conservarsi sotto la sovranità de' Visconti. Ma egli sdegnò d'aggiugnere al trattato veruna condizione per sè medesimo, e mentre stipulava per la libertà della città, per la sicurezza de' cittadini e delle proprietà, non domandò nè meno una salvaguardia per la sua persona. Galeazzo Visconti accettò senza difficoltà queste condizioni, ma quando si trovò padrone della città e delle fortezze, dichiarò che nella sua qualità di vicario imperiale di Lombardia, non era legato da verun patto contrario ai diritti dell'impero o agl'interessi del fisco. Citò le leggi romane ed i giureconsulti che lo scioglievano dalle contratte obbligazioni; perciocchè d'ogni tempo trovaronsi uomini dotti, abbastanza vili per sostenere le più odiose massime del despotismo. Rimandò quindi al luogo del loro esilio i conti di Langusco ed i principali Guelfi di Pavia, abbrogò tutte le costituzioni municipali di questa città, e la sottopose al suo assoluto potere[434].

In mezzo alle loro calamità, avevano i Pavesi conservata tutta la loro venerazione per fra Bussolari; essi lo seguivano con sollecitudine e gli davano commoventi prove del loro rispetto e del loro amore. Ma quando Galeazzo Visconti tornò da Pavia a Milano seco condusse il monaco per allontanarlo dai suoi partigiani; e quando l'ebbe nell'assoluta sua dipendenza, fece formare contro di lui un processo dai superiori del suo ordine per titolo di disubbidienza ecclesiastica, e lo fece chiudere nella prigione del suo convento a Vercelli, ove quest'uomo degno di miglior sorte e di maggior gloria, terminò miseramente i suoi giorni[435].

I Visconti innalzarono in Pavia una fortezza, e vi posero grossa guarnigione per assicurarsi il possesso di quest'importante conquista. In pari tempo cercarono di spaventare i loro nemici cogli atroci tormenti che facevano soffrire a coloro che avevano la sventura di cadere nelle loro mani. Barnabò Visconti, il più crudele dei due fratelli, ordinò con pubblico editto a tutti i tribunali di prolungare quaranta giorni il supplicio de' colpevoli di delitti di stato. I tormenti non dovevano ricominciare che un giorno ogni due, e ne' giorni pari i dannati al supplicio venivano lasciati in un orrendo riposo. Il primo, il terzo, il quinto ed il settimo giorno dovevano ricevere cinque tratti di corda; due giorni si faceva loro bevere acqua mista di calce e di aceto; due giorni dopo aver loro strappata la pelle dalle piante dei piedi si facevano camminare sopra ceci; in appresso si cavava un occhio, indi l'altro; si tagliavano il naso, le mani, i piedi del condannato, e finalmente il quarantunesimo giorno quest'infelici erano tanagliati, e terminavano i patimenti sulla ruota. Molte vittime nel 1362 e 1363 furono condannate a quest'orrendo supplicio, ed il tiranno osò pubblicare la sua infernale ordinanza, che avrebbe dovuto contro di lui armare la chiesa e l'impero, e tutti i popoli, e gli stessi suoi vili ministri[436].