CAPITOLO XLIII.
Morte dell'arcivescovo Visconti. — Carlo IV in Italia. — Tratta con Firenze; distrugge a Siena il governo dei nove, ed a Pisa quello dei Bergolini. — Si ritira vergognosamente. — Anarchia della Sicilia e di Napoli. — Conquista di Albornoz; discordia tra i Visconti.
1354 = 1355.
L'arcivescovo di Milano aveva condisceso alla pace colle repubbliche toscane, per aver tempo di prepararsi contro gli ambiziosi progetti ch'egli supponeva ad Innocenzo VI; ed infatti questo pontefice era appena salito sul trono che aveva preso a ridurre sotto la sua ubbidienza tutti i paesi dipendenti dalla santa sede. Ma le conquiste d'Albornoz negli stati della chiesa, erano pel Visconti un argomento di sicurezza, perchè il papa non era nè abbastanza ricco, nè potente abbastanza per fare ad un tempo la guerra in Lombardia e nelle vicinanze di Roma. Se voleva sottomettere i tiranni che si avevano diviso il patrimonio di san Pietro, era forzato di conservare la pace coi signori di Milano, e porre da banda gli odj, che nello spazio di cinquant'anni avevano contro di loro manifestato i suoi predecessori. Giovanni Visconti credette adunque di potere nuovamente riprendere i suoi progetti d'ingrandimento. Pochi mesi dopo la pace di Sarzana, egli acquistò la signoria di Genova, come si è veduto nel precedente capitolo, e si trovò ben tosto mal suo grado impegnato nella guerra di questa città colla repubblica di Venezia.
Il Visconti aveva già dati non pochi motivi di doglianze ai quattro signori della Marca Veronese, la quale separava i suoi stati da quelli di Venezia; egli aveva cercato di approfittare di tutti gl'intrighi di queste piccole corti per formarsi in seno a ciascheduna un partito, ed ancora per cercare d'impadronirsi di quelle città. Ma i signori di Mantova, di Verona, di Ferrara e di Padova, deboli per sè medesimi, ed inoltre tra loro divisi, appena osavano palesare il loro malcontento, temendo che le loro lagnanze potessero allegarsi dal Visconti come un pretesto per conquistare i loro stati. La signoria di Venezia, che in allora altro non possedeva sul continente che la città di Treviso, aveva bisogno di farsi degli alleati in terra ferma, onde muover guerra al signore di Milano. Prese perciò a cuore e di rappacificare i piccoli principi della Marca Veronese, e di armarli contro il loro naturale nemico. Gli ambasciatori veneziani recaronsi più volte in questa provincia; invitarono i principi a varj congressi[275]; e per ultimo li ridussero nel dicembre del 1353 a sottoscrivere un'alleanza, in forza della quale dovevano allestire quattro mila cavalli per le susseguenti campagne, onde attaccare l'arcivescovo di Milano. Le case d'Este, di Gonzaga, di Carrara e della Scala, unironsi ai Veneziani per determinare i Fiorentini a prendere parte nella stessa alleanza: ma i loro ambasciatori non persuasero questa repubblica a rinunciare alla pace di fresco conchiusa. La lega formata dai Veneziani si rivolse in appresso a Carlo di Boemia, re de' Romani, facendo rivivere le negoziazioni con lui aperte dai Fiorentini, e gli offrì il suo ajuto per procurargli la corona dell'impero, purchè dal canto suo il re di Boemia attaccasse il signore di Milano[276].
Era Carlo IV un principe intrigante ed avido, ma senza coraggio; onde sagrificava sempre gl'interessi dell'impero a quelli del suo regno di Boemia, e l'onor suo alla cupidigia. Tutte queste negoziazioni cogl'Italiani non miravano che ad ingannarli, perciocchè egli non pensava altrimenti di prendere parte alle loro contese, e mentre trattava con tutti i nemici del Visconti, aveva ricevuti ancora i di lui ambasciatori, ed esaminate le condizioni proposte per un'alleanza col signore di Milano. Sembrò a Carlo che queste contraddittorie negoziazioni avessero finalmente rimosse dalla spedizione d'Italia quelle difficoltà che avevano sconsigliati dall'intraprenderla i suoi predecessori[277]. I comuni della Toscana, in ogni tempo nemici degl'imperatori, erano stati i primi ad invitarlo. Venezia, Verona, Padova, Ferrara e Mantova cercavano la sua alleanza; il signore di Milano e del rimanente della Lombardia gli offriva la sua amicizia; per ultimo la corte d'Avignone l'aveva creato re de' Romani, dando così motivo ai suoi nemici di chiamarlo il re dei preti. Carlo IV, che bramava l' onore della corona imperiale, mandò deputati ad Innocenzo VI per rinnovare le promesse che fatte aveva ai suoi predecessori, chiedendo che il papa gli permettesse d'entrare in Italia, e nominasse i legati che dovevano coronarlo. Una deliberazione del concistoro nel febbrajo del 1354 soddisfece interamente ai suoi desiderj[278].
Frattanto era scoppiata la guerra tra l'arcivescovo di Milano e la lega della Venezia: il 18 maggio del 1354 Francesco Castracani, generale del Visconti, erasi avanzato ad assediare Modena, che ubbidiva ai marchesi d'Este. La famiglia dei Pii e tutti i Ghibellini di Modena passarono nel campo milanese, e diedero all'armata dell'arcivescovo molte terre murate[279]. Dall'altro canto i Guelfi di Bologna ed il partito repubblicano aveva voluto scuotere il giogo di Visconti d'Oleggio, che comandava in questa città a nome del signore di Milano. La ribellione era scoppiata il 10 di giugno; si era furiosamente combattuto nelle strade; ma i repubblicani erano rimasti soccombenti, e dodici de' più distinti cittadini di Bologna periti sul patibolo[280].
Eransi consumati alcuni mesi da ambe le parti, prima che le potenze nemiche si fossero poste in misura di spingere con vigore le ostilità; ma la lega Veneta avea preso al suo soldo la grande compagnia formata dal cavaliere di Moriale, e comandata dal conte Lando. Già si aspettavano importanti operazioni militari, quando furono sospese in un modo impensato. Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano, morì subitaneamente il 5 ottobre del 1354, nel farsi levare un carbonchio, che due giorni prima era comparso sulla sua fronte, e che si credeva poco pericoloso[281].
Lasciava suoi successori tre nipoti; figliuoli di suo fratello Stefano Visconti, e la di lui eredità venne divisa tra di loro. Siccome trovavansi circondati dai soldati adunati dall'arcivescovo per combattere la lega, non incontrarono difficoltà nel farsi proclamare signori da tutte le città del loro dominio. Questa cerimonia, che ricordava ancora que' diritti che il popolo più non esercitava, si fece in Milano il 12 ottobre del 1354. I tre fratelli divisero in appresso i loro stati e la loro autorità, di modo che ognuno di loro ebbe un appannaggio in proprietà, senza che la sovranità fosse divisa. La città di Milano, centro del governo, rimase comune ai fratelli Visconti, siccome quella di Genova. Matteo, il maggiore dei tre, uomo voluttuoso e corrotto, prese per sua parte Piacenza, Parma, Bologna, Lodi e Bobbio, e non domandò altra parte nell'amministrazione generale, che d'essere nominato il primo in tutti gli atti. Barnabò, il secondo, ebbe Cremona, Crema, Brescia e Bergamo, ed in pari tempo egli si prese il carico del dipartimento della guerra. L'ultimo, Galeazzo, prese sopra di sè l'amministrazione interna ed ebbe per suo appannaggio Como, Novara, Vercelli, Asti, Tortona ed Alessandria[282].
Seppesi pochi giorni dopo che Carlo IV, re di Boemia e de' Romani, era giunto in Udine il 14 ottobre ed era colà stato ricevuto da suo fratello naturale, il patriarca d'Aquilea. Ogni stato ed ogni fazione d'Italia aveva negoziato coll'imperatore eletto, ed eransi tutti lusingati di valersi della sua potenza contro i loro nemici; ma seppero con estrema sorpresa che il monarca dell'Occidente non aveva altro seguito che quello di trecento cavalieri disarmati. Carlo con questo debole accompagnamento fece successivamente il suo ingresso in Padova ed in Mantova; ed in queste due città venne ricevuto con eguale rispetto dai Carrara e dai Gonzaga[283].
Durante il suo soggiorno in Mantova Carlo IV si offrì mediatore della pace tra la lega veneta ed i Visconti. Ridusse la prima a congedare la grande compagnia, che si gettò nello stato di Ravenna per saccheggiarlo: ma, giunta a Milano la notizia della rotta data dei Genovesi ai Veneziani a Porto Longo il 3 novembre del 1354, i Visconti accrebbero le pretensioni, e l'imperatore eletto si limitò a conchiudere tra le potenze belligeranti una tregua, che doveva durare fino al susseguente maggio. Tostocchè fu firmata questa tregua, Carlo IV passò a Milano per ricevervi la corona ferrea di Lombardia[284].
I Visconti non videro senza stupore porsi in loro balìa col suo seguito disarmato quel monarca, il di cui nome era stato lungo tempo grandissimo oggetto di timore[285]. Essi vollero dargli almeno un'alta idea della loro potenza, e lo circondarono nel loro palazzo di tutto il tumulto di un'accampamento; perciò adunarono in Milano sotto i loro ordini sei mila cavalli e dieci mila pedoni. I medesimi soldati passavano ogni giorno più volte sotto le finestre di Carlo IV per fargli credere che l'armata loro fosse ancora più numerosa. Si portò da Monza a Milano la corona di ferro, e la ceremonia della coronazione si eseguì il 6 gennajo del 1355 nella basilica di sant'Ambrogio.
Carlo non mostrò verun sospetto dell'apparecchio militare da cui vedevasi circondato, pure uscì con piacere da questa specie di prigionia quand'ebbe ricevuta la corona di ferro, e partì alla volta della Toscana. In tutte le città, che attraversava, trovò duplicate le sentinelle: i Visconti lo seguirono con un grosso corpo di truppe, mentre il monarca, circondato da cavalieri disarmati, e montato sopra un ronzino pareva, piuttosto che un imperatore, un mercante, cui preme di giugnere presto alla fiera[286]. Giunse perciò a Pisa molti giorni prima che vi fosse aspettato.
I Fiorentini, sbalorditi nell'udire che avevano così vicino l'imperatore, pensarono di porsi in istato di difesa, come se venisse ad attaccarli, e chiusero nelle terre murate i loro bestiami e tutte le vittovaglie sparse nel territorio. Per altro mandarono in pari tempo sei ambasciatori a Carlo, offrendo di trattare con lui ad onorevoli condizioni[287].
Sebbene l'imperatore fosse entrato in Toscana senza truppe, la sua presenza rese ben tosto assai difficile la situazione delle repubbliche italiane. Abbiamo osservato fino dai tempi della spedizione di Enrico VII quanto la pubblica opinione, e quella in particolare dei letterati favoreggiasse le pretensioni imperiali. Petrarca e Cola da Rienzo avevano sostenuto che la sovranità del mondo apparteneva sempre a Roma ed all'impero romano. Il primo colle sue lettere, l'altro co' suoi discorsi avevano frequentemente eccitato Carlo IV ad usare de' suoi diritti, come se fossero costantemente riconosciuti da tutti i popoli. Vero è che i più zelanti repubblicani di Firenze, e tra questi il nostro storico Matteo Villani, figuravansi di trovare nelle leggi e ne' monumenti dell'antichità una guarenzia della libertà di Roma e della Toscana. Credevano, appoggiandosi alle prime dichiarazioni di Augusto e di Tiberio, che gli antichi imperatori, padroni del mondo romano, si fossero sempre conservati subordinati al senato ed al popolo di Roma; pretendevano che i Cesari ubbidissero ai cittadini, in tempo che tutte le nazioni erano tributarie de' Cesari; e perchè le città toscane erano state ammesse di buon ora alla cittadinanza romana, credevano di essere tuttavia quello stesso popolo, cui gl'imperatori erano tenuti di ubbidire[288]. La costituzione di Roma, quale esisteva ai tempi di Augusto o di Trajano, loro sembrava la sola origine del diritto pubblico, e se l'avessero essi meglio conosciuta, avrebbero trovate illegittime tutte le loro pretese alla libertà.
La presenza dell'imperatore in Italia ed in seno ad una repubblica, riuniva intorno a lui tutti i partigiani della sua autorità. Essi sceglievano lui medesimo per giudice degli odj tra le fazioni, e delle guerre tra gli stati vicini. Essi sostenevano che il governo municipale non era stato istituito, che per rimpiazzare in sua assenza il legittimo sovrano; che all'arrivo del monarca ogni altra giurisdizione rimaneva di sua natura sospesa; che a lui si doveva immediatamente attribuire la signoria, e che essenzialmente nulle erano tutte le condizioni che gli si volevano imporre.
Carlo IV dimorò in Pisa dal 18 gennajo al 22 marzo per trattare coi comuni della Toscana, mentre l'imperatrice ed i principali baroni della Germania andavano giugnendo alla sua corte. I grandi feudatarj erano obbligati dalle costituzioni dell'impero ad accompagnare l'imperatore in Italia, e ad assistere alla sua coronazione. La curiosità e l'amore della magnificenza erano cagione che soddisfacessero più regolarmente a questo dovere che agli altri, e Carlo IV si trovò alla testa di quattro mila uomini di cavalleria, scelti tra il fiore della nobiltà tedesca[289].
Era questa la seconda volta che Carlo visitava l'Italia, essendovi venuto la prima come principe reale di Boemia con suo padre il re Giovanni; egli aveva per qualche tempo governato Lucca, e si era interamente guadagnato l'affetto dei Lucchesi; egli era, non v'ha dubbio, superiore a Spinola che lo aveva preceduto, ed a Mastino della Scala che gli era succeduto nell'amministrazione della stessa città. Altronde Carlo aveva una certa affabilità, uno spirito di giustizia, ed altre virtù che lo resero caro ai suoi immediati sudditi, mentre tutto il restante dell'Italia e della Germania non poteva perdonargli i difetti del suo carattere. I Lucchesi riguardavano quale monumento dell'affetto di Carlo IV la fortezza di Monte Carlo, ch'egli aveva fabbricata nel 1332 presso al Ceruglio, per chiudere il loro territorio dalla banda di Val di Nievole alle incursioni de' Fiorentini[290]. Il governo oppressivo de' Pisani faceva sempre più sospirare ai Lucchesi le speranze che Carlo aveva fatto concepir loro nel tempo del suo breve soggiorno. Quando venne innalzato alla dignità imperiale, non dubitarono che questo monarca non s'interessasse a loro favore, perchè essi sempre si ricordavano di lui. Di già avevano scritto in Germania per implorare la sua protezione; lo invitarono a Lucca e gli diedero infinite prove del loro amore[291]. Il re de' Romani non fu insensibile a queste dimostrazioni di attaccamento, e conferì con alcuni cittadini di Lucca intorno ai mezzi di tornare in libertà la loro patria.
Ma Carlo era di già legato coi Pisani, che non voleva inimicarsi per favorire i Lucchesi. Aveva trovati a Mantova gli ambasciatori dei primi, e con loro aveva conchiuso un trattato, reso inviolabile dai giuramenti; aveva promesso di rispettare la libertà di Pisa, di conservarle il dominio di Lucca e di mantenere alla testa del governo la fazione de' Bergolini e la famiglia Gambacorti. D'altra parte la repubblica si era obbligata a pagargli sessanta mila fiorini per le spese della sua coronazione[292].
La città di Pisa trovavasi divisa in due fazioni, dette dei Bergolini e dei Raspanti. La prima in addietro era stata quella della nobiltà, ed aveva per capo Francesco Gambacorta, ricco mercante, che, col titolo di conservatore del buono stato, era alla testa di tutta la repubblica. Alcuni potenti borghesi, come pure le tre famiglie dei Gualandi, Sismondi e Lanfranchi, erano a lui attaccati, ma la peste aveva private queste famiglie de' loro capi, e de' più bravi soldati. L'opposta fazione dei Raspanti, chiamati ancora Maltraversi, conservavasi affezionata alla famiglia dei conti della Gherardesca. Paffetta, conte di Montescudaio, uscito da questa medesima famiglia, era stato esiliato dalla patria; onde essendo entrato al servizio dell'imperatore aveva qualche credito presso di lui quando tornò col suo seguito a Pisa. All'indomani del suo ritorno, il 19 gennajo, mentre Carlo andava alla cattedrale per ricevere in pieno parlamento l'omaggio della città, gli amici di Paffetta e tutti i Raspanti, da lui eccitati, presero le armi gridando per le strade viva l'imperatore e la libertà! muoja il conservatore! Carlo per altro mise fine al disordine, e fece mettere giù le armi ai sediziosi[293]: ma Gambacorta, spaventato dal corso pericolo, volle colla devozione all'imperatore bilanciare il credito del Paffetta[294], e fece dare all'imperatore la signoria della città colla guardia delle porte e l'amministrazione del tesoro.
I cittadini delle opposte fazioni non tardarono a pentirsi d'avere sagrificata la libertà alle loro gelose passioni. I magistrati chiamarono presso di loro i capi de' Bergolini e dei Raspanti per vedere di riconciliarli. Furono nominati dodici deputati dalle due parti per istabilire le condizioni della pace. Dopo di che il Gambacorta ed il Paffetta chiesero all'imperatore di restituire ai loro concittadini que' privilegi, cui essi avevano rinunciato in un momento di accecamento. Carlo, che in allora non aveva che la debole scorta de' cavalieri che avevano con lui attraversata la Lombardia, non essendogli ancora giunti i rinforzi ch'ebbe più tardi dalla Germania, acconsentì di buona grazia al desiderio de' Pisani che potevano imporgli la legge, e ripristinò nella piena loro autorità le magistrature repubblicane[295].
Avevano i Pisani in ogni tempo seguita la parte ghibellina, onde riguardavano l'imperatore come capo del loro partito, e protettore della città: i Guelfi per lo contrario credevano di avere un nemico nell'erede degli antichi loro oppressori. Firenze, Siena e Perugia, unite meno da un'antica alleanza che dai comuni interessi, avevano convenuto di contenersi in un modo uniforme in faccia all'imperatore; i loro ambasciatori dovevano presentarsi insieme al monarca, ed agire di comune accordo; ma ben tosto i Perugini approfittarono della circostanza di essere dipendenti dalla chiesa e non dall'impero, onde rifiutare di associarsi ai Fiorentini ed ai Sienesi.
A Siena il governo più non era tra le mani del popolo, ma in quelle d'una oligarchia artigianesca formata già da settant'anni sotto nome di ordine dei nove. Alcuni ambiziosi avevano artificiosamente approfittato del modo con cui si eleggevano le magistrature per concentrare in onta alla costituzione ed alle leggi l'autorità nelle mani di novanta cittadini. Mantenevansi nell'interno coi mezzi della corruzione e coll'intrigo contro l'odio della nobiltà e del popolo[296]: al di fuori speravano d'ingrandirsi colla perfidia. Ordinarono ai loro ambasciatori di unirsi ai Fiorentini, e di promettere che agirebbero di concerto, onde far loro tenere una più ardita condotta, volendo poi l'imperatore rendersi ben affetto col separarsi spontaneamente da loro.
Gli ambasciatori delle due repubbliche furono introdotti il 30 gennajo all'udienza di Carlo. Parlarono prima i Fiorentini, e chiesero all'imperatore di accordare al loro comune la sua protezione e la sua amicizia, e di mantenere il loro popolo nella consueta libertà. Rispettoso fu il loro discorso ma senza espressioni di sommissione, senza promessa d'ubbidienza. I Fiorentini schivarono perfino di dare a Carlo verun titolo, ch'egli potesse interpretare quale riconoscimento della sua autorità[297]. Parlarono dopo i Sienesi, e, contro la promessa fatta ai loro alleati, non solo chiamarono Carlo loro imperatore e loro signore, ma spontaneamente gli offrirono la signoria del loro comune, senza riserva d'alcuna preventiva condizione[298]. Il monarca, cui costumavasi di parlare stando in ginocchio, soleva tenere in mano alcune bacchette di salice da cui andava levando la corteccia con un temperino, mentre i suoi occhi erravano distratti su tutta l'udienza. Non pertanto rispose alle due ambasciate ponderatamente e con nobiltà e moderazione, mostrando maggiore benevolenza ai Sienesi, ma promettendo ai Fiorentini di fare per loro tutto quanto sarebbe compatibile coll'onore della sua corona[299].
Quando gli ambasciatori sanesi, di ritorno nella loro patria, resero conto della loro missione, il popolo, adunato in parlamento, confermò, non senza per altro qualche disamina, l'offerta fatta dalla signoria all'imperatore[300]. Le città di Volterra e di Samminiato, che, in ragione della loro debolezza erano più gelose dei Fiorentini che premurose della propria libertà, si diedero ancor esse a Carlo IV[301]. La città di Arezzo non fu ritenuta che dal timore de' Ghibellini che vedeva favoriti alla corte, e quella di Pistoja, che trovavasi sotto la salvaguardia di Firenze, fece alcuni sforzi per imitare questi dannosi esempi. In pari tempo tutti i capi delle famiglie ghibelline delle montagne, il vecchio Pietro Saccone dei Tarlati, Ubertini vescovo d'Arezzo, Neri della Faggiuola, figliuolo d'Uguccione, ed i Pazzi di Val d'Arno, si portarono a Pisa con armi e cavalli, ingrossando la corte dell'imperatore. Essi facevansi vanto presso di lui de' loro servigi e di quelli degli antenati loro costantemente addetti al partito ghibellino, ed eccitavano Carlo a vendicare le offese che suo padre e suo avo avevano ricevuto dai Fiorentini[302].
Ma se Carlo eccitava l'animosità de' Ghibellini, se approvava i loro progetti di vendetta, se dava pubblicità alle loro offerte, non aveva altra mira che di spaventare la repubblica, onde averne più danaro. Chiedeva ch'ella si riscuotesse dalle condanne contro di lei pronunciate da Enrico VII suo avo, ed a questo prezzo acconsentiva di confermare in parte la sua libertà ed i suoi privilegi. Per essere rimessi nella grazia imperiale i Fiorentini offrivano cinquanta mila fiorini; assai più ne chiedeva l'imperatore, e muoveva dubbj intorno ad alcuni articoli della convenzione; in ultimo le condizioni del trattato furono fissate nel seguente modo. L'imperatore annullò tutte le condanne pronunciate contro Firenze, contro i cittadini, e contro i conti di Battifolle, Doadola, Mangone e Vernia[303]; li ristabilì nel pieno godimento dei loro onori e diritti; autorizzò il popolo a governarsi cogli statuti e proprie leggi municipali, e ramificò colla sua imperiale autorità tutte le leggi, tanto le già esistenti, che quelle che si farebbero in avvenire dall'autorità legislativa della repubblica, purchè non fossero espressamente contrarie al diritto pubblico. Diede irrevocabilmente il titolo di vicarj imperiali a tutti i confalonieri di giustizia e priori delle arti, cui il popolo affiderebbe il governo della repubblica. Finalmente per non turbare la tranquillità di Firenze promise di non entrare in città, nè in verun castello del suo territorio. In contraccambio di tali concessioni, ed a saldo di quanto poteva essere dai Fiorentini dovuto all'impero, accettò la somma di cento mila fiorini, pagabile in tre rate prima del seguente agosto[304].
Questo trattato, che rimetteva Firenze nel rango delle città imperiali, le conservava tutti i diritti e privilegi della più libera repubblica. Questa città veniva di nuovo riconosciuta come membro dell'impero romano, e questo titolo, lungi dal toglierle veruna delle sue prerogative, le dava anzi diritto ad una potente protezione. Non pertanto fu meno difficile il far accettare queste condizioni al popolo, che il farle aggradire all'imperatore. Il consiglio del popolo venne adunato il 12 marzo per udirne la lettura; ma a Pietro di Grifo, notajo delle riformagioni, quando la cominciò, la voce rimase soffocata dai singhiozzi, ed il suo dolore si comunicò all'istante agli uditori, onde tutto il consiglio non risuonando che di pianti e di gemiti, si dovette protrarre la lettura all'indomani. In questo intervallo i capi delle magistrature sforzavansi di far sentire ai cittadini, che il trattato coll'imperatore, che si offriva alla loro approvazione, non derogava all'onore della repubblica, nè era contrario alla sua indipendenza. Il 13 fu di nuovo adunato il consiglio, e, posta alle voci la proposizione d'approvare il trattato, fu sette volte rigettata con maggiorità di suffragi. Frattanto tutti i cittadini che avevano maggior credito od autorità, parlarono per richiamare il consiglio del popolo a più prudente condotta, e la proposizione della signoria venne finalmente sanzionata, ed all'indomani fu confermata dal consiglio comune con minore ripugnanza[305]. Il 21 marzo il trattato fu dall'imperatore pubblicato nel parlamento di Pisa, ed il 13 dalla signoria in quello di Firenze; ma pochi cittadini intervennero a quest'ultimo, e non si vedevano dare veruna dimostrazione di gioja, sebbene le campane della città suonassero in segno di allegrezza[306].
Appena terminate le negoziazioni colla repubblica fiorentina, l'imperatore partì alla volta di Siena, ove fece il suo ingresso il 23 di marzo. Questa città, dopo il 1283, era governata da una fazione chiamata il monte dei nove. In origine questa fazione era formata dai capi del partito popolare, che per escludere la nobiltà dal governo e assicurare la superiorità ai Guelfi, avevano stabilita una signoria press'a poco simile a quella dei priori di Firenze. L'avevano composta di nove magistrati, tre per cadauno de' quartieri della città. I nove signori dovevano essere plebei, e scelti dal consiglio del popolo in una generale elezione. I loro nomi venivano poi distribuiti nelle borse come costumavasi a Firenze, ed estratti a sorte per avere due mesi il governo.
Ma non avendo le prime elezioni designato che un ristretto numero di cittadini, ebbero questi l'arte di mantenere ed ancora di ristringere la loro oligarchia in tutte le successive elezioni. Entravano essi di pieno diritto nel consiglio del popolo incaricato di fare un nuovo scrutinio. In tale consiglio bastavano poche voci contrarie per impedire ad un nuovo cittadino d'entrare nella signoria, e per lo contrario richiedevasi una grande maggiorità per fare sortire dalle borse i nomi de' già ammessi cittadini. I capi dell'oligarchia, dopo avere fra di loro convenuto intorno alla prossima elezione, allontanavano dal consiglio del popolo, coll'unanime loro opposizione, tutti coloro che non volevano che fossero eletti. In tal modo avevano essi ridotta la sovrana autorità tra le mani di meno di novanta cittadini[307]. Ma questa medesima usurpazione gli avea renduti singolarmente odiosi ed alla nobiltà che le leggi escludevano dall'amministrazione, ed al popolo che vedevasi con frode spogliato dei diritti attribuitigli dalla costituzione.
L'odio de' loro concittadini ridusse i nove signori di Siena ad una condotta costantemente debole e perfida. Mentre le tre repubbliche guelfe della Toscana avrebbero dovuto difendere di comune accordo la loro libertà, i nove tradirono sempre la causa dei loro alleati, prima nelle loro relazioni coi Visconti, poi colla grande compagnia, e per ultimo coll'imperatore. Avevano assoggettata a quest'ultimo la loro patria per guadagnarsi la sua protezione; ma Carlo voleva amici che gli somministrassero forza e non cercassero di rendersi forti col di lui mezzo. Nell'istante in cui entrò in Siena, vi fu accolto colle grida di viva l'imperatore, muoja l'ordine dei nove! Vide alla testa de' malcontenti i capi della nobiltà, i Tolomei, i Malavolti, i Piccolomini, i Saricini e perfino parte dei Salimbeni, sebbene altri fossero addetti al governo. Vide inoltre nell'opposizione moltissimi ricchi borghesi e tutto il popolo; questo partito era patentemente il più forte; e fu perciò quello ch'egli trovò più prudente consiglio di abbracciare[308].
L'imperatore adunque non cercò nè il primo giorno nè all'indomani di sedare i tumultuosi movimenti del popolo. Nel terzo giorno la sedizione vestì un carattere più serio; vennero barricate le strade, ed i nove, assediati nel palazzo della signoria, supplicarono essi medesimi Carlo di recarsi colà a liberarli. Infatti l'imperatore si presentò alle porte del palazzo, che gli furono aperte, e vi entrò a cavallo. Ordinò ai nove di deporre a' suoi piedi il bastone del comando; chiese loro di liberarlo dalla promessa che aveva fatta di conservare la loro autorità; e, fattesi rendere le carte loro rilasciate, le fece abbruciare sotto i suoi occhi. Intanto il popolo forzava le prigioni, l'archivio dei nove, e la chiesa ove si conservavano le borse della signoria. Queste borse, colle bandiere dell'ordine, furono strascinate nel fango in presenza dell'imperatore. Tutta la città risuonava di una sola voce, muojano i nove! le loro case erano attaccate, insultate le loro persone, e molti di loro, cui non riuscì di nascondersi o di fuggire, furono fatti in pezzi. Vero è che l'imperatore salvò la vita dei signori ch'erano con lui nel palazzo, e ricusò di abbandonarli al popolo irritato[309]. Non pertanto pareva partecipare egli medesimo del furore popolare, e lo sanzionava coi decreti che andava emanando contro tutto l'ordine dei nove: ma in pari tempo si affrettò di far confermare da tutte le classi della nazione l'autorità sulla repubblica che la distrutta signoria gli aveva conferita. Nominò in appresso trenta commissarj, dodici nobili e diciotto plebei, per riformare il governo sotto la presidenza di suo fratello naturale, l'arcivescovo di Praga, patriarca d'Aquilea. Lasciò pure a Siena i Tarlati, il signore di Cortona ed i conti di Santafiora, per conservarvi la propria autorità, e tre giorni dopo, il 28 marzo, si rimise in viaggio alla volta di Roma[310].
La coronazione dell'imperatore eletto era stata fissata per la domenica di Pasqua, 5 aprile; Carlo aveva promesso al papa di non trattenersi che un solo giorno in Roma, e di partire appena terminata la cerimonia. Giunse non pertanto il giovedì 2 aprile innanzi alle porte della città; ma per non mancare alle sue promesse, entrò in Roma soltanto in figura di pellegrino, confuso tra i baroni e senz'essere conosciuto dai Romani. Ne' primi due giorni visitò le chiese per farvi le sue divozioni; la domenica uscì di città avanti lo spuntare del sole con tutto il suo seguito, onde rientrarvi pomposamente alcune ore dopo[311].
Carlo venne consacrato nella basilica del Vaticano dal cardinale vescovo d'Ostia. Giovanni di Vico, prefetto di Roma, e per lo innanzi signore di Viterbo e di Orvieto, gli pose in capo la corona d'oro, e Carlo colle proprie mani coronò l'imperatrice. In seguito partì con tutto il corteggio, e, coperto degli imperiali ornamenti, attraversò la città di Roma in quasi tutta la sua maggiore estensione per recarsi al palazzo di san Giovanni di Laterano, ove gli era preparato un banchetto. Per altro la sera medesima uscì di città ed andò a dormire a san Lorenzo delle Vigne. Cinque mila cavalieri tedeschi e dieci mila italiani avevano formato il suo seguito fino all'esecuzione della ceremonia, dopo la quale cominciarono a disperdersi, ripigliando quasi tutti la strada del loro paese[312].
Il 19 aprile l'imperatore tornò a Siena. Scontrò il cardinale Egidio Albornoz, che, quale legato della santa sede, aveva in primavera ricominciata la guerra contro i tiranni della Marca e della Romagna[313]. Carlo gli aveva sovvenuti cinquecento corazzieri per attaccare i Malatesti, signori di Rimini, e questa fu la sola azione militare che facesse in Italia[314]. Straniero a tutti i partiti, indifferente per tutto ciò che non risguardava il suo regno di Boemia, insensibile all'onore della corona imperiale, Carlo non chiedeva agli Italiani che danaro, e perciò non poteva avere alcun motivo di fare la guerra a chicchefosse.
L'imperatore trovò Siena, come l'aveva lasciata, nel caldo della rivoluzione cagionata dalla caduta dell'ordine dei nove. Il popolo aveva escluso a perpetuità quest'ordine dall'amministrazione; aveva fatto cancellare il nome dei nove da tutti i luoghi pubblici, da tutte le leggi, da tutti i libri dello stato. Aveva voluto che la nuova signoria fosse composta di dodici governatori o amministratori, invece di nove; gli aveva scelti tra i popolani, ed aveva fatti distribuire nelle borse i loro nomi, per rinnovare a sorte la signoria ogni due mesi. Così la rivoluzione aveva cambiate le persone che governavano, ne aveva mutato il numero ed i titoli, conservando i medesimi principj; e sulle ruine d'un'oligarchia plebea, ne aveva innalzata un'altra ancora più plebea[315].
I Sanesi avevano per altro data alla nobiltà qualche parte nel nuovo governo, aggiugnendo alla signoria un collegio di sei nobili, e chiamando cento cinquanta gentiluomini nel consiglio generale dei quattrocento.
Carlo propose loro, per completare la costituzione, di dare un capo allo stato, che fosse l'arbitro delle parti ed il moderatore delle contese; ed ottenne, che riconoscessero in tale qualità il vescovo d'Aquilea[316], suo fratello naturale, che, valendosi egli della propria autorità, investì della signoria di Siena[317].
Ma l'imperatore partì il 5 maggio da questa città per restituirsi a Pisa[318], e suo fratello non ritenne che un ristretto numero di cavalli. Il popolo vedeva con estrema gelosia occupato dal patriarca il palazzo pubblico, e rilegata la signoria in una casa privata; onde prese le armi il 18 di maggio, ripristinò agli angoli d'ogni strada le catene di ferro destinate a fermare la cavalleria, e costrinse il patriarca a rimettere i dodici signori nel palazzo[319]. Quattro giorni dopo scoppiò in Siena una nuova congiura provocata da una contesa ch'ebbe luogo tra alcuni borghesi ed artigiani. Carlo, già abbandonato da' suoi baroni tedeschi, trovavasi in Pisa circondato dai malcontenti, non meno che suo fratello in Siena; onde, altro non potendo, scrisse ai Sienesi, quand'ebbe notizia della presente sollevazione, per pregarli a mandar via sano e salvo il patriarca d'Aquilea, loro promettendo di non più imbarrazzarsi nel governo della repubblica[320]. I dodici signori fecero allora venire il patriarca nel consiglio generale; gli fecero deporre il bastone del comando e rinunciare con atto autentico alla signoria che gli era stata accordata, obbligandolo a rendere agli ufficj della repubblica tutti i castelli in cui aveva posta guarnigione, e lo mandarono a suo fratello il 27 maggio[321].
Frattanto l'imperatore soggiornava in Pisa, e dava un magnifico spettacolo agli abitanti di questa città. Adunò il popolo a parlamento sulla piazza del duomo, e prendendo per mano Zanobio di Strata, fiorentino, capo di una scuola di rettorica e di belle lettere, gli diede il titolo di poeta e lo coronò d'alloro. Zanobio trovavasi in allora tra le persone addette a Nicola Acciajuoli, grande siniscalco del regno di Napoli, aveva molta fama, ed era amico del Petrarca. Per altro questi, che dieci anni prima era stato coronato in Campidoglio, a stento seppe nascondere la propria invidia pel trionfo d'un nuovo poeta. Zanobio corse a cavallo le strade di Pisa, circondato dai primi signori dell'impero, in mezzo agli applausi del popolo. Ma breve fu la sua gloria, non essendosi conservata fino ai nostri dì veruna sua opera[322].
Mentre Carlo trovavasi a Pisa, tutti i Lucchesi, che lo avevano conosciuto nel 1332, accorrevano a lui supplicandolo ad avere pietà della loro patria[323]. I mercanti emigrati di Lucca si mostravano disposti a fare i più grandi sagrificj per rientrare nella loro patria, e le loro offerte pecuniarie avevano ben maggiore influenza su l'avido spirito del monarca, che le preghiere e la compassione. Si dice che i soli Lucchesi dimoranti in Francia offrirono all'imperatore cento venti mila fiorini per prezzo della libertà della loro patria[324]. Questi trattati non erano affatto ignoti ai Pisani, quando il fuoco distrusse gran parte del palazzo del comune abitato dall'imperatore. Durante tale incendio tutto il popolo si tenne costantemente armato; ed i Raspanti ed i Bergolini, adunati assieme nelle medesime piazze d'armi, promisero vicendevolmente di scordare le antiche loro discordie, e di concorrere amichevolmente alla conservazione dell'autorità della repubblica sopra la città di Lucca da lei conquistata[325].
Intanto avendo l'imperatore fatta occupare la fortezza della Gosta, che Castruccio aveva fabbricata in Lucca, si videro rientrare in Pisa i soldati che la custodivano per parte della repubblica. L'indignazione si rese universale; ma i Raspanti furono i primi a prendere le armi contro i Tedeschi: ne uccisero cento cinquanta, ed assediarono la cattedrale, ove dimorava Carlo IV dopo l'incendio del pubblico palazzo. Paffetta, conte di Monte Scudajo, vedeva con dispiacere i suoi partigiani unirsi ai Bergolini, ed eseguire gli ordini de' Gambacorti, e ne ritirò il più che gli fu possibile dalle file de' sediziosi; indi venne alla loro testa innanzi all'imperatore, assicurandolo che i soli Bergolini avevano eccitata la rivoluzione, ed offrendogli in pari tempo il suo ajuto. I Gambacorti, trovandosi in allora parte presso l'imperatore e parte presso il cardinale d'Ostia, furono tutti imprigionati; e gl'insorgenti, abbandonati dai Raspanti, ed attaccati dal conte Paffetta e dai Tedeschi si dispersero[326]. Le case dei Gambacorti vennero attaccate dalle truppe imperiali, prese d'assalto e bruciate; quelle de' Sismondi e de' Gualandi, dopo una ostinata resistenza, soggiacquero alla stessa sorte, ed i Lanfranchi abbandonarono vilmente la zuffa[327]. Cinque Gambacorti, Pietro Gualandi, Guelfo Lanfranchi, Rosso Sismondi, ed altri otto distinti cittadini, vennero arrestati e chiusi nelle prigioni dell'imperatore[328].
Questa sedizione era scoppiata il 21 maggio, e lo stesso giorno ne fu data notizia ai Lucchesi, i quali credettero giunto l'istante della loro liberazione. Carlo IV aveva di già fatto travedere d'essere loro favorevole, e la sedizione di Pisa doveva tenerlo più fermo in queste disposizioni, mentre i Pisani trovavansi indeboliti dalle domestiche loro discordie e dalla diffidenza in cui si trovavano rispetto all'imperatore.
I Lucchesi si procurarono delle armi; fecero, durante la notte, avanzare fin presso le mura tutti i contadini delle campagne, che non erano meno di loro zelanti della libertà; ed all'indomani Lucca avrebbe spezzate le sue catene, se i suoi antichi cittadini fossero stati chiamati soli a parte del segreto de' congiurati. Ma quando Mastino della Scala aveva ceduto i castelli di Val di Nievole ai Fiorentini, alcuni zelanti Ghibellini di questa provincia avevano abbandonata la loro patria per ripararsi in Lucca. Costoro temevano assai più il trionfo de' Guelfi che la servitù, temevano che i Lucchesi, tornati in libertà, non s'associassero ai Fiorentini, e palesarono ai Pisani le segrete pratiche dei Lucchesi. I Garzoni ed i Bardini, famiglie trapiantate da Pescia a Lucca, posero de' segni sulla torre ghibellina, che osservati e ripetuti dalle guardie accantonate sul monte san Giuliano, fecero conoscere a Pisa il pericolo in cui si trovava la guarnigione di Lucca[329]; imperciocchè i contadini armati, che occupavano tutte le uscite della città, non lasciavano passare i corrieri[330].
Appena si ebbe in Pisa avviso dell'insurrezione de' Lucchesi, le due fazioni che si erano battute la vigilia, obbliarono i loro odj per salvare i diritti della loro patria[331]. Il quartiere di Chinzica parti lo stesso giorno alla volta di Lucca; i nobili formavano la cavalleria, mentre il popolo doveva combattere a piedi. Ma questa prima truppa non si trovò abbastanza forte per rompere un corpo di sei mila paesani, che loro chiudeva il passaggio per giugnere alla città. All'indomani le milizie del quartiere del ponte vennero ad ingrossare l'armata, ed i paesani furono rotti e dispersi. La guarnigione pisana di Lucca, che, avvisata dai Garzoni de' progetti degl'insorgenti, erasi tenuta in possesso delle porte e delle mura, aprì la città alle milizie che giugnevano di Pisa. I Tedeschi volevano mostrare di starsi neutrali nella fortezza di Gosta, ma furono attaccati i primi ed obbligati di cederla ai Pisani. In seguito venne appiccato il fuoco alle case che circondavano san Michele, ed i Lucchesi, rinserrati tra il fuoco ed i loro nemici, furono forzati a deporre le armi[332]. Tutti coloro che la nascita, le ricchezze e il credito loro innalzavano al di sopra della gente volgare trovaronsi costretti ad andarsene esuli; gli altri furono disarmati con estremo rigore; ed il governo de' Pisani, che da lungo tempo era duro e severo, dopo questa sedizione si rese ancora più tirannico[333].
Carlo IV, avvilito per non essere riuscito ne' suoi progetti sopra Siena, sopra Pisa e sopra Lucca, cercava di vendicarsi di tante perdite e dell'abbassamento del presente suo stato. Nominò un giudice per esaminare i Gambacorti da lui tenuti in prigione, e gli ordinò di trovarli in qualunque modo colpevoli. Era non pertanto così aperto che questi illustri cittadini non avevano avuta alcuna parte all'insurrezione del 21 di maggio, che non furono pure esaminati intorno a quest'articolo; ma furono invece accusati d'avere ordita una congiura contro l'imperatore per farlo morire. Quando videro che si voleva ad ogni modo la loro morte, per non essere più lungamente tormentati, risolsero di confessare tutto quanto verrebbe loro chiesto, ed il 26 di maggio sette prigionieri furono condannati come traditori dell'imperatore[334], e perdettero la testa sulla piazza degli anziani, di cui erano chiuse tutte le strade dalle guardie tedesche[335].
Dopo avere corrisposto con tanta ingratitudine alla fedeltà d'una famiglia, che la prima in tutta la Toscana erasi consacrata al suo servigio[336], Carlo si affrettò di allontanarsi da un paese, ove era detestato. Partì da Pisa il 27 di maggio, ed andò a chiudersi nella fortezza di Pietrasanta, che si era fatta dare dai Pisani[337]. Colà si trattenne fino all'undici di giugno per aspettare il saldo del pagamento promessogli dai Fiorentini, come pure una contribuzione che aveva estorta ai Pisani come compenso dei danni a lui cagionati dall'ultima sollevazione[338]. Quand'ebbe ricevute queste due somme partì alla volta della Germania. I Visconti, dei quali attraversò il territorio, lungi dal dargli segni di rispetto, lo trattarono con estrema diffidenza, facendogli negare l'ingresso in tutte le loro città. Accordarongli soltanto, e come per grazia, la licenza di trattenersi una notte in Cremona, ma separato dal suo seguito, che obbligarono a deporre le armi[339].
Tutta l'autorità che Carlo aveva ricuperata sopra l'Italia sfumò all'istante che ne fu uscito. Durante la sua spedizione erasi mostrato estremamente avido di danaro, e ne aveva raccolto assai; ma si era mostrato indifferente sul conto della pubblica opinione, ed aveva svergognata quella dignità imperiale che gli Italiani erano ancora disposti a rispettare[340].
Dopo la partenza dell'imperatore l'Italia rimase in preda a molte guerre, che contemporaneamente ruinavano i suoi diversi stati. La condizione del regno di Sicilia aveva sempre peggiorato dopo la morte di Federico d'Arragona, suo fondatore. Due fazioni vi si erano formate, una detta dei Catalani, l'altra degl'Italiani o Chiaramontesi; le quali furono sempre in guerra, mentre s'andarono succedendo l'uno all'altro diversi re quasi sempre minori. Lungi dal poter ridurre i loro baroni all'ubbidienza, trovavansi anzi i sovrani medesimi dipendenti dalle stesse fazioni e travolti spesso dall'una all'altra. La Sicilia, un tempo granajo dell'Italia, era ruinata dalle sue guerre civili, che, avendo levati gli abitanti all'agricoltura, erano state cagione di varie carestie. Il partito italiano, di questi tempi opposto alla corte, erasi alleato col re Luigi e la regina Giovanna di Napoli, ed aveva loro aperte le porte di Palermo, Trapani, Girgenti, Mazzara e di cento dodici città o terre murate, onde il re di Napoli, malgrado l'esaurimento del suo tesoro, la debolezza delle sue armate, l'anarchia de' suoi stati e la viltà del suo proprio carattere, si trovava più vicino a fare l'intero acquisto della Sicilia di quello che mai lo fossero stato i due Carli, o Roberto d'Angiò, in tempo della più alta loro potenza[341]. Il re di Sicilia, della casa d'Arragona, che ancor esso aveva nome Luigi, erasi rifugiato a Catania. Nella campagna del 1355, riacquistò parte delle città perdute[342], ma morì nello stesso anno, come morì pure il suo secondo fratello don Pietro, e la corona passò sul capo del più giovane, don Federico, sotto il quale il regno fu travagliato dai disordini d'una minorità più burrascosa delle precedenti[343].
In questo abbassamento della casa di Arragona, quella d'Angiò avrebbe potuto agevolmente vendicare l'antico affronto dei vesperi siciliani, se Luigi di Napoli non fosse caduto egli medesimo nel più vergognoso stato d'abbassamento e di debolezza per la corona, ed il più funesto per i suoi sudditi. Gli sregolamenti della regina Giovanna, sua sposa, lo coprivano di disprezzo in faccia a tutti gli uomini. I principi del sangue, che il re d'Ungheria aveva posti in libertà nel 1353[344], avevano manifestato, appena rientrati nel regno, le più allarmanti pretensioni. Il duca di Durazzo ed il conte Palatino di Minerbino tenevano i loro feudi in aperta ribellione contro la corona[345]. Un semplice borghese degli Abruzzi, messer Lallo, avea occupata la città dell'Aquila ed erasi guadagnato l'affetto de' suoi cittadini, che egli governava come assoluto principe. Luigi, che voleva ricuperare questa città, non seppe impadronirsene che incaricando suo fratello maggiore, che prendeva il titolo d'imperatore di Costantinopoli, di assassinare messer Lallo: e l'imperatore fu abbastanza vile per eseguire quest'infame commissione[346].
Per colmo de' mali, la grande compagnia, che in allora saccheggiava lo stato di Ravenna, preparavasi ad entrare nel regno di Napoli. Una privata ingiuria, che si era preso l'impegno di vendicare, l'aveva lungo tempo trattenuta negli stati di Bernardino da Polenta. Questo signore del 1350, in occasione che i pellegrini accorrevano in folla a Roma, fissò gli occhi sopra una contessa tedesca di singolare avvenenza, che si era fermata in un albergo: il tiranno più non le consentì di proseguire il suo divoto viaggio; egli voleva essere corrisposto in amore; onde dopo avere inutilmente adoperati per piacerle tutti gli accorgimenti della galanteria e della magnificenza, dopo avere lungo tempo adulato, supplicato, servito, tentò una colpevole violenza. La bella pellegrina salvò la sua castità con una morte volontaria. Il di lei scudiere portò in Germania la notizia di questo tragico avvenimento. Due cavalieri, fratelli della contessa, poveri, e fidati soltanto alla loro spada, scesero subito in Italia per vendicare la sorella, e trovarono la grande compagnia presso Mantova. Dopo la morte del cavaliere di Moriale era questa sotto gli ordini del conte Lando, loro compatriotto; essi comunicarono il proprio risentimento ai soldati, agli ufficiali, al medesimo generale, e fecero porre per conto loro lo stato di Ravenna a fuoco e a sangue[347].
Indi la gran compagnia penetrò negli Abruzzi in sul cominciare del 1355. Verun preparativo erasi fatto per resisterle, sebbene tutti gli alleati del re lo avessero avvisato, che dirigevasi verso i suoi stati; ma il carnovale era di già cominciato, e Luigi non voleva permettere che si turbassero le feste e le danze della corte con triste nuove, o con molesti pensieri di affari[348].
Dopo aver saccheggiati gli Abruzzi, la grande compagnia si avanzò verso la Puglia. La città di Guasto capitolò, e gli aprì le porte, ma gli assassini, condotti dal conte Lando, non rispettavano troppo i loro giuramenti; la città fu abbandonata al sacco, ed uccisi barbaramente gli abitanti[349]. Tutte le altre città della Puglia, atterrite da quest'esempio, ripararono le loro mura, e risolsero di difendersi fino all'ultima estremità; ma non pertanto trovaronsi ridotte alle sole forze dei proprj abitanti, perchè il re non mandò loro verun soccorso. Invece di levar truppe nel suo regno, si limitò a mandare in Toscana il suo gran siniscalco, Nicola Acciajuoli, per domandare l'assistenza de' suoi alleati, mentre egli continuava a darsi buon tempo colle feste, senza mostrar di curarsi degli avanzamenti della grande compagnia, nè della ruina de' suoi sudditi[350].
Poi ch'ebbe guastata la Puglia, il conte Lando condusse la gran compagnia nella Terra di Lavoro[351], e spinse le incursioni fino alle porte di Napoli. Affinchè niuna cosa si sottraesse alle diligenze della compagnia, divise l'armata in due corpi, che battevano tutto il paese. In verun luogo incontrava resistenza, onde i suoi cavalieri spesse volte uscivano senz'armi; si stabilivano nelle ville de' signori napoletani, cacciavano, e si davano feste a vicenda, obbligando i loro domestici a prendere a viva forza nelle case de' contadini tutto quanto poteva loro abbisognare[352].
Finalmente il gran siniscalco arrivò dalla Toscana con mille barbute, che così allora chiamavasi un cavaliere seguito da un sergente, montato anch'esso a cavallo. Ma il re, che aveva caldamente affrettata la venuta di queste truppe, non aveva danaro per pagarle, onde disertarono in pochi giorni, andando ad ingrossare l'armata del conte Lando[353]. Soltanto in settembre ottenne il re Luigi di mettere insieme con istraordinarie contribuzioni trentacinque mila fiorini, che questa volta rifiutò ai suoi piaceri ed all'avidità de' cortigiani. Diede questa somma alla compagnia, a condizione che s'allontanasse da Napoli per ritornare nella Puglia. Le promise di sborsare altri settanta mila fiorini in due termini, purchè uscisse da tutto il regno; ma finchè si effettuasse tale pagamento, acconsentì che la compagnia continuasse a vivere a discrezione nelle province lontane dalla capitale[354].
Mentre il regno di Napoli trovavasi così vergognosamente abbandonato dalla viltà del suo re ai guasti di un'armata d'assassini, il cardinale Egidio Albornoz continuava prosperamente negli stati della chiesa la guerra ch'egli aveva intrapresa per iscacciare o sottomettere i tiranni, che vi si erano stabiliti. La sua più grand'arte era quella di guadagnare al suo partito alcuni di que' piccoli signori, loro accordando vantaggiose condizioni; e suppliva in tal maniera agli scarsi sussidj che gli mandava la corte d'Avignone; approfittando inoltre della rivalità delle famiglie e delle vendette dei principi per rivolgere le armi degli uni contro gli altri.
La Marca d'Ancona e la Romagna, ove il cardinale faceva la guerra, erano pressocchè le sole province d'Italia, i di cui abitanti si fossero conservati bellicosi. I piccoli principi di queste contrade non fidavano, come quelli di Lombardia, la difesa degli stati loro a mercenarj tedeschi; comandavano essi medesimi le proprie armate composte de' gentiluomini dei loro piccoli principati, e de' contadini delle loro montagne. Essi li tenevano sempre esercitati, e quando non guerreggiavano per proprio loro conto, si ponevano per un determinato tempo ai servigi di qualche principe o repubblica più potente, piuttosto che rimanersene oziosi.
Gentile da Mogliano tiranno di Fermo fu il primo signore che il cardinale Albornoz guadagnò al suo partito. Il legato in sul cominciare dell'inverno aveva nominato Gentile gonfaloniere dell'armata della chiesa, e gli aveva conceduta la signoria di Fermo e del suo territorio, come feudo della santa sede[355]. Albornoz accordava di buon grado vantaggiose condizioni ai più piccoli signori, confidando, che, ove coll'ajuto loro gli riuscisse di sottomettere i più grandi, agevole poi gli sarebbe il ridurre i primi nella sua dipendenza. Egli aveva bisogno di tutte le sue forze per attaccare Malatesta, signore di Rimini, i di cui dominj stendevansi da Recanati fino ai confini del territorio di Forlì: era questo signore non meno formidabile pei suoi talenti politici e militari, che per le alleanze contratte colle repubbliche guelfe. Albornoz penetrò negli stati della Marca di Fermo, ed in gennajo sorprese la città di Recanati, che dichiarò libera sotto la protezione della chiesa[356].
Allora il Malatesta fece sentire ai signori dello stato ecclesiastico, che l'istante era giunto di mettere in disparte le antiche nimistà, e di unirsi per la comune difesa. La politica del legato era facilmente conosciuta. La chiesa non aveva maggiori motivi di muover guerra ai Malatesti, piuttosto che agli altri signori; ed ognuno doveva prevedere che sarebbe tosto o tardi attaccato. Il valoroso Francesco degli Ordelaffi, capitano o signore di Forlì, rinunciò il primo ad un'antica inimicizia che lo divideva dal Malatesti, e contrasse con questi una sincera alleanza; cui prese subito parte anche Raineri dei Manfredi, signore di Faenza. Gentile da Mogliano entrò ancor esso nella stessa lega, sorprese e cacciò da Fermo le truppe della chiesa introdottevi da lui medesimo, rimandò al legato il gonfalone che aveva da lui ricevuto; e diede pubblicità all'alleanza di fresco contratta coi signori della Romagna[357].
Era troppo tardi: il legato dopo avere sottomessa più che la metà dello stato della chiesa, trovavasi abbastanza forte per isfidare questa lega; altronde altri principi, meno preveggenti, cercavano ancora la di lui amicizia, e Ridolfo da Varano, signore di Camerino, chiese per sè il comando dell'armata che Gentile da Mogliano aveva rinunciato. Da principio Ridolfo fu sorpreso da Francesco degli Ordelaffi, e la sua armata rotta e dispersa[358]; ma egli si rifece da questa perdita, battendo poco dopo e facendo prigioniero Galeotto Malatesti, fratello del signore di Rimini, ed uno de' migliori capitani d'Italia[359]. Questa disfatta scoraggiò il Malatesta, che abbandonò il primo la lega da lui formata, e offrì condizioni di pace al legato; e perchè era d'origine Guelfo, le città guelfe lo raccomandarono alle generosità del cardinale Albornoz. Questi gli fece giurare fedeltà alla chiesa, gli accordò, mediante una leggiera contribuzione, per dodici anni il governo di Rimini, di Pesaro, di Fano e di Fossombrone; ma dichiarò libere sotto la protezione della chiesa Sinigaglia ed Ancona[360].
La sommissione de' Malatesti fu cagione dell'immediata ruina di Gentile da Mogliano. La città di Fermo gli si ribellò, ed aprì le porte al cardinale[361]. Raineri de' Manfredi, signore di Faenza, quasi chiuso nello stato di Bologna, non era per anco esposto agli attacchi del legato; ma Francesco degli Ordelaffi, capitano di Forlì, rimasto solo in guerra colla chiesa, doveva prevedere l'avvicinamento della burrasca, e vi si preparò coraggiosamente[362]. Egli si chiuse nella sua capitale, ed affidò alla consorte non meno di lui coraggiosa, la difesa di Cesena; non fece verun conto della crociata e della scomunica pubblicata contro di lui, e senza alleati osò solo disprezzare in queste due piccole città tutta la potenza della santa sede[363].
Prima che il cardinale legato potesse condurre la sua armata sotto Forlì, la rivoluzione scoppiata in una delle più potenti città dipendenti dall'alto dominio della santa sede, presentò nuova esca alla di lui ambizione, e gli offrì la speranza di nuova conquista. La santa sede aveva sopra Bologna gli stessi diritti che Albornoz aveva fatti valere rispetto alle altre città della Romagna; ma Bologna ubbidiva ai Visconti, e questi potenti signori non potevano essere spogliati come i piccoli principi d'Agobbio, di Viterbo e di Fermo. Il cardinale non dava indizio di nutrire progetti ostili contro Bologna; pure la vide con piacere tolta ai signori di Milano da un tiranno più debole, che sperava di potere all'opportunità spogliare di così ragguardevole città.
I Bolognesi soffrivano con impazienza la signoria de' Visconti, e fino dal giugno del 1354 avevano tentato di scuoterne il giogo: ma Giovanni Visconti d'Oleggio, cui l'arcivescovo di Milano aveva confidato il governo della loro città, scoprì la congiura ordita contro di lui, mandò al supplicio due de' principali cittadini, disarmò gli altri, e ridusse i Bolognesi in così servile condizione[364], che, nella guerra degli alleati contro i Visconti, Oleggio condusse nel territorio di Modena le milizie borghesi non d'altro armate che di bastone. Giunto al campo distribuì loro le armi per combattere, e dopo avere rotte le truppe del marchese d'Este, loro ritolse quelle armi, che lo avevano renduto vittorioso, per ricondurli in città col solo bastone in mano.
Dopo la morte dell'arcivescovo di Milano, Bologna era toccata nella divisione dell'eredità a Matteo, il maggiore de' nipoti, e questi avea raffermato Oleggio nel suo governo. Ma i nuovi signori diffidavano di questo comandante, la cui politica e dissimulazione non erano minori del valore militare; oltrecchè il favore dell'arcivescovo, di cui era creduto figliuolo, lo aveva accostumato ai più ambiziosi progetti. Una gelosia di amore s'aggiunse a quella del potere in seno a Galeazzo, uno de' fratelli Visconti[365]. Essi determinarono di privare Oleggio della sua carica, ma questi avendo avuto sentore de' loro divisamenti prese le convenienti misure per conservarla loro malgrado.
I signori di Milano attaccarono da principio gli ufficiali subalterni che Oleggio aveva promossi; richiamarono da Bologna varj corpi di truppe, e citarono molti capitani innanzi ad un tribunale straordinario per rendere conto dei ladronecci ond'erano accusati. Pareva di già pendere sul capo loro una sentenza infamante[366], quando in aprile del 1355 un luogotenente di Matteo Visconti venne a chiedere a Giovanni d'Oleggio, in nome del signore di Milano, la consegna di Bologna con tutte le sue fortezze, ordinandogli in pari tempo di allontanarsene all'istante.
Oleggio si mostrò disposto ad ubbidire, e consegnò al suo successore le chiavi de' principali castelli, consigliandolo ad assicurarsene avanti che i Bolognesi avessero sentore dell'ordine ond'era incaricato. Quando il nuovo governatore fu appena uscito di città per eseguire questo consiglio, Oleggio ritenne in palazzo il 17 aprile i rettori e gli ufficiali di giustizia; vi fece pure chiamare tutti i cittadini, e loro annunziò, che i Visconti avevano determinato di togliergli il governo, dopo averlo forzato, diceva egli, a trattare i Bolognesi con una durezza tutt'affatto contraria al suo cuore. Essi soli, soggiugneva, erano colpevoli della sua precedente tirannica condotta; essi gli avevano chiesto altro sangue, ed oggi lo privavano della sua carica per punirlo della soverchia sua dolcezza. «Ho risoluto, disse finalmente, di sottrarvi al capriccio di questi tiranni; io abjuro i crudeli loro ordini, rinuncio alla loro ubbidenza. Consolate le vostre famiglie colla certezza che non avrete che me solo per vostro signore; o piuttosto dite loro che noi governeremo tutti assieme, imperciocchè, incominciando da questo giorno, i cittadini di Bologna divideranno col loro principe gli onori e le fatiche dell'amministrazione.»
I Bolognesi ascoltarono questo discorso con un cupo scoraggiamento; conoscevano l'Oleggio da molto tempo ed a lui solo attribuivano tutte le violenze che gli avevano veduto commettere. Quand'anche avessero potuto desiderare di ricuperare l'indipendenza sotto un così fatto signore, sospettavano che le sue parole velassero qualche coperto inganno, e temettero d'essere da lui sagrificati al signore di Milano. Scusaronsi lungo tempo dal prendere nessuna parte, sotto pretesto ch'erano senz'armi. Finalmente i Maltraversi ed i Ghibellini, più affezionati ad Oleggio, persuasero i loro concittadini, indifferenti di servire all'uno o all'altro de' tiranni cui erano venduti[367]. L'assemblea proclamò Giovanni Visconti d'Oleggio perpetuo signore di Bologna, ed in quella stessa notte furono restituite le armi ai cittadini.
In appresso Oleggio chiamò gli uni dopo gli altri i capitani delle truppe; comunicò loro le procedure di già incominciate contro di loro, facendo loro sentire, che la ribellione era omai il solo mezzo che loro rimanesse per salvare le loro teste[368]. Molti di costoro, attaccati da molto tempo alla sorte dell'Oleggio, abjurarono il partito de' Visconti, e gli giurarono fedeltà; ed un solo terzo, a dir molto, de' soldati ricusò di riconoscerlo per signore di Bologna. Oleggio li fece uscire di città, dopo averli disarmati, nominò altri rettori ossia ufficiali di giustizia invece di quelli che aveva ritenuti in palazzo; mandò con estrema sollecitudine contr'ordini a tutti i suoi castellani, perchè non aprissero le fortezze al nuovo governatore, e tutte furono salvate, tranne quella di Lucco. Gli alleati di Venezia, in guerra coi fratelli Visconti, si affrettarono di riconoscerlo e di promettergli soccorso; il marchese d'Este gli mandò immediatamente due cento cinquanta cavalli; in fine la mattina del 20 aprile Oleggio si trovò assoluto signore di Bologna, e la rivoluzione fu compiuta[369].
I Visconti, informati della ribellione del loro luogotenente, spedirono un'armata contro di lui[370]; ma non ottennero d'impadronirsi di Bologna per sorpresa, nè si trovarono abbastanza forti per intraprenderne il regolare assedio; onde le loro truppe si ritirarono, dopo aver guastato il territorio bolognese[371]; ed altri avvenimenti, più a loro vicini, rimossero questi principi dal fare per qualche tempo nuove intraprese.
Il maggiore de' fratelli Visconti, Matteo, non si prendeva quasi veruna cura del governo; perduto nelle dissolutezze non era circondato che da donne rapite ai loro mariti, o di fanciulle tolte ai loro genitori. Un giorno fece chiamare un assai rispettato cittadino di Milano, che aveva bella e giovane sposa, e gli ordinò sotto pena di morte di condurre egli stesso la moglie nel serraglio, ch'egli si era formato. Questo cittadino andò, piangendo, a raccontare a Barnabò Visconti l'insultante ordine che aveva ricevuto, implorando la sua protezione. Barnabò recossi subito da Galeazzo, altro suo fratello; essi conobbero di comune accordo che il popolo, spinto agli estremi dalla tirannia di Matteo, potrebbe punirli tutti egualmente de' suoi disordini. L'amor fraterno aveva poca influenza sul cuore di questi principi, e facilmente dava luogo all'interesse ed all'ambizione: lo stesso giorno la mensa di Matteo fu servita di quaglie avvelenate, ed all'indomani il maggiore de' tre signori di Milano fu trovato morto nel suo letto[372].