CAPITOLO XLII.

L'Italia immagine della Grecia. — Suoi tiranni. — Intraprese di Giovanni Visconti, arcivescovo di Milano. — Grande compagnia del cavaliere di Moriale. — Il cardinale Albornoz intraprende la conquista del patrimonio della chiesa. — Morte di Cola da Rienzo.

1351 = 1354.

L'Italia, in cui la greca letteratura era recentemente stata trasportata per opera del Boccaccio e della repubblica fiorentina, era di tutta l'Europa la più a portata di far rivivere l'antica Grecia. La natura medesima si compiacque di prodigare a queste due magnifiche contrade doni press'a poco eguali. In ambedue moltiplicò le situazioni pittoresche; innalzò maestose rupi ed aprì ridenti vallate, rinfrescate da belle cascate; adornò come per un giorno festivo le loro campagne della più rigogliosa vegetazione; e, mentre arricchì a vicenda l'Italia e la Grecia coi prodigi della sua possanza, compartì pure agli uomini che le abitano, somiglianti qualità; se pure può conoscersi l'originario carattere di un popolo quand'è già stato alterato da diversi governi. Le qualità comuni ai popoli dell'Italia e della Grecia, le qualità permanenti, il di cui germe si è conservato sotto tutti i governi, ed ancora si conserva, sono una vivace e brillante immaginazione, una sensibilità rapidamente eccitata e rapidamente compressa, finalmente il gusto innato per tutte le arti, ed organi proprj ad apprezzare ed a riprodurre ciò che è bello in ogni genere. Nelle feste del popolo delle campagne, si rinverrebbero in oggi uomini affatto somiglianti a quelli, che coi loro applausi incoraggiarono i talenti di Fidia, di Michelangelo, o di Raffaello. Essi ornano il loro cappello d'odorosi fiori, il loro mantello è pittorescamente acconciato come quello delle antiche statue, il loro linguaggio figurato e pieno di fuoco, i loro atti esprimono tutte le passioni, ed essi sono realmente suscettibili del più violento amore, come della più bollente collera. Veruna festa sembra loro compiuta se le facoltà morali dell'uomo non v'hanno avuta qualche parte, se la chiesa, in cui si adunano, non è ornata con isquisito gusto e pittorescamente, se l'anima loro non viene da una musica armoniosa sollevata al cielo. Lo spirito medesimo prende parte ai loro divertimenti; quando possono sottrarre ai loro bisogni parte del guadagno delle sostenute fatiche, non lo consumano in bevande spiritose, o in istravizj, ma lo portano come un tributo ai teatri, ai poeti improvvisatori, ai declamatori di storie, che ravvivano la loro immaginazione, e che nutrono il loro spirito. L'Italia nell'età presente è il solo paese ove il bifolco, il vignajuolo, il pastore, riempiano colle loro mogli e figli le sale degli spettacoli, il solo paese, in cui le persone di tale condizione possano intendere le tragedie rappresentanti gli eroi de' tempi passati, e le favole poetiche, che loro non sono del tutto sconosciute.

Nell'epoca in cui lo studio della greca letteratura fu trasportato in Italia, e quando esemplari, che s'accostano alla perfezione, furono offerti all'imitazione degli oratori, de' poeti, de' filosofi e degli artisti, la rassomiglianza era ancora più compiuta di quel che lo sia nell'età presente. Una quasi assoluta parità nel governo, ne' costumi, nelle abitudini, pareva indicare preventivamente uno de' popoli per camminare sulle tracce dell'altro. Per altro le lettere greche e le arti languirono ancora qualche tempo, poichè furono introdotte in Italia. L'imitazione de' migliori esemplari parve piuttosto intiepidire il genio che animarlo. Non avvi impulso per coloro, che non aspirano che a fare copie; la pedanteria dell'erudizione, lo studio delle lingue morte, che invano si sforzava di farle rivivere, ed il servile insegnamento delle scuole, diedero per lungo tempo una falsa direzione allo spirito nazionale.

La fine del 14.º secolo, ed il principio del 15.º non produssero che scrittori latini. Molti di loro giunsero, non v'ha dubbio, ad un alto grado d'eleganza, ma tutti avevano volontariamente rinunciato ad un sommo vantaggio, all'incoraggiamento che i soli loro compatriotti potevano dare. Quando l'intera nazione è dotata d'immaginazione e di sensibilità, prende alla sua propria letteratura un interessamento che non può prendere ad un idioma straniero; ella gli comunica il suo carattere, e concorre a perfezionarla colla sua critica, forse più che gli autori colle loro fatiche. I difetti, che vengono anche al presente attribuiti alla letteratura italiana, possono tutti spiegarsi per questo primo torto, d'avere abbandonato l'idioma nazionale nel secolo che più eminentemente doveva unire il gusto al genio. Questo secolo, che venne dopo Dante e Petrarca, fu perduto per le lettere; la pedanteria lo spogliò d'ogni vigore, e tutti i suoi monumenti rimasero sepolti in una lingua straniera. Soltanto più di cent'anni dopo la morte del Petrarca si pubblicarono finalmente in lingua italiana due poemi, risguardati anche adesso come classici[212]; ma l'uno e l'altro sono semibuffi; perciocchè credevasi che la lingua, in cui furono dettati, fosse indegna di serio e grave argomento. Quando ancora più tardi questa lingua fu di nuovo adoperata da poeti di sommo ingegno, la nazione che doveva incoraggiarli, aveva perduta la sua fierezza, il suo valore, e soprattutto que' profondi sentimenti, che fanno, siccome coll'immaginazione, armonizzare la poesia anche coll'anima; che fanno concepire un ardito sagrifizio di sè stesso, che comunicano l'entusiasmo, e che conservano una tinta malinconica ai più animati quadri.

Le arti non furono inceppate ne' loro progressi, come lo furono le lettere, dallo spirito d'imitazione. Non si trovarono antiche pitture, e queste ancora in iscarso numero, che quando la moderna pittura era omai giunta alla più alta sua elevazione. I progressi dell'arte furono lenti, ma regolari, i pittori andarono scoprendo gradatamente e colle proprie loro forze le regole pittoriche ed i mezzi dell'esecuzione. Il genio nulla perde del suo nobile entusiasmo quando non si assoggetta alle leggi che dopo averle egli stesso dettate; così il primitivo fuoco della creazione risplende sempre nelle più castigate opere della scuola italiana. Vero è che la scultura va molto più debitrice all'antico, sia che il genio abbia minor parte in quest'arte, o che questo genio mai non abbia animati i moderni. Le antiche statue sono per noi il tipo della perfezione, ed una perfetta copia sarebbe agli occhi nostri un grandissimo capo d'opera. Non pertanto ancora nella scultura gl'Italiani crearono prima di copiare, ed è appunto perchè inventarono essi medesimi l'arte che praticarono nel 13.º e 14.º secolo, che nel 15.º furono a portata d'imitare i più grandi modelli[213].

Ma se questo spirito d'imitazione, sconosciuto ai Greci, formava un'estrema differenza fra loro e gl'Italiani, che pretendevano imitarli, dall'altro canto la rassomiglianza era diventata più esatta che giammai in una cosa non suscettibile d'imitazione, nella politica situazione de' due paesi. L'Italia era per ogni rispetto ciò che fu la Grecia; Atene riviveva in Firenze, Sparta in Venezia, Lucca ed il suo Castruccio ricordavano, sebbene con minori virtù, Tebe ed il suo Epaminonda, Pisa e Siena potevano paragonarsi a Megara ed a Corinto, Genova a Siracusa, mentre la fertile Lombardia, come in altri tempi le doviziose colonie dell'Asia minore, non aveva saputo conservare la libertà. I tiranni italiani rassomigliavano pure ai tiranni de' Greci. Nè i talenti, e nè meno le virtù d'un signore, potevano rendere legittimo un usurpato potere; rimanevano sempre al popolo odiosi, ed in preda ai loro sospetti: frequenti rivoluzioni li precipitavano dal trono, sul quale non potevano rassodarsi che coi delitti, mentre coloro che gl'Italiani chiamavano signori naturali, i re di Napoli, come altra volta quelli di Macedonia, l'imperatore, siccome il gran re di Persia, erano rispettati di generazione in generazione, e potevano dormire sul trono, senza che i sudditi loro tentassero di rovesciarli.

Tra le razze de' tiranni, ch'eransi innalzati sopra la ruina dei diritti dei popoli, quella de' Visconti richiamava più d'ogni altra gli sguardi su l'Italia. L'aperta sua ambizione tendeva ad invadere tutta intera questa contrada, ed i talenti che successivamente segnalarono molti capi di tale famiglia, mentre altri tiranni imbecilli o corrotti regnavano a Verona, a Padova, a Mantova ed a Ferrara, le immense sue ricchezze, ed il potere che aveva di già acquistato, sembravano assicurarle il buon successo de' suoi progetti d'ingrandimento. Ella sapeva approfittare di tutte le rivoluzioni d'Italia per dilatare vie più ogni giorno il suo dominio. Ora riduceva i vicini stati a sottomettersi senza riserva, ora soltanto offriva loro la sua alleanza; ma la protezione, che accordava ai suoi alleati, li riduceva in servitù. Ella continuava a proteggere con tutte le sue forze il partito ghibellino, cui gloriavasi di mantenersi fedele; ma ciò praticava soltanto in quegli stati, ove, coll'ajuto di questo nome ancora potente, sperava di eccitare sediziosi movimenti. Non prendeva essa consiglio da questo spirito di parte nell'interna sua politica, ma cercava di tenerlo vivo soltanto presso i suoi rivali. Secondo che le tornava meglio cercava indifferentemente l'amicizia o dei papi o degl'imperatori; gli adulava ambidue, e non mantenevasi fedele ad alcuno, perchè la corruzione e la perfidia erano più utili alla sua ambizione di quel che avrebbero potuto esserlo la buona fede e la lealtà. Nelle città di suo dominio permetteva che si andassero spegnendo quelle fazioni, col favore delle quali le aveva spesso ridotte in servitù; ed i Lombardi, corrotti dalla fertilità delle loro campagne, scordavano volentieri nel lusso e nella mollezza, non solo gli antichi odj, ma la patria e la libertà, per le quali due secoli prima avevano fatte così grandi cose. Fra le tante città subordinate ai Visconti, la sola città d'Asti osava ognora lagnarsi delle violate capitolazioni, ed agitavasi ancora per le antiche contese degl'Isnardi e de' Gottuari[214].

Gli stati dell'arcivescovo Giovanni Visconti erano confinati a ponente da quelli di Giovanni Paleologo, marchese di Monferrato, da quelli di Amedeo VI di Savoja, detto il conte verde, e dai vassalli di questi, Giacomo, principe d'Acaja e conte del Piemonte, e Tommaso marchese di Saluzzo[215]. Tutte le città del Piemonte, in addietro libere, dipendevano da qualcuno di questi signori. Quelli della casa di Savoja erano allora minori, ed, in forza di un compromesso col marchese di Monferrato, avevano scelto l'arcivescovo di Milano per arbitro delle loro contese, il quale finchè visse mantenne la pace su questi confini.

Dalla banda del levante separavano il territorio dei Visconti da quello della chiesa quattro signori: i Gonzaga avevano Mantova e Reggio, i marchesi d'Este Ferrara e Modena, i della Scala Verona e Vicenza, e Padova i Carrara. La potenza delle case d'Este e della Scala era più antica che quella de' Visconti, e tutti questi signori avevano titoli uguali; pure la potenza di queste famiglie era meno stabile assai di quella de' Visconti. Trovavansi in allora capi di queste famiglie giovani di perduti costumi, i quali supponevano che il sovrano potere desse loro il diritto di soddisfare le più vergognose passioni. Per godere a vicenda di tale prerogativa, e non già spinti da più nobile passione, i minori di ogni famiglia cercavano sempre di balzare dal trono i loro maggiori, i nipoti gli zii, i bastardi i fratelli legittimi. Nello spazio di pochi anni si videro queste quattro case scosse ed indebolite da tali congiure.

La guerra civile, che scoppiò nella casa d'Este, non mancava per altro di plausibile motivo. Il marchese Obizzo aveva, morendo, legittimato in marzo del 1352 i figli avuti da un'amante, ed aveva lasciato al maggiore, Aldobrandino, la successione alla sua sovranità. Suo nipote, Francesco, riclamò contro un atto che lo spogliava de' suoi diritti, e quando vide un bastardo in possesso dell'eredità della sua casa, ritirossi alla corte dei Visconti; e là ora coi maneggi, ora colle armi, cercò di ricuperare i diritti ch'egli credeva legittimi[216].

Le divisioni della famiglia della Scala non erano tanto scusabili. Can Grande, allora regnante, aveva due fratelli legittimi, ed un fratello bastardo chiamato Fregnano. In febbrajo del 1354 egli era andato a Bolzano per conferire col marchese di Brandeburgo suo cognato. Fregnano cercò di approfittare della lontananza del fratello per usurpare la sovranità, rendendosi con uno stratagemma padrone della persona del più giovane de' suoi fratelli, ch'era rimasto in Verona, e di quella di Azzo da Coreggio governatore della città. Allora pubblicò varie lettere, che pretendeva essere state dirette a questo governatore ed a lui medesimo; e sotto pretesto che le truppe dei Visconti minacciavano il veronese, fece uscire in campagna tutte le armate per andare contro ai nemici. Nella notte del 17 febbrajo annunciò l'improvvisa morte del signore Can Grande; la mattina del susseguente giorno corse le strade a cavallo col suo più giovane fratello Alboino, e ricevette l'omaggio de' magistrati e del popolo. Feltrino, uno de' signori di Gonzaga, che aveva presa parte in questa trama, giunse ben tosto con un corpo di truppe in suo soccorso, un corpo di cavalleria gli condusse pure Barnabò Visconti pochi giorni dopo, ma Fregnano non ardì riceverle in città. Questi ausiliarj da lui non richiesti, e che sembravano essere accorsi per un disinteressato amore pei tradimenti, eccitavano, non a torto, la sua diffidenza.

Ma la stessa notte in cui Barnabò allontanavasi da Verona, ove non era stato ammesso, Can Grande, avvisato della rivoluzione accaduta nella capitale, giunse presso alla porta del Campo di Marte, che gli fu segretamente aperta dal capitano a lui fedele, e subito entrato in città, chiamando alle armi il popolo cui faceva replicare il suo nome, occupò il quartiere al di là dell'Adige. Nel susseguente mattino 25 febbrajo, passò il ponte ed attaccò Fregnano, che difendeva l'altra parte della città. Dopo un'accanita zuffa fu ucciso il bastardo della Scala, e Paolo Pico della Mirandola, ch'era stato nominato suo podestà con molti altri complici. Feltrino Gonzaga rimase prigioniero, e non ottenne la libertà che pagando una taglia di trentamila fiorini. Il cadavere di Fregnano venne ignominiosamente appeso ad una forca, furono condannati a morte varj suoi complici, e Can Grande trovossi nuovamente padrone di Verona: ma la ribellione, che aveva con tanta rapidità soffocata, gli aveva fatto vedere quanto doveva ripromettersi dai signori di Mantova e di Milano[217].

Le congiure, tramate nelle famiglie di Carrara e di Gonzaga, non cagionarono la guerra civile, e si eseguirono ambedue entro le mura dei palazzi dei principi. A Padova uno zio ed un nipote, Jacopino e Francesco da Carrara regnavano insieme. Quest'ultimo, che vedremo governare e difendere gloriosamente i suoi stati, fece all'impensata prendere lo zio mentre con lui stava cenando a tavola[218]; lo accusò d'avere ordito una trama per farlo assassinare, e lo fece gettare in una prigione ove lo sgraziato Jacopino visse ancora diciassett'anni. Sua moglie Margarita Gonzaga, venne rimandata a Mantova col figlio in età di un anno. Una segreta gelosia tra questa donna e la moglie di Francesco, era stata la cagione di questa catastrofe[219].

L'ultima a scoppiare fu la congiura di Mantova. Guido da Gonzaga, signore di questa città, aveva tre figliuoli, il primo de' quali, Ugolino, era stato chiamato dal padre a partecipare del sovrano potere; e perchè questi mostravasi egualmente valoroso e prudente, Guido, invecchiato, gli andava poc'a poco abbandonando tutta la sua autorità. I due minori fratelli Lodovico e Francesco ne concepirono la più violente gelosia. Nel 1362 congiurarono contro di lui, ed il giorno 2, o come vogliono alcuni il 13 ottobre, lo assassinarono. Il vecchio Guido da Gonzaga, che, colla sua congiura a danno di Passerino de' Bonacossi, aveva nel 1328 innalzata la propria famiglia al rango delle case sovrane, vide ucciso dai suoi propri figliuoli quello di loro, in cui aveva tutte riposte le sue speranze; egli stesso fu dai medesimi spogliato della sovrana autorità, e finì i suoi giorni nel dolore[220].

Tali erano i principi indipendenti che governavano il Nord dell'Italia. Vi si trovava gli è vero un'altra famiglia principesca, i Beccaria, che signoreggiavano Pavia. Ma questi erano vicarj ora de' Visconti, ora dei signori di Monferrato. Molti piccoli principi regnavano pure nelle città della Romagna e dello stato della chiesa; ma per altro erano in Italia diminuite assai di numero le case sovrane, e la geografia di questa contrada erasi molto semplificata. Il numero delle repubbliche era ancora più diminuito. Genova e Bologna trovavansi, almeno momentaneamente, sottomesse ai Visconti; Lucca ubbidiva ai Pisani; onde non rimanevano più che Venezia e Pisa, e i tre comuni guelfi di Toscana, Firenze, Siena e Perugia: le altre città di questa provincia in addietro libere erano piuttosto suddite che alleate di queste tre repubbliche.

I comuni guelfi della Toscana erano particolarmente lo scopo de' progetti ostili e dell'ambizione dell'arcivescovo di Milano; ma d'altra parte erano anch'essi prevenuti contro di lui dal doppio odio pel partito ghibellino e per la tirannide. Abbiamo di già veduto in qual modo i Fiorentini avevano respinta l'aggressione de' Visconti nel 1351, e come avevano costretto il generale del signore di Milano a levare l'assedio di Scarperia; ma era meno da temersi la forz'aperta che i segreti intrighi; perciocchè il Visconti cercava in ogni città, in ogni borgata di farsi de' partigiani, di avere de' traditori; e dopo l'inverno del 1351, che venne in seguito a quella gloriosa campagna, poco mancò che venduta non gli fosse la città d'Arezzo. Il signore di Milano aveva incoraggiata la famiglia guelfa de' Brandagli d'Arezzo a farsi tiranna, e si era a di lei favore procurata l'alleanza dei piccoli tiranni ghibellini di Agobbio e di città di Castello. Di già i Brandagli avevano occupata una porta, e per mezzo di convenuti segni avevano chiamate in loro soccorso le truppe de' Visconti, allorchè gli abitanti d'Arezzo corsero alle armi, e cacciarono i ribelli dalla città, prima che potessero eseguire i colpevoli loro progetti[221].

Le repubbliche guelfe di Toscana, riunite dal comune pericolo, essendosi collegate per la comune difesa[222], spedirono una deputazione al papa, onde impegnarlo a farsi capo di un partito, formato in origine per difesa della chiesa, ed a vendicarsi dell'affronto che le sue armi avevano ricevuto sotto Bologna.

Ma il Visconti stava già da qualche tempo negoziando colla corte d'Avignone per placarla. Egli comperava dei partigiani a peso d'oro perfino nel sacro collegio. La viscontessa di Turenna, l'amica di Clemente VI, che tutto poteva sul di lui animo, aveva ricevuti i suoi doni, onde la collera della corte intiepidiva ogni giorno, e le risoluzioni erano incerte[223]. I cardinali, che sembravano animati dal più vivo risentimento, e che più fortemente eransi dichiarati per l'onore della chiesa, non si vergognavano nel susseguente concistoro di dichiararsi favorevoli a quello stesso Visconti, di cui erano poc'anzi i più caldi antagonisti[224].

Finalmente il papa cedette alle istanze dell'amica e de' cortigiani, ed il 5 maggio del 1352 dichiarò nel concistoro dei cardinali, che in considerazione della sommissione dell'arcivescovo di Milano, e della sua santa ubbidienza, annullava tutti i processi incominciati contro di lui, e rivocava le scomuniche e gl'interdetti fulminati contro il medesimo. Gli ambasciatori del signore di Milano presentarono a Clemente VI le chiavi di Bologna, quasi in atto di rendergli quella città, ma il papa gliele restituì. Nello stesso tempo fece cessione per dodici anni della sovranità di Bologna al Visconti come di un feudo della chiesa, contro il pagamento annuo di dodici mila fiorini[225]. Cento mila fiorini furono pagati dal signore di Milano alla camera apostolica per le spese della precedente guerra in Romagna. Più di duecento mila fiorini erano stati erogati nel sedurre i più importanti personaggi della corte di Avignone, e per ottenere un così vantaggioso trattato[226].

Intanto le repubbliche toscane, costrette di rinunciare ai soccorsi del loro naturale alleato, eransi rivolte all'erede di una famiglia, contro i di cui antenati avevano guerreggiato, al nipote d'Enrico VII, al figlio di Giovanni di Boemia, Carlo IV, che in allora era re de' Romani. Gli rappresentarono, che quell'avanzo di potere che gl'imperatori conservavano ancora in Italia verrebbe in breve usurpato dai Visconti, se il monarca non poneva finalmente freno alla smisurata loro ambizione; si offrivano d'assecondarlo con tutte le loro forze onde abbassare l'alterigia del signore di Milano, di levare perciò un'armata, e di pagare a Carlo i sussidj quando scenderebbe in Italia a prendere le due corone de' Lombardi e dell'Impero Romano[227]. Venne a Firenze un cancelliere di Carlo IV per continuare questo trattato. Il sussidio da pagarsi all'imperatore venne portato a dugento mila fiorini, doveva comandare un'armata di sei mila cavalli, di cui soltanto un terzo sarebbe da lui pagato, ed i magistrati delle repubbliche dovevano prendere il titolo di vicarj imperiali. Il trattato si pubblicò in Firenze in maggio del 1352, ma Carlo IV non potendo ancora allontanarsi dal suo regno di Boemia, rifiutò di ratificarlo[228].

Nella campagna del 1352 l'arcivescovo di Milano non aveva tentato d'invadere la Toscana con un'armata considerabile; ma aveva distribuite le sue forze sopra diversi punti, e soccorsi tutti i nemici delle repubbliche. Egli eccitò contro Perugia e Siena il conte d'Urbino, della famiglia di Montefeltro, il signore di Cortona ed il prefetto di Vico, che governava diverse città dello stato della Chiesa. Negli Appennini il vecchio Pietro Saccone dei Tarlati, era tuttavia, sebbene in età di novant'anni, il più attivo nemico dei Guelfi, egli sorprendeva e guastava con inaspettate incursioni ora le campagne di Mugello, ora quelle d'Arezzo. Aveva occupato Borgo san Sepolcro, importante fortezza de' Perugini, e poco dopo Anghiari ed altri due castelli[229]. Finalmente Francesco Castracani intraprendeva nella Garfagnana l'assedio di Barga con forze considerabili, somministrategli dall'arcivescovo. Ma la lega guelfa uscì gloriosamente da questa lotta: riacquistò dopo lungo assedio e spianò fino ai fondamenti il forte castello di Bettona posto ad otto miglia da Perugia, ch'era stato occupato dai Ghibellini[230]; forzò il Castracani a levare l'assedio di Barga, dopo averlo disfatto nella Garfagnana[231]; e Pietro Saccone, rotto presso Bibiena, andò debitore della sua salvezza alla bontà del cavallo[232].

La guerra non sostenevasi da ambe le parti con forze proporzionate alla potenza dell'arcivescovo di Milano e de' Fiorentini. Non pertanto i due partiti desideravano egualmente la pace. Temeva il Visconti gli effetti delle negoziazioni cominciate dai Guelfi con Carlo IV; temeva inoltre di cambiamento nelle disposizioni della corte d'Avignone. Clemente VI era morto il 5 dicembre del 1352, dopo avere vissuto non come conviensi ad un capo della chiesa, ma come un sovrano voluttuoso e magnifico, circondato da dame e da cavalieri, nel fasto e ne' piaceri[233]. Il vescovo di Clermont, cardinale d'Ostia, datogli per successore il 28 dicembre, sotto nome d'Innocenzo VI, poteva essere intenzionato di rompere un trattato estorto al suo predecessore dalla venalità de' cortigiani. L'arcivescovo di Milano credette opportuno di fare la pace coi Guelfi per non aver nulla a temere dal canto della chiesa. Propose alle repubbliche toscane d'aprire un congresso a Sarzana; gli ambasciatori vi si recarono da ambedue le parti, e cominciarono le loro conferenze il primo gennajo del 1353[234]. Fu accettata la mediazione dei Gambacorti e della repubblica di Pisa, ch'eransi conservati neutrali tra l'arcivescovo ed i Fiorentini; e colla loro mediazione fu conchiuso un trattato di pace tra il Visconti e le repubbliche di Firenze, Perugia, Siena, Arezzo e Pistoja. Pochi castelli presi da una parte e dall'altra furono restituiti, e la repubblica di Pisa si chiamò garante dell'esecuzione del trattato[235].

Ma la pace di Sarzana non procurò ai Fiorentini che pochi mesi di tranquillità. Bentosto un'armata più formidabile che non era quella dell'arcivescovo, saccheggiò la Marca d'Ancona e la Romagna, ed una più disastrosa guerra minacciò le frontiere della Toscana. Un gentiluomo provenzale, cavaliere di san Giovanni di Gerusalemme, frate Monreale d'Albano, che gl'Italiani chiamarono fra Moriale[236], erasi distinto servendo il re d'Ungheria nelle guerre del regno di Napoli. In queste sventurate province, abbandonate a tutte le vessazioni de' soldati, aveva il cavaliere imparato a dare una tal quale regolarità all'assassinio ed a mantenere una certa disciplina tra i suoi soldati, ai quali erano permessi tutti i delitti. Con quest'associazione della regola alla licenza, aveva adunata una compagnia di ventura, colla quale era rimasto nel regno di Napoli dopo la partenza di Luigi d'Ungheria. La regina Giovanna per liberarsene, aveva preso al suo soldo Malatesta, signore di Rimini, con una forte armata; questi nel 1352 aveva assediato in Aversa Moriale, e forzatolo a capitolare ed a uscire dal regno, restituendo tutta la preda che aveva ammassata[237]. Moriale, col piccolo numero de' soldati rimasti fedeli, erasi posto al soldo del prefetto di Vico, signore di Viterbo e d'Orvieto, e d'alcune altre città del patrimonio di san Pietro; ma egli covava ancora in così basso stato più vasti progetti. Aveva scritto a tutti i contestabili, che avevano soldati da loro dipendenti in Italia, offrendo loro paga e servigio come a truppe regolari, e significando loro inoltre, che goderebbero sotto i di lui ordini di tutta la licenza permessa ai soldati delle compagnie avventuriere. Con tali promesse raccolse sotto le sue bandiere mille cinquecento cavalli e due mila fanti, ch'egli condusse subito nel territorio del signore di Rimini, di cui voleva vendicarsi. Entrato in questo piccolo stato nel novembre del 1353, aveva, prima che terminasse l'inverno, di già presi quarantaquattro castelli[238].

Mentre Moriale metteva la Romagna a fuoco e sangue, dava alla sua compagnia una forma regolare. Aveva nominati un tesoriere, consiglieri e segretarj, coi quali deliberava intorno ai comuni interessi. Alcuni giudici mantenevano la pace nel campo, e facevano osservare tra i soldati la più rigorosa giustizia, mentre loro permettevano ogni sorta di delitti a danno degli abitanti del paese in cui guerreggiavano. La preda si divideva in un modo regolare tra gli ufficiali ed i soldati; era poi venduta a certi mercanti, che seguivano l'armata per fare acquisto degli effetti rubati, e Moriale voleva che si rispettassero le persone e le proprietà di questa classe d'uomini. Con tale disciplina faceva regnare l'abbondanza nel campo, e le persone addette alla milizia d'altro non parlavano in Italia che delle ricchezze che si acquistavano sotto le sue bandiere. Coloro che trovavansi al servigio dei principi o delle repubbliche aspettavano con impazienza il termine del loro servigio per abbandonarli e recarsi al campo di Moriale; e molti ancora commettevano qualche volontario fallo per farsi congedare prima che spirasse il tempo del loro servizio[239].

Il Malatesta, oppresso da questa compagnia, venne a chiedere soccorso alle tre comuni guelfe di Toscana. Rappresentò loro che questi assassini, nemici d'ogni nazione, d'ogni governo, abbandonerebbero tra poco il suo principato omai esausto per attaccare la Toscana, ove speravano di trovare maggiori ricchezze, che, ove non si punissero sollecitamente, l'esempio loro sedurrebbe tutti i soldati d'Italia, e farebbe rivolgere tutte le forze della società contro la società medesima. Malgrado così potenti motivi Perugia e Siena rifiutarono di provocare un nemico che non le aveva attaccate. Firenze accordò qualche soccorso a Malatesta, ma così sproporzionato al bisogno, che fu da lui rinviato, ed egli cominciò a trattare d'accordo colla compagnia. Le promise quaranta mila fiorini perchè uscissero dalle sue terre, e le diede per ostaggio uno de' suoi figli[240]. Egli non potè pagare così grossa somma che licenziando tutte le sue truppe, le quali passarono al servigio di Moriale. Nello stesso tempo (1354) molti de' principali baroni di Germania entrarono nella grande compagnia, che diventò più formidabile di quel che lo fosse mai stata[241].

Le repubbliche toscane, che non avevano approfittato delle più favorevoli circostanze per attaccare la gran compagnia, eransi per altro collegate per la comune difesa, ed avevano convenuto di montare tre mila cavalli, ed il contingente de' Fiorentini era di già arrivato a Perugia. Ma Moriale ottenne facilmente lo scioglimento di tale lega. Egli cercò l'amicizia de' Perugini, dichiarando che rispetterebbe scrupolosamente la neutralità loro; chiese di potere attraversare il loro territorio senza fermarsi e pagando a danaro contante tutto quanto gli abbisognasse. Lusingati di sottrarsi al pericolo senza guerra e senza spesa, i Pistojesi vilmente abbandonarono i loro alleati, e fecero separata pace con Moriale[242]. Allora la compagnia entrò per Asciano e Montepulciano sul territorio di Siena; onde i Sienesi, atterriti nel vedersi abbandonati dai loro vicini, trattarono ancor essi con Moriale, e gli contarono sedici mila fiorini, affinchè continuasse la marcia senza fermarsi nel loro territorio[243].

I Fiorentini avevano a quest'epoca deboli e mal esperti priori, che non seppero porre la repubblica in istato di difendersi. Andato a vuoto il tentativo fatto coi Pisani per rispingere d'accordo il nemico, non riuscirono a mettere un'armata in campagna. Nel mese di luglio del 1354 la compagnia guastò per otto giorni continui la Val d'Elsa e le vicinanze di Staggia e di san Casciano senza trovare resistenza: essa era in allora composta di sette mila cavalli, due mila de' quali erano, a dir vero, forzati di servire a piedi sotto l'armatura de' corazzieri per avere perduti i cavalli, di mille cinquecento uomini di fanteria scelta, che allora chiamavansi masnadieri, e di una truppa di servi, di vivandieri, di gente di perduti costumi, che valutavansi circa venti mila. Moriale sapeva impiegare vantaggiosamente questa gente, che seguiva il suo campo, per saccheggiare le campagne, e procacciare vittovaglie ai soldati[244]. I Fiorentini risolvettero all'ultimo di pagare venticinque mila fiorini al tesoro della compagnia, ed i Pisani sedici mila[245], oltre i considerabili regali fatti ai diversi suoi capi; e Moriale promise alle due repubbliche, che per due anni non entrerebbe più nel loro territorio. Raccolse in seguito il rimanente delle contribuzioni dovutegli dai paesi della Romagna, indi condusse la sua truppa in Lombardia, ove ad istigazione de' Veneziani erasi formata una lega contro l'arcivescovo di Milano. Moriale si pose colla sua truppa al soldo della lega, che gli promise cento cinquanta mila fiorini per quattro mesi di servizio[246].

Dopo avere assicurata con questo trattato la sussistenza della grande compagnia per tutto l'inverno, il cavaliere di Moriale ne affidò il comando ad un tedesco, chiamato dagl'Italiani il conte Lando. Egli con poco seguito si recò a Perugia e poscia a Roma sotto colore di regolare i suoi domestici affari, ma in fatto per formare corrispondenze nel mezzogiorno d'Italia, ove pensava di ricondurre in primavera la formidabile sua truppa. I Perugini, spaventati ancora della sua potenza, lo accolsero rispettosamente, e gli diedero nelle loro terre il diritto di cittadinanza: Moriale passò in seguito a Roma. Egli credeva di avere diritto alla protezione del governo di questa città, perchè i suoi due fratelli, che aveva lasciati a Perugia, avevano di fresco dato a Cola da Rienzo il danaro che questo celebre uomo aveva impiegato nella leva di alcuni soldati, coi quali era rientrato trionfante in Roma.

Ma il tribuno, trovandosi ristabilito in Campidoglio, si risguardò di nuovo quale rappresentante dell'antica repubblica romana, quale protettore dell'universo, quale vendicatore dei delitti commessi in qualunque parte d'Italia. Fece dunque imprigionare il cavaliere di Moriale e lo fece tradurre innanzi al suo tribunale; lo accusò d'avere attaccate, senz'esserne provocato, le città della Marca e della Romagna, di avere portato il ferro ed il fuoco nelle campagne di Firenze, di Siena e d'Arezzo, di avere comandata una truppa di assassini, colpevoli di ladronecci e di omicidj: e perchè il Moriale non opponeva a fatti così notorj, che il preteso diritto della guerra, il tribuno dichiarò che il titolo di generale punto non iscemava i delitti che punivansi nelle persone degli altri malfattori; condannò Moriale alla pena di morte, e gli fece tagliare il capo in Roma il 29 agosto del 1354 nella piazza delle esecuzioni[247].

Cola da Rienzo, che in dicembre del 1347 era fuggito dal Campidoglio, ed un mese dopo da castel sant'Angelo travestito, Cola da Rienzo, ch'era stato condannato come eretico e come ribelle, che aveva languito ora nelle prigioni dell'imperatore a Praga, ora in quelle del papa in Avignone, per uno strano cambiamento di fortuna, trovavasi di nuovo rivestito d'una sovrana autorità nella città medesima da cui era stato scacciato.

Il primo asilo di Cola, dopo la sua fuga da Roma, era stata la corte del re Lodovico d'Ungheria. Ma quando questo principe abbandonò improvvisamente l'Italia, il tribuno, trovatosi senza difesa, era passato in Germania per implorare la protezione di Carlo IV[248], sperando di poter comunicare al re de' Romani il proprio entusiasmo per Roma, e di rendere questo monarca degno dei titoli ch'egli portava. Nello stesso senso il Petrarca aveva più volte scritto allo stesso Carlo per ricordargli i doveri degl'imperatori[249]. Ma il discendente della casa di Lussemburgo, che non aveva ereditata la generosità, la lealtà, o altra delle virtù cavalleresche di Enrico VII, o di Giovanni di Boemia, diede vergognosamente Cola in mano del papa nel 1352, ed il tribuno giunse in Avignone in mezzo a due arceri[250]. La morte di Clemente VI, il rispetto che ispiravano l'eloquenza ed i suoi distinti talenti, e senza dubbio le raccomandazioni del Petrarca, che scriveva al popolo romano per interessarlo a favore del suo magistrato, salvarono Cola dal supplicio di cui era minacciato[251]. Alcun tempo dopo, Innocenzo VI, avendo risolto di liberare tutte le città de' suoi stati dai tiranni che le governavano, e di ridurle sotto l'immediata autorità della chiesa, mandò Rienzo al cardinale Egidio Albornoz, incaricato di tale missione, affinchè questo prelato si giovasse dei suoi talenti, della sua eloquenza, e dell'opinione che ancora aveva in Roma[252].

Egidio Albornoz si diceva disceso dalle reali case di Leone e di Arragona; era stato nominato assai giovane arcivescovo di Toledo, lo che non gli aveva impedito di fare la guerra ai Mori, e di rendersi glorioso contro gl'infedeli. Dopo la battaglia di Tariffa, aveva di propria mano armato cavaliere Alfonso XI di Castiglia, e nel 1343 aveva diretto l'assedio d'Algesiras. Quando morì Alfonso XI Albornoz venne alla corte d'Avignone, ove Clemente VI gli diede il cappello cardinalizio. Innocenzo VI l'anno 1353 dovendo nominare un generale nel sacro collegio, giudicò il cardinale spagnuolo più capace di ogni altro a riconquistare gli stati della chiesa[253].

Albornoz entrò in Italia nell'agosto del 1353 mal fornito di truppe e di danaro, ma con promesse di larghi sussidj. Sebbene la di lui venuta eccitasse la diffidenza dell'arcivescovo Visconti, questi lo accolse onorevolmente[254]. Il cardinale prese in appresso la via di Firenze, ove giunse in ottobre, ed ottenne dalla repubblica il piccolo sussidio di cento cinquanta cavalli. Fin qui le truppe d'Albornoz trovaronsi sproporzionate affatto a' suoi vasti progetti; ma egli fidava assai meno nell'armata, che nelle disposizioni de' popoli; imperciocchè la sua missione tornava utilissima alla loro prosperità. Era egli incaricato di rendere alle città la libertà, e quel governo repubblicano, di cui avevano goduto lungo tempo sotto la protezione della chiesa, e veniva per fare la guerra a piccoli tiranni, non meno nemici del popolo che del papa, a tiranni la di cui autorità era odiosa, ed alle di cui passioni venivano tutte attribuite le pubbliche calamità. Clemente VI aveva prima di morire pubblicata una bolla di scomunica contro tutti gli usurpatori, e nominatamente contro Giovanni di Vico tiranno di Viterbo e d'Orvieto, Francesco degli Ordelaffi tiranno di Forlì, e Giovanni e Guglielmo de' Manfredi tiranni di Faenza[255].

I Romani furono i primi a riconciliarsi colla chiesa per l'intromissione d'Albornoz; ma piuttosto fecero alleanza, con un atto di sommissione alla sua autorità[256]. Dopo la fuga di Cola da Rienzo avevano sofferte le più disastrose rivoluzioni; i nobili, tornati in Roma, avevano ricominciate le loro soverchierie, onde il popolo, sotto la condotta di Giovanni Ceroni, demagogo, che fu installato in Campidoglio col titolo di rettore, gli aveva di nuovo cacciati di città[257]; poi gli aveva richiamati per difendere Roma contro il prefetto di Vico. I nobili, che mai non sapevano approfittare delle lezioni dell'esperienza, avevano ravvivate le antiche loro contese; gli Orsini e i Savelli eransi azzuffati nelle strade, ed il rettore Giovanni Ceroni, avendo invano chiamato il popolo a prendere le armi per mantenere l'ordine, abdicò la sua dignità, e si allontanò da una città intollerante d'ogni governo[258].

Quando Innocenzo VI successe a Clemente, egli, di concerto col popolo, incaricò due senatori, Bertoldo Orsini e Stefano Colonna dell'amministrazione di Roma; ma poche settimane dopo la loro installazione, avendo la carenza delle vittovaglie eccitate le lagnanze del popolo, venne assediato il Campidoglio, lapidato l'Orsini, e il Colonna non si sottrasse alla morte che fuggendo travestito da una finestra[259].

In seguito si riaccese una furiosa guerra tra i diversi partiti della nobiltà, che si protrasse fino all'agosto del 1353. A quest'epoca, stanchi i Romani di farsi la guerra pei loro signori, nominarono di nuovo un capo plebeo, Francesco Baroncelli, scrivano o notajo del senato. In sull'esempio di Cola da Rienzo, questi prese il titolo di tribuno, mandò al supplicio i nobili più sediziosi, e costrinse gli altri alla quiete[260]. Il Baroncelli governava Roma, quando il cardinale Albornoz, accompagnato da Cola da Rienzo, entrò nello stato della chiesa. Fu il Baroncelli che fece la prima convenzione col legato a nome del popolo. In pari tempo Montefeltro, Aquapendente e Bolzena, aprirono le porte ai rappresentanti del romano pontefice; ma Giovanni di Vico, che portava il titolo di prefetto di Roma, pose in istato di difesa le sette città[261] di cui erasi fatto padrone, e si apparecchiò a sostenere la guerra[262].

La venuta di Cola da Rienzo ricordò ai Romani, non le ultime stravaganze, ma i bei tempi del suo governo, e le speranze che aveva loro fatte concepire. Essi recaronsi in folla ad incontrarlo a Montefiascone. «Torna a Roma, gli dicevano, torna nella tua città; a te s'aspetta il liberarla dai suoi mali; fattene signore, e noi ti sosterremo con tutte le nostre forze; non dubitare, tu non fosti desiderato mai, nè fosti amato mai tanto come in questo giorno[263].» Ma Cola più non era indipendente; tutti i suoi atti erano subordinati alla politica del cardinale, e questi pensava assai meno a dare la signoria di Roma ad un uomo intraprendente ed ambizioso, che ad approfittare dell'influenza che quest'uomo aveva sui Romani, onde renderlo utile ad altri disegni. Lungi dal prestare a Rienzo pochi corazzieri per condurlo al Campidoglio, chiese ai deputati, che si erano a lui presentati, d'armare il popolo romano contro il prefetto di Vico, se desideravano che in appresso Cola ristabilisse in Roma il buono stato.

Mentre ciò accadeva, il prefetto, che aveva dovuto avvedersi dell'odio che gli portavano grandissimo i cittadini di Viterbo e di Orvieto, volle dare ai più arditi opportunità di manifestare i loro sentimenti, onde potere castigarli. Dopo avere nascostamente accresciuto il numero de' suoi sgherri, li distribuì in tutti i luoghi afforzati delle due città, con ordine di tenersi pronti ad agire. In appresso fece da alcuni suoi fidati gridare alle armi, viva il popolo! Tutti coloro che sopportavano impazientemente la tirannide s'affollarono a tali voci nelle strade. Giovanni di Vico a Viterbo, e suo figlio in Orvieto, che non aspettavano che questo segno, uscirono dai loro nascondigli coi soldati, e piombando a dosso ai sediziosi, ne fecero una generale carnificina[264].

Con tale esecuzione, credeva il prefetto di avere rassicurata la sua sovranità, ed invece accrebbe i pericoli della sua situazione, perchè il popolo sdegnato rifiutava omai di difenderlo contro il legato. In marzo del 1354 questi occupò Toscanella, ed in maggio assediò contemporaneamente Viterbo ed Orvieto con mille trecento cavalli e dieci mila fanti. I Romani andavano ingrossando il campo d'Albornoz, ed altri rinforzi gli giugnevano da altre bande. Giovanni di Vico non osò esporsi al risentimento del popolo, che poteva adesso manifestarsi senza pericolo. S'arrese a discrezione al legato, cedendogli tutte le città che occupava, e che furono rimesse nella pristina libertà sotto la protezione della chiesa. Per altro Albornoz, in considerazione della pronta sommissione del prefetto, gli lasciò il governo di Corneto, Cività Vecchia e Respampano[265]. In giugno rivolse poi le sue armi contro Giovanni de' Gabrielli, tiranno di Agobbio, e lo costrinse egualmente a rimettere in libertà la sua patria[266].

La sommissione del prefetto toglieva ad Albornoz ogni pretesto di ritenere più oltre presso di sè Cola da Rienzo. Gli accordò quindi la dignità di senatore di Roma, in conformità degli ordini che aveva ricevuti dal papa[267], e lo lasciò partire alla volta di quella capitale senza soldati e senza danaro. Cola si era fatti troppi nemici tra la nobiltà per potere attraversare la campagna di Roma ed il patrimonio senza avere alcune compagnie di corazzieri che lo accompagnassero. In questo tempo i due fratelli del Moriale, arricchiti dai di lui assassinj, trovavansi a Perugia. Cola andò a trovarli, espose loro i suoi progetti per la prosperità dell'Italia, gli esortò ad associarsi alla sua gloria, ed al potere che stava per ricuperare; e con quella persuasiva eloquenza, che nessun altro possedeva in così alto grado, gli ridusse in fine a sovvenirgli una ragguardevole somma pel ristabilimento del buono stato. Quando Cola, dopo poche settimane, fece arrestare il cavaliere di Moriale, che meno facile dei suoi fratelli ad essere sedotto dalle illusioni, veniva a Roma per tenere gli occhi addosso al tribuno, e forzarlo a mantenere le promesse, l'ingratitudine di Cola, che condannava questo temuto avventuriere al supplicio, fu assai più notata che la giustizia della sua sentenza[268].

Al suo arrivo a Roma, Cola da Rienzo vi fu ricevuto con entusiasmo, perchè il suo esilio aveva cancellata la memoria della sua vanità. L'autorità, che gli confidava il popolo, veniva resa più forte dalle decorazioni di cui lo aveva rivestito il papa. Non solo Innocenzo VI l'aveva nominato senatore, ma riconosciuto inoltre nobile e cavaliere, e ratificata in tal modo la bizzarra cerimonia della conca di san Silvestro, in virtù della quale aveva Cola preso il titolo di cavaliere di santo Spirito[269]. Ma il senatore tribuno invece di correggersi de' suoi difetti aveva nell'esilio perduto quell'entusiasmo per le virtù e per la patria, che compensava i suoi difetti. Più difficile erasi fatta la sua situazione per dover conciliare la volontà del pontefice con quella del popolo. Il supplicio di Moriale, e quello di Pandolfo Pandolfucci, cittadino romano universalmente stimato, gli furono imputati quali atti d'iniquità; e la guerra che doveva sostenere contro i Colonna raddoppiava il suo imbarazzo. Stefano Colonna il giovane, rimasto capo di questa casa, erasi afforzato in Palestrina, e Cola, dopo averla in vano assediata, era stato obbligato a ricondurre i suoi soldati a Roma senza aver danaro per pagarli[270]. Cercò in tale penosa situazione di levare una nuova imposta, ma il popolo non la sostenne lungo tempo.

L'otto ottobre scoppiò contemporaneamente una sedizione ne' due quartieri di Roma, a Rizza ed in piazza Colonna. Alcuni forsennati adunaronsi al grido di viva il popolo, muoja il traditore Cola da Rienzo! S'avvicinarono al Campidoglio, ed il tribuno si trovò abbandonato dalle sue guardie, da' suoi ministri e dai servitori, tranne tre sole persone. Non pertanto aveva fatte chiudere le porte del palazzo; il popolo v'appicò il fuoco, che, avendo investita la scala, chiuse il passaggio agli assalitori. Cola vestì la sua armatura di cavaliere, e preso in mano lo stendardo del popolo si presentò alla finestra d'una sala superiore, e fece segno di voler parlare. Tale era il prodigioso impero della sua eloquenza, che, se gli fosse stato concesso di parlare, avrebbe senza dubbio calmata la moltitudine. Ma il popolo ricusava ostinatamente di ascoltarlo, e scagliava pietre contro di lui per forzarlo a ritirarsi dalla finestra; onde dopo aver fatti inutili sforzi pel calmare que' forsennati, essendo stato ferito in un braccio, ritirossi entro il palazzo[271].

Non perciò perdette ogni speranza di ridurre il popolo alla quiete quando potesse parlare. Si fece calare a basso in alcuni lenzuoli legati alle finestre, onde giugnere sul terrazzo della cancelleria, che trovavasi allo scoperto, ma dove più difficilmente poteva essere offeso. Di là tentò nuovamente di parlare, ma ogni sforzo per farsi udire fu vano. Allora fu veduto pendere indeciso tra una morte gloriosa combattendo e tra la speranza della fuga; spogliarsi dell'armatura, poi rivestirla per levarsela di nuovo[272]. Finalmente si applicò a quest'ultimo partito. Il palazzo era già preso dalla plebaglia, la quale saccheggiava le sale che l'incendio separava dal luogo in cui trovavasi Cola. Egli cercò di spogliarsi di tutti quegli abiti che potevano dare indizio della sua dignità, s'avviluppò nel mantello del portiere, si pose in sul capo alcune coltri da letto, e come persona che tornasse allora dal saccheggio, attraversando arditamente il fuoco, indicava agli aggressori in lingua romanesca[273] il luogo di dove veniva colla preda, e gl'incoraggiava ad avanzarsi ancor essi. Passò in tal guisa senz'essere conosciuto le due prime porte e la prima scala; e se avesse potuto egualmente superare la seconda, era salvo; ma un Romano lo trattenne avanti all'ultima porta, e presolo pel braccio, gli disse: ove vai tu?

Cola fermato non cercò più di nascondersi. Gettò le coperte che aveva sul capo, e dichiarò di essere il tribuno. Fu allora condotto fino in fondo alla seconda scala del Campidoglio, avanti al Leone di porfido egizio. Colà egli medesimo costumava di far leggere le sentenze di condanna. Tra i forsennati che lo circondavano, niuno osava toccarlo, un profondo silenzio era succeduto alle furibonde grida, ed egli colle braccia incrocicchiate sul petto aspettava la decisione della sua sorte. Bentosto alzò gli occhi, e girando lo sguardo sulla moltitudine disponevasi ad approfittare del silenzio del popolo per arringarlo, quando Cecco del Vecchio, un artigiano che gli stava al fianco, temendo gli effetti della sua eloquenza, gl'immerse il suo stocco nel ventre. Allora tutti coloro che gli erano vicini s'affrettarono a percuoterlo, ed il suo capo fu separato dal corpo, che coperto di ferite venne strascinato per la città, ed appeso presso san Marcello all'uncino d'un macellajo[274].

Così morì un uomo, che due volte rialzò la gloria del nome romano, e due volte fu sagrificato dal popolo, cui aveva consacrata la propria esistenza.