CAPITOLO XLI.

Disfatta dei Genovesi a Loiera; essi si danno all'arcivescovo di Milano. — Disfatta dei Veneziani a Portolongo. — Pace di Venezia. — I Genovesi prendono Tripoli. — Congiura del doge Marino Falieri. — Introduzione della letteratura greca in Italia.

1352 = 1355.

La chiesa e le nazioni occidentali vedevano di mal animo consumarsi le forze d'Italia e della Cristianità nell'inutile guerra delle repubbliche marittime, mentre il feroce Orcano approfittava delle loro battaglie, e della debolezza cui avevano ridotta la Grecia per assoggettare le più belle province all'impero de' Turchi. Papa Clemente VI fece inutili sforzi per ristabilire la pace tra le due repubbliche; chiamò i loro ambasciatori alla sua corte con quelli del re d'Arragona, ma nè la sua autorità come capo della chiesa, nè la sua abilità per le negoziazioni ottennero di conciliare le opposte loro pretese[162]. Clemente VI morì il 5 dicembre del 1332, ed il di lui successore, Innocenzo VI, creatura ancor esso del re di Francia, tentò di nuovo d'adunare un congresso in Avignone. Invece di mandarvi i loro ambasciatori, i Genovesi non pensavano che a procurare nuovi nemici ai loro rivali. S'addrizzarono per tale oggetto a Luigi d'Ungheria, che non aveva dimenticato che nel 1346 l'armata veneziana lo aveva fermato avanti a Zara, ed aveva in sui suoi occhi espugnata quella città, ch'egli veniva a difendere, ritardando in tal modo la vendetta del re Andrea. Il possedimento della costa di Dalmazia sembravagli necessaria alla prosperità dell'Ungheria, e gli Schiavoni, che desideravano l'unione a questo regno, erano stati duramente trattati dalla repubblica di Venezia, e si erano ribellati contro la medesima qualunque volta avevano avuto l'opportunità di farlo. Luigi, più potente che verun altro de' suoi predecessori, fece chiedere al senato veneto la restituzione di tutte le città della Dalmazia, ch'egli pretendeva di pertinenza de' suoi predecessori, e dietro il rifiuto della signoria, le dichiarò la guerra ed accettò l'alleanza de' Genovesi[163].

Un altro celebre negoziatore aveva inutilmente cercato di rappacificare le due repubbliche; era questi il Petrarca, che si era lusingato di far servire a politiche viste la letteraria corrispondenza che manteneva con Andrea Dandolo, allora doge di Venezia. Scrisse a questo magistrato esortandolo alla pace, ed impiegando le più ardite figure rettoriche per abbellire i più triti argomenti sugli avvantaggi della concordia, diede luogo nella sua lettera a tutte le citazioni de' sacri e profani autori, de' poeti e degli oratori che potevano entrarvi[164]; ma la sua lettera altro non ottenne che una risposta meno elegante ma più giudiziosa di Dandolo. Le lettere del Petrarca, in cui fuor di proposito spiegava tanta erudizione e ricercatezza di concetti, risguardavansi a que' tempi quali esemplari di eleganza e di gusto; si facevano passare da una persona all'altra, e spesso non erano ricapitate che dopo essere state lette da tutto il pubblico.

Mentre il re d'Ungheria minacciava le città veneziane della Dalmazia, i Genovesi, in primavera del 1353, armavano una flotta di sessanta galere sotto il comando di Antonio Grimaldi[165], e spedivano una piccola squadra nel golfo Adriatico ad insultare i Veneziani[166]. Questi per altro ottennero negoziando di sventare l'attacco del re d'Ungheria, ed in pari tempo armarono di concerto coi Catalani una flotta di settanta galere. I Veneziani, sotto il comando del Pisani, avevano concertato con Bernardo Chiabrera, condottiere delle navi di Barcellona, di unirsi ne' mari di Sardegna[167]. Il Grimaldi, avuto avviso del progetto de' suoi nemici, sperò di potere scontrarsi coi Veneziani o coi Catalani avanti la loro unione e sconfiggerli uno dopo l'altro. E perchè le sue sessanta galere non erano ancora compiutamente armate, ne lasciò otto a porto Venere, onde ripartirne la ciurma sulle restanti cinquantadue, colle quali si pose in mare in traccia del nemico.

(1353) Quando i Genovesi giunsero a Loiera sulla costa settentrionale della Sardegna, seppero che le due flotte, che speravano di trovare disgiunte, eransi di già unite, e che stavano attendendoli a non molta distanza. Ebbero appena passato un promontorio che le scuoprirono; ma i Veneziani, per timore che i Genovesi si sottraessero alla battaglia, avevano cercato di nascondere parte delle loro navi, collocando le più basse dietro quelle di alto bordo, ed affettando ad un tempo una certa quale immobilità, che dai nemici risguardossi come sicuro indizio di timore. Il Grimaldi, ingannato da tale apparenza, ricordò ai suoi marinai la vittoria recentemente riportata in Romania sopra vascelli di numero superiori ai loro, li prevenne di star pronti alla battaglia, esortandoli a diportarsi valorosamente. Intanto superò un secondo promontorio, che prolungavasi in mare tra la flotta del nemico e la sua.

In allora le due flotte si trovarono così vicine da non potere, anche volendolo, schivare la battaglia: ma i Genovesi, che scoprirono finalmente l'intera linea nemica, non videro senza inquietudine settanta galere a fronte delle loro cinquantadue, senza contare tre grandi vascelli rotondi, chiamati cocche, più forti e di più alto bordo delle galere, ognuno montato da quattrocento Catalani. Inoltre le navi veneziane avevano un numero di soldati maggiore del consueto, essendo esse destinate a lasciare in Sardegna truppe di sbarco.

Non pertanto i Genovesi si prepararono coraggiosamente alla battaglia. Lusingaronsi che le tre cocche non potrebbero combattere, perchè non si movevano a forza di remi, ed avevano il vento contrario. Per presentare al nemico una linea impenetrabile, legarono con lunghe catene le une alle altre le loro galere tanto pel corpo, che per l'alberatura; quattro solamente ne riservarono per le due ali, che lasciarono sciolte onde cominciare la battaglia, ed accorrere ovunque il bisogno lo richiedesse. I Veneziani ed i Catalani, quando videro tale ordinanza, legarono insieme dal canto loro cinquantaquattro galere, lasciandone libere sedici, otto per ogni lato, che spinsero avanti ad attaccare quelle de' Genovesi[168].

Mentre queste galere scaramucciavano assieme, avanzavansi lentamente e maestosamente le due linee incatenate l'una contro l'altra, formavano due enormi masse che andavano a rompersi nel loro grande urto. In quest'istante sgraziatamente pei Genovesi si levò improvvisamente un vento di mezzo giorno, che gonfiò le vele delle tre cocche, che stavano ancorate a qualche distanza. I Catalani tagliarono subito le gomene abbandonandosi al vento, e vennero ad urtare contemporaneamente contro tre galere d'una estremità della linea genovese e le affondarono; si serrarono in appresso contro le altre, opprimendole con una grandine di pietre e di saette.

S'accorse allora il Grimaldi, che, malgrado la coraggiosa resistenza de' suoi soldati e de' marinai, arrischiava di perdere tutta la flotta. Fece dunque sciogliere il più presto che fu possibile le galere dell'ala non ancora attaccata, e liberò undici navi, che aggiunse a quelle lasciate sulle ali, e facendo vista di voler prendere alle spalle il nemico, prese il largo. L'ammiraglio veneziano s'adombrò per tale movimento, e si tenne inattivo finchè chiaramente conoscesse le intenzioni dell'avversario. Ma ossia che Grimaldi non avesse il coraggio di venire ad un secondo attacco, o sia che i suoi soldati, trovandosi lontani dal pericolo, ricusassero nuovi rischj, sia finalmente che non gli rimanesse verun altra speranza che quella di salvare diecinove vascelli, approfittò dell'imminente notte per far forza di vele verso Genova; e le trenta galere ch'egli aveva lasciate legate assieme, vedendosi abbandonate ed attaccate da una forza doppiamente maggiore, s'arresero senza ulteriore resistenza. Tre mila cinquecento prigionieri, il fiore dei nobili e dei popolani genovesi, vennero in potere del vincitore con trenta galere: due mila genovesi erano periti combattendo, o annegati sui tre vascelli affondati[169].

I Catalani sbarcati in Sardegna dopo questa vittoria, ne raccolsero pochi frutti. Il giudice d'Arborea, ribellatosi contro di loro e rottili ad Oristagni, fece poi costar loro assai cara una vittoria che terminò di snervarli, ed all'ultimo li costrinse ad abbandonare tutte le loro fortezze, e l'isola stessa[170]. I Veneziani tornarono alla loro patria coperti di gloria e di ricchezze[171], mentre Grimaldi entrando nel porto di Genova vi portò lo spavento e la costernazione. Invano gli ambasciatori fiorentini esortavano la signoria a riprendere coraggio, offrendole tutte le risorse della repubblica per difesa del popolo genovese; questo popolo, che poc'anzi pareva signoreggiare i mari dell'Italia, della Spagna, della Grecia e della Scizia, e che risguardavasi come il più fiero popolo del mondo, si lasciò talmente invilire da questa grande sventura, e dalle civili discordie prodotte da vicendevoli rimproveri, che credette di non trovare altronde salute che nella servitù. Cercò quale fosse in Italia il più possente protettore, cui potesse ricorrere; qual fosse il principe più capace di vendicarlo di un nemico vittorioso, e si rivolse all'arcivescovo Visconti, che, di già padrone della Lombardia, dell'Emilia e di parte del Piemonte, non sembrava lontano dal soggiogare ancora la Toscana. Il popolo genovese domandò egli stesso le catene a quest'ambizioso tiranno. Il 10 ottobre del 1353 il doge Giovanni di Valente fu deposto, ed il conte Palavicino, nominato dal Visconti governatore di Genova, fu ricevuto in città con una guarnigione di settecento cavalli e mille cinquecento pedoni. Il nuovo signore fece aprire strade di comunicazione colla Lombardia, mandò al popolo vittovaglie, e danaro al senato per rifare la flotta, quasi che con tal prezzo pagar potesse la libertà genovese[172].

Vero è che l'arcivescovo di Milano era stato scelto piuttosto come arbitro e pacificatore, che come padrone di Genova; onde, se osservate avesse fedelmente le imposte condizioni, la repubblica sarebbesi conservata libera sotto la sua protezione. Fu prima sua cura il ristabilimento della pace tra le fazioni nemiche[173]; poi cercò di dar fine alla guerra marittima. Incaricò d'un'ambasciata a Venezia il Petrarca, da poco tempo chiamato alla sua corte, commettendogli di dichiarare al doge Dandolo, ch'egli non prendeva parte all'odio nazionale de' nuovi suoi sudditi, che bramava di riconciliare coi Veneziani; e che, quand'anche non potesse ottenerlo, sperava per lo meno, ch'egli medesimo ed i suoi antichi stati si conserverebbero in pace colla repubblica[174]. Ma i Veneziani non meno accaniti dei Genovesi, risposero col dichiarare la guerra all'arcivescovo, ed i due popoli marittimi raddoppiarono i loro apparecchi per nuove battaglie[175].

I Genovesi scelsero per loro ammiraglio Paganino Doria; quel grand'uomo cui andavano debitori della vittoria del Bosforo, e gli affidarono trentatre galere. Dal canto loro i Veneziani ne armarono trentacinque sempre sotto la condotta di Niccolò Pisani[176]. Mentre quest'ultimo assecondava le operazioni degli Arragonesi in Sardegna, ove Pietro il ceremonioso aveva mandata una ragguardevole armata[177], Doria era entrato nell'Adriatico, ed avea predate varie navi mercantili ed alcune galere che tornavano da Candia a Venezia; avea guastate le coste d'Istria, ed il giorno 11 d'agosto occupata la città di Parenzo, che abbandonò alle fiamme[178]. I Veneziani, atterriti dall'avvicinamento de' Genovesi, mandarono ordine a Niccolò Pisani di venire a difendere la patria. Chiusero con una catena l'ingresso del loro porto, guernirono colle loro milizie l'arzere, che servono di riparo alle lagune, e si prepararono ad una vigorosa resistenza qualora fossero attaccati ne' loro focolari. Il doge Andrea Dandolo, autore della più antica storia di Venezia, che siasi conservata, sentì così vivamente la perdita di Parenzo, e l'avvicinamento de' Genovesi, che ne morì il 7 settembre del 1354. Gli fu sostituito Marin Falieri, al di cui nome è assocciata una triste celebrità[179].

Il Doria, invece d'aspettare nel golfo la flotta veneziana, fece vela verso la Grecia, ed il Pisani, avuta notizia della direzione da lui presa, si affrettò di recarsi negli stessi mari. I due ammiragli cercaronsi nell'Arcipelago senza scontrarsi, onde Pisani prese porto alla Sapienza, ossia porto Lungo presso Modone, per dar riposo ai suoi equipaggi, e riparare le navi. Frattanto divise la flotta in due parti incaricando l'una di fare la guardia, mentre l'altra veniva racconciata. Egli si collocò all'ingresso del porto con sei grandi vascelli e venti galere, che unì con catene le une alle altre. Nello stesso tempo Morosini, suo viceammiraglio, con quindici galere e venti speronare o barche armate, aveva preso terra in fondo al porto assai lontano dall'ingresso[180].

Quando Paganino Doria seppe dove trovavansi i nemici venne a presentar loro battaglia il 3 novembre del 1354, in faccia al canale di porto Lungo, ed invano con mille ingiurie i suoi equipaggi cercarono di provocare il Pisani ad accettarla. Questi colle sue galere unite rimaneva immobile, sdegnando gl'insulti de' Genovesi, ed aspettando favorevole circostanza per combattere. Finalmente Giovanni Doria, nipote dell'ammiraglio, con superbo ardimento penetrando tra la flotta veneziana e la spiaggia, entrò nel porto. Il Pisani non gli si oppose, vedendo che quest'uomo, posto tra la sua linea e quella del Morosini, più non avrebbe potuto salvarsi. Lasciò pure che passassero una dietro l'altra dodici galere comandate dal giovane Doria, le quali attaccarono impetuosamente la divisione del Morosini in fondo al porto. Le navi appoggiate alla riva potevano più facilmente difendersi; ma i Veneziani, sorpresi da così subito attacco quando credevano di trovarsi in luogo sicuro, non opposero che una debole resistenza. Molti marinai atterriti, gettaronsi in mare per salvarsi a nuoto, non pochi s'annegarono, e tutte le navi caddero in potere de' Genovesi. Il giovane Doria venne allora ad attaccare alle spalle la linea che difendeva l'ingresso del porto, già combattuta di fronte dallo Zio; spinse contro la medesima due delle navi predate, cui aveva appiccato il fuoco, onde incendiare tutta la flotta nemica, locchè cagionò tanto spavento ai Veneziani, che s'arresero senza più difendersi. Essi avevano di già perduti quattro mila uomini nel porto, o sulla costa. Il Doria tornò trionfante a Genova, seco conducendo l'ammiraglio veneziano con tutta la flotta, e cinque mila ottocento settanta prigionieri. Per tal modo fu interamente cancellata la vergogna della disfata del Grimaldi alla Loiera[181].

Una rivoluzione scoppiata in Costantinopoli in gennajo del susseguente anno 1355 fu pei Genovesi un altro motivo di giubbilo. Nelle guerre civili dell'impero d'Oriente essi si erano mantenuti costantemente attaccati al partito del giovane imperatore, Giovanni Paleologo. Questo principe, nè meno corrotto, nè meno debole che qualunque de' suoi predecessori, trovavasi in allora tenuto come in esilio a Tessalonica da Cantacuzèno, il quale di camerier maggiore e tutore ch'egli era d'un imperatore fanciullo, erasi fatto padrone. Un Genovese, Francesco Cataluzzo, principale ministro e confidente del Paleologo, si dispose a rimettere sul trono questo monarca poco degno di regnare. Egli fece rivivere il partito formato dieci anni prima da Apocauco e dall'imperatrice Anna di Savoja, introdusse segretamente il Paleologo in Costantinopoli, sorprese Cantacuzèno e lo costrinse a farsi monaco, indi riunì tutto ciò che rimaneva dell'impero greco sotto il legittimo sovrano[182]. Cataluzzo sposò la sorella del Paleologo, e ricevette in feudo dal monarca, ch'egli ripose in trono, l'isola di Lesbo, o Metelina, che passò in dominio de' suoi discendenti[183].

I Veneziani, che speravano d'impegnare Cantacuzèno a dichiararsi di nuovo a loro favore, si scoraggiarono quando ebbero notizia di questa rivoluzione. La loro disfatta a Sapienza aveva pressochè distrutta tutta la loro marina; il re d'Ungheria minacciava la Schiavonia; il re d'Arragona, loro alleato, aveva le sue forze in Sardegna, colà rendute necessarie dalla guerra che gli facevano i Doria, i Malaspina ed i Gherardesca[184]; in così difficili circostanze scoppiò in Venezia stessa la più pericolosa congiura, che pose in pericolo l'esistenza della repubblica. Il senato acconsentì allora ad entrare in negoziazioni di pace; promise di pagare duecento mila fiorini ai Genovesi per le spese della guerra, di stabilire per tre anni un banco a Caffa, e di proibire per tutto quel tempo ai mercanti veneziani di approdare alla Tana. Tutti i prigionieri vennero rilasciati da ambe le parti senza taglia; ed il trattato di pace fu firmato in sul finire di maggio, colla riserva che il re d'Arragona potesse, volendolo, esservi compreso avanti il 28 di settembre[185].

Onde affrettare la decisione di questo monarca la signoria di Genova aveva spedite quindici galere nei mari di Sardegna sotto il comando di Filippo Doria. Questo ammiraglio, essendo rimasto perdente in un tentativo sopra Loiera, passò colla sua flotta a Trapani in Sicilia. Colà formò il progetto d'un'ardita impresa sopra la Barbaria, cui lo incoraggiarono le rivoluzioni scoppiate in quel paese.

I figli del re di Tunisi si erano congiurati contro il lor padre, e l'avevano fatto morire. Dopo questo parricidio il regno fu desolato da guerre civili di una violenza proporzionata all'atrocità del delitto che le aveva eccitate[186]. La città di Tripoli, da prima subordinata ai re di Tunisi, era stata sottratta alla loro ubbidienza, ed il figlio d'un maniscalco saraceno aveva avuto il mezzo d'innalzarsi alla tirannide.

Le coste della Barbaria non erano in allora deserte come lo sono al presente; la marina de' Cristiani rendeva sicura la navigazione del mediterraneo, e gli Affricani non trascuravano il commercio e l'agricoltura per darsi alla pirateria ed al ladroneccio. Filippo Doria, dopo aver fatto preparare a Trapani scale murali e macchine da guerra, entrò nella rada di Tripoli, una delle più ricche e commercianti città di quella costa. Sotto pretesto di comperare vittovaglie, fece sbarcare alcuni marinaj, ordinando ai medesimi di osservare l'altezza delle mura, e d'informarsi del modo con cui vi si faceva la guardia. Frattanto ricusò i doni mandatigli dal signore di Tripoli, e fece spiegare le vele, come se tornasse in Italia[187].

L'ammiraglio, quando fu in alto mare, partecipò ai comandanti delle sue galere ed alla loro ciurma il proprio progetto. Promise di farli tutti ricchi se volevano comportarsi da bravi soldati, e nel cuore della notte tornò colla flotta nel porto di Tripoli. La città riposava in piena sicurezza, ed i Genovesi erano già padroni delle mura e di una porta, prima che i cittadini fossero risvegliati per dar di piglio alle armi. Per altro il signore di Tripoli, circondato da pochi suoi sudditi, si avanzò nelle strade per combattere; ma dopo breve zuffa fu costretto ad uscire di città. I Saraceni, che s'andavano tuttavia difendendo, furono uccisi, e gli altri si sottomisero tremando alla sorte che gli aspettava[188].

I Genovesi diedero dopo ciò cominciamento al saccheggio della città, ma sotto la direzione de' loro capi, e con una regolarità che rendeva agli Affricani quest'infortunio ancora più terribile. Essi portarono nel comune deposito tutte le ricchezze del principe, delle moschee, dei cittadini, ed in tal modo adunarono in denaro, in gioje, in mercanzie preziose la somma di un milione ottocento mila fiorini d'oro. Risguardarono come parte della loro preda sette mila schiavi, uomini, donne, fanciulli, che imbarcarono sulle loro galere. Mandarono in allora a Genova per informare la signoria della fatta conquista, e per chiedere i di lei ordini; ma i Genovesi, sdegnati che il loro ammiraglio avesse tradito un popolo con cui trovavansi in pace, videro altresì il pericolo che soprastava ai mercanti genovesi che trovavansi ne' dominj de' Saraceni in Alessandria, e nelle scale del Levante. Onde invece di risposta condannarono a perpetuo esilio l'ammiraglio e tutti coloro che lo avevano assecondato nella sua criminosa intrapresa[189].

Filippo Doria, vedendo che la sua repubblica non voleva prendere possesso della fatta conquista, vendette Tripoli ad un Saraceno, padrone dell'isola di Gerbi, pel prezzo di cinquanta mila doppie, e mandò un'altra deputazione a Genova per cercar di calmare la collera del suo governo. Erasi in questa città avuta notizia che i principi saraceni, nemici del signore di Tripoli, lungi dal pensare a far uso di rappresaglie, avevano veduto con piacere la sua disgrazia. Allora la signoria si raddolcì, e mutò la sentenza pronunciata contro l'ammiraglio e la flotta. In espiazione del loro delitto Filippo Doria ed i suoi compagni furono condannati a fare per tre mesi la guerra senza soldo al re d'Arragona, che non aveva voluto accettare il trattato di pace di Venezia. Dopo aver passati tre mesi sulle coste della Catalogna, l'ammiraglio con quindici galere, ancora cariche delle ricchezze e degli schiavi, fu ricevuto nel porto di Genova. L'oro fece scordare l'assassinio e la perfidia con cui era stato acquistato[190].

Abbiamo detto che la repubblica di Venezia aveva accondisceso ad una pace svantaggiosa, perchè la scoperta d'una pericolosa congiura aveva sparso il terrore in tutta la città. Quattro giorni dopo la morte del doge Andrea Dandolo, accaduta l'undici settembre 1354, i quaranta elettori avevano proclamato suo successore Marin Falieri, conte di Val di Marina, uomo di settantasei anni, che le sue grandi ricchezze e le cariche amministrate facevano risguardare tra i più riputati cittadini di Venezia[191]. Falieri aveva una bella e giovane sposa, della quale era perdutamente geloso. Eragli particolarmente sospetto Michele Steno, uno de' tre capi della quarentia, o tribunal criminale, sebbene le frequenti sue visite non avessero per oggetto la consorte del doge, ma una delle donne della sua casa. In una pubblica festa, l'ultimo giorno di carnevale, avendo Falieri notati i famigliari e poco decenti modi tenuti da questa donna con Steno, lo escluse dall'adunanza. Questo gentiluomo in un primo impeto di collera scrisse sul trono ducale posto nella vicina sala due versi ingiuriosi all'onore del doge, ed alla fedeltà della di lui sposa[192].

Era questa pel geloso Falieri la più mortale offesa: riconobbe Steno autore dello scritto, e lo denunciò agli avogadori. Egli credeva di vedere vendicata la sua ingiuria dal consiglio de' dieci con una esemplare severità, ma questa causa invece di essere portata a quel consiglio, fu dagli avogadori mandata alla quarantia medesima di cui era presidente lo stesso Steno. Il risentimento, l'agitazione d'una festa, la licenza autorizzata dalla maschera, ond'era coperto il colpevole, furono considerati come circostanze che minoravano il delitto, e Steno venne condannato soltanto ad un mese di arresto. Il doge più sdegnato di tanta indulgenza, che della prima ingiuria, estese il suo odio, ed il desiderio di vendetta a tutta la quarantia, che aveva così leggermente punito il colpevole, ed a tutta la nobiltà, che non aveva presa a petto l'offesa fattagli.

Conservavasi tuttavia nel popolo di Venezia un segreto odio contro quella nobiltà, che si era esclusivamente impadronita della sovranità, spogliando de' suoi diritti la nazione. L'insolenza di alcuni giovani patrizj accresceva l'animosità del popolo. Vedevansi abusare dell'impunità che loro dava l'amicizia di potenti personaggi per introdursi nelle case de' borghesi, sedurre le loro spose e figlie, ed in appresso maltrattare i genitori, o i mariti da loro disonorati[193]. Israele Bertuccio, plebeo, capo dell'arsenale, era stato insultato in questo modo. Portò le sue lagnanze al doge contro un gentiluomo di casa Barbaro. Falieri manifestando la sua impotente compassione, lo assicurò che non avrebbe ottenuto giustizia. «Non sono io stato insultato al pari di voi, gli disse, ed il preteso castigo del colpevole, non fu forse per me, e per la stessa corona ducale una nuova offesa?» Dopo ciò i progetti di vendetta sottentrarono alle accuse giuridiche. Israele Bertuccio fece conoscere al doge i principali malcontenti; i conciliaboli de' cospiratori adunaronsi più notti consecutive in presenza del capo della repubblica, e nel suo palazzo. Quindici plebei s'impegnarono col doge di rovesciare la repubblica.

Convennero i congiurati, che ognuno di loro si associerebbe quaranta amici, i quali terrebbe disposti ad ogni cenno per agire la notte del 15 aprile 1355. Ma per non manifestare il segreto, risolsero di limitarsi a dire ai loro associati, che volevano valersi dell'opera loro per sorprendere e punire per ordine della signoria que' giovani gentiluomini, che coi loro disordini avevano concitato l'odio popolare. Il segno per agire doveva essere il suono a stormo della campana di san Marco, che non poteva suonarsi senza ordine del doge. Per altro i congiurati non dovevano valersi che di borghesi conosciuti pel loro odio verso la nobiltà, onde fedelmente tenessero il segreto in parte loro affidato. Nell'istante in cui suonerebbe la campana, i congiurati dovevano spargere la voce che la flotta genovese trovavasi presso alla città, dovevano in pari tempo incamminarsi da tutti i quartieri verso la piazza di san Marco, occuparne gl'ingressi, ed uccidere i gentiluomini di mano in mano che giugnerebbero in sulla piazza per soccorrere la signoria[194].

Erano terminati tutti gli apparecchi, ed il segreto della congiura fedelmente mantenuto fino alla vigilia della sua esecuzione, quando certo Bernardo, bergamasco, conciatore di pelli, ch'era stato scelto da uno dei congiurati per guidare i suoi quaranta associati, seppe molte circostanze intorno a quanto doveva egli fare all'indomani, le quali sembravangli non accordarsi coi supposti ordini della signoria, cui fin allora aveva creduto di prestarsi. Onde la stessa sera si portò a casa di Niccolò Lioni, uno de' membri del consiglio de' dieci, e gli palesò la trama nella quale egli trovavasi innocentemente compreso. Siccome nè l'uno nè l'altro supponeva che ne fosse capo il doge, si recarono unitamente da lui per manifestargliela. Il Falieri non ebbe la prontezza o l'accorgimento di sopprimere tale scoperta; egli a vicenda ora non voleva ammettere come possibili le circostanze che gli venivano indicate, ora dichiaravasene preventivamente informato, soggiugnendo d'avere a tutto di già provveduto[195]. Tale inconseguenza eccitò i sospetti di Niccolò Lioni, il quale lasciò il doge per recarsi al consiglio dei dieci, portandogli la nota de' congiurati datagli da Bertrando, i quali furono tutti arrestati nelle proprie case per ordine del consiglio. Furono poste guardie in ogni angolo della città, ai campanili ed alla torre di san Marco per impedire che si suonasse a stormo; molti congiurati, posti alla tortura, rivelarono che lo stesso doge era capo della cospirazione.

Erasi provveduto alla tranquillità della città; i colpevoli trovavansi in carcere, ed il doge tenuto di vista nel suo palazzo; ma il consiglio dei dieci non era sicuro di essere dalla costituzione autorizzato a giudicare il capo dello stato. Chiamò venti de' primi gentiluomini a risolvere insieme in quest'importante occasione, ed ebbe allora origine un corpo potente e permanente, che fu chiamato la Zunta o Giunta[196]. Il doge fu tradotto innanzi al consiglio dei dieci unito alla Giunta, fu posto in confronto de' principali congiurati, che vennero un dopo l'altro mandati al supplicio; egli confessò la parte avuta nella congiura, ed il secondo giorno della procedura fu condannato a morte. Gli fu tagliata la testa il 27 aprile del 1355 sulla gran scala del palazzo ducale nello stesso luogo in cui i dogi, quando venivano inaugurati, davano il giuramento di fedeltà alla repubblica. Durante l'esecuzione le porte rimasero chiuse; ma immediatamente dopo un membro del consiglio dei dieci si affacciò alla finestra, tenendo in mano la spada ancora insanguinata, e disse al popolo: è stata fatta giustizia d'un grande delinquente; all'istante si aprirono le porte del palazzo, ed il popolo, entrato in folla, vide il capo di Martino Falieri lordo del proprio sangue[197].

Abbiamo veduto in questo capitolo e ne' precedenti quali rivoluzioni la mercatura e la guerra marittima avevano introdotte tra gl'Italiani ed i Greci. Prima di abbandonare gli affari dell'Oriente, d'uopo è parlare delle relazioni di un altro genere, cioè letterarie e religiose, che nella stessa epoca si formarono tra i due popoli.

Malgrado il loro orgoglio più non potevano i Greci considerare gli occidentali e sopra tutti gl'Italiani come popoli barbari di cui potessero disprezzare le arti, la letteratura, le ricchezze. I loro mercanti, i loro artisti, i loro soldati, e spesso i loro confidenti e ministri erano italiani, e mentre il genovese Cataluzzo era il confidente di Giovanni Paleologo, Cantacuzèno ricorda frequentemente l'amicizia che aveva stretta col grande ammiraglio Paganino Doria[198]; amicizia che non fu smentita nel calore della guerra che questo eroe genovese fu forzato di fargli colle flotte della sua patria. Lo stesso imperatore lodò la fedeltà che fino all'ultimo istante gli aveva conservata la guardia italiana, comandata da Giovanni di Peralta. Racconta, che nell'istante di perdere il trono, arringò questa guardia in lingua italiana[199], che asserisce di aver saputo benissimo parlare. Infatti Cantacuzèno è quello degli storici greci che sfigura meno i nomi occidentali[200].

Ma mentre i Greci, malgrado la fierezza loro ed il disprezzo che in ogni tempo mostrarono per le lingue straniere, studiavano le lettere latine, gl'Italiani facevano progressi grandissimi nella lingua greca; essi cominciavano a trasportare in Italia la letteratura ateniese, e s'appropriavano que' monumenti del genio e del gusto, che in tutti i secoli dovranno servire d'esemplari alla poesia ed all'eloquenza.

Giammai lo studio della lingua greca era stato affatto abbandonato in Italia. Il dominio de' Greci nella Calabria e nella Puglia si prolungò fino ai tempi in cui gl'Italiani cominciarono a conquistare paesi nella Grecia. Relazioni di governo, di alleanze, di matrimonj legarono sempre abbastanza intimamente i due popoli, mentre i Greci non avevano comunicazione col rimanente dell'Europa. Più tardi il commercio e la navigazione li posero in un quasi continuo contatto, di modo che un prodigioso numero di mercanti, di marinai, di soldati sapevano nel terzo secolo il greco, come la metà del popolo veneziano lo intende in quest'età, senza che questa conoscenza della lingua avesse la menoma influenza sull'italiana letteratura. Non pertanto tali frequenti comunicazioni avevano, fino dal dodicesimo e tredicesimo secolo, fatte intraprendere molte latine traduzioni di quelle opere che la filosofia in allora dominante faceva avidamente ricercare. Eransi, per tacere di molt'altre, tradotte le opere d'Aristotile, quelle di Galeno e quelle di alcuni padri delle chiesa[201].

Ma il greco altro ancora non era che un idioma utile, che imparavasi per un determinato scopo, quando Petrarca e Boccaccio, risvegliando verso la metà del quattordicesimo secolo, il gusto della bella letteratura e l'ammirazione per gli antichi, comunicarono alla maggior parte de' dotti il desiderio di conoscere i capi d'opera dell'antica Grecia nella loro lingua originale, ed estesero l'attività loro in questa parte de' tesori dell'antichità, che fino a tale epoca erano stati lasciati quale esclusiva proprietà de' dotti di Bizanzo.

L'ammirazione per gli antichi, lo studio delle loro scritture, della loro poesia, della loro storia, della loro religione, eransi risvegliate quasi nello stesso tempo in Grecia ed in Italia. Costantinopoli più omai non produceva oratori o poeti; ma non mancava di persone che, col loro entusiasmo pei poeti e gli oratori dell'antichità, sembravano degni di camminare sulle loro orme. La venuta in Italia di alcuni di questi uomini, e l'amicizia loro coi capi della letteratura latina, contribuirono a riunire in un solo corpo i belli avanzi dell'antichità, a spiegare gli uni per mezzo degli altri, a farli conoscere a diversi popoli, ed a fare universalmente sentire tutta la perfezione di que' capi d'opera. In tal maniera le due nazioni salvarono di comune accordo i preziosi monumenti dell'antica letteratura, quando appunto correvano pericolo di essere distrutti.

Il monaco Barlaamo ebbe facilmente la parte principale nella ristaurazione delle greche lettere in Italia. Barlaamo era oriundo di Seminara, in Calabria, paese a tale epoca ancora popolato da molti Greci. Avendo vestito l'abito di monaco di san Basilio, passò nell'Etolia, di là in Tessalonica, e per ultimo a Costantinopoli, ove giunse nel 1327. Si fece colà conoscere per le sue cognizioni astronomiche, filosofiche, matematiche e letterarie. Ottenne la protezione del giovane Andronico, e di Cantacuzèno in allora il favorito di quest'imperatore. Barlaamo venne accolto in casa di Cantacuzèno, ove diede lezioni di filosofia e di belle lettere, fu creato abate d'un monastero, ed interessò la chiesa greca nelle sue dispute con Niceforo Gregora, lo scrittore di cui abbiamo fatto frequente uso nel precedente capitolo, poi con Palama ed i monaci del monte Athos intorno alla luce del Tabor, ed in ultimo coi deputati di Giovanni XXII intorno alle diverse opinioni delle chiese greca e latina[202].

Queste ultime controversie non ritrassero il giovane Andronico dal mandare Barlaamo in Avignone presso Benedetto XII, sotto pretesto di procurare la riunione delle due chiese, ma in sostanza per ottenere soccorsi contro i Turchi. Barlaamo tornò d'Occidente senza aver nulla ottenuto; si rinnovarono le sue dispute coi monaci del monte Athos, che lo disgustarono talmente, che nel 1341, abbandonata la Grecia, venne a cercare asilo in Napoli, ove fu ben accolto dal re Roberto. Nel susseguente anno recossi in Avignone; e colà conobbe il Petrarca, e gli diede lezioni di lingua greca. Con Petrarca lesse le opere di Platone[203]; ma non potè tanto continuare le sue lezioni da istruire perfettamente il poeta italiano nell'idioma greco. Alcuni anni dopo un distinto personaggio bizantino, Niccola Sigeros, avendo regalato un esemplare d'Omero al Petrarca, questi gli rispose che senza interprete non poteva intendere il principe de' poeti. «La morte mi privò, gli diceva, del nostro Barlaamo, o piuttosto io me lo tolsi a me medesimo, quand'io gli procurai la dignità vescovile, senza riflettere alla perdita che me ne verrebbe.» Effettivamente Barlaamo, dopo aver rinunciato alle opinioni della chiesa greca, fu da papa Clemente VI innalzato alla sede di Girace unita a quella di Locri. «In queste giornaliere lezioni, prosegue il Petrarca, mi aveva insegnate più cose; ma egli ingenuamente confessava che ne imparava assai più da me. Ed invero quant'egli era eloquente nella lingua greca, altrettanto ignorava la latina, ed essendo di vivacissimo spirito, vedevasi quanta difficoltà incontrava nell'esprimere i suoi sentimenti[204]

Un amico del Petrarca più giovane di lui, ed a ragione non meno celebre, Giovanni Boccaccio, si avanzò assai più nell'intelligenza della lingua greca, ed influì più direttamente all'introduzione delle lettere greche in Italia. Giovanni Boccaccio nato nel 1313, era cittadino fiorentino, ma originario di Certaldo, castello di val d'Elsa, lontano venti miglia da Firenze. Suo padre, ch'era mercante, destinavalo alla propria professione, e lo fece lungamente viaggiare, perchè s'impratichisse; ma il Boccaccio, appassionato per la poesia, non riuscì felicemente nella professione paterna. Di ventott'anni abbandonò il commercio, acconsentendolo il padre, ed intraprese lo studio del diritto canonico, che poteva procurargli utili impieghi[205].

Ma il Boccaccio attendeva di mal animo a questi studj, che altro scopo non avevano che quello del guadagno. Trascurava il diritto, come si era presa poca cura del suo commercio, e non occupavasi di proposito che della poesia e delle scienze, che hanno in sè stesse la propria ricompensa. Studiò successivamente l'astronomia, la filosofia sacra, la mitologia, la geografia, la storia; e sopra tutto procurò d'intendere profondamente gli antichi scrittori greci e latini; ne cercò con somma cura i manoscritti e li copiò egli stesso. In tal modo ottenne di essere non solo uno de' più eleganti scrittori, ma uno de' più eruditi, e forse il miglior critico del suo secolo[206].

Il Boccaccio, che non si era posto in su la via degli onori e della fortuna, s'innalzò non pertanto ad un distinto rango: il suo ingegno gli aveva procacciata grandissima riputazione e fu ricercato per impieghi della più dilicata confidenza. Nel 1347 fu ambasciatore della repubblica fiorentina presso i signori della Romagna, ed in particolare di Ostasio da Polenta. Nel 1351 venne incaricato di un'altra onorevole missione presso il Petrarca. La repubblica aveva determinato di fondare in Firenze una nuova università: voleva dare una cattedra al Petrarca, e dopo avere ricomperati tutti i beni del di lui padre, venduti in occasione della cacciata de' Bianchi da Firenze, gli spedì a Padova, ove in allora soggiornava, il suo amico Boccaccio, onde persuaderlo a tornare nella sua patria. La signoria scrisse pure una lettera contenente i seguenti frammenti.

«Non è lungo tempo che abbiamo risolto di far fiorire tra di noi i buoni studj, troppo finora trascurati in questa città. Vogliamo che vi si possa acquistare un'intera istruzione in ogni genere, affinchè, come fece Roma in altri tempi, la nostra repubblica s'innalzi gloriosamente al disopra delle altre città d'Italia, e la sua fama vada crescendo di pari passo colla sua prosperità. Non è che per te solo che la nostra patria può ottenere lo scopo de' suoi desiderj; onde ti supplica (e questa distinzione fu rara ancora tra gli antichi) di prendere in considerazione la sua università, e di fare, che, per mezzo tuo, ella fiorisca. Scegli tu stesso il libro che ti piacerà d'interpretare, scegli la scienza che troverai più confacente alla tua riputazione ed al tuo riposo. Forse si troveranno qui uomini di elevata mente, che, risvegliati dal tuo esempio, s'incoraggieranno a pubblicare i versi loro nella nostra città.... Preparati dal canto tuo, se ci è permesso di confortartene, preparati a terminare l'immortale tuo poema dell'Affrica, affinchè le muse, neglette da tanti secoli, tornino a prendere stanza tra di noi. Tu hai finora viaggiato abbastanza, e lungamente esaminate le costumanze ed il carattere delle nazioni. Oggi i tuoi magistrati, i tuoi concittadini, i nobili ed il popolo, l'antica casa ed il patrimonio de' tuoi antenati, che ti rendiamo, ti chiamano, ti aspettano. Torna adunque, torna dopo tanto tempo, e la tua eloquenza assecondi i nostri progetti[207]

Il Petrarca parve commosso da questa lusinghiera lettera, la quale ci dà una così alta idea del modo con cui i Fiorentini apprezzavano, e compensavano il merito. Il suo riscontro esprime una viva gratitudine, ma colla consueta sua pedanteria il Petrarca fa l'enumerazione di tutti gli antichi ch'erano stati richiamati in patria, e si paragona a tutti[208]. Incaricò il Boccaccio di far conoscere quali progetti aveva egli formati pel suo ritorno a Firenze, che poi non ridusse ad effetto, non essendo mai venuto a stabilirsi nella sua città natale.

Il Boccaccio venne di nuovo incaricato dalla sua repubblica di altre ambasciate. Fu mandato nel 1351 al marchese di Brandeburgo, figliuolo di Luigi di Baviera; per impegnarlo ad attaccare i Visconti. Due in tre anni più tardi fu spedito a papa Innocenzo VI per concertare quale condotta doveva tenere la repubblica verso l'imperatore Carlo IV. In mezzo a questi onorevoli impieghi il Boccaccio compose molti libri, che contribuirono all'avanzamento delle scienze, ed allo spargimento delle cognizioni dell'antichità; sopra tutto furono apprezzati i suoi libri intorno alla genealogia degli dei, ed all'antica geografia. Queste opere non sono presentemente utili, perchè più estese indagini ci fecero conoscere più esattamente le cose degli antichi; ma essi dimostrarono come si possa unire una vasta erudizione alla sana critica, e distribuire con giudizioso ordine un incoerente ammasso di fatti e di osservazioni.

Conviene ammettere che la prosa latina del Boccaccio non è elegante; che le sue poesie latine mancano d'invenzione e di leggiadria di stile; ed inoltre che le sue poesie italiane non avrebbero potuto assicurargli quel seggio che occupa nella letteratura; ma la riputazione del Boccaccio oggi è posta ne' suoi romanzi d'amore e nelle sue novelle. In questo genere non fu eguagliato da veruno nell'eleganza dello stile, nella grazia, nella ingenuità. La sua facezia, talvolta troppo libera, è sempre ne' limiti del gusto, se non sempre entro quelli della modestia; e la sua narrazione servirà sempre di modello, quando ancora più non si cercasse ne' suoi racconti la pittura de' costumi del suo tempo.

Ma, quantunque le più serie opere del Boccaccio più non interessino al presente, non dobbiamo perciò scordarci che a quest'uomo più che a tutt'altri va debitore l'Occidente del ristabilimento delle lettere greche. Vi contribuì coi progressi fatti da lui medesimo in questa lingua, col gusto che sforzossi d'inspirare agli altri per gli stessi studj, e pei pubblici stabilimenti, che fece consacrare dalla sua patria al vantaggio de' grecisti. Fu il Boccaccio che trasse in Italia Leonzio Pilato, filosofo greco, originario della Calabria, come Barlaamo, e non meno dotto di questi. Era ributtante, dice il Boccaccio, la di lui figura, deforme la fisonomia del volto, lunga la barba, i capelli, e le sue maniere grossolane e selvagge: vedevasi di continuo immerso in profonde meditazioni, ma si aveva in lui come un archivio inesauribile, in cui raccolte trovavansi tutta la storia e la favola greca[209]. L'anno 1360 Leonzio Pilato, procedente dalla Grecia, sbarcò a Venezia, di dove era intenzionato di passare in Avignone. Lo incontrò il Boccaccio, gli chiese la sua amicizia, e lo persuase a venire a soggiornare in Firenze. In appresso ottenne dal governo di questa repubblica di fondare a favore del greco filosofo una cattedra di lingua e di letteratura greca. Egli stesso, sebbene in età di 47 anni, si pose il primo tra gli scolari del nuovo professore, e sotto di lui studiò tre anni le opere di Omero. Nel 1364 Leonzio Pilato desiderò di rivedere la sua patria, abbandonò Firenze malgrado le rimostranze de' suoi scolari, e tornò in Grecia. Trovò questo paese desolato dai Turchi, ed oppresso da innumerabili calamità: si rimproverò di non aver saputo apprezzare il riposo dell'Italia, e si pose in viaggio per ritornarvi; ma la sua nave fu sorpresa da una terribile burrasca. Lo sgraziato filosofo, tenendo abbracciata un'antenna, fu colpito dal fulmine, e perì consumato dal fuoco celeste[210].

Durante la sua dimora in Firenze il professore aveva di concerto col Boccaccio tradotte in latino l'Iliade e l'Odissea d'Omero, onde l'Occidente va debitore a questi due uomini della conoscenza di Omero, di cui per lo innanzi non aveva che una cattiva traduzione in versi. Altri libri greci furono, per le cure del Boccaccio, sparsi in tutta la Toscana; perciò egli scrisse con giusto orgoglio nel suo trattato della Genealogia degli dei. «Con i miei consigli ridussi Leonzio Pilato a non recarsi alla Babilonia d'Occidente, io lo condussi a Firenze, lo accolsi in mia casa, e lungo tempo gli diedi ospitalità. Io mi adoperai con zelo per farlo ammettere tra i dottori dell'università fiorentina; io gli feci assegnare uno stipendio dal pubblico erario. Io primo fra tutti gl'Italiani presi da lui private lezioni per udirlo spiegare l'Iliade; io primo ottenni in appresso che venissero pubblicamente spiegati i libri d'Omero[211]

Non iscordiamo noi medesimi ciò che dobbiamo al Boccaccio, e mostriamoci grati all'università ed alla repubblica fiorentina di averci trasmessi i libri omerici, di aver renduta familiare a tutta l'Europa la lingua del padre de' poeti; e d'essere stato cagione per ultimo che le virtù, i monumenti dell'antichità, il patriottismo di Sparta, le arti di Atene, l'eloquenza, la poesia, la filosofia, la memoria della libertà e della grandezza de' Greci ci sieno state tramandate, e possano ancora sollevare l'anima nostra, formare i nostri talenti, e riscaldare il nostro cuore.