CAPITOLO XL.
Commercio e colonie degl'Italiani in Levante. — Guerra de' Genovesi coi Greci. — Coi Veneziani. — Battaglia del Bosforo.
1348 = 1352.
Il continente d'Italia difendeva a stento la propria indipendenza contro i Visconti. Questa famiglia era comunemente indicata col nome del serpente che portava ne' suoi stemmi. Essa impiegava alternativamente contro i suoi vicini l'astuzia o la violenza, la perfidia o la sorpresa, per distruggere la loro libertà; e la biscia[105] de' Visconti inghiottiva i più deboli stati, o spargeva sugli altri il suo veleno, per farli poi cadere la volta loro. Ma il mare aveva conservata la libertà; due repubbliche italiane ne dividevano l'impero, e non soffrivano sul mare la rivalità d'alcun sovrano dispotico. Non è agevole cosa il ridurre in servitù uomini cui il vasto Oceano tien luogo di patria, e che scuotono, abbandonando la spiaggia, il giogo che vorrebbesi loro imporre; uomini che la forza o l'interesse non legano alla terra, e che non appartengono al suolo che li vide nascere, che pei legami dell'amore. La libertà di Genova era più burrascosa, quella di Venezia più tranquilla e più forte; ma i cittadini delle due città avevano egualmente quell'energia, quelle generosi passioni, che conservano ai popoli la loro indipendenza e la loro gloria, che assicurano agl'individui prosperi successi in ogni stato, e che li rendono atti ad illustrare il loro nome per mezzo delle armi, a rendersi immortali colle lettere, ed arricchirsi col commercio e colla navigazione.
Gli Arragonesi, o piuttosto i Catalani, avevano ancor essi una marina, e venivano in allora risguardati come la terza potenza marittima d'Europa. In tale epoca erano liberi poco meno de' Veneziani o de' Genovesi. Nella loro unione del 1347 contro il re Pietro IV, detto il cerimoniere, avevano sostenuti i loro diritti colla più coraggiosa fermezza. Poichè questo principe ebbe in una lunga serie di battaglie vinti i suoi sudditi, si fece recare il libro delle leggi, e feritasi una mano, fece colare il suo sangue sul privilegio dell'unione, onde, diss'egli, abolire e cancellare col sangue d'un re una legge che tanto sangue costato aveva al suo popolo. Ma non osò violare la libertà de' suoi sudditi; egli ne conosceva l'indomabile fierezza e l'attaccamento agli antichi loro privilegi; piuttosto accrebbe le prerogative del giustiziere, il grande rappresentante dei diritti del popolo, e lasciò che Barcellona godesse, sotto la protezione d'un re, di tutti i vantaggi d'una repubblica[106].
I Siciliani ed i Napoletani tenevano ancora, cinquant'anni prima, un distinto posto tra le potenze marittime; e la loro marina erasi formata ne' tempi in cui Amalfi, Napoli e Gaeta erano repubbliche, in cui Messina e Palermo godevano di una quasi piena libertà sotto la sola protezione della corona. Ma malgrado i talenti e l'attività di Federico, re di Sicilia, malgrado le ricchezze e la perseveranza di Roberto re di Napoli, la marina militare di questi due paesi era affatto spenta, perchè la marina mercantile non aveva potuto sostenersi senza l'energia della libertà. La regina Giovanna, sovrana della Provenza e del regno di Napoli, non aveva vascelli di guerra ne' porti dell'uno o dell'altro stato; i quali non avevano comunicazione tra di loro che per mare, onde la loro sovrana trovavasi per tale comunicazione in arbitrio degli stranieri. Giovanna medesima fu più volte costretta di esporsi al mare, ed ogni volta dovette per questo viaggio noleggiare galere genovesi. Minacciata dagli Ungari, che si affidavano all'Adriatico per invadere i suoi stati, non riuscì a formare una marina, alla quale poteva essere legata la sua sicurezza, e non potè impedire il passaggio della cavalleria ungara sui battelli scoperti. Dimenticando la rivalità de' suoi antenati colla casa di Sicilia, domandò quindici galere in dono a don Luigi d'Arragona, o piuttosto alla Reggenza di Palermo, che governava la Sicilia a nome del re minore; ed a tale prezzo rinunciò a tutti i pretesi diritti che la casa d'Angiò faceva valere da settant'anni sui paesi al di là del Faro. Ma le galere siciliane a lei promesse non poterono mai dar le vele.
I Greci, ai quali l'infinito numero delle loro isole e l'assoluto bisogno di chiudere ai Turchi il passaggio dei mari, imponevano imperiosamente il mantenimento d'una marina, l'avevano lasciata andare in ruina. Quella de' Pisani più non aveva potuto rifarsi dalla rotta avuta alla Meloria nella fatale battaglia contro i Genovesi. E per ultimo i Francesi nelle lunghe guerre di Filippo di Valois con l'Inghilterra assoldarono le galere dei Genovesi, e gl'Inglesi non sapevano ancora circondare la loro isola con quelle nobili fortezze che assicurano adesso la sua prosperità e la sua gloria. Vero è che nel Nord le città della vasta rada avevano di già una fiorente marina: ma assai di rado vedevasi ne' porti del Mezzogiorno.
Il solo Mediterraneo era sempre solcato da navi da guerra, o mercantili; non ancora per gli Europei esisteva l'America, e sconosciuta era la strada alle Indie intorno al continente dell'Africa. L'Oceano era deserto, ed i regni d'Occidente comunicavano piuttosto per terra che per mare con più fertili ed industriosi paesi. I due più vasti e più ricchi rami di commercio del mondo, quelli che in ogni tempo fecero prosperare tutti gli altri, il commercio del Nord-est e quello delle Indie, facevansi sul Mediterraneo, uno ne' porti del mar Nero, ed alla foce dei fiumi della Russia, l'altro coll'intervento degli Armeni o degli Arabi ne' porti della Grecia, della Siria o dell'Egitto.
Gli stessi progressi dell'incivilimento rendevano ogni dì più necessarj ai popoli i prodotti di una ricca terra, ma tuttavia selvaggia. Quando la coltivazione s'accresce, le foreste vanno scemando, e scompajono gli animali selvaggi che le abitavano. In allora conviene chiedere ad altri paesi, rimasti quasi deserti, i prodotti di quelle stesse foreste, che sono la principale materia delle arti, e che la civiltà medesima ci rende necessarj. La Russia, già da più secoli, è il magazzino de' legni da costruzione di tutta l'Europa, della canape di cui si fanno le vele e le gomene, della pece, della cera, del sego, delle pellicce. Alcune di queste mercanzie tanto necessarie alla navigazione ed alle arti, possono al presente venirci somministrate dall'America settentrionale; tiriamo il rimanente dai porti del mar Baltico; e più anticamente tiravansi da quelli d'Arcangelo. Nel quattordicesimo secolo tutto questo commercio facevasi per il mar Nero; le mercanzie del Nord scendevano i fiumi che gettansi in questo mare, specialmente il Don o Tanai; tutto quanto andiamo oggi a cercare nel Baltico, nel mar Bianco, ed alle foce del san Lorenzo, trovavasi raccolto nella piccola Tartaria; e le repubbliche di Venezia e di Genova, premurose di dare consistenza ai loro banchi del mar Nero, fecero diversi trattati di commercio coi successori d'Octai Kan e di Zengis, che circa nella metà del 13.º secolo avevano conquistata o corsa la Russia, la Polonia, l'Ungheria e la Moldavia[107].
Le città di Caffa e della Tana furono preferite a tutte le altre per essere l'emporio delle ricche esportazioni della Russia, e dei prodotti dell'industria italiana, destinati al consumo de' Tartari e de' popoli del Nord. Caffa nella Crimea era una colonia dei Genovesi interamente soggetta alla loro sovranità. In principio del quattordicesimo secolo avevano da un capo tartaro comperato il diritto di fabbricare alcune botteghe e poche case sulla spiaggia; ben tosto i profitti del commercio vi chiamarono una numerosa popolazione; il muro innalzato per difendersi da ladri, diventò una regolare fortezza; i Genovesi, che vi si domiciliavano, alzavano al di sopra de' loro magazzini sontuosi palazzi; e la colonia che cercavasi di rendere simile alla superba Genova sua metropoli, prese in breve il più florido aspetto[108].
Tana, posta alle foci del Tanai e vicina ad Azour, era soggetta ai sovrani tartari, ma i Genovesi ed i Veneziani avevano stabilimenti considerabilissimi in questa città; i Fiorentini ed altri popoli d'Italia vi avevano pure aperti i loro banchi; onde vi si trovavano accumulate immense ricchezze; e quando le avanie de' Tartari, i tremuoti o gl'incendj ruinavano i mercanti della Tana, la perdita loro era risentita da tutto l'Occidente.
Mentre una delle rive del mar Nero offriva agl'Italiani il commercio che noi facciamo adesso coll'America, l'altra apriva loro la più frequentata strada delle Indie orientali. Tutte le città della costa opposta alla Tartaria erano animate da un attivissimo e vantaggioso commercio. Sopra tutto Sinope e Trabisonda erano abitate da numerose colonie di mercanti italiani e visitate ogni giorno dai loro vascelli. Sinope era un importante punto di comunicazione coi Turchi dell'Asia minore; Trabisonda, sede d'un piccolo impero greco nato dai rottami di quello di Costantinopoli, e governato da un Comneno[109], apriva una più importante comunicazione coll'Armenia, ed agevolava il commercio di questo ricco regno.
Gli Armeni avevano ricuperata la loro indipendenza nel dodicesimo secolo; e questo popolo montanaro, il più industrioso, il più sobrio e più attivo dell'Asia, aveva cercata l'alleanza de' Latini, che professavano la sua medesima religione[110]. Prima degli altri, i Veneziani avevano ottenuti in Armenia i più grandi privilegi; essi soli potevano trafficare sui camelotti, ed esportare la lana o camelo delle capre d'Angora, la di cui esportazione era vietata a tutti gli altri mercanti. Essi andavano esenti da gabelle, potevano possedere case, chiese ed alberghi; avevano pure il diritto di coniare danaro, e di essere giudicati dai loro proprj magistrati; finalmente vi godevano un'assoluta franchigia per attraversare tutti gli stati armeni colle mercanzie che tiravano dalla Tauride e dalla Persia[111].
Questa comunicazione a traverso l'Armenia aveva fatto di Trabisonda uno de' mercati del commercio delle Indie. I prodotti di que' felici climi, e sopra tutto le spezierie, furono in ogni tempo l'oggetto del più lucroso commercio del mondo. Tutti i paesi domandano e consumano ciò che una sola contrada produce, ed ancora scarsamente. Le spese e le difficoltà del trasporto da una all'altra estremità del globo, hanno successivamente dati a diversi popoli i mezzi di stabilire un monopolio sulle spezierie: allora soltanto si è potuto dire con verità ciò che fu così spesso ripetuto a torto degli altri commerci di oggetti di consumo: tutte le nazioni sono tributarie di quella che è in possesso di somministrare le spezierie e gli aromi delle Indie.
Nel 14º secolo, questo ricco commercio facevasi a traverso dell'Asia per più strade in un tempo medesimo. Ma tutte queste strade erano pericolose, le frequenti rivoluzioni de' paesi che i mercanti dovevano attraversare, interrompevano i loro viaggi e ne fermavano le speculazioni. Fra le carovane che portavano dalle Indie colle spezierie i prodotti delle manifatture dell'Indostan e della China, alcune attraversavano la Battriana o grande Bucaria; i convogli delle mercanzie scendevano in appresso l'Oxus, navigavano a traverso del mar Caspio, rimontavano il Cyrus, e finalmente per il Faso discendevano nel mar Nero. Altre mercanzie abbondavano nel golfo Persico, e per mezzo dell'Eufrate penetravano nell'Assiria, di dove venivano dirette ai diversi porti di Terra santa o dell'Asia minore. Finalmente alcune per il mar Rosso passavano ad Alessandria d'Egitto. E per tal modo dalla foce del Tanai fino a quelle del Nilo, le diverse città marittime possedute dai Tartari e dai Turchi, dai Greci e dagli Arabi, furono a vicenda arricchite dal commercio dell'India. I Veneziani ed i Genovesi, che avevano dato a queste città il nome di Scalo, stabilirono in tutte fattorie per raccorre gli aromi; ed essi soli ne provvedevano poi tutta l'Europa.
Costantinopoli trovavasi nel centro del commercio del mar Nero, dell'Asia minore e dell'Egitto. Gli abitanti di questa città, snervati da lunga schiavitù, non avevano la necessaria energia per eseguire essi medesimi le intraprese commerciali, cui erano chiamati dalla loro situazione[112]. Ma Costantinopoli era sempre il gran mercato dell'Oriente, ed in mancanza de' Greci, gl'Italiani venivano a fare i loro proprj affari. I Veneziani possedevano in Costantinopoli un quartiere circondato di mura, e chiuso da porte, come quegli abitati a' nostri giorni dagli Ebrei in quasi tutte le città d'Italia. Avevano inoltre nel porto un ancoraggio separato e circondato di palafitte. La colonia era governata, come una piccola repubblica, da un balio che faceva le veci del doge, da' giudici, da' consiglieri e da' savj. I piccoli stabilimenti de' Veneziani nella Romania erano subordinati a quello di Costantinopoli, ed i più grandi avevano separati governi.
La colonia bizantina de' Genovesi era assai più importante. Michele Paleologo, volendo mostrarsi grato ai soccorsi da loro ricevuti per racquistare la capitale, aveva loro ceduta la sovranità del sobborgo di Pera o Galata, posto in faccia a Costantinopoli, e dall'altro lato del porto. Tutti i Genovesi vi avevano trasportati i loro banchi, e, sotto il regno del vecchio Andronico, avevano circondata la nascente loro città prima di una doppia, poi di una triplice linea di mura. Pera, che stendevasi tra le colline ed il golfo, sopra una lunghezza quattro volte maggiore della larghezza, aveva quattro mila quattrocento passi di circuito[113]. Le case alzate a guisa di terrazzi le une sopra le altre, godevano di tutta la vista del mare e di Costantinopoli. Ogn'anno vedevasi crescere il loro numero e la magnificenza loro; e se l'impero greco non fosse caduto sotto le calamità che lo percossero incessantemente, in meno d'un secolo la città genovese avrebbe uguagliato in isplendore ed in popolazione la capitale dell'Oriente[114].
È già molto tempo che più occupati non ci siamo delle rivoluzioni di Costantinopoli. Siccome l'impero greco si andava debilitando, diminuiva altresì la sua influenza sulla politica d'Europa; i Paleologi erano ben lontani dal potere come i Comneni turbare l'Italia coi loro intrighi, formando su questa contrada progetti di conquista; essi invece non chiedevano che di essere dimenticati, e lo erano effettivamente. I principi di Taranto, eredi dei pretesi diritti degl'imperatori latini di Costantinopoli, erano ancor essi troppo deboli per far valere i titoli onde continuavano ad onorarsi. Ridotti al rango di nobili faziosi nella languente monarchia di Napoli, non pensavano pure ad armare l'Europa per riconquistare l'impero greco. Più non attaccavano, e non erano attaccati. Da ambo le parti si vivea nel riposo dell'impotenza. I negozianti soltanto ed i letterati mantenevano le relazioni della Grecia coll'Italia.
Civili guerre desolarono l'impero greco nella prima metà del quattordicesimo secolo. Andromico il vecchio, e suo nipote dello stesso nome, rinnovarono tre volte le ostilità l'uno contro l'altro dal 1321 al 1328. Il vecchio pusillanime, incostante, superstizioso, lasciò infine il trono al giovane Andromico, non meno di lui incapace di governare. Sotto il regno dell'ultimo, nuovi disordini afflissero pel corso di dodici anni l'Impero d'Oriente. Andromico morì nel 1341, e lasciò suo figliuolo, ancora fanciullo, sotto la tutela dell'ambizioso Cantacuzèno, in allora curopalata. Sua vedova, l'imperatrice Anna di Savoja, pretendeva d'aver parte nel governo, ed attaccò Cantacuzèno per ispogliarlo dell'amministrazione, il quale si fece sforzare dai suoi partigiani ad assumere la porpora, sotto pretesto di poter meglio difendere il pupillo[115]. In questo tempo i Turchi guidati da Akmano e dal suo successore Orcano avevano terminato di conquistare tutte le province greche dell'Asia; erano poscia entrati in Europa come ausiliarj di Cantacuzèno; e le conquiste loro in queste province, fino a tale epoca non invase, minacciavano omai l'ultima ruina al debole impero de' Greci.
Nelle guerre civili tra Cantacuzèno e l'imperatrice Anna di Savoja, i Genovesi avevano abbracciato le parti dell'ultima, e l'avevano varie volte soccorsa[116]. In mezzo all'universale miseria, essi soli avevano conservate molte ricchezze. Il vicendevole spossamento costrinse alla fine i principi rivali a fare la pace. Convennero di regnare assieme; i due imperatori e le tre imperatrici furono coronati lo stesso giorno, ma erano ridotti in così povero stato, che in questa cerimonia furono costretti di presentarsi al popolo quali re da teatro, ornati di diademi di rame dorato, coperti di gioje di vetro, e serviti a mensa con vasellami di stagno[117]. Nello stesso tempo i Genovesi avevano ingrandito il loro commercio; avevano prestato danaro agl'imperatori, che loro lasciavano in pagamento la riscossione de' reali diritti; e nell'istante della pace più sovrani che i Paleologhi, essi prendevano sulle imposte duecento mila bizanti d'oro all'anno, mentre non ne rimanevano trenta mila all'imperatore[118].
Mentre ciò accadeva in Costantinopoli, alcuni gentiluomini genovesi avevano, per la seconda volta, conquistata l'isola di Chio, e si erano stabiliti in questa colonia, ov'essi regnavano, mentre nella loro patria erano perseguitati dal partito democratico[119]. Altri Genovesi avevano occupata la città di Focea, e tutte le province si lagnavano dell'arroganza o delle vessazioni di questi ospiti, diventati troppo ricchi e troppo potenti.
La pace del 1347 rese a Cantacuzèno la libertà di prendere in considerazione i disordini cagionati dalle guerre civili, e di pensare alla loro riforma. Ma quest'imperatore era debole e di carattere lento; era circondato da nemici e da malcontenti, impegnato in guerre di religione, la di cui violenza poteva riuscirgli fatale, e minacciato in pari tempo dalle incursioni dei Turchi e de' Serviani. Egli non avrebbe di propria volontà osato di aggiugnere ancora i Genovesi a tanti nemici, ed avrebbe continuato a dissimulare il risentimento che gli cagionavano le loro usurpazioni; ma questi ambiziosi ed arroganti mercanti lo forzarono essi i primi a prendere le armi. Essi vedevano con qualche inquietudine che Cantacuzèno cercasse di ristabilire la sua marina, per chiudere ai Turchi il passaggio del Bosforo, ed impedire che saccheggiassero la Tracia. D'altra parte i Genovesi avevano coll'imperatore un motivo di controversia; essi volevano chiudere entro le fortificazioni di Pera la parte superiore della collina, sul pendio della quale era fabbricata questa città; ed offrivano di comperare questo luogo, da cui un nemico poteva signoreggiarli: l'imperatore, contento di averli in qualche modo sotto la sua dipendenza, ricusava di vendere un terreno che i suoi ospiti cercavano di afforzare contro di lui[120]. Mentre Cantacuzèno trovavasi infermo a Dèmotica, i Genovesi, intolleranti della lunghezza del negoziato, impadronironsi a forza del preteso terreno, lo circondarono d'una palafitta, e cominciarono subito a fabbricare una muraglia, fiancheggiata di torri.
A questo primo insulto, ch'ebbe luogo nel 1348, tennero dietro immediatamente le ostilità: i Genovesi catturarono alcuni battelli pescarecci, e forzarono i Bizantini a chiudere le loro porte. Per altro il senato ed i mercanti di Pera offrivano la pace, a condizioni però, che loro fosse rilasciato il terreno che avevano occupato: i marinai e l'assemblea del popolo chiedevano inoltre che Cantacuzèno disarmasse la sua flotta. Questa ingiuriosa domanda fece rompere le negoziazioni, ed il senato de' Greci, che in assenza dell'imperatore aveva il governo di Costantinopoli, dichiarò la guerra ai Genovesi[121].
In quattro giorni gli abitanti di Pera allestirono otto galere e moltissime barche armate; corsero le due spiagge del Chrysocheras, e bruciarono quasi tutti i magazzini de' Greci, i loro vascelli mercantili, e le galere che l'imperatore faceva costruire o calafattare. Per altro tre di queste ultime furono salvate, avendole i Greci di notte rimurchiate nel fiume Pissa o Barbyssés a molta distanza dalla foce[122]. Intanto gli abitanti di Pera accrescevano le fortificazioni della loro città e del ridotto innalzato sulla colina. Vedevansi gli uomini e le donne trasportare di giorno e di notte la terra, cavare nuove fosse, e piantare più robuste palafitte.
Lusingavansi i Genovesi di ridurre i Greci in meno di quindici giorni a chieder pace. Siccome le loro galere erano sole padrone del mare, impedivano ad ogni nave d'approdare a Costantinopoli, o venisse dal Ponto Eusino, o dalla Propontide, e fino ne' primi giorni delle ostilità fecero temere alla città una prossima carestia. Ma a fronte delle privazioni, cui andavano soggetti, i Bizantini si prepararono senza lagnarsene ad una lunga difesa. Il loro orgoglio era fieramente irritato dalla considerazione che alcuni stranieri accantonati in un loro sobborgo pretendessero d'imporre legge alla città; e l'antico odio pei costumi e la religione dei Latini faceva loro spiegare un'insolita energia.
Di già era cominciato l'autunno, quando i Genovesi, ricevuti avendo soccorsi da Chio e dalle altre loro colonie del Levante, tentarono di dare l'assalto alle mura della città dalla banda del porto. Avanzaronsi con nove galere e tre grossi vascelli carichi di macchine da guerra, ma trovarono le mura coperte di difensori; perciocchè l'odio nazionale aveva superata l'abituale timidezza, ed i cittadini e gli artigiani di Costantinopoli eransi uniti ai soldati per combattere contro i Latini; onde questi vedendo riuscire vano ogni loro sforzo, ritiraronsi perdenti[123].
Cantacuzèno, ritornato a Costantinopoli alla metà d'autunno, fece assediar Pera dalla banda di terra, mentre i Genovesi tenevano sempre bloccata la capitale dal lato del mare. In pari tempo faceva costruire nuove galere ne' cantieri fortificati dell'Ippodromo; assoldava truppe straniere, e mostravasi risoluto di voler vendicare l'offesa sua dignità. I cavalieri di Rodi, dopo avere tentato invano di ristabilire la pace, accolsero nella loro isola le donne ed i fanciulli di Pera, ed i più preziosi effetti de' Genovesi, onde sottrarli ai pericoli della guerra[124].
Così passò l'inverno: ma in sul cominciare della primavera i Greci posero in mare nove grandi vascelli e molte navi ad uno e due ranghi di remi, che essi avevano fabbricati nell'Ippodromo; e perchè non avevano tutti i marinai che abbisognavano per equipaggiare questa flottiglia, arrolarono per la manovra un grosso numero di lavoratori e di artigiani. Quando questa squadra uscì dal porto, l'ammiraglio genovese osservò che i rematori battevano inegualmente l'onda; conobbe agevolmente con quali nemici doveva misurarsi, e concepì le migliori speranze della battaglia che disponevasi a dare. Lasciò che i Greci si avanzassero verso l'isola del Principe, e che s'impadronissero d'un vascello genovese che giugneva allora dall'Ellesponto; egli si pose con nuove galere e varj piccoli bastimenti all'ingresso del porto, aspettando che tornassero addietro[125].
Il giorno era cupo, ed il vento contrario, quando i Greci tornarono dall'isola del Principe. Per riprendere il porto dovevano raddoppiare la punta settentrionale di Costantinopoli; ed era volgare opinione che avanti al tempio di santa Demetria si trovava un vortice, onde le galere greche passavano lentamente e con timore; la lunga loro linea serravasi verso la riva, e mostrava di temere, più del vortice o degli scogli, i Genovesi che trovavansi dall'altro lato del golfo. Un leggiero movimento della flotta nemica sparse lo spavento tra i contadini che dovevano fare le funzioni di marinaj; molti di loro balzarono sulla spiaggia tosto che si videro abbastanza vicini per isperare di poterla afferrare; altri gettaronsi in mare per giugnervi a nuoto. Bentosto il terrore s'impadronì di tutti gli animi; e prima che i Genovesi fossero a tiro di freccia, più di duecento Greci eransi annegati, volendo fuggire: il rimanente della ciurma erasi posta in salvo sulla spiaggia; e le galere, rimaste senza gente, furono senza combattere prese dai Genovesi e rimurchiate a Pera[126].
Nello stesso tempo le tre galere ch'erano state poste in sicuro entro il canale di Barbissé nel precedente anno, scendevano a traverso al golfo con molte altre navi per unirsi alla grande flotta. Allorchè quelli che le montavano, videro la squadra tutta in mano de' Genovesi, anch'essi atterriti, comandanti, soldati e marinai, tutti precipitaronsi in mare per guadagnare la spiaggia; e queste galere, come le altre, caddero in potere dell'ammiraglio genovese. Finalmente la moltitudine ch'erasi adunata sulle mura di Costantinopoli, meno per difenderle che per vedere lo spettacolo d'un combattimento, presa dallo stesso timor panico, precipitandosi giù dalle mura per fuggire in città in gran parte si uccise o ferì cadendo; ed intanto i Genovesi attribuivano questa rotta a qualche castigo di Dio. Gli antichi loro amici, gli antichi vicini, che avevano vinti senza contrasto, più loro non ispiravano che compassione; loro gridavano ad alta voce di fuggire più lentamente, e di risparmiare le loro vite, poichè i nemici non pensavano pure ad inseguirli[127].
Da quest'istante i Genovesi manifestarono la più nobile e generosa moderazione. Alcuni ambasciatori giunti da Genova quattro giorni dopo la rotta della flotta greca, offrirono a Cantacuzèno moderate condizioni, che furono ben tosto accettate. Gli abitanti di Pera pagarono una grossa somma di danaro per rifare l'imperatore de' sofferti danni; gli restituirono il terreno occupato nella parte superiore alla loro città, e promisero con giuramento di non più abusare dell'amichevole ospitalità loro accordata[128]. Cantacuzèno non volle dal canto suo essere vinto di generosità; e dichiarando che possedeva stati abbastanza vasti per non invidiare ai Genovesi un piccolo angolo di terra che loro riusciva così caro, loro diede l'intero possedimento della sommità della collina di Pera, e dei luoghi in cui avevano fabbricato un ridotto[129].
La moderazione dei Genovesi era, a dir vero, prodotta dal timore di trovarsi impegnati in un'altra guerra coi Veneziani per proteggere il loro commercio sul mar Nero. Uno Scita era stato ucciso da un Latino alla Tana in una rissa, e quest'omidicio era stato cagione di una guerra nella piccola Tartaria. Gianis Beg, il Kan de' Tartari, aveva determinato di vendicare la morte del suo compatriotto sopra tutti gl'Italiani che trafficavano sulle coste del mar Nero. Gli aveva scacciati dalla Tana, e li perseguitava a Caffa, ove i Genovesi avevano loro aperto un asilo[130]. Ma quest'ultima città poco temeva gli attacchi d'un'armata indisciplinata. I Tartari in due anni d'assedio non avevano ancor fatta una breccia nelle mura di Caffa, mentre i Genovesi avevano bruciata la Tana, guastate le coste del mar Nero, distrutto il commercio del popolo tartaro, e privata di vittovaglie l'armata che gli assediava[131].
Speravano i Genovesi che tutti i Latini prenderebbero parte alla loro causa, avendo tutti provate le stesse ingiurie, e tutti ugualmente interessati essendo ad ottenere dal Kan de' Tartari la licenza di fortificare la Tana come Caffa, onde porsi al sicuro dagl'improvvisi attacchi d'un popolo barbaro. L'assoluta cessazione del commercio doveva ben tosto costringere i Tartari a far la pace coi popoli dell'Occidente; imperciocchè avevano grandissima copia di mercanzie indigene, e mancavano affatto delle straniere ch'erano avvezzi a consumare, e l'entrate de' più ricchi loro proprietarj erano ridotte al nulla per l'impossibilità di vendere le loro derrate[132]. I Genovesi per la superiorità della loro marina impedivano ai Greci ed agli Asiatici di comunicare colla Tana. Essi invitavano tutti gli Occidentali a stabilirsi in Caffa, loro promettendo in questa città tutti i vantaggi che ottener potevano dal Kan de' Tartari. Ma i Veneziani che in principio delle ostilità eransi rifugiati nella colonia genovese, non resistettero a lungo all'allettamento de' beneficj che faceva loro sperare il commercio cogli Sciti. Visitarono di nuovo i porti delle Paludi Meotidi, ove i profitti che vi facevano erano più grandi, perchè non avevano concorrenti[133]. I Genovesi, dall'altro canto, per mantenere i loro diritti di blocco, attaccarono e dichiararono buona preda alcuni vascelli veneziani che veleggiavano verso le foci del Tanai[134].
La repubblica di Venezia, non volendo lungo tempo perdere i profitti del commercio del mar Nero, armò trentatre galere, cariche di mercanzie e di soldati, e le spedì alla Tana sotto il comando di Marco Ruzzini[135]. Quest'ammiraglio incontrò in faccia all'isola di Negroponte undici galere genovesi che andavano a Caffa; le attaccò, e, dopo un'ostinata pugna, ne prese nove che mandò a Candia, mentre le altre due si rifugiarono a Pera. Su queste trovavasi l'ammiraglio Filippino Doria, il quale invocò dai suoi compatriotti i soccorsi necessarj per vendicarsi, ed avendoli ridotti a seguirlo con sette galere e molte piccole navi, attaccò improvvisamente la città di Candia, forzò l'entrata del suo porto, bruciò alcune case, liberò tutti i prigionieri fatti nel precedente incontro, e riprese tutte le sue merci e le sue galere, che rimandò a Genova[136], mentre egli tornava a Pera ricoperto di gloria.
In pari tempo Marco Ruzzini aveva protetto il commercio veneto nel mar Nero e nella Palude Meotide. A metà d'autunno attraversò di nuovo il Bosforo[137], ed avuto avviso che i Genovesi di Pera avevano prese nel porto di Candia le navi da lui catturate, risolse di vendicarsi. Prima che potessero avere notizia del suo arrivo fece entrare di notte quattordici de' suoi vascelli nel porto di Costantinopoli, e siccome i Genovesi per certa quale ostentazione avevano costume di lasciare sempre aperti i porti di Pera, i Veneziani sbarcarono senza rumore ed entrarono in questa città. Per altro, al grido delle scolte, i borghesi armaronsi all'istante, attaccarono furibondi i Veneziani, che avevano di già appicato il fuoco ad alcuni vascelli mercantili, e li costrinsero a rimbarcarsi precipitosamente, ed a prendere il largo[138].
Lo stesso giorno un ambasciatore veneziano ottenne udienza dall'imperator greco, proponendogli un'alleanza offensiva colla sua repubblica onde scacciare i Genovesi da Pera e dalla Romania. A fronte dell'odio che Cantacuzèno doveva avere per costoro, volle mantenersi neutrale fra due rivali egualmente formidabili, persuaso che l'alleanza di uno di questi popoli non gli sarebbe in modo vantaggiosa da compensare i mali che gli cagionerebbe la nimicizia dell'altro. Si limitò quindi ad offrire il rinnovamento della tregua convenuta tra i suoi predecessori ed il senato di Venezia, la quale stava per spirare. I Veneziani parvero scontenti del suo rifiuto, ma perchè la stagione era di già molto avanzata, rimisero alla vela per prendere i porti della loro patria[139].
Genova non era da lungo tempo stata mai così potente come a quest'epoca, imperciocchè tutte le fazioni erano riunite e vivevano in pace sotto il governo del doge Giovanni di Valente. Il senato approfittò di tanta concordia per mettere in mare nel susseguente anno 1351, sotto gli ordini di Paganino Doria, la più formidabile armata. Quest'ammiraglio spiegò le vele in luglio del 1351 con sessantaquattro galere, sulle quali trovavasi la metà de' marinai liguri. Egli corse l'Adriatico, e guastò molte colonie veneziane delle coste. In appresso si diresse verso l'Arcipelago per cercare Niccolò Pisani, l'ammiraglio veneziano[140], che comandava venti galere.
L'ammiraglio Pisani trovavasi in faccia all'isola di Chio, quand'ebbe avviso dell'avvicinamento di forze tanto alle sue superiori, e disperse la sua flotta per evitarle. Egli andò a Costantinopoli con tre vascelli, ed il suo viceammiraglio cercò rifugio cogli altri nel porto di Calchis nell'isola d'Eubea, di già fin da quell'epoca chiamata Negroponte. Tirò le sue diecisette galere sulla spiaggia, e coll'ajuto di quegli abitanti, sudditi de' Veneziani, si pose in istato di difesa. Paganino Doria, non avendo l'ingresso del porto, lo bloccò. Nello stesso tempo sbarcò parte delle sue truppe, ed assediò dalla banda di terra la città di Negroponte, al quale oggetto fece venire da Pera alcune macchine da guerra[141].
Molti marinai veneziani erano caduti vittima della peste, ed il senato veneto, avvertito del pericolo in cui vedevasi la sua flotta nell'isola d'Eubea, trovavasi inabilitato ad armarne un'altra abbastanza forte da poterla liberare. Cercò quindi estere alleanze, e si volse da prima alla repubblica di Pisa, chiedendole di unire le proprie forze alle sue per vendicarsi della disfatta alla Meloria. Ma Pisa era in allora governata dai Gambacorti, uomini nuovi, che non avevano antichi odj da soddisfare, nè antiche vendette da fare. Inoltre erano essi mercanti, e l'interesse della mercatura faceva loro desiderare la continuazione della pace[142]. Dietro il rifiuto de' Pisani gli ambasciatori veneti passarono in Arragona per offrire la loro alleanza al re Pietro IV omai scontento de' Genovesi, e per risvegliare l'animosità de' suoi sudditi catalani contro gli abitanti della Liguria.
Alcune famiglie genovesi e pisane avevano, dopo la conquista fattane dagli Arragonesi, conservati i loro feudi in Sardegna. Pietro IV aveva cercato di spogliare la famiglia dei Doria, ma la repubblica di Genova aveva preso a difenderla, e costretto il re a renderle le sue proprietà[143]. Tale era il motivo dell'odio dell'Arragonese contro i Genovesi, onde accolse avidamente la proposizione de' Veneziani, che gli offriva il modo di vendicarsi. Egli promise di formare gli equipaggi de' vascelli, che Venezia gli somministrarebbe, con marinai catalani e con soldati arragonesi[144]; ed il 3 agosto del 1351 i suoi araldi d'armi vennero a dichiarare la guerra al doge, al senato, ed al popolo di Genova[145].
La notizia dell'alleanza de' Catalani coi Veneziani ridusse l'imperatore greco ad abbracciare un partito che oramai credeva il più forte[146]. D'altra parte i Genovesi parvero piuttosto disposti a provocare il suo sdegno, che non a calmarlo. Di pieno giorno lanciarono con una balista un'enorme pietra da Pera sul palazzo, quasi per far prova della portata della loro macchina, e, malgrado le lagnanze loro fatte in proposito, ne lanciarono un'altra all'indomani[147]. I Greci irritati chiamarono Niccolò Pisani, l'ammiraglio veneziano, e l'incoraggiarono ad intraprendere l'assedio di Pera. Di già il Pisani aveva ragunata una nuova flotta di trentadue galere chiamando sotto la sua bandiera tutti i vascelli della sua patria sparsi nella Romania, nel mar Nero, o mare di Siria. I Greci, che gli avevano altresì somministrati alcune navi, segnarono il loro campo per secondarlo ai piè delle mura di Pera[148].
Nello stesso tempo Paganino Doria, l'ammiraglio genovese, stringeva l'assedio di Calcide ov'erasi rifugiata una flotta veneziana. Di là aveva intavolato un trattato coll'imperatrice Anna di Savoja, cui offriva soccorsi per rimettere suo figlio Giovanni Paleologo sul trono usurpato da Cantacuzèno. Intanto venne da lui sorpresa una nave leggera, che faceva forza di vele per recare in Calcide la notizia agli assediati d'un pronto soccorso. Erano state armate cinquanta galere, metà a Venezia e metà a Barcellona, le prime sotto gli ordini di Pancrazio Giustiniani, le altre di Ponzio di Santa Paz, ed eransi tutte unite in novembre ne' mari di Messina, di là dirigendosi verso la Grecia. Doria non le aspettò e fece vela alla volta di Tessalonica per sollecitare l'imperatrice Anna ad accettare la sua alleanza; al che non avendo potuto ridurla, sorprese l'isola di Tenedo, ove svernò le sue truppe, e riparò le galere[149].
Il Pisani, lasciando ai Greci la cura di continuare l'assedio di Pera, si portò a Negroponte coi vascelli che aveva adunati a Costantinopoli; prese sotto il supremo suo comando le galere ch'erano state assediate in Calcide, e le due flotte giunte da Catalogna e da Venezia. Le tempeste della stagione burrascosa, in cui era costretto di navigare, gli avevano fatte perdere sette navi e due ai Catalani, ed alcune altre erano state staccate per secondarie operazioni; ciò null'ostante il Pisani trovavasi ancora alla testa d'una flotta di settanta galere, che divise tra i porti di Corone e di Modone, posti nella Morea, per passarvi i due peggiori mesi dell'inverno[150].
Ma i Veneziani ed i Genovesi, ugualmente impazienti di venire alle mani, appena passato gennajo ripresero il mare. I Genovesi furono i primi a spiegare le vele verso il Bosforo. Cammino facendo presero Eraclea d'assalto per vendicare l'assassinio di due loro soldati[151]. Occuparono in appresso Sozopoli, e Paganino Doria potè a stento contenerli quando vollero attaccare Costantinopoli nella stessa maniera[152]. Frattanto due galere, che quest'ammiraglio aveva spedite a Gallipoli, tornarono il 7 febbrajo, dandogli avviso, che l'armata veneziana e catalana composta di sessantasette galere, entrava in quel giorno a Preknonesos, o isola del Principe, posta all'apertura della Propontide dalla banda dell'Elesponto.
Le burrasche, frequenti su quegli angusti mari, ritennero alcun tempo le due flotte quasi prigioniere; la veneziana nel porto dell'isola del Principe, la genovese in quello di Calcedonia. Finalmente il vento di mezzodì, che da lungo tempo dominava su quelle acque, parve alquanto calmato il lunedì 13 febbrajo, e Paganino Doria formò la sua linea con sessantaquattro galere all'apertura del Bosforo di Tracia per impedire ai Veneziani l'ingresso di Costantinopoli. Questi erano partiti lo stesso giorno dall'isola del Principe, e s'avanzavano a piene vele; erasi di nuovo rinfrescato il vento di mezzodì, e perchè soffiava da più giorni, le correnti portavano con violenza verso Costantinopoli. S'avvide il Doria che non potrebbe resistere all'urto de' vascelli veneziani, secondati dal vento e dalla corrente, perlocchè si strinse verso le rive dell'Asia, e lasciò che passasse la flotta del Pisani, la quale entrò trionfante nel porto di Costantinopoli[153].
Costantino Tarcuniota, l'ammiraglio de' Greci, si unì ai Veneziani nel porto con otto galere ed un gran numero di navi, ed eccitò il Pisani ad approfittare della superiorità delle sue forze, a ritornare immediatamente contro la flotta nemica, ed a presentarle battaglia. I vascelli genovesi avevano sofferto assai nelle loro armature per voler tenersi all'ingresso del Bosforo malgrado il vento ed il mar grosso. Il Doria non aveva ancor potuto riunire la sua flotta, e rientrare nel porto di Calcedonia, quando vide avvicinarsi quella de' Veneziani poc'anzi passata. Altro far non potendo, approfittò della perfetta conoscenza che aveva di quegli angusti mari per collocarsi con sette vascelli fuori delle correnti, e dei marosi in un'ansa circondata da scogli e da bassi fondi. Ordinò in pari tempo coi segni al rimanente della flotta di avvicinarsi a lui durante la battaglia.
Nicolò Pisani e Ponzio di Santa Paz, invece di attaccare Doria, fecero forza di remi per tagliar fuori le altre galere, che Doria aveva chiamate. Frattanto il vento rinforzava, oscure nubi si abbassavano e parevano appoggiarsi sugli alberi de' vascelli, l'orizzonte s'andava restringendo, e più non era indicato che dagli scogli contro i quali andavano a rompersi i grandi marosi, e rottami di navi galleggianti intorno ai combattenti annunziavano disastri, di cui non conoscevansi le circostanze. Di già non vedevansi i segni dall'una all'altra estremità della stessa flotta. Alcune galere genovesi non potendo accostarsi al loro ammiraglio, gettarono l'ancora e si nascosero tra gli scogli di cui i loro piloti conoscevano tutte le direzioni. I Catalani, affatto nuovi in que' mari, quando vollero attaccare i loro nemici in mezzo agli scogli a fior d'acqua, ed ai bassi fondi, perdettero molta gente e molte navi[154].
Tre galere veneziane avevano attaccato l'ammiraglio genovese, due da prora ed una di fianco. Colà cominciò la più accanita pugna, perchè tutto il rimanente delle due flotte cercava di avanzarsi su questo punto. I tre vascelli veneziani dovettero soccombere alla manovra genovese, e furono presi. D'altra parte dieci galere genovesi, spinte verso sant'Angelo, non potendo difendersi, furono dai loro marinai mandate a picco sulla riva, e fuggirono essi a Pera, abbandonandole ai Veneziani, che le bruciarono. Tre altre galere corsero la stessa sorte in un altro piccolo golfo; per ultimo sei, inseguite a traverso al Bosforo, fuggirono nel mar Nero. Ma non furono decisivi nè i vantaggi, nè le perdite, imperciocchè le due flotte, divise dalla violenza del vento, dagli scogli, e dai promontori dell'ingresso del canale del Bosforo, si battevano contemporaneamente in sette od otto luoghi[155].
Finalmente sopraggiunse la notte, oscura come suol essere dopo un giorno burrascoso d'inverno; i colpi del vento furioso, il mugghiare delle onde, le grida de' remiganti e quelle de' feriti risuonavano intorno agli scogli di Scutari e di Bizanzio. Le vacillanti fiaccole de' vascelli appena erano visibili nella densità della nebbia, e vedevansi a vicenda risplendere e scomparire a seconda che le grosse onde sollevavano, o lasciavano in fondo le navi. A traverso a così spaventosa oscurità, gl'intrepidi Genovesi di Pera scorsero con leggeri scialuppe tutte le sinuosità delle due coste dell'Europa e dell'Asia per raccorre i loro feriti, dar soccorso ai vascelli pericolanti, e sorprendere i loro nemici dispersi. Secondo ch'essi andavano avanzando colle loro fiaccole, molte navi veneziane o catalane, volendo tener dietro a quelle ingannatrici guide, andarono a picco sopra bassi fondi, altre entrarono da sè inavvedutamente nel porto di Pera, ove furono fatte prigioniere, altre finalmente s'arresero senza combattere a nemici meno formidabili che la burrasca e gli scogli. I due ammiragli col grosso delle flotte nemiche trovavansi intanto uniti nella baja di santa Foca: udivano le grida nemiche senza vedersi, ed in mezzo alla burrasca non cessavano di minacciarsi; qualunque volta un colpo di vento avvicinava alcune navi nemiche, approfittavano della circostanza per venire alle mani. Così passò la notte del 13 al 14 febbrajo del 1352. Prima che facesse giorno Nicolò Pisani, che conoscevasi più debole, lasciò la baja di santa Foca per rifugiarsi nel porto di Terapea o Trapenon, difeso dai Greci. Quando spuntò il sole, il mare, che cominciava a calmarsi, era coperto di cadaveri, e di rottami di navi. I Genovesi s'avvidero allora d'avere perdute tredici galere, oltre le sei che si erano salvate nel mar Nero. Altronde ne avevano predate quattordici ai Veneziani, dieci ai Catalani e due ai Greci, avevano fatti mille ottocento prigionieri, ed uccisi due mila nemici. Ma la perdita loro era troppo grande perchè potessero rallegrarsi della vittoria. Rimandarono a Costantinopoli quattrocento prigionieri feriti, ch'essi non potevano curare[156].
Mentre le due flotte, ritirate l'una a Pera, l'altra a Terapea, riparavano i sofferti danni, Cantacuzèno faceva istanza al Pisani perchè attaccasse i Genovesi approfittando della presente loro debolezza, e Ponzio di santa Paz appoggiava caldamente l'inchiesta dell'imperatore. L'ammiraglio arragonese trovavasi allora infermo per dispetto della sofferta rotta, e quando seppe che il Pisani non voleva rinnovare la battaglia, se n'afflisse in modo che morì di crepacuore[157]. Stefano Contarini e Pancrazio Giustiniani, procuratori di san Marco, Giovanni Steno e Benatino Bembo, viceammiraglio de' Veneziani, erano morti in battaglia o dopo la battaglia, in conseguenza delle ricevute ferite[158].
I Genovesi furono i primi a rimettersi in mare per bloccare il porto di Terapea; ma il Pisani approfittando d'un vento fresco passò a traverso i loro vascelli, ed uscì dal mare di Romania con sole trentotto galere. Venne a dar fondo a Candia, ove depose gli ammalati ed i feriti, ma ne aveva in tanta copia, che bentosto si manifestò un'epidemia negli spedali, la quale comunicossi ai Candiotti.
Partiti i Veneziani, il Doria rivolse tutte le sue forze contro i Greci. Coll'assistenza d'Orcano, figliuolo d'Osmanno, fondatore dell'impero Turco, formò l'assedio di Costantinopoli, e costrinse Cantacuzèno a rinunciare all'alleanza de' Veneziani, soscrivendo il 6 marzo del 1352 una pace separata colla repubblica di Genova[159]. I porti della Grecia furono chiusi ai Veneziani ed ai Catalani, ed accordata assoluta libertà al commercio de' Genovesi[160]. Doria in appresso si diresse verso Creta, sperando di trovare ancora a Candia i Veneziani, ma l'epidemia dominante in quell'isola si comunicò ai suoi equipaggi, e nel tragitto da Candia a Genova, ove Paganino Doria arrivò in agosto con trentadue galere, egli fu costretto di gettare nelle onde i cadaveri di mille cinquecento de' suoi commilitoni. In tal modo ebbe fine una campagna in cui le due repubbliche marittime avevano bensì dato prove del loro valore e dell'abilità de' marinai, ma si erano ancora vicendevolmente esaurite di uomini e di danaro senza ottenere verun vantaggio[161].