CAPITOLO XXXIX.
Clemente VI prende a sottomettere la Romagna. — I Pepoli vendono Bologna ai Visconti. — Invasione della Toscana per parte dell'arcivescovo di Milano, la di cui armata viene respinta. — Pace tra il re d'Ungheria e la regina Giovanna di Napoli.
1350 = 1351.
La chiesa romana, pubblicando un giubileo alla metà del quattordicesimo secolo, appoggiava questo ravvicinamento di una festa centenaria all'ingiustizia che praticavasi verso le generazioni, cui non era accordato questo mezzo di ottenere un'indulgenza plenaria; ella voleva che una tanto singolare grazia fosse una volta in vita offerta ad ogni uomo. Ma più interessati segreti motivi avevano dato luogo a questa decisione. L'affluenza de' pellegrini a Roma vi recava immense ricchezze; ognun di loro faceva un'offerta ad ogni chiesa, ed il papa divideva tali offerte, come divideva altresì per via delle imposte gli utili che i Romani ritraevano dall'alloggio di tanti forastieri. Nello stesso anno la corte d'Avignone volle far servire alle ambiziose sue viste il tesoro raccolto colla pubblicazione del giubileo.
Lo stato della chiesa che per anco non era stato assoggettato all'immediata ubbidienza dei papi, sebbene gl'imperatori ne avessero loro abbandonata la sovranità, era di que' tempi diviso tra molti piccoli tiranni che comandavano ad una o due città. Ma queste città erano delle più piccole d'Italia; il coraggio de' loro abitanti erasi spento nella servitù, ed i signori non potevano, per la loro difesa, far capitale nè sul numero, nè sulle ricchezze, nè sull'energia de' cittadini. Credette Clemente VI di approfittare della circostanza in cui la peste aveva ridotti que' popoli all'ultimo grado di debolezza, per far riconoscere la sua sovranità a tutti que' piccoli principi: commise perciò ad Ettore di Durafort, suo parente, ch'egli aveva creato conte della Romagna, di ricondurre colla forza o coll'astuzia tutte le città del suo feudo sotto l'autorità della chiesa; affidava perciò al suo arbitrio una ragguardevole somma di danaro e quattrocento cavalieri provenzali, che, uniti alle truppe sussidiarie de' signori di Lombardia, formavano un'armata di mille ottocento cavalli[47].
Le segrete istruzioni date ad Ettore di Durafort volevano che spogliasse tutti i tiranni della Romagna; ma l'apparente motivo dell'armamento era quello d'attaccare e punire Giovanni dei Manfredi, signore di Faenza, che per una privata offesa erasi staccato dal partito de' Guelfi e della chiesa[48]. Durafort fece chieder truppe ausiliarie alla famiglia guelfa degli Alidosi che governava Imola, ed ai signori di Bologna, Giovanni e Giacomo de' Pepoli, figli di Taddeo, morto due anni prima. Dall'altro canto Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, Malatesta dei Malatesti, signore di Rimini, e Bernardino da Polenta, signore di Ravenna e di Cervia, prevedendo la burrasca che li minacciava, si unirono al signore di Faenza, e presero al loro soldo il duca Guarnieri, cui di tutta la sua grande compagnia più non rimanevano che cinquecento cavalli, essendosi gli altri dispersi per consumare negli stravizj le ricchezze acquistate nella campagna di Napoli[49].
Il conte di Romagna attaccò, il 13 maggio del 1350, il ponte di san Procolo, che gli apriva lo stato di Faenza, e lo prese a viva forza; ma in seguito consumò quasi due mesi nell'assedio del castello di Salernolo, mentre avrebbe potuto forse in più breve tempo occupare la stessa città di Faenza[50]. I suoi alleati inquieti sullo scopo delle conquiste che meditava, cercavano di ritardarle con inutili negoziazioni; ma il conte era più proprio ai tradimenti che alla guerra. In mezzo ai Romagnuoli, la di cui perfidia era in Italia passata in proverbio, un cortigiano del papa avignognese aveva l'avvantaggio dell'arte della dissimulazione. Il conte mostrava di avere nei Pepoli intera confidenza, mentre trattava coi cittadini di Bologna di far assassinare questi due signori; e quando furono scoperte le sue trame[51], seppe così ben dissipare i sospetti dei due fratelli, che giunse ad indurre l'uno di loro a venire nel suo campo per farsi mediatore d'un trattato col signore di Faenza.
Giovanni dei Pepoli teneva nell'armata della chiesa duecento cavalli, che aveva somministrati al conte; ed aveva avuta cura di mantenere colla maggior parte degli ufficiali della stessa armata relazioni di amicizia e di ospitalità: or quando giunse il 6 di luglio al campo, accompagnato dai principali cittadini di Bologna, e da una guardia di trecento cavalli, poteva credersi nel proprio campo, circondato dai suoi partigiani e da' suoi soldati; ma il conte che lo accoglieva colle dimostrazioni del più tenero affetto e della più illimitata confidenza, aveva ordinato al suo maresciallo di far armare i capitani che gli erano più ben affetti, e di promettere a tutta l'armata doppia paga, e mese compiuto[52], a condizione che non si opponesse alla sorpresa che meditava di fare.
Pepoli era stato servito di rinfreschi nella tenda del generale; i gentiluomini bolognesi ed i cavalieri venuti dalla città erano stati invitati dagli ufficiali e dai soldati dell'armata a sedersi a mense ch'erano state imbandite per loro in diversi luoghi del campo; e frattanto il signore di Bologna era rimasto pressocchè solo col conte di Romagna, aspettando con impazienza l'arrivo degli ufficiali generali chiamati ad un consiglio di guerra. Finalmente il maresciallo dell'armata si presentò al padiglione del conte; e nello stesso istante i soldati che gli stavano intorno, assalirono Giovanni dei Pepoli, lo presero e rovesciarono in terra. Poichè l'ebbero incatenato lo trasportarono ad Imola, e lo chiusero nella fortezza, senza che questo sventurato signore potesse chiamare le proprie guardie in suo soccorso. Un suo paggio avendo alzata la voce per compiangerlo, venne subito ucciso ai di lui piedi[53].
Mastino della Scala che aveva convenuto con Durafort una segreta alleanza, fece muovere le sue truppe verso Bologna tosto che seppe arrestato Giovanni de' Pepoli. Dal canto suo il conte di Romagna lasciò la guerra che faceva ai suoi nemici, per condurre l'armata contro i suoi alleati, e prodigando le ricompense militari per tradimenti e per conquiste senza gloria, promise un'altra volta ai suoi soldati doppia paga e mese intero, per la presa del castello di san Pietro, che i Bolognesi non prendevansi cura di difendere[54].
Giacomo de' Pepoli ch'era rimasto in Bologna, fu colpito come da un colpo di fulmine alla novella dell'arresto del fratello, della diserzione di cinquecento cavalieri rimasti nell'armata del conte, e della guerra che gli facevano quegli alleati ch'egli aveva soccorsi. Scrisse in ogni luogo lagnandosi di così solenne tradimento, e chiedendo assistenza. Malatesta di Rimini ed Ugolino Gonzaga di Mantova recaronsi in fatti a Bologna, e gli offrirono la loro alleanza[55]. Ma al Pepoli stava assai più a cuore d'attaccare alla sua causa i Fiorentini ed il signore di Milano, le due prime potenze dell'Italia.
La repubblica fiorentina non aveva verun motivo di lodarsi dei Pepoli, che avevano mancato a tutti gl'impegni contratti colla repubblica dei Bolognesi. Perciò la signoria rispose agli ambasciatori di Giacomo dei Pepoli, che il suo onore ed i suoi principi non le consentivano di prendere le armi contro la chiesa in favore d'un usurpatore, e che tutto quanto poteva fare per lui e per suo fratello, era d'interporre i suoi buoni ufficj per riconciliarlo col conte di Romagna: ma in pari tempo aggiugneva che se si fosse trattato di difendere gli antichi suoi alleati, i cittadini della repubblica di Bologna, non avrebbe risparmiati nè il sangue nè i tesori fiorentini per tutelare la loro libertà. Questa dichiarazione fatta agli ambasciatori in pubblica udienza, fu ben tosto portata a Bologna; ed il propizio istante era finalmente giunto di scuotere un odiato giogo. «Ma, dice Matteo Villani, i Bolognesi di già avviliti da servili abitudini, più degni non erano della libertà; i loro peccati glie l'avevano fatta perdere; la loro povertà di spirito impedì loro di ricuperarla[56].»
La famiglia Bentivoglio si prese estrema cura di calmare l'effervescenza eccitata nel popolo dal rapporto degli ambasciatori; i suoi capi rappresentarono vivamente i pericoli d'una ribellione, il sovvertimento delle fortune, le violenze de' soldati, il timore di straniera invasione. Ma la sommissione de' Bolognesi non risparmiò loro veruna delle calamità rappresentate come conseguenze d'uno sforzo generoso per rompere il giogo de' loro tiranni. Giacomo de' Pepoli aveva preso al suo soldo il duca Guarnieri con cinquecento cavalli, ed il duca di Milano gliene aveva mandati altri cinquecento. Guarnieri chiese che fosse lasciata alla sua truppa tutta intera una strada della città, ed alloggiò i soldati in quelle case facendoli padroni di tutto, come se la città fosse stata presa d'assalto, e lasciata a sua discrezione. D'altra parte l'armata del conte della Romagna guastava le campagne fino alle porte; di modo che i Bolognesi erano ugualmente spogliati dai loro proprj soldati, e dai loro nemici.
Doveva prevedersi che Bologna non sarebbesi lungo tempo mantenuta in così cattivo stato; quando nuove speranze furono improvvisamente risvegliate in un modo affatto impensato. Ettore di Durafort aveva due volte promesso alla sua armata doppie paghe e militari ricompense; ma lungi dal poter attenere le sue promesse, trovavasi debitore di alcuni mesi del soldo corrente, e non aveva danaro per pagarlo. Una rivoluzione che scoppiò nel campo, con minaccia di custodirlo come ostaggio, abbassò ben tosto la sua ambizione ed il suo orgoglio, obbligandolo a porre in libertà Giovanni dei Pepoli, per soddisfare colla di lui taglia all'avidità delle proprie truppe[57]. Questo contrattempo lo dispose a proporre condizioni di accomodamento; ed i Fiorentini, per farle accettare, s'affrettarono di spedire una solenne deputazione a Bologna. Essi chiedevano che questa città tornasse sotto la protezione della Chiesa; che fosse rimessa in libertà e governata dal popolo come lo era anticamente; che pagasse a san Pietro il consueto tributo, e che in segno di sommissione ricevesse entro le sue mura il conte di Romagna con un ristretto seguito, che i tiranni rinunciassero ad ogni governativa incumbenza, e che la riforma dell'amministrazione si eseguisse sotto la direzione de' commissarj fiorentini. Il conte ed i Pepoli, egualmente smontati dalle loro pretese, mostravano di aderire a tale accomodamento; ma quando si consigliarono coi signori di Lombardia loro alleati, Mastino della Scala, che sperava di occupare egli stesso Bologna, sconfortò il conte da questo trattato; ed il Visconti anch'esso, per motivi personali, vi fece rinunciare i Pepoli[58].
I signori di Bologna avevano fatta scelta de' cittadini più distinti pel loro patriottismo, di coloro che per talenti, per ricchezze e nascita erano quasi capi naturali del popolo; e gli avevano spediti a Firenze per trattare di concerto con questa repubblica intorno al modo di ristabilire la libertà bolognese. Riccardo Salicetti, capo di quest'illustre deputazione, diresse alla signoria fiorentina in presenza del popolo adunato le più vive espressioni di gratitudine, per la liberazione della sua patria; le applicò queste parole del suo testo: Ad Dominum cum tribularer clamavi, e promise a nome dei Bolognesi un'eterna riconoscenza per il maggiore de' beneficj. Ma all'indomani di quest'udienza, seppesi a Firenze che la deputazione bolognese altro non era che uno stratagemma dei Pepoli per allontanare dalla loro città i più temuti cittadini; e che, durante l'assenza loro, Bologna era stata venduta al Visconti, e di già venuta in suo potere[59].
Dal 1339 in avanti, Luchino Visconti signoreggiò Milano e quasi tutta la Lombardia. Grandi talenti militari, una perfida politica, una impenetrabile dissimulazione, una feroce gelosia della propria autorità, una diffidenza, cui sagrificò i suoi più stretti parenti, sembrano i principali tratti del suo carattere. Si lodò molto il suo amore per la giustizia, o piuttosto la vigilanza con cui mantenne la polizia ne' suoi stati, e la severità con cui castigò i malfattori: ma sotto lo stesso nome non dovrebbe confondersi l'amore d'un uomo probo e giusto per le regole immutabili della giustizia, e l'inflessibilità d'un despota geloso della propria autorità, che conserva o vendica l'ordine da lui stabilito. Luchino amava la lode, onde cercava l'amicizia del Petrarca, che gli uomini potenti ottenevano senza difficoltà lusingando l'amor proprio del poeta. In fatti Petrarca diresse una pomposa lettera a Luchino per celebrare la sua virtù e la sua gloria[60]; ma poco dopo aver ricevuta questa scrittura, morì il 28 gennajo del 1349, avvelenato dalla consorte Isabella del Fiesco, prevenuta opportunamente che suo marito in un trasporto di gelosia la condannava alla morte.
Giovanni Visconti arcivescovo di Milano, succeduto al fratello Luchino, si trovò signore di sedici delle più potenti città di Lombardia[61]. Giovanni fu quello che prese a trattare con il Pepoli l'acquisto di Bologna, promettendo ai due fratelli duecento mila fiorini, loro inoltre lasciando la proprietà dei tre castelli di san Giovanni, Nonantola e Crevalcuore[62]. A questo prezzo i Pepoli che riconoscevano la loro grandezza dalla confidenza de' Guelfi loro concittadini, vendettero la comune patria ad uno straniero tiranno, ad un Ghibellino, i di cui antenati erano sempre stati nemici dei loro. Il disprezzo di tutta l'Italia punì i Pepoli di così vergognoso contratto[63]. In Bologna eccitò la più violenta indignazione, gridandosi rabbiosamente in tutte le strade, noi non vogliamo essere venduti[64]. Ma i cittadini scoraggiati, e privi dei loro capi, non ardirono ricorrere alle armi, nè invocare l'ajuto de' Fiorentini che dividevano il loro risentimento; ed uno dei nipoti dell'arcivescovo fu ricevuto senz'ostacolo entro la città con mille cinquecento cavalli[65].
Il duca Guarnieri, personale nemico dei Visconti, passò nel campo del conte di Romagna con i suoi soldati lo stesso giorno in cui le truppe milanesi entrarono in Bologna: in pari tempo le truppe ausiliarie di Mastino della Scala giunsero a rinforzare l'armata della chiesa, sicchè trovossi tutt'ad un tratto più numerosa e più formidabile assai che prima non era stata. Ma la corte d'Avignone faceva colla sua avarizia andare a vuoto tutti i progetti de' suoi generali. Dopo avere cominciata la guerra con vigore, e promessi considerabili sussidj ai suoi alleati, mancava senza rossore alle promesse; ricusava di somministrare il danaro quand'era più necessario, ed abbandonava le proprie creature, perchè tutte le entrate venivano prese da altri favoriti. Al conte di Romagna non si mandò il danaro per pagare le truppe. Invano questi rappresentava al papa suo cugino il grave affronto cui rimaneva esposto il nome della chiesa, ed i pericoli che soprastavano a tutto il suo patrimonio. Durafort non potè ottenere da Avignone verun sussidio, e fu alla fine costretto a permettere che i suoi soldati trattassero col suo nemico. Barnabò Visconti, che comandava in Bologna, pagò col danaro destinato ai Pepoli il soldo delle truppe che lo assediavano, prese mille cinquecento cavalieri della chiesa al suo servizio, obbligò gli altri ad allontanarsi, ricuperò tutti i castelli occupati dall'armata del conte, e lasciò che questi tornasse coperto di vergogna ad Imola[66].
Questa rotta risvegliò per alcuni istanti la collera e l'orgoglio della corte d'Avignone. Clemente VI fece ricominciare contro i Visconti la procedura intrapresa da Giovanni XXII per titolo di scisma e di eresia; citò l'arcivescovo ed i suoi tre nipoti[67] a comparire l'otto aprile del 1351 innanzi al concistoro dei cardinali, onde giustificarsi della loro ribellione contro la chiesa; e mandò in Italia, col titolo di legato, il vescovo di Ferrara, per formare una lega contro i signori di Milano[68].
Il legato si presentò prima all'arcivescovo Visconti, e gl'intimò di restituire Bologna alla chiesa, e di scegliere in seguito tra la condizione di prete o di principe, tra la potenza spirituale o la temporale. Il Visconti chiese al legato di ripetergli lo stesso ordine la susseguente domenica nella chiesa cattedrale, poichè non era che in presenza del popolo e del clero, che un arcivescovo ed un principe poteva rispondere a tale ambasciata. Nel giorno indicato, poichè il Visconti ebbe solennemente celebrata la messa, il legato pontificio espose avanti a tutto il popolo l'ambasciata di cui era incaricato: allora l'arcivescovo prendendo con una mano la croce, e coll'altra sguainando una spada: Ecco, disse, le mie armi spirituali e temporali; colle une io difenderò le altre[69].
Per altro l'arcivescovo promise in seguito d'ubbidire alla citazione del papa, e di presentarsi personalmente in Avignone; volendo atterrire la corte pontificia con una singolare ostentazione. Uno de' suoi segretarj, recatosi in Avignone per preparare gli alloggi, prese in affitto tutte le case che trovò vuote in Avignone e nel circondario di più leghe; in pari tempo fece grandiosi approvvigionamenti di vittovaglie e di arredi per il padrone e pel suo seguito. Il papa, avvisato di tanti movimenti, fece domandare al segretario quanta gente pensasse di condurre l'arcivescovo. Questi rispose di avere ordine di disporre i quartieri ed i viveri per dodici mila cavalli e sei mila pedoni, senza contare i gentiluomini milanesi che dovevano seguire il loro arcivescovo; soggiugnendo che aveva in tali apparecchi di già spesi quaranta mila fiorini. Il papa atterrito da così fatta visita, fece pregare il Visconti a non esporsi a così disagiato viaggio; e gli spedì deputati per trattare d'accordo, avendogli in fine data l'investitura di Bologna, oggetto principalissimo della contesa, per cento mila fiorini[70].
Il vescovo di Ferrara, di conformità alle ricevute commissioni, aveva cercato di eccitare nemici e formare una lega contro i Visconti; ma i signori di Lombardia, che tutto avevano a temere dall'ambizione dell'arcivescovo, non avevano forza da resistergli. Giacomo da Carrara il vecchio era stato assassinato da un bastardo della propria famiglia, onde la signoria di Padova era stata data a gioventù inesperta[71]. Mastino della Scala morì improvvisamente il 3 giugno del 1351 in età di 42 anni, nell'anno vigesimo terzo del suo regno. Gli succedettero i suoi tre figliuoli Can grande II, Can signore, e Paolo Alboino, niuno de' quali aveva i talenti del padre; ed Alberto suo fratello non volle avere alcuna parte al governo[72]. Le repubbliche di Firenze, Siena e Perugia avevano, ad insinuazione del legato, spediti dei deputati ad Arezzo, per concertarsi coi signori di Verona e di Ferrara intorno ai mezzi di mantenere l'equilibrio d'Italia; ma Siena e Perugia, trovandosi in tanta distanza da Milano, non si credevano esposte a verun pericolo, onde ricusavano di fare sagrificj per la causa comune; e la subita morte di Mastino fece abbandonare da tutti i deputati una dieta che non sapeva prendere alcun partito. Can grande, che aveva sposata una nipote dell'arcivescovo di Milano, approfittando di quest'occasione, strinse con lui nuova alleanza[73].
E per tal modo la repubblica di Firenze fu la sola che mostrasse abbastanza coraggio per volersi opporre ai progressi della casa Visconti. La diserzione di tutte le altre potenze lasciavanla esposta in prima linea agli attacchi di così pericoloso vicino. Tutti i tiranni di Romagna, tutti i gentiluomini ghibellini della Toscana si associavano al signore di Milano, la di cui armata spedita per fare l'assedio d'Imola, minacciava nello stesso tempo i confini della repubblica fiorentina, la quale non poteva fidarsi ai trattati di pace che aveva convenuti con quel tiranno[74].
Conveniva per lo meno provvedere che le città toscane, che si governavano a comune sotto la protezione della repubblica, non aprissero ai Milanesi i passi delle montagne. Prato e Pistoja, città situate nel piano medesimo di Firenze, stendevano la loro giurisdizione alle montagne che dividono la Toscana dal Bolognese, ed il governo di queste due città, che potevano diventare pericolose piazze d'armi in potere dei nemici, non ispiravano troppa sicurezza al partito guelfo. A Prato la famiglia de' Guazzalotti, resa potente dal favore dei Fiorentini, godeva di un quasi tirannico potere. Gli antichi capi di questa famiglia erano stati rimpiazzati, quando morirono, da gioventù invanita della propria importanza in quella piccola città; affettava modi principeschi, e disprezzo pei Fiorentini suoi antichi protettori. L'audacia sua giunse tant'oltre di condannare a morte due innocenti cittadini, sospetti di congiura, e di farne eseguire la sentenza malgrado le calde preghiere della signoria fiorentina. Questa fece allora avanzare le sue milizie fino alle porte di Prato, e prese in sua custodia la città; trattando in pari tempo colla regina Giovanna, la quale aveva ereditato dal duca di Calabria dei diritti sulla città di Prato, e facendo l'acquisto di tali diritti alla sovranità di Prato per 17,500 fiorini, unì difinitivamente quel piccolo stato al territorio fiorentino[75].
I priori di Firenze avevano pure pensato di sorprendere Pistoja, e senza averne ricevuta l'autorità dal popolo o dai consigli della repubblica, avevano fatta tentare la scalata la notte del 26 marzo 1351. Ma i Pistojesi, sdegnati per questo tradimento, avevano vigorosamente rispinti gli assalitori; e mostravansi disposti di abbandonare il partito guelfo e le antiche loro alleanze per vendicarsi di una ingiusta aggressione. Dall'altro canto i Fiorentini, sebbene altamente biasimassero la condotta de' loro priori, vedevansi costretti a cingere d'assedio una città che sapevano vicina a darsi in mano dei Visconti. Per altro le loro milizie astenevansi dal recare danno ad antichi alleati, che attaccavano loro malgrado, ed i priori chiedevano caldamente che si entrasse in negoziazioni, onde colla mediazione di alcuni gentiluomini guelfi ottennero di stabilire un trattato fra le due repubbliche. La libertà della più debole fu mantenuta nella sua integrità; ma i Fiorentini ottennero di mettere guarnigione nella fortezza di Pistoja e nelle altre due fortezze di Serravalle e della Sambuca[76]. Alcune delle porte della Toscana parvero in tal modo chiuse al tiranno della Lombardia; ma altrove, rivoluzioni eccitate da' suoi maneggi in vicinanza di questa provincia gli aprivano nuove strade. Ovunque un usurpatore occupava il governo, il Visconti acquistava un alleato, e la repubblica un nemico. Ad Orvieto Benedetto Monaldeschi, che voleva appropriarsi il supremo potere, si assicurò preventivamente l'assistenza dell'arcivescovo di Milano; adunò in propria casa i suoi satelliti, e loro distribuì le armi; fece loro conoscere il segno dietro il quale dovevano recarsi in piazza, indi portossi in consiglio per abboccarsi con due de' suoi parenti, i Monaldi ed i Monaldeschi, che conosceva troppo incorrotti, per isperare che acconsentissero alla sua usurpazione. Quando fu terminato il consiglio li chiamò da banda, e, conducendoli innanzi alla propria casa, li fece assassinare sotto i suoi occhi. Era questo il segno che aspettavano gli sgherri adunati presso di lui; si affollarono subito in piazza, presero d'assalto il palazzo del governo, saccheggiarono le case ed i magazzini de' mercanti, uccisero coloro che facevano resistenza, e proclamarono Benedetto di Bonconte Monaldeschi signore d'Orvieto. Dopo pochi giorni si rese pubblica l'alleanza di questo nuovo signore coll'arcivescovo Visconti[77].
Quasi nello stesso tempo Giovanni Cantuccio dei Gabrielli usurpò la signoria di Gubbio sua patria, mentre gran parte de' suoi concittadini trovavansi al governo, come podestà, di altre città d'Italia; perciocchè tutti i gentiluomini di Gubbio seguivano la carriera della giudicatura, e verun'altra città somministrò tanti rettori alle repubbliche italiane. Un'armata di emigrati giunse in breve ad attaccare il nuovo tiranno, formando di concerto coi Perugini l'assedio di Gubbio; ma Giovanni de' Gabrielli, sebbene originario guelfo, chiamò in suo ajuto i Ghibellini; le truppe dell'arcivescovo Visconti vennero a difenderlo, obbligando gli assedianti a dar luogo[78].
Gli Ubaldini, gli Ubertini, i Tarlati ed i Pazzi erano intervenuti ad una dieta tenuta dai Ghibellini in Milano nel mese di luglio; e si erano veduti in quest'adunanza gli ambasciatori dei Pisani, i Castracani di Lucca, i conti di Santafiora e di Spadalunga delle montagne di Siena, ed i deputati dei signori di Forlì, di Rimini e di Urbino. Ogni cosa faceva credere la burrasca vicina a piombare sulla repubblica fiorentina; ma perchè l'arcivescovo di Milano l'andava ogni giorno assicurando del suo vivo desiderio di conservare la pace e la buona intelligenza, i priori di Firenze non aprivano gli occhi sui pericoli ond'erano minacciati, nè pensavano a porsi in istato di difesa[79].
Erasi scoperta in Bologna una pretesa congiura contro l'arcivescovo di Milano, il quale aveva fatto punire colle verghe uno de' Pepoli, e condannare co' suoi figliuoli a perpetua prigionia, onde ritogliergli il danaro che gli aveva dato per acquistare la sua sovranità[80]. Mentre i Fiorentini occupavansi di questo fatto, si seppe improvvisamente che un emigrato Pistojese aveva sorpreso il castello della Sambucca che signoreggiava il passaggio degli Appennini, nel mentre che Giovanni d'Oleggio, generale del signore di Milano, trovavasi soltanto quattro miglia lontano da Pistoja con un corpo dell'armata che poc'anzi formava l'assedio d'Imola[81].
Fortunatamente Giovanni d'Oleggio si trattenne due giorni alle falde dell'Appennino per aspettare il rimanente delle truppe; onde cinquecento cavalli e seicento fanti di Firenze ebbero tempo di gettarsi in Pistoja il 28 luglio, prima che la città fosse cinta d'assedio, riparando in tal modo col loro zelo la negligenza de' magistrati[82]. Ma la congiura formata contro Firenze nella dieta dei Ghibellini a Milano scoppiò in ogni parte. Le truppe adunate nelle diverse piazze della Lombardia marciavano tutte alla volta della Toscana; i signori di Venezia e della Romagna somministravano i convenuti sussidj di truppe all'armata milanese; gli Ubaldini armavano tutti i loro vassalli degli Appennini; ed alla testa de' medesimi bruciarono Firenzuola, le di cui mura non erano ancora state rifatte, ed occuparono Montecoloreto[83]. Pietro Saccone dei Tarlati, il più formidabile partigiano che avesse prodotto l'Italia, guastava cogli Ubertini e coi Pazzi tutte le vicinanze di Bibiena[84]. Temevasi in Firenze che anche i Pisani non si unissero a tanti nemici, imperciocchè sapevasi che, come gli altri Ghibellini, avevano ancor essi mandati i loro deputati alla dieta di Milano; ma il timore di cooperare all'ingrandimento di un tiranno prevalse nel consiglio di Pisa al furore dello spirito di partito, e la repubblica ricusò di prendere le armi contro un popolo, bensì rivale, ma che solo sosteneva in Italia la causa della libertà[85].
I Fiorentini spedirono deputati a Giovanni d'Oleggio per chiedere i motivi d'una aggressione non preceduta da veruna dichiarazione di guerra, mentre sapevano di non aver dato all'arcivescovo di Milano, suo padrone, verun motivo di lagnanza, e non avevano con lui alcuna controversia. Oleggio gli accolse in presenza del suo consiglio di guerra, e loro rispose in questi termini:
«Il nostro signore messer l'arcivescovo di Milano è potente, benigno e grazioso signore: e non fa volentieri male ad alcuna persona: anzi mette pace e accordo in ogni luogo, ove la sua potenzia si stende; ed è amatore di giustizia, e sopra gli altri signori la difende e mantiene, e qui non ci ha mandati per mal fare; ma per volere tutta Toscana riducere, e mettere in accordo e in pace. E levare le divisioni, e le gravezze, che sono tra i popoli, e comuni di questo paese. E però che a lui è pervenuto e sente le divisioni e discordie, e sette, e le gravezze che sono in Firenze, le quali conturbano, e gravano la vostra città, e tutti i comuni di Toscana, ci ha mandati qui a fine, che noi vi governiamo, e reggiamo in pace, e in giustizia per lo suo consiglio, e sotto la sua protezione e guardia. E così intende di volere addirizzare tutte le terre di Toscana. E dove questo non possa fare con dolcezza e con amore, intende farlo per forza della sua potenzia, e degli amici suoi. E a noi ha commesso, ove per voi non si ubidisca al suo buono e giusto proponimento, che mettiamo la sua oste in sulle vostre porte, intorno alla vostra città. E che ivi tanto manterrà quella, accrescendola, e fortificandola continuamente; combattendo d'ogni parte il contado e distretto del vostro comune, con fuoco e con ferro, e con prede de' vostri beni, che tornerete per vostro bene a fare la volontà sua[86].»
I governi, macchiati dalla ingiustizia e dal tradimento, hanno spesso fatto abuso dei nomi della virtù e dell'onore, e posto in bocca alla più sfrenata ambizione i discorsi della moderazione e della giustizia: ben possono essi, fin dove stendesi la loro autorità, non lasciar sentire che la propria voce; ma non possono ingannare la posterità, come non illudono coloro cui addirizzano i loro proclami. Le scritture cui affidano le loro menzogne, non saranno conservate come documenti storici che possano far conoscere i fatti o le intenzioni di coloro che le pubblicarono, ma come infallibili testimonianze della bassezza e falsità loro. Gli ambasciatori fiorentini, cui il Visconti d'Oleggio negò passaporti per recarsi a Milano, alla corte dell'arcivescovo, tornarono a Firenze ad informare la signoria della risposta ipocrita ed altera loro data, la quale comunicata al popolo, e registrata nelle cronache, eccitò lo sdegno universale, e somministrò nuove forze alla repubblica.
I Fiorentini mandarono in Prato ed in Pistoja tutte le truppe assoldate che avevano, confidando la difesa delle altre fortezze agli abitanti loro, e le milizie fiorentine si riservarono la custodia delle mura della capitale. La signoria, sorpresa nel cuor della pace, non aveva al suo soldo verun capitano di guerra, od armata in istato di tenere la campagna, mentre il Visconti d'Oleggio aveva sotto i suoi ordini, nel piano di Pisa, cinque mila corazzieri a cavallo, due mila cavallegeri, e sei mila fanti. Con queste formidabili forze il generale milanese portò il suo quartiere generale negli aperti villaggi di Campi, Brozzi e Peretola, e spinse i saccheggi fino alle porte di Firenze[87].
Ma i contadini all'avvicinarsi dell'armata nemica eransi fatti solleciti di riporre in luoghi di sicurezza tutto quanto possedevano di più prezioso, e si erano riparati essi medesimi nelle castella murate coi loro bestiami e gli approvigionamenti da bocca: onde i Milanesi non tardarono a sentire la mancanza delle vittovaglie, ed a soffrire gl'incomodi del caldo, ch'era di que' giorni estremo. Per procurarsi approvigionamento, e soltanto per parlare ad un contadino o per entrare in una casa, erano costretti d'intraprendere un assedio, giacchè la campagna non aveva abitatori, trovandosi tutti gli agricoltori chiusi in terre e castella murate. Onde non potendo l'Oleggio più lungamente tenersi nel piano di Firenze, prese la via della valle di Marina, ed entrò in quella di Mugello, ove dopo alcuni giorni di riposo intraprese l'assedio di Scarperia[88].
Il borgo di Scarperia era male fortificato, non avendo mura che da un solo lato, e dagli altri una fossa con palafitta, e dietro la fossa le muraglie delle prime case. La guarnigione consisteva in duecento corazzieri e trecento fanti; mentre Oleggio alla sua formidabile armata aveva di fresco uniti tutti i Ghibellini degli Appennini, onde vedevansi le sue truppe coprire tutta la campagna. Non pertanto i comandanti di Scarperia risposero all'intimazione d'arrendersi, che avevano mezzi per difendere tre anni la fortezza loro affidata, e rispinsero vigorosamente un primo assalto dato il giorno 20 d'agosto[89].
Mentre l'armata del Visconti veniva trattenuta sotto Scarperia, i Fiorentini andavano assoldando cavalli; ma niun capitano rinomato voleva entrare al loro servigio per non farsi nemico il signore di Milano. Furono perciò costretti a rinunciare al progetto di mettersi in campagna, e a dare ai cittadini fiorentini il comando delle compagnie che arrolava la repubblica per afforzare i castelli del Mugello e i passi delle montagne. I contadini accorrevano a militare sotto le insegne di questi varj comandanti, che gli avvezzavano alla guerra con giornaliere zuffe, attaccando con vantaggio e prendendo frequentemente i convogli di viveri che giugnevano di Lombardia per mantenere l'armata de' Visconti. I Sienesi avevano mandati ai Fiorentini un corpo di truppe ausiliarie[90], ed i Pisani avevano ostinatamente ricusato di prender parte nella guerra dell'arcivescovo, e di rompere il trattato di pace che avevano fatto coi Fiorentini[91]. Entro Firenze l'ordine pubblico e la tranquillità si mantenevano malgrado la guerra; i cittadini disarmati attendevano al loro commercio, e la banca ossia monte continuava i pagamenti senza mostrare veruna diffidenza; mentre i soldati milanesi sentivano essi soli quasi tutti i danni delle ostilità da loro cominciate.
Frattanto il castello di Scarperia veniva ostinatamente attaccato; le macchine degli assedianti non cessavano nè giorno nè notte di lanciare enormi massi di pietre; la guarnigione, resa debole da continue zuffe, cominciava a prevedere che non avrebbe potuto resistere lungo tempo contro forze tanto superiori; e la cavalleria ausiliaria, che i Fiorentini aspettavano da Perugia, non aveva potuto giugnere, essendo stata svaligiata da Pietro Saccone dei Tarlati, che l'aveva sorpresa con un'imboscata[92]. La signoria, non avendo alla testa delle sue truppe un generale sperimentato, non osava tentare la liberazione di Scarperia col dare una battaglia, e cercò piuttosto di rinforzarne la guarnigione. Due coraggiosi cittadini, un Giovanni Visdomini ed un Medici, che professavano ambidue il mestiere delle armi, intrapresero di condurre, il primo trenta corazzieri, l'altro ottanta pedoni scelti, a traverso al campo nemico fino entro le mura di Scarperia. Tutti i soldati da loro scelti erano tedeschi; l'armata dei Visconti trovavasi in gran parte composta di mercenarj della stessa nazione, onde la confusione del linguaggio agevolava la marcia degli avventurieri, che volevano penetrare nel castello; altronde erano favoriti dall'oscurità della notte; ed al loro ardire giovando assai la perfetta conoscenza dei luoghi, e la sorpresa dei nemici, giunsero in Scarperia, ove questo pugno di gente valorosa fu ricevuto con trasporti di gioja[93].
Quando Visconti d'Oleggio vide che la perdita cagionata agli assediati dalle baliste e dalle grandini delle freccie lanciate contro di loro, non gli stringeva ad arrendersi, risolse di prendere la piazza d'assalto. Aveva fatte preparare tutte le macchine da guerra allora usate nell'attacco delle città; cioè torri mobili di legno, montoni armati d'uncini, scale; oltre di che aveva fatto riempire le fosse. La prima domenica d'ottobre diede un generale assalto; ma gli assediati, fermi al loro posto, rovesciavano coloro che salivano le scale, o si avvicinavano sui ponti delle torri mobili; versando sugli altri pece bollente, pietre e dardi. Essi mai non lasciavano un solo istante senza gente il più angusto tratto di muro, facendo cadere gli uni sopra gli altri gli assalitori che successivamente si alzavano fino ai merli della muraglia, e che ricadevano nelle fosse coperti di ferite. Oleggio aveva calcolato di vincere i difensori di Scarperia colla stanchezza, e conduceva successivamente all'assalto diversi corpi d'armata, opponendo ogni mezz'ora truppe fresche a soldati affaticati dalla pugna. Ma gli assediati, incoraggiati dal buon successo, mostravano di non sentire la fatica; e per lo contrario gli assalitori si scoraggiavano vedendo le perdite di coloro che gli avevano preceduti. Durava già da sei ore l'attacco, quando Oleggio fece ritirare le sue truppe, abbandonando presso le mura sessantaquattro scale che furono prese dagli assediati[94].
In appresso il generale milanese cercò di penetrare in Scarperia per una mina; ma la galleria, che aveva fatta scavare, fu scoperta, e cacciata con perdita la sua gente[95]. Dopo quattro giorni di riposo, diede un secondo assalto generale, che non fu nè meno lungo nè meno ostinato del primo; ma le sue truppe vennero respinte ancora più vergognosamente. Tutte le macchine avanzate fin sotto le mura, e le stesse torri mobili, che non potevano essere rifatte che con lungo lavoro, furono bruciate in una sortita[96]. La stessa notte successiva al combattimento, gli abitanti di Scarperia vennero attaccati per sorpresa: Oleggio aveva promesso ai suoi contestabili tedeschi, per la presa di questo piccolo castello, doppio soldo, mese intero ed un regalo di dieci mila fiorini. A mezza notte, mentre gli assediati stavano medicando le loro ferite, o riparando col sonno le perdute forze, nel campo milanese fu dato il segno di armarsi. I raggi della luna cadevano obbliquamente sul castello, ed illuminavano il campo e lo spazio che lo separava dalle mura, mentre gli edificj di Scarperia gettavano sull'opposto lato un'ombra estesa ed oscura. In questo cupo spazio, Oleggio aveva posti trecento sergenti d'armi muniti di scale, mentre tutto il rimanente dell'armata avanzavasi al suono delle trombe, e mettendo alte grida, dal lato rischiarato dalla luna. Non dubitava il generale milanese, che nella prima sorpresa di un notturno attacco, tutti gli abitanti di Scarperia non si recassero verso la parte minacciata. Ma una migliore disciplina era stata stabilita nel castello. Dall'istante dell'allarme ognuno erasi portato in silenzio al suo posto; gli assediati occupavano tutta l'estensione delle mura, e tenevano nascosti i lumi e le armi; permisero agli assalitori d'innoltrarsi fino al piede delle mura; non impedirono ai trecento sergenti di passare colle loro scale le due fosse, e di cominciare a salire sul muro. Tutt'ad un tratto gli assediati si fecero vedere, e, fortemente gridando, oppressero gli assalitori con pietre preparate a tal uopo, e, rovesciando le loro scale, gli spinsero tutti nella fossa. Dal lato illuminato dalla luna, la pugna durò più lungamente; ma quando spuntò il giorno Oleggio fece suonare a raccolta, e rinunciò al progetto di sottomettere un piccolo castello, innanzi al quale tutta la potenza de' Visconti aveva perduta la sua gloria[97].
Realmente i soldati cominciavano a mancare di vittovaglia, ed i cavalli di foraggi; la stagione si faceva ogni giorno peggiore, onde il campo milanese era pieno d'ammalati e di feriti. Oleggio dopo essersi trattenuto ottantadue giorni nel territorio fiorentino, consumandone sessantuno nell'inutile assedio di un debole castello, levò il campo il 16 ottobre, tornando nello stato bolognese per istrade signoreggiate da gentiluomini ghibellini suoi alleati[98].
Dopo la ritirata dell'esercito milanese i Fiorentini si presero cura di premunirsi in avvenire contro somiglianti invasioni. Fortificarono tutti i passaggi degli Appennini; assoldarono molte truppe regolari; accrebbero le imposte in modo d'avere annualmente una rendita di 360,000 fiorini; e per ultimo in dicembre segnarono un trattato d'alleanza difensiva colle tre comuni di Perugia, Siena ed Arezzo. Le quattro repubbliche si obbligarono a tenere continuamente in sul piede di guerra un'armata di tre mila cavalieri per la difesa della libertà. Ma la sola Firenze ne aveva di già sotto le armi un numero ancora maggiore[99].
La potenza de' Ghibellini di Lombardia aveva fino a tale epoca trovato il suo contrappeso in quella della casa guelfa che regnava in Napoli; ma dopo che Giovanna era succeduta al saggio Roberto, tutte le forze de' sovrani e del popolo, consumate in una terribile guerra civile, parevano quasi affatto spente, ed i Fiorentini, stretti dall'arcivescovo di Milano, volgevansi invano verso l'erede di quella casa d'Angiò, che lungi dal potere difenderli, aveva essa stessa bisogno della loro protezione.
Il re d'Ungheria aveva di nuovo nel 1350 attraversato l'Adriatico per condurre nel regno di Napoli dieci mila uomini di cavalleria, che lo avevano seguito montati sopra battelli scoperti[100]. Egli non aveva galere per proteggere la sua flottiglia, di modo che, se Giovanna non avesse lasciata perire la sua marina, essa avrebbe potuto agevolmente fermare gli Ungari sulle opposte rive, o affondare le barche sulle quali si avventuravano. Le truppe che, per una imperdonabile negligenza, Giovanna aveva lasciate sbarcare nel regno, lo attraversarono con facilità; occuparono presso che tutte le città delle due province chiamate principati, ed in appresso assediarono Aversa, la sola piazza che tentasse difendersi. Ma gli Ungari servendo il re in forza della loro dipendenza feudale, non ricevevano da lui pagamento, e dopo un breve termine avevano il diritto di tornare alle loro case. Aversa non fu presa che nell'epoca in cui terminava l'obbligo loro, onde chiesero di ripassare in Ungheria. Lo stesso re stanco delle sue guerre d'Italia, perdeva ogni speranza di conquistare paesi, ove non pensava di stabilire la sua dimora, e desiderava egualmente di riprendere la strada del suo regno. Dal canto suo la regina Giovanna trovavasi debolissima, onde chiedeva caldamente la pace, ed in seguito ad alcune conferenze, fu conchiusa in ottobre del 1350 una tregua che doveva durare fino al 1º aprile del susseguente anno. Si convenne che fino a tale epoca le due parti conserverebbero i loro possedimenti, che i due re e la regina uscirebbero dal regno, e che il papa, nel suo concistoro, rimarrebbe solo giudice dell'attentato commesso contro il re Andrea. Se la corte d'Avignone pronunciava essere la regina colpevole, questa doveva perdere il regno, che sarebbe devoluto al re d'Ungheria: se la corte d'Avignone la dichiarava innocente, il re doveva rinunciare a tutte le sue conquiste, contro il pagamento di trecento mila fiorini a titolo di spese della guerra. A queste condizioni Luigi d'Ungheria tornò ne' suoi stati, dopo avere nominati suoi luogotenenti il cavaliere di Monreale nella Terra di Lavoro, e Corrado di Guilford in Puglia[101].
Dietro tale tregua il re d'Ungheria e la regina Giovanna spedirono ambasciatori alla corte d'Avignone per rifare il processo intorno alla morte del re Andrea. Ma gli Ungari, che oramai credevano di avere bastantemente vendicato quest'assassinio, non appoggiavano con grande impegno la loro accusa; ed il papa ed i cardinali erano tutti favorevoli alla casa di Provenza: pure il delitto di Giovanna era tanto manifesto, che non sapevano a qual partito appigliarsi per discolparla senza disonorare sè medesimi. Dopo avere assai protratto il giudizio, s'appigliarono per ultimo ad un partito, che ben mostra quanto la stessa regina confidasse poco nella giustizia della sua causa. I commissarj di Giovanna dichiararono che, quando potesse ancora provarsi che questa principessa avesse mancato ai doveri coniugali, non doveva imputarsi il di lei errore nè alla sua intenzione, nè a cattiva volontà, ma riconoscere ch'ella aveva ceduto alla forza d'un sortilegio, e che la debolezza d'una donna non aveva potuto resistere alla possanza degli spiriti infernali. I commissarj confermarono la strana loro giustificazione colle deposizioni di molti testimonj giurati; e i giudici, cui le dirigevano, essendo ancor essi desiderosi di trovare un pretesto per pronunciare un giudizio favorevole alla regina, la dichiararono innocente del delitto commesso contro Andrea, ed annullarono l'accusa che da tanto tempo pesava sul suo capo[102].
Questo giudizio per altro non ridonò immediatamente la pace al regno di Napoli, perchè la corte d'Avignone trovava di suo utile il prolungamento dell'anarchia. Clemente VI non aveva voluto dare a Luigi di Taranto, sposo di Giovanna, altro titolo che quello di re di Gerusalemme, e non aveva voluto ratificare il trattato tra lui ed il re d'Ungheria. Vero è che gli Ungari si erano ritirati dal regno, ma Luigi di Taranto doveva far guerra ai suoi propri baroni, e non trovava in verun luogo chi volesse ubbidirgli. Egli non aveva danaro per mantenere un'armata, e nemmeno per supplire ai proprj più immediati bisogni. Erasi avanzato fino a Sulmona con intenzione di sottomettere i ribelli della Puglia; e colà vedevasi abbandonato da' suoi soldati, e deriso dalla nobiltà, mentre le principali città del regno rifiutavano d'aprirgli le porte. In tale quasi disperata situazione, ebbe notizia in dicembre del 1351, che il papa lo aveva riconosciuto in pieno concistoro per re di Napoli e di Sicilia. La coscienza del pontefice erasi risvegliata repentinamente, quando una grave malattia l'aveva condotto al limitare del sepolcro, e da quell'istante manifestava la più viva impazienza di rendere la pace all'Italia[103].
In un secondo concistoro tenuto nel susseguente mese, cui assistettero il vescovo di Cinque chiese e Corrado di Guilford quali plenipotenziarj del re d'Ungheria, Clemente VI ratificò la tregua che esisteva tra i due monarchi, e la commutò in perpetua pace. Riconobbe Luigi di Taranto e Giovanna di Provenza come re e regina di Napoli; e nella sua qualità di abituale signore accordò che il regno venisse a certe epoche assoggettato al pagamento di trecento mila fiorini, promessi al re Ungaro per ispese di guerra. Gli ambasciatori d'Ungheria si fecero allora a parlare, e contro l'universale aspettazione dichiararono che il re, loro padrone, non avendo fatta la guerra in Italia per ammassare danaro, ma per vendicare il sangue di suo fratello, assolveva il re, la regina ed il regno dei trecento mila fiorini a lui promessi, e senza veruna condizione rimetteva la regina Giovanna nell'intero godimento dell'eredità de' suoi maggiori[104].