CAPITOLO XLVIII.
Pontefici d'Avignone. Urbano V vuole ricondurre la santa sede in Roma. — Seconda spedizione di Carlo IV in Italia; è cagione in Pisa della ruina di Giovanni Agnello, ed in Siena di quella dei dodici. — Viene scacciato da quest'ultima città. — Rende la libertà a Lucca.
1365 = 1369.
Innocenzo IV era morto in Avignone il 12 settembre del 1362, ed il conclave gli aveva dato per successore Guglielmo Grimoardo, abate di san Vittore di Marsiglia, che non era cardinale. Questo papa, che prese il nome d'Urbano V, era di già il sesto tra quelli d'Avignone. Clemente V, aveva il primo trasportata la santa sede in Francia l'anno 1305. Dopo di lui Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, ed Innocenzo VI, avevano continuato a vivere come esiliati lontani dalla loro capitale e dalla loro greggia. Durante una residenza di sessant'anni, i pontefici e la loro corte si erano stabiliti in Avignone, come se mai non dovessero abbandonare questa città, e ne avevano acquistata la sovranità da Giovanna di Napoli, contessa di Provenza; vi avevano fabbricati magnifici palazzi, e si erano affezionati ad un soggiorno, ove niun desiderio di libertà tra il popolo, veruna inclinazione alla turbolenza tra i nobili, turbava la loro tranquillità, inquietava la loro mollezza. Omai il collegio de' cardinali più non era composto che di Francesi; Urbano V era della stessa nazione, ed aveva opinione di essere attaccato al suo paese natale, quanto poteva esserlo ogni altro suo compatriotto; il re di Francia vivamente desiderava di ritenere la corte pontificia ne' suoi stati, ond'era difficile il prevedere in qual modo potessero i papi ritornare giammai all'antica loro sede.
Per altro la dimora de' pontefici in Avignone aveva avuta la più perniciosa influenza sui costumi della chiesa, sulla sua politica, sul suo riposo, sulla sua fede. La corruzione de' prelati, la scandalosa e disonesta vita de' giovani cardinali, innalzati alla porpora dal favore o dall'intrigo, erano talmente notorj, che Avignone più non era indicata con altro nome che con quello di Babilonia occidentale. Nè quest'epiteto trovasi soltanto nelle amare invettive del Petrarca, ma nelle lettere e nelle scritture degli uomini più moderati e più religiosi del 14.º secolo. Avignone conteneva la schiuma degl'Italiani e de' Francesi; colà venivano a cercare fortuna gl'intriganti d'ogni nazione, che avevano seco portati i più odiosi difetti de' loro compatriotti; e il popolo e la corte d'Avignone avevano convertito in costume ciò che dalle altre nazioni risguardavasi come vizio. Ne' precedenti secoli la corte di Roma era già stata riconvenuta di smisurata ambizione, di dissimulazione, di avarizia, d'ingratitudine; ma nel tempo che i papi soggiornarono in Francia, fu ancora venale e perfida nell'amministrazione dei popoli, servile nelle sue relazioni colla corte di Francia, licenziosa ed intemperante nella privata vita de' suoi prelati; e tra gli stessi papi, Clemente VI non andò esente dal rimprovero di scostumatezza[1].
Gl'Italiani, che i proprj governi cercarono di rendere superstiziosi, sono meno degli altri popoli inclinati alla credulità. Il misticismo, siccome un'immaginazione piena d'idee malinconiche e terribili, appartiene ai climi ove l'uomo soffre sotto una temperatura o ardente o gelata. Ne' deserti della Tebaide, e sulle arene del Gange, o in riva al Baltico e tra le rupi della Scozia, si può tremare in faccia al principio malefico che mai non permette di scordare la sua potenza; possono offerirsi alla divinità dei dolori che sembrano indivisibili dall'umana specie; ma innanzi a che si tremerebbe in Italia, ove tutto sorride all'uomo? Come mai tutti i pensieri possono essere totalmente rivolti ad un'altra vita, quando così dolce è la presente[2]?
Nel 14.º secolo gl'Italiani aggiugnevano uno spirito d'osservazione esercitatissimo all'abitudine di comunicare coi popoli di diversa credenza. Il disprezzo che avevano concepito per la corte d'Avignone, aveva loro quasi assolutamente fatto scuotere il giogo della chiesa romana; mentre gli spiriti erano rimasti assai più sottomessi in Francia, ove il fanatismo persecutore ricompariva sovente con nuove forze. A Parigi, nel Delfinato, ed in altre province della Francia si bruciarono nel 1373 molti eretici. Le diverse loro sette, tutte egualmente punite con atroci supplicj, avevano i nomi di Turlupini, Beguini, Lollardi, Valdesi[3]. Ma in Italia, l'entusiasmo che faceva nascere le eresie, ed il fanatismo che le puniva, erano ugualmente spenti, ed avevano dato luogo alla indifferenza.
I Visconti in tempo delle lunghe guerre che avevano sostenute contro la Chiesa, eransi vendicati delle censure dei papi sul clero de' loro stati: raddoppiavano le imposte straordinarie quand'erano percossi dalle scomuniche. Nè i tiranni della Romagna si erano più de' Visconti lasciati atterrire dai fulmini de' papi, o dalle crociate predicate contro di loro; l'innalzamento loro e la loro caduta erano effetto della lotta tra l'ambizione e la libertà, o dell'affezione, dell'odio, o della vendetta, che sembravano ereditarj in alcune famiglie, senza che la religione vi avesse parte. I Siciliani, dopo i famosi loro vesperi, più non furono in pace colla chiesa per lo spazio di ottant'anni. I loro principi della casa d'Arragona, non si mostrarono meno indifferenti dei loro popoli alle scomuniche dei papi. Dall'una all'altra estremità dell'Italia i popoli ed i governi più non temevano le censure ed i castighi ecclesiastici[4].
La filosofia d'Aristotele era stata universalmente adottata in tutte le scuole unitamente ai commentarj d'Averroe. Il greco filosofo, supponendo un'anima unica animatrice di tutti gli uomini, distrugge la provvidenza e la moralità delle azioni. Ma il glossatore arabo aveva ancora più direttamente attaccata la religione; egli aveva opposta la sua triste dottrina all'islamismo in cui era nato, al cristianesimo ed al giudaismo che aveva studiati; ed aveva diretti contro i cattolici i suoi sarcasmi ed i suoi ragionamenti. Il solo Petrarca era quello che cercava di resistere al torrente degl'increduli; ma la setta ch'egli combatteva nelle sue filosofiche scritture, e nelle sue lettere, godeva d'un'illimitata libertà, e mostravasi ogni giorno più ardita. Credevansi appena le antiche dottrine ancora buone per il popolo; e la religione, quasi incompatibile con tale filosofia, andava perdendo la sua influenza sulla condotta degli uomini[5].
Il Petrarca ci lasciò nelle sue lettere la più triste pittura dei depravati costumi de' prelati[6], i quali avevano perduto lo spirito di dominazione, siccome i popoli l'abitudine di essere loro subordinati. Servilmente sottomessi alla corte francese, nemmeno più si vergognavano della loro servitù. Più in loro non ravvisavasi quello spirito superiore al mondo, che mantiene la vera religione, e che, quando si trovasse ancora presso una falsa religione, la renderebbe pure rispettabile ed utile agli uomini. Invece di non considerare la terra che dal lato de' suoi rapporti con Dio, i preti più non pensavano a Dio, che in ragione dei loro interessi sulla terra. La religione era diventata un mezzo tutt'affatto umano di governo, uno strumento che i despoti tenevano nelle loro mani per valersene contro i popoli[7].
Una religione corre sempre grandissimo rischio quando si dà un capo sulla terra; poichè facendo dipendere il rispetto che riclama, dall'eventualità e dalla virtù d'un solo uomo, la chiesa si rende risponsabile della condotta del pontefice che la rappresenta. Vero è che ne' tempi della persecuzione ella ha più ragioni di sperare che di temere dalla condotta del suo capo; imperciocchè egli s'investe in allora dello zelo medesimo della sua greggia, e non si trova elevato al di sopra degli altri che per dar loro un più luminoso esempio. I primi vescovi di Roma, se dobbiamo prestar fede alle loro leggende, furono quasi tutti santi e martiri; ma poichè la chiesa trionfò dell'idolatria, la leggenda medesima più non attribuisce ai loro successori tanti onori e tante virtù. Il capo del clero, depositario del suo potere, non può evitare di essere strascinato dagl'interessi temporali della sua amministrazione, e di far servire la religione alla politica. È questo il maggiore abbassamento cui possa trovarsi esposta un'autorità divina. Il più nobile ed il più disinteressato sentimento del cuore umano, il sentimento dell'intero sagrificio di sè medesimo si cangia in cotal modo nel vile calcolo dell'egoismo e della frode[8].
Ad ogni modo, se una religione, diventata dominante, deve avere un capo; se deve affidare una quasi illimitata autorità sulle coscienze ad un solo uomo, conviene almeno che quest'uomo sia indipendente. È una specie d'indipendenza quella che l'entusiasmo inspira in mezzo alle persecuzioni; ed il martire è più indipendente dei re, poichè disprezza i loro ordini e non teme i loro carnefici. Ma quando è cessato l'entusiasmo, il capo d'una religione altro non sarà che un suddito se non è sovrano. Vero è che l'amministrazione di uno stato mal si conviene ad un prete, poichè lo allontana dai pensieri che dovrebbero occuparlo, e forse dai costumi che dovrebbe avere; ma la servitù è ancora più sconveniente. Il sovrano pontefice, indipendente dai re, compenserà spesse volte, col suo coraggio nel biasimare la condotta loro, i torti della propria; reprimerà, come sempre fecero i papi, i pessimi costumi, il di cui esempio è tanto pernicioso, quando è dato da chi siede sul trono; citerà alcuna volta al tribunale di Dio un re come falsario, un principe perchè impudico o assassino. In mezzo alle loro ingiuste passioni, ai loro implacabili odj, gl'Innocenti e gli Alessandri quando diressero le armi della Chiesa contro i re di Francia, di Spagna, di Germania, d'Inghilterra, fecero se non altro sentire ai popoli che i sovrani, non meno de' sudditi, possono essere puniti pei loro delitti.
Quando la corte di Roma, trasportata oltremonti, si rese francese, cessò di esprimere in tale maniera il voto dei popoli o delle future generazioni. Ella coprì co' suoi veli le scelleratezze di Filippo il Bello, e gli somministrò infami pretesti per la carnificina de' Templari. Fece co' suoi successori vergognosi mercati dei beni della chiesa, sotto pretesto d'una crociata, che mai non pensò di adunare. Tradì con fallaci speranze i Cristiani orientali, invitandoli a prendere le armi, poi lasciandoli senza soccorsi preda del ferro de' musulmani[9].
Clemente VI invece d'aprire a Filippo di Valois tutti i tesori della chiesa sotto pretesto d'una guerra sacra, cui egli non pensava di fare, avrebbe dovuto essere animato dal coraggio che manifestò in quest'occasione frate Andrea d'Antiochia, religioso italiano, che tornava in allora da Terra santa. Egli prese per la briglia e fermò il cavallo del re. «Sei tu, gli disse, quel Filippo di Francia che ha promesso a Dio ed alla santa Chiesa di marciare colle sue genti a liberare la terra in cui Cristo, nostro Salvatore, ha sparso il divino suo sangue per la nostra redenzione?» Filippo, colpito dalla imponente fisonomia del religioso, gli rispose che lo era. «Se tu lo promettesti di buona fede e con pura intenzione, replicò frate Andrea, io prego questo benedetto Salvatore d'indirizzare i tuoi passi ad una compiuta vittoria, di rendere prosperi te e la tua armata, riservandoti la gloria di purgare quel venerabile luogo dalle abbominazioni degl'Infedeli. Ma se dopo avere pubblicata questa intrapresa, per la quale moltissimi Cristiani orientali hanno di già subita la morte in mezzo a terribili tormenti, tu non pensi di ridurla ad effetto; se tu hai ingannata la santa Chiesa di Dio, la divina collera scenda sopra di te, sulla tua casa, sulla tua posterità e sul tuo regno; il flagello della celeste giustizia s'aggravi sopra di te e sopra i tuoi successori, in faccia a tutti i Cristiani; ed il sangue di tanti innocenti, sparso in occasione delle voci che tu facesti falsamente divulgare, chiami vendetta a Dio contro di te[10]!»
Non è perciò a credersi che i papi francesi non chiamassero altresì innanzi al loro tribunale i principi con cui guerreggiavano. Si videro rimproverare ai Visconti i loro delitti, non già col sublime linguaggio che si conviene al ministro di Dio sulla terra, ma con quello d'un accanito nemico. Urbano V in una bolla pubblicata contro di Barnabò lo chiama figlio di perdizione, animato da uno spirito diabolico[11]; indi passa a disvelare tutta la turpitudine di questo odioso tiranno. Ma non erano altrimenti i delitti, bensì le conquiste di Barnabò, che il papa voleva punire; perciò quando ebbe ottenuta la restituzione di alcune fortezze, che Barnabò possedeva nel Bolognese, gli rese il suo favore, assolvendolo da tutte le censure pronunciate contro di lui.
La dipendenza de' papi avignonesi verso la corte di Francia eccitava il malcontento in tutto il resto dell'Europa. Accusavansi i tribunali ecclesiastici di parzialità, di venalità i legali ed i governatori nominati dal papa. Tutti i vescovi erano tenuti di risedere presso la loro greggia, e quest'obbligazione veniva continuamente ricordata dagli uomini dabbene al primo vescovo, che avrebbe dovuto dare a tutti gli altri l'esempio della disciplina, onde il biasimo di tutta la cristianità ricadeva sul di lei capo. Frattanto gli abusi coll'andare del tempo prendevano piede; e la corte pontificia non sarebbe mai stata ricondotta da Avignone a Roma, se la prima di queste città avesse continuato ad offrire ai papi un sicuro asilo inaccessibile alle armate ed alle rivoluzioni del rimanente dell'Europa. Ma i Valois, durante il disastroso loro regno, più non guarentirono alla corte pontificia quella pace, di cui avea goduto in Provenza in cambio della perduta libertà.
La guerra cogl'Inglesi desolava da lungo tempo il regno di Francia; ma le perfidie di Carlo il malvagio, re di Navarra, la Jaquerie ossia la ribellione de' contadini contro i nobili, e più di tutto le compagnie di ventura, avevano posto il colmo alla ruina di quelle province. Avignone era stato ad un tempo minacciato da tre di questi corpi, che altro scopo non avevano che l'assassinio. I borghesi della città ed i cortigiani del papa erano stati più d'una volta forzati, sotto il pontificato d'Innocenzo VI, a prendere le armi per difendere le mura; e più frequentemente ancora la corte aveva dovuto liberarsi dal sacco con grosse contribuzioni. Tutta l'Europa, invece di compatire in simile circostanza i prelati, biasimava d'accordo il papa, perchè soggiornava in una terra d'esilio. Il Petrarca, il di cui solo nome valeva una potenza, approfittava di tutte le occasioni per richiamare il vescovo di Roma alla greggia particolarmente affidata alle sue cure, e le lettere, talvolta eloquenti e sempre ardite, che gl'indirizzava intorno a quest'argomento, circolavano per tutta l'Europa. Urbano V, mosso da così urgenti cagioni, dichiarò nell'istante della sua elezione ch'egli sarebbe contento di poter rimettere la santa sede in Roma, quand'anche dovesse morire il giorno dopo[12]; ed infatti non tardò a preparare l'esecuzione di questo progetto.
Nel 1365 Urbano concertò con Carlo IV il suo ritorno nella capitale del cristianesimo. Questo monarca andò in Avignone in maggio del 1365, sotto pretesto di concertare col papa i movimenti d'una nuova crociata. Gli avanzamenti de' Turchi in Europa cominciavano appunto allora a far desiderare la riunione di tutti i principi cattolici per difendere la Grecia ed il Levante contro i nemici della fede. La politica non meno che la religione avrebbero approvata questa guerra sacra[13]; ma tutti gli sforzi de' sovrani e del clero, tutte le calde istanze di Pietro di Lusignano, re di Cipro, ch'era venuto a visitare le corti d'Occidente per ottenere alcuni soccorsi, non riuscirono a risvegliare un entusiasmo spento già da oltre un secolo. Il re di Cipro riprese la strada del Levante con un pugno di crociati, coi quali il 3 ottobre del 1365 sorprese Alessandria d'Egitto; ma non si trovò abbastanza forte per conservarla, e l'evacuò poco dopo[14].
Il papa desiderava assai più l'abbassamento de' suoi nemici in Italia che la disfatta degl'Infedeli; e l'imperatore coglieva con piacere l'opportunità di tornare in un paese, ove altre volte avea mietute ragguardevoli somme di denaro. L'uno e l'altro dava voce di voler cacciare d'Italia le bande degli assassini che la guastavano. La compagnia tedesca d'Anichino Bongarten, e la compagnia inglese di Giovanni Acuto, ruinavano a vicenda la Toscana e lo stato della Chiesa. Gelosa l'una dell'altra non si erano rifiutate di servire sotto principi nemici; ma i popoli soffrivano non meno dalla compagnia alleata che dalla nemica[15]. La compagnia della Stella, che i Fiorentini avevano chiamata dalla Provenza per fare la guerra ai Pisani, e quella di san Giorgio, formata da Ambrogio, figliuolo naturale di Barnabò Visconti[16], entrarono una dopo l'altra nello stato di Siena ed in quello di Perugia per levarvi delle contribuzioni. Così aperto assassinio non poteva essere più lungamente tollerato, e l'Italia udì con piacere che il papa e l'imperatore avevano stabilito di mettervi termine.
Nel 1366 il cardinale Albornoz, d'ordine dì Urbano V, fece preparare un palazzo a Viterbo per abitazione del pontefice in tempo d'estate[17]. Fece inoltre riparare gli edificj di Roma che cadevano in ruina, ed accettò le galere di Venezia, di Genova, di Pisa e della regina di Napoli, per ricondurre la corte pontificia dalle bocche del Rodano alle foci del Tevere.
I due capi della cristianità avevano convenuto di trovarsi in Italia nel mese di maggio del 1367; ma Carlo IV fu costretto dagli affari della Germania a protrarre un anno la sua venuta. Urbano V lasciò Avignone l'ultimo giorno d'aprile del 1367 con molti de' suoi cardinali, che sebbene di mal animo, avevano acconsentito di seguirlo; altri avevano presa la strada di Torino; e cinque ricusarono di abbandonare la Provenza[18].
Urbano sbarcò il 25 maggio a Genova, e le due fazioni che dividevano questa repubblica, si sforzavano di superarsi nel fargli onore[19]. Simone Boccanegra, il primo doge di Genova, era morto nel 1363, avvelenato, per quanto fu creduto, in un pranzo dato al re di Cipro. Mentre questo magistrato lottava ancora tra la vita e la morte, il popolo aveva prese le armi, arrestati i parenti del Boccanegra, ed eletto doge Gabriele Adorno. Era questi un mercante, di famiglia plebea, ma ghibellina; e manifestò talenti ed un carattere, proprj ad assicurargli finchè sarebbe vissuto, la direzione del partito ghibellino[20].
L'opposta fazione de' Guelfi aveva per capo Lionardo di Montalto, che ancor esso aspirava al dogado. Nel 1365 era stato costretto ad uscire di città con i suoi aderenti, e faceva guerra alla sua patria[21], quando il passaggio del papa a Genova riconciliò per alcun tempo le due opposte parti.
Il cardinale Egidio Albornoz venne ad aspettare il papa sulla spiaggia di Corneto, ove questi sbarcò il 4 di giugno. V'erano pure i deputati del senato e del popolo romano, i quali offrirono al papa la signoria di Roma e le chiavi di castel sant'Angelo[22]. La gioja prodotta dal ritorno del capo della religione in Italia, poteva sola ridurre i Romani a riconoscere un padrone. Quantunque avessero minore costanza, valore e virtù, che non gli abitanti delle città toscane, erano per altro agitati dalle medesime passioni. Il loro risentimento ora dirigevasi contro la nobiltà, ora contro l'arbitrario potere d'un solo. Nel 1362 avevano creato un nuovo tribuno, detto Lello Pocadotta, il quale era un uomo della feccia del popolo, un calzolajo, che aveva approfittato del suo efimero potere per cacciare di città tutti i nobili. Ma l'avvicinamento della compagnia del Capelletto aveva poco dopo spaventati i Romani; onde scacciarono dal Campidoglio il tribuno, e si diedero ad Innocenzo VI, a condizione che non darebbe nella città loro veruna autorità al cardinale Albornoz[23]. Sotto il regno di Urbano V, erano stati agitati da altre rivoluzioni ancora meno meritevoli d'essere conosciute.
Quegli in cui Urbano aveva maggiore fiducia per amministrare lo stato della chiesa era appunto l'Albornoz, che in una legazione di quattordici anni aveva riconquistata e sottomessa alla santa sede la totalità del dominio ecclesiastico. Albornoz al suo arrivo in Italia non aveva trovati fedeli al papa che i due castelli di Montefiascone e di Montefalco[24]; mentre all'arrivo d'Urbano tutte le città della Romagna, della Marca, dell'Umbria e del patrimonio, ubbidivano alla santa sede. Il papa, avendo domandato conto al cardinale del danaro speso nella sua lunga amministrazione, questi gli mandò per risposta un carro compiutamente carico delle sole chiavi delle città, che aveva ridotte in di lui potere[25]. Ma era di poco giunto Urbano in Italia quando Albornoz morì a Viterbo il 24 agosto del 1367, seco portando il dolore della corte di Roma e dei popoli, che avevano condonati a' suoi rari talenti la strana unione delle incumbenze di generale d'armata e di prelato[26].
Questo grande politico aveva, prima di morire, reso l'ultimo servigio al papa, conchiudendo in suo nome un'alleanza con tutti i nemici de' Visconti. La lega che fu segnata a Viterbo l'ultimo di luglio e pubblicata il 5 agosto, comprendeva l'imperatore, il papa, il re d'Ungheria, ed i signori di Padova, Ferrara e Mantova[27]. Vi prese parte ben tosto ancora la regina di Napoli, la quale, avendo perduto suo marito, Luigi di Taranto, il 26 maggio del 1362, si era lo stesso anno rimaritata in terze nozze col figliuolo del re di Majorica, Giacomo d'Arragona, cui per altro non aveva accordato il titolo di re!
I fratelli Visconti apparecchiavansi dal canto loro a combattere questa formidabile coalizione; e si erano segretamente alleati a tutte le compagnie di ventura che guastavano il paese. Il bastardo Visconti, figliuolo di Barnabò, che ne aveva egli medesimo formata una, adunò tutte le altre al suo soldo, e fece in tal modo la più bell'armata, che si fosse ancora veduta in Italia[28]. Galeazzo, il secondo fratello Visconti, che da qualche tempo aveva stabilita la sua dimora in Pavia, preparavasi pure a modo suo a combattere i suoi nemici. Il fasto e le vanità occupavano tutti i suoi pensieri. Il Petrarca, che viveva nella di lui corte, faceva plauso alla di lui magnificenza ed alla protezione che accordava alle arti ed alle lettere; ma i suoi sudditi gemevano sotto il peso delle gabelle; lo detestavano i suoi ministri e soldati non pagati, e le città da lui dipendenti non erano tenute fedeli che dal terrore che ispiravano le sue crudeltà[29].
Galeazzo riponeva la sua vanità ne' parentadi coi più gran re del cristianesimo. Egli fece sposare in marzo sua figliuola Violante a Lionello, duca di Chiarenza, figliuolo del re d'Inghilterra; e per ridurre questo principe ad un tale matrimonio, gli aveva offerti, colla figlia, duecento mila fiorini di dote e la sovranità di cinque città del Piemonte[30]. Pretendeva con ciò Galeazzo d'attaccare più saldamente ai proprj interessi la compagnia inglese: ed infatti Giovanni Acuto alla testa di questa truppa formidabile penetrò nel territorio di Mantova che pose a fuoco e a sangue. Ma ben tosto il nodo di quest'alleanza colle compagnie di ventura si ruppe per un inaspettato avvenimento: Lionello, duca di Chiarenza, morì dopo pochi mesi, vittima della sua intemperanza.
Intanto Carlo IV giunse il 5 di maggio a Conegliano con una ragguardevole armata, cui si unirono gli alleati d'Italia, onde si vide alla testa di forze superiori di molto a quelle de' Visconti[31]. Ma Acuto trattenne alcun tempo quest'armata nello stato di Mantova rompendo le dighe dell'Adige, che inondò il campo dell'imperatore[32]. D'altra parte Barnabò, cui era nota l'avarizia di Carlo, approfittò di questo ritardo per fargli aggradire riguardevoli doni, persuadendolo con tale mezzo a trattare di pace, ed a licenziare la sua armata. In tre mesi che le truppe imperiali passarono in Italia non s'impadronirono del più debole castello de' Visconti, o di Cane signore della Scala loro alleato; avevano in cambio ruinati i signori di Mantova e di Ferrara, amici di Carlo IV, e furono vergognosamente congedate, sotto la sola condizione che i Visconti renderebbero ai Gonzaghi Borgoforte, che avevano loro tolto[33].
Estrema fu l'indignazione di tutta l'Italia quando fu noto così vergognoso trattato. Eransi adunati cinquanta mila uomini dalle estremità della Boemia a quelle del regno di Napoli, e dall'Ungheria alla Provenza, per liberare l'Italia dalla tirannide de' Visconti e dagli assassinj delle compagnie, e questa formidabile coalizione era stata disciolta dal suo capo, come se avesse ottenuto il suo scopo mercè la restituzione d'un miserabile castello. Frattanto Carlo IV senza prendersi cura del biasimo universale, quando a tale prezzo poteva ammassare danaro, innoltravasi verso la Toscana coi deboli avanzi della sua armata.
Era l'imperatore chiamato in questa provincia dalle preghiere dei Lucchesi, che, oppressi dai Pisani da loro detestati, avevano a Carlo IV consacrato l'affetto ed il rispetto loro fino dal tempo in cui questo monarca, in allora principe di Boemia, governava Lucca a nome di suo padre il re Giovanni[34]. Molti Guelfi di questa città, forzati ad emigrare, avevano acquistate grandi ricchezze commerciando in Francia, ed offrivano all'imperatore di pagargli al più alto prezzo la libertà della loro patria.
Giovanni Agnello, signore di Pisa, trattava dal canto suo con Carlo IV, da cui desiderava la conferma dell'usurpato titolo di doge; ma lo vedeva con rincrescimento avvicinarsi alla testa di mille duecento corazzieri, e già s'accorgeva che la speranza di vicina rivoluzione rendeva arditi i malcontenti, e facevagli trovare opposizione perfino nel proprio consiglio. Ottenne da Carlo la promessa di essere nominato vicario imperiale di Pisa, e di vedere raffermata in tal modo la sua autorità; a questo prezzo acconsentì di rinunciare alla più importante conquista che avesse mai fatta la repubblica di Pisa, e per difesa della quale le nemiche fazioni eransi più d'una volta riconciliate. Il 23 agosto del 1368 consegnò Lucca a Marcovaldo, vescovo d'Augusta, che ne prese possesso a nome dell'imperatore. Questa città era stata suddita dei Pisani fino dal 6 luglio 1342[35].
Carlo IV entrò in Lucca il 5 di settembre. A breve distanza da questa città aveva incontrato Giovanni Agnello, e l'aveva armato cavaliere; onore che il signore di Pisa rese subito a due suoi nipoti e ad altri suoi compatriotti. Il monarca, il doge ed i nuovi cavalieri, entrati in Lucca, salirono sopra palchi innalzati nella piazza di san Michele, ove Agnello doveva essere dichiarato vicario imperiale in presenza del popolo; ma tutto ad un tratto il palco, su cui egli trovavasi, crollò sotto il peso di coloro che vi erano saliti; molti rimasero morti, ed Agnello si ruppe una coscia. Il tiranno obbligato a letto più non poteva farsi temere, onde gli amici della libertà presero tosto a Pisa le armi sotto la condotta di Pietro d'Albizzo di Vico, facendo eccheggiare tutte le strade delle grida di viva l'imperatore e morte al doge. All'istante forzarono la guardia ducale, saccheggiarono il palazzo del conservatore, ed elessero nuovi anziani per governare la repubblica secondo le antiche leggi. Alla notizia di questa rivoluzione tutti gli esiliati rientrarono in Pisa, tranne Pietro Gambacorti; mentre Agnello, ritenuto a letto in Lucca, risolse all'indomani di spogliarsi di tutti i diritti che poteva avere alla signoria, dopo averla conservata poco più di quattro anni[36].
Carlo IV non si affrettava punto di rendere a Lucca la libertà, risguardando questa città quale residenza sicura e comoda per tener vivi i suoi maneggi nelle repubbliche toscane, acquistarvi nuovi diritti, e per lo meno scroccarne assai danaro: in breve una rivoluzione che il suo avvicinamento aveva fatta scoppiare in Siena, gli offrì l'occasione, che andava cercando, di vendere la sua protezione.
Quando l'imperatore, tredici anni prima, erasi recato a Siena, un movimento popolare da lui spalleggiato, aveva esclusa dal governo l'oligarchia dominante. Dopo tale epoca i ricchi mercanti, che formavano questa oligarchia, erano stati dichiarati, come la nobiltà, incapaci di aver parte al governo popolare. Di loro e delle loro famiglie erasi formato nello stato un ordine separato, che dicevasi il monte dei nove, a motivo della suprema magistratura che aveva occupato, e ch'era stata abolita nell'atto che ne era stato spogliato. Ma i borghesi di uno stato alquanto inferiore, che, dopo i nove, erano pervenuti alla nuova magistratura dei dodici, avevano camminato così esattamente dietro le orme de' loro predecessori, che si erano egualmente usurpata tutt'intera la suprema autorità; onde il monte dei dodici, da loro formato, non era meno odioso al popolo che quello dei nove.
I dodici, temendo principalmente l'odio della nobiltà, cercarono di far rinascere le antiche sue contese per indebolirla. Le due illustri famiglie de' Tolomei e de' Salimbeni erano sempre state a Siena i capi delle parti guelfa e ghibellina. Finsero i dodici d'essere divisi nelle stesse fazioni, ed eccitarono le due famiglie a dar mano alle armi l'una contro l'altra, promettendo a ciascuna di favoreggiarla: ma i nobili, il di cui odio ereditario erasi quasi spento sotto le persecuzioni sostenute in comune, si manifestarono i mutui soccorsi loro promessi dai magistrati; onde vergognandosi d'avere sparso il proprio sangue per soddisfare alla segreta gelosia de' plebei, convennero di vendicarsene praticando i medesimi modi adoperati con loro. Finsero un accrescimento di odio gli uni contro degli altri, fecero venire dai proprj poderi i loro vassalli, ed adunarono soldati nelle loro case senza che i dodici si opponessero a questi apparecchi, che credevano destinati alla vicendevole distruzione dei nobili. Frattanto questi si erano guadagnati tutti i capi del monte dei nove e molti plebei malcontenti, ed avevano riuniti in città ottomila uomini sotto le insegne delle due armate guelfa e ghibellina. Tutt'ad un tratto le due armate si unirono il 2 settembre del 1368, ed i loro capi chiesero alla signoria il possesso del palazzo e di tutti i luoghi forti. I dodici sorpresi da così subito avvenimento non ebbero pur tempo d'impugnare le armi per difendersi; onde ritiraronsi nelle loro case, e rinunciarono al governo che avevano tenuto tredici anni[37].
I nobili, padroni della repubblica, dichiararono di volere ristabilire a Siena il governo consolare, sotto il quale questa città aveva fiorito nel dodicesimo secolo. Nell'ordine dei nobili distinguevansi cinque famiglie d'una rimota antichità, i Tolomei, i Salimbeni, i Piccolomini, i Saracini, i Malavolti. Cinque consoli furono scelti in cinque illustri famiglie, altri cinque nel rimanente della nobiltà e tre nell'ordine dei nove, che furono di bel nuovo messi a parte del governo[38].
Ma il popolo, ch'era stato lungo tempo in possesso delle magistrature, non poteva pazientemente soffrire di esserne escluso, e nell'agitamento d'una fresca rivoluzione, ogni parte ricorse all'imperatore e lo scelse arbitro. Carlo accettò con piacere le funzioni di mediatore, promise a tutti la sua protezione, ma si assicurò specialmente dei Salimbeni, di già disposti a separarsi dal loro ordine, e fece all'istante partire con ottocento cavalli Malatesta Ungaro, uno de' signori di Rimini, che nominò vicario imperiale a Siena.
I nobili non volevano aprire le porte a questa piccola armata prima di vedere sanzionati i loro diritti con un trattato, ma il monte dei dodici ed il popolo erano più desiderosi di affidarsi all'imperatore, perchè avevano meno da perdere. Niccola Salimbeni, uno de' consoli, tradì i suoi colleghi per unirsi al popolo, ed il 24 di settembre fece entrare Malatesta Ungaro per la porta che gli era stata affidata. La nobiltà, sebbene sorpresa, si difese nelle strade, e soltanto dopo essere stata superata in più di dieci zuffe sostenute di posto in posto, uscì finalmente di città e si ritirò ne' suoi castelli[39].
Il popolo vittorioso era chiamato a dare una nuova forma al governo, ed a regolare la distribuzione dei diritti politici tra i diversi ordini dello stato. Non credette di potere abolire il passato, non essendo possibile che i cittadini rinunciassero ad affezioni ed a passioni ereditate dai loro antenati, ed alle quali andavano debitori della loro forza e della loro importanza. Perciò i nuovi legislatori riconobbero l'esistenza dei due monti dei nove e dei dodici, ne formarono un terzo, nel quale raccolsero i cittadini stranieri alle due precedenti oligarchie, e questo nuovo ordine, più numeroso che gli altri due, ebbe dalla riforma, da cui era nato, il nome di monte dei riformatori. La signoria fu composta di dodici magistrati, tre de' quali presi dalla prima classe, quattro dalla seconda e cinque dalla terza. La stessa proporzione si osservò nella formazione dei due consiglj che dovevano assecondare la signoria, completando in unione alla medesima il governo[40].
L'imperatore, che tuttavia soggiornava in Lucca, vedeva con piacere le rivoluzioni di Pisa e di Siena indebolire le due repubbliche e prepararle a porsi sotto la sua dipendenza. Avrebbe ancor voluto eccitare qualche turbamento in Firenze, ond'essere poi chiamato a prendere qualche parte nel governo di quella ricca repubblica e cavarne danaro. Egli aveva fatti agli ambasciatori fiorentini amari rimproveri perchè la signoria avesse occupato Samminiato, Prato e Volterra, da lui riclamate come terre dell'impero, ed, appena giunto a Lucca, aveva spediti i suoi corazzieri ad occupare Samminiato ed a fare delle scorrerie nel territorio fiorentino. Ma tosto che la repubblica, determinata di difendere i proprj diritti colle armi, ebbe assoldata gente da guerra, Carlo si raddolcì[41]. Trovavasi allora in così pressante bisogno di danaro che aveva impegnata in Firenze medesima la sua corona per sedicimila fiorini, la quale non aveva potuto ricuperare che prendendo questa somma a prestito dai Sienesi[42]. Abbandonò dunque le sue pretese e partì alla volta di Siena, ove si trattenne pochi giorni, passando di là a Roma.
Il papa non aveva motivo di essere soddisfatto della condotta tenuta dall'imperatore, che bruscamente abbandonando la guerra intrapresa contro i Visconti, aveva rovesciate tutte le speranze della Chiesa; ma Carlo si prese cura di riconciliarsi con Urbano colla più umile e rispettosa condotta; e mostrò di non avere altro scopo, rendendosi a Roma, che di abbassare la dignità imperiale innanzi a quella del pontefice. Si trattenne prima a Viterbo per visitarlo, poi essendo giunto a Roma prima di lui, tornò addietro per aspettarlo a porta Angelica, di dove s'incamminò a piedi avanti al papa, prendendo il suo cavallo per le briglie e guidandolo fino al palazzo del Vaticano. I Romani, lungi dall'insuperbirsi per gli atti di rispetto renduti al loro vescovo, concepirono un profondo disprezzo pel monarca, che tanto si umiliava a' suoi piedi. L'imperatore fece coronare dal papa la sua quarta consorte, e dopo avere servito il pontefice alla messa come diacono col libro e col corporale, lasciò Roma e riprese la strada della Toscana[43].
Al suo ritorno a Siena, il 22 dicembre, vi trovò la discordia risvegliata dagli intrighi di Malatesta Ungaro, il vicario che vi aveva lasciato. Durante l'assenza dell'imperatore, i dodici avevano eccitata una nuova sedizione, sperando di ricuperare la loro antica autorità; ma il tumulto non altro aveva ottenuto che di procurare maggior potere al monte dei riformatori; eransi aggiunti tre nuovi membri alla signoria, e si erano presi in quest'ordine, il più povero degli altri ed il più numeroso. I dodici, delusi per la seconda volta dalle proprie loro pratiche, erano più che prima irritati contro il governo. Porsero dunque avidamente orecchio alle segrete proposizioni dell'imperatore, ch'erasi impegnato di vendere al papa Siena ed altre città della Toscana, e aveva chiamato presso di sè il cardinale Gui di Monforte, legato di Bologna, con un grosso corpo di cavalleria, onde dare esecuzione al contratto[44].
Carlo IV, assicuratosi dei dodici e dei Salimbeni, domandò che la signoria mettesse in sua mano i cinque più importanti castelli del suo territorio[45], e che i gonfalonieri ed i soldati della milizia gli prestassero giuramento di fedeltà. Quest'inchiesta venne comunicata al consiglio generale che la rigettò con grandissima maggiorità di voti. Ricusò pure d'accrescere il potere de' dodici come l'imperatore desiderava[46]; il quale offeso da queste due negative, risolse di adoperare la forza. Dietro i di lui suggerimenti il 18 gennajo 1369 la fazione dei dodici diede mano alle armi, di concerto coi Salimbeni, per iscacciare di palazzo tre cittadini dell'ordine de' nove, che sedevano nella signoria. Nello stesso tempo Malatesta Unghero si portò sulla gran piazza colla sua cavalleria, e l'imperatore, armato di tutto punto, si pose alla testa de' suoi corazzieri e di quelli della chiesa. Tre mila corazzieri trovavansi allora riuniti in Siena sotto gli ordini di un monarca straniero. I tre signori dei nove, ai quali era stato portato l'ordine di uscire di palazzo per parte di Malatesta Unghero, si erano effettivamente ritirati, malgrado le istanze dei loro colleghi. Ma questi, rimasti soli, non si smarrirono; fecero suonare la campana d'allarme, ed ordinarono al capitano del popolo, Matteino Menzano, d'attaccare l'imperatore colle compagnie della milizia.
Il pubblico palazzo trovavasi di già in parte occupato dai ribelli della fazione dei dodici e dei Salimbeni; ma essi ne furono cacciati dal popolo furibondo. Malatesta Unghero stava sulla piazza della Fontana con ottocento gendarmi, che furono respinti, uccisa la maggior parte de' cavalli, ed egli stesso costretto a fuggire verso il palazzo de' Malavolti, ove cercò di afforzarsi. L'imperatore, circondato dai principi tedeschi, dai suoi capitani e da tutto il rimanente della cavalleria, avanzavasi verso il palazzo, e di già era giunto fino alla croce del travaglio, quando venne impetuosamente attaccato dalle compagnie del popolo. La sua truppa fu ben tosto disordinata, ucciso colui che portava lo stendardo imperiale, e Carlo obbligato a ripararsi verso la piazza de' Tolomei, ove si fortificò nei palazzi di questi gentiluomini emigrati. Per più di sette ore egli difese i suoi trinceramenti, ed in questa lunga pugna si perdette molta gente da ambe le parti. Più della metà de' soldati di Carlo erano feriti, e quattrocento de' più valorosi caduti morti ai suoi fianchi, i suoi corazzieri avevano perduti più di mille duecento cavalli, quando finalmente fu superata la barricata ch'egli difendeva, ed il monarca costretto a fuggire nelle case de' Salimbeni[47].
Mentre ancora durava la battaglia, la signoria aveva di già fatti richiamare i suoi tre colleghi dell'ordine dei nove, che la fazione dei dodici aveva cacciati di palazzo; furono ricondotti ai loro seggi a suono di trombette, coperti di ghirlande, e con un tralcio di ulivo in mano.
Il capitano del popolo non inseguì l'imperatore nelle case dei Salimbeni, sebbene gli fosse agevole il farlo prigioniere. Credette di dovere moderatamente usare della vittoria verso il primo monarca della cristianità, e mostrargli tutti i riguardi nell'istante in cui più non poteva temerlo. Ma egli lo fece pregare per mezzo dei Salimbeni di uscire di città; e per rendere più efficace la sua preghiera, fece a suono di tromba bandire la proibizione di somministrare vittovaglie a lui o alla sua truppa.
«L'imperatore (dice uno storico sienese contemporaneo) era rimasto solo colla più grande paura che abbia giammai avuta verun miserabile. Gli occhi di tutto il popolo armato erano verso di lui rivolti; egli piangeva, si scusava, ed abbracciava coloro che lo avvicinavano; diceva d'essere stato tradito dal Malatesta, dal podestà, dai Salimbeni e dai dodici; e raccontava in qual modo e quali offerte erangli state fatte. Francesco Bastali, ch'egli indicava come colui che aveva avuta parte in questa negoziazione, venne arrestato e dato in mano del capitano del popolo; cercaronsi pure gli altri traditori. Frattanto l'imperatore trattava colla signoria e col popolo: dava alla prima il vicariato perpetuo dell'impero nella città e suo territorio, ed accordava al popolo un'amnistia generale, e più grazie che non gli erano domandate. Così tremante qual era ed affamato, pareva che avesse del tutto perduta la ragione; voleva andarsene, poi vedeva di non poterlo, non avendo più nè cavalli, nè danaro, nè compagnia; e con molti stenti il capitano gli fece ricuperare parte di ciò che aveva perduto[48].» Quando Carlo ebbe finalmente ripreso un poco di coraggio, domandò che in ricompensa dell'affronto che gli era stato fatto, e delle grazie ch'egli aveva accordate alla signoria, la repubblica gli pagasse una pensione di venti mila fiorini in quattro rate. I Sienesi vi acconsentirono, e gli passarono la prima somma immediatamente, per porlo in istato di uscire dalla loro città.
I Sienesi avevano valorosamente combattuto per difesa della loro libertà, nell'istante in cui avevano conosciuto il tradimento dei loro ospiti; ma malgrado questa momentanea unione, le fazioni in cui erano divisi non eransi riconciliate; ed appena l'imperatore fu partito, il 25 gennajo, che l'anarchia parve raddoppiarsi. I nobili esiliati facevano la guerra alla repubblica; i dodici ed i Salimbeni eransi resi esosi colla loro associazione ai nemici dello stato; i nove ed i riformatori sforzavansi invano di riconciliare le troppo accanite parti le une contro le altre. La guerra si prolungò parte della seguente state tra la città e le campagne, e non si terminò che il 30 giugno per l'intromissione dei Fiorentini, domandata dalle opposte parti. I nobili furono richiamati in città, rimessi ne' loro diritti, e dichiarati capaci di tutte le magistrature, tranne la signoria. Gli altri ordini continuarono a dividere gli ufficj superiori in una proporzione determinata dalle leggi[49].
L'imperatore, partendo da Siena, aveva da prima avuto intenzione di passare a Pisa; ma informato che questa città trovavasi sotto le armi, temette di trovarsi esposto ad una sedizione somigliante a quella da cui erasi appena sottratto, ed andò direttamente a Lucca, tenendo la strada di Vico Pisano.
I Pisani, dopo avere rovesciato il governo d'Agnello, erano stati sbattuti alcun tempo da diverse fazioni, e l'anarchia gli avrebbe forse ricacciati ben tosto nella servitù, se i più virtuosi cittadini, d'accordo coi gentiluomini, non si fossero uniti per mantenere colle armi in mano la quiete e la libertà. Questa lega, che prese il nome di compagnia di san Michele, ben tosto si vide composta di quattro mila combattenti, e si assunse l'impegno di rimanersi neutrale tra i Bergolini ed i Raspanti. Tostocchè, in grazia del vigore dimostrato dalla compagnia di san Michele, l'ordine fu in Pisa ristabilito, si alzò contro i Raspanti un grido, che fino allora era stato compresso dal timore. La ruina del commercio, la guerra coi Fiorentini, l'accrescimento delle imposizioni, la tirannide di Giovanni Agnello, e la perdita di Lucca, erano state le fatali conseguenze della loro amministrazione. Se la repubblica loro perdonava tanti errori, quali erano dunque quelli che essa ostinavasi a voler punire in Pietro Gambacorta, i di cui parenti erano periti, tredici anni prima, vittime di un'ingiusta sentenza, e di cui lo stesso imperatore aveva riconosciuta l'innocenza, poichè aveva di nuovo accordato il suo favore a quest'illustre esule. In fatti Carlo IV aveva promessa la sua protezione a Pietro, che aveva incontrato a Calcinaja, ed accettatone il dono di dieci mila fiorini[50].
Dietro le istanze dei due capi della compagnia di san Michele venne annullata la sentenza contro i Gambacorti, e Pietro fu richiamato co' suoi figliuoli in seno alla patria. Questi rientrarono il 24 febbrajo portando in mano rami d'ulivo, mentre i loro concittadini facevano eccheggiare le strade con grida di gioja, e le campane della città suonavano in rendimento di grazie. Pietro Gambacorti, giunto alla cattedrale, fece a nome di tutti gli emigrati la sua offerta ai piedi dell'altare maggiore. Giurò in appresso di mantenere lo stato popolare, di vivere da buon cittadino fra i suoi eguali, e di scordare e perdonare le antiche ingiurie[51].
Ma tutti i Bergolini non avevano per anco rinunciato al loro antico odio. Due giorni dopo Pasqua molti di loro presero le armi, ed attaccarono le case dei Raspanti, che volevano bruciare. Gran parte della città andava forse ad essere distrutta, se Pietro Gambacorti non veniva a difendere i suoi nemici, rispingendo gl'incendiarj. Io ho ben perdonato, loro diceva, io, i di cui congiunti perirono sul palco; con quale diritto ricuserete voi altri di perdonare? Gambacorti effettivamente fermò i combattenti, ma non impedì il cambiamento del governo. La parte de' Raspanti venne esclusa dall'amministrazione, tutte le cariche furono date ai Bergolini, e la compagnia di san Michele si sciolse di consentimento de' suoi capi[52].
Trovavasi per altro ancora in mano dei Raspanti una porta fortificata, quella ai Lioni, che i partigiani di Giovanni Agnello non avevano mai lasciata. Altri Raspanti eransi adunati a Lucca presso di Carlo IV, e cercavano di far sentire all'imperatore la facilità di occupare Pisa per mezzo di questa porta. Carlo, strascinato dai loro consigli, fece imprigionare dodici ambasciatori che gli aveva spediti la repubblica, tra i quali contavansi i più distinti uomini dello stato, Pietro d'Albizzo di Vico, Gualandi di Castagneto, e Manfredo Buzzacherino dei Sismondi. L'imperatore, tenendoli come ostaggi, si applaudiva d'averli tolti ai consigli della repubblica. Nello stesso tempo fece avanzare il suo grande maniscalco con tutta la sua cavalleria verso Porta ai Lioni. Ma mentre i Tedeschi entrano in città, i Pisani, chiamati dalla campana d'allarme a difendere la patria, alzano palafitte in faccia alla porta occupata dai nemici. Tutte le panche della cattedrale, ch'era vicina, furono all'istante portate in istrada per formarne un nuovo riparo d'insolita forma, mentre gli arceri salivano sul battistero per combattere da quell'elevato luogo i nemici che occupavano la muraglia della porta. Un ingegnere pisano aveva tagliata astutamente la corda che doveva alzare il ponte levatojo della porta; onde i Tedeschi perdettero molto tempo prima di poter entrare in città, ed incominciare l'attacco[53]. Quando ebbero vinto questo primo ostacolo, ne trovarono un altro maggiore nella ostinata resistenza de' Pisani. Le donne frammischiavansi ai combattenti per incoraggiarli, somministrando loro pietre e dardi. Dopo un'accanita zuffa i Tedeschi si ritirarono, ed il cancelliere dell'imperatore domandò di parlare segretamente cogli anziani. Si suppose che in questa conferenza avesse ricevuto un ragguardevole dono, poichè si osservò, che appena terminata, fece ritirare tutte le sue truppe. Quaranta fanti, che aveva lasciati per guardia alla porta ai Lioni, furono subito forzati ad arrendersi, e le opere interne che formavano di questa porta una specie di fortezza, furono dal popolo spianate[54].
L'imperatore, dopo le rotte avute a Siena ed a Pisa, più non pensava che ad estorcere danaro dalle città toscane, ed a partire alla volta della Boemia. Mandò la sua cavalleria a guastare il territorio de' Pisani, per ridurli così ad un trattato; e nello stesso tempo cercò pure d'inquietare i Fiorentini riclamando certi diritti dell'impero da lungo tempo andati in desuetudine. Permise in oltre al patriarca d'Aquilea, suo fratello naturale, di partire da Lucca alla testa di un corpo di cavalleria, per guastare la Val d'Elsa ed il territorio fiorentino fino a Montespertoli[55]. La signoria impaziente di sbarazzarsi di un dannoso vicino, acconsentì di pagare a Carlo cinquanta mila fiorini, per farlo rinunciare ad ogni diritto sulle terre dell'impero ch'ella aveva riunite al suo territorio. Ella fece ancora per una eguale somma la pace dei Pisani; e Carlo IV a tale prezzo riconobbe la città di Pisa per fedele all'impero; la raffermò nel godimento della sua libertà, e dichiarò questo privilegio inalienabile, di modo che l'autorità d'un solo mai non potesse rimpiazzare quella degli anziani e del popolo[56].
I trattati che l'imperatore aveva intavolati a Lucca, erano a lui ben più vantaggiosi, e non pertanto egli otteneva dai Lucchesi la più viva riconoscenza per grazie che loro vendeva a peso d'oro. Il 6 aprile in una solenne adunanza dei più potenti signori tedeschi ed italiani dichiarò la città di Lucca libera ed indipendente dai Pisani, e due giorni dopo ratificò tale dichiarazione con una carta, sotto la bolla d'oro, che consegnò ai dieci anziani[57]. Il popolo di Lucca accolse questo favore con trasporti di gioja, protestò eterna riconoscenza a Carlo IV, mentre l'avaro monarca gli chiedeva duecento mila fiorini pel riscatto della sua libertà. La città, ruinata da lunghe guerre e dall'oppressivo dominio di molti tiranni, non era in istato di sborsare immediatamente così enorme somma, onde Carlo IV, pendente il pagamento, consegnò in pegno la città di Lucca al cardinale Gui di Monforte, che a nome del papa aveva anticipati cinquanta mila fiorini all'imperatore[58]. Lucca, che altro ancora non aveva fatto che cambiare padrone, andava a rischio d'essere venduta al papa, malgrado quella pergamena, che rendevale la libertà. Ma i Lucchesi mostravano tanta gioja, tanto amore e riconoscenza verso l'imperatore, che questi si compiacque di dare ancora maggiore solennità ai privilegi che accordava alla loro repubblica. Il 6 giugno fece adunare il popolo sulla piazza di san Michele, ed in un discorso pomposo confermò il dono fattogli della libertà[59]. Un mese dopo accordò una nuova bolla, con cui dichiarava, che tutta la Val di Nievole doveva rimanere in proprietà della repubblica di Lucca[60]. Frattanto questa provincia, di cui i Fiorentini avevano terminata la conquista nel 1338, era sempre rimasta sotto il loro dominio, nè mai più in appresso venne loro tolta. Carlo IV non pensò pure ad inimicarsi i Fiorentini per riconquistarla, ed i Lucchesi non cercarono mai di rivendicarne il possedimento.
Le nuove grazie di Carlo costavano ai Lucchesi nuovi regali, e gli obbligavano a dare nuove feste; onde l'acquisto della loro libertà non fu compiuto che col prezzo di trecento mila fiorini[61]. Per quanti sforzi facessero i Lucchesi, non giunsero a pagare l'intera somma avanti la partenza dell'imperatore. Questi lasciò la città il 5 luglio e s'avviò per Pescia, Pistoja e Bologna alla volta della Germania. Egli si valse dei tesori acquistati con tanta vergogna per ornare Praga, sua capitale, di sontuosi edificj; ed il magnifico ponte da lui fabbricato sulla Moldava è un insigne monumento della dignità imperiale prostituita in Italia.
I Lucchesi rimasero ancora per lo spazio di un anno sotto l'autorità del cardinale di Monforte; poco mancò che non cadessero in potere di Barnabò Visconti, che cercava ora di sorprendere la città, ora di comperarla dal legato[62]. Finalmente riuscirono, col soccorso de' loro amici, a riunire il danaro necessario per liberarsi dal Monforte. I Fiorentini prestarono loro venticinque mila fiorini, Francesco di Carrara quindici mila, quindici mila il marchese d'Este, e cinquanta mila papa Urbano V[63]; onde in aprile del 1370 il cardinale di Monforte, dopo avere ricevuto tutto quanto gli si doveva, partì da Lucca per tornare in Francia, restituendo agli abitanti le chiavi delle porte della città e della fortezza[64].
Per tal modo la repubblica di Lucca riebbe la sua libertà dopo esserne rimasta priva dal 14 giugno 1314, giorno in cui una dissensione nel partito guelfo aveva fatti trionfare i Ghibellini, ed aperta la città ad Uguccione della Fagiuola[65].
In cinquantasei anni di servitù sotto diversi padroni, ma tutti egualmente oppressivi, Lucca aveva perduta la sua popolazione, le sue ricchezze, le manifatture, il commercio, oltre un'importante provincia per così piccolo stato, la Val di Nievole. Ma i suoi cittadini, sottrattisi in piccolo numero al ferro de' nemici, esiliati e dispersi in lontani paesi, o incatenati nella stessa loro patria dalla povertà, non avevano perduto ciò che forma la vita delle nazioni, ciò che può dopo un lungo intervallo rinnovare la loro esistenza, l'amore ardente della libertà. Essi non si avvezzarono giammai alla servitù, nè si risguardarono mai come diventati proprietà de' loro padroni; e sebbene nati in servitù, si sentirono degni della libertà perchè i loro antenati l'avevano posseduta. Essi non lasciaronsi avvilire dalle difficoltà, e ricorsero a vicenda, senza perdere il coraggio, alle armi ed ai trattati; associarono la sorte loro a quella d'un monarca, ch'essi sforzarono a meritarsi quella riconoscenza, che anticipatamente gli prodigavano; tante prove gli diedero d'affetto e di attaccamento, che terminarono col far credere al più avaro ed al più egoista di tutti gli uomini, ch'egli ancora gli amava; e nella miseria loro trovarono immensi tesori per acquistare da lui il più prezioso di tutti i beni.
Le antiche leggi di Lucca erano andate in dissuetudine; la repubblica ne adottò di nuove press'a poco simili a quelle di Fiorenza. La città, prima divisa in cinque porte o quartieri, venne allora distribuita in tre tribù, che presero il nome di san Paolino, san Salvatore e san Martino. La signoria fu composta d'un gonfaloniere e di dieci anziani, che rinnovavansi ogni due mesi. Come in Firenze, si faceva l'elezione per ventiquattro o trenta signorie successive, e la sorte determinava in seguito ogni due mesi l'ingresso in carica dei nuovi magistrati. Un collegio di trentasei buoni uomini, che rimanevano sei mesi in carica, doveva formare il privato consiglio della signoria. Un consiglio generale di cento ottanta membri, eletti ogni anno il 15 di marzo, riuniva tutti gli altri poteri dello stato[66]. Finalmente i nobili rimanevano, come a Firenze, esclusi da tutti i principali impieghi[67].
La cittadella che Castruccio aveva fabbricata, ed intitolata Augusta, o Gosta, sembrava ai Lucchesi un monumento della passata loro servitù, ed un pericoloso strumento di tirannide per venturi ambiziosi, e la spianarono interamente[68]; e perchè l'antico palazzo della signoria, posto sulla piazza di san Michele, sembrava loro meschino per le speranze che riponevano nell'avvenire, fondarono sulle ruine della distrutta fortezza un nuovo palazzo d'una imponente architettura, che fino ai giorni nostri è stato la residenza del governo[69].
Finalmente la signoria in memoria del beneficio dell'imperatore, istituì, pel riacquisto della libertà, una festa che fu celebrata finchè la repubblica ha esistito con una pompa degna di così grande avvenimento[70]; e volle che il fiorino d'oro, che sarebbe coniato nella sua zecca, portasse, finchè i Lucchesi si conserverebbero liberi, l'effigie di Carlo IV[71].