CAPITOLO XLIX.

Intraprese di Barnabò sopra la Toscana. — Gregorio XI attacca i Visconti; tenta di sorprendere la repubblica di Firenze sua alleata; i Fiorentini dichiarano la guerra al papa, e fanno ribellare tutte le città dello stato ecclesiastico.

1369 = 1378.

Se papa Urbano V, riconducendo la corte pontificia a Roma, non cercò che la gloria della santa sede, dovette, non v'ha dubbio, chiamarsi contento della presa risoluzione. Veruno de' suoi predecessori ebbe un regno più brillante; niuno era stato accolto dai popoli con maggiori dimostrazioni d'affetto, nè aveva ridotti più grandi monarchi ad umiliarsi ai suoi piedi. Urbano V vide nello stesso anno gl'imperatori dell'Occidente e dell'Oriente, prostrati innanzi al trono di san Pietro, mostrare al rappresentante degli Apostoli un rispetto ed un'ubbidienza che i loro predecessori erano ben lontani dall'accordargli. Vero è che Carlo IV non aveva ereditato colla corona dei due Federici la loro fierezza o il loro coraggio, e che Giovanni Paleologo, il successore di Teodosio o di Costantino, si vedeva privo di tutta la loro possanza.

Giovanni Paleologo, oppresso dalle armate di Amurat, aveva perduto Adrianopoli e la Romania, e, rinserrato nella sua capitale, temeva ogni giorno d'esserne scacciato, quando risolse di venire ad implorare contro i Turchi i soccorsi degli Occidentali. Abbjurò per la seconda volta lo scisma de' Greci[72]; fu ammesso a baciare i piedi al papa; condusse la di lui mula per la briglia come aveva fatto Carlo IV, e divise gli onori e le umiliazioni degl'imperatori d'Occidente. Ma niun altro frutto raccolse dal suo abbassamento, che inutili bolle e vane raccomandazioni[73]. Il re di Francia, sebbene eccitato in suo favore dal papa, non potè accordargli verun soccorso; e quando il Paleologo, senza danaro e senza soldati, partì alla volta de' suoi stati venne per debiti imprigionato a Venezia. Andronico, il maggiore de' suoi figliuoli, ricusò d'impiegare una parte delle pubbliche entrate per liberarlo, ed il secondogenito, Emmanuele, non lo rese libero che costituendosi prigioniero in sua vece[74].

Urbano V aveva ottenuti più importanti vantaggi che non sono quelli d'abbassare i due imperatori ai suoi piedi. Durante la sua dimora di tre anni a Roma, a Viterbo, e a Montefiascone, ottenne, ciò che non osava sperare, di ridurre sotto il suo dominio tutto il patrimonio di san Pietro. La sola repubblica di Perugia erasi conservata indipendente in mezzo ai feudatarj della chiesa; Urbano risolse di forzarla a sottomettersi, e dopo una resistenza alquanto lunga, in ultimo i Perugini riconobbero la suprema signoria del papa, e chiesero per i loro priori il titolo di vicarj della santa sede[75].

L'incostanza di Carlo IV aveva mandato a male il progetto, formato da Albornoz, d'umiliare la casa Visconti, e di disperdere le grandi compagnie, che ella proteggeva; ma l'imperatore non ebbe appen abbandonata l'Italia, che i Visconti, resi più orgogliosi dalla sua ritirata, si provocarono nuovi nemici. Essi forzarono finalmente i Fiorentini a dichiararsi contro di loro; ed il 31 ottobre del 1369 venne conchiusa contro i signori di Milano una lega ben più formidabile di quella che si era disciolta nel precedente anno, avendo in questa presa parte il papa, i Fiorentini, il marchese d'Este, il signore di Padova, Feltrino Gonzaga di Reggio, e le repubbliche di Bologna, di Pisa e di Lucca[76].

Lo stesso Carlo IV aveva gittato i semi di questa nuova guerra. Quando giunse in Toscana aveva approfittato di una rivoluzione scoppiata a Samminiato contro i Fiorentini, per prendere questa piccola città sotto la sua protezione, facendola occupare dai suoi corazzieri. Allorchè abbandonò la Toscana, avendo chiamata presso di sè la guarnigione che vi aveva posta, gli abitanti implorarono l'assistenza di Barnabò Visconti, il quale dichiarò subito che li proteggerebbe. Come vicario dell'impero intimò ai Fiorentini di lasciarli quieti, e fece avanzare Giovanni Acuto colla compagnia inglese in soccorso di Samminiato[77].

Era questa città assediata da Giovanni Malatacca, di Reggio di Calabria. Questo capitano de' Fiorentini sembrava in sul punto di ridurre Samminiato, quando la signoria, che desiderava di terminare prontamente la guerra, gli ordinò di dare battaglia all'Acuto, ch'erasi innoltrato fino a Cascina. Il generale fiorentino ubbidì di mal animo, e fu battuto e fatto prigioniero con molti de' suoi migliori ufficiali[78]. Fortunatamente aveva lasciato avanti a Samminiato Roberto, conte di Battifolle, con parte dell'armata. Questi, durante l'assenza del suo generale, guadagnò col danaro uno degli assediati, la di cui casa era appoggiata alle mura, e di concerto con lui vi praticò una breccia, per la quale introdusse le truppe fiorentine il 3 gennajo del 1370[79].

Il papa si felicitava di vedere finalmente i Fiorentini impegnati con lui nella guerra contro il Visconti. Allorchè era stata conchiusa la nuova alleanza aveva spediti due legati a Barnabò per portargli una bolla di scomunica; era questa il segno delle ostilità che in breve ricominciavano. Barnabò udì con apparente calma il messaggio di cui erano incaricati il cardinale di Belforte e l'abate di Farfa; li condusse poi fino sul ponte del naviglio in mezzo di Milano: «Scegliete (disse loro tutt'ad un tratto) se prima di lasciarmi volete mangiare o bevere;» e perchè i legati sorpresi non rispondevano; «non credete già (soggiunse con terribili bestemmie) che noi siamo per separarci senza che voi abbiate mangiato o bevuto, in modo che vi ricordiate poi sempre di me.» I legati guardarono all'intorno, e si videro circondati dalle guardie del tiranno e da un popolo nemico; osservarono il fiume sopra cui si trovavano, ed uno di loro rispose: «Io amo meglio mangiare che chiedere da bere ove trovasi tanta copia d'acqua.» «È bene, rispose Barnabò, ecco le bolle di scomunica che voi mi avete portate, voi non uscirete da questo ponte prima d'avere mangiata in mia presenza la pergamena su cui sono scritte, i suggelli di piombo che ne pendono, ed i legami di seta cui sono attaccati.» In vano i legati riclamarono contro la violazione del doppio loro carattere d'ambasciatori e di ecclesiastici, dovettero sottomettersi, ed eseguire l'ordine del tiranno sotto gli occhi delle sue guardie e di tutto il popolo[80].

Urbano V pensò meno a vendicarsi di tanta offesa che ad allontanarsi da un paese, ove trovavasi impegnato in una continua lotta. Egli regnava, gli è vero, in Italia, ma regnando sospirava il riposo e la sicurezza d'Avignone. Tutta la sua corte lo andava continuamente sollecitando a tornare in Provenza; la sua stessa coscienza gliene faceva un dovere, perchè suppose di potere riconciliare i re di Francia e d'Inghilterra, tra i quali era ricominciata la guerra. Tornò dunque per mare in Avignone nel settembre del 1370[81]; ma vi era da poco giunto quando cadde gravemente infermo, ed il 19 dicembre dello stesso anno morì compianto da tutta la cristianità. Molti fedeli in lui vedevano non solo un virtuoso pontefice, ed un buon sovrano, ma ancora un santo, dotato del dono dei miracoli[82].

I Fiorentini avevano mandato Manno Donati, uno de' loro compatriotti, a Bologna, con ottocento cavalli, per attaccare i Visconti in Lombardia; in pari tempo avevano chiamato Ridolfo di Varano, signore di Camerino, per comandare le truppe che opponevano in Toscana a Giovanni Acuto[83].

Questo generale di Barnabò, dopo avere fatto con infelice esito un tentativo sopra Lucca, erasi avvicinato a Pisa con Giovanni Agnello, il deposto doge, e coi Raspanti fuorusciti. Nella notte del 20 al 21 maggio ottanta de' suoi soldati, diedero la scalata alle mura, e sorpresero la prima guardia senza lasciarle tempo di dare l'allarme; ma un ufficiale dei Gambacorti scoprì gl'Inglesi, che salivano in silenzio sulle loro scale tinte di colore oscuro. Fece suonare campana a martello, ed i Pisani corsero alle armi con tanta celerità e coraggio, che rovesciarono nella fossa o fecero prigionieri i nemici, che di già occupavano la muraglia. Pietro Gambacorti, che si distinse in quest'occasione, fu da' suoi riconoscenti concittadini nominato capitano generale e difensore del comune, coll'autorità ch'ebbe altra volta il conte Fazio della Gherardesca. Dopo tale epoca il Gambacorti fu il capo costituzionale della repubblica[84].

Acuto dopo ciò condusse la sua armata nelle Maremme. Saccheggiò il castello di Livorno, e guastò parte del territorio pisano. I Fiorentini fecero avanzare contro di lui l'armata della lega, che avevano richiamata in Toscana per opporla a questo generale, e gli mandarono il guanto della sfida; ma egli non giudicò a proposito di accettarlo. Si ritirò da prima nella valle del Serchio, nello stato lucchese, indi prese la strada della Lombardia, passando per Pietra Santa e per Sarzana[85].

Verso lo stesso tempo un'altra armata di Barnabò, che assediava Reggio, fu obbligata a ritirarsi[86]. I confederati in tali circostanze ricevettero la notizia della morte d'Urbano V, per lo che risolsero di non ispinger più oltre i loro vantaggi, ma di dare orecchio alle proposizioni d'accomodamento che loro facevano i Visconti; la pace fu ben tosto conchiusa, e con questa venne mantenuto ognuno ne' possedimenti che aveva[87].

Questa breve guerra, non illustrata da veruna importante azione, ebbe non pertanto il vantaggio d'unire in una sola lega tre repubbliche lungo tempo rivali, Firenze, Pisa e Lucca. Il risultato della loro alleanza doveva essere quello di dare a Firenze la direzione di tutte le forze della Toscana; perciocchè questa città, superiore in potenza a tutte le altre, era in oltre la sola la di cui prosperità non fosse stata turbata negli ultimi anni; ella aveva date prove di saviezza e di energia; e le rivoluzioni de' vicini stati avevano fatto conoscere i talenti degli uomini che dirigevano i suoi consigli. Tra questi si distinguevano particolarmente Pietro degli Albizzi, Lapo da Castiglionchio e Carlo Strozzi. Tutti tre appartenevano alla fazione, che fino dal 1357 faceva servire l'autorità de' capitani del partito guelfo, e le procedure dell'ammonizione ad allontanare i loro avversarj dal governo. Uguccione dei Ricci, capo d'una famiglia gelosa degli Albizzi, e ben conosciuto per Guelfo, era stato l'inventore di queste parziali leggi. Credevansi gli Albizzi usciti da' Ghibellini d'Arezzo, ed i Ricci avevano pensato che potrebbero venire esclusi dagl'impieghi a cagione della loro origine. Ma le leggi di cui Uguccione aveva voluto valersi contro i suoi rivali, furono rivolte a danno de' suoi partigiani. Gli Albizzi (1371) avevano contratta alleanza coi Bondelmonti e coi capi dell'antica nobiltà; erano essi potenti presso i capitani di parte guelfa, e sebbene non osassero attaccare i Ricci essi medesimi, avevano di già fatti ammonire, o escludere dalle magistrature più di duecento dei loro amici, e procedevano con estremo ardore nel far nascere nuove accuse di ghibellinismo[88].

I Ricci avevano da principio tentato di ristrignere l'autorità de' capitani di parte, ma mutarono pratica quando videro i Guelfi acquistare maggior credito colla lega conchiusa col papa: allora cercarono ancor essi di guadagnare il favore della Chiesa, ed ottennero coi maneggi qualche influenza sopra i capitani di parte; allora si videro le procedure contro i Ghibellini, dirette a vicenda dagli Albizzi e dai Ricci, moltiplicarsi, e tenere tutta la repubblica inquieta ed agitata[89].

Durante tutto il 1371 la violenza delle due fazioni parve che andasse crescendo, e si poteva ragionevolmente temere che la contesa delle due famiglie facesse scoppiare una guerra civile. Ma vedendo il malcontento reso universale, la signoria vi rimediò. Permise ai cittadini che desideravano una riforma di adunarsi a san Pietro Scheraggio[90]. Dietro loro domanda convocò un consiglio di cinquecento richiesti per calmare l'agitazione della repubblica. In questo consiglio gli Albizzi ed i Ricci si accusarono a vicenda. Si rimproverò sopra tutto agli Albizzi d'essersi dato vanto, presso i signori di Ferrara e di Padova, della propria autorità sopra la loro patria, assicurando che non era minore di quella di questi principi ne' loro stati[91]. Il popolo irritato incaricò una balìa di cinquantasei membri di difendere la libertà di Firenze contro queste due ambiziose famiglie; e Pietro dei Ricci ed Uguccione degli Albizzi, cadauno con due de' loro parenti, vennero esclusi per cinque anni da tutte le magistrature, tranne quelle di parte guelfa[92]. Subito dopo quest'esclusione fu estesa a tutti i membri delle due famiglie, e la violenza delle fazioni rimase per qualche tempo sospesa[93].

I cardinali, adunati in Avignone, avevano intanto dato un successore ad Urbano V nella persona di Pietro Rogero, conte di Belforte, cardinale diacono di santa Maria nuova, e nipote di Clemente VI. Fu eletto l'ultimo giorno del 1370, e prese il nome di Gregorio XI[94].

Il nuovo papa ebbe presto motivo di lagnarsi dei Visconti. Feltrino Gonzaga, tiranno di Reggio, era uno degli alleati della Chiesa, come pure il marchese d'Este, signore di Modena e di Ferrara. Quest'ultimo non per tanto prese parte in una congiura tramata contro Feltrino, e fece avanzare verso Reggio una compagnia di mercenarj tedeschi, comandata da un fratello del conte Lando[95]. I nemici di Feltrino, d'accordo col marchese d'Este, aprirono Reggio ai Tedeschi, i quali, dopo avere saccheggiata la città coll'estrema barbarie, invece di consegnarla al marchese d'Este, la vendettero il 17 maggio 1371 a Barnabò Visconti per venticinque mila fiorini[96].

Barnabò, orgoglioso di tale acquisto, ricominciò la guerra contro gli alleati della Chiesa; assediò Bondeno nello stato di Ferrara, e minacciò Modena, mentre che suo fratello Galeazzo attaccava il marchese di Monferrato con uguale impeto e gli toglieva molte città. Gregorio XI rinnovò coi principi lombardi la lega, che il suo predecessore aveva formata contro i signori di Milano; egli avrebbe voluto che vi prendessero parte anche le città toscane; ma gli Albizzi, i più zelanti partigiani della Chiesa in Firenze, non avevano più parte nell'amministrazione; le relazioni di questa famiglia coi legati di Bologna e di Perugia eransi rese sospette, e temevasi che il papa non fosse entrato nelle trame contro la libertà fiorentina[97]. Le prime azioni di Gregorio XI avevano fatta conoscere la sua ambizione, e resa dubbiosa la sua lealtà. Il cardinale di Burgos, suo legato a Perugia, aveva approfittato di una sedizione, manifestatasi in questa città, per far esiliare i Raspanti, i più zelanti partigiani della libertà. Aveva in appresso gittati i fondamenti di una fortezza per ridurre la città in servitù, ed il suo successore, l'abate di Montmayeur, approfittando del cattivo raccolto, e della carestia che affliggeva Perugia, l'aveva spogliata di tutti i suoi privilegj, e costrettala a riconoscere l'assoluto potere del papa[98]. Credevasi che somiglianti progetti si fossero formati contro le repubbliche della Toscana; e Gregorio XI, che scriveva ai Sienesi per liberarsi da tale sospetto, non lo aveva punto dissipato[99].

Frattanto Gregorio XI aveva dichiarata la guerra ai Visconti in agosto del 1372. Aveva incaricato il conte Amedeo di Savoja di difendere il Monferrato, essendo morto il marchese Giovanni Paleologo in principio di quest'anno. Un'altra armata formavasi nel bolognese sotto gli ordini del marchese d'Este, alla quale i Fiorentini mandarono il contingente delle truppe, ch'eransi ne' precedenti trattati obbligati di somministrare al papa, poichè giusta il diritto pubblico di que' tempi, potevano farlo senza dichiarare la guerra ai signori di Milano. I Visconti ebbero l'imprudenza di licenziare in tali circostanze Giovanni Acuto, che trovavasi al loro soldo colla compagnia inglese. Questo capitano il più abile di quanti facevano in allora la guerra in Lombardia, passò al servigio del legato e de' confederati, e mutò la fortuna delle armi[100].

In principio del 1373, Barnabò spedì un corpo di tre mila cavalieri per guastare il territorio di Bologna. Quest'armata s'innoltrò fino a Cesena, ma nel suo ritorno venne sorpresa, mentre passava il Panaro, da Acuto, e rotta[101]. L'armata del papa penetrò subito dopo ne' territorj di Piacenza e di Pavia, ove tutti i Guelfi dei due stati aprirono i loro castelli a Pietro di Beziers, cardinale legato di Bologna. Questi s'avanzò in seguito fin presso Brescia, col conte di Savoja, sperando di approfittare delle intelligenze che aveva in questa città ed in Bergamo. Giovanni Galeazzo, per impedire che scoppiasse qualche congiura, si portò sul fiume Chiesa contro le truppe del papa; ma fu attaccato da Acuto l'otto maggio del 1373, e dopo un'ostinata battaglia rotto e fatti prigionieri quasi tutti i suoi capitani[102]. Dopo tale rotta i Guelfi degli stati de' Visconti si ribellarono da ogni banda. Barnabò incaricò suo figliuolo naturale Ambrogio di ridurre al dovere quelli delle Valli del Bergamasco; ma i contadini della Val san Martino sorpresero Ambrogio il 17 agosto, lo uccisero, e dispersero la sua armata[103].

Nel susseguente anno gli affari dei Visconti non procedevano con migliore fortuna; la città di Vercelli cadde in mano de' confederati, e gli stati di Parma e di Piacenza furono guastati dal marchese d'Este. Per altro la guerra non facevasi vigorosamente, perchè le inondazioni, e dopo la peste la carestia travagliarono la Lombardia[104]. Per procurarsi un poco di riposo in mezzo a tante calamità, il papa ed i Visconti, egualmente spossati dagli sforzi che fatti avevano, conchiusero il 6 giugno del 1374 una tregua d'un anno, durante il quale speravano di mettere fine alle loro contese con una pace generale.

Ma Guglielmo di Noellet, cardinale di sant'Angelo e legato di Bologna, lusingavasi di approfittare di questa tregua per mandare ad effetto un'importante intrapresa. La Toscana, non meno che la Lombardia, aveva avute le piogge e le inondazioni che avevano distrutte le sementi, di modo che il frumento scarseggiava ed era carissimo[105]. In Firenze si era manifestata la peste, e dal mese di marzo a quello di ottobre aveva portate al sepolcro sette mila persone. La gelosia eccitata tra gli Albizzi ed i Ricci, non era spenta, e la repubblica chiudeva ancora nel suo seno molti semi di discordia. I Fiorentini, trovandosi in pace con tutti i loro vicini, non avevano sotto le armi che poche truppe, come pure i Sienesi ed i Pisani. Il legato di Bologna, giudicò i Toscani, dice Poggio Bracciolini, a seconda della leggerezza francese; e pensò che s'egli rendeva la carestia più sensibile, il popolo, stretto dalla fame, prenderebbe le armi contro il suo governo, e che la città travagliata dalle sedizioni interne, quanto dalla guerra, si rifugierebbe sotto il suo potere[106].

«Dopo che la santa sede erasi trasportata al di là dei monti (dice Leonardo Aretino) i legati francesi governavano tutti i paesi sottomessi alla Chiesa. L'altero loro modo di comandare riusciva quasi affatto insoffribile; essi sforzavansi di allargare l'autorità loro sopra le città libere, ed i loro ufficiali, i loro cortigiani non erano uomini di pace ma di guerra; essi riempivano l'Italia d'oltramontani; in tutte le città innalzavano fortezze con eccessiva spesa, e lasciavano con ciò travedere quanto la servitù dei popoli, cui essi avevano tolta la libertà, era miserabile e forzata; per tal modo rendevano giusti l'odio de' sudditi e la diffidenza de' vicini[107]

I Fiorentini tiravano ogni anno una parte de' loro grani dalla Romagna e dal Bolognese; il legato per raddoppiare le difficoltà che provavano, ne vietò tutto ad un tratto l'esportazione. La signoria col sagrificio di sessanta mila fiorini acquistò il frumento in lontani paesi; passò l'inverno, e si vedeva vicino il nuovo raccolto che doveva riempire i vuoti granai. Il legato per privare i Fiorentini di tale speranza fece entrare in Toscana Giovanni Acuto il 24 giugno del 1375 con una numerosa armata, ordinandogli di bruciare le case del territorio fiorentino[108]. Dall'altro canto Gerardo Dupuis, abate di Montmayeur, che comandava a Perugia, colse il pretesto d'una guerra tra i Sienesi ed i gentiluomini della casa Salimbeni, per far guastare il territorio di Siena dalle truppe della Chiesa[109].

Per salvare almeno le apparenze, il legato scrisse ai Fiorentini che Acuto aveva formata una compagnia d'avventurieri colle truppe che la Chiesa ed i Visconti avevano licenziate; ch'egli attaccava la Toscana senza l'assenso della Chiesa, ma che la signoria potrebbe forse farlo ritrocedere col sagrificio di cento, e fors'anco di soli sessanta mila fiorini[110]. In questo medesimo tempo, una congiura scopertasi a Prato, il di cui oggetto era quello di sottomettere questa città alla Chiesa, fece conoscere quale fede meritavano tali proteste[111].

La perfidia e l'ingratitudine del legato risvegliarono in Firenze la più alta indignazione. Verun altro stato in Europa erasi fino dalla sua origine mostrato con tanta costanza attaccato alla Chiesa, quanto la repubblica fiorentina. Sebbene avesse di già avuto motivo di lagnarsi del legato, gli aveva mandato per combattere i Visconti quanti soldati aveva, e questo perfido alleato coglieva l'istante in cui la repubblica era stata colpita dalla peste e dalla fame, per darla in balìa di rapaci soldati. I Fiorentini per fare una strepitosa vendetta di tanto tradimento, affidarono tutti i poteri dello stato ad otto magistrati, che chiamarono i signori della guerra[112].

Gli otto della guerra, che volevano prima di tutto salvare il raccolto, aprirono subito un trattato con Acuto, e spedirono in pari tempo ambasciatori al legato, pregandolo di richiamare questo generale. Il legato rispose che Acuto più non trovavasi al suo soldo, e diede copia agli ambasciatori del congedo che diceva di avere dato a questo capitano. Nello stesso tempo diede al capitano segreto ordine di offrire ai Fiorentini di risparmiare il loro territorio contro il pagamento d'una taglia, ma di domandare una così enorme somma che facesse rompere il trattato. Acuto chiese cento trenta mila fiorini, che gli furono pagati senza difficoltà, avendone caricati più della metà sul clero fiorentino. Il legato si affrettò di scrivere al capitano inglese di rompere ogni mercato, ma questi, cui gli ambasciatori fiorentini avevano mostrata la copia del congedo, che avevano portato da Bologna, non volle perdere così ragguardevole somma, ed in oltre prendere sopra di se l'altrui mala fede[113]. Continuò dunque la sua strada a traverso la Toscana, tirando dai Sienesi trentacinque mila fiorini; indi si mise al soldo dell'abate di Montmayeur, legato di Perugia[114].

Non avendo questa spedizione ottenuto al suo scopo, Gregorio XI scrisse ai Fiorentini per giustificarla; diceva che Acuto non era da lui dipendente nelle poche settimane, che aveva passate in Toscana, sebbene avanti e dopo questa breve campagna fosse notoriamente al soldo de' suoi legati[115]. Ma d'altra parte raccontaronsi a Firenze ed in tutta l'Italia alcuni fatti dell'abate di Montmayeur, legato di Perugia, che resero sempre più odioso il governo degli ecclesiastici. Quest'abate, che fu in tale occasione creato cardinale, aveva seco condotto un suo nipote. Questi, innamoratosi della moglie d'un gentiluomo perugino, s'introdusse celatamente in sua casa, e la sorprese sola in camera. La donna spaventata volle sottrarsi alla brutalità del suo rapitore, e passare per una finestra in un'attigua casa; ma le sdrucciolò un piede, e cadendo nella strada rimase uccisa. Tutto il popolo, compassionando l'infelice, corse all'abate chiedendo giustizia contro suo nipote. «E che, rispos'egli, credevate voi dunque che i Francesi fossero eunuchi!» e così rinviò gli accusatori. Pochi giorni dopo lo stesso nipote rapì la consorte d'un altro cittadino. Il marito avendola riclamata innanzi ai tribunali, il legato condannò suo nipote a perdere la testa se non rendeva la sposa a suo marito prima che passassero cinquanta giorni[116].

Siccome estrema era l'indignazione contro i ministri del papa, la signoria e gli otto della guerra fecero adunare a Firenze un numeroso consiglio di richiesti. Luigi Aldobrandi, gonfaloniere di giustizia, si fece a parlare eloquentemente contro le superstiziose paure, che potevano opporsi alla difesa della libertà. Dimostrò che le censure ecclesiastiche erano senza forza quando venivano pronunciate da uomini perfidi ed ambiziosi, che adoperavano la maschera della religione per servire all'ambizione ed avidità loro. Propose, quale intrapresa degna della generosità fiorentina, la liberazione di tutti i popoli che gemevano sotto il superbo e tirannico governo de' legati francesi del papa; e per ultimo confortò la signoria a cercare l'alleanza di Barnabò. «Io lo so bene, diss'egli, che il tiranno milanese agirà sempre a seconda del suo personale interesse, e non guarderà giammai al nostro; ma è questi un caldo nemico dei preti e della potenza de' Francesi in Italia; un odio comune accomunerà i nostri interessi[117]

Il discorso del gonfaloniere essendo stato applaudito, ed il consiglio avendo autorizzati gli otto della guerra a prendere contro la Chiesa le più energiche misure, questi cercarono di rendersi forti colle alleanze. Cominciarono adunque ad assicurarsi nel mese di luglio dell'appoggio di Barnabò Visconti[118]. Le repubbliche di Siena, di Lucca e d'Arezzo presero parte ben tosto alla lega[119], e quella di Pisa vi entrò l'ultima nel gennajo del 1376[120]. Gli otto della guerra avevano scelto per capitano un tedesco chiamato Corrado di Svevia: gli affidarono due stendardi quello del comune, ed un altro, sul quale era scritto a lettere d'oro Libertà. Dichiararono in pari tempo ch'erano apparecchiati a soccorrere tutti i popoli, che desideravano di ricuperare la libertà e di scuotere il giogo de' cattivi pastori della chiesa[121]. Nè eglino avevano mal calcolato di trovare amici ed alleati tra i sudditi del papa; perciocchè non ebbero appena offerta la loro assistenza a coloro che volessero liberarsi da un'odiosa tirannide, che la ribellione si rese generale.

I primi a dichiararsi furono gli abitanti di Città di Castello, l'antico Tiferno. Essi attaccarono furibondi la guarnigione ecclesiastica, e la forzarono a ritirarsi nel castello. I Fiorentini mandarono subito soccorsi ai Tifernati, onde la guarnigione assediata non tardò ad arrendersi.

L'abate di Montmayeur aveva spedito Acuto con parte delle sue truppe per liberare gli assediati; ma tosto che i Perugini lo videro partito, presero ancor essi le armi, attaccarono le due fortezze che il legato aveva innalzate in città, le presero in pochi giorni, e le spianarono[122]. Nello stesso tempo Giovanni di Vico, prefetto di Roma fece ribellare Viterbo, di cui era stato lungo tempo signore[123]. Si sollevò pure Montefiascone, e ben tosto con sorprendente rapidità la ribellione si dilatò in tutti gli stati della chiesa. Foligno, Spoleto, Todi, Ascoli, Orvieto, Toscanella, Orti, Narni, Camerino, Urbino, Radicofani, Sarteano[124], riacquistarono la libertà. Nello spazio di dieci giorni ottanta tra città e castelli scossero il giogo della chiesa[125]. Molti vollero darsi ai Fiorentini, ma questi loro mandavano per risposta lo stendardo della libertà, e gli invitavano a costituirsi in repubbliche indipendenti[126]. Frattanto altre città approfittarono del loro soccorso per rimettere i loro antichi signori. Forlì chiamò Sinibaldo degli Ordelaffi, figliuolo di Francesco e di Marzia, suoi eroici difensori, e gli restituì la signoria[127].

Di quanti signori dipendevano dall'abituale dominio della Chiesa, le si conservò fedele il solo Galeotto Malatesti, e mantenne ubbidienti al papa le città governate dalla sua casa. Galeotto era succeduto nel 1373 a suo fratello Pandolfo, e suo nipote Malatesta Unghero era morto nel precedente anno[128]. Nel cominciamento di questa guerra la Chiesa possedeva sessantaquattro città e mille cinquecento settanta sette castelli. Perdette nel corso di un anno tutti i suoi stati ad eccezione di Rimini e delle sue dipendenze[129].

Il papa, spaventato da così subita ruina, cercò di svolgere i Fiorentini dalle prese risoluzioni coll'intimidire le loro coscienze. Li citò il 3 di febbrajo del 1376 a comparire innanzi al sacro concistoro per giustificare la loro condotta. In fatti i Fiorentini mandarono tre ambasciatori per trattare la loro causa in Avignone, cioè Domenico Barbadori, Alessandro dell'Antella e Domenico di Silvestro. Vennero introdotti l'ultimo giorno di marzo avanti ai cardinali ed al santo padre; ed in quest'assemblea Donato parlò col coraggio e colla forza di un uomo libero. Dichiarò che nulla avrebbe potuto muovere i Fiorentini a prendere le armi contro la Chiesa, fuorchè la difesa della loro libertà; «ma noi, egli disse, che abbiamo goduto di questa libertà da quasi quattro cent'anni, noi l'abbiamo in modo immedesimata alla nostra natura, e così cara si è renduta al nostro cuore, che non avvi veruno di noi, che per conservarla non sia al tutto disposto a sagrificare la propria vita[130]

L'eloquente difesa di Barbadori cavò le lagrime ai cardinali italiani, ma non fece veruna impressione sui francesi, e quando fu terminata, Gregorio XI pronunciò contro la repubblica una sentenza di condanna. Dopo di avere riepilogate tutte le offese ch'egli aveva ricevute, fulminò l'interdetto contro la città, e la scomunica contro i capi del governo. Ordinò nello stesso tempo a tutti i principi, amici della Chiesa, di confiscare a loro profitto tutti i beni de' Fiorentini che trafficavano ne' loro stati, di prendere le loro persone e venderli come schiavi[131]. Questa parte della pena inflitta a mercanti resi da lunga assenza stranieri alle deliberazioni della loro patria era di una rivoltante ingiustizia; pure, siccome offriva un allettamento alla cupidigia de' principi, venne eseguita in Francia ed in Inghilterra[132].

Quando Donato Barbadori udì la lettura di questa sentenza, rivoltosi ad un crocifisso, che stava in mezzo all'assemblea. «A te io mi appello, egli gridò, padre onnipossente del genere umano! Tu, che sei giusto giudice e non esposto ad essere ingannato, poichè i suffragi degli uomini ci condannano, io t'invoco testimonio dell'iniquità della loro decisione. Nel tuo ultimo giudizio, tu darai una più giusta sentenza[133]

Mentre il papa agitava in Avignone la sua lite coi Fiorentini secondo le forme giuridiche, cercava a Firenze di terminarla con un trattato, e vi aveva spediti ambasciatori; ma il trattato fu improvvisamente rotto dalla rivoluzione di Bologna. Gli otto della guerra, che il popolo, malgrado la scomunica del papa, chiamava comunemente gli otto santi, cercavano da lungo tempo di mettere in movimento la fazione dello scacchiere a Bologna; poichè sapeva che l'opposto partito dei Maltraversa godeva del favore del legato[134]. Ma il popolo pareva determinato a rimanere sotto l'ubbidienza della chiesa; quando il legato, che non sapeva in qual modo soddisfare Acuto ed i soldati, ai quali doveva molti soldi arretrati, risolse di cedere loro i due castelli di Castrocaro e di Bagnacavallo che dipendevano da' Bolognesi e dalla chiesa, e che furono dai soldati saccheggiati con inaudita crudeltà[135]. Nello stesso tempo si vociferò che il legato trattava di vendere Bologna medesima al marchese d'Este; onde i Bolognesi più non frapposero dimore, e scossero un giogo, che ogni giorno rendevasi più pesante.

Il più ragguardevole uomo di Bologna era Taddeo degli Azzoguidi del partito dello scacchiere, ed in sua casa la notte del 19 al 20 marzo Roberto de' Salicetti adunò i capi delle due fazioni. Tutti i patriotti di Bologna giurarono nelle sue mani di deporre le antiche loro nimicizie, e di sacrificare, quando il bisogno lo richiedesse, i loro beni e le loro vite per ricuperare l'antica libertà della patria. Frattanto Ugolino di Panico, il conte Antonio Bruscolo, ed alcuni altri gentiluomini avevano adunata una truppa di montanari degli Appennini, che segretamente introdussero in città. I cittadini, dopo essere andati alle case loro a prendere le armi, eransi di nuovo raccolti in silenzio presso Taddeo degli Azzoguidi. Riunironsi le due truppe avanti la croce del mercato, ove ad una sola voce rinnovarono il giuramento d'esporre i loro beni e le loro vite per ricuperare la libertà bolognese. Roberto Salicetti dispose senza rumore la sua truppa presso il castello, ed occupò tutti i capi strada della piazza, indi Taddeo fece chiedere al legato, che fin allora non erasi accorto di verun movimento, le chiavi della fortezza e delle porte della città, dichiarandogli che i Bolognesi d'ora innanzi intendevano di guardarsi da se medesimi. Il legato atterrito fece aprire il castello a Salicetti, ma perchè tardava a dare altresì le chiavi della fortezza, Taddeo si avanzò immediatamente per attaccarla. Tutte le uscite della piazza erano di già state occupate, onde la compagnia inglese non potè montare a cavallo per difendersi; la prima porta della fortezza fu atterrata, mentre da un'altra banda Antonio di Bruscolo occupava il palazzo alla testa de' contadini e lo abbandonava al saccheggio. E perchè si cominciava ad insultare il legato, Taddeo degli Azzoguidi accorse in suo ajuto, e, presolo sotto la sua protezione, lo fece passare nel convento di san Giacomo.

Quando si levò il sole alla mattina del giovedì 20 marzo la rivoluzione era di già compiuta; il gonfalone del popolo volteggiava sulla gran piazza; le tribù e le compagnie delle arti erano adunate per nominare dodici anziani ed un gonfaloniere di giustizia; e subito dopo il consiglio generale pubblicò un'amnistia per tutti i fuorusciti[136].

Quando i Fiorentini ebbero avviso di questi avvenimenti, spedirono ai Bolognesi lo stendardo della libertà con due mila cavalli, cinquecento fanti, e grosse somme di danaro: le fortezze di Bologna vennero spianate, e la nuova repubblica prese parte nella lega formata contro la chiesa[137].

Acuto trovavasi a Granaruolo colla maggior parte della compagnia inglese quando intese la ribellione di Bologna. Sospettava che Faenza s'apparecchiasse a fare lo stesso, e per tale sospetto vi entrò tutt'ad un tratto il 29 di marzo per abbandonare i cittadini al ferro de' soldati: vennero uccise quattro mila persone; molti fuggirono ad Imola o a Forlì, ma le donne e le vergini medesime consacrate agli altari furono ritenute per essere disonorate[138]. Dopo tale carneficina Acuto conchiuse una tregua di sedici mesi coi Bolognesi, per riavere a tale condizione i suoi due figliuoli, e molti suoi capitani, ch'erano stati sorpresi e fatti prigionieri a Bologna nell'istante della rivoluzione[139].

Due nuovi cardinali venivano dal papa spediti in Italia per difendere o ricuperare lo stato della chiesa; Francesco Tebaldeschi, cardinale di santa Sabina, fu incaricato della legazione di Roma, della Sabina, della Campania, della Maremma, del patrimonio e del ducato di Spoleti; e Roberto di Ginevra, che fu poi antipapa sotto il nome di Clemente VII, ebbe le legazioni della Romagna e della Marca d'Ancona[140]. Quest'ultimo aveva commissione di condurre con sè una nuova armata pontificia.

Restava ancora in Francia una sola di quelle bande di soldati inglesi e francesi, che si erano riuniti per rubare. Chiamavasi questa la compagnia de' Bretoni, composta di sei mila cavalli e di quattro mila fanti, e si aveva opinione che superasse in ferocia tutte quelle che l'avevano preceduta. Il papa fece interpellare Giovanni di Malestroit che la comandava, se gli dava l'animo d'entrare in Firenze: se il sole vi entra, rispose costui, noi pure vi entreremo; soddisfatto di questa rodomontata il papa prese la compagnia al suo servigio, e la diede al cardinale di Ginevra, che la condusse in Italia[141]. L'avvicinamento di quest'armata parve ai ministri del papa un sicuro pegno della loro vittoria; non credendo essi che il coraggio che ispira l'amore della libertà potesse resistere al brutale valore de' loro nuovi soldati[142].

Roberto di Ginevra, attraversando il territorio di Galeazzo Visconti alla testa di questa formidabile armata, entrò con lui in trattato, e lo persuase a segnare una pace particolare col papa; pace vergognosa per la Chiesa, perchè abbandonò senza guarenzia ai loro oppressori tutti i Guelfi, ch'ella aveva indotti a ribellarsi contro i Visconti[143].

Mentre Roberto di Ginevra, dopo essersi lasciate a dietro Alessandria e Tortona, si dirigeva per la strada di Piacenza sopra Ferrara, gli otto della guerra a Firenze avevano scelto per loro generale Rodolfo da Varano, signore di Camerino; l'avevano mandato a Bologna, e posto sotto i suoi ordini un'armata di due mila lance, e sei mila cavalli. Nel medesimo tempo avevano fortificati e muniti di truppe tutti i passaggi degli Appennini, ordinando ai contadini di riporre ne' castelli e luoghi forti i bestiami loro, ed i raccolti[144].

Barnabò Visconti aveva mandati all'armata della lega a Bologna cinquecento lance, sotto il comando del conte Lucio Lando, ma d'altra parte non aveva opposto verun ostacolo alla compagnia de' Bretoni, quando attraversava i suoi stati; suo fratello aveva di già fatta la pace colla Chiesa, ed egli stesso offriva di acquistare dal papa la città di Vercelli per cento mila fiorini. Rodolfo di Camerino credette adunque di dover diffidare del conte Lando e dei soldati di Barnabò[145]. D'altra parte i Bolognesi temevano di qualche trama nella loro città: vedevano di mal occhio Taddeo degli Azzoguidi, il capo della fazione dello scacchiere, essere troppo premuroso pel richiamo de' Pepoli, antichi capi dello stesso partito; mentre che questa famiglia, doppiamente odiosa per avere usurpata la tirannide, e per avere in seguito venduta la città, era stata la sola eccepita dalla generale amnistia. Rodolfo di Camerino, per questo doppio sospetto, nè volle azzardare una battaglia contro i Bretoni quando giunsero nello stato di Bologna, nè aspettarli in aperta campagna. Roberto di Ginevra per provocarlo ad una battaglia, lo fece interpellare perchè si rimanesse ozioso e chiuso entro le mura d'una città. «Io non n'esco, rispose Rodolfo, perchè voi non c'entriate[146]

Il legato cercò in seguito di staccare i Bolognesi dalla lega, promettendo loro il perdono del commesso errore, ed il mantenimento della libertà che avevano ricuperata, purchè riconoscessero la suprema sovranità della Chiesa e l'autorità dei ministri del papa. «Noi siamo apparecchiati a tutto soffrire (risposero i Bolognesi) piuttosto che sottometterci nuovamente a persone, del di cui fasto, insolenza ed avarizia abbiamo fatto così crudele esperimento.» — «Ed io (disse Roberto quando ricevette tale risposta) dite loro, che non mi allontanerò da Bologna finchè non mi sia lavati e mani e piedi nel sangue loro[147].» La condotta del cardinale era veramente degna di così feroce discorso; i suoi Bretoni presero successivamente i castelli di Crespelano, Oliveto e Monteveglio che si arresero loro sotto condizioni, che da essi poi non vennero osservate, perciocchè li bruciarono dopo avere saccheggiate tutte le proprietà degli abitanti[148]. Presero in seguito Pizzano, e passarono a fil di spada tutti coloro che vi trovarono, senza neppure risparmiare i fanciulli da latte[149]. Finalmente chiesero i quartieri d'inverno, ed il legato obbligò Galeotto Malatesti ad aprir loro la città di Cesena, che questo signore aveva persuasa a non ribellarsi[150]. La murata, quel quartiere in cui Marzia degli Ordelaffi aveva alcuni anni prima fatta una così eroica difesa, fu assegnata per loro dimora ai Bretoni. Ma questi barbari soldati, incapaci di disciplina, trattavano una città amica, come se presa l'avessero d'assalto. Forzavano le case de' borghesi per rapir loro gli effetti, le mogli, le figlie; aggiugnevano l'insulto al danno, e finalmente stancarono la pazienza degli abitanti; questi attaccarono all'impensata i Bretoni il primo febbrajo del 1377, ne uccisero più di trecento, e costrinsero gli altri a chiudersi nella murata[151]. Il cardinale di Ginevra, che vi trovavasi ancor esso, mandò Galeazzo Malatesti a trattare coi borghesi per acquietarli, confessò che i suoi soldati avevano meritato quel castigo, ed accordò ai Cesenati un'assoluta amnistia, a condizione che aprissero di nuovo le loro porte. Furono in fatti aperte, ed il cardinale con atroce perfidia abbandonò Cesena ad una universale carneficina[152]. Non contento di lasciare in città i suoi feroci Bretoni, chiamò ancora Acuto che trovavasi cogl'Inglesi a Faenza; e perchè questo capitano mal sapeva risolversi a prender parte a tanta iniquità, il cardinale gli disse: Io voglio sangue, sangue: e mentre durava la carneficina fu udito spesso gridare: uccideteli tutti[153]: e niuna persona fu risparmiata. I Bretoni prendevano pei piedi i fanciulli alla mammella, e loro schiacciavano il capo contro i muri. I preti, i religiosi, le vergini consacrate agli altari, tutto fu passato a fil di spada. Cinque mila persone perirono in quest'orribile carneficina; e tutta la popolazione di Cesena sarebbe stata distrutta, se alcuni abitanti con una pronta fuga non si fossero prima sottratti ai carnefici[154].

Quando la notizia del massacro di Cesena fu portato alle città della lega, vi cagionò più sdegno ancora che spavento. La signoria di Perugia fece celebrare l'ufficio de' morti in tutte le chiese, ordinò una pompa funebre per gl'innocenti uccisi dalle armi dei preti; e tutte le città in guerra colla Chiesa ne imitarono l'esempio[155].

I Fiorentini avevano mandato lo stendardo della libertà a Roma, siccome a tutte le altre città dello stato ecclesiastico. La repubblica romana era in allora governata da una signoria di tredici banderali dei tredici quartieri della città[156]. Ma i Romani, che ardentemente desideravano di persuadere il loro vescovo a tornare a Roma, erano meno degli altri popoli zelanti della libertà. Avuto avviso che Gregorio XI pensava di restituirsi finalmente alla sua naturale sede, entrarono con lui in trattato, e gli promisero di rendergli la sovrana autorità sopra Roma, tostochè sarebbe giunto ad Ostia. Acconsentirono pure di sopprimere i loro banderali, e intanto il papa confermò altri magistrati, chiamati esecutori di giustizia, sotto condizione che cadauno di loro gli prestasse giuramento di fedeltà[157].

Gli otto della guerra di Firenze, informati di questo trattato, addirizzarono, il 26 dicembre 1376, la seguente lettera ai banderali per incoraggiarli a difendere la loro libertà.

«Agli illustri uomini, nostri onorati fratelli, i banderali della città di Roma.

«Sebbene noi abbiamo fino al presente alzata invano la nostra voce per esortarvi a difendere con irremovibile coraggio la vostra libertà e quella dell'Italia, e sebbene noi non abbiamo da voi ricevuto, per mercede di nostre esortazioni, che lettere elegantemente scritte, e vanamente ornate di belle sentenze, pure oggi che vediamo imminente la ruina della vostra libertà, non temeremo di darvi ancora sinceri e salutari avvisi. Noi non possiamo dubitarne, o nostri cari fratelli! e se non siete determinati di accecarvi, voi pure dovete facilmente riconoscere, che il sovrano pontefice, che voi aspettate con sì amichevoli disposizioni, non sente verun affetto per la vostra città; non ne ama il soggiorno, e non viene a risedere nella sua propria sede per consolare il vostro devoto popolo, ma per cambiare la libertà vostra in servitù. Quando domanda l'abolizione delle vostre magistrature che altro desidera egli? che spera egli, se non di atterrare la colonna della romana libertà? Qual freno resterà agli audaci? quale rifugio ai deboli? se la sacra vostra società, da cui dipendono la pace, il coraggio e la tranquillità di Roma, è disciolta all'arrivo della corte? Quando il papa dovesse riporre la città nell'antico suo splendore ed in tutta la sua bellezza, quando sollevasse i Romani a tutta la maestà del loro antico impero, quando ricoprisse d'oro le vostre mura, se ciò deve farsi con pregiudizio della vostra libertà, il dover vostro vi ordina di non accettarlo. Noi vi supplichiamo soltanto di comportarvi come si conviene ai figli de' Romani, presso i quali la libertà e la virtù sono ereditarie. Mentre ancora lo potete, mentre siete ancora in tempo, mentre l'oppressore della vostra domestica libertà non è per anco tra le vostre mura, provvedete, per Dio, alla vostra salute, provvedete a quella del popolo romano: quando voi lo vogliate, quando ne saremo avvisati da qualche segno, noi impiegheremo a favor vostro tutta la nostra potenza, come se si trattasse della nostra propria libertà, della nostra propria salute; imperciocchè noi punto non ignoriamo che quando il vostro popolo sarà caduto sotto il giogo, per leggiere che possa a bella prima sembrare, noi più non saremo abbastanza forti per liberarvi[158]

In principio del seguente anno i Fiorentini scrissero di nuovo ai banderali di Roma, loro offrendo tre mila lance per difesa della loro libertà[159]. Le generose loro esortazioni ed offerte non rimasero affatto prive d'effetto; per altro i Romani ricusarono di combattere, e non accettarono le truppe offerte dalla repubblica fiorentina: soltanto richiesero dal papa meno umilianti condizioni. Gregorio XI, assicurato d'essere ricevuto in Roma, e convinto che la sua sola presenza poteva calmare l'universale rivoluzione, era partito da Avignone il 13 settembre del 1376, ma non giunse a Corneto che in sul finire dell'anno, trattenuto e respinto costantemente dai venti contrarj per più di tre mesi[160]. Il 17 gennajo rimontò finalmente il Tevere, e sbarcò a san Paolo. I Romani lo accolsero con grida di gioja mentre attraversava la città a cavallo per recarsi al Vaticano. I banderali lo avevano aspettato a porta Capena, entrando egli nella quale, avevano deposte ai suoi piedi la bacchetta del comando; ma la ripresero all'indomani, e continuarono ad amministrare la repubblica quali magistrati di uno stato sovrano, senza che il papa ardisse resistere alla loro volontà[161].

I Fiorentini, informati dell'arrivo di Gregorio XI, gli spedirono, per parte loro, ambasciatori a Roma, per chiedergli la pace a giuste condizioni[162]; ma perchè i loro trattati non ottennero il desiderato fine, ricominciò la guerra con vigore, e Bolsena si ribellò mentre il papa trovavasi nelle sue vicinanze. I Fiorentini confermarono per la seconda volta gli otto della guerra nel loro impiego. Questi magistrati non erano in origine stati creati che per un anno, ma avevano coronati i loro talenti con tanta prosperità che il popolo non poteva risolversi a dar loro dei successori. Gli otto persuasero Giovanni Acuto, che aveva terminato il tempo del suo servigio col papa, a passare al loro soldo colla compagnia inglese[163]. Ma d'altra parte Rodolfo da Camerino che fin allora era stato generale dei Fiorentini, abbandonò il loro partito, malcontento che non gli si concedesse di conquistare la città di Fabbriano, ch'erasi dichiarata libera, e sulla quale vantava alcuni diritti[164]. Il papa accolse Rodolfo con singolari dimostrazioni d'onore, e gli affidò immediatamente il comando della compagnia dei Bretoni, colla quale il signore di Camerino tenne tribolati gli alleati de' Fiorentini nella Marca d'Ancona[165].

Il conte Lucio Lando di Svevia andò allora ad attaccare Rodolfo, con tre mila cavalli fiorentini, quasi alle porte di Camerino, sua capitale; gli uccise dugento soldati, gli prese lo stendardo con mille prigionieri, e lo sforzò a fuggire quasi solo a Tolentino[166]. In appresso i Fiorentini presero san Lupidio, santa Maria Serra, e più altre castella nella Marca d'Ancona[167].

Il papa desiderava la pace coi Fiorentini, ma voleva che la loro devozione la rendesse per lui più vantaggiosa. Mentre trovavasi ancora in Avignone, la signoria gli aveva spedita santa Catarina da Siena per cercare d'addolcirlo. Il papa rimandò la santa a Firenze, assicurandola che avrebbe poste in sua mano le condizioni della pace. Ma sebbene le virtù e la conosciuta santità di Catarina ispirassero la più alta venerazione ai capi della repubblica, essi non credettero di dover consultare intorno agl'interessi della loro patria gli scrupoli d'una donna entusiasta[168]. Gregorio mandò dal canto suo ambasciatori a Firenze; e questi, che speravano di fare maggiore impressione sul popolo che sul governo, non vollero esporre la loro missione che in presenza d'un parlamento adunato. In questo recitarono un artificioso discorso: il pontefice, essi dissero, ben sapeva che il popolo non voleva la guerra; la quale era l'opera di alcuni capi ambiziosi che si arricchivano nella pubblica miseria, che di già avevano conservato il loro impiego oltre il tempo fissato da tutte le leggi, e si lusingavano di ridurre ben tosto in servitù quel popolo, che traviavano in nome della libertà. Gregorio chiedeva soltanto che i Fiorentini deponessero i loro perfidi magistrati, ed in appresso era disposto ad accordar loro la pace a quelle condizioni ch'essi medesimi avrebbero desiderato. Il gonfaloniere rispose agli ambasciatori a nome del popolo. Che lunghe ingiurie abbisognarono, e le prove della più sfrenata ambizione degli ecclesiastici per istaccare i Fiorentini dal partito della Chiesa, cui si mostrarono tanto tempo fedeli: che tante offese avevano finalmente stancata la loro sofferenza, ond'erano unanimi nella presa opposizione: che non pertanto desideravano sempre i Fiorentini la pace, ma che dovevasi ben credere che le condizioni della pace dovessero essere svantaggiose a coloro che avevano imprudentemente provocata la guerra[169].

Il pontefice, irritato da questa risposta, raddoppiò le pene ecclesiastiche pronunciate contro i Fiorentini, e scrisse di nuovo, non più a tutti i sovrani, ma a tutte le città, per persuaderle a confiscare le proprietà de' suoi nemici. Dall'altro canto i Fiorentini, che fino a tale epoca avevano osservato gl'interdetti pronunciati dal pontefice, risolsero di non rimanere soggetti ad un'ingiusta sentenza. Fecero aprire tutte le chiese, e costrinsero i preti a celebrare l'ufficio divino colla stessa solennità, come se l'interdetto non fosse stato pronunciato[170].

Un nipote del papa aveva tentato, alla testa de' Bretoni, di entrare nella Maremma di Siena, e fu forzato di dare a dietro in faccia ad Acuto. Ma più che le armi tornarono utili gl'intrighi alla corte pontificia. Erasi scoperta in Bologna una congiura in favore dei Pepoli, in sul finire del precedente anno, e Taddeo degli Azzoguidi era stato esiliato da questa città con una parte della fazione dello scacchiere[171]. Il restante di questa fazione, fedele alla libertà ed agl'interessi de' Fiorentini, mutò nome in quest'occasione, e si chiamò Raspanti. Le famiglie de' Bentivogli, Salicetti, Azzoguidi, Bianchi e Gozzadini entrarono nella nuova fazione de' Raspanti, e sotto questo nome governarono la repubblica.

Ma in marzo del 1377 la sorte diede ai Bolognesi un gonfaloniere ed otto anziani dell'opposta fazione, o de' Maltraversi. Questi, dopo avere guadagnato destramente il favore del popolo, ed assicurata la loro autorità, fecero arrestare in un solo giorno tutti i capi dei Raspanti, e spedirono al legato del papa, che allora trovavasi a Ferrara, per domandargli una tregua, onde trattare con lui una pace separata. Gregorio XI accolse avidamente quest'offerta, e non si mostrò difficile nelle condizioni. Domandò soltanto che fosse ricevuto in Bologna un vicario pontificio, non per comandare in effetto, ma per averne soltanto l'apparenza: e perchè non si concepisse veruna diffidenza, nominò per tale incumbenza uno degli ambasciatori della repubblica, che era dottore di legge[172]. Acconsentì espressamente che Bologna continuasse a governarsi liberamente ed in comune[173]; ed a tali condizioni essendo stata il 21 agosto segnata la pace in Anagni, si pubblicò a Bologna in principio di settembre[174].

Circa lo stesso tempo il prefetto di Vico fece pure una separata pace colla Chiesa[175]; onde i Fiorentini, vedendosi abbandonati dai due più potenti alleati, pensarono seriamente a mettere fine alla guerra. Il vescovo d'Urbino, ambasciatore del papa, propose loro di prendere per arbitro un loro alleato, Barnabò Visconti, ed infatti i Fiorentini acconsentirono di aprire, sotto la sua mediazione, un congresso a Sarzana. Barnabò recossi il primo in questa città in principio del 1378. Vi giunsero poco dopo il cardinale d'Amiens e l'arcivescovo di Narbona legati del papa. Il conte di Brienne e l'arcivescovo di Laon arrivarono in appresso come ambasciatori del re di Francia; ed in breve vi si adunarono i deputati fiorentini e quelli delle città alleate.

Le conferenze cominciarono il 12 di marzo, e si potè allora travedere dietro quali segrete intelligenze aveva il papa scelto arbitro il suo più antico nemico, e l'alleato de' Fiorentini. Barnabò Visconti aveva convenuto col papa di dividere con lui il danaro che farebbe pagare alla repubblica. Propose nella sua qualità di arbitro, che i confederati dessero al papa l'enorme somma di ottocento mila fiorini per le spese della guerra. Le decisioni degli arbitri venivano risguardate come inappellabili; tutti gli alleati de' Fiorentini più omai non li secondavano che assai mollemente, e gli ambasciatori delle repubbliche si videro forzati d'aprire la negoziazione su questa base; e forse la pace sarebbesi conchiusa a condizioni svantaggiosissime per gli alleati, se la notizia della malattia del papa, attaccato dalla pietra, e poco dopo quella della sua morte, accaduta in Roma il 27 marzo del 1378, non avesse sciolto il congresso di Sarzana[176]. Tutti gli ambasciatori tornarono a casa loro senza nulla avere conchiuso, ed il gran scisma d'Occidente, che tenne dietro alla morte di Gregorio XI, permise ben tosto ai Fiorentini di trattare colla Chiesa sotto più favorevoli auspicj[177].