CAPITOLO L.

Gran scisma d'Occidente. — Congiura de' Ciompi a Firenze. — La regina Giovanna spogliata del regno da Carlo di Durazzo.

1378 = 1381.

L'accanita guerra nella quale le repubbliche italiane avevano preso parte contro la corte di Roma, fu tutt'ad un tratto sospesa dalla morte di Gregorio XI, la quale mutava i rapporti delle potenze e de' popoli d'Italia. L'odio contro i Francesi, che avevano usurpate tutte le dignità e tutti i poteri della Chiesa, aveva strascinati gl'Italiani a muovere guerra alla chiesa medesima; e dopo la morte di Gregorio XI, lo stesso odio attaccò gl'Italiani alla difesa del suo successore. I pontefici ed i prelati d'Avignone avevano congiurato contro la libertà italiana; perfida ed ambiziosa era la loro politica, formidabile la loro potenza. Avevano essi introdotta in Italia la feroce banda de' Bretoni; facevano servire ai loro progetti la versatilità e la perfidia de' tiranni lombardi; erano sicuri dell'ubbidienza della regina Giovanna di Napoli, della protezione e degli ajuti del re di Francia; e per ultimo la superstizione, sebbene molte volte conculcata, rilevavasi e tornava opportuna in loro soccorso, tostocchè i loro avversari provavano qualche sinistro. Tutta questa potenza venne distrutta dal gran scisma d'occidente; la corte di Roma venne privata dell'appoggio degli oltramontani, e le sue ricchezze divise tra due competitori e dissipate in una guerra civile, più non bastarono ad assoldare armate, ed a corrompere traditori; onde il pontefice italiano si trovò in balìa di quelle repubbliche, che il suo predecessore voleva distruggere. Fortunatamente l'odio di queste erasi spento col pericolo che avevano corso.

Gregorio XI era morto a Roma nella notte del 27 marzo del 1378; e le esequie e le novene celebrate pel riposo dell'anima sua durarono fino al 7 d'aprile. In tal giorno i cardinali entrarono in conclave, dopo avere nominato per invigilare alla loro sicurezza, otto ufficiali, cioè due vescovi, tre laici romani e tre francesi[178].

La chiesa romana aveva allora ventitre cardinali, sei de' quali erano rimasti in Avignone, ed un altro trovavasi legato in Toscana. Soli sedici entrarono dunque in conclave nel palazzo del Vaticano[179], de' quali undici erano francesi, uno spagnuolo, e quattro italiani[180].

Durante il tempo consacrato in apparenza alle esequie del precedente papa, i cardinali chiamati ad eleggere il successore avevano di già cominciati gli intrighi preparatorj a così importante nomina. I Francesi, che di lunga mano formavano il maggior numero, erano divisi in due fazioni. I Limosini sollevati alla romana porpora da Gregorio XI da Clemente VI eccitavano la gelosia di tutti gli altri. Non volevasi permettere che la santa sede continuasse ad essere una proprietà d'una sola provincia, e quasi d'una sola famiglia. Altronde, i Limosini, che formavano un partito regolare e numeroso, lusingavansi di dirigere l'elezione a modo loro. In mezzo a tali contese, che non erano chiuse nel sacro collegio, ma di già rendevansi pubbliche, vedevasi l'un partito e l'altro egualmente determinato a non eleggere un italiano. L'avversione de' cardinali francesi pel soggiorno di Roma era abbastanza conosciuto, e si prevedeva che il nuovo pontefice sarebbesi affrettato di ricondurre la corte in Avignone. Questo timore eccitò in Roma il più vivo fermento: il popolo s'attruppò intorno al palazzo del Vaticano il giorno medesimo in cui i cardinali si chiusero in conclave, per vedere se colle sue grida potesse avere qualche influenza nella scelta. Romano lo volemo lo papa, gridavano, romano lo volemo, o almanco italiano[181]. Nel momento in cui i cardinali erano entrati in conclave, la folla si era con loro precipitata in palazzo, e questi maledetti romani, dice il biografo di Gregorio XI, erano armati, e ricusavano d'uscire. Per altro dopo un'ora di tumulto, il vescovo di Marsiglia li persuase tutti a ritirarsi, ad eccezione di una quarantina, i quali visitavano tutti gli angoli dell'appartamento sotto colore d'assicurarsi che non vi fossero corazzieri nascosti nel palazzo, e che non vi fosse qualche segreta uscita, o qualche mezzo di comunicazione col di fuori[182]. Mentre praticavano queste indagini, che accrescevano l'inquietudine de' cardinali, il rimanente del popolo, adunato innanzi alle porte, non cessava di gridare, romano lo volemo, romano.

Prima che la plebaglia si fosse ritirata, due de' banderali di Roma vennero in deputazione per parte di questa magistratura, e chiesero udienza ai cardinali, che li ricevettero nella piccola cappella del Vaticano. I banderali rappresentarono al sacro collegio quanto l'intera cristianità aveva sofferto per avere i papi stabilita la loro residenza fuori d'Italia. A Roma i templi ed i sacri edificj ruinavano; alcuni cardinali non avevano pure visitate, in tutto il tempo della loro vita, le chiese di cui portavano il titolo; essi le lasciavano derelitte, sebbene loro ne incumbesse il mantenimento. Lo stato ecclesiastico era stato invaso, dopo partiti i papi, dai tiranni che se lo erano diviso, e non erasi riacquistato dal cardinale Albornoz che dopo un'accanita guerra con grave dispendio del sangue dei popoli, e dei tesori della cristianità. Era poi stato abbandonato a ministri venali, insolenti ed arbitrari, i quali avevano fatta scoppiare una generale rebellione, governando in un modo così diverso dal paterno modo della antica Chiesa. Una guerra generale erasi accesa in Italia, ed il restante del mondo cristiano si era esaurito per volere riacquistare province ch'erano state forzate a ribellarsi. Fu per una veramente particolare disposizione della Provvidenza, aggiugnevano, che il buon papa Gregorio è venuto a morire in Roma, affinchè il senato della Chiesa, dovendosi di nuovo adunare nella di lei capitale, fosse più a portata di conoscere i sentimenti della greggia cui deve dare un pastore, e che i cardinali, organi de' Romani, che in altri tempi sceglievano il proprio vescovo coi loro suffragi, si uniformassero fedelmente alle intenzioni di coloro, che sono incaricati già da alcun tempo di rappresentare[183].

I banderali ritiraronsi per lasciar deliberare i cardinali; poi furono nuovamente introdotti, e Pietro Corsino, cardinale di Firenze, loro rispose a nome del sacro collegio: che maravigliavasi della loro pretesa d'influire sopra un'elezione, alla quale, nè il rispetto, nè il timore, nè il favore, nè le grida del popolo dovevano aver parte; che i cardinali andavano ad udire la messa dello Spirito Santo, e che lo Spirito Santo determinerebbe solo colla sua ispirazione la scelta che farebbero[184]. I banderali si ritirarono poco soddisfatti di questa risposta, ed il popolo rinnovò le grida, un romano volemo, un romano.

Malgrado la fermezza con cui il cardinale vescovo di Firenze aveva risposto, i clamori del popolo non lasciavano d'influire sul sacro collegio. I cardinali esponevansi senza dubbio ad un grandissimo pericolo, se totalmente disprezzavano la volontà di un popolo, pel quale la scelta del suo pastore era della più alta importanza. I Romani non avevano dimenticato, che il diritto di eleggere il papa loro spettava tre soli secoli avanti; e più tardi ancora Luigi di Baviera e Cola da Rienzo avevano rinfrescata la memoria di quest'importante privilegio. Il partito degl'Italiani acquistò in conclave maggiore influenza, e la sua alleanza venne a gara ricercata dalle due opposte fazioni dei Limosini e del cardinale di Ginevra[185]. La sola loro adesione poteva decidere la pluralità dei due terzi dei suffragi necessarj per eleggere un papa[186].

I Limosini, veduta l'impossibilità di fare che l'elezione cadesse sopra uno di loro, scelsero una delle loro creature, che loro sembrava affatto proprio a conciliare tutti i suffragi; era questi Bartolomeo Prignani, arcivescovo di Bari, nato nel regno di Napoli. Costui era stato chiamato in Avignone dal cardinale di Pamplona, limosino, cancelliere della Chiesa, il quale lo aveva lungo tempo occupato nelle cose della cancelleria. L'arcivescovo di Bari aveva vissuto tanti anni in Francia, che quasi ritenevasi per francese; era suddito della regina di Napoli, protettrice del partito opposto ai Limosini; come italiano doveva piacere ai cardinali di questa nazione; e finalmente l'arcivescovo di Bari, allora in età di circa sessant'anni, godeva opinione d'essere uomo dotto e religioso assai.

Poichè i cardinali d'Aigrefeuille e di Poitiers, capi del partito limosino, ebbero presentite le disposizioni dei loro colleghi, il primo, all'indomani del loro congresso in conclave, chiese, immediatamente dopo la messa dello Spirito Santo, che si raccogliessero i suffragi, sembrandogli che il sacro collegio fosse bastantemente d'accordo[187].

Essendosi tutti posti a sedere, tenendo l'ordine dell'anzianità, il cardinale di Firenze ch'era il primo dei vescovi, nominò ad alta voce per papa il cardinale di san Pietro. Il cardinale di Limoges, ch'era il secondo tra i vescovi, levossi e disse: «Il signor cardinale di san Pietro non ci conviene per papa, perchè è romano; parrebbe, eleggendolo, che noi avessimo ceduto alla violenza, ed ai clamori del popolo; inoltre egli è vecchio ed infermo. Nè il cardinale di Firenze ci conviene meglio perchè appartiene ad una città attualmente in guerra colla Chiesa. Rifiutò egualmente il cardinale di Milano, suddito di un tiranno, e del più acerrimo nemico della religione. Per ultimo il cardinale Giacomo Orsini è romano, ed è troppo giovane. Perciò adunque io eleggo e scelgo per papa il signor Bartolomeo arcivescovo di Bari[188]

I Cardinali di Glandeve, d'Aigrefeuille, di Ginevra, di Milano, tutti finalmente diedero il loro suffragio all'arcivescovo di Bari, ad eccezione del cardinale di Firenze, che aveva di già emesso il suo, e del cardinale Orsini, che dichiarò di non volere in quel giorno eleggere il papa. Essendosi i cardinali ritirati nelle loro celle per dire le loro ore, si riunirono poco dopo nella cappella e fecero un secondo giro di suffragi. Il cardinale di Firenze si unì alla maggiorità, e diede la sua voce cogli altri all'arcivescovo di Bari, che fu canonicamente eletto. Il solo Orsini si mantenne nella sua opposizione. Aveva aspirato egli stesso al pontificato, ed erasi lusingato di ottenerlo, coll'ajuto delle grida del popolo, che andava sulla piazza ripetendo, romano lo volemo[189]!

Frattanto i cardinali temevano d'annunciare al popolo che l'eletto papa non era romano, tanto più che per antica consuetudine era permessa una grande licenza nel momento dell'elezione, e che il popolo s'arrogava il diritto di saccheggiare il palazzo del nuovo pontefice. Siccome le grida raddoppiavano innanzi al Vaticano, il cardinale Orsini s'affacciò ad una finestra, e fece fare silenzio, dicendo al popolo che il papa era nominato. Quando gliene fu chiesto il nome, rispose: andate a san Pietro, e lo saprete. Il vocabolo di san Pietro, ripetuto nella folla, fece credere che fosse stato eletto il cardinale di san Pietro: tutta la città tripudiò e la casa del Tebaldeschi, cardinale di san Pietro, fu saccheggiata da cima in fondo. Mentre il popolo vi accorreva, i cardinali avevano fatto entrare in Vaticano l'arcivescovo di Bari con molti altri prelati. Il popolaccio di ritorno dal saccheggio, vedendo che non aprivasi il palazzo, ne atterrò le porte per rendere omaggio al cardinale di san Pietro; e l'inquietudine de' cardinali raddoppiò, quando videro che il popolo credeva di avere ottenuto quanto desiderava, e che conveniva disingannarlo. Cercarono perciò di salvarsi colla fuga gli uni per la gran porta che il popolo aveva atterrata, altri per le camere dei cappellani, e quando nel fuggire si scontravano nella folla, la confermavano nel suo errore. I Romani si precipitavano nella piccola cappella ov'era rimasto il cardinale di san Pietro, l'adoravano e gli chiedevano la benedizione. Il vecchio Tebaldeschi poteva gridare a posta sua: «non sono io l'eletto, io non sono papa; nè voglio esserlo.» La debole sua voce non era udita in tanto tumulto, e que' medesimi che potevano udirlo, credevano che dicesse così per modestia[190]. Più l'errore andava accreditandosi e più i cardinali temevano l'istante in cui il popolo verrebbe tolto d'inganno; perciò la maggior parte di loro uscì di città dopo aver detto ai loro amici che il vero papa era l'arcivescovo di Bari. I cardinali Orsini e sant'Eustachio si rinchiusero a Vicovaro, Roberto di Ginevra a Zagarolo, quelli di Limoges, d'Aigrefeuille, di Poitou, di Viviers, di Bretagna e di Marmoutiers ritiraronsi in castel sant'Angelo, il cardinale di sant'Angelo si riparò a Guardia, e gli altri di Firenze, di Milano, di Montmayeur, di Glandeve e di Luna, rimasero soli nelle proprie case.

Frattanto l'arcivescovo di Bari era in Vaticano, e non meno atterrito degli altri, stava nascosto in una segreta camera, mentre il popolo saccheggiava tutte le provvigioni fatte per il conclave. La susseguente mattina, il 9 aprile, quest'arcivescovo mandò Tommaso d'Acerno, vescovo di Lucera, dal quale abbiamo presa la maggior parte di queste particolarità, ad intendere dai cardinali cosa foss'egli, e cosa dovesse fare. Il cardinale di Fiorenza rispose che l'arcivescovo di Bari era il vero e legittimo papa; mandò ad informare dell'accaduto i banderali, che stavano adunati in Campidoglio, e siccome il popolo erasi calmato, i banderali promisero che il nuovo pontefice sarebbe accetto al popolo, e riconosciuto, sebbene non romano. Frattanto i cinque cardinali rimasti in Roma recaronsi in Vaticano presso l'arcivescovo di Bari, che per anco non aveva accettata la sua elezione. Fu d'uopo spedir varj messi ai cardinali chiusi in sant'Angelo, prima che si potesse persuaderli ad uscire[191]. Vennero finalmente ad unirsi agli altri; ed allora il cardinale di Firenze, come decano, presentò l'arcivescovo di Bari al sacro collegio con un sermone su questo testo; Talis debebat esse, ut esset nobis pontifex impollutus: l'eletto prese per testo della sua risposta: timor et tremor venerunt super me, et contexerunt me tenebrae. Per uniformarsi al suo testo non parlò che dello spavento che gli cagionava così alta dignità, e della sua incapacità di occupare degnamente il pontificato. Il cardinale di Firenze interruppe questo discorso, pregandolo di lasciare per allora da un canto la spiegazione e la parafrasi del suo testo; poichè non costumavasi di fare in quell'istante un discorso formale; e lo strinse a dire positivamente se accettava l'elezione che di lui era stata fatta in nome del Signore. L'arcivescovo di Bari rispose che l'accettava, prese il nome d'Urbano VI, ed i cardinali, avendo intuonato il Te Deum, l'innalzarono sul trono[192].

Nei successivi giorni i cardinali d'Aigrefeuille, di Limoge e di Poitou, che avevano avuta la principale parte nell'elezione d'Urbano VI, chiesero e da lui ottennero alcune grazie. Durante la settimana santa i cardinali, ch'eransi allontanati, tornarono a Roma, e tutti assistettero alla coronazione il giorno di Pasqua, e l'accompagnarono in pompa alla basilica di san Giovanni di Laterano[193].

Per tal modo l'elezione del capo della Chiesa era compiuta: il tumulto del popolo che l'aveva accompagnata non aveva altrimenti determinata la scelta de' cardinali, che per lo contrario temevano d'avere con questa medesima scelta provocato lo sdegno del popolo. Altronde essi avevano riconosciuta e confermata nella calma un'elezione ch'era stata accompagnata da alcune burrascose circostanze. Ma comunque regolare fosse quest'elezione, era essenzialmente cattiva, perciocchè la scelta dei cardinali difficilmente avrebbe potuto cadere sopra un uomo più imprudente, più collerico, più vano, e più proprio a farsi odiare. A questi difetti soltanto conviene attribuire l'abbandono in cui si trovò ben tosto, quando l'intero collegio de' cardinali, che l'aveva creato e riconosciuto, dichiarossi contro di lui.

Urbano cominciò ad alienare i prelati della sua corte con i suoi sforzi per la riforma della Chiesa. Petrarca aveva spesse volte rimproverato agli ecclesiastici francesi la loro ghiottonerìa; Urbano volle ridurli a non avere che un solo piatto sulla mensa, ed egli medesimo ne dava l'esempio. Volle altresì frenare la simonia, e minacciò di scomunicare i cardinali che accettassero doni. Queste lodevoli riforme non erano nè annunciate, nè eseguite colla debita moderazione e prudenza. In altre occasioni il pontefice si fece ancora conoscere mancante di queste virtù. Egli annunciò la sua ferma disposizione di non lasciar più Roma, ed ordinò ai cardinali di prepararsi a passarvi gl'inverni. I banderali di Roma avendolo pregato di fare una nuova promozione, secondo la costumanza degli altri pontefici, egli rispose in presenza de' cardinali oltramontani, che non solo aveva determinato di fare una promozione, ma che la farebbe così numerosa, che d'ora innanzi i cardinali romani ed italiani sarebbero nel sacro collegio più potenti che gli stranieri. Il cardinale di Ginevra, che trovavasi presente a questa risposta impallidì per la collera, ed uscì all'istante. Ne' concistori segreti Urbano VI usava ancora minore ritenutezza; interrompeva i cardinali coi più offensivi discorsi; hai parlato abbastanza, diceva ad uno; taci, che non sai quello che tu ti dica, diceva ad un altro. Ed una volta giunse perfino all'eccesso di chiamare sciocco il cardinale Orsini[194], e di dire al cardinale di san Marcello, quando questi tornò dalla sua legazione di Toscana, che aveva rubato il danaro della Chiesa: tu ne menti come un Calabrese, rispose lo sdegnato prelato, che sentiva come gentiluomo francese l'ingiuria che gli si faceva[195].

I cardinali, cui la rozzezza del papa riusciva insopportabile[196], ottennero gli uni dopo gli altri la licenza di ritirarsi ad Anagni, ove, in conformità degli ordini dati da Gregorio, avevano fatti degli apparecchi per passarvi l'estate. Urbano VI, che dopo la loro partenza era rimasto in Roma, invece di seguirli, come n'aveva avuto prima intenzione, andò a stabilirsi a Tivoli, e loro ordinò di raggiugnerlo. I cardinali, che avevano fatte ragguardevoli spese, e che si trovavano senza danaro, non volevano abbandonare tutti gli apparecchi che avevano fatti ad Anagni, ed esporsi a maggiori spese a Tivoli, ove non eranvi case in istato di riceverli. Mentre disputavano intorno a quest'ordine, riscaldando l'odio loro contro Urbano VI col ricordare le ingiurie da lui ricevute, Onorato Caietano, conte di Fondi, venne a ritrovarli ed aggiunse la sua collera all'odio loro. Egli aveva prestati mille fiorini a Gregorio XI, ed Urbano ricusava di restituire questa somma, e perfino di riconoscere il debito, pretendendo che il suo predecessore avesse erogata tale somma in suo privato uso e non a vantaggio della Chiesa. Aveva fatto di più; inasprito da questa contesa, aveva dichiarato il conte di Fondi decaduto dalla contea di Campania, e gli aveva sostituito il suo personale nemico, Tommaso di S. Severino. Il conte di Fondi aveva di già cercato di farsi giustizia colle armi, e si era colla forza reso padrone di alcuni castelli della Campania[197].

Era la fine di giugno quando i cardinali si erano ritirati ad Anagni; l'arcivescovo d'Arles cameriere del defunto papa Gregorio XI, andò a raggiugnerli, portando loro la tiara ed i giojelli della corona. Il comandante di castel sant'Angelo, creatura del cardinale di Montmayeur, ricusò di più oltre ricevere gli ordini d'Urbano VI; il cardinale d'Amiens procurò l'alleanza di Francesco di Vico, signore di Viterbo, prefetto di Roma e ribellatosi contro la Chiesa[198]. Finalmente il cardinale di Ginevra, che aveva avute colla compagnia de' Bretoni troppo strette relazioni pel suo onore, trattò con questa compagnia per farla passare in Anagni al servizio de' cardinali. I Romani vollero fermarlo al passaggio del ponte Salario, ma vi furono rotti colla perdita di più di cinque cento uomini. I cardinali, resi orgogliosi da questa vittoria e dal sentimento delle loro forze, dichiararono al papa che più non ritornerebbero presso di lui, nè a Tivoli, nè a Roma; consultarono seriamente se dovevano dargli un coadjutore per amministrare la Chiesa, e dopo qualche incertezza, deliberarono di annullare piuttosto la sua elezione sotto pretesto che non era stata libera.

Ma non si ridussero subito a quest'estremo, perchè i cardinali italiani, non meno scontenti del papa di quel che lo fossero i francesi, temevano non pertanto di entrare in disamine, e di far passi, che potessero richiamare la santa sede al di là dai monti. Cercavano adunque di farsi mediatori tra i due partiti. Tutti e quattro assistettero a diversi concistori tenuti da Urbano VI a Tivoli; quelli di Firenze, di Milano, e l'Orsini stabilirono la loro dimora a Subiaco presso Anagni, e quando i cardinali francesi abbandonarono in agosto Anagni per recarsi a Fondi, colà invitati dal conte di quella città, i tre italiani li seguirono fino a Suessa. Il quarto, Tebaldeschi, cardinale di san Pietro, tornò a Roma col papa, e colà morì, dichiarando quando stava per spirare, ch'egli teneva Urbano VI per legittimo pastore della Chiesa[199].

La morte del Tebaldeschi privò Urbano VI del solo cardinale che gli fosse rimasto veramente fedele; i tre italiani senza rifiutarlo, e senza volere compiutamente associarsi agli oltramontani, avevano cessato di ubbidirgli; ed i francesi, poichè furono sicuri dell'appoggio del re di Francia e della regina Giovanna, pronunciarono di comune consentimento, il 9 agosto 1378, che la santa sede era vacante. Dichiararono che Bartolomeo Prignani, che facevasi chiamare Urbano VI, era stato illegalmente eletto in mezzo ad un popolo ammutinato; e perchè essi formavano più de' due terzi del sacro collegio, protestarono solennemente contro un'elezione, che dichiaravano nulla, poichè l'avevano fatta contro la loro volontà.

Urbano VI, ch'era rimasto solo a Roma, ove non aveva potuto richiamare nè pure i cardinali italiani, fece nella festa dei quattro tempi di settembre una promozione di ventinove nuovi cardinali. I cardinali anziani inaspriti da tale notizia, tennero il 20 settembre un concistoro a Fondi nel quale determinarono di chiudersi in conclave per procedere all'elezione di un nuovo papa. La scelta cadde ben tosto sopra Roberto di Ginevra; i suoi talenti ed il suo carattere fecero loro dimenticare la carnificina di Cesena, e lo scandalo della guerra di Romagna. Roberto prese il nome di Clemente VII; i cardinali italiani non vollero dargli le loro voci, ma nemmeno tornarono a Roma. Essi ritiraronsi in diverse ville della Campania, o ne' castelli degli Orsini, senza prendere apertamente parte nello scisma, che incominciò a quest'epoca a dividere il cristianesimo[200]. La Spagna e la Francia seguirono colla regina di Napoli le parti di Clemente VII; l'Italia, la Germania, l'Inghilterra, l'Ungheria ed il Portogallo s'attaccarono ad Urbano VI. Intanto l'autorità pontificia fu quasi distrutta dalla divisione della Chiesa fra due uomini, niuno de' quali poteva conciliarsi il rispetto del mondo cristiano.

In uno de' concistori da Urbano VI preseduti a Tivoli coll'assistenza de' quattro cardinali italiani, egli aveva sottoscritta la pace colla repubblica fiorentina a condizioni affatto diverse da quelle che aveva domandato Gregorio XI nel congresso di Sarzana. Le ostilità non eransi rinnovate dopo lo scioglimento di questo congresso, non avendo la repubblica voluto esasperare il nuovo pontefice; ed aveva cercato di buon ora di approfittare delle difficoltà in cui trovavasi ravvolto, per riprendere il trattato. Ella acconsentì di pagargli per i danni della guerra settanta mila fiorini entro un anno, e cento ottanta mila nello spazio di quattro anni; ed in cambio la repubblica venne assolta con tutti i suoi alleati dalle censure ecclesiastiche nelle quali era incorsa[201].

Potrebbe taluno maravigliarsi come, dopo tante vittorie ottenute in una giusta guerra, la repubblica acconsentisse ancora a pagare indennizzazioni ad un nemico ch'ella non poteva più temere; ma tutte le guerre delle altre potenze colla Chiesa eransi terminate nello stesso modo, ed i popoli si credevano obbligati di cancellare con un clamoroso soddisfacimento lo scandalo dato alla cristianità, combattendo il comune pastore. Altronde Firenze non era omai più in istato di proseguire le sue vittorie, come non lo era il papa di vendicarsi. L'una e l'altra potenza erano nello stesso tempo indebolite da un'interna discordia, che loro non permetteva di pensare agli affari esterni. L'anno 1378 non fu meno funesto alla pace di Firenze, che a quella della Chiesa: essa fu l'epoca della più violenta rivoluzione della repubblica, e del gran scisma della Chiesa.

Le due fazioni che dovevano scuotere lo stato, avevano annunziata la loro esistenza durante la guerra colla Chiesa; erano esse nate dalla divisione tra gli Albizzi ed i Ricci, di cui abbiamo altrove parlato. I primi, alleati colle più antiche famiglie guelfe, che cominciavasi allora ad indicare col nome di nobiltà popolare, erano secondati dalla magistratura di parte guelfa. Pietro degli Albizzi, Lapo di Castiglionchio e Carlo Strozzi erano capi di questa fazione. Il capo dell'opposta parte, Uguccione dei Ricci, era morto, dopo avere in parte perduta la sua popolarità; ma Giorgio Scala e Tommaso Strozzi l'avevano rimpiazzato. La fazione loro era la democratica; pure vi si trovavano altresì i Ricci, gli Alberti ed i Medici, che, come i loro avversarj, facevano parte della nobiltà popolare. Le loro famiglie di origine egualmente plebea, eransi da lungo tempo, per mezzo del commercio, innalzate ad una grande ricchezza e ad un grandissimo credito.

La fazione dei Ricci era stata gagliardamente abbassata nel 1372, quando un gran numero de' suoi membri vennero esclusi dal governo o ammoniti come Ghibellini; ma ella si era rialzata in tempo della guerra colla Chiesa. L'intera repubblica pareva che avesse adottati i principj dei Ghibellini; e gli otto della guerra, che avevano procurato alle armi di Firenze così grandi successi, e che erano stati così gloriosamente riconfermati d'anno in anno, appartenevano tutti al partito dei Ricci o dei Ghibellini[202].

Due magistrature di parte esistevano dunque nella repubblica in opposizione l'una coll'altra; e si videro con maraviglia, verso il fine della guerra colla Chiesa, i capitani di parte guelfa, resi arditi dalla gelosia che gli otto della guerra avevano in fine eccitata, attaccarsi ai loro clienti, talvolta a loro medesimi per ammonirli come Ghibellini. Furono veduti fare un irremissibile delitto ai figliuoli dell'avere i loro antenati fatta guerra alla Chiesa uno o due secoli prima; mentre essi, mentre la repubblica, trovavansi in guerra colla Chiesa; mentre questa spigneva i suoi attacchi con un vigore che gli antichi Ghibellini non avevano conosciuto[203].

La parte guelfa, resa forte dall'unione di tutti coloro ch'erano gelosi degli otto della guerra e dall'antica nobiltà, pensò di potere approfittare alla morte di Gregorio XI dei trattati di pace colla Chiesa per ricuperare un assoluto impero sopra la repubblica. Avevano essi troppo inasprita l'opposta fazione, perchè fosse ancora possibile un riconciliamento; perciò erano essi determinati di cacciare fuori di città i loro avversarj, dietro l'esempio degli antichi guelfi, e d'impadronirsi a viva forza del palazzo dei priori[204]. Era in aprile del 1378, quando i tre capi di parte deliberarono intorno a questo progetto. Lapo di Castiglionchio ne voleva affrettare l'esecuzione, tanto più che le borse donde si tiravano a sorte i priori, essendo quasi vuote, sapevasi che vi restava ancora una signoria affatto ghibellina, di cui Salvestro de' Medici, uomo intraprendente, ed uno de' più pericolosi avversarj dei Ricci, sarebbe gonfaloniere. Quando questi magistrati sarebbero in seggio, si poteva temere che essi medesimi non cominciassero l'attacco. Pietro degli Albizzi per lo contrario voleva differire fino alla prossima festa di san Giovanni, per approfittare dell'affluenza dei contadini, che in tal giorno accorrevano da ogni banda alla città, confondendo tra questi gli uomini di cui volevano servirsi. Lapo acconsentì di mal animo a questo ritardo; furono prese delle misure insufficienti per impedire che Salvestro de' Medici occupasse la carica di gonfaloniere, e si aspettò in riposo la prossima estrazione[205].

Questa diede la signoria dei mesi di maggio e di giugno, alla testa della quale si trovò Salvestro de' Medici come gonfaloniere[206]. Il Medici d'accordo con Benedetto Alberti, Tommaso Strozzi e Giorgio Scali, erano risoluti di opporsi alle usurpazioni segrete dei grandi. Volevano impedire ai capitani di parte guelfa di cambiare la costituzione in oligarchia coll'ajuto delle vane accuse di ghibellinismo. La sorte aveva designato Salvestro de' Medici il 18 giugno per essere prevosto; dignità che gli dava il diritto di proporre ai consigli nuove leggi e riforme[207]. Egli ne approfittò per far adunare il consiglio del popolo, mentre in un'altra sala del pubblico palazzo egli presiedeva al collegio delle compagnie. Propose a quest'ultima assemblea una legge, che rinnovava l'ordinanza di giustizia contro i grandi, che minorava l'autorità dei capitani di parte, e che apriva agli ammoniti una strada per ricuperare gli onori dello stato. Questa legge incontrò una gagliarda opposizione nel collegio. Allora Salvestro, abbandonando il suo luogo senz'essere osservato, passò nella sala ove stava adunato il consiglio del popolo. «Io aveva creduto, diss'egli, che il mio dovere di gonfaloniere mi obbligasse a reprimere l'insolenza de' grandi, ed a correggere leggi, il di cui abuso forma l'infelicità della repubblica; ma ho trovato tra i nemici del popolo una così gagliarda opposizione, che lungi dal poter apportare rimedio al male, non mi è pure permesso di far conoscere ai miei concittadini i regolamenti che aveva proposti. Poichè trovomi nell'impossibilità di fare il bene, non voglio più lungo tempo occupare una carica, di cui la pubblica diffidenza mi toglie d'esercitarne la più augusta funzione. Io rinuncio al gonfalone, e torno a casa mia per vivere da privato[208].» Nel pronunciare queste parole Salvestro scese dalla tribuna. Ma il suo discorso aveva eccitato in consiglio il più vivo fermento. Entraronvi i priori ed il collegio per calmare il tumulto, e ritennero Salvestro de' Medici, che partiva, o fingeva di partire. Frattanto tutto il partito degli Albizzi era dai plebei minacciato; Carlo Strozzi venne preso al collare da un plebeo, che gli disse essere giunto il termine della potenza de' grandi[209]. E perchè le parti si riscaldavano, Benedetto degli Alberti s'avvicinò alla finestra, e chiamò i cittadini alle armi, gridando viva il popolo! All'istante si chiusero le botteghe, la piazza si empì di persone armate, che colle loro acclamazioni diedero subito a conoscere, ch'erano del partito degli otto della guerra e de' plebei. Dall'altro canto i gentiluomini e gli amici degli Albizzi eransi adunati nel palazzo della parte guelfa, ma non trovandovisi che in numero di circa trecento, si separarono volontariamente. Il collegio intanto s'accorse d'essere il più debole, onde approvò la legge proposta da Salvestro de' Medici, che prima aveva rifiutata. Questa legge venne immediatamente portata al consiglio del popolo, che la sanzionò[210].

Il movimento popolare pareva calmato, i cittadini ed i consiglieri del popolo si ritiravano in pace alle case loro; ma ognuno era d'opinione che la contesa non fosse finita; che i vinti non soggiacerebbero alla disfatta, e che i vincitori non sarebbero contenti della loro vittoria. Di già i più timidi si premunivano contro le rivoluzioni credute inevitabili. Gli uni afforzavano le case loro, altri trasportavano nelle chiese o ne' monasteri i loro più preziosi effetti, onde porli in sicuro; le botteghe non si aprivano, e l'aspetto della città annunziava la diffidenza o la guerra.

Il domani l'altro era giorno di domenica; ed i corpi delle arti e mestieri approfittarono di questo dì di riposo per adunarsi tutti separatamente; nominarono commissarj per conferire coi priori intorno allo stato della repubblica; e le loro deliberazioni accrebbero il fermento. Invece di ristrignersi a confermare l'ultima pacificazione si andò ansiosamente cercando tutto ciò di cui il popolo potev'essere mal soddisfatto; si trovarono dei giusti motivi del suo malcontento, perchè se ne trovano sempre; e mentre si voleva arrecarvi rimedio, si faceva alla moltitudine conoscere che aveva ragione di lagnarsi e di volersi vendicare.

Il popolo di Firenze era diviso in varie corporazioni politiche, i quartieri, le compagnie delle milizie, e le arti. Ognuna di tali divisioni aveva certi diritti e certa parte alla sovranità; ognuna era rappresentata nel governo della repubblica; ma la più importante di queste classificazioni era quella delle arti e de' mestieri; perchè in uno stato mercantile, era la più intimamente legata al lavoro che dava di che vivere ad ogni cittadino. Eravi un rapporto assai più immediato tra tutti gl'interessi, tutta l'esistenza de' mercanti o degli artigiani d'uno stesso mestiere, che non fra i vicini d'uno stesso quartiere, o tra i fratelli d'armi della medesima compagnia. I mestieri che a Firenze avevano un'esistenza politica erano ventuno, de' quali i sette più ricchi ed onorati chiamavansi arti maggiori. Questi, ne' quali trovavansi interessati i più ricchi negozianti della repubblica, favorivano la nobiltà popolare, la magistratura dei Guelfi e la parte degli Albizzi. Le arti minori provavano una viva gelosia contro quest'aristocrazia. Eravi in oltre una numerosa classe di artigiani, che non avevano un'esistenza politica, ma che, lavorando per conto d'altri, venivano risguardati come loro dipendenti. L'arte o manifattura della lana, che aveva acquistata in Firenze la più alta importanza, e che teneva il primo rango tra le arti maggiori, aveva sotto la sua dipendenza i cardatori delle lane, i tintori, i tessitori, tutti gli operaj infine che venivano adoperati dai fabbricatori di stoffe. Lagnavansi questi operaj, e forse talvolta a ragione, di non poter ottenere giustizia contro i loro padroni, quando ricorrevano al tribunale civile, che l'arte della lana aveva stabilito per decidere le differenze che nascevano tra i membri[211]. Le fazioni aristocratica e democratica trovavansi dunque di nuovo in contrasto; ma, dopo l'abbassamento dell'antica nobiltà, si era veduto sorgere tra i mestieri l'antico loro spirito, che si manifestava per l'opposizione tra le arti maggiori e minori, e per la gelosia che le arti subalterne nudrivano contro i mestieri da cui esse dipendevano.

In questa congiuntura si vide, non senza inquietudine, il martedì 22 giugno, ognuna delle arti spiegare il suo stendardo innanzi alla sua borsa o luogo d'adunanza. I priori, per prevenire la burrasca ond'erano minacciati, adunarono il consiglio del popolo, il quale a loro persuasione nominò una balìa, cui accordò un'autorità dittatoriale per la riforma della repubblica. La signoria, il collegio, gli otto della guerra, i capitani di parte ed i sindaci delle arti, furono tutti ammessi in questa balìa; ma mentre stava deliberando, i corpi de' mestieri eransi di già mossi e recati in sulla piazza coi loro stendardi e le loro armi[212].

Questa truppa di gente armata non rimase lungamente in riposo; molti erano inaspriti da lunghe ingiurie, altri animati dall'ambizione, o avidi di saccheggio. Mentre le arti maggiori tenevansi ferme in piazza, le minori ed il basso popolo si mossero per attaccare la casa di Lapo da Castiglionchio[213], il quale travestito da monaco si ritirò nel Casentino, deplorando l'ostinazione di Pietro degli Albizzi, che non aveva voluto prevenire i suoi nemici, attaccandoli il primo, ed accusando la propria debolezza per avere ceduto all'ostinata opinione dell'amico. La casa di Lapo fu saccheggiata e bruciata, come pure quella dei Bondelmonti, ed i palazzi di Carlo Strozzi, dei Pazzi, di Migliore Guadagni, degli Albizzi, e di molti altri capi dei partito guelfo[214].

Uno de' priori, Pietro da Fronte, seguiva a cavallo gl'insorgenti con alcuni arcieri del palazzo, ed ottenne finalmente colle sue esortazioni, colle minacce, e col supplicio di alcuni, di calmare il furore degli altri. La notte fu tranquilla, ma la balìa, spaventata da questo tumulto, risolse all'indomani d'appagare il popolo con nuove concessioni. Preparò una legge in forza della quale gli ammoniti dovevano essere rimessi in possesso dei diritti di cittadinanza, a condizione per altro che per tre anni non eserciterebbero le magistrature; abolì le leggi che davano ai capitani di parte una così formidabile autorità, e dichiarò ribelli Lapo da Castiglionchio, ed alcuni suoi partigiani[215].

Si estrassero quindi a sorte i nuovi priori, e la carica di gonfaloniere di giustizia toccò a Luigi Guicciardini. La nuova signoria venne installata il primo luglio, senza cerimonie, nel pubblico palazzo, temendosi che la pompa, che d'ordinario accompagnava tale atto, non eccitasse qualche popolare movimento. I priori, che avevano opinione d'essere uomini pacifici ed imparziali[216], ordinarono a tutti i cittadini di deporre le armi, ed a tutti i contadini d'uscire di città sotto pena capitale. Fecero levare le barricate poste in molti quartieri, e per dieci giorni parve che Firenze avesse ricuperata l'antica tranquillità. Ma tutt'ad un tratto le arti adunaronsi di nuovo gli 11 di luglio, dietro inchiesta degli ammoniti, che trovavano troppo dura cosa l'aspettare tre anni per rientrare in possesso degli onori dello stato. I sindaci delle arti, riuniti alla camera de' sei di commercio, presentarono una petizione alla signoria per ottenere, che tutti coloro che dopo il 1320 avevano esercitato alcuno de' principali impieghi della repubblica, non potessero essere ammoniti come Ghibellini; che se di già ammoniti, rientrassero in tutti i loro diritti; e per ultimo che la magistratura di parte guelfa fosse tolta alla fazione che se l'era appropriata esclusivamente, e che si riempissero di nuovi nomi le borse, dalle quali si estraevano a sorte i capitani di parte. Oneste domande erano abbastanza eque, onde furono immediatamente ammesse dai collegi, dal consiglio del popolo, e dal consiglio comune; perchè il timore che ispiravano i corpi de' mestieri, che sapevansi armati, non permetteva lunghe deliberazioni[217].

I cittadini precedentemente ammoniti come Ghibellini non erano ancora soddisfatti, volendo esercitare vendette contro coloro che lungo tempo gli avevano oppressi; ma si vergognavano di chiedere direttamente proscrizioni, ed avrebbero voluto che la proposizione venisse spontaneamente dalla magistratura. La signoria adunò i sindaci delle arti ed i loro consiglieri, ed il gonfaloniere Luigi Guicciardini rappresentò loro a quali pericoli esponevano la repubblica con queste nuove incessanti domande. «Quanto più noi vi accordiamo, disse loro, più s'accresce il vostro orgoglio, e sempre formate più ingiuriose domande. Voi avete voluto togliere ai capitani di parte la loro autorità, e venne loro tolta; chiedeste che si bruciassero le borse del loro ufficio e si facessero nuove riforme, e vi abbiamo acconsentito; avete domandato che gli ammoniti rientrassero al possesso degli onori dello stato, e l'abbiamo concesso. Per le vostre preghiere abbiamo perdonato a coloro che svaligiarono le case e spogliarono le chiese; per soddisfarvi abbiamo esiliati molti potenti cittadini coperti di gloria; e per favorirvi abbiamo posto freno al potere de' grandi con nuove ordinanze. Qual fine avranno adunque le vostre domande? quanto tempo abuserete ancora della nostra liberalità? Non v'accorgete che ci riesce meno insopportabile una disfatta, che voi la vittoria?... Volete voi dunque colle vostre discordie rendere in tempo di pace schiava questa città, che tanti potenti nemici non soggiogarono colla guerra? Imperciocchè, sappiatelo, che le vostre vittorie sui vostri concittadini non vi apporteranno che servitù; quei beni, che voi avete rapiti o che voi rapirete, non faranno che rendervi più poveri.... Onde noi vi ordiniamo, e se l'onore della repubblica ci permette quest'avvilimento, vi preghiamo, di acquietarvi, accontentandovi di quanto abbiamo fatto per voi, o se ancora dobbiamo accordarvi qualche altra cosa, di chiederla almeno come si conviene a cittadini, e non col tumulto e colle armi[218]

I sindaci delle arti, commossi da questo discorso, ringraziarono il gonfaloniere, e gli promisero di occuparsi d'ora innanzi del ristabilimento della pace in città. D'altra parte la signoria nominò una commissione per lavorare con loro intorno alle riforme, che si trovasse ancora conveniente di fare[219].

Ma le precedenti sedizioni avevano procurati altri nemici alla repubblica; le più basse classi della società erano state poste in movimento da Salvestro de' Medici e da altri demagoghi. Trovavansi allora in Firenze certe persone, che un lavoro meccanico, che la miseria e la privata dipendenza, rendevano incapaci di liberali sentimenti, che non potevano deliberare senza essere quasi ubbriache, nè agire in corpo senza furore; che sotto il nome di libertà non avevano cercato nell'esercizio, di un potere pel quale non erano fatte, che l'occasione d'arricchirsi col saccheggio e colle rapine. Venivano queste indicate col nome di Ciompi, vocabolo francese sfigurato[220], che loro era rimasto fino dai tempi della tirannide del duca di Atene. Appartenevano quasi tutte ai mestieri che non avevano esistenza politica, ed erano sotto la dipendenza dell'arte della lana.

Quando i Ciompi videro che le turbolenze stavano per aver fine, ed ebbero di più avviso che la signoria faceva venire un nuovo bargello da città di Castello, temettero che si pensasse a punire i delitti che avevano commessi in tempo della sedizione, e che coloro che gli avevano segretamente eccitati, vergognandosi di così colpevole alleanza, non gli abbandonassero in seguito pubblicamente. Adunaronsi adunque in un luogo detto il Ronco fuori di porta romana[221]. Colà il più ardito di loro si fece così a parlare. «I governi, disse costui, mai non puniscono che i piccoli falli, mentre i grandi colpevoli sono quasi sempre ricompensati. Quando molti soffrono, poche persone pensano a vendicarsi, perchè si soffrono con maggiore pazienza le ingiurie universali, che non le particolari[222]. Cerchiamo adunque col saccheggio e con nuovi attentati di acquistare perdono. Nella presente nostra situazione la prudenza medesima ci ordina di essere audaci, poichè non si esce mai di pericolo che per una pericolosa strada.»

Un Simoncino Buggigatti, un Pagolo della Bodda, un Lorenzo Riccomanni persuasero tutti i Ciompi colle loro esortazioni a giurare d'ajutarsi vicendevolmente e di difendersi. Tutti promisero di prendere le armi tostocchè sapessero che si volesse castigare un solo di loro a cagione de' passati tumulti[223]. Tutti si obbligarono in appresso a cominciare essi medesimi l'attacco per rendersi padroni dello stato. Dopo molte segrete adunanze, risolsero di armarsi la mattina del 21 di luglio, e di riunirsi in quattro piazze d'armi, in separati quartieri[224].

La vigilia del giorno destinato all'esecuzione di questa trama, la signoria ebbe avviso de' movimenti che si dava Simoncino Buggigatti e lo fece sostenere. Seppe dalla sua volontaria confessione press'a poco tutto quanto gli premeva di sapere, e sarebbe stata in tempo di prendere le convenienti misure per difendersi; ma perchè aveva adunati i sindaci delle arti, il collegio e gli otto della guerra, alcuno propose di porre alla tortura Simoncino, onde ottenere, se possibile fosse, più estese particolarità. L'uso della tortura era stato adottato da tutti i tribunali italiani col rimanente della giurisprudenza romana[225]; ma non mai forse quest'assurda ed atroce pratica era stata più perniciosa a veruno stato quanto lo fu in allora ai Fiorentini. Dietro la deposizione del Buggigatti eransi di già arrestati due de' suoi complici, quando gli fu dato il tratto nella corte del palazzo del capitano del popolo. La notte era inoltrata, pure un oriuolajo stava ancora lavorando intorno all'orologio della torre del palazzo. Di là vedeva distintamente la corte del capitano illuminata dalle fiaccole de' carnefici. Quest'operajo conobbe Simoncino alla tortura, ed avvisando che la trama, cui aveva parte ancora egli, sarebbe svelata, si affrettò di portarsi a casa sua e chiamò alle armi i suoi vicini del quartiere di san Friano. «Armatevi, sgraziati, disse loro, la signoria fa giustizia, e voi tutti sarete uccisi se non vi difendete[226]

Allo spuntare del giorno il 21 luglio tutta la città trovavasi armata ed i priori non avevano sotto i loro ordini che ottanta cavalli; avevano bensì ordinato ai gonfalonieri di portarsi sulla pubblica piazza colle loro compagnie di milizie, ma ognuna di queste compagnie aveva voluto custodire il proprio quartiere onde salvarlo dall'incendio e dal saccheggio, di modo che di sedici gonfalonieri, due soli si presentarono avanti al palazzo; e questi ancora si ritirarono subito, quando si videro abbandonati dai loro colleghi[227].

Mentre questi uscivano dalla piazza gl'insorgenti, che si erano adunati a san Piero Maggiore, vi entrarono e chiesero i loro prigionieri. Quando videro che si tardava a renderli, bruciarono la casa del gonfaloniere, Luigi Guicciardini. I priori diedero allora la libertà ai tre uomini che avevano fatto sostenere, e perchè gl'insorgenti non si separavano, mandarono tre deputati per trattare con loro[228]. Quando questi deputati scesero nella piazza, gli arcieri del palazzo cessarono di tirare per non ferirli, e questo istante di sospensione permise agl'insorgenti d'impadronirsi del gonfalone di giustizia, che stava sospeso alle finestre dell'esecutore. Questo venerato stendardo venne dai faziosi portato in tutti i luoghi in cui esercitarono i loro furori. Essi passavano di casa in casa per darle al sacco ed al fuoco, spesse volte indotti a ruinare una famiglia dietro l'accusa d'un solo privato nemico. Tutto il giorno si passò in tal maniera; ben tosto i faziosi vollero mostrare un disinteresse, che pareva incompatibile con questo spaventevole disordine. Ordinarono che tutti gli effetti preziosi, di coloro ch'essi dichiaravano sospetti, fossero bruciati colle case che li contenevano, e punirono come colpevoli di furto coloro che tentavano di sottrarre alcuna cosa all'incendio[229].

In sull'ora dei vesperi, s'avvisò il popolaccio d'armare cavaliere Salvestro de' Medici, e dopo di lui Tommaso Strozzi e Benedetto Alberti. Ben tosto altri e poi altri ancora vennero rivestiti della medesima dignità, ed in quella sola notte il popolo ne armò sessantaquattro. I principali cittadini ricevevano tremando quest'onore; se lo avessero ricusato, arrischiavano d'essere uccisi all'istante[230]. Si videro allora alcuni uomini, tra i quali Luigi Guicciardini, cui era stata bruciata la casa quella mattina, essere armati cavalieri la sera dallo stesso popolaccio[231].

All'indomani, 22 luglio, gl'insorgenti attaccarono e presero a viva forza il palazzo del podestà. Fecero in appresso giugnere alla signoria, che si era afforzata nel palazzo pubblico, le condizioni, che volevano da lei ottenere. Chiedevano tra le altre cose che l'arte della lana non nominasse più un giudice straniero; che venissero create tre nuove corporazioni pei mestieri, che più non volevano essere subordinati alle antiche arti; che in avvenire due dei priori si tirassero sempre dalle arti nuove, tre dalle quattordici minori, e tre dalle maggiori; per ultimo che venissero accordate grazie pecuniarie a coloro che il popolo aveva creati cavalieri, per formare un'entrata conveniente al nuovo loro stato. Volevano ancora che si cancellassero i nomi dei loro amici dalle liste degli ammoniti; che si confinassero i loro nemici, o che venissero posti nel numero de' magnati; che fosse sospesa per due anni la procedura di ogni debito minore di cinquanta ducati; che si escludessero per dieci anni dal governo tutti coloro le di cui case erano state bruciate; ed andavano continuamente facendo nuove inchieste, egualmente sovversive dell'ordine e della costituzione[232]. Ma quando il popolo minuto comincia a dettare le sue volontà, non avvi più forza nella nazione che vaglia a resistere. Tra i cittadini interessati nel mantenimento dell'ordine, gli uni cercavano a difendersi nelle proprie case, altri seguivano il popolaccio, cercando di moderarne il furore. In verun luogo una forza nazionale opponevasi alla forza, che distruggeva la nazione. I priori, assediati in palazzo, vedendo che niuno veniva in loro ajuto, si fecero a deliberare intorno alle domande de' Ciompi; le approvarono, e fecero poi suonare le campane per adunare il consiglio del popolo. I consiglieri riunironsi in palazzo, e le proposizioni dei Ciompi furono ammesse senza contraddizione.

Il consiglio del comune, che doveva dare forza di leggi a queste deliberazioni, non potev'essere adunato lo stesso giorno che quello del popolo. Intanto la plebaglia pareva che s'andasse calmando, e faceva sperare che deporrebbe le armi, purchè la signoria rinviasse i soldati che aveva chiamati in suo soccorso, e che si erano avanzati fino a Poggio a Cajano, e purchè le chiavi delle porte si consegnassero ai sindaci delle arti[233].

Ma all'indomani, quando il consiglio del comune era di già adunato, il popolo occupò la piazza, facendola risuonare colle sue grida per ispaventare in tal modo i consiglieri, e persuaderli a fare sollecitamente quanto chiedevano i Ciompi. Queste minacce non erano punto necessarie, perchè i consiglieri erano in modo atterriti che non avrebbero frapposto un solo istante. Non pertanto Guerriante Marignolli, uno de' priori, scese, sotto colore di assicurarsi che la porta fosse ben chiusa, e fuggì vilmente per sottrarsi ai pericoli, cui erano esposti i suoi colleghi. Mentre egli cercava modo di ridursi a casa, fu dal popolo riconosciuto, il quale prese a dire schiamazzando, che tutti i priori dovevano imitarlo, discendere nella piazza ed abdicare il governo. Ben tosto Tommaso Strozzi venne introdotto in palazzo, onde partecipare, per parte del popolo e delle arti, lo stesso ordine alla signoria[234]. Invano i priori cercarono di trattare col mezzo di Tommaso Strozzi e di Benedetto Alberti, che pareva avessero ambidue grandissima influenza sul popolo. Venne loro risposto, che se i priori non si ritiravano, sarebbe posto il fuoco alla città ed ai loro palazzi, ed uccise le loro spose e i figli. Gli otto della guerra, i collegi, i consiglieri del comune gli esortavano tutti a partire per salvare la città dal maggiore infortunio. Due de' priori Alamanno Acciajuoli e Niccolò del Nero dichiararono, che quando ancora non potessero ritenere i loro colleghi, essi non deporrebbero l'autorità, che la patria loro aveva confidata, prima che spirasse la carica loro; ma il gonfaloniere più timido, cui di già era stata bruciata la casa, e che credeva di vedere ben tosto i suoi figliuoli uccisi, raccomandossi a Tommaso Strozzi che lo fece uscire, e dietro lui, uno appresso l'altro, fuggirono pure i priori, onde, trovandosi soli, Acciajuoli e del Nero si scoraggiarono, e consegnarono le chiavi del palazzo al prevosto delle arti, che le ricevette a nome del popolo[235].

Vennero allora aperte le porte del palazzo, ed il popolaccio vi entrò. In questo momento un cardatore di lane, chiamato Michele di Lando, teneva il gonfalone della giustizia, di cui il popolo si era impadronito due giorni prima. Quest'uomo, che aveva vesti stracciate e camminava a piedi nudi, salendo alla testa del popolo la grande scala della signoria, quando giunse nella sala d'udienza de' priori, si volse al popolo affollato, e gli disse: «questo palazzo v'appartiene, questa città è nelle vostre mani; qual è al presente la vostra sovrana volontà?» Il popolo rispose ad una voce, ch'esso doveva essere il gonfaloniere di giustizia, e riformare la signoria. Michele di Lando in quell'istante avrebbe potuto farsi tiranno, e regnare sopra Firenze con l'appoggio del minuto popolo; egli avrebbe avuto un impero più assoluto che non fu quello del duca d'Atene, ma fortunatamente per la repubblica Michele amava sinceramente la sua patria e la libertà, e malgrado la parte che aveva presa alla sovversione dello stato, di già pensava ai mezzi di rimettere l'ordine[236].

Gli otto della guerra erano i soli di tutta l'antica magistratura, che fossero rimasti in palazzo; e siccome era il loro partito che aveva cominciata la rivoluzione, siccome essi medesimi vi avevano avuta parte, credevano di raccogliere i frutti della vittoria, ed avevano di già nominata una nuova signoria, alla testa della quale volevano mettere Giorgio Scali[237]. Ma Michele di Lando, avvertito del loro divisamento, fece loro sapere che il popolo aveva riconquistato per sè medesimo il diritto di governarsi, che saprebbe dirigersi senza i loro consigli, onde ordinava loro d'uscire all'istante dal palazzo[238]. Per tal modo coloro che avevano osato scatenare il popolo, sperando di farlo agire per sè medesimi, e di frenarlo a voglia loro, furono i primi a trovarsi delusi dalla loro fallace politica.

Avendo Michele rimossi tutti i magistrati stabiliti, e bruciate le borse onde dovevano cavarsi i nuovi, riunì i sindaci delle arti, e quelli del basso popolo per passare a nuove elezioni. Dispose da prima che tre membri della signoria, compreso il gonfaloniere, sarebbero presi in ogni classe, cioè: le arti maggiori, le minori ed il popolo minuto[239]. Questa nuova signoria venne subito installata, e si occupò immediatamente di far cessare il disordine, minacciando la pena di morte a chiunque renderebbesi colpevole di saccheggio o d'incendio.

Il popolo, maravigliato di non raccogliere ulteriori frutti della sua vittoria, ripigliò ben tosto le armi e venne in piazza; chiese che i nuovi priori scendessero di palazzo per conoscere la volontà del popolo ed uniformarvisi. Michele di Lando rispose ai sediziosi, che senza sapere ancora ciò ch'essi domandavano, sapeva almeno che il loro modo di domandarlo era contrario alle leggi, e loro ordinava di deporre le armi, imperciocchè la dignità della signoria non permettevagli d'accordare nulla alla forza[240].

Il popolo ammutinato, vedendo la fermezza del gonfaloniere, ritirossi a santa Maria Novella per meglio organizzarsi. Colà nominò otto commissarj, che incaricò delle cose del governo; prese molte risoluzioni contrarie a quelle della nuova signoria, ed all'indomani, 31 agosto, mandò deputati al palazzo per partecipare ai priori le prese disposizioni. Questi deputati esposero audacemente le loro commissioni; rinfacciarono a Michele di Lando la sua ingratitudine e la sua disubbidienza alla volontà del popolo, che lo aveva innalzato; gli dichiararono che lo stesso popolo lo spogliava al presente di quegli onori di cui abusava, e lo minacciarono di più severo castigo in caso di disubbidienza. Michele non potè soffrire più a lungo; sguainò la spada, ed avventandosi contro di loro, li ferì gravemente, poi li fece caricare di catene, ed imprigionare[241].

Michele di Lando prevedeva le conseguenze di quest'atto di collera; ma nei due giorni che i commissarj di santa Maria Novella ed il popolo ammutinato consumarono nel fare progetti di governo, il gonfaloniere si era occupato intorno ai mezzi di salvare lo stato. Aveva chiamati presso di sè tutti i proprietarj, tutti coloro cui stava più a cuore il mantenimento dell'ordine. Aveva incaricato Benedetto Alberti di richiamare coloro che erano fuggiti in campagna, facendoli rientrare segretamente in città insieme ai più fidati contadini[242]. Avendo così ragunata una considerabile truppa, montò a cavallo per andare a sorprendere e disperdere gli insorgenti di santa Maria Novella. Nello stesso tempo questi, udito avendo il modo con cui erano stati trattati i loro deputati, eransi mossi per vendicarli. E volle l'accidente che mentre Michele di Lando andava verso santa Maria Novella, i Ciompi andassero verso il palazzo per diversa strada, di modo che non si scontrarono. Ma Michele tornò subito verso la piazza, che trovò ingombrata dai Ciompi di già occupati nell'assedio del palazzo. Gli attaccò vigorosamente, ed approfittando della circostanza che trovavansi in mezzo ai nemici, gli sgominò compiutamente; molti furono uccisi, molti altri fuggirono fuori di città, o si nascosero dopo avere deposte le armi[243].

Avendo in tal modo colla sua virtù e col suo coraggio gloriosamente soddisfatto ai doveri del suo ufficio, Michele di Lando uscì di carica il 1.º di settembre. Alla nuova estrazione, quando le compagnie delle arti, che si trovavano adunate in sulla piazza, videro uscire i tre priori ch'erano stati presi nel popolaccio, gli accompagnarono colle fischiate. Il partito dei Ciompi era vinto, più di mille cardatori di lana erano in fuga, e le compagnie dichiararono ch'esse non volevano nella signoria persone di così bassa condizione. La costituzione fu nuovamente cambiata, la nuova corporazione, stabilita per i Ciompi, abolita, e gli onori della repubblica divisi tra le arti maggiori e minori, in maniera che le prime somministrassero quattro priori alla signoria, e le altre cinque[244].

La disfatta de' Ciompi ridusse la repubblica sotto il potere di coloro che avevano cominciata la rivoluzione; il quale partito diretto da Giorgio Scali, da Salvestro de' Medici e da Benedetto Alberti, contava i principali suoi partigiani nelle arti minori, ed aveva per avversarj i due partiti estremi. I Ghibellini, o, a dir meglio, coloro ch'erano accusati di esserlo, tornarono in favore; i Guelfi zelanti ed i capi dell'aristocrazia erano esiliati come i Ciompi, e la nobiltà ed il popolo malcontenti: non pertanto l'anno terminò senza nuova rivoluzione, sebbene i governanti fossero agitati da continui sospetti.

I pericoli del partito dominante venivano renduti più gravi dalle turbolenze del rimanente dell'Italia, come vedremo nel seguente capitolo. Quest'anno la guerra era scoppiata tra Venezia e Genova, e queste repubbliche corsero pericolo di distruggersi vicendevolmente a Chiozza. Era morto in quest'anno in Pavia, il 4 di agosto, Galeazzo Visconti, e lasciava erede della sua parte della sovranità di Milano, e della metà della Lombardia suo figlio, Giovani Galeazzo, conte di Virtù, la di cui ambizione e simulato carattere prepararono ben tosto nuove guerre[245]. Finalmente il 29 novembre di questo medesimo anno l'imperatore Carlo IV morì a Praga dopo di avere dilatati da ogni banda i confini de' suoi stati ereditarj, mentre in pari tempo avea resa spregevole l'autorità imperiale. Portò seco, morendo, l'ammirazione entusiasta de' Boemi, mentre tutta la Germania malediva la sua debolezza e pusillanimità. Aveva ottenuto, prima di morire, di far innalzare suo figliuolo Wencislao alla dignità di re de' Romani[246].

Ma l'anno seguente 1379 vide il principio di una rivoluzione, che più da vicino interessava la repubblica fiorentina. Urbano VI aveva trovato in Giovanna di Napoli la sua più pericolosa nemica: aveva questa regina permesso che si elegesse ne' suoi stati l'antipapa Clemente VII, cui aveva promessi soccorsi ed accordato asilo, prima in Napoli, poscia a Gaeta; onde la guerra si era manifestata ai confini del regno tra i cristiani attaccati ai due rivali pontefici. Urbano VI, ch'era Napolitano, aveva molti partigiani tra quel popolo, sebbene fosse nemico della corte. Una sommossa in Napoli atterrì la regina, ed obbligò Clemente VII a lasciare l'Italia per salvarsi co' suoi cardinali in Avignone. Nel tempo medesimo la compagnia de' Bretoni, che trovavasi al soldo della regina e di Clemente, fu disfatta a Marino da Alberico, conte di Barbiano. Questo gentiluomo romagnuolo aveva formato, sotto il titolo di san Giorgio, una compagnia d'Italiani, colla quale aveva preso servigio sotto Urbano VI. La compagnia di san Giorgio doveva ben tosto servire d'esemplare a tutti gl'Italiani che abbracciavano la professione delle armi, formare i grandi generali del susseguente secolo, e rialzare l'onore della milizia italiana. I suoi primi successi resero audace Urbano VI, cui serviva, onde egli si lusingò di spingere più in là le sue vendette, e di precipitare dal trono la stessa regina.

Giovanna di Napoli non aveva figliuoli, ed il marito che aveva sposato in quarte nozze non portava pure il titolo di re. L'infante d'Arragona, suo terzo marito, non aveva pure avuto questo titolo, ed ella aveva dato per successore a questi, il 25 marzo del 1376, Ottone, duca di Brunswick, che da molto tempo soggiornava in Italia[247], ov'era tutore dei figliuoli del marchese di Monferrato. Il diritto di successione al regno di Napoli apparteneva a Carlo di Durazzo, figlio di quel Luigi che il re d'Ungheria aveva fatto morire nel 1348. Questo giovane duca era l'ultimo dei principi del sangue; imperciocchè tutta la posterità, altrevolte così numerosa, di Carlo d'Angiò, erasi spenta. Carlo di Durazzo era in oltre l'unico erede di Luigi re d'Ungheria, e questo vecchio monarca aveva presso di sè chiamato il suo successore per ammaestrarlo nell'arte della guerra[248]. In questa corte guerriera, ed in mezzo ad una nazione cavalleresca, erasi Carlo avvezzato a sprezzare il lusso e la mollezza di Napoli. Aveva in oltre adottato l'odio degli Ungari contro Giovanna, che loro sembrava lorda del sangue di Andrea suo primo consorte. Luigi d'Ungheria aveva perdonata la morte di suo fratello, ma non aveva dimenticato il delitto della regina; aveva abbracciato il partito d'Urbano, e risguardava quale nuovo delitto l'appoggio che Giovanna dava a Clemente, ed i suoi sforzi per dilatare lo scisma. Perciò Urbano VI cercava dì persuadere il re d'Ungheria e Carlo di Durazzo ad attaccare la regina, a spogliarla del trono, ed a prendere possesso d'un'eredità, cui questi principi avevano diritto. Questo negoziato fu continuato con attività mentre Carlo di Durazzo trovavasi nella Marca Trivigiana, ove comandava le truppe che il re d'Ungheria aveva mandato contro Venezia in tempo della guerra di Chiozza.

Non solo la repubblica fiorentina ebbe sentore di queste negoziazioni, ma seppe in oltre che molti emigrati fiorentini si andavano adunando presso Carlo di Durazzo, invitandolo ad attraversare la Toscana per passare nel regno. Lo assicuravano che il suo avvicinamento basterebbe per rivoluzionare la loro patria, e gli promettevano di ajutarlo potentemente, tostochè avessero ricuperata l'antica loro influenza. Altri emigrati si adunavano a Bologna presso Giannuzzo da Salerno, uno de' capitani di Carlo di Durazzo, e questi ultimi cagionavano maggiore inquietudine ai Fiorentini. La signoria spedì due ambasciatori al principe per affezionarselo, o per lo meno per ispiare gl'intrighi ne' quali cercavasi di ridurlo; ma questi ambasciatori, Tommaso Strozzi e Donato Barbadori, essendo di diverso partito, accrebbero colla contraddizione de' loro rapporti, quando furono di ritorno, l'inquietudine e diffidenza[249].

In novembre per altro fu scoperta una congiura formata dai Ciompi per occupare Figline ed altri castelli del territorio fiorentino. Molti uomini della minuta plebe furono in tale occasione puniti; ma gli artigiani domandavano caldamente che i giudici condannassero altresì gli aristocratici spossessati, i ricchi mercanti, dei quali era notissimo il malcontento, e che supponevansi avviluppati nelle svelate congiure[250].

Il 10 dicembre la signoria ebbe avviso che esisteva una nuova cospirazione, e Giovanni Acuto, sebbene non fosse allora al soldo della repubblica, promise di svelarne il segreto, contro una ricompensa di venti mila fiorini. Ma prima che si fosse conchiuso questo mercato, un conte Antonio Alberti svelò la medesima cospirazione per poche centinaja di scudi[251]. Dietro la sua deposizione vennero arrestati Pietro Albizzi, Filippo Strozzi, Giacomo Sacchetti, Donato Barbadori, Cipriano Mangioni, Giovanni Anselmi ed alcuni altri. Carlo Strozzi si salvò colla fuga dagli arcieri; Pietro Albizzi avrebbe potuto difendersi, se avesse accettate le offerte de' suoi amici adunati intorno a lui[252].

I prigionieri vennero tradotti innanzi ai rettori[253], che dopo averli esaminati, dichiararono, ciascheduno dal canto suo, di non trovare ragione per condannarli al supplicio. Non pertanto i consoli delle arti ed il popolo chiedevano ad alta voce giustizia. «Questa volta, dicevan essi, non acconsentiremo che si facciano morire de' poveri, e persone senza stato; i soli grandi ed i ricchi devono perire.» Benedetto Alberti dichiarò, che se prima di mezzogiorno i rettori non facevano giustizia, la farebbe il popolo direttamente[254]. Queste parole riscaldarono di più il popolaccio, che nominò quattro cittadini per assistere i rettori e forzarli a fare giustizia. Nello stesso tempo venne posta una guardia innanzi al loro palazzo ed avanti alle prigioni per impedire che i prigionieri fuggissero, o si facessero smarrire. Durante la notte i giudici proseguirono l'interrogatorio de' prevenuti, alcuni de' quali si compromisero assai essi medesimi colle loro risposte per dar luogo ad una motivata condanna.

La mattina il podestà fece giustiziare due degli accusati, ed il capitano di giustizia condannò egualmente Filippo Strozzi e Giovanni Anselmi. Ma quando si stava per tagliar loro il capo, le spaventevoli grida d'una donna riempirono gli assistenti di terrore. Gli spettatori, le guardie, gli arcieri stessi fuggirono, non dubitando che le truppe di Carlo di Durazzo non fossero entrate in città per liberare i prigionieri. Questi, rimasti soli nella piazza destinata alle esecuzioni, avrebbero potuto egualmente fuggire, tenendo dietro alla folla. Ma lo Strozzi risalendo con fierezza la scala del palazzo di giustizia ripetè due volte al suo giudice: «Dio voglia, capitano, che oggi tu abbia fatto il tuo dovere!» Frattanto il pubblico terrore fu ben tosto dissipato, ed i prigionieri, ricondotti sulla piazza, perdettero la testa[255].

Nell'istante del supplicio il popolo furibondo gridò gli altri, gli altri. Il capitano, Cante de' Gabrielli d'Agobbio, che non aveva trovato nel loro interrogatorio motivo di supplicio, si volse verso gli assessori datigli dal popolo: «Andate, disse loro, voi altri, fateli morire; per me, che li reputo innocenti, non ordinerò io mai il loro supplicio.» Il popolo, ch'era armato, rispose con furibonde grida: «se non li fa morire noi taglieremo a pezzi e lui e loro, ed i loro parenti, uomini, donne, fanciulli, e brucieremo le loro case[256]

Mentre durava ancora il fermento, Pietro degli Albizzi fece sentire ai suoi compagni d'infortunio che il furore del popolo, e l'abitudine che presa aveva ne' due ultimi anni di far spargere il sangue loro, non lasciavano veruna speranza di salute; che se si sottraevano ad una sentenza giudiziaria, verrebbero immancabilmente con tutti i loro parenti sbranati dal popolo[257]. Perciò i prigionieri fecero dire al capitano d'indicare egli medesimo ciò che dovevano rispondere per essere condannati, dichiarando di essere apparecchiati a confessare tutto quanto si volesse. Il capitano rispose con fermezza, ch'egli non volea già far loro confessare delitti che non avevano commessi; ch'egli per conto suo non aveva verun timore, e ch'essi pure non dovevano averne; ma che parlassero a seconda della loro coscienza, poichè il nuovo interrogatorio cui dovevano soggiacere, deciderebbe della loro vita o della loro morte. I prevenuti si accusarono allora d'avere avute corrispondenze coi nemici dello stato, e somministrarono al giudice sufficienti motivi di condanna.

Non pertanto il capitano comunicò ogni cosa ai priori prima di far eseguire la sentenza, chiedendo il loro parere; ma questi risposero di essere stranieri all'amministrazione della giustizia, e che non volevano prendervi parte. Gli assessori del capitano, approfittando contro di lui della confessione de' prigionieri e del vile abbandono della signoria, lo posero in istato di non potere rispondere ai clamori del popolaccio, ed il venerdì mattina, colla coscienza lacerata dal dolore e dal rimorso, mandò i prevenuti al supplicio. Tutti avanti da morire protestarono di essere innocenti. Donati Barbadori, colui che tanto coraggiosamente aveva sostenuti gl'interessi della sua patria nel concistoro di Gregorio XI, non trovavasi nelle prigioni del capitano del popolo, ma in quelle dell'esecutore. Fu condannato dopo gli altri, e morì nella stessa maniera[258].

Altri meno illustri accusati furono in appresso condotti al patibolo. Costoro, che probabilmente erano i soli cospiratori, lungi dal negare la loro trama, felicitavansi, morendo, che il loro supplicio non impedirebbe l'esecuzione de' loro progetti. Dichiararono di morire contenti per l'antico partito guelfo, e disposti a fare di nuovo ciò ch'erano accusati d'aver fatto[259].

Mentre il governo delle arti minori, per l'odio che portava ai nobili, agli antichi cittadini di parte guelfa, ed al minuto popolo, ricorreva per sostenersi a tali odiosi mezzi, e si macchiava del più puro sangue della nazione, gli esterni pericoli per lui crescevano a dismisura. Carlo di Durazzo, che aveva raccolti gli emigrati fiorentini nel suo campo, erasi finalmente determinato a fare l'impresa del regno di Napoli. Urbano VI pronunciò in principio del 1380 una sentenza di deposizione contro la regina Giovanna, sciolse i di lei sudditi dal giuramento di fedeltà, e fece contro di lei predicare la crociata[260]. Dal canto suo Carlo di Durazzo ebbe impulsi ancora più pressanti che non erano l'esortazioni del papa per risolversi alla guerra. La regina Giovanna meditava di escluderlo dalla di lei successione; per riuscire nel quale divisamento trovò utile di adottare come suo figliuolo, invece di quello che gli aveva negato la natura, un principe guerriero. Scelse adunque il conte d'Angiò, fratello di Carlo V, re di Francia, e tutore di suo figlio Carlo VI. Sperava la regina che questo principe, della seconda razza dei re Angioini di Napoli, le assicurerebbe la potente protezione della Francia, e lo presentò a' suoi sudditi, con sue lettere patenti del 29 giugno 1380, come suo figliuolo e suo successore[261].

Dall'altra parte Giannuzzo di Salerno, che Carlo di Durazzo aveva mandato a Bologna con tre cento lance e tre cento Ungari, assoldò la compagnia di san Giorgio o degl'Italiani, che aveva da prima servito la Chiesa[262]. Con questa armata passò in Toscana, ragunando sotto le sue insegne tutti gli emigrati di questa provincia. Lusingavasi Giannuzzo d'operare col mezzo loro in Firenze ed in altre città rivoluzioni, che tornerebbero in autorità i suoi amici, e che gli aprirebbero i tesori delle repubbliche[263]. I Fiorentini, per difendersi, presero al loro soldo Giovanni Acuto, ed adunarono sotto i di lui ordini un'armata di mille cinquecento lance[264].

Giannuzzo di Salerno corse gli stati di Siena, Perugia, Lucca e Pisa, e sforzò queste repubbliche a salvarsi colle contribuzioni dal saccheggio delle sue truppe. Attraversò altresì in varie parti il territorio fiorentino, ma Acuto lo seguì sempre assai da vicino, ed impedì ai suoi soldati di allontanarsi per rubacchiare.

Nello stesso tempo Carlo di Durazzo aveva attraversata la Venezia alla testa di cinque mila Ungari, ed era giunto a Rimini[265]. Fece domandare alla repubblica fiorentina del danaro per far l'impresa di Napoli, e la signoria gli rispose che per trattati e per antica amicizia era attaccata alla regnante casa di Napoli; che vedeva con dolore questa casa apparecchiata a dividersi ed a battersi; ch'ella non voleva farsi giudice tra parti e principi, cui era egualmente affezionata; e perciò pregava Carlo a ricevere un dono di quindici mila fiorini, non come un sussidio contro Giovanna, ma come un imparziale attestato del suo affetto[266]. Carlo di Durazzo rifiutò il dono e rimandò corucciato gli ambasciatori. Il 14 settembre fu da' suoi partigiani introdotto in Arezzo, e permise agli emigrati che lo seguivano, di uccidere un deputato fiorentino, che trovavasi in questa città[267]. Dopo qualche atto ostile Carlo offrì egli medesimo di riconciliarsi coi Fiorentini. La repubblica aveva perduto l'antico suo vigore e la sua fermezza nella rivoluzione che aveva scacciata l'aristocrazia. Elia acconsentì il 7 ottobre di pagare a Carlo di Durazzo quaranta mila fiorini, che vennero diffalcati dalla somma che doveva pagare alla Chiesa[268].

Carlo di Durazzo, detto ancora Carlo della pace, passò dopo a Roma, per concertare col papa l'impresa del regno. Urbano VI gli accordò l'investitura del regno di Napoli sotto le stesse condizioni e riserve che Clemente IV aveva imposte a Carlo I[269]. Chiese solamente per Francesco Prignano, suo nipote, che aveva nominato principe di Capoa, alcuni assai ragguardevoli feudi, che il candidato al trono accordò senza difficoltà[270]. Dopo queste convenzioni accettate da ambe le parti, Carlo di Durazzo fu a Roma coronato dal papa sotto il nome di Carlo III[271].

Erano omai due anni che il pretendente al trono di Napoli annunciava il suo progetto d'invasione, e conduceva le sue truppe qua e là per l'Italia. Con una ben più rapida marcia e con più ragguardevoli forze l'antico Carlo d'Angiò aveva, nel 1266, conquistato il regno, di cui la di lui pronipote doveva in breve essere spogliata; ma d'altra parte Giovanna non aveva nè i talenti, nè il coraggio di Manfredi. La leggerezza del popolo napolitano, il suo odio contro il principe francese, che la regina aveva adottato, e la preferenza da tutti gl'Italiani accordata ad Urbano VI, avevano alienati da Giovanna i baroni ed i popoli. In oltre ogni spirito militare era affatto spento in quel regno, ed il disordine delle finanze non permetteva di supplire con truppe mercenarie al difetto delle nazionali. Perciò Ottone di Brunswick, il quarto marito della regina, non potè ragunare che un pugno di soldati, che appostò sulla strada di san Germano per impedire al nemico d'avvicinarsi a Napoli; ma quando, il 18 giugno, Carlo gli presentò la battaglia, fu costretto di piegare sopra Cancello e Maddaloni, posizione che la superiorità del nemico obbligollo ad abbandonare pochi giorni dopo. Venne allora ad accamparsi sotto Napoli, fuori di porta Capuana, mentre Carlo giugneva per diversa strada al ponte della Maddalena tra il Vesuvio e la città[272].

I Napolitani mandarono rinfreschi al nuovo re, e l'invitarono ad entrare nella capitale. Ottone vedeva ad ogni istante diminuirsi la sua armata, ed era ridotto a tale di non poter battersi col conquistatore, e di non poter difendere contro di lui una città disposta ad aprirgli le porte. Dopo avere esercitata qualche vendetta contro il popolaccio di Napoli, prese la strada d'Aversa, mentre Carlo III entrava in Napoli il 16 luglio del 1381 verso sera, senza aver data una sola battaglia per l'acquisto del regno[273].

La regina Giovanna erasi chiusa in Castel nuovo, ossia del palazzo, ma non aveva avuta la precauzione di vittovagliarlo. Carlo lo assediò, ed il 20 agosto la regina dovette capitolare. Promise di consegnare entro quattro giorni tutte le sue fortezze, e la medesima sua persona in mano a Carlo di Durazzo, se entro tale termine non riceveva soccorso. Il duca Ottone, suo marito, che fino allora aveva risparmiati i pochi suoi fedeli compagni per valersene in più felici circostanze, quand'ebbe avviso della capitolazione, risolse di combattere, sebbene fuori di speranza di vincere. Il quarto giorno venne ad attaccare Carlo di Durazzo, ma fu dalla sua armata abbandonato ai nemici nel principio della battaglia: il marchese di Monferrato, suo pupillo, fu ucciso combattendo ai suoi fianchi, ed egli fatto prigioniere. La regina Giovanna, perduta l'ultima sua speranza, si diede lo stesso giorno in mano al suo cugino il principe di Durazzo. Malgrado i legami della parentela, malgrado il rispetto che potevano ispirare il suo rango e la sua età, venne dal vincitore duramente trattata. Dopo trentaquattro anni di regno, subì la pena del delitto commesso in gioventù. Si dice che il 12 maggio del 1382 fu soffocata sotto un letto di piume nel castello di Muro, nella basilicata, ov'era stata rinchiusa. E si soggiunge che il vecchio re d'Ungheria consigliasse egli medesimo questo supplicio per avere una tarda vendetta della morte di suo fratello Andrea[274].

La catastrofe della regina Giovanna cagionò a Firenze un profondo dolore. I cittadini di questa repubblica erano stati sempre devoti della casa d'Angiò dopo il suo stabilimento nel regno di Napoli: amavano la regina Giovanna come nipote del re Roberto, e come ultimo rampollo della sua famiglia; e l'amavano a cagione del bene che le avevano fatto, piuttosto che per quello che potevano da lei sperare. Essi temevano l'uso che un principe più destro e più intraprendente potrebbe fare delle forze della più bella parte dell'Italia. Vero è che il nuovo sovrano non cercò d'impadronirsi delle contee di Forcalquier e di Provenza, le quali passarono al figlio adottivo di Giovanna: ma Carlo III era l'erede riconosciuto di Luigi d'Ungheria. Prima delle conquiste de' Turchi l'Adriatico apriva tra questi due regni una pronta e facile comunicazione; e chi avesse potuto disporre del valore ungaro e della ricchezza di Napoli, poteva rovesciare a posta sua l'equilibrio d'Italia. Coloro che a quest'epoca governavano Firenze sapevano che Carlo di Durazzo era circondato da emigrati fiorentini, e ch'egli aveva più volte preso parte alle cospirazioni dei nemici della repubblica. Ciò nondimeno gli spedirono una solenne ambasciata per conciliarsi il suo favore; e perchè in allora Carlo non pensava che a stabilirsi nella sua nuova conquista, si mostrò disposto ad allearsi colla repubblica. Le arti minori, che governavano Firenze, non avrebbero veduto il loro potere rovesciato da uno straniero monarca, se non si fossero esse medesime apparecchiata la propria caduta con un vizio della loro amministrazione.

Due cittadini d'antica e potente famiglia avevano avuto gran parte nella rivoluzione, che aveva posta la repubblica sotto la dipendenza del basso popolo; erano questi Giorgio Scali e Tommaso Strozzi. Personali motivi di odio o di vendetta gli avevano tratti in questo partito, ed altri personali motivi d'ambizione e di cupidigia continuavano a dirigere la loro condotta. Agivano essi come se diventati fossero i padroni della repubblica, e le vessazioni, che andavano esercitando contro i loro nemici, ben si confacevano all'arroganza de' loro discorsi ne' consigli, ed all'insolente loro condotta[275].

Benedetto Alberti, che non meno di loro aveva contribuito alla rivoluzione, e la di cui condotta in diverse circostanze era stata riprovevole, non aveva per altro cercato di acquistare colle immense sue ricchezze una maggiore influenza nel governo del suo paese. Appassionato per la libertà e per la democrazia, le aveva stabilite con riprovevoli mezzi, e le aveva mantenute con peggiori modi, coi supplicj. Per altro nel cuor suo erasi conservato fedele ai principj d'umanità e di giustizia, e come è costume delle anime generose, non si vedeva mutar partito, che per passare dal più forte al più debole; e quando i suoi amici furono vittoriosi, non dissimulò quanto gli riuscissero spiacevoli la loro ingiustizia ed il loro orgoglio[276].

Un'ultima violenza di Giorgio Scali obbligò Benedetto Alberti a dichiararsi scopertamente contro di lui; e perchè questa offendeva egualmente i tribunali ed il popolo, fu cagione della ruina dello Scali e del suo partito. Tra le creature dello Scali e dello Strozzi eranvi alcune persone, che facevano il mestiere di delatore, i quali, palesando sempre nuove congiure, accrescevano il terrore del popolo ed il credito de' suoi capi. Uno di costoro, avendo accusato Giovanni Cambi, ragguardevole cittadino, fu riconvenuto di calunnia con evidenti prove, onde il capitano del popolo fece imprigionare il delatore, e volle assoggettarlo alla pena che aveva cercato di far cadere sopra l'innocente. Giorgio Scali impiegò tutto il credito che aveva per salvare la sua creatura, e perchè le sue preghiere non avevano effetto, di concerto con Tommaso Strozzi, invase il palazzo del capitano del popolo con un branco di gente armata, e fattosene padrone il 13 gennajo del 1382 lo abbandonò al saccheggio, e liberò il suo prigioniere[277].

Una così impudente violazione delle leggi risvegliò l'universale indignazione, ed il popolo si staccò affatto dalla causa dei due demagoghi, cui fino a tal epoca erasi consacrato. Il capitano recossi a restituire ai priori la bacchetta del comando, dicendo che l'onor suo non permettevagli d'amministrare più oltre la giustizia in una città ove così colpevoli violenze ne turbavano il corso; ed i priori, che sospiravano essi medesimi l'istante di ritirare il governo dalle mani del popolaccio, giudicarono questa occasione favorevole per tentarlo. Risposero al capitano del popolo, che doveva riprendere l'autorità che voleva deporre, ed adoperarla nel vendicare l'affronto che aveva ricevuto. Benedetto Alberti concorse colla signoria all'abbassamento dei capi audaci, che oltraggiavano la libertà. Tommaso Strozzi, prevenuto a tempo del pericolo che gli sovrastava, ebbe tempo di fuggire, ma Giorgio Scali fu arrestato in propria casa, e venti ore dopo perdette il capo sul patibolo in mezzo alla folla, che applaudiva al suo supplicio.

Giorgio Scali si lagnò avanti di morire, perchè la sua malvagia fortuna e l'odio di taluno de' suoi concittadini l'avessero persuaso ad accarezzare un popolo, che non aveva nè fede nè riconoscenza. Avendo in appresso veduto tra i cittadini armati Benedetto Alberti, gridò; «E tu, Benedetto, tu consenti adunque che io provi ciò che non avrei io mai permesso che tu provassi, se io fossi ove tu sei? Ma io ti annunzio che questo il quale è l'estremo giorno delle mie infelicità, sarà il primo delle tue.» Così morì in mezzo ai suoi nemici armati, che si rallegravano della sua morte[278].

La predizione dello Scali si avverò; le antiche famiglie risguardarono la di lui morte come il segno d'una nuova guerra civile; la città risuonò del grido viva la parte guelfa, e questo nome, che non era attaccato a verun principio politico, ma soltanto ad affezioni ereditarie indicava allora gli aristocratici. Effettivamente il 21 gennajo, i nobili, i ricchi mercanti, e l'intero partito degli Albizzi occuparono la pubblica piazza, e crearono una balìa di cento cittadini per riformare lo stato[279].

Tutte le leggi rivoluzionarie emanate ne' tre precedenti anni vennero annullate da questa balìa, tutti coloro che il 18 gennajo 1378 erano stati esiliati o dichiarati ribelli furono ristabiliti ne' loro antichi diritti. Si abolirono le sentenze d'ammonizione, si rilasciarono i prigionieri di stato, e le due corporazioni, ch'erano state create per le arti inferiori, furono disciolte[280]. L'antica fazione guelfa venne ristabilita in tutte le sue preeminenze, e portate le sue bandiere per tutta la città[281]. Le arti minori vennero escluse dal gonfalone di giustizia, e dopo molte risse, che si andarono rinnovando in tutto il corso dell'anno tra i grandi, le arti ed il popolo, la parte delle arti minori fa infine ridotta al terzo degli onori pubblici[282].

Ma il nuovo governo non fu ne' suoi cominciamenti meno rigoroso di quello che lo era stato il precedente de' plebei. Esiliò i capi di molte illustri famiglie, che avevano spalleggiato il minuto popolo, ed esiliò pure molti popolani[283]; confinò a Chiozza Michele di Lando, cui la patria doveva mostrarsi più riconoscente, avendola egli salvata dal furore dei Ciompi[284]; per ultimo perseguitò Benedetto Alberti, che più fedele a' suoi principj che al suo partito, s'accostava sempre a quello dell'opposizione contro tutte le tirannidi. In molte circostanze il governo manifestò la diffendenza o l'odio che gli portava. Ma non fu che nel 1387 che una nuova balìa, incaricata di riformare lo stato e di ristringere l'aristocrazia osò all'ultimo d'esiliarlo[285]. Benedetto Alberti prima di partire chiamò presso di sè tutti i suoi parenti, e vedendo che piangevano, disse loro: «Voi vedete, miei amici, come la fortuna me colpisce e voi minaccia; io non ne sono per altro sorpreso, e voi pure non dovete esserlo, imperciocchè tale fu sempre la sorte di coloro che in mezzo a molti malvagi, vollero conservarsi giusti, e che si sforzarono di sostenere ciò, che i più cercavano di rovesciare. L'amore della mia patria mi avvicinò a Salvestro de' Medici, lo stesso amore mi allontanò da Giorgio Scali, come lo stesso sentimento eccitò il mio odio contro coloro che hanno presentemente il governo in mano. Non avendo questi persona che li punisca, non vogliono pur soffrire chi ardisce biasimarli. Io acconsento a liberarli col mio esilio dal timore che hanno di me, e di tutti coloro che detestano la loro tirannide, e la loro scelleratezza; percuotendo me per altro hanno minacciati tutti gli altri.

«Io non ho compassione di me medesimo, perchè la patria serva non può rapirmi gli onori della patria ancora libera; e la memoria della passata mia vita mi sarà più cagione di godimento, di quel che possa recarmi dispiaceri l'esilio che io m'apparecchio a subire. Mi crucia soltanto la sorte della mia patria, caduta sotto il giogo dell'aristocrazia, e sottoposta al suo orgoglio ed alla sua avarizia. Mi affligge ancora la sorte vostra; imperciocchè i mali, che oggi finiscono per me, cominciano per voi, e forse vi opprimeranno assai più, che me non hanno oppresso. Io vi esorto frattanto a preparare le anime vostre a sostenere virtuosamente tutti gl'infortunj, e poichè siete minacciati da molte sventure, vi ammonisco a diportarvi in maniera, che quando sarete colpiti, sappia ognuno, che non siete infelici per colpa vostra, e che soffrite come si conviene a uomini virtuosi[286].» Benedetto Alberti partì in appresso per terra santa, visitò in abito di pellegrino il sepolcro del Salvatore, e quando stava per tornare in Europa fu sorpreso da grave infermità, e morì a Rodi[287]. Le sue ossa, trasportate a Firenze, ebbero onorata sepoltura.

E per tal modo nel giro di tre anni il furore delle fazioni aveva privata Firenze de' suoi più illustri uomini di stato. Il corso della natura le aveva di già tolti prima alcuni de' suoi cittadini, che coll'alta loro riputazione letteraria non avevano forse meno contribuito alla sua gloria. Petrarca era morto d'apoplesìa il 18 luglio del 1374 in Arquà, presso Padova, alle falde dei monti Euganei. Era questa una casa solitaria accordatagli da Francesco di Carrara in allora signore di Padova[288]. Il Boccaccio morì poco dopo il 21 dicembre del 1375, e tutta la società de' letterati con cui Petrarca aveva vissuto, quella società che l'abate di Sade ha fatta conoscere nelle sue voluminose memorie, era pressochè tutta distrutta. Ma la repubblica fiorentina in mezzo alle sue rivoluzioni non aveva perduto il germe che fa nascere e moltiplica i grandi uomini. Malgrado il supplicio de' cittadini, che avevano amministrata la repubblica con tanta gloria dal 1360 al 1378, nuovi uomini di stato si presentarono sulla scena per mostrare nel susseguente periodo nè minori talenti nè minori virtù. A Petrarca ed ai suoi amici erano succeduti nuovi letterati. Coluccio Salutati di Stignano era stato nominato cancelliere della comunità il 25 aprile del 1375, ed esercitò trent'anni questa carica con molta eloquenza e molto ingegno. Era solito dire il Visconti, che più temeva l'effetto d'una lettera di Coluccio, che non le armi di mille cavalieri fiorentini[289]. Leonardo Bruno, detto l'Aretino, era nato nel 1369, ed era destinato ad essere uno de' più eloquenti e più giudiziosi storici, che abbia prodotti l'Italia. La generazione che entrava sulla scena del mondo quando l'altra si ritirava, doveva succedergli nella gloria delle lettere, delle arti e delle virtù politiche.