CAPITOLO LI.
Affari dell'Oriente. — Guerra dei Genovesi in Cipro. — Quarta guerra di Venezia e di Genova; presa e ripresa di Chiozza. Pace di Torino.
1372 = 1381.
Lo stesso anno, reso celebre dal principio del gran scisma di occidente e dalla sanguinosa rivoluzione dei Ciompi a Firenze, vide altresì scoppiare la sanguinosa guerra di Chiozza, la quarta delle guerre marittime tra Venezia e Genova, e quella che espose queste due potenti repubbliche agli estremi pericoli. Fuori d'Italia e lontano dagli avvenimenti trattati ne' decorsi capitoli dobbiamo cercare la cagione di questa accanita guerra.
Tutta l'esistenza delle repubbliche marittime è poco legata alla storia del rimanente dell'Italia. Le signorie di Venezia e di Genova sembravano d'ordinario straniere alle rivoluzioni delle province limitrofe, mentre tutte le loro cure erano volte alle regioni del Levante. Il loro commercio e le loro colonie nella Turchia ed in Grecia erano la principale sorgente delle ricchezze del popolo e della potenza dello stato; e le passioni pubbliche e private non sembravano eccitate che dagl'interessi e dalle rivoluzioni di queste lontane contrade.
La situazione delle repubbliche marittime le isolava, per così dire, e loro permetteva di risguardarsi come assolutamente staccate dal continente italiano. Le montagne che circondano la Liguria, separavano questa provincia dalla Lombardia, siccome le lagune ne separavano Venezia. In un tempo in cui la cavalleria pesante formava il nervo delle armate, riusciva presso che impossibile la conquista d'un paese in cui i cavalli non potevano agire. Le cure adunque che le due repubbliche si prendevano delle cose del Levante non venivano in verun modo interrotte da quelle della loro sicurezza. La regione, da cui ritraevano le ricchezze e la sussistenza loro, era sempre l'emporio del commercio del mondo. La barbarie dei Turchi non aveva avuto sopra le province del loro dominio una influenza tanto funesta, quanto l'ebbe nelle susseguenti età la loro non curanza. I loro stati venivano ancora arricchiti da alcune manifatture e dal commercio delle Indie; gli Arabi ed i Greci, che loro erano soggetti, non avevano ancora rinunciato al lusso che ha bisogno di commercio, nè all'industria che lo alimenta.
I Turchi erano oramai i veri signori dell'Oriente, e di già chiamavansi mari di Turchia le acque dette per lo innanzi mari della Grecia. Il decadimento dell'impero d'Oriente era stato rapidissimo. Ne' primi anni del XIV secolo il vecchio Andronico aveva perduta tutta l'Asia minore, e tutti i possedimenti de' Greci al di là del Bosforo e dell'Ellesponto. Circa il 1350 Cantacuzèno introdusse i Turchi in Europa per impiegarli come ausiliari nelle guerre civili, ed il suo successore Paleologo, ch'era stato suo pupillo e suo rivale, perdette nel suo regno dal 1355 al 1391 tutte le province d'Europa, che tutte vennero in potere di Amurat I. «Chiudi le porte della tua città per regnare entro il circondario delle tue mura», faceva dire il successore d'Amurat al figliuolo di Giovanni Paleologo, «poichè tutto quanto trovasi al di fuori appartiene a me[290].»
La stessa Costantinopoli non era quasi meno dipendente dai Turchi di quello che lo fossero le campagne da questi occupate. Giovanni Paleologo, perduto nel libertinaggio, cercava con vili piaceri di allontanare il pensiero della ruina del suo impero[291]. Tributario e vassallo del Sultano, erasi obbligato a servire sotto i di lui ordini, o farsi rappresentare nel campo de' Turchi da uno de' suoi figliuoli. Mentre che d'accordo con Amurat combatteva contro gli Ungari, Andronico, suo primogenito, prese parte ad una congiura con uno de' figli d'Amurat. Il progetto di questi ambiziosi giovani pare che fosse quello di balzare dal trono nel tempo medesimo il sultano e l'imperatore; ma le loro trame vennero scoperte da Amurat, il quale condannò alla morte suo figlio, ed ordinò al monarca greco di punire il proprio. Giovanni Paleologo non era convinto del delitto del principe, ma la viltà sua gli fece far quello che la collera, o la sete del sangue non gli suggerivano di fare; fece abbacinare suo figliuolo, e suo nipote, ancora fanciullo: e destinò suo successore Manuele, il secondo de' suoi figli[292].
Mentre l'impero greco abbracciava ancora molte migliaja di leghe quadrate, ci dovette sorprendere l'audacia e la potenza della colonia genovese di Galata; ma nella presente epoca in cui trovavasi ridotto quasi ad una sola città, e che il suo capo non si ricusava di soggiacere a qualunque avvilimento, quando l'ordinava il sultano, più non dobbiamo maravigliarci vedendo i Genovesi di Galata tenere in bilico tutte le forze dell'imperatore, e l'affetto loro essere cagione in Costantinopoli di frequenti rivoluzioni: la parte ch'essi presero negli intrighi della corte greca fu la causa principale della guerra di Chiozza.
Il Paleologo aveva chiusi suo figlio e suo nipote nella torre di Anema, vicina a Galata. I Genovesi, mossi a pietà di questi due infelici principi, li fecero fuggire dopo due anni di prigionia. Il supplicio non era stato eseguito che a metà, ed i medici italiani riuscirono a far ricuperare uno degli occhi ad Andronico, ed a rendere a suo figliuolo Giovanni una losca e debole vista[293]. Quando questi due principi più non si trovarono nell'assoluta dipendenza cui erano obbligati dalla cecità, i Genovesi li dichiararono capaci di regnare e loro offrirono di riporli in trono, purchè Andronico loro cedesse in ricompensa l'isola di Tenedo, la quale, posta essendo all'imboccatura dell'Ellesponto, signoreggia quest'importante passaggio, ed apre o chiude l'ingresso della Propontide e del mar Nero. Il trattato fu segnato in agosto del 1376. I Genovesi attaccarono in allora Costantinopoli e furono ajutati dai nemici del regnante imperatore, onde posero sul trono il cieco Andronico, mentre che Giovanni ed i suoi due figli vennero chiusi nella stessa prigione da cui era stato levato Andronico[294].
Dopo questa rivoluzione i Genovesi spedirono due galere per prendere possesso di Tenedo, al quale oggetto erano muniti degli ordini che Andronico dirigeva al governatore dell'isola. Ma questi essendo, come pure gli abitanti, affezionato al deposto imperatore, ricusò di riconoscere i due ciechi monarchi, chiuse il suo porto ai Genovesi, e vedendo che colle sole sue forze non potrebbe a lungo difendersi contro di loro, chiese soccorso a Donato Tron, ammiraglio della flotta veneziana, che ritornava dal mar Nero, e gli consegnò Tenedo colle sue fortezze. Il senato di Venezia che tutta conosceva l'importanza di quest'isola, vi mandò all'istante due provveditori con forte guarnigione, e le somme occorrenti per mettere i castelli in buono stato di difesa. I Genovesi irritati persuasero Andronico a far imprigionare il balio con tutti i Veneziani stabiliti a Costantinopoli, e somministrarono all'imperatore dodici galere per intraprendere l'assedio di Tenedo. Per altro eglino non dichiararono la guerra ai Veneziani, e non presero parte all'attacco che in qualità d'ausiliarj de' Greci[295].
In un altro regno del Levante i Genovesi sostenevano una guerra, alla quale dovevano a vicenda prendere parte anche i Veneziani. Pietro di Lusignano, re di Cipro, era stato ucciso nel 1372 dai suoi fratelli a Nicosia, sua capitale; suo figliuolo ancora fanciullo, chiamato Pietro, come il padre, era stato disegnato per succedergli. I Veneziani ed i Genovesi, che avevano in quell'isola potenti stabilimenti, pretendevano gli uni e gli altri di occupare il posto d'onore nella cerimonia della coronazione. Gli zii del giovanetto re decisero la disputa in favore de' Veneziani[296]; ma i Genovesi ricusarono di stare al loro giudizio, e recaronsi al palazzo colle armi sotto il loro mantello, per occupare a forza il posto cui credevano d'avere diritto. Gli zii del re, avuto avviso del loro divisamento, li fecero arrestare; si ritennero come prove del fatto le armi che portavano nascoste, e senza formarne regolare procedura vennero precipitati dalla sommità di una torre. I furibondi Ciprioti non si limitarono a far morire i Genovesi ch'eransi recati al palazzo, ma infierirono contro tutti i loro compatriotti sparsi nell'isola; tutti furono uccisi e saccheggiate le loro case. Ad un solo Genovese gravemente ferito in fronte, e creduto morto, riuscì di fuggire onde portare la notizia dell'accaduto alla sua patria[297].
I Genovesi impazienti di vendicare tanto oltraggio, mentre armavano una formidabile flotta, spedirono immediatamente Damiano Catani ne' mari di Cipro con sette galere, per far sentire ai Ciprioti i primi effetti della loro collera. Il Catani ottenne vantaggi assai maggiori di quelli che potevansi sperare da così debole squadra. Con subiti ed impreveduti attacchi egli occupò Nicosia il 16 giugno del 1373, e Pafo il 23 dello stesso mese[298]. Settanta giovani donne di quest'isola, altre volte consacrate a Venere, caddero in suo potere in un'imboscata, ma malgrado il malcontento de' suoi marinaj rimandò queste greche bellezze ai loro padri o mariti, senza permettere che fosse fatto loro il menomo oltraggio. «Non è già per far prigionieri di questa sorta che la nostra patria ne ha qui spediti,» rispose a coloro che lo rimproveravano di non saper usare della vittoria.
Mentre Damiano Catani con tale condotta ispirava ai Ciprioti la più alta idea della sua moderazione e della sua virtù, eccitava colle sue vittorie e colle sue negoziazioni una reciproca diffidenza tra i membri del consiglio di reggenza. Sospettavasi che avesse qualche intelligenza coi grandi, e non si osava prendere contro di lui veruna vigorosa misura. Intanto Pietro di Campo Fregoso, fratello del doge di Genova, giunse avanti a Famagosta il 3 ottobre del 1373 con trentasei galere e quattordici mila uomini da sbarco. Il giorno 10 dello stesso mese Famagosta fu presa, ed il giovane re co' suoi zii ed il suo consiglio caddero in potere de' vincitori, e l'isola intiera fu soggiogata. Per altro i Genovesi castigarono con moderazione l'offesa che loro aveva poste le armi in mano, non avendo condannati a pena capitale che tre dei gentiluomini che avevano diretta la carnificina de' loro compatriotti: mandarono a Genova uno degli zii del re, ed i figli dell'altro, che avevano il titolo di principi d'Antiochia, con sessanta ostaggi della principale nobiltà; lasciarono una guarnigione a Famagosta per tenere in suggezione tutta l'isola; ma vendettero il suo regno a Pietro di Lusignano, con obbligo di pagare un annuo tributo alla repubblica di quaranta mila fiorini[299].
Il re di Cipro ed il suo popolo venuti in potere del conquistatore, ben dovevano aspettarsi, dopo così grave offesa, un più rigoroso trattamento. Ma Pietro di Lusignano non poteva perdonare ai Genovesi nè il corso pericolo, nè la dipendenza in cui si rimaneva. Tosto ch'egli seppe che la contesa pel possesso di Tenedo poteva accendere la guerra tra i Veneziani ed i Genovesi, cercò l'alleanza de' primi, e concertò con loro i mezzi di scacciare le truppe straniere che occupavano Famagosta[300].
Nello stesso tempo il re di Cipro sposava Violanta, figlia di Barnabò Visconti, signore di Milano, ed approfittava di tale parentado per procurare nuovi nemici ai Genovesi. Chiese che i cento mila fiorini, che Barnabò Visconti dava in dote a sua figlia, fossero da questo signore impiegati nella guerra della Liguria[301]; ed in fatti, ad istigazione del Visconti, i marchesi del Carreto si ribellarono, e tolsero alla repubblica Castelfranco, Noli ed Albenga[302].
I Genovesi attribuivano all'odio ed alla gelosia de' Veneziani tutte le guerre che avevano in Grecia, in Cipro e nelle montagne della Liguria; e dal canto loro cercavano di risvegliare il coraggio, o di aguzzare l'odio de' nemici di Venezia, onde opporre alla lega formata contro di loro un'altra lega d'eguali forze.
S'addirizzarono perciò da prima a Francesco da Carrara, signore di Padova, la di cui inimicizia contro i Veneziani aveva cominciato nel 1356 colla guerra degli Ungari. Questo principe aveva somministrate vittovaglie al re Luigi, quando attaccò la repubblica, la quale non avea mai più perdonato al Carrara questo cattivo ufficio. Il signore di Padova, sempre esposto ai risentimenti della repubblica, cercò d'acquistare, con un ardito attentato, un'influenza ne' consiglj della repubblica che moderasse l'odio loro. I suoi confidenti lo avvisavano ogni mattina di ciò che si era fatto in senato nel precedente giorno; e ciò si poteva ben fare, trovandosi Padova a sole venti miglia da Venezia, e il territorio padovano confinante colla laguna. Una notte questo signore fece rapire dai suoi gondolieri nelle proprie case tutti i senatori veneziani che avevano contro di lui perorato con maggiore veemenza; li fece condurre a Padova nel suo palazzo, e loro ricordando gli offensivi discorsi contro di lui tenuti, li minacciò di farli morire. Per altro in appresso si addolcì, loro accordando la vita e la libertà, a condizione che giurassero di seppellire quest'avvenimento in un profondo silenzio, e di essergli più favorevoli nelle loro deliberazioni. Il Carrara gli avvisò congedandoli, che gli sarebbe più agevole il farli punire d'uno spergiuro con un colpo di pugnale di quello che gli fosse stato il rapirli dalle loro case e dalla loro patria. Li fece in appresso trasportare di notte sulla spiaggia di Venezia.
La religione del giuramento o il timore persuasero i senatori veneziani a mantenere la promessa; e non fu che dopo molti anni che quest'attentato venne rivelato dai banditi medesimi ch'erano stati impiegati dal signore di Padova. I Veneziani provvidero con maggiore vigilanza alla sicurezza della loro città, e determinarono di vendicarsi del terrore che Francesco da Carrara aveva inspirato a molti di loro[303].
Essi attaccarono lo stato di Padova in ottobre del 1372. Il re d'Ungheria, che non aveva scordati i buoni ufficj di Francesco di Carrara, spedì Stefano Laczk vayvoda di Transilvania in soccorso di questo signore. Ma il vayvoda fu fatto prigioniero in una battaglia che egli diede ai Veneziani il primo luglio del 1373, ed i suoi soldati ricusarono di combattere finchè non fosse redento il loro generale. Francesco da Carrara trovossi perciò sforzato dai suoi alleati medesimi a firmare il 23 di settembre una pace umiliante. Suo figlio venne a Venezia a chiedere in ginocchioni perdono al doge di averlo ingiustamente attaccato, e promise di pagare in dieci anni trecento cinquanta mila fiorini per le spese della guerra[304].
Quest'ultima umiliazione aveva raddoppiato l'odio del signore da Carrara, onde l'alleanza offertagli dai Genovesi parvegli un'opportuna occasione di vendetta, e l'accolse avidamente. Prima di manifestare le sue intenzioni, fece in Venezia medesima immensi approvvigionamenti di sali e di droghe, onde i suoi sudditi non avessero bisogno per cinque anni di commercio marittimo. In pari tempo entrò in trattati con tutti i principi gelosi delle ricchezze di Venezia, oppure offesi dal di lei orgoglio. Questo popolo, egli loro diceva, unisce ad una illuminata ed uniforme politica tanto coraggio e tante ricchezze, che s'egli acquista una volta qualche stabilimento in terra ferma, non tarderà a signoreggiare l'Italia collo stesso orgoglio con cui domina di già sui mari. Il re d'Ungheria, il patriarca d'Aquilea, signore del Friuli, i fratelli della Scala, signori di Verona, il comune d'Ancona, il duca d'Austria e la regina di Napoli, mossi dalle persuasioni di Francesco da Carrara, accettarono l'alleanza dei Genovesi, e si disposero ad entrare in guerra contro i Veneziani[305].
La guerra preparata da tutte queste negoziazioni scoppiò in fatti nel 1378 dall'una all'altra estremità della Lombardia. Barnabò Visconti, che teneva al suo soldo i principali capitani avventurieri, mandò la compagnia francese della Stella nella Liguria. Quest'armata attraversò la Riviera di Ponente, guastò la Polsevera e s'avanzò fino a san Pier da Arena. Ritirossi in seguito mediante una grossa somma di danaro che il doge di Genova mandò a' suoi capi[306]. Giovanni Acuto ed il conte Lucio Lando avevano contemporaneamente condotta un'altra armata di Barnabò nello stato di Verona[307]. Intanto Giovanni Obizzi, generale di Francesco da Carrara, faceva delle scorrerie nello stato veneziano, ed il vayvoda di Transilvania guastava il territorio trivigiano[308]. In ogni luogo si combatteva, in ogni luogo le campagne erano abbandonate al sacco, ed intanto non accadeva sul continente verun fatto decisivo.
Le armate di terra non erano composte che di mercenarj indifferenti alla causa che sostenevano; ma sopra le flotte delle due repubbliche combattevano personalmente i cittadini di Genova e di Venezia, e l'odio inveterato raddoppiava il loro accanimento. È noto che nella prima campagna i marinaj dispersi dal commercio su tutti i mari non avevano potuto essere richiamati in servigio della loro patria; erano armate poche galere, ed anche queste trovavansi sparse in più lontane parti. Aaron Stroppa comandava dieci vascelli genovesi ne' mari di Costantinopoli; egli attaccò Lenno, ossia Stalymene, che apparteneva ai Veneziani, e l'occupò; assediò ancora Tenedo, ma la guarnigione veneziana rese vani tutti i suoi tentativi[309].
Un'altra flotta di dieci galere doveva, sotto il comando di Luigi del Fiesco, proteggere la navigazione dei Genovesi nel mare di Toscana. I Veneziani mandarono nello stesso mare Vittore Pisani, il più illustre ed il più riputato de' loro ammiragli, con quattordici galere. Le due squadre si scontrarono in luglio presso la riva d'Anzio. Una burrasca sollevava gigantesche onde, che andavano a spezzarsi contro il promontorio di Nettuno. Le galere, costrette ad orzare e sempre in pericolo di rompere sulla costa, cessavano di manovrare per combattere con accanimento, ed il furore degli uomini superava quello degli elementi; ma i Genovesi meno numerosi furono alla fine perdenti; una delle loro galere naufragò sulla costa; cinque furono prese da Pisani, e quattro si salvarono colla fuga[310].
La giovane sposa del re di Cipro, figlia di Barnabò Visconti, fu condotta nella sua isola da sei galere veneziane, le quali, colà giunte, si associarono a cinque galere catalane che Pietro di Lusignano aveva prese al suo soldo, e strinsero insieme d'assedio Famagosta, mentre il re di Cipro le secondava con una armata di dieci mila uomini. Dopo una accanita zuffa i Veneziani penetrarono nel porto, e vi bruciarono alcuni vascelli genovesi; ma quando vollero in seguito dare l'assalto alle mura della città, vennero respinti con tanta perdita, che abbandonarono il porto di cui si erano impadroniti ed ancora il mare di Cipro[311].
I due popoli si offendevano ancora più gravemente nel golfo di Venezia. Luciano Doria, grande ammiraglio de' Genovesi, vi aveva condotte ventidue galere; ed inoltre aveva trovati a Zara sussidj d'ogni genere, che il re d'Ungheria aveva fatti apparecchiare pei suoi alleati. D'altra parte Vittore Pisani, richiamato dal senato veneziano aveva ricondotta nel golfo una flotta di venticinque galere per proteggere il commercio della sua patria, ed i convogli di vittovaglie ch'ella tirava dalla Puglia. Il Pisani ritolse al re d'Ungheria le città di Cattaro, di Sebenico, e di Arbo, che gli erano state cedute in fine della precedente guerra[312]. Nello stesso tempo Luciano Doria occupava Rovigno nell'Istria, saccheggiava e bruciava Grado e Caorle, e spargeva il terrore fino nel porto di Venezia[313].
Vittore Pisano che già da lungo tempo teneva il mare, in gennajo del 1379 fece chiedere alla signoria la licenza di ricondurre la sua flotta a Venezia per lasciar riposare la ciurma. Il senato ebbe timore che Doria, rimasto in qualche modo padrone del golfo, bloccasse nel porto la flotta veneziana, onde ricusò di ricevere il suo ammiraglio, e Pisani fu forzato di passare l'inverno battendo le coste dell'Istria. La malattia si manifestò ne' suoi equipaggi, ed alcune migliaja di marinaj, che sempre in faccia a Pola sospiravano di prendere riposo su quella riva ospitale, morirono nelle loro galleggianti prigioni, e trovarono sepoltura sotto le onde[314]. Il Pisani era finalmente entrato nel porto di questa città dopo avere fatto un nuovo viaggio nella Puglia, quando Luciano Doria comparve il 29 maggio del 1379 colla sua flotta di ventidue galere in distanza di tre miglia. I marinaj veneziani, impazienti di terminare la loro lunga cattività, obbligarono il loro ammiraglio ad uscire dal porto colle sue ventiquattro galere per venire a battaglia[315]. Si rimpiazzarono alla meglio i marinaj rapiti dalla malattia facendo montare sulla flotta molti abitanti di Pola con alcune truppe da sbarco[316]. Il Pisani tentò invano di supplire col suo valore alla debolezza degli equipaggi. Attaccò con furore i Genovesi, e l'ammiraglio Doria fu ucciso in principio della battaglia; ma Ambrogio Doria, suo fratello, prese subito il comando della flotta. I Genovesi animati dal desiderio di vendicare il loro ammiraglio raddoppiarono i loro sforzi, ed in un'ora e mezza fu decisa la battaglia: quindici galere veneziane caddero in mano dei nemici con mille novecento prigionieri, tra i quali contavansi ventiquattro membri del maggiore consiglio; e Vittore Pisani, che si era rifugiato a Venezia con soli sette vascelli, fu posto subito in prigione, quasi fosse colpevole della sua cattiva fortuna[317].
La vittoriosa flotta dei Genovesi venne bentosto portata al numero di quarantasette galere da Pietro Doria, che la signoria mandò nel golfo per succedere a Luciano. Il nuovo ammiraglio si avanzò fino a san Nicolò di Lido, una delle aperture della laguna, per concertare le sue misure col signore di Padova; dopo comparve il 6 agosto innanzi alla porta di Chiozza colla flotta da lui comandata[318].
La laguna che separa Venezia dal continente, e che alla caduta dell'impero romano salvò le isole ch'ella racchiude dall'invasione de' Barbari, è altresì provveduta dalla banda del mare d'una naturale fortificazione. Una linea d'isole lunghe e strette formano un bastione contro la furia del mare. In verun luogo ha più di mille passi di larghezza, mentre la sua lunghezza è di trentacinque miglia. Viene chiamata arzere, argine, e su quest'argine sono costrutte le famose muraglie detti i muracci. Sei aperture, che dall'alto mare comunicano alla laguna, hanno tagliato l'argine in tante isole prolungate, ognuna delle quali aperture tiene luogo di porto[319]. Alcuni più stretti canali tagliano altresì le grandi isole; e più a mezzogiorno le aperture di Brondolo e del Fossone, che servono di foce alla Brenta ed all'Adige, comunicano pure colla laguna.
Il senato di Venezia, dopo la disfatta di Pola, erasi affrettato di chiudere tutte le aperture della laguna. Venne tesa una triplice catena a traverso ad ogni porto, che di tratto in tratto era difesa da sandoni, grandi vascelli immobili carichi di macchine da guerra e di soldati. In alcuni luoghi i Veneziani aggiunsero a queste catene una specie di fortificazione galleggiante composta di grandi travi artificiosamente legate assieme, le quali sembravano rendere ogni avvicinamento impossibile[320].
Pietro Doria dopo avere corsa tutta la lunghezza dell'argine risolse d'attaccare di preferenza l'apertura di Chiozza lontana venticinque miglia da Venezia. Francesco da Carrara, informato del divisamento dell'ammiraglio genovese, aveva preparate a Padova cento barche armate, che fece scendere verso Chiozza per i canali della Brenta, e questa flottiglia attaccò per di dietro la catena che chiudeva il porto e le fortificazioni galleggianti, mentre il Doria l'attaccava di fronte. Il sandone o vascello immobile, ch'era posto tra i due nemici, non potè fare lunga resistenza, ed i soldati, che lo difendevano, fuggirono il 12 agosto del 1379 dopo avervi appiccato il fuoco[321].
Essendosi in tal modo resi padroni dell'ingresso della laguna, i Genovesi assediarono Chiozza per assicurarsi del possedimento del suo porto. Francesco da Carrara mandò metà della sua armata nell'isola di Brondolo, sul di cui lato interno è posta Chiozza: i Genovesi sbarcarono parte delle loro truppe per assecondarlo, e l'armata degli assedianti, contando le forze di terra e di mare, ammontava a ventiquattro mila uomini. I Veneziani avevano introdotti tre mila uomini in Chiozza, i di cui abitanti facevano pure il servigio militare. Un sobborgo, detto Chiozza piccola, fu ben tosto preso dagli assedianti. Questo sobborgo comunicava colla città per mezzo d'un ponte lungo un quarto di miglio, che attraversava bassi fondi e lagune. I Veneziani occupavano ancora questo ponte il 16 agosto, quando un marinajo genovese riuscì a condurvi di sotto un battello incendiario. Le fiamme ed il fumo, che si videro improvvisamente sollevarsi, fecero credere ai Veneziani che il ponte, su cui trovavansi, avesse preso fuoco, onde fuggirono, sorpresi da panico timore, e furono inseguiti così da vicino che non ebbero tempo di alzare dietro loro il ponte levatojo. I Genovesi ed i Padovani entrarono con loro in Chiozza, e se ne resero padroni; ottocento sessanta Veneziani erano morti combattendo; tre mila ottocento furono fatti prigionieri[322].
I Genovesi presero possesso di Chiozza a nome di Francesco di Carrara, e la dichiararono a lui soggetta. Era questa una delle condizioni del trattato fatto con lui. Quest'acquisto assicurava oramai ai Genovesi una comunicazione co' nemici de' Veneziani sul continente, e loro apriva colla laguna la stessa città di Venezia[323], di cui Chiozza era come un bastione avanzato. Fu perciò estrema la costernazione de' Veneziani, ed il popolo affollavasi intorno al palazzo di san Marco, e piangendo supplicava la signoria di domandare la pace ad ogni costo, e di salvare in tal modo la repubblica dalla sua estrema ruina[324]. Le virtù repubblicane e la costanza ne' pericoli, sembravano appartenere in Venezia esclusivamente alla nobiltà, che sola governava lo stato. Il doge Andrea Contarini oppose il suo coraggio e la sua fermezza all'abbattimento del popolo desolato; ma egli stesso conosceva tutto il pericolo che soprastava alla sua patria, e spedì tre ambasciatori a Chiozza a domandare la pace ai Genovesi.
Il consiglio di guerra, in cui questi deputati furono introdotti, era preseduto da Pietro Doria e da Francesco da Carrara. I Veneziani confessarono la propria disfatta, ed invitarono i loro rivali a non abusare della vittoria. «Il doge ne ha dato questo foglio bianco (dissero essi presentando una carta a Francesco da Carrara) affinchè vi facciate scrivere voi medesimi le condizioni che vi piacerà dettare; egli tutte le accetta preventivamente, e non si riserva che una sola cosa, che la libertà veneziana rimanga intatta.» Il signore di Padova parve premuroso di conchiudere una pace di cui dovevano essere così vantaggiose le condizioni; ma Pietro Doria, che voleva affatto distrutta la rivale della sua patria, persuase i suoi alleati a ricusar di trattare, incaricandosi egli di rispondere agli ambasciatori, e loro disse: «Vi giuro per Dio, signori Veneziani, che voi non avrete mai pace col signore di Padova o colla nostra repubblica, se prima non abbiamo noi medesimi messa una briglia ai cavalli di bronzo che sono sulla vostra piazza di san Marco. Quando gli avremo imbrigliati colle nostre mani, noi ben sapremo renderli quieti[325].»
Quando fu riferita a Venezia questa risposta insultante tutto il popolo ad altro più non pensò che a difendersi contro nemici che non lasciavano nulla sperare. Frattanto avevasi successivamente notizia che Terra nuova, Cavarzere e Mont'Albano, fortezze poste alla foce dell'Adige o ai confini del padovano, eransi arrese senza combattere, atterrite dalla rotta di Chiozza; che Loredo e Torre delle Bebe erano state prese pochi giorni dopo; e finalmente che il forte delle Saline era bloccato; questo per altro coraggiosamente si difese fino alla fine della guerra[326].
Il 24 agosto furono viste avanzarsi ventiquattro galere genovesi e quaranta barche armate dalla banda del Lido; la stessa città di Venezia era minacciata di uno sbarco; ma nell'istante in cui i Genovesi vollero prender terra furono respinti con un vigore inaspettato, e dopo la loro ritirata i Veneziani pensarono a fortificare i canali pei quali i loro nemici erano giunti in vista della capitale[327].
Un solo uomo aveva l'intera confidenza de' marinaj e del popolo di Venezia. Uscito da una famiglia nella quale i trofei marittimi sembravano ereditarj, Vittore Pisani veniva riputato il degno successore di Niccolò Pisani, che nella precedente guerra avea combattuto coi Genovesi al Bosforo, e gli aveva rotti in Sardegna. Ma quest'ammiraglio, reso dal senato responsabile dell'insubordinazione de' suoi equipaggi, e dei capricci della sorte, era stato gettato in prigione dopo la disfatta di Pola. Stava egli chiuso sotto le volte che sostengono il palazzo di san Marco dalla banda del porto. Ode all'improvviso il popolo ammutinato invocare la signoria e circondare il palazzo, gridando: «Se volete che noi combattiamo, rendeteci Vittore Pisani, nostro ammiraglio; viva Vittore Pisani!» egli allora carico di catene, si strascina verso una delle finestre della sua prigione: «fermatevi, grida egli, Veneziani, voi non dovete mai gridare che viva san Marco[328]!» Frattanto la signoria fece uscire Pisani di prigione e lo nominò capitano del mare. Molti cittadini si offrirono all'istante di armare galere a loro spese per servire sotto di lui, e tutto il popolo si affrettò di equipaggiare una nuova flotta. Mentre si stava allestendo, il Pisani fece fortificare tutti i canali che conducono a Venezia, come pure l'argine di Malamocco; fece chiudere con paloni ed antenne galleggianti il canal grande e quello della Giudecca; stabilì barche di guardia tutt'all'intorno di Venezia, e pose di stazione agli sbocchi de' primarj canali, cocche, o grandi vascelli rotondi, carichi d'artiglierie. Le armi a fuoco erano finalmente diventate di uso comune, e per la prima volta nelle guerre d'Italia si videro adoperate in tutte le battaglie[329].
Il re d'Ungheria, informato de' prosperi avvenimenti de' suoi alleati, aveva mandato Carlo di Durazzo con dieci mila uomini ad attaccare il territorio di Treviso; ma Durazzo, invitato da Urbano VI a conquistare il regno di Napoli, desiderava di terminare la guerra di Venezia. Entrò dunque in trattato col doge, e gli permise d'approvvigionare Treviso, di modo che per tutto quest'anno i Veneziani non ebbero sul continente perdite importanti[330].
In mezzo ai loro disastri i Veneziani ricevettero qualche conforto dal Levante. In sul finire del precedente anno avevano mandato in Corso Carlo Zeno, uno de' loro più esperti ufficiali, che per lo innanzi aveva comandato con gloria le truppe di terra nel distretto di Treviso. Zeno uscì di Venezia con otto galere[331] e passò in mezzo alla flotta genovese senza esserne impedito. Egli aveva tolti ai Genovesi molte navi mercantili nei mari di Sicilia, e negoziato con prospero successo presso Giovanna di Napoli, per renderla alleata della sua patria. Erasi in appresso diretto verso la Liguria, affinchè i Genovesi tremassero per sè medesimi nello stesso momento in cui la vittoria di Pola loro ispirava maggiore arroganza; diede la caccia ad alcune galere nemiche nel golfo della Spezia, e bruciò o abbandonò al sacco Porto Venere, Panigaglia e molti altri ricchi villaggi situati lungo la riviera del Levante[332]. Dopo avere incusso un profondo terrore a tutti gli abitanti di quelle coste, Zeno aveva fatto vela verso la Grecia. La repubblica gli aveva mandata una galera, che lo raggiunse a Livorno; altre sei ne trovò egli a Modone, che avevano ajutato Giovanni Paleologo a risalire sul trono imperiale. Esse avevano scacciati da Costantinopoli suo figlio e suo nipote; e questi due principi ciechi regnavano presentemente a Selymbria[333]. Finalmente quattro altre galere veneziane erano stazionate a Tenedo, le quali si posero altresì sotto gli ordini di Carlo Zeno. Quest'ammiraglio con una flotta, diventata formidabile, andò a cercare a Beryta le merci che i Veneziani avevano accumulate in questo porto della Siria pel valore di cinquecento mila fiorini, e che essi non ardivano di far venire in Europa. Giunto ne' mari di Cipro ebbe la notizia della presa di Chiozza, e l'ordine di ricondurre la flotta nel golfo per difendere la sua patria[334].
I Veneziani riponevano ogni loro speranza nella flotta che Zeno aveva adunata. Di già cominciavano a mancare di vittovaglie; i Genovesi chiudevano la via del mare, e Francesco Carrara quella di terra, e non introducevansi dal Trivigiano approvvigionamenti in Venezia che a traverso di mille pericoli[335]. Il popolo disperato domandava di essere condotto alla battaglia, piuttosto che esposto a morire di fame. Alcune galere disarmate trovavansi ancora nel porto dell'arsenale, altre in costruzione sui cantieri erano quasi terminate, ma il tesoro era esausto, e per armare una nuova flotta bisognava ricorrere al patriottismo del popolo. La signoria promise d'inscrivere nel ruolo della nobiltà i trenta plebei che avrebbero mostrato maggiore zelo, e di accordare a coloro che verrebbero in seguito esenzioni e privilegi, trasmissibili ai loro discendenti. Il doge Andrea Contarini, che aveva settantadue anni, scese sulla piazza di san Marco, portando tra le sue mani il gonfalone ducale, e dichiarando che monterebbe egli medesimo sulle galere che faceva armare. Invitò poscia il popolo a difendere con lui la giusta causa della patria e della pubblica libertà[336]; e malgrado la ruina del commercio, e l'universale povertà, si videro giugnere in folla al palazzo facchini carichi di danaro, ch'essi deposero ai piedi della signoria; e coll'ajuto di queste spontanee contribuzioni, prima della fine d'ottobre, venne compiutamente armata una flotta di trentaquattro galere[337].
Ma Vittore Pisani non si affrettava di condurre contro i Genovesi i vascelli che si erano posti in mare. La loro ciurma era composta d'artigiani, che sebbene nati in mezzo alle acque, appena conoscevano la navigazione. L'ammiraglio adunque gli esercitò ne' canali della Giudecca e di san Niccolò di Lido, aspettando che giugnesse Carlo Zeno, sul quale pareva che si fondasse tutta la fortuna dello stato[338].
I Genovesi concepirono qualche inquietudine quando videro esercitarsi una nuova flotta nelle lagune. Concentrarono le loro forze per non essere sorpresi o divisi, ritirarono da Malamocco e da Poveglia le truppe che vi avevano poste, diminuirono il raggio di Chiozza, di cui accrebbero le fortificazioni; e per ultimo disarmarono venti galere per dare, durante l'inverno, qualche riposo agli equipaggi. Appostarono in seguito tre vascelli per guardare il porto, e ne spedirono ventiquattro nel Friuli, a cercare vittovaglie; perchè a Chiozza mancava il frumento come a Venezia; e queste due città, collocate in mezzo alle lagune, si affamavano a vicenda, e loro giugnevano i convogli con eguale difficoltà.
Il doge Contarini, dopo due mesi di ammaestramento, credette di poter condurre i suoi marinaj alla pugna, e nella notte del 23 dicembre 1379 s'avanzò verso Chiozza con trentaquattro galere, due grandi Cocche, sessanta barche armate e più di quattrocento battelli[339]. La flotta genovese mandata sulle coste del Friuli per cercare vittovaglie era di già rientrata nel porto di Chiozza, e si andavano scaricando le munizioni che aveva portate; le quarantasette galere comandate dal Doria erano tutte chiuse nello stesso seno, ed i Genovesi senza verun sospetto non pensavano che que' nemici, cui avevano negata una vergognosa pace, pensassero ad attaccarli[340].
Il doge aveva sbarcati ottocento soldati stranieri, e quattro mila Veneziani innanzi a Chiozza piccola; ma queste truppe vennero respinte con perdita. Nello stesso tempo aveva spinta una delle sue cocche nel canale che dall'alto mare comunica colla laguna, e che vien detto il porto di Chiozza, con intendimento di fermarla sul luogo e di fortificarla per chiudere l'ingresso del porto. Questa cocca fu vigorosamente attaccata dai Genovesi e presa, dopo un'ostinata resistenza, da sette galere che l'avevano circondata. Ma i Genovesi nel caldo della zuffa ebbero l'imprudenza d'appiccarvi il fuoco: la cocca bruciò fino a fior d'acqua, e colò in seguito a fondo all'ingresso del canale. I Veneziani fecero giugnere in sul momento alcuni battelli carichi di pietre, che colarono a fondo nello stesso luogo, ed approfittando d'un accidente che loro era meglio riuscito che i proprj divisamenti, terminarono in poche ore di chiudere il canale o porto di Chiozza, naturale uscita della flotta de' loro nemici. Scesero dopo ciò sulla punta di terra detta la Lova, cui i Genovesi non potevano più abordare, e v'innalzarono un ridotto per difendere i lavori che avevano fatto alla bocca del porto[341].
La città di Chiozza, fabbricata come Venezia in mezzo alle acque, viene separata dall'alto mare dall'isola lunga o Arzere di Brondolo. Il canale che circoscrive quest'isola al nord, è quello che dicesi porto di Chiozza; un altro canale termina la stessa isola a mezzodì, e si chiama porto di Brondolo. La laguna, meno larga presso di Chiozza che presso Venezia, trovasi tagliata da minore quantità di canali. I Genovesi, seguendo il canale di Lombardia, potevano presentarsi avanti Venezia, o uscire per qualcuna delle aperture settentrionali della laguna; potevano inoltre uscire a mezzogiorno per il porto di Brondolo, e riguadagnare l'alto mare: ogn'altra uscita era loro chiusa. Vittore Pisani, che si era avanzato egli medesimo per il canale di Lombardia, e che l'occupava colla sua flotta, colò a fondo molte barche per chiuderlo ai nemici. Uscì dopo ciò dalla laguna e venne ad appostarsi all'ingresso del canale di Brondolo per togliere ai Genovesi quest'ultima uscita.
La sorte della guerra era attaccata all'intrapresa di Vittore Pisani: con marinai senza sperienza e scoraggiati dai rovesci de' loro compatriotti aveva intrapreso a bloccare una flotta vittoriosa e superiore di numero. Vero è ch'egli approfittava della circostanza che i Genovesi non potevano manovrare nel canale o presentarsi in linea di battaglia; ma d'altra parte egli era costretto di tenersi all'imboccatura del porto sotto il fuoco dell'artiglieria, che i Genovesi avevano posta nel convento di Brondolo. Se un colpo di vento, una burrasca, o il fuoco nemico lo allontanavano alcune ore da questa stazione, la flotta genovese usciva in alto mare, e la sua decisa superiorità le assicurava la più compiuta vittoria. Il doge Andrea Contarini per ispirare il suo coraggio al soldati giurò in loro presenza di non tornare a Venezia prima d'aver presa Chiozza, ed il Pisani appostò due delle sue galere nello stesso canale di Brondolo; nel tempo stesso cercò di sorprendere un ridotto situata sull'altra riva del canale, sulla punta del Fossone, in faccia al convento che occupavano i Genovesi; ma i suoi lavoratori a Fossone erano a mezza portata delle bombarde di Brondolo, e perdevano molta gente; mancavano i viveri all'armata, i suoi soldati dovevano sempre essere sotto le armi; le due galere che avvicendavano per custodire l'ingresso del canale trovavansi ogni momento esposte a colare a fondo sotto il fuoco de' nemici, e le altre, che manovravano a non molta distanza dalla riva, correvano rischio di rompere sulla medesima ad ogni colpo di vento. I soldati ed i marinaj ugualmente scoraggiati domandavano caldamente di essere ricondotti a Venezia; erano stati lungo tempo lusingati colla speranza dell'imminente arrivo di Carlo Zeno, e della flotta che ottenuti aveva tanti vantaggi in Levante; ma nè volevano, nè potevano più aspettarla in così pericolosa situazione, onde il doge fu costretto di promettere che se il 1.º di gennajo 1380 non giugneva il desiderato soccorso, leverebbe l'assedio di Chiozza. In tal caso Venezia sarebbe stata a vicenda assediata dai Genovesi, e di già si stava consultando, se convenisse abbandonare la capitale e trasportare in Creta la sede della repubblica[342].
Lo stesso giorno indicato per prendere questa funesta determinazione fu quello che apportò la salute alla repubblica. La mattina del 1.º gennajo 1380 si vide comparire innanzi al porto di Venezia Carlo Zeno con quattordici galere cariche di approvvigionamenti da guerra e da bocca e con ricchezze d'ogni maniera[343]. Ne' susseguenti giorni quattro galere d'Arbo e di Candia vennero ad unirsi alla flotta veneziana, portandola, con quella del Pisani, al numero di 52 vele.
In un solo giorno fu rimessa l'abbondanza sui mercati di Venezia, riempiuto il tesoro dello stato, rincorati i soldati ed i marinaj, ed assicurata ai Veneziani la superiorità delle forze marittime, di modo che se i Genovesi avessero potuto uscire di Chiozza, invece di trionfare facilmente de' loro nemici, non sarebbersi probabilmente sottratti ad una disfatta. Frattanto Vittor Pisani riprendeva con ardore il progetto di chiudere i Genovesi in Chiozza; egli li battè in terra il 6 gennajo alla punta della Lova[344]; e pochi giorni dopo terminò il ridotto che stava innalzando all'estremità del Fossone. Colà pose due grosse artiglierie, una delle quali lanciava pietre del peso di cento novantacinque libbre e l'altra di cento quaranta. Caricavansi in tempo di notte questi micidiali stromenti, che di que' tempi chiamavansi bombarde, e si scaricavano la mattina. Sembra che non si facesse più d'una scarica in ventiquattr'ore, e le pietre probabilmente lanciate verso il cielo, come fanno le nostre bombe, descrivevano una parabola; perciò spessissimo non toccavano il luogo determinato, ma quando coglievano nel segno cagionavano una prodigiosa ruina. Le fortezze non avevano nè bastioni, nè terrapieni che potessero sostenerne i colpi, perciocchè, fino a tale epoca, muraglie di conventi o di chiese, torri e campanili, avevano sostenuti lunghi assedj; ma tutt'ad un tratto si videro interi pezzi di muraglie rovesciati da un solo colpo di bombarda, e schiacciati i difensori sotto le loro ruine. Pietro Doria, l'ammiraglio genovese, era venuto a Brondolo per assicurare la difesa di così importante posto. Il 22 gennajo un colpo di bombarda rovesciò sopra di lui un pezzo di muraglia del convento, e l'uccise con suo nipote; all'indomani un altro pezzo della muraglia dello stesso convento schiacciò ventidue soldati[345]. Napoleone Grimaldi successe al Doria nel comando de' Genovesi chiusi in Chiozza. I Veneziani, protetti dall'artiglieria del Fossone, avevano colate a fondo due galere nel canale di Brondolo, e avendole unite assieme con grosse catene avevano interamente chiusa quest'uscita agli assediati. Il Grimaldi tentò d'aprirsi una nuova comunicazione coll'alto mare, scavando dietro il convento di Brondolo un canale che doveva tagliare l'argine, e supplire ai due porti che avevano chiusi i Veneziani.
Il doge per impedire questo lavoro risolse di tentare una discesa nell'isola di Brondolo. Egli aveva prese al suo soldo due compagnie di mercenarj, in tutto di cinque mila uomini, e pensava di affidarne il comando a Giovanni Acuto, ch'era stato chiamato a servire la repubblica. Ma non arrivando così famoso avventuriere, fu posto alla testa delle truppe di terra Carlo Zeno, mentre Vittore Pisani s'incaricò d'attaccare con trentasei galere il convento di Brondolo.
Zeno il 19 febbrajo sbarcò sei mila uomini a Chiozza Piccola, e subito attaccò la testa del ponte che unisce questa sobborgo alla città. Otto mila Genovesi all'incirca si avanzarono su questo ponte per difendere il loro ridotto, mentre avevano fatti uscire mille cinquecento uomini della guarnigione di Brondolo per prendere i Veneziani alle spalle. Zeno gettossi con tanta rapidità su quest'ultimo corpo, che non solo lo ruppe, ma gli tagliò la ritirata sopra Brondolo. I fuggitivi precipitaronsi allora sul ponte di Chiozza, dove scontraronsi nella colonna genovese che marciava avanti, e le comunicarono il loro spavento. La testa rinculava mentre le ultime file avanzavano ancora, e questi due opposti movimenti accumularono talmente la folla in mezzo al ponte, che non potè sostenerne il peso e si ruppe. Molti Genovesi si annegarono nel canale, altri molti, rimasti sulla parte del ponte separato dalla città, furono uccisi o fatti prigionieri. A questa perdita tenne dietro ben tosto quella del convento di Brondolo rimasto quasi privo di difensori, poi quella di dieci galere che Pisani tolse ai Genovesi avanti ai mulini di Chiozza[346].
Dopo ciò i Genovesi trovandosi assediati non più nell'isola di Brondolo ma nella medesima città di Chiozza, cominciarono a sentire la mancanza di vittovaglie; e dovettero il giorno dopo distribuire le razioni con maggiore economia: fecero allora uscire di Chiozza le donne ed i fanciulli, che vennero umanamente accolti dai Veneziani.
La signoria di Genova, informata del pericolo in cui trovavasi a Chiozza la sua flotta e l'armata, mandò per terra Gaspare Spinola, onde prendere il comando della città[347], mentre che Matteo Maruffo partiva il 18 gennajo con 13 galere per il golfo Adriatico[348]. Maruffo prese cammin facendo sette galere veneziane, che trovò cariche di viveri a Manfredonia. In pari tempo Francesco Carrara fece entrare in Chiozza quaranta barche cariche di vittovaglie, avendogli un'escrescenza d'acqua aperti de' passaggi, che fin allora erano stati chiusi[349]. Combattevasi continuamente intorno a Chiozza, ed il valore de' Genovesi punto non si smentiva ne' rovesci; ma le comunicazioni rendevansi ogni giorno più difficili, i viveri si andavano consumando, ed i Veneziani, tenendosi sicuri della vittoria, ricusavano la resa di Chiozza a prezzo della quale lo Spinola voleva salvare la sua flotta[350].
Come i Veneziani avevano con impazienza aspettato cinque mesi prima la flotta di Carlo Zeno, così i Genovesi, assediati a Chiozza, sospiravano l'arrivo di Matteo Maruffo. Questi aveva chiamati sotto la sua insegna i vascelli genovesi sparsi nel Mediterraneo, e dopo essersi rinfrescato a Zara, comparve il 6 di luglio avanti al porto di Chiozza. Ma i Veneziani avevano determinato di non esporre all'incertezza d'una battaglia un vantaggio omai sicuro. Essi non conservarono che venticinque galere armate, e le ritennero entro le lagune di cui avevano fortificate tutte le aperture: il rimanente de' loro marinaj e soldati di marina vennero distribuiti sopra varie barche ai confini dello stato di Padova. In tal modo veniva tolta ogni comunicazione ai Genovesi di Chiozza tanto per terra che per mare, e mentre Maruffo cercava con insulti d'ogni genere di risvegliare il risentimento de' Veneziani per determinarli ad una battaglia, questi non gli opponevano che il silenzio ed il riposo[351].
Matteo Maruffo condusse allora la sua flotta a Fossone, ed occupò il passaggio pel quale i Veneziani tiravano da Ferrara i loro convogli di vittovaglie. Vittore Pisani uscì subito dal porto di Venezia per riavere quest'importante comunicazione, offrì ancor egli la volta sua la battaglia a Maruffo e lo trasse in alto mare. Ma quando, allontanandolo da Fossone, ebbe dato tempo di entrare nella laguna ad un convoglio di barche che aspettava da Ferrara, manovrò con tanta accortezza, che riguadagnò la laguna, senza che il nemico potesse raggiugnerlo[352].
Ne' sei mesi che aveva durato l'assedio, i Genovesi avevano successivamente perdute tutte le loro barche; ma questi industriosi marinaj ne fabbricarono altre colle tavole e con varj mobili trovati in città. Il 15 di giugno fecero forza di superare la palafitta de' Veneziani per riavere i vascelli de' loro compatriotti, ai quali avevano ordinato di recarsi a poca distanza dall'Arzere. Ma venivano essi sopravvegliati dagli assedianti, e furono attaccati nel più difficile momento, mentre attraversavano il Fossone; e malgrado la loro resistenza, i battelli che avevano fatti con un'industria straordinaria, e ne' quali era riposta tutta la loro speranza, vennero bruciati mentre uscivano dal porto[353].
Dopo questo sgraziato esperimento, gli assediati, pressati dalla fame, chiesero nuovamente di capitolare: essendo state rifiutate tutte le loro proposizioni, il 21 giugno si videro forzati d'arrendersi a discrezione. Di quarant'otto galere, che si erano chiuse in Chiozza, non ne rimanevano più di diecinove in buono stato; la guarnigione, che montava al di là di quattordici mila uomini, era ancor essa diminuita assai, e perchè i Veneziani licenziarono senza taglia i soldati avventurieri ch'erano al soldo de' Genovesi, non condussero a Venezia più di quattro mila prigionieri, abbandonando ai soldati vincitori tutto il bottino che trovarono nella città[354].
La sommissione di Chiozza salvava l'esistenza della repubblica, ma non terminava la guerra: Maruffo aveva ricevuto rinforzi da ogni banda, e comandava nell'Adriatico una flotta genovese di trentanove galere, colla quale minacciava tutte le città marittime de' Veneziani. Era esaurito il tesoro di san Marco, le sue rendite quasi tutte prese dai nemici, i particolari avevano per difesa della patria fatti prodigiosi sforzi, che non potevano più lungamente sostenere; si erano sguarnite tutte le città suddite per fortificare la capitale; e Francesco di Carrara ne aveva approfittato per istrignere cogli Ungari l'assedio di Treviso, riducendo questa città a grandi estremità. Matteo Maruffo conquistò successivamente Trieste il 26 giugno, Capo d'Istria il 1.º luglio ed Arbo l'8 agosto. Finalmente i Veneziani perdettero nello stesso tempo un uomo, che apprezzavano assai più che le migliori città, l'ammiraglio Vittore Pisani, morto a Manfredonia, ov'erasi recato a cercare vittovaglie. L'idolo de' marinaj e l'eroe del popolo mai non erasi mostrato più grande che nella sventura, nè più modesto ed umano che dopo la vittoria. La morte d'un solo uomo non aveva mai cagionato in Venezia il più profondo dolore, sebbene la repubblica conservasse ancora un altro sostegno, un grand'uomo non meno caro al popolo, Carlo Zeno, che fu nominato successore del Pisani[355].
Durante l'inverno gli alleati contro di Venezia ascoltarono proposizioni di pace e si aprì un congresso a Cittadella. Il re d'Ungheria, i Genovesi, Francesco di Carrara ed il patriarca d'Aquilea esposero le loro domande: la repubblica di Venezia sembrava apparecchiata ai più grandi sacrificj, onde accettò quasi tutte le proposizioni de' suoi nemici; ma invece d'inspirar loro colla sua moderazione più pacifiche disposizioni, non tardò ad avvedersi, che ogni concessione faceva nascere una nuova domanda; onde il 20 aprile del 1381 ordinò ai suoi ambasciatori di ritirarsi, e ricominciarono le ostilità[356].
Disperando i Veneziani di salvare Treviso, che fino dal cominciamento della guerra trovavasi assediata da Francesco da Carrara e dagli Ungari, la cedettero gratuitamente il 2 maggio a Leopoldo duca d'Austria, che fin allora aveva mostrato di fare causa comune coi loro nemici, ma che in tale occasione si disgustò col Carrarese, cui toglieva una conquista che questi da tanto tempo così avidamente desiderava[357]. I Veneziani, abbandonando in tal modo l'ultimo possedimento che avevano in terra ferma, si liberavano da ogni inquietudine per gli affari del continente, onde dirigere tutte le forze loro verso la guerra marittima. Carlo Zeno era uscito dalle lagune con tredici galere, e sedici altre ne aveva trovate nei mari della Grecia, che si posero sotto le sue insegne. D'altra parte Gaspare Spinola comandava una flotta di trentuna galere genovesi. Ma i due ammiragli, dividendo e riunendo di nuovo le loro forze, s'andavano inseguendo alternativamente senza mai raggiugnersi; il genovese minacciò le coste dell'Adriatico, il veneto quelle della Liguria; e la maggior parte dell'estate si passò senza verun fatto d'importanza[358].
E per tal modo la guerra trovavasi quasi ridotta a spedizioni di corsari, ed a danneggiare ogni giorno i vascelli mercantili. L'ardente odio che aveva messi l'un contro l'altro i due popoli maritimi, pareva ormai esausto; ognuno sospirava la pace; ed il conte Amedeo di Savoja, essendosi offerto mediatore, trovò tutte le potenze belligeranti ugualmente disposte a negoziare. Spedirono i loro ambasciatori a Torino, ed il trattato di pace venne sottoscritto l'8 agosto del 1381[359]. I Veneziani evacuarono Tenedo e ne spianarono le fortificazioni; Francesco di Carrara fu dichiarato sciolto da tutti gli obblighi che aveva in forza del trattato del 1372, e ristabilito negli antichi suoi confini; il re d'Ungheria restò possessore di tutta la Dalmazia e soltanto s'impegnò a non dar pratica ai corsari; per ultimo vennero reciprocamente rilasciati senza taglia i prigionieri. Così finì questa accanita guerra, dopo avere tolti ai Veneziani tutti i possedimenti continentali ed una ragguardevolissima parte delle loro ricchezze, e dopo di avere fatta perdere ai Genovesi la più bella flotta ed il fiore de' marinaj[360].