CAPITOLO LII.

Rivoluzioni di Genova, di Napoli, del regno d'Ungheria. — Conquiste dei Veneziani in Oriente. — Potenza di Giovanni Galeazzo Visconti. — Ruina delle case della Scala e di Carrara.

1382 = 1388.

I Genovesi mai non avevano spiegata tutta la loro potenza e tutti i mezzi della loro repubblica come nella guerra di Chiozza. Avevano essi sparso il terrore delle loro armi nell'impero greco e nel regno di Cipro, avevano diretti i consigli del re d'Ungheria, del patriarca di Aquilea e del signore di Padova, facendo in modo che tutte le operazioni degli alleati mirassero costantemente al comun bene della lega. Avevano fatta tremare per la sua esistenza medesima la repubblica di Venezia, loro rivale, avevano superati i ripari datile dalla natura e con lei diviso il dominio delle lagune; e quando per soverchia temerità ebbero perduta la più bella flotta e la più bell'armata, che mai avessero spedite contro ai loro nemici, eransi ancora trovati in istato di farsi temere dai Veneziani nel golfo medesimo che da questi prende il nome, e di dettar loro le condizioni di una pace gloriosa per Genova, e vantaggiosa a tutti i suoi alleati. Dopo tanti gloriosi avvenimenti, dovevasi credere che questa repubblica acquisterebbe sull'intera Italia un'influenza cui non aveva per lo innanzi aspirato, e si assicurerebbe in pace quella preminenza sopra la sua rivale, che gli avevano ottenuta in guerra le sue armi. Questi pronostici non si avverarono altrimenti. Venezia ricuperò in pochi anni colla sua prudenza, col suo coraggio, colla sua attività, tutte le province che aveva perdute, ed un'opinione ancora più grande della sua potenza; le sue disfatte a Chiozza parvero essere state il segnale d'una nuova carriera di prosperi avvenimenti; Genova per lo contrario più non si rialzò dalle perdite che le stesse sue vittorie avevano cagionato alle finanze ed alla popolazione. Un periodo di disastri e di ruine comincia per i Genovesi alla guerra di Chiozza, e non termina che dopo molti anni di servitù sotto stranieri padroni. È tanto vero che importa meno ad un popolo il vincere che il non abusare delle sue forze; e che si può camminare verso la ruina e la schiavitù per una strada coperta d'archi trionfali.

Le guerre civili terminarono di esaurire un popolo che di già languiva oppresso da' suoi proprj sforzi. Ad ogni modo è cosa naturale, che uomini, i di cui talenti tutti e tutta l'energia ebbero uno sviluppamento ne' campi o sui vascelli d'una repubblica, non sappiano poi rientrare in riposo e nella nullità, nè piegarsi sotto l'ubbidienza civile, dopo avere comandato essi medesimi. Si può frequentemente presagire ad un popolo, che sparse lo spavento presso tutti i suoi vicini, che i suoi generali medesimi lo faranno un giorno tremare, e lo puniranno delle sue vittorie.

Circa la metà del secolo, Simone Boccanegra il primo doge di Genova, avea allontanate dal governo le antiche famiglie nobili; e d'allora in poi i cittadini che facevansi chiamare uomini del popolo erano succeduti ai gentiluomini non solo negli impieghi, ma ancora nella pubblica opinione. Rari talenti, grandi ricchezze, o molto coraggio, ne avevano illustrati alcuni; e la moltitudine ubbidiva con confidenza ad una nuova aristocrazia che di già s'innalzava sulle ruine dell'antica.

Distinguevasi tra gl'idoli del popolo Lionardo di Montalto, giureconsulto ed amico di Simone Boccanegra. Quando nel 1363 morì questo doge, Lionardo di Montalto ereditò l'influenza che il Boccanegra aveva esercitata, e rimase capo de' Ghibellini[361]. A molta moderazione aggiungeva grandissimo coraggio, e sebbene alla testa d'una fazione, altro scopo non si proponeva che il mantenimento dell'ordine e della libertà. Ma nella lotta contro meno scrupolosi avversarj dovette ben tosto rimanere perdente. Gabriele Adorno, ricco mercante, di una famiglia affatto nuova, era stato nominato doge nel 1363 dal favore del partito guelfo, e due anni dopo Montalto era stato forzato a ripararsi a Pisa coi principali Ghibellini[362].

Domenico di Campo Fregoso, altro mercante di parte ghibellina, adunò presso di sè gli sparsi avanzi di questa fazione. Così cominciò la rivalità degli Adorni e de' Fregosi, famiglie per l'addietro ugualmente sconosciute, e che dovevano illustrarsi col vicendevole loro odio e col sangue che farebbero versare alle loro fazioni. Gabriele Adorno fu doge dal 1363 al 1370, e Domenico di Campo Fregoso occupò la stessa carica dal 1370 al 1378[363]. L'uno e l'altro governarono lo stato con talenti e con una fermezza proporzionati alla loro ambizione: sì l'uno che l'altro furono precipitati dal trono ducale da una sedizione popolare.

Niccola di Guarco successe nel 1378 al Fregoso; e Niccola fu quello che tanto gloriosamente sostenne la guerra di Chiozza contro i Veneziani[364]. Per accrescere le forze della sua patria richiamò alle cariche di confidenza que' nobili, che nelle precedenti amministrazioni erano stati allontanati dal governo. I Doria, gli Spinola, i Fieschi, i Grimaldi comandarono le armate e le flotte della repubblica, e giustificarono con prosperi successi la scelta del doge e la confidenza del popolo.

Quando la pace fu stabilita al di fuori, e che la demolizione del forte di Tenedo calmò le incertezze che si avevano intorno alla fedele esecuzione del trattato di Torino, si risvegliò la gelosia de' plebei contro i nobili, ed il 19 marzo 1383 i macellaj eccitarono in Genova una sedizione. Sebbene fosse uno di que' giorni della settimana santa, ne' quali la chiesa non permette l'uso delle campane, gli ammutinati suonarono campana martello per chiamare in Genova gli abitanti della Polsevera e di Voltaggio[365]. Il popolo, irritato per l'accrescimento delle imposte, reso necessario dall'ultima guerra, si adunò maledicendo le gabelle, e minacciando il governo, che veniva accusato di averle inventate.

Leonardo di Montalto, che in quell'istante tornava a Genova, ed Antoniotto Adorno, che nella fazione guelfa era succeduto al credito di Gabriele suo padre, non ignoravano che le lagnanze del popolaccio intorno alle imposte erano poco fondate, ma essi speravano di approfittare del loro malcontento per ristringere l'autorità del doge, per allontanare i nobili dall'amministrazione, e forse per salire essi medesimi alle principali cariche. Si presentarono adunque in qualità di mediatori tra il popolo ed il governo, ed ottennero dal doge una legge, che escludeva tutti i gentiluomini dai consiglj della repubblica, che licenziava una guardia stabilita al palazzo ducale, che aboliva alcune nuove gabelle, che sopprimeva un tribunale accusato di essere arbitrario, e che richiamava gli esiliati[366].

Le concessioni di Niccola di Guarco calmarono per poco tempo il furore del minuto popolo; ma il ritorno di Antoniotto Adorno e di Pietro di Campo Fregoso, ch'erano esiliati, opponeva al doge nemici più ardenti che quelli che aveva di già combattuti. Questi due capi di parte, dimenticando le antiche loro divisioni, si riunirono a Montalto per attaccare il doge nel suo palazzo. S'accorsero tutti tre che Niccola di Guarco si circondava di gente armata e meditava di ricuperare con aperta forza l'autorità che la violenza gli rapiva. I soldati adunati nel palazzo pubblico risvegliarono la collera del popolo, senz'essere abbastanza forti per disprezzarla. Il 5 aprile vennero attaccati da tutte le parti, ed il giorno 6 Niccola di Guarco, perdendo la speranza di potere più lungamente resistere, fuggì sotto mentite vesti colla sua famiglia[367].

Il popolaccio voleva portare l'Adorno sul trono ducale, i buoni cittadini preferivano Montalto, e poco mancò che la contesa tra i due alleati, tornati rivali, non si decidesse colle armi. Finalmente la vinse Montalto; ma perchè dopo un anno morì di malattia, Antoniotto Adorno gli fu sostituito dai suffragi unanimi de' suol concittadini[368].

Le repubbliche non erano sole agitate da intestine dissensioni e da guerre civili; la stessa epoca non riuscì meno funesta al riposo delle monarchie; perciocchè si videro nel mezzodì dell'Italia i popoli combattere per la scelta de' loro padroni, come più al nord combattevano per dilatare i loro diritti ed i loro privilegi. Ma Genova, Venezia e Firenze si esaurivano coll'abuso delle loro forze; per lo contrario il regno di Napoli perdeva oscuramente le sue risorse nella mollezza e nel vizio, senza che comprendere si potesse l'impiego ch'egli faceva delle sue ricchezze e della sua popolazione. Carlo III aveva conquistato questo regno sopra Giovanna di Napoli senza dare battaglia, e di già vacillava sopra un trono sempre più facile ad essere occupato, che difeso. Colle sue lettere patenti del 29 giugno 1380[369] Giovanna aveva adottato Luigi, duca d'Angiò, figlio di Giovanni re di Francia, fratello di Carlo V che morì questo stesso anno, e reggente della Francia in principio del regno di Carlo VI. Luigi d'Angiò, che non aveva potuto salvare Giovanna, apparecchiavasi a vendicarla, o piuttosto a conquistare il suo regno ed a raccorne l'eredità. Egli scese in Italia nel 1383 con un esercito, che i più moderati calcoli portano a quindici mila cavalli[370]. Lo accompagnavano il conte di Ginevra, fratello di papa Clemente, il conte di Savoja e molti dei principali signori francesi; e quando il 17 luglio del 1382 entrò negli Abruzzi, ingrossarono la sua armata moltissimi signori napolitani, che desideravano vendicare la morte di Giovanna e scuotere il giogo di Carlo III. I contadi di Provenza e di Forcalquier avevano di già riconosciuto Luigi quale legittimo successore della regina, ed una flotta provenzale giunse sulle coste di Napoli per offrire soccorsi a coloro che si darebbero al partito d'Angiò. La nobiltà, che sola nel regno veniva consultata dal monarca, non era soddisfatta delle sue liberalità, e qualche gelosia di famiglia, qualche feudo tolto o accordato ingiustamente, inasprivano l'animo di questi orgogliosi baroni. I San-Severini, i conti di Tricarico, di Matera, di Conversano e di Caserta, con molti altri, spiegarono lo stendardo di Luigi[371]. Così cominciò la fazione degli Angioini, che doveva colla sua rivalità colla fazione di Durazzo costare tanto sangue al regno di Napoli.

La guerra per altro non si aprì con istrepitosi fatti; Carlo III, vedendosi abbandonato da' suoi baroni, non s'arrischiò di tenere la campagna; chiuse le sue truppe nelle piazze forti, ed aspettò che i Francesi, consumati da mancanza di vittovaglie, dal calore del clima, dalle malattie, avessero perduto il loro vigore. Mentre egli andava temporeggiando, gli Angioini occuparono quasi tutte le province poste lungo il mare Adriatico, ma le loro forze si esaurivano in una lunga serie di piccole zuffe e di assedj. Intanto il 10 ottobre 1384 il duca d'Angiò morì a Biseglio, nella terra di Bari, di naturale infermità, onde la sua armata si dissipò da sè medesima[372].

Pure la morte di Luigi non rendeva la tranquillità al regno, o la pace a Carlo di Durazzo. I baroni malcontenti, e tutto il partito angioino si ostinavano nella loro disposizione alla ribellione, ed Urbano VI, che aveva data la corona a Carlo, lo andava sempre minacciando di ritorgliela. Quest'orgoglioso pontefice aveva abbandonata Roma per venire a Napoli a governare il regno ed il re. Chiedeva per suo nipote Butillo l'investitura dei principati e dei feudi di Capoa, d'Amalfi, di Nocera e di Scafa[373], ed autorizzava la più scandalosa condotta di questo suo nipote[374]. Finchè visse Luigi, Carlo mostrò verso Urbano i più dilicati riguardi; però gli diede una guardia d'onore, che lo sopravvegliava ne' castelli d'Aversa o di Napoli. Ma quando il re condusse il suo esercito nella Puglia contro il suo emulo, Urbano approfittò della sua lontananza per istabilirsi co' suoi cardinali e tutta la sua corte nel castello di Nocera, ch'era stato ceduto a suo nipote. Allora si arrogò un'autorità superiore a quella del monarca; sindicò tutti gli atti della sua amministrazione, manifestando in faccia a lui quello stesso violento carattere, impetuoso ed inconseguente, che gli aveva alienati i cardinali, ed era stato la prima cagione dello scisma.

Carlo, liberato dalla molestia che gli dava Luigi, tornò a Napoli il 10 novembre, ed invitò il pontefice a recarsi presso di lui. «Non è questa la costumanza dei papi, rispose Urbano, di frequentare le corti dei re, ma sì bene quella dei re di porsi in ginocchio ai piedi de' papi. Che Carlo abolisca tutte le nuove gabelle che ha stabilite, ed allora io potrò di nuovo riceverlo presso di me con bontà.» Il monarca irritato, giurò che governerebbe secondo il suo beneplacito un regno che aveva conquistato soltanto colla sua spada[375], e subito ordinò al grande contestabile di assediare Nocera. Tre macchine per lanciar pietre vennero collocate ai tre angoli del castello, e l'attacco si cominciò sotto gli ordini d'Alberico di Barbiano, valoroso capitano d'avventurieri, che Carlo aveva nominato grande contestabile del regno. Dal canto suo il papa affacciavasi tre o quattro volte al giorno alle finestre del castello di Nocera con una candela ed un campanello in mano per maledire e scomunicare l'armata del re[376].

Nel regno di Napoli non adoperavasi ancora l'artiglieria, ed il castello di Nocera non poteva prendersi coi mezzi consueti. Negli otto mesi che durò l'assedio, Urbano cercò esteri alleati che venissero a liberarlo. Da un canto, Antoniotto Adorno, doge di Genova, colse avidamente quest'occasione di far sentire i benefici effetti della sua protezione al capo della Cristianità. La cavalleresca generosità del suo carattere veniva in tale circostanza secondata dal suo orgoglio. Armò dieci galere sotto gli ordini di Clemente Fazio che mandò sulle coste di Napoli per ricevere il pontefice nel momento in cui gli riuscirebbe di fuggire[377]. D'altra parte Ramondello Orsini e Tommaso di San-Severino, due baroni di parte angioina, che avevano adottata nello scisma la causa di Clemente VII, offrirono il loro ajuto ad Urbano, il quale non isdegnò di essere salvato dagli scismatici. Questi, con tre mila cavalli, fecero levare l'assedio di Nocera con un improvviso attacco, e condussero il papa alla foce del Sele al sud-est di Salerno, ove stava aspettandolo la flotta genovese[378].

Urbano V portava seco sulle galere di Genova que' medesimi cardinali che egli aveva decorati della porpora romana, dopo che lo aveva abbandonato tutto il sacro collegio per nominare un antipapa. Ma questi prelati non sapevano meglio de' loro predecessori accomodarsi alle stravaganze del pontefice. Erano con lui passati di castello in castello, ed implicati in guerra senza soggetto, si erano trovati esposti a tutti i pericoli d'un assedio. Mentre stavano chiusi in Nocera eransi tra di loro consigliati intorno ai mezzi di contenere un capo della Chiesa che disonorava la cristianità, e che dopo essere di già stato cagione di uno scisma, pareva che andasse preparandone un altro tra coloro che gli erano rimasti fedeli. La scrittura d'un giurista di Piacenza, che proponeva di dare un curatore al papa, faceva sopra di loro grandissima impressione[379]. Ma Urbano prevenne la loro risoluzione, facendo arrestare il 12 gennajo 1385, mentre trovavasi a Nocera, sei cardinali, che accusò d'averlo voluto assassinare; li fece porre alla tortura, e strappò la confessione di questo delitto a taluno di loro con terribili tormenti, ai quali assisteva egli medesimo, recitando il suo breviario[380]. In appresso li fece custodire in una cisterna, e giunto a Genova con questi sciagurati, ne fece strozzare alcuni in prigione, altri gettare in mare legati entro un sacco. Rimaneva vivo il sesto, il cardinale d'Inghilterra, il quale ottenne per grazia la vita, per l'intromissione del suo sovrano il re Riccardo II. Due altri cardinali, atterriti da tante crudeltà, abbandonarono la corte d'Urbano per rifugiarsi in quella d'Avignone, abbracciando il partito dell'antipapa. Clemente VII li accolse con piacere e li raffermò nell'esercizio delle dignità che ricevute avevano dal suo rivale[381].

La morte di Luigi d'Angiò e la fuga d'Urbano avevano liberato Carlo di Durazzo dai suoi più pericolosi avversarj; ma quando cominciava appena ad assicurarsi sul trono, un nuovo oggetto d'ambizione l'avvolse in nuovi pericoli, e riaccese la guerra civile nel mezzogiorno d'Italia. Il re Luigi d'Ungheria, il protettore ed il padre adottivo di Carlo di Durazzo, era morto l'11 settembre del 1382 dopo un regno glorioso d'oltre quarant'anni[382]. Malgrado i costumi dell'Ungheria, che escludono le donne dalla successione al trono, la nobiltà aveva acconsentito che Maria, figlia maggiore di Luigi, portasse la corona a Sigismondo, marchese di Brandeburgo, secondo figlio dell'imperatore Carlo IV, cui ella era stata accordata sposa in tenera età. La gloria e le virtù di Luigi, che moriva senza prole mascolina, avevano meritato che si accordasse questo favore alla figliuola; Maria venne coronata col titolo di Re[383]; e fino all'intero compimento del suo matrimonio, sua madre Elisabetta assunse il governo del regno, che poi divise con Niccola Gava, palatino d'Ungheria, suo favorito, che Luigi aveva colmato di ricchezze e di onori[384]. Ma il governo delle due donne e quello del loro favorito diventarono in breve egualmente odiosi alla nazione. I nobili malcontenti risolsero di chiamare alla corona Carlo di Durazzo, l'ultimo erede maschio del re d'Ungheria, di sangue francese. Carlo era stato allevato nella corte di Luigi, aveva adottate le costumanze del popolo guerriero cui doveva la propria grandezza; aveva comandate le armate ungare in molte occasioni, ed in particolare all'assedio di Treviso; egli finalmente pareva più degno d'una femmina di governare de' cavalieri. Paolo, vescovo di Sagabria, il suo più zelante partigiano, fu mandato a Napoli alla di lui corte per offrirgli la corona, e Carlo malgrado le rimostranze di Margarita sua moglie, che lasciò reggente del regno di Napoli, s'imbarcò il 4 settembre del 1385 alla volta di Signa in Schiavonia, di dove passò a Sagabria[385].

Carlo non s'annunciò alle due regine siccome uno che venisse a contrastar loro la corona colle armi alla mano; dichiarò anzi che veniva come un pacificatore del regno, lasciando il pensiero alla nobiltà di chiedere per lui la dignità reale. Le due regine, dopo averlo volontariamente ammesso a Buda, furono in fatti forzate ad offrirgli la loro abdicazione[386]; ed in una dieta tenutasi ad Alba Reale, Carlo venne con unanimi suffragi della nobiltà nominato re[387]. Ma le due regine avevano opposta alla dissimulazione di Carlo un'arte eguale; Niccola Gava adunava a loro favore i suoi satelliti sotto colore di celebrare le nozze d'una sua figlia, ed un giorno di solenne festa, in febbrajo del 1386, le regine fecero invitare il re nel loro appartamento, ove trovavasi ancora il palatino che diede agli appostati assassini, quando fu tempo, il convenuto segno. Carlo fu atterrato con un colpo di sciabola sul capo, e tutti i suoi partigiani furono uccisi. Il re per altro non morì in conseguenza delle sue ferite, ma rinchiuso a Visgrado, il 3 giugno del 1386, vi perì di veleno[388].

L'assassinio di Carlo diede in preda alla più ruinosa anarchia i due regni di Napoli e d'Ungheria. Margarita, sua consorte, rimase reggente del primo durante la minorità di Ladislao suo figlio, allora in età di soli dieci anni. Ma la nobiltà di Napoli aveva creata una magistratura indipendente, che tra poco venne in concorrenza d'autorità colla regina. La fazione d'Angiò, di cui si fecero capi Tommaso di San-Severino ed Ottone di Brunswick, ultimo marito di Giovanna, aveva proclamato re Luigi II d'Angiò sotto la tutela di sua madre Maria. Il San-Severino, che assumeva il titolo di vicerè, obbligò Margarita ed il partito di Durazzo, ad uscire di Napoli per chiudersi in Gaeta: ma l'ingratitudine de' provenzali fece loro perdere il frutto della vittoria; disgustarono il San-Severino ed il duca di Brunswik, e forzarono l'ultimo ad abbandonare la loro causa per darsi al partito di Durazzo[389]. Intanto universale era la confusione; due re ancora fanciulli, sotto la tutela di due donne più intriganti che avvedute, lottavano l'uno contro l'altro, ed insieme contro i loro sudditi. Due papi, che si scomunicavano a vicenda, cercavano di opprimere il principe loro avversario, e di spogliare il re loro pupillo della sua legittima autorità per sostituirvi quella della santa sede. Tutti i baroni erano armati, e sotto pretesto della guerra civile taglieggiavano i borghesi ed i contadini del loro partito, saccheggiando ed incendiando le proprietà dei loro nemici. In mezzo a così spaventosi disordini non sorgeva verun uomo di così singolari talenti da chiamare a sè gli sguardi della nazione, onde far nascere la speranza di più felice avvenire.

Nel regno d'Ungheria la sorte delle due regine eccitò da prima la pietà, quando vennero spogliate dei loro diritti; ma tenne dietro a questo sentimento l'universale indignazione, quando ricuperarono la reale dignità con un'atroce perfidia. Giovanni d'Horwath, banno di Croazia, avendole sorprese, ed uccise le loro guardie, fece tagliare la testa in presenza loro a Niccola Gava, e gettar nel fiume la regina madre Elisabetta. Le damigelle della giovane regina Maria erano intanto abbandonate alla brutale libidine de' Croati, e la principessa, che, dicesi, fu la sola non violata, venne rinchiusa nel castello di Crupa[390].

Sigismondo, marchese di Brandeburgo, giugneva di questi tempi in Ungheria per celebrare le nozze colla giovane sposa. Parte della nobiltà ungara si attaccò a lui, ma la fazione che aveva chiamato, ed in appresso vendicato Carlo III, apparecchiavasi alla difesa. Giovanni d'Horwath fece trasportare la regina Maria, sua prigioniera, nel castello di Novigrado con intenzione di spedirla nel regno di Napoli alla vedova di Carlo III, ma vi si opposero i Veneziani. Preferendo il presente loro vantaggio al risentimento delle passate ingiurie ricevute dal re Luigi, si allearono con Sigismondo e con Maria; spedirono al primo consumatissimi negoziatori per ripristinare la pace in Ungheria, e farvi riconoscere il nuovo re; incaricarono Giovanni Barbadigo, uno de' loro ammiragli, di tener d'occhio le coste della Croazia perchè la regina Maria non venisse suo malgrado trasportata a Napoli, e costrinsero infine colle loro armi Giovanni d'Horwath ed il priore d'Aurania, suo fratello, a rendere a Maria la libertà. Venne questa principessa rilasciata il 4 giugno 1387, ed un mese dopo fu maritata a Sigismondo[391].

Per tal modo la repubblica di Venezia, tanto travagliata dalla potenza e dall'ambizione del re d'Ungheria, vide un alleato ch'essa aveva colmato di benefici succedere all'antico suo rivale. Quand'anche Sigismondo avesse potuto scordare la riconoscenza dovuta ai Veneziani, egli non poteva più disporre delle forze comandate da Luigi; perciocchè l'implacabile sua vendetta nel perseguitare i nemici di Maria eccitava ne' suoi stati sempre rinascenti ribellioni, e quasi tutti i vecchi consiglieri ed i generali di Luigi furono assassinati, o perirono sul patibolo[392]. Alcune province già dipendenti dalla corona d'Ungheria si staccarono, e Sigismondo fu costretto a riconoscere, nel 1387, tra i suoi sudditi, un nuovo re di Rascia e di Bosnia, il quale stendeva la sua giurisdizione sopra Zara, Traù, Sebenico, Spalatro ed altre città tolte ai Veneziani sulle coste della Dalmazia[393]. Perciò la repubblica più non ebbe a temere che una marina formata sotto la protezione del re d'Ungheria potesse un giorno dividere con lei l'impero dell'Adriatico.

Passarono altri vent'anni avanti che i Veneziani tentassero di ricuperare i possedimenti perduti sulle coste della Schiavonia: ma le rivoluzioni di Napoli e di Ungheria offrirono loro l'opportunità di fare un importantissimo acquisto all'ingresso del golfo Adriatico. L'isola di Corfù o Corcira, si diede volontaria ai Veneziani. Quest'isola rimasta agl'imperatori latini di Costantinopoli, dopo ch'ebbero perduta la loro capitale, era stata riunita alla corona di Napoli. In tempo delle guerre civili della Puglia i Corfioti scossero il giogo de' Napolitani; e dopo essersi alcun tempo governati a comune, implorarono la protezione de' Veneziani, sottomettendosi a loro il 9 giugno del 1386, a condizione che fossero conservati tutti i loro privilegi[394]. Durazzo, importantissima città sulle coste dell'Albania, che il vecchio Carlo d'Angiò aveva tolta ai Greci, e che col titolo di ducato era passata in un ramo della sua famiglia fino a Carlo III re di Napoli e d'Ungheria, fu circa lo stesso tempo conquistata dai Veneziani; e due anni dopo vennero aggiunte ai dominj della repubblica, in forza delle cessioni dei feudatarj che le governavano, le due città d'Argo e di Napoli di Romania[395]: e se i Veneziani non ispinsero più in là le loro conquiste in Ungheria, in Grecia e nel regno di Napoli in tempi in cui veruna di questi popoli era in istato di opporre loro resistenza, ciò deve attribuirsi al desiderio che avevano ardentissimo di vendicarsi di Francesco da Carrara, onde ne' tempi medesimi tutte le loro forze e tutta la loro ambizione erano volte al continente di Lombardia.

Francesco da Carrara, signore di Padova, aveva acquistato dall'arciduca Leopoldo d'Austria la città ed il territorio di Treviso[396], che i Veneziani avevano ceduti all'arciduca. Gli stati del Carrara venivano per questo nuovo acquisto a fronteggiare la laguna in tutta la sua estensione e toglievano ai Veneziani ogni comunicazione col continente. Un vicino qual era il Carrara, in ogni tempo alleato di tutti i nemici della repubblica, e che al desiderio di nuocere univa abilità e potenza, inspirava al senato un'estrema diffidenza. I Veneziani, che ancora non eransi riavuti dei danni dell'ultima guerra, cercavano di eccitare nemici contro il Carrara piuttosto che attaccarlo essi medesimi. Riaccesero segretamente l'odio d'Antonio della Scala, signore di Verona, e lo persuasero ad assumersi colle proprie le altrui vendette, attaccando il loro nemico.

Antonio della Scala era figlio naturale di Cane signore della Scala, cui era succeduto nel 1374 unitamente a suo fratello Bartolomeo[397]. Per regnar solo aveva fatto assassinare nel 1381 il fratello, e morire la sua amica con tutta la sua famiglia in mezzo a terribili tormenti, siccome colpevoli del delitto ch'egli medesimo aveva commesso. Francesco da Carrara aveva pubblicamente manifestato l'orrore inspiratogli da tanta perfidia e crudeltà[398]; ed il bastardo della Scala credette, dichiarando la guerra al signore di Padova, di smentire un'accusa di cui si vergognava, e di cancellare le tracce del suo delitto. Nel 1385 conchiuse un trattato di sussidj coi Veneziani, e si obbligò per venticinque mila ducati, che dovevano essergli pagati ogni mese, finchè durasse la guerra, a spogliare la casa di Carrara di tutti i suoi stati, cedendo però Treviso ed il suo territorio alla repubblica[399].

Invano Francesco da Carrara cercò di far sentire al suo irritato vicino, che i loro stati non avevano fin allora con altro mezzo conservata la loro indipendenza che coll'antica alleanza delle due famiglie, e che colui che ajuterebbe a spogliare l'altro, sarebbe anch'esso bentosto spogliato da que' medesimi che avrebbero combattuto con lui. Antonio della Scala, sordo a questi avvisi, adunò soldati, ed il 5 aprile 1386 li mandò nel territorio di Padova sotto il comando di Cortesia di Sarego. I due signori tenevansi egualmente lontani dai pericoli della guerra; e Carrara prese al suo soldo Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, che incaricò di respingere il nemico. Il 25 giugno 1386 ebbe luogo una battaglia alle Brentelle, nella quale fu fatto prigioniere il Sarego con otto mila tra soldati e milizie veronesi, oltre ottocento uomini rimasti sul campo di battaglia[400].

Ma si era introdotta la costumanza di rilasciare i prigionieri senza taglia dopo avergli spogliati de' loro cavalli e delle armi, di modo che la perdita di una battaglia, altro non era che una perdita di danaro. La signoria di Venezia regalò sessanta mila fiorini ad Antonio della Scala per indennizzarlo della disfatta avuta, ed un astrologo gli promise che sarebbe in breve signore di Padova, onde ricusò tutte le offerte di conciliazione che il Carrara non aveva mancato di fargli[401].

Nel principio della seguente campagna (1387) l'una parte e l'altra aveva portate le proprie forze fino a sei in otto mila uomini di cavalleria e ad undici mila pedoni. Francesco Novello di Carrara, figlio del signore di Padova, combatteva nell'armata di suo padre sotto gli ordini di Giovanni d'Azzo e di Giovanni Acuto. Dopo avere guastato il territorio di Verona, l'armata padovana dovette ritirarsi, avendo in testa forze assai superiori, comandate dai due generali di Antonio della Scala, Giovanni degli Ordelaffi ed Ostasio da Polenta signore di Ravenna. Ma giunta a Castagnaro presso di Castelbaldo, ella si fortificò dietro un canale e aspettò di essere attaccata dai nemici. Si diede una grande battaglia l'undici marzo del 1387, e l'armata veronese fu nuovamente rotta, i suoi due generali furono fatti prigionieri con quattro mila seicento venti corazzieri, ed Acuto potè portare la desolazione fino sulle porte di Verona e di Vicenza[402].

Non pertanto Francesco Carrara scrisse un'altra volta al signore della Scala per domandare la pace; ma nello stesso tempo la signoria di Venezia gli spediva centomila fiorini per levare una terza armata; e Giovanni Galeazzo Visconti, signore di Milano, vicino ancora più pericoloso dei Veneziani, vedeva con piacere l'indebolimento dei due signori della Marca Trivigiana per tirarne vantaggio: offrì soccorsi all'uno ed all'altro, aspettando il favorevole istante per ispogliarli ambidue de' loro stati. Antonio della Scala, porgendo orecchio alle sue perfide suggestioni, rimandò senza risposta la lettera del Carrara[403].

Giovanni Galeazzo, che assumeva il titolo di conte di Virtù, era succeduto nel 1378 a suo padre Galeazzo[404] nel governo della metà della Lombardia. Egli risedeva a Pavia, mentre suo zio Barnabò soggiornava in Milano. Avea questi divise tra i numerosi suoi figliuoli le città del suo dominio[405], e perchè desiderava di accrescere il loro patrimonio coll'eredità di suo nipote, aveva tenuto mano a diverse congiure contro la persona o le province di Giovanni Galeazzo. Il conte di Virtù erasi sottratto ai macchinamenti dello zio, senza dare indizio d'averli scoperti. Improvvisamente mostrossi divoto, facendosi spesso vedere con un rosario in mano a visitare le chiese e trattenervisi lungamente in preghiere. Barnabò ascriveva a pusillanimità il cambiamento del nipote, e lo confermavano in questo giudizio le precauzioni che vedevalo prendere per sua sicurezza; perciocchè questo principe aveva raddoppiate le sue guardie, che mai non l'abbandonavano, e mostrava per le più piccole cose un subito terrore. Finalmente ne' primi giorni di maggio del 1385, il conte di Virtù fece sapere di voler andare in pellegrinaggio al tempio di M. V. sopra Varese, non molto discosto dal lago maggiore, e si pose in viaggio con una numerosa guardia, che sempre stavagli ai fianchi. Avvicinandosi a Milano la mattina del 16 maggio, Barnabò gli andò incontro coi due suoi figli maggiori. Giovanni Galeazzo, dopo avere teneramente abbracciato lo zio, si volse ai due suoi capitani, che poi acquistarono tanto nome militando per lui, Giacomo del Verme ed Antonio Porro, e loro diede in lingua tedesca, che di que' tempi era la lingua militare di tutta l'Europa, l'ordine di arrestare Barnabò. All'istante i soldati tolsero di mano a questo principe la briglia del cavallo, tagliarono il cinturone della sua spada, e lo strascinarono lontano dalla sua gente, mentre egli chiamava invano suo nipote, supplicandolo a non essere traditore del proprio sangue. Milano aprì subito le porte a Giovan Galeazzo, mentre in uno de' suoi forti vennero chiusi Barnabò ed i figliuoli. Tre volte fu il primo avvelenato ne' sette mesi della sua prigionia, e morì finalmente il 18 dicembre del 1385[406]. Le sue crudeltà e le enormi gabelle l'avevano reso tanto odioso al popolo, che veruno de' suoi sudditi cercò di difenderlo. Colla medesima indifferenza venne abbandonato dai suoi alleati; e Giovan Galeazzo, rimasto solo padrone della Lombardia, depose la maschera religiosa che aveva portata tanto tempo, e rivolse contro i suoi vicini le forze che aveva rapite allo zio.

Giovanni Galeazzo aveva più volte offerta la sua alleanza tanto allo Scala che al Carrara, ma avevano l'uno e l'altro ricusato di associarsi ad un principe di cui era nota la mala fede. Pure Antonio della Scala, dopo la rotta di Castagnaro, diede orecchio alle proposizioni di Giovan Galeazzo, e già stava, coll'intromissione de' Veneziani, per conchiudere con lui un trattato, quando Francesco da Carrara risolse di prevenirlo, ed accettò l'alleanza fin allora costantemente ricusata[407]. In questo trattato, firmato il 19 aprile 1387, Verona veniva ceduta a Giovan Galeazzo, Vicenza a Francesco; e questi cedeva al Visconti due de' migliori suoi capitani, Giovanni d'Azzo ed Ugolotto Biancardo, che l'esaurimento delle sue finanze più non gli consentiva di tenere al suo soldo[408].

Infatti i principi alleati occuparono uno il territorio di Verona, l'altro quello di Vicenza. I cittadini di quest'ultima città fecero sentire al Carrara che non doveva ruinare un paese, sul quale voleva regnare; che Vicenza, sebbene fedele alla casa della Scala, era non pertanto disposta a far dipendere la sua sorte da quella di Verona, e ch'essi gli aprirebbero le porte tosto che saprebbero averle Verona aperte al Visconti. In pari tempo gli abitanti di Udine, a suggestione de' Veneziani, attaccarono il Carrara dalla banda di Treviso, e lo costrinsero ad accettare la proposizione de' Vicentini[409].

Questa diversione non bastò a salvare lo Scala, la di cui capitale veniva gagliardamente stretta d'assedio dall'armata del Visconti. I Veneziani gli avevano somministrati sussidj di danaro e non soldati, e l'imperatore Wenceslao, cui aveva chiesto ajuto, gli avea spedito un ambasciatore piuttosto per ostentazione della sua autorità in Italia, che per assisterlo validamente. Ugolotto Biancardo, che avea il comando dell'armata milanese, aggiunse la seduzione alla forza; alcuni traditori gli aprirono la porta di san Massimo nella notte del 18 ottobre, ed Antonio della Scala, dopo avere consegnate la sua fortezza all'ambasciatore imperiale, fuggì co' suoi tesori per l'Adige a Venezia[410].

L'ambasciatore di Wenceslao, rimasto padrone della fortezza di Verona, e dei segni del comando convenuto tra i governatori di Vicenza e de' castelli[411], li vendette al miglior prezzo possibile a Giovanni Galeazzo e si ritirò in Boemia col danaro ammassato con così disonesti modi. Tutte le fortezze vennero allora aperte a Giovanni d'Azzo e ad Ugolotto Biancardo; e questi occupò ancora Vicenza a nome del conte di Virtù; e la casa della Scala, che aveva regnato cento vent'otto anni in Verona, e che due volte aveva aspirato alla corona d'Italia, fu spogliata di tutti i suoi possedimenti.

Dietro il trattato convenuto tra il Carrara e Giovan Galeazzo, Vicenza avrebbe dovuto essergli immediatamente consegnata, ma il signore di Padova conosceva il suo alleato, e non contava sulla di lui buona fede. Si tacque, quando seppe che Giovan Galeazzo moveva pretensioni sopra Vicenza, come fosse una eredità di sua moglie[412]; e pensò soltanto a difendersi contro gli abitanti di Udine, cui i Veneziani davano scopertamente soccorso. Udine, capitale del patriarcato d'Aquilea, non aveva voluto riconoscere Filippo d'Alençon, patriarca consacrato da Urbano VI, mentre il Carrara proteggeva questo prelato[413]. Ma quando il signore di Padova vide il turbine mosso contro di lui dalla repubblica di Venezia, fece a questa vivissime istanze di accordargli la pace, e chiese la mediazione del marchese d'Este, che venne rifiutata[414]. Nella stessa epoca Giovanni Galeazzo mandava a Venezia due ambasciatori per trattare colla repubblica un'alleanza contro il Carrara; il quale, avuto di ciò sentore, più non potè contenere il suo sdegno, e scrisse all'imperatore, al papa ed a tutti i sovrani d'Europa lettere circolari per denunciar loro la perfidia del conte di Virtù, e chiedere giustizia de' suoi tradimenti. S'addirizzò ai medesimi Veneziani, sperando che la loro consueta prudenza vincerebbe la loro animosità: il tradimento, di cui vedevasi vittima, poteva servire di esempio al senato veneto; perciocchè se la conquista di Verona aveva aperta a Galeazzo la strada di Padova, la conquista di Padova poteva altresì agevolargli quella di Venezia. Ma il senato, non ascoltando che l'implacabile suo odio e la sua ambizione, segnò, il 29 marzo 1388, un trattato di divisione con Giovanni Galeazzo, in forza del quale Treviso, Ceneda e le fortezze di Coran e di sant'Eletto apparterrebbero alla repubblica, e Padova col suo territorio al signore di Milano[415]. Dietro domanda dei Veneziani Alberto, marchese d'Este, Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, e la comunità di Udine furono messe a parte di questa alleanza[416].

Francesco da Carrara solo, e senz'alleati; circondato da nemici, il minore de' quali, preso separatamente, lo uguagliava di forze; sapeva inoltre di dovere guardarsi dal suo popolo non meno che da' suoi vicini. Da oltre ventiquattro anni il principato di Padova era avvolto in continue guerre, e l'esaurimento delle finanze aveva costretto Francesco ad accrescere ogni anno le imposte. Le piazze pubbliche eccheggiavano sempre di grida minacciose, e lo scoraggiamento e l'impazienza palesavansi apertamente ne' consigli. Tutti coloro che il Carrara chiamava a parte delle sue deliberazioni erano suoi segreti nemici[417]; gli uni venduti a Giovanni Galeazzo, gli altri alla repubblica di Venezia, ed altri ancora, senza avere un determinato scopo, desideravano soltanto una rivoluzione.

Il signore di Padova invocò l'assistenza del duca di Baviera, col quale era congiunto di parentado, e del duca d'Austria, la di cui amicizia appoggiavasi ad antichi trattati; e l'uno e l'altro risposero che verrebbero a soccorrerlo quando loro sovvenisse il danaro necessario alle spese dell'armamento; ma nello stato d'esaurimento in cui trovavasi il Carrara, concedergli i chiesti sussidj a cotali condizioni, era un volerglieli negare.

Alcuni suoi consiglieri gli proposero di abdicare la signoria in favore di suo figliuolo; dicendogli che Venezia facevagli la guerra per un odio personale che non giugneva fino al figliuolo, il quale essendosi guadagnato l'affetto del popolo, troverebbe agevolmente nel di lui attaccamento inaspettati sussidj: ma quando si accorsero di non lo poter indurre all'esecuzione de' loro consiglj, cercarono di persuadere il giovane principe a sorprendere il padre ed a porlo in prigione, indi a trattare coi suoi nemici. Tali erano i depravati costumi dei tiranni d'Italia[418], che Francesco parve meritare grandissime lodi per avere rigettate così perfide insinuazioni[419].

Dopo lunghe deliberazioni, che raddoppiavano ogni giorno le inquietudini de' signori Carraresi, facendo loro più vivamente sentire l'impossibilità di difendersi, in ultimo il padre risolse di seguire il consiglio che aveva prima rifiutato, cedendo la signoria di Padova al figliuolo e ritirandosi egli a Treviso. Adunò nel pubblico palazzo il consiglio del popolo come praticavasi ne' tempi della repubblica padovana; fece che si nominassero quattro anziani, un gonfaloniere ed un sindaco della comunità, e rinunciò senza condizione nelle loro mani la signoria ereditata dai suoi maggiori. Ma il popolo di Padova, avvilito da settant'anni di servitù, più non conservava alcun generoso sentimento; e sentendosi incapace di vivere libero, non ebbe nè il coraggio, nè il desiderio di ritenersi il potere che gli si rendeva. Assistette all'abdicazione del vecchio Francesco da Carrara come ad una vana cerimonia; un dottore di legge, sindaco della comunità, rispose con un'ampollosa diceria alla lettura fatta dal procuratore del Carrara dell'atto di rinuncia; ed il gonfaloniere e gli anziani senza disamina e senza condizioni investirono all'istante Francesco Novello da Carrara della signoria abdicata dal padre. Così Padova mutò padrone il 29 giugno del 1388, ed all'indomani il vecchio Carrara partì alla volta di Treviso, di cui erasi riservata la sovranità[420].

Questo stesso giorno Giovan Galeazzo Visconti fece portare a Francesco Novello una sfida ed una dichiarazione di guerra; e non si vergognò in questo manifesto di appoggiarsi alla giustizia della sua causa ed alla protezione del cielo, accusando il suo avversario d'essere stato l'aggressore, e di averlo provocato coi tradimenti[421]. Giovanni Galeazzo pubblicava con ostentazione documenti ufficiali, e pare essersi lusingato di palliare agli occhi della posterità le sue scelleraggini col linguaggio della virtù; mentre per lo contrario l'opposizione tra i suoi discorsi e la sua condotta non servì che a disvelare tutta la sua doppiezza. Frattanto le truppe ch'egli aveva adunate a Verona ed a Vicenza entrarono nello stato di Padova, mentre vi penetravano pure per la Brenta e per l'Adige i Veneziani; e perchè tanto gli uni che gli altri si astenevano dal guastare le campagne, persuasero i contadini a dichiararsi contro il Carrara ed a darsi al loro partito[422].

Un fratello naturale del signore di Padova, il conte di Carrara, comandava le sue truppe, ed approfittando accortamente dei canali che tagliano la Marca Trivigiana, impediva al conte del Verme, generale del Visconti, di avanzare. Ma lo scoraggiamento ed i tradimenti erano comuni alla città, alle campagne ed alle fortezze del signore di Padova; i soldati erano frequentemente presi da panico timore; i comandanti spesso abbandonavano i posti e le fortezze loro affidate senza combattere, ed il popolo minacciava d'aprire le porte di Padova, se non gli si dava la pace[423]. I consiglieri chiamati da Francesco Novello gli dichiaravano, ch'essi non volevano vedere i loro poderi guastati più a lungo da contese che non li risguardavano; che non volevano esporre più oltre la città ad essere presa e trattata coll'estremo rigore da una sfrenata soldatesca; e nello stesso tempo facendogli sentire ciò che doveva temere per sè medesimo dalla vendetta dei Veneziani, lo consigliavano a vincere la generosità di Giovanni Galeazzo sottomettendosi a lui[424].

Francesco Novello, privo di mezzi di difesa, e non trovando tra i suoi parenti ed amici persona cui potersi interamente fidare, accondiscese finalmente alle istanze di tutto il suo popolo, consigliandosi colla necessità. Fece chiedere un salva condotto a Giacomo del Verme, per recarsi a Pavia presso al conte di Virtù, ed il 23 novembre del 1388 aprì a questo generale la capitale e tutte le fortezze. Preventivamente aveva caricati sopra varie barche i suoi più preziosi effetti e mandatili a Ferrara colla moglie e coi figli; egli prese la strada di Verona, e nell'atto di abbandonare la città, ove i suoi antenati avevano dominato settant'anni, e mentre attraversava il suo territorio, ebbe il dolore di essere testimonio delle feste e dell'allegrezze con cui i suoi sudditi celebravano l'inaugurazione del nuovo sovrano[425].

Alcuni negoziatori, spacciandosi mandati da Francesco Novello, recaronsi subito presso suo padre a Treviso, per invitarlo a confidarsi alla generosità di Giovanni Galeazzo. Gli offrirono un salvacondotto di Giacomo del Verme per andare a Pavia, persuadendolo ad aprire questa piazza al suo generale. Il vecchio Carrara trovavasi in più difficile situazione di suo figliuolo. Era stretto ad un tempo dalle armi de' Veneziani, dei Visconti e de' Trevisani ribellatisi contro di lui. Egli si era ritirato nella fortezza, sicura di una morte crudele se veniva in potere de' suoi nemici. Chiamò dunque Giacomo del Verme, introdusse i di lui soldati nella cittadella di Treviso, e s'incamminò alla volta di Pavia per implorare la generosità del vincitore.

Ma i salvacondotti accordati ai signori di Carrara non furono mantenuti. Giovanni Galeazzo temeva di vederli e di dir loro che non intendeva di mantenere le sue promesse. Fece dunque fermare il figlio a Milano ed il padre a Verona, senza loro permettere di proseguire il viaggio. Frattanto la biscia de' Visconti fu inalberata sulla riva dell'Adriatico, e gli stendardi di così temuto principe volteggiavano in faccia ai campanili di Venezia. Di già Giovanni Galeazzo meditava di far sentire la sua potenza a questa superba repubblica, e quando i deputati di Padova vennero ammessi alla sua presenza per rendergli omaggio, disse loro, elle se Dio gli accordava solamente cinque anni di vita renderebbe i Veneziani loro eguali, e porrebbe fine alla gelosia che una città mezzo sommersa cagionava da tanto tempo a Padova[426].