CAPITOLO LIII.
Rivoluzioni nelle repubbliche toscane; intrighi di Giovanni Galeazzo. — Francesco da Carrara, suo prigioniero, fugge, e si ripara a Firenze; persuade questa repubblica a fare la guerra al Visconti. Conduce in Italia un'armata tedesca, e ricupera la signoria di Padova.
1388 = 1390.
La condotta di Venezia nel favorire le conquiste di Giovanni Galeazzo Visconti non aveva corrisposto all'alta prudenza che tanto onorava i consigli di questa repubblica. Le due case degli Scala e dei Carrara, abbastanza forti per difendersi, ma non tali da inspirar timore, potevano servire ai Veneziani di antimurale contro le intraprese dei Visconti. La repubblica, superiore di forze e di ricchezze, aveva mille mezzi per tenere in una specie di schiavitù i signori di Verona e di Padova. I Veneziani mancarono all'ordinaria loro prudenza eccitando lo Scala alla guerra, poi lasciandolo perire per non avergli somministrati sufficienti soccorsi; ma un più grande errore fu quello di sagrificare il Carrara al loro risentimento, acconsentendo che si arricchisse colle sue spoglie il più potente, il più ambizioso, il più perfido tiranno d'Italia. La vista degli stendardi milanesi, che volteggiavano in riva all'Adriatico, richiamò il senato veneto a dolorose considerazioni sulla propria condotta; e bentosto i minacciosi discorsi di Giovanni Galeazzo, di cui gli fu dato avviso, accrebbero le sue inquitudini.
Veruna potenza in Italia pareva abbastanza forte per misurarsi col signore di Milano e per limitarne le conquiste. La Chiesa aveva lungo tempo guerreggiato contro suo padre e suo zio; ma le sue forze erano snervate dallo scisma, e più ancora dall'imprudente condotta d'Urbano VI. Questo pontefice, che andava debitore della sua libertà e forse della vita al doge Antoniotto Adorno, si disgustò col suo liberatore e partì precipitosamente da Genova il 16 dicembre del 1386 per passare a Lucca[427]. In questa città egli predicò la crociata contro il regno di Napoli ch'egli voleva conquistare. Ma nè le sue esortazioni, nè le sue bolle acquistarono alla sua causa un solo soldato[428]. In appresso dichiarò complessivamente la guerra ai Turchi ed ai Greci, guerra poco sanguinosa, di cui ne affidò la cura all'arcivescovo di Patrasso[429]. In appresso, recandosi a Perugia, vi fece leva di soldati mercenari, coi quali pensava di fare personalmente l'impresa del regno, quando una sedizione scoppiata nelle sue truppe, lo fece fuggire atterrito a Roma[430]. Colà mori il 13 ottobre del 1389 dopo avere coll'impetuoso suo carattere, colla sua imprudenza, colla sua crudeltà, scandalizzata la Cristianità forse più che non fecero gli scostumati pontefici del decimo secolo. Pietro Tommacelli, cardinale di Napoli, che prese il nome di Bonifacio IX, venne innalzato sulla cattedra di san Pietro il 9 novembre 1389 dai cardinali dell'ubbidienza d'Urbano VI[431].
Di tutte le case sovrane che avevano esistito tra le Alpi e gli Appennini dopo la caduta delle repubbliche, più non eranvene che quattro le quali non fossero state spogliate de' loro stati dai Visconti; queste erano le case di Savoja, di Monferrato, dei Gonzaghi e d'Este. Amedeo VII, detto il Rosso, conte di Savoja, unicamente occupato degli intrighi e delle guerre della Francia, evitò ogni cagione di rottura col conte di Virtù[432]. Teodoro II, marchese di Monferrato, cui Giovan Galeazzo aveva tolto Asti ed altre importante piazze, fu egli medesimo in certo qual modo fatto prigioniere nella corte del signore di Milano dalla sua più tenera infanzia fino al 1400[433]. Francesco di Gonzaga governava Mantova dopo il 1382; ma non si conservava in questo principato che mercè la più ossequiosa deferenza a tutte le volontà di Giovanni Galeazzo. Aveva preso parte a tutte le sue alleanze, ed a tutte le sue guerre, senza sperarne altro vantaggio che quello di protrarre più in là l'epoca in cui sarebbe ancor esso spogliato de' suoi dominj[434]. Nella famiglia d'Este il marchese Alberto era succeduto, il 26 marzo 1388, a suo fratello Niccolò in pregiudizio d'Obizzo, figlio d'un suo fratello maggiore che gli era premorto[435]. Alberto, dietro le suggestioni di Giovan Galeazzo, presso di cui erasi recato a Milano, fece tagliare la testa ad Obizzo ed a sua madre accusati d'avere contro di lui tramata una congiura; fece bruciare la sposa di questo sventurato, appiccare uno de' suoi zii, tenagliare e porre alla tortura molti de' loro confidenti[436]. Dopo tali atrocità il marchese di Ferrara, resosi esoso ai popoli ed ai principi, non poteva ad altri fidarsi che a Giovan Galeazzo, che gliele aveva fatte commettere, e non agiva che a seconda de' suoi consiglj o de' suoi ordini.
Le altre famiglie, un tempo sovrane, erano tutte state spogliate de' loro stati dai Visconti: i Coreggio, i Rossi, gli Scotti, i Pelavicini, i Ponzoni, i Cavalcabò, i Benzeni, i Beccaria, i Languschi, i Rusca, i Brusati, o più non esistevano, o non avevano autorità negli stati altra volta sottomessi ai loro antenati. La casa Visconti era succeduta sola a tutta la loro potenza, come a quella degli Scala e dei Carrara.
Se i comuni di Toscana fossero stati uniti dalla considerazione de' loro pericoli, avrebbero potuto sostenere con pari forze la lotta col conte di Virtù; ma la sola Firenze sapeva calcolare nelle sue viste la politica dell'Italia e dell'Europa intera. Le altre città, invece di stare in guardia contro il nemico d'ogni libertà, erano gelose della sola Firenze, e le imprudenti loro passioni favoreggiavano i progetti del tiranno che voleva ridurle in servitù.
Gli stati d'Italia, esposti alle invasioni di Galeazzo, non potevano sperare soccorso dal rimanente dell'Europa. L'impero era venuto in mano del più debole, del più spregevole de' principi, Wenceslao, indegno figlio di Carlo IV, il quale pure aveva anche tanto degenerato dai suoi gloriosi antenati. La Francia, durante la minorità e la pazzia di Carlo VI, trovavasi in preda ad un'anarchia, nella quale si videro ben presto nascere le funeste fazioni dei duchi di Borgogna e d'Orleans. L'Inghilterra era governata dal debole Riccardo II, sotto il di cui regno nacquero le fazioni delle due rose. Per le sue guerre civili l'Ungheria perdeva tutta l'influenza che aveva acquistata sull'Italia e sul rimanente dell'Europa sotto il gran re Luigi. L'Arragona in tempo della lunga amministrazione di Pietro IV, detto il ceremonioso, aveva tenuto un distinto rango tra le potenze marittime; ma questo re era morto il 4 gennajo del 1387[437], ed il debole Giovanni, che gli succedeva, riposava in un ozio vile, abbandonando alla consorte tutte le cure de' pubblici affari[438]. Così dall'una all'altra estremità dell'Europa tutti i regni erano affetti da un vizio interno, tutti i regni sembravano nello stesso tempo colpiti d'accecamento, da viltà, o da demenza, mentre il signore della Lombardia manteneva costantemente al suo soldo maggiore numero di truppe che verun altro monarca d'Europa, disponeva d'un'immensa entrata, governava i suoi stati dispoticamente, e formava progetti di conquista ancora più grandi della sua potenza. Giovanni Galeazzo aveva un coraggio intraprendente, che stranamente contrastava colla sua viltà personale. Quell'uomo medesimo, che mai non mostrossi alla testa dell'esercito, che nel palazzo fortificato di Pavia non lasciavasi vedere da chicchefosse, che circondavasi di triplici guardie, e che nel suo appartamento stava sempre apparecchiato a difendersi contro di queste, come se fosse sicuro d'essere tradito; quest'uomo non esitava un solo istante nelle sue risoluzioni, non lasciavasi smuovere dal pericolo, nè scoraggiare dal cattivo esito. Superiore a tutti nella profondità della sua politica, incapace di rimorsi per il delitto, o di vergogna per la mala fede, mirava coi vasti suoi mezzi a sottomettere tutta l'Italia; e se ne avesse terminata la conquista, pochi ostacoli avrebbe più incontrati a dilatare il suo dominio sulle vicine contrade. Ma la libertà italiana fu per alcun tempo salvata ancora, perchè nella carriera della sua ambizione Giovan Galeazzo si trovò a fronte la virtù, il coraggio, la magnanimità della repubblica fiorentina, e l'odio implacabile di Francesco da Carrara che aveva di già spogliato.
Molte cagioni avevano contribuito ad eccitare l'animosità di diversi comuni liberi della Toscana contro Firenze, di modo che, malgrado l'alleanza che le univa, noi vedremo successivamente Pisa, Siena, Lucca, Perugia e Bologna associarsi al nemico de' Fiorentini e della libertà.
Molte compagnie di ventura erano successivamente entrate in Toscana per vivere rubando; tutte avevano estorte contribuzioni dalle più deboli città, mentre la potenza de' Fiorentini le teneva ad una rispettosa distanza. I popoli oppressi, invece d'accusare se medesimi della propria debolezza, sospettavano che i Fiorentini fossero segretamente d'accordo con queste bande d'assassini[439]. I Tarlati della famiglia di Pietro Saccone, signore di Pietra Mala, si erano nel 1384 dati o raccomandati alla repubblica di Siena con sessantanove castelli, ed un gran numero di villaggi[440]. In ogni tempo eransi conservati nemici de' Fiorentini, ed avevano associati i Sienesi alla loro animosità. Lo stesso anno Engerrando di Coucy aveva condotta in Italia un'armata francese di oltre dodici mila cavalli, che guidava nel regno di Napoli in soccorso di Luigi duca d'Angiò[441]. Un luogotenente di Carlo III occupava in allora Arezzo, mentre una folla d'emigrati aretini si erano uniti ai Tarlati.
Questi offrirono ad Engerrando di Coucy d'introdurlo in Arezzo col mezzo delle intelligenze che vi avevano conservate, ed infatti essi gli aprirono le porte di questa città la notte del 29 settembre 1384. Ma la morte del duca d'Angiò, di cui nella notte medesima si ebbe avviso a Firenze[442], determinò Engerrando a rinunciare alla sua spedizione. Egli cercò prima di occupare il castello d'Arezzo, ov'erasi ritirato il luogotenente di Carlo III coi Guelfi; ma vedendo che dopo cinquanta giorni d'assedio non aveva nulla avanzato, e che gli assediati avevano venduta la loro fortezza ai Fiorentini, trattò ancor esso con questa repubblica, ed avendo ricevuta una somma di danaro, il 17 novembre 1384 aprì le porte d'Arezzo ai commissarj di Firenze[443]. Nello stesso tempo i Sienesi stavano con lui contrattando, e lo avevano soccorso, onde concepirono un estremo dispetto, vedendosi dai loro rivali tolto un acquisto ch'essi speravano di fare[444].
Frattanto la repubblica di Siena veniva travagliata da rivoluzioni, che sempreppiù la rendevano debole; ella era governata da artigiani della più bassa lega, che avevano assunto il nome di riformatori. I nobili trovavansi con costoro in aperta guerra, e tutto il rimanente della nazione gemeva oppressa. Ma il 24 marzo 1385 gli ordini dei nove e dei dodici, che tenevano tra i borghesi un rango superiore, unironsi ai nobili per attaccare l'oligarchia artigiana de' riformatori. Dopo un'accanita zuffa cacciarono questi artigiani fuori di palazzo, poi fuori della città. Quattro mila di costoro fuggirono o furono mandati in esilio[445]; e nell'ultima classe della nazione si creò un nuovo ordine sotto il nome di monte del popolo, per separarlo affatto dai riformatori che si volevano proscrivere. Il governo venne diviso tra i nove, i dodici ed il popolo; la nobiltà rimase esclusa dagl'impieghi[446].
Questa rivoluzione riconciliò per breve tempo i Sienesi coi Fiorentini, perchè gli ultimi avevano soccorsi i borghesi di Siena. Essi accomunavano ai riformatori il risentimento che i loro Ciompi avevano loro inspirato, ed appena usciti essi medesimi dal giogo del popolaccio, volevano pur rompere quello de' loro vicini. Ma bentosto una contesa di giurisdizione ravvivò tra le repubbliche una mal assopita animosità.
La comunità di Montepulciano trovavasi da lungo tempo sotto la protezione di Siena con certe condizioni e riserve che i Sienesi avevano mal osservate[447]. Ma questa borgata, che più anticamente era stata sotto la protezione de' Fiorentini, li chiamò come garanti de' suoi privilegi. La famiglia dei Pecora governava in allora Montepulciano con una quasi assoluta autorità. Questi piccoli signori erano divisi, Giovanni di Pecora aveva scacciato suo cugino Gherardo, e questi con un piccolo numero d'aderenti era rimasto attaccato ai Sienesi, ma il popolo ed il capo erano spontaneamente ricorsi ai Fiorentini[448].
Questi ultimi, ai quali Giovanni di Pecora offriva la sovranità di Montepulciano, non vollero accettarla; invece cercarono di riconciliare questo signore coi Sienesi. Perciò incaricarono il loro ambasciatore di rinnovare per cinquant'anni il trattato esistente tra i due popoli; ma nello stesso tempo mandarono alcune compagnie di soldati a Montepulciano, affinchè questo comune non venisse attaccato finchè durava la negoziazione[449].
I Sienesi, che avevano nome di essere i più vendicativi popoli della Toscana, irritati perchè i fiorentini avessero presa parte alla contesa loro coi proprj sudditi, si resero schiavi essi medesimi per trarvi anche i loro rivali. Mandarono segretamente ambasciatori al conte di Virtù, offrendogli di darsi a lui. Ma in tale epoca Giovanni Galeazzo, trovandosi tutt'inteso alla sua guerra con Francesco da Carrara, ebbe timore di dare motivo alla repubblica fiorentina di soccorrere questo principe, e spedì immediatamente deputati alla signoria per protestare, che lungi dal volere turbare la pace della Toscana, aveva rifiutate le offerte dei Sienesi; e che quando questo popolo stesso a lui si volesse dare liberamente e senza riserve, egli ancora non lo vorrebbe accettare[450].
Per altro Giovanni Galeazzo non aveva fatto, come diceva, così aperto rifiuto dell'offerta de' Sienesi, perciocchè maravigliosamente si accordava co' suoi progetti di conquista in Toscana e colle più care sue speranze. Persuase solamente questa repubblica a negoziare coi Fiorentini, finchè gli fosse riuscito di soggiogare Francesco da Carrara, ed allora fece bruscamente rompere le conferenze, mentre i suoi ambasciatori protestavano a Firenze che il loro signore non desiderava che la pace[451].
Nello stesso anno Giovanni Galeazzo tentò d'occupare Pisa. Pietro Gambacorti, alleato dei Fiorentini, governava questa repubblica. Tutt'ad un tratto fu attaccato da una compagnia di ventura, ed avanti che avesse potuto domandare soccorso ai suoi alleati, vide giugnere da Sarzana quattro mila cavalli che il Visconti, secondo egli diceva, mandava in suo soccorso. Questi inaspettati ausiliari chiedevano instantemente di essere ricevuti in città; ma Pietro Gambacorti, che più temeva tali difensori che i nemici, fece loro chiudere le porte di Pisa, mentre che accolse in città senza verun sospetto i rinforzi mandatigli dai Fiorentini[452].
Passò ancora tutto il 1388 senza che scoppiasse la guerra; ma ogni giorno vedevansi nascere nuove difficoltà, che davano motivo a nuove negoziazioni per calmare il risentimento che eccitavano. Il conte di Virtù aveva alternativamente diretti i suoi progetti su tutte le città della lega guelfa; ma Bologna trovavasi più d'ogni altra esposta alle sue pratiche, perchè i Visconti, che n'erano stati in addietro padroni, vi conservavano alcuni partigiani. La peste e la somma carezza delle vittovaglie travagliavano nello stesso tempo questa città, onde un segreto malcontento, eccitato dalle creature di Giovanni Galeazzo che trassero molti Bolognesi in una congiura contro la libertà, si andava diffondendo tra i suoi abitanti. Un fortunato accidente fece scoprire questa trama, ed i capi perdettero la testa sul patibolo[453]. Da prima parve che il conte di Virtù pensasse a vendicarli, ed ordinò ai Fiorentini ed ai Bolognesi dimoranti ne' suoi stati di partire entro otto giorni[454]; fece passare duecento lance a Siena, e la guerra parve inevitabile. Frattanto Pietro Gambacorti, che temeva d'esservi strascinato suo malgrado, si adoperò in modo, che ottenne di rinnovare le negoziazioni. I Fiorentini avevano omai terminati i loro apparecchi, ed eransi procurati alleati in Germania, quando il Gambacorti li persuase in ottobre del 1389 a segnare un trattato di pace e di alleanza col conte di Virtù, col quale si obbligavano reciprocamente, i Fiorentini a non immischiarsi negli affari di Lombardia, il conte a non prendere veruna parte in quelli della Toscana[455].
Ma Giovanni Galeazzo non si faceva riguardo di segnare qualunque trattato, poichè disposto era a non osservarne alcuno. Spedì a Siena quello de' suoi generali che più odiava i Fiorentini, Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, l'erede di una delle grandi famiglie ghibelline degli Appennini; e coll'opera sua Giovanni Galeazzo sedusse alcuni cittadini di Samminiato che vivevano in istretta domestichezza col governatore di questo importante castello. I congiurati promisero di uccidere il governatore e di aprire Samminiato alle truppe del Visconti, che per tal modo avrebbe potuto chiudere ai Fiorentini la navigazione dell'Arno: ma i cospiratori, cercando complici, si rivolsero ad alcune persone che manifestarono la trama[456].
Giovanni d'Azzo non si lasciò sgomentare dalla mala riuscita di Samminiato, e tenne dietro ad altre pratiche. Era costui parente d'un signore cortonese che inutilmente cercò di guadagnare al partito del Visconti. Tentò pure di sedurre i Perugini, ma questi, agitati da una rivoluzione, vollero conservare la neutralità. In settembre di quest'anno i nobili si erano uniti al basso popolo, ed avevano ottenuta sui borghesi una compiuta vittoria, escludendoli affatto dal governo. Erano fuggiti più di cinquecento cittadini; la città era stata in parte saccheggiata, e Pandolfo Baglioni, capo della nobiltà, aveva con questa rivoluzione fatto il primo passo verso il supremo potere della sua patria cui celatamente aspirava[457].
Le pratiche di Giovanni d'Azzo furono più fortunate a Pisa; non già che ottenesse di staccare dai Fiorentini Pietro Gambacorti, il fedele amico della repubblica; ma questo virtuoso cittadino, che aveva così lungo tempo governato la sua patria senza offenderne la libertà e senza mai abusar del potere che riconosceva dalla confidenza de' suoi compatriotti, cominciava a perdere il suo credito. Di già i suoi nipoti, figliuoli di Gherardo suo fratello, avevano l'arrogante procedere de' nuovi signori; uno di loro era stato nominato arcivescovo di Pisa, un altro cavaliere del santo Sepolcro, ed un terzo canonico; costoro si scordavano, che i cittadini di Pisa erano loro eguali, e si permettevano talvolta certi atti violenti, di cui i tribunali non ardivano punirli[458]. Un agente di Giovanni Galeazzo inasprì il malcontento del popolo, e sedusse coll'oro Giacomo Appiano, cancelliere del comune, reso potente dallo stesso Gambacorti, che in lui ciecamente fidava.
Nello stesso tempo i Fiorentini avevano cercato di afforzarsi colle alleanze; ma il solo amico di cui facessero maggior capitale era un uomo che senza truppe e senza stati era venuto a rifugiarsi in Firenze. Invece di fortezze e di soldati offrì alla repubblica i suoi talenti, il suo coraggio, l'energia del suo carattere, e soprattutto l'irreconciliabile suo odio verso il Visconti. Questi era Francesco Novello di Carrara, poc'anzi signore di Padova.
Giovanni Galeazzo dopo averlo tenuto lungo tempo a Milano, volle almeno apparentemente eseguire la convenzione, dietro la quale eragli stata ceduta Padova. Aveva prima fatto sapere a Francesco, che gli accorderebbe in ricompensa di Padova la signoria di Lodi; ma non gli aveva mai acconsentito di venire a Pavia, ed i suoi agenti andavano ogni giorno diminuendo le loro offerte, e facevano nascere ad ogni istante nuove difficoltà. Finalmente gli accordarono a nome del conte di Virtù la signoria di Cortazzone, presso Asti. Era Cortazzone un vecchio castello mezzo ruinato, con alcuni vassalli, per la maggior parte assassini di strada, ma Ghibellini appassionati e pieni di prevenzione e di odio contro la casa guelfa di Carrara[459].
Francesco da Carrara condusse sua moglie, Taddea d'Este e tutta la sua famiglia, prima ad Asti, poi a Cortazzone. Colà si occupò come un semplice gentiluomo a far rifabbricare il suo castello[460]. La città di Asti era in allora posseduta dal duca d'Orleans, cui Giovanni Galeazzo V aveva data per dote di sua figliuola Valentina[461]. Il luogotenente del duca si affezionò a Francesco da Carrara, ed un giorno lo prevenne che Giovanni Galeazzo aveva appostati degli uomini per farlo uccidere mentre passerebbe da Cortazzone ad Asti. Lo consigliò pertanto a porsi in sicuro con una pronta fuga[462].
Il Carrara in marzo del 1389 partì repentinamente da Asti con sua moglie, ed alcuni servitori, dando voce di voler fare un pellegrinaggio a sant'Antonio di Vienna, nel Delfinato. Il governatore di Asti gli diede guardia fino ai confini del Monferrato, e s'incaricò egli medesimo di far giugnere a Firenze i figliuoli del Carrara, i suoi fratelli naturali e gli effetti preziosi che aveva seco portati da Padova[463].
Francesco soddisfece in fatti al suo pellegrinaggio, dopo il quale recossi in Avignone per chiedere consiglj e soccorsi al papa francese. Imbarcossi poi a Marsiglia colla moglie, intenzionato di costeggiare colla sua felucca le due riviere della Liguria, e di sbarcare a Pisa; ma cammin facendo fu sorpreso dalle burrasche dell'equinozio; e perchè Taddea, gravida da più mesi, soffriva crudelmente i disagi del mare agitato, pregò lo sposo di risparmiarle il tormento della navigazione, preferendo, diss'ella, di fare tutta la strada a piedi piuttosto che soffrire così aspro martirio. Carrara non ignorava che i dolori del mare erano senza pericolo, mentre la strada di terra presentava infiniti ostacoli; si arrese non pertanto ai desiderj della sposa, e si fece sbarcare sulla costa, ordinando per altro ai suoi marinai di tener sempre la felucca a portata di valersene quando volesse.
Alcuni castelli della riviera di Ponente appartenevano ai Ghibellini, ereditarj nemici della famiglia del Carrara; altri erano posseduti da creature del conte di Virtù; ne' deserti e tra gli scogli stavano in vedetta alcuni emissarj di questo signore per sorprendere i viaggiatori; ovunque erano circondati da' pericoli; e Francesco, dopo avere camminato tutto il giorno per aspri e tortuosi sentieri che s'aggirano sul pendìo di scoscese montagne, sostenendo sull'orlo dei precipizi colle sue braccia la sposa, non ardiva poi la sera di entrare in qualche casa per riposarsi. Presso a Monaco passarono la notte in una chiesa mezza ruinata; a Ventimiglia il podestà fece tener loro dietro i suoi arcieri, contro i quali sostennero una zuffa prima di essere riconosciuti. Ivi s'imbarcarono di nuovo; ma la tempesta ed i patimenti di Taddea li costrinsero bentosto ad approdare in mezzo ai feudi dei marchesi del Carreto, Ghibellini affezionati al conte di Virtù, Attraversarono parte del paese a piedi in una continua diffidenza; ed essendosi all'ultimo adagiati sotto alcuni alberi per mangiare un capretto, che avevano comperato da un pastore, una metà della compagnia faceva la guardia, mentre l'altra metà mangiava[464].
Inaspettatamente furono raggiunti in questo stesso luogo da un messo di Pacino Donati, agente fiorentino del Carrara e di Antonio Adorno doge di Genova: l'ultimo prometteva la sua protezione al fuggitivo signore di Padova e gli spediva un brigantino per condurlo a Genova sotto finto nome, dandogli una salvaguardia per attraversare gli stati della repubblica. Carrara andò con tutta la sua famiglia a bordo del brigantino genovese, ma la burrasca, che non cessava di perseguitarlo, lo costrinse bentosto a sbarcare in Savona. Era colà aspettato da Pacino Donati e da altri amici; la mensa era imbandita, e già si disponevano a mangiare, quando un secondo messo del doge entrò precipitosamente nella camera, e loro ordinò di rimbarcarsi all'istante. Giovanni Galeazzo aveva intimato alla repubblica di Genova di arrestarli ovunque si trovassero, dichiarando di farle sentire gli effetti del suo sdegno, se loro dava asilo, ed Adorno non ardiva di esporsi per cagione loro alla collera di così potente signore. I Carrara ripartirono senza avere mangiato; navigarono tutta la notte, e la susseguente mattina il bisogno di cibarsi li forzò a dar fondo nel porto di Genova. Erano vestiti da eremiti tedeschi, ed entrarono così sconosciuti in un albergo[465].
Dopo poche ore di riposo si rimbarcarono, e scorrendo la riviera di Levante press'a poco con altrettanta difficoltà, sbarcarono finalmente a Motrone, piccolo porto del territorio di Pisa, ove speravano di trovare finalmente sicurezza e riposo. Dopo avere congedati i marinaj si avviarono subito a piedi alla volta di Pisa, facendosi precedere da un messo per avvisare Gambacorti del loro arrivo.
Francesco da Carrara sostenendo la consorte che più non reggeva alla fatica, cercava di ridonarle speranza e coraggio. «A Pisa, le diceva egli, ristoreremo bentosto le nostre membra affaticate; sono sicuro di essere ben accolto da Pietro Gambacorti, il quale, cacciato ancor esso come me dalla sua patria, vagò di terra in terra chiedendo soccorso. In allora mio padre lo accolse nella sua corte colla moglie e i figli, lo colmò di onori, e maritò una sua figliuola al marchese Spineda, dandogli poi danaro e soldati per ristabilirsi in Pisa; e se il Gambacorti trovasi al presente felice e tranquillo, non si scorderà che lo deve alla nostra famiglia.» Mentre andavano con queste memorie riconfortandosi, il messo tornò a dir loro, che Pietro Gambacorti non osava riceverli in patria, perchè Galeazzo Porro, uno de' generali di Giovanni Galeazzo, era giunto con un corpo di cavalleria, ed aveva domandato alla signoria di farli arrestare[466].
Quando Taddea udì questo annunzio cadde svenuta; lo sposo dopo averle richiamati gli smarriti spiriti, entrò travestito in Pisa, si procurò un cavallo per la moglie e cibi di cui tutti abbisognavano. Raggiunse di nuovo la sua piccola truppa, e tenendo una strada appartata la condusse a Cascina posta sulla strada di Firenze, e colà si alloggiarono in così misero albergo, che dovettero tutti passare la notte nella stalla. Eransi appena coricati sopra la paglia che un messo di Gambacorti li risvegliò; questi mandava loro in dono dieci cavalli, confetti e torchi, ordinava a tutti i castellani dello stato di Pisa di trattare il meglio che potevano questi illustri ospiti. L'albergatore cedette allora il proprio letto a Francesco da Carrara ed alla sua sposa; e questa fu la prima notte, da che erano partiti da Asti, che non si coricavano sulla nuda terra, o sopra la paglia[467].
I fuggitivi principi non trovarono pure in Firenze quell'accoglimento che speravano di ricevervi; perciocchè era il tempo in cui Giovanni Galeazzo dava alla repubblica le più lusinghiere speranze di mantenere la pace, ed in cui la repubblica, soffrendo per l'estrema carezza delle vittovaglie, cercava dal canto suo di non risvegliare la collera del potente signore di Lombardia. Perciò i magistrati si astennero alcun tempo da ogni ministeriale relazione col Carrara e non lo risguardarono che come un particolare che voleva approfittare della protezione che le loro leggi accordavano a tutti gli sventurati. Frattanto erano pure giunti in Firenze i figliuoli del Carrara e gli equipaggi che il governatore di Asti erasi incaricato di spedire. Ed allora il fuoruscito signore di Padova trovavasi padrone di ottanta mila fiorini in danaro, e di sessanta mila in gioielli e gemme[468]. Per dare uno stato indipendente a suo fratello naturale, il conte di Carrara, lo fece ricevere comandante di cento lance nella compagnia di Giovanni Acuto, indi, lasciati la moglie ed i figliuoli a Firenze, si rimise solo in viaggio per procurare nemici a Galeazzo.
Passò prima a Bologna, e trovò la signoria di questa città ben disposta a suo favore; ma prima di risolvere ella desiderava di vedere quale partito prenderebbe a suo riguardo la repubblica di Firenze. Imbarcossi poi in Ancona, intenzionato di attraversare il golfo e passare in Croazia presso al conte di Segna che aveva sposata sua sorella; ma una burrasca lo spinse verso le lagune, ove fu riconosciuto, contro ogni sua aspettazione non preso dai Veneziani[469].
Sbarcato a Ravenna, Francesco da Carrara, più non poteva avventurarsi ad attraversare un mare dominato dai Veneziani, e sparso di navi che cercavano di raggiugnerlo. Tornò dunque a Firenze e vi fu assai meglio accolto che la prima volta, perchè recenti ingiurie di Giovan Galeazzo avevano meglio svelate le sue ostili intenzioni; onde la signoria propose al Carrara di recarsi in Germania, di offrire sussidj al duca di Baviera, e di persuaderlo ad attaccare il Visconti nel Friuli. Verso lo stesso tempo il Carrara aveva ricevuto un ultimo messo da suo padre che trovavasi strettamente guardato nel castello di san Colombano. Questo vecchio signore ordinava a suo figliuolo di pensare piuttosto a vendicarlo, che a calmare il suo nemico con vili compiacenze. «Ormai, gli diceva, io conosco Giovan Galeazzo: nè l'onore, nè la compassione, nè la giurata fede mai non lo determinarono ad una generosa azione; s'egli fa qualche bene non vi è spinto che dal proprio interesse, essendogli sconosciuto ogni altro sentimento; e la virtù siccome l'odio e la collera vengono da lui assoggettate al calcolo.»
Francesco da Carrara, sicuro dell'approvazione di suo padre, accettò la commissione della repubblica fiorentina, e partì alla volta della Germania. Non potendo passare per gli stati del Visconti o de' Veneziani prese una lunga ma sicura via. Attraversò il golfo di Genova, la Provenza, il Delfinato e la Savoja[470]. Da Ginevra s'incamminò per la Svizzera, e giunse a Monaco presso il duca Stefano di Baviera. Era questi genero di Barnabò Visconti, che Giovanni Galeazzo aveva fatto morire in prigione. Il Carrara tutto soffiò nel cuore del Bavaro l'odio che lo infiammava egli stesso, facendogli sentire ciò che doveva all'ombra sdegnata del suocero, ed ai fratelli della consorte, cui il conte di Virtù aveva rapita l'eredità, e che non lasciava di perseguitare nel loro esilio col ferro e col veleno. Gli offrì ottanta mila fiorini per cominciare il suo armamento, obbligandosi a far sì che Bologna e Firenze pagassero in appresso le spese della sua armata; ed ottenne la promessa che nell'entrante primavera scenderebbe in Italia con dodici mila cavalli[471].
Lasciando la Baviera Francesco di Carrara prese la strada della Dalmazia. Una sorella da lui sommamente amata era maritata al conte di Segna e di Modro, potente signore della Croazia, i di cui feudi si stendevano lungo il canale dei Morlacchi. Carrara si trattenne alcun tempo col cognato e colla sorella, che gli diedero i più affettuosi contrassegni dell'amor loro, e promesse di larghi soccorsi; e colà stava egli aspettando una risposta dai Fiorentini intorno ai trattati fatti col Bavaro. Finalmente giunse il suo messo, recandogli i ringraziamenti della signoria per quanto aveva operato, facendogli però sapere che il suo trattato non avrebbe effetto, perchè, dopo la sua partenza, Firenze, e i comuni toscani avevano conchiuso, colla mediazione del Gambacorti, in ottobre del 1389, una lega offensiva e difensiva con Giovanni Galeazzo Visconti[472].
Francesco da Carrara vedendo tutt'ad un tratto svanite le sue più care speranze, poco mancò che non morisse di dolore, e non vi voleva meno di tutta la tenerezza della sorella e del cognato, per toglierlo all'estremo suo avvilimento. Il cognato gli promise d'impiegare tutte le sue forze per fargli ricuperare la perduta sovranità, assicurandolo che, mercè le sue alleanze con diversi signori ungari, potrebbe disporre di tre mila cavalli e mantenerli tutto un anno al suo servigio: ma lo confortava di andare a chiedere soccorsi al capo di Bosnia che assumeva il titolo di re di Rascia, il quale nella guerra ch'egli faceva ai Turchi aveva sperimentata la perfidia di Giovanni Galeazzo[473].
Mentre Francesco di Carrara stava per porsi in viaggio alla volta di questo paese mezzo barbaro, fu raggiunto da Pietro Guazzalotti, ambasciatore dei Fiorentini, che veniva a chiedergli di rinnovare le sue pratiche col duca di Baviera. L'attentato di Giovan Galeazzo sopra Samminiato, ed i suoi intrighi a Perugia ed a Pisa, avevano persuasa la repubblica alla guerra. Il Carrara condusse l'ambasciatore fiorentino presso il duca di Baviera, e passò in appresso nella Carinzia a domandare consigli e soccorsi al conte d'Ottemburgo che aveva sposata una sua zia[474]. Intavolò poi qualche trattato con alcuni signori del Friuli, che gli promisero il passaggio per i loro feudi, e degli ajuti nella sua marcia.
L'inverno erasi consumato in questi trattati, ed all'apertura della primavera del 1390 il Carrara seppe finalmente che la guerra era stata dichiarata. I Malatesti ed i signori d'Urbino, alleati di Giovanni Galeazzo, avevano attaccata e disfatta una truppa al soldo de' Bolognesi; dopo di che il conte di Virtù, il marchese d'Este ed il signore di Mantova mandarono i loro araldi d'armi a portare per parte loro una sfida alle repubbliche di Firenze e di Bologna[475]. Ma nello stesso tempo seppe Francesco da Carrara che suo fratello naturale, il conte di Carrara, era stato fatto prigioniere da Carlo Malatesti di Rimini, alleato del conte di Virtù, e che suo cognato Stefano, conte di Segna, era morto, lasciando la sua vedova assediata nel castello di Modro[476]. Carrara sarebbe rimasto vittima del dolore senza i soccorsi datigli dal conte d'Ottemburgo. Non tardò per altro a riprendere coraggio, e ritornò in Baviera per affrettare gli apparecchi di quel duca.
I Fiorentini avevano dal canto loro invocata la protezione di Carlo VI, re di Francia, ed ebbero la risposta nell'istante in cui scoppiò la guerra. Quel re loro offriva potenti soccorsi, ma sotto due condizioni; la prima, che la repubblica riconoscesse per legittimo papa Clemente VII, che sedeva in Avignone, e la seconda, che in segno di riconoscenza la repubblica pagasse al re un annuo, sebbene piccolo tributo, in segno di ubbidienza. Tali condizioni vennero altamente rifiutate, la prima come contraria alla coscienza, l'altra alla libertà; e la repubblica piuttosto che comperare alleati a tale prezzo, amò meglio di vedersi ridotta alle proprie forze per combattere il suo potente nemico[477].
I dieci della guerra adunarono il così detto consiglio de' richiesti, ossia un'assemblea de' più riputati cittadini; loro esposero lo stato degli affari, e chiesero che facessero conoscere loro la volontà del popolo. Lo zelo di tutti i Fiorentini per la difesa della libertà e per l'onore della patria si appalesò altamente in questo consiglio. Le borse de' privati furono aperte al governo[478], ed i decemviri trovandosi a portata di spingere vivamente la guerra, diedero il comando delle loro truppe a Giovanni Acuto, che in allora trovavasi ai servigi della regina Margarita di Durazzo, e che nudriva un personale odio contro il duca di Virtù. Acuto venne posto alla testa di due mila lance, o sei mila uomini di cavalleria, ed i Bolognesi dal canto loro diedero mille lance al conte Giovanni di Barbiano[479].
Giovanni Galeazzo aveva condotti al suo servigio i più abili generali di quel tempo, e nulla aveva risparmiato per assicurare alle sue armate la superiorità del numero sopra quelle de' Fiorentini. Nel medesimo tempo aveva estese le sue alleanze tutt'all'intorno della Toscana. Siena e Perugia avevano abbracciato il suo partito, mentre gli emigrati di quest'ultima città ricevevano soccorso dai Fiorentini[480]. Antonio di Montefeltro, signore d'Urbino, Astorre Manfredi, signore di Faenza, i Malatesti, signori di Rimini, ed i signori d'Imola e di Forlì, erano tutti guadagnati dal conte di Virtù. Questi invece di riunire il suo esercito in un solo corpo, lo distribuì nel territorio de' molti suoi alleati; mentre Giacomo del Verme si avanzava dalla parte di Modena verso Bologna, con mille duecento lance e cinque mila pedoni[481]. Giovanni d'Azzo degli Ubaldini comandava mille lance a Siena[482], Paolo Savelli trovavasi a Perugia alla testa di un altro corpo di truppe, ed Ugolotto Biancardo, Galeazzo Porro e Facino Cane eransi riuniti in Romagna ai soldati dei signori di questa provincia. In tutto Giovan Galeazzo aveva mandato contro Firenze e Bologna quindici mila cavalli e sei mila fanti[483].
Ma qualunque si fosse la superiorità delle forze di Giovanni Galeazzo, le sue truppe, disperse sopra una troppo estesa linea, non diedero veruna grande battaglia, e la guerra si riduceva a sorprese di castelli, a scorrerie di cavalleggeri, e a piccole zuffe; quando tutt'ad un tratto la somma della guerra si ridusse nella Marca Trivigiana per l'invasione di questa provincia operata da Francesco da Carrara.
I Veneziani, che cominciavano ad adombrarsi della crescente grandezza di Giovan Galeazzo, avevano promesso alle repubbliche di Firenze e di Bologna che manterrebbero un'esatta neutralità, e darebbero libero passaggio alle armate delle due parti pel territorio trivigiano[484]. Francesco da Carrara aveva approfittato di questa concessione per mettersi in marcia, senza aspettare il duca di Baviera, i di cui apparecchi non erano per anco terminati. Aveva trovato a Cividale del Friuli circa trecento lance che Michele di Rabatta, suo strettissimo amico ed altri gentiluomini di questa provincia avevano ragunate al suo soldo; ed egli si era avanzato fino ai confini degli stati de' suoi antenati, facendosi portare avanti tre stendardi, quello del comune di Padova, gli stemmi di sua famiglia, e di quella della Scala. I Fiorentini lo avevano impegnato a prendere sotto la sua protezione Can Francesco della Scala, figlio d'Antonio, cui aveva egli medesimo fatta la guerra, ma che Giovanni Galeazzo aveva fatto avvelenare, dopo averlo spogliato de' suoi stati.
Alla vista degli stendardi di Carrara tutti gli abitanti del territorio di Padova presero le armi, perciocchè sotto il governo de' Visconti trovavansi più aggravati di gabelle di quel che lo fossero sotto gli antichi loro principi; mentre verun sentimento d'affetto per questa novella razza, veruna abitudine del passato, veruna speranza dell'avvenire gli ajutava a sopportare il peso ond'erano oppressi. La capitale trovavasi ridotta al rango di provincia, ed era spento affatto l'orgoglio nazionale. In ogni villaggio ove presentavasi, Francesco trovava gli abitanti armati, che lo accoglievano con grida di gioja, e la sua armata andava ingrossando ogni ora. Il 18 giugno mandò a sfidare coloro che avevano il comando di Padova a nome del conte di Virtù; questi incaricarono il suo trombetta di dirgli, che ben folle era colui, il quale, dopo essere uscito per la porta, sperava di poter rientrare superando le mura[485].
Ma Francesco da Carrara sapeva di già per dove entrerebbe nella sua capitale; sapeva che al di sotto del ponte della Brenta non trovavasi acqua nel fiume che fino al ginocchio, e che in questo luogo l'ingresso della città era chiuso da una semplice palafitta di legno. In su la mezza notte del seguente giorno scese avanti nel letto della Brenta con dodici uomini, tutti armati di scuri, e quaranta lanceri. Cominciò subito ad atterrare la palafitta, e quando il fracasso ch'egli si faceva cominciò a richiamare sul luogo la guardia, fece che in ogni lato i contadini uniti alla sua armata mettessero altissime grida, onde distrarre l'attenzione della guarnigione. Erasi questa divisa per custodire tutto il giro delle mura, onde non gli furono opposti che circa cinquant'uomini, a traverso ai quali non tardò ad aprirsi un passaggio, giugnendo fino al cimitero di san Giacomo, ove fu raggiunto da due cento de' suoi soldati[486]. Allora il grido di carro! carro! (che era lo stemma di sua famiglia), ripetuto ad alta voce dal popolo, lo stendardo carrarese dispiegato nelle contrade, ed il suono delle trombe che udivasi in diversi lati, riempirono di terrore la guarnigione milanese, e mossero i Padovani a dichiararsi pel loro antico signore. In breve tempo egli fu padrone di tutte le porte, ed i soldati di Giovan Galeazzo sì ritirarono nelle due fortezze con alcuni cittadini che si erano dati a conoscere nemici della casa di Carrara[487].
Nella vegnente notte una delle fortezze fu data in mano a Francesco da alcuni Padovani che avevano le loro case nel suo ricinto[488]. Le uscite dell'altra vennero chiuse in maniera che i soldati che l'occupavano più non potessero entrare in città, e la mattina fu data notizia al Carrara, che Castelbaldo, Montagnana, Este e Monselice eransi dichiarate a suo favore, e che subito dopo Pieve di Sacco, Bovolenta, Castel Carro, san Martino, Cittadella, Limena e Campo san Piero avevano inalberate le sue bandiere. Nel ricevere queste felici notizie sulla piazza di Padova Francesco da Carrara s'inginocchiò in mezzo al suo popolo, e ringraziò Dio ad alta voce di tanti favori, di cui riconoscevasi indegno[489].
I Veronesi informati della rivoluzione di Padova, e dell'arrivo a Venezia di Can Francesco della Scala, fanciullo di sei anni, figliuolo del loro ultimo signore, presero le armi il 25 giugno, proclamando il nome della Scala, ed occuparono le mura e le porte della loro città; ma non riuscirono ad impadronirsi del castello, nè ebbero l'antiveggenza di troncare ogni comunicazione tra la città ed il castello. Frattanto si manifestò tra i cittadini qualche disparere; i borghesi desideravano di approfittare di questa rivoluzione per ristabilire la repubblica; e per lo contrario il basso popolo voleva darsi senza condizioni al fanciullo, erede della casa della Scala[490]. Mentre disputavano, Ugolotto Biancardo, che Giovanni Galeazzo mandava con ogni diligenza con cinquecento lance per difendere Padova, entrò nel castello di Verona, di dove piombò all'improvviso sulla città, abbandonandola al saccheggio, dopo aver fatta un'orribile uccisione de' suoi abitanti[491]. Prese in seguito la strada di Padova sperando di avervi un eguale successo; ma Francesco da Carrara non si lasciò sorprendere, ed il generale milanese si chiuse nel castello che non aveva più comunicazione colla città.
Il 27 giugno giunsero a Padova sei cento cavalli del duca di Baviera, ed il primo luglio furono raggiunti dal duca Stefano che conduceva soltanto sei mila cavalli invece dei dodici mila che si era obbligato di dare[492]. Il 5 agosto due mila corazzieri mandati dai Fiorentini entrarono pure in Padova: la città ch'era stata sorpresa con un pugno di gente si trovò in allora difesa da una numerosa armata; onde il castello assediato da tante forze riunite s'arrese finalmente il 27 agosto, e Francesco da Carrara si trovò nuovamente ristabilito sul trono de' suoi padri, cui la sua attività, la sua perseveranza, il suo coraggio gli avevano appianata la strada[493].