CAPITOLO LIV.

Disfatta del conte d'Armagnacco alleato dei Fiorentini. — Bella ritirata di Giovanni Acuto; pace di Genova. — Uccisione dei Gambacorti in Pisa. — Protezione accordata dai Fiorentini a Francesco di Gonzaga, ed a Niccolò III d'Este. L'imperatore Wenceslao accorda a Giovan Galeazzo il titolo di duca di Milano.

1390 = 1395.

La lotta dei Fiorentini con Giovanni Galeazzo Visconti aveva cominciato con uno strepitoso avvenimento. Il fuoruscito cui avevano dato asilo nella loro città veniva di nuovo riconosciuto capo di un popolo fedele; erano tolti al nemico i tributi di una ricca provincia, ricuperati i castelli d'una importante frontiera, ed aperta la comunicazione colla Germania e con Venezia. I Veneziani avevano celatamente somministrate armi e danaro al Carrara, ed il timore di Giovanni Galeazzo li persuadeva a favorire il figlio di un uomo che avevano perseguitato con tanto accanimento. Tutti questi vantaggi eransi conseguiti prima che giugnesse il duca Stefano di Baviera in Italia; e doveva credersi che un'armata potente e valorosa, doviziosamente provveduta di danaro e di vittovaglie, e condotta da un principe animato da personale risentimento avrebbe approfittato con calore degli ottenuti vantaggi. Ma in breve si potè osservare quanto la forza del carattere, più assai che la potenza ed il valore ed i talenti, contribuisca al felice esito delle intraprese. Tra gli alleati di Francesco da Carrara niuno erasi posto in campagna con minori mezzi di lui, eppure egli solo superò di lunga mano tutti gli altri, perchè portava nelle sue intraprese una ferma risoluzione di vincere, un coraggio ed una perseveranza maggiori d'ogni ostacolo.

Il duca Stefano di Baviera aveva di già mancato ai suoi obblighi verso le repubbliche di Firenze e di Bologna, seco non conducendo che sei mila uomini, invece di dodici mila. Non pertanto la sua armata era tuttavia formidabile, e veniva consigliato caldamente ad entrare nel territorio milanese, per battere alla spicciolata i generali di Giovanni Galeazzo, prima che tutti fossero tornati dai confini della Toscana, e per incoraggiare alla ribellione i suoi segreti nemici. Ma il Visconti aveva saputo agghiacciare l'attività del bavaro con ricchi doni. Il duca si era accampato dietro al canale delle Brentelle, e ricusava di avanzarsi al di là di queste naturali fortificazioni, offrendosi in pari tempo mediatore tra gli alleati e suo cugino il signore di Milano, che più non risguardava come l'uccisore di Barnabò suo suocero; chiedeva nuovi sussidj e ritardava tutte le operazioni militari[494]. Il suo raffreddamento risvegliò finalmente tanti sospetti, che i medesimi alleati gli permisero di ritirarsi in Germania; egli partì, seco portando molto danaro guadagnato con dispendio della sua gloria[495].

La diversione della Marca Trivigiana aveva intanto liberati i Fiorentini di una parte delle truppe spedite contro di loro. Giovanni Galeazzo aveva richiamati i suoi corazzieri di Siena[496], ove Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, loro capitano, era morto il 24 di giugno[497]. Giacomo del Verme erasi ritirato dal Bolognese, dove aveva prima condotta un'altra armata; e Giovanni Acuto, generale dei Fiorentini, aveva approfittato del loro allontanamento, per avanzarsi fino a Parma con mille ottocento lance[498]. Dal canto suo Francesco da Carrara guastò il Polesine di Rovigo ed obbligò in tal modo il marchese d'Este a rinunciare all'alleanza di Giovan Galeazzo. Il trattato di pace di questo signore cogli alleati venne segnato il 30 ottobre: prometteva il marchese di accordare libero passaggio alle loro truppe a traverso a' suoi stati per attaccare il conte di Virtù, ed a tale condizione riebbe tutto quanto gli aveva tolto il Carrara[499].

Press'a poco nel medesimo tempo in cui il conte di Virtù richiamava le sue truppe da Siena, la peste erasi manifestata in questa città, e vi faceva grandissima strage. Gli antichi capi del partito guelfo, i Tolomei ed i Malavolli, vedevano con dolore, che la patria loro, oppressa da questo flagello, prendesse parte ad una guerra, nella quale stavano per lei tutti i pericoli della perdita e perfino la vittoria poteva essere funesta. I Fiorentini, colla mediazione di questi gentiluomini, facevano vantaggiose proposizioni di pace, ma l'alleanza del conte di Virtù aveva dato in quella repubblica una grandissima influenza al partito ghibellino ed a' suoi capi, i Salimbeni; e questi erano così fattamente acciecati dall'odio che portavano ai Guelfi, che per nuocere loro erano perfino apparecchiati a sagrificare la libertà e l'indipendenza della patria[500].

In sul declinare dell'anno Andrea Cavalcabò, intimo consigliere di Giovanni Galeazzo, fu chiamato a Siena in qualità di senatore[501]. Questo nuovo magistrato domandò alla signoria, a nome del conte di Virtù, che Siena lo riconoscesse suo sovrano pel comune vantaggio della fazione ghibellina, ed affinchè Giovanni Galeazzo, capo della medesima, potesse dirigere i suoi attacchi contro i comuni nemici, con maggiore attività ed unione. I Salimbeni presentarono in allora al consiglio generale un progetto di decreto portante che il popolo di Siena supplicava Giovanni Galeazzo ad accettare la città ed il suo territorio per governarlo a suo beneplacito, e con un potere non meno assoluto di quello che aveva sopra Milano, Pavia e qualunque altra delle città sottomesse al suo dominio. La lettura di questa vergognosa proposizione eccitò le più vive opposizioni per parte di tutti gli amici della libertà; ma i Ghibellini erano sostenuti dalle truppe che Giovanni Galeazzo aveva lasciate in Siena sotto il comando di Giovanni Tedesco dei Tarlati. Essi attaccarono i Malavolti e gli amici della libertà; ne uccisero venti prima che avessero potuto porsi in sulle difese; ne fecero molti altri prigionieri, tra i quali Niccolò Malavolti, al quale tagliarono il capo insieme a non pochi, che si erano a lui uniti[502]. Posero il fuoco alle case di molti repubblicani che perirono tra le fiamme[503]; disarmarono tutti i cittadini e fecero una nota dei quattrocento più riputati, cui ordinarono di uscire di città, avanti che la campana cessasse di suonare. Questi cittadini, inseguiti dai loro nemici e dalle truppe mercenarie di Francesco Tarlati, uscirono dalla città piangendo, seguiti dalle loro spose e figli che ferivano il cielo colle loro grida: ma lungi che i loro oppressori si muovessero a compassione, fecero dietro di loro chiudere le porte, e li condannarono a perpetuo esilio[504].

Ma quando i Salimbeni ebbero ottenuta questa vittoria sui loro rivali, e che per soggiogare Siena l'ebbero spogliata de' più riputati cittadini, un avanzo di vergogna o di tardo rimorso li fermò, avanti che dessero compimento ai loro criminosi progetti. Il decreto per assoggettare Siena a Giovanni Galeazzo passò bensì nel consiglio generale il 15 marzo 1391; ma seppero far nascere ostacoli per ritardarne l'esecuzione, moltiplicandoli accortamente fino alla conclusione della pace; e non fu che nella susseguente guerra, otto anni dopo, che finalmente Siena fu data in piena sovranità a Giovanni Galeazzo[505]. Da lungo tempo egli era padrone delle fortezze del territorio, teneva truppe in città, disponeva de' soldati e delle entrate dello stato; onde gli emigrati guelfi di Siena più non riconoscendo la loro patria caduta in servitù, cercarono un rifugio in Firenze, ed aprirono ai Fiorentini i castelli di cui erano tuttavia padroni[506].

I due terzi delle spese della guerra contro Giovanni Galeazzo dovevano essere a carico dei Fiorentini, ed un terzo soltanto a carico dei Bolognesi; pure gli ultimi meno ricchi e meno perseveranti erano di già scoraggiati dall'enormità delle spese che avevano fitte nella prima campagna[507], e la signoria di Firenze dovette fare molte rimostranze per ridurli a raddoppiare i loro sforzi onde ottenere una onorevole pace. Firenze aveva fatti i più grandi apparecchi, e senza lasciarsi scoraggiare dal poco successo della spedizione del duca di Baviera, determinò di far attaccare il Visconti ne' confini più lontani della Toscana.

Il conte Giovanni III d'Armagnacco godeva allora in Francia grandissima riputazione: sua sorella Beatrice aveva sposato Carlo Visconti figlio di Barnabò, e quest'ultimo, che cercava ogni mezzo di vendicare la morte del padre e di ricuperarne l'eredità, aveva persuaso Armagnacco a levare un'armata per attaccare Giovanni Galeazzo. Due ambasciatori fiorentini, Rinaldo Gianfigliazzi e Giovanni de' Ricci, portarono in dono cinquanta mila fiorini al conte Giovanni, promettendo inoltre di pagare il soldo di un esercito di quindici mila cavalli, ch'egli prometteva di condurre in Lombardia. Invano Giovanni Galeazzo per allontanare questo turbine mandò ragguardevoli doni al conte d'Armagnacco, che tutti vennero ricusati; e questo signore proseguì gli apparecchi del suo armamento, che furono terminati soltanto nel mese di luglio[508].

Giovanni Acuto aveva intanto attraverso al territorio ferrarese condotta l'armata fiorentina a Padova, ove a mille quattrocento lance ch'egli comandava, ne aveva aggiunte seicento di Bologna e duecento di Padova, in tutto sei mila seicento corazzieri, con mille duecento arcieri ed un grosso corpo di fanteria; e con questo esercito marciò il 15 maggio alla volta di Milano[509]; ed attraversando il territorio di Vicenza e di Verona, entrò in quello di Brescia. Aveva dietro di sè lasciati il Mincio e l'Oglio, e la sola Adda lo separava da Milano, da cui non era lontano più di quindici miglia. Tre ambasciatori fiorentini che seguivano l'armata fecero il 24 giugno celebrare in riva all'Adda ed in presenza de' nemici giuochi e corse per la festa di san Giovanni decollato protettore di Firenze[510].

Mentre ciò accadeva, da un altro lato il conte d'Armagnacco scese in Lombardia ne' primi giorni di luglio, dopo aver chiuse le orecchie alle istanze dei duchi di Berry, di Borgogna e di Clemente VII, che favorivano Giovan Galeazzo. Gli ambasciatori fiorentini, che seguivano Armagnacco, avevano ordine di condurlo sulla destra del Po fino sotto a Pavia, di fargli attraversare il fiume solamente dopo il confluente del Ticino, e di raggiugnere così, evitando ogni battaglia, l'armata d'Acuto che lo stava aspettando nel territorio di Brescia.

Giovanni Galeazzo aveva opposto al conte d'Armagnacco Giacomo del Verme con due mila lance, e quattro mila pedoni. Questa truppa per altro tenevasi chiusa in Alessandria e senza la presunzione del conte d'Armagnacco il piano della campagna fatto dai dieci della guerra di Firenze avrebbe probabilmente avuto buon fine[511]. Ma questo signore che nell'età di ventott'anni aveva di già conseguite grandi vittorie, sprezzava sovranamente le truppe italiane, che gli erano opposte. Quando vide che Giacomo del Verme chiudevasi in Alessandria, invitò alcuni de' suoi a venire con lui a rompere le loro lance contro le porte di questa città, e perchè il loro numero non iscusasse la villa delle truppe del Visconti, non prese seco che il fiore de' suoi cavalli, e si avanzò il 25 luglio fino ai piedi delle mura. Cammin facendo ributtò due corpi di cavalleria, che vennero ad attaccarlo l'un dopo l'altro; ma quando il del Verme ebbe sicura notizia che dietro la truppa che vedeva non eranvi altri corpi nascosti, e che il grosso dell'armata trovavasi più di quattro miglia lontano, fece per un'altra porta sortire trecento lance, cui ordinò di circondare il nemico, prendendolo alle spalle, mentre con tutto il rimanente della sua cavalleria veniva egli ad attaccarlo di fronte.

Era quasi mezzo giorno, e perchè il caldo era grandissimo, i Francesi, che avevano di già sostenute due scaramuccie trovavansi affaticati, ed i loro cavalli più abbattuti de' cavalieri. Il conte d'Armagnacco quando vide uscire di città Giacomo del Verme fece metter piede a terra ai suoi cavalieri, formandone una falange serrata, che fece avanzare colle lance basse contro la cavalleria italiana. Del Verme evitò il primo urto e volteggiando intorno alla medesima se la trasse dietro, allontanandola dal luogo in cui i Francesi avevano lasciati i loro cavalli. Il peso di un'armatura che non era fatta per combattere a piedi, l'ardore del sole, la polvere oppressero i cavalieri d'Armagnacco, che inseguivano il loro nemico senza poterlo raggiugnere nè combatterlo. Tutt'ad un tratto si videro circondati dalle trecento lance ch'erano uscite d'Alessandria per un'altra porta, e tolti tutti i loro cavalli da cui si erano incautamente allontanati. La cavalleria li caricò poi alle spalle mentre Giacomo del Verme gli attaccava di fronte. Questi cavalieri francesi di sperimentato valore sostennero due ore un'ostinata pugna contro nemici che li circondavano da ogni lato: ma la maggior parte de' guerrieri omai vinti dalla propria imprudenza, dalla sete, dalla fatica e dall'ardore del sole, furono parte tagliati a pezzi, parte fatti prigionieri. Il conte d'Armagnacco fu condotto ferito in Alessandria, ove morì poco dopo, non senza sospetto di veleno fattogli dare da Giovan Galeazzo.

Il campo francese ch'era rimasto a qualche distanza, venne immediatamente attaccato da Giacomo del Verme. I soldati privi del loro generale e de' migliori ufficiali si abbandonarono ad un panico terrore; i contadini eransi tutti armati contro di loro, e, postisi in guardia delle strade, uccidevano senza pietà i fuggitivi che si abbattevano in loro. Tutto il resto dell'armata abbassò le armi. I soldati spogliati di armi, di cavallo e di quanto avevano, vennero rilasciati, e ritornarono in Francia elemosinando; gli ufficiali furono tenuti prigionieri, come pure i due ambasciatori fiorentini, i quali non furono da Giovanni Galeazzo rilasciati che molto tempo dopo contro grossa taglia[512].

Giovanni Acuto, ch'erasi avanzato fino nella Ghiara d'Adda, trovavasi dopo la rotta d'Armagnacco in grandissimo pericolo: due grandi fiumi dietro di lui tagliavangli la ritirata, e Giacomo del Verme avanzavasi per attaccarlo colle sue truppe vittoriose. Acuto, appena avuto avviso della disfatta de' Francesi, portò il suo campo alquanto a dietro fino al borgo di Paterno nel Cremonese, ma colà venne raggiunto dai nemici, che stabilirono il loro quartiere generale soltanto un miglio e mezzo lontano dal suo, sull'opposta riva d'un piccolo fiume.

L'armata fiorentina doveva nella sua ritirata attraversare varj grandi fiumi in presenza del nemico, ed Acuto conobbe che non potrebbe effettuarne con sicurezza il passaggio senza aver prima ottenuta qualche vittoria sull'armata che lo inseguiva. Si chiuse nel suo campo con tutte le apparenze del timore, e lasciò avvicinare ai suoi trinceramenti i corazzieri di Giacomo del Verme che venivano ad insultarlo; quattro giorni si tenne così chiuso, ed accrebbe l'audacia de' nemici. Il quinto, mentre le truppe del Visconti si erano avanzate in maggior numero, mostrandosi disposte a voler sforzare le linee, piombò subitamente sopra di loro con tanto impeto, che presto le sgominò, e prese loro più di mille duecento cavalli[513].

Quando Acuto ebbe ottenuto questo vantaggio si rimise in marcia e passò l'Oglio senza impedimento, non osando i suoi nemici, che più cautamente lo seguivano, attaccare le sue ordinanze. Guadagnò pure sopra di loro una marcia, e passò ancora il Mincio senza che un solo soldato di Giovan Galeazzo si mostrasse su quelle sponde. Ma doveva passare l'Adige, e la difficoltà era maggiore, sia a cagione della rapidità di questo fiume, sia perchè i nemici eransi di già appostati lungo le dighe che lo contengono. I piani della Lombardia sono quasi tutti inferiori al livello de' fiumi che gli attraversano, e le acque sono tenute nel loro letto artificiale da dighe che le sostengono alte abbastanza perchè possano versarsi nel mare. Ma quando queste dighe sono rotte, i fiumi inondano la campagna e vi formano laghi e paludi che non possono asciugarsi che con lungo lavoro. Il piano in cui erasi posto Acuto tra il Po a mezzogiorno, l'Adige a settentrione ed il Polesine di Rovigo a levante, venne tutt'ad un tratto inondato da Giacomo del Verme che aveva fatte rompere le dighe dell'Adige. Questo fiume, abbandonato il suo letto, precipitavasi nella valle veronese (così chiamansi i bassi piani cui circondano le più elevate dighe de' fiumi), ed andava formando intorno al campo fiorentino un lago, che sempre più alzavasi, e più omai non vedevansi che acque a perdita di vista, che minacciavano di coprire lo stesso terreno occupato dall'armata. Si cominciava ad avere mancanza di vittovaglie, e Giacomo del Verme, avendo finalmente riunite tutte le sue truppe, chiudeva la sola uscita che sembrava rimanere ai Fiorentini. Era così persuaso che Acuto non aveva altra speranza di salute che quella di deporre le armi, che fece interpellare Giovanni Galeazzo, in qual modo voleva che gli fossero dati i nemici[514]. Per mezzo d'un trombetta mandò ad Acuto una volpe in una gabbia. L'Inglese ricevendo questo simbolico regalo incaricò il messo di dire al generale milanese, che la sua volpe non pareva melanconica, senza dubbio perchè sapeva per quale porta uscire dalla sua gabbia[515].

Verun altro generale che Acuto conosciuto non avrebbe, nè osato tentare quest'uscita; ma il vecchio soldato che univa somma prudenza a grande coraggio, aveva inspirata tanta confidenza alle sue truppe, che queste mai non bilanciavano a seguirlo, qualunque fosse il cammino pel quale le conduceva. Acuto lasciò le tende alzate e piantati gli stendardi nel luogo elevato in cui aveva tracciato il suo campo e prima che spuntasse il giorno entrò arditamente nella campagna inondata, avanzandosi alla testa della sua armata dalla banda delle dighe dell'Adige, sette in otto miglia al di sotto di Legnago. Camminò così tutto il giorno e parte della seguente notte avendo l'acqua fino al ginocchio de' cavalli. Veniva alquanto ritardata la marcia dalla melma entro la quale spesso affondavano i soldati, e dai canali, di cui per le sovrapposte acque più non distinguevansi le rive. Attraversò in tal modo tutta la valle veronese e giunse in faccia a Castel Baldo sulla riva dell'Adige, il di cui letto non aveva più acqua. In questo castello che apparteneva al signore di Padova ristorò le truppe dai sostenuti disagi. I più deboli cavalli erano periti in così difficile e pericolosa marcia; ma l'armata della lega era salvata, e Giacomo del Verme non s'arrischiò di attraversare le acque per inseguirla[516].

I Fiorentini non avevano osato sperare che il loro generale uscirebbe dal laccio cui erasi lasciato prendere, e credevano di aver perdute una dopo l'altra le più belle armate che la repubblica avesse mai allestite. Non perciò si scoraggiarono; richiamarono una terza armata, che sotto gli ordini di Luigi di Capoa, figliuolo del conte d'Altavilla, guastava allora il territorio di Siena, e che quasi tutti aveva distrutti i raccolti di questa provincia. Luigi di Capoa tornò a Firenze con quattro mila cavalli[517], e ben tosto dopo vi giunse lo stesso Acuto, dopo avere lasciati a Padova mille duecento cavalli per proteggere Francesco da Carrara.

Giacomo del Verme vedendo che l'Acuto gli era fuggito di mano cercò almeno di giugnere in Toscana prima di lui. Attraversò il Po ed il territorio di Piacenza, valicò gli Appennini, scese nella val di Magra ed entrò per Sarzana nello stato fiorentino. Scorse il Lucchese, il Pisano, il Volterrano e s'avanzò fino a Siena; ma l'Acuto, cui Giovanni di Barbiano, generale dei Bolognesi, erasi unito, tenne dietro strettamente al del Verme, per impedire che guastasse le campagne. Ne' mesi di settembre e di ottobre le due armate si osservarono e si minacciarono senza però venire mai ad una battaglia. Giacomo del Verme, dando a dietro, attraversò la val d'Elsa, passò l'Arno, e scorse parte del Pistojese; ma l'Acuto lo seguiva da vicino, onde i di lui soldati non potevano disperdersi per ruinare il paese. Il generale milanese, giunto a Montecarlo nella Val di Nievole, ebbe ancor esso paura d'essere circondato dalle superiori forze de' Toscani; abbandonò a mezza notte il campo, e fuggì a traverso gli Appennini dopo avere perduta parte dell'infanteria[518].

Le potenze belligeranti cominciarono a sentire il peso della guerra, senza che l'una o l'altra avesse conseguiti gli sperati vantaggi; diverse potenze amiche eransi offerte mediatrici, ed Antoniotto Adorno, che questo stesso anno aveva ricuperato colle armi il trono ducale, persuase il signore di Milano ed i Fiorentini a mandare a Genova i loro ambasciatori. Vi giunsero pure con ampie facoltà quelli di Bologna e di Francesco da Carrara; e Riccardo Caraccioli, gran maestro di Rodi, fu incaricato dal papa di presedere al loro congresso.

Gli ambasciatori avevano convenuto intorno alle basi del trattato di pace: ma poi scelsero arbitri il doge di Genova ed il gran maestro di Rodi, perchè decidessero intorno ai particolari non ancora decisi. Adorno era Ghibellino e perciò parziale pel Visconti, ma il popolo di Genova favoriva i Fiorentini[519]. Gli arbitri, dopo lunghe disamine, dettarono finalmente le condizioni della pace il 28 gennajo 1392 sotto le forme d'una sentenza arbitramentale. A Francesco Novello di Carrara conservarono Padova ed il suo territorio, tranne Bassano e due altri castelli; ma gl'imposero un tributo di mille fiorini, ch'egli ed i suoi successori pagherebbero per cinquant'anni al signore di Milano. I Bolognesi ed il marchese d'Este vennero compresi nella pace del signore di Padova quale alleati de' Fiorentini; il signore di Mantova, i Sienesi ed i Perugini come alleati di Giovan Galeazzo. Finalmente gli arbitri proibirono ai Fiorentini d'immischiarsi negli affari di Lombardia, ed a Giovan Galeazzo di prendere parte in quelli di Toscana, tranne la vicendevole protezione degli alleati loro, riconosciuti dalle due parti[520].

Ma perchè Antoniotto Adorno, uno degli arbitri, aveva in più maniere data a conoscere la sua parzialità, la signoria di Firenze, prima che si pronunciasse la sentenza, determinò di non accettarla. A tale notizia molti ambasciatori si ritirarono dal congresso, e gli arbitri non pronunciarono intorno ad alcuni articoli ancora in disputa, fra i quali la liberazione del vecchio Francesco da Carrara che Giovanni Galeazzo teneva sempre in prigione, il possesso del castello di Lucignano, ed altri meno importanti oggetti. Non pertanto quando la sentenza degli arbitri fu nota a Firenze, la signoria l'accettò qual era per mettere fine alle calamità della guerra, e la fece pubblicare il 18 febbrajo del 1392. Nel congresso di Genova uno degli arbitri aveva domandato che le parti guarentissero l'osservanza della pace; cui Guido Neri, uno degli ambasciatori fiorentini, rispose: «la nostra guarenzia sarà la spada, poichè Giovanni Galeazzo ha sperimentato le nostre forze, e noi abbiamo provate le sue[521]

Ma la guarenzia che i repubblicani fiorentini trovavano nel loro coraggio non poteva bastare a Francesco da Carrara. Questo principe, lontano da' suoi alleati e troppo debole per difendersi solo, aveva più a temere di Giovan Galeazzo in pace che in guerra. La sola amicizia dei Veneziani poteva essere la sua salvaguardia, onde tutto adoperò per conciliarsela. Dopo varie pratiche andò in ultimo egli stesso a Venezia il 5 marzo 1393, ed ottenuta dal doge Antonio Venieri pubblica udienza, domandò che la repubblica scordasse i torti di suo padre; promise d'ora in poi di essere verso la signoria come un figliuolo ubbidiente e rispettoso, e chiese per sè e per tutta la sua famiglia la protezione della repubblica. Dopo questa solenne riconciliazione, colmato di onori dai Veneziani, tornò nella sua capitale[522], ansioso di condurre a fine la liberazione di suo padre per la quale offriva una grossa taglia. Ma prima che fosse accettata, il vecchio Carrara morì in prigione il 6 ottobre del 1393. Il conte di Virtù mandò il corpo di questo sventurato principe a Padova, ov'ebbe dal figliuolo magnifici funerali[523].

Il trattato di Genova, rendendo la pace alla repubblica fiorentina ed alla Toscana, non assicurava per altro la loro tranquillità. Giovanni Galeazzo cercava colle sue pratiche di ridurre a compimento una conquista che non aveva potuto fare a forz'aperta. Egli aveva, siccome ancora i Fiorentini, licenziata la maggior parte delle truppe; ma i soldati congedati dalle due potenze unironsi in compagnie di ventura, sulle quali il Visconti non lasciava di conservare una segreta influenza. Egli le spinse a più riprese in Toscana, ma i Fiorentini col loro fermo contegno le allontanarono ogni volta dai proprj confini[524].

Verso lo stesso tempo Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, passò per Bologna e Firenze, rendendosi a Roma sotto pretesto d'un pellegrinaggio; ma infatti per formare una potente lega che si opponesse agli ambiziosi progetti d'ingrandimento di Giovanni Galeazzo. Fino a tale epoca aveva avute con questo principe strettissime relazioni d'amicizia; ma un odio implacabile, un ardente desiderio di vendetta prese il luogo dell'antica amicizia. Il Gonzaga aveva avuta per moglie una figlia di Barnabò Visconti, cugina ad un tempo e cognata di Giovanni Galeazzo. Ma quest'ultimo temeva che in cambio di rispettare questo doppio legame, ella non pensasse che a vendicare suo padre Barnabò, ch'egli avea fatto morire di veleno, e suo fratello Carlo Visconti da lui spogliato della paterna eredità. Risolse adunque di rapirle l'affetto del marito, credendo per tal via di meglio assicurarsi l'attaccamento del Gonzaga. L'ambasciatore del Visconti avvisò il signore di Mantova, che sua moglie lo tradiva, ed assicurò questo principe che potrebbe averne le prove in una criminosa corrispondenza ch'era in sua mano il sorprendere nel di lei appartamento. Egli stesso aveva effettivamente nascoste nel luogo che gl'indicava le supposte lettere: queste si trovarono, ed il segretario della principessa, posto alla tortura, confessò tutto quanto si voleva, onde il Gonzaga in un eccesso di furore fece tagliare la testa alla moglie, dalla quale aveva già avuti quattro figli, ed appiccare il segretario[525]. Ma questo infernale intrigo venne finalmente scoperto, ed il Gonzaga, tormentato dai rimorsi, più non respirò che vendetta contro colui che aveva spinta sua moglie sul patibolo. Giovanni Galeazzo, più non potendolo avere tra i suoi alleati, si affrettò di essere il primo ad accusarlo; e si dolse con tutte le corti del supplicio della principessa di Mantova sua cugina e cognata[526].

Intanto il Gonzaga, di ritorno da Roma, adunò a Mantova un congresso per formare un'unione tra i Guelfi, e l'otto di settembre del 1392 venne sottoscritto un trattato di alleanza tra le repubbliche di Firenze e di Bologna, ed i signori di Padova, Ferrara, Mantova, Ravenna, Faenza ed Imola. Si obbligavano i confederati a concorrere con tutte le loro forze al mantenimento dell'equilibrio e della pace d'Italia, ed a difendersi vicendevolmente quando alcuno di loro venisse attaccato[527].

Ma nello stesso tempo Giovan Galeazzo strascinava nel suo partito la repubblica di Pisa, alleanza quanto per lui vantaggiosa altrettanto nociva ai Fiorentini. Questa repubblica dopo il 1366, in cui Pietro Gambacorti col soccorso de' Fiorentini era tornato in patria, era stata sempre da lui governata. Ogni anno egli era stato confermato nella carica di capitano generale, e, sebbene si foss'egli condotto con molta moderazione e modestia, tutte le più importanti magistrature erano state accordate alla di lui famiglia; ed i suoi nipoti facevano spesso sentire al popolo col loro fasto e colla loro insolenza, ch'egli era vicino a perdere la libertà. Il disinteressamento di Pietro Gambacorti, la sua affabilità ed i suoi costumi repubblicani ritardavano ancora i progressi del malcontento. Era egli affezionato ai Fiorentini per riconoscenza e per inclinazione ereditaria; era inoltre alleato di Giovanni Galeazzo, e mentre aveva cercato d'essere il mediatore tra le due potenze, aveva conservata alla sua patria una costante pace. I Pisani, malgrado l'antico loro odio verso i Fiorentini, sentivano il prezzo della presente prosperità, e Pietro avrebbe indubitatamente conservata fino alla morte la sua autorità sui proprj concittadini, se non avesse avuto la sventura d'accordare la sua confidenza ad un traditore.

Il Gambacorti aveva nominato cancelliere perpetuo della repubblica Jacopo d'Appiano, ch'era inoltre diventato il suo più intimo consigliere. Il padre dell'Appiano era nato di poveri parenti nel territorio fiorentino; si era attaccato ai Gambacorti, e quando Carlo IV aveva incrudelito così barbaramente contro questa famiglia, aveva perduta ancor'esso la testa sul patibolo coi suoi protettori. Pietro Gambacorti aveva per riconoscenza chiamato presso di sè Jacopo d'Appiano che era press'a poco della sua età, e nel quale unicamente fidava[528].

Appiano, uomo di grande ingegno e di somma accortezza, aveva a sè richiamati i principali affari, si era formate molte creature, ed un'opinione oramai indipendente da quella del suo protettore[529]. Erasi dichiarato zelante partigiano di Giovanni Galeazzo, aveva mandato suo figlio al servigio del signore di Milano; e questi essendo stato fatto prigioniere dai Fiorentini quando Giacomo del Verme fuggì da Montecarlo, il Visconti, per ottenere la sua libertà, l'aveva cambiato con un ambasciatore fiorentino preso col conte d'Armagnacco. Questo singolare favore di Giovanni Galeazzo aveva fatto sospettare che l'attaccamento dell'Appiano aveva per base un piano più esteso. I Fiorentini che vedevano quest'uomo adunare satelliti, ed approfittare dell'odio de' Pisani contro Firenze per fortificare il suo partito, prevennero più volte il Gambacorti di tenere gli occhi aperti sopra di lui[530]. Ma Pietro, incapace di un tradimento egli medesimo, non poteva sospettare reo un altro, e soprattutto non poteva credere che un vecchio di settant'anni, allevato in casa sua fino dalla prima fanciullezza, che gli andava debitore di tutta la sua grandezza, che aveva tenuto uno de' suoi figli al sacro fonte[531], volesse in sul finire della vita tradire il suo vecchio benefattore.

Jacopo d'Appiano era aperto nemico di Giovanni de' Lanfranchi, ed assicurava di avere adunati alcuni soldati soltanto per difendersi contro questo gentiluomo[532]. Pietro Gambacorti volle riconciliare questi due cittadini; chiamò a sè il Lanfranchi, e mentre questi usciva dalla di lui casa il 21 ottobre fu attaccato dai satelliti di Jacopo d'Appiano, ed ucciso nella strada con suo figlio che aveva voluto difenderlo[533]. Gli assassini si rifugiarono in casa dell'Appiano; Pietro li fece domandare, ed Appiano li ricusò. Frattanto la città era in tumulto, i cittadini prendevano le armi, ed i Bergolini, antichi partigiani dei Gambacorti, accorrevano ad offrire il loro ajuto a Pietro. Rispose questi che l'affare doveva terminarsi colle vie ordinarie della giustizia, senza cagionare movimenti in città, e si limitò a far armare la guardia, di cui ne mandò parte ad occupare il ponte vecchio sotto il comando di suo figliuolo. Jacopo d'Appiano non aveva la stessa moderazione; aveva chiamati da Lucca de' fantaccini o masnadieri, ed inoltre riuniva intorno a sè tutti i più caldi Raspanti e Ghibellini. Quando si trovò abbastanza forte mandò suo figlio ad attaccare ponte vecchio. Lorenzo, ferito nel difenderlo, si ritirò allora colla sua truppa avanti alla casa de' Gambacorti. Jacopo d'Appiano giunse bentosto sulla stessa piazza per attaccarlo, e la zuffa sarebbe stata assai lunga e dubbioso l'esito, se Pietro, vedendo dalla finestra il suo vecchio amico che s'avanzava, non avesse vietato di tirare contro di lui. Richiestovi da Jacopo egli discese per trattare, ed acconsentì ad allontanarsi dalla calca solo con lui. Appiano, chiamandolo suo compare gli stese la mano: era questo il segno convenuto cogli assassini, che subito lo circondarono, e l'uccisero mentre stava per montare a cavallo. I suoi amici si dispersero in sul momento, la sua casa fu saccheggiata, e Jacopo d'Appiano s'avviò verso la piazza degli anziani, ov'era rimasto un altro figlio del Gambacorti alla testa del rimanente della guardia: dopo breve resistenza pose in fuga quei soldati, e fece il figlio dell'estinto amico prigioniere; i figliuoli di Pietro, tutti e due feriti, perirono avvelenati in prigione avanti il settimo giorno[534].

Intanto andavano giugnendo in città moltissimi fanti assoldati da Jacopo di Appiano, come pure contadini e banditi, ai quali si abbandonarono le case de' principali Bergolini e de' più ricchi mercanti fiorentini. Appiano, approfittando del terrore che ispirava così al popolo, si fece nominare capitano e difensore di Pisa il 25 ottobre. Due giorni dopo si fece armare cavaliere, ed allora cominciò a governare la sua patria non più come principale cittadino, ma come padrone. Giovanni Galeazzo che colle istigazioni e promesse era stato il primo autore della trama di Jacopo d'Appiano, ne raccolse pure i principali frutti. Egli si affrettò di spedire truppe a Pisa sotto colore di soccorrere una sua creatura, ed il nuovo tiranno più non ardì di operare che a seconda delle volontà del signore di Milano[535].

In sul cominciare del seguente anno i Fiorentini cercarono di calmare altre non meno pericolose rivoluzioni scoppiate a Perugia. In questa repubblica, che andava debitrice di tutta la sua grandezza alla fazione guelfa, la guerra fatta contro il papa nel 1377 aveva tornato in qualche favore i Ghibellini e l'antica nobiltà. La famiglia Baglioni, la più illustre di questo partito, ne aveva approfittato per impadronirsi del governo. Gli antichi Guelfi dopo varj tentativi per ricuperare la perduta influenza erano stati esiliati. Pandolfo Baglioni erasi nel 1390 posta colla città di Perugia sotto la protezione di Giovanni Galeazzo; e gli emigrati di questa città si erano attaccati ai Fiorentini. Le due fazioni avevano continuato a battersi anche dopo la pace di Genova, ed il territorio di Perugia era guasto dalla guerra civile. I Fiorentini, che temevano di vedere riaccendersi in quella provincia un nuovo incendio, persuasero i Perugini a sottomettersi all'autorità del papa, e determinarono Bonifacio IX a stabilire la sua residenza in Perugia; colla di lui mediazione venne firmato tra le due fazioni un trattato di pace il 7 maggio del 1393[536]. Ma accaniti nemici, che credevansi obbligati a vendicare le proprie offese e quelle che avevano ricevute i loro antenati, non potevano vivere lungamente in pace entro le stesse mura. Nel mese di luglio uno degli emigrati rientrato in patria fu assassinato nelle strade, e Pandolfo Baglioni, il capo della nobiltà, prese a difendere gli assassini contro al podestà che voleva punirli. Allora gli altri emigrati si accordarono a vendicarlo. Il 30 luglio assalirono Pandolfo, mentre tornava dal palazzo di giustizia con circa venti compagni, lo uccisero con quasi tutti i suoi, e perseguitando poi tutti quelli della stessa famiglia e della stessa fazione, uccisero altri cinque Baglioni, più di ottanta gentiluomini, o cittadini ghibellini, e più di cento plebei, che sotto il nome di Beccarini si erano addetti alla nobiltà. Dopo questa carnificina furono esiliati più di trecento Ghibellini. Il papa, testimonio di questi orrori che non poteva impedire, fuggì la stessa notte in Assisi[537]. In tal modo Perugia tornò al partito guelfo ed all'alleanza de' Fiorentini, ma esausta affatto, minacciata da nuove congiure, ed incapace di dare soccorso ai suoi alleati.

Firenze medesima non andò esente da interne sedizioni. In sul cominciare di ottobre venne denunciata ai priori una congiura popolare contro la regnante aristocrazia. I plebei, vedendo che si voleva incrudelire contro di loro, recaronsi in folla avanti alla casa di Vieri e di Michele dei Medici, capo di questa famiglia dopo la morte di Salvestro, pregandoli a prendere il gonfalone del popolo ed a proteggerli contro i loro oppressori. I Medici fecero al contrario uso di tutto il loro credito per calmare il basso popolo, e gli Albizzi, allora dominanti, si valsero di questo movimento per escludere dal governo tutte le famiglie degli Alberti ch'essi odiavano, e per esiliar i due principali loro capi[538]. E per tal modo l'aristocrazia degli Albizzi si rassodò viemeglio, ma è pur d'uopo confessare che verun'altra fazione non aveva mai dato prove di più vasti talenti, nè di un più grande carattere. Nè alla repubblica, in mezzo ai pericoli cui l'esponeva l'ambizione di Giovanni Galeazzo, abbisognavano meno esperti capi.

Il Visconti non attaccava ancora i Fiorentini, ma non lasciava fuggire occasione alcuna di nuocer loro, ed in particolare cercava di opprimere il nuovo loro alleato, il signore di Mantova. Egli intraprese, svolgendo dal suo naturale alveo il Mincio, di distruggere la capitale del Gonzaga, senza violare apertamente la pace, e senza dare alle repubbliche alleate occasione di dichiararsi contro di lui.

Il Mincio, sortendo dal lago di Garda, attraversa una parte del Veronese che in allora apparteneva a Giovanni Galeazzo, in appresso entra nel piano, riempie due bacini chiamati laghi, superiore ed inferiore, e tra questi è posta la città di Mantova. Questi laghi, ognuno de' quali ha circa un miglio di larghezza, tengono luogo delle fosse delle ordinarie fortificazioni; essi sono troppo profondi per essere attraversati a guazzo, e le loro rive sono troppo fangose e troppo ingombre di canne perchè le barche possano liberamente avanzarsi. Un ingegnere aveva proposto a Giovanni Galeazzo di sviare il corso del Mincio, e di condurlo nelle pianure di Verona, privando in tal guisa Mantova di tutti i suoi vantaggi, e delle fortificazioni datele dalla natura. Giovanni Galeazzo fece lavorare sci mesi al di sopra di Valleso per innalzare una diga di straordinaria solidità onde tagliare il corso del fiume, e nello stesso tempo fece aprire una montagna a mano manca per aprirgli uno sfogo nel Veronese. A Francesco di Gonzaga sembrava di già vedere i due laghi di Mantova cambiati in pantani pestilenziali, e le fortificazioni della sua capitale distrutte colla salubrità dell'aria e colla speranza della popolazione. Ne fece lagnanza ai Bolognesi ed ai Fiorentini, e li supplicò di volerlo ajutare[539].

Queste due repubbliche non volevano abbandonare il loro alleato, ma d'altra parte non credevano di avere sufficiente motivo per rinnovare la guerra; perciocchè ogni parte contraente erasi riservata, pel trattato di Genova, il diritto di fare nel suo territorio le opere e le fortificazioni che credesse convenienti. Non pertanto i Fiorentini mandarono commissarj a Mantova per riconoscere la natura dei luoghi; quando furono tornati, i priori fecero chiamare gli ambasciatori del Gonzaga, e loro dissero: «Fate sapere al vostro padrone, che senza l'ajuto de' suoi alleati, e senza sguainare la spada, egli sarà liberato dalla calamità che crede sovrastargli; un despota che vede gli uomini piegare a tutte le sue volontà, s'immagina frequentemente di potere altresì comandare alla natura; ma questa si ride de' vani suoi sforzi, e mostra bentosto la sua indipendenza.» Gli ambasciatori mantovani tornavano malcontenti alla loro patria con così vaghi conforti; ma intesero, strada facendo, che il Mincio, ingrossato dalle piogge, aveva rotte le dighe di Giovanni Galeazzo, e distrutto in una notte l'opera fatta in più mesi da alcune migliaja d'operai[540].

Altre cagioni di guerra sì andavano nello stesso tempo apparecchiando nello stato di Ferrara. Il 31 luglio del 1393 era morto il marchese Alberto d'Este, dopo avere dichiarato suo successore suo figliuolo naturale Nicolò III in età di soli dieci anni. Egli lo aveva legittimato sposando sua madre in punto di morte[541]; ma il più vicino parente d'Alberto, Azzo d'Este, non ammetteva i diritti di un figliuolo d'un'amante, e riclamava a suo favore un'eredità, che suo cugino non aveva pensato di rapirgli se non nell'istante, in cui la vicina morte aveva indebolito il vigore della sua mente[542]. Per altro il popolo di Ferrara riconobbe Nicolò III, non essendo in Italia cosa straordinaria il vedere i figliuoli naturali succedere ai loro padri[543]. Azzo implorò in allora l'assistenza di Giovanni Galeazzo; si unì strettamente con Giovanni di Barbiano, capitano romagnuolo che aveva acquistata grandissima riputazione militare, e col di lui ajuto attaccò lo stato di Ferrara. I Fiorentini dal canto loro si dichiararono per Nicolò, e gli mandarono trecento lance; per tal modo le truppe di Milano ricominciarono a combattere contro le truppe di Firenze senza che la guerra fosse dichiarata fra i due stati[544].

In quest'epoca, in cui il cominciamento delle ostilità poteva rendere alla repubblica fiorentina più prezioso un gran capitano, ella perdette quello, cui doveva, i vantaggi ottenuti nella precedente guerra. Giovanni Acuto mori di malattia il 16 marzo del 1394 in una campagna ch'egli aveva comperata presso Firenze. La signoria gli diede onoratissima sepoltura nella cattedrale, ed il suo sepolcro vi si vede ancora con al di sopra una statua equestre[545].

Mentre la guerra di Ferrara trattavasi assai lentamente, i signori di questa città diedero all'Italia uno spettacolo atroce ad un tempo e ridicolo. I consiglieri di Nicolò III avevano risoluto di liberarsi con un assassinio d'Azzo d'Este suo rivale. Proposero questo attentato al suo amico, e principale appoggio, il conte Giovanni di Barbiano, offrendogli in ricompensa i castelli di Lugo e di Conselice, posti in Romagna presso a quello di Barbiano. Il conte accettò le fattegli offerte, ma in pari tempo ne diede avviso all'amico Azzo. Fecero scelta, d'accordo fra di loro, di un servitore che rassomigliava ad Azzo e lo fecero trattenere in una sala rimota. L'ambasciatore di Nicolò III fu introdotto ad una conferenza con Azzo e col conte nel castello di Barbiano, imperciocchè egli aveva nascosta la sua perfida missione sotto il velo di un trattato con ambidue. Uscirono in appresso e passarono nella camera ove il loro servo gli stava aspettando. Azzo cambiò vesti con lui, e si ritirò, e subito dopo Giovanni di Barbiano fece uccidere lo sventurato servo, che ignorava la ragione del suo travestimento, e si ebbe l'accortezza di sfigurargli il volto con molte pugnalate. Ciò fatto il Barbiano chiamò l'ambasciatore del marchese d'Este, e gli mostrò il cadavere ancora palpitante. «Ecco, gli disse, l'amico che si era di me fidato, e che per servire il vostro padrone, io ho acconsentito di far perire. La vostra corte pensi a soddisfare agli obblighi suoi, avendo io fatto quanto doveva.» In fatti l'ambasciatore scrisse a Ferrara d'aver veduto co' suoi occhi l'ucciso signore, ed i castelli promessi all'uccisore furono immediatamente consegnati al conte di Barbiano. Ma tostocchè gli ebbe in suo potere fece ricomparire Azzo d'Este e ricominciò le ostilità contro Ferrara[546].

Mentre ciò accadeva, Vencislao mandò ambasciatori in Italia per cavarne danaro, come praticato aveva Carlo IV suo padre, con vane promesse di protezione. Vencislao portava in allora i titoli d'imperatore eletto e di re dei Romani; ma perduto nella dissolutezza, appena governava, e con mano mal sicura il suo regno di Boemia, mentre la Germania ritornava di nuovo ad un'assoluta indipendenza. I signori di Padova e di Mantova diedero retta alle proposizioni del suoi ambasciatori, e di già progettavano di chiamarlo in Lombardia per farlo combattere contro il Visconti; ma i Fiorentini, assai meglio informati del carattere di Vencislao, e riandando la condotta di suo padre in Toscana, rigettarono tutte le proposizioni, rispondendo ch'essi erano in pace col signore di Milano, e che speravano che questa pace non verrebbe turbata dalle insignificanti contese dei signori di Ferrara[547].

Vedendo Vencislao che niuno pensava a pagarlo per annientare la potenza di Giovanni Galeazzo, egli entrò nel susseguente anno in trattato con lui medesimo, per sollevarlo a nuove dignità; e gli vendette per cento mila fiorini il titolo di duca di Milano, ed il giorno primo di maggio del 1395 eresse in ducato ed in feudo imperiale la città di Milano colla sua diocesi[548]. Giovanni Galeazzo celebrò con isplendide feste l'acquisto della nuova dignità, ed invitò gli ambasciatori di tutti gli stati d'Italia ad essere testimonj dell'investitura che ricevette il 5 di settembre. I Fiorentini e tutti i popoli della loro lega vi mandarono deputati[549]. I due figli della casa di Carrara, Francesco terzo e Giacomo, vi assistettero personalmente; ed il nuovo duca, volendo mostrarsi riconoscente, liberò il signore di Padova dal tributo cui andava soggetto in forza del trattato di Genova[550].

Vencislao con un secondo diploma riunì l'anno susseguente, sotto il titolo di ducato di Milano, tutti gli stati posseduti da Giovanni Galeazzo, tranne Pavia ed il suo territorio, che dichiarò contado. Le città accordate in feudo dall'imperatore alla casa Visconti, erano press'appoco le medesime[551] che avevano formata la lega lombarda, il di cui valore ed intraprese ebbero onorato luogo in principio di questa storia. Da circa cento trent'anni tutte queste città avevano perduta la loro libertà; ma l'autorità del loro signore non era perciò ancora riguardata come legittima, e perchè niuna concessione dell'impero aveva ancora sanzionate le loro usurpazioni, i popoli venivano sempre mantenuti nel diritto di annullarla.

I Visconti ricevettero una nuova esistenza dal diploma di Vencislao; in forza di questo vennero risguardati come signori naturali, siccome diceva il diploma, e non più quali tiranni della Lombardia. Così pure l'eredità venne regolata fra di loro in un modo stabile dietro il sistema feudale.

Ma l'investitura, accordata a Giovanni Galeazzo, doveva riuscire tanto funesta ai suoi successori ed al suo paese, quanto sembrava vantaggiosa a lui medesimo. Fu questa cagione, quando si spense la sua linea maschile, delle rivali pretensioni dei duchi d'Orleans, in appresso re di Francia, quali eredi di una figlia di Giovanni Galeazzo, e di quelle dell'imperatore come alto signore di un feudo ricaduto all'impero; mentre gli altri rami della casa Visconti furono esclusi dall'eredità, e che la Lombardia fu guastata da sovrani stranieri che volevano avervi regno. Avanti la fine del XIV secolo non eravi nelle famiglie de' principi verun altro diritto ereditario che la forza sanzionata da un'apparente approvazione del popolo, e se la Lombardia non fosse stata eretta in ducato, nè la casa d'Orleans, ne l'impero avrebbero vantati diritti sopra la medesima. Tale fu il cambiamento che operò in un paese cui non prendeva veruno interessamento, e dove non aveva alcuna autorità, un imperatore, che i borghesi della sua capitale tennero lungo tempo prigioniero, e che all'ultimo fu deposto dai principi del suo impero.


Nota. Uno storico sienese, contemporaneo, riferisce all'anno 1395 un aneddoto che crediamo utile ad illustrare la storia de' costumi di questo secolo. La dignità della storia può bene scendere qualche volta al racconto de' casi dei privati cittadini, quando giovano ad istruire.

L'antica famiglia de' Montanini era stata in guerra con quella de' Salimbeni pel corso di molte generazioni. L'inimicizia di queste due famiglie aveva cominciato in occasione di una caccia del cinghiale, nella quale era stato ucciso un Salimbeni. La famiglia de' Montanini era stata quasi affatto distrutta nell'accanita guerra sostenuta contra i Salimbeni; i suoi poderi erano stati quasi tutti invasi o confiscati, e più non rimaneva di così illustre famiglia che un fratello ed una sorella. Carlo ed Angelica erano figliuoli di Tommaso Montanini, soggiornavano nella Val di Strove in un piccolo podere il di cui valore appena ammontava a mille fiorini, ed avevano ristrette le loro spese alle entrale di così piccola parte del vasto patrimonio de' loro animati. Un loro vicino desiderava questo piccolo podere per incorporarlo a' suoi possedimenti. Era un plebeo assai potente nel governo di Siena, e faceva parte di quella oligarchia artigiana, sospettosa e gelosa, che sotto la direzione dei Salimbeni erasi resa padrona del governo l'anno 1390, e cui non si poteva offendere senza il più grave pericolo. Carlo Montanini ricusò più volte di vendere le sue terre al vicino che voleva comperarle, determinato di conservarle a sua sorella Angelica, onde potere aggiungere alla sua freschissima età di quindici anni ed alla rara sua bellezza una conveniente dote.

Il vicino per vendicarsi del rifiuto di Carlo, e porlo nella impossibilità di conservare il suo patrimonio, l'accusò al governo di essere entrato in una cospirazione coi Guelfi e coi nobili contro i Salimbeni ed il governo popolare. L'odio ereditario delle due case rendeva probabile l'accusa, rinforzata dall'autorità dell'accusatore. Carlo Montanini non fu condannato a pena capitale, ma fu invece assoggettato ad un'ammenda di mille fiorini da pagarsi, sotto pena di morte, entro quindici giorni. Ma l'avidità del delatore fa delusa, perciocchè il Montanini per non ridurre la sorella in estrema miseria preferì di morire in prigione, piuttosto che uscirne mediante la perdita dell'eredità paterna. Aveva alcuni parenti materni, che però non osarono di soccorrerlo per non rendersi sospetti al governo e tirarsi addosso la medesima disgrazia; le donne soltanto recavansi ogni giorno a consolare Angelica ed a piangere insieme.

La mattina del quindicesimo giorno Anselmo Salimbeni passando a cavallo innanzi alla casa di Montanini, osservò queste donne piagnenti, ed udì da loro la sorte che sovrastava all'ultimo crede di una famiglia rivale della sua. Aveva di già adocchiata la rara bellezza di Angelica, ma non aveva giammai parlato nè a lei, nè al fratello, opponendovisi la memoria di tanto sangue versato nelle contese della sua famiglia con quella dei Montanini. Per altro Anselmo, vinto da compassione all'aspetto di tanta sventura, si recò all'istante presso il tesoriere del comune, e pagati i mille fiorini dell'ammenda, ordinò al carceriere di porre in libertà Carlo Montanini. Questi sorpreso di vedersi rilasciato nel momento medesimo, in cui aspettava la morte, volò presso la sorella, che stava immersa nelle più crudeli angosce. Nè Angelica, nè le sue amiche sapevano spiegare o comprendere per quali mezzi fosse stata renduta a Carlo la libertà. In breve la casa di Montanini si riempì di parenti e di vicini che venivano a felicitarli. Carlo, che credeva di trovare tra di loro il suo liberatore, gli andava ringraziando l'uno dopo l'altro, ma tutti se ne scusavano vergognandosi, ed allegando i motivi o i pretesti che loro avevano impedito di soccorrerlo. All'indomani andò a chiederne contezza al tesoriere del comune, e da lui seppe che andava debitore della vita al figlio de' suoi nemici.

Carlo Montanini, colpito da tanta generosità, volle superare in magnanimità il Salimbeni. Non bastando le preghiere, dovette far uso della sua autorità per ridurre Angelica ad eseguire i suoi voleri; e quando questa ebbe promesso di dare in riconoscenza al benefattore di suo fratello quanto aveva di più caro al mondo, lo prevenne altresì ch'ella penserebbe pure alla propria gloria, e che non vivrebbe nel vizio e nel disonore.

Due ore dopo il tramontare del sole il fratello e la sorella recaronsi alla casa d'Anselmo Salimbeni: Carlo domandò di parlare senza testimonj a questo cavaliere, ed essendo stato introdotto presso di lui colla sorella, gli disse: «A voi, o signore, io devo la sgraziata vita che mi resta; a voi mia sorella deve suo fratello e l'onor suo. Se la fortuna non avesse con tanto accanimento perseguitata la mia famiglia non ci sarebbero mancati modi di manifestarvi almeno in parte la nostra riconoscenza. Ma omai più non ci rimangono che i nostri corpi e le nostre anime; voi le avete salvate; a voi dunque appartengono; noi le affidiamo alla vostra generosità, alla vostra pietà, affinchè ne usiate come di cose vostre.»

Dopo avere così parlato, uscì bruscamente, e lasciò la sorella sola col Salimbeni. Questi si disponeva a parlarle, ma colpito dal suo mortale pallore e dalla disperazione che le scorgeva sul volto, uscì egli medesimo all'istante, fece chiamare le signore del vicinato, e le pregò di tenere compagnia alla nobile damigella che troverebbero in casa sua. Estrema fu la loro sorpresa vedendo Angelica nell'appartamento del Salimbeni; il modesto contegno della giovinetta smentiva ogni ingiurioso sospetto, ma l'aperta nimicizia delle due famiglie non permetteva loro d'indovinare i motivi della sua venuta. Tutte stavano in silenzio e si perdevano dietro vane congetture. Intanto Anselmo aveva fatto adunare i suoi parenti in casa sua, e chiamò con loro Angelica e le signore che le tenevano compagnia. Allora pregò colle lagrime agli occhi tutti i suoi amici a volerlo accompagnare, e senz'altro dire recossi alla casa di Montanini con tutto il corteggio preceduto da molte fiaccole.

«Voi avete voluto parlarmi senza testimonj, disse a Carlo, io invece vi chiedo di udire la mia risposta in presenza di quest'onorata compagnia. È omai lungo tempo ch'io fui colpito dalla bellezza, dalla modestia, da tutte le virtù di vostra sorella Angelica; io aveva sentito che niun'altra donzella meritava più di lei di essere nobilmente amata. Io avevo per altro tenuto sempre celata questa mia inclinazione, e veruno non la seppe prima di voi. La disgrazia che vi colpì, ed il servigio ch'io vi resi, vi diedero motivo di leggere nel mio cuore. Non sapendo voi sopportare una cortesia senza ricompensa, vi siete dato con vostra sorella nelle mie mani, ponendo in mio arbitrio la vostra vita, il vostro onore, la vostra esistenza. Io accetto questo prezioso dono; ma sarebbe di me cosa indegna il possederlo con un titolo illegittimo. Se voi dunque vi acconsentite, io prendo alla presenza di questa onorata assemblea Angelica Montanini per mia cara sposa; accetto suo fratello Carlo per mio cognato, ed intendo che d'ora innanzi tutti i miei beni sieno tra di noi comuni.» Le nozze si celebrarono immediatamente e con gran pompa. La riconciliazione dei Montanini coi Salimbeni richiamò l'attenzione del governo; furono riveduti i processi di Carlo, e riconosciutasi l'ingiustizia di cui poco mancò che non fosse vittima, gli venne resa la pagata ammenda, e fu riammesso a tutti i diritti della cittadinanza. — Annali Sanesi di un anonimo vivente dal 1385 al 1422, t. XIX. Rer. Ital., p. 397-411.