CAPITOLO LV.
I Genovesi si danno al re di Francia. — Tentativo di Giovanni Galeazzo sopra Samminiato; ricomincia la guerra. — Disfatta dei Milanesi a Governolo; tregua. — Gherardo di Appiano vende Pisa a Giovanni Galeazzo. Gli si danno ancora Siena e Perugia.
1396 = 1399.
Le perdite cagionate dalla guerra di Chiozza avevano privati i Genovesi di ogni influenza sul rimanente dell'Italia; onde nello spazio di quattordici anni non avemmo che due volte occasione di parlare di loro, quando liberarono Urbano VI assediato in Nocera, e quando colla loro mediazione ristabilirono la pace fra Giovanni Galeazzo e la repubblica fiorentina. Non pertanto questi quattordici anni erano stati un periodo di continue agitazioni e burrasche. Le fazioni erano diventate più violente, e le guerre civili da loro occasionate privavano i Genovesi di ogni influenza sui loro vicini. Per ultimo le rivoluzioni si resero così frequenti, che i cittadini, più non trovando garanzia nelle leggi da loro pubblicate, o protezione ne' magistrati, ch'essi medesimi avevano nominati, si assoggettarono volontariamente ad un monarca straniero, affinchè il suo giogo s'aggravasse egualmente sugli oppressori e sugli oppressi.
In verun'altra repubblica non eransi mai contate nello stesso tempo tante fazioni come in Genova. Perciò tra tutti i popoli d'Italia, i Genovesi passavano per i più volubili ed impazienti. Le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini non erano per anco spente, sebbene da lungo tempo non esistesse più l'oggetto per cui s'erano formate. Antichi odj dividevano ancora le famiglie che si erano altre volte battute, e tali odj passavano di padre in figlio come parte dell'avito retaggio. Di quando in quando queste nimicizie scoppiavano di nuovo, ed ogni zuffa era quasi sempre foriera di rivoluzione nello stato. Un'altra rivalità segregava i nobili dai cittadini. I primi erano esclusi dall'amministrazione: le quattro più potenti famiglie dei Doria, degli Spinola, dei Grimaldi e dei Fieschi eransi rifugiate ne' loro feudi, e facevano la guerra alla repubblica senza essere in pace fra di loro. Invano venivano esclusi da ogni partecipazione al governo, i proprj vassalli, le proprie fortezze loro assicuravano sempre un distinto rango nello stato; l'asprezza delle montagne, le naturali fortificazioni delle valli loro agevolavano la difesa dei proprj feudi: i nobili non temevano nei proprj castelli l'odio del popolo e la vendetta degl'irritati loro concittadini; ed a dispetto delle leggi trasmettevano di secolo in secolo ai loro discendenti i loro odj e le loro forze.
Tra le famiglie de' cittadini, loro succedute nell'amministrazione dello stato, eranvene quattro che s'innalzavano al di sopra de' borghesi, come le quattro famiglie nobili s'erano innalzate sopra la nobiltà; ed ognuna aveva un partito nel popolo cui aveva dato il proprio nome. I capi di queste quattro famiglie erano Antoniotto Adorno, Pietro Fregoso, Antonio di Montalto e Lodovico Guarco, ognuno de' quali aspirava alla dignità di doge della repubblica, ed ognuno ottenne la volta sua quest'onore da' suoi partigiani. Dall'anno 1390 al 1394, dieci rivoluzioni mutarono in Genova dieci volte il primo magistrato della repubblica, e si vide il trono ducale a vicenda occupato dai capi di nuove famiglie o da cittadini che appartenevano ad un altro partito de' borghesi, chiamato lo stato di mezzo. In questi stessi anni scoppiarono altre turbolenze, perciocchè i partiti vinti fecero molti inutili tentativi per riprendere la superiorità[552].
Come nelle guerre civili del precedente secolo le famiglie nobili avevano avuto de' vassalli che loro erano affezionatissimi, così le famiglie borghesi avevano clienti sempre apparecchiati a versare il loro sangue, e ad esporre i loro beni per il personale trionfo del capo della loro fazione. Lo scopo di tutte queste guerre civili pareva limitato ad innalzare sul trono ducale l'idolo dell'uno o dell'altro partito. Ma il potere de' nobili e quello de' grandi cittadini aveva un altro fondamento: i primi comandavano a contadini nati ne' loro feudi, e che vivevano sui loro poderi, i secondi comandavano a marinaj e ad artigiani che facevano lavorare. I Genovesi esercitavano il commercio marittimo coll'attività di un popolo libero; i mercanti non aspettavano, stando ne' loro fondachi, i risultamenti delle loro speculazioni, scorrevano i mari sopra navi destinate ugualmente alla guerra ed al commercio; vivevano sempre insieme ai marinaj che tenevano al loro soldo, che avvezzavano all'ubbidienza ed al rispetto, e che si affezionavano coi beneficj. Spesso ogni figlio d'una casa numerosa comandava un vascello, ed alcune migliaja d'uomini venivano perciò assoldati da una sola famiglia, cui l'abitudine, la riconoscenza e l'amore assicuravano la loro ubbidienza.
Inoltre i capi dei varj partili erano uomini eminentemente distinti. Antonio di Montalto, ch'era assai giovane, aggiugneva a straordinario valore rara moderazione e clemenza. Antoniotto Adorno, cui un'insaziabile ambizione non lasciava un istante di riposo, era dotato di un vasto e raro ingegno, aveva grandi e nobili maniere, cuore generoso, nome rispettato da tutti i principi d'Europa, e la sua gloria aveva acquistato grandissimo lustro nella spedizione fatta sulle coste di Barbaria l'anno 1388 per reprimere le piraterie dei Mori. Aveva assediato nella sua capitale il re di Tunisi, e costrettolo a dare la libertà a tutti gli schiavi cristiani, a pagare una somma di danaro per le spese della guerra, e promettere che in avvenire i suoi sudditi non eserciterebbero la pirateria[553]. Quattro volle Antoniotto Adorno aveva ottenuto di sedere sul trono ducale, ed avrebbe meritato un distinto rango tra i grandi uomini, se una smisurata ambizione non gli avesse fatto in più circostanze adoperare i suoi talenti a danno della patria.
La famiglia degli Adorni era attaccata alla fazione ghibellina, ed Antoniotto aveva coltivata l'amicizia di Giovanni Galeazzo Visconti, e lo aveva favorito nel trattato di pace, di cui era stato mediatore, tra questo principe e la repubblica fiorentina. Aveva invece ottenuto in tempo del suo esilio l'assistenza del Visconti, allorchè aveva tentato di riavere colle armi la dignità ducale. Ma i soccorsi di Giovanni Galeazzo erano sempre interessati; egli prendeva parte nelle turbolenze di Genova, sperando di ricuperare sopra questa città l'autorità di cui aveva goduto l'arcivescovo di Milano suo pro-zio; e le moltiplicate rivoluzioni del 1393 e 1394 gli davano speranza di giugnere a questo scopo. In questi due anni diede potenti soccorsi ad Antoniotto Adorno in allora esiliato; ma quando lo vide ristabilito sul trono ducale col favore della rivoluzione del 3 settembre 1394, cercò di rovesciarlo, e si affezionò il partito di Montalto e di Guarco per fargli guerra.
Questa mala fede, che nulla aveva provocato, apri finalmente gli occhi ad Antoniotto Adorno, il quale vide che un segreto nemico avvelenava tutte le fazioni della sua patria, e s'avanzava verso il compimento de' suoi odiosi progetti col rapido indebolimento della repubblica; vide che l'autorità di verun doge non potrebbe consolidarsi finchè Giovanni Galeazzo sarebbe sempre apparecchia o a soccorrere tutti i ribelli e tutti i nemici dell'ordine; vide finalmente che Genova non era abbastanza forte per resistere sola ad un così ambizioso vicino.
Nel 1396 Carlo VI era re di Francia; e di già questo monarca era stato preso da quegli accessi di follìa, che spesso rendevanlo incapace di governare, e che lasciarono il regno in balìa delle rivali fazioni di Borgogna e d'Orleans. Una nazione che avrebbe voluto compiutamente sottoporsi all'autorità monarchica, non sarebbesi lasciata tentare di darsi un sovrano, che ne poteva farsi ubbidire dai suoi sudditi, nè preservarli dalle guerre civili e straniere. Ma se i Genovesi si determinavano di riconoscere un re, non volevano in pari tempo che fosse abbastanza destro ed ambizioso per usurpare tutti i poteri dello stato, ed assicurarsi per sempre la di lei sudditanza. La vera debolezza e l'apparente forza di Carlo VI erano forse ciò che loro meglio conveniva. Il suo solo nome poteva difenderli contro le aggressioni di Giovanni Galeazzo, ed intimidire le rivali fazioni; ma egli doveva coll'amore non col timore governare un paese lontano e separato da' suoi stati da alte montagne. Antoniotto Adorno per dare la pace alla sua patria, e più ancora per isventare i progetti di Giovan Galeazzo, trattò coi ministri di Carlo VI, sotto la di cui protezione offrì di porre la repubblica di Genova.
Il trattato venne finalmente sottoscritto il 25 ottobre del 1396 dopo lunghe dispute sia coi ministri regj sia colle diverse fazioni genovesi. Prometteva il re di mandare un vicario francese per governar Genova coll'autorità esercitata dal doge, e sotto le stesse leggi. Il consiglio della repubblica doveva avere lo stesso numero di Guelfi e di Ghibellini, di cittadini e di nobili; ma il presidente doveva sempre essere Ghibellino. Il vicario del re doveva avere due voci in consiglio, ove tutto si sarebbe deciso a pluralità di suffragi. Carlo non poteva nè stabilire nuove imposte, ne immischiarsi in verun modo nelle finanze della repubblica. Non aveva pure in sua mano le fortezze dello stato, tranne dieci castelli datigli per sua sicurezza. Per ultimo i Genovesi si riservarono la particolare loro alleanza coll'imperatore de' Greci e col re di Cipro, la scelta tra i partiti che dividevano, in tempo dello scisma, la Chiesa, e l'integrità del loro territorio; prometteva il re di Francia di non trasmettere ad altri sovrani una sovranità unicamente accordata alla sua persona[554].
Sotto tali condizioni, quando fossero state osservate, la repubblica di Genova veniva a conservare la sua libertà tutta intera, acquistando per la protezione del re di Francia maggiore sicurezza senza detrimento della sua gloria. Ma il popolo era troppo riscaldato dalle passioni, per rimanere subordinato a così temperata autorità; ed i vicarj reali erano troppo stranieri ad una libera costituzione per rimanere entro i limiti della medesima. Antoniotto Adorno morì nella peste del 1397 in privata condizione, nella quale era volontariamente entrato, prima che le passioni del popolo, calmate da questo trattato, scoppiassero di nuovo. Ma nel 1398 la guerra civile, riaccesa dai partiti di Montalto e di Guarco, e continuata poi dai Ghibellini contro i Guelfi, si manifestò con tanto furore, che il vicario reale fuggì a Savona, e cinque grandi battaglie si diedero nell'interno della città dal 12 agosto al primo di settembre. Trenta de' più magnifici palazzi furono bruciati, e spianati moltissimi pubblici e privati, edificj di modo che i danni della repubblica ammontarono a più d'un milione di fiorini. Lo spossamento universale costrinse all'ultimo le due fazioni a fare la pace, e Colardo di Calleville, vicario reale nominato da Carlo VI, tornò in Genova per governare la repubblica con più estesi poteri che prima non aveva[555].
Il duca di Milano aveva presa parte il quest'ultima guerra civile, siccome aveva fatto nelle precedenti; sovvenne di truppe e di Danaro Antonio di Guarco ed Antonio di Montalto, ma l'aveva fatto assai celatamente, per non provocare la collera della Francia; onde per tema di compromettersi non aveva raccolto alcun frutto delle sue pratiche. Giovanni Galeazzo ad una smisurata ambizione aggiugneva una grandissima timidità. Sebbene fosse sempre in guerra, non vedeva mai le sue armate, chiudevasi nel suo castello di Pavia di dove usciva poche volte e sempre circondato da numerosa guardia. Tra i suoi generali aveva uomini riputatissimi per talenti e per valore, ma non pertanto la guerra trattata per mezzo loro aveva sempre un carattere di timidità. Non permetteva mai d'attaccare se non sapeva di avere una marcata superiorità di forze, e quando aveva a fronte un'armata di uguali forze ordinava di non avventurare alcuna battaglia generale; faceva chiudere le sue truppe nella città, abbandonando le campagne alla licenza militare, ed aspettando che il tempo o le sue pratiche avessero indeboliti i nemici. Con tanta pusillanimità perdette vantaggi quasi sicuri, e non ottenne giammai dalla sua situazione o dalle sue forze tutto quanto poteva sperarne.
Ma più che nelle armi otteneva vantaggio dalle sue negoziazioni, perciocchè aveva l'arte di dividere e di sciogliere le leghe che si andavano formando contro di lui, addormentando con false promesse e con vane lusinghe d'amicizia coloro che voleva attaccare. Poco suscettibile di collera o di risentimento, non entrava mai in guerra per vendicarsi: ma nè l'amicizia, nè la memoria di passati servigi lo trattenevano quando aveva risolto di nuocere. Non arrossiva di apparire perfido e bugiardo, e non aveva altro consigliere che la propria ambizione modificata dalla timidità. Pare che le sue parole non avrebbero dovuto ispirare veruna confidenza, e che a forza di mentire avrebbe dovuto ridursi in situazione di non poter più ingannare: ma gli uomini, principalmente quando sono deboli, non si disabusano giammai interamente dell'illusione della parola. Rendesi necessario troppo coraggio per cercare un'increscevole verità, che un potente nemico tenta di nasconderci; troppa risolutezza vuolsi a considerare sempre di fronte un imminente pericolo, dal quale si può allontanare lo sguardo; finalmente l'esclusione d'ogni verità nelle relazioni socievoli cagiona una così desolante confusione, che non può sopportarsi. Un impostore non è mai tanto screditato perchè la sua parola non possa più ingannare.
I Fiorentini ebbero soli in Italia il coraggio di giudicare Giovanni Galeazzo; e malgrado le sue carezze ed i giuramenti lo tennero sempre d'occhio come un nemico apparecchiato a piombare sopra di loro; invece i piccoli principi e i deboli popoli, erano tutti l'uno dopo l'altro vittime de' suoi artificj. Bonifacio IX e la repubblica di Venezia partecipavano di questo acciecamento; essi non ardivano rivocare in dubbio la fedeltà del duca di Milano, o sospettare soltanto che non avesse a mantenere i trattati che lo legavano; quindi non prendevano le necessarie misure per difendere, il primo lo stato della Chiesa, l'altro il dominio di san Marco, qualunque volta Giovanni Galeazzo avesse determinato di attaccarli.
Alla testa del governo fiorentino trovavasi sempre la fazione degli Albizzi, che aveva ripigliata l'amministrazione degli affari l'anno 1381, dopo l'espulsione de' Ciompi. Questa fazione, composta d'antichi Guelfi e di cittadini per ricchezze e per natali prossimi alla nobiltà, aveva sempre avuti per capi i migliori politici dell'Italia; uomini che abbracciavano a colpo d'occhio il presente e l'avvenire, e gl'interessi tutti de' principi d'Europa; uomini che avevano saputo chiamare dalle estremità della Francia e della Germania alleati alla repubblica fiorentina; uomini finalmente che non perdevano il coraggio nelle calamità, che per variare delle circostanze non rinunciavano alla data fede, ed alla protezione della libertà d'Italia, che riguardavano come proprio debito. Maso degli Albizzi, capo di questa fazione, eccitava, a dir vero, la gelosia de' suoi concittadini; e gli Alberti ed i Medici facevano di quando in quando alcuni sforzi per rialzarsi. Donato Acciajuoli, che dopo l'Albizzi era il maggior cittadino di Firenze, e che fin allora era stato con lui d'accordo, tentò egli medesimo nel gennajo del 1396 di far richiamare gli esiliati e di ristabilire qualche eguaglianza tra i due partiti; ma fu prevenuto e confinato a Barletta, insieme a molti altri che avevano preso parte nella sua congiura[556]: onde Maso degli Albizzi meglio assicurato nell'interno col bando dell'Acciajuoli, fu in libertà di volgere tutta l'attenzione ai maneggi del duca di Milano.
Giovanni Galeazzo aveva trattato con quasi tutti i capitani delle compagnie di ventura. Egli loro assicurava una mezza paga costante, mercè la quale questi avventurieri si obbligavano a tornare al suo servizio colla loro piccola armata, quando il duca ne aveva bisogno. Mentre stavano a mezza paga guerreggiavano per conto loro, e vivevano col saccheggio in mezzo a' paesi che il duca non proteggeva contro di loro. In tal modo Giovanni Galeazzo indeboliva in tempo di pace coloro che voleva poi attaccare; quando si riconciliavano con lui, non perciò erano liberati da queste armate, le quali continuavano le ostilità in proprio nome. Quando il Visconti voleva in piena pace sorprendere qualche piazza, cassava una delle compagnie al suo soldo, dandole ostensibile congedo, ed incaricandola segretamente dell'esecuzione del suo progetto. Se andava a male, dichiarava di non essere risponsabile della sua condotta; ma se l'intrapresa riusciva, egli ne raccoglieva solo tutto il frutto. I Fiorentini, sempre vigilanti, non permisero quasi mai a queste compagnie d'invadere il loro territorio, ma non seppero impedire che non guastassero spesso quello de' loro alleati. Dopo inutili lagnanze determinarono di adottare lo stesso diritto delle genti, usando rappresaglie sopra gli alleati del duca di Milano, e facendo loro sentire in seno alla pace le vessazioni de' soldati, delle quali eransi essi lagnati lungo tempo. Assoldarono adunque Bartolomeo Boccanera di Prato con una compagnia di due mila cavalli e di mille pedoni; non molto dopo lo congedarono, ordinandogli celatamente di entrare nello stato di Pisa.
Bartolomeo prese la strada di questa città in giugno del 1396 con i Gambacorti ed il conte Niccola di Montescudajo; ma essi si avanzarono fin presso alle mura senza che, come lo avevano sperato, si facesse internamente alcun movimento[557]. Giovanni Galeazzo mandò sei mila cavalli in Toscana per difendere la signoria di Pisa, ed i Fiorentini non raccolsero che pentimento e vergogna dall'intrapresa loro, come sempre accade alle persone dabbene, quando vogliono adoperare le armi de' malvagi. Presero per altro nuove truppe al loro soldo sotto gli ordini di un gentiluomo di Guascogna detto Bernardo di Serres[558]; intavolarono nello stesso tempo negoziazioni per riconciliare la signoria di Pisa e la repubblica di Lucca, tra le quali eranvi state alcune ostilità.
Maso degli Albizzi dall'altro canto era passato in Francia, come ambasciatore dei Fiorentini, per assicurare alla repubblica i soccorsi di questa potenza, in caso che di nuovo scoppiasse la guerra con Giovanni Galeazzo. La casa di Francia aveva oramai coll'Italia interessi più immediati, dopo che la signoria di Genova erasi data al re, e dopo che la città di Asti era venuta in mano del duca d'Orleans come dote di Valentina Visconti. Carlo VI acconsentì dunque il 29 settembre 1396 a firmare un'alleanza difensiva, in forza della quale il re e la repubblica si guarentivano vicendevolmente l'integrità de' loro stati. I Fiorentini promettevano al re, quando fosse attaccato in Italia, un'armata ausiliaria di tre mila cavalli; in cambio il re prometteva di spedire in loro ajuto, nel caso di bisogno, un'armata degna di portare le sue insegne e di essere capitanata da un principe del sangue. Se gli alleati erano attaccati, e se difendendosi facevano conquiste, quelle di Lombardia dovevano appartenere alla Francia, e quelle di Toscana alla repubblica[559].
Quest'alleanza rialzò il coraggio dei Fiorentini e de' loro confederati d'Italia, che vennero ammessi a prendervi parte. Per altro non procurò loro verun reale vantaggio. Un avvenimento, accaduto circa lo stesso tempo all'altra estremità dell'Europa, privò tutt'ad un tratto i Francesi di uomini e di danaro, e gli alienò per alcun tempo da lontane intraprese. Un migliajo di cavalieri francesi, il fiore della nobiltà del regno, erano passati in Ungheria sotto la condotta di Giovanni conte di Nevers, figliuolo del duca di Borgogna, per difendere Sigismondo contro il formidabile Bajazette Ilderim, che pareva disposto a tentare la conquista di tutta la Cristianità. La loro presunzione fu cagione della disfatta del re d'Ungheria, accaduta a Nicopoli il 28 settembre; ma il loro valore rese lungo tempo incerta una battaglia nella quale perirono cento mila uomini. Tutti i cavalieri francesi morirono combattendo, o furono uccisi dopo la vittoria, tranne ventiquattro signori, che col conte di Nevers furono ammessi a riscattarsi; fu portata la taglia del solo duca di Nevers a dugento mila fiorini, e quella degli altri cavalieri, tra i quali distinguevansi Enguerrando di Coucy, il maresciallo Boucicault, ed il conte d'Eu, esaurì di danaro la Francia[560].
Ma la repubblica fiorentina non si era appoggiata alla sola alleanza del re di Francia. I dieci della guerra si erano data cura d'accrescere le milizie dello stato, ed avevano spedito Bernardone con tutte le loro truppe a Pescia in principio del 1397, per impedire l'invasione del loro territorio. Dal canto suo Alberico da Barbiano aveva condotti sei mila cavalieri nello stato di Lucca; e questo generale avventuriere aveva seco i più valorosi capitani d'Italia. La compagnia di san Giorgio, da lui formata vent'anni prima aveva loro servito di scuola; Pagolo Orsini e Pagolo Savelli di Roma, Ottobon Terzo di Parma, Ceccolino de' Michelotti di Perugia, Broglio di Chieri in Piemonte, e Luca di Canale[561] erano i suoi principali luogotenenti; questi rialzavano l'onore della milizia italiana e ravvivavano lo spirito guerriero di questa nazione. Il conte Alberico di Barbiano riceveva un soldo da Giovanni Galeazzo, ed era venuto a Lucca per suo ordine; ma non pertanto egli pretendeva di essere entrato in Toscana come condottiere, non come generale del duca di Milano. Barbiano vide con piacere l'armata fiorentina stabilirsi a Pescia perchè egli non aveva intenzione d'attaccare la Val di Nievole, ma di aspettare l'effetto di una congiura tramata a Samminiato.
Samminiato, posto a metà strada tra Firenze e Pisa, è un forte castello fabbricato sulla sommità d'un colle, di dove scuopresi una vasta estensione di pianure. L'Arno gli scorre alle falde, ed i due fiumi l'Elsa e l'Era vi mettono foce uno a destra e l'altro a sinistra di Samminiato. Questa terra, oggi dichiarata città, conteneva circa sei mila abitanti, i quali eransi molto tempo conservati liberi, ma erano in appresso caduti sotto il dominio de' Fiorentini per colpa delle divisioni nate tra le famiglie de' Mangiadori e de' Ciccioni[562].
Benedetto Mangiadori aveva ricorso a Giovanni Galeazzo per iscuotere col di lui ajuto questo giogo straniero. Erasi egli stabilito in Pisa; ma il 17 marzo si presentò avanti a Samminiato, un'ora prima di mezza notte, con diecisette compagni d'armi. Pretendeva di aver cose importanti da comunicare ad Antonio Davanzati, vicario fiorentino, ed entrò immediatamente col suo seguito nella corte del pubblico palazzo, ove fu ricevuto senza diffidenza. In tutte le città i palazzi del governatore erano fortificati; quello di Samminiato appoggiavasi alle mura ed aveva due uscite, una nell'interno della piazza, l'altra nella campagna. Il Mangiadori, ammesso all'udienza del vicario, sguainò la spada, slanciossi sopra di lui e l'uccise: il corpo del governatore coperto di ventotto ferite, e quello d'uno de' suoi ufficiali, vennero gittati in sulla piazza dai congiurati, che si trovarono in tal modo padroni del palazzo; essi poi liberarono tutti i prigionieri, chiamarono a riprendere le armi per ricuperare la libertà gli abitanti di Samminiato; ed accesero fuochi per dare il convenuto segno a Pisa, ond'essere soccorsi[563].
In fatti gli abitanti di Samminiato presero le armi, e rimasero alcun tempo indecisi intorno a ciò che loro convenisse di fare; ma in ultimo ascoltarono l'affetto loro pei Fiorentini, attaccarono con molto coraggio il palazzo difeso da Mangiadori e dai suoi compagni prima che loro giugnessero i soccorsi di Pisa. Volle l'accidente che il capitano di Giovanni Galeazzo, che s'avanzava per sostenere Mangiadori, si scontrasse in un corpo di Fiorentini che inseguivano alcuni banditi. Egli tenne sicuro, vedendoli, che l'intrapresa di Samminiato fosse mal riuscita, e si ritirò. Mangiadori, dopo avere resistito lungo tempo, fuggì a traverso ai precipizj, sui quali s'innalzano le mura della città, seguito dai pochi suoi compagni che non erano stati uccisi, o fatti prigionieri[564].
Era stata annunciata a Firenze la morte del vicario di Samminiato, e la perdita di questa fortezza; tale notizia aveva sparsa nel popolo la più alta costernazione. Se Giovan Galeazzo restava padrone di così forte piazza, nel centro della Toscana, gli sarebbe stato agevole lo spingere ogni giorno le sue scorrerie fin sotto alle mura di Firenze, e di ruinare la repubblica con una lenta guerra senza timore di essere ridotto ad una battaglia, o forzarlo a dare addietro. Ma quando seppesi in appresso, che la città era salvata, e che il palazzo del vicario era stato ripreso dai cittadini, la trepidazione fece luogo al desiderio della vendetta. I priori adunarono immediatamente un consiglio di seicento richiesti, loro fecero il quadro degl'intrighi del duca di Milano e delle innumerevoli infrazioni de' trattati di pace, e chiesero se non tornava meglio di esporsi ad un'aperta guerra, piuttosto che riposare ancora sui giuramenti di un uomo perfido, che non rispettava le più sacre promesse. Di comune assenso i cittadini domandarono la guerra, e sollecitarono la signoria a spingerla vigorosamente[565].
Il conte Alberico di Barbiano, vedendo sventata la sua intrapresa di Samminiato, attraversò il territorio di Pisa e venne ad unirsi presso Siena ad altre truppe di Giovanni Galeazzo. Portò in tal modo la sua armata a dieci mila cavalli, con un ragguardevole corpo d'infanteria[566]. Mentre girava al di fuori intorno ai confini della repubblica fiorentina, Bernardone coll'armata della repubblica seguiva al di dentro la linea degli stessi confini per chiuderne l'ingresso. Ma in ultimo questo generale si lasciò sorprendere da un'astuzia del nemico, che minacciava lo stato d'Arezzo. Bernardo sforzavasi di chiudergli questa provincia, quando Barbiano penetrò per Chianti in Val di Greve, s'innoltrò fino alle porte di Firenze, guastò la Val d'Arno inferiore, e fece in tutte le campagne un'immensa preda, perchè non essendo dichiarata la guerra, i contadini non avevano pensato a riporre nelle terre murate i loro bestiami e gli altri effetti[567].
Frattanto dopo dieci giorni di saccheggio l'armata milanese tornò nello stato di Siena, ed i Fiorentini trovarono in breve la maniera d'indebolirla, prendendo al loro soldo Pagolo Orsino, Biordo de' Michelotti e Cecchino suo fratello, che seco conducevano parte della cavalleria del duca. Giovanni di Barbiano, fratello d'Alberico, lo abbandonò ancora esso per andare in Romagna in servigio de' Bolognesi; ed i Fiorentini, invece di temere per sè medesimi, si videro bentosto a portata di mandare considerabili soccorsi a Francesco di Gonzaga, nello stesso tempo attaccato dal Visconti[568].
Senza dichiarazione di guerra Giovanni Galeazzo aveva fatti entrare il 31 marzo nel territorio mantovano due armate. Ugolotto Biancardo, governatore di Verona, conduceva la prima, ad aveva fatti condurre in coda diversi battelli, onde attraversare o il lago, o il Mincio a Guarolda[569]. Giacomo del Verme con un'altra armata avanzavasi al mezzogiorno del Po con intenzione di passarlo a Borgoforte. L'uno e l'altro volevano penetrare in quella parte del territorio di Mantova che trovasi tra il lago, il Po, il Mincio e l'Oglio. Questa piccola provincia, chiamata il Serraglio, era la più ricca d'ogni altra; perchè nelle precedenti guerre non era mai stata esposta ai guasti de' nemici; ma per lo spazio di tre mesi e mezzo i generali milanesi tentarono invano di gittare un ponte sul Po o sul Mincio, ed in così lungo spazio di tempo la guerra si ristrinse ad alcune rapide incursioni, ed a pochi assedj di castelli. I Mantovani tenevano a Borgoforte un ponte sul Po, la di cui testa era fortificata, e con ciò impedivano ai loro nemici di navigare sul fiume. Giacomo del Verme aveva adunata una flotta di grandi battelli nella parte superiore del Po, ma, fermato al ponte di Borgoforte, non poteva giugnere fino al Serraglio. Quando il 14 luglio un impetuoso vento secondando la corrente delle acque, egli lanciò alcuni vascelli incendiarj contro il ponte che chiudeva il passaggio, e lo bruciò malgrado la coraggiosa resistenza di Francesco da Gonzaga. Le campagne lungo tempo rispettate del Serraglio vennero allora abbandonate ai guasti de' soldati[570].
Quando i Fiorentini ebbero notizia di quest'infausto avvenimento, staccarono dalla loro armata Carlo Malatesta, Pagolo Orsini e Filippo di Pisa, con tre mila cavalli per soccorrere il Gonzaga. Soccorrendo l'alleato, calmavano pure nel loro campo una sedizione che stava per iscoppiare. Il loro generale Bernardone, sotto pretesto di ristabilire la disciplina, aveva fatto tagliare la testa, trasportato dalla collera e dalla gelosia, a Bartolomeo Boccanera di Prato, uno de' capitani che servivano sotto di lui. Ma i condottieri erano troppo lontani dal conoscere quella cieca ubbidienza che si esige a' nostri giorni dalle truppe: non credevano essi, che il generale avesse diritto d'ordinare il loro supplicio, e domandavano ad alta voce vendetta contro Bernardone per aver fatto perire uno de' loro compagni d'armi[571].
Mentre che l'armata ausiliaria de' Fiorentini avanzavasi per Ferrara sopra Mantova lungo la destra del Po, rimontava questo fiume una flotta formata dal signore di Padova. Era composta di sette galere veneziane che Francesco da Carrara aveva noleggiate. La repubblica di Venezia, senza voler dichiarare la guerra a Giovanni Galeazzo, secondava nascostamente gli sforzi de' suoi nemici per resistergli; aveva agevolato l'armamento del signore di Padova, e permesso a Francesco Bembo, nobile veneziano, di assumerne il comando. Trecento barche o battelli, somministrati dal Carrara e dal marchese d'Este, accompagnavano le sette galere. Delle due armate milanesi quella di Ugolotto Biancardo era nel Serraglio, ed assediava il castello di Governolo al confluente del Po e del Mincio, e quella di Giacomo del Verme trovavasi accampata in faccia allo stesso castello sull'altra riva del Po verso mezzodì. Un ponte di battelli innanzi a Governolo assicurava la loro comunicazione[572]. Tutte queste posizioni vennero attaccate contemporaneamente il 28 agosto 1397. Il ponte di battelli fu rotto e bruciato dal Bembo, e cento settanta barche milanesi, che stavano ancorate al disopra del ponte, caddero in potere del vincitore. Il Malatesta coi Fiorentini e loro alleati attaccò Giacomo del Verme. Francesco di Gonzaga, secondato da una sortita della guarnigione di Governolo piombò sopra Ugolotto Biancardo, ed i Milanesi vennero rotti su tutti i punti. Sei mila uomini e due mila cavalli furono uccisi o presi, e le molte ricchezze trovate ne' due accampamenti vennero abbandonate al saccheggio[573].
Dopo questa segnalata vittoria la guerra si andò rallentando finchè si venne a stabilire una tregua. I Veneziani che si erano compromessi con Giovanni Galeazzo, senza che volessero apertamente dichiararsi contro di lui, cercarono di ristabilire la pace in Lombardia: essi temevano di venire alla risoluzione che dovevano prendere in breve, e non pensavano che a guadagnar tempo. Offrirono la loro mediazione alle potenze belligeranti e fu accettata. Dopo otto mesi di negoziati sentirono all'ultimo la difficoltà di conciliare interessi lesi da una lunga serie di perfidie. Si può fondare un trattato sopra la forza e sopra il diritto di conquista; ma è più difficile il negoziare sopra basi stabilite dalla frode e dalla mala fede. Lo spergiuro, più che l'oltraggio o la crudeltà, rende impossibile la pace. Finalmente i Veneziani proposero di mantenere ognuno de' contraenti nello stato in cui si trovava, e senza nulla decidere intorno al diritto, di conchiudere soltanto una tregua di dieci anni, la quale venne infatti soscritta l'11 maggio del 1398, sotto la guarenzia della repubblica di Venezia[574].
Prima che la vittoria ottenuta a Governolo avesse calmata l'inquietudine de' Fiorentini, una sedizione fu in sul punto di rovesciare quel governo che formava la forza e la sicurezza della repubblica. Il 4 agosto otto giovani delle illustri famiglie dei Medici, dei Ricci, degli Spini e de' Cavicciuoli, comparvero armati nelle strade, chiamando il popolo a rovesciare ciò ch'essi chiamavano la tirannia degli Albizzi. Attraversarono Firenze circondati da una folla di gente che gli andava considerando con sorpresa, e li seguiva senza corrispondere alle loro grida. Le spie loro avevano rivelato che troverebbero Maso degli Albizzi sulla piazza di san Pietro maggiore; ma tardarono pochi minuti, ed invece uccisero due suoi clienti, sperando di commuovere il popolo colla vista dello sparso sangue. Si fermarono finalmente nel portico della cattedrale, ove ricominciarono ad invitare i cittadini alle armi ed alla libertà; ma nella folla che li circondava mantenevasi un cupo silenzio. Gli arcieri s'innoltravano per arrestarli, onde, presi da spavento, si rifugiarono in chiesa, ove furono inseguiti ed incatenati. Confessarono innanzi al podestà ed al capitano del popolo che avevano avuto intenzione d'uccidere Maso degli Albizzi, e di rovesciare il governo; onde furono condannati a perdere la testa sulla piazza del palazzo[575].
Mentre continuavansi in Venezia le negoziazioni di pace, Giovanni Galeazzo ne manteneva altre più segrete in ogni città per accrescere il suo potere. La prima delle trame da lui formate scoppiò in Pisa. Jacopo d'Appiano, che aveva usurpata la tirannide in questa città, contava in allora settantacinque anni[576]. Vanni, il maggiore de' suoi figliuoli, che le sue relazioni col duca di Milano, e la sua contesa coi Lanfranchi, avevano armato contro Gambacorta, era morto nel mese di ottobre, ed i suoi fratelli non mostravano nè talenti, nè energia. Il signore di Pisa, inquieto intorno alla sorte di sua famiglia, mandò a chiedere soccorso a Giovanni Galeazzo per mantenere la sua autorità. Infatti il duca fece passare a Pisa Pagolo Savelli con trecento lance, ed incaricò tre ambasciatori d'assicurare l'Appiano della sua protezione e del suo affetto. Ma il 2 gennajo del 1398 questi ambasciatori si fecero aprire a mezza notte la casa del vecchio signore di Pisa, e gli chiesero a nome del loro padrone le chiavi delle cittadelle di Pisa, di Livorno, di Piombino e di Cascina. Jacopo loro rispose che la sua persona ed ogni suo avere appartenevano al duca di Milano, ma che non poteva dargli le fortezze dello stato senza il consentimento degli anziani della repubblica. Promise di adunarli all'indomani mattina, e con questa promessa persuase, non senza difficoltà, gli ambasciatori del duca a ritirarsi. Ma non erano appena usciti dalla sua casa, che si apparecchiò a difendere la signoria che gli si voleva togliere. Adunò i suoi soldati, fece armare il popolo, di già irritato contro il duca per le vessazioni de' suoi soldati, ed allo spuntare del giorno fece attaccare nella sua casa Pagolo Savelli. Questo capitano fu fatto prigioniero unitamente agli ambasciatori, ed i suoi soldati di cavalleria furono parte uccisi, e parte spogliati delle armi e scacciati di città. Un segretario del Savelli palesò innanzi ai tribunali tutta la trama del suo padrone, ed i Pisani, che avevano contro di lui cospirato, furono severamente puniti[577].
I Fiorentini spedirono immediatamente a Pisa a felicitare la signoria ed il popolo d'essersi sottratti al laccio loro teso dal duca di Milano, protestandosi apparecchiati a difenderli qualora Giovanni Galeazzo facesse contro di loro uso della forza. Gli ambasciatori de' Fiorentini vennero accolti con viva gioja dai Pisani, e pareva che dovesse conchiudersi tra i due popoli una nuova pace; ma Giovanni Galeazzo, sempre padrone di contenere le sue passioni, sapeva simulare la calma quando si credeva che dovesse manifestare la collera. Approvò altamente la condotta de' Pisani, dichiarò che qualunque volta i suoi commissarj abusavano delle loro facoltà, o i suoi soldati delle loro armi, per vessare i principi o i popoli, li vedeva con piacere puniti. Abbandonò i prigionieri al risentimento del signore di Pisa, ed ottenne di farlo dubitare ch'egli avesse avuto parte nella trama[578]. Jacopo d'Appiano fece allora sorgere nuove difficoltà per ritardare il trattato coi Fiorentini, ricusò in appresso di conchiudere una pace separata, e chiese soltanto di essere compreso nella tregua generale, che in questo medesimo tempo trattavasi a Venezia, e che fu pubblicato per dieci anni in tutte le città il 29 maggio del 1398.
Pochi mesi dopo la pubblicazione di questa tregua, Jacopo d'Appiano morì il 5 settembre del 1398. Aveva avuto cura di far riconoscere suo figliuolo Gherardo per capitano del popolo, e di fargli prestare giuramento dalle milizie[579], onde la morte di Jacopo non fu cagione di rivoluzioni. Ma suo figlio, occupando dopo di lui la signoria, si sentiva mal sicuro, onde cercò appoggi all'estero, e fu detto che offrisse ai Fiorentini di entrare nella loro alleanza, se questi volevano mantenere in Pisa a loro spese seicento cavalli e duecento fanti per difenderlo contro gli ammutinamenti de' suoi sudditi. I Fiorentini ricusarono di farsi garanti d'una tirannide[580], desiderando piuttosto di vedere i Pisani rimessi al godimento della libertà, ed i Gambacorti ristabiliti nella loro patria. Giovanni Galeazzo, meno scrupoloso, offrì a Gherardo d'Appiano di comperare la sovranità di Pisa ad altissimo prezzo, promettendogli duecento mila fiorini colla signoria dell'isola d'Elba e di Piombino. Gherardo rimandò gli ambasciatori fiorentini troppo pericolosi indagatori delle sue azioni; fece entrare in città quattro mila uomini delle truppe milanesi; diede loro in mano tutte le fortezze ed in appresso pubblicò il trattato conchiuso col duca di Milano[581].
I Pisani più non erano in tempo di prendere le armi quando seppero di essere stati indegnamente venduti ad un padrone straniero. Tentarono almeno di smuovere l'Appiano colle loro preghiere; «Poichè volete, gli dissero, rinunciare alla signoria, rendete alla vostra patria l'antica sua libertà. Noi siamo disposti a ricuperarla questa libertà pel prezzo che vi fu offerto dal duca di Milano, ed anche a maggior prezzo se volete. Non caricatevi dell'obbrobrio di vendere come schiavi i vostri concittadini, di vendere uomini la di cui libertà risale a più rimota età che non quella di verun altro popolo toscano. Potremmo noi forse, noi Pisani, piegarci alla volontà d'un principe? Potremo noi soffrire che la passione vinca la ragione, e la forza la giustizia? Vero è che noi abbiamo volontariamente affidata a vostro padre un'autorità sovrana, e siamo apparecchiati a riconoscere questa medesima autorità in voi, suo figliuolo; ma noi vi abbiamo risguardato sempre come nostro concittadino piuttosto che come nostro padrone, e se voi non volete assoggettarvi alla fatica del governo, la vostra patria vi ridomanda quella libertà e quei diritti che aveva soltanto alienati per soverchia confidenza in voi. Colla libertà ella riavrà l'antico splendore, ma sotto il potere d'uno straniero la vedremo in breve perdere la numerosa sua popolazione, il suo splendore, le sue ricchezze[582].»
Gherardo d'Appiano non si lasciò smuovere dalle preghiere de' suoi concittadini; aveva data la sua parola, e forse più non era in suo potere il rivocarla. In febbrajo del 1399 abbandonò la città e le fortezze di Pisa al commissario del duca di Milano, incaricato di prenderne il possesso, e ritirossi nel castello di Piombino. La signoria che si era riservata abbracciava l'isola d'Elba, ed i Castelli di Populonia, di Suvereto e di Scarlino. Così cominciò il principato di Piombino, che conservossi due secoli nella casa d'Appiano, e che in appresso venne poi riunito alla corona di Napoli[583].
Il duca di Milano mandò a Pisa un governatore, che affrettossi di dichiarare ai Fiorentini essere mente del suo padrone d'osservare scrupolosamente la tregua convenuta a Venezia, e di comportarsi da buon vicino[584]. Ma nel medesimo tempo gli emissarj di Giovan Galeazzo avevano persuasi il conte di Poppi, feudo del Casentino, e tutti gli Ubertini a darsi al duca. Questi gentiluomini montanari, rompendo i loro trattati colla repubblica, sforzavansi di provocare una nuova guerra coi loro assassinj[585]. Altri agenti del duca si adoperavano in Perugia per ridurre questa repubblica a proclamarlo suo signore.
Poichè nel 1393 i plebei ed i Guelfi, rientrati in Perugia avevano occupata la suprema autorità, ucciso Pandolfo Baglioni, e costretti i lori nemici a salvarsi colla fuga, questa repubblica, a vicenda travagliata da guerre civili o straniere, non aveva goduto un solo istante di riposo. Molti gentiluomini della Marca d'Ancona, del ducato di Spoleti e del patrimonio di san Pietro, facevano il mestiere di condottieri; possedevano in queste province fortezze, ove si ritiravano quando non erano impegnati nel servigio d'alcuno, ed in questi intervalli di riposo saccheggiavano i loro vicini, per tenere esercitati i loro soldati, spingendo talvolta le loro scorrerie fin presso alle porte di Perugia[586]. Tra i nobili ed i cittadini di questa repubblica alcuni pure esercitavano la stessa professione, ed allora prendevano una parte più attiva nelle turbolenze della loro patria: la compagnia di ventura che formavano per servire a qualche principe straniero, era in appresso impiegata talvolta a cagionare rivoluzioni nella repubblica, o a farle la guerra. Braccio da Montone, uno de' più celebri generali italiani del quindicesimo secolo, era signore del castello di Montone, vicino a Perugia. Attaccato alla fazione dei nobili e dei Baglioni egli era stato fatto prigioniere pochi anni dopo l'ultima rivoluzione, e rilasciato poi a condizione di dare il castello ereditato dai suoi antenati in mano ai proprj nemici[587]. Biordo dei Michelotti, altro condottiere, era capo della fazione del popolo a Perugia; la sua compagnia di ventura aveva più volte guastato il territorio di Pisa e di Siena, ed aveva attirate severe rappresaglie sopra i Perugini[588]. Biordo erasi impadronito nel 1395 di Todi, ed in appresso d'Orvieto; si era fatto dichiarar signore di queste due città tolte ai Malatesti, ed aveva in tal modo offeso papa Bonifacio IX, dal quale dipendevano[589]; aveva quindi sforzato questo pontefice a nominarlo suo vicario nelle città da lui occupate[590].
Non doveva riuscire agevole cosa il contenere nell'uguaglianza repubblicana, chi, cittadino di Perugia, era principe in alcune vicine città, e comandava senza intervento d'altri ad un'armata assoldata; perciò Biordo de' Michelotti era in qualche modo signore di Perugia. Il di lui credito, del quale per altro egli non aveva ancora abusato, inspirò gelosia ad alcuni cittadini: lo zelo della libertà, o forse l'ambizione d'innalzarsi sopra le ruine di un uomo potente, li trasse in una congiura. L'abate di san Pietro di Perugia, che era della casa Guidalotti, legata ai Michelotti dall'amicizia e dall'attaccamento allo stesso partito, entrò il 10 marzo con suo fratello ed alcuni amici nella casa di Biordo; disse di voler parlargli in disparte, e quando Biordo ebbe licenziate le persone che trovavansi con lui, l'abate gli pose la mano sulla sprilla dicendogli: «Biordo, Biordo, il popolo di Perugia non vuole tiranni.» Era questo il segno convenuto coi congiurati, i quali sguainarono all'istante i pugnali ed uccisero Biordo[591]. La famiglia di Biordo, che non aveva concepito verun sospetto, non s'accorse di nulla, ed i congiurati uscirono senza ostacolo, e recaronsi alla cattedrale per arringare il popolo: ma invece di trovarlo disposto a ricompensarli, non udirono intorno a loro che minacce e voci di vendetta. Ebbero per altro il tempo di fuggire coi cavalli che tenevano a tal uopo apparecchiati, ma le case loro furono dal popolo svaligiate, ed uccisi alcuni de' loro parenti[592].
Papa Bonifacio era probabilmente il principal motore di questa cospirazione, ed aveva fatto avanzare con un corpo d'armata fino a tre miglia da Perugia Malatesta de' Malatesti, uno de' signori di Rimini, per sostenere i congiurati. Ma il popolo affezionato a Biordo più assai che non pensavano il papa o l'abate di san Pietro, non si alienò per la di lui morte dal suo partito, ed il Malatesta fu costretto di ritirarsi senza avere raccolto alcun frutto dalla cospirazione da lui spalleggiata[593].
Un fratello di Biordo, Ceccolino dei Michelotti, aveva il comando d'Assisi, questa città gli fu tolta per sorpresa dagli abitanti, i quali, essendosi ribellati, si diedero a Broglio, altro condottiere che il papa aveva mandato nel loro paese[594]. Questo con mille cinquecento cavalli guastò quasi tutto il territorio di Perugia; da un altro canto Ugolino dei Trinci, signore di Foligno, stringeva pure i Perugini, i quali trovaronsi in tale angustia, che ricorsero a Giovanni Galeazzo, ed erano sopra pensiero di darsi a lui per difendersi dal papa e dai condottieri[595]. I Fiorentini, avvisati opportunamente di questo trattato, spedirono subito ambasciatori a Perugia, per confortare il popolo a conservare la sua libertà, ed a riconciliarsi colla Chiesa[596]. In pari tempo rappresentarono al papa il pericolo cui si esponeva, spingendo i Perugini alla disperazione, poichè gli sforzava a gettarsi tra le braccia del Visconti. Gli fecero sentire, che se il duca di Milano metteva una volta piede negli stati della Chiesa, non tarderebbe a spogliarla di tutti. Con tali considerazioni lo persuasero a riprendere Perugia sotto la sua protezione mercè il pagamento di dodici mila fiorini, che gli stessi Fiorentini sovvennero ai Perugini; perchè questi erano stati in modo ruinati dalle guerre civili, che non sapevano come pagare così piccola contribuzione[597].
Ma Giovan Galeazzo non rinunciava così facilmente alle speranze che aveva una volta concepite: il papa aveva congedato il Broglio, ed il duca di Milano, senza prenderlo al suo servizio, lo persuase con grossi regali a rientrare nel Sienese e nel Perugino l'anno 1399 per guastarne i territorj, spargendo voce che la compagnia di ventura da lui comandata riceveva soldo dai Fiorentini. Attribuendo in tal maniera le proprie frodi ai suoi nemici, ottenne di seminare la diffidenza fra le tre più grandi repubbliche della Toscana[598].
La repubblica di Siena non era meno esausta, nè meno debole della Perugina. Una lunga guerra con Firenze, i guasti delle compagnie di ventura, e più di tutto la violenza e l'imprudenza del proprio governo, alla testa del quale vedevansi uomini della più abbietta classe del popolo, concorrevano a ruinare lo stato: per colmo di mali la peste erasi manifestata in questa città; poichè questa fatale epidemia aveva in sul declinare del secolo ricominciate in Italia le sue stragi con non minore violenza di quello che avesse fatto cinquant'anni prima. I Sienesi nello stato d'estrema debolezza, cui trovavansi ridotti, erano estremamente agitati, perchè vedevano prossima al suo termine l'alleanza convenuta per dieci anni con Giovanni Galeazzo, il 22 settembre del 1389. Sebbene in suo cuore il duca non desiderasse meno di loro di rinnovare questo trattato, andava però promovendo difficoltà; ingrandiva i suoi passati servigj, e dichiarava di non volere per l'innanzi proteggere che i proprj sudditi. Accrescendo in tal modo l'inquietudine de' Sienesi, li fece all'ultimo risolvere di darsi a lui. Le condizioni furono regolate dopo lunghe conferenze; e fu convenuto, che il luogotenente del duca a Siena avrebbe due voci nella signoria, e che questa, e il senatore ed il capitano del popolo verrebbero conservati nell'antica loro autorità. Obbligatasi il duca a non accrescere le imposte, a non mutare le leggi, e finalmente a non trasmettere a verun altra persona la propria sovranità, che doveva conservarsi ereditaria di maschio in maschio nella sua famiglia. Il consiglio generale di Siena accettò il 6 di novembre queste convenzioni, ed il giorno 11 dello stesso mese, nell'ora indicata dagli astrologi, otto procuratori nominati dalla città fecero cessione agli ambasciatori del duca di Milano della sovranità della repubblica di Siena[599].
L'esempio di Siena fece una gagliarda impressione sopra gli abitanti di Perugia. Il duca di Milano aveva mandati nella loro città ambasciatori, i quali adoperavano ogni mezzo di seduzione per guadagnarli. Aveva assoldato Ceccolino dei Michelotti, ch'era sottentrato nel credito di Biordo, suo fratello: egli distribuiva regali tra i più riputati cittadini, ed adulava il basso popolo promettendogli feste e piaceri. Invano gli ambasciatori fiorentini cercavano coi loro discorsi di riaccendere l'amore di libertà, invano offrivano l'assistenza della loro repubblica per difendere Perugia. I medesimi priori di Perugia proposero al consiglio generale di dare la signoria al duca di Milano sotto condizioni press'a poco uguali a quelle convenute coi Sienesi. Ottocento cavalli vennero introdotti in città da Otto Bon Terzo, uno de' generali del Visconti, e nell'istante indicato dagli astrologi, il 21 gennajo 1400, un'ora avanti il tramontare del sole, la bandiera del duca di Milano fu innalzata nella piazza di Perugia e portata in processione intorno alle mura[600].
E per tal modo, dopo l'ultima pace stipulata col duca di Milano, i Fiorentini vedevano questo principe dilatare le sue conquiste tutt'all'intorno del loro territorio. Siena, Pisa e Perugia dalla parte della pianura, i conti di Poppi e di Bagno ed i feudi degli Ubertini dal lato delle montagne erano passati sotto il suo dominio, e non pertanto i Veneziani, garanti dell'ultimo trattato, non osavano parlare per impedire i progressi di Giovanni Galeazzo[601].
Sotto un altro punto di vista l'isolamento de' Fiorentini era ancora più terribile, perchè lo spirito di libertà s'andava spegnendo in tutta l'Italia. Genova, Perugia e Siena eransi volontariamente date ad un padrone; Pisa era stata venduta; Lucca e Bologna, che ancora pretendevano di essere libere, trovavansi in preda ad interne dissensioni che presagivano vicina la loro ruina; Venezia, chiudendosi nelle sue lagune, pareva che pensasse di abbandonare l'Italia all'infelice sua sorte; Roma stagnava ne' vizj della schiavitù: il regno di Napoli e la Lombardia avevano perfino dimenticato il vocabolo libertà e questa terra così ferace in altri tempi di cittadini e di eroi pareva abbandonata da tutte le virtù e da tutti i sentimenti sublimi. Un tiranno vile e perfido si adoperava nel distruggere in Italia tutto quanto portava ancora l'impronta della lealtà e dell'onore; non si riprometteva prosperi successi che In ragione de' crescenti vizj dei popoli, e rallegravasi quando Vedeva un governo abbracciare la sua fraudolente politica, tenendosi allora sicuro di poterlo presto soggiogare. Tali erano i funesti presagi che accompagnavano la fine del quattordicesimo secolo. Per ultimo la peste si manifestò contemporaneamente in molte parti dell'Italia, ed i popoli, atterriti da così grande calamità, riconoscevano i gastighi che si erano meritati, e piegavansi innanzi alla divina maestà per implorare la sua misericordia.