CAPITOLO LVI.

Processioni de' penitenti bianchi. — Paolo Guinigi si rende padrone della signoria di Lucca. — Guerre civili a Bologna; Giovanni Bentivoglio usurpa l'autorità sovrana. — Deposizione di Wenceslao; Roberto di Baviera, suo successore, attacca senza profitto Giovanni Galeazzo. Questi si rende padrone di Bologna; muore improvvisamente.

1399 = 1402.

Mentre l'Italia teneva con inquietudine aperti gli occhi sopra le pratiche di Giovanni Galeazzo, e che non sapeva prevedere in qual luogo i Fiorentini troverebbero soccorsi per difendersi da questo terribile avversario, l'attenzione dei popoli fu distratta dai progetti ambiziosi del duca di Milano da un universale movimento di divozione, che per alcuni mesi allontanò gli uomini da tutti gl'interessi temporali, per non occuparli che intorno all'eterna salute. Grandi calamità percuotendo l'Europa, facevano credere vicina la fine del mondo, e tremare i Cristiani innanzi alla collera di Dio. Bajazette, Ilderim, sultano del Turchi, aveva ridotta Costantinopoli quasi nella sua totale dipendenza; nel 1399 aveva invase l'Ungheria e la Polonia, e minacciava tutta l'Europa. Dietro di lui un conquistatore ancora più formidabile, Timour o Tamerlano, sultano di Samarcanda, pareva apparecchiarsi alla conquista dell'universo. L'incapacità di tutti i sovrani d'Occidente abbandonava i loro stati all'anarchia ed alla ruina. L'imperatore Wenceslao era ugualmente spregievole e dispregiato; Sigismondo d'Ungheria, suo fratello, era perduto nell'amore de' piaceri; Carlo VI, re di Francia, preso da follìa, e Riccardo II d'Inghilterra era stato deposto per dar luogo a suo cugino Enrico IV, duca di Lancastro. Lo scisma che divideva la Chiesa aveva palesati ai Cristiani i vizj de' loro pastori; perciocchè questi si andavano reciprocamente accusando e calunniando; mentre i devoti non dubitavano che la divisione della Cristianità non provocasse sopra di lei la collera del cielo, e che la peste, che ricominciava con violenza le sue stragi, non fosse un castigo dell'oltraggiata divinità.

Un prete oltramontano, che gli uni dicono spagnuolo, altri scozese, altri provenzale, scelse quest'istante per predicare la penitenza. Dietro le sue esortazioni tutti i suoi uditori vestironsi di bianco, e portando crocifissi innanzi a sè, recaronsi fino alla vicina città cantando inni per implorare la misericordia del cielo, e per invitare gli uomini alla pace ed alla penitenza. Questa pratica di divozione fu introdotta in Italia dalla banda del Piemonte, e mentre passò di città in città attraverso alla Lombardia, valicò ancora le Alpi liguri. Gli abitanti della Polsevera, uomini, donne, fanciulli, in numero di cinque mila, entrarono in Genova il 5 luglio del 1399, coperti di bianche vesti[602]. Insegnarono ai Genovesi l'inno stabat mater dolorosa ch'era stato recentemente composto, e dopo avere in nove giorni terminato il loro pellegrinaggio, ed avere ridotti tutti coloro ch'erano in guerra a riconciliarsi gli uni cogli altri, tornarono alle proprie case.

Appena partiti questi, i Genovesi si mossero per imitarli. Dopo avere divotamente ascoltata la messa in sullo spuntar del giorno, dopo essersi confessati e comunicati, tutti si vestirono di bianco, o piuttosto con alcune lenzuola si fecero certe grandi sottane di tela, che coprivano tutto il loro corpo, ed il volto. Il venerabile arcivescovo di Genova, Giacomo del Fiesco, troppo debole e troppo vecchio per camminare, montò un cavallo coperto pure di bianco, ed in tal modo condusse la processione. Tutti gli uomini, tutte le donne, tutti i fanciulli lo seguivano appajati, cantando le litanie, e prostrandosi di tanto in tanto per implorare sulla terra la celeste pace e misericordia. In questo divoto spettacolo eravi qualche cosa di seducente; coloro che avevano osato di porlo in ridicolo, non potevano meglio che gli altri preservarsi da un sentimento che solo animava tutto un popolo. La processione visitando tutte le chiese, tutte le cappelle di reliquie, in Genova e ne' contorni, continuò per nove giorni il suo cammino e le sue litanie. Il decimo giorno si riaprirono le botteghe, e tutti si restituirono ai consueti affari; soltanto i più zelanti ed i più robusti consacrarono questi nove giorni a portare più verso il levante questa nuova divozione. Alcune processioni genovesi giunsero a Lucca ed a Pisa, e comunicarono ai Toscani la loro istituzione. Lazzaro Guinigi capo di una famiglia guelfa che in allora governava Lucca con un'autorità quasi assoluta, non vide senza inquietudine l'arrivo di questa processione di maschere, che poteva nascondere qualche stratagemma del duca di Milano, o de' Pisani suoi nemici. Quando si fu rassicurato da questo primo timore, concepì un'altra inquietudine, vedendo il movimento popolare che eccitava questa pratica religiosa, e l'immensa folla che di già apparecchiavasi ad uscire di Lucca in processione. Temette che la città non rimanesse vuota e senza difensori, e che i suoi nemici ne approfittassero per attaccarlo. In conseguenza la signoria di Lucca vietò alle processioni dei bianchi di uscire dalle mura; ma non potè impedire, che circa tre mila penitenti, che facevano portare un crocifisso avanti a loro, non si recassero a Pescia, ove visitarono le chiese, e persuasero le famiglie nemiche a riconciliarsi. Proseguirono poi il loro viaggio per Pistoja alla volta di Firenze; in tutti i luoghi per dove passavano vennero ricevuti con entusiasmo; ed in Firenze la signoria li fece alloggiare e nutrire a spese del pubblico. Ne' susseguenti giorni si videro arrivare nella stessa città simili processioni da Pistoja, da Prato e da Pisa, le quali seguivano l'esempio loro dato dai Lucchesi, e tutte furono accolte colla stessa ospitalità[603].

Quando tutti gli stranieri penitenti furono partiti, i Fiorentini dal canto loro si apparecchiarono a cominciare la loro corsa di divozione; ed i priori per impedire il più che potevano a queste religiose compagnie d'allontanarsi dalla città, diedero loro per guide pubblici ufficiali. Il vescovo di Firenze accompagnato da quaranta mila persone, visitava le chiese del vicinato, e riconduceva ogni sera i suoi penitenti a dormire in città e nelle proprie case; ma un'altra truppa, condotta dal vescovo di Fiesole, si pose in cammino alla volta d'Arezzo, e quando giunse a Filigne si trovò composta di ventimila penitenti[604].

E per tal modo in tutto il tempo che si continuarono queste pie scorrerie, non fu commessa violenza alcuna, nè tramata alcuna frode; e quando le processioni giugnevano ancora ne' luoghi nemici, vi entravano confidentemente, e vi si ricevevano con ospitalità. Dalla Toscana questa pratica venne portata negli stati del papa, e da questi nel regno di Napoli. Corse tutta l'Italia dall'una all'altra estremità, e non venne fermata che dal mare[605].

Per altro il papa era ben lontano dall'incoraggiarla; trovandosi sempre in guerra coll'antipapa e co' suoi proprj baroni e colle città del suo stato, ogni movimento eccitava la sua diffidenza, onde condannò le processioni dei bianchi come contrarie alla disciplina della Chiesa.

Ma non fu appena calmato questo universale movimento di divozione, che si videro manifestarsi nuove trame del duca di Milano. Voleva egli staccare i Lucchesi dall'alleanza de' Fiorentini, e la fermezza di Lazzaro Guinigi, che allora reggeva questa repubblica, faceva vani tutti i suoi tentativi. Pure un fratello di Lazzaro, che batteva la carriera militare, aveva preso servigio sotto Giovanni Galeazzo, ed era in allora di guarnigione a Pisa. Il governatore di questa città lo chiamò un giorno in sua casa: «Felicitatevi, gli disse, che il duca di Milano, nostro padrone, è intenzionato di farvi signore di Lucca; tutti i partigiani della vostra casa vi seconderebbero se vostro fratello avesse cessato di vivere, in quanto a me io tengo ordine di sostenervi con tutte le truppe di cui posso disporre; d'altro più non si tratta che di vedere se l'uomo cui sono riservate tante grazie, vuole rendersene degno.» Il giovane Guinigi, che in ogni tempo era stato riputato uomo leggiere, si lasciò abbagliare da tali offerte; assunse tutti gl'impegni che volle il governatore, e la medesima sera passò a Lucca, ove chiesta avendo una segreta conferenza col fratello, tosto che si trovò con lui solo lo uccise a pugnalate. Subito dopo scese in piazza per chiamare il popolo alle armi, siccome aveva concertato di fare col governatore di Pisa, ma l'orrore del commesso delitto riunì tutte le persone contro di lui; e Michele Guinigi ch'era in allora gonfaloniere lo fece arrestare, e condannare immediatamente a morte[606].

Giovanni Galeazzo non aspettavasi migliore successo da questa cospirazione. Voleva la morte di Lazzaro Guinigi e l'aveva ottenuta. La peste, che si manifestò subito dopo in Lucca, favorì gli ulteriori suoi progetti. Nella state del 1400 si videro spesso morire in un solo giorno cento cinquanta persone della città. Perirono quasi tutti i capi della casa Guinigi; Michele il gonfaloniere, un altro Lazzaro, Bartolomeo, e tutti coloro che godevano della pubblica considerazione, morirono gli uni dopo gli altri[607]. I loro amici, i loro clienti fuggivano nelle campagne e ne' più lontani paesi per evitare la mortalità; ed i Ghibellini di già si lusingavano d'una vicina vendetta contro la casa Guinigi, che gli aveva tanto tempo tenuti in basso stato[608].

Paolo Guinigi, il più giovane de' figli di Francesco, era rimasto a Lucca: dotato di scarsi talenti e non risoluto, la di lui ambizione non era superiore ai suoi mezzi. Ma un intrigante notajo, ser Giovanni Cambi, che ci lasciò la storia di una rivoluzione di cui fu principale agente, si rese padrone del suo spirito, e lo determinò ad approfittare delle circostanze per innalzarsi alla tirannide. Gli fece credere che s'egli non attaccava verrebbe attaccato in breve, e s'incaricò di tutte le negoziazioni e di tutti gl'intrighi che lo dovevano condurre allo scopo. Guinigi cominciò coll'abjurare il partito guelfo, e l'alleanza de' Fiorentini, onde chiedere soccorso a Giovanni Galeazzo, il sostenitore di tutti gli usurpatori; ed il duca ordinò al governatore di Pisa di secondare il Guinigi con tutte le forze di cui poteva disporre[609].

Il gonfaloniere e gli anziani, che la sorte aveva designati per governare Lucca nei mesi di settembre e di ottobre del 1400, erano creature della casa Guinigi, onde gli permisero di corrompere i soldati, di introdurre contadini in città, di occupare con gente armata il palazzo e le strade vicine. Nella notte del 14 ottobre, e nella susseguente mattina il gonfaloniere avendo adunati i dodici consiglieri della balìa, dichiarò loro che per la sicurezza di Lucca e della famiglia Guinigi, e pel mantenimento della libertà medesima, egli credeva necessario di nominare Paolo Guinigi capitano della città e delle milizie[610]. La balìa rigettò questa proposizione, e la ricusò egualmente il consiglio ch'era adunato; ma Paolo Guinigi era sulla piazza circondato dai soldati e dai contadini armati; il podestà erasi dichiarato per lui, ed il gonfaloniere gli rimise, in nome della repubblica, lo stendardo del popolo ed il bastone del comando[611].

La limitata autorità che fu in allora attribuita a Guinigi, non bastò a soddisfare questo nuovo signore, o piuttosto il suo intrigante consigliere. Il primo prese motivo da una trama da lui scoperta per domandare ed ottenere un assoluto potere; in principio del susseguente anno soppresse la signoria degli anziani, e si alloggiò egli stesso nel pubblico palazzo[612].

Mentre i Fiorentini vedevano con estrema inquietudine la città di Lucca staccarsi dalla loro alleanza, e l'usurpatore, che l'aveva fatta serva, cercare l'appoggio del tiranno di Lombardia, venivano informati che quest'ultimo, ossia il governatore che aveva mandato a Perugia, erasi per sorpresa impadronito della città d'Assisi[613]. Di già la guerra pareva inevitabile, quando il solo generale in cui avessero piena confidenza, messer Broglio, morì di peste il 15 luglio ad Empoli[614]. La loro città era pure travagliata dallo stesso flagello; ma mentre vi spargeva lo spavento, sorprendeva ancora taluno de' loro nemici. Uguccione di Casale, signore di Cortona, morì quando si apparecchiava a lasciare l'alleanza della repubblica per accettare quella del Visconti, e suo figlio Francesco che gli successe, rimase fedele ai Fiorentini. Nello stesso tempo morì Roberto conte di Popi; egli aveva sempre fatto la guerra ai Fiorentini, ed era l'alleato di tutti i loro nemici; ma morendo supplicò la repubblica ad accettare la tutela de' suoi figli. La signoria accolse la sua domanda ed amministrò la tutela di questo nemico con non minor prudenza che generosità[615].

In novembre di quest'anno, si scoprì in Firenze una cospirazione, nella quale i Ricci, gli Alberti, alcuni Adimari, Strozzi e Medici erano entrati per ricuperare la loro antica parte al governo. Alcuni de' congiurati avevano trattato, senza saputa degli altri, col duca di Milano, l'anima di tutte le congiure d'Italia; ed i movimenti che si osservarono nelle sue truppe a Siena ed a Pisa, convinsero, ch'egli solo avrebbe raccolti tutti i frutti della cospirazione, se ella non veniva scoperta. I più colpevoli de' suoi capi perirono sul patibolo[616]. Ma non era per anco passato lo spavento cagionato da questa trama, che una nuova rivoluzione privò di libertà l'ultima delle repubbliche che rimanesse attaccata al partito fiorentino.

La repubblica bolognese era da qualche tempo governata dalla fazione che portava il nome dello scacchiere, essendo stata la contraria fazione de' Maltraversi esiliata. Trovavansi alla testa della prima nel 1398 due cittadini dotati di sommi talenti, e che godevano grandissima riputazione, Nanne Gozzadini e Carlo Zambeccari. Ambiziosi ambidue volevano elevarsi oltre il grado che si conviene a cittadini d'uno stato libero, e pensarono di formarsi un partito separato, per soppiantarsi vicendevolmente, ed occupare la sovranità. Il Gozzadini sceglieva i suoi partigiani nella fazione dominante, e per piacer loro perseguitava o esiliava quelli della contraria parte. Lo Zambeccari all'opposto assumeva la protezione degli oppressi, e colla sua dolcezza e moderazione aveva intorno a sè riuniti tutti coloro ch'erano affezionati al partito Maltraversa[617]. Il 6 maggio 1398 fece prendere le armi al popolo, e costrinse il senato ad accordare un'amnistia generale, ed a richiamare tutti i fuorusciti[618]. Quest'atto di clemenza accrebbe molto il credito dello Zambeccari, e la sua pubblica riconciliazione coi Gozzadini che tenne dietro a quest'avvenimento, pareva promettere un nuovo periodo di prosperità alla repubblica di Bologna.

Ma, sebbene questa pacificazione fosse stata consolidata da matrimonj tra le due famiglie, Nanne Gozzadini la turbò bentosto. Egli si associò Giovanni Bentivoglio, gentiluomo i cui talenti ed attività uguagliavano la smisurata ambizione, e dopo avere seco convenuto intorno ai mezzi di sollevare il popolo, impegnò Giovanni, conte di Barbiano, capitano ch'era stato lungamente al soldo dei Bolognesi, a secondarlo colla sua compagnia di ventura. I partigiani dei Gozzadini, e tutta la fazione dello scacchiere doveva prendere le armi in principio del 1399, occupare la porta della strada san Donato, per aprirla al Barbiano, ed introdurre in città i suoi soldati. Il Gozzadini s'impadronì realmente di questa porta; ma il Barbiano, ritardato da un impreveduto ostacolo, non arrivò all'ora convenuta. Carlo Zambeccari al primo allarme aveva ragunata una numerosa e determinata truppa, e gli sarebbe stato agevole cosa l'opprimere i suoi nemici; ma tostocchè questi offrirono proposizioni di pace, egli dichiarò che non verserebbe il sangue de' suoi concittadini, qualunque fosse il danno che gliene verrebbe dalla sua clemenza. Chiese che il Gozzadini ed il Bentivoglio deponessero le armi coi loro alleati, ed uscissero di città. Il primo fu relegato a Genova, l'altro a Zara, e la sedizione fu compressa senza spargimento di sangue[619].

Lo stesso partito eccitò nel medesimo anno una seconda sedizione, che venne egualmente compressa dai talenti e dal coraggio di Carlo Zambeccari. Questo cittadino acquistava ogni giorno una maggiore considerazione, ed un maggiore ascendente nella repubblica, quando la peste si manifestò in Bologna e portò la desolazione ne' consiglj. In uno stesso giorno morirono Carlo Zambeccari ed i suoi più zelanti partigiani, Obizzo Lazzari e Giacomo Griffoni. Questi due uomini soli avrebbero potuto prendere il suo luogo, e farne scordare la perdita[620]. Il partito Maltraversa, che richiamato dall'esilio dallo Zambeccari, erasi posto sotto la sua protezione, venne assai più maltrattato dalla peste che il contrario partito. Il senato si trovò bentosto costretto a richiamare dal loro esilio Nanne Gozzadini e Giovanni Bentivoglio. Questi, appena ritornati, fecero prendere le armi ai loro partigiani, attaccarono i Maltraversi, di cui uccisero un gran numero, e forzarono il senato ad esiliare quasi tutti i capi della casa Zambeccari[621].

Appena Gozzadini e Bentivoglio si videro vincenti che si divisero per cogliere i frutti della vittoria. Il Gozzadini ricercò tutti i suoi partigiani nel popolo e furono le persone della classe infima che cercò di promuovere agl'impieghi. Il Bentivoglio per lo contrario prese i nobili sotto la sua protezione, ed ottenne di farsi risguardare come loro capo. Gli storici bolognesi lo fanno discendere da un bastardo del re Enzio che morì prigioniero in questa città. Ma questa favolosa origine prova soltanto che la famiglia dei Bentivoglio non era antica, nè aveva avuta uomini che la illustrassero, poichè se ne cercava l'origine in così vicini tempi[622]. Per altro siccome al Bentivoglio non bastava l'appoggio dei nobili, si riconciliò colla vinta fazione dei Zambeccari, ed ottenne dal senato il decreto del loro richiamo[623]. Siccome non aveva altro scopo che il suo personale innalzamento, e non quello del partito, sapeva meglio che il suo avversario riunire sotto la sua condotta uomini di contrarj interessi e di opposti principj.

In tutto il 1400 i due capi di parte continuarono le loro pratiche l'uno contro l'altro senza venire alle mani. Mentre il Gozzadini confidava nel favore del popolo, il Bentivoglio, sicuro dell'amicizia dei nobili e de' Maltraversi, aveva inoltre contratta una segreta alleanza con Astorre Manfredi, signore di Faenza, che trovavasi allora in guerra coi Bolognesi; e colla sua mediazione entrò pure in trattato col duca di Milano, sempre apparecchiato a soccorrere tutti i cospiratori.

Quando il Bentivoglio ebbe tutto apparecchiato, e che si credette sicuro dell'esito con alcune prove che aveva fatte delle proprie forze, il 27 febbrajo del 1401, diede ordine a suo figlio Bente Bentivoglio di prendere le armi co' suoi partigiani e soldati, mentre egli medesimo trattenne nel palazzo pubblico Nanne e Bonifaccio Gozzadini, che vi si trovavano nello stesso tempo che il Bentivoglio. La piazza pubblica fu vivamente attaccata da Bente e valorosamente difesa da Gozzadino Gozzadini; ma rimasto gravemente ferito quest'ultimo, e molti riputati cittadini uccisi dall'una parte e dall'altra, ed il popolo mostrando alla fine di decidersi a favore dei Bentivoglio, rimasero questi padroni del campo di battaglia e del palazzo pubblico.

Giovanni Bentivoglio usò moderatamente della vittoria, rese la libertà ai Gozzadini prigionieri, offrì loro la sua amicizia, richiamò gli esuli, e dopo avere nel corso d'un mese ricompensati i suoi partigiani, accarezzati i vinti nemici ed adulato il popolo, si fece proclamare signore di Bologna, il 28 marzo 1401, da un consiglio generale di quattro mila cittadini[624].

La notizia della rivoluzione di Bologna riempì Firenze di costernazione. La lega formata contro il Visconti per la difesa della libertà italiana era disciolta. Più non rimaneva alcun popolo libero alleato della repubblica; e, ad eccezione di Francesco da Carrara, tutti i principi, de' quali aveva abbracciati gl'interessi, eransi staccati dalla sua causa. Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, che i Fiorentini avevano difeso con tanto dispendio nell'ultima guerra, erasi nel successivo anno riconciliato col Visconti, colla mediazione di Carlo Malatesta suo generale[625]. Il marchese Niccola d'Este cercava dal canto suo di assicurarsi la neutralità nella prossima guerra, e quest'anno stesso si recò a Milano per farsi amico del duca[626]. Non perciò la signoria di Firenze si scoraggiò: mandò ambasciatori a Giovanni Bentivoglio per felicitarlo intorno alla sua nuova dignità, e per persuaderlo a non abbandonare l'alleanza dei Guelfi, ch'era sempre stata utile a Bologna. Infatti il Bentivoglio, sebbene di già entrato in negoziazioni col duca, non volle farsi suo alleato, e promise di conservare la neutralità[627]. Ma la signoria, che poco contar poteva sopra di lui, stese nello stesso tempo le sue viste fuori d'Italia, e si sforzò di trarre profitto da una rivoluzione accaduta in Germania, per attirare da questa contrada in Lombardia un difensore dei diritti del popolo, un vendicatore degli oppressi.

L'autorità imperiale erasi in Germania ormai ridotta al nulla; il capo di quella confederazione era privo di mezzi costituzionali, per dirigere quel corpo composto di tanti membri indipendenti, e per mantenere la pace fra tanti rivali. Le guerre civili, e le ricompense che gli elettori avevano chieste per ogni elezione[628], avevano tutte dissipate le entrate imperiali, e tutte annullate le prerogative e le giurisdizioni che la costituzione aveva riservate ai signori abituali. Per molto tempo i Tedeschi avevano risguardata ogni concessione strappata agl'imperatori come un acquisto fatto a favore della libertà; ma in sul declinare del quattordicesimo secolo, riconoscevano alla fine che l'indebolimento della primitiva costituzione della Germania altro risultamento non aveva avuto, che continue guerre interne, o piuttosto uno stato permanente di assassinio, ed al di fuori un'estrema debolezza, che poteva diventare ruinosa all'epoca in cui i progressi dei Turchi minacciavano tutta l'Europa.

Quando i principi secolari ed ecclesiastici cominciarono a sentire le tristi conseguenze della debolezza degl'imperatori, invece di convenire che l'avevano provocata essi medesimi col loro spirito di indipendenza, ne accusarono l'incapacità del monarca ch'essi avevano spogliato; ed il carattere di Wencislao, in allora regnante, dava verosimiglianza all'accusa. Questo principe, dopo due deboli esperimenti per ristabilire la pace in Germania[629], erasi chiuso nel suo regno di Boemia, come se il rimanente dell'impero non lo riguardasse; ed ancora ne' suoi stati ereditarj la sua ghiottonerìa e la sua negligenza l'avevano reso tanto spregevole, che i suoi sudditi l'avevano tenuto due volte in prigione.

Le lagnanze ed i rimproveri de' Tedeschi consigliarono finalmente gli elettori ad adunarsi nel 1399 a Marpurgo per deporre Wencislao come incapace[630]. Essi procedettero con estrema lentezza. Il 22 marzo 1400 diedero udienza agli ambasciatori dell'imperatore; e siccome le sue giustificazioni non soddisfacevano, citarono il monarca a comparire personalmente a Rensè, l'undici agosto. Wencislao non ubbidì, ed il 20 agosto del 1400 quattro elettori lo dichiararono decaduto dalla dignità imperiale[631]; ed all'indomani elessero in sua vece Roberto, elettore palatino.

La capitolazione che imposero al nuovo monarca l'obbligava a prendersi cura degli affari d'Italia. Desideravano i principi che l'imperatore si trovasse di bel nuovo abbastanza ricco e potente per difendere la Germania; ma essi non intendevano di spogliare sè medesimi per arricchirlo. Parve loro che il migliore spediente fosse quello di riempire il tesoro imperiale a spese dell'Italia. Il commercio aveva arricchita questa contrada, mentre la Germania era rimasta povera; le entrate di Firenze, di Venezia, di Genova, o di Bologna superavano quelle dei duchi d'Austria o di Baviera, e le ricchezze di Giovanni Galeazzo sorpassavano quelle di tutto l'impero. Credevano i Tedeschi questa sproporzione ancora più grande, e risguardavano l'Italia quale inesauribile sorgente di danaro. Sarebbesi detto che l'investitura accordata da Wencislao al duca di Milano li privasse d'un'entrata esigibile, e togliesse all'impero una delle sue provincie, poi ch'essi obbligarono espressamente Roberto, il nuovo re de' Romani, ad annullare tale investitura, ed a ricondurre il milanese sotto l'immediata sovranità dell'impero. Per pagare le spese di questa guerra gli assegnarono l'entrata delle città d'Italia che occuperebbe[632].

Per soddisfare alle condizioni imposte, Roberto aveva spediti ambasciatori in Italia per notificarvi la sua elezione. Questi ambasciatori giunsero a Firenze il 30 gennajo del 1401; chiesero che la repubblica accordasse la sua amicizia all'eletto imperatore e lo ajutasse a farsi riconoscere dal papa. Infatti i Fiorentini nominarono deputati per accompagnare a Roma gli ambasciatori dell'imperatore; ma nè le loro istanze, nè quelle di Francesco da Carrara[633], non persuasero Bonifacio IX ad esporsi alla collera del duca di Milano.

I Fiorentini trovavansi ancora in pace con questo duca, se pure può darsi il nome di pace ad uno stato di diffidenza, e di vicendevoli ingiurie. Ogni giorno vedevansi sviluppare nuove trame formate dal Visconti. In agosto di quest'anno Riccardo Cancellieri coi suoi partigiani tentò di dare Pistoja in mano al duca di Milano. I Panciatichi, da più secoli rivali della sua famiglia, lo prevennero e lo cacciarono fuori di città, ma egli sorprese il castello della Sambuca, e di là continuò per tre anni una guerra da pirata nel territorio di Pistoja; la quale non si terminò che colla soppressione di tutti i privilegj di Pistoja, e coll'intera unione di questa città allo stato fiorentino[634].

Dopo tante offese i Fiorentini più non dovevano avere rispetti per il duca di Milano. Roberto loro scriveva dal canto suo di volere caldamente agire contro il Visconti che aveva cercato di farlo avvelenare dal suo medico[635]. Prometteva di condurre in Italia sufficenti forze per togliere al Visconti tutti gli stati che aveva usurpati. Francesco da Carrara doveva aprirgli l'ingresso della Lombardia, ed i Fiorentini pagargli nel mese di ottobre duecento mila fiorini per le spese della guerra, ed un'eguale somma sei mesi più tardi, quando si troverebbe di già nel territorio del duca di Milano[636].

La guerra d'Italia dovendo farsi a nome della nazione germanica, ed in forza di un decreto del collegio elettorale, Roberto ordinò all'armata dell'impero di adunarsi a Trento. A seconda delle costituzioni avrebbe dovuto ammontare a trenta mila cavalli, ma non se ne trovarono a Trento quindici mila[637]. Roberto, preso il comando dei Bavari, ch'erano tre mila, affidò a Francesco da Carrara gl'Italiani emigrati di Lombardia, lasciando le truppe dell'impero sotto gli ordini del burgravio di Norimberga, e del duca Leopoldo d'Austria[638]. Prima di porsi in cammino, Roberto aveva intimato a Giovanni Galeazzo di evacuare tutte le città dell'impero che ingiustamente occupava, cui il Visconti rispose d'esserne stato investito dal legittimo imperatore Wencislao, e che non si lascerebbe spogliare da un usurpatore[639].

Gli apparecchi che il duca aveva fatti per difendersi erano proporzionati all'importanza della guerra. Aveva levata una straordinaria contribuzione di seicento mila fiorini ne' suoi stati, ed aveva posto ai confini un esercito di tredici mila cinquecento corazze, o dodici mila fanti[640]. Era quest'armata comandata da Giacomo del Verme di Verona, ed era quasi tutta formata di soli soldati italiani. Trovavansi sotto di lui quasi tutti i capitani che da circa vent'anni eransi resi famosi nelle guerre d'Italia. Il conte Alberico di Barbiano, Facino Cane, Ottobon Terzo di Parma, Galeazzo di Mantova, Taddeo del Verme, Galeazzo ed Antonio Porro di Milano, il marchese di Monferrato, Carlo Malatesta di Rimini, ed altri. Tutti questi capitani avevano più volte comandate intere armate; ognuno di loro aveva un corpo di truppe separato ch'erasi volontariamente attaccato alla di lui fortuna, e che dipendeva da lui solo[641].

Da lungo tempo le truppe italiane più non avevano combattuto contro armate tedesche; ma gl'Italiani come i Tedeschi, rammentando le vittorie delle antiche compagnie avventuriere, non dubitavano della superiorità degli oltramontani. I Fiorentini menavano di già trionfo, quando Roberto entrò il 21 di ottobre sul territorio di Brescia, ed il duca di Milano, per evitare una disfatta, aveva ordinato ai suoi generali di chiudersi nelle città fortificate.

Ma Giacomo del Verme ed i suoi capitani avevano una più adequata opinione del proprio valore, e delle loro truppe. Dopo avere assaggiato il nemico in alcune scaramucce, ed avere così renduta ai soldati italiani la sicurezza che dovevano avere, Giacomo del Verme uscì di Brescia il terzo giorno ed attaccò il primo l'armata imperiale. La Germania e l'Italia impararono con eguale sorpresa dall'esito di questa battaglia a conoscere la superiorità della cavalleria italiana. I Tedeschi non avevano altrimenti perfezionata la loro armatura o la loro tattica nel corso dell'ultimo secolo, ed i freni e le briglie erano troppo deboli perchè potessero signoreggiare il loro cavallo nel calore della pugna. Per lo contrario gl'Italiani, dopo che avevano riaperta la carriera militare, avevano fatto uso del loro ingegno inventore e della loro industria per rendere più forte l'armatura, per avvezzarsi a più rapide evoluzioni, per rendere più docili i cavalli e perfezionarne il movimento[642]. Il primo incontro tra le due armate decise della vittoria; il burgravio di Norimberga, opposto al marchese di Monferrato, fu rovesciato da cavallo; il duca Leopoldo d'Austria, che combatteva contro Carlo Malatesta, fu fatto prigioniere; e l'armata imperiale sarebbe stata tutta disfatta, se Giacomo da Carrara non ne proteggeva la ritirata con un corpo di cavalleria italiana che serviva sotto l'imperatore[643].

Tale rotta scoraggiò affatto gl'imperiali, perchè non potevano ascriverla nè ad inferiorità di numero, nè a sorpresa, nè a svantaggio di terreno, nè a militare astuzia. Leopoldo d'Austria, fatto prigioniero, non fu sordo alle proposizioni di Giovanni Galeazzo; venne rilasciato il terzo giorno, ma per seminare nel campo imperiale il sospetto e la diffidenza. Dichiarò ben tosto, e lo stesso fece l'arcivescovo di Colonia, di voler tornare in Germania. Le istanze dell'imperatore e degli ambasciatori fiorentini non valsero a ritenerli; e dopo la loro partenza Roberto medesimo si trovò così debole, che ritirossi verso Trento[644].

Per altro l'imperatore non sapeva risolversi a rivedere la Germania senza vendicarsi della ricevuta rotta; non voleva pure rinunciare del tutto ai sussidj dei Fiorentini, de' quali non aveva avuta che la più piccola parte. Il 6 di novembre tornò dunque a dietro, ed entrò in Padova con quattro mila cavalli; perciocchè era stato costretto a licenziare le truppe dell'impero che avevano chiesto il loro congedo, e non rimanevagli danaro per pagare la piccola armata che non abbandonò le sue insegne. Perciò entrando in Padova, chiese avanti ogni altra cosa se erano giunti in questa città ambasciatori fiorentini che potessero sovvenirgli alcuni sussidj[645].

Gli ambasciatori ch'egli aspettava con tanta impazienza arrivarono poco dopo, ma non disposti a prestarsi a tutti i suoi desiderj. Erano già stati pagati all'imperatore cento dieci mila fiorini a conto de' promessi sussidj, ed i Fiorentini si lagnavano ch'egli non aveva dal canto suo soddisfatte le condizioni del trattato. Non aveva, essi dicevano, condotto abbastanza gente per assalire il Visconti, ed inoltre non aveva mostrata la debita perseveranza. Non era già per trattenersi tre giorni nel territorio del duca di Milano e per licenziare in appresso l'armata, che il collegio degli elettori lo aveva invitato a scendere in Italia; nè la repubblica gli aveva per così piccola cosa aperti i suoi tesori. Firenze non gli rimproverava una disfatta, essendo ogni generale esposto agl'infortunj della guerra; ma gli rinfacciava il congedo accordato alle truppe dell'impero, quando poteva ancora tenere la campagna. Non pertanto offrivano gli ambasciatori di pagare i novanta mila fiorini, ch'essi ancora gli dovevano, purchè guarantisse d'impiegargli nel fare la guerra al Visconti[646].

Siccome si accusavano vicendevolmente di aver male osservato il trattato, l'imperatore ed i Fiorentini lasciarono la cosa in arbitrio de' Veneziani; e Roberto passò a Venezia, ove fu ricevuto con molta magnificenza. Il senato di Venezia vedeva con estrema inquietudine l'ingrandimento di Giovanni Galeazzo, e senza osare di dichiararsi apertamente contro di lui, favoriva i suoi nemici il meglio che poteva. Non pertanto la signoria sperava di aver celate al duca le sue pratiche, ed evitata la sua collera, perchè questi dissimulava il suo risentimento, e non ne faceva lagnanza. Scordavano i Veneziani che il Visconti divideva sempre i suol nemici prima di combatterli. Il doge ed il suo consiglio cercarono di riconciliare l'imperatore coi Fiorentini; esortarono il primo a mettersi in campagna, i secondi a somministrare il danaro, rifiutando essi di nulla fare, quasi che non si trattasse della loro libertà e di quella dell'Italia. Durante queste negoziazioni l'armata di Roberto andava ogni giorno diminuendo, ed il suo indebolimento scoraggiava gli ambasciatori fiorentini. Il trattato stava per rompersi, e l'imperatore era già apparecchiato a tornare in Germania, ma fu trattenuto; i Fiorentini pagarono sessantacinque mila fiorini a conto, ed egli promise di mantenere il suo quartiere generale in Padova, e di ricominciare in primavera la guerra con maggior vigore[647].

Ma le sue forze non erano più temute, e Giovanni Galeazzo invece di pensare a dividere i suoi nemici, non temette di provocarne un nuovo. Dichiarò la guerra a Giovanni Bentivoglio, ed in dicembre spedì contro di lui Alberico da Barbiano, personale nemico del signore di Bologna. Mentre il Bentivoglio si adoperava per giugnere alla signoria, aveva promesso al Visconti di cedergli poi la sovranità di Bologna per un convenuto prezzo; ma quando si trovò in possesso della medesima più non pensò a cederla[648]. Alberico adunò tutti i nemici del Bentivoglio e gli emigrati bolognesi ne' suoi castelli di Barbiano e di Luco in Romagna. Col loro ajuto occupò in principio del 1402 molti castelli in su quel confine; ma una malattia fermò le sue conquiste, e diede opportunità al Bentivoglio di sorprendere il suo campo con una compagnia di corazzieri fiorentini, e di ricuperare i castelli che aveva perduti[649].

Intanto Luigi, duca di Baviera, ed il vescovo di Spira erano passati a Firenze come ambasciatori di Roberto. Questi, vedendo il suo onore compromesso, desiderava la continuazione della guerra, ma trovavasi privo di mezzi; e se la repubblica non provvedeva sola a tutte le spese della sua armata, gli era impossibile il mantenerla[650]. I dieci della guerra a Firenze opinarono, che quando Roberto altro non doveva essere che il generale delle loro truppe, ogni altro capitano costerebbe alla repubblica meno di un imperatore, e le sarebbe più subordinato. Risposero adunque di essere apparecchiati ad eseguire il loro trattato di sussidj, purchè Roberto adempisse dal canto suo ai suoi obblighi, e ricusarono di fare ulteriori sagrificj[651]. L'imperatore, dopo il ritorno de' suoi deputati, rinunciò finalmente alla sua spedizione, ed il 15 aprile prese la strada della Germania[652].

Giovanni Galeazzo attaccando il Bentivoglio l'aveva sforzato a gettarsi tra le braccia dei Fiorentini; era stata fra loro stipulata il 20 marzo 1402 una stretta alleanza[653]; ed ancora prima la repubblica aveva di già mandato nello stato di Bologna Bernardone, suo generale, colla maggior parte de' suoi corazzieri. Giacomo del Verme vi entrò nel mese di maggio con sei mila cavalli e guastò tutte le campagne. Subito dopo una seconda armata, sotto gli ordini di Alberico da Barbiano, venne ad accamparsi a tre miglia dalla città. Bernardone, che aveva da prima tracciato il suo campo a Casalecchio, voleva ritirarsi innanzi a forze superiori, e chiudersi in Bologna, persuaso che il Barbiano non sarebbe per intraprendere l'assedio di questa città. Ma Giovanni Bentivoglio, con una presunzione non giustificata da veruna gloria militare, volle arrischiare una battaglia. Bernardone, che gli era subordinato, scrisse a Firenze per rappresentare la pericolosa sua situazione, ne, ed aspettando riscontro, fortificò, come seppe meglio, il suo campo di Casalecchio[654]. Il 26 giugno venne attaccato da Alberico; i Bolognesi, che detestavano il giogo del Bentivoglio, rifiutarono di combattere[655], e malgrado la vigorosa resistenza de' corazzieri il campo fiorentino, fu forzato, Bernardone fatto prigioniere, come pure due figliuoli di Francesco da Carrara, e la più parte de' suoi cavalieri[656].

Giovanni Bentivoglio era fuggito in Bologna, e sperava ancora di poter difendere la sua capitale; ma il suo emulo Nanne dei Gozzadini trovavasi nel campo nemico con tutti gli emigrati bolognesi. Giovanni Galeazzo aveva loro promesso di ripristinare la repubblica, e tale speranza aveva loro procurati in città molti partigiani. Nella notte successiva alla battaglia, si attrupparono, gridando: viva il popolo, muoja il Bentivoglio! Questi li battè coraggiosamente nelle strade, ove ebbe uccisi sotto di lui due cavalli. In questo tempo altri insorgenti aprirono ai Milanesi la porta chiamata Saragossa. Il Bentivoglio li si fece loro incontro, e cercò di difendere il passo coi soldati che gli erano rimasti; ma perchè più non aveva che un pugno di gente, fu fatto prigioniere, e due giorni dopo ucciso per ordine di Alberico da Barbiano[657]. Bardo Rittafè, uno de' due ambasciatori fiorentini, che trovavansi in Bologna, morì per le riportate ferite. L'altro, Niccola d'Uzzano, fu fatto prigioniere con molti suoi compatriotti: era in allora uno dei dieci della guerra, e dei principali capi dello stato[658].

Il duca di Milano aveva promesso al Gozzadini di rimettere Bologna in libertà, ed infatti permise che si eleggessero di nuovo gli anziani, e che tutti gli ordini si dessero a nome della repubblica; ma all'indomani la sua cavalleria corse le strade per prendere possesso della città; un nobile bolognese, Jacopo Isolani[659], propose la signoria al duca di Milano; il simulacro della repubblica fu atterrato, e Nanne de' Gozzadini forzato di nuovo ad emigrare[660].

Dopo la conquista di Bologna Giovanni Galeazzo piuttosto che spingere immediatamente le sue armate nel territorio fiorentino, pensò di ruinare il commercio di questa repubblica, togliendole ogni comunicazione col mare e cogli altri stati dell'Italia. I Fiorentini più non erano ammessi ne' porti di Pisa e del Sienese, ed erano ridotti a quello di Motrone presso di Pietra Santa in Lunigiana[661]. Di là per passare a Firenze la strada attraversa una parte dello stato di Lucca. Giovanni Galeazzo mandò ottocento cavalli in Val di Serchio, per togliere questo solo passaggio ai mercanti fiorentini[662]. In pari tempo Riccardo Cancellieri, padrone del castello della Sambuca, infestava tutto il territorio di Pistoja colle sue scorrerie, e nuovi tentativi eransi fatti per sorprendere Samminiato; gli Ubaldini avevano fatto ribellare parte delle montagne, e minacciavano Firenzuola[663]. Da ogni parte la guerra si avvicinava al territorio fiorentino. Da dieci anni in poi questa repubblica sosteneva una lotta disuguale contro il duca di Milano; ella trovavasi spossata dalle crescenti spese, e da una continuazione di rovesci; altro alleato più non restavale che il signore di Padova, questi ancora aveva bisogno d'essere soccorso, anzicchè poter dare ajuto altrui. L'imperatore era stato costretto a ritirarsi; il papa, senza credito e senza forze, sopportava in silenzio gli oltraggi che ricevuti avea da Giovanni Galeazzo, e non voleva provocare il suo sdegno. Venezia, acciecandosi intorno ai pericoli che correva, ricusava di combattere per la libertà d'Italia; la Francia, malgrado la sua fresca alleanza coi Fiorentini, non le aveva dato un solo soldato; Genova, Perugia, Siena, Pisa, Lucca e Bologna avevano perduta la loro libertà. Ma quando più non restava un solo difensore alla repubblica fiorentina, parve che il cielo la soccorresse. La peste manifestossi in Lombardia: Giovanni Galeazzo per evitarla, lasciò Pavia, e venne a chiudersi in Marignano, ove suo zio Barnabò erasi rifugiato in altra simile circostanza. Ma il contagio lo attaccò. Era di già infermo quando apparve in cielo una cometa, onde il Visconti, dedito com'egli era all'astrologia, più non dubitò che questo fenomeno non fosse il sicuro annunzio della sua morte. «Ringrazio Dio, egli disse, d'aver voluto che si mostrasse in cielo agli occhi di tutti gli uomini un segno della mia chiamata[664].» L'evento giustificò il presagio; il duca di Milano morì il 3 settembre del 1402, e l'equilibrio d'Italia ch'egli aveva quasi rovesciato, si ristabilì da sè stesso[665].

FINE DEL TOMO VII.

[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO VII.]

Capitolo XLVIII. Pontefici d'Avignone. — Urbano V vuole ricondurre la santa sede in Roma. — Seconda spedizione di Carlo IV in Italia; è cagione in Pisa della rovina di Giovanni Agnello, ed in Siena di quella dei dodici. — Viene scacciato da quest'ultima città. — Rende la libertà a Lucca. 1365-1369 [pag. 3]
1362 12 settembre. Morte d'Innocenzo VI. Gli succede Urbano V [3]
1305-1365 Corruzione della corte pontificia in Avignone [5]
Gl'Italiani meno superstiziosi degli altri popoli [6]
I Visconti, i tiranni di Romagna ed i Siciliani disprezzano le scomuniche [8]
Propagamento della filosofia d'Aristotile e di Averroe [9]
La religione renduta un mezzo affatto umano di governo [10]
Indipendenza spirituale dei papi quand'erano perseguitati [12]
L'indipendenza de' papi diventati sovrani fu vantaggiosa ai popoli [13]
1305-1365 Apostrofe di Frate Andrea d'Antiochia a Filippo di Valois [14]
L'assoggettamento dei papi alla corte di Francia eccita le lagnanze di tutta la cristianità [16]
In tempo delle guerre civili i papi non sono sicuri in Avignone [17]
Urbano V dichiara di voler ricondurre la santa sede a Roma [18]
Vani sforzi di questo papa per mettere in movimento una nuova crociata [19]
Vuol pure distruggere le compagnie di ventura che devastavano l'Italia [19]
1366 Preparativi del cardinale Albornoz per ricevere il papa [20]
1367 30 aprile. Urbano V parte da Avignone per Roma [21]
Passa a Genova; guerre civili di questa repubblica [21]
4 giugno. Sbarca a Corneto, ed i Romani lo riconoscono per loro signore [22]
4 agosto. Morte d'Albornoz, suo carattere, suoi servigi [24]
Formidabile lega contro i Visconti tra il papa, l'imperatore, il re d'Ungheria ed i signori di Padova, Ferrara e Milano [25]
1368 Maggio. Galeazzo Visconti fa sposare sua figlia a Lionello, figlio del re d'Inghilterra [26]
1368 5 maggio. Ingresso di Carlo IV in Italia con una forte armata [27]
Tratta coi Visconti e congeda la sua armata [28]
S'avanza verso la Toscana e tratta coi Lucchesi [29]
5 settembre. Nel suo ingresso in Lucca, il signore di Pisa, Giovanni Agnello, si rompe una coscia, e quest'accidente fa ribellare i Pisani [30]
Carlo IV vuole approfittare delle turbolenze di Siena [32]
1355-1368 Governo tirannico dei dodici di Siena [32]
2 settembre. I dodici ingannati dai nobili, ch'essi eccitavano a prendere le armi gli uni contro gli altri [33]
Carlo IV manda Malatesta Unghero per essere suo vicario a Siena [35]
Sedizione del popolo; nuova forma data al governo di Siena [36]
L'imperatore contrasta ai Fiorentini il possesso delle terre dell'impero [37]
Passa a Roma, e dà al papa molte testimonianze di rispetto [38]
22 dicembre. Nuove turbolenze in Siena in occasione del ritorno dell'imperatore [39]
1369 18 gennajo. Carlo IV vuole adoperare la forza contro i Sienesi [40]
Le sue truppe sono battute, ed egli resta a discrezione del popolo [41]
Spavento ed umiliazione dell'imperatore [43]
Fine delle turbolenze di Siena dopo la ritirata dell'imperatore [45]
Carlo IV non ardisce entrare in Pisa, trovandosi questa città in armi [45]
24 febbrajo. I Gambacorti richiamati a Pisa [47]
Moderazione di Pietro Gambacorti che diventa capo della repubblica [48]
I Raspanti ed i Tedeschi scacciati dalla porta dei Lioni [50]
L'imperatore vende la pace ai Fiorentini ed ai Pisani [51]
6 aprile. Rende ai Lucchesi la libertà per duecento mila fiorini [52]
6 giugno. Accorda ai Lucchesi nuovi privilegi [53]
5 luglio. Parte alla volta della Germania [54]
1370 Aprile. I Lucchesi, avendo pagate le contribuzioni promesse all'imperatore, ricuperano la libertà [55]
1314-1370 Bella costanza de' Lucchesi durante la loro servitù [55]
1370 Nuova organizzazione data alla loro repubblica [56]
Spianano la fortezza, ed istituiscono una festa in memoria della ricuperata libertà [57]
Capitolo XLIX. Intraprese di Barnabò sopra la Toscana. — Gregorio XI attacca i Visconti; tenta di sorprendere la repubblica di Firenze sua alleata; i Fiorentini dichiarano la guerra al papa, e fanno ribellare tutte le città dello stato ecclesiastico. 1369-1378 [59]
1369 Giovanni Paleologo imperatore d'Oriente a Roma, ai piedi del papa [60]
1370 23 novembre. La città di Perugia sottomessa alla santa sede [61]
1369 Samminiato si pone sotto la protezione di Barnabò [63]
1370 3 gennajo. Samminiato assediato e preso dai Fiorentini [64]
1369 Il papa scomunica Barnabò, il quale fa mangiare ai legati le bolle di scomunica [64]
1370 Urbano V torna di settembre in Avignone, e vi muore il 19 di dicembre [66]
20 maggio. Tentativo di Giovanni Acuto per sorprendere Pisa colla scalata [66]
1370 Firenze fa la pace con Barnabò dietro la notizia della morte del papa [68]
Discordia in Firenze tra gli Albizzi ed i Ricci [69]
1371 I capi di queste due famiglie esclusi per cinque anni dal governo [72]
1370 31 dicembre. Gregorio XI, nipote di Clemente VI, succede ad Urbano V [72]
1371 Barnabò riprende la guerra contro la Chiesa [73]
I Fiorentini diffidano del papa, e ricusano la di lui alleanza [74]
1372-1373 Guerra de' Visconti colla Chiesa [75]
1374 6 giugno. Tregua d'un anno conchiusa tra le potenze [77]
Il legato di Bologna vuole approfittarne per sorprendere i Fiorentini [77]
Ambizione ed avarizia de' legati francesi della corte di Avignone [79]
1375 24 giugno. Giovanni Acuto entra in Toscana per bruciare le messi [79]
Il legato protesta di non avere mandato l'Acuto contro i Fiorentini [80]
I Fiorentini comprano la ritirata d'Acuto [82]
Il legato di Perugia rende più odioso il governo della Chiesa [83]
1375 I Fiorentini risolvono di muover guerra alla Chiesa [84]
Lega colle repubbliche di Siena, Lucca, Arezzo e Pisa [85]
Lo stendardo della libertà mandato ai sudditi della Chiesa [87]
Ribellione generale negli stati della Chiesa [86]
1376 5 febbrajo. I Fiorentini citati al concistoro vengono difesi da Tomaso Barbadori [88]
Condanna de' Fiorentini; protesta del Barbadori [90]
I Fiorentini cercano di sollevare Bologna contro il papa [91]
19 marzo. Rivoluzione di Bologna eseguita da Taddeo degli Azzoguidi [92]
20 marzo. La repubblica di Bologna ricupera la libertà [93]
1376 29 marzo. Gli abitanti di Faenza uccisi dall'armata della Chiesa [94]
La compagnia de' Bretoni viene assoldata dalla Chiesa [96]
Roberto di Ginevra coi Brettoni attacca Bologna, difesa da Rodolfo di Camerino [98]
Feroci minacce di Roberto di Ginevra [99]
1377 1.º febbrajo. Gli abitanti di Cesena uccisi per ordine di Roberto, cardinale di Ginevra [101]
1377 La repubblica romana alleata dei Fiorentini [102]
Lettera degli otto della guerra ai banderali di Roma [103]
17 gennajo. Gregorio XI torna a Roma ma non vi esercita la sovranità [106]
Giovanni Acuto passa al servigio de' Fiorentini, mentre che Rodolfo di Camerino gli abbandona [107]
Negoziazioni di pace cominciate senza buon successo da S. Catarina da Siena [109]
I Fiorentini disprezzano l'interdetto, e fanno riaprire tutte le chiese [111]
Agosto. I Bolognesi si staccano dalla lega, e fanno separata pace col papa [112]
1378 Si apre in Sarzana un congresso per la pace [113]
27 marzo. Il papa muore impensatamente di mal di pietra, ed il congresso si scioglie [114]
Capitolo L. Grande scisma d'occidente. Congiura de' Ciompi in Firenze. — La regina Giovanna spogliata del regno da Carlo di Durazzo. 1378-1381 [116]
La morte di Gregorio XI cambia il sistema della politica d'Italia [116]
1378 7 aprile. Quali cardinali entrarono in conclave [118]
1378 Due fazioni contrarie nel conclave; i Limosini ed i Francesi [121]
Il popolo di Roma domanda un papa romano [122]
Deputazione dei banderali al conclave per chiedere un papa romano [123]
Il cardinale Pietro Corsini loro risponde con fermezza [125]
I Limosini risolvono di eleggere una delle loro creature, l'arcivescovo di Bari [126]
Il cardinale di Limoges propone in conclave l'arcivescovo di Bari [128]
8 aprile. Viene eletto a maggiorità di suffragi [128]
I cardinali non osano annunziare tale elezione al popolo [129]
9 aprile. L'elezione del papa partecipata ai banderali ed al popolo [131]
L'arcivescovo di Bari accetta l'elezione, e prende il nome di Urbano VI [132]
Legalità di tale elezione [133]
Carattere di Urbano VI, sua imprudenza, suo orgoglio e suo impetuoso carattere [134]
I cardinali ricusano di abbandonare Anagni per recarsi a Tivoli, ove il papa vuol villeggiare nell'estate [136]
1378 Tutti i malcontenti si uniscono ai cardinali, e la compagnia de' Bretoni entra ai loro servigi [137]
I cardinali pensano di dare un coadjutore al papa [138]
9 agosto. Dichiarano vacante la santa sede ed illegale l'elezione di Urbano VI [139]
20 settembre. I cardinali francesi eleggono papa Roberto di Ginevra, che prende il nome di Clemente VII [140]
Urbano VI soscrive la pace colla repubblica fiorentina [141]
La più violenta di tutte le rivoluzioni di Firenze scoppia nello stesso tempo che lo scisma della Chiesa [143]
1372-1378 Contesa tra i Ricci e gli Albizzi [144]
1378 Il partito degli Albizzi pensa a scacciare colle armi i suoi nemici dalla città [145]
Maggio. Salvestro dei Medici, eletto gonfaloniere, riunisce il partito che avevano formato i Ricci [146]
Salvestro si appella al popolo dell'opposizione del collegio [147]
Benedetto Alberti chiama il popolo alle armi [148]
Una legge favorevole ai Ghibellini ed ai plebei viene accettata forzatamente [149]
1378 I corpi de' mestieri si adunano per chiedere nuove riforme delle leggi [150]
Opposizione tra le arti maggiori e le minori [151]
Le case dei capi del partito degli Albizzi sono svaligiate e bruciate [153]
Nuove concessioni accordate al popolo dal governo [154]
1.º luglio. Luigi Guicciardini nuovo gonfaloniere [154]
Nuove pretese del partito ghibellino e de' plebei [155]
Discorso di Luigi Guicciardini per calmare il popolo [156]
Movimenti sediziosi della più infima classe dei cittadini, i Ciompi [158]
Alcuni delinquenti gl'incoraggiano al saccheggio [159]
La signoria fa arrestare Simoncino Buggiggatti, capo dei sediziosi [161]
21 luglio. I Ciompi prendono le armi per liberarlo, o vendicarlo [162]
S'impadroniscono del gonfalone di giustizia, e bruciano molte case [163]
Armano diversi cittadini cavalieri [164]
Loro smoderate pretese [165]
Tutte le loro domande accordate dai consigli [167]
1378 I priori spaventati fuggono dal palazzo [168]
Michele di Lando, cardatore di lana, tiene il gonfalone di giustizia [169]
Viene dal popolo proclamato gonfaloniere [169]
Dimette tutti gli antichi magistrati e muta la costituzione [170]
Il popolo, scontento di Michele di Lando, si aduna a santa Maria Novella [171]
Michele di Lando ferisce i deputati che gli sono mandati, e li fa porre in catene [172]
Michele di Lando si apparecchia a resistere ai Ciompi [173]
Combatte contro di loro nella pubblica piazza, e li rompe [173]
Il partito degli Alberti e dei Medici raccoglie i frutti della rivoluzione [175]
Rivoluzioni in altre parti d'Italia: Galeazzo Visconti muore il 4 di agosto [175]
29 novembre. Morte di Carlo IV a Praga. Gli succede il figliuolo Wencislao [176]
1379 Una sollevazione in Napoli sforza Clemente VII ad abbandonare l'Italia [177]
Carlo di Durazzo, erede naturale di Giovanni di Napoli, allevato in Ungheria [178]
1379 Urbano VI persuade Carlo ad attaccare Giovanna [179]
Negoziati di Carlo di Durazzo colla repubblica fiorentina [179]
Congiure contro la repubblica, nelle quali prendono parte i generali di Carlo [180]
I capi del partito degli Albizzi arrestati e tradotti in giudizio [181]
I giudici non trovano motivi per condannarli [181]
Il popolo furibondo domanda il loro supplicio [182]
Gl'imputati si accusano essi medesimi preferendo il supplicio ai furori del popolo; sono decapitati [184]
1380 Urbano VI dichiara deposta la regina Giovanna [186]
29 giugno. Giovanna adotta Luigi d'Angiò per suo figlio e successore [187]
Giannuzzo di Salerno attraversa la Toscana coll'armata di Carlo di Durazzo [188]
14 settembre. Arezzo vien dato a Carlo di Durazzo [189]
1381 Carlo di Durazzo riceve dal papa l'investitura di Napoli, e prende il nome di Carlo III [189]
Estrema debolezza della regina e del suo partito [190]
16 luglio. Carlo III entra in Napoli senza aver combattuto [192]
1381 20 agosto. La regina è costretta d'arrendersi al nipote [192]
1382 12 maggio. Questi la fa morire soffocata sotto un letto di piume [193]
Inquietudine dei Fiorentini per l'innalzamento di Carlo [193]
Arroganza di Giorgio Scali e di Tomaso Strozzi [195]
Benedetto Alberti si dichiara contro di loro [196]
13 gennajo. Sedizione eccitata dallo Scali e dallo Strozzi per liberare un loro cliente [197]
Irritamento del popolo. Giorgio Scali perisce sul patibolo [198]
21 gennajo. Trionfo delle arti maggiori e del partito guelfo sopra il popolo [199]
1382-1387 Rigore del nuovo governo. Esilia Michele di Lando [200]
Benedetto Alberti, esiliato, muore a Rodi [201]
1374 18 luglio. Morte del Petrarca [203]
1375 21 dicembre. Morte del Boccaccio [203]
Coluccio Salutati e Leonardo Bruno detto l'Aretino [204]
Capitolo LI. Affari dell'Oriente. — Guerra di Genova in Cipro. — Quarta guerra tra Venezia e Genova; presa e ripresa di Chiozza; pace di Torino. 1372-1381 [205]
Le repubbliche marittime isolate dell'Italia non si occupano che del Levante [205]
1355-1391 Tutte le greche province dell'Asia conquistate dai Turchi [207]
Giovanni Paleologo fa abbacinare il figlio ed il nipote [208]
I Genovesi di Galata si fanno protettori de' principi abbacinati [209]
I principi promettono Tenedo ai Genovesi; il loro padre cede la stessa isola ai Veneziani [210]
1372 Rivalità dei Genovesi e dei Veneziani in Cipro [212]
Uccisione dei Genovesi fatta dai Ciprioti [213]
1373 Vittorie e moderazione di Damiano Cataneo in Cipro [213]
10 ottobre. L'isola di Cipro conquistata da' Genovesi, e renduta feudataria [214]
Alleanza del re di Cipro con Barnabò Visconti per vendicarsi dei Genovesi [216]
1356-1372 Odio dei Veneziani contro Francesco da Carrara, signore di Padova [218]
1372-1373 Guerra di Francesco da Carrara contro Venezia; egli viene umiliato [218]
Alleanza di Francesco da Carrara col re d'Ungheria e coi Genovesi contro Venezia [219]
1378 Barnabò Visconti fa attaccare i Genovesi per terra [220]
Luglio. Battaglia navale d'Anzio tra Vettore Pisani e Luigi del Fiesco [222]
1378 I Genovesi attaccati a Famagosta dal re di Cipro e dai Veneziani [223]
1379 29 maggio. Vettore Pisani disfatto in faccia a Pola da Luciano Doria [225]
Fortificazioni delle lagune dalla banda del mare, dette l'Aggere o Arzere [226]
Pietro Doria, ammiraglio genovese, attacca il canale, ossia porto di Chiozza [228]
16 agosto. I Genovesi occupano Chiozza [229]
1379 Spavento de' Veneziani, domandano la pace [230]
Pietro Doria ricusa la pace ai Veneziani [231]
I Veneziani rendono la libertà a Vettore Pisani, e gli danno il comando della flotta [233]
Vantaggi di Carlo Zeno, ammiraglio de' Veneziani, in Levante [235]
Carlo Zeno viene richiamato in patria [236]
Il gran consiglio offre la nobiltà per prezzo delle volontarie contribuzioni [237]
Una nuova flotta si arma e si esercita sotto Vettor Pisani [238]
23 dicembre. Il doge Andrea Contarini attacca Chiozza [239]
1379 Il canale di Chiozza chiuso per accidente ai Genovesi [240]
Vettor Pisani blocca i Genovesi all'apertura del Brondolo [242]
Critica situazione degli assedianti e degli assediati [243]
1380 1.º gennajo. Carlo Zeno giugne colla sua flotta in soccorso della patria [244]
Vettor Pisani chiude i Genovesi nell'isola di Chiozza [245]
Modo di adoperare l'artiglieria a que' tempi [245]
22 gennajo. Pietro Doria, l'ammiraglio genovese, viene ucciso da un colpo di bombarda [246]
I Genovesi tentano di tagliar l'argine con un canale [246]
19 febbrajo. Carlo Zeno sbarca nell'isola di Chiozza, e chiude i Genovesi in città [247]
Matteo Maruffo mandato da Genova nel golfo con una nuova flotta [249]
6 giugno. Si affaccia al porto di Chiozza, ed i Veneziani ricusano la battaglia [250]
15 giugno. I Genovesi tentano di fuggire sui battelli, vengono sorpresi e bruciati i battelli [251]
21 giugno. Sono costretti di arrendersi a discrezione [252]
Conquiste di Matteo Maruffo nel golfo; morte di Vettor Pisani [253]
1381 Negoziazioni di pace senza effetto [254]
2 maggio. Treviso venduto dai Veneziani a Leopoldo d'Austria [255]
8 agosto. Pace di Torino tra i due popoli marittimi, ed i loro alleati [256]
Capitolo LII. Rivoluzioni di Genova, di Napoli, del regno d'Ungheria. — Conquiste dei Veneziani in Oriente. — Potenza di Giovan Galeazzo Visconti. — Ruina delle case della Scala e di Carrara. 1382-1388 [258]
Potenza spiegata dai Genovesi nella guerra di Chiozza [258]
Fu cagione del suo indebolimento e della sua servitù [260]
1356-1378 Nuova aristocrazia formatasi in Genova tra i plebei [260]
1363-1378 Rivalità di Gabriele Adorno e di Domenico di Campo Fregoso [261]
1378-1383 Niccola di Guarco, doge in tempo della guerra di Chiozza [262]
1383 19 marzo. Sedizione contro Niccola di Guarco; tutte le fazioni si uniscono contro di lui [264]
1384-1390 Antoniotto Adorno doge di Genova [265]
1382-1384 Guerre tra Luigi I d'Angiò e Carlo III di Durazzo per il possedimento del regno di Napoli [266]
1384 10 ottobre. Morte di Luigi d'Angiò a Biseglio nella terra di Bari [268]
1383-1385 Contese di Carlo III con Urbano VI [269]
1384 Urbano assediato dall'armata del re nel castello di Nocera [270]
1385 Fugge da Nocera e si ritira a Genova [271]
Crudeltà d'Urbano verso i suoi cardinali [273]
1382 11 settembre. Morte del re Luigi d'Ungheria, sua figlia gli succede [274]
1385 4 settembre. Carlo di Durazzo chiamato in Ungheria lascia il governo di Napoli a sua moglie Margarita [276]
1386 Febbrajo. Carlo assassinato in presenza delle due regine [277]
Rivalità di Luigi II d'Angiò e di Ladislao di Durazzo [278]
La morte di Carlo III vendicato contro le due regine d'Ungheria [279]
1387 4 giugno. I Veneziani fanno restituire la libertà a Maria regina d'Ungheria, che sposa Sigismondo, marchese di Brandeburgo [280]
Indebolimento della corona di Ungheria, nuovo re di Rascia [281]
1387 L'isola di Corfù, Durazzo, Argo e Napoli si danno ai Veneziani [282]
I Veneziani vogliono vendicarsi di Francesco da Carrara [283]
1386 Muovono contro di lui Antonio della Scala, signore di Verona [284]
25 giugno. Battaglia delle Brentelle, rotta dell'armata veronese [285]
1387 11 marzo. Battaglia di Castagnaro, ove i Veronesi vengono nuovamente disfatti [287]
Giovanni Galeazzo era succeduto, il 4 agosto 1378, a suo padre Galeazzo [288]
Il 6 maggio del 1385 aveva arrestato suo zio Barnabò, ed occupati i di lui stati [289]
19 aprile. Francesco da Carrara accetta l'alleanza di Giovanni Galeazzo Visconti [291]
18 ottobre. Verona presa da Giovanni Galeazzo. Il della Scala fugge a Venezia [292]
Giovanni Galeazzo occupa pure Vicenza, e non la cede secondo le convenzioni a Francesco Carrara [293]
1388 Giovanni Galeazzo propone la sua alleanza ai Veneziani per ispogliare il Carrara [294]
Malcontento del popolo di Padova contro il suo signore [296]
1388 Francesco da Carrara abdica la signoria a favore di suo figliuolo Francesco Novello [297]
29 giugno. Giovanni Galeazzo manda una diffida a Francesco Novello [299]
I Padovani ricusano di difendere il loro signore [300]
23 novembre. Francesco Novello cede Padova a Jacopo del Verme, e s'incammina alla corte di Giovanni Galeazzo [301]
Francesco il vecchio cede pure la fortezza di Treviso [302]
Giovanni Galeazzo non mantiene i salvacondotti dati ai Carrara e li ritiene in prigione [302]
Capitolo LIII. Rivoluzioni nelle repubbliche toscane; intrighi di Giovanni Galeazzo. — Francesco da Carrara fugge a Firenze, e persuade questa repubblica a muovere guerra al Visconti. Conduce in Italia un'armata tedesca, e ricupera la signoria di Padova. 1388-1390 [304]
Imprudenza dei Veneziani nel permettere l'ingrandimento di Giovanni Galeazzo [304]
La Chiesa non poteva più far argine alla potenza de' Visconti [305]
1389 9 novembre. Morte di Urbano VI. Gli succede Bonifacio IX [306]
Le case di Savoja, di Monferrato, dei Gonzaga e d'Este dipendenti da Giovanni Galeazzo [307]
Gli altri stati d'Europa tutti deboli e divisi [309]
Ambizione e carattere di Giovanni Galeazzo [311]
1384-1389 Gelosia delle città libere di Toscana contro i Fiorentini [312]
1384 La città d'Arezzo venduta ai Fiorentini il 17 novembre del 1384, mentre i Sienesi desideravano di conquistarla [314]
1385 L'oligarchia artigiana dei riformatori scacciata da Siena il 24 marzo 1385 [315]
1388 Turbolenze a Montepulciano, nelle quali intervengono i Fiorentini contro i Sienesi [316]
I Sienesi irritati offrono di darsi a Giovanni Galeazzo che non gli accetta [317]
Tentativi di Giovanni Galeazzo per occupare Pisa [318]
1389 Cospirano in Bologna a favore di Giovanni Galeazzo [319]
Ottobre. Trattato di pace e di alleanza conchiuso coll'intervento del Gambacorti [320]
Nuovi intrighi di Giovanni Galeazzo, suoi tentativi sopra Samminiato, Cortona e Perugia [321]
Seduce Giacomo d'Appiano confidente di Pietro Gambacorti di Pisa [322]
1389 Fuga di Francesco Novello da Carrara [323]
Giovanni Galeazzo, dopo avergli dato Cortazzone presso Asti, aveva voluto farlo assassinare [323]
Marzo. Carrara fugge colla moglie, e passa in Avignone [325]
S'incammina colla moglie lungo la riviera di Genova per entrare in Toscana [326]
Dovunque viene minacciato ed inseguito [327]
Pietro Gambacorti non ardisce riceverlo in Pisa [329]
La signoria di Firenze s'astiene con lui da ogni relazione ministeriale [330]
Va a Bologna per eccitare questa repubblica contro Giovanni Galeazzo [331]
I Fiorentini l'incaricano di condurre dalla Germania un'armata contro Giovanni Galeazzo [331]
Carrara chiede soccorsi al duca di Baviera ed al conte di Segna [333]
Si pone in cammino per andare nella Rascia e nella Bosnia, quando è richiamato dai Fiorentini [334]
1390 Giovanni Galeazzo ed i suoi alleati dichiarano la guerra a Firenze ed a Bologna [335]
1390 Apparecchi de' Fiorentini per difendersi [337]
Le armate del Visconti occupano tutte le frontiere della Toscana [339]
Francesco da Carrara si presenta alle frontiere del padovano [341]
Gli abitanti della campagna prendono per lui le armi [341]
Il 19 giugno entra in Padova pel letto della Brenta [343]
Gli si danno tutte le fortezze di Padova e del territorio [344]
I Veronesi si ribellano contro Giovanni Galeazzo, ma sono sottomessi di nuovo [344]
1.º agosto. Il duca Stefano di Baviera giugne a Padova colla sua armata [345]
Capitolo LIV. Disfatta del conte d'Armagnacco alleato dei Fiorentini. — Bella ritirata di Giovanni Acuto; pace di Genova. — Uccisione dei Gambacorti in Pisa. — Protezione accordata dai Fiorentini a Francesco di Gonzaga ed a Niccolò III d'Este. L'imperatore Wencislao accorda a Giovanni Galeazzo il titolo di duca di Milano. 1390-1395 [347]
Francesco da Carrara sorpassa l'aspettazione dei Fiorentini. Non vi corrispondono i loro alleati di Germania [348]
1390 Il duca di Baviera ricusa di agire, e torna in Germania senza combattere [349]
1390 30 ottobre. Il marchese d'Este costretto ad unirsi ai Fiorentini [350]
Domande di Giovanni Galeazzo alla repubblica di Siena [351]
I Malavolti e gli amici della libertà uccisi o esiliati da Siena [352]
1391 I Fiorentini invitano il conte d'Armagnacco a combattere contro Giovanni Galeazzo [355]
Giovanni Acuto si avanza fino nella Ghiara d'Adda, e minaccia Milano [356]
Luglio. Il conte d'Armagnacco entra in Lombardia [357]
Provoca Giacomo del Verme chiuso in Alessandria [357]
25 luglio. È battuto, fatto prigioniero, e muore poco dopo [358]
Pericolo di Giovanni Acuto avviluppato nella Ghiara d'Adda [360]
Ottiene un vantaggio a Paterno sopra Jacopo del Verme, e passa l'Oglio ed il Mincio [361]
Viene chiuso nella valle Veronese tra l'Adige ed il Po [362]
Giacomo del Verme rompe le dighe dell'Adige ed inonda il piano [362]
Acuto attraversa il piano inondato ed esce a Castebaldo [364]
1391 Jacopo del Verme porta la guerra in Toscana, e vi trova l'Acuto [365]
Proposizioni di pace fatte da Antoniotto Adorno [366]
1392 28 gennajo. Condizioni della pace dettate dagli arbitri a Genova [367]
Francesco da Carrara cerca l'alleanza dei Veneziani [369]
Nuove pratiche di Giovan Galeazzo in Toscana [370]
Sua perfidia verso Francesco di Gonzaga, e risentimento di questi [371]
3 settembre. Nuova lega tra i Guelfi firmata ad istanza del Gonzaga [372]
Seguito degl'intrighi di Giovan Galeazzo a Pisa [373]
Congiura di Jacopo d'Appiano contro Pietro Gambacorti, suo benefattore [375]
21 ottobre. Pietro Gambacorti assalito ed ucciso coi suoi figliuoli da Jacopo di Appiano [377]
Le case de' suoi partigiani abbandonate al saccheggio. Jacopo d'Appiano tiranno di Pisa [378]
1390-1393 Guerre civili a Perugia tra i Guelfi ed i Ghibellini [379]
1393 30 luglio. Uccisione di Pandolfo Baglioni e dei Ghibellini di Perugia [380]
1393 Sollevazione in Firenze contro gli Albizzi, che non serve che a consolidare il loro potere [381]
Giovanni Galeazzo intraprende a deviare il Mincio di Mantova [383]
Francesco Gonzaga chiede l'assistenza dei Fiorentini [383]
Il Mincio rompe i lavori di Giovan Galeazzo [384]
31 Luglio. Morte d'Alberto d'Este; guerra civile in Ferrara tra i suoi eredi [385]
1394 16 marzo. Morte di Giovanni Acuto [386]
Il marchese d'Este vuole far assassinare suo cugino; ma viene ingannato da Giovanni da Barbiano, incaricato di tale assassinio [387]
Wencislao si offre per danaro di muovere guerra al Visconti [388]
1395 1.º maggio. Erige in ducato Milano e la sua diocesi, e ne investe Giovanni Galeazzo [389]
Conseguenza di tale infeudazione per il diritto pubblico e per la pace d'Italia [391]
Avventure di Carlo Montanini e d'Anselmo Salimbeni [392]
Capitolo LV. I Genovesi si danno al re di Francia. — Tentativo di Giovanni Galeazzo sopra Samminiato; si rinnova la guerra. — Disfatta dei Milanesi a Governolo; tregua. — Gherardo d'Appiano vende Pisa a Giovan Galeazzo. — Siena e Perugia si danno pure a lui. 1396-1399 [398]
Spossamento dei Genovesi dopo la guerra di Chiozza [398]
Molti partiti che si facevano guerra in questa repubblica [399]
1390-1394 Dieci rivoluzioni in Genova e dieci dogi che si soppiantano l'uno l'altro [400]
I marinai, clienti delle famiglie borghesi [401]
Carattere d'Antoniotto Adorno [402]
Sua alleanza con Giovanni Galeazzo [403]
Adorno, ingannato da Giovan Galeazzo, si accosta al re di Francia [405]
1396 25 ottobre. Genova si dà a Carlo VI, re di Francia, conservando i suoi privilegi [406]
1396-1398 Nuove guerre civili. Morte d'Antoniotto Adorno [407]
Smisurata ambizione di Giovanni Galeazzo unita ad una somma timidità [408]
Malgrado l'abituale sua falsità molti lasciavansi tuttavia ingannare dalle sue parole [409]
I soli Fiorentini ardiscono di giudicarlo, e di opporsi ai suoi disegni [410]
1396-1398 Maso degli Albizzi alla testa del governo; esilio di Donato Acciajuoli [412]
Le compagnie di ventura hanno mezzo soldo da Giovanni Galeazzo [413]
I Fiorentini vogliono imitarne la politica e torna a loro danno [413]
1396 29 settembre. Alleanza dei Fiorentini col re di Francia [414]
Resta senza effetto per la battaglia di Nicopoli [416]
1397 Alberico da Barbiano entra in Toscana senza dichiarazione di guerra [417]
17 marzo. Attentato di Mangiadori per togliere Samminiato ai Fiorentini [418]
Gli abitanti di Samminiato scacciano i congiurati, e conservano la loro città alla repubblica [419]
I Fiorentini dichiarano la guerra a Giovan Galeazzo [421]
Alberico da Barbiano guasta la Val d'Arno [422]
31 marzo. Giovanni Galeazzo attacca Francesco Gonzaga senza dichiarazione di guerra [423]
14 luglio. La sua armata penetra nel serraglio di Mantova [424]
1397 I Fiorentini spediscono soccorsi al Gonzaga [425]
28 agosto. L'armata e la flotta milanesi disfatte a Governolo [426]
1398 11 maggio. Tregua di dieci anni garantita dai Veneziani [427]
1397 4 agosto. Congiura dei Medici, Ricci, Spini ec., contro Maso Albizzi [428]
Trama del Visconti per togliere Pisa a Jacopo d'Appiano [430]
1398 2 gennajo. I milanesi tentano di occupare le fortezze di Pisa e sono respinti [430]
Giovanni Galeazzo abbandona i congiurati ed applaude al loro gastigo [432]
5 settembre. Morte di Jacopo d'Appiano. Gli succede Gherardo suo figliuolo [433]
Gherardo acconsente di vendere Pisa a Giovan Galeazzo [434]
Suppliche dei Pisani a Gherardo perchè loro renda la libertà [434]
1399 Febbrajo. Giovanni Galeazzo prende possesso di Pisa. Origine del principato di Piombino [436]
I conti di Poppi e gli Ubertini dichiaransi pel Visconti [437]
1393-1399 Rivoluzioni di Perugia; condottieri usciti da questa provincia [437]
1393-1399 Braccio di Montone e Biordo dei Michelotti [438]
1398 10 marzo. Congiura contro Biordo. Viene ucciso [440]
I congiurati costretti a fuggire. Ceccolino succede a Biordo [441]
1399 I Fiorentini riconciliano Perugia col papa, e prestano danaro a questa città [442]
Giovanni Galeazzo fa saccheggiare dagli avventurieri gli stati di Perugia e di Siena [443]
Debolezza ed anarchia di Siena [444]
11 novembre. Si dà al duca di Milano [445]
1400 21 gennajo. Perugia si dà pure al duca di Milano [445]
Gran numero d'alleati perduti dai Fiorentini [446]
Caduta dello spirito di libertà in Italia [447]
Capitolo LVI. Processioni de' penitenti bianchi. — Paolo Guinigi si rende padrone della signoria di Lucca. — Guerre civili a Bologna; Giovanni Bentivoglio usurpa l'autorità sovrana. — Deposizione di Wencislao; Roberto di Baviera, suo successore, attacca senza profitto Giovanni Galeazzo. Questi si rende padrone di Bologna; muore improvvisamente. 1399-1402 [449]
Stato deplorabile di tutta la Cristianità [449]
1399 5 luglio. Arrivo a Genova dei penitenti bianchi [451]
1399 Le processioni genovesi comunicano questa divozione a Lucca ed a Pisa [452]
Inquietudine di Lazzaro Guinigi, capo del governo di Lucca [453]
Processioni dei Fiorentini [454]
Il papa condanna le processioni de' penitenti bianchi [455]
Congiura contro Lazzaro Guinigi. È assassinato [456]
1400 Paolo Guinigi prende parte in un'altra congiura [458]
14 ottobre. È dichiarato capitano della città e della milizia [459]
La città d'Assisi passa sotto il dominio di Giovan Galeazzo [460]
Congiura a Firenze dei Ricci, Alberti e Medici [461]
1398-1400 Rivalità in Bologna de' Gozzadini e de' Zambeccari [462]
Moderazione di Carlo Zambeccari, egli rialza il partito Maltraversa [462]
Perdona ai Gozzadini e Bentivogli suoi nemici [464]
Morte dello Zambeccari; richiamo de' suoi avversarj [464]
1400 Giovanni Bentivoglio si separa da Nanne Gozzadini [465]
1401 27 febbrajo. Bentivoglio occupa il palazzo pubblico, e si fa proclamare signore [467]
Francesco di Gonzaga e Niccolò d'Este abbandonano l'alleanza dei Fiorentini [468]
1401 Caduta dell'autorità imperiale in Germania [469]
Wencislao oggetto del pubblico disprezzo [471]
1400 20 agosto. Wencislao deposto; è nominato Roberto suo successore [471]
1401 30 gennajo. Ambasciatori di Roberto a Firenze [473]
I Fiorentini si legano con Roberto contro Galeazzo [474]
Apparecchi di Giovan Galeazzo per resistere a Roberto [476]
21 ottobre. Gl'imperiali battuti dagl'Italiani [478]
Leopoldo d'Austria e l'arcivescovo di Colonia abbandonano l'imperatore [479]
Nuove negoziazioni dell'imperatore coi Fiorentini [480]
Ambidue ricorrono alla mediazione de' Veneziani [481]
1402 Giovanni Galeazzo attacca Giovan Bentivoglio, signore di Bologna [482]
15 aprile. L'imperatore Roberto torna in Germania [484]
I Fiorentini soccorrono Giovanni Bentivoglio [484]
26 giugno. Il Bentivoglio disfatto a Casalecchio [485]
1402 Bologna abbandonata ai Milanesi; è posto a morte il Bentivoglio [486]
1402 Giovanni Galeazzo fa chiudere tutte le strade al commercio di Firenze [488]
Cattivo stato dei Fiorentini [489]
3 settembre. Giovanni Galeazzo muore di peste [489]

Fine della Tavola.