CAPITOLO LXVI.

Stato dell'Italia nell'epoca del viaggio e dell'ingresso dell'imperatore Sigismondo in Roma; Eugenio IV in guerra coi Colonna, cogli Ussiti, col concilio di Basilea, e coi suoi sudditi. — Rivoluzioni di Firenze; esilio e richiamo di Cosimo de' Medici.

1431 = 1434.

L'aspetto dell'Italia erasi totalmente cambiato dopo la rivoluzione che aveva avuto principio ai tempi degli Ottoni di Sassonia; si erano vedute allora le città acquistare il diritto e la forza per governarsi da sè medesime; avevano scosso il giogo de' monarchi stranieri, che niuna cura omai di loro si prendevano; avevano compresso l'orgoglio de' superbi feudatarj, e forzati i nobili ad ubbidire alle leggi. Ma quattro secoli in Lombardia, e tre secoli in Toscana, bastarono ai popoli per iscorrere l'intero cerchio delle istituzioni, che possono convenire a stati ridotti a civiltà, e per soggiacere a tutte le rivoluzioni che possono condurre d'uno in altro sistema politico. Gl'Italiani, da prima ignoranti, poveri, grossolani, erano giunti ad ottenere tutti i vantaggi del commercio, della ricchezza e del gusto nelle lettere e nelle arti; si erano mostrati fieri, indocili, impazienti di giogo ed insofferenti di ogni autorità; e non pertanto avevano provati gli estremi della tirannide e della libertà. Sebbene non privi di coraggio nè di energia personale, avevano lungo tempo trascurate le armi, si erano poi consacrati all'arte della guerra, l'avevano abbandonata dopo alcun tempo, e di nuovo imparata. Lo spirito d'indipendenza, dopo avere dissoggettate tutte le città da straniero potere, aveva dato luogo ad uno spirito d'usurpazione e di conquista: da prima ogni città risguardava come vergognosa cosa l'ubbidire ad un'altra città, e non pertanto poche potenti città avevano assoggettate alle loro leggi tutte le vicine. Nulla più rimaneva delle antiche istituzioni, nè le moderne sembravano fatte per durare lungo tempo. Di questa rapida successione di creazioni e di distruzioni, che poteva osservarsi in tutti i governi de' secoli di mezzo, ma che è più sensibile nelle repubbliche, ne fu dato specialmente carico alle repubbliche, come se le loro leggi non potessero per molte generazioni guarentire agli uomini una costante prosperità.

Basta la più leggera osservazione per rispondere a questo rimprovero. Niente dura sulla terra, e la storia dell'universo altro non ci presenta che una rabbiosa guerra del tempo contro le opere degli uomini. Un individuo sopravvive a molti sistemi di leggi, una famiglia può vedere la caduta di molti governi; ma la vita di quest'individuo, la conservazione di questa famiglia non provano la durata delle istituzioni, cui furono associate. Le cronache non conservano che i nomi dei re, e si cancellano le rivoluzioni dei loro governi; la creazione o la caduta d'un ministro, il rapido innalzamento di uomini nuovi al favore del monarca, o la caduta di grandi personaggi, risguardansi a stento come avvenimenti storici negli annali d'una dinastia reale; eppure il cangiamento del ministero in una monarchia esattamente corrisponde alla rivoluzione di una repubblica. In tutte le forme di governo vedonsi variare i depositarj del potere, lo spirito che le anima, le leggi che le reggono, come si vedono perire e rinnovarsi tutte le opere degli uomini. Tutt'al più i soli nomi si conservano talvolta, mentre le cose indicate da questi nomi non sono più le medesime. Parve che l'impero romano si sostenesse mille cinquecento anni, da Augusto fino all'ultimo dei Costantini; ma la costituzione di quest'impero, lo stato delle nazioni, le massime del governo, variarono in ogni regno, in ogni generazione. Tra il secolo di Tiberio, quello di Onorio e quello di Foca, altra rassomiglianza non si ravvisa, che nella miseria, nelle pene, nell'avvilimento. Non doveva ragionevolmente sperarsi che la libertà e le virtù che prosperarono in Milano nel dodicesimo secolo avessero più lunga vita dell'eleganza e del gusto del secolo d'Augusto, della filosofia di quello di Marc'Aurelio, della religione di quello di Diocleziano. Le moderne monarchie, per antica che ne sia la fondazione, non rassomigliano perciò meglio a sè medesime. La costituzione della Francia non si mutò meno frequentemente di quella di Firenze. Ora i Franchi erano vincitori accampati in mezzo ai popoli debellati, ora cittadini liberamente adunati nel campo di Marte sotto la presidenza d'un re: la Francia feudale era una repubblica di sovrani, che appena si degnavano di riconoscere un capo: la Francia rappresentata dagli stati, la Francia rappresentata dai parlamenti, la Francia governata dai grandi, dai ministri, dalle amanti, presentava molte volte in ogni regno un diverso aspetto. Tutte le umane istituzioni sono egualmente caduche; non v'ha che il despotismo, che nelle sue continue rivoluzioni resti sempre lo stesso; non è che dove nulla esiste per proteggere i popoli, che nulla può essere rovesciato, come non può essere atterrata una colonna, che giace di già sul suolo.

Però la maggior parte delle rivoluzioni e de' cangiamenti accaduti ne' governi, lasciano poche orme nella storia; ora perchè superficiali scrittori, trovando negli antichi fasti de' nomi ancora usati, suppongono che i costumi ed i vicendevoli diritti, da loro indicati, fossero altravolta ciò che sono ai tempi loro; ora perchè molte rivoluzioni non mutano l'ordine, o piuttosto il disordine sociale, come in Turchia e negli stati dispotici, perchè nulla aggiungono e nulla tolgono all'anarchia; ora infine perchè il paese, in cui accadono, non avendo acquistata rinomanza nè dalle lettere nè dalle arti, non richiama in verun modo l'attenzione, ed è privo d'ogni lustro. L'Italia trovasi in una situazione affatto diversa; i tre o quattro secoli, di cui abbiamo corsa la storia, fondarono la gloria e la potenza dello spirito umano nell'Europa intera. Le repubbliche italiane scomparvero, ma i risultamenti de' loro lavori, i loro generosi sforzi non hanno potuto scomparire insieme. Per mezzo loro la libertà rese per la terza volta all'Europa ciò che la libertà aveva prima dato ai Greci, poscia ai Romani. In seno a queste repubbliche si videro rinascere le lettere, le arti, la filosofia, frutti condotti a maturità da quell'effervescenza degli animi. Tante lotte, tante pugne, lo sviluppo di tanti grandi caratteri e di generose passioni, apparecchiavano un risultamento, non preveduto nemmeno da coloro che dovevano produrlo; essi conducevano quel sedicesimo secolo, che brillò d'immortale gloria; quel secolo in cui i più maravigliosi monumenti vennero innalzati dallo spirito umano allora che la nazione italiana terminava il suo corso, e che, mentre acquistava il suo maggior lustro, perdeva tutte le sue virtù, la sua energia, e tutte le speranze dell'avvenire.

Abbiamo nel precedente volume condotta la storia d'Italia fino alla morte di Francesco Carmagnola, decapitato in Venezia il 5 maggio del 1432. Nell'istante in cui un grand'uomo viene svelto al teatro del mondo, può essere conveniente di considerare lo stato della contrada in cui aveva fin allora esercitata la sua attività, le rispettive forze, e gl'interessi delle potenze, i di cui destini erano stati più d'una volta variati dai suoi militari talenti.

L'Italia era nel 1430 divisa in quattro regioni; la Lombardia, la Toscana, lo stato della Chiesa, e quello di Napoli. Ognuna aveva diverso carattere e governi diversi, fondati sopra differenti principj. La Lombardia a settentrione era sottomessa al despotismo militare; i Visconti, duchi di Milano, ne occupavano la maggior parte; pure i Veneziani avevano loro tolte alcune province, che trattavano come paese di conquista, e non riguardavano come parti integranti della repubblica. Il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato a ponente, i marchesi d'Este e di Gonzaga a levante si dividevano tra di loro gli altri paesi. Il duca di Milano, più ricco e più potente di tutti, teneva sempre in piedi numerose armate, che servivano a spaventare i suoi nemici, e tentare contro di loro nuove conquiste, a mantenere i suoi popoli nel timore e nell'ubbidienza, ed a far loro pagare enormi contribuzioni. I piccoli principi che lo circondavano, e che lottavano con lui, erano costretti di adottare la sua politica, e la fertile Lombardia era il solo paese abbastanza ricco per sopportare così oneroso governo.

Nel centro dell'Italia la Toscana era sempre animata dall'antico suo spirito di libertà; prosperava la sua agricoltura; immense erano le sue ricchezze, ed ancora più grandi dell'opulenza erano i progressi dello spirito umano. In verun paese dell'Europa la mente aveva ricevuto maggiore sviluppamento; la politica era stata un'utile scuola per tutta la nazione; uno spirito profondo ad un tempo e libero erasi successivamente applicato a tutti gli studj umani. I soli Toscani vedevano e giudicavano la storia de' loro tempi: gli altri Italiani erano vittime delle rivoluzioni e delle calamità nazionali, i Toscani ne erano spettatori; e la calma del loro spirito come la forza del loro carattere, dava loro spesse volte i mezzi di modificarle, o di allontanarle. Firenze, superiore d'assai in talenti, siccome in potenza, a Siena ed a Lucca, a Genova ed a Bologna, innalzavasi in mezzo a loro come la moderatrice dell'Italia. I Fiorentini mantenevano l'equilibrio di questa contrada, conservavano ad ogni popolo i suoi diritti, ad ogni stato i suoi mezzi di resistenza.

Al levante ed al mezzogiorno della Toscana lo stato della chiesa trovavasi in preda all'anarchia: le passioni generose, che formavano la grandezza de' Toscani, trovavansi in lotta con un'ambizione ed una ferocia eguali a quelle che avevano resa schiava la Lombardia. Gli stati erano meno ricchi, meno popolati, meno potenti; ma gli odj non erano meno accaniti, o meno violenti le rivoluzioni. I Manfredi, i Malatesti, i Montefeltro, i Varani, erano in miniatura ritratti dei Visconti, dei Gonzaghi, dei Marchesi d'Este e di Monferrato. Le fazioni di Perugia, di Viterbo e d'Orvieto eguagliavano in accanimento quelle di Firenze e di Genova; ma dal loro urto ne scintillava minor luce, e più breve essendo il trionfo di ognuno di loro, ai cittadini mancava il tempo di rimontare dall'amore del loro partito a quello della loro patria.

Per ultimo il regno di Napoli aveva uno spirito affatto diverso: era una monarchia ereditaria da lungo tempo costituita; i diritti del popolo vi erano stati interamente subordinati a quelli di una famiglia; ma questa stirpe reale, abbandonata alla mollezza, al vizio, all'avarizia, non poteva ispirare nè rispetto, nè amore. E la nazione non era meno effeminata de' suoi padroni, onde tutto il paese cadeva in quello stato di dissoluzione sociale, che fa egualmente scomparire le virtù pubbliche e le virtù private, le grandi speranze, ed ogni pensiero dell'avvenire.

Tale era la situazione dell'Italia quando l'imperatore Sigismondo risolse di visitarla. Più non era quel tempo in cui gl'imperatori, seguiti da possente esercito, valicavano le Alpi per dettare leggi nella campagna di Roncaglia, richiamare all'ubbidienza loro i feudatarj, riformare la costituzione delle città imperiali, e ridurre sotto il diretto dominio dell'impero que' feudi che se n'erano emancipati. L'Italia, sempre risguardata dai pubblicisti tedeschi quale dominio dei loro imperatori, omai non faceva che di nome parte dell'impero romano. I diversi membri, che in altri tempi formavano quest'impero, erano declinati in istati affatto indipendenti, e facevano in proprio nome, ed a seconda de' particolari loro interessi, la pace e la guerra. Al nord di questo impero l'incivilimento era stato ritardato dal genio bellicoso de' popoli germanici, mentre i progressi delle ricchezze e della popolazione erano stati al mezzodì così rapidi, che molte città d'Italia non erano nè meno forti, ne meno ragguardevoli de' più vasti ducati della Germania. Frattanto il viaggio dell'imperatore, diretto al solo fine di rendere la pace alla Chiesa, parve agl'Italiani un preludio di grandi avvenimenti politici. Era fresca la memoria delle due spedizioni di Carlo IV verso la metà del 14.º secolo, di una di Roberto, e di un'altra dello stesso Sigismondo. Malgrado l'abbassamento della dignità imperiale, cadauno di questi viaggi aveva prodotte durevoli rivoluzioni; e perciò la nuova spedizione di Sigismondo chiamò a sè lo sguardo di tutti i popoli, risvegliò l'attenzione di tutti i sovrani, e fu preparata, accompagnata e seguita da maneggi e da negoziazioni affatto sproporzionate all'avvenimento. Sigismondo, occupato trovandosi in una disastrosa guerra cogli Ussiti boemi, stancheggiato dalla lunga contesa tra il concilio di Basilea ed il papa Eugenio IV di cui erasi da principio lusingato d'essere l'arbitro, offeso dalla lentezza delle diete germaniche, che o non si adunavano dietro i suoi inviti, o si scioglievano quand'egli giungeva a Ratisbona o a Norimberga per farne l'apertura, dopo avere nel 1429 minacciato di abdicare l'impero[1], parve che volesse scaricarsi affatto del peso degli affari facendo un viaggio in Italia. «Sigismondo (scrive Leonardo Aretino, che l'aveva conosciuto in Lombardia ed a Costanza) era un uomo veramente distinto. Aveva gentile aspetto, era grande della persona, nobile e vigoroso, magnanimo in pace ed in guerra, e tanto grande la sua liberalità, che gli si ascriveva come suo solo difetto, poichè la sua generosità, che prodigalità lo privavano sempre dei mezzi di continuare le sue negoziazioni o le guerre[2].» Infatti tale smisurata liberalità era in questo monarca un difetto capitale, perchè non solo impediva l'esecuzione de' suoi progetti e delle sue imprese, ma lo forzava spesse volte a vendere suo malgrado la propria alleanza, riducendolo ad una vergognosa versatilità, che gli faceva perdere ogni politica considerazione.

Sigismondo, che frequentemente era stato offeso dallo spirito d'indipendenza degli elettori e de' principi tedeschi, sentivasi invece solleticato dalla deferenza e dalla sommissione di Filippo Maria Visconti. Questo duca di Milano, invitando l'imperatore in Italia, aveva promesso d'impiegare i suoi tesori e le sue armate per far riconoscere la di lui autorità in tutta la penisola[3]. Pareva a Sigismondo, che, dopo essere stato capo d'una burrascosa repubblica, fosse chiamato a risalire sul primo trono della Cristianità. Giunse il 22 novembre a Milano, e vi fu magnificamente accolto[4]. Ma il sospettoso Visconti non seppe in tale occasione subordinare il proprio carattere alla politica. Sempre diffidente di se medesimo e degli altri, non seppe risolversi a comparire innanzi all'imperatore. Si chiuse nel suo castello d'Abbiate Grasso con tutte le apparenze d'un ingiurioso timore; e non solo non venne a ricevere il suo ospite nella capitale, ma non volle pure accoglierlo nei suo castello, nè fu presente alla cerimonia eseguitasi nella basilica di sant'Ambrogio, il 25 novembre del 1431, quando Sigismondo ricevette dalle mani dell'arcivescovo di Milano la corona di ferro. Lasciò adunque partire l'imperatore senza averlo veduto, e con questa vile bassezza, prodotta dalla sua vanità o dalla sua debolezza, fece suo implacabile nemico un monarca, suo naturale alleato, ch'egli stesso aveva invitato ne' suoi stati[5].

Sigismondo aveva seco condotti circa due mila cavalli ungari, boemi o tedeschi[6], piuttosto come un corteggio di gentiluomini addetti alla di lui persona, che volevano partecipare agli onori che gli si rendevano in Italia, che come un'armata. Egli non temette di avanzarsi nel cuore dell'Italia con tanto deboli forze, sebbene non ignorasse quanto doveva diffidarsi del duca di Milano, che dicevasi suo alleato, e quanto tale pretesa, alleanza spiacesse a coloro che trovavansi in guerra contro il Visconti. Da Milano Sigismondo recossi a Parma, ove fu ritenuto cinque mesi dalle negoziazioni tra Eugenio IV ed il concilio. Pochi giorni dopo il supplicio del Carmagnola, abbandonò Parma, ed entrò in Lucca l'ultimo di maggio del 1432[7]. In settembre del 1430 aveva questa città scosso il giogo di Paolo Guinigi e ricuperata la libertà, ed era in allora attaccata dalle armi fiorentine e difesa dal duca di Milano. L'arrivo dell'imperatore aveva in sulle prime alquanto costernati i Guelfi toscani; ma Michelotto Attendolo, che comandava l'armata fiorentina, la ricondusse sotto Lucca, per darle un'evidente prova della debolezza del corteggio dell'imperatore. In una scaramuccia rispinse pure i soldati tedeschi che si erano uniti ai Lucchesi[8], ed avrebbe facilmente potuto assediare Sigismondo in Lucca, ed impedirgli d'uscirne, se alcuni magistrati fiorentini non avessero amato meglio che il monarca continuasse il suo viaggio, portando negli stati del papa l'inquietudine che lo accompagnava[9]. Mentre l'armata fiorentina aveva piegato verso Arezzo, Sigismondo abbandonò precipitosamente Lucca, e recossi a Siena il 10 luglio del 1432[10].

La guerra, che di que' tempi desolava l'Italia, impediva che l'imperatore raccogliesse i vantaggi che aveva sperati dalla sua spedizione, ed incagliava tutte le sue negoziazioni. L'antico odio tra il duca di Milano, e le due repubbliche di Firenze e di Venezia, aveva più volte rinnovate le ostilità, in onta de' solenni trattati, che non avevano sospesa che per pochi mesi l'effusione del sangue. Non pertanto le contrarie parti, indebolite dalle grandi battaglie che si erano date nel 1431, si facevano una debolissima guerra. I Veneziani avevano posto alla testa delle loro armate Giovan Francesco Gonzaga, cui Sigismondo aveva venduto per dodici mila fiorini il titolo di marchese di Mantova[11]. Nella state del 1432 questo capitano si ristrinse a soggiogare i castelli di Bardolano, Romanergo, Soncino e la Valcamonica; mentre Giorgio Cornare, che si era innoltrato nella Valtellina con un corpo dell'armata veneziana, vi fu attaccato da Jacopo Piccinino, e totalmente disfatto[12].

Tale spossamento degli stati guerreggianti faceva a Sigismondo sperare di poterli ridurre a trattare di pace; ma per mancanza di truppe e di danaro veniva ritenuto in Siena come prigioniero, togliendogli tutto il credito che per il suo solo titolo di capo della Cristianità aveva sperato di avere; e senti con indignazione, che nell'impero medesimo era trattato come straniero. Incolpava il duca di Milano del presente infelice suo stato, e lo storico Bonincontri di Samminiato lo udì replicare più volte: «verrà un giorno in cui potrò vendicarmi di questo perfido tiranno, che mi ha chiuso in Siena come una belva in gabbia[13]

Frattanto passarono otto mesi senza che Sigismondo potesse proseguire il suo viaggio e condurre a termine un solo de' suoi trattati. Le potenze italiane, malgrado l'estrema sua debolezza, diffidavano di lui, e non sapevano risolversi a prenderlo per loro arbitro, riportandosi invece alla mediazione del marchese Niccolò d'Este e di suo suocero il marchese Luigi di Saluzzo. Una ferita di Niccolò Piccinino, giudicata mortale, moderò le pretese del duca di Milano, che credevasi privato per sempre della assistenza del suo valoroso generale; onde gli arbitri persuasero finalmente le contrarie parti a soscrivere in Ferrara, il 16 aprile del 1433, un trattato di pace. Tutto quanto erasi acquistato dalle due parti sia dai Veneziani e dai Fiorentini, come dal duca di Milano, dai Sienesi e dai Lucchesi, venne restituito; ed il Visconti rinunciò alle contratte alleanze in Romagna ed in Toscana, per non aver più occasione in avvenire d'immischiarsi nella politica di quelle due province[14].

Erasi appena pubblicata tale pace, che Sigismondo, credendosi pure d'accordo con Eugenio IV, si pose in cammino alla volta di Roma, ove fece il suo ingresso il 21 maggio del 1433, ed il giorno 30 dello stesso mese ricevette la corona imperiale nella basilica del Vaticano[15]. Ma la pace della Chiesa era assai più difficile a farsi che non quella de' principi secolari. Tutto era in essa lite e disordine; e Sigismondo, nel suo lungo soggiorno a Lucca ed a Siena, non aveva potuto conciliare tante opposte pretese. La Chiesa Cattolica tutta intera trovavasi in guerra cogli Ussiti boemi, la sede di Roma col concilio di Basilea, il nuovo papa Eugenio IV con tutti i parenti del suo predecessore della casa Colonna, ed il governo pontificio era poi in guerra con tutti i sudditi della Chiesa.

Era morto papa Martino V la notte del 19 al 20 febbrajo del 1431. Durante il suo regno aveva ridotte sotto l'autorità della santa sede tutte le città, ad eccezione di Bologna, e tutte le province che prima dello scisma erano subordinate ai suoi predecessori. Irremovibile ne' suoi progetti, e non pertanto pacifico, aveva governati i suoi stati da buon sovrano. Era stato rimproverato solamente d'essere avaro, e ciò con grandissima ragione, perchè i tesori da lui raccolti, non erano stati disposti a beneficio dei popoli che avevano pagate le imposte, nè del governo che le aveva ricevute[16]. Alla di lui morte i suoi tesori rimasero sotto la custodia di tre suoi nipoti della casa Colonna, lo che fu cagione delle prime guerre, che turbarono per tre anni sotto il nuovo regno lo stato ecclesiastico.

Il conclave, adunato per nominare il successore di Martino V, scelse il 3 marzo dei 1431 Gabriele Condolmieri, cardinale vescovo di Siena. Questo prelato, che non godeva di molta riputazione, riunì appunto a suo favore tutti i suffragi, perchè niuno lo credeva degno di così grande dignità. I cardinali non essendo ancora d'accordo con coloro che avevano maggiore influenza nel conclave cercavano di perdere i loro voti negli scrutinj che dovevano tenere ogni giorno, vale a dire a dividerli sopra soggetti insignificanti. Condolmieri, il più insignificante di tutti, si trovò designato per questa stessa ragione contro l'altrui aspettazione e la propria, da due terzi dei suffragi. Era Veneziano e nipote di quel Gregorio XII, che dal concilio di Costanza era stato obbligato ad abdicare. Aveva passata gran parte della sua vita nella povertà religiosa, e si era mostrato attaccato a tutto il rigore della disciplina claustrale. Pieno di confidenza nel proprio ingegno, l'inaspettato suo innalzamento accrebbe la di lui presunzione. Non degnavasi di udire gli altrui consiglj, e perchè niuno potesse dargliene, ogni cosa faceva con inconsiderata prestezza. Dopo aver presa a chiusi occhi una dannosa risoluzione, credeva dar prove di fermezza di carattere col non lasciarsi smuovere: e per tal modo offendeva l'amor proprio ed i diritti de' suoi cortigiani e di coloro che trattavano con lui; intanto risguardava ogni opposizione come un delitto, che veniva punito con estremo rigore. Il suo innalzamento non fu cagione di gioja ai Romani, ed in breve il suo contegno giustificò il pubblico timore. Egli si fece chiamare Eugenio IV[17].

Appena il nuovo papa si vide in possesso di castel sant'Angelo che domandò i tesori accumulati da Martino V, ed accusò i Colonna suoi nipoti; cioè il cardinale Prospero, Antonio, principe di Salerno, ed Edovardo, conte di Celano, di averli sottratti alla camera apostolica. Mentre con tale domanda s'inimicava tutta la famiglia dell'ultimo papa, la ribellione di tutte le città del Patrimonio di san Pietro lo avviluppava in un'altra guerra. Perugia aveva scacciato il legato che la governava, riclamando gli antichi privilegi, e dichiarando di non volere d'ora innanzi pagare a san Pietro che il leggiere tributo stabilito ne' tempi in cui questa città era libera. A Viterbo il partito dell'aristocrazia, diretto da Giovanni de' Gatti, era rimasto vittorioso della contraria fazione, ed aveva scacciati i vinti dalla patria. I tesori di Martino V sembravano necessarj al di lui successore per assoldare truppe, onde ridurre all'ubbidienza i ribelli; poichè Città di Castello, Spoleti, Narni, Todi, avevano prese le armi, e tutto lo stato della Chiesa trovavasi in aperta rivoluzione[18]. Ma il principe di Salerno, che non voleva privarsi delle ricchezze dello zio, non vedeva nell'inchiesta del papa di restituirle, che una chiara riprova della di lui parzialità per gli Orsini suoi nemici; onde piuttosto che porsi in loro balia, pensò di erogare i suoi tesori nella propria difesa; e levò soldati, e guastò i feudi degli Orsini, protestandosi sempre rispettoso ed ubbidiente verso il papa. Eugenio IV, accecato dalla collera, sagrificò alla propria vendetta tutti gli amici dei Colonna rimasti in Roma; fece porre alla tortura Ottone, tesoriere dei suo predecessore, e tormentare questo infelice vecchio fino all'agonìa. Più di duecento cittadini romani perirono sul patibolo per supposti delitti; la casa di Martino V venne distrutta, atterrati in tutti i luoghi pubblici gli stemmi della famiglia, i monumenti del suo pontificato, e nello stesso tempo spinta con accanimento la guerra contro il principe di Salerno. Eugenio, assecondato dalle repubbliche di Venezia e di Firenze, lo ridusse finalmente ad accettare il 22 settembre del 1431 le condizioni di pace che gli piacque di stabilire. Vennero restituiti ad Eugenio settantacinque mila fiorini d'oro, ultimo avanzo del tesoro di Martino V, ed i Colonna ritirarono le guarnigioni dalle città del patrimonio ch'essi avevano occupate[19].

Questi prosperi avvenimenti persuasero vie meglio il papa de' proprj talenti, e più ostinato lo resero nel continuare le altre liti che aveva prese a sostenere. Ma gli Ussiti di Boemia, ed i padri di Basilea erano assai più formidabili dei Colonna, e più pericoloso il cimentarsi contro di loro. La guerra di Boemia era una conseguenza della morte di Giovanni Us e di Girolamo da Praga. I Boemi, esacerbati dalla slealtà che aveva fatti perire i loro riformatori con dispregio de' salvacondotti loro accordati, avidamente aspiravano a vendicarli. Non avevano voluto riconoscere Sigismondo come successore di suo fratello Wencislao morto in Praga il 16 agosto del 1419[20], ed avevano respinte le sue armate unite a quelle dei duchi d'Austria, di Baviera, di Sassonia e del marchese di Brandeburgo[21]. Alcune legioni di contadini e di borghesi crociati contro di loro eransi più volte avanzate fino ai confini della Boemia, ed altrettante volte erano state costrette a vergognosa fuga, o distrutte con ispaventevole carnificina da Ziska, dai due Procopj e dagli altri generali degli Ussiti[22]. Questi formidabili guerrieri avevano a vicenda invase le province che gli avevano provocati, e vendicati i ricevuti oltraggi e la persecuzione che loro si era fatta, mettendo que' paesi a fuoco e sangue. La riforma vestiva presso gli Ussiti un carattere feroce; si credevano chiamati a distruggere l'impero del demonio, ed a correggere col ferro e col fuoco le iniquità della terra. Tutte le umane debolezze, la galanteria, l'ubbriachezza, e perfino l'eleganza delle vesti sembravano peccati degni di morte ai Taboriti, i più severi fra questi settarj; la condanna loro stendevasi fino a quelli che tolleravano i peccati mortali degli altri[23]. Erano persuasi gli Ussiti, ed in breve persuasero anche i loro nemici, d'essere i vendicatori del cielo, i flagelli della mano di Dio. Un panico terrore precedeva le loro squadre, che dissipavano colla sola presenza le più formidabili armate. I popoli, soverchiati dal valore de' settarj, si affrettavano di chiedere la pace, ed i Boemi che non aspiravano ad avere dominio altrove, ma soltanto ad essere liberi nel proprio paese, accordavano la pace senza difficoltà; ma tostocchè si aveva in Roma notizia di questi trattati, il papa affrettavasi di annullarli, dichiarando sacrilega ogni convenzione cogli eretici; e la sola penitenza che potesse cancellare agli occhi suoi la macchia di questi empi trattati, era quella di riprendere subito le armi, di sorprendere gli Ussiti, e di purgarne la terra. «Noi abbiamo udito con profondo dolore (scrive Eugenio IV in una bolla del primo di giugno del 1431) che fu conchiusa cogli Ussiti una tregua per un determinato tempo, che non è ancora spirato; tregua sanzionata con vicendevoli giuramenti e con minaccia di pene contro coloro che la violeranno.... Noi, che con tutta la nostra podestà cerchiamo di reprimere gli sforzi degli eretici e di confutarne gli errori, noi, che pazientemente tollerare non possiamo tale ingiuria, tale bestemmia, ricordandoci che è la fede che ci ha salvati, e che senza di questa niuno può salvarsi, in vigore dell'apostolica nostra autorità, di certa nostra scienza e senz'esserne ricercati, sciogliamo e dichiariamo nullo e come non accaduto ogni contratto, ogni patto, ogni clausola; sciogliamo dai loro giuramenti i principi, i prelati, i cavalieri, i soldati, i magistrati delle città.... Noi gli avvisiamo, li chiamiamo, gli esortiamo in nome del sangue di Gesù Cristo, pel quale siamo stati redenti, ed in nome dei loro più cari affetti, e finalmente loro ingiungiamo come penitenza dei commessi peccati.... di levarsi in massa con tutte le forze loro nell'istante che verrà loro indicato, di attaccare gli eretici, di prenderli, di perderli, di sterminarli sulla terra, di modo che non ne rimanga memoria ne' secoli che verranno»[24].

Ma questa bolla d'Eugenio IV ad altro non servì che a procurare alla Chiesa nuovi infortunj: quaranta mila cavalieri, che il marchese di Brandeburgo, i duchi di Baviera e di Sassonia, e la lega sveva avevano adunati sotto il comando del cardinale Giuliano Cesarini, furono dispersi dagli Ussiti. Si credette di riconoscere il dito di Dio nelle successive disfatte de' crociati, ed i prelati cattolici, particolarmente quelli della Francia e della Germania, cominciarono a pubblicare che la Chiesa non trionferebbe degli eretici che dopo di avere fatta in sè medesima quella riforma nel capo e nelle membra, ch'era stata cominciata dal concilio di Costanza, e che doveva terminarsi da quello di Basilea[25].

Martino V per contenere il concilio ecumenico, ch'egli si era obbligato di adunare, avrebbe desiderato di riunirlo in una città dell'Italia, ove i numerosi pensionati della corte di Roma avrebbero avuta maggiore influenza: perciò scelse prima Pavia, poi Siena; ma non potè riunirvi che quattro o cinque prelati per ogni nazione; e questi ancora protestarono contro l'illegale influenza che il papa voleva esercitare sopra di loro. Il concilio di Siena non si fece conoscere che per una disposizione, che accorda a tutti coloro che concorreranno a perseguitare gli eretici, le medesime indulgenze che acquisterebbero recandosi personalmente alla crociata[26]. Venne subito dopo disciolto, e si convocò un nuovo concilio a Basilea con una bolla del 4 degl'idi di marzo del 1424[27].

Questa solenne assemblea dei deputati della Cristianità s'aprì il 23 luglio del 1431 sotto la presidenza del cardinale Giuliano Cesarini, scelto prima da Martino V, e raffermato poi da Eugenio IV come legato al concilio[28]. I più ragguardevoli prelati di tutte le nazioni d'Europa, gli uomini più distinti per dottrina e per eloquenza trovaronsi assieme uniti nell'istante medesimo in cui un generale fermento agitava tutti gli spiriti, in cui da ogni banda si chiedeva ad alta voce la riforma di scandalosi abusi. In questa imponente assemblea, l'eloquenza, la dottrina, la stima personale, assegnarono il rango che tutti dovevano occupare, di preferenza ai titoli ed alle dignità. Non tardò a manifestarsi uno spirito repubblicano, e la riforma cominciò nel più formidabile modo per l'autorità della santa sede. I prelati manifestavano l'intenzione di rendere ad ogni diocesi la propria indipendenza, di rialzare l'autorità dei vescovi, d'abbassare quella di Roma, finalmente di sostituire una libera costituzione repubblicana alla spirituale monarchia fondata dai papi. Innumerabili abusi d'amministrazione, una corruttela, una venalità, che nemmeno cercavasi di palliare, fresche usurpazioni, che però non avevano per anco fatti dimenticare gli antichi diritti, giustificavano le pretese del concilio agli occhi di tutta la Cristianità. Frattanto veniva scosso l'intero edificio della romana gerarchia; le entrate non meno che la potenza dei papi correvano pericolo di essere distrutte; ed Eugenio IV, che non riconosceva nella Chiesa altra podestà che la sua, era fieramente sdegnato contro questo spirito di ribellione[29].

Il concilio nella sua seconda sessione erasi dichiarato superiore al papa, e lo aveva pure minacciato di assoggettarlo a pene ecclesiastiche, se tentava di sciogliere l'assemblea, o di traslocarla senza il di lei assenso in altra città[30]. Il concilio di Costanza aveva ordinato alla santa sede di convocare ogni sette anni de' concilj ecumenici; ma perchè non ne aveva determinata la durata, quest'obbligo veniva deluso con un pronto scioglimento. Quindi il concilio di Siena non aveva esistito che un solo istante, ed Eugenio IV voleva egualmente distruggere nel primo anno quello di Basilea[31]. Perciò i prelati adunati determinarono di sottrarre interamente il loro sinodo all'autorità del papa, togliendogli nello stesso tempo la facoltà di creare nuovi cardinali[32]. Lo citarono a recarsi personalmente a Basilea nel termine di tre mesi, dichiarandolo contumace in caso di mancanza[33], e finalmente si riservarono il diritto di nominare un successore nell'eventualità di vacanza della santa sede[34].

Sigismondo, che trovavasi per proprio interesse impegnato nella guerra di Boemia, aveva, per sostenerla, bisogno de' sussidj della chiesa di Germania, e d'altronde vedeva con rincrescimento la corte di Roma tirare da' suoi stati ragguardevoli entrate; onde si mostrava zelante protettore della libertà della Chiesa. Credette che recandosi a Roma per prendere la corona imperiale, potrebbe avere maggiore influenza sopra il papa, e muoverlo più facilmente ad acconsentire a tutto quanto da lui chiedeva la Cristianità. Ma Sigismondo non aveva un'armata; fino da quando aveva cercato di pacificare l'Italia, erasi avveduto che il credito di un imperatore dipende dai mezzi che ha per farsi temere, e più vivamente sentì questa verità, quando volle rendere la pace alla Chiesa; poichè i suoi sforzi furono sempre resi senza effetto dall'impeto e dall'inconseguenza d'Eugenio, o dall'imprudente zelo de' prelati. Il primo, che aveva di già tentato di disciogliere il concilio, o di traslocarlo a Bologna, acconsentì finalmente, dietro le calde istanze di Sigismondo, a riconoscerlo; ma a condizione che si annullasse tutto quanto si era fatto fino a quell'epoca, e sottomettendo l'assemblea alla presidenza di nuovi legati della santa sede[35]. I prelati, lungi dall'essere contenti di questa bolla, che avrebbe assoggettata la loro autorità a quella del papa, lo citarono di nuovo a recarsi nel loro seno, colla minaccia di dichiararlo decaduto, se non ubbidiva entro sessanta giorni. Sigismondo, dopo essere stato coronato a Roma da Eugenio IV in tempo di una brevissima tregua, ripigliò la strada di Basilea, ove l'otto degl'idi di novembre presiedette alla quattordicesima sessione del concilio; ma non incontrò minori difficoltà nel conservarsi moderatore di questa turbolenta e democratica assemblea, che nel far piegare l'orgoglio e l'ostinazione di un pontefice poco capace di governare[36].

Durante questa pericolosa lite Eugenio IV si trovò attaccato da nuovi nemici: egli aveva nominato governatore della Marca d'Ancona Giovanni Vitelleschi, vescovo di Recanati, suo favorito, il di cui crudele e perfido carattere fu ben tosto cagione di una universale ribellione. Il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, che aveva di fresco fatta la pace coi Fiorentini, e licenziati i suoi generali e la maggior parte de' soldati, ma che non pertanto desiderava che le sue armate rimanessero unite, anche rinunciando al suo soldo, pensò che la ribellione contro il Vitelleschi potrebbe essere utile ai suoi disegni. Eccitò segretamente coloro che congedava, a guastare lo stato della Chiesa, ed a fondarvi, se lo potevano, principati per sè medesimi. In tal modo ricompensava senza dispendio i generali che lo avevano fedelmente servito, manteneva sul piede di guerra delle armate che più non erano da lui pagate, vendicavasi di Eugenio IV di cui era scontento, ed obbligava i Fiorentini a grandi spese, tenendo viva la loro inquietudine. Francesco Sforza e Niccolò Fortebraccio di Perugia entrarono ad un tempo, il primo nella Marca d'Ancona, l'altro nel patrimonio di san Pietro[37]. Pretendevano l'uno e l'altro di essere stati autorizzati dal concilio di Basilea a togliere queste province al papa, e furono ambidue favorevolmente accolti dai Colonna ancora sdegnati per la recente loro disfatta. Francesco Sforza sorprese Jesi, prese d'assalto Montermo, accettò le capitolazioni d'Osimo e di Recanati, e trovati in quest'ultima città gli ostaggi di Fermo, di Ascoli e di altre fortezze governate dal Vitelleschi, le costrinse tutte ad arrendersi una dopo l'altra[38]; la sommissione dell'intera provincia fu l'opera di quindici giorni. L'Ombria e la Toscana inferiore cominciavano ancora esse a vacillare, e nello stesso tempo Niccolò Fortebraccio, avendo occupato Tivoli e le altre piccole città più vicine a Roma, minacciava ancora questa capitale. Eugenio non aveva altri soccorsi per difendersi che la scelta tra i suoi nemici; all'ultimo determinò di ricorrere a Francesco Sforza, che si lasciò facilmente persuadere ad opporsi agli avanzamenti di Fortebraccio, per la memoria delle militari rivalità tra il vecchio Sforza e Braccio di Montone; oltre di che il papa gli offriva in ricompensa la Marca d'Ancona col titolo di marchese, promettendo di lasciarlo per un determinato tempo padrone degli altri paesi da lui acquistati, e creandolo vicario e gonfaloniere della Chiesa romana[39].

Ma l'assistenza dello Sforza non bastò a ristabilire gli affari del papa, sia perchè Niccolò Piccinino si avanzò ancor esso per sostenere il suo parente Fortebraccio e per dividere con lui le spoglie della Chiesa, o sia più ancora perchè i Romani, stanchi di un governo che gli opprimeva colle contribuzioni e non sapeva difenderli, presero le armi contro Eugenio, proclamarono il ristabilimento della repubblica, ed assediarono il papa nella chiesa di san Giovanni Grisogono, ov'erasi rifugiato. Questi a stento ottenne di fuggire travestito sopra una piccola barca che lo trasportò ad Ostia frammezzo ad una grandine di saette. Di là una galera lo condusse a Pisa; indi venuto a Firenze, chiese un asilo alla repubblica, mentre i suoi stati trovavansi divisi tra lo Sforza e Fortebraccio, più non conservando egli alcuna autorità in tutto il territorio della Chiesa[40].

La repubblica di Firenze, dove Eugenio IV era venuto a cercare asilo, trovavasi in allora agitata da tali fazioni, che più delle precedenti dovevano porre in grande pericolo la sua libertà. Dopo la morte di Giovanni de' Medici, Cosimo, suo figliuolo, erasi fatto capo del partito anticamente formato dagli Alberti per mettere argine all'autorità dell'oligarchia, e rialzare quella del popolo. Cosimo aveva un carattere più fermo che suo padre, operava con maggior vigore, più liberamente parlava cogli amici, e non pertanto risguardavasi come il più prudente cittadino di Firenze. Aveva maniere gravi ad un tempo e gentili, e le infinite sue ricchezze gli permettevano di mostrarsi ogni giorno umano e liberale. Egli non attaccava il governo, non ordiva trame contro di lui; ma nemmeno curavasi di palliare le proprie opinioni, che manifestava con nobile franchezza; ed i moltissimi amici e clienti, che gli avevano procurati le sue generosità, gli davano l'importanza d'un uomo pubblico[41]. Coll'ajuto loro egli si credeva sicuro di conservare la sua libertà ed il suo rango, finchè si manterrebbe la pace interna, oppure di difenderla colle armi, quando fosse attaccato dai suoi nemici. Due confidenti erano presso di lui in maggior credito, Averardo de' Medici e Puccio Pucci, il primo de' quali coll'audacia, l'altro colla saviezza e la prudenza lo aiutavano a tenere uniti i suoi partigiani. Questi tre uomini di stato avevano potentemente contribuito a determinare i Fiorentini alla guerra di Lucca, senza che per altro fossero stati scelti a dirigerla. Onde, tanto per giustificare i consiglj che avevano dati, quanto per imbarazzare i loro avversarj, prendevansi cura di svelare le cagioni di tutti i rovesci dello stato.

Rinaldo degli Albizzi, il di cui intollerante ed orgoglioso carattere mal sapeva sopportare un oculato censore, avrebbe voluto sforzare il Medici a dichiararsi aperto nemico, onde vincerlo in una battaglia, e scacciarlo poi dalla città. Tutta la gioventù, che era con lui entrata a parte del governo, divideva la sua impazienza, e Niccolò Barbadori cercò di persuadere Niccolò d'Uzzano a far attaccare Cosimo de' Medici ed i suoi amici, onde distruggere un partito che non poteva innalzarsi che per la loro ruina. Ma questo vecchio capo della repubblica conosceva meglio d'ogni altro ciò che aveva da lungo tempo resa forte la propria fazione, e ciò che in allora la faceva debole. Aveva veduti i Fiorentini, ancora spaventati dal sanguinario e spregevole governo dei Ciompi, gettarsi tra le braccia del partito più opposto al popolaccio, gli aveva veduti, per qualche tempo, desiderare più d'ogni altra cosa nel loro governo dignità, considerazione e forza. In tali felici circostanze egli e l'amico suo Maso degli Albizzi erano stati posti alla testa degli affari dello stato, ed il loro ingegno ne aveva approfittato per rendere la repubblica possente al di fuori, ferma ed irremovibile nell'interno. Ma di mano in mano che la memoria dei Ciompi s'andava indebolendo o cancellando, si diminuiva egualmente la riconoscenza per un governo che aveva strappata Firenze dalle mani del popolaccio. La nazione sentiva più fortemente una presente gelosia, che un passato timore, e già cominciava a ridonare il suo affetto ai figliuoli di quegli antichi demagoghi, al di cui giogo era stata sottratta; questi figliuoli, che non avevano partecipato ai delitti dei loro genitori, inspiravano, col solo loro nome, una considerazione spogliata da qualunque timore, si erano accresciute le loro ricchezze, ed ingrandito il numero de' loro partigiani coll'unione di tutti gli uomini nuovi, che avevano acquistata qualche indipendenza, mentre l'oligarchia, come comporta la sua natura, si era sempre più ristretta. Inoltre le divisioni del partito dominante avevano date nuove reclute all'opposizione; poichè ogni volta che qualche malcontento staccavasi dalla sua famiglia o dal suo partito, si poneva sotto lo stendardo dei Medici. L'antica nobiltà, sempre esclusa dell'amministrazione dall'una e dall'altra fazione, preferiva quella che vedeva egualmente oppressa, di modo che Cosimo contava tra i suoi fautori degli uomini per lo meno uguali ai partigiani degli Albizzi, per nascita, per ricchezze, per talenti, per zelo, ed in numero assai maggiore. Dietro queste considerazioni Niccolò d'Uzzano raccomandò a Barbadori di evitare ogni movimento popolare, ogni zuffa, in cui le forze dei due partiti dovessero venire al confronto, poichè le loro erano affatto illusorie, non conservandosi omai la loro autorità che per l'impero dell'abitudine, e pel favore d'un'opinione che più non aveva fondamenti[42].

Ma Niccolò d'Uzzano morì poco dopo la pace di Lombardia, e Rinaldo degli Albizzi, rimasto solo alla testa del suo partito prese caldamente a voler mandare ad effetto il progetto di scacciare i suoi nemici. Per farne la prova egli altro non aspettava, se non che la sorte dasse alla repubblica una signoria composta de' suoi partigiani. Perciò l'estrazione dei magistrati che facevasi ogni due mesi eccitava nella città una spaventosa agitazione, conoscendo tutti che una vicina e quasi immancabile rivoluzione dipendeva dal carattere de' gonfalonieri e de' signori, che l'eventualità porterebbe alle cariche.

Finalmente la sorte diede per gonfaloniere dei mesi di settembre e di ottobre del 1433 Bernardo Guadagni, e con lui otto signori tutti addetti alla fazione degli Albizzi[43]. Era il Guadagni uomo povero, che non avrebbe potuto sedere nella magistratura, se Rinaldo degli Albizzi non avesse per lui pagate le contribuzioni, onde non fosse annoverato tra i debitori dello stato. Costui, esacerbato da personali animosità, incapace di timore, e non avendo nulla da perdere, era apparecchiato a tutto intraprendere per servire il capo del suo partito[44].

Erano appena passati sette giorni da che il Guadagni trovavasi nella magistratura, quando il 7 di settembre fece intimare a Cosimo de' Medici di presentarsi in palazzo. Gli amici di Cosimo lo pregavano di fuggire, o di apparecchiarsi alla difesa, ma egli non volle avere altro appoggio che la propria innocenza, come se nel tumulto delle rivoluzioni un capo di partito potesse essere innocente agli occhi de' suoi avversarj, e si presentò alla signoria. Venne subito arrestato e chiuso nella torre del palazzo pubblico, ed un'accusa di mal versazione nella guerra di Lucca servì di pretesto alla sua prigionìa[45]. Non si voleva per altro assoggettare ai giudici ordinarj la causa di così potente cittadino; la di lui sorte doveva essere decisa da un'autorità stragiudiziaria, e Guadagni fece suonare la campana del parlamento per adunare il popolo nella pubblica piazza, di cui Rinaldo degli Albizzi occupava tutti i capi strada con genti armate.

Qualunque si fossero le disposizioni del popolo, i parlamenti di Firenze eransi sempre veduti secondare il partito del più forte. Un cotale parlamento si convocava per sanzionare una rivoluzione di già fatta, ed i soli cittadini che l'approvavano erano quelli che venivano sulla pubblica piazza, mentre i malcontenti n'erano tenuti lontani o dal timore o dalla violenza. La signoria chiese al popolo adunato di creare una balìa per salvare lo stato dalle trame di coloro che volevano minarla; duecento cittadini, ch'erano stati indicati da Rinaldo degli Albizzi, furono infatti rivestiti dell'illimitato potere che supponevasi esistere sempre nella nazione adunata in parlamento, al quale si sottomettevano pure le leggi e la costituzione; e la balìa si adunò subito in palazzo per deliberare intorno alla sorte che destinava a Cosimo de' Medici.

Questo capo di parte fu accusato di avere con perfidi avvisi, mandati a Francesco Sforza, suo amico, rivelati i progetti dei suoi compatriotti sopra Lucca. Le personali relazioni di questo potente cittadino collo Sforza e con Venezia, il grande numero de' suoi partigiani, il futuro trionfo che gli era riservato, giustificano forse bastantemente la diffidenza di un governo ch'egli voleva soppiantare, e che si era mantenuto più di mezzo secolo con tanta gloria e con tante virtù. Ma le armi che Rinaldo degli Albizzi adoperò contro il Medici erano ingiuste ed illegali; le persone ch'egli pose in opera erano determinate da estranei vergognosi motivi; perciocchè il Guadagni era stato sedotto dal danaro che aveva servito a pagare i suoi debiti; la balìa divise delle lucrose cariche tra Guadagni ed i priori che lo avevano assecondato, ed i magistrati della repubblica si fecero vilmente pagare per avere proscritto uno de' suoi più grandi cittadini[46]. Per altro coloro che in uno stato corrotto si valgono di armi venali, devono aspettarsi che gli avversarj loro pongano all'incanto quegli uomini che si sono così venduti, e trovino mezzo di rapirglieli. Dal fondo della sua prigione Cosimo de' Medici riuscì a far donare a Bernardo Guadagni mille fiorini, facendolo pregare di salvarlo; ed in fatti questi, invece di domandare la testa del Medici, come voleva Rinaldo degli Albizzi, chiese soltanto alla balìa di esiliarlo per dieci anni a Padova. Si assegnarono nello stesso tempo altri diversi luoghi d'esilio ai suoi principali amici e parenti, ed il 3 d'ottobre Cosimo de' Medici partì di notte da Firenze per recarsi al luogo della sua relegazione; e la repubblica di Venezia lo fece accogliere con ogni maniera di onorificenze, tostocchè entrò nel suo territorio[47].

Rinaldo degli Albizzi invece d'insuperbirsi per aver eseguita questa rivoluzione, cominciò allora a riguardare come certa la propria perdita; vide apertamente che Cosimo, sorpreso ed esiliato con ingiusta violenza, cercherebbe con maggior calore di vendicarsi; che gli omaggi che gli tributavano gli stranieri accrescevano la di lui riputazione; che potrebbe sempre disporre delle sue immense ricchezze, de' suoi partigiani, renduti più numerosi e più zelanti, e che dissipandosi il loro primo timore, darebbe luogo a più calde pratiche. Inoltre la balìa, creata dall'ultimo parlamento, sebbene rinnovate avesse le liste di tutti i magistrati, e riempiti di nomi scelti le borse dalle quali estraevasi a sorte la signoria, non aveva potuto o non aveva voluto escludere dallo scrutinio tutti coloro ch'erano sospetti al partito degli Albizzi, temendo di spingere troppo in là il malcontento universale, col lasciar vedere a quale strettissima oligarchia volevasi ridurre un governo essenzialmente popolare. Vero è che Rinaldo chiedeva caldamente ai suoi amici di afforzare il proprio partito ammettendovi i grandi e l'antica nobiltà, da lungo tempo esclusi da tutte le cariche; ma non potè vincere la gelosia de' suoi partigiani, nè trionfare della ripugnanza del popolo, e fu costretto di aspettare nell'inazione le conseguenze del pubblico irritamento, che vedeva manifestarsi sempre più apertamente[48].

Era di già un anno passato da che Cosimo ed i suoi amici erano stati esiliati, quando la sorte chiamò Niccolò di Cecco Donati alla carica di gonfaloniere pei mesi di settembre e di ottobre del 1434, con otto signori, che tutti, come lui, eransi dichiarati favorevoli ai Medici. Dovevano passare tre giorni tra l'estrazione de' nuovi magistrati, e l'essere posti in carica; Rinaldo degli Albizzi volle approfittare di quest'intervallo per far prendere le armi ai suoi amici, creare una nuova balìa, ed escludere dalla magistratura uomini per lui tanto pericolosi; ma non trovò ne' suoi partigiani che freddezza e timidità. Palla Strozzi, sul quale contava assai, gli rispose, che un buon cittadino deve aspettare l'attacco de' suoi nemici piuttosto che provocarlo, e senza persuadere Rinaldo, lo costrinse a nulla intraprendere.

Il nuovo gonfaloniere, appena entrato in carica, intentò un processo criminale al suo predecessore per malaversazione del pubblico danaro. Subito dopo citò i tre capi del partito degli Albizzi a presentarsi in palazzo, nella stessa maniera che Cosimo era stato citato dalla contraria parte; ma invece d'ubbidire Rinaldo degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadori, si recarono armati sulla piazza di san Pulinari con quanta gente armata riuscì loro di adunare[49]. Palla Strozzi e Giovanni Guicciardini, che pure dovevano raggiugnerli, temettero di compromettersi, e non comparvero. Bentosto Ridolfo Peruzzi diede orecchio a proposizioni d'accomodamento che gli furono fatte per parte della signoria, e si presentò in palazzo; il coraggio di coloro che avevano prese le armi si andò raffreddando, mentre per l'opposto i partigiani della signoria e quelli di Cosimo, tra i quali contavasi un fratello dello stesso Rinaldo degli Albizzi, rendevansi sempre più arditi; per ultimo il papa, che allora soggiornava in Firenze con tutta la sua corte, offrì la sua mediazione, e diede l'ultimo crollo al partito degli Albizzi.

Rinaldo non si attentò di ricusare la mediazione del papa, e fece ritirare le sue genti, che occupavano armate la piazza sotto gli ordini di Niccolò Barbadori; ma ad ogni modo l'avere impugnate le armi senza essere rimasti vincitori, non poteva non risguardarsi come una ribellione. Firenze ripigliò una apparenza di calma; ma la signoria approfittò del tempo che i suoi avversarj perdevano in negoziati, per far entrare in città i soldati dispersi pel territorio, i quali distribuì nel palazzo ed in tutti i luoghi forti, indi chiamò il popolo a parlamento, e gli fece creare una nuova balìa tutta favorevole ai Medici. Il primo atto di questa nuova assemblea fu il richiamo di Cosimo, e di tutti i suoi aderenti, e l'esilio di Rinaldo degli Albizzi, di Ridolfo Peruzzi, di Niccolò Barbadori, di Palla Strozzi e di tutti i cittadini ch'erano stati fin allora alla testa della repubblica[50]. In tal maniera venne rovesciato quel governo, che aveva amministrata Firenze con tanta gloria ne' tempi della più alta sua prosperità. L'Albizzi ed i suoi amici partirono per l'esilio senza opporre veruna resistenza, e si dispersero per le città che lungo tempo avevano temuto il risentimento, o cercato il favore di questi esperti capi di una potente città, mentre Cosimo de' Medici tornava trionfante a prendere l'amministrazione d'una repubblica, dalla quale era stato di fresco proscritto.