CAPITOLO LXVII.

Nuova guerra tra il duca di Milano ed i Fiorentini. — Rivoluzioni del regno di Napoli; morte di Giovanna II. — Alfonso V, che vuole raccoglierne l'eredità, viene fatto prigioniero dai Genovesi nella battaglia di Ponza, e posto in libertà dal duca di Milano. — Genova ricupera la libertà.

1432 = 1435.

Durante lo stesso anno in cui il governo di Firenze era passato da una all'altra fazione, ed i Medici erano subentrati nello stesso credito degli Albizzi, questa repubblica era stata costretta a ricominciare la guerra col duca di Milano, in onta al trattato di Ferrara del 26 aprile 1433; perchè tanta era l'inquieta ambizione del duca, che immediatamente dopo un trattato di pace riprendeva le armi, se aveva speranza di ottenere alcun vantaggio su coloro con cui erasi di fresco riconciliato; e tale altronde era la leggerezza e l'instabilità del suo carattere, che appena ricominciate le ostilità, entrava in nuove negoziazioni, e formava una seconda pace, che lo rimetteva precisamente nello stato medesimo da cui era uscito. Mentre queste rotture senza motivo e senza conseguenze impediscono di tener dietro con interessamento alla politica della corte di Milano, anche il modo con cui trattavasi la guerra non permette di seguire attentamente le operazioni delle armate. In verun luogo non vedevansi combattere cittadini, in verun luogo il cuore de' guerrieri prendeva parte alla causa che difendevano. Lo stesso onore erasi col patriottismo dileguato dalle armate, perchè i soldati, pei quali la guerra altro più non era che un mestiere mercenario, passavano senza scrupolo dall'uno all'altro campo, allettati da pagamento migliore. Senza curarsi del passato o dell'avvenire, non associavano il proprio onore a quello dei loro corpo, seco non portando nè la memoria delle precedenti vittorie, nè una riputazione da conservarsi colla futura loro condotta. La piccolezza de' risultamenti diminuisce ancora l'interesse delle battaglie; in queste vergognose guerre non ispargevasi pure tanto sangue, che bastasse a risvegliare nel cuor degli uomini un sentimento di compassione per l'umanità. Si leggerebbe più volentieri la storia de' combattimenti del circo di Roma, che quella delle battaglie dei generali in Filippo Maria. I combattenti sono egualmente sconosciuti e quasi tutti anonimi, le uccisioni sono egualmente gratuite e senza risultamenti, il numero delle vittime press'a poco il medesimo da ambe le parti, e se è possibile di trovare ancora qualche dignità in mezzo a tanto avvilimento, se ne troverebbe forse di più nel gladiatore, il quale anche tra le convulsioni della morte, non si scordava della pubblica opinione, piuttosto che nel soldato d'un condottiere sempre disposto ad armarsi prezzolatamente contro la sua religione, la sua patria, la sua libertà, la sua propria compagnia, e contro tutte le opinioni che gli erano state care.

La guerra che si accese nel 1434 ebbe cominciamento da una sedizione sorta in Imola. Questa città avea scacciate le truppe del papa, ed introdotta il 21 gennajo una guarnigione milanese, contro l'espresso tenore dei trattati, che vietavano al duca di Milano d'immischiarsi negli affari della Romagna[51]. Gattamelata, generale dei Veneziani, e Niccolò di Tolentino, generale dei Fiorentini, vennero subito incaricati di difendere questa provincia contro il Visconti. Le vessazioni del primo accrebbero il numero de' suoi nemici; perchè i Bolognesi, volendo sottrarsi alla sua temuta assistenza, abbandonarono il partito della Chiesa, e ricevettero nella loro città guarnigione milanese[52]. Niccolò Piccinino, richiamato dalle vicinanze di Roma, fu dal duca di Milano incaricato di proseguire questa guerra. Il 28 agosto diede battaglia presso ad un ponte, tra Imola e Castelbolognese, ai generali delle due repubbliche; si dice che l'armata di questi, composta di sei mila corazzieri e di tre mila pedoni sofferse una così terribile rotta, che a pena salvaronsi colla fuga mille cavalli, rimanendo tutti gli altri prigionieri con Tolentino, Giovan Paolo Orsino, ed Astorre Manfredi, signore di Faenza; pure non trovarono sul campo di battaglia che quattro uomini morti, e trenta leggermente feriti[53].

Le conseguenze di questa vittoria furono proporzionate non al prodigioso numero de' prigionieri, ma al poco sangue che aveva costato. Dopo alcune scaramucce nello stato di Bologna, dopo una lunga inazione delle due armate, durante la quale si negoziava con molta attività dal marchese di Ferrara, la pace venne nuovamente soscritta il 10 agosto del 1435, e raffermate tutte le condizioni del precedente trattato[54].

Più importanti rivoluzioni minacciavano in pari tempo il regno di Napoli; sebbene in questo paese, più che in verun altro, fossero le guerre ridotte a ridicole millanterie ed a vilissime scaramucce. La regina Giovanna II aveva da sè allontanato suo figlio adottivo, Luigi III d'Angiò, tenendolo come in esilio nel suo governo di Calabria, onde potere abbandonare, senza verun ritegno sè e tutto lo stato in balìa di Giovanni Caraccioli, suo grande siniscalco. Giovanna, nata nel 1371, aveva passati i sessant'anni, ma colla sregolata sua vita si era procacciati innanzi tempo tutti i mali della decrepita vecchiaja. Anche il Caraccioli aveva sessant'anni[55], e l'amore, cui andava debitore del suo innalzamento, più non conservava verun impero nè sopra di lui, nè sopra la regina. Ma una lunga abitudine era subentrata a questa passione, e l'ambizioso Caraccioli comandava ancora alla sovrana, che la passione aveva di già resa sua schiava. Egli non era ancora pago di ricchezze, di onori, di potenza, ed ogni giorno chiedeva a Giovanna nuove concessioni. Era duca di Venosa, conte d'Avellino, signore, ma non principe di Capoa, perchè non osava assumersi un titolo devoluto agli eredi del trono; chiedeva ancora il ducato d'Amalfi ed il principato di Salerno, che quando morì Martino V Giovanna aveva tolti ad Antonio Colonna, nipote del papa. Queste smoderate inchieste eccitavano la gelosia di que' cortigiani che desideravano di partecipare alle grazie della regina; questa per sollevarsi dalla rabbia che in lei risvegliava l'imperioso carattere del Caraccioli, aveva ammessa nell'intima sua confidenza Cobella Ruffa, duchessa di Suessa. Costei, nè meno orgogliosa, nè meno vana del grande siniscalco, cercava la via di perdere quest'insolente ministro, che risguardava come una creatura della fortuna, ed approfittava di tutte le occasioni per inasprire il risentimento della sua padrona.

Un giorno la duchessa di Suessa, stando in anticamera, udì il Caraccioli rinnovare le proprie istanze per ottenere i due feudi d'Amalfi e di Salerno; questi, piccato dal rifiuto della regina colla quale credevasi solo, le rimproverò in così amara ed ingiuriosa maniera questa mancanza di compiacenza, unì alle sue lagnanze tanta arroganza e tanti insulti che Giovanna proruppe in un dirotto pianto. Tosto che il siniscalco partì, la duchessa cercò di far subentrare la collera ai singhiozzi, e di rendere sospetti a Giovanna i progetti del Caraccioli. Questi faceva sposare a suo figlio la figlia di Giacomo Caldora, il solo generale del regno: pretendeva la duchessa di trovare in questo matrimonio le prove d'una cospirazione; il siniscalco, ella diceva, cercava di assicurarsi di tutte le forze dello stato, aspirava alla suprema autorità, e non dovevasi più mettere tempo in mezzo per rompere i suoi progetti. Con licenza della regina la duchessa adunò tutti i nemici del Caraccioli, li prevenne che gli si voleva togliere tutta l'usurpata autorità, di cui bruttamente abusava, e si assicurò della loro assistenza[56].

Le nozze del figlio di Caraccioli e della figlia di Caldora si celebrarono il 17 agosto del 1432 con una straordinaria magnificenza. Le feste dovevano continuarsi per otto giorni nel palazzo medesimo della regina; ma nella notte che precedeva l'ultimo degli otto giorni, consacrato ai giuochi ed ai tornei, dopo terminate le cene, il ballo, e quando tutta la corte erasi ritirata, e che lo stesso Caraccioli invece di andare a casa sua cogli sposi, era entrato per dormire nell'appartamento che aveva in palazzo[57], un paggio della regina picchiò alla sua porta, e gli disse che Giovanna, sorpresa da un attacco apopletico, chiedeva premurosamente di parlargli, prima di morire. Caraccioli, mentre si vestiva, fece aprire la porta della sua camera, ed i congiurati, che l'avevano ingannato col falso messo, gli furono subito a dosso e lo uccisero nel suo letto a colpi di aste e di ascie. La vegnente mattina, quando si sparse in città la notizia dell'accaduto, la nobiltà ed il popolo, che avevano tremato innanzi al gran siniscalco, e per lo spazio di diciotto anni l'avevano veduto regnare con un'illimitata autorità, cui nè il marito della regina, nè i due suoi figli adottivi avevano potuto far argine, entrarono in folla nella sua camera per contemplarlo morto. Era sdrajato per terra vestito per metà, con una sola gamba calzata, niuno de' suoi servi essendosi presa la cura di vestirlo o di riporlo sul letto. La regina, che aveva acconsentito a firmare un ordine d'arresto, non aveva pensato che si volesse ucciderlo, e mostrò il più vivo dolore, quando le fu detto che la resistenza di Caraccioli agli ordini che gli si erano recati aveva renduta necessaria la forza, cui aveva soggiaciuto. Pure accordò lettere d'assoluzione ai congiurati che lo avevano ucciso, ordinò la confisca di tutti i suoi beni per titolo di ribellione, fece imprigionare suo figlio e tutti i suoi parenti, e permise che il popolaccio saccheggiasse tutte le loro case[58].

Quando Luigi d'Angiò, che stava a Cosenza, ebbe avviso della morte del gran siniscalco, lusingossi di potere finalmente essere ammesso a godere le prerogative annesse all'erede presuntivo della corona. Ma la duchessa di Suessa, che voleva regnare sola sullo spirito della regina, non acconsentì al ritorno del di lei figlio adottivo. Giovanna, incapace di avere ella medesima una volontà, era ornai tanto sottomessa alla sua confidente, quanto lo era stata al suo amante. Luigi cedette senza far resistenza agl'intrighi della corte, accontentandosi di vivere in Calabria, e si ammogliò colla principessa Margarita di Savoja, che venne a raggiugnerlo. Sempre ubbidiente ai capricci d'una regina, che cedeva essa medesima a tutti gl'intrighi de' suoi favoriti, di suo ordine intraprese nel 1434 una guerra, ch'egli credeva ingiusta, contro Giovan Antonio Orsini, il più potente de' feudatarj napoletani, che i favoriti volevano spogliare per dividersi fra di loro le sue ricchezze. L'Orsini, assediato nella città di Taranto da Luigi d'Angiò e da Giacomo Caldora, trovavasi in pericolo di perdere tutti i suoi stati, quando una febbre sopraggiunta al duca di Calabria in novembre del 1434, trasse in pochi giorni questo principe nel sepolcro[59].

Il pieghevole carattere di Luigi d'Angiò, e l'estrema sua dolcezza gli avevano guadagnato l'amore di tutti coloro che lo avvicinavano. Si era fatto amare dai Calabresi, tra i quali visse lungo tempo, ed a lui devesi quel loro attaccamento alla casa d'Angiò che non si smentì nelle successive guerre civili. Ma l'eccessiva sua condiscendenza e la sua debolezza diedero la regina in balìa ai suoi malvagi consiglieri, non potendosi attribuire che alla di lui pusillanimità il suo lungo esilio dalla corte. In tal modo egli perdette per sè medesimo e per la sua famiglia que' diritti che coll'adozione aveva acquistati, e fu la rimota cagione delle lunghe guerre, che devastarono il regno dopo la di lui morte[60].

Quando il re d'Arragona ebbe avviso della morte del gran siniscalco, pensò subito a rientrare nel favore di Giovanna II, onde farle confermare la precedente adozione. Risedeva da qualche tempo in Sicilia, di dove era venuto ad Ischia per tener dietro con maggiore facilità alle negoziazioni della favorita, che mostrava d'avere abbracciati i suoi interessi. Ma troppo sollecito essendo di accrescere il numero de' suoi partigiani, guadagnò ancora il duca di Suessa, che in allora era in discordia colla moglie, e con ciò risvegliò la diffidenza dell'uno e dell'altro. I due sposi resero a vicenda infruttuose le loro pratiche, ed Alfonso, dopo avere rinnovata per dieci anni la tregua tra i regni di Sicilia e di Napoli, abbandonò le coste di questo[61]. Ma doveva esservi bentosto richiamato dalla morte di Giovanna II, già da molto tempo preveduta. Questa principessa, giunta all'età di soli sessanta cinque anni, era così indebolita di spirito e di corpo, come se giunta fosse all'estrema vecchiezza. Morì il 2 febbrajo del 1435[62]. Poco prima aveva fatto un testamento col quale chiamava alla successione del regno di Napoli Renato, duca d'Angiò e conte di Provenza, fratello di Luigi di Calabria, da lei precedentemente adottato[63].

Renato era il più prossimo erede della seconda casa d'Angiò, e di già regnava in Provenza, antico patrimonio dei re francesi di Napoli. Il diritto di successione di questa casa non era fondato che sopra l'adozione dell'antica Giovanna, che per punire l'ingratitudine di suo cugino Carlo III, aveva diseredata la linea dei Durazzo. Ma siccome questa linea era del tutto estinta, e più non rimaneva in verun altra linea alcun discendente del vecchio Carlo d'Angiò, conquistatore del regno, era ben naturale che altri titoli, ancora meno validi di quelli di Renato, acquistassero qualche importanza. Alfonso V d'Arragona, che apparecchiavasi a combatterli, fondava le sue pretese sull'adozione di Giovanna II, adozione veramente da questa principessa rivocata, ma ch'egli cercava di far valere come un trattato reciproco, che un solo de' contraenti non poteva annullare senza l'assenso dell'altro. Pretendeva in pari tempo d'avere un diritto di successione anteriore a quello della casa d'Angiò, per Costanza, figliuola di Manfredi. Infatti Alfonso di già regnava in Sicilia come il più prossimo erede de' Normanni, che avevano fondato quel regno, e della casa di Hohenstauffen loro eredi per ragione di donne. Ma questo diritto di successione sembrava invalido per l'illegittimità di Manfredi che l'aveva trasmesso, pel grande numero delle donne che lo avevano fatto passare di casa in casa, e per una prescrizione di cento settantacinque anni. Con altri diritti, per lo meno non minori di quelli dei due competitori, Eugenio IV riclamava per la diretta signoria della santa sede quel regno ch'era stato infeudato alle tre case di Hauteville, di Hohenstauffen e di Angiò, sotto l'espressa condizione che ritornerebbe alla Chiesa all'estinzione della linea legittima, linea egualmente estinta nelle tre case. Ma Eugenio IV, che avanzò tutte queste pretese alla morte della regina, non era in istato di tentare una tanto importante conquista. Scacciato da tutto il territorio della Chiesa, egli soggiornava a Firenze quale fuoruscito; e mentre colla sua bolla del 21 febbrajo proibiva ai due emuli di far valere i loro diritti coll'esperimento delle armi, ed ai popoli di prestar loro ubbidienza, egli sceglieva per governare il regno in suo nome quello stesso Vitelleschi, vescovo di Recanati e patriarca d'Alessandria, la di cui perfidia e crudeltà gli aveva fatto perdere la Marca d'Ancona, e la di cui sola riputazione bastava a persuadere i suoi nuovi sudditi a non porsi sotto le sue leggi[64].

I Napolitani, affezionati alla memoria di Luigi di Calabria, ubbidirono agli ordini della regina anche dopo la di lei morte, e dichiararonsi concordemente per Renato, duca d'Angiò. Riconobbero un consiglio di reggenza composto di sedici signori che Giovanna aveva nominati, gli associarono venti deputati presi dalla nobiltà e dal popolo, ed aspettarono l'arrivo del nuovo re[65]. D'altra parte Alfonso, che trovavasi in Sicilia, e che di là stava attento agli avvenimenti con imponenti forze, risolse di prevenire l'arrivo dei Francesi. Aveva attaccato ai suoi interessi Giovan Antonio di Marzano, duca di Suessa, Cristoforo Cajetano, conte di Fondi, e Giovan Antonio Orsini, principe di Taranto. Mentre che questi per ordine del re stavano adunando i loro soldati, venne egli medesimo con una ragguardevole flotta ad assediare Gaeta[66]: intanto il duca di Suessa sorprese Capoa, e vi spiegò lo stendardo d'Arragona, ed il conte di Fondi col principe di Taranto fecero prendere le armi agli abitanti degli Abruzzi.

Se Alfonso riusciva ad impadronirsi di Gaeta, avrebbe aperta una sicura comunicazione tra Capoa e la Sicilia, e chiusa ai Francesi la strada di Napoli. E già per sorpresa erasi impadronito di una delle due montagne che signoreggiano questa città, la quale è posta nella valle che le divide, sopra un promontorio che si avanza tre miglia fra mare. Le muraglie sono fondate sopra rupi tagliate quasi perpendicolarmente, ed una lingua di terra larga trenta sole braccia unisce le due montagne al continente. Il suo porto, uno de' più belli e de' più sicuri del Mediterraneo, era in allora frequentato dai Genovesi, che vi avevano molte case di commercio. Dopo il cominciamento delle turbolenze vi avevano riunite le loro più preziose merci e le loro immense ricchezze, onde sottrarle ai pericoli della guerra. Gli abitanti di Gaeta erano affezionatissimi a questi ricchi ospiti, ed alla morte di Giovanna avevano invitati i Genovesi a prendere in deposito la loro città, ed a tenervi guarnigione fino al momento, in cui un legittimo successore al trono venisse universalmente riconosciuto. Francesco Spinola era stato dalla città di Genova nominato comandante di Gaeta, ed Ottolino Zoppo, segretario del Visconti, in allora signore di Genova, gli era stato dato per aggiunto dal duca di Milano. Difendevano Gaeta tre cento soldati genovesi con alcune truppe milanesi. Malgrado il terrore, loro da principio cagionato dall'introduzione degli Arragonesi in alcune torri della montagna, sostennero gli attacchi d'Alfonso fino all'istante in cui potè mandar loro de' soccorsi[67].

L'assedio di Gaeta era stato cominciato da Alfonso in maggio, epoca in cui i granai sono vuoti, la città riceveva dalla campagna il giornaliero sostentamento, e perchè all'avvicinarsi degli Arragonesi vi si erano riparati molti contadini, cominciò bentosto a soffrire tutti gli orrori della fame. Volendo lo Spinola difendersi fino all'estremo, mandò fuori tutte le bocche inutili. Giunsero al campo d'Alfonso truppe di donne, di fanciulli, di vecchi, oppressi dalla miseria, estenuati dalla fame, e fuggendo lontano da quelle mura, ove i figli, i fratelli, gli sposi, eransi fermati per combattere. I consiglieri d'Alfonso gli rappresentavano, che il crudele diritto della guerra lo autorizzava a far rientrare in città tutti coloro che tentavano d'uscire, ed a negare ai nemici quella compassione che non avevano trovata nei loro prossimi. Ma Alfonso, il magnanimo, in questo giorno meritò in particolar modo il soprannome che lo distingue nella storia. «Io preferisco, rispose, di non prendere la città, piuttosto che venir meno ai doveri dell'umanità.» Fece distribuire cibi ai fuggiaschi, permettendo loro di ritirarsi ove meglio credevano. In tal modo perdette probabilmente l'occasione di prendere Gaeta, e si espose inoltre alla sciagura che provò poco dopo, ma divulgò tra i popoli e tra i suoi nemici medesimi la fama della sua generosità, guadagnò il cuore de' Napolitani, e si aprì colle sue virtù la strada del trono, sul quale salì bentosto[68].

Lo Spinola aveva chiesti soccorsi a Genova, ma l'armamento della flotta destinata a far levare l'assedio di Gaeta fu ritardato dalle pratiche dell'opposto partito e dallo scoraggiamento degli antichi repubblicani, che più non combattevano col consueto zelo per la grandezza della loro patria, vedendola sottoposta ad uno straniero padrone. Biagio d'Assereto, illustre uomo di mare dell'ordine popolare, spiegò finalmente le vele negli ultimi giorni di luglio, e si diresse verso il regno di Napoli. La sua flotta era composta di tredici vascelli e di tre galere, ed aveva a bordo due mila quattrocento soldati[69]. Quando Alfonso fu avvisato dell'avvicinamento della flotta nemica, staccò cinque grandi vascelli per continuare il blocco di Gaeta; scelse poi in tutta l'armata sei mila soldati, che mise a bordo de' quattordici vascelli e delle undici galere, colle quali si avanzò ad attaccare il nemico. Trovavasi in faccia all'isola di Ponza il 5 agosto del 1435, quando le due flotte si scontrarono. Alfonso credeva d'avere la vittoria in pugno, e raccontasi pure che il duca di Milano l'aveva segretamente istruito delle forze e dei disegni dell'ammiraglio ch'egli stava per attaccare. Questo principe, che diffidava sempre dello spirito inquieto de' Genovesi, desiderava di vederli avviliti da una disfatta[70]. Il vantaggio del numero assicurava l'Arragonese del buon successo; pure Biagio d'Assereto non temette di rendere ancor più grande la sua inferiorità, dando ordine a tre de' suoi bastimenti di porsi al largo per prender vento, mentre col rimanente della flotta attaccava i Catalani. Il suo vascello ammiraglio s'attaccò a quello montato dal re, un altro, nominato la Lomellina, battevasi contro i due fratelli d'Alfonso, uno de' quali era re di Navarra, l'altro gran maestro di san Giacomo di Calatrava. Ogni vascello genovese doveva nello stesso tempo combattere contro due vascelli catalani; le tre galere non avevano ancora presa parte alla battaglia, ma bentosto l'ammiraglio genovese fece passare tutti i loro equipaggi sui vascelli combattenti, per riparare le perdite che aveva già fatte. Mentre che, in onta all'inferiorità del numero, sosteneva gagliardamente la pugna, le tre navi che aveva staccate per prender vento ed attaccare alle spalle la flotta nemica, vennero a piene vele ad urtare con grandissimo impeto contro i vascelli catalani. Quello del re fu gettato con tanto impeto sul fianco, che non fu più possibile di raddrizzarlo, perchè la zavorra mal disposta erasi agitata nella cala, e lo faceva orzare. Il re e tutta la guarnigione furono costretti di scendere tra i ponti, mentre facevansi inutili pratiche per rimettere il vascello in equilibrio. Malgrado lo svantaggio di tale situazione, l'equipaggio continuò ancora qualche tempo a difendersi, ma trovandosi feriti molti di coloro che avvicinavano Alfonso, i di lui cortigiani lo persuasero finalmente ad arrendersi. Egli s'informò del nome e dell'origine dei diversi capitani genovesi, ed udendo che tra questi eravi un Jacopo Giustiniani, la di cui famiglia aveva la sovranità di Chio, a questi solo acconsentì di dare la sua spada[71].

Il rimanente della flotta sostenne, ancora dopo la resa d'Alfonso, la battaglia per qualche tempo, ma i Catalani scoraggiati più non facevano che una debole resistenza; i loro vascelli andavano uno dopo l'altro abbassando la bandiera, e dopo dieci ore di combattimento, tranne una sola nave, tutte le altre erano cadute in potere de' Genovesi. Contavansi tra li prigionieri Alfonso il magnanimo ed i suoi due fratelli, il re di Navarra ed il gran maestro di san Giacomo di Calatrava, il duca di Suessa, il principe di Taranto, conte di Fondi, il gran maestro di san Giovanni d'Alcantara, e cento principi o signori arragonesi e siciliani. Cinque mila prigionieri, tra i quali varj gentiluomini, non creduti abbastanza ricchi per pagare la taglia, furono posti in libertà lo stesso giorno; ma le moltissime ricchezze ritrovate sui vascelli furono preda del vincitore. Gli abitanti di Gaeta, volendo pure aver parte a tanta gloria, fecero una rigorosa sortita, e forzando le linee del campo nemico, se ne impadronirono.

La notizia di questa vittoria, la più importante, la più gloriosa di quante in tutto il secolo si fossero ottenute sul Mediterraneo, eccitò in Genova que' trasporti di gioja che quel popolo più non aveva provati dopo la perdita della libertà. L'antica ricordanza della gloria nazionale veniva ravvivata da così strepitosi vantaggi ottenuti sopra un popolo, che i Genovesi avevano in ogni tempo considerato come loro nemico. Il senato ordinò che per tre giorni si rendessero a Dio solenni azioni di grazie in tutte le chiese, e l'anniversario delle none d'agosto, giorno di san Domenico, venne consacrato con una perpetua festa[72].

Ma i Genovesi non tardarono ad accorgersi che Filippo Maria Visconti, il sovrano che si erano dato essi medesimi, invece di partecipare al loro giubilo, risguardava la gloria loro coll'occhio dell'invidia. Aveva dato ordine a Biagio Assereto di condurre immediatamente i prigionieri a Savona, di dove li farebbe passare a Milano, senza permettere che i Genovesi godessero del loro trionfo, ed aveva vietato al senato di dar parte della sua vittoria ai sovrani d'Europa: seppesi bentosto a Genova con grandissima sorpresa l'accoglimento che Filippo aveva apparecchiato ad Alfonso, ai suoi fratelli, ed agli altri prigionieri a lui mandati a Milano[73].

Filippo d'ordinario poco generoso lo era oltre ogni credere verso i prigionieri che la sorte delle armi dava in suo potere. Accolse Alfonso nello stesso modo con cui molti anni prima aveva ricevuto Carlo Malatesti, e gli diede tante prove d'amore e di rispetto, che quasi giunse a fargli scordare la sua disgrazia. Con tale condotta incoraggiò il re d'Arragona a disvelargli il suo sistema politico, a discutere con lui i suoi veri interessi, ed a proporgli un intero cambiamento del complesso delle sue alleanze. Alfonso rappresentò al duca di Milano, che fin allora il regno di Napoli era stato cagione di perpetua lite tra due case rivali, e che le loro guerre civili avevano permesso al rimanente dell'Italia di consolidare la propria indipendenza. Per tutto il tempo che durarono tali guerre, gli diceva egli, i Visconti avevano potuto, senza offendere la politica, e senza rovesciare l'equilibrio dell'Italia, attaccarsi ora alla casa di Durazzo, ora a quella d'Angiò. Ma se la brillante vittoria dei Genovesi e la sua propria prigionia collocavano finalmente su quel trono la casa d'Angiò, siccome questa non avrebbe omai verun nemico da temere, riacquisterebbe in breve quel grado di possanza, ch'ebbe la prima casa d'Angiò sotto il regno del vecchio Carlo. In tale caso, come non prevedere che i Francesi, che avevano in ogni tempo aspirato alla conquista dell'Italia, e che verrebbero ad occuparne le due estremità, non la soggiogherebbero tutta intera? «I Francesi, gli diceva Alfonso, di tutti i vicini dell'Italia sono i soli pericolosi alla sua indipendenza. Le loro armate possono penetrare in pochi giorni nel centro della Lombardia; la rapidità loro e la loro maniera di trattare la guerra, tanto diversa da quella dei Tedeschi e degl'Italiani, sorprendono e spaventano i popoli; e l'arroganza loro dopo la conquista rende doppiamente sensibile la perdita della libertà. Il sovrano della Lombardia deve ricordarsi continuamente che la principale sua politica consiste nel chiudere il passaggio delle montagne. È inevitabile la sua ruina, s'egli medesimo li rende padroni delle province meridionali, e se gli obbliga a stabilire una giornaliera comunicazione tra i loro proprj confini ed il regno, ch'egli vuole far loro acquistare. L'Italia tutta altro in breve non sarebbe, che la strada di Napoli; sempre attraversata dalle armate francesi, sarebbe da queste tenuta in perpetua dipendenza e timore. Gli Arragonesi per lo contrario, che non possono avere alcuna comunicazione continentale col regno di Napoli, se giungono ad esserne padroni, faranno necessariamente causa comune con tutti gl'Italiani, onde custodire il solo confine pel quale può essere attaccata l'Italia. Il paese che i miei antenati mi lasciarono da governare (soggiunse Alfonso) è piccolo e povero, onde non avverrà giammai che colle sole mie forze io possa rovesciare l'equilibrio dell'Europa. Altronde la difficoltà di trasportare numerose armate sopra una flotta, mi toglierebbe di approfittare di un potere assai più considerabile, quand'anche io potessi disporne. Oggi che tutti gli stati tendono ad aggrandirsi, che Sigismondo manifesta l'intenzione di trasmettere l'Ungheria e la Boemia alla casa d'Austria; che Carlo VII, di già riconciliato col duca di Borgogna, non tarderà a fare la pace cogl'Inglesi, e che in allora potrà disporre di tutte le risorse di una monarchia ancora più vasta, conviene preventivamente pensare alla resistenza che noi potremo opporre a così formidabili avversarj. Quando le guerre civili, onde sono ancora travagliati, saranno terminate, si sforzeranno di rovesciare sopra di noi le armate che hanno avvezzate alla guerra, per non averle a proprio carico. Gl'Italiani e gli Spagnuoli sono fatti per unirsi e resistere insieme: rassomiglianza di governo, di costumi, di lingua, possono rendere più intima la loro unione, ma non mai gli uomini del mezzogiorno si accostumeranno alle usanze o all'impero degli uomini del nord; giammai non sopporteranno l'insolente petulanza de' Francesi, o il sussieguo, e la rigidezza de' Tedeschi»[74].

A così potenti motivi politici aggiunse Alfonso, per persuadere Filippo, il prodigioso potere che il suo spirito e l'eleganza delle sue gentili maniere gli davano sul cuore degli uomini. Questo principe, d'origine castigliana, aveva un non so che di più fiero, di più aperto, di più cavalleresco, che non avevano gli Arragonesi suoi sudditi, o gl'Italiani tra i quali combatteva. La sua vita era divisa tra l'amore, le lettere e le armi. Conservava nel suo cuore un profondo dolore per la morte di Margarita d'Hijar, sua amica, che dopo avergli dato un figlio, Ferdinando, che fu poi re di Napoli, era stata strozzata per ordine di sua moglie, Margarita di Castiglia. Egli non aveva voluto vendicarla, nè rivedere la sua carnefice, e si era allontanato dal suo regno, per alleggerire il suo dolore, occupandosi in pericolose spedizioni. In mezzo alle continue guerre in cui l'aveva impegnato la sua ambizione, non erasi in lui punto scemato quell'amore delle lettere che ispirato gli aveva Antonio Beccadelli di Palermo, primo suo precettore, poi consigliere, e talvolta suo ambasciatore nelle più importanti occasioni. La sua corte era composta di letterati, egli riandava sempre col pensiere l'antichità, viveva con Cesare e con Alessandro non meno che con i suoi contemporanei, ed in un secolo in cui coltivavansi con entusiasmo le lettere classiche, in cui la gloria sembrava riservata all'erudizione, in cui l'eleganza del dire curavasi ancora più che il pensiere, pareva che Alfonso possedesse tutta la gloria umana. Tutti i dispensieri della fama erano da lui stipendiati, tutti i letterati magnificavano le sue imprese, e pareva che il di lui suffragio desse la misura del merito e del sapere. Egli riuniva nel suo aspetto, nella sua espressione, nelle sue maniere, tutte le qualità che seducono il cuore, e che abbagliano gli occhi: vivace era il suo ingegno, persuasivo e pieno di grazie. Giunse perciò in breve a dominare, ed a cattivarsi in modo Filippo Maria, il di cui carattere non erasi fin allora aperto all'amicizia, che il vincitore non ebbe altro consigliere, altro confidente, fuorchè il suo prigioniero[75]. Si strinse fra di loro un'intima alleanza, ed il duca di Milano, determinato di far acquistare al suo ospite il regno di Napoli, ordinò ai Genovesi di apparecchiare sei grandi navi di linea, per ricondurre Alfonso con tutta la di lui corte ne' luoghi medesimi in cui l'avevano vinto, e per combattere d'or innanzi in suo favore[76].

Frattanto Filippo Maria non tardò ad avere avvisi dell'indignazione che i suoi ordini avevano eccitata in Genova, ove il fermento era così grande, che tutto di già annunciava una ribellione. Credette il duca di prevenirla col chiamare a Milano una deputazione de' più ragguardevoli uomini dello stato, sotto colore di trattar con loro intorno alla taglia del re d'Arragona. Disse loro che Alfonso aveva convenuto di cedere la Sardegna ai Genovesi quale prezzo della sua libertà, e li rinviò colmi di gioja per la speranza di un acquisto di tanta importanza. In pari tempo mandò a Genova due mila uomini, destinati, siccome egli diceva, a montare a bordo delle galere che prenderebbero possesso della Sardegna. Ma i Genovesi conobbero bentosto d'essere stati dal duca ingannati, e che la promessa di render loro la Sardegna non era che un'esca destinata a far aprire le loro porte alla guarnigione, ch'egli voleva stabilire nella loro città.

Una nuova offesa rese più vivo il loro risentimento; alcuni deputati di Gaeta erano venuti a rallegrarsi coi Genovesi della loro vittoria, a ringraziarli de' soccorsi loro prestati, ed a pregarli di custodire la città di Gaeta fino alla fine delle guerre del regno di Napoli. Il duca, informato dell'arrivo di questi deputati, adoperò ogni maniera di seduzioni per persuaderli ad abbandonare il partito d'Angiò, ad aprire le porte al re Alfonso, e li rinviò senza permettere che i Genovesi accettassero l'offerta che gli avevano fatta[77].

Mentre ciò accadeva, un nuovo governatore, Erasmo Trivulzio, fu dal duca mandato a prendere il comando di Genova, invece di Pacino Alciati ch'egli aveva richiamato. Risolvettero i Genovesi di approfittare delle cerimonie del suo installamento per ricuperare la loro libertà. Il vecchio governatore era uscito per incontrare il nuovo: nell'istante in cui rientravano l'uno e l'altro, ed avevano appena passata la porta di san Tomaso, questa venne chiusa dietro loro, e furono separati i due governatori da tutti i loro soldati. Quando se ne avvidero, vollero fuggire, ed il Trivulzio giunse infatti alla rocca del Castelletto, ove si chiuse. Ma Pacino Alciati, raggiunto presso al Fossatello, fu ucciso, ed il suo cadavere lasciato qualche tempo esposto agli occhi del popolo avanti alla chiesa di san Siro, mentre risuonavano per tutta la città grida che invitavano alle armi ed alla libertà. Francesco Spinola, quello stesso che aveva così valorosamente difesa Gaeta, si fece capo degl'insorgenti; attaccò i soldati milanesi, scoraggiati dalla perdita dei due loro capi, e li costrinse ad arrendersi quasi senza combattere. La città di Savona, avuto avviso della rivoluzione di Genova, si affrettò d'imitarne l'esempio; sorprese egualmente e scacciò la guarnigione milanese: i varj castelli che il duca possedeva nei contorni della capitale e nelle due riviere furono collo stesso impeto ripresi dal popolo, ad eccezione del Castelletto, che capitolò soltanto ne' primi mesi del susseguente anno. Fu il 27 dicembre del 1435[78], che i Genovesi si rialzarono al rango dei popoli liberi. Incaricarono sei de' più illustri loro cittadini di rivedere le leggi patrie, e di dare alla costituzione nuovo vigore; nello stesso tempo mandarono ambasciatori a Venezia ed a Firenze per chiedere l'alleanza delle due repubbliche, e guadagnare la loro protezione contro il duca di Milano, loro comune nemico[79].