CAPITOLO LXVIII.

Gli emigrati fiorentini persuadono il duca di Milano a rinnovare la guerra contro Firenze: questa repubblica scontenta di Venezia soscrive una tregua separata; assedio di Brescia; pericolo dei Veneziani.

1436 = 1438.

Due sole repubbliche, Venezia e Firenze, sostenevano con costanza in Italia la causa della libertà, mostrandosi sempre apparecchiate a fare argine ai progetti degli usurpatori, ed a mantenere fra i diversi stati quell'equilibrio che a ciascheduno conservasse la rispettiva importanza e ricchezza. Pure queste due città non avevano una costituzione che fosse propria ad assicurare a loro medesime i vantaggi di quella libertà di cui si mostravano tanto gelose. La forma del governo era tale, che assicurava bensì l'impiego delle forze individuali a favore della causa pubblica, ma non guarentiva colla forza pubblica la libertà, la proprietà e la vita di ogni individuo. Vedevasi in queste repubbliche lo sviluppamento di sommi talenti, di molto zelo, di molte virtù pel servigio della patria; ma non vi si trovava quel felice equilibrio dei poteri, che deve impedire ai magistrati di opprimere il popolo, e ad una fazione di soverchiare l'altra. A Venezia un'autorità forte e segreta faceva tacere tutte le personali passioni, fino dalle loro prime mosse fermava tutte le fazioni, preveniva tutte le rivoluzioni, e non permetteva che alcun uomo, alcun carattere, alcun individuo si staccasse dalla massa comune. Lo spirito non aveva che l'astratta nozione di repubblica; vedevansi sulla scena la signoria, il gran consiglio, il consiglio dei dieci, vedevansi animati da una ambizione profonda, orgogliosa, ostinata, che mai non veniva meno; pure non attaccavasi verun nome alle loro decisioni. Il carattere o le virtù del doge, la prudenza d'un consigliere, i talenti d'un oratore non trasparivano giammai dal velo che copriva tutte le deliberazioni della signoria. Gli stranieri, gli storici, i medesimi sudditi dello stato vedevano sempre la repubblica come un ente ideale, che mai non mutava sistema, che non aveva che eterne passioni, e che pure impiegare sapeva per giugnere a' suoi fini tutti i talenti e tutte le virtù che l'amore di patria può risvegliare in ogni cittadino, quand'egli sente che questa patria osserva le sue azioni, e che ancor egli è qualche cosa nello stato.

Affatto diversa era la repubblica fiorentina; la di lei costituzione era meno forte d'assai che lo spirito pubblico, onde era animata: la signoria, i consiglj, le magistrature, avevano un credito meno stabile, un carattere meno marcato dei cittadini che li dirigevano. I corpi costituiti rientravano nell'oscurità per lasciar figurare gl'individui; ed il potere dello stato, invece d'essere concentrato nelle mani de' pubblici magistrati, trovavasi quasi tutto fuori delle magistrature. Veniva questo esercitato da alcuni uomini la di cui prudenza, la ricchezza, l'eloquenza e le parentele costituivano il credito. A misura che questi uomini, trionfavano gli uni degli altri, che riuscivano a soppiantarsi, a mandarsi reciprocamente in esilio, vedevasi la repubblica passare dalle mani di una famiglia in quelle di un'altra. Allora i diritti de' cittadini venivano violati dalla fazione trionfante, come a Venezia lo erano frequentemente dalla permanente autorità dei magistrati; ma la forma del governo conservavasi press'a poco la medesima, ed il suo spirito esterno era ancora più costante. Vedevasi con maraviglia la politica de' Fiorentini, riguardo a tutto il rimanente dell'Italia, conservarsi così ferma, così irremovibile, come se un antico immutabile senato avesse dettate tutte le sue disposizioni.

La fazione degli Albizzi, che aveva dominato per lo spazio di cinquantatre anni, dal 1381 al 1434, erasi resa benemerita della repubblica fiorentina. In così lungo tempo aveva dato prove di tanta saviezza, costanza, e moderazione nella direzione degli affari, che non era stata pareggiata da quelle che l'aveva preceduta, nè imitata dall'altra, che la seguì. Furono gli Albizzi, che sventarono più volte gli ambiziosi progetti di Giovan Galeazzo, primo duca di Milano, di Ladislao, re di Napoli, e di Filippo Maria Visconti. Nello stesso tempo che avevano in tal maniera mantenuta la libertà dell'Italia, essi avevano rispettata quella del proprio paese. Maso degli Albizzi, Niccolò d'Uzzano e Rinaldo degli Albizzi, che si erano succeduti nella direzione del governo, non avevano mai lasciato di essere semplici cittadini, mai non si erano arrogati nè sullo stato, nè sul proprio loro partito, un'arbitraria autorità, nè avevano impiegato verun mezzo nascosto per accrescere o la propria influenza o le proprie ricchezze. Invece di ricorrere alla forza o alla corruzione per consolidare il loro credito, non avevano altro appoggio che il proprio merito, i talenti ed i parentadi. La rivoluzione che li rovesciò nel 1434, innalzando in vece loro Cosimo de' Medici, cominciò da quell'istante ad alterare in Firenze i principj del governo repubblicano. Il partito dei Medici era distinto dal nome di partito popolare, e il di lui trionfo venne risguardato come una vittoria della democrazia sopra l'aristocrazia; ma appunto per ciò riuscì più funesto ai sentimenti di eguaglianza. Quanto più i partigiani di Cosimo dei Medici erano di un ordine subalterno, tanto più le immense ricchezze, e l'infinita considerazione di questo capo erano sproporzionate alla loro oscurità. Egli diventò l'uomo del suo partito assai più esclusivamente che non lo era stato del proprio Rinaldo degli Albizzi; e da quest'epoca in poi la famiglia dei Medici cominciò a camminare a passi da gigante verso la sovranità della Toscana, di cui si rese padrona dopo un secolo.

Il trionfo del partito dei Medici fu accompagnato da molti atti tirannici. La balìa, che aveva data nuova ferma al governo, percosse con sentenze rivoluzionarie la maggior parte dei capi della vinta fazione. La signoria che sedeva nei mesi di novembre e dicembre del 1434, e che assolutamente era addetta ai Medici, fu ancora più rigorosa. Prolungò il termine dell'esilio di alcuni proscritti, aggravò per altri la pena della relegazione, obbligandoli a soggiornare in luoghi insalubri, o lontani da tutti i loro interessi, stese le sue condanne sopra molte nuove vittime, ed era ne' suoi giudizj meno diretta dalla condotta tenuta da coloro ch'ella condannava, che dall'importanza che dar loro potevano le ricchezze, i parenti ed il numero degli amici[80]. Ella mai non si astenne dallo spargere il sangue. Antonio, figlio di Bernardo Guadagni, venne decapitato con altri quattro cittadini; e furono visti con non minore maraviglia che spavento tra coloro che subirono l'estremo supplicio Cosimo Barbadori e Zanobio Belfratelli, i quali, avendo abbandonato il luogo della loro relegazione per andare a Venezia, eranvi stati arrestati per ordine della signoria e mandati a Cosimo de' Medici, con aperto disprezzo del diritto delle genti, e di quell'ospitalità universale che i Veneziani medesimi riguardavano come una franchigia della loro città[81].

Tanti esilj e condanne dovevano all'ultimo indebolire la repubblica; onde il partito vincitore per compensare Firenze delle perdite che le aveva cagionate, distribuì molte grazie ai suoi aderenti. La famiglia degli Alberti, che un mezzo secolo prima era stata dichiarata ribelle, venne riammessa a tutti gli onori che aveva perduti; quasi tutte le antiche condanne furono abolite, e quasi tutti i grandi ristabiliti nell'esercizio dei diritti di cittadinanza. Si esaminarono tutte le borse da cui cavavansi a sorte i magistrati, e ne furono levati tutti i nomi sospetti di parzialità per gli Albizzi, sostituendovi quelli de' più zelanti partigiani del nuovo governo. E con più attenta cura si procedette inoltre nello scegliere i giudici criminali. Gli esiliati, anche spirato il termine del loro esilio, non furono ammessi a rientrare in patria che dopo avere ottenuti da trentasette votanti trentaquattro voti favorevoli in una deliberazione della signoria unita al collegio. Ogni corrispondenza coi proscritti, ogni azione, ogni parola sospetta, furono severamente punite; e coloro, tra i partigiani del precedente regime, che non furono nominativamente condannati, vennero assoggettati a straordinarie contribuzioni, colle quali si cercò di ruinarli[82].

Rinaldo degli Albizzi, che aveva avuto ordine di allontanarsi più di cento miglia da Firenze, non tardò a violare i confini assegnatigli, ed a incorrere per tale motivo in una condanna a morte come ribelle. Ma poco atterrito da questa impotente sentenza, ad altro più non pensava che a riaccendere la guerra tra Firenze ed il duca di Milano, onde tornare in patria coll'ajuto delle armi straniere. Pareva che i Fiorentini ed i Veneziani avessero violata la pace recentemente segnata, ricevendo i Genovesi come loro alleati. Col trattato di pace avevano riconosciuto il Visconti come signore di Genova, onde non potevano promettere soccorsi ai Genovesi ribelli. Tosto che Rinaldo degli Albizzi ebbe contezza di questa violazione dell'ultimo trattato si recò presso il duca di Milano. Ne' suoi discorsi non cercò di palliare la lunga sua nimicizia colla casa Visconti, nè la vigilanza con cui aveva resi vani i suoi progetti in tutto il tempo ch'egli era stato alla testa della repubblica; allora, egli diceva, aveva fatto il debito suo verso la patria, e non credeva adesso di soddisfare meno utilmente al dovere di fedele cittadino, armando contro di lei un possente vicino; giacchè non mirava a farla schiava, ma bensì a renderle la perduta libertà. «La calamità d'un malvagio governo, gli diceva egli, è ben più durevole e più perniciosa assai che una guerra; ed il male passaggiero che noi facciamo oggi alla nostra patria, è il solo mezzo che ci rimane per preservarla da un perpetuo male.» Fece in appresso osservare, che Firenze, accettando l'alleanza Genovese, aveva dato al duca un giusto motivo di riprendere le armi; che questa repubblica, impoverita, divisa, e che sospirava un liberatore, prometteva al suo nemico quegli avvenimenti, che mai avuti non aveva nelle precedenti guerre[83].

Filippo Maria lasciossi persuadere dai discorsi di Rinaldo e degli altri fuorusciti fiorentini; suppose che potesse scoppiare in questa repubblica una rivoluzione, e che convenisse porsi in situazione di approfittarne. Ma i nemici di uno stato, quando fondano le speranze loro sull'interno malcontento, sono d'ordinario tanto più facilmente ingannati, quanto sono meglio serviti dalle loro spie. I bucinamenti, l'impazienza, i desiderj di vendetta, ne' quali confidano, esistono effettivamente, ma non producono verun effetto, nè mai corrispondono all'aspettazione. Il pubblico potere, lungi dall'essere inceppato dagli umori di alcuni malcontenti, trova frequentemente ne' medesimi un pretesto per ispiegare maggiore energia, e l'orgoglio nazionale rare volte permette ai popoli, che soffrono maggiormente, di aspettare dagli stranieri il loro sollievo.

Del rimanente il Visconti era spinto a far la guerra a Firenze, più che dalle istanze degli emigrati, dalla sua personale animosità. Aveva ordinato a Niccolò Piccinino d'attaccare immediatamente Genova, e di soccorrere i soldati milanesi che difendevano il Castelletto; ma tutti gli sforzi di così valente generale per liberare questa fortezza erano riusciti vani. Mentre egli sforzava i passaggi della Polsevera, che riuniva san Pier d'Arena e parte della Riviera di Ponente, il Castelletto aveva capitolato, sto per dire, sotto i suoi occhi, e dai Genovesi era stato demolito[84]. Allora il duca ordinò al suo generale di recarsi nella Riviera di Levante per minacciare nello stesso tempo Genova e la Toscana, e per approfittare dell'occasione di sorprendere i Fiorentini prima di dichiarar loro la guerra.

Le negoziazioni, non altrimente che i movimenti militari, procedevano con estrema lentezza, onde passò tutt'intero il 1436 senza che si dichiarasse la guerra. Il Piccinino dava voce di agire in proprio nome come condottiere, non già come generale del duca di Milano; annunciava di voler passare nel regno di Napoli ai servigi d'Alfonso; minacciava di farsi strada colle armi alla mano, e sotto questo pretesto attaccò Pietra Santa, poi Vico Pisano, indi Barga, che i Fiorentini difesero contro di lui[85]. Questi gli opposero il conte Francesco Sforza, condottiere, che contratta aveva con Cosimo de' Medici la più intima confidenza ed amicizia, e che innalzandosi al di sopra della falsa e ristretta politica de' mercanti di soldati, manifestava di già i sentimenti d'un cavaliere e d'un principe.

Francesco Sforza era stato dichiarato da Eugenio IV sovrano della Marca d'Ancona e gonfaloniere della chiesa, ed in contraccambio aveva ristabilita l'autorità del papa in quasi tutti gli stati che si erano contro di lui ribellati. Anche in sul cominciare di questo stesso anno 1436 gli aveva sottomesso Forlì, cacciandone Antonio degli Ordelaffi[86]. Ma Eugenio IV non ebbe appena ricuperato il patrimonio de' suoi predecessori che si era pentito d'averlo ricuperato coll'alienazione della Marca d'Ancona. Per riacquistare questa provincia aveva convenuto con Baldassar di Offida, suo luogotenente a Bologna, ov'egli medesimo in allora risiedeva, di far assassinare il suo generale. Ma lo Sforza ebbe avviso di questa trama da un cardinale, suo amico, la vigilia stessa della sua esecuzione; ed avendo intercettata una corrispondenza che disvelava apertamente il progetto d'Eugenio e del suo malvagio agente, s'accontentò di rapire il 16 settembre Baldassar d'Offida di mezzo all'armata pontificia, e di mandarlo nella torre del castello di Fermo, ove questo sventurato morì tra le catene; lo Sforza non mostrò verun risentimento contro Eugenio IV, che tutto tremante gli faceva le più umili scuse, e dava colpa di tutta l'iniquità che aveva voluto commettere al suo solo consigliere[87].

Era unicamente pel mantenimento dell'equilibrio d'Italia, che il conte Francesco Sforza mostrava tanta moderazione. La di lui ambizione non rimaneva soddisfatta, come quella degli altri condottieri, dalle semplici vicende della guerra; di già nudriva la speranza di raccogliere un giorno parte dell'eredità del duca di Milano, facendo valere gl'incerti diritti di Bianca, figliuola naturale di questo duca, di cui gli era stata da gran tempo promessa la mano. Più non rimaneva alcuna prole legittima de' Visconti per riclamare la loro eredità, e le pretese d'una bastarda potevano acquistare qualche valore dall'appoggio d'un soldato di fortuna. Ma lo Sforza conosceva le astuzie, la falsità e l'inconseguenza del futuro suo suocero; sapeva che il solo timore aveva potuto ispirargli l'idea di formare questo parentado; non voleva comprometterne l'importanza, o cessare un solo istante di comparire formidabile agli occhi del duca di Milano, di cui domandava sempre la figlia. Voleva in pari tempo conservare la sua sovranità della Marca, la riputazione di primo generale d'Italia, ed il comando della più bella armata. S'egli la metteva al soldo del Visconti, arrischiava di vederla dispersa o distrutta dagli artificj e dalla gelosia di colui che si sarebbe dato per padrone. Egli non era ricco abbastanza per mantenere i suoi soldati a proprie spese; onde richiedeva il suo vantaggio ch'egli s'unisse alle due repubbliche, che sole bilanciavano la potenza del duca; che fosse sempre apparecchiato a combatterlo, e che non lasciasse in pari tempo d'accarezzarlo; finalmente che mantenesse, non meno colle armi che coi trattati, l'equilibrio dell'Italia, il quale era oggetto della politica degli stati, cui egli serviva[88].

Voleva questa politica che non si alterasse l'unione delle due repubbliche col papa, poichè la loro lega appena uguagliava la forza di quella del duca di Milano con Alfonso; e l'equilibrio di queste due leghe era la sola guarenzia dell'esistenza di tutti i piccioli stati dell'Italia. Altronde ciascheduno trovavasi avere ai suoi servigj un'associazione militare, il più delle volte indicata col nome di scuola; e la rivalità di queste due scuole formava la sicurezza dell'uno e dell'altro partito. Eransi esse formate in sul declinare del quattordicesimo secolo; l'una da Braccio da Montone, e l'altra da Sforza Attendolo, padre del conte Francesco. L'inimicizia di questi due grandi capitani, ch'erasi mantenuta viva fino alla loro morte, passò in tutti gli allievi ch'essi avevano ammaestrati nel mestiere delle armi, e che, dispersi in servigio di tutti gli stati d'Italia, erano pur sempre uniti da questa gelosia di corpo. La milizia, ossia scuola di Braccio, aveva allora per suo capo Niccolò Piccinino, che si mantenne costantemente attaccato al duca di Milano; fu questa una sufficiente ragione agli occhi degli allievi dello Sforza, e del conte Francesco, loro capo, per non abbandonare il partito delle repubbliche. Niccolò Piccinino e Francesco Sforza trovaronsi in faccia l'uno all'altro ai confini dei territorj lucchese e pisano, in ottobre del 1436; ma sì l'uno che l'altro veniva ritenuto dal timore di dar principio ad una nuova guerra, cui i sovrani che servivano non erano ancora pienamente determinati. Le loro scaramucce erano risguardate come effetto della rivalità esistente tra le due scuole, e non interrompevano i trattati di papa Eugenio diretti al mantenimento della pace d'Italia. Frattanto il Piccinino aveva nel cuore dell'inverno assediata Barga, in allora piazza di grande importanza, e la di cui perdita poteva trarsi addietro quella di tutta la Liguria fiorentina, onde i consiglj di Firenze si decisero per la guerra. Ordinarono allo Sforza di soccorrere Barga ad ogni costo, senza risparmiare più oltre i sudditi del duca di Milano o della repubblica di Lucca, la quale aveva acconsentito che s'incominciassero le ostilità nel suo territorio. Lo Sforza fece attraversare le montagne a tre de' suoi capitani con due mila cinquecento uomini, i quali improvvisamente piombando sopra gli assedianti, il giorno 8 di febbrajo del 1437, li ruppero, loro facendo molti prigionieri, e forzandoli a levare l'assedio[89].

Alla notizia delle prime ostilità, che ebbero luogo in Toscana, i Veneziani ordinarono al loro generale, Giovan Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, di occupare la Ghiara d'Adda; questa diversione costrinse il Piccinino a ripassare in Lombardia per opporsi ai Veneziani[90]. Ma abbandonando la Toscana lasciava, per così dire, la repubblica di Lucca esposta alle vendette di Francesco Sforza. Questo piccolo stato, che conosceva la propria debolezza, e che temeva per la sua indipendenza, aveva quasi sempre creduto di dover far causa comune coi nemici de' Fiorentini. I Lucchesi eransi posti in così pericolosa situazione piuttosto per diffidenza che per ambizione. Dopo avere provocati i loro potenti vicini per compiacere il duca di Milano, trovaronsi soli a fronte loro. Altronde il costante oggetto dell'ambizione della repubblica fiorentina era quello di stendere il suo dominio su tutta la Toscana, ed a più riprese aveva tentato d'impadronirsi di Lucca; nella quale impresa non era riuscita il più delle volte per la gelosia de' proprj alleati piuttosto che per la potenza dei nemici. In primavera del 1437 Francesco Sforza guastò tutto il territorio di Lucca senza incontrare ostacolo. Prese poi Camajore, Monte Carlo ed Uzzano, ragguardevoli castelli che furono mal difesi. Ma i Lucchesi, abbandonando le loro campagne in balìa de' nemici, eransi chiusi entro le loro mura, risoluti di difendersi fino all'ultima estremità. «Che si ruinino i nostri campi (loro aveva detto un magistrato), che s'inceneriscano le nostre ville, che si occupino le nostre terre; se noi salviamo la patria, verrà un tempo in cui riaveremo ogni cosa: ma se perdiamo la patria, invano avremmo salvata ogni altra cosa. Se conserviamo la libertà il nemico non potrà tener sempre i nostri poderi; se noi la perdiamo, non sarà forse in allora ancora padrone de' nostri beni[91]

Ma i Veneziani, invece di fare una vantaggiosa diversione, attaccando il duca di Milano, avevano posto il proprio stato in pericolo. Gattamelata, uno de' loro generali, era stato battuto nel passaggio dell'Adda[92], ed il Gonzaga, malcontento di non vedersi onorato di un'intera confidenza, si era dimesso dal comando della loro armata. I Veneziani chiesero caldamente, ed in ultimo ottennero dai Fiorentini il conte Sforza per opporlo al Piccinino; onde lo Sforza, abbandonato l'assedio di Lucca, avanzossi fino a Reggio per richiamare a sè l'armata lombarda che minacciava gli stati di Venezia; ma essendosi per sistema prescritto varj riguardi verso il duca di Milano, voleva soltanto combattere contro le sue armate, ma non invadere i suoi stati. Gli aveva promesso di non passare il Po per attaccarlo, e per quante istanze gli fossero fatte dai Veneziani e dai Fiorentini, mai non volle mancar di parola al duca. I Veneziani sdegnati ricusarono di pagargli il soldo pattuito, e Cosimo De' Medici andò invano a Venezia per mettere d'accordo questa repubblica col suo generale; lo Sforza tornò in Toscana senza avere combattuto in Lombardia. Frattanto una così aperta deferenza pel Visconti gli aveva dato un nuovo credito alla corte di Milano, onde ricominciò le sue negoziazioni per ottenere in matrimonio Bianca, figliuola del duca, tosto che uscirebbe dalla fanciullezza. In pari tempo propose una tregua tra il duca, i Lucchesi ed i Fiorentini, ed infatti ottenne che fosse per dieci anni soscritta, il 28 aprile del 1438. I Fiorentini conservarono le conquiste che avevano fatte sui Lucchesi, i quali furono ridotti a non avere intorno alla città che un territorio di sei miglia di raggio. Per altro in breve tutto il paese tolto ai Lucchesi, durante la guerra, venne loro restituito per accondiscendenza del vincitore, ad eccezione di Monte Carlo, d'Uzzano e del porto di Motrone[93].

I Veneziani, che si piccavano di non abbisognare di esterni soccorsi per mantenere la loro indipendenza, erano stati eccitati invano o a continuare a pagare la parte loro de' sussidj pel mantenimento dell'armata, o ad accettare di concerto coi Fiorentini la pace che lo Sforza offriva di negoziare. Essi rimasero soli impegnati nella guerra, e non si lagnarono dell'abbandono de' loro alleati. Del resto quest'abbandono non durò lungamente, perchè il Visconti doveva nuovamente rendere la guerra generale. La sua inquieta politica, la sua versatilità sembravano accrescersi coll'età. Difficilissimo riesce il potergli tener dietro nel continuo cambiamento de' suoi progetti, non seguendo egli alcun piano vastamente concepito, ma soltanto l'instabilità del proprio carattere. La sua improvvisa alleanza con Alfonso eragli costata la perdita di Genova; per ricuperare Genova aveva posta Lucca in pericolo, ed intrapresa la guerra coi Fiorentini, facendo la pace coi quali sagrificava parte dello stato di Lucca, abbandonava Genova e comprometteva gli interessi d'Alfonso, di cui aveva a così caro prezzo comperata l'alleanza.

Alfonso, carico dei regali del Visconti e libero da ogni taglia, era ripartito alla volta del regno di Napoli, in principio del 1436. Il 2 febbrajo era venuto a sbarcare a Gaeta con tutti i signori che uscivano dalle prigioni di Milano. Gaeta, che aveva sostenuto un lungo assedio per la casa d'Angiò, assedio terminato in un modo così clamoroso per la disfatta di Alfonso, era stata più facilmente vinta dalla sua magnanimità che dalle sue armi. Sei mesi dopo la battaglia di Ponza aveva aperte le porte a don Pedro, fratello del re d'Arragona[94]. Durante questo tempo, Elisabetta di Lorena, moglie del re Renato, erasi recata a Napoli, per prendere il comando dei partigiani della casa Angioina. Suo marito non aveva potuto porsi alla loro testa, perchè per una strana combinazione i due pretendenti al trono di Napoli si trovavano prigionieri nello stesso tempo. La successione di Carlo I, duca di Lorena e di Bari, aveva accesa la guerra, che costò a Renato la libertà. Egli aveva sposata Elisabetta, figlia primogenita di Carlo, che non aveva maschi, e pretendeva di ereditare la Lorena, che gli veniva contesa dal conte Antonio di Vaudemont, fratello dell'ultimo duca. I Lorenesi si erano dichiarati per Renato, il duca di Borgogna si dichiarò per il conte Antonio, e nella battaglia di Bullegneville, accaduta il 2 luglio del 1431[95], Renato fu fatto prigioniero dal duca di Borgogna. Egli era stato da prima rilasciato sulla parola; ma il suo nemico, meno generoso del Visconti, lo costrinse a ritornare alle sue catene quando venne chiamato al trono di Napoli; e non ottenne la libertà che a durissime condizioni, e dopo lunghi negoziati; dovette rinunciare ai suoi diritti sulla Lorena, pagare dugento mila scudi di taglia, e maritare sua figlia primogenita, Jolanda, al principe Ferrì, figlio del conte di Vaudemont. Per cagione di questa, Renato II, duca di Lorena e figliuolo di Ferrì, pretese poi d'avere il regno di Napoli[96].

Mentre Renato era prigioniere, Elisabetta sbarcava a Napoli senza danaro e senza soldati. Ella faceva capitale soltanto dell'appoggio de' partigiani della sua famiglia, costretta di abbandonarsi in loro balia. Alfonso, poco d'accordo co' suoi stati d'Arragona, non era di lei più ricco, e tutti due trovavansi ridotti, per fare la guerra, pressocchè alle sole forze del regno di Napoli. E per tal modo dipendevano dalle fazioni a vicenda trionfanti o vinte, e più ancora dagl'intrighi, dalla venalità e dalla gelosia dei varj loro condottieri, e de' principi feudatarj, che loro vendevano a caro prezzo i proprj soccorsi. Giovan Antonio Orsini, principe di Taranto, era il principale appoggio della fazione d'Alfonso, mentre che Giacomo Caldora[97], condottiere, che fu creato duca di Bari, poi contestabile del regno, sosteneva la causa di Renato. Tutti due non davano che piccole battaglie pei loro principi; ma le inaudite vessazioni ch'esercitavano nelle province, dove si trovavano accantonati, spingevano i popoli alla ribellione, e staccavano ora dal partito d'Angiò, ora da quello d'Arragona i gentiluomini o le città ch'eransi mostrate le più attaccate alla causa dell'uno o dell'altro re.

Papa Eugenio aveva rinunciato alla conquista del regno per sè medesimo, ed aveva abbracciata la parte di Renato. Commise a Giovanni Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, che aveva nominato cardinale nel 1437, d'entrare nel regno per sostenere gli Angioini, e questo guerriero prelato, che non distinguevasi dagli altri condottieri che per essere più perfido e crudele, venne ad accrescere le sventure delle province napoletane, senza rendere molto più forte il partito che difendeva[98].

Non può osservarsi senza maraviglia che Filippo Maria Visconti prese parte in questa guerra per sostenere nello stesso tempo le due fazioni. Da una parte mandò negli Abruzzi Francesco, figlio di Niccolò Piccinino, con un ragguardevole corpo di cavalleria, per soccorrere Alfonso: dall'altro canto lo stesso anno persuase Francesco Sforza, ch'erasi con lui riconciliato, a condurre la sua armata nel regno di Napoli, sotto colore di assicurarsi dell'ubbidienza de' feudi che aveva ricevuti dal padre, ma infatto per assistere il re Renato, cui erasi attaccato da lungo tempo[99]. Una guerra che indeboliva i suoi vicini, che teneva i suoi rivali nell'incertezza, che esercitava i suoi soldati ed impiegava la loro attività, sembrava sempre al duca di Milano un notabile vantaggio; e non credeva d'acquistarlo a troppo caro prezzo colla ruina dei popoli, colla diffidenza de' suoi alleati, coll'esecrazione di tutti. Ma tale detestabile politica fu cagione della ruina de' suoi stati; lo espose in tutto il tempo del suo regno a continui timori e pericoli; e per ultimo, alla sua morte, lasciollo nell'impotenza di far rispettare le sue ultime volontà.

Il Visconti associava la licenza data allo Sforza di attaccare il regno di Napoli ad intrighi a lui più vicini. Non sapeva risolversi a lasciare tra le mani de' Veneziani le città di Bergamo e di Brescia, conquistate in una precedente guerra; ma prima di attaccarle voleva separare la repubblica di Venezia da tutti i suoi alleati. Cercava dunque di dare al papa, ai Fiorentini, al conte Francesco Sforza tali occupazioni che non permettessero loro di prendere parte negli affari di Lombardia[100]. Lo Sforza, chiamato a difendere contro Alfonso i suoi ricchi feudi nel regno di Napoli, più non gli era cagione d'inquietudine, finchè trovavasi a fronte di così formidabile nemico. Rispetto agli altri due, il Visconti era bensì obbligato a non prendere alcuna parte negli affari della Romagna e della Toscana, ma l'astuzia tante volte praticata di far agire i suoi condottieri in loro proprio nome, sempre gli dava il modo d'eludere tutti i trattati.

Niccolò Piccinino, capo de' soldati formati prima da Braccio, era tra gli altri generali d'Italia il più ligio al duca di Milano. Sarebbesi ancora giudicato il migliore e posto forse al di sopra di Francesco Sforza, se non avesse talvolta arrischiata per soverchio ardire la propria riputazione. Piccinino, il confidente di tutti i segreti del duca ed il suo più intimo confidente, si mostrò fieramente adirato, quando seppe l'accordo di Francesco Sforza e del Visconti, il di cui prezzo essere doveva la mano di Bianca. Si lagnò altamente che il duca di Milano promettesse al suo più costante nemico ricompense assai più brillanti di quelle che avesse mai fatte sperare al suo più fedele servitore. Nello stesso tempo condusse le sue truppe a Camurata in Romagna tra Forlì e Ravenna e vi si afforzò, come se volesse porsi al sicuro dalla collera del suo antico signore. Quando la notizia di questa contesa si trovò bastantemente accreditata, il Piccinino fece segretamente offrire al papa di ricuperargli tutti gli stati che aveva infeudati allo Sforza, e che tanto spiacevagli di avere alienati. Altro non gli chiedeva il condottiere che un poco di danaro per pagare il soldo alle truppe. Eugenio accolse subito questa proposizione, mandò cinque mila fiorini al Piccinino, e promise di accordargli più magnifiche ricompense, tosto che questi avrebbe fatto discendere l'odiato rivale Sforza dall'alto rango in cui era salito, e che avrebbe ristituiti i suoi stati alla Chiesa e privato il duca di un esperto generale. Il Piccinino allettò lungamente il pontefice con questo trattato, mentre andava fortificando il suo campo in Romagna, che occupava tutte le strade di Bologna, e che suo figlio, attraversando lo stato della chiesa giugneva fino nel centro dell'Umbria. Improvvisamente quest'ultimo sorprese e saccheggiò Spoleti; ed il padre, cavandosi nello stesso tempo la maschera, venne il 16 aprile del 1438 ad assediare Ravenna. Ostasio da Polenta, alleato del papa e dei Veneziani, che regnava in questa città, fu forzato per fare la pace a congedare la guarnigione veneziana che aveva ricevuta tra le sue mura, ed a porsi sotto la protezione del duca di Milano[101].

Ma lo stratagemma del Piccinino tendeva ad uno scopo assai più importante e l'acquisto ch'egli ambiva di fare più non poteva fuggirgli di mano; era questo Bologna, la seconda città dello stato della Chiesa. Lo stesso papa vi aveva lungamente soggiornato, e credeva, quando tre anni prima aveva preso possesso di Bologna, di essersene assicurata l'ubbidienza con un tradimento, ch'egli risguardava come un colpo di stato. Il suo legato, il vescovo di Concordia, eravi entrato il 6 dicembre del 1435; vi aveva subito pubblicato l'ordine d'Eugenio che riconciliava tutti i partiti, ed accordava la pace agli emigrati. Appoggiato a tale assicurazione Antonio Bentivoglio, che da quindici anni viveva in esilio era rientrato il 4 di dicembre colla maggior parte de' suoi amici in una patria che aveva governata come sovrano. Il 23 dello stesso mese era andato ad udire la messa, che celebrava lo stesso legato: uscendo dalla cappella si vide circondato dalle guardie del legato; gli fu tolto l'uso della lingua in bocca, e senza interrogatorio, senza giudizio, il podestà, ch'era in allora Baldassar di Offida, gli fece tagliare il capo nel cortile della sua casa. Il podestà aveva nello stesso tempo fatto invitare Tommaso Zambeccari a recarsi presso di lui; questi, andatovi senza diffidenza, venne impiccato senza che potesse gridare innanzi all'altare della cappella del palazzo. Il legato, per inspirare maggior terrore, volle che l'uno e l'altro morissero senza confessione, credendo di perdere in tal modo non meno le loro anime che i loro corpi. Li fece poi seppellire senza veruna cerimonia ecclesiastica, ed intanto ebbe l'impudenza di non accusarli di verun delitto, e non pretese di giustificare quest'orribile esecuzione che col timore inspiratogli dal numero troppo grande de' loro partigiani[102].

Eugenio IV essendosi in tal modo disfatto di questi capi che il popolo erasi avvezzato a rispettare, non pensava che Bologna potesse mai più scuotere il suo giogo; vi aveva fissata la sua residenza, ed eravi rimasto finchè gli affari del concilio l'avevano chiamato a Ferrara. Ma la pubblica esecrazione è l'immancabile conseguenza d'una pubblica perfidia; come più l'arco è fortemente curvato, così con maggiore sforzo tende a raddrizzarsi. Non fu appena Eugenio IV uscito di Bologna che i cittadini, diretti dagli amici e dai capi che ancora rimanevano alla casa Bentivoglio, presero le armi la notte del 21 maggio del 1438, aprirono le porte a Niccolò Piccinino che pose guarnigione nella fortezza, nominarono magistrati popolari, e sotto la protezione del duca di Milano e del suo generale, ritornarono a Bologna l'antico suo governo repubblicano[103]. Faenza, Imola e Forlì, si sottrassero nello stesso tempo all'autorità della Chiesa per porsi sotto la protezione del Visconti e del Piccinino. Astorre Manfredi, principe di Faenza e d'Imola, abbandonò liberamente l'alleanza del papa per quella del duca; per lo contrario Antonio degli Ordelaffi, che due anni prima era stato dal legato scacciato dal suo principato di Forlì, vi rientrò per mezzo d'una rivoluzione[104]. I Bolognesi e la maggior parte della Romagna essendo stati tolti al papa da quello stesso che si era cattivata la sua confidenza, il Piccinino scrisse ad Eugenio per rendergli un derisorio conto della commissione ond'era da lui stato incaricato, dichiarando che un pontefice che aveva cercato di porlo in discordia col suo padrone con vergognosi artificj, aveva giustamente meritato di perdere egli medesimo i proprj stati per un simile artificio[105].

Filippo Maria altro non aspettava che l'esito di questi varj intrighi per attaccare i Veneziani. Di già parevagli d'averli bastantemente staccati da tutti i loro alleati. Firenze, che in tutte le precedenti guerre era loro stata così intimamente unita, non sapeva perdonar loro d'averle nell'ultima fatta mancare l'impresa di Lucca. Altronde questa città, spaventata dalle rivoluzioni di tutta la Romagna, non doveva punto curarsi di prendere parte in una pericolosa guerra. Francesco Sforza erasi innoltrato negli Abruzzi fino ad Atri, aveva fatti dichiarare tutti i suoi vassalli per Renato d'Angiò, e di già cagionava ad Alfonso grandissimo danno: ma il Visconti, non volendo compromettere più oltre il suo vero alleato, fece, contro ogni aspettazione, significare a questo generale, che dovesse metter fine alle ostilità nel regno di Napoli, sotto comminatoria di vedersi sospeso il soldo che gli pagavano i Fiorentini[106]. Lo Sforza, di già impegnato in una difficile lotta, bisognoso di danaro, ed ignorando fino a qual punto potrebbe il duca di Milano avverare la sua minaccia, non pareva in istato di portare le sue armi in Lombardia; ed altronde era scontento de' Veneziani, ed il Visconti non lasciava d'averlo piuttosto in conto di alleato che di nemico. Finalmente Eugenio IV, che aveva perduto parte de' suoi stati, era ancora più atterrito dagli attacchi del concilio di Basilea che da quelli del Piccinino; imperciocchè il primo lo aveva deposto, sostituendogli Amedeo VIII di Savoja, amico del Visconti, che prese il nome di Felice V. Giovanni Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, aveva lasciata l'alleanza de' Veneziani ed il comando della loro armata, per passare a quella del duca, e la posizione de' suoi stati tra il Bresciano ed il Veronese rendeva la di lui alleanza doppiamente importante[107].

Niccolò Piccinino venne incaricato di approfittare di così favorevoli circostanze, e lo fece con quel vigore, con quella rapidità, che distinguevano gli allievi di Braccio. Attaccò prima Casal Maggiore presso Cremona, e l'occupò; attraversò l'Oglio, che Gattamelata, il generale de' Veneziani, volle inutilmente difendere, ed essendosi unito a Giovan Francesco Gonzaga, attaccò Brescia alle spalle; sottomise tutti i castelli e le fortezze de' Veneziani poste intorno a questa città, e sul lago di Garda, e costrinse Gattamelata a chiudersi in Brescia. Allora condusse le sue truppe nelle montagne per togliere ai Veneziani ogni comunicazione con questa città; onde il Gattamelata temette di vedersi affatto separato dagli altri stati della repubblica; risolse perciò di girare intorno al lago di Garda, attraversando le medesime montagne attaccate dal Piccinino, e ricondusse i suoi corazzieri a Verona per così difficili strade, che perdette più di ottocento cavalli[108].

Francesco Barbaro, che in allora aveva il comando di Brescia, era nato nel 1398 da un'illustre famiglia; era senatore ed era stato incaricato in altre occasioni di pubbliche missioni; ma sopra tutto andava debitore della considerazione di cui godeva alla sua eloquenza latina, alle varie sue opere ed alla stretta sua corrispondenza co' più celebri letterati del secolo. Difficile assai era la sua presente situazione; Brescia mancava di munizioni, ed era scoraggiata per la ritirata di Gattamelata e di tutta la cavalleria; altronde le nemiche fazioni, che si erano più volte azzuffate, parevano farsi più vive nell'avvicinamento del pericolo. Il Barbaro pose ogni suo studio nel riconciliarli, e vi riuscì, loro non lasciando altra emulazione che quella dei sagrificj che farebbero per l'onore del nome veneziano[109].

Il Gattamelata era uscito di Brescia il 24 di settembre, e dopo tale epoca il Piccinino aveva dato ogni giorno battaglie a tutte le porte, ora per isvolgere le acque che riempivano le fosse, ora per istabilire le sue batterie; dalle quali quindici bombarde facevano contro la città un continuo fuoco. I Bresciani avevano pure dal canto loro innalzate delle batterie, e tutta la popolazione veniva chiamata alle armi o al lavoro. I magistrati, i prelati, i monaci cavavano o trasportavano la terra in compagnia delle donne e de' fanciulli; tutte le botteghe e le officine erano continuamente chiuse, perchè ogni privata occupazione veniva trascurata per non attendere che alla grandissima della difesa della patria. Erasi in città manifestata la peste nel mese di agosto, e molti cittadini erano fuggiti per sottrarsi a questo flagello; quando cominciò l'assedio ritiraronsi ancora molte altre persone; e Barbaro loro volentieri accordava passaporti per risparmiare le sue munizioni, come il Piccinino le lasciava passare per rendere minore il numero dei difensori. Non restavano omai in Brescia due mila persone atte alle armi, e soltanto ottocento n'erano provvedute. Pure i Bresciani non si scoraggiarono: un terzo della popolazione invigilava ogni notte sotto le tende lungo le mura; e negli assalti generali, come fu quello dell'ultimo di novembre, l'intera città sosteneva l'urto di tutta l'armata. Ma i lavori degli assedianti si andavano avanzando; di già per molte strade coperte essi potevano giugnere fino nelle fosse, senza essere esposti alle artiglierie della piazza; essi avevano in più luoghi rotte le mura; altrove i minatori avevano condotte le gallerie fin sotto la città. Nell'assalto dato il 12 dicembre Brescia non andò debitrice della sua salvezza che al felice accidente, che fece cadere il muro esterno sopra gli assedianti, e non nella fossa, ov'erasi creduto che dovesse cadere. Il sanguinoso attacco che aveva cominciato allo spuntare dell'alba, e che durò fino a sera, si rinnovò all'indomani con eguale accanimento; ma ne' due assalti prodigiosa fu la perdita degli assalitori in paragone di quella degli assediati. Finalmente il 16 dicembre, il Piccinino, che di già aveva perduti due mila uomini sotto le mura di Brescia, e che temeva per la sua armata le malattie dell'inverno, bruciò tutti gli alloggiamenti, e ritirossi in ordine di battaglia. Giunto a qualche distanza dalla città, pose sulle tre principali strade i fondamenti di tre ridotti, tra i quali divise la sua armata, continuando in tal modo in onta del rigore della stagione il blocco della città, che più non isperava di prendere d'assalto[110].

Il Gattamelata cercò di far entrare soccorsi in Brescia a traverso alle montagne, ma tutti i convogli caddero in mano agli assedianti. D'altra parte i Veneziani fecero allestire sul Po una flotta d'oltre sessanta galere e di molti altri bastimenti, della quale ne affidarono il comando a Pietro Loredano, sperando con queste imponenti forze di conservarsi l'alleanza del marchese di Ferrara, e d'intimidire quello di Mantova; ma avanti che la flotta fosse interamente equipaggiata, il Gonzaga ebbe tempo di guarnire il Po di forti palafitte presso Sermide, Ostiglia e Revere, e di disporre dell'artiglieria sulle rive; onde il Loredano non potè avanzarsi[111].

I Veneziani, che omai più non avevano che un'armata debole e scoraggiata, vedevansi in pericolo di essere scacciati dal continente. I territorj di Verona e di Brescia erano occupati dai nemici, e le due città chiuse così da vicino, che aspettavasi da un giorno all'altro la notizia della loro resa. La repubblica trovavasi vivamente attaccata dal marchese di Mantova, e non osava di far fondamento sull'alleanza di quello di Ferrara: vero è che in appresso si acquistò l'amicizia di questi ed i suoi buoni ufficj, ma mediante la restituzione del Polesine di Rovigo, che da oltre trentun'anni teneva in pegno, e che non avrebbe mai restituito, qualora non si fosse trovata in estremo pericolo. Venezia, umiliata in una sola campagna, sentì allora tutto il prezzo dell'alleanza di Firenze, di cui aveva fatto sì poco conto. Malgrado la estensione de' suoi possedimenti di terra ferma, sentì che ancora non era giunto l'istante di contrastare colle sole sue armi la suprema autorità in Lombardia alla troppo potente casa Visconti; e la signoria spedì Giovanni Pisani nella Marca d'Ancona presso Francesco Sforza e Francesco Barbarigo presso la signoria di Firenze, per rinnovare un'alleanza che la tregua di dieci anni, soscritta il 28 aprile del 1438 tra Firenze ed il duca di Milano, aveva in certo qual modo annullata[112].