CAPITOLO LXIX.

I Fiorentini abbracciano con vigore la difesa di Venezia; battaglia di Tenna, d'Anghiari e di Soncino. — Liberazione di Brescia. — Pace di Martinengo, in forza della quale il Visconti dà sua figlia a Francesco Sforza, generale de' suoi nemici.

1439 = 1441.

L'alleanza che univa le due repubbliche di Firenze e di Venezia era l'opera della nobile ed illuminata politica degli Albizzi. Questi grandi politici avevano sentito che non avvi sicurezza per una nazione, che nelle alleanze che si associano a tutte le opinioni popolari; in quelle che sono approvate da ogni cittadino, assecondate dalla sua inclinazione e mantenute dall'intimo sentimento del suo cuore. Le profonde sensazioni della libertà della religione, o ancora le memorie di una lunga protezione, e di una lunga riconoscenza, possono servire di base a somigliante alleanza, perchè ancora tra gli uomini corrotti i sublimi sentimenti conservano un'influenza universale; ma le leghe formate per progetti di conquiste e d'usurpazioni, le leghe fondate soltanto sopra stretti calcoli di politica, sulle affezioni, o sui privati vantaggi de' capi dello stato, non hanno base nel cuore degli uomini, e sono abbandonate nell'istante medesimo in cui rimane sospeso l'interesse che le dettò: altrettanto infedeli nelle avversità quanto esse parvero indissolubili nella prosperità, essi ingannano nell'una e nell'altra fortuna, accrescono ne' prosperi avvenimenti una pericolosa ambizione, ispirano nella sventura un'ancora più pericolosa sicurezza, e sono quasi sempre cagione della ruina di coloro che ripongono la confidenza loro in questi appoggi regali, che poi si trovano tanto caduchi.

Due uomini ambiziosi trovavansi di quest'epoca alla testa delle due repubbliche, ed avevano ottenuta nella loro patria un'autorità non riconosciuta dalla costituzione dello stato. Cosimo de' Medici di null'altro occupavasi in Firenze che dell'aggrandimento della sua famiglia; a Venezia il doge Foscari voleva procurare alla sua magistratura lo splendore d'una grande gloria militare: l'uno e l'altro consultando i privati suoi interessi, o le proprie individuali passioni, eransi allontanati dalla strada loro indicata dall'amore dei due popoli; avevano dimenticato che la sola loro politica doveva essere quella di mantenere la libertà dell'Italia, ed avevano acconsentito che fossero separati in una guerra cominciata di comune accordo. Francesco Foscari aveva creduto di poter riposare per la difesa della repubblica sopra alleanze regali; aveva creduto che i trattati conchiusi dalla signoria coi piccoli principi della Romagna, il signore di Ravenna, ed i marchesi di Ferrara e di Mantova sarebbe per lei una sufficiente guarenzia, e non aveva preveduto che una sola battaglia perduta la priverebbe di tutto ciò che i principi le avevano promesso sopra la mal sicura loro fede, ma che non era stato sanzionato dal sentimento dei popoli. Per lo contrario il Foscari non faceva verun fondamento sopra i Fiorentini, i quali lo accusavano di aver loro fatto perdere Lucca, il di cui acquisto era quasi sicuro, e che di già avevano firmata una tregua col nemico; ma sebbene il trattato d'alleanza fosse disciolto, e qualunque si fosse la politica de' capi di parte, il sentimento popolare era permanente; i Fiorentini non si chiedevano già quale patto gli unisse alla repubblica di Venezia, ma si chiedevano se questo stato non conservava tuttavia il nome di repubblica, e se non era oppresso da un tiranno. Sempre apparecchiati ad esporsi pel bene comune ed a sacrificare i presenti vantaggi della pace a quelli dell'avvenire, avevano di già scordato l'antico rancore, più ad altro non pensavano che a mantenere l'equilibrio e la libertà dell'Italia, ed avevano cercato in prevenzione d'assicurarsi l'appoggio del conte Francesco Sforza.

La sorte della guerra poteva guardarsi come dipendente dalla decisione che prenderebbe questo generale: pareva ch'egli solo potesse far piegare la bilancia, dichiarandosi per le repubbliche o pel duca di Milano. Questi l'aveva sentito, e cercava da lungo tempo ad allacciare lo Sforza co' suoi intrighi. Per guadagnarselo l'andava continuamente intrattenendo intorno al vicino matrimonio della promessagli figlia. Tutti gli apparecchi sembravano di già fatti per la festa; anche le vesti della sposa erano terminate, e si aveva avuta la destrezza di farle vedere agli amici dello Sforza. Il giorno delle nozze era stato determinato replicatamente; i giuochi, i divertimenti coi quali dovevano celebrarsi erano stati preventivamente ordinati, e non pertanto il Visconti trovava sempre qualche pretesto per dare addietro, e ritirare una promessa che non aveva intenzione di mandare ad effetto. Finalmente i Fiorentini fecero comprendere allo Sforza ch'egli era il trastullo del duca di Milano, che questi lo teneva ozioso per aver tempo di scacciare i Veneziani da tutto il continente, che i Fiorentini non erano abbastanza ricchi per mantenere essi soli l'armata del conte, il quale troverebbesi ad un tempo senza soldati e senza alleati, e che il duca non avendo più motivo di temere, non tarderebbe a rompere tutti gl'impegni con lui contratti. Lo Sforza, offeso da così lunga dissimulazione, accettò il trattato propostogli da Giovanni Pisani, che fu sottoscritto il 18 febbrajo del 1439. I Fiorentini davano ogni mese al conte 8400 fiorini pel mantenimento della sua armata, ed i Veneziani si obbligavano a dargliene 9000. Inoltre le due repubbliche promettevano di prendere al loro soldo il signore di Faenza, il marchese di Ferrara, Pandolfo Malatesti, e Pietro, figliuolo di Giovan Pagolo Orsini. I Veneziani dovevano portare il peso dei due terzi di questo armamento, il terzo i Fiorentini[113].

Neri, figlio di Gino Capponi, che ci lasciò alcune memorie intorno alla storia de' suoi tempi, fu mandato dalla repubblica fiorentina presso Francesco Sforza per persuaderlo a passare il Po, ed a fare la guerra al duca di Milano senza restrizioni e senza riguardi. Di là passò a Venezia per terminare il trattato. Il Capponi, introdotto avanti alla signoria, rimproverò i Veneziani di non aver avuta maggior fiducia ne' loro antichi alleati. «Voi avete esitato a ricorrere a noi, disse a loro, e non pertanto voi conoscevate per lunga esperienza gli sforzi che noi siamo apparecchiati a fare per la difesa della libertà; voi sapete che da lungo tempo questa causa è tra di noi comune. Voi non dovevate conservare la memoria de' cattivi ufficj che ci rendeste, per tenerci gli uni lontani dagli altri, ma ricordarvi soltanto de' servigj che avete da noi ricevuti, i quali sono l'arra di quelli che riceverete in appresso[114].» Il discorso del Capponi fu dalla signoria ascoltato coll'attenzione che si darebbe ad un oracolo. I consiglieri non ebbero la pazienza di aspettare che il doge vi rispondesse secondo il costume della repubblica; ma fattisi tutti in piedi colle mani alzate e cogli occhi bagnati di lagrime, ringraziarono i Fiorentini d'avere loro renduto un così segnalato servigio; ringraziarono il Capponi d'averlo eseguito con tanta diligenza e zelo, e promisero che giammai nè essi, nè i loro discendenti dimenticherebbero di dovere la salvezza loro ai Fiorentini[115].

All'aprirsi della bella stagione, Francesco Sforza con otto mila uomini di cavalleria pesante partì dalla Marca di Ancona, dove aveva i suoi quartieri di inverno, attraversò rapidamente la Romagna, i territorj di Forlì e di Ravenna, passò il Po presso Ferrara, e recossi per Chiozza a Venezia[116]. Non solo Bergamo e Brescia, ma Verona e Vicenza trovavansi circondate dai nemici: il Gattamelata erasi trincerato dietro i canali di Padova col rimanente dell'armata veneziana, e tutto quanto trovavasi al di là di questi canali, ad eccezione delle quattro città assediate, era perduto. Il Piccinino, quando si vide a fronte lo Sforza e la sua nuova armata, non volle compromettere con una battaglia le conquiste ch'egli risguardava come sicure; si coprì con un profondo canale in mezzo alle paludi dell'Adige, a cinque miglia da Soave nei veronese; e siccome l'arte di gettare i ponti sui fiumi era ancora affatto sconosciuta, egli rese vane tutte le minacce de' nemici, ai quali non fu possibile di obbligarlo a combattere[117].

L'armata alleata comandata da Francesco Sforza ammontava a quattordici mila cavalli e ad otto mila fanti; ma mentre quest'armata non poteva avvicinarsi al nemico, i corpi staccati che i Veneziani avevano lasciati presso di Brescia e di Verona venivano successivamente battuti e fatti prigionieri dai Milanesi. Brescia inoltre provava gli orrori della fame, e tutta la magnanimità, tutto l'attaccamento di Francesco Barbaro, che divideva ancor esso coi cittadini tutte le privazioni di una terra assediata, appenna bastavano a sostenerne il coraggio[118]. Lo Sforza, impaziente di liberare il territorio della repubblica dalla presenza de' nemici, vedendo di non poter forzare il passaggio de' canali e de' trinceramenti del Piccinino, si diresse verso i monti Euganei, e malgrado l'opposizione de' corpi destinati a difenderli, gli attraversò e scese nel piano veronese. Il Piccinino vedendosi circondato da ogni banda si affrettò d'evacuare Soave, e di ripiegare dietro l'Adige. Non fu però così facile il far levare il blocco di Brescia separata dal territorio veneziano dagli stati di Mantova. Erasi fin allora sperato di poter soccorrere questa città attraversando il lago di Garda. Durante l'inverno i Veneziani avevano trasportato fino a questo lago, per mezzo alle montagne che lo circondano, due galere grandi e tre mezzane, e venticinque barche armate[119]. Questa piccola flotta, entrando nelle acque del lago, si trovò padrona della sua navigazione, ed aprì qualche comunicazione con Brescia. Ma il duca di Milano fece armare a Peschiera una flotta assai più considerabile; pose guarnigione in tutti i castelli situati sulle due rive, ed il provveditore Pietro Zeno, che comandava i Veneziani, fu forzato di ritirarsi colla sua flotta a Torboli, presso alla foce della Sarca, all'estremità settentrionale del lago, ove circondò le sue galere con forti palafitte, per difenderle contro que' nemici coi quali non poteva più misurarsi[120].

Sperava lo Sforza di soccorrere Brescia liberando questa piccola flotta, e mettendola in comunicazione col piano di Verona. A quest'oggetto venne ad assediare Bardolino, castello posto sulla riva occidentale del lago tra Peschiera e Garda, il quale era difeso da una guarnigione mantovana. Ma i segnali con cui dava avviso alla flotta di avvicinarsi, o non furono visti, o non furono intesi. Per lo contrario il Piccinino aveva fatta uscire la sua flotta da Peschiera, ed aveva rinforzata la guarnigione di Bardolino; onde lo Sforza, dopo avere perduta molta gente per le malattie, cagionate dall'eccessivo calore in luoghi insalubri, fu costretto a levare l'assedio[121]. Un'altra perdita tenne subito dietro a questa: i Veneziani avevano mandati mille cavalli e trecento fanti nelle montagne poste al settentrione del lago, per condurre alla loro flotta un convoglio di vittovaglie, e darle modo d'aprirsi un passaggio fino alla riva occidentale, di dove avrebbe potuto comunicare con Brescia. Ma il Gonzaga ed il Piccinino, avuto avviso di questo movimento, il 23 di settembre sorpresero e svaligiarono i soldati che si recavano alla flotta; il 26 attaccarono la flotta medesima nel suo trinceramento, presero tutti i vascelli ad eccezione di due che fuggirono a Peneda, e fecero prigionieri quattro provveditori veneziani, che si trovavano colla flotta o coll'armata[122].

Francesco Sforza indispettito di non corrispondere che con rovesci all'alta aspettazione che di lui avevano le due repubbliche, e pressato dal senato di Venezia a soccorrere gl'infelici Bresciani, risolse all'ultimo d'aprire alla sua grande armata medesima il cammino di Brescia, facendo a traverso alle montagne il giro del lago di Garda. Rimandò adunque i suoi equipaggi a Verona, si avanzò in mezzo all'alpestre catena di monti che divide il lago dall'Adige praticando strade nelle quali la cavalleria pesante era sempre in pericolo, e giunse, superando infinite difficoltà, fino all'angusta pianura di Peneda alla foce della Sarca. Dall'altro lato il Piccinino, avvisato delle strade tenute dal conte Sforza, lasciò il marchese di Mantova a Peschiera, e fece pel lago trasportare la sua armata al castello di Tenna, che chiudeva la piccola valle ov'era entrato lo Sforza. Ebbero luogo tra le due armate diverse scaramucce, ma il Piccinino, che aveva chiuso il suo rivale come in un laccio, evitò lungo tempo un'azione generale. Si lasciò all'ultimo trasportare dall'abituale suo impeto, ed il 9 di novembre accettò la battaglia. Mentre che le due armate erano alle mani, gli abitanti di Brescia, avanzandosi ad incontrare i loro liberatori, comparvero sull'alto delle montagne dietro i corazzieri del Piccinino, e cominciarono a far rotolare sopra di loro grossi macigni. Spesse volte un solo istante decide della sorte delle battaglie; l'armata milanese venne scoraggiata da una comparsa che non era accompagnata da un pericolo ben reale; i corazzieri cercarono di salvarsi, alcuni verso i vascelli, altri verso le fortezze, altri finalmente verso le montagne. Nella insensata loro fuga, caddero per la maggior parte tra le mani de' nemici e furono fatti prigionieri. Contaronsi tra i più illustri Carlo Gonzaga, figlio del marchese di Mantova, Cesare Martinengo e Sacromoro Visconti[123].

Niccolò Piccinino, strascinato nella fuga de' suoi soldati, erasi chiuso nei castello di Tenna; ma ben vedeva che questo castello non poteva lungamente resistere, altronde premevagli di trovarsi in aperta campagna, onde raccogliere le reliquie della sua armata. Prese dunque l'audace risoluzione di attraversare tutto il campo di battaglia, e gli stessi quartieri dei vincitori. Un servitore tedesco, che aveva cura de' suoi cavalli, uomo robusto ed a lui perdutamente attaccato, lo pose in un sacco, se lo caricò sulle spalle e scese nel campo la notte medesima in cui era seguita la battaglia. Raccolse ancora alcune spoglie di morti, che gittò sopra il suo fardello, e mostrando di non avere altro pensiere che quello di raccogliere questo bottino, attraversò tutto il piano in mezzo a' soldati nemici, occupati ancor essi a spogliare gli estinti. Passò ancora senza difficoltà innanzi ai corpi di guardia veneziani, e venne finalmente a deporre il suo padrone a Riva, presso al lago, ove un battello lo condusse a Peschiera[124].

Appena sapevasi nell'armata dello Sforza che il generale nemico più chiuso non era nel castello di Tenna, quando s'intese con sorpresa, che dopo di avere raggiunto il Gonzaga a Peschiera, erano partiti assieme per dare la scalata a Verona. Si dice che un soldato tedesco avesse loro indicati i mezzi d'eseguirla con sicurezza. Nella notte del 16 di novembre si appoggiarono le scale contro il muro del piccolo ricinto detto borgo di santo Zeno: le truppe milanesi, di cui le prime squadre erano condotte da Luigi del Verme, genero del Carmagnola, erano di già padrone della città, prima che la guarnigione pensasse a difendersi. I governatori veneziani ritiraronsi colla guarnigione nella fortezza di san Felice ed in quella della porta di Braida; la città s'arrese senza fare resistenza, ed il marchese Gonzaga, cui era stata promessa in piena sovranità, la preservò dal saccheggio. I soli equipaggi dell'armata dello Sforza vennero divisi tra i vincitori[125].

La sera medesima della presa di Verona ne fu data notizia allo Sforza, che stringeva l'assedio di Tenna, e che di già aveva approfittato della vittoria per mandare a Brescia vittovaglie ed alcuni soldati. Alla rapidità del suo nemico risolse d'opporre un'eguale prontezza; partì all'istante, sperando tuttavia che il Piccinino, sebbene padrone di Verona, non avrebbe potuto in così breve tempo prendere tutte le necessarie misure per difenderla. In fatti attraversò senza difficoltà le chiuse dell'Adige. La fedeltà di Giacomo Marancio aveva conservato a' Veneziani il comando di quest'importante passo, aperto tra due montagne a picco, pel quale due uomini a cavallo non possono passare di fronte. Il marchese di Mantova, allorchè prese Verona, vi aveva trovata la moglie ed i figli di Marancio, comandante delle chiuse; gli aveva fatto sapere, che questi ostaggi risponderebbero della sua ubbidienza; che s'egli voleva salvarli, doveva chiudere il passaggio allo Sforza ed impedire il suo ritorno. Questo generoso cittadino non bilanciò punto tra il suo dovere e gl'interessi del proprio cuore. Egli fece prendere le armi a tutti gli abitanti della valle: «La sorte di quanto io tengo di più caro al mondo, disse loro, potrebbe accecarmi intorno a ciò che la patria e l'onore domandano da me; nelle vostre mani adunque io depongo il deposito a me confidato, poichè voi non potete scordarvi la fedeltà dovuta alla signoria di Venezia; custodite questo passo pel suo onore, e pel vantaggio di Francesco Sforza suo generale[126].» Il Piccinino non aveva potuto, ne' tre giorni che comandò a Verona, impadronirsi delle fortezze occupate dai Veneziani, e non aveva creduto che fosse ancora tempo di separarle dalla città con un nuovo ricinto. Quand'ebbe avviso dell'impensato arrivo dello Sforza nel piano di Verona, spedì ordine a Taliano Furlano, uno de' suoi luogotenenti, di rientrare in città con il corpo di truppe da lui comandate. Taliano ricusò d'ubbidire, appoggiandosi ad un contrario ordine del duca di Milano. In fatti il Visconti, ch'erasi obbligato a cedere Verona al Gonzaga, geloso dell'ingrandimento del suo alleato, aveva prese segrete misure per far ricadere la sua conquista in mano al nemico[127]. Il Piccinino, contrariato ne' suoi progetti, non potè vietare allo Sforza di rientrare in città, la notte del 19 al 20 di novembre, pel castello di san Felice; ebbe subito luogo una zuffa nelle strade; la cavalleria milanese rimase perdente e venne cacciata fuori delle mura, e Piccinino riperdette Verona colla medesima rapidità con cui l'aveva acquistata[128].

Ma sebbene non avesse potuto conservare tale conquista, non aveva per ciò meno operata una possente diversione, e tolto allo Sforza tutto il frutto della vittoria di Tenna. Egli gli aveva inoltre impedito di arrecare soccorso agli abitanti di Brescia, sempre più oppressi dalla fame, dalle malattie e dalle incursioni dei loro nemici. La signoria eccitava lo Sforza a tornare in soccorso di questi sventurati; e lo Sforza, malgrado il rigore dell'inverno, uno de' più aspri che si fossero da lungo tempo provati, condusse di nuovo la sua armata tra le montagne dalle quali riceve le acque il lago di Garda, e ricominciò l'assedio di Tenna. Questo piccolo castello, cui il Piccinino non osò di affidarsi, resisteva sempre, e chiudeva ai Veneziani la strada di Brescia. Bentosto i ghiacci e le alte nevi, che i soldati italiani non erano accostumati a disprezzare, stancarono le truppe, e per la seconda volta fu levato l'assedio di Tenna. L'armata, mancante di viveri e di foraggi, fu ricondotta ai quartieri d'inverno a Verona[129]; e soltanto Serpellione e Troilo, due dei luogotenenti dello Sforza, riuscirono ad attraversare le montagne per isconosciuti sentieri, e ad introdurre in Brescia un piccolo convoglio di munizioni con trecento fanti.

Durante tutta la campagna del 1439 le ostilità non eransi stese fuori della Lombardia; pure Filippo Maria era impaziente di castigare i Fiorentini della loro interposizione, e di costringerli col conte Sforza a difendere i proprj stati. Il Piccinino in particolar modo era geloso dello Sforza; non poteva darsi pace che questo generale avesse preso posto tra i sovrani coll'acquisto della Marca, mentre egli medesimo, che l'Italia per talenti e per valore pareggiava allo Sforza, egli medesimo, che, quale erede ed allievo di Braccio, avrebbe potuto aspirare alla sovranità che questo generale si era formata, non aveva che una precaria esistenza dipendente dal principe che lo assoldava. Egli supplicava il duca di Milano a non farlo combattere in Lombardia per città che poco o nulla curavasi d'avere o di perdere, ma di mandarlo piuttosto nella Marca, che sperava di togliere in poco tempo al suo rivale. Sufficienti truppe, egli diceva, rimarrebbero ancora dopo la di lui partenza per continuare l'assedio di Brescia; Fiorentini, temendo per la Toscana, richiamerebbero lo Sforza, il quale vorrà piuttosto accorrere in difesa de' proprj stati, e prevenuto in ogni luogo, non soccorrerà Brescia, non coprirà la Toscana, nè salverà il suo principato.

Dal canto suo Rinaldo degli Albizzi aggiugneva le sue istanze a quelle del Piccinino, e sempre persuaso che i Fiorentini non potessero accostumarsi al suo esilio, e che accoglierebbero con vivo piacere quell'armata che lo riconducesse in patria, altro non domandava per essere sicuro del successo che di essere rimandato in Toscana. Frattanto una trama ordita con Giovanni Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, fu ancora un più potente motivo per togliere Filippo ad ogni incertezza. Questo prelato guerriero, favorito ministro di Eugenio IV, rendeva da lungo tempo odioso il suo signore colla sua arroganza e colla sua crudeltà. Erasi veduto nella guerra di Napoli promovere il guasto delle campagne nemiche con esecrabili promesse di grazie spirituali a pro di coloro che farebbero abuso delle armi temporali; aveva accordato ai suoi soldati cento giorni d'indulgenza in purgatorio per ogni pianta d'ulivo che taglierebbero[130]. Sebbene il suo padrone avesse presa parte nella lega delle due repubbliche, egli conservava un violento rancore contro Francesco Sforza che lo aveva battuto nella Marca d'Ancona. Lo avevano pure offeso i Veneziani ed i Fiorentini: aveva da loro ricevuti venti mila fiorini per allestire l'armata con cui doveva agire contro Filippo al di là degli Appennini; ma dopo aver toccato il danaro aveva mancato alle sue promesse, ed impiegati i soldati nell'assedio di Foligno. I Fiorentini ed i Veneziani se ne querelarono presso Eugenio IV, il quale ebbe la debolezza di comunicare le loro confidenziali lagnanze al suo favorito, che giurò di vendicarsene. Il Vitelleschi propose segretamente al Piccinino di unire le loro truppe per opprimere i Fiorentini; si soggiunge che volesse in appresso far morire Eugenio IV per innalzarsi in sua vece sul soglio pontificio[131]. Aspettava con impazienza l'arrivo dell'armata milanese per dichiararsi; ed il Visconti, sicuro di così potente alleato, non tardò ad annuire alle inchieste del Piccinino.

Questi lasciò in febbrajo del 1440 i suoi quartieri d'inverno, seco conducendo sei mila cavalli. Il giorno 7 passò il Po per unirsi a Manfredi nel territorio di Faenza[132]; mentre Neri Capponi e Davanzati, ambasciatori fiorentini, giugnevano nello stesso tempo a Ferrara, per recarsi a Venezia onde concertare il piano della vegnente campagna[133]. Questi due generosi cittadini, lungi dal lasciarsi intimidire dal pericolo che si avvicinava alla loro patria, si unirono ai Veneziani per persuadere lo Sforza a tentare di nuovo la liberazione di Brescia; dichiararono che Firenze ben saprebbe mettere in piedi un'altra armata per opporla al Piccinino, quando per lo contrario lo stato di terra ferma de' Veneziani sarebbe immancabilmente perduto, se lo Sforza lo abbandonava. In fatti il Gattamelata, quel generale che aveva prima il comando delle truppe veneziane, era stato tocco da una paralisia nelle montagne di Tenna, e fino alla sua morte, accaduta il 16 gennajo del 1443, non fece che languire[134]. Verun altro generale non vedevasi da tanto di poter supplire in assenza dello Sforza, e privi di questo generale i Veneziani non isperavano di poter salvare le province occupate dal nemico.

Ma il conte Sforza non era come i Fiorentini disposto a sagrificare il proprio interesse alla causa comune. Conosceva le ostili disposizioni del patriarca d'Alessandria, che comandava più di tre mila uomini ai confini della Toscana e della Marca, e vedeva che il Piccinino, unendosi a questo prelato poteva sconvolgere l'una o l'altra di queste due province. Mentre che il suo emulo marciava verso il mezzogiorno riputava inutile la sua dimora in Lombardia, poichè ad ogni modo sarebbe costretto d'aspettare che cessasse il rigore della stagione, e che si sciogliessero le nevi prima di poter intraprendere per la via delle montagne la liberazione di Brescia; e non aveva egli veruna speranza di buon successo, qualora avesse presa la strada della pianura[135].

Mentre ciò discutevasi in Venezia, ov'erasi recato il conte, e che i Fiorentini assoldavano molti condottieri per formare un'altra armata, seppesi che i Malatesti, signori di Rimini, cui era stato pagato il soldo d'un migliajo di corazzieri, che dovevano somministrare alle due repubbliche, erano passati nel campo di Niccolò Piccinino. Questa diserzione faceva temere di maggiori danni ed eccitava la più viva inquietudine intorno alla sorte di Giovan Pagolo Orsini, generale de' Fiorentini, che si era mandato a difendere lo stato di Rimini[136]. Le istanze di Francesco Sforza per ottenere il suo congedo si resero a tal nuova più vive: fortunatamente fu bentosto seguita questa notizia da un'altra non meno inaspettata, ma di affatto diversa natura.

I Fiorentini avevano sorpresa a Montepulciano la corrispondenza del patriarca d'Alessandria col Piccinino, la quale, sebbene scritta in cifre, bastò per risvegliare finalmente nel papa, cui si fece conoscere, i più violenti sospetti contro il suo favorito. Eugenio aveva così ciecamente affidate al Vitelleschi le sue armate, i tesori, le fortezze, e tutto il suo potere, che non poteva omai, senza estremo pericolo, spogliarne un uomo da lui fatto tanto potente. Pure diede segretamente ad Antonio Redo, comandante di Castel sant'Angelo un ordine eventuale d'imprigionarlo e di processarlo quando ne avesse l'opportunità. Tale ordine non era di facile esecuzione, e Redo aspettava in silenzio qualche favorevole circostanza, allorchè il patriarca, disposto a partire verso la Toscana alla testa della sua armata, ordinò al comandante di recarsi la mattina del 18 marzo sul ponte della fortezza per ricevere le commissioni che gli darebbe partendo. Vide Antonio Redo che l'occasione sarebbe favorevole; apparecchiò la sua gente, ed aspettò di buon mattino sul ponte il patriarca, che giugneva alla testa di tutta la sua armata. Il Redo gli si avvicinò rispettosamente, prese il suo cavallo per la briglia, e, sotto colore di non volere essere udito da coloro che lo circondavano, lo condusse a piccoli passi al di là del ponte levatojo, parlandogli continuamente di cose importantissime, per occupare tutta la di lui attenzione; ma quand'ebbe appena passato il ponte fece cenno alle guardie di levarlo, ed intimò al patriarca di rendersi prigioniero. Il Vitelleschi cercò invano di difendersi, venne ferito nel capo e rovesciato da cavallo da coloro che lo circondavano. Allora Redo e Girolamo Orsini cercarono di consolarlo, persuadendolo a sperar bene; ma il Vitelleschi rispose, che, sebbene ferito, non morirebbe in conseguenza delle sue ferite. «Non si arrestano, soggiunse, gli uomini potenti per rilasciarli; e se mi credettero abbastanza pericoloso per farmi prigioniere, quanto non sarei riputato più pericoloso se riavessi la libertà[137].» Infatti il patriarca aveva intimamente conosciuto il suo padrone; egli morì di veleno dopo pochi giorni. La sua armata, che stava al di là del ponte, mostrava da principio di voler vendicarlo, ed assediare il castello, ma si sottomise tostocchè le furono comunicati gli ordini del papa. Ne fu in appresso affidato il comando al patriarca d'Aquilea, con ordine di difendere la Toscana con quattro mila cavalli e due mila pedoni. Tutte le fortezze in cui il Vitelleschi teneva guarnigione rientrarono bentosto sotto l'ubbidienza del papa[138].

La rivoluzione, che rovesciava il Vitelleschi, poneva in sicuro la Toscana e la Marca; onde persuase lo Sforza a continuare la guerra in Lombardia; soltanto egli staccò dalla sua armata mille cavalieri, che Neri Capponi condusse a Firenze, ove giunsero avanti la fine di aprile, nello stesso tempo che arrivavano Pagolo Orsini, ed alcuni altri condottieri[139]. Di già il Piccinino aveva cercato di entrare in Toscana a traverso alle Alpi di san Benedetto, ed era stato vigorosamente respinto da Niccolò Gambacorti di Pisa, conosciuto sotto il nome di Niccolò Pisano. Cambiando allora direzione cercò di aprirsi un passaggio per Marradi. Questo castello, posto in sull'ingresso della Val di Lamone, alle falde delle montagne che dividono la Toscana dalla Romagna, era secondo l'antico sistema di guerreggiare, riputato fortissimo, perchè il fiume forma dei precipizj intorno al rialto su cui è posto, e Marradi avrebbe potuto fermare alcuni mesi una grande armata. Ma Bartolomeo Orlandini, che lo comandava per conto della repubblica di Firenze, l'abbandonò vilmente, ed il Piccinino entrandovi il 10 aprile fu sorpreso d'aver fatto, senza tirare un colpo, un acquisto che avrebbe potuto costargli molto sangue[140]. Marradi gli apriva le porte della Toscana; i suoi cavalieri corsero tutto il Muggello senza trovare resistenza; s'innoltrarono fino alle montagne di Fiesole, guastarono il paese fino alla distanza di tre sole miglia da Firenze, ed alcuni ebbero ancora il coraggio di passar l'Arno, oltre il quale occuparono Remolo. In tali frangenti appunto giunse a Firenze Neri Capponi con un distaccamento dell'armata di Francesco Sforza, cui aggiunse dei fanti levati tra il popolo; con questi sloggiò i nemici da Remolo, e fermò i loro guasti[141].

L'ingresso in Toscana di Rinaldo degli Albizzi in coda all'armata milanese non aveva ancora prodotto in Firenze verun movimento d'insurrezione, alcuna dimostrazione di favore per gli emigrati, quando Francesco di Battifolle, conte di Poppi, venne co' suoi vassalli ad unirsi al Piccinino. Nel precedente anno questo feudatario della repubblica era stato da lei protetto contro papa Eugenio IV[142]; ma pensò di non poter meglio mostrare il suo attaccamento ai Fiorentini, che secondando il partito ch'egli credeva più proprio a governarli, e l'antica sua amicizia cogli Albizzi gli tolse di vedere ciò che doveva alla riconoscenza.

Due strade presentavansi al Piccinino, quella di Val di Marina, per la quale sarebbe disceso tra Firenze e Prato fino alle rive dell'Arno ed avrebbe tolta la comunicazione con Pisa, di dove i Fiorentini tiravano le vettovaglie[143], e quella del Casentino che poteva condurlo a rompere la comunicazione tra Arezzo e Perugia, di dove veniva l'armata pontificia; il Piccinino preferì l'ultima. I feudi del conte di Poppi erano posti nel Casentino; questo signore faceva sperare d'avere intelligenze ne' castelli de' suoi vicini, ed in fatti col favore di queste vennero in pochi giorni occupati Romena e Bibbiena; ma in seguito avendo il Piccinino assediato castello san Niccolò, questa piccola fortezza diede ai Fiorentini, coll'ostinata sua resistenza, abbastanza di tempo per adunare la loro armata, essendosi difesa trentasei giorni, dopo i quali non si arrese che dietro speciale autorizzazione dei generali della repubblica, che vedevano l'impossibilità di soccorrerla. Quando il Piccinino vi entrò non vi rinvenne una sola freccia nè una carica di polvere[144]. Frattanto il suo piano d'attacco non era riuscito; i vassalli della repubblica avevano ripreso coraggio, i soldati occupavano tutti i posti più importanti, ed era svanita la speranza di vedere scoppiare qualche rivoluzione in favore degli Albizzi. Il Piccinino fece una visita a Perugia, sua patria, sperando che la memoria di Braccio, e la gloria di cui erasi egli medesimo coperto, consiglierebbero i suoi concittadini ad accordargli quella signoria che Braccio aveva esercitata con tanta gloria, ma non ebbe da loro che un regalo di otto mila fiorini. Cercò di occupare Città di Castello colle armi, e Cortona col favore d'una congiura, ma tutto gli riuscì male: per ultimo, dopo avere perduta parte dell'estate nelle montagne della Toscana, ebbe avviso de' progressi dello Sforza, ed ordine dal suo padrone di ricondurre l'armata in Lombardia[145].

Le truppe pontificie erano finalmente giunte a Firenze sotto il comando di Luigi, medico del papa, ch'egli aveva nominato patriarca d'Aquilea, e generale d'armata. Era composta di tre mila corazzieri e di cinquecento pedoni. L'armata fiorentina, portata a tale epoca ad otto in nove mila cavalli, era ben tale da tenere testa a quella del Piccinino; ma la signoria non voleva niente avventurare, tanto più ch'era informata dei vantaggi ottenuti dallo Sforza in Lombardia. Aveva perciò scritto al suo generale Giovan Pagolo Orsini di non venire a battaglia, aspettando che il Piccinino si ritirasse spontaneamente. Le stesse ragioni consigliavano il Piccinino a cercare l'occasione di dare una battaglia, perchè, costretto ad abbandonare la Toscana, sperava almeno con una vittoria di salvare il conte di Poppi e gli altri che avevano spiegate le sue insegne. Sapeva che l'armata fiorentina trovavasi ad Anghiari, grossa terra lontana quattro miglia da Borgo san Sepolcro, alle falde delle montagne che separano la valle del Tevere da val di Chiana, ed in un piano ove poteva spiegare la cavalleria. Partì da Borgo per attaccarla, seco strascinando due mila abitanti di questa città, che speravano di approfittare del saccheggio che terrebbe dietro alla vittoria. Tanta era la negligenza della militare disciplina, che i Fiorentini non avevano avanti alle loro armate nè scolte nè posti avanzati; e pure di que' tempi richiedevasi assai maggior tempo che non al presente, per far vestire ai cavalieri le pesanti loro armature, per sellare i cavalli e disporli alla pugna. Era il giorno 29 giugno del 1440, e gli uomini d'armi oppressi dal caldo eransi qua e là dispersi a qualche distanza per cercare luoghi ombrosi e freschi. Michele Attendolo, parente del conte Sforza, ed uno de' migliori condottieri che avessero i Fiorentini, osservò il primo a due miglia di distanza la polvere sollevata dalla cavalleria nemica; onde chiamando alle armi i suoi commilitoni, ebbe appena agio d'occupare colle sue truppe il ponte che trovasi avanti ad Anghiari, e dar tempo in tal modo al rimanente dell'armata di adunarsi e di prendere le armi. Quando gli altri corpi l'ebbero raggiunto, Micheletto rimase nel centro, il legato della Chiesa alla diritta, e Giovan Pagolo Orsini coi commissarj fiorentini dall'altro lato. L'Orsini aveva in prevenzione avuto cura di far empire tutti i fossi tra il ponte d'Anghiari sul Tevere e la Borgata, di atterrare tutti gli ostacoli, e di formare una spianata che permetteva ai diversi corpi dell'armata di muoversi senza stento. Al di là del ponte la strada per la quale s'avvicinava il Piccinino era fiancheggiata da profonde fosse, ed ogni campo aveva un riparo difficile a superarsi. I corazzieri milanesi non potevano avvicinare il nemico che per il ponte, e l'infanteria fiorentina custodiva sola le rive del fiume per vietare agli assalitori di guadarlo. I primi squadroni milanesi che passarono il ponte vennero vigorosamente respinti da Micheletto Attendolo; ma questi essendo stati rimpiazzati da Astorre Manfredi e da Francesco Piccinino col fiore della armata, Micheletto venne scacciato dal ponte, e respinto fino alla salita d'Anghiari. Frattanto i Milanesi, che avevano passato il ponte, trovavansi scoperti da ambo i lati, ed i Fiorentini, in piena facoltà di agire sopra di loro, gli opprimevano con truppe fresche e più numerose. Manfredi e Francesco Piccinino vennero dunque bentosto respinti verso il ponte sul quale si tennero fermi. Per lo spazio di due ore il ponte fu tra le due armate vivissimamente contrastato. I Milanesi lo attraversarono più volte, ma sempre erano respinti tostocchè giugnevano sul piano posto dall'altra banda. Finalmente i Fiorentini lo attraversarono ancor essi, e trovandosi in allora coperti dai due fossi che avevano ai fianchi, rovesciarono coloro che loro fuggivano innanzi, divisero le due ali che non poterono nè riunirsi, nè agire contro di loro, e che pel loro retrogrado movimento si posero in confusione. Bentosto l'intera armata fu rotta, ed un immenso bottino di prigionieri, di armi, di cavalli, cadde in potere del vincitore. Di ventisei capi squadra, che contava la nemica armata, ventidue furono fatti prigionieri con circa quattrocento ufficiali, mille cinquecento quaranta uomini in istato di pagare la taglia, e tre mila cavalli. Ma in queste armate mercenarie, nelle quali i soldati dei due campi, risguardandosi come commilitoni, non volevano nuocersi, i vincitori cercavano a tutto loro potere di far fuggire i vinti. Neri Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata, volle far tradurre i prigionieri al borgo d'Anghiari, ma invece di ventidue, più non trovò che sei capi squadra. La seguente mattina volle inseguire il Piccinino, che con mille cinquecento cavalli mal in ordine erasi chiuso in Borgo san Sepolcro, ove non aveva alcun mezzo di difendersi; ma di tutti i condottieri e capitani il solo Giovan Pagolo Orsini era pronto a seguirlo. Tutti gli altri, occupati trovandosi nella divisione della preda che avevano fatta, pretestavano le sostenute fatiche, o le ferite dei cavalli. Essi consumarono tutta la mattina in contese col commissario, ed a mezzogiorno si allontanarono quasi tutti per porre in sicuro la fatta preda in Arezzo, di dove non tornarono che la sera al campo[146].

Questa grande battaglia, nella quale è così palese l'indisciplina e la cupidigia delle armate di condottieri, i quali ruinavano gli stati per cui guerreggiavano, non permettendo loro di approfittare dei loro vantaggi, è diventala celebre per una circostanza, che se fosse meglio avverata, darebbe ancora maggior peso alla singolarità di questo quadro. Assicura il Machiavelli che in questa lunga mischia, che si prolungò le ultime quattro ore del giorno, non vi fu che un solo uomo ucciso; e questi ancora non in conseguenza di una nobile ferita, ma per essere caduto da cavallo e calpestato dai combattenti. «Tale era, egli soggiugne, la sicurezza colla quale allora si battevano: i soldati durante la battaglia erano coperti d'impenetrabile armatura, e quando s'arrendevano non erano mai uccisi; di modo che sotto la doppia salvaguardia della loro armatura e del diritto della guerra, non potevano perire nella zuffa, nè dopo[147].» Pare per altro che il Machiavelli esagerasse alquanto questa sicurezza de' combattenti, per fare maggiore impressione sui leggitori. Dietro il Biordo, segretario apostolico, contaronsi nell'armata del Piccinino sessanta morti e quattrocento feriti; e stando al Poggio, soltanto quaranta morti: in quella de' Fiorentini, dicono essi, trovaronsi duecento feriti, dieci de' quali morirono in conseguenza delle loro ferite[148]. Gli altri storici contemporanei, parlando di questa battaglia, nulla dicono de' morti o de' feriti[149].

Il Piccinino, abbastanza fortunato di non essere inseguito a Borgo san Sepolcro, ove non avrebbe potuto schivare d'essere fatto prigioniero, ne sortì all'indomani della battaglia, ed i Fiorentini vi entrarono il giorno dopo. Questi, invece d'accettare la sovranità di Borgo che voleva porsi sotto la repubblica, restituirono la città alla Chiesa, facendosi soltanto garanti de' privilegi accordatile nella sua capitolazione. Frattanto le domande degli abitanti di Borgo risvegliarono qualche diffidenza tra il generale della Chiesa e quello della repubblica; essi si divisero; il patriarca con metà dell'armata corse lo stato ecclesiastico per ristabilirvi l'autorità del papa, mentre Neri Capponi coll'altra metà entrò nel Casentino, riprese i castelli ribellati, e cacciò da' suoi feudi il conte di Poppi. Fu questi l'ultimo dei discendenti del conte Guido, che avesse sovranità in Toscana. Gli fu accordato di ritirarsi dal Casentino colla moglie, coi figli e con trenta muli carichi; ma il piccolo suo principato, che comprendeva diverse fertili valli e molte fortezze presso alle sorgenti dell'Arno, e che aveva ubbidito cinquecento anni alla di lui famiglia fino dai tempi del grande Ottone, passò a perpetuità sotto il dominio della repubblica fiorentina[150]. Dal canto suo Rinaldo degli Albizzi abbandonò per sempre la Toscana, ed andò a soggiornare in Ancona, di dove fece un pellegrinaggio in terra santa. Dopo il ritorno, mentre festeggiava le nozze d'una sua figliuola, morì improvvisamente a tavola; felice, dice il Machiavelli, di avere lasciata la vita nel meno infelice giorno del suo esilio[151]!

Mentre ciò accadeva in Toscana, lo Sforza apparecchiava la sua armata per soccorrere Brescia, tostocchè le strade della montagna sarebbero praticabili senza per altro trascurare i mezzi d'aprirsi altresì la strada della pianura o quella del lago. I Veneziani con lui d'accordo avevano fatte trasportare nuove galere sul lago di Garda sotto il comando del provveditore Contarini, e lo Sforza aveva mandato su questa piccola flotta Pietro Brunoro, uno de' suoi migliori luogotenenti. Il Contarini ruppe il 10 aprile la flotta milanese comandata da Taliano Furlano, prese tre galere e molte barche, e costrinse il rimanente della flotta nemica a chiudersi in Salò; assediò in appresso i castelli di Riva e di Garda, che si resero il 29 di maggio, e ch'egli trattò con grandissima crudeltà; ristabilì la comunicazione tra le due rive del lago, fece ricapitare abbondanti approvvigionamenti a Brescia e forzò le bande milanesi, disperse tra questa città e Salò, a ritirarsi[152]. Queste vittorie e l'assenza del Piccinino avendo scoraggiata l'armata, che sotto gli ordini del Gonzaga difendeva il passaggio del Mincio, e che poteva temere di essere presa alle spalle, lo Sforza tentò d'aprirsi, per passare a Brescia, la strada diretta, che fin allora gli era stata chiusa. Il 3 di giugno gettò un ponte di battelli sul Mincio, e lo passò con tutto il suo esercito forte di circa venti mila uomini, senza che gli si opponesse il Gonzaga, il quale si tenne chiuso in Mantova. Taliano Furlano e Luigi del Verme, i due generali del Visconti, andavano intanto evacuando il territorio di Brescia, ritirandosi innanzi allo Sforza, finchè si stabilirono in riva all'Oglio, tra Soncino ed Orci, per conservarsi padroni del ponte che serviva di comunicazione a questi due castelli. Taliano lo copriva con una parte della sua cavalleria, ma lo Sforza risolse di forzarlo per occupare Orci, la sola fortezza che restasse ai Milanesi sulla sinistra dell'Oglio. Non entrò dunque in Brescia, ove la sua assistenza più non era necessaria, ma, giunto il 14 di giugno presso all'Oglio, ordinò a Sarpellione, uno de' suoi luogotenenti, di attaccar Taliano Furlano, e di ritirarsi dopo i primi colpi per allontanare il nemico dal fiume. In fatti i Milanesi lo inseguirono, ed avanzatisi incautamente in mezzo a forze superiori furono così vivamente caricati, che più difendere non poterono nè il ponte, nè il castello d'Orci. Lo Sforza passò l'Oglio con tutta l'armata, piombò addosso ai Milanesi presso a Soncino, li ruppe e loro tolse tutti gli equipaggi con quasi mille cinquecento cavalli. Il figlio naturale del marchese di Ferrara, Borso d'Este, quello zelante protettore delle arti e delle lettere, che portò il primo il titolo di duca di Ferrara, fece le prime prove in questa battaglia, nella quale perdette quasi tutta la sua cavalleria. Mentre Niccolò d'Este, suo padre, era attaccato al partito delle due repubbliche, Borso aveva condotti mille cavalli all'armata del duca di Milano; o perchè avido di gloria aspirasse ad avere un comando indipendente, o perchè la politica di suo padre portasse di tenersi amiche le due parti per non essere vittima di quella che restasse soccombente[153].

La vittoria di Soncino, meno brillante di quella d'Anghiari, ebbe migliori risultamenti pel vincitore: tutto il territorio di Bergamo venne evacuato dall'armata milanese, come poco prima era stato abbandonato quello di Brescia. Tutti i castelli, che vi aveva il Visconti, furono presi colla forza, o capitolarono; ed i Veneziani, in cambio d'avere la guerra in casa loro, la poterono portare nel territorio de' loro nemici. Lo Sforza fece alcune scorrerie nel Cremonese e nel Cremasco. Filippo Maria, ridotto a difendere i proprj stati, richiamò il Piccinino, dando il comando di Crema a Luigi di san Severino, e quello di Cremona a Borso d'Este[154].

Il Piccinino aveva press'a poco raccolti in Romagna tutti i prigionieri di Anghiari, che i loro vincitori avevano posti in libertà, dopo averli spogliati; di modo che la sua disfatta non aveva cagionato al padrone che una perdita di danaro. Di già egli si avanzava verso la Lombardia, onde lo Sforza rinunciò al progetto di portare la guerra sulla destra dell'Adda. Tornò quindi a dietro per attaccare il marchese di Mantova, e punirlo dell'assistenza data al duca di Milano. Gli prese, dopo trenta giorni d'assedio, la fortezza di Peschiera che altra volta apparteneva ai Veneziani, e ch'era per loro importantissima, essendo la porta di comunicazione tra Verona e Brescia. Mentre stava occupato nello stato di Mantova, il marchese Niccolò d'Este venne al suo campo per parte del duca di Milano, portando proposizioni di pace. Il marchese d'Este erasi reso sospetto ai Veneziani dopo la defezione del figliuolo; egli conosceva il pericolo della sua posizione, ed ardentemente desiderava una pacificazione, che in altre occasioni aveva maneggiata con felice esito. Rappresentò al conte che doveva guardarsi pel proprio vantaggio dal ruinare affatto il duca di Milano, poichè un condottiere non aveva meno bisogno de' suoi nemici che degli amici per mantenere la propria importanza. Gli fece sperare di condurre in breve a fine il suo matrimonio con Bianca Visconti, e per persuaderlo che questa volta almeno l'offerta veniva fatta di buona fede, gli disse che Bianca era di già arrivata a Ferrara, e gli promise che sarebbe a lui consegnata appena conchiuso il trattato[155].

Francesco Sforza si fece premura di dar parte di tutte queste proposizioni a Pasquale Malipieri, provveditore veneziano, incaricato di osservare la sua armata. Rispose in appresso lo Sforza, che i Veneziani ed i Fiorentini domandavano essi medesimi la pace, e ch'erano disposti a sottoscriverla ad onorate condizioni; ma che per conto suo, egli non abbandonerebbe il comando dell'armata fino alla conchiusione della pace, e che in allora soltanto prenderebbe consiglio dai suoi amici intorno al parentado che gli veniva proposto. La pubblica voce spargeva nello stesso tempo dei trattati di affatto diversa natura tra il duca ed il marchese d'Este; dicevasi che Bianca Visconti era stata mandata a Ferrara, per essere destinata sposa di Lionello, figlio ed erede del marchese. Le proteste di questi non ispiravano veruna confidenza allo Sforza, regnando la più insigne malvagia fede in tutte le negoziazioni, tanto che i giuramenti, spogliati di ogni credenza, più non erano nemmeno un mezzo d'ingannare. La sospettosa repubblica di Venezia osservava tutti i passi del suo generale con una inquieta diffidenza: l'esempio del Carmagnola faceva sentire ciò che dovevasi da lei temere, e lo Sforza aveva ragione di temere di essere tradito, dal suo governo, dal suo nemico, e dal mediatore che negoziava tra di loro. Egli volle lasciare a questi negoziati il tempo di maturare, ed invece d'intraprendere qualche importante spedizione, si limitò ad assediare diversi castelli, che il signore di Mantova aveva presi nel Veronese; dopo di averli sottomessi ai Veneziani ricondusse le sue truppe ne' quartieri d'inverno[156].

I soldati di Francesco Sforza si riposavano in Verona dopo le sostenute fatiche, quelli del duca di Milano a Cremona, quelli de' Fiorentini in Toscana, e quelli del papa in Romagna. Il patriarca d'Aquilea aveva dopo la battaglia d'Anghiari cercato di riprendere Forlì e Bologna, ma era stato respinto da Francesco Piccinino, che comandava a nome di suo padre in quelle due città. Si era in appresso proposto di richiamare all'ubbidienza della Chiesa Ostasio III da Polenta, che tre anni prima era stato costretto a ricevere guarnigione milanese nella sua capitale. Ma la signoria di Venezia, sebbene alleata del papa, era al tutto determinata di non lasciar tornare sotto il dominio della santa sede la città di Ravenna, che per la sua posizione riusciva a Venezia troppo vantaggiosa, e sulla quale aveva di già esercitati i diritti di protezione. Invitò dunque Ostasio a venire a rinnovare l'antica sua alleanza colla repubblica; questo principe andò a Venezia, e seco condusse, malgrado i suggerimenti del marchese d'Este, la consorte ed i figli. L'ambizioso e perfido consiglio dei dieci non resistette alla tentazione di spogliare una famiglia che trovavasi tutta intiera nelle sue mani. Eccitò in Ravenna alcuni sediziosi, che presero le armi il 14 di febbrajo del 1441, ed aprirono le porte ai Veneziani, chiedendo loro giustizia contro la tirannide del loro principe. In fatti Ostasio III aveva dato motivo al giusto risentimento de' suoi sudditi; il consiglio si arrogò il diritto di giudicarne, e lo mandò a Candia colla sua famiglia, ove lo ritenne in esilio fino alla morte. Così la casa da Polenta, che dal 1275 aveva regnato a Ravenna per lo spazio di cento sessanta sei anni, si vide spogliata della sua sovranità nel tempo medesimo che si spense il suo ramo primogenito[157].

La repubblica mostrossi più generosa verso Francesco Sforza, e verso Francesco Barbaro, provveditore di Brescia, ch'ella accolse in Venezia con infiniti onori. Invitò l'ultimo, con cento de' gentiluomini che avevano più degli altri contribuito alla difesa di quella città, a venire a ricevere i pubblici ringraziamenti. Furono presentati alla signoria; il doge gli abbracciò colle lagrime agli occhi, ed esortò i sudditi dello stato ad imitarne la fedeltà, chiedendo ai Veneziani di conservarne eterna memoria. Questi gentiluomini bresciani e la loro posterità vennero dichiarati esenti da ogni tassa, e fu rilasciata a favore del comune un'entrata di venti mila ducati, che il fisco ricavava dai mulini, per ricompensarlo di tanti sagrificj[158].

Mentre che in Venezia non si pensava che a feste ed a godimenti in onore dello Sforza e di Barbaro, seppesi con sorpresa che il Piccinino aveva passata l'Adda e l'Oglio il 13 febbrajo del 1441 con otto mila cavalli e tre mila fanti, e che a Chiari, nello stato di Brescia, aveva sorpreso due mila cavalli dello Sforza[159]. Nello stesso tempo i suoi soldati divulgavano la voce, che il senato di Venezia, avendo concepito contro lo Sforza que' sospetti ch'erano stati cagione della perdita del Carmagnola dieci anni prima, l'aveva in egual modo allettato a recarsi a Venezia, e fattagli subire la medesima sorte. Tutta l'armata dello Sforza era in sul punto di sbandarsi a cagione di questa notizia, e questo generale dovette affrettarsi di farsi vedere ai suoi soldati ed ai suoi amici per ismentire le voci sparse ad arte dai nemici[160]: ma non arrivò a tempo per impedire l'allontanamento di Sarpellione, uno de' suoi migliori ufficiali, ch'egli aveva sollevato dalla più abbietta condizione, e il quale, sedotto dal Piccinino, passò ai servigi di Filippo Maria con tre cento cavalli[161].

Il Piccinino ritirossi all'avvicinarsi dello Sforza, siccome colui che non voleva intraprendere una campagna d'inverno, e rientrò dal canto suo ne' proprj quartieri. Lo Sforza rese armi e cavalli ai corazzieri che tutto avevano perduto a Chiari, richiamò i soldati che aveva lasciati in Toscana, persuase la signoria a rimpiazzare Gattamelata, prendendo al suo soldo Michele Attendolo suo parente; ma intanto i promessi sussidj non venendogli esattamente pagati, non potè entrare in campagna che il primo di giugno, dopo il Piccinino che aveva di già invaso lo stato di Brescia.

Le due armate si scontrarono il 25 di giugno presso Cignano: lo Sforza attaccò il suo nemico senza riportarne vantaggio e si ritirò senz'essere inseguito[162]. In appresso, ingannando il Piccinino, passò l'Oglio a Pontoglio, ed andò ad assediare Martinengo che impediva la comunicazione tra Brescia e Bergamo. Il suo nemico, che non aveva saputo vietargli il passaggio del fiume, fu ben tosto soddisfatto d'averlo lasciato tanto avanzare; perchè, mentre egli aveva fatto entrare nel castello Giacomo Gaivano con mille corazze, che bastavano per rendere vani tutti gli attacchi dello Sforza, venne a porsi egli medesimo alla distanza di un miglio dal campo degli assedianti in una tale posizione, che rendeva loro quasi impossibile la ritirata, intercettando le vittovaglie, molestando i foraggeri, e non lasciando loro la libertà di tentare un assalto sopra Martinengo, perchè in tempo dell'attacco avrebbe potuto prenderli alle spalle[163]. La posizione dello Sforza rendevasi ogni giorno più difficile, ed era omai più di un mese che la sua armata stava sotto Martinengo. Aveva nel suo campo trenta mila persone; la sua numerosa cavalleria aveva consumati tutti i foraggi del vicinato; egli era costretto di mandare a cercarne a dieci miglia di distanza, e sebbene desse sempre grosse scorte ai foraggeri, perdeva sempre la metà de' convogli. I viveri andavano diminuendo, mentre mantenevansi abbondantissimi ed a basso prezzo nel campo del Piccinino. I suoi soldati non passavano un solo giorno, una sola notte, senz'essere inquietati da falsi rumori, senz'essere risvegliati da improvviso attacco. Tale era lo svantaggio grandissimo di quelle armate di pesante cavalleria, cui era affidata la somma delle guerre, che mai non potevasi forzare il nemico a venire a battaglia, perchè il più piccolo trinceramento bastava a fermare i corazzieri. Lo Sforza, per uscire dalle strette in cui era caduto avrebbe avuto bisogno d'attaccare il Piccinino nel suo campo; ma così forte era la di lui posizione, avuto riguardo ai mezzi d'attacco della cavalleria, che sarebbe stata cosa insensata il tentarlo[164].

D'assediante, ridotto ad essere assediato, lo Sforza abbandonavasi alle più tristi riflessioni; perdendo la sua armata, che omai non sapeva più in qual modo salvare, vedeva sfumare tutte le concepite speranze di grandezza e di sovranità; quando circa la mezza notte venne introdotto nella sua tenda Antonio Guidoboni di Tortona, uno de' più fedeli servitori del duca di Milano, ed amico ancora del conte Sforza.

«Filippo, che a te mi manda, gli disse, conosce abbastanza la tua prudenza e la tua esperienza militare per assicurarsi che tu non ignori i pericoli della tua posizione e di quella de' Veneziani e de' Fiorentini. La mancanza de viveri non può permetterti di tenere ancora lungamente assediato Martinengo, e la vicinanza della sua armata non ti lascia modo di ritirarti senza gravissima perdita. Egli si tiene dunque in pugno una vittoria vicina ed immancabile; pure egli vi rinuncia: imperciocchè egli, che sempre è stato padrone, non conosce maggiore indegnità di quella d'essere sottomesso come un prigioniere alle domande ed alle condizioni che vogliono imporgli i suoi servitori. Ora i suoi affari sono ridotti a questo punto, che in mezzo alla guerra, quello stesso Piccinino, ch'egli tanto innalzò, gli chiede la sovranità di Piacenza, Luigi di Sanseverino quella di Novara, Luigi del Verme vuole Tortona, Taliano Furlano Bosco e Figarolo nel territorio d'Alessandria, e gli altri suoi condottieri altri stati o altri feudi. Com'essi lo vedono senza prole e senza successore, osano, lui vivente, dividere in tal modo la sua eredità. Ma piuttosto che sottomettervisi, il Visconti ha risoluto di cercare il tuo avanzamento, il tuo onore e quello de' Veneziani e de' Fiorentini, purchè tu sappia approfittarne. Per pegno porrà in tua mano tutto ciò che fu preso dal Piccinino nello stato di Bergamo, cominciando dallo stesso Martinengo che tu stringi d'assedio. Ti darà in matrimonio la figlia Bianca e per dote Cremona col suo territorio, ad eccezione di due castelli. Io devo dunque chiederti soltanto un salvacondotto per Eusebio Caimo, suo segretario, il quale verrà subito nel tuo campo a dare l'ultima mano al trattato»[165].

Lo Sforza, colmo di gioja, dichiarò che accettava le parti di mediatore, e rilasciò i chiesti salvacondotti. La susseguente notte vennero firmati i preliminari con Eusebio Caimo, senza che nel campo si avesse il più leggiere sospetto dell'accaduto. Quando in sul fare del giorno il procuratore di san Marco, Malipiero, venne presso lo Sforza al consiglio di guerra coi principali ufficiali dell'armata, questi loro annunciò sorridendo, che la pace era fatta, e vietò all'istante ogni atto ostile. Comunicò in appresso al Malipiero le convenute condizioni, facendogli sentire quanto sarebbe imprudente di aspettare, per conchiudere il trattato, l'approvazione del senato veneto[166].

Caimo dal canto suo ordinò al Piccinino di sospendere le ostilità. Questo vecchio generale, che già si teneva la vittoria in pugno, ricusò alcun tempo di ubbidire ad un ordine che sembravagli tanto assurdo, e di rinunciare ad infallibili successi. Il segretario di Filippo per ridurlo all'ubbidienza, fu costretto di minacciarlo di fargli ribellare tutti i soldati milanesi, che servivano nella sua armata, facendoli passare nell'armata dello Sforza. Il Piccinino, deplorando la propria sventura, fu costretto di cedere. Omai, diceva egli, sentivasi sorpreso dalla vecchiaja, era diventato zoppo in guerra, aveva consumata per Filippo la sua salute e la vita, e questi non lo credeva degno nemmeno d'essere chiamato ai consiglj in cui trattavasi della pace. Il suo padrone, piuttosto che accordargli una ricompensa per la quale aveva così lungo tempo penosamente servito, davasi egli medesimo colla figliuola in mano al suo nemico. Gli stessi dominj milanesi, che il Piccinino aveva tante volte difesi e tante volte strappati a potenti armate venivano date al suo più antico rivale, a quello stesso che aveva cercato di averli a viva forza. L'ambizione legittima d'un vecchio generale risguardavasi come un delitto, mentre Filippo appagava i più avidi voti di colui che aveva scosso il suo trono, e di cui poteva adesso vendicarsi[167].

Non pertanto i due generali, che si erano così lungamente battuti, si scontrarono e s'abbracciarono con tutte le dimostrazioni di vicendevole stima[168]. I due campi si confusero in un solo, non d'altro mostrandosi occupati che di feste e di conviti. I popoli, ancora più felici, credettero che questo trattato, sanzionato da una stretta parentela, avrebbe avuto maggior durata che non i precedenti, e che lungo tempo assicurerebbe il riposo dell'Italia. Le nozze di Francesco Sforza e di Bianca Visconti, allora in età di sedici anni, e non meno illustre per la sua bellezza e pel suo carattere che per la sua nascita, vennero celebrate il 24 di ottobre, ed in pari tempo il suo sposo fu posto in possesso di Cremona e di Pontremoli. Egli era stato riconosciuto arbitro dalle potenze alleate come dal Visconti. Gli ambasciatori di quelle e di questo si adunarono presso di lui a Capriana; e dopo alcune negoziazioni, il 20 novembre del 1441, in virtù della sua autorità arbitramentale, egli loro dettò le condizioni della pace. Con questo trattato il duca di Milano, la repubblica di Venezia, quella di Firenze, quella di Genova, il papa ed il marchese di Mantova, vennero rimessi ne' loro antichi diritti e confini. L'ultimo soltanto fu costretto a rinunciare ad ogni pretesa sopra Peschiera, Lonato, Asola e Valeggio, ch'egli aveva conquistate nel territorio veronese, ed in appresso perdute: dovette inoltre restituire Porto Legnago, Nogarola, e tutto quanto possedeva ancora delle precedenti sue conquiste; perciò egli solo lagnavasi di una pace, che pure era cagione dell'universale allegrezza[169].