CAPITOLO LXX.
Carattere d'Eugenio IV. — Concilj di Basilea, di Ferrara e di Firenze. — Renato d'Angiò contrasta ad Alfonso d'Arragona l'acquisto del regno di Napoli. — Egli perde la capitale ed abbandona l'Italia.
1436 = 1442.
Accade talvolta che un uomo innalzato a grandi dignità esercita sul suo paese, sul suo secolo, su tutta l'Europa un'influenza non proporzionata ai suoi talenti, alle sue virtù, alla sua capacità, ma alla sola inquietudine del suo carattere. Si vede prendere parte in tutte le rivoluzioni, veggonsi gli effetti de' suoi maneggi ne' più lontani paesi, ed in tutti gli avvenimenti che sembrano avere meno relazione con tutti gli altri. Dopo averlo incontrato in ogni luogo, si fissa finalmente lo sguardo sopra di lui, e siamo compresi da maraviglia trovandolo tanto piccolo proporzionatamente agli effetti da lui prodotti, finchè non siamo ben convinti che le grandi catastrofi non indicano spesse volte vera grandezza in colui che le cagionò. Tale fu in particolar modo papa Eugenio IV, il quale alla metà del quindicesimo secolo scosse senza interrompimento colle sue passioni ed i suoi maneggi l'Italia, la Chiesa e tutta la cristianità; che prese parte in tutte le controversie religiose, in tutte le guerre politiche del suo tempo; che ancora, dopo morto, fece lungamente sentire l'influsso quasi sempre funesto del suo regno; e che non pertanto quando ci facciamo a considerarlo attentamente non ci sembra così forte per eccitare i movimenti che vediamo continuamente partire dal suo trono.
Si videro in sul declinare dei quindicesimo secolo sedersi sulla cattedra di san Pietro alcuni papi, la di cui riputazione è talmente screditata, che gli stessi scrittori ecclesiastici non hanno pur tentato di difenderli. Ma Eugenio IV non trovasi in questa categoria. Per quanto sia fatale l'influenza ch'ebbe il suo regno sull'autorità della Chiesa, per quanti errori abbia commessi in tempo del suo pontificato, gli annalisti della corte romana hanno preso a giustificarlo, opprimendo tutti i suoi nemici coi loro anatemi, ed in ogni controversia risguardando un partito come giusto o come empio, secondo che fu da lui abbracciato o abbandonato. Enea Silvio, che durante il suo regno era ambasciatore di Sigismondo presso la santa sede, e che più tardi salì sul trono pontificio, delineò il ritratto d'Eugenio da quel profondo politico ch'egli era, eppure non gli attribuisce pressochè altro difetto che quello della sua leggerezza. «Egli aveva l'animo elevato, dice egli, ma il suo maggior vizio fu di non aver misura in alcuna cosa, e d'intraprendere sempre ciò che voleva, non ciò che poteva[170].» Il Vespasiani, contemporaneo di questo papa, di cui ne scrisse la vita, lo descrive poco meno che un santo[171]. Infatti Eugenio, regolare fino allo scrupolo in tutte le discipline monastiche, austerissimo nelle domestiche abitudini, si asteneva quasi da tuttociò che l'uomo volgare risguarda come piaceri; ma egli non seppe mai porre limite alle passioni ond'era agitato, nè la sua cupidigia era frenata dal timore de' falsi giuramenti.
Nella distanza in cui oggi lo stiamo osservando, dopo che gli odj di parte si sono spenti, che i pregiudizj più non hanno impero, e che i papi, come gli altri sovrani, sono particolarmente giudicati per conto delle azioni pubbliche, pare che pochi pontefici fossero meno meritevoli d'Eugenio IV di occupare il primo rango tra i Cristiani. Nelle violenti rivoluzioni in cui si vede sempre avviluppato, nella guerra col suo clero, co' suoi sudditi, co' suoi benefattori, manca quasi sempre di buona fede e di politica. A pochi tiranni si possono imputare tanti atti di perfidia e di crudeltà, pochi monarchi imbecilli hanno date più aperte prove d'incapacità e di leggerezza. Così quando si osserva, nel principio del suo regno, vacillante sul suo trono per gli attacchi, provocati da lui medesimo, dei popoli, dei sovrani e degli stessi prelati, non sappiamo comprendere come abbia potuto sostenersi tredici anni, e trionfare quasi sempre di avversarj forniti di maggiori virtù, e di più singolari talenti.
Le credenze religiose, che formavano il suo appoggio, conservavano in allora sugli spiriti un'influenza la di cui natura ed i limiti sembrano inesplicabili. Esse si erano compiutamente sciolte, almeno rispetto alla maggior parte degli uomini, da ogni superstizione, da ogni calore di opinione, da ogni entusiasmo; esse non appoggiavansi ad alcuna idea morale, più non erano preferite a verun calcolo d'interesse privato; ma inspiravano tuttavia un allontanamento invincibile da tutto ciò che portava il nome d'eretico o di scismatico. Gli spiriti che avevano rigettato ogni legislazione morale, ogni freno alle loro passioni, ogni principio indipendente dai loro interessi, avevano ribrezzo d'entrare in disamine religiose; essi sollevavansi contro la libertà di pensare, e non contro i nuovi dommi. Vedevansi senza scandalo accusare il papa o i suoi prelati di atroci delitti, e vedevansi colla medesima indifferenza i loro nemici ricorrere contro di loro ad una insigne perfidia[172]. L'indegna condotta del Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, non sembrò più odiosa in ragione della elevata sua dignità ecclesiastica, come non fu cagione di scandalo il tradimento con cui il papa fece perire il suo antico amico, il suo ministro. Risguardavasi come una legittima astuzia della regnante politica l'artificio del Piccinino, che si era dal papa fatto anticipare il danaro, col quale gli aveva tolto gli stati; com'era pure un calcolo affatto semplice quello con cui papa Eugenio voleva togliere allo Sforza la Marca, che gli aveva dato egli medesimo e garantita con mille giuramenti: egli non era più legato al suo difensore poichè più non gli abbisognavano i suoi servigi. Sarebbe pure stato senza difficoltà scusato il principe o il prelato, che si fosse alleato coi Turchi e cogli eretici, purchè ciò fosse tornato a suo utile e non fosse stato fatto senza motivo. Ma ancora coloro che ponevano sì poco freno all'ambizione ed alle passioni politiche, fremevano al solo nome degli Ussiti. Essi non esaminavano se la loro dottrina fosse riprovevole, o s'era in opposizione coi dommi primitivi sui quali è fondata l'umana società, o co' suoi rapporti verso il creatore; bastava loro che fosse condannata per desiderare ardentemente che fosse distrutta col ferro e col fuoco. Lo scopo delle crociate, predicate sotto Eugenio IV, nella Sassonia, nel Brandeburghese nell'Austria, nell'Ungheria, non tendeva, come nel dodicesimo secolo, a soccorrere i fratelli oppressi, ma ad esterminare i dissidenti. Non volevansi convertire i Boemi, ma strascinarli sul rogo. Questo desiderio erasi fatto nazionale presso popoli sui quali la religione esercitava pochissima influenza. L'intera Cristianità non aveva allora un solo uomo, nemmeno tra i più vantati filosofi, che credesse permesso ai Cristiani il convivere coi miscredenti, e che non rigettasse con orrore l'idea della tolleranza.
Nella forza dell'educazione, dell'esempio, delle abitudini radicate da più secoli, ed il di cui esame mai non era permesso, può solo trovarsi la spiegazione delle grossolane contraddizioni, nelle quali vediamo cadere l'intelletto umano. Non conviene attribuire il nostro modo di ragionare a que' secoli che si erano formati un'altra logica, nè ricusar di credere all'impero delle passioni che regnavano allora perchè ci sembrano non conciliabili. La storia prova pur troppo evidentemente, che lo sragionamento umano non ha limite, quando credesi appoggiato ad un'autorità d'un ordine superiore. A questa mescolanza di perfidia e di fanatismo, d'indifferenza per la morale e di zelo per la fede, i crociati d'Eugenio IV andarono debitori de' loro prosperi avvenimenti contro gli Ussiti. Riuscirono a dividerli per distruggerli, ad ingannarne una parte con false promesse, ad arruolarli sotto i loro stendardi, ad armare gli uni contro gli altri. Niuno degli artifici più condannati della più corrotta politica venne risparmiato; e quando ebbero ottenuto l'intento loro, credettero dovuto alla gloria di Dio il distruggere gli strumenti di cui si erano serviti. «In fine della guerra, dice lo storico Cocleo, rimanevano tuttavia tra le mani dei vincitori molte migliaja di prigionieri, che Mainardo di Casa Nuova voleva distruggere per liberarsi da questa colpevole razza. Ma perchè temeva di confondere cogli eretici innocenti contadini, che forse erano stati forzatamente arruolati, fece pubblicare tra i prigioni che la guerra non era ancora terminata, che Czapchon era fuggito, e che voleva inseguirlo; che perciò abbisognava di que' valorosi soldati che avevano militato sotto i due Procopj; che confidava nel loro coraggio e nella loro esperienza della guerra; che in conseguenza, diceva egli, aveva fatto assegnar loro un soldo sul pubblico tesoro, finchè il regno fosse perfettamente tranquillo; faceva perciò invitare tutti coloro che volevano servire a passare ne' vicini casolari che faceva aprire, raccomandando loro di ben guardarsi d'ammettere in loro compagnia contadini non accostumati alle armi, i quali dovevano anzi essi medesimi rimandare all'aratro. Dietro tale invito alcune migliaja di Taboriti e d'Orfanelli entrarono nelle capannine, che secondo l'uso di Boemia erano tutte coperte di stoppie. Si chiusero subito le porte, ed appiccatovi il fuoco, questa feccia, questo rifiuto della razza umana, dopo avere commessi tanti delitti, pagò finalmente tra le fiamme la pena del suo disprezzo per la religione[173].» Tale era nel quindicesimo secolo la sensazione che faceva il racconto d'una perfidia, quando n'erano vittima gli eretici; tale era ancora in Italia verso la metà del diciasettesimo secolo. Rainaldi, l'annalista della Chiesa, adottando il racconto di Cocleo, vi aggiugne soltanto, che «queste vendicatrici fiamme fecero passare gli Ussiti da un fuoco terrestre ad un fuoco eterno[174][175].»
Fu a cagione di quest'orrore per ogni esame della fede, che la riforma predicata in Boemia con tanto fervore, e spesso accompagnata da tanta ferocia, non guadagnò un solo partigiano in Italia, nè fece nascere il menomo dubbio sui sacri diritti d'un papa, o di chi rappresentava la Chiesa, e de' quali vedevasene così da vicino la corruzione. Per la stessa ragione un'altra assai più stretta riforma e più limitata, che il concilio di Basilea intraprendeva nello stesso tempo in seno all'ortodossia, venne parimente disapprovata; Felice V, che sotto tutti i rapporti era superiore ad Eugenio IV, fu screditato come antipapa, e la prodigiosa scossa che ricevette la Chiesa in tempo di questo agitatissimo pontificato non rendette la libertà agli spiriti.
Una maggiore indipendenza d'opinioni ed in pari tempo un più vero zelo per i sentimenti religiosi pareva che di quest'epoca avessero dominato nella Germania. Sebbene il concilio di Basilea avesse invitato alle sue deliberazioni i deputati di tutte le nazioni cristiane, aveva non pertanto ricevuto il suo carattere dai principi e dai prelati tedeschi che vi si trovavano in numero assai maggiore, e sentiva lo spirito popolare della nazione, in seno alla quale era adunato. Tutte le sue deliberazioni, tutti i suoi decreti, malgrado l'amore del bene, della libertà, della religione, ond'era animato, annunciano una mancanza di precisione nelle idee, che doveva impedire di giugnere giammai in quest'assemblea ad un'utile riforma, il concilio aveva approvato nel 1436 le compactata dei Boemi col re Sigismondo. Per il bene della pace e perchè Sigismondo salir potesse sul trono paterno, erasi in qualche modo convenuto d'ingannarsi vicendevolmente, d'ammettere reciprocamente una nuova professione di fede, i di cui vocaboli erano così vaghi ed oscuri, che ognuno poteva intenderli a modo suo, e che i Boemi sembrando oramai ortodossi, i cattolici non sarebbero più obbligati in coscienza a far loro la guerra. Sarebbe per avventura stato savio consiglio il riconoscere per cristiane tutte le sette che sarebbersi accordate intorno ai dommi fondamentali del cristianesimo, malgrado qualche dissidenza su cose di minore importanza; ma l'avviluppare con ambigue parole quelle stesse quistioni che formavano l'oggetto della disputa, dare una espressione comune ad opinioni diametralmente opposte, pretendere di andare d'accordo con una professione di fede inintelligibile intorno a ciò che nè l'una nè l'altra parte voleva abbandonare, era lo stesso che acconsentire ad ingannarsi reciprocamente, e mancare nello stesso tempo di buona fede cogli uomini e col cielo[176].
Questo trattato, sebbene assai diffettoso, fu non pertanto il più giudizioso atto del concilio, non essendo tutti gli altri decreti che vane declamazioni contro l'incontinenza, contro la simonia, contro gli errori di alcuni sconosciuti eretici. Non era possibile di applicare al governo della Chiesa idee così vaghe, nè di prevedere un risultamento probabile o possibile da veruno de' suoi decreti. I prelati sinceramente desideravano la riforma degli abusi, ma non volevano dal canto loro trovarsi angustiati nella propria diocesi rispetto alla libertà o all'autorità, e perciò non pensavano a stabilire una più ferma organizzazione, che potesse comprimere i vizj, che essi condannavano nelle loro declamazioni.
Il concilio mostrava una più giusta conoscenza degli affari nei suoi piani d'attacco che ne' suoi stabilimenti permanenti. Per soppiantare il papa i prelati attaccavano successivamente le annate, le collazioni de' beneficj, le nuove contribuzioni e tutte le altre sorgenti della pontificia ricchezza. Denunciavano le une dopo le altre nelle loro grandi assemblee tutte le usurpazioni della corte di Roma, per le quali avevano individualmente sofferto[177]. Il concilio trovavasi diviso in quattro deputazioni, o sia camere, nelle quali i suffragi del clero inferiore sembrano essere stati ritenuti eguali a quelli dei prelati, e questa mescolanza faceva in tutte dominare le opinioni democratiche[178]. Lo spirito di corpo che s'andava sviluppando in queste assemblee fortificavasi per la persuasione in cui erano i loro membri, che i loro suffragi riuniti esprimevano la stessa volontà dello Spirito Santo. Perciò non ponevano verun limite alle loro pretese; si sforzavano di tutto concentrare nel concilio, e volevano sottomettere la Chiesa all'autorità popolare della loro assemblea, che agli occhi loro era l'autorità di Dio. Ogni giorno essi toglievano qualche prerogativa alla santa sede per attribuirsela; disputavano in pari tempo intorno al fondo ed alla forma di tutte le questioni; ogni concessione del papa rendevali più arditi ad esprimere qualche nuova inchiesta; in somma la tattica loro era quella stessa delle grandi assemblee legislative che furono viste lottare coi re nelle monarchie che cambiavano costituzione. Avrebbero infatti mutata la costituzione della Chiesa, se non avessero spinta troppo lontano la loro ambizione. Ma i padri del concilio credettero avere una missione dallo Spirito Santo per governare le potenze temporali egualmente che la Chiesa di Dio; si eressero arbitri de' principi della Germania e de' re, e le orgogliose loro pretese terminarono coll'alienare gli animi dell'imperatore Sigismondo e de' loro più zelanti protettori.
Quest'imperatore, che aveva riaccesa la guerra in Boemia, non osservando verso gli Ussiti le convenzioni che aveva giurate avanti d'essere coronato, morì l'otto dicembre del 1487. Col suo testamento chiamò, per quanto da lui dipendeva, suo genero, Alberto II d'Austria, all'eredità delle sue corone. Era questo l'istante in cui la contesa tra il concilio ed Eugenio era più viva. Eugenio, che diffidava dello spirito indipendente dei Tedeschi, che aveva già più volte cercato di traslocare il concilio per istancheggiare i padri coi viaggi e colle eccedenti spese, e costringerli in tal maniera a tornare volontariamente a casa loro, aveva acquistato un ausiliario, sul quale non aveva potuto contare prima d'allora. Era questi l'imperatore di Costantinopoli, Giovanni VI Paleologo, che stretto nella sua capitate dalle armi dei Turchi, e minacciato della vicina distruzione della sua nazione, veniva a chiedere agli Occidentali una protezione, che la greca fierezza aveva lungamente ricusata. Egli si sottometteva a rientrare col suo clero in seno della romana Chiesa, ad abiurare le credenze ed i riti, pei quali i suoi antenati avevano sparso tanto sangue, e sperava a tale prezzo di ottenere dai Latini, invocandoli come fratelli, maggiori soccorsi.
Il Paleologo misurava la loro riconoscenza sulla grandezza del sagrificio che egli loro faceva. Nulla poteva costargli di più quanto l'unione delle due chiese, cosa da lui sempre giudicata empia e sacrilega. Voleva in allora farvi acconsentire i suoi sudditi, onde ottenere a tale prezzo una potente crociata; ma s'egli avesse preveduto quante poche braccia si sarebbero per sua difesa armate in Occidente, non sarebbesi al certo assoggettato ad un passo, che a' suoi occhi feriva l'onor suo e la sua coscienza. Ma anche facendolo egli volle pur conservare qualche dignità, e rendevasi difficile intorno alle condizioni. Non voleva trasportarsi ne' lontani e sconosciuti paesi della Germania e della Francia, ed i suoi prelati vi si sarebbero rifiutati più di lui. Sebbene mosso dalle offerte del concilio di Basilea, ed incerto tra il papa e questa assemblea, egli protestò che non recherebbesi a Basilea; e ricusò egualmente Avignone, come tutte le città della Savoja, ove i prelati del concilio avevano offerto di traslocarsi per incontrarlo[179]. Desiderava particolarmente di piacere al papa, e di corteggiarlo, perchè sembravagli che il papa fosse tuttavia il dominatore del cristianesimo; le sue ricchezze, l'estensione de' suoi stati, e la loro prossimità alla Grecia, davano maggior prezzo alla sua alleanza. Eugenio dal canto suo, che sentiva il vantaggio grandissimo che l'unione de' Greci darebbe alla sua causa, procurava di compiacere l'imperatore, e giunse perfino a proporre di adunare in Costantinopoli il concilio ecumenico progettato, sotto la presidenza di un suo legato[180], sperando senza dubbio di scoraggiare in tal modo i vescovi latini, e di sciogliere il concilio di Basilea. In quest'ultimo si dava pure grandissima importanza all'unione delle due chiese, e gli ambasciatori greci eranvi trattati con que' riguardi, che più non si accordavano ad Eugenio IV[181].
Ma il timore d'impedire la riunione dei Greci alla Chiesa Romana lasciò luogo finalmente alla sempre crescente collera del concilio. Il papa era stato da molto tempo citato a presentarsi a quest'assemblea, e perchè non aveva ubbidito, venne dichiarato contumace nella 28.ª sessione il 1.º ottobre del 1487[182]. Eugenio, in quest'occasione, dovette la sua salvezza alla precipitazione ed all'indecenza del procedere de' suoi avversarj. Gli ambasciatori di quasi tutti i principi riclamavano contro una rivoluzione, che non avrebbe mancato di strascinare il cristianesimo in un nuovo scisma. Il papa, prendendo ardire da questa favorevole disposizione de' sovrani, traslocò di propria autorità il concilio a Ferrara; si trovò tra i padri di Basilea una debole minorità che si unì a lui; esso accettò la traslazione con decreto che emanò in nome di tutta l'assemblea, e venne subito a stabilirsi nella città ch'erale stata assegnata. L'apertura di questo nuovo concilio ebbe luogo l'8 gennajo del 1438, quando non vi si trovavano ancora che cinque arcivescovi, dieciotto vescovi, e dieci abati, quasi tutti sudditi del papa[183]. Non pertanto l'imperatore di Costantinopoli vi andò subito dopo col despota della Morea, suo fratello, il patriarca di Costantinopoli, venti tra arcivescovi e vescovi greci, ed i veri e supposti deputati degli altri patriarchi dell'Oriente. Venne a presiedere il concilio Eugenio IV, e la prima sessione dell'assemblea delle due chiese fu tenuta il giorno 8 di ottobre del 1488[184].
In questo concilio italiano più non rimaneva nulla di quello spirito d'indipendenza che animava sempre quello di Basilea: i prelati di Ferrara non si mostrarono meno zelanti per la monarchia della Chiesa, di quello che i padri di Basilea lo fossero pel suo governo repubblicano. Condannarono il concilio de' loro avversarj, chiamandolo un conciliabolo; pronunciarono sentenza di scomunica contro gli ecclesiastici, che gli rimarrebbero attaccati, contro coloro che avrebbero col medesimo corrispondenza, contro i mercanti che gli porterebbero vittovaglie, o altro oggetto necessario alla vita, ed invitarono i fedeli a dividersi l'avere di questi mercanti, appoggiandosi a questa autorità evangelica, justi tulerunt spolia impiorum[185]. Altronde ogni cura di riformare la Chiesa, di porre un limite tra l'autorità della sede romana e quella de' vescovi, a Ferrara fu abbandonata, e fu trattato esclusivamente il grand'affare dell'unione delle due chiese. Le quattro quistioni, dell'uso del pane senza lievito, dell'autorità del papa, del purgatorio e della processione dello Spirito Santo, vennero trattate con tutta la sottigliezza che può essere adoperata in argomenti superiori alla portata dell'umana ragione[186]. Il concilio fu come un campo di battaglia pei teologi scolastici: i più riputati uomini della Grecia e dell'Italia vi vennero a far pompa d'erudizione e di eloquenza. L'amore delle lettere si era rianimato quasi con ardore eguale in Oriente ed in Occidente; la filosofia platonica si studiava dal clero greco, che non ignorava l'antichità e cercava d'imitare l'eloquenza e la dialettica dell'antica Accademia. Bessarione, arcivescovo di Nicea, che fu poi cardinale, comunicò ai Latini con quella sottile filosofia un gusto più puro, una ragione più severa, cui i suoi compatriotti erano giunti i primi collo studio di una più vasta letteratura. Ma mentre fu giudicato in Occidente come colui che si era reso sommamente benemerito delle lettere, ebbe la taccia di disertore presso i suoi fratelli d'Oriente, poichè si lasciò sedurre dalle dignità e dalle ricchezze della corte di Roma; egli abbandonò il partito nazionale e la sua defezione decise della sommissione della Chiesa greca. Il patriarca di Costantinopoli era morto il 10 giugno dei 1439[187], tutti i vescovi che l'avevano seguito erano stati privati della piccola pensione loro promessa; volevasi domarli colla cattività e colla miseria, e con tali mezzi in fatti si costrinsero finalmente a dare il loro assenso. Essendo scoppiata in Ferrara la peste, erasi traslocato il concilio a Firenze, nella di cui cattedrale fu proclamata, il 6 luglio del 1439 nella 25.ª sessione, l'unione dei Greci e dei Latini[188]. Sebbene la maggior parte della Chiesa greca l'abbia in appresso rigettata, questa riconciliazione è riconosciuta ancora nell'età presente dalla piccola congregazione che porta il nome di Greci uniti.
In conseguenza di tale unione il papa promise ai Greci in nome dei Latini, una flotta, un'armata e dei sussidj per difendere Costantinopoli, quando i Turchi si avanzassero ad attaccarla[189]. A conto di questo futuro sussidio, Eugenio IV fece pagare dai Medici, banchieri della santa sede, dodici mila fiorini alla guardia dell'imperatore. Il viaggio di Paleologo e de' suoi prelati era stato in gran parte pagato coi regali delle città e dei principi che loro avevano accordata l'ospitalità. Pure la condiscendenza dei Greci, e la lunga loro lontananza dalla patria, non ebbero per loro, generalmente parlando, che i più meschini risultati; il solo Eugenio IV ne tirò tutto il vantaggio. Dopo quell'epoca egli godette d'una considerazione assai maggiore che prima non aveva, e venne considerato come continuamente intento alla pacificazione della Chiesa, mentre che il concilio di Basilea non tendeva che a dividerla. Nulla trascurò il papa di quanto potesse contribuire ad accrescere questa nuova gloria. Dopo che i Greci, non meno che la maggior parte de' prelati latini ebbero abbandonata l'assemblea di Firenze, Eugenio ne trasportò i deboli avanzi a Roma, ed in quest'ombra di un concilio ecumenico, ammise le supposte deputazioni degli Etiopi, dei Sirj, de' Caldei, de' Maroniti; conchiuse con questi disertori di diverse sette nuovi trattati d'unione, di cui le loro chiese mai non ebbero notizia, ed in tal modo compì apparentemente la pacificazione dell'Oriente[190].
D'altra parte il concilio di Basilea, abbandonato da una parte de' suoi partigiani, ma sempre frequentato dai vescovi di tutte le contrade della Cristianità, e sempre riconosciuto dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna e dall'alta Italia, elesse finalmente per papa il 5 novembre del 1439 Amedeo VIII di Savoja, che in allora più non era che il decano dei cavalieri di san Maurizio di Ripaglia, e che prese il nome di Felice V[191]. Questo sovrano, che fino a tale epoca aveva goduto opinione di uomo prudente, e che, stanco delle cure del governo, aveva nel 1434 rinunciata l'amministrazione de' suoi stati a suo figlio maggiore, Luigi, principe di Piemonte, accettò la nomina del concilio, che lo chiamava negli estremi suoi giorni a più cocenti cure, che non erano state quelle del trono che aveva abdicato. Fissò alternativamente il suo soggiorno a Basilea, a Losanna ed a Ginevra con una immagine della corte di Roma, che compose in quattro promozioni di ventiquattro cardinali[192]. Mentre che i due concilj ed i due papi continuavano per alcuni anni a caricarsi di scomuniche, le due metà della Chiesa sforzavansi di diffamarsi a vicenda colle più oltraggiose e calunniose imputazioni, e questi scandali furono trasmessi ai futuri secoli, non per mezzo di libelli, ma nelle dichiarazioni infallibili de' concilj e de' papi[193]. Eugenio IV non doveva soltanto difendere la sua potenza spirituale colle negoziazioni coi Greci, e con aperta guerra contro il concilio, ma ancora i suoi temporali dominj, i quali erano egualmente minacciati dalle guerre ond'era agitata l'Italia; guerra cui la sua naturale inquietudine non gli permetteva di essere straniero. Abbiamo osservato che nella guerra della Lombardia egli era diventato l'alleato attivo delle repubbliche di Venezia e di Firenze: egli prese parte ancora nella guerra di Napoli, ma meno vivamente; aveva abbracciato il partito d'Angiò, e si trovò compromesso dai rovesci di questo partito, ch'egli aveva male secondato.
Alfonso di Arragona, che disputava la corona a Renato d'Angiò, non aveva dovuto combattere per lungo tempo che la moglie del suo rivale, Isabella di Lorena era venuta a Napoli nel 1485, con Luigi suo secondo figliuolo; la sua saviezza e le sue virtù la rendettero cara agli antichi partigiani della casa d'Angiò, e di concerto con loro ella sostenne tre anni una lotta disuguale, finchè venne a raggiugnerla il di lei sposo. Renato sbarcò nel porto di Napoli il 19 maggio del 1438[194]. Ma la sua libertà eragli costata un'enorme taglia, i suoi tesori erano esausti, egli non recava nè sussidj, nè armata in un regno ruinato, le di cui entrate venivano divise tra i faziosi. I suoi partigiani, non meno adescati dalla dolcezza e dalla bontà del suo carattere che dal suo coraggio, avevano da principio mostrato il più vivo zelo; ma quando si accorsero che soli dovevano fare tutto per lui, il loro zelo scemò ed i suoi affari andarono sempre più declinando. Nella Calabria gli era stata tolta Cosenza per tradimento, e tutta la provincia seguì la sorte della capitale e si sottomise ad Alfonso. Nella Puglia Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, chiamò alla ubbidienza dell'Arragonese quasi tutte le città, tranne Manfredonia ed alcuni castelli in cui teneva guarnigione Francesco Sforza: negli Abruzzi la sola città dell'Aquila mantenevasi fedele a Renato colle piazze di confine della Marca d'Ancona, possedute pure dallo Sforza.
Giacomo Caldora o Caudola, duca di Bari, era morto il 18 novembre del 1439, dopo essere stato il più fermo appoggio del partito d'Angiò[195]. Suo figlio Antonio, che gli successe nel comando delle armate e del ducato di Bari, era meno del padre affezionato agli Angioini, o meno disposto ad ubbidire ad un re che non poteva pagarlo, e svegliò la diffidenza di Renato. Questo principe volle togliergli l'armata, e la perdette col suo generale, che nell'estate del 1440 passò al servigio dell'Arragonese. Più non restava nella Campania al principe francese che la città di Napoli, e questa pure assediata, e mancante di vittovaglie. Tanto nell'interno del regno, che in altri stati non vedevasi un'armata o un principe che potessero arrecargli soccorso[196].
Alfonso credette il momento favorevole per chiudere per sempre l'ingresso del regno al solo alleato che avesse Renato; e cercò di togliere per sorpresa a Francesco Sforza tutto ciò che questo condottiere possedeva nella monarchia siciliana. Lo Sforza, occupato in allora nella guerra di Lombardia, aveva lasciate poche truppe ne' varj feudi che aveva ereditati da suo padre. Era affezionato al re Renato, e nemico d'Alfonso, contro il quale egli suo padre avevano lungamente combattuto; ma egli aveva con questo principe fatta una tregua di dieci anni, in forza della quale le piazze forti da lui occupate erano state dichiarate neutrali, ed i loro mercati egualmente aperti alle due fazioni. I Napolitani, di già bloccati da Alfonso, approfittavano di tale neutralità per tirare vittovaglie da Benevento, e questo fu il fatale pretesto di cui si valse il re d'Arragona per rompere il suo trattato, e sorprendere questa piazza in sul finire del 1440. Approfittando de' primi successi occupò in pochi giorni per accordo o per forza tutti i castelli del vicinato, e tutto quanto possedeva nella Campania Francesco Sforza. In principio del susseguente anno fece attaccare dai suoi luogotenenti i feudi che lo Sforza aveva negli Abruzzi, mentre andò egli stesso ad assediare Troja.
Francesco Sforza, in allora al servizio de' Veneziani, era abbastanza occupato dal Piccinino. Non pertanto mandò per il mare Adriatico due de' suoi luogotenenti, Cesare Martinengo e Vittore Rangone per difendere la sua eredità. Il corpo di cavalleria che questi conducevano sbarcò a Manfredonia, ove si affrettarono di raggiugnerlo i partigiani pugliesi di Renato: s'avanzarono verso Troja per obbligare Alfonso a levarne l'assedio; ma questi attaccò i due capitani, li ruppe, e disperse interamente la loro piccola armata. Alessandro Sforza, fratello del conte Francesco, e suo luogotenente nella Marca d'Ancona, fu più fortunato contro Raimondo di Caldora, che comandava gli Arragonesi negli Abruzzi; lo sconfisse e fece prigioniere con circa cinquecento cavalli; scacciò dalla provincia il rimanente della di lui truppa, ma non cercò d'inseguirla, e di approfittare della sua vittoria[197].
Il cardinale di Trento, mandato da Eugenio IV, entrò pure con un'armata di dieci mila uomini nel contado d'Albi dell'Abruzzo ulteriore per sostenere il partito di Renato; ma dopo una breve campagna, che non venne illustrata da verun'impresa importante, fece una tregua con Alfonso e rientrò nel territorio della Chiesa. Vedendo il re d'Arragona che gli sforzi de' suoi nemici erano impotenti, ricondusse i suoi soldati sotto Napoli, e la strinse in modo, che le vittovaglie salirono ben tosto ad un eccessivo prezzo. Il re Renato faceva distribuire sei once di pane ai soldati ed agli abitanti il giorno che facevano la guardia, e tutti gli altri erano ridotti ad alimentarsi di erbaggi o di animali immondi e schifosi[198]. Nondimeno Renato si era in modo affezionati i Napolitani, era così apertamente partecipe delle loro privazioni e dei loro pericoli, che il popolo non si lagnava, e sottomettevasi per amor suo ai più grandi patimenti. Ma tutta la speranza degli assediati fondavasi sul conte Sforza; sapevano essi che dopo la pace di Lombardia questo generale era rimasto alla testa di una fiorente armata, che si era arricchito coi tesori di suo suocero, e che niente omai lo riteneva in Lombardia. Renato lo affrettava a salvare un amico dall'ultima sua ruina, ed a vendicarsi di un nemico che lo aveva assalito senza essere stato provocato. Infatti lo Sforza animato da giusto sdegno per la ricevuta ingiuria, si pose in cammino in principio di gennajo del 1442 per assicurare la propria autorità nel principato della Marca, e per difendere o riconquistare i suoi feudi ereditarj del regno di Napoli[199].
Un così formidabile avversario poteva un'altra volta cambiare la sorte della guerra. Alfonso, avvisato del suo imminente arrivo, supplicò il duca di Milano a soccorrerlo prima che perdesse una conquista, che omai credeva sicura. Era il Visconti, egli diceva, che gli aveva posta la corona in capo; per terminare quest'opera altro più non restava a farsi che ritenere lo Sforza fuori del regno, finchè Napoli avesse capitolato; ed in allora la riconoscenza d'Alfonso per così grande beneficio non sarebbe più impotente[200].
È verosimile che nell'istante in cui Filippo Maria si era rappattumato collo Sforza, e che gli aveva data la figlia, avrebbe avuto tanta influenza sul di lui animo da persuaderlo a rimanersi inattivo, particolarmente qualora gli avesse guarentiti o fatti restituire i feudi che gli si erano tolti. Ma il duca di Milano non voleva mai conseguire i suoi fini che per mezzo dell'intrigo; egli aveva una decisa passione disinteressata per gl'inganni, e preferì di ruinare suo genero e sua figlia, piuttosto che cercare di persuadere il primo a seguire le sue viste. Forse la morte di Niccolò, marchese d'Este, accaduta il 26 dicembre del 1441, contribuì ad intiepidire il Visconti intorno ad un parentado trattato da questo principe. Niccolò, uno de' più accorti sovrani che abbia prodotti l'illustre famiglia d'Este, aveva così ben guadagnata la confidenza del Visconti, che questi lo aveva indotto a fissare il 5 aprile del 1441 la sua dimora in Milano, e ve lo aveva trattenuto come confidente, amico e suo solo consigliere; onde spargevasi voce che sarebbe stato nominato successore del duca. La morte di Niccolò, che aprì la successione di Ferrara e di Modena a suo figlio naturale Lionello, uno de' grandi protettori delle lettere e delle arti[201], venne attribuita a veleno che si suppose essergli stato dato da' suoi rivali nella corte di Milano. Filippo, perdendo il suo consigliere, si ravvicinò a coloro che godevano per lo innanzi il suo favore, ed in particolare a Niccolò Piccinino; ordinò a questo generale di assoldare la maggior parte de' corazzieri che i Veneziani avevano licenziati dopo la pace, e di prendere il cammino di Bologna. Nello stesso tempo scrisse ad Eugenio IV, che l'istante era finalmente giunto di ricuperargli la Marca d'Ancona, che pentivasi d'aver data in feudo allo Sforza, e gli offriva per riconquistarla le truppe del Piccinino pagate per tutto il tempo che durerebbe la guerra[202].
Pochi mesi prima lo Sforza comandava le truppe della lega, di cui era parte anche il papa; era ancora minor tempo che lo Sforza era stato riconosciuto da questo papa per arbitro nell'ultimo trattato di pace; finalmente in questa stessa epoca egli accorreva in soccorso di un alleato della corte di Roma, di già ridotto alle ultime angustie: ma nè la riconoscenza, nè i giuramenti potevano tenere a freno l'ambizione d'Eugenio. Egli accettò la proposizione che gli faceva il duca di Milano, sagrificò senza scrupolo Renato, alla di cui difesa poco prima credeva attaccata l'indipendenza della santa sede, nominò il Piccinino gonfaloniere della Chiesa, e senza dichiarazione di guerra, in mezzo alle più pacifiche proteste, lo autorizzò a sorprendere Todi, e ad assediare Assisi[203].
Lo Sforza, trattenuto nella Marca da così inaspettato attacco, abbandonò il progetto di soccorrere la casa d'Angiò, per opporsi al Piccinino. Intanto l'accidente favorì Alfonso. Un muratore, cacciato dalla fame fuori di Napoli, indicò al re d'Arragona il giro e l'uscita di un acquidotto abbandonato, pel quale Belisario era entrato in questa città. Credevasi bastantemente chiuso colle palafitte, ed erasi trascurato di porre una guardia in que' luoghi umidi ed oscuri. Il muratore condusse il 2 giugno del 1442 dugento soldati arragonesi a traverso a quest'acquidotto fino ad una torre cui faceva capo. Nello stesso tempo Alfonso fece dare l'assalto alle mura per distrarre gli assediati; e malgrado la valorosa resistenza di Renato, gli Arragonesi penetrarono in città per due diversi luoghi. È peraltro probabile che sarebbero stati respinti, se uno di loro non presentavasi nelle strade di Napoli montato sul cavallo d'un corazziere napoletano da lui ucciso. A tale vista fu universalmente creduto che una porta della città fosse stata occupata dal nemico, poichè v'era entrata la stessa cavalleria, ed in allora più non fu possibile di trattenere i fuggitivi. Renato, strascinato da loro, si chiuse in Castelnuovo; la città venne saccheggiata per alcune ore; ma Alfonso, essendovi entrato, ristabilì l'ordine, ed accolse umanamente tutti gli abitanti. Le fortezze di Capuano e di Capo di monte si arresero dopo pochi giorni, quelle di Castelnuovo e di sant'Elmo rimasero più lungamente in potere di Renato. Questo principe non vi si rinchiuse per difenderle; egli s'imbarcò per passare prima a Firenze, poi a Marsiglia, ed in sul finire di questo stesso anno, quando perdette la speranza di ricuperare il regno di Napoli, fece rendere ad Alfonso le fortezze che venivano ancora custodite per suo conto, onde non prolungare inutilmente i mali di un popolo, che gli aveva mostrato tanto amore e tanta fedeltà[204].
Frattanto continuavasi la guerra nella Marca d'Ancona, sebbene i Fiorentini, che risguardavano la conservazione dello Sforza come necessaria alla loro propria indipendenza, cercassero, d'accordo coi Veneziani, di ristabilire la pace. Bernardo de' Medici erasi recato per commissione loro alle due armate per essere mediatore, e due volte aveva strappato al pontefice ed al Piccinino l'assenso per un equitativo trattato. Ma tosto che lo Sforza, fidandosi ai loro giuramenti, prendeva la strada del Tronto per entrare nel regno di Napoli, il papa o i suoi legati scioglievano il Piccinino dall'osservanza della sua parola, fondandosi sul principio, che nessun trattato svantaggioso alla chiesa è valido; e questo generale ricominciava le ostilità[205]. La prima volta approfittò della buona fede dello Sforza per sorprendere Tolentino, la seconda per assediare Assisi. Il sovrano della Marca, impedito in tutti i suoi progetti, perdeva le sue truppe alla spicciolata; tutti i distaccamenti comandati dai suoi capitani o dai suoi fratelli, Giovanni ed Alessandro, erano successivamente battuti[206]. Assisi fu preso, ed il nemico vi entrò per un acquidotto, come pochi mesi prima era entrato in Napoli. Tre degli ufficiali generali dello Sforza, Manno Barile, Cesare Martinengo e Vittore Rangone, credendo i suoi affari disperati, erano passati al soldo del re Alfonso. Questi sottomise in poco tempo tutto ciò che negli Abruzzi ed in seguito nella Puglia conservavasi tuttavia fedele a Renato ed allo Sforza. L'Aquila gli aprì le porte, Manfredonia e Troja capitolarono, quando lo videro vicino, e prima che terminasse l'anno Francesco Sforza più non conservava un solo feudo, di quanti suo padre ne aveva acquistati nel regno di Napoli con tante fatiche e tante vittorie[207].
Poteva restare a Renato d'Angiò qualche speranza di risalire sul trono di Napoli, finchè il valoroso condottiere, che aveva abbracciato il suo partito, era padrone delle strade degli Abruzzi e della Puglia; ma la ruina di Francesco Sforza consumava quella degli Angioini, e Renato dovette infatti differire, fin dopo la morte del suo avversario, ogni tentativo per rientrare nel regno, cui credeva di avere diritto. Egli si era tenuto sicuro dell'alleanza del papa; i loro trattati erano stati sanzionati da tutte le dimostrazioni d'amicizia che mai possono darsi i Sovrani, e dalla guarenzia ancora più grande del vicendevole vantaggio; e non pertanto Eugenio IV era il vero autore della ruina del principe Angioino. Quand'egli aveva preso il Piccinino a suo soldo, e che aveva assalito lo Sforza in onta alla giurata pace, aveva tolta a Renato la sola speranza di salute che gli rimanesse, e fatta cadere la corona dal suo capo. Il principe fuggitivo, prima d'abbandonare l'Italia, aveva desiderato almeno di rimproverare questa mancanza di fede al suo imprudente alleato. Venne per lagnarsene a Firenze, ove trovavasi in allora la corte pontificia; non ebbe difficoltà a provare che la diversione operata contro il suo difensore aveva accresciuta la miseria de' suoi fedeli partigiani, che con lui sostenevano l'assedio di Napoli. Ma Renato trovavasi allora senza stati e senza armate, e non osò alzare troppo la voce per lagnarsene; si mostrò soddisfatto della buona volontà che tuttavia gli mostrava la corte pontificia; accettò dal papa con riconoscenza l'investitura degli stati che aveva perduti; perciocchè Eugenio IV, quasi riparare volendo il commesso errore, pose in capo a Renato con grande cerimonia, ed in nome della Chiesa, la corona d'un regno, che questo principe aveva dovuto abbandonare[208].