CAPITOLO LXXI.

Alfonso di Napoli, Eugenio IV ed il duca di Milano si uniscono contro lo Sforza per torgli la Marca d'Ancona. — Le repubbliche di Firenze e di Venezia prendono le sue difese. — Rivoluzioni di Bologna. — Morte di Eugenio IV e di Filippo Maria Visconti.

1443 = 1447.

Le due lunghe e sanguinose guerre che avevano straziato il nord ed il mezzodì dell'Italia erano terminate: la pace di Capriana, che aveva ristabiliti i rapporti di buona vicinanza tra il duca di Milano e le due repubbliche di Venezia e di Firenze, non era per anco stata violata. La ritirata di Renato d'Angiò lasciava Alfonso V d'Arragona pacifico possessore del regno di Napoli, che aggiugneva a quelli della Sicilia e della Sardegna. La Lombardia, le due Sicilie e lo stato della Chiesa, spossati da tante guerre, sospiravano il riposo. Ma in mezzo ai principi, che governavano questi stati, il figlio di un contadino, Francesco Sforza, aveva fondata una Monarchia militare, che inspirava diffidenza a tutti i suoi vicini. Egli medesimo non aveva verun interesse di turbare la pace d'Italia; anzi il proprio vantaggio lo chiamava a conservarne la tranquillità, onde più solidamente stabilire il suo principato della Marca; e come condottiere preferiva di fare la guerra per conto d'altri, non per sè medesimo. Coloro che lo qualificavano come usurpatore, e che pretendevano che il riposo dell'Italia non potesse conciliarsi col mantenimento della sua autorità, non avevano per avventura diritti assai più legittimi di quelli di Francesco. Alfonso non regnava in Napoli che pel diritto di conquista; Filippo Maria aveva allargato in Lombardia il suo dominio con una lunga serie di slealtà, ed Eugenio IV era un prete decorato della tiara malgrado il voto de' suoi elettori medesimi; ma tutti erano persuasi che una più pericolosa usurpazione per loro sarebbe quella sanzionata dai talenti e dal carattere; che un soldato, salito sul trono, ne indicherebbe la strada a tutti i valorosi, e che il paragone d'un tal uomo comprometterebbe la sicurezza di tutti coloro che dovevano il loro rango all'eventualità della nascita.

L'accanimento contro Francesco Sforza pareva accrescersi in ragione della diffidenza che ogni sovrano aveva diritto di concepire di lui medesimo. Alfonso V, cui le vicendevoli offese, e la rivalità di parte tenuta lungo tempo, avevano poste le armi in mano, era non pertanto il più disposto a riconciliarsi collo Sforza, perciocchè, conscio del proprio valore, egli non temeva di spogliarsi delle insegne del principato, e pareggiarsi uomo per uomo con un eroe. Il Visconti, ch'era suocero dello Sforza e che talvolta trovava nel suo cuore l'affetto paterno per la figlia e pei nipoti, era per lo contrario divorato da estrema gelosia, e vedeva nel nuovo signore, ch'era riuscito ad unire il sangue dei Visconti al sangue del contadino di Cotignola, un successore che oscurerebbe la sua gloria, e forse un formidabile rivale apparecchiato a spogliarlo. Non pertanto il più acerbo nemico dello Sforza era Eugenio IV. Era in su le porte di Roma, e nelle sue stesse province che un soldato insegnava ad uomini effeminati quale ricompensa possa ottenere il coraggio, e che a lato alla carriera percorsa dagli ecclesiastici, ne apriva un'altra che in mezzo a maggiori pericoli ed alla gloria conduceva agli stessi onori ed allo stesso potere. Lo Sforza riconosceva dallo stesso Eugenio IV l'investitura della Marca, come giusto premio de' suoi servigi, e come prezzo del sangue che aveva versato per la santa sede. Ma Eugenio era determinato di ritogliergli questa provincia a qualunque costo. Egli aveva sagrificato il suo alleato Renato d'Angiò a questo ardentissimo desiderio, e si accostò per soddisfarlo ad Alfonso d'Arragona, che aveva sempre risguardato come suo nemico. Per istabilire con lui un'alleanza, mandò a Napoli il suo nuovo favorito, il patriarca d'Aquilea, e pochissimi mesi dopo avere accordata, così mal a proposito, l'investitura del regno a Renato, firmò un trattato con Alfonso col quale lo riconosceva re di Napoli, e si obbligava a mantenergli la corona, guarentendone l'eredità a suo figliuolo naturale, don Ferdinando. Ma il prezzo di tale alleanza fu l'obbligo, assuntosi da Alfonso, di portare la guerra nella Marca d'Ancona, e di continuarla finchè ne avesse scacciato lo Sforza, e rimesso il papa nella piena sovranità di tutto quanto vi possedeva questo capitano[209].

Niccolò Piccinino, generale del duca di Milano, trovavasi in allora al soldo del papa, e comandava l'armata destinata alla conquista della Marca, mentre Alfonso faceva avanzare le sue truppe verso la stessa provincia. Lo Sforza, abbandonato da molti suoi luogotenenti, vedevasi attaccato da ventiquattro mila uomini di cavalleria pesante, cui non poteva opporre che otto mila. In verun modo non poteva dare battaglia con forze tanto sproporzionate, onde risolse di destinare la metà circa de' suoi soldati a formare le guarnigioni di tutte le principali città della Marca, affidandole a governatori che gli erano legati per matrimoni o per sangue. Mentre loro ordinava di stancare la pazienza de' nemici col sostenere lunghi assedj, giudicò opportuno di tenersi al largo da ogni attacco con circa quattro mila uomini, che formerebbero il nucleo d'una nuova armata, in testa alla quale gli sarebbe libero di marciare a disturbare gli assedj delle sue fortezze, qualunque volta credesse di poterlo fare con vantaggio[210]. Scelse per luogo di sua residenza la città di Fano, posta negli stati di Sigismondo Malatesti, suo genero, e la fortificò in modo da potervi, ove fosse d'uopo, sostenere un lunghissimo assedio. In pari tempo non cessava di affrettare i soccorsi delle repubbliche di Firenze e di Venezia, e la sua ritirata in Romagna gli agevolava il modo di riceverli più sollecitamente. Le due repubbliche sentivano che la sicurezza loro richiedeva che fosse salvo il generale solo capace di salvarle a vicenda in un istante di pericolo; pure i loro apparecchi non si facevano colla dovuta diligenza. Fortunatamente per lo Sforza Filippo, che aveva bensì voluto indebolirlo, ma non ruinarlo interamente, in sul finire di quest'anno fece istanza ad Alfonso di desistere dalle ostilità contro il suo genero, e dietro le sue preghiere, questo re vittorioso abbandona un'impresa che sembravagli sicura[211].

Rivoluzioni assai più vicine avevano tenute inquiete Firenze e Venezia, e ritardati i soccorsi che le due repubbliche destinavano allo Sforza. Dopo che Niccolò Piccinino aveva tolta Bologna alla Chiesa, questa città aveva richiamati i suoi esiliati, e reso al suo governo press'a poco l'antica forma repubblicana, ma sotto la sopravveglianza di Francesco Piccinino, figliuolo di Niccolò, che aveva il comando della guarnigione. Questi non tardò a concepire qualche diffidenza di Annibale Bentivoglio, pel di cui richiamo egli stesso aveva operato, ma che adesso vedeva rapidamente riacquistare il credito della sua famiglia, in altri tempi sovrana. Parevagli inoltre che i Bolognesi si ponessero troppo pienamente in possesso della libertà loro promessa, e questi per lo contrario lagnavansi, che andasse troppo ristringendo i privilegj ch'erasi obbligato a conservare. In tali circostanze Francesco Piccinino andò a prendere i bagni a Castel san Giovanni, facendovisi accompagnare da Annibale Bentivoglio, da Gaspare e da Michele Malvezzi, e da più altri gentiluomini bolognesi. Nell'uscire dal primo pranzo che aveva fatto con loro, fece arrestare i primi tre, che furono all'istante tradotti in tre lontane fortezze. I Bolognesi s'addirizzarono al duca Filippo ed a Niccolò Piccinino per far rilasciare i loro tre illustri concittadini; ma vane tornarono tutte le loro istanze. Galeazzo Marescotti preferì in allora di tentare egli stesso la liberazione di Annibale Bentivoglio, suo amico, piuttosto che ricorrere ad un ingiusto padrone. Recossi a Varano, nello stato di Parma, ove sapeva ch'era chiuso Annibale, sedusse un fabbro ferrajo impiegato nel castello, che gliene fece conoscere tutte le uscite ed i luoghi in cui venivano poste le sentinelle. Il Marescotti si associò in allora cinque gentiluomini bolognesi, entrò con loro, scalando le mura, in Varano, uccise la sentinella che incontrò in sul suo passaggio, sorprese mentre dormiva il comandante della fortezza ed i cinque o sei soldati che vi si trovavano, e, facendosi consegnare Annibale Bentivoglio, partì con lui immediatamente alla volta di Bologna. I loro amici, che gli aspettavano, procurarono loro l'ingresso in città nella susseguente notte del 5 giugno 1443 con scale di corda che loro gettarono dall'alto delle mura, mentre nelle loro case eransi segretamente adunati moltissimi loro partigiani. Tutt'ad un tratto uscirono chiamando ad alte grida il popolo alle armi ed alla libertà, e facendo nello stesso tempo suonare a stormo nella chiesa di san Giacomo; una folla di cittadini venne a raggiugnerli, e fecero prigioniero nel pubblico palazzo Francesco Piccinino ed i soldati che dovevano difenderlo[212].

Avendo Bologna ricuperata la libertà e posto Annibale Bentivoglio alla testa del suo governo, fece tosto chiedere ai Fiorentini ed ai Veneziani di riceverla nella loro alleanza, che sembrava destinata ad accogliere tutti gli amici della libertà. Malgrado il pericolo di questa associazione, i due popoli non si mostrarono difficili. I Fiorentini spedirono a Bologna Simoneta di Campo san Pietro con quattrocento cavalli, ed i Veneziani Tiberto Brandolini con cinquecento. Questi due generali, uniti ai Bolognesi, il quattordici agosto riportarono sopra Luigi del Verme, ufficiale del Piccinino, una vittoria che assicurò l'indipendenza di Bologna. Il primo uso che Annibale Bentivoglio fece degli ottenuti vantaggi, fu quello di procurare la libertà ai due Malvezzi ch'erano stati con lui arrestati, come pure ai due Canedoli, capi di una contraria fazione, ch'egli sperava di rendersi amici coi beneficj. Furono tutti quattro rilasciati in cambio di Francesco Piccinino, che Annibale restituì al padre[213].

I Fiorentini medesimi non andarono affatto immuni da interne turbolenze. Gli è vero che Cosimo de' Medici non cercava di governare la città come principe; ma come capo di partito non sapeva soffrire veruna opposizione. Neri, figlio di Gino Capponi, lo pareggiava di riputazione e quasi di potere; egli solo in Firenze aveva saputo mantenersi in eminente dignità sotto i due governi. Egli non erasi punto legato agli Albizzi, onde non era stato strascinato nella loro caduta; ma non tenevasi nemmeno obbligato a fare la sua corte ai Medici. Tenuto in molta considerazione da' suoi concittadini, non era meno stimato dai soldati. Più volte aveva comandate le armate fiorentine, ed egli solo tra i magistrati aveva fatte brillare ai loro occhi le virtù militari. Dovevasi a suo padre l'acquisto di Pisa, a lui la vittoria d'Anghiari sopra il Piccinino e l'acquisto del Casentino. Quanto più l'intera città stimava il Capponi, altrettanto Cosimo de' Medici rendevasi di lui geloso. Di già in settembre del 1441 aveva cercato d'umiliarlo col più sanguinoso affronto. Tra gli amici di Neri Capponi, uno de' più zelanti era Baldaccio d'Anghiari, fedele condottiere della repubblica, che sempre aveva comandata l'infanteria, e che si era acquistata grandissima riputazione in quest'arma, di cui cominciavasi a sentire l'importanza. Baldaccio poteva all'occasione di un tumulto popolare dare importanti soccorsi al Capponi, e fare a lui raccogliere il frutto d'una vittoria che il Medici non voleva dividere con chicchefosse. Così vaghi sospetti bastarono ai capi del partito dominante per determinarli a disfarsi d'un uomo eminentemente distinto. All'odiosa loro politica s'aggiunse il risentimento del gonfaloniere di giustizia, Bartolomeo Orlandini, quello stesso che aveva tanto vilmente abbandonato Marradi nel 1440. Sapeva costui che Baldaccio aveva parlato con disprezzo della sua condotta, che lo aveva accusato di viltà in presenza della magistratura e dell'armata, e lusingavasi di ricuperare la propria riputazione col far perire il suo accusatore. Fece un giorno chiamare Baldaccio in palazzo, il quale v'andò senz'ombra di diffidenza. Il gonfaloniere lo intrattenne alcun tempo intorno ad affari relativi al soldo delle truppe, passeggiando lungo i corridoj che guardano la pubblica piazza. Tutto ad un tratto alcuni soldati appostati dall'Orlandini lanciaronsi sopra Baldaccio, lo pugnalarono e gettarono il suo cadavere dalle finestre del palazzo sulla piazza, presso la dogana, ove rimase tutto il giorno esposto alla vista del popolo. Un così violento atto di tirannia, eseguito in una repubblica, non venne seguito da veruna procedura o giudizio; imperciocchè per una strana imprudenza i Fiorentini, tanto gelosi della loro libertà, niente avevano fatto per guarantirsi dall'abuso del potere giudiziario. Baldaccio d'Anghiari venne dalla folla risguardato come colpevole di qualche segreto tradimento, poichè lo vedeva punito; gli amici di Cosimo insuperbironsi, vedendo che niuno ardiva opporsi alla loro autorità, quelli di Neri Capponi tremarono, e per qualche tempo non fu notata ne' consiglj veruna opposizione[214].

Quando dopo tre anni di pace i rivali dei Medici cominciarono a riprendere fiato, Cosimo li percosse con un nuovo spavento, con un mezzo veramente più conforme agli usi della repubblica, ma non perciò meno sovversivo della libertà. La signoria, che sedeva in maggio del 1444, si fece accordare dai consiglj il potere dittatoriale della balia in compagnia di dugento cinquanta cittadini che vennero prescelti a tale effetto[215]. Quest'arbitraria magistratura, che le stesse leggi ponevano al di sopra delle leggi, limitò il numero di coloro che potevano entrare nella signoria, tolse l'impiego di segretario di stato, ossia di cancelliere delle riformagioni, a Filippo Peruzzi e lo esiliò, prolungò l'epoca del richiamo di tutti coloro ch'erano di già esiliati, ne condannò altri senza nuovo processo, privò d'ogni parte alle magistrature tutte le famiglie che potevano essere sospette al partito dominante, e concentrò in tal modo il governo nelle mani della ristretta oligarchia, che lo aveva usurpato[216].

Dopo essersi in tal modo internamente assicurati del loro potere, e averlo rassodato al di fuori col rinnovamento della loro alleanza col duca di Milano[217], i capi della repubblica fiorentina pensarono a dare più efficaci soccorsi al loro alleato, Francesco Sforza. Di già avevano essi stipulato un trattato con Filippo Maria Visconti, pubblicato in Firenze il 18 ottobre del 1443, in forza del quale il duca obbligavasi a mandare a suo genero tre mila cavalli e mille fanti[218]; e bentosto ordinarono a quello stesso Simoneta, che aveva difesi i Bolognesi, di avanzarsi a traverso la Romagna per unirsi allo Sforza.

Intanto il conte Francesco aveva avuti nuovi disastri; era stato abbandonato da Troilo di Rossano e da Pietro Brunoro, sebbene il primo, essendo vecchio ufficiale, educato nella scuola di suo padre, e già in età di sessant'anni, sembrar dovesse inaccessibile alle seduzioni della cupidigia o all'incostanza. Molti altri ufficiali avevano nello stesso tempo abbandonate le insegne dello Sforza per passare sotto quelle d'Alfonso; essi avevano seco trascinati quasi tutti i loro soldati, e l'incostante popolo della Marca d'Ancona si era ovunque ribellato, senz'avere altro scopo o altra speranza, che quella di mutar padrone.

Francesco Sforza, esulcerato da tante indegnità, ne fece ancor esso un'indegna vendetta. Mentre il re Alfonso avvicinavasi a Fermo con Troilo, Brunoro e gli altri fuggiaschi, che formavano la maggior parte della sua armata, lo Sforza scrisse a' primi per avvisarli che finalmente era giunto l'istante di fare quanto essi gli avevano promesso. Affidò questa lettera ad un messo, che egli sapeva dover essere preso nel recarsi al campo nemico, e nello stesso tempo fece spargere incerte voci nel proprio accampamento di una grande rivoluzione che non doveva tardar molto, e che darebbe ai suoi soldati sommo contento e ricchezze. Il messo dello Sforza venne infatti fermato, e fu portata ad Alfonso la lettera addirizzata ai due capitani. Il re arragonese fu preso da grandissimo terrore, credendosi tradito dai due disertori; le relazioni delle spie ch'egli teneva nell'armata dello Sforza accrebbero la sua diffidenza. Fece all'istante armare tutti i suoi più fedeli soldati, e prendere, spogliare e caricare di catene Troilo e Brunoro, ch'eransi recati al suo padiglione; e mentre egli abbandonava i loro soldati all'avarizia ed alla vendetta de' suoi, fece tradurre i due capitani prima a Napoli, poi in un castello del regno di Valenza ove languirono in prigione più di dieci anni[219].

Pietro Brunoro aveva rapita nella Valtellina una fanciulla, detta Bonna, che lo seguiva vestita da soldato, e che sempre combatteva al suo fianco. Questa donna, affezionatissima al suo padrone ed amante, si fece a procurargli la libertà. Andò di città in città a cercare tutti i capitani, tutti i magistrati, tutti i principi pei quali Brunoro aveva combattuto; chiese loro certificati di fedeltà, e commendatizie per Alfonso; passò anche in Francia, onde ottenere dalla compassione o dalla galanteria de' principi francesi un'assistenza ch'essi non vollero ricusare ad una donna. Con queste commendatizie tornò presso Alfonso, lo commosse collo zelo e colla costanza con cui aveva raccolte tante raccomandazioni, ed ottenne da lui la libertà di Brunoro. Passarono insieme al servizio dei Veneziani con un soldo di venti mila ducati, e Bonna, diventata consorte di colui che aveva salvato, continuò a combattere al suo fianco, lo seguì in Grecia, ove Pietro Brunoro perì a Negroponte nel 1466, non potendo sopravvivergli, morì ancor essa lo stesso anno[220].

Il re Alfonso, dopo avere sbandati egli stesso i disertori che aveva ragunati, ritirossi nel proprio regno, vinto dalle istanze del duca di Milano. Dopo di ciò lo Sforza si trovò di avere press'a poco eguali forze del Piccinino; ed altronde si andava adunando nella Romagna un'armata sussidiaria di circa quattro mila cavalli, mandata dai Veneziani e dai Fiorentini. Erano cominciate le piogge dell'autunno, ed i nemici, che avevano veduto tutta l'estate lo Sforza condannato all'inazione, non credevano di doverlo temere al ritorno della cattiva stagione. Alfonso aveva poste le sue truppe ne' quartieri d'inverno, e Niccolò Piccinino, fortificatosi a monte Lauro, presso Pesaro, non aveva bisogno di uscire dal suo campo per togliere la comunicazione tra l'armata delle due repubbliche, che sotto gli ordini di Taddeo d'Este erasi innoltrata fino a Rimini, e quella che si era chiusa in Fano. Ma Francesco Sforza era impaziente di ristabilire la propria riputazione compromessa da tanti rovesci; segretamente chiamò presso di sè i corpi, che sotto il comando di Alessandro, suo fratello, e di Sarpellione, avevano difesa la Marca d'Ancona; riunì sotto le sue bandiere molte compagnie d'infanteria licenziate da Alfonso, quando prese i quartieri d'inverno; fece avvisare Taddeo d'Este di avanzarsi verso monte Lauro, e l'8 di novembre si mosse per avvicinarsi al Piccinino. Mentre avanzavasi, incontrò un araldo d'armi, che questi gli mandava sotto qualche pretesto per riconoscere i suoi movimenti. «Va a dire al tuo padrone, gli disse lo Sforza, che andiamo a bere al suo fiume.» Infatti per giugnere al Piccinino era d'uopo passare la Foglia, l'antico Pisauro, che copriva il campo posto tra monte Lauro e monte all'Abate. Per altro lo Sforza non era intenzionato d'attaccare il nemico la stessa sera del suo arrivo, perchè una leggiere pioggia, che rendeva più sdruccievole il declivio dell'eminenza su cui stava il nemico, accresceva lo svantaggio dell'attacco; voleva soltanto accamparsi in faccia al Piccinino, ed aspettare colà Taddeo d'Este. Ma le scaramucce ch'ebbero luogo nel passaggio del fiume resero la battaglia generale. I soldati dello Sforza di già occupati nel formare il loro campo sull'altra riva, vennero respinti da un numero superiore; essi presentavansi continuamente al generale per chiedere rinforzi e nuovi cavalli, e lo Sforza li ricondusse contro il nemico, rinfacciandoli di poca fermezza; nello stesso tempo aveva staccato Sarpellione con un ragguardevole corpo, che, girando l'armata del Piccinino alla sinistra, comparve improvvisamente sopra della medesima sull'alto della collina. A tale vista il Piccinino più non potè contenere i suoi soldati, e fu egli stesso strascinato dai fuggiaschi nel campo. Sperava di potervisi difendere, e molti de' suoi più valorosi sostennero alcun tempo la battaglia alle porte, ma in ultimo i suoi trincieramenti furono forzati dall'impeto del vincitore. Un immenso bottino cadde in potere dei soldati dello Sforza, i quali, mentre si appropriavano le armi ed i cavalli, facevano fuggire i prigionieri; questi, approfittando della notte, si rifugiarono nelle città e ne' castelli del vicinato; e lo stesso Piccinino, errante tutta la notte per aspre montagne, giunse a stento all'indomani a monte Sicardo, ove si pose in sicuro. Lo Sforza, per non perdere i vantaggi della vittoria, voleva subito condurre la sua armata nella Marca d'Ancona, che avrebbe castigata per la sua ribellione, e tutta sottomessa in pochi giorni; ma Sigismondo Malatesti, suo genero, lo trattenne colle sue importunità, facendosi pagare l'ospitalità, che gli aveva accordata, coll'impiegare le di lui truppe a riconquistare Pesaro[221].

Il Piccinino, ajutato dai tesori della Chiesa, trovò modo, durante l'inverno, d'adunare i suoi soldati; mentre lo Sforza, senza danaro, poteva difficilmente impedire nuove diserzioni. I sussidj che gli pagava la repubblica di Venezia furono tutti ritenuti da Sigismondo Malatesti, che vantava vistosi arretrati. Quelli di Firenze furono mandati al suo luogotenente Sarpellione, che sosteneva la guerra con molto valore ne' territorj d'Osimo e di Recanati, ed il grosso dell'armata, che trovavasi sotto gl'immediati ordini di Francesco Sforza, non riceveva il suo soldo, onde non poteva rifare i perduti equipaggi. Questa guerra provava la debolezza della piccola monarchia militare fondata dallo Sforza; il suo paese era divorato dai soldati, le stesse contribuzioni che spingevano i popoli alla ribellione, non bastavano al mantenimento del quarto della sua armata. Colui ch'erasi mostrato così formidabile al duca di Milano, quando guerreggiava per gli altri, non poteva ne' proprj stati e per la propria causa, nè approfittare delle sue vittorie, nè rialzarsi da una disfatta[222].

Ma Filippo Maria Visconti, di cui non potevansi mai prevedere le risoluzioni dettate a vicenda dalla sua incostanza, o da una sottile politica, venne un'altra volta in soccorso di suo genero. Dietro le istanze di Venezia e di Firenze mandò Francesco Landriani, uno dei suoi consiglieri, ai due generali, che combattevano nella Marca, per invitarli ad una tregua. Nello stesso tempo fece dire a Niccolò Piccinino, che doveva comunicargli cose di somma importanza, onde lo invitava a recarsi subito a Milano. Il Piccinino e lo Sforza parevano egualmente disposti a firmare un armistizio, ma il legato del papa ricusava di acconsentirvi[223]. Non pertanto il Piccinino, sia per vaghezza di conoscere i nuovi progetti del duca, sia per ubbidienza, diede la sua armata al figlio Francesco, e recossi a Milano. Lo Sforza, ridotto alle ultime estremità, risolse di affidare la sua sorte alle vicende di una battaglia, mentre trovavasi lontano il suo emulo; impiegò il poco danaro che aveva a provvedere la sua armata di vittovaglie per otto giorni; richiamò i soldati da tutte le guarnigioni, ed andò a cercare il nemico. Francesco Piccinino trovavasi in allora in una posizione inattaccabile presso di Macerata, ma ebbe l'imprudenza di abbandonarla, e di avanzarsi fino a Mont'Olmo, luogo per altro forte, ma non quanto quello che abbandonava. Colà fu dallo Sforza attaccato il 19 agosto del 1444.

Il legato del papa, che seguiva l'armata del Piccinino esortò i soldati alla battaglia, promise la vita eterna a coloro che morirebbero per la santa romana Chiesa, e minacciò ai loro avversarj l'eterna dannazione. «Ma questi discorsi del legato, dice il Simonetta, storico presente alla battaglia, non erano ascoltati, o venivano disprezzati, come sempre accade fra gli uomini accostumati alle armi ed alla guerra, i quali poco si occupano della religione e della salvezza delle anime loro[224].» Il quadro della passata miseria, dell'opulenza che seguirebbe la vittoria, che lo Sforza presentò ai suoi soldati, fece maggiore impressione. Mentre essi dovevano vincere nello stesso tempo la superiorità del numero e lo svantaggio del luogo, il loro capitano fece comparire sulle vette tutti i servitori della sua armata con una lancia in mano, per far credere ch'egli aveva un corpo di riserva affatto fresco, pronto ad entrare in battaglia. Questa sola vista decise della vittoria. Giacomo Piccinino, il più giovane de' figli di Niccolò potè fuggire fino a Recanati; ma Francesco, suo maggior fratello, fu fatto prigioniere in un pantano, ove cercava di nascondersi, e dove lo manifestò lo scudiere che lo accompagnava. Il legato del papa, Capranico, che si era spogliato degli abiti prelatizj, fu, prima d'essere conosciuto, lungo tempo maltrattato dai soldati che lo fecero prigioniero. Furono presi la maggior parte dei capitani e dei centurioni, con tre quarti dei soldati. Il castello di Mont'Olmo, ove trovavansi tutti gli equipaggi dell'armata, si arrese all'indomani al vincitore[225].

In pochi giorni Francesco Sforza sottomise le città di Macerata, di Sanseverino, di Cingoli, di Jesi, e molte altre che si affrettarono di mandargli i loro deputati, e di aprirgli le porte. Ma egli era assai più sollecito di fare la pace col papa che di tentare nuove conquiste. Fece sapere ad Eugenio, che lungi di voler approfittare de' presenti vantaggi per ispogliare la Chiesa, nulla più desiderava che di dargli prove della sua sommissione, e chiedeva caldamente l'apertura di un congresso per trattarvi della sua riconciliazione. Il papa, che trovavasi non senza timore a Perugia, luogo di sua residenza, acconsentì ad aprire una conferenza. Gli ambasciatori di Venezia e di Firenze secondarono lo Sforza coi loro buoni ufficj e la pace venne sottoscritta il 10 di ottobre. Per altro le ostilità dovevano durare fino al giorno 18, essendosi accordati allo Sforza otto giorni per ricuperare, se lo poteva, le perdute città. Ciò che possederebbe a tale epoca doveva rimanergli in feudo, col titolo di marchesato, ed il rimanente della Marca doveva ritornare sotto l'immediato dominio della Chiesa romana. Le città d'Ancona di Osimo, Fabbriano, e Recanati, furono le sole che in questi otto giorni non vennero in mano dello Sforza; ma queste ancora furono obbligate di pagargli in avvenire i tributi ch'elleno pagavano per lo innanzi alla camera apostolica[226].

Niccolò Piccinino, che dietro la domanda del Visconti erasi recato a Milano, venne ricevuto in questa capitale coi più grandi onori. Non si seppe poi quali motivi avesse avuto il duca per chiamarlo alla sua corte. Suppone il Machiavelli che non avesse che quello di liberare suo genero Sforza dall'imbarazzo in cui si trovava; ed assicura che il dolore, che provò il Piccinino d'essere stato la vittima di così grossolano artificio, fosse la prima cagione d'una malattia che bentosto lo sorprese[227]. Se questa fu cagionata da rammarico, questo rammarico raddoppiossi senza dubbio, quando egli ebbe notizia della disfatta della sua armata a Mont'Olmo, e della prigionia del figliuolo primogenito. Il Piccinino, in età già avanzata, non sapeva darsi pace di non aver potuto con tante battaglie, con tante vittorie, acquistarsi una terra ove riposare il suo capo. Tutti i grandi capitani del suo secolo si erano successivamente innalzati al sovrano potere; egli pareva avervi più diritto d'ogni altro, poichè avrebbe dovuto ricevere a titolo ereditario il principato di Braccio come ricevette la sua armata; pure egli solo non era in sul finire della sua lunga gloriosa carriera nè più ricco, nè più potente di quello che lo fosse in principio. Aveva perduta Bologna quando credeva di farne la sua capitale; due rotte avute in brevissimo tempo avevano dissipate le sue ricchezze e dispersi i suoi soldati; uno de' suoi figliuoli era prigioniero, l'altro fuggiasco, ed egli non poteva collocare le sue speranze che nella generosità di un principe accusato d'incostanza da tutta l'Italia, e spesso di perfidia. Questo principe attualmente, ingannandolo, aveva cagionata la sua ruina. Altronde il Visconti era omai vecchio, e pareva aver designato per suo successore il più acerbo nemico del Piccinino. La salute di questo capitano già da lungo tempo alterata non si era fin allora sostenuta che per la forza della sua anima; essa finalmente soggiacque alle tristi riflessioni suggerite dalla presente sua situazione. Morì di cordoglio piuttosto che di malattia il 15 ottobre del 1444. Il Piccinino dev'essere annoverato tra i più illustri capitani che abbia prodotto l'Italia; perciocchè fu il più rapido nelle sue esecuzioni, il più audace, il più fertile ne' ripieghi, il più pronto a riparare le perdite, il solo che dopo una totale disfatta fosse ancora in istato di far tremare i suoi nemici[228]. Filippo Maria, che non l'aveva giammai degnamente ricompensato ne pianse amaramente la perdita. Egli aveva bisogno di un uomo sempre ubbidiente ai suoi bizzarri capricci, e sempre intraprendente; di un uomo cui potesse esclusivamente affidare l'amministrazione militare de' suoi progetti, senza aver bisogno d'iniziarlo negli andirivieni della sua politica. Nel medesimo istante in cui gli era tolto il suo più fidato generale, ne perdeva un altro che sarebbe stato degno della sua confidenza: Giovanni Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, quello che lo aveva così valorosamente servito nella guerra di Brescia, era morto l'8 settembre del 1444; e suo figliuolo Luigi, che gli successe, cercò bentosto di attaccarsi alla repubblica di Venezia[229].

Francesco Sforza, genero del Visconti, non sembrava disposto ad ubbidire a suo suocero con quel cieco attaccamento che gli aveva mostrato sempre il Piccinino. Aveva ancor esso i suoi progetti e la personale sua ambizione di cui non sapeva scordarsi. Le sue alleanze con Firenze e con Venezia, dalle quali non voleva staccarsi, rendevano Filippo diffidente. Il duca di Milano, cui la figliuola, moglie dello Sforza, aveva dato un nipote[230], approfittò di questo nuovo legame, e della memoria degli ultimi servigj che aveva renduti a suo genero, per ottenere da lui la libertà di Francesco Piccinino. Egli lo chiamò a Milano egualmente che suo fratello Giacomo, e li pose alla testa delle truppe di Braccio, loro somministrando danaro, armi e cavalli per rimontare quest'antica milizia, che voleva poter sempre opporre a quella dello Sforza; e cercò in ogni modo di sdebitarsi con loro di quanto doveva al padre[231]. Frattanto, siccome non aveva per anco riposta in loro l'intera sua confidenza, desiderò pure d'avere al suo servigio un capitano già sperimentato, e dal quale potesse trarre miglior partito: gettò perciò gli occhi sopra Sarpellione, il migliore luogotenente dello Sforza, cui fece segrete offerte, e Sarpellione, dopo una negoziazione che non rimase ignota alla vigilanza del suo capo, chiese un congedo per andare a Milano. Sapeva lo Sforza che s'egli somministrava un generale a suo suocero, verebbe bentosto impiegato contro di lui medesimo; conosceva Sarpellione per uomo avido e crudele, ma aveva sperimentati i suoi talenti militari e la sua fedeltà in un'epoca in cui tutti gli altri suoi luogotenenti l'avevano abbandonato; Sarpellione aveva difesa la Marca d'Ancona con non minore abilità che costanza contro Alfonso e contro il Piccinino. Era forse difficile il provvedere agl'interessi dello Sforza, rispettando i diritti del suo luogotenente; ma il partito cui si appigliò questo generale, tanto celebrato per la sua generosità; mostra troppo apertamente in quale grado di depravazione fosse caduta la pubblica morale, e quali esempj avesse il Machiavelli innanzi agli occhi, quando dettava il suo trattato del Principe. Lo Sforza fece imprigionare Sarpellione nella fortezza di Fermo, lo atterrì coll'apparecchio d'un processo criminale, colla prova, o almeno colla minaccia della tortura, e gli strappò, o almeno si pretende che gli strappasse di bocca, la confessione di colpevoli trame in forza della quale lo fece appiccare il 29 novembre del 1444[232].

Ma Francesco Sforza dovette bentosto pentirsi di questa non meno impolitica che crudele azione. Filippo Maria Visconti se ne sdegnò fieramente; pubblicò l'innocenza di Sarpellione, che non aveva perduta la vita, che per aver voluto passare in tempo di pace dal servizio d'un genero a quello di suo suocero; giurò di farne vendetta, e da quell'istante cominciò gli apparecchi per una nuova guerra.

Di già alcuni intrighi in Romagna preparavano la vendetta del Visconti e di Sarpellione. Sigismondo Malatesti, signore di Rimini, che durante la guerra della Marca aveva dato asilo a Sforza, suo suocero, non possedeva che parte degli stati di sua famiglia. Mentre che suo fratello Domenico regnava a Cesena, Galeazzo Malatesti, suo cugino, era signore di Pesaro e di Fossombrone; e perchè questi non aveva figliuoli, Sigismondo sperava di raccogliere l'eredità. Ma Galeazzo aveva per consigliere e per unico ministro Federico, secondo figliuolo del conte Guido da Montefeltro, il quale non era favorevole a Sigismondo. Questo Federico, che in appresso fu l'onore della casa di Montefeltro, passava per un figliuolo adulterino. Credevasi figlio di Bernardino della Carda degli Ubaldini, uno de' più valenti condottieri del principio del secolo. Frattanto il suo legittimo padre, Guido, era morto il 20 febbrajo del 1442. Oddo Antonio, primogenito di Guido, gli successe ed ottenne dal papa, in aprile dello stesso anno, il titolo di duca d'Urbino. Ma il suo governo si rese in breve insopportabile al popolo, ed egli fu ucciso in un ammutinamento il 22 luglio del 1444. Federico venne chiamato da Pesaro, ed ebbe la sovranità di Montefeltro e di Urbino[233]. Poco tempo dopo si attaccò a Francesco Sforza, onde imparare l'arte della guerra sotto così egregio capitano. Entrò al suo servigio in agosto del 1444, con lance quattrocent'una e d'un egual numero di pedoni[234]; sposò in appresso una figlia dello Sforza, e negoziando in suo nome con Galeazzo Malatesti acquistò le sue due signorie pel prezzo di venti mila fiorini[235]. Francesco Sforza, che aveva somministrato il danaro, si riservò Pesaro per formare un piccolo principato a favore del proprio fratello, Alessandro Sforza, e lasciò Fossombrone a Federico da Montefeltro come premio dell'abilità da lui mostrata in questa negoziazione. Sigismondo Malatesti vedeva con estremo rammarico uscire dalla sua famiglia questi piccoli principati, ed il Visconti si prese cura d'inasprire il suo sdegno. Fece entrare Sigismondo al soldo d'Eugenio IV, e lo persuase a tenersi apparecchiato pel momento in cui lo Sforza potrebb'essere spogliato di quella Marca d'Ancona, che gli era tanto invidiata[236].

Nello stesso tempo il Visconti condusse un'altra pratica contraria ai suoi trattati, la quale doveva riaccendere la guerra. Egli aspirava alla sovranità di Bologna di fresco tolta a Niccolò Piccinino, e lusingavasi di averla coll'ajuto delle fazioni ch'egli manteneva in questa repubblica. La sua alleanza con Eugenio IV gli aveva agevolato il modo di unire il partito della Chiesa a quello degli antichi fautori della casa Visconti; l'uno e l'altro opposti egualmente ai partito dell'indipendenza, in allora dominante. Annibale Bentivoglio, capo di questo ultimo, era in pari tempo il capo della repubblica bolognese. Questo virtuoso cittadino per conservare la pace nella sua patria aveva cercato coi beneficj di affezionarsi coloro che dirigevano l'opposta fazione: aveva redenti dalle prigioni del Piccinino due gentiluomini della casa de' Canedoli, e gli aveva con matrimonj vincolati alla propria famiglia[237]. A questa stessa famiglia dei Canedoli s'addirizzarono gli agenti del duca di Milano e del papa per far assassinare il Bentivoglio. Venne loro promesso l'ajuto della santa lega di fresco rinnovata tra i due sovrani. Taliano Furlano con mille cinquecento cavalli del duca di Milano, Carlo Gonzaga e Luigi di Sanseverino colle truppe della Chiesa dovevano avvicinarsi a Bologna per assecondarli, tostocchè sarebbe scoppiata la congiura, la quale secondo lo spirito allora dominante de' prelati pontificj, fu condotta sotto il sacro manto della religione.

Francesco Ghisilieri, uno de' congiurati, pregò Annibale Bentivoglio di levare al sacro fonte un fanciullo che gli era nato due mesi avanti. Il Bentivoglio, che non trascurava occasione di ravvicinare le due fazioni, accettò con piacere un offerta che stabiliva una specie di religiosa parentela tra lui ed i suoi antichi avversarj. Vennero fissati per la cerimonia il giorno 24 giugno e la chiesa di san Pietro. Dopo il battesimo Annibale Bentivoglio uscì di chiesa col Ghisilieri per recarsi al banchetto apparecchiato nella casa dell'ultimo. I Canedoli e molti loro partigiani formavano il corteggio. Quando giunsero alla casa del Ghisilieri, Baldassar Canedolo cogli assassini circondarono il Bentivoglio e sguainarono i loro pugnali. Questi pose la mano sull'elsa della spada per difendersi, ma Francesco Ghisilieri, afferrategli per di dietro le braccia, gli disse: «Compare, Compare, conviene che tu abbi pazienza.» E mentre lo teneva in tal modo fa pugnalato[238]. I Canedoli ed i Ghisilieri corsero subito le strade di Bologna, gridando viva il popolo e la santa lega, ed uccisero tutti i Bentivoglio che caddero nelle loro mani. Ma Annibale, che avevano assassinato pel primo, era amato dai suoi concittadini, i quali si felicitavano d'aver veduto rinnovarsi sotta la di lui amministrazione l'antica repubblica di Bologna, e non eravi alcuno che desiderasse di ritornare sotto il giogo del duca di Milano o della Chiesa. Altronde gli ambasciatori di Firenze e di Venezia che stavano in Bologna, eransi, udito il tumulto, recati presso ai magistrati, tutti partigiani dei Bentivoglio, loro offrendo l'assistenza di Tiberio Brandolini e di Guido Rangoni, generali delle truppe delle repubbliche, i quali fecero subito avanzare. Nella città medesima gli amici dei Bentivoglio, sottrattisi alla prima furia dei congiurati, eransi adunati in piazza. Andarono ad attaccare i Canedoli nel quartiere in cui si erano trincerati, e gli oppressero col loro numero; saccheggiarono e bruciarono più di cinquanta loro case, e non perdonarono nemmeno a Battista Canedolo, capo della famiglia, che non aveva preso parte nella congiura; avendolo trovato in un sotterraneo, ove si era nascosto, lo fecero in pezzi. I soccorsi promessi ai congiurati dal duca e dal papa non giunsero in tempo per salvarli. Furlano Taliano non comparve nel territorio bolognese che all'indomani 26 giugno, e Carlo Gonzaga col Sanseverino il 2 luglio. Vedendo di non poter giovare ai loro estinti partigiani, si ritirarono, dopo avere saccheggiate le campagne intorno alla città[239].

La vittoria, che i vindici dell'ultimo capo dello stato ottenuta avevano sui Canedoli, non assicurò affatto nè il loro partito, nè la repubblica, perchè più non trovavansi uomini nella famiglia Bentivoglio che fossero capaci di stare alla testa del governo. Annibale non lasciava che un figliuolo di sei anni; e non presentavasi alcuno che volesse assumere l'amministrazione, onde si temeva di qualche divisione nella fazione regnante, che sarebbe cagione della sua ruina e di quella dello stato. Ma mentre durava quest'incertezza l'antico conte di Poppi, Francesco di Battifolle, che trovavasi allora in Bologna, disse ai magistrati, ch'egli metterebbe alla loro testa un prossimo parente d'Annibale, che loro poteva indicare. Sono più di vent'anni, soggiunse il conte, che Ercole, cugino d'Annibale, trovandosi a Poppi, si affezionò ad una giovane del paese, maritata ad Angelo Cascese, della quale ebbe un figlio chiamato Santi: questo figlio rassomiglia talmente ad Ercole, che non può dubitarsi della sua origine, ed in fatti Ercole mi disse più volte questo fanciullo esser suo. I magistrati di Bologna mandarono a Firenze, chiedendo a Cosimo de' Medici ed a Neri Capponi di far loro conoscere questo giovane. Santi, che perduto aveva il suo padre putativo, si era posto sotto la sopravveglianza d'uno zio, chiamato Antonio Cascese, uomo ricco ed amico di Neri Capponi. Niuno di sua famiglia pareva formare sospetti intorno alla legittimità di Santi Cascese, ed egli stesso mai non avevane concepito alcuno. Pure Capponi e Medici fecero che i deputati di Bologna si scontrassero in Santi. Questi gli mostrarono tutto il calore dell'attaccamento che lo spirito di parte poteva far nascere; lo invitarono a recarsi nella loro città a partecipare degli onori, della ricchezza e della considerazione riservate al capo di una potente repubblica ed al sangue dei Bentivoglio. Santi ricusò in sulle prime, arrossendo, queste offerte che supponevano il disonore di sua madre, e la propria illegittimità. Si durò molta fatica a persuaderlo di riflettere maturamente. I pericoli del rango cui veniva chiamato, d'un seggio ancora bagnato del sangue de' suoi predecessori, facevano pure sul di lui animo una viva impressione. Cosimo de' Medici, che vedeva il di lui turbamento ed irresoluzione, gli disse alfine nell'ultima conferenza: «Tu non puoi prendere consiglio che da te stesso; tu devi dirigerti secondo i suggerimenti del tuo cuore. Se tu sei figliuolo d'Ercole Bentivoglio, ti sentirai trasportato verso le azioni degne di tuo padre e della tua casa; se tu sei figlio d'Angelo Cascese, ti rimarrai in Firenze, consacrandoti alle tue manifatture di lana e ad un vile riposo.» Queste parole, che mostravano la gloria là dove Santi non aveva fin allora veduto che il disonore, troncarono all'improvviso ogni dubbiezza. Accettò le offerte dei Bolognesi ed il nome di Bentivoglio; fu provveduto d'armi, di cavalli e di copiosa servitù; i principali cittadini di Firenze lo accompagnarono a Bologna, ove, sebbene non avesse più di ventidue anni, gli venne contemporaneamente affidata la tutela del figlio di Annibale, e l'amministrazione della città. Vi si condusse con tanta prudenza, che mentre tutti i suoi antenati erano periti sotto il pugnale de' loro nemici, egli visse sedici anni onorato della pubblica stima, e morì in pace[240]. Fece il suo ingresso in Bologna il 13 di novembre, nel qual giorno i capi dello stato, che lo stavano aspettando in palazzo, gli conferirono l'ordine della cavalleria[241].

Frattanto il duca di Milano aveva preso motivo dalle turbolenze di Bologna per ricominciare la guerra. Taliano Furlano, che aveva invaso il Bolognese nella circostanza della congiura dei Canedoli, erasi limitato ad attraversarlo ostilmente, ed aveva continuata la sua strada verso la Romagna per concertare le sue operazioni con Sigismondo Malatesti ed attaccare la Marca. Luigi Sanseverino e Carlo Gonzaga erano dopo di lui entrati nel Bolognese con cinque mila cavalli. I Fiorentini loro opposero Simoneta di Campo san Pietro, che frenò le loro scorrerie[242]. Ma il grosso della guerra doveva portarsi nella Marca d'Ancona. Filippo Maria Visconti e Sigismondo Malatesti avevano associate le loro animosità per perdere Francesco Sforza, il quale, per una strana disgrazia, trovavasi perseguitato con eguale accanimento da suo genero e da suo suocero. Erasi contro di lui formata una formidabile lega: Eugenio IV ed Alfonso di Napoli eransi fatti solleciti di assecondare la collera del duca di Milano. Ambidue avevano fatta la pace collo Sforza da meno di un anno, e dopo tale epoca niuna offesa, niuna nuova pretesa aveva dato luogo a nuove ostilità; ma Eugenio IV credeva fermamente che la sua spirituale potenza gli dava diritto di sciogliersi quando voleva da tutti i trattati, da tutti i giuramenti.

Siccome pareva a Francesco Sforza che il più attivo de' suoi nemici fosse Sigismondo Malatesti, egli volle attaccarlo prima degli altri, sperando forse di forzarlo a fare la pace prima che potesse essere soccorso dagli alleati. Lo Sforza assediò la Pergola, la prese il 22 di luglio, e la saccheggiò crudelmente[243].

Ma bentosto Ascoli nella Marca si ribellò, e Rinaldo Fogliano, suo fratello uterino, che ne aveva il comando, fu fatto in pezzi dagli abitanti. Nello stesso tempo Taliano Furlano, generale del duca di Milano, Luigi, patriarca d'Aquilea, legato e generale del papa, e Giovanni di Ventimiglia generale del re Alfonso di Napoli, si avanzarono da diverse parti in un piccolo principato, troppo debole per fare testa, non che a tutti assieme uniti, a cadauno separatamente.

Francesco Sforza, che aveva ricevute ragguardevoli somme dalla repubblica di Firenze e dalla privata borsa di Cosimo de' Medici, non trovavasi però in istato di resistere a così violento turbine. Egli aveva posto suo fratello Alessandro a Fermo con una forte guarnigione per tenere in dovere quella fortezza, la più importante di tutte. Egli stesso erasi collocato col suo campo innanzi a Fano per impedire l'unione di Taliano Furlano colle truppe del papa e del re[244]; lungo tempo con destre marcie aveva saputo impedirla, ma la ribellione di Rocca Contratta, fortezza che assicurava una comunicazione colla Toscana, distrusse il suo piano di campagna. Costretto di avvicinarsi ai paesi da cui sperava soccorsi, prese all'ultimo il partito di abbandonare la Marca alla naturale incostanza di que' popoli, di portare fino a mille cinquecento corazzieri la guarnigione di Fermo ove comandava suo fratello, di lasciarne un'altra non meno forte in Jesi, e di ritirarsi colla sua armata nel territorio del suo alleato, il conte d'Urbino e di Montefeltro. Ebbe appena presa questa risoluzione, che i suoi propj stati si ribellarono dovunque, e tutte le città aprirono le porte al papa, mentre ch'egli credeva vendicarsi di loro attaccando ed incendiando i castelli di Sigismondo Malatesti[245]. Giunse finalmente l'inverno a mettere fine a tanti guasti ed alle reciproche barbarie. Allora lo Sforza si chiuse in Pesaro colla moglie e coi figliuoli, distribuendo la sua cavalleria in Toscana e nelle parti meno montuose del contado d'Urbino e dello stato d'Agobbio[246].

Ma lo Sforza provava la sorte che pareva attaccata alle sovranità fondate dai soldati a punta di spada. I loro popoli, sempre sagrificati alla milizia, sospiravano l'istante di scuotere il giogo militare; non risguardavano come legittima l'autorità cui erano costretti di sottomettersi, e credevano di soddisfare ad un loro dovere, congiurando contro la medesima in favore de' loro antichi padroni. Gli abitanti di Fermo, cui lo Sforza credeva di potersi interamente fidare, sorpresero il 26 di novembre la cavalleria ch'era alloggiata presso di loro, la spogliarono delle loro armi e de' loro cavalli, e spiegarono sulle loro mure le insegne del papa. Alessandro Sforza ebbe appena tempo di salvarsi nella cittadella, e bentosto s'accorse che non aveva ne' magazzini sufficienti viveri per aspettare la primavera. Allora capitolò, a condizione che gli abitanti gli sborserebbero mille fiorini, e ch'egli sarebbe libero di condurre all'armata del fratello la cavalleria che aveva seco nella fortezza. Dopo quest'ultima perdita nulla più non restava a Francesco Sforza in tutta la provincia che gli era stata tanto tempo subordinata fuorchè la città di Jesi[247].

I Fiorentini ed i Veneziani non vennero meno al loro alleato in tanta calamità. Ognuna di queste repubbliche gli mandò durante l'inverno sessanta mila fiorini. Nello stesso tempo Cosimo de' Medici lo consigliò di mutare la difesa in attacco, di penetrare presto nell'Umbria, di avvicinarsi a Roma per unirsi al conte dell'Anguillara, segreto nemico del papa[248], di approfittare del malcontento che aveva eccitato il patriarca d'Aquilea in tutti gli stati d'Eugenio per farli ribellare, finalmente di tentare un colpo ardito, e tale da ravvivare le speranze di tutti i suoi partigiani. Effettivamente tutti i feudatarj romani erano oppressi, tutti avevano manifestato il loro malcontento ai Veneziani ed ai Fiorentini, e avevano implorata la loro assistenza. Inoltre le città di Todi, d'Orvieto, di Narni avevano promesso d'aprire le loro porte quando si avvicinasse un'armata. Ma lo Sforza non seppe fare i suoi apparecchi colla necessaria prestezza[249]. Per non iscontentare i suoi soldati, solo elemento della potenza che gli restava, egli era costretto di dipendere quasi affatto da loro; nulla osava di ricusar loro; ed era obbligato per pagare gli arretrati d'impiegare tutti i sussidj che riceveva. Perciò non fu pronto ad entrare in campagna ed a passare gli Appennini avanti il cominciare di giugno. A tale epoca la sua posizione era omai disperata; coloro ai quali offriva il suo ajuto vedevano apertamente che, poichè non aveva potuto difendere i proprj stati, difenderebbe ancora meno le città lontane dai suoi confini, se le faceva ribellare; e per tali considerazioni Todi, Orvieto, Viterbo non vollero aprirgli le porte, quando si presentò loro, nè somministrargli vittovaglie; e lo Sforza era così male provveduto di macchine d'assedio, che non potè incutere almeno tanto timore agli abitanti da ridurli a pagargli qualche contribuzione. Videsi in allora ciò che forse non si era mai veduto, nè si vedrà in appresso, un'armata di cavalleria pesante alimentarsi per tre giorni di fragole colte nelle montagne[250]. Dopo avere crudelmente sofferta la fame, ed essere stato respinto da tutte le città, lo Sforza ricondusse la sua armata a traverso dello stato di Siena nel paese d'Urbino, indi a Fano.

Per altro l'ingresso dello Sforza nell'Umbria e nel patrimonio di san Pietro aveva gagliardamente intimidito il papa; onde si era affrettato di adunare tutti i suoi capitani, Taliano Furlano, i fratelli Malatesti, e gli altri suoi migliori soldati; aveva chiesto soccorso al re d'Arragona; e questa ragguardevole armata, che aveva allestita per sua difesa, tenne dietro allo Sforza nel contado d'Urbino ed in Romagna, quando vi si fu ritirato. Fece un inutile tentativo sopra Jesi, ma la Pergola si arrese in pochi giorni all'armata pontificia; Ancona fece pure la pace con Eugenio, e lo stesso Alessandro Sforza, che andava debitore al fratello della sovranità di Pesaro, credendo affatto perduto il capo della sua famiglia, pensò di salvarsi nel suo disastro. Egli fece un trattato parziale colla Chiesa, spiegò in Pesaro le insegne del papa, fornì alla sua armata viveri e munizioni, e rifiutò ogni soccorso al fratello, il quale dovette credersi abbastanza fortunato, che Alessandro non ritenesse presso di sè come ostaggi la consorte ed i figli, siccome lo consigliava di fare il patriarca d'Aquilea[251]. Il solo Federico di Montefeltro, conte d'Urbino, si mantenne costantemente fedele allo Sforza; rigettò ogni proposizione di separata pace che gli fece la Chiesa, si accontentò di vedere portata la guerra ne' proprj stati, lasciando che l'armata pontificia andasse inutilmente consumando tutta la bella stagione nell'assedio delle sue fortezze[252].

I nemici dello Sforza sembravano determinati a non lasciargli un solo palmo di terra. Tutti i suoi feudi del regno di Napoli erano stati occupati da Alfonso, quelli che aveva nello stato della Chiesa dal papa, e per ultimo quelli che Filippo gli aveva dati in Lombardia, come dote della consorte, erano nello stesso tempo attaccati da suo suocero. Il duca di Milano pretendeva in allora di non essersi obbligato a dare a sua figlia che una dote di cento mila fiorini, di cui gli stati di Cremona e di Pontremoli non erano che la guarenzia. Offriva di pagare questa dote a Venezia, e nello stesso tempo faceva assediare le due città dotali consegnate al genero[253]. Prima che terminasse la campagna era presumibile l'intera distruzione della potenza dello Sforza, la quale, dopo l'intima alleanza del duca di Milano col re di Napoli, sembrava necessaria all'equilibrio dell'Italia. Questo generale in così pressante pericolo invocava i pronti soccorsi delle due repubbliche sue alleate. Cosimo de' Medici, che gli era personalmente affezionato, appoggiava vivamente le sue istanze, ed i Fiorentini abbracciarono con calore la di lui causa. Mandarono Neri Capponi e Bernardo Giugni a Venezia per ottenergli più efficaci soccorsi[254]; e questi conchiusero tra le due repubbliche un nuovo trattato, fondato sull'infrazione fatta dal Visconti a quello di Capriana. In fatti le città di Cremona e di Pontremoli erano state cedute al conte Sforza sotto la loro guarenzia, onde attaccando queste due città il Visconti violava la pace fatta colle due repubbliche. Per far rispettare la loro autorità, si obbligarono ad accrescere di quattro mila cavalli, da levarsi a spese comuni, la loro armata di Lombardia, ed a costringere colle armi il duca di Milano a mantenere i suoi precedenti obblighi.

Le prime negoziazioni dei Fiorentini portarono il disordine nella stessa armata dei loro nemici; essi entrarono in trattati con Taliano Furlano, e con Giacomo da Caivano, due condottieri che parvero disposti ad abbandonare le insegne del patriarca d'Aquilea, per entrare al loro servigio. Ma questi, avutone sentore, li fece imprigionare e tagliar loro il capo[255]. Un trattato dello stesso genere si era intrapreso nel medesimo tempo presso due capitani del duca di Milano, che guastavano il territorio di Bologna, Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato, e Carlo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, i quali erano fra loro discordi. I Fiorentini approfittarono delle loro dissensioni per sedurre Guglielmo, e sorprendere il Gonzaga. Tiberto Brandolino attaccò l'ultimo, il 6 di luglio, a Castel san Giovanni, fece prigionieri la maggior parte de' soldati di lui, e lo costrinse a fuggire quasi solo a Modena[256]. Quest'avvenimento decise la sorte della campagna; Bologna si trovò liberata; una parte dell'armata fiorentina potè allora passare nella Marca sotto il comando di Guid'Antonio Manfredi e del Simoneta, mentre che Guglielmo di Monferrato, entrando al soldo della repubblica di Venezia, s'unì nello stato di Brescia a Michele Attendolo di Cotignola, quello stesso che aveva tanto contribuito a guadagnare la battaglia d'Anghiari e che dopo il 1441 era generale dei Veneziani. Quest'esperto capitano, trovandosi così rinforzato, fu in istato di fare una potente diversione in Lombardia.

Non pertanto prima di spingere più avanti le ostilità, i Fiorentini cercarono nuovamente di mettere fine a questa lunga guerra con una pace generale. Spedirono ambasciatori al re di Napoli, che era stato a loro unito in forza di un trattato, ma che il papa aveva poi sciolto dai suoi giuramenti con una bolla del 23 aprile del 1446, obbligandolo a rinnovare i suoi attacchi[257]; ne mandarono altri al papa ed al duca di Milano, che vennero dovunque ricusati. A Puccio Pucci, ch'era passato da Venezia a Milano per comunicare al duca le loro proposizioni, si andò da un giorno all'altro dilazionando l'udienza, perchè il Visconti aspettava il momento che gli astrologi gli avrebbero indicato favorevole. Quando finalmente fu invitato all'udienza, il Pucci, mal soffrendo questa mancanza di riguardi per la sua repubblica, rispose a vicenda, che non era apparecchiato, e che se l'ora era buona pel duca di Milano, non lo era altrimenti per la repubblica di Firenze[258].

Il duca di Milano aveva incaricato Francesco Piccinino di attaccare Cremona, ed in pari tempo si era guadagnati dei partigiani entro la città per mezzo di Orlando Palavicino, che vi si trovava alla testa del partito ghibellino. Ma Giacomo di Salerno, luogotenente dello Sforza, sventò tutte le trame contro di lui ordite, e coll'ajuto di alcuni squadroni, mandati da Venezia, rispinse ancora la forza aperta. Dall'altro canto Pontremoli era stato attaccato da Luigi da Sanseverino, e difeso dai Fiorentini[259]. Intanto Michele Attendolo, generalissimo dei Veneziani, adunò tutte le sue truppe, passò l'Oglio a Ponte Vico, riprese i castelli cremonesi che si erano ribellati, e venne a cercare il Piccinino. Quest'ultimo pose il suo campo in un'isola del Po, al di sopra di Casal Maggiore, fra gli stati di Cremona e di Parma. Un ponte sopra ogni ramo del fiume gli dava comunicazione colle due rive. Michele Attendolo, giunto il 29 settembre del 1446 in faccia al nemico, tentò di ridurlo ad entrare in battaglia con alcune scaramucce sul ponte, mentre una parte della sua cavalleria mostrava di voler guadare il fiume nel luogo più largo. Ad una notabile distanza da questo luogo alcuni cavalieri avevano scoperto un altro guado, che non era custodito; Attendolo lo fece attraversare in silenzio da un grosso corpo di corazzieri, che tutti portavano un pedone in groppa. Tutt'ad un tratto coloro che custodivano il ponte e la riva del fiume vennero attaccati alle spalle dalla truppa veneziana, sorpresi nel vedere i nemici nell'isola, abbandonarono il posto con grandissima confusione. Tutta l'armata di Francesco Piccinino si pose in fuga senza quasi avere combattuto, ed il suo generale, dando alle truppe un vile esempio di pusillanimità, passò il secondo ponte che comunicava collo stato di Parma, poi lo fece subito tagliare, lasciando sull'altra riva quattro mila de' suoi soldati, che furono fatti prigionieri[260].

Tutto il paese posto tra l'Adda e l'Oglio fu in conseguenza di questa vittoria rapidamente conquistato; sottomettendosi tutte le fortezze, ad eccezione di Crema, ove Filippo aveva mandata grossa guarnigione per difendere il passo dell'Adda. Ma neppure questo fiume impedì gli avanzamenti di Attendolo; vi si avvicinò, attraversando alcuni pantani sopra un argine che credevasi abbastanza fortificato dalla natura, e vi gittò un ponte il 6 novembre, e con tale mezzo portò le sue truppe nella Martesana, e nella pianura di Milano, guastando quelle ricche campagne che da lungo tempo non erano state visitate dai nemici[261].

Il sacco dell'armata veneziana si stese intorno a Monza e fino alle porte di Milano, ed alcune bande di prigionieri presi ne' villaggi seguivano le mandre de' buoi tolti nelle stalle degli agricoltori. Michele da Cotignola non si limitò a questa momentanea scorreria, ma occupò Cassano, e vi fortificò una testa del ponte, lasciandovi due mila cavalli con un corpo d'infanteria, per avere aperto il territorio milanese, qualunque volta trovasse utile di tornarvi. Diede poi riposo alla sua cavalleria in Caravaggio, senza che questa sua inazione lasciasse il nemico tranquillo, perchè ad ogn'istante poteva di nuovo spingere ancor più lontano le sue scorrerie ed i guasti[262].

Francesco Sforza aveva approfittato di questa diversione per ristabilire i suoi affari in Romagna e nel contado d'Urbino. Gli si erano uniti in principio d'ottobre Guid'Antonio Manfredi e Simoneta di Campo San Pietro, condottieri al soldo de' Fiorentini; onde trovandosi superiore di forze, aveva sfidato a battaglia il patriarca d'Aquilea che non ardì accettarla. Lo Sforza coll'intromissione di Federico da Monte Feltro erasi riconciliato con suo fratello Alessandro, ed aveva in oltre ricuperate colle armi varie fortezze del contado d'Urbino e dello stato di Rimini. Non pertanto sopraggiunse l'inverno, avanti che ottener potesse qualche decisivo vantaggio, e fu costretto a rimanersi inattivo pel cattivo tempo, che pure procurò un poco di riposo ai sudditi del duca di Milano in Lombardia[263].

I popoli di questa provincia non erano altrimenti affezionati al loro sovrano; e perchè lo vedevano senza successori, pensavano assai meno a difenderlo, che a guadagnarsi l'affetto de' nuovi padroni che potrebbe dar loro la sorte delle armi; onde Filippo non aveva il sicuro possedimento di veruno de' suoi stati. Perciò, durante l'inverno, si rivolse a tutti i suoi alleati e vicini, caldamente loro chiedendo potenti soccorsi. Ricordava ad Alfonso, re di Napoli, d'avergli posta la corona in capo, e lo pregava a volere adesso sostenere la sua; lo sollecitava a mandare in Lombardia Raimondo Boile, che fin allora aveva a nome dei re guerreggiato nella Marca, ed a fare un'invasione nella Toscana per costringere i Fiorentini a difendere sè stessi, invece di lasciare le forze loro a disposizione dei Veneziani. Gli rappresentava che il senato di Venezia, più costante che verun monarca ne' suoi progetti ambiziosi, teneva dietro da oltre un secolo a quello di conquistare tutta la Lombardia; che adesso era più vicino a conseguire il suo desiderio, che mai lo fosse stato in addietro, e che se giugneva una volta ad estendere la sua signoria dalle Alpi agli Appennini, questo corpo, i di cui consiglj non venivano traviati da personali passioni, nè i tesori dissipati da verun lusso, si assoggetterebbe facilmente tutto il restante dell'Italia. Questi timori, che il Visconti faceva vittoriosamente valere presso Alfonso, non lasciavano di avere altresì qualche influenza sopra Cosimo de' Medici e sopra lo stesso Francesco Sforza.

Il mantenimento dell'equilibrio d'Italia non avrebbe mosso l'animo di Carlo VII, re di Francia, dal quale il duca di Milano sperava pure soccorsi. Il monarca francese, occupato in una lunga lite coll'Inghilterra, non poteva fermare lo sguardo sopra l'Italia, ed avrebbe veduto con indifferenza le conquiste della repubblica di Venezia e l'abbassamento di tutti i suoi rivali. E se pure la Francia conservava, in forza delle antiche affezioni, qualche attaccamento ad alcun partito, era a quello dei Guelfi, alle due repubbliche ed a Francesco Sforza. Ciò non ostante il Visconti non disperava di averla in sua difesa, onde mandò a Carlo VII Tomaso Tebaldi di Bologna, suo segretario, e per prezzo dei corpi di truppe ch'egli domandava, gli offrì la restituzione della città d'Asti, ch'era stata precedentemente data alla casa d'Orleans, come dote di Valentina Visconti. Finalmente un'ultima ambasciata fu spedita allo stesso Sforza, chiedendogli di prendere le difese del suocero contro i Veneziani, che volevano spogliarlo de' suoi stati. Gli faceva osservare, che di già oppresso dalla vecchiaja, e da nuova infermità che quasi lo rendeva cieco, non aveva altro appoggio naturale che il marito dell'unica sua figlia, cui destinava la sua eredità, ond'egli almeno desiderare non poteva la ruina di quegli stati, di cui doveva un giorno essere padrone[264].

Lo Sforza assediava in allora il castello di Gradaria, dal quale fu costretto di levare l'assedio dopo quaranta giorni per mancanza di danaro e di polvere da cannone. Era egli giustamente adirato contro Filippo, l'istigatore d'una guerra che sembrava avere avuto per oggetto la totale sua rovina, e che di già lo aveva privato di tutti i suoi stati. Sapeva quanta poca fede prestar doveva alle parole del suocero, dalla di cui perfidia poteva tutto temere, se giammai si trovasse in sua balìa, dopo avere abbandonata l'alleanza dei Fiorentini e de' Veneziani. Dall'altro canto sentiva quanto gli sarebbe utile il riconciliarsi col duca di Milano, potendo soltanto con tale riconciliazione nodrire la speranza della successione dei Visconti, alla quale era ben lontano di voler rinunciare. Egli sentiva che se i Veneziani conquistavano una volta la Lombardia, non potrebbe poi in alcun modo strapparla dalle loro mani; e la loro vittoria a Casal Maggiore, che in sulle prime lo aveva colmato di gioja, non aveva lasciato in appresso di tenerlo inquietissimo. Aspettando opportunità per decidersi senza pericolo, andava guadagnando tempo con equivoche negoziazioni; per mezzo de' suoi ambasciatori esponeva ai suoi alleati l'intera sua nudità, ed i sempre rinascenti bisogni della guerra. I Fiorentini, che più non temevano la potenza del duca di Milano, andavano più a rilento nell'accordare sussidj, ed i Veneziani sempre facevano un amaro confronto dei continui disastri della Marca, coi prosperi avvenimenti di Lombardia. Quando il conte Sforza domandava nuovi soccorsi, rispondevano che il loro generale, Michele Attendolo, impiegherebbe più utilmente il loro danaro e le loro munizioni per la causa comune. L'assedio di Gradaria mal riuscito, era loro costato, essi dicevano, più tesori che non sarebbero abbisognati per conquistare metà della Lombardia[265]. Un'universale diffidenza disanimava i suoi alleati, e lo Sforza, che la conosceva, e che le dava motivo, non lasciava perciò di sollecitare sussidj, non solo per conseguirli, ma ancora perchè il rifiuto de' suoi alleati fosse un motivo per giustificarsi, qualunque volta si risolvesse di abbandonarli[266].

Il più intimo consigliere dello Sforza, il suo segretario Giovanni Simonetta, cui andiamo debitori dell'eccellente storia che ci serve di guida in tutto questo periodo di tempo, assicura che Cosimo de' Medici, consultato dal suo padrone circa la condotta che tener doveva, lo esortò segretamente a non seguire altra norma che quella del proprio interesse, ed a non credersi totalmente legato verso le due repubbliche, che non l'avevano ajutato pel solo suo vantaggio, ma per il proprio[267]. In tal modo cominciava a manifestarsi quel piano di politica che in breve vedremo adottato dal Medici, e quella gelosia contro Venezia, per la quale mutò tutte le alleanze d'Italia. Lo Sforza accolse con infinito piacere questo consiglio, risguardandolo come un indizio delle segrete disposizioni de' Fiorentini, e si trovò incoraggiato ne' progetti che aveva di già adottati; perciocchè i consiglj d'egoismo e di mala fede non sono d'ordinario chiesti che da coloro i quali sono di già risoluti di seguirli. Intanto questi contraddittori trattati tenevano tutti gli animi sospesi; l'intera Italia si aspettava qualche grande avvenimento, allorchè impreveduti accidenti mutarono di nuovo i calcoli e le opinioni delle potenze belligeranti.

Papa Eugenio, la di cui inquieta attività era stata cagione di così violenti scosse allo stato ed alla Chiesa, morì in Roma il 23 febbrajo del 1447. Le austerità monacali, ch'egli rigorosamente sostenne, fecero scordare agli scrittori ecclesiastici il suo scandaloso disprezzo pei giuramenti più solenni, la sua cieca confidenza ne' suoi favoriti, e la parte che prese in odiose perfidie; essi lo rappresentarono come un santo[268], mentre la storia non può risguardarlo che come un cattivo sovrano. Quando gli si accostò l'arcivescovo di Firenze per dargli l'estrema unzione, Eugenio lo rispinse con vivacità, dicendogli «di sentirsi ancora forte, che l'istante non era ancora giunto, e che gliene darebbe avviso, a quando fosse tempo». Allorchè questo aneddoto fu raccontato ad Alfonso, disse: «Dobbiamo esser noi maravigliati che abbia voluto combattere contro Francesco Sforza, contro i Colonna, contro di me, contro tutta l'Italia, colui che osò combattere contro la stessa morte, e che appena ne fu vinto[269]?» Per altro questa morte poteva variare tutta la politica dell'Italia meridionale, ed Alfonso, in allora meno occupato della guerra dello Sforza, si affrettò di passare a Tivoli sotto colore di occuparsi della sicurezza di Roma, ma in realtà per esercitare maggior influenza nel conclave, e meglio conoscere le disposizioni del futuro pontefice[270].

Dall'altro canto i Veneziani, omai più non dubitando che il conte Sforza non mantenesse segrete corrispondenze col duca di Milano, vollero prevenire l'istante in cui sarebbesi dichiarato contro di loro. Avevano essi difesa la sua città di Cremona contro il Visconti, calcolando che servirebbe di baluardo ai loro stati di terra ferma; ora avevano cagione di temere che questa città medesima servisse di piazza d'armi per attaccarli. Commisero dunque al loro generale, Michele Attendolo di Cotignola, di occuparla. Gherardo Dandolo, ch'essi vi avevano posto per loro commissario, doveva consegnargli una porta coll'ajuto dei Guelfi Cremonesi. Ma il luogotenente dello Sforza, egualmente attento ai progetti dei suoi alleati e de' suoi nemici, sventò questa trama, tenne tutti gli abitanti in dovere, e quando il 4 marzo comparì l'Attendolo sotto Cremona, lo sforzò a ritirarsi coperto della vergogna d'un tradimento che non aveva saputo condurre a buon termine[271].

Francesco Sforza, che tuttavia mostravasi dubbioso nella scelta, più non bilanciò dopo quest'attentato dei Veneziani; accettò le proposizioni di suo suocero, il quale gli promise dugento quattro mila fiorini d'oro all'anno pel mantenimento delle sue truppe, somma eguale a quella che i Fiorentini ed i Veneziani gli avevano fin allora pagata. Nello stesso tempo il Visconti gli diede la suprema autorità militare in tutte le fortezze, e sopra tutti i soldati degli stati milanesi; gli mandò danaro, e gli fece pagare altre somme in suo nome da Alfonso; onde lo Sforza, sagrificando gli antichi suoi alleati al nemico, cominciò gli apparecchi per entrar presto in campagna[272]. Ma fin allora non erasi ancor veduto Filippo lungamente fedele a verun progetto. Non ebbe appena conchiuso questo trattato col genero, ch'ebbe timore d'essersi interamente posto tra le mani di questo ambizioso generale. Era circondato da consiglieri e da generali formati nella scuola di Braccio, ed attaccati a quella che chiamavasi fazione militare de' Bracceschi. Tutti vedevano con estremo dolore l'ingrandimento dello Sforza e del suo partito, che riguardavano come il segno della propria ruina. I due fratelli Piccinino, Niccolò Guerrieri di Parma, Antonio da Pesaro e Giacomo d'Imola, abituali consiglieri di Filippo, tostocchè si avvidero di qualche principio di diffidenza nel principe, si presero cura di accrescerla. Pretesero che lo Sforza apparecchiavasi ad entrare come padrone nel Milanese, che di già prometteva anticipate ricompense ai suoi soldati, terre agli ufficiali, come se fosse già sovrano degli stati del suocero: e seppero a tal segno inasprire la gelosa anima del Visconti, che questi fece sospendere i sussidj promessi allo Sforza, cui ordinò in pari tempo di portarsi direttamente sopra Padova o sopra Verona, senza avvicinarsi a Milano, e senza toccare i confini de' suoi stati. E quando seppe che Francesco Sforza aveva mandati suo figlio e sua figlia a Cremona perchè fossero presentati all'avo loro, lungi dal mostrarsi desideroso di vederli, fece loro proibire di passare i confini del Milanese[273].

Francesco Sforza, maravigliato da così subito cambiamento, temette di avere perduti gli antichi suoi alleati, senza averne acquistato un nuovo. Il piano di campagna, che gli si proponeva, era contrario a tutte le regole dell'arte militare. Questo grande capitano, troppo povero per equipaggiare la sua armata, reso troppo incerto da contraddittorj avvisi per prendere qualche consiglio, trattenevasi irrisoluto ai confini dello stato d'Urbino. Egli e suo suocero insieme perdevano in tal modo l'istante di operare, mentre i Veneziani sapevano approfittarne. In principio di primavera la loro armata guastò il Cremonese, che tutto occupò ad eccezione della capitale. Passò in appresso il ponte di Cassano, e Michele da Cotignola venne a porre il suo campo a tre sole miglia da Milano. Mentre saccheggiava le campagne fino alle porte della capitale, cui si presentò più d'una volta[274], teneva vive segrete intelligenze con coloro ch'egli credeva avere maggiore influenza sul popolo. I Veneziani annunciavano la vicina morte di Filippo, col quale spegnevasi la casa Visconti, ed offrivano ai Milanesi o di passare sotto il loro dominio, conservando tutti i loro privilegi, o pure di ristabilire la loro repubblica, se volevano prendere le armi senz'altro indugio, e porsi in libertà[275].

Filippo non ardiva arrischiare una battaglia per liberare la sua capitale; ordinò al contrario ai suoi generali di tenere i loro soldati chiusi in città. Altronde il pericolo e la ruina de' suoi stati gli fecero sentire la necessità di ricorrere a suo genero. Questa volta pare che mettesse affatto da banda la diffidenza ed i sospetti, non ponendo veruna condizione alla sua marcia, e facendogli anticipare danaro da Alfonso, perchè non si trovava in istato di somministrargli quanto gli aveva promesso. Il re di Napoli, che desiderava liberare sè ed il papa dall'incomoda vicinanza d'un condottiere, dichiarò di non voler pagare il danaro chiesto dal Visconti finchè lo Sforza non restituiva a Niccolò V, successore d'Eugenio IV, la città di Jesi, che tuttavia possedeva nella Marca, rinunciando ad una sovranità per la quale erasi sparso tanto sangue. Il conte, che non poteva far uso della sua armata per mancanza di danaro, e che colla sua inazione correva pericolo di perdere la sua riputazione militare, i soldati, egli stati, acconsentì all'ultimo ad abbandonare una città fedele, che durante due anni d'assedio, aveva per lui infinitamente sofferto. Rendette Jesi al papa, ricevendo in ricompensa dalle mani di Alfonso trentacinque mila fiorini, coi quali rifece la sua armata[276].

Fino dall'undici di marzo il conte Sforza, colla mediazione del duca d'Urbino, aveva firmato una tregua con Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, in forza della quale aveva assicurato a suo fratello Alessandro il pacifico possesso di Pesaro; ed egli abbandonava la Marca, senza aver più alcun motivo di trattenersi negli stati della Chiesa. Si mosse il 9 agosto, prendendo la strada della Lombardia; ma giunto a Cotignola, villaggio da cui prendeva origine la sua famiglia, e dove pensava di lasciare riposare alquanto la sua gente, colà ricevette il 15 agosto un segreto messo di Lionello, marchese d'Este, che gli annunciava la morte di suo suocero. Il duca di Milano, sempre invisibile ai suoi sudditi, ed appena accessibile ad un ristretto numero di consiglieri e di servitori segreti, era stato il 7 agosto sorpreso da una dissenteria; la malattia erasi tenuta scrupolosamente celata a tutto il mondo, ed egli era morto il 13 dello stesso mese nel suo castello di Porta Zobia di Milano, senza che alcuno lo sapesse tampoco in pericolo[277].

Filippo Maria, l'ultimo dei Visconti, duchi di Milano, era grande di statura, assai magro finchè fu giovane, assai grasso in età avanzata. Aveva deforme viso e quasi spaventevole, grandissimi gli occhi, e lo sguardo sempre incerto. Trascurava tutto quanto poteva contribuire a rendere piacente la sua persona, l'eleganza e la politezza medesima sembravangli odiose cose, e non ammetteva mai alla sua presenza coloro ch'erano elegantemente vestiti: la caccia ed i cavalli erano l'unico suo divertimento; altronde egli era sobrio, timido, e sopra modo lo spaventavano i lampi, il tuono, e qualunque discorso tendeva a fargli pensare alla morte; ed il suo carattere e la sua condotta parevano principalmente spiegarsi per la continua diffidenza di se stesso e degli altri[278]. Temeva il giudizio che pronuncierebbero intorno a lui coloro che l'avvicinerebbero, e piuttosto che superare questa timidità per vedere l'imperatore Sigismondo, in occasione del suo passaggio, si espose a farsi di quel monarca un irriconciliabile nemico. Egli non superò tale diffidenza, che quando fu posta in sua mano la sorte de' principi introdotti innanzi a lui. Perciò vide egli Carlo Malatesti, ed in appresso Alfonso d'Arragona, l'uno e l'altro suoi prigionieri, che ricolmò di beneficj quasi per riconciliarli colla sua orribile faccia. Egli si sottraeva egualmente allo sguardo dei forestieri, ed a quello de' suoi sudditi d'ogni condizione, che non potevano essere introdotti vicino a lui senza incontrare mille difficoltà; ma s'egli finalmente si accontentava di ricevere qualche persona, sapeva mostrarsi dolce ed affabile, e tutti coloro che giugnevano ad acquistarsi una volta la sua confidenza, erano quasi sicuri d'avere sopra di lui una grande influenza. Sospettoso all'eccesso verso coloro coi quali non aveva domestichezza, cercava sempre anche in mezzo alla pace d'indebolirli, e ruinarli celatamente colla più malvagia politica, ma era poi capace di durevole confidenza per coloro che ammetteva alla sua familiarità; perciò fu sempre veduto falso nelle sue promesse, perfido nelle alleanze, e non pertanto fedele all'amicizia. Egli temeva, disprezzava, ed odiava generalmente gli uomini; ma sapeva altresì scegliere coloro che immediatamente dipendevano da' suoi ordini, ed adoperò quasi sempre uomini di somma capacità come generali, come consiglieri di stato e come ambasciatori. Nelle missioni che loro affidava, non limitava le facoltà loro con gelosa diffidenza; ed in un secolo in cui l'onore e la buona fede erano sbanditi, in cui egli stesso dava frequenti prove di perfidia, non fu mai tradito dai suoi ministri o dai suoi generali. Sovrano senza rispetto per l'umanità, senza amore per i suoi popoli, flagello de' proprj stati e di quelli de' vicini, non fu così cattivo uomo come era malvagio principe, e trovavasi in lui qualche mescolanza di talenti, di virtù e di generosità.