CAPITOLO LXXII.

Sforzi de' Milanesi per ricuperare la libertà; Francesco Sforza si obbliga al servigio della nuova repubblica; sue vittorie sui Veneziani a Piacenza, a Casal Maggiore ed a Caravaggio.

1447 = 1448.

Da oltre quindici anni l'Italia era sconvolta da rivoluzioni di nuovo genere; vedevansi guerre incominciate senza motivi, trattate senza vigore, e sospese senza che la pace arrecasse verun vantaggio, alleanze contratte, rotte, rinnovate, e mille volte violate; la perfidia in tutti i rapporti politici era diventata la morale di moda; un pericoloso credito veniva accordata ai comandanti delle armate, mentre l'arte militare più non era nobilitata dal sacro motivo della difesa della patria; per ultimo ogni giorno nuovi capitani s'innalzavano ad un potere indipendente, trattavano coi principi da piccoli sovrani, ed in appresso perivano quasi tutti sul patibolo senza formalità di giudizio. Ma questo stato d'Italia così straordinario, così diverso di tutto ciò che lo aveva preceduto, da tutto ciò che seguì, apparecchiava la grande rivoluzione ch'ebbe compimento alla metà del quindicesimo secolo. Videsi in allora e per tutte queste cagioni il più avventurato di tutti questi avventurieri collocarsi sul primo trono d'Italia, gli Sforza succedere ai Visconti, un nuovo sistema d'equilibrio riunire il poter militare al civile, ed il condottiere, che conseguì la più magnifica ricompensa, fare scomparire tutti gli altri.

Lo Sforza ottenne con una insigne perfidia di succedere a suo suocero; ma il secolo era talmente corrotto ed abituato alla mancanza di fede della casa Visconti, di tutti i piccoli principi d'Italia, e dei papi, che questa mala fede più non risguardavasi come una macchia dalla maggior parte degli uomini. Quando Machiavelli diceva dello stesso Sforza, che non era trattenuto da timore o da vergogna di mancare ai suoi giuramenti, perchè i grandi uomini si vergognavano di perdere, non di guadagnare coll'inganno[279], egli esprimeva il sentimento di tutti i suoi contemporanei, più ancora che il suo proprio, e lo Sforza, che in cotal modo egli scusava, aveva nome d'essere anzi uno de' più generosi, de' più fedeli nell'amicizia fra tutti i principi del suo secolo. L'intima sua amicizia con Cosimo de' Medici, che i Fiorentini intitolarono il padre della patria, e che gli amici delle lettere risguardano come il ristauratore della filosofia platonica, faceva egualmente onore all'uno ed all'altro. L'amicizia dello Sforza veniva nello stesso tempo ricercata da Federico di Montefeltro, in appresso duca d'Urbino, da Lionello e da Borso d'Este, marchesi e duchi di Ferrara, e da Luigi Gonzaga, marchese di Mantova, allievo di Vittorino da Feltre. Il nome di questi principi venne illustrato dalla benefica protezione accordata alle lettere in sul declinare del quindicesimo secolo, ed a costoro può attribuirsi la scoperta della bella antichità, il risorgimento delle arti e della poesia. Francesco Sforza era degno d'essere loro associato, e noi avremo pur troppo frequenti occasioni di vedere che questi illustri principi in fatto di onore e di moralità non vanno meno di lui soggetti a censura. Non possiamo non compiangere un secolo in cui il sentimento del giusto e del vero era talmente indebolito, che un uomo di elevato carattere più non arrossiva della falsità e del tradimento; ma conservando tutto l'orrore che nutrir dobbiamo per il vizio e per la bassezza, dobbiamo guardarci di addossare ad un solo uomo il biasimo e la vergogna che appartengono a tutta la sua generazione.

Non è già che le pretese di Francesco Sforza all'eredità di Filippo Maria fossero ingiuste: i suoi diritti non erano meno fondati che quelli di qual si fosse altro pretendente; o a dir meglio fra tutti coloro che l'ambivano non vi aveva diritto che la repubblica milanese. I Visconti altro non erano che i capi della fazione seguita dai popolo innalzati al potere sovrano ora dal tacito assenso della nazione, ora dall'intrigo e dalla forza delle armi. Giammai essi non avevano fondata una monarchia regolare e costituzionale, nella quale fossero riconosciuti i diritti ereditarj. Dopo Ottone Visconti che nel 1277 diede cominciamento alla grandezza della sua casa fino a Filippo in cui si spense, non si vide in cento settant'anni una sola successione regolare. Talora tutt'i fratelli avevano regnato assieme, talvolta eransi divisi gli stati, ed ora si erano succeduti gli uni agli altri a pregiudizio de' figli; il cominciamento di qualunque regno era stato notato da qualche rivoluzione. La sola forza decideva del diritto, il timore teneva luogo dell'affetto, ed il sovrano della Lombardia non sarebbe rimasto meno sorpreso del suo popolo, se gli si fosse parlato dei diversi gradi di eredità che aprivano la successione al trono.

Nelle famiglie dei signori d'Italia i bastardi stavano quasi a livello coi figli legittimi, e se si acconsentiva che la successione dei Visconti potesse passare alle femmine, la nascita di Bianca non era una sufficiente cagione per escluderla. Nella divisione degli stati di Giovan Galeazzo, padre dell'ultimo duca, il suo bastardo Gabriele aveva avuta una parte press'a poco eguale a quella dei figli legittimi; Lionello d'Este, allora regnante, e dopo di lui Borso, l'uno e l'altro bastardi di Niccolò III, vennero chiamati alla signoria di Ferrara e di Modena in pregiudizio de' loro fratelli maggiori nati da legittimo matrimonio; e la successione della casa della Scala erasi trasmessa dal principio fino alla fine da bastardo in bastardo. Santi Cascese era stato di fresco chiamato al governo di Bologna come figlio adulterino di un Bentivoglio, mentre che Federico di Montefeltro, che sapevasi non essere figliuolo del conte Guido, di cui portava il nome, veniva riconosciuto per signore d'Urbino. Effettivamente il popolo non considerava in verun modo i diritti di successione come sono regolati dalle leggi per le private proprietà, ma soltanto la garanzia che il nuovo capo poteva dare per la sua età, per i suoi talenti, al partito di cui la di lui famiglia era stata capo.

I diritti che la casa d'Orleans pretendeva avere acquistati da Valentina Visconti, sorella dell'ultimo duca, erano fondati sull'ipotesi che la Lombardia fosse un feudo femminino; ma la Lombardia non era nè un feudo, nè una successione aperta alle femmine. I diritti che gl'imperatori fecero in appresso valere sul ducato di Milano, come ricaduto alla diretta dell'impero per l'estinzione della linea Visconti, non erano più legittimi degli altri, perchè Milano, avanti la fondazione del ducato, ed anche prima della grandezza della casa Visconti, era uno stato libero sebbene membro dell'impero, nè mai aveva appartenuto all'imperatore. La corona ducale poteva ritornare a quello che l'aveva accordata, ma la sovranità non doveva uscire dalle mani dei Lombardi, di cui questi duchi non erano che i mandatarj. I diritti d'Alfonso V, re d'Arragona e di Napoli, appoggiati ad un vero o supposto testamento di Filippo Maria a suo favore, erano egualmente invalidi, perchè al duca di Milano non era mai stato accordato di disporre per testamento del governo dei suoi popoli. Finalmente i diritti di Francesco Sforza, come sposo dell'unica figlia dell'ultimo sovrano, in un paese in cui le figlie non erano mai succedute, dipendeva totalmente dall'assenso del popolo. Se gli amici dei Visconti, se i nobili ghibellini, che avevano voluto dare e conservare un capo al loro partito, credevano che l'educazione di Bianca fra di loro, che la di lei successione ai beni patrimoniali, che il reciproco affetto fra di lei ed i servitori di suo padre, loro assicurassero la sua persistenza e quella del suo sposo nelle massime del governo di cui essi avevano cercata la guarenzia, erano padroni di considerare Francesco Sforza, dopo il suo matrimonio con Bianca, come il rappresentante d'una famiglia, cui essi avevano consacrate le loro spade e le loro sostanze. Era in conseguenza di questo stesso diritto ch'essi renduto avevano a Filippo Maria quell'ubbidienza che ritirata avevano a Giovan Maria suo fratello, che precedentemente avevano sostituito Giovan Galeazzo a Barnabò ed ai suoi figliuoli, e che più anticamente scelto avevano a vicenda Azzo, Lucchino e Giovan Visconti, senza giammai attenersi alla diretta linea di successione. Ma se Bianca non portava allo sposo l'affetto d'una fazione, e l'attaccamento della maggiorità della nazione, non aveva verun diritto legale da far valere. La sola repubblica milanese avea giustissimo titolo per riclamare la sua sovranità. Non solo quando spontaneamente si era assoggettato alla signoria de' Visconti non aveva acconsentito che la sovranità passasse ad un'altra famiglia, ma non aveva pure riconosciuta altra eredità nella famiglia Visconti, che quella ch'essa sanzionava co' suoi suffragi in ogni cambiamento di regno. Una deliberazione dei consiglj aveva sempre deferiti ad ogni Visconti, l'uno dopo l'altro, il titolo ed i diritti di perpetuo signore di Milano; e quand'anche questa deliberazione fosse stata più volte estorta colla forza, non pertanto questa sola dava al titolo di signore qualche apparenza di legalità.

Ma quando venne a morte Filippo Maria, i Milanesi erano ben lontani dai cercare un nuovo capo di parte, e dal sottomettersi a nuovi signori. Avevano provate tutte le disgrazie che la tirannide di ambiziosi padroni può chiamare sopra un popolo, ed accusavano dolendosene la memoria de' loro antenati, che, sedotti dalle pratiche dell'arcivescovo Ottone, avevano acconsentito che la di lui famiglia riducesse la patria in servitù[280]. Si era loro tenuta segreta la malattia di Filippo Maria. Questo principe, che si era sempre renduto invisibile ai suo popolo, e che non aveva mai accordate agli ambasciatori stranieri che udienze assai rare, aveva languito otto giorni per una dissenteria, cui dovette finalmente soggiacere, senza che alcuno, in fuori de' suoi più intimi familiari, avesse soltanto sospettato che avesse qualche indisposizione di salute. Il consiglio di Milano volentieri avrebbe ancora lungo tempo nascosto quest'avvenimento, onde non accrescere il coraggio o dei nemici che di già si trovavano alle porte della città, o delle diverse fazioni pronte a scoppiare. Ma l'ambizione ed un antico spirito di parte avevano fatto abbracciare queste determinazioni a questi consiglieri troppo egoisti per pensare ai diritti della loro patria. L'antica rivalità delle scuole militari di Sforza e di Braccio dividevano il consiglio. Francesco Landriano e Broccardo Persico, addetti alla milizia di Braccio, volevano far passare al re di Napoli la sovranità della Lombardia. Alfonso, essi dicevano, era il più ricco ed il più potente principe d'Italia, egli era stato con lunga alleanza unito a Filippo Maria, e ne aveva ricevuti beneficj che non aveva dimenticati; onde trasporterebbe ai consiglieri del duca la propria riconoscenza. Dall'altro canto Andrea Birago cogli amici dello Sforza, e coloro che avevano servito nella di lui milizia, facevano valere i legami del sangue che univano alla casa Visconti il conte Francesco, le promesse dell'ultimo duca, e la naturale successione di una figlia a suo padre[281].

La vinsero i partigiani d'Alfonso, i quali pretesero di eseguire in tal modo la volontà manifestata da Filippo Maria negli ultimi istanti di vita, e consegnarono la cittadella ed il castello a Raimondo Boile, luogotenente del re, che di fresco era giunto dalla Puglia con una piccola armata ausiliaria. Le insegne arragonesi, che si videro spiegate sul castello del duca, indicarono ai Milanesi la morte del loro sovrano, e la rivoluzione che pretendeva di fare un consiglio di ministri; ed i capi del partito popolare furono avvisati di prendersi cura della libertà del loro paese.

Quattro cittadini egualmente distinti per nascita, per ricchezze, per talenti, e pel loro zelo per il ben pubblico, Antonio Trivulzio, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnani ed Innocenzo Cotta, si adunarono per provvedere alla libertà della loro patria, giurando di non permettere che ricadesse in servitù. Allo spuntare del giorno tutta la città fu informata della morte del Visconti, tutte le botteghe si tennero chiuse, si barricarono le strade con catene, e quelle che conducevano al castello vennero tagliate con profonde fosse. Trivulzio, Bossi, Lampugnani e Cotta si divisero i quartieri della città, fecero adunare il popolo alle sei porte, e furono da ogni porta nominati quattro deputati. Un supremo consiglio formato da queste sei deputazioni doveva rappresentare la repubblica, ed essere rinnovato ogni due mesi, come la signoria di Firenze; i quattro promotori della rivoluzione vennero nominati i primi a questa nuova magistratura. Nello stesso tempo Raimondo Boile, cogli antichi consiglieri del duca, aveva chiamati in castello tutti i condottieri che trovavansi allora in città, cioè Guido Antonio Manfredi di Faenza, Carlo Gonzaga, Luigi del Verme, Guido Torello ed i fratelli Sanseverino, e gli aveva tutti persuasi a giurare ubbidienza ad Alfonso: ma appena furono usciti di castello, che, strascinati dal movimento popolare, riconobbero il nuovo governo, e si posero al soldo della repubblica, che veniva allora costituita[282].

Questa nuova magistratura aveva permesso che l'ultimo duca si portasse al sepolcro colle consuete cerimonie; e la marcia del corteggio non venne sturbata da verun popolare movimento; ma si agitavano in allora così grandi interessi, timori così vivi, così variate speranze, notizie così contraddittorie succedevansi con tanta rapidità, che i cittadini, dopo essersi uniti alla pompa funebre, l'abbandonarono successivamente, e gli stessi preti se ne allontanarono, onde a stento si potè portare il corpo di Filippo fino al sepolcro che gli era stato destinato, dietro all'altar maggiore della cattedrale[283].

Il primo affare che doveva trattarsi dal nuovo governo doveva essere l'acquisto delle cittadelle, perchè i soldati forestieri che le occupavano potevano essere tentati di venderle ai Veneziani, ed aprir loro in tal modo la città. Gli equipaggi di Raimondo Boile vennero abbandonati al popolo per punirlo d'avere occupato il castello. I soldati, spaventati da quest'esecuzione, divisi da molte centinaja di miglia dalle armate del re di Napoli, e non avendo fatto alcun apparecchio per sostenere un assedio, aprirono le porte quasi subito dopo. Quelli del castello di porta Zobia pareva che si disponessero a fare maggiore resistenza; ma perchè non formavano in tutto che tre compagnie, ascoltarono proposizioni di accomodamento. Venne loro permesso di dividersi diciassette mila fiorini rimasti nella cassetta del principe, ed a tale condizione consegnarono il castello. All'istante queste due formidabili fortezze furono atterrate dal popolo, ed il grosso de' cittadini più non abbandonò il lavoro, finchè non furono uguagliate al suolo.

Ne' precedenti mesi, ad istanza di Niccolò V, nuovo papa, erasi cominciato a trattare di pace. Si era aperto un congresso a Ferrara sotto la presidenza del marchese Lionello, e di un legato del papa; gli ambasciatori de' Veneziani, dei Fiorentini e del duca di Milano, che trattavano ancora per parte di Alfonso, vi si erano di già recati. Le varie proposizioni, o di una tregua fondata sullo stato attuale di possedimenti, o di una pace con reciproca restituzione, erano state discusse, indi lasciate alla scelta di Filippo Maria, e l'opera del congresso poteva in qualche modo risguardarsi come terminata[284]. I magistrati della nuova repubblica di Milano, che bramavano di essere in pace con tutti, dichiararono che volevano proseguire la negoziazione, e che accetterebbero le condizioni convenute col loro duca: ma i Veneziani, che vedevano affacciarsi alla loro cupidigia nuove conquiste, rigettarono quest'offerta quasi con derisione. Prima di restituire ai Milanesi gli stati che avevano appartenuti a Filippo Maria, chiesero il pagamento di tutte le spese della guerra, e di tutti i danni loro dalla medesima cagionati[285]. Ruppero così ogni trattato, e ritiraronsi dal congresso, ad altro più non pensando che a dividersi le spoglie dell'ultimo Visconti[286].

Il doge Francesco Foscari, uomo ambizioso, che amava la guerra, e che lusingatasi d'illustrare il suo regno colle conquiste, trovavasi in allora dominante nei consiglj di Venezia. Egli strascinò la repubblica a tener dietro a progetti d'aggrandimento, che parevano favoriti dalle circostanze. Per altro ella sagrificò le sue antiche massime di giustizia e di libertà ad una falsa politica. I Veneziani non dovevano supporre che gli altri stati d'Italia, nè gli stessi loro alleati gli acconsentissero giammai di soggiogare la Lombardia. Ostinandosi a combattere, senz'esserne provocati, la repubblica di Milano, la spinsero sotto il giogo dello Sforza, si procurarono un più pericoloso vicino che non lo erano i Visconti, e per un necessario concatenamento, furono la prima cagione delle guerre de' Francesi e de' Tedeschi alla fine del secolo pel possedimento dello stato Milanese; mentre che se tre potenti repubbliche, Milano, Venezia e Firenze, si fossero divisa l'Italia superiore, e ne avessero mantenuto l'equilibrio, questa contrada, assai più forte e più ricca sotto una paterna amministrazione, non sarebbe mai più diventata preda dagli stranieri.

Il governo di Milano, in guerra con Venezia, incerto rispetto ai suoi rapporti con Firenze ed alla condotta che terrebbe il conte Sforza, non era neppure succeduto a tutta la potenza che aveva esercitata l'ultimo Visconti. In tutto il ducato un'eguale oppressione aveva fatto nascere un eguale desiderio di libertà; in tutte le città era stato proclamato il nome di repubblica, ma in quasi tutte l'amore dell'indipendenza nazionale pareggiava per lo meno l'amore della libertà politica. Il giogo dei Milanesi detestavasi quanto quello dei Visconti, ed ogni città, ch'era stata repubblica, voleva esserlo ancora. Pavia aveva lungo tempo conteso a Milano il primo rango tra le città lombarde; era stata la favorita residenza di Giovanni Galeazzo, il più grande dei Visconti; il suo orgoglio fortificava il suo amore per l'indipendenza, ed ella era determinata di tutto soffrire, piuttosto che di ubbidire ai Milanesi. Il popolo di Pavia nominò i suoi magistrati, si costituì in repubblica, ed intraprese subito l'assedio della fortezza che signoreggiava la città. Una parte del tesoro del duca e delle munizioni di guerra era stata deposta in questa fortezza, ma Matteo Bolognini, che ne aveva il comando, rispinse con ostinazione tutti gli sforzi degli assalitori. Le città di Como, Alessandria e Novara, ch'erano attaccate ai Milanesi più per affetto che per ubbidienza, dichiararono di seguire la sorte della nuova repubblica; ma Lodi, che pei suoi rapporti di commercio, e per la maggioranza della fazione Guelfa, era unita ai Veneziani, rispinse i due Piccinini, e li costrinse a rifugiarsi a Pizzighettone, dopo di che la città mandò a chiedere a Michele Attendolo una guarnigione veneziana, ch'entrò il 16 agosto, cinque giorni dopo la morte del duca[287]. Il castello di san Colombano, posto tra Lodi e Pavia, si unì pure volontariamente ai Veneziani. Piacenza trovavasi divisa in quattro fazioni, dirette da quattro potenti famiglie. Quella degli Anguissola era la sola affezionata ai Ghibellini, e le tre altre, riunite dal medesimo amore per la parte Guelfa, si decisero all'ultimo, per metter fine alla lite, a sottomettersi ai Veneziani. Taddeo d'Este, uno de' generali di Venezia, prese possesso di Piacenza il 20 d'agosto con mille cinquecento cavalli, ed in pochi giorni sottomise ancora tutto il suo territorio[288]. Parma e Tortona si eressero in repubbliche; Asti aprì le sue porte a Rinaldo di Dresnay, che ne prese possesso a nome di Carlo, duca d'Orleans, in conseguenza dei trattati cominciati pochi mesi prima tra Filippo e Carlo VII, e come dote di Valentina Visconti. In tutte le città si videro rientrare gli esiliati ed i proscritti, e riprendere dovunque il possesso de' loro beni, che il fisco si era appropriati, o aveva venduti, cacciandone colla spada alla mano i nuovi proprietarj[289].

I capi della repubblica milanese, attaccati dai Veneziani, abbandonati dalla metà dei popoli ch'erano stati prima governati dal duca, e male ubbiditi dall'altra, qualunque volta volevano mantenere l'ordine, levare soldati e fare regolarmente pagare le imposte, minacciati dal re Alfonso, dai Savojardi e dai Francesi, che tutti annunciavano varie pretese sull'eredità dei Visconti, credettero di dover chiedere l'assistenza di Francesco Sforza, per non dover contare tra i suoi nemici anche questo condottiere. Lo Sforza aveva di già condotta la sua armata ai confini per soccorrere il principe di cui essi erano rimasti i rappresentanti, e quest'armata formava l'unica loro speranza. Scaramuccio Balbo offrì a questo grande capitano, in nome della repubblica milanese, di mantenere il trattato che con lui aveva fatto il Visconti, continuandogli pure il medesimo pagamento e le condizioni medesime per combattere gli stessi nemici e difendere lo stesso paese. Bentosto Antonio Trivulzio si recò presso al generale, ed aggiunse a tali offerte, la cessione dei diritti dei Milanesi sopra Brescia, o sopra Verona, se riusciva allo Sforza di togliere ai Veneziani l'una o l'altra di queste città. Lo Sforza, che erasi avanzato fino a Cremona per vedere quale partito potesse tirare dalle turbolenze della Lombardia, accettò senza difficoltà le offerte condizioni, sebbene gli paresse dura cosa il dover ubbidire a coloro cui aveva sperato di comandare. Apparecchiossi dunque alla guerra, ma senza deporre la speranza di costringere un giorno i Milanesi a riconoscere un'autorità, che per ora abbassavasi innanzi alla loro[290].

Il primo servigio che rese alla repubblica, dalla quale riceveva il soldo, fu d'intimidire i Parmigiani, avanzandosi fin sotto le loro mura. Questi per evitare le ostilità si obbligarono a seguire senza eccezione la sorte di Milano, ed a riconoscere sempre gli stessi amici e nemici[291]. Lo Sforza rinnovò in appresso la sua alleanza con Rinaldo Palavicini, che gli accordò un libero commercio ne' suoi feudi. Trovò a Cremona mille cinquecento cavalieri di Guid'Antonio Manfredi, ch'erano stati scacciati dal Lodigiano dai Veneziani, e ch'egli riunì sotto le sue insegne. Recandosi quindi con una piccola scorta a Pizzighettone, presso ai due Piccinini, si guadagnò il loro affetto con questa prova di confidenza; li trovò disanimati nella universale rivoluzione, e disposti a trattare coi Veneziani, che di già gl'invitavano a dividere le future loro conquiste, offrendo loro in ricompensa della loro defezione, Cremona in sovranità al primogenito, Crema al secondo. Lo Sforza seppe così destramente maneggiarli, che malgrado l'antica rivalità tra le due scuole militari, e malgrado le vicendevoli loro offese, li persuase a restare ancor essi attaccati alla repubblica milanese, ed a rinnovare con Luigi Bossi e Pietro Cotta, deputati della repubblica, il trattato che avevano fatto col duca[292]. Lo Sforza passò in appresso l'Adda con Francesco Piccinino, il 30 di settembre, ed entrò nel territorio di Lodi. Il generale veneziano Michele Attendolo, suo parente, che si era indebolito per le molte guarnigioni ch'era stato obbligato di staccare dalla sua armata, e per la vasta estensione del paese che occupava, non si trovò in istato di fargli testa, e lasciò che assediasse il castello di san Colombano, che si arrese il 15 dello stesso mese[293].

I Veneziani, disperdendo le loro forze, avevano perduta quella superiorità che conservata avevano fino a tale epoca sopra Filippo dopo la battaglia di Casale, e la moltiplicità delle conquiste ebbe per loro quasi le conseguenze di una disfatta. Per rifare la loro armata, radunarono quanto fu possibile di gente con nuove leve in Bergamo ed in Brescia; dall'altro canto i Milanesi erano stati abbandonati da diversi loro condottieri, tra gli altri da Alberto Pio, signore di Carpi, il quale, saccheggiati il palazzo del duca ed i castelli che trovaronsi a lui più vicini, passò, carico di preda, al proprio paese[294]. Per altro lo Sforza fece un ragguardevole acquisto, prendendo al soldo de' Milanesi Bartolomeo Coleoni di Bergamo, che, dopo essersi fatto qualche nome, era stato nel precedente anno arrestato per ordine di Filippo Maria, e chiuso nelle prigioni di Monza. Il Coleoni trovò modo di fuggire, quando la morte del duca rese il suo custode meno rigoroso; ed i suoi antichi soldati, accantonati a Landriano, avendolo riconosciuto in tempo della sua fuga, si erano nuovamente adunati sotto le sue insegne. Lo Sforza richiamollo da Pavia, ov'erasi rifugiato, per incorporarlo all'armata milanese[295].

Tutti i principi che avevano qualche diritto all'eredità del Visconti, o soltanto desiderio di approfittare della rivoluzione accaduta ne' suoi stati, eransi sforzati di guadagnare a prezzo d'oro partigiani nelle diverse città della Lombardia. Quella di Pavia, assai più bramosa di sottrarsi al dominio dei Milanesi che non di conservare la sua libertà, trovavasi in allora divisa in più fazioni. Vi si contavano i partigiani di Carlo VII, re di Francia, del Delfino suo figlio di que' tempi in guerra col padre, di Luigi, duca di Savoja, di Giovanni, marchese di Monferrato, e di Lionello, marchese d'Este. Tutti gli abitanti convenivano che per non soggiacere ai Milanesi era d'uopo darsi un padrone straniero; ma se l'interesse, la corruzione, l'egoismo rendevano i loro consiglj unanimi in questa assurda determinazione, i medesimi motivi dividevano i loro suffragi intorno alla scelta del principe. In mezzo a tali pratiche, Francesco Sforza non perdeva di vista questa città, ed uno de' suoi agenti, chiamato Sceva Curti, cercò di procurargli i voti dei Pavesi. Nello stesso tempo Agnese del Maino, madre di Bianca Visconti, ch'erasi rifugiata nella fortezza di Pavia, cercò di guadagnare al genero Matteo Bolognini, che ne aveva il comando. Quest'ufficiale aveva altre volte militato sotto le insegne di Braccio, onde contavasi tra i nemici del suo rivale; ma Agnese seppe lusingare la di lui vanità, promettendogli di farlo adottare nella famiglia dello Sforza, e di ottenergli il titolo di conte di sant'Angelo, e la sovranità di quel castello dove il Bolognini era nato. In conseguenza di questo duplice trattato arrivarono al campo sforzesco otto deputati del senato di Pavia nell'istante medesimo in cui Francesco rispingeva vigorosamente un attacco di Michele Attendolo, diretto a liberare san Colombano; essi gli offrirono la sovranità del loro stato, trasmissibile ai suoi discendenti, col titolo di conte di Pavia, e gli chiesero la conferma di privilegi che il nuovo principe accordò in sull'istante. Lo Sforza accolse con gioja tale proposizione; la cittadella gli fu data in pari tempo che la città, ed egli si recò con magnifico corteggio alla chiesa di san Siro, per rendere grazie a Dio di così fausto avvenimento[296].

I Milanesi avevano avuto sentore di questo trattato, ed avevano inutilmente cercato di stornarlo, rappresentando allo Sforza che la sua convenzione colla città di Milano l'obbligava a conservarle tutti gli stati che appartenevano al precedente duca. Rispose il generale, che se avesse esitato ad accettare le offerte fattegli da Pavia, questa città sarebbesi data nelle mani di qualcuno de' potenti sovrani che se ne disputavano l'acquisto. Soggiugneva di non avere alcun mezzo di ridurla colla forza, e tornare meglio ai Milanesi che ella si fosse volontariamente sottomessa ad un amico e ad un alleato, che unita coi loro avversarj. Nello stesso tempo per acquietarli fece loro la cessione di san Colombano che aveva allora conquistato. Per altro i suoi ambiziosi progetti cominciavano allora a manifestarsi scopertamente: ma i Milanesi, che avevano creduto d'impiegarlo, sebbene di lui diffidassero, non vollero alienarlo col mostrargli che la loro diffidenza andava crescendo, poichè durava tuttavia il bisogno della sua assistenza. Dall'altra parte lo Sforza, ponendo di guarnigione le proprie truppe ne'castelli del territorio pavese, ordinò di non molestare quelli di cui eransi di già impadroniti i Milanesi o il duca di Savoja nella Lomellina, e di mantenersi possibilmente in pace con quest'ultimo vicino. Fece inoltre armare a proprie spese, a Pavia, quattro galeoni che mandò giù per Po per attaccare Piacenza, onde guadagnarsi in tal modo la benevolenza della signoria di Milano[297].

Quand'ebbe avviso dell'occupazione di Pavia, il governo di Milano mandò nuovamente a chiedere la pace ai Veneziani, loro offrendo vantaggiosissime condizioni, ma di nuovo le sue proposizioni vennero rigettate con imprudente arroganza. Lo stato dei duchi di Milano sembrava in allora abbandonato al sacco; tutti i suoi vicini volevano arricchirsi colle spoglie di colui che gli aveva così lungo tempo fatti tremare. Lionello, marchese d'Este, si era impadronito di Castel nuovo e di Cupriaco, ed i san Vitali che gli erano ligi, tenevano in Parma segrete pratiche per fargli aprire le porte della città. I Correggi avevano occupato Bressello, i Genovesi, lungo tempo lacerati da intestine fazioni che loro avevano fatto perdere ogni influenza sul rimanente dell'Italia, si erano opportunamente riuniti sotto il nuovo doge, Giano di Campo Fregoso, per occupare Voltaggio, Novi e molti castelli, e per minacciare Tortona. Il duca Luigi di Savoja, figliuolo dell'antipapa Felice V, sollecitava le borgate dei territorj di Alessandria, Novara e Pavia ad aprirgli le porte, offrendo loro per ricompensa la minorazione delle imposte, ed anche una totale esenzione. Giovanni, marchese di Monferrato, poneva in opera gli stessi allettamenti ai confini de' proprj stati; ma un più formidabile attacco di tutti gli altri era quello di Rinaldo di Dresnay, governatore d'Asti pel duca d'Orleans, che invadeva i confini del Milanese, in nome del suo padrone, con un'armata francese.

Carlo d'Orleans era figliuolo di Valentina Visconti, maggiore sorella dell'ultimo duca. Se il ducato di Milano fosse stato ereditario per linea femminile, se il loro diritto di successione fosse stato in Italia riconosciuto per le sovranità fondate dalle città, Carlo sarebbe in fatti stato il naturale erede di Filippo: ma la sua pretesa non si accordava nè colle leggi dello stato, nè colla pubblica opinione[298]. Per altro aveva a suo favore l'antica alleanza dei Guelfi colla casa di Francia, e la potenza del re Carlo VII. Asti, offerto ai Francesi da Filippo Maria, dopo la rotta di Casalmaggiore, per ottenere soccorsi a tale prezzo, era stato dato a de Dresnay il giorno precedente alla morte del duca, forse dietro un ordine carpito alla sua debolezza, quand'era già oppresso dalla malattia[299]. Questo luogotenente del duca d'Orleans aveva approfittato della posizione di Asti alle porte della Lombardia, per adunarvi tre mila cavalli chiamati dal Lionese e dal Delfinato, e per attaccare in appresso il territorio d'Alessandria. Molte fortezze di questa provincia, e lo stesso sobborgo di Bergoglio al di là del Tanaro erano di già venuti in suo potere. I Milanesi avevano gettato in quella città un migliajo di cavalli, aspettando che l'inverno scoraggiasse i Francesi prima di attaccarli[300].

Frattanto Francesco Sforza, che segretamente aveva accettato l'omaggio di Tortona, intimò a de Dresnay di rispettare il territorio di questa città e di quella di Pavia che a lui appartenevano. Dichiarò di essere determinato a difendere i suoi nuovi stati contro qualunque attacco; ma che non poteva ridursi a credere che la corte di Francia avesse intenzione di spogliare un generale, che aveva in sull'esempio di suo padre combattuto trent'anni per la casa d'Angiò, e perduti per cagion sua tutti i proprj stati nella Puglia e nella Marca d'Ancona[301].

In tal maniera lo Sforza evitò di misurarsi coi Francesi, lasciando che s'indebolissero nell'assedio di Bosco, castello vicino ad Alessandria, che loro aveva chiuse le porte, mentre egli andava gagliardamente stringendo l'assedio di Piacenza. Ma quando Bosco, dopo una lunga resistenza si vide vicino a dover capitolare, i Milanesi mandarono Bartolomeo Coleoni ed Astorre Manfredi, figliuolo di Guid'Antonio, a soccorrere la fortezza con circa mille cinquecento cavalli. Un corpo press'a poco della medesima forza era uscito d'Alessandria, sotto il comando di Giovanni Trotti, e di concerto furono addosso ai Francesi l'undici ottobre sboccando da diverse strade, mentre ancora la guarnigione di Bosco faceva una sortita. Dal canto loro i Francesi, costretti a dividersi per tener testa ai loro nemici, rovesciarono il corpo del Trotti, inseguendo senza dar quartiere i suoi soldati, ed uccidendo, invece di far prigioni, coloro che si arrendevano. Contaronsi quattrocento morti sul campo, locchè, per corpi così piccoli, e quando le guerre si trattavano quasi sempre senza spargere sangue, parve una spaventosa carnificina ed un disastro senza esempio. Ma intanto il Coleoni ed Astorre Manfredi avevano attaccata l'ala comandata in persona da de Dresnay; l'avevano rotta e spinta fino ne' suoi trinceramenti, e costretta a deporre le armi, rimanendo de Dresnay prigioniero con tutti i suoi soldati. Quando i prigionieri entrarono in Alessandria, trovarono tutta la città desolata per la disfatta del battaglione di Trotti. Estremo era il desiderio della vendetta contro barbari, che, calpestando le leggi della guerra, non avevano voluto dar quartiere; furono strappati dalle mani dei vincitori i prigionieri di Coleoni e di Manfredi, e quasi tutti uccisi[302].

Lo Sforza, ch'erasi tenuto lontano dai Francesi, apparecchiavasi in questo tempo a riconquistare Piacenza. Aveva da prima inutilmente tentato di venire a battaglia con Michele Attendolo, generale dei Veneziani, e credette di ridurlo ad accettarla, intraprendendo un assedio di tanta importanza. Piacenza era, dopo Milano, la più grande città di Lombardia; grosse erano le sue mura, fiancheggiate di torri, circondate da doppia fossa ed afforzate di tratto in tratto da balovardi innalzati di fresco. La guarnigione consisteva in due mila uomini di cavalleria, ed in altrettanti fanti, oltre sei mila cittadini che avevano prese le armi. e la di cui fedeltà era guarantita dal loro odio contro i Milanesi e dal timore di essere severamente puniti. Lo Sforza, come genero e rappresentante del Visconti, aveva, gli è vero, moltissimi partigiani nel corpo della nobiltà, tra i quali gli Anguissola, i Landi, gli Araceli colla fazione ghibellina; ma questi eransi quasi tutti ritirati in campagna ne' loro feudi[303]. L'armata con cui questo generale attaccò così grande città non era molto più numerosa di quella che la difendeva. Le piogge dell'autunno, che avevano di già cominciato, rendevano più difficili le operazioni dell'assedio; altronde a Venezia si armavano dei galeoni, per farli rimontare il fiume e portare soccorsi a Piacenza.

L'assedio di una città a que' tempi facevasi principalmente consistere nel privarla di ogni comunicazione colla campagna; e perchè Piacenza aveva quattro porte, lo Sforza divise la sua armata in quattro corpi, collocandone uno ad ogni uscita in ridotti ben fortificati, e si limitò a colmare i fossi in tutto lo spazio che separava un ridotto dall'altro, e ad appianare il terreno, onde questi corpi staccati potessero facilmente comunicare tra di loro. Al di sotto della città fece ancorare in mezzo al fiume i quattro galeoni equipaggiati a Pavia, i quali sventarono il progetto che aveva Michele Attendolo di far giugnere rinforzi a Taddeo d'Este, che comandava in Piacenza, opponendo una vigorosa resistenza all'attacco de' Veneziani.

Di que' tempi l'uso dell'artiglieria non era meno conosciuto dell'arte d'attaccare una piazza; d'ordinario veniva diretta contro le file nemiche piuttosto che contro le mura; pure lo Sforza fece battere con tre delle sue più grosse bombarde la torre sostituita all'antica porta Cornelia, e la cortina che comunicava colla vicina torre. Per più di trenta giorni continuò a battere in breccia il muro e le due torri, ed ognuna di queste bombarde faceva ogni notte perfino sessanta colpi, lo che in allora risguardavasi come cosa affatto prodigiosa[304].

Michele Attendolo non aveva nulla ommesso in questo tempo per fare una potente diversione: spinse le sue bande ne' territorj di Milano e di Pavia, ove facevano orribili guasti, sperando che le lagnanze di queste due città obbligherebbero il conte Francesco a recarsi in loro soccorso. Non potendo con ciò smuoverlo, andò ad assediare san Colombano; perlocchè lo Sforza fece gettare un ponte di battelli sul Po, al di sotto di Piacenza, onde agevolarsi il modo di sorprendere improvvisamente l'armata di Attendolo, quale si vide perciò costretto a ritirarsi. Lo Sforza teneva eccellenti spie, che lo avvisavano fedelmente de' movimenti del nemico, spesso ancora de' suoi progetti, onde trovavasi sempre apparecchiato ad impedirli[305].

Le due torri, e la cortina che le univa, erano state finalmente rovesciate dai replicati colpi delle bombarde; ed i rottami delle torri, cadendo nelle fosse, le avevano in parte colmate, e resa la breccia praticabile; onde lo Sforza risolse di dare l'assalto il giorno 16 di novembre. Affidò la direzione della sua flotta a Carlo Gonzaga; e perchè le piogge avevano gonfiate le acque del Po e della Trebbia, i galeoni accostaronsi alle mura presso la fontana d'Augusto o Forusta che serve di porto a Piacenza. Manfredi e Luigi del Verme furono incaricati d'attaccare le mura tra porta san Raimondo e porta Sublata; lo Sforza per approfittare dell'emulazione tra le sue truppe e quelle di Braccio, unì i suoi soldati a quelli dei fratelli Piccinino, ed unitamente a loro si propose di montare la breccia[306].

Lo Sforza si era riservati tutti i suoi più vecchi corazzieri, e tutti quelli che credeva meno agili per aspettare in vicinanza della breccia l'istante in cui potrebbero attaccare, o respingere una sortita. I più giovani e più lesti erano scesi di sella e marciavano alla testa degli assalitori. Oltre le due fosse esterne che coprivano il muro, e ch'erano state quasi colmate dai rottami delle torri, Taddeo d'Este, comandante della piazza e Gherardo Dandolo, provveditore veneziano, ne avevano fatta scavare un'altra. Gli assalitori, trattenuti da quest'ostacolo, ebbero ordine di portarvi tutti una fascina; ma n'erano tenuti lontani da una tempesta di pietre e di palle, e pochi poterono avanzarsi fino alla fossa col loro carico.

Per altro una grondaja fatta il giorno prima per mettere al coperto i lavoratori, e che non era stata atterrata, forse perchè il lavoro che copriva non era per anco ultimato, formava quasi una specie di ponte, sul quale avrebbero potuto passare due uomini di fronte al di là del fosso; ma questo ponte veniva difeso dai più valorosi tra gli assediati, ed un angolo del muro copriva gli archibugieri, che lo scopavano coi loro colpi; già da lungo tempo si combatteva presso questo ponte, e lo Sforza, che trovavasi assai vicino, ebbe un cavallo ucciso sotto di lui da una colombrina; i suoi soldati, vedutolo cadere, lo credettero morto, e cominciavano a dare a dietro; ma lo Sforza ricomparve subito sopra un altro cavallo e li rincorò. Nello stesso tempo fece appuntare un cannone contro l'angolo della muraglia che copriva gli archibugieri, ed essendo stato rovesciato al primo colpo e schiacciati molti de' suoi difensori, gli assalitori approfittarono di quest'istante di spavento per precipitarsi a traverso al ponte, munire il parapetto ed estendersi dai due lati della breccia nella strada coperta che si prolungava lungo le mura; in breve giunsero alla porta di san Lazzaro che fecero aprire. Lo Sforza vi entrò a cavallo in testa ai suoi corazzieri, e Taddeo d'Este, Gherardo Dandolo ed Alberto Scotto, vedendo la città perduta, ritiraronsi colla guarnigione nella cittadella, che non fece lunga resistenza. I cittadini, scoraggiati dalla loro ritirata, abbandonarono la difesa delle mura, e due ore avanti sera, la città fu in ogni lato aperta ai vincitori[307].

Nello stato in cui trovavasi allora l'arte militare, la presa d'assalto di così grande città era un avvenimento affatto straordinario. Non erasi mai creduto che fortissime mura potessero venire scosse e rovesciate dal cannone, che si potessero superare le fosse in faccia ai difensori, e per ultimo che un'armata potesse essere forzata a combattere, non solo in una città, ma ne' semplici trinceramenti d'un campo. Quando rammentiamo l'infelice situazione cui videsi ridotto lo Sforza nel precedente anno per non essersi trovato a portata di forzare le porte del più piccolo castello, ci figuriamo quale dovette essere il di lui trionfo per essere entrato per la breccia in una città, che per estensione e forza di mura era tenuta la seconda di Lombardia. Ma questo memorabile avvenimento, che atterrì l'Italia, mostra sotto un aspetto assai odioso quelle leggi di guerra di cui gl'Italiani vantavano l'umanità. Mentre il mestiere del soldato omai altro non era che un giuoco, nel quale appena si esponeva la vita, i cittadini nelle loro disfatte rimanevano esposti alle più terribili calamità. Piacenza fu abbandonata al sacco, e non solo vennero spogliate tutte le case, ma inoltre si permise ai soldati di strappare ai proprietarj con isquisiti tormenti il segreto de' nascosti tesori, di oltraggiare le mogli e le figlie dei vinti, di ridurre in ischiavitù dieci mila cittadini, e di venderli al migliore offerente; per ultimo d'impiegare i quaranta giorni che l'armata passò in Piacenza a spogliare le case de' loro mobili, de' loro ferramenti e de' loro legnami, per caricarli sul Po, e venderli nelle vicine città. Così fu posto il colmo alla ruina di questa grande città, la quale dopo tanto disastro non potè mai rialzarsi al rango che gli avevano fatto prima occupare la sua popolazione e le sue ricchezze[308].

Dopo avere spogliata Piacenza di tutto ciò che poteva meritare qualche prezzo, Francesco Sforza accordò alla sua armata i quartieri d'inverno, e venne egli stesso a Cremona in principio del seguente anno 1448 soltanto con due coorti. L'armata veneziana erasi accantonata tra l'Oglio, il Mincio e l'Adige, e la flotta di trentadue galeoni, che il senato veneto aveva fatta armare per liberare Piacenza, erasi ancorata in vicinanza di Casal Maggiore[309]. Un breve riposo teneva in sospeso le operazioni militari, mentre i maneggi e le negoziazioni si continuavano con grandissima attività. La stessa armata di Bartolomeo Coleoni, che aveva battuti i Francesi a Bosco, erasi avvicinata a Tortona, e l'aveva costretta a rimandare il comandante datole da Francesco Sforza, per riceverne un altro dal senato di Milano[310]. Francesco Sforza dissimulò il proprio risentimento: contro la fede del suo trattato coi Milanesi egli aveva accettato per sè medesimo il governo di Tortona, e con un atto di violenza glien'era stato levato il comando. Questi due avvenimenti contribuivano ad accrescere la vicendevole diffidenza; ma conveniva a questo generale il far uso del danaro e dei mezzi dei Milanesi per resistere ai Veneziani ed ai Francesi, che volevano avere l'eredità di Filippo Visconti; e conveniva egualmente al senato di Milano d'impiegare in sua difesa i talenti e l'armata del miglior generale d'Italia, sebbene avesse cagione di non fidarsi di lui.

La pace sarebbe stata preferibile ad una tanto sospetta alleanza. I Piccinini, sempre gelosi dello Sforza, tentarono di negoziarla coll'intervento del provveditore veneziano, Gherardo Dandolo, che tenevano prigioniere a Piacenza, e che lasciarono in libertà. Dopo queste prime aperture la città di Bergamo fu scelta per conferire tra le parti; il senato di Milano vi mandò Oldrardo Lampugnani, Giovanni Melzi, Ambrogio Alciati e Franchi Castiglione per trattare coi Veneziani[311]. Questi erano stati scoraggiati dalla perdita di Piacenza, ed acconsentirono a firmare preliminari che conservavano ad ogni potenza ciò che aveva acquistato durante la guerra. Ma questo trattato per avere forza di legge doveva a Milano passare nel consiglio degli ottocento; e Francesco Sforza, che vedeva da questo trattato ruinate tutte le sue speranze, approfittò della pubblicità che cominciava ad avere per renderlo sospetto.

Tra i fondatori della libertà milanese, si vedevano di già formarsi due fazioni. Il Trivulzio era dalle antiche sue alleanze addetto ai Guelfi, il Bossi ed il Lampugnani ai Ghibellini. Il primo vivamente bramava un trattato di pace, che proteggesse la repubblica sia contro il suo generale, sia contro i suoi nemici; gli altri, sedotti dalle insinuazioni dello Sforza, e dalle segrete sue pratiche, temevano l'antica alleanza de' Guelfi con Venezia, ed il credito che la pace darebbe ai loro avversarj. Essi rappresentarono tutto il pericolo di un trattato, che lascerebbe ai Veneziani Bergamo da una parte, e Lodi dall'altra, come pure la testa del ponte di Cassano, e molte altre fortezze sulla destra dell'Adda. Allora, dicevano essi, Milano rimarrebbe in balìa d'un senato ambizioso e perfido, che aveva più volte mostrato di prendersi così poca cura della pubblica fede. Numerosi agenti di Francesco Sforza andavano ripetendo fra il popolo, che vergognoso riusciva un tale trattato dopo la vittoria di Piacenza, e che una pace così poco sicura era peggiore della guerra. Il giorno che si adunò il consiglio degli ottocento per disaminare il trattato, tutta Porta Comasina, ossia la sesta parte della città, fu posta in movimento da Teodoro Bossi e da Giorgio Lampugnani, e gl'insorgenti protestarono con altissime grida contro la pace. Erasmo Trivulzio, atterrito, fu egli stesso forzato a rinunciarvi, ed il consiglio degli ottocento, che poteva salvare la Lombardia con un atto di moderazione, perdette la repubblica votando per la continuazione della guerra[312].

Per non somministrare nuovi argomenti a coloro che stavano per la pace, Francesco Sforza si astenne dal chiedere gli arretrati considerabili dovuti alla sua armata, e ciò poteva ben fare, dacchè i suoi soldati si erano arricchiti col sacco di Piacenza, mentre per lo contrario il tesoro di Milano trovavasi affatto esausto; ma varj altri condottieri non tardarono a rappresentare ai Milanesi tutte le difficoltà della presente loro situazione. Carlo Gonzaga ed Astorre Manfredi pretesero ambidue d'avere terminato il tempo del loro servigio, e ricusarono di contrarre nuovi impegni. Il primo si ritirò nel Mantovano, l'altro nello stato di Faenza, con tutti i loro soldati.

Importava a Francesco Sforza di confermare i Milanesi con altri prosperi avvenimenti nella presa decisione a favore della guerra. Egli adunò adunque il primo di maggio la sua armata tra Cremona e Pizzighettone, regalò a tutti i suoi soldati un fiorino del Reno e viveri per dieci giorni, e li condusse ad assediare i castelli che i Veneziani possedevano sulla destra riva dell'Adda. Treviglio, Cassano, Melzi e Rivalta Secca vennero in suo potere dopo pochi giorni d'assedio[313]; ai Veneziani più non restava tra l'Adda e Milano che Caravaggio[314] e Lodi, ed i Milanesi ardentemente desideravano che s'investisse quest'ultima città. Lo Sforza per lo contrario celatamente desiderava che non fosse tolta ai nemici, onde così tenere il senato ed il popolo di Milano in una continua agitazione. Alle istanze che gli si facevano perchè ne intraprendesse l'assedio, rispondeva che doveva pensare a porsi in istato di difesa contro la flotta veneziana, la quale era stata armata nel precedente anno ed era composta di trentadue galeoni. Andrea Quirini, che la comandava, aveva rimontato il Po da Casal maggiore a Cremona, ed attaccato il ponte di battelli che copriva questa città e la flotta milanese; queste erano state coraggiosamente difese da Bianca Visconti, rimasta in Cremona, e che in tale occasione erasi mostrata degna consorte di un eroe; ma era a temersi che il Quirini non rinnovasse l'attacco; e rotto una volta il ponte di battelli, restava il Po aperto ai Veneziani fino a Pavia, la flotta milanese era perduta, e tutta la Lombardia meridionale esposta al saccheggio, Francesco Sforza fece valere queste considerazioni in un consiglio di guerra da lui adunato, e propose di condurre a Cremona la sua armata[315]. I fratelli Piccinino stavano per la contraria opinione, dimostrando che un solo distaccamento sarebbe bastante per assicurare Cremona; che un'armata di terra non potrebbe mai sforzare una flotta a combattere nè meno sopra un fiume, di modo che il Quirini, volendolo, potrebbe tenere in iscacco lo Sforza per tutta la campagna, mentre sommamente importava ai Milanesi di approfittare della loro superiorità per mettere in sicuro il loro territorio. Fu dunque risoluto l'assedio di Lodi, e mandati intanto a Cremona Roberto di Sanseverino, e Manno Barile con un corpo di cavalleria. Si permise allo Sforza di prendere al servigio dei Milanesi Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato, in sostituzione di Bartolomeo Coleoni, che aveva disertato il 15 giugno con mille cinquecento corazzieri, passando al servigio de' Veneziani[316].

La giusta diffidenza che i consigli di Milano concepita avevano dello Sforza gli avevano mossi ad esigere da questo generale, che aspettasse i loro ordini per le operazioni militari di qualche importanza; e lo Sforza, che cercava di addormentarli in una falsa sicurezza, aveva loro mostrata grandissima deferenza. Per altro i senatori milanesi mal conoscevano l'arte della guerra, e la lentezza dei loro ordini poteva riuscire fatale all'armata. Perciò quando in principio di luglio Michele Attendolo passò l'Oglio, e poscia l'Adda, lo Sforza, vedendolo avvicinarsi, chiese caldamente ed ottenne illimitati poteri[317].

Era sua intenzione di sorprendere in vicinanza di Cremona la flotta d'Andrea Quirini, ma questi, quando lo seppe vicino, si ritirò sotto Casal Maggiore, in quello stesso braccio del Po che la flotta veneziana aveva passato due anni prima, dando a Filippo una così compiuta disfatta. La flotta veneziana in questo luogo pareva coperta da un canto dalla stessa borgata di Casal Maggiore, che aveva grossa guarnigione, dall'altro dall'isola. Il Quirini aveva inoltre fortificato l'ingresso superiore del canale con palafitte e catene, di modo che questo bacino era diventato per i suoi vascelli come un campo trincerato. Ma di que' tempi i migliori generali non avevano per anco un'adequata idea della portata dell'artiglieria: i bombardieri dello Sforza conobbero che alle due estremità di Casal Maggiore potevano piantarsi due batterie, che offenderebbero tutta la flotta. Furono infatti piantate, e cominciarono bentosto a traforare i fianchi de' vascelli colle pietre e colle palle. Nello stesso tempo la flotta milanese, facendo il giro dell'isola, erasi posta, all'apertura inferiore del canale per chiuderlo ai Veneziani. Biaggio d'Assereto, quello stesso genovese che aveva ottenuta la memorabile vittoria di Ponza, aveva il comando di questa flotta. Nell'atto di eseguire il movimento ordinatogli dallo Sforza, gli rappresentò che i suoi vascelli erano troppo inferiori di grandezza e di numero a quelli del nemico, e che sarebbero bentosto schiacciati, quando il Quirini risolvesse di uscire. Ma lo Sforza fondava tutto il suo attacco sull'apparente pericolo cui esponevasi egli medesimo, pericolo che doveva impegnare i suoi avversarj ad aspettarlo, e sopra l'esatto calcolo del tempo che gli era necessario per venire a capo della sua intrapresa.

Michele Attendolo era stato richiamato dalla sua invasione nel milanese per l'impreveduta marcia dello Sforza; egli affrettavasi di ripassare l'Adda per soccorrere la flotta, ed in sul declinare del giorno, trovandosi a sette sole miglia di distanza, mandò un messo ad Andrea Quirini, esortandolo a conservare il suo posto malgrado il fuoco dell'artiglieria nemica; perciocchè lo Sforza sarebbesi trovato tra l'armata veneziana eguale di numero alla sua, il borgo di Casal Maggiore, ove si trovavano otto mila combattenti, e la flotta, onde non potrebbe sottrarsi alla sua distruzione. Quando nel campo dello Sforza si ebbe avviso dell'avvicinamento di Attendolo, tutti i suoi generali, ed in particolare i Piccinini, la di cui gelosia accresceva la diffidenza, lo pregarono a ritirarsi in tempo da così imminente pericolo. La stessa armata pareva atterrita; ma il solo Sforza, osando prevedere la condotta de' suoi nemici dietro la perfetta cognizione ch'egli aveva del carattere di Michele Attendolo e dei provveditori veneziani che lo accompagnavano, assicurò il suo consiglio di guerra che non azzarderebbero niente, e che i Veneziani non lo attaccherebbero durante la notte per essere affaticati da così lunga marcia; onde contro il comune parere non si mosse.

Poche ore prima Andrea Quirini avrebbe potuto uscire senza difficoltà dal canale, ma vi restò sotto il fuoco delle batterie per trattenere lo Sforza, e quando in appresso sentì la necessità di mettere la sua flotta in sicuro, non potè più porla in movimento, perchè i migliori vascelli erano disalberati, e traforati dalle palle, molti marinai e soldati erano stati uccisi, altri molti fuggiti sulle rive, e l'esempio de' primi scusando la viltà degli altri, in breve non rimasero che pochissime persone sulle navi. Lo Sforza, conosciuto avendo lo stato della flotta nemica, fece prendere due vascelli, che si lasciarono condurre fino ai suoi, senza opporre resistenza. Questo fatto, eseguito in sugli occhi dell'armata, le ritornò il coraggio; i soldati sforzeschi passarono allegramente la notte sotto le armi, desiderando il giorno per saccheggiare questa ricca flotta, che omai vedevano ridotta in loro potere. Dal canto suo il Quirini, dopo di avere invano chiamato in suo ajuto Michele Attendolo, ordinò la notte del 16 al 17 luglio a tutti coloro che restavano a bordo di scendere a Casal Maggiore; e non vedendo come poter salvare i suoi vascelli, perchè non venissero in mano del nemico, prese finalmente la risoluzione di bruciarli. Ne fece tagliare le gomene, sperando che dall'impeto della corrente sarebbero trasportati addosso alla flotta milanese, che in sullo spuntare dell'aurora avanzavasi per riconoscerlo, e che l'incendio si comunicherebbe ai vascelli nemici. Ma Biagio d'Assereto, dopo aver presi a rimorchio due galeoni veneziani, che non erano ancora danneggiati, si tirò da banda per lasciar passare i vascelli che bruciavano. Il Quirini, tornato a Venezia, fu chiamato in giudizio dagli avogadori del comune, e condannato a tre anni di carcere per non avere difesa meglio la flotta che gli era stata affidata[318].

Frattanto questo prospero avvenimento espose ben tosto l'armata dello Sforza al più grande pericolo. Stava ordinata in battaglia, apparecchiandosi a sostenere l'attacco di Michele da Cotignola, mentre che i vascelli dei Veneziani, abbandonati e di già in preda alle fiamme, scendevano lentamente a seconda dell'acqua lungo la sponda occupata dall'armata. I servitori dell'armata ed i contadini adunati nel campo, cercavano di raggiugnerli a nuoto o con piccoli battelli, onde spogliarli. Trentadue galeoni, due grandi galere, due più piccole, trentaquattro bastimenti da trasporto, in tutto settanta vascelli, carichi d'immensi apparecchi di macchine militari, di vittovaglie e di ricchezze d'ogni qualità, erano abbandonati al saccheggio. I soldati vedevano tornare i loro servitori carichi de' più preziosi effetti, e quasi niuno ebbe la costanza di resistere a così pericoloso allettamento, e malgrado le minacce, e le calde preghiere dello Sforza, deponevano le armi e si gettavano a nuoto per aver parte alla preda. Invano lo Sforza fece pubblicare a suono di tromba su gli stessi vascelli che punirebbe colla morte chiunque non raggiugnesse immediatamente le sue insegne; invano fece spargere la notizia dell'arrivo di Attendolo in faccia al campo; niente potè svellerli dalla preda. Finalmente impiegò tutti quegli uomini che volevano ubbidirgli ad appiccare il fuoco ai vascelli che ancora non bruciavano, e così accrescere dovunque l'incendio. I suoi soldati, scacciati dalle fiamme, si ritirarono allora presso alle loro insegne, ed egli stesso, dopo avere compiuta la distruzione di così formidabile flotta, non volle compromettere la sua vittoria attaccando Casal Maggiore, o aspettando Michele, e ritirossi in buon ordine fino a Torre de' Picci a metà strada di Cremona[319].

Dopo così grande avvenimento, lo Sforza contava di tentare la conquista dello stato di Brescia, la di cui proprietà venivagli assicurata dal suo trattato coi Milanesi; ma il senato, che conosceva palesemente le sue intenzioni di trarre in lungo la guerra, o di volgerla soltanto a suo profitto, rivocò i pieni poteri che gli aveva accordati, e gli ordinò di assediare Caravaggio[320]. Questa terra, posta nella Ghiaja d'Adda, a metà strada tra l'Adda e l'Oglio, era resa forte dalle sue mura, e dalla quantità de' canali che la circondavano. Era, dopo Lodi, la conquista de' Veneziani, che recava maggiore molestia ai Milanesi; e questi, se potevano riacquistare queste due piazze, si proponevano di fare subito dopo la pace. Per incoraggiare gli assedianti pagarono loro tutto il soldo arretrato, e si obbligarono a mandare al campo abbondanti vittovaglie. Si dolse lo Sforza, che prendevasi motivo da una vittoria che gli avrebbe meritate delle ricompense, per ispogliarlo dell'illimitata autorità accordatagli da un pubblico decreto. Non pertanto si arrese agli ordini della signoria; perchè meditava di far valere a miglior tempo queste lagnanze, intorno alle quali non parevagli allora tempo d'insistere gagliardamente. Aveva ricevuto un rinforzo di quattro mila cavalli sotto gli ordini dei tre fratelli Sanseverino, di Jacopo Orsini, di Angelo Labello e di Fioravanti[321]. Ma per quanta diligenza avesse fatta, non aveva prevenuti Matteo Campano e Luigi Malvezzi, che con settecento cavalli ed ottocento fanti si erano gettati in Caravaggio. Non pertanto disegnò il suo campo tutt'all'intorno di questa borgata, la quale, sebbene avesse circa un miglio di giro, trovossi circondata interamente dalle tende degli assedianti. Questo campo venne fortificato con una doppia linea esterna ed interna, e rotte le strade per cui gli si poteva avvicinare il nemico.

Erano appena passati tre giorni, da che lo Sforza trovavasi accampato sotto Caravaggio, quand'ebbe avviso, il 1.º agosto, che Michele Attendolo aveva passato l'Oglio, e pareva volersi stabilire a Morengo, tutt'al più quattro sole miglia lontano dal suo campo. Lo Sforza volle approfittare della confusione che di que' tempi era quasi sempre inseparabile dallo stabilimento del campo, e fece attaccare le truppe nemiche, quando ancora si trovavano cariche del loro equipaggio, e mal disposte a combattere. Ma il maggiore dei Piccinino, geloso del generale in capo, preferì di compromettere la propria riputazione e lasciare il fratello in pericolo, che tener dietro al vantaggio che poteva riportare[322]. I Veneziani approfittarono per loro difesa di un canale che attraversa il piano a metà strada tra Caravaggio e Morengo, e stabilirono il loro campo quasi in vista di quello dello Sforza. Le due armate chiamarono in appresso in loro ajuto una quantità di fossajuoli; s'innalzarono trinceramenti sopra trinceramenti, si tagliò con fosse e baluardi tutto lo spazio frapposto ai due campi, e si diede loro l'aspetto di due città le di cui mura si minacciavano, mentre che nella spianata che le divideva, le due armate perdevano ogni giorno molti uomini e cavalli[323].

Non fu che dopo trentacinque giorni, impiegati nel fortificare il suo campo, che lo Sforza cominciò a battere in breccia con quattro cannoni le mura di Caravaggio, ed in pari tempo ad attaccarle sotto terra con una mina. In pochi giorni una vasta estensione di mura fu abbattuta, e la fossa abbastanza colmata dalle ruine perchè la breccia potesse praticarsi. Ma lo Sforza temeva di dare l'assalto in presenza di un'armata nemica, tanto più che aveva ogni ragione di dubitare, che i soldati che destinerebbe alla guardia de' suoi trinceramenti, non gli abbandonassero per partecipare al sacco della terra, sebbene si fosse obbligato a far mettere tutta la preda in comune, ed a dividerla poi in parti eguali[324].

Frattanto Matteo Campano, comandante di Caravaggio, cominciava a parlare di capitolazione, ed i capi dell'armata veneziana, sebbene avvisati del pericolo della piazza, temendo assai più quello, cui si esporrebbero, se davano una battaglia per liberarla, non sapevano accordarsi intorno al partito che loro convenisse di prendere. Dopo interminabili dispute nel consiglio di guerra, convennero, che tutti i capi spedirebbero la separata loro opinione ed i motivi della medesima a Venezia, ed aspetterebbero la decisione del senato. Michele Attendolo, Luigi Gonzaga, Bartolomeo Coleoni e Nicolò Guerrieri opinavano concordemente di allontanarsi, ma non erano d'accordo intorno al luogo in cui traslocherebbero il campo. Erano tutti di parere che la diffidenza de' Milanesi, la discordia tra lo Sforza ed i Piccinino, e la mancanza delle vittovaglie disperderebbero presto l'armata nemica. Aggiugnevano che il sacco di Caravaggio, che più non si lusingavano di poter impedire, accrescerebbe a dismisura il disordine e le cagioni di discordia tra i vincitori. Ma Tiberio Brandolini, che, travestito da vendemmiatore, era penetrato fino nel campo dello Sforza, e che credeva di aver trovata una via facile e sicura per entrare in Caravaggio fece adottare la sua opinione da altri otto generali[325]. Rappresentarono concordemente, che la perdita di Caravaggio si trarrebbe dietro infallibilmente quella di Lodi, che gli abitanti di quest'ultima città non vorrebbero esporsi a sostenere un assedio, dopo aver veduto i Veneziani determinati a non avventurare una battaglia per liberare i loro alleati. Aggiugnevano, che avanzandosi pel cammino scoperto da Brandolino, non solo si salverebbero gli assediati, ma inoltre si avrebbe il destro di rompere l'armata dello Sforza. I due provveditori Veneziani, che avevano assistito al consiglio di guerra, Ermolao Donato, e Gherardo Dandolo, mandarono questi diversi avvisi al senato, e questi, contro il suo costume, si decise pel partito più rischioso, dando a Michele di Cotignola l'ordine di attaccare[326].

Il campo dello Sforza era appoggiato dalla banda di mezzogiorno ad un bosco pantanoso, il di cui passaggio erasi creduto impraticabile; questo bosco accompagnava colla estremità un argine, che stendevasi fra i trinceramenti ed il castello. In mezzo al bosco inondato, Tiberio Brandolini aveva rinvenuto un passaggio, pel quale contava di prendere l'accampamento dello Sforza alle spalle, e penetrare fino ai suoi padiglioni, senza dover superare i trinceramenti. Ma egli non aveva notato un fosso coperto da molti virgulti, che tagliava questo argine, e, difendendo il campo, chiudeva gli assalitori in un angusto spazio, circondato in ogni lato dai nemici. Questo fosso aveva in mezzo all'argine un ponte chiuso da un catro a canto al ponte levatojo. Il Brandolino comunicò il suo piano d'attacco a Michele Attendolo, e questi lasciò alla guardia del suo campo Bartolomeo Coleoni con 1500 cavalli e la maggior parte dell'infanteria, ordinandogli di tenere occupato il nemico con frequenti scaramucce, come ne' precedenti giorni. In appresso il 15 di settembre a mezzogiorno, quando potevano supporsi i soldati dello Sforza occupati intorno al pranzo, fece uscire dal campo tutto il rimanente dell'armata, vale a dire più di undici mila cavalli, e prese in silenzio la strada di Mozzanica. Lo Sforza n'ebbe intanto avviso, e senza sapere su qual punto il nemico potesse recarsi, fece ordinare ai suoi soldati di tenersi apparecchiati a combattere. Incamminavasi già egli stesso a cavallo dal lato cui dirigevasi l'armata veneziana, onde discoprirne i disegni, quando alcuni vennero a dirgli che il nemico, piegando subito a sinistra, aveva attraversato il bosco, ed era penetrato nel suo campo. Allora mandò subitamente tutti i soldati di cui poteva disporre alla difesa del fosso coperto di sterpi e del ponte, ch'erano la sola difesa della sua armata; e perchè le truppe pesanti, che si adoperavano in quest'epoca, lentamente si adunavano, e lentamente si armavano, tutto il campo si trovò in grandissimo pericolo, finchè non ebbe abbastanza genti per tener testa al nemico. Carlo Gonzago, ferito in fronte da un colpo di spada, fuggì senza voltarsi addietro fino a Milano, ove sparse il terrore[327]. Manno Barile, rovesciato da cavallo e calpestato, venne fatto prigioniere. Michele da Cotignola e Luigi Gonzaga, quando fu loro condotto avanti, gli dissero: «Barile, in verità che più negare non potete di non essere stato battuto e posto in rotta. Piuttosto siete voi altri, rispose, che siete entrati in una rete da cui mal potrete sbrigarvi.» In fatti la cavalleria, chiusa in una metà dell'argine, di già cominciava ad essere impedita ne' suoi movimenti, quando lo Sforza, facendo abbassare il ponte levatojo, mandò contro i Veneziani due coorti di cavalleria che li presero alle spalle. Vide in allora le lance dei nemici incrocicchiarsi come un bosco agitato dal vento; conobbe a tale movimento la loro irrisoluzione, e gridò subito: «La vittoria è nostra;» indi, facendo aprire il rastrello del gran ponte, precipitossi sull'armata veneziana, ch'era nello stesso tempo attaccata alla coda. Il terrore si sparse di fila in fila; i corazzieri gettavano le armi che più loro non servivano a combattere, e che ritardavano la loro fuga. Essi precipitavansi verso il bosco pel quale erano entrati in questo sgraziato recinto; ma la maggior parte, più non trovando il solo stretto passaggio ov'era chiuso il terreno, cadevano nel pantano e vi restavano immersi. Pochissimi in tutta questa folla vennero uccisi[328], pochissimi dei capi o dei soldati poterono fuggire, e tutto il rimanente fu preso a migliaja. Lo Sforza condusse allora il rimanente della sua armata contro Bartolomeo Coleoni, che custodiva i proprj trinceramenti, ed incoraggiando i suoi soldati a mostrarsi degni dei loro compagni che combattuto avevano all'altra estremità del campo, forzò le linee di Coleoni, che salvossi quasi solo a Bergamo[329].

Contavansi dodici mila corazzieri e tre mila fanti nell'armata dello Sforza, dodici mila cinquecento corazzieri e cinque mila fanti in quella d'Attendolo. Di quest'ultima non si salvarono che mille cinquecento cavalli, e niun fante. Immense ricchezze caddero in mano dei soldati, ed i due procuratori di san Marco furono fatti prigionieri colla maggior parte degli ufficiali generali. Rispetto ai soldati, lo Sforza preferì di rimandarli dopo aver loro tolte le armi e gli abiti, piuttosto che custodire una quantità di prigionieri, il di cui numero uguagliava quasi quello de' vincitori[330].