CAPITOLO LXXIII.
Francesco Sforza abbandona i Milanesi, e passa colla sua armata al servigio dei Veneziani. — Furore del partito popolare a Milano, blocco, ed angustie di questa città; i Veneziani gli accordano la pace, ma Francesco Sforza continua i suoi attacchi, e finalmente costringe i Milanesi a riconoscerlo per loro duca.
1448 = 1450.
La vittoria di Caravaggio pareva che dovesse condurre bentosto quella pace, che tanto era sospirata dalla Lombardia; tale vittoria doveva disingannare i Veneziani, e ridurli ad abbandonare gli ambiziosi loro progetti di conquista, poichè le forze che essi credevano irresistibili erano state distrutte da così subiti rovesci. Piacenza, la più forte delle loro città, era stata presa d'assalto; la più bella flotta, che mai rimontasse il Po sotto lo stendardo di san Marco, era stata bruciata; e la più bella armata, che avesse tentato la conquista del Milanese, era stata fatta tutta prigioniera. Dopo tante perdite, dovevansi finalmente credere i Veneziani animati dal desiderio della pace, come lo erano anche i Milanesi. La loro repubblica trovavasi smunta dagli inauditi sforzi ch'ella faceva per mantenere così numerose armate; sentiva il bisogno di godere della sua esistenza, di riconoscersi, di organizzarsi; essa temeva una terza campagna, ed il senato, invece di continuare le sue vittorie nello stato veneziano, avrebbe soltanto voluto allontanare il nemico dalle piazze più vicine alle sue mura, ed entrare nello stesso tempo in negoziazioni di pace. Egli esortava Francesco Sforza a dividere le sue forze per attaccare nello stesso tempo Bergamo e Lodi; ma questi per lo contrario insisteva per condurre la sua vittoriosa armata sotto Brescia, onde conquistare a spese dei Milanesi una città, che doveva restargli in piena sovranità. Egli omai sentiva avvicinarsi il termine de' suoi voti; ma temeva le conseguenze delle proprie vittorie, e non voleva così bene assecondare i Milanesi, che fossero poi in grado di fare senza di lui; temeva la pace, oggetto degli ardenti desiderj del popolo, e resa facile dalle sue vittorie, onde omai si rimproverava d'aver troppo abbattuti i Veneziani, la di cui opposizione era necessaria ai suoi disegni. Questo mutamento ne' suoi progetti fu la principale cagione della generosità con cui trattò i prigionieri di Caravaggio, mettendoli tutti in libertà. I Piccinino, gelosi della sua autorità e della sua gloria, osservavano i suoi passi, ed eccitavano la diffidenza del senato di Milano. Lo Sforza credette conveniente di separarsi da loro; li distaccò coi tre Sanseverini, Ventimiglia e tutti i soldati della scuola di Braccio, mandandoli sotto Lodi, mentre ch'egli stesso, tre giorni dopo la sua vittoria, prese la strada di Brescia, e fissò il suo campo nel piano a piedi delle mura[331].
I Veneziani non ismentirono la riputazione loro di costanza ne' rovesci; si affrettarono di rimontare la loro armata; ma prima di tutto ne levarono il comando a Michele Attendolo di Cotignola. Questo antico soldato, compagno e parente del primo Sforza, venne assoggettato ad una processura intorno alla condotta da lui tenuta nella battaglia di Caravaggio. Se non cadde in sospetto di criminosa intelligenza col suo avversario, perchè apparteneva alla di lui famiglia, fu fatto per altro risponsabile della sua cattiva fortuna. Una deliberazione del senato, del 19 di novembre, lo rilegò a Conegliano, che gli era prima stato dato in feudo, e lo ridusse ad un'annua pensione di mille ducati[332]. Pasquale Malipieri e Giacom'Antonio Marcello vennero nei Veronese per raccogliere tutti i fuggiaschi del campo di Caravaggio, e render loro armi e cavalli. Nello stesso tempo chiamarono da ogni banda nuovi condottieri al servizio della repubblica, ed ottennero dalla repubblica di Firenze, in virtù dell'antica loro alleanza, un sussidio di due mila cavalli, e mille fanti, sotto gli ordini di Sigismondo Malatesti, e di Gregorio d'Anghiari[333].
Ma Pasquale Malipieri cercava nello stesso tempo di procurare alla sua repubblica un assai più potente appoggio. Uno de' suoi segretarj, prigioniero nel campo del vincitore, aveva intavolato un segreto trattato con Angelo Simoneta, segretario dello Sforza e zio dello storico. Mentre i Milanesi offrivano la pace ai Veneziani, e si obbligavano a garantir loro il possedimento di Brescia, Malipieri offriva allo Sforza la stessa sovranità di Milano, se voleva passare al servigio dei Veneziani. L'amico ed il segretario dello Sforza, che ci lasciò la migliore storia de' suoi tempi che posseda l'Italia, quando giugne a questo enorme tradimento, cerca di far credere che il suo eroe vi fu strascinato dalle circostanze, e provocato dall'ingratitudine dei Milanesi. Ma tutta la condotta dello Sforza fu così destra, così costantemente diretta al medesimo scopo, che mal si può credere che tutto non fosse antecedentemente preveduto e meditato, fin dall'istante che entrò al servigio dei Milanesi. Per innalzarsi alla sovranità, ch'egli mai non perdette di vista, non poteva dispensarsi dal procurarsi l'appoggio, ed i sussidj d'un altro popolo. Egli doveva egualmente temere i Milanesi ed i Veneziani; gli conveniva valersi degli uni per indebolire gli altri, combattere alternativamente per tutti e due, risparmiare i proprj soldati, esporre i loro, strascinarli di spese in ispese, e non gettare in ultimo la maschera per combattere in proprio nome, che quando sarebbe egli solo l'arbitro dei loro soldati e delle loro ricchezze[334].
Il trattato tra Venezia e Francesco Sforza, che fu soscritto il 18 ottobre del 1448, trentatre giorni dopo la rotta di Caravaggio, portava che lo Sforza porrebbe in libertà tutti i prigionieri, che evacuerebbe tutte le piazze conquistate negli stati di Bergamo e di Brescia, che rinuncerebbe ai diritti dei Visconti e dei Milanesi sopra il Cremasco e sopra la Ghiaja d'Adda, cedendo queste due province ai Veneziani, i quali dal canto loro si obbligavano ad ajutare Francesco Sforza a conquistare gli stati già posseduti da Filippo Maria; gli promettevano perciò quattro mila cavalli, e due mila fanti, e si obbligavano inoltre a pagargli tredici mila fiorini al mese, finchè Milano fosse ridotto in poter suo; in allora Venezia ed il nuovo duca dovevano rimanere alleati, e darsi vicendevolmente ajuto in tutte le loro guerre, sul piede dell'eguaglianza[335].
Dopo di aver segnato questo trattato, Francesco Sforza fece adunare la sua armata per informarla dell'accaduto. Nel suo discorso dichiarò ai suoi soldati, che i Milanesi, dimenticando gli obblighi loro, avevano voluto tradirlo; che, non contenti di volere far la pace coi Veneziani, ciò ch'era per la sua armata una potente ingiustizia, non tendevano le negoziazioni loro a nulla meno che all'intera sua ruina; che il senato di Milano aveva proposto a quello di Venezia un'alleanza per togliergli Pavia e Cremona, e che il solo desiderio di difendersi coi suoi figliuoli e compagni d'armi lo forzavano a mutare partito[336]. Non abbisognavano troppo convincenti argomenti per persuadere i soldati, i quali, facendo del battersi un mestiere mercenario, non avevano giammai posto mente alla giustizia o alla iniquità delle guerre, e che volentieri abbracciavano una nuova spedizione, il di cui prezzo essere doveva il sacco delle ricche campagne milanesi. Risposero pertanto al loro generale con clamorose acclamazioni, ch'erano apparecchiati a seguirlo dovunque. Pure lo Sforza seppe con sommo suo dispiacere che Lodi, che doveva essere a lui consegnato dalla guarnigione veneziana, erasi arreso ai Milanesi lo stesso giorno 18 ottobre[337], e che Carlo Gonzaga aveva abbandonato il suo campo durante la notte con mille duecento cavalli e cinquecento fanti, per mantenersi fedele ai Milanesi[338].
Ogni memoria di libertà non era per anco spenta in Lombardia; nell'istante in cui erasi spezzato l'antico giogo, erasi cercato di rialzare dovunque il governo repubblicano, come il solo felice e legittimo. Ma gli animi erano stati indeboliti da lunga servitù, e questa razza effemminata sentiva che l'avere una volontà propria, dei progetti ed una condotta a suo arbitrio, era un sottomettersi ad una grande fatica. Tostocchè un uomo di genio pretese di comandare a' Lombardi, trovò una folla di schiavi, che domandavano di ubbidire. Le città e le borgate, gelose della grandezza di Milano, mostraronsi disposte ad abbracciare il partito dello Sforza. Quella di Piacenza, ch'egli stesso aveva così crudelmente trattata nel precedente anno, si dichiarò a lui favorevole, o perchè non volesse esporsi un'altra volta alla sua vendetta, o perchè egli vi avesse fatti entrare molti de' suoi partigiani, o che finalmente l'odio contro i Milanesi vincesse la memoria de' più sanguinosi oltraggi. Ella chiuse le sue porte a Giacomo Piccinino, ed il conte Sforza ardì d'entrarvi senza guardie per prenderne possesso, ponendosi senza difesa tra le mani di coloro cui aveva saccheggiati i beni e disonorate le figlie: e non ebbe motivo di pentirsene[339]. I tre fratelli Sanseverino abbandonarono pure le insegne dei Milanesi per unirsi allo Sforza. Figli naturali d'uno de' principi dell'illustre casa di Napoli, che possede il feudo di Sanseverino, erano stati arricchiti da Filippo Maria Visconti, e si credevano obbligati da una tal quale lealtà ad attaccarsi a suo genero, sebbene lasciassero in Milano le loro spose ed i loro figli. Essi gli condussero circa otto cento cavalli[340]. Il condottiero Luigi del Verme si pose pure sotto gli ordini dello Sforza, e raffermò questa nuova alleanza col matrimonio dell'unica sua figlia con un figlio naturale del conte Francesco. Guglielmo di Monferrato trattò altresì con lui, chiedendo per prezzo dei servigj, che gli renderebbe, la cessione d'Alessandria. Lo Sforza, dopo essersi acquistati nuovi alleati con questi trattati, condusse in principio di novembre la sua armata nella campagna milanese che confina col pavese; occupò i castelli di Rosate e di Binasco, che non fecero resistenza, e pose i suoi soldati ai quartieri d'inverno nelle più ricche e fertili campagne della Lombardia.
Due volte i deputati Milanesi eransi recati presso al conte per ridurlo a rinunciare a così inaspettate ostilità, e per testificargli, conservando sempre alcuni riguardi, il dolore che il suo tradimento cagionava alla repubblica, e per offrirgli di fargli giustizia se voleva esporre le sue lagnanze. Ma quello stesso Sforza, che fino a tale epoca aveva tenuto col senato di Milano il linguaggio di un servitore ubbidiente, prese tutt'ad un tratto verso i suoi superiori il tuono di un padrone verso i sudditi ribelli. Era il suo avere, rispose egli, che chiedeva ai Milanesi, era una sovranità che gli apparteneva, e loro soltanto prometteva indulgenza pei passati errori, ed un'amnistia per coloro che prontamente rientrerebbero in dovere[341].
Non contento di rispondere in tale maniera ai deputati milanesi, mandò Benedetto Riguardati a Milano per tenere al popolo adunato lo stesso linguaggio. Ma appena quest'inviato era sceso dalla tribuna delle arringhe, che vi salì Giorgio Lampugnani. Questi esortò i Milanesi ad esporsi a tutto, a tutto soffrire piuttosto che perdere la libertà comune, piuttosto che piegare la cervice sotto il giogo un uomo che gli aveva ingannati con sì nera perfidia, di una donna che degl'illegittimi suoi natali facevasi un titolo, perchè in qualunque modo procedevano dal sangue dei loro tiranni. In questa famiglia dello Sforza, che sembrava non conoscere i sacri nodi del matrimonio, vedevasi, disse loro, un infinito numero di fratelli, di quasi fratelli e di figliuoli legittimi, bastardi ed adulterini. Se il conte conseguiva lo scopo della sua ambizione, un solo non vi sarebbe de' suoi parenti che non si risguardasse quale padrone dei Milanesi, un solo che spegnere non volesse la sete del comandare, l'avarizia, il lusso, le vergognose dissolutezze, a spese dei cittadini. Che ascoltassero il conte Sforza, coloro che potevano risolversi ad abbandonare le loro spose, le loro figlie, alla seduzione ed all'adulterio, le loro case, i loro campi, le borse loro, alle fiscali estorsioni ed alle confische, i loro figli al capriccio d'un capo di soldati; coloro che non temevano di rassodare di nuovo coi loro sudori e col sangue quella cittadella quell'antimurale della tirannide, ch'essi avevano atterrato. In quanto a sè ed ai suoi, viverebbero liberi o saprebbero morire per la libertà[342].
Il popolo, strascinato da questo discorso, più non contenne la sua collera contro lo Sforza, ed i titoli di traditore, di disertore erano associati al suo nome in ogni bocca; più niuno eravi che si rifiutasse ai sagrificj di danaro, che potevano salvare la libertà. Francesco Piccinino fu nominato generalissimo, Carlo Gonzaga comandante della piazza, e la milizia della città somministrò numerose truppe di fucilieri. Non vedevasi ancora che raramente questa nuova arma negli eserciti, ma la ricchezza di Milano aveva permesso di moltiplicarla. Furono mandate guarnigioni a Monza, ad Abbiate, a Busto Arsiccio, a Cantù; e corpi di milizie andarono a Como ed a Novara, mentre i magistrati chiamavano al loro soldo tutte le lance spezzate[343], che andavano allora vagabonde per l'Italia. Scrissero pure a Federico III, re dei Romani, al re Alfonso, al duca Luigi di Savoja, a Carlo VII di Francia, al Delfino, al duca di Borgogna, per denunciar loro il tradimento dello Sforza, e chiedergli soccorso[344].
Ma la grande rivoluzione dell'arte militare, che si terminò ai nostri giorni, aveva di già avuto cominciamento; i mezzi di difesa delle piazze più non erano proporzionati coi mezzi d'attacco. Risguardavasi in addietro come capace di sostenere un assedio ogni borgata circondata di buone mura, sebbene non sostenute da terrapieni. Per altro queste mura più non potevano resistere al cannone; le pretese fortezze de' Milanesi più non potevano trattenere un'armata provveduta d'artiglieria ed una breccia praticabile fa fatta in tre giorni nelle mura di Abbiate Grasso. Lo Sforza desiderava di risparmiare gli estremi disastri a questa borgata per compiacere Bianca Visconti, che vi aveva passata la sua infanzia. Ma gli abitanti, sebbene perduti senza rimedio, non volevano conoscere il loro pericolo, e non acconsentirono a capitolare che a stento, per evitare l'assalto ed il sacco[345]. Un'altra parte dell'armata dello Sforza svolse il canale o naviglio, che dal Ticino conduce a Milano, per impedire il trasporto delle vittovaglie alla città, e privare i borghesi dell'uso de' loro mulini; ma in Milano eranvi tuttavia sufficienti provvigioni di frumento, ed i mulini a braccia supplirono a quelli mossi dall'acqua.
Il rinforzo di quattro mila cavalli, promesso dal senato di Venezia, fu condotto nel Milanese da Giacomo Antonio Marcelli, Pasquale Malipieri e Luigi Loredano. Quando lo Sforza l'ebbe ricevuto condusse la sua armata verso i laghi, ed occupò i castelli di Busto Arsiccio e di Varese. Questo paese era tuttavia abitato da molti membri della famiglia Visconti, parenti degli antichi duchi, ma la di cui agnazione rimontava a tempi anteriori alla grandezza di questa casa. Tutti si dichiararono a favore di Francesco Sforza. Tutte le rive del lago maggiore, di Lecco e di Lugano, seguirono quest'esempio, ma le città di Arona, di Como e di Bellinzona si mantennero fedeli ai Milanesi[346]. Lo Sforza, disceso dalle montagne in sul piano, cagionò tanto terrore ai Novaresi, che si fece aprire le loro porte il 20 di dicembre. Luigi del Verme prese in di lui nome Romagnano, ch'era occupato da tre mila Savojardi; lo Sforza mandò cinquecento cavalli a Tortona, e la città gli fu data dalla fazione a lui favorevole, mentre Alessandria dietro le sue istanze apriva le porte a Guglielmo di Monferrato[347]. Per compensare tanti disastri i Milanesi non avevano ottenuti che insignificanti vantaggi. Francesco Piccinino aveva saccheggiate le campagne di Pavia, ma senza osare di trattenervisi lungamente, e suo fratello Giacomo era stato introdotto in Parma, perchè questa repubblica, in allora alleata di Milano, aveva scoperta entro le sue mura una trama di alcuni cittadini, che volevano darla ad Alessandro Sforza.
Carlo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, ed uno degli allievi di Vittorino da Feltre, era stato nominato comandante di Milano. Questo ambizioso principe cercava di rendersene assoluto padrone. Doveva, gli è vero, sentirsi troppo debole per isperare di rimanervi sovrano; ma forse al desiderio di comandare aggiugneva qualche segreto pensiero di vendere in seguito vantaggiosamente ai Veneziani, od allo Sforza un potere che andava dilatando colle sue perfide pratiche. Scelse i suoi partigiani tra i membri della fazione Guelfa, si fece riconoscere per loro capo, e cercò che avessero parte nel governo. I nobili Ghibellini, che fin allora vi avevano avuta la parte principale, ed in particolare il conte Vitaliano Borromeo, Teodoro Bossi, e Giorgio Lampugnani, costretti a difendersi contro questi nuovi avversarj, cominciarono a volgere i loro sguardi allo Sforza, sperando d'impegnarlo a dare le basi alla costituzione della loro patria, conciliando la loro libertà colla sua ambizione, in caso che fossero costretti a riconoscerlo per duca[348].
Il conte Sforza, giunto a Landriano; vi accolse i segreti deputati dei capi ghibellini della repubblica, ma trovò inammissibili le loro proposizioni; pretese che il volerlo sottomettere alle leggi fosse un trattarlo da vinto piuttosto che da vincitore. Pure, siccome la negoziazione non era rotta, restò presso di lui un segretario di questi magistrati. Poco dopo un dispaccio da lui scritto in cifre cadde in mano di Carlo Gonzaga, e fu denunciato alla parte guelfa, come prova d'un tradimento dei nobili e dei Ghibellini. Il Gonzaga, invece di attaccare questi magistrati ne' consiglj, fece nominare coloro di cui più diffidava ambasciatori presso Federico III. Diede loro una scorta per accompagnarli fino a Como, ma furono appena usciti dalle porte, che la scorta li fermò, e li condusse nelle prigioni di Monza. Colà Giorgio Lampugnano perdette la testa sul patibolo; Teodoro Bossi, assoggettato alla tortura, nominò molti suoi compagni nelle negoziazioni collo Sforza, che furono subito imprigionati. Il rimanente de' nobili ghibellini salvossi colla fuga; i più trovarono asilo nel campo del conte Francesco, mentre il Gonzaga, di concerto con Ambrogio Trivulzio ed Innocenzo Cotta, diede nuova forma al governo di Milano. La superiorità venne data ai Guelfi ed alla fazione democratica; plebei dell'ultima classe, come un Giovanni d'Ossa ed un Giovanni d'Appiano, furono innalzati alle prime magistrature; la confisca de' beni dei nobili fuorusciti empì il pubblico tesoro, ed il governo prese un aspetto rivoluzionario. Carlo dichiarò ne' suoi editti che piuttosto che dare Milano al conte Sforza, era disposto a darsi al Gran Turco, o al gran demonio dell'inferno[349]. Ma l'armata milanese andava scemando con nuove diserzioni: il conte Ventimiglia, che aveva il comando di Monza, passò nel campo dello Sforza con cinquecento cavalli e quattrocento pedoni; Francesco Piccinino, ch'era accampato presso Landriano, e che cominciava a mancare di vittovaglie, aprì dal canto suo un trattato per essere ricevuto nell'armata nemica, e quando fu sicuro di esserlo a vantaggiose condizioni, disertò ancor esso. Forse, come lo accusarono i partigiani dello Sforza, aveva fin d'allora intenzione di tornare, in primavera, al servigio dei Milanesi, dopo essersi nutrito nella cattiva stagione coi granai del suo nemico[350]. Suo fratello Giacomo, che allora trovavasi a Parma, cambiò pure partito, ed uscì da quella città per passare nel campo d'Alessandro Sforza, che l'assediava; ma Parma non aprì le porte che in febbrajo a questo fratello del conte Sforza. Questa città aveva resistito alle pratiche del conte Rossi, che entro le sue mura secondava gli assalitori, agli attacchi di Alessandro, ed alla diserzione del Piccinino. L'avvicinamento di Bartolomeo Coleoni con due mila corazzieri e mille cinquecento fanti, la ridusse all'estremità: allora volle darsi al marchese Lionello, ma la repubblica di Venezia non permise che Lionello accettasse l'offerta; onde i Parmigiani dovettero finalmente cedere alla loro cattiva fortuna[351]. Lo Sforza accordò vantaggiose condizioni, e trovò modo di riconciliarsi con quelle stesse famiglie che fin allora gli si erano mostrate più nemiche[352].
Durante l'inverno gli affari dei Milanesi avevano sempre peggiorato. Lo Sforza aveva stabiliti i suoi quartieri presso alle porte della loro città, delle quali porte ne teneva cinque così strettamente bloccate ch'era quasi impossibile il ricevere per mezzo di queste provvigioni dalla campagna; ma in primavera alcuni più felici avvenimenti parvero rianimare le speranze degli assediati. Luigi del Verme, Ventimiglia e Dolce, che dallo Sforza erano stati mandati ad assediare Monza, e che di già avevano aperta una breccia praticabile nelle mura di quella fortezza, furono sorpresi da Carlo Gonzaga, e compiutamente rotti. Più tardi attribuirono questo disastro a tradimento di Francesco Piccinino, ch'erasi loro associato. Furono presi con tutta la loro artiglieria e quasi tutti i cavalli. Il Dolce morì in conseguenza delle ricevute ferite, e Luigi del Verme dovette per molti mesi guardare il letto[353].
Dall'altra banda la vedova di Filippo Visconti, Maria di Savoja, che stava sempre in Milano, dov'era rispettata dai magistrati ed amata dal popolo[354], negoziò un'alleanza tra suo fratello Luigi, duca di Savoja, e la repubblica milanese. Il duca di Savoja fece invadere il Novarese da Giovanni Compeys, signore di Torrens[355], con un'armata di sei mila cavalli. Il nome di barbari che i Greci davano altre volte a tutti i popoli che non parlavano il loro linguaggio, veniva altresì dagli Italiani del quindicesimo secolo prodigato a tutti gli oltramontani; e con tal nome indicarono i Savojardi condotti da Compeys[356]. In fatti questi montanari mezzo selvaggi trattarono con eccessiva crudeltà tutti i villaggi e castelli di cui s'impadronirono, ma non poterono entrare in Novara che avevano sperato di sorprendere[357].
Un terzo avvenimento ancora più importante fu in sui punto di ruinare l'armata dello Sforza; fu questo la diserzione dei due Piccinino, che, incaricati di ricominciare l'assedio di Monza, abbandonarono Guglielmo di Monferrato, cui si erano associati, e si gettarono in città con tre mila cavalli. Giacomo, il più giovane, voleva sortire all'istante per un'altra porta, attaccare Guglielmo, e, approfittando della sua sorpresa, disfarlo affatto. Credeva di giustificare questa doppia perfidia col carattere di colui contro al quale l'esercitava. Non è egli per un tradimento, diceva, che Sforza rivolse contro Milano un'armata pagata dai Milanesi? i suoi progetti per ridurre in servitù l'Italia non sono forse conosciuti? si crede egli legato nella loro esecuzione dalle leggi della buona fede? Francesco Piccinino, cui spettava il comando, non lasciossi traviare da questi sofismi suggeriti dall'odio. «Nel nobile mestiere del soldato, rispondeva egli, il sentimento dell'onore non deve assoggettarsi alle sottigliezze della dialettica. Se in ogni guerra io dovessi giudicare i potentati, a pro o contra de' quali io servo, forse non ne troverei giammai un solo di giusto, un solo contro il quale io non potessi, per la stessa ragione, autorizzare una perfidia. In mezzo ai risentimenti ed agli odj che risveglia, il soldato non dorme tranquillo che perchè non crede possibili le azioni infami. Io senza dubbio non ispingo fino all'esagerazione lo scrupolo intorno alle leggi della guerra, e la mia diserzione ne è una prova; ma se sullo stesso campo di battaglia, ove sono stato posto dallo Sforza tra le sue squadre, e nel giorno medesimo, io rivolgessi contro di lui le armi che mi aveva affidate, se io abusassi della sua confidenza per iscannare i suoi soldati, che si credevano miei fratelli, quand'ancora io ne fossi applaudito a Milano per avere tradito un traditore, la posterità più imparziale mi giudicherebbe, ed il nome di Piccinino non si purgherebbe da questa macchia.» Questa discussione salvò il luogotenente dello Sforza, che ritirassi, mentre il più giovane fratello disputava col primogenito[358]. I Piccinino dopo essersi mostrati a Milano, ove furono ricevuti con trasporti di gioja, marciarono contro una armata veneziana che nello stesso tempo aveva cinto d'assedio Crema, e la forzarono a ritirarsi. Tornando da questa spedizione sorpresero nel castello di Melzi l'artiglieria che lo Sforza teneva colà apparecchiata per l'assedio di Monza, e se ne impadronirono[359].
Il popolo di Milano, sentendo da questi avvenimenti rilevarsi il suo coraggio, formò compagnie di milizie più numerose di tutte quelle che da lungo tempo si erano vedute nelle guerre d'Italia. Lo Sforza aveva assediato Marignano, e la fortezza di questa terra dovevagli essere consegnata il 1.º di maggio, se non era prima soccorsa. Per fargli levare l'assedio i Piccinino ed il Gonzaga uscirono da Milano con sei mila cavalli, e quasi tutta la milizia. Si dice che non avevano meno di venti mila uomini armati di fucile. Quest'arma ancora poco in uso ispirava grandissimo terrore anche ai più provetti corazzieri, mentre i generali delle due armate sapevano egualmente che potevano cavarne poco frutto. In fatti i fucili erano in allora fatti in maniera che abbisognava quasi un quarto d'ora per caricarli, ed in tutto questo tempo i fucilieri erano inabilitati ad agire o a difendersi dopo una scarica. Non si erano per anco inventate le bajonette, che dovevano trasformare queste bocche da fuoco in formidabili armi bianche; non erasi nè meno inventato il fuoco non interrotto della colonna, e l'evoluzione che, facendo passare le prime file in sul di dietro dopo di avere tirato, oppone sempre nuovi fucilieri al nemico. I generali milanesi, imbarazzati da tanta folla di soldati, avrebbero voluto far levare l'assedio col solo terrore. Facevano circolare esagerate notizie intorno al numero dei loro soldati, ed alla portata delle palle, contro le quali, essi dicevano, la corazza non resiste. I corazzieri dello Sforza, avvezzi a battaglie poco sanguinose, erano spaventati dall'idea di un pericolo, contro il quale non giovavano nè il valore, nè la destrezza. Invano il loro generale cercava di far loro comprendere che una sola carica della cavalleria rovescierebbe questa truppa poco agguerrita prima che potesse far fuoco. Difficilmente potè ispirare alla sua armata sufficiente risoluzione perchè restasse al suo posto; ciò era tutto quanto egli le chiedeva; in fatti i Milanesi non osarono avanzarsi, e Marignano si arrese[360].
L'ingresso de' Savojardi in Lombardia non aveva cagionati importanti avvenimenti. Bartolomeo Coleoni era stato incaricato di tenerli di vista, e perchè trovavasi al soldo della repubblica di Venezia, allora in pace col duca di Savoja, non volle passare la Sesia, che separava il Piemonte dalla Lombardia. Dal canto loro i Savojardi non facevano che rapide scorrerie al di là dei confini, non si allontanavano mai, e le frequenti loro scaramucce non erano mai decisive. In una di queste, gli è vero, che fu fatto prigioniero Giovanni Compeys, generale dei Savojardi, ma in molte altre il Coleoni, inferiore di numero, ebbe qualche svantaggio; all'ultimo le due armate vennero a battaglia, il 20 aprile, presso Borgo Mainero. I Savojardi rinnovarono molte brillanti cariche e sempre accompagnate da buon successo, ma perchè si erano persuasi esservi qualche imboscata nella vicina macchia, non uscivano dal campo di battaglia, e non approfittavano del loro vantaggio. Così timida condotta rese arditi i nemici, i quali erano furibondi perchè questi barbari, com'essi li chiamavano, non davano quartiere. Il Coleoni, di già celebre per un'antecedente vittoria sugli oltramontani, ricondusse i suoi corazzieri ad un'ultima carica ch'ebbe pieno effetto. I Savojardi furono sbaragliati con grave perdita e posti in piena rotta. Quelli che fuggirono ritiraronsi in Piemonte, e più non recarono molestia alla Lombardia. Il campo di battaglia, coperto di morti, fece non pertanto sugl'Italiani una profonda sensazione. I Savojardi, più accostumati alle guerre della Francia che a quelle dell'Italia, combattevano con un accanimento sconosciuto in quest'ultimo paese. Non perdevano tempo nel fare prigionieri, uccidevano coloro che rovesciavano da cavallo; ed i soldati dei condottieri, che nelle guerre ordinarie credevano appena di arrischiare la vita, fremevano ancor dopo la battaglia d'aver avuto a fare con tali nemici. Essi non temevano l'arte militare, nè il valore de' Francesi, ma la loro ferocia, e conservarono delle guerre francesi un cotale terrore, che, passato d'una in altra generazione tra queste razze effemminate, apparecchiò le vittorie degli oltramontani in sul finire del secolo, e le conquiste del re Carlo VIII[361].
Un'altra diversione recò ancora maggiore sollievo ai Milanesi, e fu la ribellione di Vigevano, grossa borgata della Lomellina, che cacciò il comandante mandato dallo Sforza, e spiegò le insegne della repubblica. Gli abitanti, dopo avere ottenute dalla metropoli alcune squadre di cavalleria, cominciarono a guastare le campagne di Pavia, ed obbligarono lo Sforza a ripassare il Ticino per venire ad assediarli. Nello stesso tempo questo generale ricevette una segreta denuncia contro Guglielmo di Monferrato, uno de' suoi luogotenenti, che si pretendeva apparecchiato a passare dalla banda del nemico. Senza potere giustificare quest'accusa, lo Sforza fecelo arrestare il 13 di maggio e sostenere nella cittadella di Pavia; ma conservò sempre per lui tali riguardi, che manifestavano la sua intenzione di riconciliarsi colla casa di Monferrato[362].
L'assedio di Vigevano fu uno dei fatti militari in cui gl'Italiani mostrarono maggior valore e costanza. Desideravano i Milanesi che questo tenesse lungamente occupato lo Sforza, per dar loro tempo di fare il raccolto del frumento, che cominciava allora a fiorire. Ma lo Sforza, che non isperava di prendere Milano che colla fame, desiderava di avanzarsi a tempo per guastare la campagna. La guarnigione milanese e gli abitanti di Vigevano gareggiavano di zelo e di attaccamento. In pochi giorni consumarono tutta la polvere da cannone, ma impiegarono con altrettanta bravura che buon successo le antiche armi per resistere alle nuove. Quando l'artiglieria dello Sforza ebbe fatto nel muro una breccia praticabile, vide alzato in sul di dietro un nuovo trinceramento formato di terra e di concime, e legato con grosse travi. Impiegò di nuovo l'artiglieria per rovesciarlo, ma tutt'ad un tratto le mura ed i baluardi furono coperti di balle di lana, che ammorzavano i colpi delle pietre lanciate dalle bombarde. Finalmente questo nuovo trinceramento venne ancor esso aperto, e lo Sforza risolse di dare l'assalto il 3 di giugno.
Conoscendo l'ostinazione ed il coraggio de' suoi nemici, s'avvide che non potrebbe vincerli che colla fatica e lo spossamento. Divise la sua armata in otto corpi; il primo cominciò a battersi all'alba del giorno, e quando fu respinto dagli assediati, gli succedette un altro, poi un altro ancora, sicchè l'attacco, rinnovato sempre con truppe fresche, non fu mai interrotto. Dal canto loro Jacopo di Rieti, Enrico di Carreto, e Ruggero Galli, che comandavano nella piazza, avevano a tutto preveduto. I borghesi erano distribuiti lungo le mura, e sui terrapieni, oggetto principale dell'attacco, la brava guarnigione; le donne della terra, poste dietro i soldati, loro distribuivano i rinfreschi, o le pietre da lanciarsi contro gli aggressori, mentre che i preti, radunati nella chiesa principale con tutte le fanciulle, pregavano per i loro concittadini che combattevano. Per altro tutta la guarnigione era stata costretta fino dal principio ad opporsi tutt'intera al nemico, e mentre vedeva avvicendarsi gli assalitori per combatterla, non poteva nè sperare straniero soccorso, nè avere un istante di riposo. Malgrado il vantaggio della sua posizione, ella andava pure facendo qualche perdita, e le sue file diventavano sempre più rare; ma quando veniva rovesciato un soldato, una donna si copriva subito colle insanguinate sue armi, e prendeva il suo luogo. Gli assalitori, vedendo ricomparire guerrieri caduti morti sotto i loro occhi, mentre il suono delle campane e le processioni di immagini mischiavano la religione alla battaglia, credevano di provare in questa resistenza qualche cosa di soprannaturale, e si lasciavano abbattere da religioso terrore.
Finalmente dopo un assalto che aveva durato una lunga intera giornata di giugno, i soldati dello Sforza all'avvicinarsi della notte si stabilirono sul terrapieno. I borghigiani spaventati abbandonavano le mura, e già la città era presa, quando sdrucciolando tre o quattro degli assalitori cadono sul terreno in pendìo bagnato di sangue; coloro che li seguono danno a dietro, tutta la colonna si rovescia spaventata, ed i soldati precipitano uno sopra l'altro nelle fossa, seco strascinando masse di ruine che gli schiacciano. Essi sono compresi di terrore innanzi a quelle mura che credono incantate, e lo Sforza per non compromettere di più la gloria della sua armata, fa suonare la ritirata.
Ma Vigevano più non poteva difendersi. Durante la notte gli assediati proposero, ed a stento ottennero dal vincitore una capitolazione. Fu ancora più difficile il farla rispettare dai soldati; risguardando questi il saccheggio come un loro diritto, diedero ancora un assalto alle mura dopo soscritto il trattato, e furono richiamati al loro dovere con molta fatica da Francesco Sforza, il quale rinfacciò loro d'avere rinculato in faccia alla breccia in tempo della battaglia, e di volervi salire adesso contro la data fede. La città fu salva, e soltanto obbligossi a ristabilire a sue spese il castello, ch'era stato distrutto in nome della libertà[363].
Dopo la sommissione di Vigevano, lo Sforza, secondo il suo progetto, cominciò a far tagliare le biade ancora verdi sul territorio di Milano. Nello stesso tempo ricondusse all'ubbidienza gli abitanti delle rive dei laghi, e quelli di varie terre che si erano contro di lui ribellati. Dall'altro canto i Milanesi, che rifacevano ogni due mesi la signoria, scossero per breve tempo il giogo del popolaccio, che opprimeva la loro repubblica, e che doveva essere cagione della sua ruina. Giovanni d'Ossa e Giovanni d'Appiano, due plebei che avevano così crudelmente abusato della loro autorità come capitani del popolo, furono imprigionati il 1.º luglio, quando uscivano di carica, e loro furono surrogati uomini superiori assai per nascita e per educazione, Guarnieri Castiglione, Pietro Pusterla e Galeotto Toscani. Questi, nella breve loro magistratura, cercarono la sola risorsa che ancora poteva restare alla repubblica. Incaricarono Enrico Panigarola, mercante milanese, stabilito in Venezia, d'entrare in trattato coi Veneziani; e trovarono il doge Francesco Foscari ed il consiglio de' dieci più disposti per la pace di quello che avevano sperato[364].
Finalmente i Veneziani cominciavano a sentire quanto in politica era grande l'errore d'avere voluto abbandonare il ducato di Milano ad un principe guerriero ed ambizioso, piuttosto che lasciarlo sussistere in repubblica. Marcello, il procuratore di san Marco, che seguiva le armate, aveva da lungo tempo cercato di far sentire ai suoi commettenti il pericolo di questo sistema. Il trattato, agevolato da questo ritorno alla moderazione, si continuò tra Milano e Venezia con profondo segreto, per non lasciarlo traspirare al conte Sforza. Non era per anco terminato al primo di settembre, quando una nuova signoria entrò in carica a Milano, e tolse ogni potere al partito moderato per renderlo a feroci demagoghi. Il senato di Venezia aspettava, per dichiararsi, il risultamento di una pratica, di cui lo Sforza teneva il filo, e questa scoppiò l'undici di settembre. Le città di Crema e di Lodi gli furono date per tradimento. La prima spiegò l'insegna di san Marco, e l'altra quella del conte. Questo fu il termine che i Veneziani pensarono di porre alle sue conquiste. Siccome egli conduceva la sua armata sotto le mura di Milano, il consiglio dei dieci gli partecipò di essere stato sottoscritto un armistizio coi Milanesi; e richiamò nello stesso tempo Bartolomeo Coleoni e la sua armata[365].
I deputati di Venezia, annunciando al conte Sforza che il loro senato accettava la pace e che lo invitava ad accedervi, erano incaricati di fargli sentire quanto fosse ancora incerto il fine della guerra, e quanto doveva ancora credersi lontano da una piena vittoria, di modo che avrebbe dovuto ritenersi ben fortunato di accettare le vantaggiose condizioni, che i Veneziani gli avevano procurate. Per lo contrario egli ben sapeva, che le rapide sue conquiste erano quelle che avevano risvegliata la gelosia del senato, e che non gli si proponeva la pace che per timore di vederlo in breve padrone di Milano. Le sue speranze venivano rinforzate dall'arrivo al suo campo di moltissimi emigrati che il governo rivoluzionario aveva cacciati di città, e dall'arrivo dello stesso Carlo Gonzaga, fin allora comandante della piazza[366]. Frattanto lo Sforza aveva dal canto suo fatte dolorose perdite, ed in particolare di ufficiali generali: il conte del Verme, alla cui figlia aveva dato in isposo un suo bastardo, era stato ucciso sotto Monza. Roberto di monte Albotto, Cristoforo di Tolentino, Jacopo Catalani, ed il conte Dolce dell'Anguillara gli erano stati tolti da una febbre pestilenziale, che aveva travagliato il suo campo e quello de' Veneziani, ed in pari tempo lo aveva privato di moltissimi soldati. Aveva ancora pianto di più Manno Barile, vecchio capitano di settant'anni, che lungo tempo aveva militato sotto suo padre, indi lo aveva costantemente servito con somma fedeltà, ed erasi annegato nel Lambro[367]. Altronde Alfonso d'Arragona pareva che volesse prendere la difesa dei Milanesi; egli aveva mandati in diversi tempi due piccoli corpi d'armata, ch'erano entrati nello stato di Parma, e colà poi dispersi da Alessandro Sforza. Queste medesime disfatte potevano agli occhi d'Alfonso essere motivi per mandare in Lombardia più imponenti forze.
La pace fra le due repubbliche era stata sottoscritta in Brescia il 27 settembre, ed il 30 Pasquale Malipieri venne a parteciparne le condizioni allo Sforza. Questa pace lo innalzava al rango de' primi sovrani d'Italia, onde non poteva lagnarsi d'essere stato sagrificato dalla sua alleata. Il territorio della nuova repubblica di Milano doveva stendersi soltanto fra i tre fiumi Adda, Ticino e Po, senza nemmeno comprendere la parte di questa penisola che un tempo appartenne ai Pavesi. Lo Sforza doveva restituire Lodi, e rinunciare ad ogni pretesa sopra Milano, Como ed il loro territorio; del rimanente veniva riconosciuto sovrano di Novara, Tortona, Alessandria, Pavia, Piacenza, Parma e Cremona, colle fertili loro province. Pasquale Malipieri soggiunse soltanto, che accordava venti giorni al conte Sforza per accedere ad un trattato che gli assicurava tanti vantaggi[368].
Ma l'ambizione dello Sforza era andata crescendo colle conquiste, e non potev'essere soddisfatta che collo stato posseduto già da suo suocero; soltanto egli sentiva la necessità d'opporre l'astuzia a questo cambiamento di politica. Accordò ai Milanesi la tregua di venti giorni che gli erano stati domandati, la quale loro non permetteva d'approvigionare la città, e siccome propriamente arrivava alla stagione delle semine, egli accortamente calcolava, che nella speranza di certa pace, gli assediati affiderebbero alla terra quasi tutto il grano che loro rimaneva. Mandò nello stesso tempo tre ambasciatori a Venezia, uno de' quali era lo stesso suo fratello Alessandro, per recarvi la sua adesione al trattato di pace; ma segretamente loro commise di tirare in lungo il trattato, evitando, se possibile fosse, di apporre al trattato le loro firme. In appresso allontanò da Milano le sue truppe, ma conservando tutti i passi che potevano agevolarne il pronto ritorno[369].
Mentre ancora durava questa ingannatrice tregua, morì a Milano d'idropisia il 16 ottobre 1449 Francesco Piccinino. Questo generale aveva cagionato ai Milanesi più mali che beni. Inferiore al padre ed al fratello di talenti, di coraggio, ed ancora di forza di corpo, perdeva talvolta nell'ubbriachezza l'uso delle sue facoltà. I suoi falli avevano apportato alla milizia di Braccio frequenti rotte, che l'avevano umiliata e scoraggiata. Il comando in capo di questa milizia passò dopo la sua morte a suo fratello Giacomo, capitano assai più rapido in ogni movimento, e più valoroso in battaglia. Giacomo fu dai Milanesi riconosciuto generalissimo, e proclamato dalle truppe. Queste per altro, confessando la superiorità dell'ultimo, non lasciavano di sospirare Francesco, il quale si affezionava il soldato colla sua prodigalità e colla sua ingenuità, mentre il secondo veniva notato d'avarizia[370].
Era appena spirato il giorno della tregua, e terminate le semine del Milanese, quando Francesco Sforza dichiarò che non ratificava la pace segnata in di lui nome dai suoi deputati. Per altro, per mettere il suo onore e la sua coscienza in riposo malgrado la sua mala fede, fece ciò che ancora generalmente si fa in Italia, quando vuolsi riconciliare l'opinione pubblica ad un'azione immorale[371]; indusse de' teologi, che ne fanno professione, a scrivere dissertazioni, che sparse in ogni luogo, onde provare che non era tenuto ad osservare un trattato che la sola forza delle circostanze gli avevano fatto conchiudere. Non trasse per altro fuori le sue truppe dai quartieri d'inverno, i quali erano così avvedutamente disposti, che senza abbandonarli poteva continuare il blocco di Milano; ma fece uscire numerose squadre di cavalleria, che guastavano le campagne, e che rompevano ogni comunicazione tra l'armata veneziana e gli assediati.
Il senato veneto, ricevendo questa notizia, risolse di forzare colle armi quest'ambizioso condottiere a stare alle condizioni accettate dai suoi ambasciatori. La signoria ordinò a Sigismondo Malatesta, generale in capo della sua armata, di aprirsi a forza una comunicazione con Milano, e di vittovagliare quella città. Sigismondo passò l'Adda presso Lecco, ed entrò in mezzo alle ridenti colline che separano il lago di Como da quello di Lecco, dette monti di Brianza; colà doveva recarsi il Piccinino, che infatti partì da Milano per raggiugnerlo. Ma lo Sforza colla sua rapidità prevenne la loro unione; battè il Piccinino il 28 di dicembre, respingendolo in Milano, e si portò subito dopo sopra Sigismondo, cui costrinse a ripassare l'Adda dopo avergli fatti molti prigionieri; e così terminò l'anno con una importante vittoria[372].
Cominciò il seguente con un trattato non meno vantaggioso. I suoi ambasciatori, uno de' quali era Bartolomeo Visconti, vescovo di Novara, segnarono per lui il 20 gennajo con Luigi di Savoja un trattato di pace, in forza del quale i due sovrani si guarentivano le vicendevoli loro conquiste. Lo Sforza rinunciava a molti distretti e castelli, che il Piemontese gli aveva tolti ne' territorj di Pavia, di Novara, e di Alessandria; ma era troppo contento di liberarsi a tale prezzo da un formidabile nemico, che avrebbe potuto fare contro di lui una potente diversione, finchè trovavasi impegnato nella presente guerra[373].
La situazione dei Milanesi e quella dello Sforza erano egualmente difficili e pericolose; l'uno e gli altri mancavano di vittovaglie; più non trovavasi grano nelle esauste campagne, e quello che lo Sforza faceva venire da Lodi, appena bastava al mantenimento del terzo della sua armata. I Milanesi trovavano tuttavia de' contadini, che, sedotti da un immenso guadagno, avventuravansi a portar loro vittovaglie con pericolo della vita, mentre le sottraevano accortamente ai soldati dello Sforza, che, le avrebbero prese senza pagarle. Niuna sanguinosa azione affrettava la conchiusione della guerra; l'armata di Sigismondo Malatesta e quella dello Sforza non tenevano la campagna, e gl'Italiani, educati nella mollezza, non supponevano che in mezzo ai rigori dell'inverno si potesse agire alla scoperta. Frattanto i due generali si facevano ne' loro accantonamenti una guerra di scaramucce. Le truppe dello Sforza, alloggiate nelle borgate del Milanese, battevano la campagna per fermare i convogli di viveri; dall'altro canto il Malatesta ed il Coleoni avevano adunati in Bergamo ragguardevoli magazzini, di dove sforzavansi di approvigionare Milano.
Bartolomeo Coleoni, sperando d'aprirsi una comunicazione, passò di nuovo l'Adda, e si avanzò fino a Como. Giacomo Piccinino vi si recò dalla banda di Milano, ed altro non restava da farsi al Piccinino che di tornare per la già fatta strada a Milano coi convogli che il Coleoni gli aveva condotti a Como. Tutti i luogotenenti dello Sforza consigliavano il loro capo a ritirarsi, ed a non ostinarsi a guardare accantonamenti così pericolosi tra una grande città assediata ed un'armata nemica. Lo Sforza si ostinò solo ne' suoi progetti, e senza trar fuori dai quartieri tutta la sua cavalleria, seppe tagliare al Piccinino la strada di Milano. Le ricche borgate del Milanese gli offrivano comodi alloggiamenti, e la sua armata era non meno concentrata che se fosse stata in un campo[374].
Il pericolo raddoppiavasi per le due parti per la slealtà di tutti i capitani, che, non pensando che ad arricchirsi, mettevano continuamente all'incanto l'onore e la fedeltà loro. Il Ventimiglia era entrato in trattati coi Veneziani nello stesso tempo che il Piccinino collo Sforza; ma il primo di cui fu scoperto l'intrigo, venne imprigionato dal conte, e mandato a Pavia; il secondo, non osando di porsi in mano del suo nemico sebbene lusingato dalle più larghe promesse, ruppe il trattato, già condotto molto avanti, e fece morire come falsario il deputato che aveva trattato con lui[375].
Intanto Milano trovavasi in preda a tutti gli orrori della fame: di già i più ricchi avevano mangiati i loro cavalli, i muli ed i cani chiusi con loro, mentre il popolo strappava le radici e le erbe che crescevano lungo le mura, senza che avesse sostanze untuose per cucinarle. Migliaja di poveri erano periti in mezzo alle strade, altri in maggior numero tentavano rifugiarsi nelle campagne; ma lo Sforza, che aveva riposta ogni speranza d'avere Milano nella sola fame, li faceva rientrare di nuovo in città. Le fanciulle sole erano sottratte a così rigoroso ordine, non dalla compassione, ma dall'incontinenza de' soldati[376].
L'armata di Sigismondo Malatesta era più numerosa di quella dello Sforza, ma credesi che questo generale, il quale non mancava nè di abilità, nè di coraggio, non osasse di venire ad una battaglia necessaria alla liberazione di Milano, per timore di soggiacere, quando rimanesse perdente, alla meritata vendetta dello Sforza. Egli aveva in addietro sposata Polissena, figliuola di Francesco, e poco dopo l'aveva fatta perire per isposare un'amica; temeva la sorte d'una battaglia, che poteva esporlo a restar prigioniero di suo suocero mortalmente offeso[377].
I capi del governo di Milano, disposti a tutto soffrire piuttosto che venire sotto la tirannia dello Sforza, si adunarono nel tempio di santa Maria della Scala, e proposero di assoggettare la città al governo di Venezia, onde muovere questa repubblica a difenderla più potentemente. Era questo da lungo tempo l'oggetto della segreta ambizione de' Veneziani e dell'ambasceria del Venieri. Ma mentre stavano deliberando, la sera del 25 febbrajo cominciò un gravissimo tumulto tra la plebe affamata del quartiere di Porta nuova. Il podestà, Domenico da Pesaro, e Lampugnano Birago, uno dei magistrati, furono respinti a sassate. Gaspare da Vimercate e Pietro Cotta si posero alla testa degl'insorgenti, ed attaccarono il palazzo. Un'ala di questo edificio era occupata dalla signoria, un'altra dalla duchessa Maria, vedova dell'ultimo duca. Gl'insorgenti, respinti dalla guardia del primo corpo dell'edificio, entrarono per il secondo e si precipitarono a traverso ai suoi lunghi andatoj per giugnere alle sale del governo. Leonardo Venieri, ambasciatore de' Veneziani, si presentò loro, cercando di trattenerli, ma venne ucciso da que' furibondi. Allora i magistrati fuggirono dal palazzo, che venne occupato dal popolaccio, e l'insurrezione si estese ad altri quartieri della città. Ambrogio Trivulzio, che comandava a porta Romana, cercò invano di resistere, e togliere la patria dalle mani della plebe; all'ultimo si sottomise ancor egli, per non accrescere i mali di Milano coi disastri d'una guerra civile[378].
Il tumulto aveva cominciato la sera, e si era continuato tutta la notte. La mattina del 26 febbrajo i cittadini si adunarono nuovamente in santa Maria della Scala per deliberare intorno a ciò che conveniva di fare; perciocchè quegli stessi insorgenti, che avevano rovesciato il governo, e manifestato tanto furore contro coloro che continuavano la guerra, non avevano verun piano determinato, veruna speranza intorno ai mezzi di farla finire. All'odio contro lo Sforza, radicato in tutti i cuori, aggiugnevasi quello contro i Veneziani, de' quali i Milanesi erano sempre stati gelosi, e che adesso accusavano di essere la cagione d'ogni loro male. Piuttosto che cadere sotto il loro giogo, o sotto quello dello Sforza, alcuni proposero in quest'assemblea tumultuosa di darsi al re Alfonso, altri a quello di Francia, altri al papa, altri al duca di Savoja; ma Gaspare da Vimercate, che prese la parola dopo tutti gli altri, e che avendo lungo tempo servito sotto Francesco gli era segretamente affezionato, non ebbe difficoltà a dimostrare, che il re di Napoli, il re di Francia ed il papa erano così lontani, che il popolo di Milano perirebbe di miseria, prima che potesse essere soccorso. Aggiunse che il duca di Savoja era troppo debole per salvarli, come era stato dimostrato dalla precedente campagna; all'ultimo dichiarò, che, volendosi far cessare all'istante la fame e la guerra, non eravi che un solo spediente possibile, quello cioè di darsi a Francesco Sforza, di cui vantò la clemenza e la bontà, e di riconoscere il genero ed il figliuolo adottivo dell'ultimo duca quale legittimo successore dei Visconti. Questa speranza di così vicina pace, dell'immediata cessazione d'insoffribili mali, produsse nella moltitudine una sorprendente rivoluzione. Quegli che poc'anzi era oggetto di esecrazione, parve a tutti il solo salvatore dei Milanesi, ed il Vimercate fu subito incaricato di portare al conte Sforza le offerte ed i voti di tutto il popolo[379].
Lo Sforza, avvisato di questa rivoluzione, si era posto in cammino da Vimercate, ov'era il suo quartiere, ed avvicinavasi a Milano alla testa della cavalleria. Aveva ordinato ai suoi corazzieri di prendere seco tanto pane quanto ne potevano portare. A sei miglia dalla città trovò la folla dei Milanesi che gli si faceva all'incontro, e senza sospendere la marcia fece dai soldati distribuire il pane che portavano agl'infelici che soffrivano la fame, onde contrarre con loro un legame d'ospitalità col primo beneficio. Giunto a Porta Nuova trovò Ambrogio Trivulzio con un piccolo numero di fedeli cittadini, che prima di lasciargli libero l'ingresso della città volevano imporgli alcune condizioni, e fargli giurare l'osservanza delle leggi della libertà della loro patria; ma più non era tempo di resistere, nè alla soldatesca insolente, nè al medesimo popolaccio, che ad altro non pensava che al cibo ed alla pace di cui voleva godere. Lo Sforza, incoraggiato dal Vimercate e da coloro che lo seguivano, passò avanti senza volersi legare con veruna promessa[380]. Spinto e quasi portato col suo cavallo tra le braccia de' cittadini, venne prima nel tempio di santa Maria a rendere grazie a Dio di questo felice avvenimento, indi passò nella pubblica piazza, ove fu salutato tra mille acclamazioni col nome di principe e di duca. Dispose guardie in molti luoghi della città, occupò le mura e le porte, poi tornò fuori di Milano immediatamente, onde affrettare l'arrivo d'altri convoglj di vittovaglie. Fece pubblicare in tutte le campagne che tutti i commestibili sarebbero ricevuti nella nuova sua capitale senza pagamento di gabella, ed in pari tempo fece a proprie spese trasportare da Cremona e da Pavia grandi convoglj di frumento e di pane da distribuirsi ai poveri. Ne' due susseguenti giorni Monza, Como e Bellinzona, sole piazze forti rimaste in potere dei Milanesi, gli aprirono le loro porte. Sigismondo Malatesta, avvisato della seguìta rivoluzione dai fuochi di gioja che vide farsi in città, ripassò l'Adda coll'armata veneziana; e Francesco Sforza in possesso di tutto il ducato di Milano, pose, finchè durò la cattiva stagione, le sue truppe ne' quartieri d'inverno[381].
Se nell'istante in cui Francesco Sforza conseguiva l'oggetto della sua ambizione, delle sue guerre e della sua politica, egli avesse potuto prevedere l'avvenire, non v'ha dubbio che la sua gioja sarebbesi turbata, paragonando il valor reale dell'acquistato trono col prezzo che gli era costato. «La corona, dice il Ripamonti storico milanese del diciassettesimo secolo, non doveva arrivare fino al sesto erede, e le cinque successioni, per le quali doveva trasmettersi, essere dovevano accompagnate da altrettante tragiche vicende nella sua famiglia. Galeazzo, suo figliuolo, fu, per i suoi delitti e per la sua dissolutezza, ucciso da alcuni gentiluomini contro di lui congiurati in presenza del popolo, innanzi agli altari, in mezzo alle feste consacrate; e l'intera città fu in appresso insanguinata dall'uccisione de' cospiratori. Giovanni Galeazzo, che gli successe, morì avvelenato da Lodovico il Moro, e fu vittima dei delitti dello zio. Questi, fatto prigioniere dai Francesi, morì di dolore in prigione. La sorte d'uno de' suoi figli fu simile alla sua: l'altro, dopo un lungo esilio ed una misera vita, ristabilito già vecchio e senza figli sopra un trono vacillante, vide finire ad un tempo il suo impero e la sua vita. Tale fu la ricompensa del tradimento che soggiogò Milano; e per questo Francesco Sforza passò tutta la sua vita tra gl'inganni, le privazioni ed i pericoli»[382].