CAPITOLO LXXIV.
Politica di Cosimo de' Medici. — Guerra di Piombino tra il re di Napoli ed i Fiorentini. — Ultimi sforzi de' Veneziani e di Alfonso contro lo Sforza sostenuto dai Fiorentini. — Pace di Lodi.
1447 = 1454.
Milano mai non sarebbesi conquistata da Francesco Sforza, nè la Lombardia sarebbe diventata la preda di un ambizioso capo di mercenari soldati, se la repubblica di Firenze, quella che aveva fatte fiorire le arti, le lettere antiche, la filosofia e la poesia, non avesse antecedentemente mutato governo. Per lo spazio di cinquant'anni si era veduta quest'illustre città diretta da uomini di stato patriotti, che risguardavano il mantenimento della libertà italiana, come il nobile ufficio della loro repubblica. Giammai non avevano temporeggiato a porsi nella prima linea per opporsi alle usurpazioni di Barnabò e di Galeazzo Visconti, di Ladislao di Napoli, e di Filippo Maria. Maso degli Albizzi e Nicolò d'Uzzano credevano fermamente che la libertà fosse la sola guarenzia della pace e della prosperità d'Italia; che sollevandosi un tiranno non solo schiacciava i proprj suoi sudditi, ma minacciava tutti i vicini; che i vizj e la bassezza di una corte corrompevano col loro fatale esempio i cittadini di uno stato libero chiamati a trattare con lei. Si credevano per dovere obbligati e per coscienza ad abbracciare le difese di un popolo che prendeva le armi per mantenere o per ricuperare la libertà; essi calcolavano meno l'interesse della loro repubblica, di quello che si affidassero alla nobiltà de' loro proprj sentimenti; e perchè non erano meno illuminati che giusti, avevano sentito e fatto riconoscere ai loro concittadini che la più alta prudenza si trova nella più alta virtù, e che una condotta nobile e generosa conduce alla grandezza ed alla gloria.
Sgraziatamente questa memorabile aristocrazia, una delle più brillanti per i talenti, delle più commendevoli per le virtù, delle più scrupolose a favorire la libertà dei popoli, provò, siccome tutto ciò che s'avvicina alla perfezione, la fatale influenza de' tempi. Rinaldo degli Albizzi, meno abile e più prosontuoso di suo padre, abusò di un'autorità che i suoi rari talenti più non rendevano benefica. Venne esiliato co' suoi vecchi amici della libertà, che in tempo della loro amministrazione avevano dato un così nobile carattere alla loro repubblica. Cosimo de' Medici aveva ereditata la loro gloria e la loro autorità: egli raccolse i frutti di tutto quanto essi soli avevano fatto pei progressi dello spirito umano, per lo sviluppo del pensiere e dell'immaginazione, sebbene egli fosse lontano dall'uguagliarli. Eppure Cosimo de' Medici è il solo conosciuto dalla posterità; mentre sono dimenticati gli Albizzi, perchè noi siamo più tocchi dallo splendore che circonda un grand'uomo, che da quello di cui egli stesso è la causa, o perchè possiamo ancora leggere le adulazioni di coloro che incensarono il primo Medici, di Ambrogio Traversari, di Poggio Bracciolino, d'Argirogilo, di Lapo da Castiglionchio, di Benedetto Accolti, di Flavio Biondo, di Giannozzo Manetti e di Leonardo Aretino, che tutti vissero a lui famigliari, che vennero sostenuti dalla sua borsa, e gli dedicarono le scritture colle quali maggiormente contribuirono al rinnovamento delle lettere; ma il governo virtuoso che fece nascere e che formò tutti quegli uomini distinti, e lo stesso Cosimo con loro, non trovò alcuno che lo celebrasse, perchè fu rovesciato nell'istante in cui questi scrittori, di già arrivati al perfezionamento delle loro facoltà, potevano rendere gloria in ricompensa della ricevuta protezione, e perchè la riconoscenza anche tra i più celebri autori sopravvive poche volte al credito dei loro benefattori.
Cosimo de' Medici era non per tanto un grand'uomo, e non ha usurpata la riputazione con cui attraversò i secoli futuri. Questo mercante di Firenze, che in mezzo alla luminosa sua carriera non abbandonò mai il traffico de' suoi padri, che sparse intorno a sè il ben essere ed animò l'industria coll'immensa sua ricchezza, questo mercante era uno de' più destri politici d'Europa, un uomo di squisito gusto nelle arti, d'una vasta erudizione letteraria, di un giusto e profondo giudizio in filosofia, di cui fu uno de' principali ristauratori.
La ricchezza di Cosimo de' Medici, prima cagione della sua potenza e della sua gloria, non apparve senza limiti che perchè questo grand'uomo ebbe la saviezza di rimanersi sempre cittadino. Anche calcolando, non solo le sue entrate, ma i profitti del suo commercio al maximum; egli non dispose mai di più di cinquanta mila fiorini all'anno, circa 600,000 italiane, ed il suo capitale non oltrepassò mai i dugento cinquanta mila fiorini. Questa somma sarebbe stata ben poca cosa pel bellicoso suo amico Francesco Sforza, che ancora prima di essere duca di Milano spese diverse volte più di trecento mila fiorini all'anno. Ma i calcoli degli ambiziosi gl'ingannano sempre; il danaro, che prodigalizzano ai loro soldati per innalzare la loro potenza, li renderebbe veracemente più grandi se lo erogassero nelle arti della pace. Cosimo de' Medici non conobbe il lusso nè nella pubblica nè nella privata sua vita, e nell'una e nell'altra fu veramente grande. Non profuse il suo patrimonio nell'assoldare armate, o nel fomentare intrighi presso le straniere potenze, non cercò d'abbagliare i suoi concittadini nè collo splendore delle vesti e degli equipaggi, nè colla magnificenza della tavola, nè con numerosi servi riccamente vestiti; ma innalzò monumenti alle arti non uguagliati da verun principe d'Europa, estese le sue beneficenze a tutti gli uomini illustri del suo secolo, e coi capi d'opera creati col di lui favore, e coi monumenti dell'antichità ch'egli ci ha conservati, farà sentire i benefici effetti delle sue ricchezze fino alla più lontana posterità[383].
Cosimo de' Medici illustrò la sua munificenza, aprendo al pubblico vaste raccolte di preziosi manoscritti in un'epoca in cui ogni libro era considerato quasi come un tesoro. In occasione del suo esilio a Venezia lasciò per pegno della sua riconoscenza allo stato, che gli avea dato asilo, una pubblica biblioteca nel convento di san Giorgio, che vi si mantenne fino al 1614[384]. Uno de' suoi compatriotti, Niccolò Niccoli, poco ricco cittadino, aveva adunati ottocento manoscritti latini, greci ed orientali, molti de' quali erano stati da lui copiati ed arricchiti di utili commenti. L'aveva, morendo, legata al pubblico sotto la cura di sedici deputati; ma fu Cosimo che procurò ai Fiorentini il godimento della liberalità del Niccoli, pagando tutti i suoi debiti, e stabilendo a sue spese questa biblioteca nel convento di san Marco, che aveva fatto magnificamente fabbricare[385]. Nello stesso tempo la privata sua collezione fu il primo fondo della biblioteca, che da suo nipote ebbe poi il nome di Laurenziana[386].
Cosimo de' Medici, alzandosi tra i primi contro il primato che la filosofia d'Aristotile aveva ottenuto nelle scuole, seguì le lezioni di Gemistio Pleto, uno dei greci teologi del concilio di Firenze; acquistò da lui un vivissimo gusto per la filosofia platonica, e destinò uno degli scolari di Pleto, Marsilio Ficino, ad essere il ristauratore dell'accademia. Gli fece dare un'educazione tutta diretta a questo scopo, ed egli, più ancora che l'allievo da lui scelto, fu il padre dei nuovi Platonici[387]. Le sue immense ricchezze, le sue corrispondenze, che abbracciavano tutto il mondo conosciuto, erano costantemente impiegate in servigio dell'erudizione; dietro inchiesta del Poggio o del Traversari egli incaricava i commessi delle sue case di commercio di comperare, o di far copiare i manoscritti che altri dotti avevano scoperti in Germania, in Inghilterra, in Francia, in Grecia ed in Siria. Palazzi, conventi, chiese, venivano innalzati a sue spese in ogni città nel territorio, ed egli faceva in tal modo godere del lusso delle belle arti i poveri cittadini d'uno stato libero, mentre incoraggiava il genio del Michelozzi e di Filippo Brunelleschi. Egli fu l'amico ed il protettore di Donatello e di Masaccio, ai quali la scultura e la pittura devono i rapidi loro progressi. In mezzo alla protezione ch'egli accordava a tutti i lavori eleganti o utili, non dimenticò l'agricoltura, ed i suoi due poderi di Careggi e di Caffagiuolo, di cui tanto amava il soggiorno, vennero arricchiti dalle cure e dall'intelligenza di questo agricoltore consolare.
Non pertanto è come uomo di stato che Cosimo de' Medici ottenne la più grande riputazione, ed in questa carriera, in cui sparse così luminosi raggi, la sua gloria non va esente da ogni rimprovero. Conoscendo profondamente gli uomini e l'arte di guidarli, egli si mostrò in particolar modo fermo ne' suoi progetti, paziente, coraggioso, irremovibile; ma la di lui politica, invece di essere mossa da superiori considerazioni, tutta si riferiva a lui solo; e le viste del personale interesse sono più corte di quelle dell'amore della patria o della libertà. Cosimo, volendo internamente ed esternamente assicurare il poter suo e quello della sua famiglia, fece perdere a Firenze ciò che formava la sua gloria e la sua grandezza; volendo farsi al di fuori un potente alleato, che gli fosse personalmente affezionato, ruppe le antiche alleanze della sua patria, e la fece rinunciare a massime, che non erano state meno savie che generose. Cosimo de' Medici conservò Firenze libera, senza mostrare troppo attaccamento per la libertà. Sotto colore d'impedire le sommosse popolari ristrinse l'oligarchia tra le mani del minor numero possibile; nel 1452 fece attribuire il diritto di nominare la signoria a cinque soli cittadini, non senza eccitare la diffidenza e le lagnanze degli amici della patria[388]. Impiegò contro i suoi nemici severe e violenti misure, che scossero dai fondamenti la costituzione, ed egualmente ferirono gl'individui; sostituì allo spirito di corpo, che animava gli Albizzi, uno spirito di famiglia che riferitasi soltanto ai Medici; si sforzò d'uscire dall'eguaglianza repubblicana, mentre i suoi concittadini sforzavansi di mantenervelo. Cercò nell'amicizia di Francesco Sforza un appoggio di cui conoscevasi bisognoso, assai più per sè stesso che per la repubblica; talvolta, se dobbiamo prestar fede al Simonetta, diede a questo amico tali consiglj, che ben dimostrano che la sua politica non era frenata da verun principio di lealtà[389]. Persuase all'ultimo Firenze a secondare lo Sforza nell'oppressione dei Milanesi, mentre le inclinazioni non meno che l'interesse de' Fiorentini dovevano preferire in Lombardia uno stato libero, che servisse di contrappeso all'ambiziosa oligarchia veneziana, ed alla militare monarchia di Napoli.
Vero è che i Fiorentini non erano rimasti oziosi durante la guerra di Milano, nè affatto liberi nella scelta del partito cui dovevano appigliarsi. In sul cominciare della state del 1447, mentre ancora viveva Filippo Maria, e che i Fiorentini, uniti ai Veneziani, cercavano di terminare nel congresso di Ferrara la loro guerra con questo principe, Alfonso, re di Napoli, fece ribellare la piccola fortezza di Cennina, in val d'Arno di sopra, e vi mandò guarnigione per aprirsi l'ingresso della Toscana, qualunque volta vi volesse condurre l'armata che in allora aveva adunata a Tivoli. Per altro non prese le opportune misure per difendere questo castello, lasciando che i Fiorentini lo ripigliassero dopo quindici giorni[390]. Le rivoluzioni di Lombardia e la morte di Filippo lo tennero senza dubbio incerto per qualche tempo intorno alla condotta che doveva tenere; per altro seppesi alla fine di settembre, che aveva sotto i suoi ordini sette mila cavalli, quattro mila fanti e quattro mila foraggeri; che si era innoltrato fino a monte Pulciano, ai confini dello stato di Siena, e che aveva cercato di guadagnarsi quest'ultima repubblica. Gli ambasciatori Giannozzo Pitti e Bernardo Medici, che gli furono mandati, riferirono che voleva staccare i Fiorentini dall'alleanza di Venezia, e difendere così la Lombardia, al di cui possedimento aspirava essendovi chiamato dal testamento di Filippo Maria[391]. Entrò in fatti nel territorio fiorentino per la provincia di Volterra; colà come pure nelle Maremme di Pisa occupò alcune castella di non molta importanza, e fermossi in dicembre innanzi a quello di Campiglia, che gli oppose un'ostinata resistenza. Dal canto loro i Fiorentini avevano nominati i decemviri della guerra; avevano chiamato al loro soldo Federico, conte di Montefeltro, ed in appresso Sigismondo Malatesta; gli avevano rappattumati l'uno coll'altro, e non avevano perduto tempo nel levare un'armata, e porsi in istato di difesa[392].
La vigorosa resistenza di Campiglia costrinse il re a levare l'assedio, ed a prendere i quartieri d'inverno nelle Maremme presso alle ruine dell'antica Populonia. Non era in allora lontano che tre miglia da Piombino, e si propose d'assicurarsi di questo forte castello. Piombino, altravolta povera borgata in mezzo a campagne quasi abbandonate, era diventato nel 1399 un piccolo principato, ov'erasi ritirata la casa d'Appiano, dopo avere tradita la repubblica di Pisa. Giacomo I d'Appiano aveva afforzato il castello, aveva sparso qualche danaro nella coltivazione di quelle fertili ma insalubri campagne, e renduto alquanto mercantile il suo piccolo porto. Egli morì, e sua figlia Catarina portò come dote il principato di Piombino a suo marito Rinaldo Orsino. Questi aveva precedentemente avuto qualche contesa coi Fiorentini, ma aveva imparato dall'esempio del conte di Poppi quanto fosse pericolosa cosa l'abbracciare contro la repubblica il partito d'un lontano monarca, che non mancherebbe in appresso di abbandonarlo e di sagrificarlo. Chiuse dunque il proprio castello ad Alfonso ed ai suoi soldati, ricusò loro i viveri, ed eccitò in modo lo sdegno del re, che questi, nel seguente marzo, dopo avere nuovamente minacciata Campiglia, si ripiegò bruscamente sopra Piombino, e ne intraprese l'assedio[393]. L'Orsini erasi posto sotto la protezione della repubblica di Siena, e colla frase di quel tempo, chiamavasi suo raccomandato; ma Siena non era abbastanza forte per proteggerlo, onde s'addirizzò a Firenze, e Lucca Pitti, che in allora era gonfaloniere di giustizia e pareggiava di credito Cosimo de' Medici, promise che la repubblica lo difenderebbe come se fosse uno stato suo.
In fatti le galere fiorentine condussero a Piombino l'otto luglio trecento fanti ed un approvvigionamento di polvere e di piombo[394]. Questo convoglio doveva bentosto essere seguito da un altro più considerabile, ma Alfonso, che risguardava l'acquisto di Piombino come cosa di molta importanza, perchè il suo porto poteva in ogni tempo aprirgli la Toscana, fece venire in quelle acque una flotta napoletana per assediarlo ancora dalla banda del mare. In pari tempo questa flotta assicurava ai Napoletani abbondanti convoglj di provvigioni, mentre un'armata fiorentina, ch'erasi avanzata fino alle alture di Campiglia, si vedeva chiusa la strada dall'armata d'Alfonso, e trovavasi mancante di provvigioni d'ogni sorta e particolarmente di vino, necessario ai soldati in un clima insalubre, ove le acque sono infette e l'aere pestilenziale[395].
Le due armate napoletane e fiorentine, poste sulle alture come sopra un anfiteatro, e gli abitanti di Piombino dall'alto delle loro mura consideravano inquieti il vasto mare di dove potevano giugnere tutti i loro convoglj. Dieci galere napolitane, comandate da Garcilasso di Requesens, stavano presso la riva. I Fiorentini non ne avevano che quattro; ma o perchè confidassero nella grandezza e nella superiorità de' loro movimenti, o perchè tentar volessero ad ogni costo la liberazione di Piombino, essi non temettero di attaccare la flotta reale la sera del 15 luglio 1448. La battaglia durò cinque ore protraendosi fino a notte avanzata. La presenza delle due armate, che non levavano gli occhi da una battaglia per loro decisiva, e le grida dei soldati, che cercavano d'incoraggiare i loro ausiliari, rianimavano la pugna quando era in sul punto di terminarsi per la spossatezza de' combattenti; ma dopo prodigj di valore, i Fiorentini furono vinti. Due galere caddero in mano de' nemici e le altre due, gravemente danneggiate nei loro attrezzi e dopo avere perduta molta gente, si salvarono a stento[396].
Dopo la perdita di queste navi, Neri Capponi, che comandava l'armata fiorentina col titolo di commissario, risolse di ritirarsi. Allontanandosi da Piombino andò ad assediare alcuni castelli delle Maremme, che il re aveva occupati nel precedente autunno e li prese tutti. Intanto persuase i suoi compatriotti a rifiutare le proposizioni di pace di Alfonso, perchè il primo articolo richiedeva l'abbandono del signore di Piombino.
Questi già da oltre tre mesi difendevasi vigorosamente; l'armata di Alfonso era indebolita dalle malattie; in quella pestilenziale campagna erano omai periti più di mille soldati napolitani di febbre maremmana, e quasi tutti gli altri n'erano affetti. Frattanto l'artiglieria d'Alfonso avendo rovesciata una delle torri che sostenevano le mura di levante, egli risolse di dare un ultimo assalto alla piazza alla metà di settembre. Divise l'armata tra Pietro di Cordova ed Inigo di Guevara, facendo nello stesso tempo avvicinare la flotta comandata da Berlinghieri Barili, e dopo di avere incoraggiati i suoi soldati con tutto ciò che poteva risvegliare l'orgoglio e la cupidigia loro, o il desiderio della vendetta, spinse le sue truppe all'assalto, e in questo i Catalani rivalizzarono coi Napolitani, dispiegando agli occhi del re tutta la loro bravura. Dall'altra parte Rinaldo Orsini, avendo adunati gli abitanti di Piombino e la sua piccola guarnigione, fece loro sentire che se soccumbevano, non caderebbero in mano d'Italiani, ma di barbari soldati, che non intendevano il loro linguaggio, e che non conoscevano nè le leggi della guerra nè quelle dell'umanità. Fece porre le femmine dietro i loro mariti e fratelli per somministrar loro munizioni e rinfreschi; ed egli stesso, precedendo gli altri col suo esempio, fu maravigliosamente secondato dagli abitanti e dai soldati. Gli assediati aggiugnevano alle armi comuni dei fiumi d'olio bollente e di calce viva, che, penetrando sotto le armature degli assalitori, cagionavano loro insopportabili dolori. Nello stesso tempo i vascelli catalani si avanzavano dalla banda della Rocchetta; alcuni battelli, pieni di gente armata, ed innalzati con carrucole fin all'altezza degli alberi, dovevano trovarsi a livello delle mura, attaccarvisi con uncini, e dare in tal modo un facile passaggio agli assalitori. Ma un avventurato colpo di bombarda, partito dalla Rocchetta colpì, nel mezzo uno de' battelli, e tutto lo fracassò; gli altri, sebbene avessero più volte lanciati i loro arpesi, mai non riuscirono ad afferrare la muraglia. La battaglia durava già da più ore con uguale accanimento, quando i Napolitani si videro improvvisamente alle spalle alcuni squadroni di cavalleria fiorentina. Credettero fermamente che il Capponi riconducesse tutta la sua armata per attaccarli a' piedi di quelle medesime mura, ove omai sentivansi oppressi da soverchia fatica: non vollero esporsi all'incerta sorte di una nuova battaglia, e si ritirarono al loro quartiere[397]. Alfonso, scoraggiato da quest'ultimo tentativo, levò l'assedio di Piombino. In pari tempo abbandonò la Maremma, ove la febbre gli aveva tolta assai più gente che il ferro nemico: ricondusse la sua armata a Roma, ed in appresso a Napoli per rifarla durante l'inverno; e sebbene minacciasse la repubblica di vendicarsi contro di lei nel susseguente anno, più non tornò a fare triste sperimento della funesta influenza di un clima mortifero, contro il quale spesso non vale il coraggio del più valoroso soldato[398].
Poichè si fu il re ritirato, i Veneziani fecero istanze ai Fiorentini di mandar loro soccorsi in forza dell'alleanza tra loro esistente, e di ajutarli a rialzarsi dalla loro disfatta di Caravaggio. Effettivamente i Fiorentini mandaron loro Sigismondo Malatesta con due mila cavalli è mille pedoni; questa è la sola parte che scopertamente essi presero nella guerra del Milanese, nella quale fin allora avevano voluto mantenersi neutrali. Ma quando in sul finire di settembre del 1449 i Veneziani fecero una pace parziale coi Milanesi, il conte Sforza, rimasto solo in guerra contra questi due popoli, fece calde istanze alla repubblica fiorentina perchè gli accordasse quella protezione, cui andò debitore della propria salvezza nelle guerre della Marca. Nello stesso tempo eccitò Cosimo de' Medici a non mancare all'antica loro amicizia, e Cosimo gli fece rendere venti o venticinque mila scudi, che gli erano dovuti dalla repubblica per un reso conto per lo meno controverso[399]. Inoltre gli prestò del proprio più grosse somme; egli avrebbe pur voluto far entrare la repubblica in un'alleanza aperta collo Sforza, ma ne fu impedito dall'opposizione di Neri Capponi. Neri, il miglior negoziatore ed il più bravo guerriero che avessero i Fiorentini, uomo di grandissima autorità per i meriti del padre e pei proprj, era stato a vicenda incaricato d'importantissime ambascerie, e del comando delle armate col titolo di commissario. La di lui riputazione erasi accresciuta per la vittoria riportata ad Anghiari sopra il Piccinino, e per la negoziazione del precedente anno, colla quale aveva saputo rappattumare ed armare in favore della repubblica Sigismondo Malatesta e Federico di Montefeltro, e più recentemente per avere comandata l'armata che costrinse Alfonso a levare l'assedio di Piombino. Egli solo tra gli uomini di stato di Firenze aveva conservato lo stesso rango e lo stesso credito in tempo dell'amministrazione degli Albizzi e dei Medici. Egli non amava Cosimo, nè da questi era amato; aveva motivo di credere, che in odio suo avessero i partigiani di Cosimo fatto perire Baldaccio d'Anghiari, capitano dell'infanteria e suo amico, e dal canto suo temeva l'appoggio che poteva dare ai Medici l'amicizia di un gran generale; ma indipendentemente da questi personali motivi egli credeva che Firenze, come repubblica, avesse obbligo di sostenere la repubblica di Milano; che per l'equilibrio d'Italia fosse necessario che due stati liberi si dividessero la Lombardia; che un soldato avventuriere, diventato sovrano degli stati di Filippo, sarebbe le mille volte più formidabile di quello che lo fosse stato lo stesso Filippo, o quel medesimo soldato non essendo che condottiere; che nella lotta tra lo Sforza ed i Veneziani, il primo, qualora uscisse vincitore, dimenticherebbe bentosto la sua riconoscenza per tener dietro ai progetti de' suoi predecessori; che se per lo contrario i Veneziani ottenevano di ridurre i Milanesi a porsi tra le loro braccia, sarebbero in breve padroni di tutta l'alta Italia, e che omai conoscevasi quanto si doveva temere dalla politica e dall'ambizione loro. Da lungo tempo Neri Capponi avrebbe voluto che Firenze avesse impiegata la potente sua mediazione a condurre una pace che assicurasse la repubblica milanese. Credeva per altro che si fosse ancora in tempo di soccorrerla; la salute della patria sembravagli attaccata all'indipendenza di questa repubblica, e parevagli che si dovesse ad ogni patto impedire che stati così potenti e formidabili ai loro vicini passassero da un governo civile, che rispetta le leggi ed i trattati, ad un governo militare che non conosce altre regole che i capricci d'un uomo.
Dall'altra parte Cosimo de' Medici sosteneva che una repubblica non poteva formarsi nè mantenersi che presso popoli virtuosi; ch'era assurdo il fondare speranze sopra coloro ch'erano corrotti dal despotismo, che i Milanesi e gli altri Lombardi eransi sempre mostrati poco gelosi d'una libertà tante volte da loro sagrificata; che le fazioni che laceravano la nuova repubblica, ed il sangue di già versato, indicavano la prossima sua caduta; e che, dovendo i Fiorentini avere per vicini in Lombardia un governo assoluto, meglio era che fosse quello del conte loro amico, che non quello de' Veneziani loro rivali, o d'un tiranno che si solleverebbe colle proprie forze, e ch'essi ancora non conoscevano[400]. I consiglj, divisi fra due uomini di tanta autorità nella repubblica, non sapevano a quale partito appigliarsi, e Cosimo si adoperava per accrescere la loro lentezza. Finalmente, dopo avere molto tardato, spedirono ambasciatori al conte con ordine di esaminare le stato delle forze sue e di quelle dei Milanesi, e di non sottoscrivere con lui trattati d'alleanza che nel caso che vedessero apertamente non essere possibile che Milano si salvasse. Questi ambasciatori non erano per anco giunti a Reggio, che seppero essere il conte salito sul trono di Filippo Maria[401].
Qualunque si fosse l'incertezza de' consigli il popolo di Firenze mostrò la più sincera gioja per la vittoria di Francesco Sforza. Egli vedeva sottentrare alla casa Visconti, sua acerba nemica da oltre un secolo, una casa che in certo modo gli doveva la propria grandezza, e sua antica alleata. Lusingavasi di trovare finalmente de' fedeli amici in que' Milanesi, le di cui forze tutte e tutte le ricchezze erano state costantemente impiegate a danno suo. Per ciò vollero i Fiorentini presentare con magnifica ambasciata le loro felicitazioni a Francesco Sforza; e gli vennero deputati gli stessi capi della repubblica. Furono scelti Pietro, figlio di Cosimo de' Medici, Neri Capponi, Lucca Pitti e Diotisalvi Negri. Tranne Cosimo, questi quattro uomini erano i più riputati cittadini di Firenze; l'accoglimento loro fatto da Francesco Sforza corrispose a così onorevole scelta. Egli espresse loro con vivacità la costante sua intenzione di vivere e di morire amico dei Fiorentini, e di mostrar loro una riconoscenza proporzionata agli ajuti che nel corso di vent'anni aveva ricevuti dalla repubblica[402].
Francesco Sforza stava in allora occupato a celebrare il suo coronamento con feste e tornei, a sorprendere il popolo, ad affezionarsi la nobiltà coi favori che le accordava, a rialzare le fortezze, ed in particolare quella di Porla Zobia ch'era stata atterrata in tempo della libertà, finalmente ad assicurarsi coll'esilio o colla prigione di coloro che si erano mostrati più affezionati al governo da lui distrutto[403].
Il nuovo duca era stato senza difficoltà riconosciuto da tutti gli stati d'Italia; ma gli oltramontani parevano più disposti a contestargliene i diritti. L'imperatore Federico III riclamava la prerogativa sua propria di creare i duchi nelle terre dell'impero: a' suoi occhi il ducato di Milano aveva cessato colla linea dei Visconti, i di lui stati erano ricaduti alla diretta dell'impero, e lo Sforza era un usurpatore: dal canto suo Carlo VII, re di Francia, non conosceva altro duca di Milano che suo nipote, il duca d'Orleans, figliuolo di Valentina Visconti[404]. Per altro veruno di questi sovrani sembrava apparecchiato a far valere le proprie ragioni colle armi, nè lo Sforza prevedeva alcun movimento militare per parte della Francia o della Germania. Propriamente parlando non trovavasi l'Italia nè in pace nè in guerra. L'armata veneziana aveva ripassata l'Adda, ed afforzava il ponte conservato a Rivalta, senza però commettere veruna ostilità[405]. Una stanchezza, uno spossamento generale, forzavano al riposo queste potenze, che avevano così lungo tempo combattuto. Altronde una calamità d'un altro genere bastava in allora per opprimere i popoli, ed occupare i governi; la peste, conseguenza di tanti patimenti e privazioni, era scoppiata in Lombardia. Manifestassi prima a Milano, ove la fame avevale apparecchiata la culla[406]; ed il giubileo, accordato pel 1450 da Niccolò V, fu cagione che i pellegrini la diffondessero di città in città. Il contagio fece perdere a Milano trenta mila abitanti; a Lodi venne di buon'ora fermato dalla vigilanza del governo; ma Piacenza rimase pressochè diserta; altre città soffrirono egualmente assai, e non fu risparmiata Roma, dove i pellegrini portavano il suo veleno. Il papa si ritirò prima a Spoleti, poi a Foligno, indi a Fabriano, ma i suoi sudditi, che non potevano imitarlo furono vittima di una immatura divozione[407].
Prima di ricominciare la guerra, gli stati d'Italia avevano inoltre bisogno di conoscere quali fossero i veri loro interessi, di sapere quali alleanze loro fossero più utili, quale sistema di politica dovevano seguire dopo che le precedenti loro combinazioni erano tutte mutate. Per lungo tempo le due repubbliche avevano fatto testa al re di Napoli ed al duca di Milano; ma dacchè Firenze, abbandonando il suo antico sistema, si associava al duca, la repubblica di Venezia doveva accostarsi al re di Napoli. Ne' precedenti anni però avevano avuto luogo alcune ostilità tra Alfonso ed i Veneziani a cagione di qualche vascello mercantile predato dai corsari di Napoli. Luigi Loredano, ammiraglio della repubblica, incaricato di vendicarsi, aveva bruciate quarantasette navi nel porto di Siracusa in sul finire del 1449, ed aveva guastate le coste della Sicilia e di Napoli[408]. Ma un odio comune contra lo Sforza riconciliò queste due potenze, mentre i Veneziani perdonare non sapevano ai Fiorentini il loro rifiuto di ajutarli nell'ultima guerra, nè i secreti sussidj che sospettavano essere stati da loro mandati a Francesco Sforza. Lo stesso popolo che aveva ajutato Venezia a conquistare Verona, Brescia, Bergamo, e tanta parte della Lombardia, mostravasi ormai geloso della sua grandezza e si era scopertamente rallegrato dei vantaggi del suo nemico. Il senato de' Veneziani, profondamente offeso da tale abbandono di un'antica alleanza, mostrava verso i Fiorentini tant'odio, e tanta diffidenza, quant'era stata in addietro la sua confidenza in loro.
Le potenze che occupavano in Italia il secondo od il terzo rango non erano meglio stabilite nelle loro alleanze. Il marchese di Mantova, i di cui stati erano quasi da ogni banda circondati da quelli della repubblica di Venezia, mostravasi sconcertato nella sua politica. Luigi III era succeduto nel 1444 a suo padre Giovan Francesco di Gonzaga. Vittorino da Feltre, chiarissimo professore di belle lettere, aveva educato questo principe il di lui fratello e la sorella in una scuola, dal maestro intitolata la casa del piacere, nella quale aveva ricevuti sufficienti alunni per mantenere fra loro l'emulazione[409]. Luigi III mostrossi degno della fama del suo maestro coi progressi che fece nell'antica letteratura, e colla protezione che accordò ai dotti. Ma le sue pubbliche e private virtù non corrisposero alle sue cognizioni ed ai suoi talenti. Spogliò il fratello Carlo della sua parte della paterna eredità; e si videro questi due Gonzaga, nemici l'uno dell'altro, abbracciare opposte parti in tutte le guerre d'Italia. Carlo, alternativamente attaccato allo Sforza ed ai Milanesi, aveva spesso dato prove della sua mala fede. Era di nuovo ai servigj dello Sforza, quando questi occupò Milano, e venne fatto comandante della piazza da quello stesso principe, contro al quale pochi mesi prima aveva difesa la stessa città; in premio de' suoi servigj ricevette dallo Sforza il governo di Tortona: ma nello stesso tempo all'incirca Luigi Gonzaga, o perchè fosse scontento de' Veneziani, o per servire alla propria incostanza, cominciò a trattare col duca di Milano. I due fratelli non vollero trovarsi sotto le medesime insegne. Troppo difficile cosa sarebbe oggi lo scifrare a traverso delle reciproche loro accuse da qual parte stesse la ragione, se pure stava da qualche parte. È noto soltanto che Carlo Gonzaga fu arrestato il 15 novembre del 1450 per ordine di Francesco Sforza, e chiuso nella fortezza di Binasco; che gli furono tolti nello stesso tempo Tortona ed il comando delle truppe; che in appresso fu posto in libertà pel prezzo di 60,000 fiorini d'oro, e relegato nella Lumellina; ma che quando potè fuggire, lasciò il luogo del suo esilio per passare a Venezia, ove prese servigio contro il fratello e contro il duca di Milano, mentre Luigi Gonzaga erasi alleato collo Sforza contro i Veneziani[410].
I marchesi di Ferrara erano più potenti che quelli di Mantova, ma erano di più pacifica natura. I figli di Niccolò III erano stati educati da Guarino di Verona, e questo dotto grecista aveva saputo ispirar loro il gusto delle lettere e della poesia, la passione pei monumenti dell'antichità, per l'eleganza, per il lusso. Sebbene Lionello, il maggiore di questi principi, avesse in seguito, uscendo dalla scuola del Guarino, imparata l'arte della guerra nella milizia di Braccio, portò nel suo governo disposizioni affatto pacifiche, quando regnò dal 1441 al 1450. Fece fiorire gli stati di Ferrara e di Modena col commercio e coll'agricoltura, si circondò, non di soldati, ma di dotti e di poeti, coi quali rivalizzava egli medesimo, e cercò di ridurre i principi suoi vicini a godere, com'egli, dei beni della pace[411]. Aveva adunato in Ferrara il congresso che pareva in sul punto di pacificare l'Italia, quando Filippo morì, e Lionello vi aveva con imparzialità e con moderazione sostenute le parti di mediatore. L'ambizione de' Veneziani, cui si apriva un nuovo campo, rendette allora vane le sue fatiche; ma nel 1450 si offerse di nuovo per mediatore tra i Veneziani ed il re Alfonso, di cui aveva sposata la figliuola Maria. Gl'interessi di queste due potenze cominciavano ad essere gli stessi; le vicendevoli offese vennero facilmente dimenticate, e Lionello ebbe la soddisfazione di far loro sottoscrivere il 2 di luglio un trattato di pace[412]. Non sopravvisse lungo tempo a questa negoziazione, essendo morto a Belriguardo il primo ottobre del 1450. Ebbe per successore suo fratello Borso, come lui illegittimo, a preferenza di Niccolò suo figlio, ancora fanciullo, e de' suoi fratelli Ercole e Sigismondo nati di legittimo matrimonio. Borso, non meno di Lionello affezionato alle scienze ed alle arti della pace, si mantenne alleato dei Veneziani senza però prendere parte nella guerra che stavano per cominciare; ed accettò la mediazione dei Fiorentini, nemici de' suoi alleati, per troncare alcune ostilità scoppiate tra i suoi sudditi delle montagne Modenesi, ed i Lucchesi[413].
Il duca di Milano confinava all'occidente col marchesato di Monferrato e col ducato di Savoja. Lo Sforza aveva offesa la casa di Monferrato, facendo imprigionare Guglielmo, che aveva lungo tempo militato sotto le sue insegne, ed era fratello del principe regnante. Lo rilasciò il 26 maggio a condizione che questo generale gli restituirebbe la signoria d'Alessandria. Egualmente aveva fatto imprigionare Carlo Gonzaga, cui avea resa la libertà mercè la cessione di Tortona. Una tale condotta tenuta verso due capitani, cui il duca aveva donate due città come prezzo de' loro servigj, dà motivo di credere che il solo loro delitto fosse quello d'avere richiesti troppo ricchi compensi. Ma tostochè Guglielmo trovossi negli stati di suo fratello, egli protestò contro una cessione estorta colla violenza, e persuase il marchese di Monferrato ed il duca di Savoja ad allearsi coi Veneziani, prendendo di concerto le armi contro il loro ambizioso vicino.
Mentre le pratiche degli ambasciatori, secondati dall'irritamento degli spiriti, gettavano ovunque i semi di una nuova guerra, altre negoziazioni tendevano altresì a ristabilire la pace. Ve n'ebbero di dirette tra lo Sforza ed i Veneziani; il primo domandava soltanto la restituzione dei due castelli di Brivio e di Rivalta, che la repubblica voleva conservare per aprirsi l'ingresso nel Milanese, in caso che si riaccendesse la guerra[414]. Altre si trattarono alla corte di Napoli da due ambasciatori fiorentini, Franco Sacchetti, renduto celebre dalle sue novelle, e Giannozzo Pandolfini. Parve che ottenessero un felice esito, essendosi firmata la pace tra il re Alfonso ed i Fiorentini il 29 giugno del 1450, a condizione che il signore di Piombino pagherebbe al re un annuo tributo di cinquecento fiorini d'oro[415]. Ma nel tempo medesimo altre negoziazioni di ben diversa natura si continuavano tra la repubblica di Venezia ed il re di Napoli, cui il desiderio di vendicarsi delle loro precedenti disfatte, acciecava ugualmente sul vantaggio de' loro stati e de' loro popoli. I Veneziani non ebbero appena firmata la nuova loro alleanza col re, che cominciarono a far conoscere ai Fiorentini il loro irritamento, aggravando di grosse gabelle i mercanti forastieri che trafficavano nella loro città, e le stoffe che importavano[416]. Matteo Vettori, ambasciatore veneziano, passò in appresso a Firenze con Antonio di Palermo, il celebre segretario di Alfonso, ed il 6 marzo del 1451 comunicarono alla signoria la nuova alleanza dei due stati. Dichiararono che lo scopo loro non era stato quello di riaccendere la guerra, ma bensì il desiderio di conservare la pace d'Italia. Per altro il Vettori si valse di quest'opportunità per rinfacciare ai Fiorentini il passaggio accordato ad Alessandro Sforza a traverso alla Lunigiana nella precedente guerra, ed il danaro sovvenuto a suo fratello. Cosimo de' Medici rispose a queste imputazioni, e rintuzzò con molta nobiltà le indirette minacce che il Vettori aveva frammischiate al suo ragionamento. Ricordò i soccorsi prestati dai Fiorentini ai Veneziani dopo la rotta di Caravaggio, a quei medesimi Veneziani che rifiutato avevano pochi mesi prima di soccorrerli contro Alfonso; rinfacciò loro di avere strascinati i Fiorentini, senza consultarli nella guerra collo Sforza, e d'avere, senza consultarli, pure fatta col medesimo la pace. Per altro i Fiorentini avevano accettata questa pace, colla quale si era rinnovata l'amicizia da lungo tempo esistente fra essi e lo Sforza, e che il solo bisogno de' Veneziani aveva potuto far loro dimenticare; egualmente senza interpellarli, e senza neppure avvisarli, Venezia erasi in appresso disgustata con questo generale. Ma l'incostanza de' consigli di san Marco, o le variazioni della loro politica, che nemmeno erano state notificate a Firenze, non bastavano ad alienare i Fiorentini dal loro antico capitano, diventato duca di Milano[417]. Parve che l'ambasciatore veneziano ammettesse la verità di queste allegazioni, e ch'egli si ritirasse soddisfatto. Per altro il 20 giugno susseguente tutti i Fiorentini ed i loro sudditi ebbero ordine di uscire dal territorio di Venezia[418]; e lo stesso giorno si pubblicò in Napoli un'eguale notificazione. I Veneziani tentarono di far emanare un somigliante ordine da Costantino Paleologo, l'ultimo imperatore d'Oriente; ma questo sventurato principe, omai vicino a vedersi tolti dalle armi turche l'impero e la vita, non era disposto a crearsi nuovi nemici[419].
I Veneziani si provarono altresì di sollevare contro Firenze le due repubbliche più vicine. Cercarono prima l'alleanza de' Sienesi per aprirsi la porta della Toscana, ma i Sienesi non accettarono la loro alleanza che a condizione che non accorderebbero il passaggio ad alcun'armata destinata a turbare il riposo di Firenze. Per istaccare Bologna dai Fiorentini, i Veneziani credettero necessario di ricondurvi la fazione dei Canedoli contraria a quella dei Bentivoglio. Fecero gustare la loro alleanza ai signori di Coreggio e di Carpi, che s'accostarono a Bologna il sette di giugno con circa tre mila cavalli. Un rastrello, destinato a chiudere un canale, venne di notte aperto ai Canedoli, i quali entrarono in città ed occuparono la piazza maggiore. Ma mentre i medesimi magistrati abbandonavano il palazzo pubblico, Santi Bentivoglio, postosi alla testa dei partigiani della sua famiglia, caricò vigorosamente i ribelli, li rispinse fuori delle mura, e mostrò con questo primo fatto ch'era degno del nome che gli si era fatto prendere. Spedì subito dopo un'ambasciata a Firenze per rinfrescare la sua alleanza e quella di Bologna con questa repubblica[420].
I Fiorentini conobbero facilmente per così manifeste animosità, che sarebbero attaccati tostocchè spirasse la loro alleanza con Venezia, val a dire in principio del seguente anno. Si apparecchiarono perciò dal canto loro a vicine ostilità; il 12 giugno nominarono i decemviri della guerra, e posero tra questi magistrati Cosimo de' Medici, Neri Capponi, Angelo Acciajuoli, e Luca degli Albizzi. Erano questi i più riputati politici dell'Italia. Strinsero col duca di Milano un'alleanza, colla quale guarentivansi reciprocamente i loro stati; assoldarono Simoneta di Campo Sampiero, ch'era stato altre volte al loro servigio, ed aspettarono gli avvenimenti[421].
Il cominciamento delle ostilità venne inoltre ritardato da una circostanza che ne' precedenti secoli avrebbe potuto essere cagione d'importanti rivoluzioni. Era il viaggio in Italia di Federico III, che veniva a cercarvi la corona dell'impero. Sigismondo, l'ultimo degl'imperatori coronato dal papa, aveva mal sostenuta la dignità dell'impero nelle ultime sue spedizioni d'Italia; pure vi era stato aspettato e temuto come un potente monarca; ed i due suoi viaggi eransi associati a grandi avvenimenti. Sigismondo aveva avuto per successore il 18 marzo del 1438 suo genero, Alberto II d'Austria, re d'Ungheria e di Boemia[422], che i Tedeschi contano tra i loro migliori monarchi, ma che non figurò in verun modo nella storia d'Italia. Alberto, occupato dalle contese del concilio di Basilea col papa, persuase la Germania ad un'esatta neutralità. Scacciò dalla Boemia, dalla Slesia e dalla Lusazia il principe Casimiro, fratello di Ladislao V, re di Polonia, ch'era stato elettore dagli Ussiti; ma non fu egualmente fortunato contro Amurat II, che avendo conquistata la Servia, minacciava l'Ungheria. Fu in mezzo ai suoi disastri in una campagna contro i Turchi, che Alberto II morì a Langendorf tra Gran e Vienna il 17 ottobre del 1439[423], lasciando la sua vedova Elisabetta gravida di Ladislao, in appresso re d'Ungheria e di Boemia, che venne conosciuto sotto il nome di Postumo[424]. Il 2 febbrajo del 1440 gli elettori nominarono suo successore il di lui cugino Federico III, nato il 23 dicembre del 1415, da Ernesto duca d'Austria e di Stiria. Questo debole principe, cui il suo segretario Enea Silvio, che poi fu Pio II, cercò invano di dare qualche celebrità, veniva nel dodicesimo anno del suo regno a chiedere al papa la corona d'oro conservata a Roma, per aggiugnere il titolo d'imperatore a quello di re dei Romani. Era sceso in Italia senz'armata, sebbene risguardasse come suo nemico Francesco Sforza, il più potente sovrano di quella contrada. Per non riconoscerlo come duca di Milano non volle andare a Monza a prendere la corona di ferro di Lombardia. Passò da Venezia a Firenze, ove fu ricevuto con grandissime onorificenze.
Federico III aveva dato appuntamento in Toscana alla principessa Eleonora di Portogallo, figlia del re Odoardo, e sorella d'Alfonso V, che aveva chiesta per sua sposa. Questo parentado, proposto tra le famiglie sovrane d'Austria e del Portogallo, era un indizio dei progressi dell'incivilimento, e delle relazioni che il commercio cominciava finalmente a stabilire tra i diversi membri della repubblica europea. Pure i paesi non Italiani erano ancora molto lontani dalla civiltà e dall'ordine sociale che regnano nell'età nostra in Europa. Niccolò Lanckman di Falkenstein, cappellano dell'imperatore, era uno degli ambasciatori mandati in Portogallo per isposare Eleonora, e si è fino al presente conservato il giornale del suo viaggio[425]. Non si crederebbe, leggendolo, che appartenga al secolo dei Medici, perchè ci rappresenta l'Europa così poco sicura pei viaggiatori, quanto lo sembrarono pochi anni dopo agli ambasciatori Veneziani presso Ussum Cassan la Turchia e la Persia. Questi ambasciatori recavansi, travestiti da pellegrini, dalla Germania, passando per Ginevra, il Delfinato e la Linguadocca, nella Catalogna, nell'Arragona, nella vecchia Castiglia e nella Galizia. Nè il diritto delle genti nè la polizia li proteggevano dagli assassini che spogliavano i passaggeri, o dai comandanti delle città che li taglieggiavano. Soltanto dopo il loro disastro trovavano in ogni luogo banchieri fiorentini, che loro somministravano danaro.
Per altro i paesi abitati dai Mori conservavano tuttavia l'antica loro civiltà. Formavano questi la più industriosa porzione della popolazione di tutte le grandi città della Spagna, e queste città erano ancora fiorenti. Dopo il suo matrimonio Eleonora s'imbarcò per passare in Toscana, ma dovette dar fondo a Ceuta in Africa, città in allora, al dire di Lankman, due volte più grande e più popolata che Vienna d'Austria.
Eleonora arrivò dal Portogallo a Livorno il 3 febbrajo del 1452, e per un singolare accidente era entrato quattro dì prima in Firenze Federico il 30 gennajo. Essi si riunirono il 19 di febbrajo a Siena. I Toscani osservavano con estrema curiosità un altro non meno illustre ospite che viaggiava coll'imperatore. Era questi Ladislao il Postumo, figlio d'Alberto II, che Federico III conduceva seco, dopo averlo ingiustamente spogliato della sua eredità. Gli Ungari, che domandavano il loro re, avevano formato il progetto di farlo rapire a Firenze; ma i Fiorentini credettero di mancare ai doveri dell'ospitalità, se permettevano entro le loro mura una violenza contro il loro ospite, sebbene tendente a riparare un'ingiustizia. Per altro fecero presso l'imperatore nobili rimostranze a favore di un re oppresso e di un pupillo tradito dal suo tutore. Le loro istanze non ebbero effetto, ma non lasciarono d'ispirare a Ladislao sentimenti di riconoscenza verso i Fiorentini.
Dopo avere attraversata la Lombardia e la Toscana come viaggiatore non come monarca, senza riclamare sul governo le prerogative della sovranità imperiale omai andate in dissuetudine, Federico III proseguì la sua strada alla volta di Roma, ov'entrò colla sua sposa l'otto marzo; furono sposati il 16 da Niccolò V, e coronati il 18[426]. Il 25 di marzo partirono alla volta di Napoli, ove furono ricevuti da Alfonso, zio della nuova imperatrice, col più splendido lusso. L'antica diffidenza, che teneva d'occhio tutti i passi degli imperatori d'Italia, aveva fatto luogo al desiderio di ostentare, in faccia ad un monarca che più non era temuto, tutti i prodigi di questa contrada incantatrice. Tra le feste celebrate a Napoli dalla magnificenza d'Alfonso la più sorprendente fu una caccia illuminata coi fanali nel recinto della Solfatara, ove la disposizione dei lumi in quel circolo fatto dalla natura, il numero degli animali, la musica, e la vaghezza degli abiti de' cacciatori, parevano realizzare i prodigi della magia. Il 20 aprile Federico III lasciò Napoli per riunirsi a Roma a Ladislao il Postumo, dal quale non separavasi senza inquietudine. Intanto l'imperatrice Eleonora imbarcossi a Manfredonia per Venezia, ove fece il suo ingresso il 18 di maggio. E soltanto il 19 di giugno arrivò coll'imperatore a Newstad, nella diocesi di Salisburgo, luogo di sua residenza.
Mentre Federico III tornava da Roma a Venezia, passando per Ferrara diede con grande cerimonia il titolo di duca di Modena e di Reggio, e di conte di Rovigo e di Comacchio, al marchese Borso d'Este[427]. Questi feudi dipendevano dall'impero; lo stato di Ferrara, che spettava all'alto dominio della santa sede, non venne eretto in ducato a favore della medesima famiglia che dopo altri diciannove anni[428].
Questa decorazione data alla casa d'Este, decorazione che per la medesima diventò l'epoca di una nuova grandezza, non era dovuta che alla venalità del monarca che attraversava allora l'Italia. Trovando tuttavia in questo paese un popolare rispetto pel potere ch'egli aveva perduto, egli pose all'incanto gli estremi avanzi della sua dignità. Vendette al maggior offerente tutti i titoli e tutte le prerogative imperiali che si vollero da lui comperare. Si moltiplicarono con profusione i diplomi di nobiltà, di notariato imperiale: i diritti di legittimare i bastardi, e quelli del perdono de' falsarj furono offerti a chiunque volle pagarli; e la bassa venalità della camera imperiale terminò di distruggere tutto quanto restava ancora in Italia di rispetto per gl'imperatori.
Il 16 maggio, giorno in cui l'imperatore lasciava Ferrara ed entrava nello stato della repubblica veneta, questa dichiarava la guerra al duca Francesco Sforza, e l'11 giugno il re Alfonso dichiarò la guerra ai Fiorentini[429]. Quest'ultimo, che destinava suo successore nel regno di Napoli suo figlio naturale Ferdinando, volle procurargli un'occasione d'illustrarsi. Gli diede per consigliere e per guida Federico di Montefeltro, conte d'Urbino, uno de' più esperti guerrieri e de' più gentili sovrani dell'età sua: pose sotto i suoi ordini un'armata di otto mila uomini d'armi, e lo mandò in Toscana, persuaso che questo principe ne occuperebbe una gran parte. Ma, o sia che per qualche accidente l'artiglieria non potesse tener dietro all'armata, come dice lo storico d'Agobbio,[430] o sia che Ferdinando non avesse talenti per la guerra, nè docilità pel suo Mentore, questa spedizione non ebbe felici risultamenti. L'armata napoletana assediò da principio Fojano, piccolo castello posto in val di Chiana, che chiudeva la comunicazione tra lo stato di Siena e quello di Firenze. I suoi bravi abitanti, secondati da una guarnigione di dugento uomini, fermarono Ferdinando per trentasei giorni, e diedero tempo alla repubblica di raccogliere la sua armata sotto gli ordini di Sigismondo Malatesta. Due case di campagna della famiglia Ricasoli, Brolio e Cacchiano, che secondo l'usanza degli antichi tempi erano circondate da alcune fortificazioni, fecero una difesa ancora più sorprendente, poichè Ferdinando non potè impadronirsene. Finalmente Ferdinando andò ad assediare Castellina, piccolo castello lontano dieci miglia da Siena all'ingresso della valle di Chianti, e vi stette quarantaquattro giorni senza rendersene padrone. Finalmente le piogge dell'autunno lo costrinsero a levare l'assedio il 5 di novembre; ed allora uscì dal territorio fiorentino, dopo avere incagliato con tutta la potenza del re di Napoli contro piccoli castelli, che appena credevansi capaci di difesa[431].
La campagna di Lombardia non fu più memorabile; la prima operazione dei Veneziani fu diretta contro Bartolomeo Coleoni, loro proprio generale, di cui diffidavano, e che perciò tentarono di fermare disarmando i suoi soldati. Il Coleoni, avvisato di quest'attacco dal tumulto del suo campo, ebbe appena il tempo di fuggire presso lo Sforza che gli diede un comando. I Veneziani gli sostituirono Gentile di Lionessa che posero alla testa dell'armata che adunavano tra Verona e Brescia. Dall'altra banda la signoria di Venezia aveva promesso a Lodovico, duca di Savoja, la città di Novara, ed a Giovanni, marchese di Monferrato, quella d'Alessandria, per ridurli a prendere con lei le armi contro lo Sforza; l'armata che lo doveva attaccare da quella banda era comandata da Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato[432].
Ai confini dell'Alessandrino il duca di Milano oppose a Guglielmo suo fratello Corrado Sforza. La fedeltà dei popoli verso il loro nuovo sovrano non era abbastanza sicura; si aspettavano di essere dal loro padrone ceduti al re di Francia o al duca di Savoja come prezzo di una nuova alleanza, ed erano tentati di darsi da sè medesimi prima di essere venduti. Molti castelli vennero in mano di Guglielmo senza combattere, e la posizione di Corrado rendevasi sempre più difficile, allorchè Sagramoro di Parma gli condusse un rinforzo di due mila cavalli, e lo pose in istato di sorprendere il 26 di luglio Guglielmo nel suo campo sotto le mura di Canina, mentre che i suoi soldati, oppressi dal calore del giorno, eransi dispersi e disarmati per prendere riposo. Il principe di Monferrato, dopo avere perduti tutti i suoi equipaggi, ritirossi disordinatamente dall'Alessandrino, ed abbandonò le sue conquiste[433].
Il duca di Milano aveva affidata la difesa de' confini orientali e meridionali de' suoi stati a suo figlio Tristano ed al fratello Alessandro. Aveva loro dato il comando di due corpi d'osservazione, mentre che col grosso dell'armata, composta di 18 mila cavalli e 3 mila pedoni, egli aveva passato l'Oglio ed invaso il territorio bresciano. L'armata Veneziana di Gentile di Lionessa era di 15 mila cavalli, e di 6 mila fanti. Questa passò l'Adda per la negligenza di Tristano Sforza, ed occupò Soncino ed altri castelli del Milanese[434]; piegò in appresso sopra Cremona, mentre un'altra armata veneziana, capitanata da Carlo Fortebraccio, figlio di Braccio da Montone, e da Matteo Campano, entrava nel Lodigiano, dove in sul finire di luglio sorprese Alessandro Sforza, uccidendogli o prendendogli circa ottocento soldati, e sforzandolo ad abbandonare la campagna per chiudersi ne' castelli[435]. Le due principali armate eransi in seguito ravvicinate, ma i due nemici generali cercavano l'uno e l'altro di non venire a battaglia. Immensi apparecchi ed un'eccedente spesa facevano stare i popoli in attenzione di grandi avvenimenti, e di un sollecito fine della guerra; ma il pericolo di tutto perdere ad un tratto, spaventava l'uno e l'altro capitano assai più che la ruina di un lungo ritardo. Avrebbero desiderato di parer valorosi senza nulla arrischiare, e credettero di avere l'intento con vane rodomontate. Francesco Sforza mandò a sfidare i Veneziani ad una battaglia generale nella pianura di Montechiaro. La proposta fu dal Lionessa e da Jacopo Piccinino accettata. In uno de' primi giorni del mese di novembre le due armate si adunarono in battaglia su quel piano; erano ambedue coperte da densa nebbia, che loro impediva di vedersi, ed in tale oscurità si andavano provocando colle grida e cogli insulti, senza che nè l'una nè l'altra si risolvesse in ultimo di attaccare. Le due armate mandavano a vicenda i loro trombetta a suonare fin presso agli avamposti nemici; veruna pensava però a battersi, aspirando soltanto all'onore di non avere ricusata la battaglia. Finalmente, sciogliendosi la nebbia in una pioggia agghiacciata, i soldati, dopo essere rimasti lungo tempo in presenza del nemico, tornarono ai loro alloggiamenti. Così ebbe fine questa campagna nella quale i migliori generali d'Italia erano alle prese, e facevano sperare dagl'immensi loro apparecchi i più grandi risultamenti[436]. Porcelli, letterato napolitano, scrisse la storia di questa insignificante guerra con tanta ampollosità, con così eccessiva adulazione, che pare quasi derisoria. Per dare una maggiore apparenza d'antichità al suo racconto lo scrisse in facile ed elegante latino, chiamando il Piccinino Scipione ed il duca di Milano Annibale. Nell'atto di adulare il primo, cui dedica la sua opera, credesi pure costretto ad adulare il suo avversario. Erano potenti ambidue, e tali da poterli giovare e nuocere; ma nè l'uno nè l'altro doveva mostrarglisi riconoscente, perciocchè un vile adulatore si rende sospetto di menzogna, anche quando loda il vero merito[437].
S'impiegò dall'una e dall'altra parte l'inverno non già nel ristabilire la pace, ma nel procurarsi dei disertori nelle file nemiche. Evangelista Sabello, ch'era stato nell'armata veneziana, passò ai servigi dello Sforza con cinquecento cavalli, abbandonandogli il posto a lui affidato. Tiberto Brandolini, generale di non comune riputazione, ebbe più riguardi per l'onore militare in un trattato della stessa natura. Il suo servigio coi Veneziani era ultimato, ed egli voleva abbandonarli; ma prima di porsi sotto le insegne dei duca di Milano, andò a passare l'inverno alla Mirandola con due mila cinquecento cavalli che gli appartenevano, onde non battersi immediatamente contro coloro coi quali aveva fin allora militato[438].
Se dobbiamo dar fede a Neri Capponi, la repubblica di Venezia era nello stesso tempo entrata in più vergognosi trattati. Il senato tentò di fare assassinare Francesco Sforza nella fortezza di Cremona, ed in appresso di farlo avvelenare. Il veleno era stato portato dal Levante; doveva essere gettato sul fuoco nella camera ove trovavasi il duca, ed eccitarvi un così pericoloso fumo, che niuno di coloro che sarebbero stati nell'appartamento avrebbero potuto sopravvivere dopo averlo respirato. L'avvelenatore, cui il consiglio dei dieci aveva promessi dieci mila fiorini di premio, manifestò il segreto a Francesco Sforza, il quale ritenne questo veleno per adoperarlo quando lo trovasse opportuno[439].
Il duca di Milano era meglio provveduto di soldati che di danaro, ed i Fiorentini avevano più danaro che soldati; onde i due alleati convennero di giovarsi con vicendevoli cambi. Alessandro Sforza entrò, attraversando la Lunigiana, in Toscana nella primavera del 1453 con due mila cavalli, e raggiunse Sigismondo Malatesta che assediava Fogliano; i Fiorentini invece si obbligarono di pagare a Francesco Sforza un sussidio annuo di ottanta mila fiorini[440], e presero inoltre al loro soldo Manello d'Appiano, nuovo signore di Piombino, con mille cinque cento cavalli[441], Rinaldo Orsini era morto il 13 luglio del 1450, e sua moglie Catarina lo aveva raggiunto nel sepolcro in marzo del susseguente anno. Emanuele, zio di Catarina, aveva occupata la sua eredità ad armata mano, e perchè aveva dato a conoscere di voler continuare nelle alleanze della sua famiglia, era stato riconosciuto dagli stati vicini per legittimo sovrano[442]. L'armata fiorentina era più numerosa che non quella di Ferdinando; essa riprese Fojano, Rencina e Vado, mentre che i Napoletani, costretti di campeggiare in luoghi malsani, furono tormentati da febbri maremmane, ed indeboliti da più pericolose malattie che non erano le armi de' loro nemici[443].
Il più notabile avvenimento di questa campagna, illustrata da pochi fatti militari, fu la ruina di Gherardo Gambacorti, conte di Bagno. Era costui figliuolo di Giovanni, l'ultimo capo di parte della repubblica Pisana, il quale aveva venduta la sua patria ai Fiorentini nel 1406, ed aveva ottenuto in premio del suo tradimento la sovranità feudale d'un piccolo stato, posto presso le sorgenti del Tevere ai confini del Casentino e dello stato della Chiesa. Gherardo era cognato di Rinaldo degli Albizzi; lo spirito di partito gli fece ascoltare le proposizioni d'Alfonso. Questi gli offriva, in cambio del feudo che aveva ricevuto dalla repubblica fiorentina, un altro assai più ragguardevole feudo nel regno di Napoli. I Fiorentini avendo avuto sentore di questo trattato, il Gambacorti non esitò a dare ai capi della repubblica il proprio figlio in ostaggio, per dissipare così ogni sospetto. Questo fanciullo in età di quattordici anni fu condotto a Firenze, e dopo ciò la signoria più non volle dar fede agli avvisi che le venivano dati intorno al tradimento del Gambacorti. Pure non aveva questi rinunciato ai suoi progetti; il 12 agosto del 1453 frate Puccio, cavaliere di san Giovanni di Gerusalemme, luogotenente d'Alfonso, si presentò con quattro cento cavalli e tre cento pedoni alle porte di Corzano, principale fortezza del conte di Bagno. Il Gambacorti, disposto a darla ai nemici della repubblica, fece abbassare il ponte levatojo, e s'innoltrò egli stesso verso il cavaliere; ma un cittadino pisano, detto Antonio Gualandi, che stava a canto al Gambacorti, osservando in viso a tutti i vassalli del conte la costernazione pel cambiamento che facevano della protezione della repubblica col dominio d'uno straniero padrone, spinse rapidamente colle due mani il Gambacorti fuori del ponte levatojo, che fece poi rilevare, abbassando il rastello e spiegando di nuovo lo stendardo de' Fiorentini tra le grida di viva la repubblica! Tutti i vassalli del conte di Bagno seguirono l'esempio degli abitanti della fortezza, e vennero riconosciuti per immediati sudditi di Firenze. Il conte ritirossi colmo di vergogna coll'armata napoletana; e la repubblica ebbe la generosità di ritornargli senza taglia il figlio, che egli aveva così barbaramente dato in ostaggio; ma accordò magnifiche ricompense ad Antonio Gualandi, ed a due giovani Pisani che lo avevano ajutato[444].
I Fiorentini desideravano che non in Toscana ma in Lombardia si continuasse la guerra con vigore; perciò fino dal precedente anno avevano trattato col re di Francia per persuaderlo a mandare in Italia Renato, conte d'Angiò e re titolare di Napoli: in principio del presente anno rinnovarono le loro pratiche, e promisero a Renato, finchè continuerebbe la guerra per loro in Lombardia ed in Toscana, l'annuo assegnamento di cento venti mila fiorini, e quando questa sarebbe terminata, si obbligavano unitamente al duca di Milano ad assistere Renato con tutte le loro forze per riporlo sul trono di Napoli. Questo trattato si negoziò in loro nome da Angelo Acciajuoli, ed a nome del duca da Abramo Ardiccio di Vigevano[445].
Ma Francesco Sforza, ritenuto dallo spossamento di tutti i popoli, conseguenza di così lunghe guerre, dal timore di disgustare i suoi sudditi poco avvezzi ad ubbidirgli, e dal timore ancora più grande di far dipendere la sua corona dalla sorte di una battaglia, nulla fece, siccome pure nulla fecero i suoi avversarj che degna fosse dei generali che comandavano le armate e dei sagrificj che costava la guerra.
Gentile di Lionessa, generalissimo dei Veneziani, ferito da un colpo di fucile sotto Manerbio, morì il 15 aprile, ed il senato gli sostituì Giacomo Piccinino[446]. Questo generale occupò Ponte Vico e fece alcune scorrerie nel Cremonese, prima che lo Sforza potesse trar fuori dai quartieri d'inverno la sua armata. D'altra parte Carlo Gonzaga entrò nel Mantovano, e cominciò a guastare le campagne: ma quando i primi prosperi avvenimenti l'ebbero fatto più coraggioso, suo fratello Lodovico, secondato da Tiberto Brandolini, lo sorprese il 15 giugno nelle vicinanze di Godio, lo ruppe, e gli prese più di mille cavalli[447]. Francesco Sforza, avendo finalmente adunato il suo esercito, lo condusse nello stato di Brescia per tirare colà il teatro della guerra; in fatti il Piccinino gli tenne dietro. Frequenti furono le scaramucce tra gli avanposti dei due eserciti, ed ebbe luogo un fatto generale presso Ledo, di cui lo Sforza s'era impadronito; ma i due generali, temendo egualmente un'azione decisiva, andarono poc'a poco ritirando le loro truppe quando il sole acquistava maggior vigore, e l'uno e l'altro evacuarono il campo di battaglia, senza che l'una parte fosse più avvantaggiata dell'altra[448]. Gli Italiani d'allora non volevano combattere che quando erano sicuri dell'esito; così Sagramoro Visconti di Parma, luogotenente dello Sforza, sorprese il 15 agosto e disfece a Castiglione presso di Lodi quattro mila cavalli del Piccinino; ma questi parziali vantaggi non potevano mai decidere della sorte della guerra; e questa, che sembrava ridotta a marcie, a scaramucce, ad assedj insignificanti, ruinava interamente i sudditi senza esporre i soldati[449].
Lo Sforza aspettava con impazienza l'arrivo del re Renato per agire di concerto con lui più vigorosamente; ma questo re veniva trattenuto nelle Alpi dal duca di Savoja e dal marchese di Monferrato, che ricusavano d'accordargli il passo. Renato, mal soffrendo ogni indugio, si recò per mare a Ventimiglia, ed il Delfino, che poi fu Lodovico XI, tanto si adoperò negoziando, che finalmente il duca di Savoja accordò all'armata francese di passare nel mese di settembre in Lombardia[450]. Renato, che ancora nella guerra portava la sua universale benevolenza e lo spirito di conciliazione, si trattenne ancora qualche tempo alle falde delle Alpi per trattare la pace tra il marchese di Monferrato ed il duca di Milano. Le due parti lo lasciarono arbitro, e col suo lodo pronunciato il 15 di settembre terminò le loro liti[451].
L'arrivo di Renato al campo dello Sforza portò la sua armata a più di quindici mila uomini di cavalleria pesante; e dopo circa un mese Alessandro Sforza lo raggiunse pure con quattro in cinque mila uomini d'arme che riconduceva dalla Toscana. Ma il duca di Milano non seppe o non volle approfittare di tanta superiorità di forze per isforzare il nemico ad una battaglia generale. Si limitò a dare il 19 di ottobre un assalto alla fortezza di Ponte Vico, in cui i vincitori entrarono per la breccia. Ma i soldati di Renato non partecipavano in verun modo della dolcezza o della bontà del loro capo; ossia che nelle loro guerre cogl'Inglesi essi si fossero avvezzati alla ferocia, o che la diversità delle costumanze e della lingua loro ispirasse per gl'Italiani quell'odio e quel disprezzo, che sogliono spesse volte rendere le armate più feroci verso i popoli che non conoscono; entrando in Ponte Vico essi uccisero tutti coloro che scontrarono; non risparmiarono nè le donne, nè i fanciulli; nè que' medesimi che di già si erano resi prigionieri ai soldati dello Sforza. Questi, offesi da tanta barbarie, risguardaronsi come insultati ne' loro prigionieri, videro nell'accanimento dei Francesi l'effetto di un odio universale verso la nazione italiana, e lungo tempo non sostennero tanto oltraggio; diedero addosso ai soldati di Renato nelle strade, posero fuoco alle case in cui trovavansi ritirati i Francesi, e gl'inseguirono con tanto furore, che Francesco Sforza ottenne a stento di separare i combattenti[452].
Questa ferocia delle truppe francesi inspirò tanto terrore agli abitanti di tutti i castelli e di tutte le borgate del Bresciano, che s'affrettarono di mandare deputati al campo dello Sforza per offrirgli le loro chiavi e domandargli salvaguardie. Anche que' castelli che trovavansi un solo miglio lontani dal campo del Piccinino parteciparono di cotale panico terrore. In breve si comunicò anche all'armata veneziana, che fuggì disordinata fino alle porte di Brescia che le furono chiuse in faccia[453]. Lo Sforza non ebbe avviso di questa fuga, che quando più non poteva approfittare della confusione dei suoi nemici, i quali si erano di già fortificati sotto le mura di Brescia; ma i territorj, Bresciano e Bergamasco, si assoggettarono al duca di Milano. Il castel di Roate alle falde della montagna di Brescia, e quello d'Orci nel piano, l'uno e l'altro difesi da numerosa guarnigione, furono i soli che sostenessero un regolare assedio. Dopo essersene impadronito lo Sforza ridusse le sue truppe ne' quartieri d'inverno[454].
Frattanto gli uomini d'armi francesi, che avevano accompagnato Renato in Italia, vi avevano appena passati tre mesi, che già premurosamente domandavano di essere ricondotti ne' loro focolari. Si erano disgustati per la loro contesa cogli uomini d'armi dello Sforza a Ponte Vico; altronde sentivansi umiliati dalla loro inferiorità; vedevano che nelle guerre d'Italia la destrezza era sempre avantaggiata sul valore, e che la tattica italiana era in allora incontrastabilmente superiore alla francese. Dal canto suo Renato, di già vecchio ed omai fuori di speranza di conquistare Napoli, malvolentieri sopportava le fatiche della guerra, e divideva l'impazienza de' soldati. Francesco Sforza andò a trovarlo a Piacenza per trattenerlo; ma a tutte le sue istanze Renato opponeva un'invincibile risoluzione, che per altro accompagnava colle proteste di attaccamento e di confidenza. Promise soltanto che nella susseguente primavera suo figlio Giovanni, che aveva il titolo di duca di Calabria, e la di cui età era più atta agli avvenimenti delle spedizioni militari, scenderebbe in sua vece in Italia. La partenza di questo vecchio pretendente al trono di Napoli, rendendo debole lo Sforza, accrebbe in esso il desiderio di fare la pace, e di godersi una volta tranquillamente i suoi nuovi stati[455].
Uno spaventoso avvenimento, che colpì di terrore tutta la cristianità, rendeva generale il desiderio della pace, ed esponeva ai rimproveri di tutta l'Europa coloro che vi mettevano qualche ostacolo. Costantinopoli era stata presa da Maometto II il 29 maggio del 1453; l'ultimo imperatore de' Greci, Costantino Paleologo, era stato ucciso con quaranta mila Cristiani; moltissimi mercanti italiani ed in particolare veneziani, che soggiornavano in quell'antica capitale dell'Oriente, avevano nel saccheggio perduta ogni loro proprietà, ed erano stati fatti schiavi[456]; ed i Turchi, la di cui arroganza era cresciuta a dismisura, minacciavano di assoggettare all'impero della mezza luna tutta la cristianità. La città imperiale, risguardata come il baluardo de' paesi ridotti a civiltà, pareva effettivamente che aprisse colla sua caduta l'Occidente ai barbari. Quando questa notizia fu portata ai due opposti campi dello Sforza e del Piccinino, eguale fu la costernazione; i capi dei soldati si rimproverarono inique guerre, che invano tutte consumavano le loro forze, nel momento in cui le loro armi avrebbero dovuto essere soltanto consacrate alla difesa de' loro fratelli. Il cardinale di sant'Angelo, nunzio di papa Niccolò V, loro rammentò i soccorsi per così lungo tempo implorati dai Greci e così crudelmente rifiutati dai Latini, e rigettò sull'ostinazione di quest'ultimi la vergogna di questa grande calamità. Si adunò sotto la presidenza del papa un congresso in Roma, e tutti gli stati manifestarono egualmente il loro desiderio di fare la pace, per rivolgere tutte le forze d'Europa contro i Turchi[457].
Ma questo così vivo pentimento, quest'obblìo de' più vicini interessi, non ebbero lunga durata; ognuno conobbe, che la crociata, cui rimproveravasi ognuno di non avere intrapresa, era fuori di stagione; deboli soccorsi avrebbero difesa Costantinopoli, mentre sarebbero abbisognate immense forze per riconquistarla. Ognuno adunque, portando al congresso parole di pace, vi palesò così esagerate pretese, che rendevano la pace impossibile. Voleva Alfonso che i Fiorentini gli rimborsassero le spese della guerra, questi per lo contrario chiedevano che Alfonso restituisse loro Castiglione della Pescaja in Maremma. I Veneziani ripetevano dallo Sforza la restituzione di tutto quanto egli aveva conquistato nel Bresciano e nel Bergamasco, la cessione di Cremona, e le rive del Po e dell'Adda per confine dei due stati. Lo Sforza invece d'acconsentire a tale cessione, ridomandava Crema, Bergamo e Brescia, che i Veneziani più non potevano difendere, e che avevano in addietro tolte ai suoi predecessori senza giusti motivi[458]. Finalmente papa Niccolò V, che il primo aveva invitati i Cristiani a deporre le armi, non procedeva neppure egli di buona fede. Se dobbiamo dar fede al Simonetta ed allo stesso Giannotto Manetti, suo panegirista, «la di lui prudenza gli aveva insegnato che le guerre tra i principi d'Italia assicuravano la pace della Chiesa, e che per lo contrario la loro concordia ne minacciava la tranquillità.» Cercò adunque soltanto di piacere a tutto il mondo, a non rendersi sospetto a chicchefosse, ed a protrarre le negoziazioni[459].
I Veneziani finalmente si avvidero, che nelle conferenze di Roma perdevasi il tempo ascoltando vani discorsi, che il papa nulla faceva per conciliare gli spiriti, e che il re Alfonso, che stava per la guerra, cercava di sventare ogni trattato. Spedirono dunque in qualità di segreto messaggiero a Francesco Sforza certo monaco, chiamato Simone da Camerino, per trattare direttamente con lui, e fargli ragionevoli proposizioni[460].
I Veneziani rinunciavano ad ogni pretesa sopra Cremona, e domandavano la restituzione del Bergamasco e del Bresciano. Lo Sforza domandava ancora la cessione di Crema, che poteva diventare in mano dei suoi nemici un posto avanzato troppo per lui pericoloso. Il consiglio dei dieci, che voleva la pace era di già determinato a lasciare sorprendere questa città dal Coleoni, onde il trattato non parlasse di restituzione. Ma quando ne fu fatta l'apertura al Coleoni, si trovò che questo generale, di già sollecitato da altro istigatore, meditava di passare dallo Sforza ai Veneziani, di modo che egli gagliardamente dissuase il consiglio dei dieci da una cessione, a suo credere, non necessaria.
Mentre che quest'accidente ritardava il trattato, lo Sforza fu avvisato del tradimento del Coleoni, e di quello di Sigismondo Malatesti, ambidue in sul punto di passare al nemico. Nello stesso tempo l'ambasciatore fiorentino, Diotisalvi di Nerone Negri, cui aveva comunicate le fattegli proposizioni, gli dichiarò a nome della sua repubblica, ch'ella non era al caso di sostenere più a lungo una così ruinosa guerra, e che ad ogni costo desiderava la pace. Lo Sforza adunque richiamò fra Simone da Camerino, e gli disse di essere apparecchiato ad accettare le offerte de' Veneziani senza apporvi cambiamento. Paolo Barbò, uno de' membri del governo, andò presso di lui a Lodi, travestito da frate zoccolante. Per otto giorni si discussero le condizioni del trattato col più profondo segreto; indi la pace si pubblicò in Lodi, il 9 aprile del 1454, contro l'universale aspettazione. Con tale trattato lo Sforza conservava la Ghiara d'Adda; restituiva ai Veneziani le conquiste del Bresciano e del Bergamasco; e stipulava soltanto l'impunità per coloro che avevano abbracciato il suo partito. Se il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato volevano essere ammessi al beneficio della pace, dovevano restituire le loro conquiste nel Novarese, nel Pavese e nell'Alessandrino; se vi si rifiutavano era libero al duca di Milano di far uso della forza. I signori di Coreggio ed i Veneziani dovevano restituire al marchese di Mantova ciò che avevano usurpato del suo territorio; e questi invece doveva rendere a suo fratello, Carlo di Gonzaga, il suo appannaggio. Finalmente il Castello di Castiglione della Pescaja, che Alfonso aveva conquistato in Toscana, gli doveva rimanere a condizione che ritirasse le sue truppe dai rimanente del territorio fiorentino. Tutte le potenze d'Italia erano invitate a ratificare la pace di Lodi in un determinato tempo, se volevano goderne il beneficio[461].
Quest'inaspettato trattato col quale due potenze belligeranti dettavano la legge al rimanente dell'Italia, ai loro alleati egualmente che ai loro nemici, senza averli prima interpellati, fu cagione a principio di altrettanto malcontento che di sorpresa. Fu d'uopo sforzare colle armi i Correggi ad evacuare lo stato di Mantova, ed il marchese di Monferrato e il duca di Savoja ad abbandonare le loro conquiste; ma ciò fu l'opera di pochi giorni. In appresso questi sovrani ratificarono la pace, e la Sesia fu riconosciuta per confine tra il Piemonte ed il ducato di Milano[462]. Francesco Sforza si fece altresì rendere dal duca Borso d'Este Castelnovo nello stato di Parma, che il sovrano di Ferrara aveva occupato quando era morto Filippo Maria; così il nuovo duca, riconosciuto da tutti i suoi vicini, rientrò in tutti i possedimenti del suo predecessore. Ma mancava sempre al trattato di Lodi la ratifica del re Alfonso, il quale perdonare non poteva ai Veneziani di avergli tenuta nascosta la loro negoziazione. Come il più potente sovrano d'Italia, credevasi chiamato a dettare la pace, e non a riceverla. Ricusò quasi pel corso di un anno di ratificarla; e non vi si ridusse, che dietro i caldi ufficj del cardinale Capranica mandatogli dal papa, e dietro la notizia d'un'alleanza firmata il 30 agosto tra i Fiorentini, il duca di Milano ed i Veneziani. Ratificò la pace di Lodi il 26 gennajo del 1455, ma a condizione che i Genovesi, cui non aveva condonate le antiche offese, e Sigismondo Malatesta, che lo aveva ingannato, dopo avere ricevuto anticipato soldo, non sarebbero compresi nella pace generale[463].
FINE DEL TOMO IX.
[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO IX.]
| Capitolo LXVI. Stato dell'Italia all'epoca del viaggio e della coronazione dell'imperatore Sigismondo a Roma; Eugenio IV in guerra coi Colonna, cogli Ussiti, col Consiglio di Basilea e co' suoi sudditi. — Rivoluzioni di Firenze; esilio e richiamo di Cosimo de' Medici. 1431-1434 | [pag. 3] | |
| Cambiamento in Italia ne' tre secoli che durarono le repubbliche | [3] | |
| Le rivoluzioni sono più notate nelle repubbliche, ma non vi sono più frequenti che negli altri governi | [4] | |
| Le rivoluzioni non sono fortemente sentite che dove distruggono la felicità nazionale | [7] | |
| Divisione dell'Italia in quattro regioni, dispotismo militare in Lombardia | [9] | |
| Spirito repubblicano della Toscana | [10] | |
| Anarchia dello stato della Chiesa | [11] | |
| Il regno di Napoli, monarchia che cadeva in dissoluzione | [12] | |
| 1431 | L'imperatore Sigismondo viene a cercare in Italia la corona imperiale | [12] |
| 1431 | Inquietudine che cagiona la sua venuta | [13] |
| Suo ritratto descritto da Leonardo Aretino | [14] | |
| 25 novembre. È coronato a Milano, senza che il duca Filippo Maria Visconti consenta a vederlo | [15] | |
| 1432 | maggio. Scaramucce tra il seguito dell'imperatore e l'armata fiorentina sotto Lucca | [17] |
| Sigismondo si ferma a Siena per trattare intorno alla pace d'Italia | [18] | |
| 1433 | 26 aprile. Pace di Ferrara tra i Veneziani, i Fiorentini ed il duca di Milano | [20] |
| 30 maggio. Sigismondo riceve a Roma la corona imperiale | [21] | |
| 1431 | 20 febbrajo. Morte di Papa Martino V | [22] |
| 3 marzo. Elezione di Gabriele Condolmieri, che prende il nome d'Eugenio IV | [23] | |
| Carattere violento ed inconsiderato del nuovo papa | [23] | |
| Sua guerra contro i Colonna per ricuperare i tesori di Martino V | [24] | |
| Guerra della Chiesa contro gli Ussiti | [26] | |
| Guasti degli Ussiti in Germania | [27] | |
| 1431 | I trattati di pace fatti con loro violati per ordine del papa | [29] |
| Istanza della Germania per la riforma della Chiesa | [31] | |
| 23 luglio. Apertura del concilio di Basilea convocato da Martino V | [32] | |
| Lotta del concilio di Basilea colla corte di Roma | [33] | |
| Negoziati di Sigismondo tra il papa ed il Concilio | [35] | |
| 1433 | Novembre. Tornata di Sigismondo in Germania | [36] |
| Il duca di Milano fa invadere lo stato della Chiesa dai condottieri licenziati | [37] | |
| Francesco Sforza stabilito nella Marca d'Ancona, e Fortebraccio a Tivoli | [37] | |
| Eugenio IV cede la Marca d'Ancona a Francesco Sforza | [38] | |
| È forzato di fuggire a Firenze | [39] | |
| Stato di Firenze, carattere di Cosimo de' Medici e della sua fazione | [40] | |
| Niccolò d'Uzzano, capo della repubblica impedisce alle parti nemiche di venire alle mani | [41] | |
| Dopo la morte di Niccolò d'Uzzano Rinaldo degli Albizzi vuole cacciare i Medici | [44] | |
| 7 settembre. Cosimo de' Medici, chiamato innanzi alla signoria, viene arrestato | [45] | |
| 1433 | L'assemblea del popolo nomina una balìa, ossia commissione straordinaria per giudicarlo | [46] |
| 3 ottobre. Viene esiliato a Padova, avendogli il Guadagni salvata la vita | [48] | |
| Rinaldo degli Albizzi sente il pericolo di una incompiuta vittoria | [49] | |
| 1434 | Settembre. I suoi amici si rifiutano di secondarlo, quando propone di attaccare i magistrati che gli erano contrarj | [50] |
| È citato a Palazzo: prende le armi per difendersi | [51] | |
| La mediazione del papa cagione di sua ruina | [52] | |
| Viene esiliato con tutto il suo partito, e Cosimo de' Medici richiamato | [52] | |
| Capitolo LXVII. Nuova guerra tra il duca di Milano ed i Fiorentini. — Rivoluzioni del regno di Napoli; morte di Giovanna II. Alfonso V, che vuole raccoglierne l'eredità, viene fatto prigioniere dai Genovesi nella battaglia di Ponza, indi rilasciato dal duca di Milano. — Genova ricupera la libertà. 1432-1435 | [54] | |
| 1434 | Nuova guerra tra Firenze ed il duca di Milano | [54] |
| Le guerre abbandonate ai condottieri non destano alcuno interesse | [55] | |
| 1434 | 21 gennajo. Il duca di Milano mette, contro i patti, guarnigione in Imola | [56] |
| 28 agosto. Battaglia presso Castel Bolognese tra Gattamelata e Tolentino | [57] | |
| 1435 | 10 agosto. Nuova pace che ristabilisce tutte le parti ne' loro diritti anteriori alla guerra | [58] |
| 1416-1432 | Credito di Ser Gianni Caraccioli presso Giovanna II regina di Napoli, e sua insolenza | [59] |
| 1432 | Congiura di Cobella Ruffa, duchessa di Suessa, per perderlo | [60] |
| 17 agosto. Il Caraccioli ucciso tra le feste date in corte pel matrimonio di suo figlio | [62] | |
| Suoi uccisori ricompensati dalla regina | [62] | |
| Luigi III d'Angiò, duca di Calabria, domanda invano d'essere richiamato a Napoli | [63] | |
| 1434 | Novembre. Morte di Luigi III figlio adottivo di Giovanna II | [64] |
| Sforzi d'Alfonso d'Arragona per far riconfermare la sua precedente adozione | [65] | |
| 1435 | 2 febbrajo. Morte di Giovanna II | [66] |
| Diritti di Renato d'Angiò, d'Alfonso d'Arragona, e della santa Sede alla corona di Napoli | [66] | |
| 1435 | I Napolitani si dichiarano per Renato d'Angiò | [68] |
| Il duca di Suessa, il principe di Taranto ed il conte di Fondi abbracciano il partito d'Alfonso d'Arragona | [69] | |
| Alfonso assedia Gaeta, difesa da una guarnigione genovese | [69] | |
| Magnanimità d'Alfonso verso gli assediati | [71] | |
| Biagio d'Assereto conduce una flotta genovese in soccorso di Gaeta | [73] | |
| 5 agosto. Battaglia di Ponza tra Assereto ed Alfonso | [74] | |
| Alfonso rendesi prigioniero a Giacomo Giustiniani | [75] | |
| Sono presi i suoi fratelli e le sue flotte | [76] | |
| Il Visconti, geloso dei Genovesi, fa condurre questi prigionieri a Milano | [77] | |
| Accoglie Alfonso generosamente | [78] | |
| Il re d'Arragona gli fa sentire il pericolo d'accrescere il potere de' Francesi in Italia | [79] | |
| Brillante carattere d'Alfonso, e suoi mezzi di seduzione | [82] | |
| Si associa al duca di Milano, che gli rende la libertà | [84] | |
| Il Visconti vuole rimandarlo a Napoli colle galere genovesi | [85] | |
| Violento irritamento de' Genovesi | [86] | |
| 1435 | 27 dicembre. Prendono le armi, scacciano la guarnigione milanese, e ricuperano la libertà | [87] |
| Capitolo LXVIII. Gli emigrati Fiorentini persuadono il duca di Milano a ricominciare la guerra contro Firenze. — Questa repubblica, malcontenta di Venezia, fa una separata tregua; assedio di Brescia, pericolo di Venezia. 1434-1438 | [89] | |
| Confronto del sistema politico delle due repubbliche di Venezia e di Firenze | [89] | |
| I diritti de' cittadini violati a Venezia dal governo | [90] | |
| La libertà di tutti violata a Firenze dalle fazioni | [91] | |
| 1381-1434 | Regno della fazione degli Albizzi e sua nobile politica | [92] |
| 1434 | Il partito democratico, che trionfa con Cosimo de' Medici, compromette la libertà più che non aveva fatto l'aristocrazia | [93] |
| La fazione dei Medici provvede alla sua sicurezza colle condanne e coi supplicj | [94] | |
| 1436 | Rinaldo degli Albizzi eccita il duca di Milano a fare la guerra a Firenze | [96] |
| Gli promette gli ajuti del suo partito | [97] | |
| Il Visconti manda Niccolò Piccinino con un'armata ai confini della Liguria e della Toscana | [99] | |
| 1436 | I Fiorentini oppongono Francesco Sforza a Piccinino | [100] |
| Lo Sforza, sovrano della Marca d'Ancona, previene le congiure d'Eugenio IV contro di lui | [101] | |
| Aspira alla mano di Bianca Visconti, e intanto cerca di mantenere contro il di lei padre l'equilibrio d'Italia | [102] | |
| Origine delle due fazioni militari di Braccio e di Sforza | [103] | |
| Ottobre. Lo Sforza ferma Niccolò Piccinino ai confini di Lucca e di Pisa | [104] | |
| 1437 | 8 febbrajo. Riporta contro di lui un vantaggio sotto Barga | [105] |
| Guasta il territorio di Lucca, abbandonato dal Piccinino | [106] | |
| Il Gattamelata, generale veneziano, attacca il Visconti, ed è battuto al passaggio dell'Adda | [107] | |
| Lo Sforza, rimandato in Lombardia, ricusa di passare il Po per soccorrere i Veneziani | [108] | |
| 1438 | 28 aprile. Soscrive una tregua di dieci anni tra i Fiorentini, i Lucchesi ed il duca di Milano | [109] |
| Versatilità del Visconti, che rende inintelligibile la sua condotta | [110] | |
| 1438 | Quale parte prende nella guerra tra Alfonso e Renato | [110] |
| 1431 | Renato prigioniere del duca di Borgogna, mentre Alfonso lo era del duca di Milano | [111] |
| 1436 | Elisabetta sua sposa viene a combattere Alfonso | [111] |
| 1437 | Viene spalleggiata da papa Eugenio IV | [113] |
| 1438 | Il duca di Milano mostra di dare soccorso ai due competitori | [114] |
| Vuole staccare Venezia da tutti i suoi alleati | [115] | |
| Di suo ordine il Piccinino seduce il papa, proponendogli una perfidia contro lo Sforza | [116] | |
| 16 aprile. Costringe Ravenna a porsi sotto la protezione milanese | [117] | |
| Bologna scontenta dopo il supplizio d'Antonio Bentivoglio (1435) | [118] | |
| 21 maggio. Il Piccinino fa ribellare Bologna contro il papa | [119] | |
| Solleva tutta la Romagna contro la Chiesa | [121] | |
| Il Visconti richiama lo Sforza di già entrato negli Abruzzi | [122] | |
| Il Piccinino attacca i Veneziani nel Bresciano | [123] | |
| 1438-1440 | Bell'assedio di Brescia, sostenuto da Francesco Barbaro | [124] |
| 1438 | agosto. La peste si manifesta in città | [126] |
| 1438 | novembre e dicembre. Frequenti assalti respinti dagli assediati | [126] |
| 16 dicembre. Il Piccinino converte l'assedio in blocco | [127] | |
| I Veneziani scoraggiati chiedono soccorso a Firenze | [129] | |
| Capitolo LXIX. I Fiorentini abbracciano con vigore le difese di Venezia. Battaglie di Tenna, d'Anghiari e di Soncino. Liberazione di Brescia. Pace di Martinengo, per la quale il Visconti dà sua figlia a Francesco Sforza, generale de' suoi nemici. 1439-1441 | [130] | |
| 1439 | L'alleanza di Firenze e di Venezia aveva per base i sentimenti dei due popoli | [130] |
| Foscari e Cosimo de' Medici avevano cercato di disunirli | [131] | |
| Ma lo zelo de' Fiorentini si risveglia, udendo il pericolo di Venezia | [132] | |
| La soccorrono generosamente | [133] | |
| 18 febbrajo. Sottoscrivono un trattato d'alleanza e di sussidj con Venezia e col conte Sforza | [134] | |
| Spediscono Neri Capponi a portarne la notizia a Venezia | [135] | |
| Lo Sforza lascia la Marca e conduce la sua armata a Venezia | [136] | |
| Il Piccinino gli chiude la strada di Verona e di Brescia | [137] | |
| 1439 | Lo Sforza conduce a Verona la sua armata a traverso alle montagne | [138] |
| I Veneziani, per soccorrere Brescia, trasportano a traverso ai monti una flotta sul lago di Garda | [139] | |
| 26 settembre. Questa flotta è bruciata dalla milanese, e lo Sforza viene respinto presso Brandolino | [140] | |
| Lo Sforza intraprende di fare per le montagne il giro del lago | [141] | |
| 9 novembre. Rompe il Piccinino a Tenna | [142] | |
| Il Piccinino attraversa tutto il campo dello Sforza, portato da un suo servitore in un sacco | [143] | |
| 16 novembre. Otto dì dopo la sua disfatta, sorprende Verona | [144] | |
| Generosità di Giacomo Marancio, che conserva allo Sforza il passo delle strette dell'Adige | [145] | |
| 19 novembre. Lo Sforza rientra in Verona e ne scaccia il Piccinino | [147] | |
| Torna a Tenna, ma il rigore del freddo lo costringe ad abbandonare l'assedio di questo piccolo castello | [148] | |
| 1440 | Il Piccinino propone al Visconti d'attaccare lo Sforza nella Marca d'Ancona | [149] |
| S'intende segretamente con Gio. Vitelleschi, patriarca d'Alessandria, e favorito d'Eugenio IV | [150] | |
| 1440 | 7 febbrajo. Il Piccinino passa il Po, e minaccia la Toscana | [152] |
| Lo Sforza vuole seguirlo, e gli ambasciadori fiorentini lo trattengono | [153] | |
| I Malatesti accolgono il Piccinino, ed abbandonano il partito de' Fiorentini | [154] | |
| 18 marzo. Il Vitelleschi, arrestato dal governatore di Castel sant'Angelo, è messo a morte | [155] | |
| La sua armata spedita dal papa in ajuto de' Fiorentini | [157] | |
| 10 aprile. Il Piccinino entra in Toscana per Marradi, e guasta il Mugello | [158] | |
| Francesco Battifolle, conte di Poppi, si ribella contro i Fiorentini, e chiama il Piccinino nel Casentino | [159] | |
| 25 maggio. Vigorosa resistenza di Castello san Niccolò, che dà tempo ai Fiorentini di apparecchiare l'armata | [160] | |
| Il Piccinino, richiamato in Lombardia dal Visconti, vuole prima dare battaglia | [161] | |
| 29 giugno. Attacca i Fiorentini ad Anghiari | [163] | |
| Ostinata battaglia presso al ponte sul Tevere ad Anghiari | [164] | |
| 1440 | Rotta del Piccinino, prigionia di mezza l'armata | [164] |
| Indisciplina ed insubordinazione de' vincitori | [166] | |
| Battaglie senza effusione di sangue | [167] | |
| Il conte di Battifolle è spogliato de' suoi feudi, posseduti cinquecent'anni dalla sua famiglia | [169] | |
| 10 aprile. La flotta milanese, sul lago di Garda, battuta dal Contarini | [170] | |
| 3 giugno. Lo Sforza in assenza del Piccinino passa il Mincio | [171] | |
| Batte i generali del Visconti a Soncino | [172] | |
| Scaccia i Milanesi dagli stati di Bergamo e di Brescia | [172] | |
| Prende Peschiera al marchese di Mantova | [173] | |
| Manda ai Veneziani le proposizioni di pace fattegli dal marchese d'Este | [175] | |
| Mette l'armata ai quartieri d'inverno | [176] | |
| 1441 | 24 febbrajo. I Veneziani tolgono la signoria di Ravenna ad Ostazio da Polenta | [177] |
| Accordano premj a Francesco Barbaro ed ai Bresciani | [178] | |
| 13 febbrajo. Il Piccinino sorprende a Chiari i quartieri dello Sforza | [179] | |
| 25 giugno. Battaglia di Cignano tra Sforza e Piccinino senza vantaggio da veruna parte | [180] | |
| 1441 | Lo Sforza assedia Martinengo, e si trova assediato dal Piccinino | [181] |
| Sua disastrosa posizione | [181] | |
| Inaspettata proposizione di pace fattagli dal duca di Milano | [183] | |
| Il Visconti si getta tra le braccia dello Sforza, piuttosto che cedere alle domande di Piccinino | [184] | |
| Disperazione del Piccinino quando il Visconti gli ordina di sospendere le ostilità | [185] | |
| 24 ottobre. Francesco Sforza sposa Bianca Visconti, e riceve in dote Cremona e Pontremoli | [187] | |
| 20 novembre. Come arbitro pronuncia il trattato di pace di Capriana tra le repubbliche ed il duca di Milano | [187] | |
| Capitolo LXX. Carattere d'Eugenio IV; concilj di Basilea, di Ferrara e di Firenze; Renato d'Angiò contrasta ad Alfonso la conquista del regno di Napoli. — Perde la sua Capitale, ed abbandona l'Italia. 1436-1442 | [189] | |
| Grandi catastrofi prodotte talvolta da uomini senza vera grandezza | [189] | |
| Carattere d'Eugenio IV secondo gli scrittori ecclesiastici | [191] | |
| Sua mancanza di fede, ed instabilità | [192] | |
| Natura delle credenze religiose che gli servivano d'appoggi | [193] | |
| La religione era affatto staccata dalla morale | [193] | |
| L'intolleranza era il solo sentimento religioso che conservasse qualche impero sulle anime | [194] | |
| 1434 | Perfidie esercitate contro gli Ussiti, e raccontate come lodevoli azioni | [196] |
| La riforma di Boemia e quella del concilio di Basilea non hanno partigiani in Italia | [198] | |
| Spirito d'indipendenza dei Tedeschi comunicato al concilio di Basilea | [199] | |
| 1436 | Compactata de' Boemi approvata dal Concilio | [199] |
| La maggior parte de' decreti del concilio non sono che vane declamazioni | [200] | |
| Attacchi democratici del concilio contro le usurpazioni della corte di Roma | [201] | |
| Il concilio disgusta l'imperatore Sigismondo, che muore l' 8 dicembre del 1437 | [203] | |
| Negoziazioni di Giovanni VI Paleologo col papa e col concilio | [203] | |
| Si decide a favore di papa Eugenio IV | [205] | |
| 1437 | 1 ottobre. Il papa dichiarato contumace dal concilio di Basilea | [206] |
| 1438 | 6 ottobre. Concilio rivale aperto a Ferrara dal papa di concerto coll'imperatore Paleologo e coi deputati del clero greco | [206] |
| Controversia coi Greci agitata nel nuovo concilio | [208] | |
| 1439 | 6 luglio. Questo concilio traslocato a Firenze vi proclama l'unione delle due chiese | [210] |
| Vantaggio che ottiene Eugenio da questa pretesa unione, e da quella delle altre chiese orientali | [211] | |
| 5 novembre. Amedeo VIII di Savoja eletto dal concilio sotto il nome di Felice V | [212] | |
| Guerre d'Eugenio IV come principe temporale | [214] | |
| 1438 | 19 maggio. Arrivo di Renato d'Angiò nel regno di Napoli | [215] |
| 1438-1441 | Continuo decadimento del suo partito | [216] |
| Alfonso vuol chiudere a Francesco Sforza l'ingresso nel regno di Napoli | [217] | |
| 1440-1441 | Gli toglie i suoi feudi, batte i suoi luogotenenti | [218] |
| Respinge il card. di Taranto, mandato dal papa in soccorso di Renato | [219] | |
| 1441-1442 | Assedia Renato in Napoli | [219] |
| 1442 | gennajo. Francesco Sforza si pone in marcia per ricuperare i suoi feudi, e liberare Napoli | [220] |
| 1442 | Filippo Visconti risolve d'impedirlo | [221] |
| La morte di Niccolò, marchese d'Este, (26 dicembre 1441) fa perdere allo Sforza il suo credito alla corte di Milano | [222] | |
| Il Visconti offre al papa il Piccinino per attaccare lo Sforza nella Marca d'Ancona | [223] | |
| 2 giugno. Napoli è sorpresa da Alfonso | [224] | |
| Renato d'Angiò abbandona il suo regno | [225] | |
| I Fiorentini negoziano due trattati tra lo Sforza e il Piccinino; vengono ambidue rotti dall'autorità del papa | [226] | |
| Lo Sforza, abbandonato dai suoi generali, perde tutto ciò che possedeva tuttavia nel regno di Napoli | [227] | |
| Renato, nella sua fuga, riceve a Firenze la corona di Napoli dalle mani d'Eugenio IV | [228] | |
| Capitolo LXXI. Alfonso di Napoli, Eugenio IV ed il duca di Milano si uniscono contro Francesco Sforza per togliergli la Marca d'Ancona. Le repubbliche di Firenze, di Venezia prendono a difenderlo. — Rivoluzione di Bologna. Morte d'Eugenio IV e di Filippo Maria Visconti. 1443-1447 | [230] | |
| Gelosia che sentono i legittimi principi contro un soldato asceso sul trono | [231] | |
| Accanimento de' principi Italiani contro Francesco Sforza | [232] | |
| Il papa è il più caldo de' suoi nemici | [232] | |
| 1443 | Sua alleanza con Alfonso per cacciare lo Sforza dalla Marca | [233] |
| Lo Sforza lascia la campagna e si chiude in Fano | [234] | |
| Il Visconti persuade Alfonso a non proseguire ne' suoi vantaggi | [235] | |
| Francesco Piccinino fa arrestare in Bologna Annibale Bentivoglio | [236] | |
| 5 giugno. Il Bentivoglio è liberato di prigione dagli amici e ricondotto in Bologna | [237] | |
| Viene posto alla testa della repubblica, che fa alleanza coi Fiorentini e coi Veneziani | [238] | |
| 1441 | settembre. Baldaccio d'Anghiari ucciso a Firenze dal partito dei Medici | [240] |
| 1444 | maggio. Nuove violenze esercitate a Firenze dalla fazione dei Medici | [242] |
| 1443 | 18 ottobre. I Fiorentini fanno firmare una nuova alleanza tra il Visconti e suo genero Sforza | [243] |
| 1443 | Sforza tradito da Brunoro e da Troilo di Rossano | [243] |
| Li rende sospetti ad Alfonso che li fa arrestare | [244] | |
| Avventure di Brunoro e della sua amica Bona, che gli fa riavere la libertà | [245] | |
| I nemici dello Sforza prendono i quartieri d'inverno | [247] | |
| 8 novembre. Lo Sforza sorprende Niccolò Piccinino, e lo rompe a Monte Lauro | [248] | |
| 1444 | L'esaurimento delle proprie finanze non permette allo Sforza approfittare de' suoi vantaggi | [249] |
| Il Piccinino richiamato a Milano da Filippo Visconti | [251] | |
| 19 agosto. I suoi figli vinti a Mont'Olmo da Francesco Sforza | [252] | |
| 10 ottobre. Lo Sforza ottiene la pace da papa Eugenio IV | [254] | |
| Niccolò Piccinino s'inferma a Milano di crepacuore | [255] | |
| 15 ottobre. Sua morte e suo carattere | [257] | |
| 8 settembre. Morte di Giovan Francesco di Gonzaga; suo figliuolo Lodovico gli succede | [257] | |
| Il Visconti prende sotto la sua protezione Francesco e Giacomo, figli di Niccolò Piccinino | [258] | |
| Vuole porre alla testa delle sue truppe Sarpellione, luogotenente di Francesco Sforza | [259] | |
| 29 novembre. Questi, prevedendo la sua diserzione, lo fa morire | [260] | |
| 1442-1444 | Rivoluzioni nel contado di Montefeltro | [261] |
| 1444 | agosto. Federico di Montefeltro s'attacca a Francesco Sforza | [262] |
| Questi si disgusta con Sigismondo Malatesta, per avere comperato Pesaro per suo fratello Alessandro | [262] | |
| 1445 | Pratiche del papa e del duca di Milano contro Annibale Bentivoglio a Bologna | [263] |
| 24 giugno. Il Bentivoglio assassinato ad un battesimo | [264] | |
| Il partito del Bentivoglio si vendica de' congiurati | [266] | |
| La casa Bentivoglio e la repubblica di Bologna si trovano senza capo | [267] | |
| I Bolognesi scoprono a Firenze un figlio adulterino d'Ercole Bentivoglio | [268] | |
| L'invitano a porsi alla testa della loro repubblica | [268] | |
| 13 novembre. Santi Cascese lascia il suo nome per quello di Santi Bentivoglio, e fa il suo ingresso in Bologna | [269] | |
| Eugenio IV, Alfonso ed il duca di Milano, attaccano di nuovo Francesco Sforza nella Marca | [270] | |
| Agosto. Rivoluzione d'Ascoli e di parte della Marca | [271] | |
| 1445 | Lo Sforza si ritira nelle contee d'Urbino e di Montefeltro | [273] |
| 26 novembre. Ribellione di Fermo e di tutta la Marca, tranne Jesi | [274] | |
| 1446 | I Veneziani ed i Fiorentini consigliano lo Sforza a marciare verso Roma | [275] |
| Giugno. Suo troppo tardo ingresso nell'Umbria e nel Patrimonio; vi soffre la fame | [275] | |
| Alessandro Sforza abbandona suo fratello, e fa un trattato col papa | [277] | |
| Filippo Visconti fa attaccare Cremona e Pontremoli | [278] | |
| I Veneziani ed i Fiorentini risguardano quest'attacco come un'infrazione al trattato di Capriana, e dichiarano la guerra al duca di Milano | [279] | |
| 6 luglio. Carlo Gonzaga, generale del duca, viene disfatto a Castel San Giovanni | [280] | |
| Vani trattati per ristabilire la pace | [281] | |
| 29 settembre. Francesco Piccinino rotto a Casal Maggiore da Michele da Cotignola, generale veneziano | [283] | |
| Michele da Cotignola guasta il territorio fin presso alle porte di Milano | [284] | |
| Francesco Sforza ricupera il vantaggio ai confini della Marca | [285] | |
| 1446 | Spavento del Visconti; chiede soccorso al re Alfonso | [287] |
| Ed al re di Francia, Carlo VII, cui offre la restituzione di Asti | [288] | |
| Finalmente a suo genero Francesco Sforza | [288] | |
| Questi si rende sospetto ai Veneziani | [290] | |
| 1447 | Ottiene l'assenso di Cosimo de' Medici per mutar partito | [291] |
| 23 Febbrajo. Morte d'Eugenio IV | [292] | |
| 4 Marzo. Tentativo dei Veneziani per sorprendere Cremona | [294] | |
| Marzo. Francesco Sforza accetta le offerte di suo suocero e si distacca dai suoi alleati | [294] | |
| Nuovi sospetti del Visconti, che fermano la marcia dello Sforza | [296] | |
| I Veneziani ricominciano i loro guasti nel Milanese, ed offrono ai popoli la libertà | [297] | |
| Filippo ricorre nuovamente a Francesco Sforza, che cede Jesi e tutta la Marca al papa | [298] | |
| 9 Agosto. Lo Sforza si pone in viaggio per soccorrere suo suocero | [299] | |
| 13 agosto. Morte del Visconti nel castello di Porta Zobbia | [299] | |
| 1447 | Ritratto di Filippo Maria, l'ultimo dei Visconti, duca di Milano | [302] |
| Capitolo LXXII. Sforzi de' Milanesi per riavere la libertà; Francesco Sforza entra al servigio della nuova repubblica; sue vittorie sui Veneziani a Piacenza, a Casalmaggiore ed a Caravaggio. 1447-1448 | [303] | |
| Le rivoluzioni, prodotte in Italia dai condottieri, devono infine produrre la grandezza di uno di loro, e la ruina di tutti gli altri | [303] | |
| La perfidia di Francesco Sforza fu piuttosto un delitto del suo secolo che un delitto suo | [304] | |
| Tutti i pretendenti alla successione dei Visconti erano senza legittimi titoli | [306] | |
| La successione nella famiglia de' Visconti non era stata regolata dalle leggi | [306] | |
| Frequente succesione dei bastardi in tutte le signorie Italiane | [307] | |
| Pretesi diritti della casa d'Orleans, dell'imperatore e del re di Napoli | [308] | |
| Tutti i Visconti avevano regnato in virtù di una nomina del concilio di Milano | [310] | |
| 1447 | Scontento de' Milanesi quando morì Filippo Visconti | [311] |
| Segreti intrighi nel concilio del duca per trasferire la sovranità al re Alfonso di Napoli | [312] | |
| 1447 | 14 agosto. Rivoluzione in Milano per istabilire una repubblica | [313] |
| Pompa funebre dell'ultimo duca abbandonata | [314] | |
| Le due fortezze, cedute dal Consiglio agli Arragonesi, sono riprese | [315] | |
| La repubblica di Milano domanda la pace a quella di Venezia e non può ottenerla | [316] | |
| Falsa politica de' Veneziani combattendo Milano | [317] | |
| Rivoluzioni in tutte le città della Lombardia | [318] | |
| Negoziazioni de' Milanesi con Francesco Sforza | [318] | |
| Agosto. Francesco Sforza entra al servigio della repubblica di Milano | [321] | |
| 3 settembre. Passa l'Adda, e fa ritornare l'armata veneziana | [323] | |
| Chiama Bartolomeo Coleoni al servigio dei Milanesi | [325] | |
| Pratiche dei varj pretendenti all'eredità de' Visconti | [325] | |
| La città di Pavia si dà in sovranità allo Sforza | [326] | |
| Scontento del Senato di Milano | [327] | |
| Tutti i vicini dei Milanesi fanno conquiste in Lombardia | [329] | |
| Pretese di Carlo d'Orleans, figlio di Valentina Visconti | [330] | |
| Lo Sforza cerca di non azzuffarsi con Dresnay, luogotenente del duca d'Orleans in Asti | [332] | |
| 11 ottobre. Dresnay disfatto presso a Bosco da Bartolomeo Coleoni | [333] | |
| Lo Sforza intraprende l'assedio di Piacenza | [334] | |
| Impedisce le comunicazioni di questa città colle campagne e col Po | [335] | |
| Non si lascia smuovere dai tentativi di Michele da Cotignola sul Milanese e sul Pavese | [336] | |
| 16 novembre. Lo Sforza avendo battuto in breccia le mura di Piacenza, dà l'assalto | [337] | |
| Piacenza presa a viva forza | [339] | |
| Orribile sacco di questa città; i cittadini venduti al migliore offerente | [341] | |
| 1448 | Nuove cagioni di diffidenza tra lo Sforza ed il Senato di Milano | [343] |
| Preliminari di pace tra Venezia e Milano fatti a Bergamo | [344] | |
| Sono rigettati dal consiglio degli ottocento a Milano, per via degl'intrighi di Francesco Sforza | [345] | |
| 1 maggio. Lo Sforza toglie ai Veneziani ciò che possedevano sulla diritta dell'Adda | [346] | |
| La flotta d'Andrea Querini rimonta il Po, e si avvicina a Cremona | [347] | |
| 1448 | Lo Sforza intraprende contro il proprio avviso l'assedio di Lodi | [348] |
| 16 luglio. Torna contro la flotta del Querini, e l'attacca innanzi a Casal Maggiore | [350] | |
| Gli fa tagliare la ritirata da Biagio d'Assereto | [350] | |
| 17 luglio. La brucia prima che il Cotignola possa giugnere in soccorso | [353] | |
| Pericolo del saccheggio della flotta in presenza del nemico | [354] | |
| Il Senato di Milano ordina allo Sforza di assediare Caravaggio | [356] | |
| 1 agosto. Il Cotignola si avanza per liberare Caravaggio | [358] | |
| Le due armate si fortificano l'una in presenza dell'altra | [358] | |
| Dissenso tra i generali veneziani intorno al partito da prendersi | [359] | |
| Ricorrono al Senato di Venezia, che ordina di attaccare lo Sforza | [361] | |
| 15 settembre. Battaglia di Caravaggio | [362] | |
| Viene fatta prigioniera quasi tutta l'armata Veneziana | [364] | |
| Lo Sforza lascia in libertà i prigionieri dopo averli spogliati | [365] | |
| Capitolo LXXIII. Francesco Sforza abbandona i Milanesi e passa colla sua armata al servizio dei Veneziani. Furore del partito popolare a Milano; blocco e miseria di questa città; i Veneziani gli accordano la pace, ma Francesco Sforza prosegue i suoi attacchi, ed all'ultimo costringe i Milanesi a riconoscerlo per loro Duca. 1448-1450 | [366] | |
| 1448 | Grandezza delle perdite fatte dai Veneziani una dietro l'altra | [366] |
| I due stati desiderano la pace, ma lo Sforza vuole continuare la guerra | [367] | |
| 19 novembre. I Veneziani levano il comando a Michele Attendolo | [368] | |
| Negoziano collo Sforza, cui promettono il ducato di Milano | [370] | |
| 18 ottobre. Trattato tra Venezia e lo Sforza che abbandona i Milanesi | [371] | |
| Lo Sforza dichiara al suo esercito i motivi per cui si debbe lagnare dei Milanesi | [371] | |
| Trova tra i Lombardi numerosi partigiani | [373] | |
| Occupa Piacenza | [374] | |
| Distribuisce le truppe ne' quartieri d'inverno intorno a Milano | [375] | |
| Sue proposizioni ai Milanesi, e risposta di Giorgio Lampugnano | [376] | |
| Apparecchi di difesa dei Milanesi; nominano generali Francesco Piccinino e Carlo Gonzaga | [378] | |
| 1448 | Lo Sforza prende Abbiategrasso | [379] |
| Sottomette la vicina provincia dei laghi | [380] | |
| Gli aprono le porte Romagnano, Tortona ed Alessandria | [380] | |
| 1449 | Intrighi del Gonzaga col partito democratico a Milano | [381] |
| I nobili Ghibellini propongono di accordare allo Sforza una limitata autorità | [382] | |
| Sono puniti di morte, ed il governo di Milano diventa rivoluzionario | [383] | |
| I Piccinini disertano dall'armata milanese, e si riuniscono allo Sforza | [384] | |
| Febbrajo. La città di Parma s'arrende ad Alessandro Sforza | [384] | |
| Vittoria dei Milanesi sulle truppe dello Sforza sotto Monza | [385] | |
| Il duca di Savoja manda un'armata in soccorso dei Milanesi | [386] | |
| Defezione dei Piccinini che tornano ai Milanesi | [387] | |
| Numerosa milizia dei Milanesi; armata di fucili, la quale non può far levare l'assedio di Marignano | [389] | |
| 20 aprile. I Savojardi sconfitti da Bartolomeo Coleoni presso Borgo Mainero | [392] | |
| Maggio. Ribellione del castello di Vigevano contro lo Sforza, che viene ad assediarlo | [393] | |
| 1449 | 3 giugno. Assalto dato a Vigevano | [394] |
| Valorosa resistenza degli assediati | [395] | |
| 4 giugno. Vigevano obbligato a capitolare | [397] | |
| 1 luglio. Proposizioni di pace fatte dai Milanesi ai Veneziani | [398] | |
| 11 settembre. Crema e Lodi tolte ai Milanesi dallo Sforza | [399] | |
| Armistizio tra i Milanesi ed i Veneziani | [400] | |
| 27 settembre. Trattato di pace firmato a Brescia tra le due repubbliche | [401] | |
| Francesco Sforza finge di volervi accedere, ed accorda ai Milanesi una tregua | [402] | |
| 16 ottobre. Morte di Francesco Piccinino | [403] | |
| 20 ottobre. Lo Sforza rifiuta il trattato di pace, e continua solo in proprio nome la guerra contro i Milanesi | [404] | |
| 28 dicembre. Batte Sigismondo Malatesta, mandato dai Veneziani in soccorso dei Milanesi | [406] | |
| 1450 | 20 gennajo. Fa la pace col duca di Savoja | [406] |
| I Milanesi ed i soldati dello Sforza mancano egualmente di vittovaglie | [407] | |
| Jacopo Piccinino cerca di aprire una comunicazione tra i Milanesi e l'armata veneziana | [408] | |
| 1450 | Estrema carestia in Milano | [409] |
| Il Malatesta non osa dare battaglia per liberare Milano | [409] | |
| 25 febbrajo. Sollevazione in Milano; gl'insorgenti occupano il palazzo del pubblico | [410] | |
| 26 Febbrajo. Gl'insorgenti si adunano per deliberare a Santa Maria della Scala | [411] | |
| Gaspare da Vimercate loro propone di darsi allo Sforza | [412] | |
| Ultimi sforzi d'Ambrogio Trivulzio per imporre condizioni allo Sforza | [413] | |
| Lo Sforza ricevuto in Milano e proclamato duca dal popolo | [414] | |
| Osservazioni sulla sorte della sua dinastia | [415] | |
| Capitolo LXXIV. Politica di Cosimo de' Medici. — Guerra di Piombino tra il re di Napoli ed i Fiorentini. — Ultimi sforzi de' Veneziani e d'Alfonso contro lo Sforza sostenuto da' Fiorentini; pace di Lodi. 1447-1454 | [417] | |
| Il governo degli Albizzi a Firenze non avrebbe acconsentito alla servitù della repubblica milanese | [418] | |
| Cosimo de' Medici più personale e meno amico della libertà che gli Albizzi | [419] | |
| Grandezza di Cosimo fondata su la sua fortuna, e sul nobile uso ch'egli ne faceva | [419] | |
| Cosa fece per le lettere, per la filosofia, per le arti | [421] | |
| La politica del Medici indegna della nobiltà del suo carattere | [425] | |
| 1447 | Giugno. Tentativi d'Alfonso in Val d'Arno di sopra | [427] |
| Settembre. Alfonso invade le maremme toscane | [429] | |
| 1448 | Maggio. Vuole occupare Piombino, il di cui signore si pone sotto la protezione de' Fiorentini | [429] |
| 15 luglio. Vani sforzi della flotta fiorentina per portare vittovaglie in Piombino | [431] | |
| Settembre. Bella difesa di Piombino che rispinge un assalto generale | [433] | |
| Ritirata d'Alfonso dopo avere perduta molta gente nella Maremma | [435] | |
| 1449 | Soccorsi chiesti ai Fiorentini dai Veneziani e dallo Sforza | [436] |
| Neri Capponi vuole che i Fiorentini secondino lo stabilimento della libertà milanese | [437] | |
| Cosimo de' Medici vuole il contrario e dimanda che si ajuti lo Sforza | [439] | |
| 1450 | Tripudio del popolo fiorentino per la vittoria dello Sforza | [440] |
| Politica e situazione di Francesco Sforza | [441] | |
| Peste in Lombardia portata a Roma dai pellegrini del Giubileo | [443] | |
| 1450 | Mutazione nelle alleanze delle potenze d'Italia | [444] |
| 1449 | Guerra marittima d'Alfonso e de' Veneziani | [444] |
| 1450 | Lodovico III Gonzaga, marchese di Mantova, rivale di suo fratello Carlo | [446] |
| 15 novembre. Carlo arrestato dal duca di Milano, cui si riconcilia Lodovico | [446] | |
| 1441-1450 | Pacifico regno di Lionello, marchese d'Este | [447] |
| 1450 | 1 ottobre. Gli succede Borso d'Este, suo fratello naturale | [449] |
| Guglielmo, fratello del marchese di Monferrato, arrestato poi rilasciato da Francesco Sforza | [449] | |
| 29 giugno. Pace tra Alfonso ed i Fiorentini | [450] | |
| 1451 | 6 marzo. Alleanza de' Veneziani e d'Alfonso comunicata con minaccia ai Fiorentini | [451] |
| 20 giugno. Tutti i Fiorentini scacciati dal territorio di Venezia | [453] | |
| 7 giugno. Tentativo dei Veneziani per mutare il governo di Bologna | [454] | |
| Le ostilità ritardate dalla spedizione in Italia di Federico III | [455] | |
| 1438-1439 | Regno d'Alberto II d'Austria | [456] |
| 1440 | 2 febbrajo. Elezione di Federico III, figlio d'Ernesto, duca d'Austria e di Stiria | [457] |
| 1452 | Federico invita Eleonora sua sposa a scontrarlo in Toscana | [457] |
| 3 febbrajo. Giungono Eleonora a Livorno e Federico a Firenze | [459] | |
| 18 marzo. Coronazione di Federico III a Roma | [460] | |
| Aprile. Brillanti feste date dal re di Napoli all'imperatore | [461] | |
| 15 maggio. Modena e Reggio erette in ducato a favore di Borso d'Este | [461] | |
| Scandalosa venalità della corte imperiale | [462] | |
| 16 maggio. I Veneziani muovono guerra al duca di Milano, il re di Napoli ai Fiorentini | [463] | |
| Poco gloriosa campagna di Ferdinando, duca di Calabria, in Toscana | [464] | |
| Lo Sforza attaccato dai Veneziani, dal duca di Savoja e dal marchese di Monferrato | [465] | |
| 26 Luglio. Guglielmo di Monferrato sorpreso e disfatto a Canina | [466] | |
| Alessandro Sforza battuto nel Lodigiano | [467] | |
| Novembre. Ridicola sfida del Piccinino e di Francesco Sforza sul piano di Montechiaro | [468] | |
| 1453 | Diserzione ne' due eserciti; vergognose pratiche durante l'inverno | [469] |
| 1453 | Apparecchi di difesa dei Fiorentini | [472] |
| Seconda campagna di Ferdinando in Toscana | [472] | |
| Gherardo Gambacorti vuol tradire la repubblica | [473] | |
| 12 agosto. Perde la propria contea di Bagno | [474] | |
| Renato d'Angiò chiamato in Italia dai Fiorentini e dal duca di Milano | [475] | |
| La campagna si passa in scaramucce fino al di lui arrivo | [477] | |
| 15 settembre. Renato ristabilisce la pace tra il marchese di Monferrato ed il duca di Milano | [478] | |
| 19 ottobre. Ferocia dei soldati di Renato alla presa di Pontevico | [479] | |
| Terrore degli stati veneziani e dell'armata del Piccinino | [480] | |
| Renato, dopo una campagna di tre mesi, vuole abbandonare l'Italia | [482] | |
| 29 maggio. Costantinopoli presa dai Turchi; spavento dell'Italia, ed universale desiderio di pace | [483] | |
| 1454 | Assurde pretese delle parti e la cattiva fede del papa ritardano la pace nel congresso di Roma | [485] |
| 1454 | I Veneziani trattano in segreto e separatamente collo Sforza | [486] |
| 1455 | 9 aprile. Pace di Lodi conchiusa tra le due potenze a nome di tutte le altre | [488] |
| 26 gennajo. Accessione del re Alfonso alla pace di Lodi | [490] | |
Fine della Tavola